Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera dei detenuti di Carinola all’Unione Camere Penali

Rap.

Pubblico oggi questa lettera firmata da TUTTI i detenuti del carcere di Carinola e inviata all’Unione delle Camere Penali.

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UNIONE CAMERE PENALI

P.C. Garante Diritti Detenuti Campania Dott.ssa A. Tocco

Avere letto sui giornali dello sciopero della camera penale di S.M. Capua Vetere ci fa ben sperare che la classe forense si sia resa conto che è arrivato il momento di adoperarsi per far sì che la detenzione, possa diventare meno avvilente e meno offensiva della dignità delle persone detenute, sarebbe ora che si adoperasse per far cessare la tortura legalizzata all’interno delle carceri campane.

Il termine tortura legalizzata è un ossimoro. La tortura non può essere mai legalizzata, né volontariamente inflitta. La tortura di cui parliamo è quella che nasce da quelle pratiche che portano ognuno a compiere la sua parte di dovere funzionale, il cui esito finale sfugge al singolo, ma nell’insieme realizza un travalicamento dei limiti del dovere.

Un modo di operare che realizza non lo Stato di Diritto, non il giusto governo della legge e della regola penitenziaria, ma lo stato di arbitrio, che permette di usare le leggi sempre contro, allo scopo di togliere sempre un pezzo di libertà e di dignità in più, non solo alle persone detenute, ma anche a quegli operatori che credono, prima di tutto e soprattutto nella legge, prima fra tutte la Costituzione.

In un sistema dove l’autorità non si conquista con la capacità di educare le proprie pulsioni prevaricatrici, ma da quelle spinte che tendono a sopraffare l’altro. Questo modo di operare oggi è diventato la normalità, che si è trasformata in normativa, che a sua volta si è fatta regola, una regola non sempre frutto di volontà persecutorie, ma sempre, tuttavia, dettata dal desiderio di dimostrare un’onnipotenza che fa gonfiare il petto di soddisfazione anche nel negare il giusto, il dovuto e persino ciò che sarebbe imposto dalla legge.

Tutto questo rappresenta, soprattutto per gli ergastolani, il fallimento dello Stato di Diritto e della stessa democrazia, perché un Paese che vuol definirsi civile deve condannare chiunque commette un reato, ma non può applicare una pena che diventi capitale, attraverso l’ostatività ai benefici penitenziari nei confronti di alcune categorie di autori di reati.

Uno Stato che, in base al reato d’autore di nazista memoria, nega i principi di Giustizia che si è dato, fa diventare gli ergastolani stranieri alle leggi e a se stessi e questo non consente loro di sfuggire alla stretta schiacciante di una detenzione disumana, capace di fare apparire la vita peggiore della morte.

Esimi avvocati, sapete bene che l’ergastolo, alle condizioni in cui si sconta oggi, soprattutto negli istituti campani, è una oltraggiosa violenza che fa diventare il suicidio non più una questione di scelta ma di necessità, in quanto resta l’unica risposta possibile per liberare se stessi e i propri affetti da una pena che non finirà mai.

Quando qualcuno di noi si lega un cappio al collo, non lo fa perché affetto da una turba psichica che ne segue l’inesorabile sorte. Noi, come i condannati a morte, lo facciamo quando veniamo dati in pasto ad un potere tutto umano che ha perso ogni senso di umanità, che, senza giustificazioni, ci allontana dal bene più prezioso di cui disponiamo, la famiglia, che rappresenta l’unico vero antidoto con i suicidi, per spingerci nel tunnel di una disperazione che uccide in noi la speranza e la volontà di vivere.

Un potere tutto umano che ha perso ogni senso dei doveri e indifferente ai valori giuridici che ci costringe a pagare le nostre colpe, ma è ben lontano dall’assolvere nel rispetto del senso di umanità e della funzione rieducativa della pena, principi previsti dalla Costituzione, infatti se non si collabora con la giustizia, oggi si è ritenuti per definizione pericolosi anche dopo 30/40 anni di detenzione e le istanze per l’ottenimento delle misure alternative vengono dichiarate tutte inammissibili.

Ritenere la delazione come unico criterio di valutazione del ravvedimento, significa essere andati oltre l’inaccettabile dialettica tra norma e stato di eccezione, siamo di fronte all’obbedienza a qualcosa di illegale ed illogico, utile soltanto a consentire il potere discrezionale di negare, in alcuni distretti giudiziari, e tra questi quelli campani, quel po’ che consentono le norme in vigore e che in altri distretti rappresenta la regola.

E’ su questi aspetti che la classe forense, soprattutto campana, dovrebbe prendere una seria posizione, per porsi come argine a quelle prassi e interpretazioni che, nel negare tutto, oltraggiano i principi costituzionali sulla funzione rieducativa della pena e sui diritti irrinunciabili e inalienabili di tutti i condannati, in quanto persone.

Recentemente il Presidente della Repubblica ha usato parole veramente forti sullo stato della giustizia e delle carceri nel nostro Paese, il ministro della Giustizia, all’apertura dell’anno giudiziario, ha affermato che: “il carcere è una tortura più di quanto sia la detenzione che deve portare alla rieducazione”.

Da tempo parole simili avremmo voluto sentirle pronunziare, con la forza necessaria, a Voi avvocati, che sapete bene quanto le prassi adottate nei tribunali di sorveglianza e all’interno delle carceri si discostano dalla legge scritta.

La nostra speranza è che vi rendiate conto che il vostro silenzio è diventato assordante, non foss’altro in difesa del vostro uolo, anche perché abbiamo un apparato normativo che, se correttamente applicato, consentirebbe di concepire il carcere come luogo penoso sì, però pieno di garanzie di diritti.

Esimi avvocati, se non ora, quando vi riapproprierete della dignità del vostro ruolo?

GLI ERGASTOLANI IN LOTTA PER LA VITA DI CARINOLA

Ultima ratio… di Salvatore Diaccioli

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Salvatore Diaccioli -da poco trasferito dal carcere di Carinola a quello di Sulmona, dove, a quanto raccontano lui e gli altri detenuti (tra quelli della sezione AS1 di Carinola recentemente smantellata) si sta anche peggio che a Carinola. ci ha inviata questo testo sul tema dell’ergastolo ostativo.

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Quando eravamo fuori, anni fa, lamentavamo la mancanza di tempo. Oggi del tempo ne abbiamo a sufficienza per parlare, per raccontare, per analizzare le problematiche situazioni di noi detenuti e cercare, collettivamente, di risolverli, ma il nostro lottare, pacificamente, ci porta sempre a scontrarci con barriere architettoniche “trasparenti”  e allo stesso tempo difficili da abbattere, anche perché ai nostri governanti fa comodo che le cose vadano avanti così. Questo avviene per un loro interesse, come è interesse di chi gestisce il “macrocosmo carcere”. Tutto viene preso e interpretato con molta superficialità. Nessuno, dalle sedi citate, ha intenzione di migliorare il pianeta carcere.

Noi detenuti, per taluni politici, siamo un’ambrosia di denaro pubblico. Tante volte non riusciamo a capire: perché i cittadini, che sono e rappresentano la sovranità di un Paese, non si ribellano a tutti questi contributi che sono obbligati a versare allo Stato per l’utilizzo di cose inutili e non per fare progredire il Paese che necessita di un grande rinnovamento?

Noi detenuti per la società siamo definiti il male peggiore, ma con fermezza e determinazione  possiamo dire: <<che così non è, sbagliare è da persone imperfette, perseverare è diabolico>>.

Noi ci consideriamo carcerati, reclusi, detenuti e internati. Cioè, persone non considerate dalla società. A nessuno importa se molti di noi abbia, durante questi 20-30 anni di carcere, perfezionato il suo essere o che si sia veramente ravveduto per essere accettato dalla società. Molti di noi si sono ravveduti per essere acquisiti da quella società che si definisce per bene, ma ugualmente ci sentiamo reietti e abbandonati. Siamo infelici della nostra esistenza contrastata, incompresa, incapaci di non riuscire far sentire alle persone, alla società, la nostra voce come vorremmo. Ma come tutti i cittadini paghiamo pene di un sistema mal funzionante. Abbiamo sempre tentato e, continuiamo a farlo, di avere una riabilitazione, ma sempre senza successo e, intanto, il tempo passa inesorabile  e consolida l’atteggiamento di pacata rassegnazione che sempre di più ci pervade.

Certo, come persone ristrette e con un <<fine pena mai, ostativo>>, per colpa di quel famigerato 4 bis siamo irrequieti, non riusciamo  a convincerci che  la nostra esistenza finisca dentro un carcere. Non riusciamo a capire il perché, dopo tanti anni di pena espiata, avvenuta con la giusta oculatezza, come così la legge obbliga, ci venga negata la possibilità di dimostrare, a chi ci ha seguito (riferimento agli operatori penitenziari dell’area pedagogica), che la loro rieducazione ci è stata di grande aiuto per un accurato reinserimento. La stessa nostra Costituzione garantisce il diritto alla dignità del condannato e la sua rieducazione attraverso un percorso pedagogico. Perché ci viene negato di dimostrare, dopo un lungo e travagliato percorso rieducativo, che uscire dal carcere dopo una lunga detenzione la riabilitazione può essere positiva?

Le più recenti ricerche hanno dimostrato che il nostro sistema di neuroni non è fisso e immutabile, ma è plastico e si rinnova. Fino a pochi anni fa si pensava che con il tempo aumentassero solo le sinapsi, i collegamenti tra neuroni. Oggi si è scoperto, invece, che il cervello è dotato di cellule staminali proprie, e dunque si rigenera. Quindi anatomicamente il  nostro cervello può rinnovarsi. In effetti ognuno di noi può sperimentare come il suo modo di pensare e sentire non sia lo stesso di dieci anni prima; ma il ragionamento ha ben più forti implicazioni a livello della giustizia, perché il detenuto non è la stessa persona condannata a 20 anni prima.

Ecco! Se la scienza stessa dichiara che la chiunque persona dopo 20-30 anni non è più la stessa. Tesi rafforzata, anche se in un modo diverso, attraverso le sintesi dell’area pedagogica. Allora, perché ancora la magistratura di sorveglianza si ostina a non prendere in considerazione tutte questi ricerche scientifiche. Come possiamo, noi detenuti, dimostrare il nostro ravvedimento se non possiamo avere un’altra occasione? Perché la nostra pena “ostativa”, viene fatta  oggetto di differenziamento da altri detenuti. Come può ravvedersi il detenuto di media sicurezza così vale anche per noi detenuti ostativi. Non si può portare per sempre questa tipologia di differenziazione. Noi, se pur detenuti siamo italiani e fino a prova contraria ci appelliamo, chiediamo, pretendiamo di essere riconosciuti tale, in rispetto a quello che hanno scritto i nostri (Saggi Padri Costituenti) nell’art. 27 della Costituzione. Calpestare la nostra Costituzione non può essere fatto da membri che rappresentano il popolo italiano>>.

Tutte le volte che sento dire che l’Italia è la promotrice della moratoria inviata a tutte le nazioni del mondo per l’abrogazione della pena di morte. Non posso fare a meno di sorridere: sorrido con “sarcasmo” perché non posso fare a meno di farlo. Ma è anche vero che, sebbene da parecchio è stata abolita dal codice penale, ancora nel  nostro Paese la pena di morte esiste. E’ una pena di morte “mascherata”, si chiama ergastolo ostativo. La cosa che la distingue dalla prima è che quest’ultima non è immediata, ma arriva con una malattia, con un suicidio, perché stanco di sopportazione o per morte dell’Onnipotente. Insomma è un’agonia continua, giorno per giorno, fino a quando stanco, sofferente, vecchio e per giunta malato non arrivi in “The End”, cioè alla fine della tua esistenza.

Crediamo che molti dovrebbero domandarsi questo: <<In un Paese democratico, civile e umanitario come il nostro, si continui ancora a tenere le persone in carcere con una pena che ogni giorno fa morire. L’ergastolo ostativo si chiama “pena di morte mascherata”>>, perché in realtà è un modo per sopprimere la vita senza che ci sia stata esecuzione della pena di  morte, perché il carcere non è più un’Istituzione, ma qualcuno che sperimenta su di te una lenta agonia, giorno dopo giorno, fino alla fine dell’esistenza. Che non è pena di morte è scontato, ma è anche vero che un “fine pena mai ostativo” è più che una pena di morte; è una pena di morte prolungata nel tempo. Questo ancora una volta dimostra: <<Che la nostra è una società che premia l’omologazione standard di vita considerata universalmente positiva ed emargina chiunque vada controcorrente o sembri diverso. Tutto questo induce a pensare: <<Ma siamo veramente un paese cattolico? O è solo apparenza?>>. Io ho come l’impressione che dentro ognuno di noi c’è più laicità che principi cattolici. Ribadisco questo  pensiero, perché se realmente fossimo, come ci definiamo -cattolici- saremmo più tolleranti e non ci sporcheremmo certo di prevaricazione.

“L’Uomo dei Sogni”

Salvatore Diaccioli

A Sulmona non possiamo neanche comprare la farina.. lettera di Giuseppe Casciola

Farinas

Recentemente anche la sezione AS1 del carcere di Carinola è stata smantellata.

I detenuti di quella sezione sono stati trasferiti, e molti sono stati “spediti” a Sulmona. Le prime impressioni che ci stanno giungendo sono pessime.

In questa lettera Giuseppe Casciola racconta una situazione surreale dove, a quanto dice, non si può comprare neanche la farina. 

Effettivamente un elemento pericolosissimo!

Un’arma davvero infida.. ve l’immaginate la farina negli occhi?

Un carcere all’avanguardia nella tutela della sicurezza.

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Da Carinola tutti i detenuti siamo stati trasferiti in massa a Sulmona, pensando che un carcere come Sulmona ci potesse dare delle prospettive migliori per un futuro migliore per noi e le nostre famiglie.

Invece siamo tornati 24 anni indietro da tutti i punti di vista.. sorveglianza, direzione, operatori penitenziari. Non pensavo ci fosse di peggio di Carinola. Ma c’è ancora di peggio di Carinola, Sulmona. Non riesco a capire come il D.A.P. e con quale criterio fanno i trasferimenti. Qui ci sono persone che erano iscritti all’università, e che avevano pagato l’anno di iscrizione e dovevano dare l’esame nel mese di luglio, e che adesso hanno dei problemi. Qui  a Sulmona non c’è nessun polo universitario.

Io e tanti altri dipingevamo. Ora la pittura è solo un ricordo del passato, perché a Sulmona non si può dipingere in cella, e la sala hobby è solo per poche persone. Nessuno può più fare hobby, ma solo stare in cella a oziare. Anche la tv qui è un lusso. La tengono incassata dentro un vetro blindato. I canali sono solo 10. Non c’è un canale musicale, non ci sono tutti i canali mediaset, e locali.  Ci privano di qualsiasi cosa.

(…)

Ti dico l’ultima cosa. Ieri mattina al passeggio l’ispettore responsabile del reparto a un detenuto che ha chiesto “ma la farina perché non ce la fate comprare?”, ha risposto “la farina ve la potete dimenticare. Qui non si compra, ordine del ministero”. Ma solo per Sulmona il ministero ha fatto una ordinanza? Ma siamo in una Repubblica a parte? Sulmona non fa parte dello stato italiano? Perché in tutte le carceri italiane si acquista la farina e invece a Sulmona non ci possiamo fare un dolce, né una focaccia, né una pizza. Ci privano di un bene primario, la farina. Forse per loro che non hanno la capacità di fare una torta o una pizza, a farina non è importante. Per noi è una cosa per tenerci occupati, per mangiare qualcosa di diverso. E ci hanno privati anche di questo. 

Il mio sciopero continua. Ho già perso più di 10 kg e nessuno mi chiama. Io vado avanti per la mia strada, per ottenere un mio sacrosanto diritto sono pronto a morire. Io non ho mai chiesto ciò che non mi spetta, ma solo ciò che mi spetta.

(…)

25.06.13

Giuseppe Casciola

Anche a Sulmona ergastolani in cella doppia

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Salvatore Diaccioli -il cui bel nome d’arte è “L’uomo dei Sogni”, è uno dei detenuti trasferiti dal carcere di Carinola -dopo lo smantellamento della locale sezione AS1- a quello di Sulmona.

Dopo essere stati per anni in uno squallido carcere dormitorio, quale è il carcere di Carinola, questi detenuti speravano di essere trasferiti in un carcere che sia almeno degno dei “diritti del cane”.

Invece, quelli arrivati a Sulmona, hanno trovato che anche in questo carcere è attuata pratica illegale di costringere gli ergastolani a stare due in cella, mentre la legge prevede il diritto dell’ergastolano a stare in cella singola (vedi art. 22 codice penale).

E’ anche vero che le carceri stanno attuando disposizioni del D.A.P… quindi il problema è “di sistema”. Il D.A.P. magari dirà che non ci sono soldi.. Il governo dirà che il debito pubblico italiano ecc… E il discorso ci porterebbe fino al cuore di tenebra dell’attuale sistema economico-sociale dove gli Stati hanno perso la sovranità monetaria, e sono sotto la dittatura delle grandi banche d’affari.

Ma, a prescindere, due ergastolani non possono stare nella stessa cella. Se non si riesce a garantire questo essenziale diritto umano dell’ergastolano lo si assegni ad altre “strategie detentive”.

Ma non può essere accettato che una persona che rischia di stare tutta la vita in carcere, non abbia neanche il diritto ad un suo personale spazio privato.

Di seguito pubblico un estratto della lettera che ci ha inviato Salvatore Diaccioli.

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Se non l’hai ancora capito, sono “L’uomo dei sogni”.

L’Uomo dei Sogni che il D.A.P., con le sue imposizioni, senza che ne abbia il diritto, vuole annientare, ma non ci riuscirà, come non c’è riuscito l’ “Assassino dei sogni”.

Io sono un Uomo Ombra e sino quando lo sarò non smetterò mai di combattere gli abusi che i vari organi giudiziari commettono verso di noi ergastolani ostativi.

Adesso anche il D.A.P. si sta vestendo d’autorità, ma questo sta avvenendo da quantdo si

Che io sappia il D.A.P. non ha quella autorità di calpestare, con stupide motivazioni, quelle che sono le leggi vigenti nel nostro Paese.

Il D.A.P. ha solo la facoltà e l’autorità di trasferirmi da destra a sinistra, dal basso Sud al Nord. Può concedere trasferimenti o rigettarli. Insomma, può tanto meno quello di ignorare un mio diritto e, come bene dice la nostra Costituzione, le leggi sono fatte  per essere eseguite e non ignorate. L’art. 22 del codice penale cita questro breve e semplice paragrafo: “La pena dell’ergastolo è perpetua, ed è scontato in uno degli stabilimenti a ciò destinati: con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno”. Questo vuol dire che io ergastolano devo pernottare in cella singola.

Quando sono arrivato nel carcere di Sulmona ho preteso di avere la cella singola. Mi viene detto da un ispettore che in carcere non ci sono celle singole. Allora ho espresso che fossi portato in isolamento, perché in cella non mi metto con nessuno. Io rispondo: “guardi, mi faccia inserire nel cortile e lei ordina al suo subalterno del muro di cinta di fucilarmi così la facciamo finita e non se ne parla più. Mi alzo e vado via. Quella sera mi fanno dormire in cella singola al reparto d’infermieria.  L’indomani mi portano in una sezione, che era stata ristrutturata. Dopo di me sono arrivati altri detenuti, di cui tre di essi, avedo chiesto anche loro la cella singola, sono stati portati, la sera che siamo arrivati, in infermieria, anche loro in cella singola.

Allo stato attuale, sono ancora in cella singola, ma la cosa non sarà in eterno. Perché il Coordinato di reparto (Ispettore) mi ha riferito che la Direzione ha informato il D.A.P. e il D.A.P. ha risposto che dal momento che c’è il sovraffollamento, devono venire meno all’art. 22 del codice penale. Però, fino a quando non servono i posti, ci lasceranno da soli.

Tanti sono partiti da Carinola, con la determinazione di pretendere, in base alle leggi vigenti, la cella singola, ma appena sono arrivati qui, hanno cambiaato idea. Allo stato attuale, siamo in quattro quelli che abbiamo la cella singola. Tutto queto per dirti, amico mio, che le cose, invece di migliorare, come lo stesso Direttore ha dichiarato, peggiorano e nessuno se ne cura.

Il D.A.P. invece di inventare scuse per costringerci  a stare in due in una cella di appena 8 metri quadri, perché non sospende l’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Così facendo, molti di noi che sono in carcere  da oltre 20 -30 anni, possiamo usufruire dei permessi, dei benefici di legge e perché  no, magari molti acquisterebbero la libertà dal momento cche siamo oltre gli anni della condizionale. Ecco come potrebbe diminuire il sovraffollamento, che poi questo sovraffollamento in AS l’ha creato lo stesso D.A.P. con la declassificazione di tanti istituti  di pena. E non è vero che hanno rivoluzionato tanti istituti solo per fare vivere meglio i detenuti. E’ veramente una bufala.

Io come personale testimonianza posso dire che mi ha molto danneggiato. Ero al quarto anno di ragioneria. Qui questa materia non esiste, come non esistono tante altre cose.

(…)

La mia nuova cella… di Salvatore Diaccioli

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Salvatore Diaccioli è stato trasferito dal carcere di Carinola a quello di Sulmona.

Ci ha inviato questo testo.. dove ci descrive la sua… cella.

P.S: quando ci sono alcuni puntini tra le parole è perché non comprendevo che parola c’era scritta tra le due.

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La Cella

Una grande finestra  a due ante occupa parte della parete frontale, è senz’altro la prima cosa che si nota entrando, anche perché tutta la cella pare raccogliersi attorno. La cella si trova su uno stabile di tre piani e dalla finestra con l’inferriata ma senza grazia, si può vedee un bellissimo e suggestivo panorama: enormi montagne tutte piene di vegetazione, colorano tutto questo bel vedere. Sembra, talmente appaiono vicini, di poterli toccare con le mani. Ai piccoli di queste montuose montagne ci sono dei piccoli paesini sparsi gli uni distanti dagli altri, per cui la sera, con la luce accesa, è come se si stesse ammirando dei presepi di enormi dimensioni. Guardare da questa finestra senza che ci sia la grata o meglio, la grata c’era, ma qualcuno è riuscito a toglierla, ed è meglio così, almeno si ha una visualità libera ed affascinante.

La cella ha queste caratteristiche, altre quelle appena descritte dalla finestra:

Si entra in cella attraverso il solito cancello di ferro battuto, ma prima ancora del cello c’è una masiccia porta di ferro con un bacchettone di dimensioni di cm 30 x 15. Questa massiccia porta, che noi detenuti chiamiamo blindo, viene aperta alla mattina alle 4 o 4,30 e chiusa la sera alle ore 23 in inverno; in estate, non avendo ancora preso visione del regolamento interno  non sa l’orario.

Sopra il cancello c’è una cassa metallica, con vetro antisfondamento dove c’è la TV. La TV ha sincronizzati solo……….  e possono essere gestiti astrattamento una tastiera incastonata nel telaio di ferro del cancello. Su questa tastiera puoi spegnere o accendere la TV, puoi regolare la voce e i programmi. Se vuoi puoi comprare il telecomando tramite il modulo 43 del sopravvitto, costo 14 euro più 4 batterie da 5,25 euro. So cosa state pensando. Una speculazione ma per “Eccellenza il carcere è speculazione”.

Oppure si entra in una cella, nella parete che è installato il cancello ci sono attaccati a muro e rialzati da 30 cm da terra de stipetti, che noi chiamiamo…., che hanno una dimensione di cm 35 x 50 uno sopra l’altro.

Sulla parete destra ci sono, sempre attaccati al muro e rialzati dal pavimento, altri due stipttei di dimensione più grandi cm 50 x 120, una dopo l’altro. Subito dopo il letto a castello di due pasti. Il materasso è di spugna scadente e si usura molto prima di un materasso normale. L’attuale che c’è in cella è scaduto da oltre cinque anni, ed è come se si dormissse sulla branda, non avendo pià la consistenza del peso… Le coperte sono da buttare; sì e no 20 anni che girano in questo istituto, sono tutte… e hanno pure un maleodore, e qualcuna è pure rosicchiata dai topi. Chi dorme al primo piano del letto non può guardare la TV, almeno che non … il materasso fuori dalla branda, in compenso, però, può usufruire di una lampada incassata nel muro, che credo sia stata…. per leggere senza creare disturbo al compagno di cella, solo che chi ha avuto questa idea doveva essere un “imbecille”, perché quella non è una piccola lampada, ma assomiglia a un fuso di una macchina 500, che non funziona, è un bene.

Sotto la finestra c’è un termosifone. Sulla parete sinistra c’è un tavolo e la pasta.. legno. La camada di pernottamento è comoda, per.. penso, diventa stretta se ci devono convivere due persone e poco giusta 24 ore su 24, la camera misura all’incirca 40 cm, sia le pareti che il pavimento sono di color giallo canarino, le porte e le finestre colore verde vescica.

Il.. bagno oltre al water ha un lavello e sopra il lavello rialzato da terra di appena 40 cm, una finestra di 25 cm quadrati e un tavolo. Anche nel vano bagno c’è un termosifone. Il pavimento e i muri hanno la stessa tinta della camera di pernottamento, tutti i servizi sono di porcellana bianca, misurano 4 metri quadrati.

COMMENTO

Non ho mai avuto una stanza tutta per me. Quano ero in collegio dividevo la camerata con 15 bambini. Da ragazzo ho vissuto per circa un anno con ragazzi molto più grandi di me (figliastri di mio padre), in una stanza appena più grande di questa cella.

Adesso che posso avere una cella tutta per me, dal momento che l’art. 22 del codice penale me la impone, mi viene negata dal D.A.P. Con questa fortuna che porto sulle spalle, ho come l’impressione che  pure il mio loculo dovrò dividerlo con qualcuno.

“L’ Uomo dei Sogni”      Diaccioli Salvatore

Sulmona   10 giugno 2013

Ancora un volo verso la nuova meta… di Giovanni Zito

caval volo

Nei primi tempi del Blog il nostro Giovanni Zito era detenuto a Voghera.

Poi fu trasferito a Carinola.

E da pochissimo è stato trasferito a Padova.

Questo è un testo che racconta di questo nuovo “passaggio” nella vita di Giovanni Zito.

Un testo che risuona del suo temperamento.

Un ringraziamento a Maria Tavino che ci ha inviato il testo.

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Ancora un volo verso la nuova meta

Questa volta sono andato in aereo, destinazione:Padova. Tutto bene.

Davanti alla mia finestra c’è un piccolo prato, qualche albero vecchio come lo sono io.

Sembra l‘Isola dei Gabbiani; non ho mai visto in vita mia tutti questi volatili!

Mi sa che sono più dei detenuti…

uccelli liberi che vivono nel carcere, sono la follia pura …ed io che voglio volare via da questo posto, non riesco!

Il bello di tutto questo è che lo scrivo per voi così anche” la bella società”  sa cosa fanno gli ergastolani ostativi:  tutti i giorni aspettano non di uscire dal calvario, ma di essere trasferiti in continuazione come un carico senza destinazione. A volte credo che se avessero costruito un carcere sulla luna io sarei destinato lassù, ma tanto poi diranno che forse potrei avere contatti con gli alieni come ET.

Non capiscono che gli extraterrestri siamo noi stessi nella metamorfosi del tempo che scorre nelle nostre vene. Però sono sempre più convinto che io sarò libero quando si capirà che su Marte esiste una probabilità di vita,ma tanto io non vado da nessuna parte, rimango in volo come i gabbiani di questo  carcere che sfidano il cielo ogni giorno.

Sì lo so, io scherzo sempre, ma intanto io qui vivo usando le battute, ridendo, scherzando,   e  sembra tutto così carino  vero ? Ma pensa se io ti cambiassi la prospettiva del mio spiegare con questa formula di parole come dire al cimitero ci si va per visitare i morti, gli portano i fiori… A me non mi fanno “visita” ma mi danno da mangiare per morire piano piano…Che bellezza, vero?

Ma io li faccio soffrire, credetemi sulla parola, perché sono forte fisicamente, non sono tanto lucido nella mente, ma il resto funziona benissimo.

Cosa volete sapere di più, già sono stanco di scrivere…vediamo un po’…Ah, sì..

Io amo le mie donne, sono quelle persone che ti danno senza chiedere nulla in cambio,  sono donne di carattere forte sincere e sanno amare oltre ogni limite.

Non sono fortunato, ma sto bene nel benessere che mi danno, perché ogni lettera che scrivono ad un uomo come me è un andare verso un mare aperto dove le piccole onde sembrano amanti, dondolandosi nei pensieri profumati di un ricordo.

Così concludo, io sono sempre lo stesso, quello di sempre, Giovanni Zito.

Vi lascio in questa giornata di sole perché ho scritto ciò che volevo in quanto sono “Libero” con la penna.

Vi abbraccio a chi legge sul blog.

Da un diavolo che ama ancora, perché in fondo sono straniero nella vostra casa.

Grazie a tutti.

Buona vita amici.

Domande a Sebastiano Milazzo

Interviste-metodi

Già il 9 gennaio pubblicai una intervista fatta al nostro Sebastiano Milazzo, detenuto a Carinola (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/01/09/intervista-a-sebastiano-milazzo/).

Oggi ne pubblico un’altra, fatta da un ragazzo di 24 anni.

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Di Eduardo Lupi, 24 anni, laureato in lettere classiche e storia antica

-Saresti favorevole alla pena di morte?

Una pena destinata a non finire mai è più crudele della pena di morte, tant’è che centinaia di ergastolani hanno chiesto al Presidente Napolitano di ripristinare la pena di morte, perché preferiremmo avere concesso il diritto alla morte immediata come facoltà cosciente, per liberarci da una pena destinata a non finire mai. Prova ne sia che non di rado capita che qualcuno di noi cede e si lega un cappio al collo e quando qualcuno si lascia cadere dalle sbarre della cella con un cappio al collo, non lo fa perché rifiuta la vita e nemmeno perché è affetto da una turbe psichica che ne segue l’inesorabile sorte, lo fa quando entra nel tunnel di una disperazione che uccide la speranza e la volontà di vivere. Solo allora valuta attentamente l’ipotesi del suicidio, perché l’ergastolano, come il condannato a morte, di fronte al’assenza di prospettiva che imprigiona anche i propri affetti, finisce per considerarlo non più una questione di scelta, ma di necessità, visto che resta l’unico modo per liberare anche loro dalla propria condizione. Per un ergastolano che vive una agonia capace di fargli apparire la vita peggiore della morte, il suicidio rappresenta la sua fame e la sua sete di giustizia e resistere all’istinto di farla finita appare quasi un atto di eroismo.

-Credete nell’amore?

L’amore, nella detenzione, finisce per essere l’unica forza che fa superare gli inevitabili momenti di scoramento, perché è una forza che on accetta niente delle idee sbagliate degli altri, né leggi, né regole morali. L’amor fa sì che tutto ciò che si fa e si prova in carcere non appaia circondato dal nulla; solo l’amore che si riesce a dare e a provare fa rendere conto veramente che l’uomo può essere di successo, possedere beni infiniti, persino avere la libertà, ma può essere ugualmente smarrito e infelice e questo perché quando si ama la paura del carcere si muta in coraggio, il vuoto si muta in pienezza e la distanza in intimità.

-Secondo voi è utile come pena deterrente l’ergastolo ostativo?

E’ dimostrato scientificamente che non è gravità della pena che dissuade dal reato. Negli stati dove è in vigore la pena di morte la percentuale dei delitti è di gran lunga superiore di dove le sue pene sono più miti. L’ergastolo ostativo dovrebbe essere considerato soltanto una pena che ripugna al senso di umanità di ogni persona perché è un esemplare manifestazione di brutalità dello Stato. Una pena che non tiene conto che dietro ad ogni reato c’è un individuo irripetibile d’anima e di carne, dunque con responsabilità o sensibilità diverse, con specifiche colpe, volontà o capacità di ravvedimento.

Una esemplare manifestazione di brutalità dello Stato che induce il carcere a rifiutare persino di conoscere il condannato, per escludere  la persona dal percorso rieducativo.

Un carcere che rifiuta di conoscere le persone che tiene sotto il proprio controllo, dovrebbe avere almeno il buongusto di chiamarsi “cimitero” della logica e del Diritto, lasciando perdere la demagogia sulla efficacia deterrente e sconfessando l’inutile alibi che il carcere serve come rassicurazione sociale.

Un carcere simile è solo scuola di crimine e non lo è in buona fede; perché rifiutandosi di cogliere ciò che il condannato è diventato dopo decenni di detenzione, finisce per fargli perdere la coscienza del bene e del male e se è vero che ogni uomo possiede in percentuale diversa una quota di bontà e cattiveria, un carcere che pensa soltanto a porre il condannato fuori dall’esistere, disgrega la sua parte buona e incrementa quella cattiva.

Il carcere attuale si sottrae ai suoi doveri, nonostante non si sia mai sentito un solo ergastolano che abbia mai tradito la fiducia concessa.

Vento di tramontana… di Giovanni Zito

tramontana

Da pochi giorni il nostro Giovanni Zito è stato trasferito nel carcere di Padova. Un carcere dignitoso, tra  i pochi dignitosi in Italia.

Giovanni lascia Carinola, considerato invece tra i carceri-dormitorio, teatri del nulla.

Oggi pubblico questo suo splendido testo che ci è giunto tramite la cara Grazia, che ringraziamo.

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VENTO DI TRAMONTANA

 

Andiamo a casa dopo?

Le chiese speranzoso Giacomo.

Ci facciamo due spaghetti e un buon caffè alla siciliana, che ne pensi Arianna?

No, rispose lei, domani mi spetta una giornata di duro lavoro.

Ma io mantenni lo sguardo nei suoi occhi che brillavano come gioielli al neon.

Il semaforo rosso, le auto in colonna sembravano una collana di perline colorate.

In lento ma costante movimento il verde del semaforo ci fece scivolare come un serpente di luci e rumore verso la circonvallazione.

Mi chiedevo se questo amore avrebbe mai trovato la via del suo cuore.

Mentre lei si voltò e guardò oltre il finestrino dell’auto abbassato.

Sempre così Alex? domandò a Giacomo solo con il labiale.

La risposta fu un sorriso stirato, un mandare gli occhi al cielo.

Cosa gli dico adesso? Pensava Arianna.

Osservando le vie della città che scorrevano nella sua mente attratta dalla piccola falena.

Quando si ama il corpo rimane sempre in volo.

Forse solo così posso fermare le cose un attimo prima che accadano.

Forse solo così posso fare la differenza…

Arianna è una donna eccezionale, Giacomo questo lo sapeva benissimo.

Ma quando non lavorava, Arianna di cui era innamorato, sembrava in balia degli eventi, veniva rapita. Andava così, senza meta, senza bussola, sempre dirompente.

La nostra vita, la nostra storia, era a un punto critico.

Non si può essere sempre alla ricerca di qualcosa, come se tutto quello che Giacomo aveva, tradisse la sua fiducia.

In fondo Arianna aveva le sue ragioni, si era andati oltre, si era corso troppo.

Non erano fatti l’uno per l’altra.

Di sicuro Giacomo non era fatto per stare con qualcuno che non sentiva più la forza dentro la stessa vita.

Probabilmente le cose andavano ancora così, presto la situazione sarebbe cambiata drasticamente, l’avrei lasciata.

Un uomo, quando soffre, prima o poi passa sotto il proprio cielo, cercando la via del ritorno verso casa.

Giacomo non sapeva più come orientarsi, quali strumenti utilizzare con Arianna.

Ci fu un lampo tra di noi, mentre accostavo l’auto verso casa sua.

Tuttavia mi trascinavo addosso un’inspiegabile sensazione di colpa, per non essere stato capace di far funzionare il nostro amore, era proprio questa la vera crudeltà.

Anche se io amavo Arianna, la mia rassegnata tolleranza non poteva durare in eterno con queste altalenanze di umori, ma come tutte le cose in questo mondo Arianna era quanto di più prezioso avessi.

In mezz’ora tante sciocche sensazioni, così giunsi alla conclusione che ero disposto ancora una volta a sacrificare il mio amore per lei, per Arianna che vede trascorrere gli inverni sulla mia pelle. Con la sete, l’arsura del mio istinto, mentre vibra il mio tempo dentro di me, tutto questo a volte mi porta nella nostalgia, ancorandomi alla tristezza, sento questa voglia di amanti, perché solo tu rimani in questa lunga notte incandescente.

L’amore ti ricorda sempre gli acerbi piaceri, come in stand by, ricadendo nelle rovine del tuo profumo.

Mentre tu preferisci agonizzare su un sicuro nulla, mentre io devo capire piuttosto che osare su di un incerto qualcosa, rubato dal desiderio di te, Arianna.

Sei in silenzio e rimani come il vento di tramontana…

Il silenzio scrive i propri sentimenti… di Giovanni Zito

silenzio-nuvole

Di Giovanni Zito -detenuto a Carinola- troverete caterve di materiale in archivio. Negli anni è stato forse l’autore più prolifico.

A volte è molto ironico, altre molto malinconico, spesso surreale e simbolico.

E sa volare alto, come fa oggi con questo testo che è come una matrioska.

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Il silenzio scrive i propri sentimenti in ragione del peso dell’abitudine, attraverso il suo. Vorrei ma non posso. Anche se io sono vivo in una comoda anestesia dove nessun uomo sa niente di ciò che lascia, emergendo un coraggio di una maturità dell’anima.

Saper trasmettere questo Pathos scritto dal silenzio che misura tutte le cose, secondo misura. Quando solo l’occhio della vita  può dare la giusta lontananza. Anche perché diventa presbite. Scrivendo le piccole cose racconto spicchi di momenti, frammenti della vita.

Se poi li vuoi degustare uno per volta, scopri sempre un attimo diverso, il volto, in questo sogno, il magico momento dentro la scena comica o fragile, un sospetto ingiusto, oppure un sospetto giusto di un pezzo di colore. Guardandosi meglio, riconosci spigoli imprevisti di personalità, debolezze umane.

L’uomo, quest’uomo riconosce quel tocco di verità vissuta, o almeno osservata sicuramente, di un cieco che si finge di non vedere. Sembra il vento quando si insinua tra i capelli. Per un attimo tutto si confonde, perché oggi sicuramente le come ieri, scrivere con la punta della penna, in modo che si legga in punta di piedi, qui dove il campo di nessuno , usando il diserbante della responsabilità.

Non c’è tutta questa uguaglianza sociale, per chi vive sulle rive della distesa di sterpi. Trovi costantemente un ciglio di carenza, trovi l’ultimo anello della catena spezzata. Provo a spiaggiarmi nei deboli affanni. Nella vita si piglia chi ti somiglia, perché sono le somiglianze che creano simpatie. Tanto più qualcuno ci somiglia, tanto più ci attrae. E’ l’altra metà del cielo. Disegnando un pensiero che cammina, un’immagine accompagnata dalla mano, così cambia un passaggio della domanda. Lo faccio spesso dentro di me!

Da oltre vent’anni aspetto il mio tempo, travolgendo le forme sociologiche, quei numeri, quelle tabelle. Non c’è nulla di più arido quando si fa l’elenco del fine pena, aspettando il miracolo impossibile. Quell’aggressione che procura lo strano disagio. Scopri così che anche questi luoghi dell’anima sono silenziosi, contaminabili, perché si fanno certe escursioni tra la perdita d’innocenza dell’avatar dell’uomo.

Certo non è così. Semplice uscire dal cliché dello smocking, dall’approccio ingessato, svegliando questo festival  della mente, prendendo forma senza nome. Senza passato. Un tipico week end invernale, misterioso. Questa innata nostalgia che scompare sulla superficie, dove la terra rimane solo un sogno sognato su questo universale mondo di cui faccio parte, arrivando nel cuore di nessuno.

La musica ondeggia nella mia cella, portandomi piccoli sprazzi di euforia, facendo scalpitare l’irrequietezza della sensualità, perché sono segreti da coltivare nelle mani di una notte o forse dell’uomo senza giorno. Il silenzio serpeggiante si deve affrontare  con razionalità, anche se qualche volta cerco di barare, non avendo più un orologio da consultare. Il carcere toglie quelle ore, ti strappa ogni ricordo, cancella attimo dopo attimo ciò che rimane del tuo silenzio.

Lettera di Sebastiano Milazzo a Nicola Cosentino

cosentino

Pubblico oggi una lettera del nostro Sebastiano Milazzo -detenuto a Carinola- rivolta all’onorevole Nicola Cosentino, da poco finito in carcere, con il venir meno della “immunità” che gli garantiva la funzione parlamentare.

Checché se ne pensi delle sue responsabilità e delle sue colpe, davanti all’esperienza del carcere, dobbiamo sapere guardare l’uomo, avere quel senso di comprensione verso chi cade.. comprensione che non è perdonismo, ma la capacità di non accanirsi con disprezzo verso l’essere umano quando è piegato. Sapere vedere in chi è messo nel girone dei “cattivi”, la dimensione umana.

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Egregio On.le Nicola Cosentino

Le premetto che ritengo il suo arresto un atto di barbarie giudiziaria e capisco quanto siano sentite le sue parole riportate dal Corriere della Sera di venerdì 15 marzo 2013: “il dolore e l’angoscia che mi accompagnano in queste ore sono amplificati dal pensiero a mia moglie e ai miei figli”.

Le premetto anche che, con 25 anni di pena scontata sulle spalle, il carcere non lo auguro a nessuno, ma devo dire, andando contro i miei principi, che arresti di gente del suo calibro politico dovrebbero verificarsi più spesso, in tal caso vi sarebbe più coscienza su come regolare la Giustizia.

Non me ne voglia per questo, ricevo conferma di questa mia convinzione leggendo l’invito, riportato dal Corriere della Sera del 23 marzo, che lei fa al suo collega di partito, quando gli dice: “E tu perché non presenti una proposta di legge per abolire quell’obbrobrio che è il fine pena mai? Che senso ha l’ergastolo, come si concilia con l’articolo 27 della costituzione, sulla rieducazione del condannato? Dopo aver scontato 25-30 anni qui dentro, gli uomini sono diversi, cos’altro dovrebbero scontare? Lo farò al più presto, lo assicura il suo amico Compagno, chiederò a Manconi di firmarlo con me”.

Anche se constatando l’umiliazione del carcere, le fa onore questa sua riflessione sull’ergastolo, come le fa onore trasmetterla ai suoi amici, i quali magari erano convinti, come molti di loro vanno sostenendo in giro, che l’ergastolo è solo virtuale e le fa onore l’invito fatto ai suoi amici ad intraprendere battaglie sulle carceri, come fanno i radicali.

Come sono diverse queste sue parole da quelle pronunziate, da ministro della Giustizia, dal suo “amico” Alfano, il quale da segretario del Partito della libertà ha detto tempo fa che: “Alcune categorie di autori di reati non si dovevano fare illusioni perché sarebbero stati fatti morire in carcere”. Lo ha fatto per racimolare qualche consenso in più, ma mi chiedo cosa avrebbe detto, se al posto di segretario del Partito della Libertà, fosse stato segretario del Partito delle Forche.

Il suo “segretario” Alfano (ma non solo lui nel suo partito la pensa così), che ancora non ha alcuna cognizione di come ha ridotto le carceri di questo sfortunato Paese, non ha misurato la violenza che c’era in quelle sue parole, se avesse provato la detenzione non le avrebbe pronunziate, perché solo chi ne conosce la sofferenza può avere coscienza che la libertà è un valore da difendere sempre nell’interesse di tutti e non quando ci tocca personalmente.

Colgo l’occasione per inviarle il mio libro di riflessioni sul carcere dal titolo “Aereo Paradosso” che potrà leggere adesso che il tempo non le manca. È un libro che potrà consigliare di leggere ai suoi amici che vengono a trovarlo e vogliono vedere il carcere con gli occhi di chi il carcere lo vive da vent’anni.

Le auguro di poter presto riacquistare la libertà a ricongiungersi con i suoi affetti.

Cordiali saluti

Sebastiano Milazzo

C. di R. via S. Biagio 6

81030 Carinola

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