Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Non fare che una famiglia si perdi… lettera di Giovanni Zito

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Pubblico oggi una lettera del nostro Giovanni Zito, che è giunta alla cara Francesca De Carolis.

Una lettera che tocca il nodo della problematicità del mantenere i rapporti famigliari quando si va in carcere e della necessità di strutture e normative che permettano, il più possibile, il mantenimento dell’affettività.

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“Quando ero un ragazzo non pensavo alle conseguenze degli errori commessi, oggi ho 46 anni e sono detenuto ininterrottamente dal 1996.
La vita in carcere è una tortura fisica e psicologica, specialmente quando si ha una famiglia. Io avevo una compagna al mio fianco, ma la mia condanna e il mio allontanamento forzato hanno fatto sì che io perdessi l’affettività familiare. Mantenere l’affettività, il contatto con i figli, è fondamentale, è la base di ogni famiglia, ed è dura rimanere in piedi quando si perdono le speranze.
Io ho perso le gioie di mia figlia, non potendo effettuare colloqui con lei, e ancora oggi ho enormi difficoltà per i colloqui familiari. E la mia condanna si è riversata sulla mia situazione familiare già precaria. Mantenere in vita un rapporto è la cosa più bella che un uomo possa desiderare. Io posso subire una punizione, è giusto che sia così, ma mia figlia non si rende conto del perché ci sia una pena così devastante per tutti. (…)
Oggi Adele, è il suo nome, ha trent’anni ed è madre di tre femminucce, di cui io sono il nonno. Se sono felice… sì, lo sono emotivamente e mi sento commosso da questo pensiero che mi tiene in vita. Ma quello che desidero di più è poter trascorrere del tempo con loro, e che venga creato negli istituti di pena un luogo dove una famiglia possa ritrovarsi insieme, là dove si possa offrire affettività concreta.
Certo, in carcere la visita dei parenti è prevista. Può essere settimanale o mensile. Ma un conto è un colloquio intimo con la tua famiglia, un conto un incontro fra decine di persone tutti nello stesso posto, uno affianco all’altro.
Siamo nel 2015. I paesi europei sono un decennio davanti a noi per quanto riguarda questo aspetto della vita in carcere ( per non parlare del fatto che in molti paesi neanche l’ergastolo c’è più). Se io non posso donare alla mia famiglia un po’ di affetto in più, se non posso giocare con i miei nipotini perché il carcere non è fornito di strutture adeguate, allora bisogna pensare di costruire dei moduli abitativi dentro le strutture carcerarie. E fornire luoghi dove un papà possa sorridere ai suoi figli o nipotini, a una donna. Che si possa avere uno spazio familiare, dove ci si possa rilassare sia pure per poco tempo, riunendosi nel calore umano. Un posto che “sa di casa”. Avvertire un senso di serenità equivale ad avere un comportamento equilibrato nella struttura familiare, sia per il detenuto stesso che per tutta l’area familiare. Questo significa avere protetto e curato l’interesse del detenuto e della sua famiglia, significa alleviarne le sofferenze. Significa trovare l’umanità dove si crede non ci sia più vita. Forse non io, ma la mia famiglia deve avere speranza e non sofferenza eterna.

Giovanni Zito
Padova

Ottobre 2015

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Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (prima parte)

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Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è uno degli amici storici del Blog.

Lui non scrive di frequente. Ma quando scrive è portatore sempre di un ricco percorso riflessivo che è espresso in uno stile “classico” e che risuona di una integrità umana e di un durissimo e costante lavoro su di sé che dura da tanti anni.

Pierdonato ci ha inviato il testo sull’affettività che ha inviato alla redazione di Ristretti Orizzonti per il concorso che hanno organizzato su questo tema. Il testo di Pierdonato intreccia la riflessione generale, col il suo vissuto. 

Oggi pubblico la prima parte.

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GLI AFFETTI VIOLATI

La mia storia è un po’ lunga e complessa. Mi rendo conto però che devo essere breve, conciso, e offrire un contributo per sensibilizzare chi legge sul tema dei rapporti affettivi, tra persone detenute, prive di libertà e le loro famiglie.

Sono stato incarcerato 20 anni fa. All’epoca i mie tre figli avevano rispettivamente 7 anni, 5 anni, 3 anni. I genitori rappresentano i due pilastri che reggono il mondo interiore affettivo del bambino. In assenza di uno dei genitori solitamente si aggrappano, per così dire, all’altro pilastro.

Dopo alcuni anni la mia compagna viene anch’essa in carcerata. A quel punto il mondo interiore del bambino può andare in frantumi. Il nucleo familiare comunque è totalmente paralizzato e annullato.

A sostituirli ci sono anziani nonni. Dopo qualche anno ancora mi viene applicato il regime del 41 bis. I rapporti affettivi vengono drasticamente ridotti ad 1 ora al mese e dietro un vetro divisorio a tutta altezza, privo di ogni contatto fisico.

In quel periodo, durato otto anni, vedevo i visi dei miei figli esausti sia per il lungo viaggio effettuato e sia per la lunga attesa per potere entrare al colloquio.

Dopo qualche anno di detenzione, la mia compagna necessitava di una operazione chirurgica. In questi casi l’ordinamento penitenziario prevede un’attenuazione delle pena. Invece, immediatamente gli viene applicato addirittura il regime del 41 bis. Quindi un tipo di detenzione più dura con più limitazioni. Per cui più limitazione uguale più sofferenza. Perciò si va ad incrudelire la pena, senza che ci fossero reali necessità che la giustificassero. Evidentemente si voleva approfittare di quel drammatico momento per fare leva sul dolore per raggiungere altri.. obiettivi. Si opera in regime di 41 bis.

Il tempo passa vengono a mancare i nonni paterni, poi materni. Alla mia compagna in regime di 41bis per sei anni e mezzo gli viene rigettato perfino il permesso  per ragioni umanitarie con scorta che viene dato solitamente a tutti i detenuti così come previsto dal nostro ordinamento penitenziario, per recarsi ad abbracciare il proprio genitore, padre, negli ultimi istanti di vita. Se ne è andato col dolore nel cuore di non poter vedere sua figlia. Poi, passano anni, ed è la volta di mio fratello maggiore. Si ammala di un mila incurabile, perché anch’esso la vita e anche a me rigettano il permesso di recarmi per un ultimo abbraccio.

Uno stato ottuso che non applica e disattende quei principi previsti della nostra Costituzione, del nostro ordinamento penitenziario e che invece poi pretende, al contrario, dai suoi cittadini il rispetto di quelle regole sociali che per primo lui non rispetta. In primis non è coerente, non è credibile verso il cittadino e in secondi non ha titolo per dare lezioni di etica e di moralità a nessuno.

Sarebbe invece molto più civile, giusto e perfino bello che in Italia ci fosse la libertà d’affetto come in altri paesi europei. Che i famigliari, i figli di quei cittadini che per qualsiasi motivo finiscono in carcere, non venissero criminalizzati, quindi non venissero ridotti i contatti, ostacolate le relazioni affettive, poiché il nucleo familiare continua a seguire il proprio congiunto ed è giusto che debba passare più tempo insieme a questi così come lo stesso Ordinamento Penitenziario prevede.

E’ previsto infatti che particolare cura deve essere dedicata a mantenere e migliorare le relazioni dei detenuti, proprio nel momento che il nucleo familiare vive una separazione drastica, forzata, drammatica come è il carcere.

Prevede quindi che la famiglia sia un valore affettivo da tutelare in qualunque contesto, così come lo impone anche l’art. 29 della nostra Costituzione, quindi anche nel contesto penitenziario. Anzi in quest’ultimo è di più di un valore affettivo, è un elemento del trattamento penitenziario.

Ma come sappiamo bene sono due cose distinte e separate, il diritto scritto e il diritto applicato. A parole l’Italia vuole apparire una nazione civile e democratica. Nei fatti siamo il Paese più condannato dalla Corte Europea non solo in tema di giustizia ma anche in altri ambiti.

Spesso così facendo si inducono i figli dei carcerati a odiare le istituzioni, perché incoerenti, ingiuste e non rispettose delle stesse leggi e principi che reggono il nostro vivere civile. Rispetto ai Paesi europei più emancipati, noi italiani siamo su questo aspetto dei primitivi, non riusciamo proprio ad elevarci ed evolverci.

Di fronte alla tristezza di questi affetti violati, dove si criminalizza il rapporto tra famiglia e congiunti del detenuto. Il mio unico sistema per tenere uniti i cocci in frantumi della mia famiglia è stata la LETTERA. Ho scritto così migliaia e migliaia di lettere. Un fiume di inchiostro. Mi sono sforzato di dare loro una educazione continua e costante. Mentre una educazione discontinua impedisce invece di fissare delle relazioni capaci di dare sicurezza, poiché il figlio sperimenta l’alternarsi di presenza/assenza della madre o del padre, perdendo così ogni riferimento rassicurante.

Su questi pezzi di carta hanno viaggiato i nostri sentimenti, ansie, gioie, dolori, speranze, attenzioni. L’AMORE. La lettera è diventato il filo rosso che ci ha tenuti uniti.

Rispetto ad un genitore libero è stato come nuotare con il mare agitato, avendo le mani legate. A volte per i disagi e le varie problematiche che emergevano, siamo stati anche uno due anni senza vedere i figli.

Con la mia compagna, ci siamo abbracciati fisicamente dopo nove lunghissimi anni. L’articolo 1 del nostro Ordinamento Penitenziario dice: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona”. Tutto quello che ho scritto finora dà l’impressione di uno stato democratico civile eppure è anche spesso e volentieri tirannico? Che non rispetta assolutamente questo articolo?

La cosiddetta “sicurezza” deve essere servente della legalità e non essere (come spesso avviene) utilizzate per vessare o inutilmente incrudelire una pena chi è già da decenni detenuto.

La legalità fa bene all’amore… di Carmelo Musumeci

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Un che giunge dal nostro Carmelo e che tocca il tema decisivo della affettività che non viene garantita nelle carceri e delle iniziative per fare in modo che venga garantita.

C’è un momento molto delicato dove Carmelo Riporta due lettere scritte ai suoi figli anni fa.

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“I colloqui si svolgono in appositi locali sotto il controllo a vista e non auditivo del personale di custodia” (articolo 18 della legge 26 luglio 1975, n.354) “I detenuti usufruiscono di sei colloqui al mese. Quando si tratta di detenuti per uno dei delitti previsti dal primo periodo del prima comma dell’articolo 4 bis della legge e per i quali si applicano il divieto di benefici ivi previsto, il numero di colloqui non può essere superiore a quattro al mese. (…) Il colloquio ha la durata massima di un’ora”(D.P.R. 30 giugno 2000, n.230)


Ristretti Orizzonti ha lanciato una campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi. Lunedì 1 Dicembre la redazione della rivista, in collaborazione con la Casa di reclusione di Padova, organizza il Seminario di Studi “Per qualche metro e un po’ di amore in più”.
Nei siti http://www.ristretti.org e http://www.carmelomusumeci.com tutto il materiale prodotto su questo tema e per questa occasione. La mobilitazione dei detenuti giornalisti volontari della redazione di “Ristretti Orizzonti”, insieme a moltissimi prigionieri di tutti i carceri d’Italia, che si stanno attivando per raccogliere le firme dei propri compagni, ha avuto adesioni importanti, tra cui quelle di alcuni senatori della Repubblica. È appena stato depositato al Senato un disegno di legge, a firma del parlamentare Pd Sergio Lo Giudice e altri colleghi, a favore dell’umanizzazione delle visite ai detenuti e per la legalizzazione dell’affettività in carcere.

Ho una compagna e due figli (e adesso due nipotini) che mi aspettano da oltre ventitré anni e purtroppo, dato la mia condanna all’infinita pena dell’ergastolo, se non cambiano le leggi in Italia avranno di me solo il mio cadavere.
Ho visto crescere i miei figli prima dietro un vetro divisorio, dopo dietro un bancone e ora su delle panche, tramite sporadici colloqui.
Da ben ventitré anni non posso scambiare una carezza o un bacio affettuoso con la mia compagna, ma la cosa che ci manca di più non è tanto far l’amore, ma poter piangere insieme abbracciati senza che nessuno ci guardi. In ventitré anni non l’abbiamo mai potuto fare, perché siamo sempre stati osservati e circondati da guardie o da familiari degli altri detenuti.
Credo che le leggi di uno Stato non dovrebbero impedire ai suoi prigionieri il diritto di amare ed essere amati.
Gli svedesi trattano meglio i loro prigionieri perché si dicono: “Il detenuto di oggi sarà il mio vicino di casa domani” invece in Italia, nella maggioranza dei casi, la detenzione è molto più illegale e stupida del crimine che hai commesso. E spesso non serve a nulla. In molti casi serve solo a farti incazzare o a farti diventare più delinquente.
In carcere in Italia il tuo reato sembra che ti faccia perdere tutta la tua umanità. In fondo non chiediamo molto, solo una vita più umana e un po’ d’amore. È già difficile essere dei buoni padri (e nonni) fuori, immaginatevi dentro con solo tre giorni all’anno di colloqui, che se sei sbattuto in carcere lontani non riesci mai a fare. E allora ti tocca fare il padre (e il nonno) per lettera.
Per dare il mio personale contributo a questa campagna di “AffettiTraLeSbarre” ho deciso di rendere pubbliche queste due lettere che ho scritto ai miei figli tanti anni fa. Buona lettura.
E che l’amore sociale sia sempre nei vostri cuori.


Cara Barbi,
mi ha scritto la mamma dicendomi che stai studiando molto perché vuoi passare con il massimo dei voti. Brava, sono contento e sono sicuro che con la scuola mi darai tante soddisfazioni, come pure nella vita perché sei tanto buona e sensibile. Muoio dalla voglia di vederti, mi manchi tanto, chissà come sarai cresciuta. Vorrei tanto essere a casa per proteggerti e farti sentire quanto ti amo, ma sono sicuro che tu lo senti ugualmente.
Tesoro, adesso vorrei farti un discorso da grande che rimanga fra noi due: sono preoccupato per la mamma, ultimamente nelle sue lettere mi sembra triste e nervosa. Poverina, si sente piena di responsabilità con te, Mirko, da sola, senza che io la possa aiutare. Mi ha detto che tu e Mirko continuate a litigare spesso. Mi raccomando, anche quando hai ragione cerca di non bisticciare. Fallo per non fare arrabbiare la mamma e quando la vedi malinconica e si sente sola falle un po’ di coccole, anche se fa la dura è più sensibile di noi due. Me lo prometti, amore, che fai come ti ho detto? Perché sono molto in ansia per lei, le voglio tanto bene e mi dispiace da morire quando la sento triste. Non le dire niente che ti ho detto questo e dalle tanti bacini da parte mia.
Sai, dicono che dovrebbero essere i genitori a capire i figli, ma io non sono d’accordo totalmente perché per me è più facile che i figli capiscano i genitori dato che i bambini di adesso hanno una marcia in più, sono più istruiti ed intelligenti dei genitori, quindi conto molto su di te.
Dopo che hai fatto gli esami fammi un telex per farmi sapere come è andata. Adesso Tesoro finisco di scriverti ma continuo a pensarti, ti riempio di bacini. Tuo papà che ti adora.
N.B. Ho sempre il tuo braccialetto di spago che mi hai mandato, non lo tolgo mai, ci faccio pure la doccia, meno male che è resistente e non si consuma. Quando lo guardo penso subito a te e a volte non resisto di dargli un bacino pensando di darlo a te. Papà.

Caro Mirko,
eccomi a te con questa letterina per stare un po’ con te, sono preoccupato per la scuola: spero che riesci a passare. Meno male che adesso iniziano le vacanze così ti puoi svagare e dedicarti di più al gioco del calcio. Mi raccomando, ormai siete grandi, non bisticciare con la Barbi perché la mamma me lo scrive e si arrabbia con me perché dice che avete preso il mio carattere.
Dà la colpa a me (sic!) anche se non ci sono, ma poverina ha ragione, ha tanti pensieri, deve badare a voi, alla casa e al lavoro. Mi dispiace, certo non sono un buon esempio, né un ottimo padre, sempre lontano, ed ho sempre paura che tu ti senti diverso dagli altri bambini e questo mi fa star male: che tu soffra perché non hai il papà vicino. E non so darmi pace e allora ti voglio ancora più bene, con la speranza che tu lo senta ugualmente anche se sono lontano, in questa maledetta isola sperduta dove persino i gabbiani sono infelici. Ricordati che ti sono, ti sento e ti sarò sempre vicino con tutto il mio amore. Basta che tu lo senti dentro e ti sentirai il figlio più amato del mondo. Proteggi la Barbi e la mamma al posto mio e soprattutto fa tante coccole alla mamma quando la vedi triste e preoccupata.
Ti vorrei scrivere tante cose carine ma preferisco mandartele con il pensiero perché mi scoccia che le leggano le guardie. Tanto io so che tu sai il bene che ti voglio. Ti mando tanti bacini. Tuo papà che ti adora, ciao amore.

Carmelo Musumeci, Carcere di Padova 2014

Lettere tra Uomini Ombra

Amorsero

La redazione di Ristretti Orizzonti ha lanciato la campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi.

Questa è una iniziativa che condividiamo e appoggiamo pienamente anche noi.

Per aderirne o saperne di più potete andare su   www.ristretti.org o www.carmelomusumeci.com.

In questo testo che ci ha girato Carmelo, è presente uno scambio di lettere da lui avuto con Salvatore, detenuto a San Gimignano.

La storia che Salvatore racconta è emblematica… per avere espresso un atto di tenerezza verso la moglie incinta, si innescò un meccanismo che, nei fatti, come vedrete, lo portò a essere trasferito in Sardegna e a non potere, per diverso tempo, vedere la moglie e il figlio, che nel frattempo era nato.

Suo figlio poté vederlo solo dopo un anno.. e questo.. per un semplice atto affettuoso.

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LETTERE TRA UOMINI OMBRA DELLE CASE DI RECLUSIONE DI SAN GIMIGNANO E PADOVA

 

Lettere fra “Uomini Ombra” delle Case di Reclusione di San Gimignano e Padova

Quasi tutti i giorni, mi sento un uomo ombra e un fantasma. Oggi, invece, mi sono sentito un padre e un nonno perché mi sono venuti a trovare mia figlia e i miei due nipotini Lorenzo e Michael con la loro madre Erika. È stato il primo colloquio che ho fatto nell’area verde del carcere con i miei due nipotini. Prima mi era vietato perché Lorenzo e Michael erano colpevoli di essere nipoti di un nonno detenuto in “Alta Sicurezza”. Per qualche ora mi sono sentito sereno e felice a  giocare con i miei due nipotini. Mi hanno fatto venire anche il fiatone perché non ci ero più abituato a giocare con i bambini all’aria aperta.

 (Fonte: diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).

Da quando la redazione di “Ristretti Orizzonti” ha lanciato la campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi, molti prigionieri hanno iniziato a scriversi. Come una volta. Fra un carcere e l’altro per raccogliere le firme da inserire nel sito www.ristretti.org . E grazie a questa iniziativa hanno iniziato a scriversi anche gli uomini ombra (come si chiamano fra loro gli ergastolani). Rendo pubblica la lettera di Salvatore del carcere di San Gimignano.

 Caro Carmelo, ho raccolto tutte le firme della mia sezione e le ho spedite a Ornella Favero nella sede esterna di Ristretti Orizzonti, via Ciotolo da Perugia, 35, 35138 Padova. Questa iniziativa mi ha fatto venire in mente un episodio di tanti anni fa quando ero detenuto nel carcere di Palermo. Avevo mia moglie incinta.E mentre dietro al bancone la consolavo per darle conforto in maniera affettuosa toccandole la pancia per sentire muoversi il bambino, la guardia mi aveva richiamato a  stare giù con le mani. E lo aveva fatto ad alta voce ed in maniera brusca, facendo capire chissà che cosa a tutte le altre persone presenti nella sala colloquio. Ci siamo sentiti osservati. E mia moglie era diventata rossa ed anch’io mi ero vergognato (penso persino per la creatura che doveva nascere) e non ci ho più visto. Alla guardia gliene ho detto di tutti i colori. E l’ho mandata pure a quel paese. Mi hanno sospeso il colloquio. Poi mi hanno punito con il regime di sorveglianza particolare. E come se non bastasse mi hanno trasferito in un carcere della Sardegna dove per ovvi motivi di distanza e finanziari non ho più visto mia moglie ed il bambino che nel frattempo era nato.

Silvio l’ho visto solo quando aveva già compiuto un anno. E tutto per colpa di un gesto affettuoso scambiato fra poco più che adolescenti in attesa di un bambino. Adesso mio figlio ha appena compiuto venti anni e proprio l’altro giorno gli ho raccontato questo episodio. E spero che finalmente anche in Italia fanno una legge per stare con la propria famiglia in un ambiente riservato.

Salvatore.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova 2014

Salvaguardare l’affettività con i colloqui riservati e liberalizzare le telefonate… Angelo Meneghetti

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Quella per garantire momenti di affettività in carcere, tra un detenuto e i propri famigliari, è una battaglia di civiltà decisiva, una delle più importanti per quanto riguarda il mondo della detenzione.

Pubblico oggi un pezzo che, al riguardo, ha scritto Angelo Meneghetti, detenuto a Padova. Un pezzo che è già apparso su “Ristretti Orizzonti”.

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E’ da diverso tempo che si discute per migliorare la situazione delle carceri italiane. Come sappiamo tutti, questo Paese è nel mirino della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, “C.E.D.U.” e forse ci sarà un cambiamento epocale per quando riguarda le carceri e la giustizia italiana, se questo Paese avrà veramente la volontà di adeguarsi alle normative europee. Lo Stato Vaticano ha già fatto i primi passi per un miglioramento sul piano dell’umanità. Ha abolito la pena dell’ergastolo e ha introdotto il reato di tortura nel suo codice penale. Un esempio per l’Italia se davvero si vuole dimostrare all’Europa che il nostro Paese è civile e democratico.

Da diverso tempo -io e altri compagni detenuti che facciamo parte della redazione di Ristretti Orizzonti- parliamo di tutto questo agli incontri di discussione, e ne parliamo anche con diversi studenti che incontriamo nell’ambito del progetto “scuola carcere” che si svolge qui, nella casa di reclusione di Padova da diversi anni.

Tornando al nocciolo della situazione, va precisato che nel nostro Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, dove si è detenuti per sempre fino all’ultimo respiro- e quello ostativo, dove si è destinati a morire in un’ammuffita e umida cella, salvo che non si collabori con la giustizia, mettendo un altro al posto tuo. Così col mio amico Carmelo Musumeci, “ergastolano ostativo”, cerchiamo di coinvolgere, per primi, tutti i detenuti reclusi nelle carceri di questo Paese, e anche i loro famigliari; e cerchiamo anche di portare queste cose alla società esterna.

Nello specifico delle proposte contenute in questo testo, invitiamo la società esterna ad aderire alla raccolta firme al fine di liberalizzare le telefonate e al fine di consentire i colloqui riservati.

I colloqui affettivi esistono in diversi altri Paesi. Qui in Italia invece non esistono. In passato se ne era discusso, ma fu stravolto il senso di questa proposta, parlando di “celle a luci rosse”. Va detto che i colloqui affettivi non hanno nulla a che vedere con le celle a luci rosse o con il sesso. Servono per tenere unito il gruppo famigliare, coltivare l’affetto verso la propria compagna e verso i propri figli, in modo che, nella loro crescita, percepiscano il calore del padre. Tutto questo serve anche al detenuto, affinché, dopo una lunga condanna, non sia un estraneo nell’ambito famigliare. Perché è questo che succede con la maggior parte dei detenuti che hanno pene lunghe da scontare. Bisogna tenere presente che la maggior parte dei detenuti hanno figli che, raggiunta la maggiore età, hanno bisogno di visite psicologiche e psichiatriche, a causa dei colloqui fatti in carcere e della loro tenera età. A tutt’oggi, i colloqui fatti in carcere sono a vista e ripresi dalle telecamere. C’è sempre un agente che guarda, che ti proibisce di tenere abbracciati i tuoi cari, di scambiare delle coccole con la tua compagna e con i tuoi figli. Ma, se ci fosse la possibilità di fare i colloqui affettivi, ogni detenuto potrebbe salvaguardare  il rapporto con i propri famigliari. E’ un metodo giusto per non essere abbandonati dai propri cari. Se la pena per un condannato deve essere rieducativa e non punitiva, come stabilisce l’art. 27 della nostra Costituzione.

Non va dimenticata la situazione famigliare di ogni detenuto. Specialmente nel caso di chi sta scontando una lunga pena, oltretutto lontano dal luogo di residenza, e per difficoltà economiche non può fare colloqui. Per questo occorre che in carcere siano “liberalizzate” le telefonate, in modo da potere telefonare più volte alla settimana. Ora è concessa solamente una telefonata di 10 minuti alla settimana e, se stai telefonando e cade la linea, anche se non sono trascorsi i dieci minuti che ti spettano, non puoi riprendere quella misera telefonata. Rimane da solo di attendere un’altra settimana per risentire i propri famigliari. 

E’ proprio con il passare degli anni che la condanna da scontare si fa veramente sentire e diventa veramente “punitiva” a causa di certe regole sbagliate. E’ punitiva per chi è detenuto. Ma  a sua volta diventa vendicativa per i nostri famigliari, che nulla hanno a che vedere con la pena che sta scontando il loro caro “marito, compagno, figlio”. E’ vendicativa per i famigliari perché, quando si recano in carcere per fare colloqui con il proprio caro, a volte sono umiliati per via di certe regole senza umanità e vivono con la vergogna perché hanno un famigliare rinchiuso in carcere e tutti si dimenticano che non hanno nessuna colpa del reato commesso dal loro famigliare. 

Spesso ci si dimentica che i nostri famigliari hanno un cuore, un’anima e, soprattutto, hanno un volto e fanno parte di questa società considerata democratica e civile. E ci si dimentica che il confine tra il bene e il male è così sottile che potrebbe capitare a chiunque di oltrepassarlo.

Padova 26-08.2014

Angelo Meneghetti

Non sono felice ma tutto questo mi rende infelice…. di Gino Rannesi

GiulioGreco

Pubblico oggi questo intenso pezzo del nostro Gino Rannesi, detenuto a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros.

L’opera che accompagna il testo è una creazione di Giulio Greco.

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Fa freddo oggi… che puzza di muffa: è proprio strana questa puzza di muffa!

Che strana luce gialla, non ricordo una luce così in casa mia.

Sto sognando!

Dopo quattro mesi ho potuto effettuare un primo colloquio con mio figlio.

Nicholas e la sua mamma.

Si apre una porta, faccio il mio ingresso all’interno di una stanzetta predisposta a sala “colloqui”.

Che strana puzza di muffa, non ricordo una puzza così.

Ma sì, sto sognando ancora…

Al centro della “sala” una donna tiene un bambino per la mano. Con fare nervoso e visibilmente stanca, Francesca esclama: “ma ove c… ti hanno portato…?”. Nicholas, anche se stanco per il lungo viaggio affrontato, corre in braccio al suo papà: un lungo abbraccio ha fatto sì che quella stanzetta apparisse meno grigia. Per sdrammatizzare un po’, salutai Francesca in dialetto sardo: ite novas (come stai?). La risposta che ebbe a dire Francesca non la dico… ma non ha tutti i torti.

Alla fine del colloquio, quando il clima era più disteso, risalutai Francesca in dialetto sardo: a mezzus biere (arrivederci). Francesca: “Vedi di farti mandare via da questo posto, e anche alla svelta, sei troppo lontano…”.

Povere Donne, è sempre la stessa musica: “la storia sono gli uomini mentre le Donne gli stanno dietro con il secchio in mano…”. Si parla tanto di violenza sulle Donne, ma la verità è che noi uomini di questa violenza siamo tutti azionisti…

Qualche giorno fa ho conosciuto un tale. Il tizio in questione è stato tradotto a Badu e Carros da qualche mese. Questo non riesce a darsi pace: “questa non ci voleva, pensavo di avercela fatta.. ho voluto e lottato con tutte le mie forze per una vita quasi normale e tranquilla..”.

Il tizio ha già scontato 23 anni di galera, e nel carcere dove si trovava, prima di essere trasferito in questo posto, aveva già usufruito di qualche beneficio.

Questo è un inconveniente molto serio, gli dissi. E’ bene prenderne atto e, intanto, riflettere se sia possibile risolvere il problema. Sono del parere che, se arrivi a Badu e Carros, c’è un motivo: ti si vuole seppellire definitivamente. Qui, in questo posto, si ha la certezza che un ergastolano muoia senza poter vivere neanche un solo giorno di libertà… “la sua richiesta di permesso è inammissibile…”. (te la devi cantare!).

Questa storia dell’ergastolo ostativo ha rotto il cazzo.

I professionisti dell’ergastolo ostativo cambino registro. Basta!

“Visto l’art. 4 bis la richiesta è inammissibile…”.

E allora, dico io, perché ci sono dei magistrati che, forti della propri autonomia, trovano il modo di concedere permessi (anche premiali) a soggetti che, come me, sono stati condannati alla pena dell’ergastolo e che che hanno scontato dai 20 ai 30 anni di galera?

Forse che questi magistrati non sono preparati?

Forse che questi magistrati sono dei criminali?

“Visto l’art. 4 bis…” pare un buon modo per lavarsene le mani, un buon modo per non leggere la gravosa documentazione a sostegno della richiesta di permesso, ecc. 

Chi sostiene l’ergastolo ostativo, sostiene l’assurda legge della non speranza, senza rendersi conto che così facendo toglie la speranza anche a se stesso…

Tuttavia le persone zelanti che continuano a ritenere che per ottenere  l’ammissione ai benefici “te la devi cantare”, altro non vogliono che gli oppressi passano dalla parte degli oppressori per non essere oppressi.

Uomini di buona volontà: sapere e non agire è non sapere.

Uomini zelanti, vi consiglio di cambiare mestiere: “non giudicate con durezza per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati voi, e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi…”. (Gesù)

Gino Rannesi, Giugno 2004

Non sono stato capito… di Moncef Ziadi

capitos

Ogni testo che qui viene pubblicato ha sicuramente il suo perché.

Ma ci sono testi che ti entrano fin dentro le viscere.

Testi che ti scuotono dentro fino a farti male.

E se fanno male a te che leggi, comprendi come sia indescrivibile il male che hanno vissuto coloro che hanno vissuto i fatti che essi raccontano.

Storie come questa che leggerete, storie come quella di Moncef Ziadi, ci fanno capire fino in fondo come debba  essere destato e nutrito in noi il sentimento della Compassione. Non una pietà pelosa, ma la Compassione di chi è uomo tra gli uomini.

Moncef era una persona onesta, che veniva da un’infanzia dura, e che aveva fatto tanti sacrifici per trovare un lavoro, farsi una famiglia, costruire la sua esistenza. Qualcosa interviene a destabilizzarlo profondamente e a farlo sprofondare in un abisso, dove, a un certo momento, avviene l’irreparabile.

Ricorda che potevi esserci tu al posto di Moncef.

Ricorda che a volte basta un attimo per cadere..

Pensa a lui imprigionato da un senso di colpa infinito.

Allungagli la mano come a un fratello di sangue.

Io credo che sarebbe importante che Moncef Ziadi ricevesse tante lettere.

Credo che sentire intorno a sé la vicinanza di tanti potrebbe aiutarlo.

Vi lascio al testo dove lui racconta gli eventi tragici che lo hanno portato in carcere.

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“NON SONO STATO CAPITO”

Testimonianza di un detenuto nel carcere di Padova.

Correva l’anno 1997, a quell’epoca conobbi una ragazza che, dopo cinque anni, diventò mia moglie. Tutto andava liscio finché mia moglie rimase incinta.

Prima abitavamo a Brescia, poi abbiamo deciso di trasferirci in una località del mantovano dove abita tuttora la mia ex suocera. Il motivo del trasferimento era una scelta obbligatoria perché mia moglie è figlia unica e aveva bisogno dell’assistenza della mamma, così ci siamo trasferiti.

Nel 2002 nacque nostro figlio Omar. In quel momento pensavo di avere creato il mio piccolo regno felice, anche perché avevo tanto sofferto nella mia adolescenza in Tunisia.

In realtà la nostra vita divenne un inferno senza via d’uscita. La mia ex suocera diventa insopportabile, invadente, controllava tutto. Non capivo il motivo di questa possessività, non capivo il suo cambiamento. Quando abitavo a Brescia non era così nei miei confronti. Era spesso a casa mia, anche per motivi banali mi chiamava.

Dopo qualche mese mia moglie ha ripreso il suo lavoro. A quell’epoca io lavoravo nel settore dell’autotrasporto, quindi capitava di stare fuori di casa per diversi giorni. Non avevo dei tempi certi per il riposo. Un giorno, per motivi di salute, tornai a casa. Ero sicuro di trovare mia moglie. Ma non è stato così. Mia moglie aveva sostituito una collega.

Rientrando in casa trovai mia suocera. Dopo averla salutata, mi recai in doccia. Poi mi sono spostato in camera da letto per cambiarmi. In quel preciso momento accadde l’incredibile. Mia suocera entra con una scusa in camera da letto, ero semi nudo, mi prese alle spalle e mi baciò in bocca, rimasi freddo. Pensai che mia suocera aveva avuto un momento di debolezza, o era uscita pazza. Subito l’allontanai e le dissi: “Cosa stai combinando?”. La invito a lasciare casa e a non fare più queste porcherie e di non creare scompigli nella mia famiglia. Non ho raccontato nulla a mia moglie perché pensavo che quello che era successo non dovesse succedere mai più. In realtà era solo l’inizio.

Lei continuava a venire a casa ed io provavo un forte imbarazzo, perché l’avevo vista sempre come la mia mamma. Non avrei mai pensato a un gesto simile, anche perché era stata sempre gentile e disponibile, ma non riuscivo più a guardarla negli occhi. Mia moglie notava questo cambiamento e a volte ero brusco anche con lei, anche se, poverina, lei era la vittima.

Non riuscivo a raccontare il gesto di sua madre, primo per non metterle contro, e secondo per il motivo che avrei creato un’instabilità dentro la mia famiglia. Poi non mi sentivo di fare perdere la mamma a mia moglie. Era l’unica familiare che aveva, ma non riuscivo più a tenere un rapporto sincero con mia suocera, anche per il motivo che se ci avesse riprovato sarei caduto nella tentazione.

Allora, quando mia moglie mi chiedeva il motivo di questo cambiamento quando c’era la presenza di sua madre, le rispondevo con delle scuse, “tua madre vuole invadere la nostra casa” o “tua madre vuole gestirci e vuole comandare”. Mi inventavo di tutto per non farla venire quando io ero presente.

Mia moglie inizia a dirmi che ero cambiato. Pensava che avessi trovato un’altra donna e che volevo allontanarla da sua madre. A volte mi diceva che ero sempre legato alla mentalità araba, che volevo dominare tutto. Inizio a cadere in depressione profonda, dove non ho più controllo di me. Inizio a prendere degli psicofarmaci, inizio a bere bevande alcoliche, inizio a fare uso di stupefacenti, non capivo più nulla. Finché una sera stavo per fare un incidente mortale con il camion, così arrivo a perdere anche il lavoro e vado in crisi totale.

Cosa mi resta da fare?

Tento il suicidio. Per mia sfortuna riescono a salvarmi. Non riesco più a gestire la situazione familiare, anche per il motivo che ero pieno di psicofarmaci, alcool, ecc.

Non chiedevo aiuto a nessuno, per il motivo che non ero capito, non riesco a gestire più nulla.

Cerco di fare il gesto più sbagliato della mia vita. Racconto a mia moglie la storia di cosa era successo con sua mamma. Succede un finimondo, mi dice che volevo allontanarla da sua mamma. Perdo il controllo totale e in quel momento commetto un gesto terribile. Quello di uccidere di mia moglie. Il gesto più indegno che ho potuto fare nella mia vita. Ho ucciso la madre di mio figlio. Ho distrutto tutta la mia famiglia. Ho tolto una figlia a una mamma. Anche se ha avuto un comportamento non piacevole, dovevo capire che mia suocera doveva essere aiutata e non ci sono arrivato a portarla da un dottore. Ho sbagliato tutto. Se oggi ho ricevuto una condanna a trent’anni di reclusione, c’è un motivo. Ma con tutto questo, mia moglie non me la ridarà più nessuno. Non sarà più vicina a suo figlio, non sarà più vicina alla sua mamma. Spero che l’istituzione con questa condanna mi aiuti per un rinserimento, e per farmi capire cosa ho determinato, anche se sarà molto dura vedere un futuro e di essere seguito nonostante il sovraffollamento delle carceri.

Oggi faccio parte della Redazione di Ristretti Orizzonti, e inizio a farmi un esame di coscienza, grazie anceh alle testimonianze che sento raccontare dai miei compagni.

Voglio chiudere con il dire che la peggior condanna è di avere tolto la vita ad una persona, vivere tutti i giorni con la colpa di avere reso orfano mio figlio.

Ho distrutto tutto.

Padova Maggio 2014

Moncef Ziadi

“Ti amo” senza dirlo… di Giuseppe Barreca

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Pubblico oggi questo splendido pezzo che il nostro amico Giuseppe Barreca, detenuto a Spoleto, dedica alla moglie.

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Mi sembra così banale  dire “ti amo”, che sei bellissima, unica, perché sei molto di più, per me. Si dice sempre che i giorni senza il proprio amore non abbiano valore, che nulla abbia senso. E’ vero, il mio cuore senza di te batte lo stesso, ma fa male sapere  di non poterti essere accanto, non poterti stringere, coccolarti. Le strade, la vita, scorrono sempre, ma se le potessi far scorrere insieme a te sarebbe ancora più bello; diverso. Chissà perché certe cose non vanno mai come le si vogliono fare andare. E se fosse il desiderio di  regalarti un’esistenza migliore, un essere che vive la vita con una marcia in meno di quella giusta, ma che sia davvero una esperienza da togliere il fiato? Allora quale sarebbe la mia felicità? Vivere con te, accanto a te, sentire il tuo respiro, vivere le tue stesse emozioni, scandire l’inesorabile scorrere del tempo insieme a te. Sembra sdolcinato e patetico e forse lo è. Le cose razionali sono sempre quelle che ci sembrano più giuste ma per me dimenticarti sembra la cosa più stupida e assurda del mondo, perché il capriccio di un istante  si può trasformare in un amore incondizionato e profondo. Sì, il mio desiderio più grande è vedere me nei tuoi occhi e io te nei miei. So che non puoi capire. Quante volte ti ho sognata, quante volte ho immaginato di averti vicino a me, quante volte ho fantasticato di viverti attimo dopo attimo, di parlare con te, di ridere assieme a te, di essere la causa del tuo sorriso, già… sai, ho sempre avuto un debole per te. La prima volta che i nostri sguardi si sono incrociati ho pensato che stessi sognando e invece sei vera, perfetta in tutto e, in questo momento, lontano da me, anche tu stai respirando, forse stai sorridendo quel meraviglioso sorriso o stai ridendo quella tua bellissima risata.

Non lo so, ma pensare a cosa stai facendo mi fa sentire più vicino a te, mi fa sentire bene. Perdonami se sembro un po’ banale e ridicolo, ma ciò che scrivo è sincero, non dubitarne. Ti sembrerà un po’ presuntuoso da parte mia, ma tu sei tutto ciò che sono io e tutto ciò che scorre nelle mie vene e il solo pensiero di poterti parlare, forse mi fa venire la pelle d’oca, mi fa venire le farfalle nello stomaco.

Ma chi sono io per volerti solo per me? Chi sono io per volere essere diverso da tutti gli altri? Non lo so. Io sono solo e così sarò per sempre e ormai mi sono rassegnato al fatto che tu sarai nel mio cuore per sempre, anche se continuo ad essere lontano… e sai, ci sono così tante canzoni che vorrei dedicarti, così tante canzoni che mi ricordano di te. Ormai sono dipendente dalle tue sensazioni che provo pensando a te, pensando a quel tuo stupendo sorriso. Per questo ti adoro, anche per questo non smetterei mai di parlarti. Sì, mi basterebbe solo parlarti, mi basterebbe causare un tuo sorriso, incrociare il tuo sguardo. E, come vedi, non ho neanche detto.. “.. ti amo”..  perché sarebbe come ripetere tutto quello che ho scritto, perché sono solo quattro parole e guarda come io le ho scritte queste quattro parole!

Le nostre idee… le nostre menti

Giuseppe Barreca

(Casa Reclusione Spoleto)

 

 

 

 

 

Quando la pena si trasforma in vendetta… di Giuseppe Barreca

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Il 21 settembre pubblico pubblicati un post dove parlavo del permesso chiesto da Giuseppe Barreca -detenuto a Spoleto- per potere celebrare le nozze d’argento con la moglie. Permesso -inaspettatamente e dolorosamente negatogli (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/09/21/giuseppe-barreca-e-le-nozze-dargento-negate/).Giuseppe aveva una certa aspettativa positiva, perché, quando ha dovuto sostenere la seduta di laurea, gli venne concesso un permesso senza scorta.

Recentemente Giuseppe ci ha inviato questo suo testo, che credo sia nato anche dall’indignazione per questo rifiuto.

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E pensare che sono uscito dal carcere per un giorno per poi rientrarvi consapevole che sarà il luogo dove vi dovrò morire, considerata la spaventosa pena cui sono oggetto.

Ho la consapevolezza che il carcere è l’istituzione più sbagliata  non solo per me, ma anche per i tanti che oggi in carcere si nutrono solo di cultura. 

Quando la pena dunque si trasforma in vendetta le garanzie cessano la loro funzione per lasciare spazio alla prevaricazione più estrema. Credo di aver pagato un debito salatissimo con la giustizia. 24 di privazione. Una vita. Una assurdità. Un tempo senza tempo. Una follia nella sua essenza più assoluta. Un tempo che nel mio caso ha anche avuto taluni risvolti positivi e di cui ne sono fiero. 

Continuerò a combattere contro i mulini a vento immaginando, come l’intrepido Don Chisciotte, che siano coloro che continuano a perpetuare la mia già perpetua pena. 

Non mi fermerò davanti ai muri di gomma di turno.

Ho la certezza che da questa assurda follia ne uscirò, forse a pezzi e da sconfitto, ma ne uscirò. Sul polso sinistro interno ho tatuato (già dalla libertà) una frase che concettualizza e riassume un po’ la mia filosofia di vita: “NEVER GIVE UP” (non mollare mai). Continuerò a lottare inseguendo il sogno della libertà e non mollerò mai un solo attimo. Lo farò per qualcuno di molto speciale che ha bisogno delle mie carezze. Del mio amore. Del mio abbraccio. Del mio calore. Qualcuno che riesce a dirmi TI AMO forse senza amarmi, senza conoscermi, senza avermi mai vissuto, senza sfiorarmi, senza forse ricordarsi come sia il calore dei miei occhi, dei miei capelli, della mia pelle, senza sentire il mio cuore battere, senza conoscere il mio sorriso e forse il mio visto. A TE.

A VOLTE IO…

Anche se ti succede raramente,

a volte ti immergi nei pensieri,

rivivi la tua vita,

ripensi agli amori vissuti,

rischia di perdersi la tua mente,

e troppo grande ciò che provi,

tanto che ti prende, ti trascina,

in un vortice di dolore,

a stento trattieni il pianto,

per pudore, per non fare rumore.

Perché hai una parte da recitare,

che il destino ha stabilito,

quella del duro, forte e dannato.

E’ una sensazione che ti accompagna

per tutto il sonno,

ti lascia solo al mattino.

Ma non puoi cambiare la tua natura,

dentro, sei rimasto un bambino,

un idealista, un sognatore

timido, candido, puro.

Immacolato.

Ma non ti lasci andare,

è come una debolezza,

intima, interiore,

che non vuole far sapere,

per non scoprirti, denudare,

per uscire dalla solitudine

per la vittoria/ per l’amore/ per la vita 

-flash per Grazia e Nadia: siete sempre nel mio cuore affettuosamente.

 

 

 

 

 

Mia amatissima moglie… di Antonio Capasso

Cuore

L’11 marzo abbiamo conosciuto un nuovo amico del Blog, Antonio Capasso detenuto a Nuoro (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/03/11/un-nuovo-amico-ci-scrive-antonio-capasso/).

Oggi pubblico tre sue brani pieni di sentimento dedicati alla moglie.

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19  MAGGIO 2013

BUON COMPLEANNO AMORE MIO!

Mia amatissima moglie adorata: 

Quando al calar del giorno la notte prenderà l posto del dì e le miglie e miglie di stelle brilleranno nel firmamento, mi aggrapperò con forza alla luce di una delle tante e, salito al cielo tra gli spazi infiniti e senza tempo dell’universo, ti scriverò: “Amore mio, ti amo e ti amerò per sempre!”. La serenità e l’amorevolezza che ti hanno così accompagnata finora, siano sempre- sempre più grandiose! Oggi compi gli anni, e a guardarti, giovincella mia cara, non si direbbe… sei una donna super straordinaria… meravigliosa, non oso immaginare una vita senza te! Auguri di buon compleanno, tesoro e amore mio di moglie!

Con immutabile amore, tuo sempre affimatissimo marito.

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BUON ONOMASTICO TESORO MIO!

Amore mio di moglie amata:

Non potrei condividere con te questo giorno speciale del tuo onomastico, ma sappi però che ti sarò comunque vicino con il cuore… non riesco a trovare le parole in questo momento , quelle giuste, per esprimere tutto quello che rappresenti per me nella vita; sei una dolcissima presenza che riempie le mie giornate, questo sei per me.. Sei preziosa e insostituibile. Sei per me molto importante, lo sai! Sei ciò che di più bello mi potesse donare; grazie per tutto quello che fai per me, e non per me soltanto, sacrificamente…! Ci meritiamo l’amorevole eternità, perché i nostri cuori si amano all’unisono.. Con te trascorro istanti di armonia e felicità. Ad ogni momento  imparo ad essere più che riconoscente e grato. Sono l’uomo più felice del mondo, perché ho te al mio fianco che mi ami e mi coccoli con il tuo amore… sono super orgoglioso e fiero di averti sposato. Grazie… grazie ancora per il tuo amore, per la tua pazienza e la tua complicità affettiva che costantemente e sempre mi manifesti! Pertanto nel giorno del tuo onomastico, è con grande gaiezza e delizia che ti elogio amorevoli auguroni accompagnato da un regalo colmo d’amore e fierezza! Ti amo da vivere. Buon onomastico tesoro mio!

Con tutta l’autorevolezza che posso, tuo adorato marito.

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MESSAGGIO D’AMORE PER LA MIA ADORATA!

IL CUORE MIO ALLA MIA CARA MOGLIE:

Non devo aspettare “San Valentino – festa degli innamorati” per dirti che ti amo più della mia stessa vita! Se è vero che l’amore è fonte di ogni felicità, l’amore che ho per e mi ha reso l’uomo più felice del mondo. Il 14 febbraio è ancora lontano, ma non così lontano da non dichiararti che sei l’unica donna che avrà sempre un posto di primo piano nella mia vita. E’ impossibile esprimere con la penna tutto l’amore che provo per te. Spero comunque, faccia parte delle tue sensazioni più profonde! Perdonami se non sono sempre quello che tu vorresti. Una cosa però è certa… “sono profondamente innamorato di te!”. Anche il mare diventa una goccia se lo paragono all’amore che provo per te. Mi manca il tuo camminare sicuro al mio fianco. Mi mancano il tuo viso angelico, le tue mani di fata, gli occhi bellissimi. Mi manca quel lieve sorriso  che mi infonde serenità. Ogni cosa che mi circonda mi parla di te. Spero che per “San Valentino” tornerai a prendere quel mio pensiero d’amore che già ti ho comprato da tempo! Non preoccuparti, il mio amore per te non è il capriccio di un momento, bensì la sicurezza di avere trovato una persona che mi farà felice per la vita! Sento già che il tuo amore sarà la coperta che riscalderà il mio inverno e la mia gaiezza che rallegrerà la mia estate. Già da ora ti auguro “buon San Valentino”, amore mio di moglie adorata! Un baciottolone calorosissimo! Te lo meriti davvero! 

Con profonda gratitudine e perenne amorosità, tuo offimo caro marito.

Tonino Capasso

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