Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Grazie Papa Francesco… lettera di Sebastiano Milazzo

Udienza generale di Papa Francesco

Sebastiano Milazzo, il nostro caro amico detenuto a Sulmona, ha scritto una lettera a Papa Francesco. Lettera molto intensa e scritta con la cura e la delicatezza che sono proprie di Sebastiano.

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Sua santità Papa Francesco,

sono un ergastolano ristretto nel carcere di Sulmona, con più di ventisette anni di pena scontata.

Con questa lettera voglio ringraziarLa per aver elevato alta la sua voce sulla condizione di noi che scontiamo la pena dell’ergastolo in Italia, una condizione che coinvolge circa duemila persone e rispettive famiglie.

Diceva Ignazio Silone che “la pena dell’ergastolo è più della pena di morte, perché questa dura un attimo e richiede un coraggio momentaneo, mentre l’ergastolo è un’esistenza”.

Lei, Santità, col suo discorso ha analizzato un ruolo più efficace della stessa Costituzione, il principio che la pena non può mai eliminare il futuro di un essere umano e trasformarlo in un oggetto privato della sostanza stessa della propria umanità.

Il suo discorso nasce sicuramente dopo aver preso coscienza che noi ergastolani in Italia, a causa dell’ostatività a poter godere dei benefici penitenziari, siamo costretti a vivere in una condizione di vita vegetativa. L’ostatività non consente, nei nostri confronti, quel che recita la Costituzione e cioè che la pena deve, e sottolineo il “deve”, tendere alla rieducazione e al reinserimento del reo. L’ostatività non prevede un percorso di revisione del proprio passato, una possibilità di riscatto da esso e della speranza di una nuova libertà, interiore e fisica.

 Subdolamente ci vengono negati questi diritti, non in base a ciò che realmente siamo, oppure siamo diventati dopo decenni e decenni di detenzione, ma in base a pensieri e giudizi precostituiti stilati su prestampati uguali per tutti. Pensieri e giudizi finalizzati unicamente ad applicare una pena di morte non scritta in sentenza e non prevista dai codici.

Una pena di morte, mascherata e nascosta come Sua Santità l’ha definita, che ci priva del diritto alla vita e del diritto di esistere. Diritti che, in una società che vuole definirsi veramente civile e democratica, dovrebbero essere ritenuti inviolabili anche nei confronti di chi, come noi, è stato condannato, non sempre giustamente, per un reato gravissimo come l’omicidio. Se la punizione del reo è un atto di giustizia, una pena senza possibilità di riscatto dall’errore è solo vendetta e la vendetta è un’infamia che non ha niente a che fare con la giustizia.

La giustizia vera si basa sulla speranza, il sentimento che caratterizza l’essere umano, qualsiasi essere umano, anche l’ergastolano, nel suo esistere, perché la speranza consente che qualcosa di nuova possa nascere nel momento stesso in cui qualcosa muore. Noi e le nostre famiglie, togliendoci ogni speranza, siamo stati relegati e reietti al di là di una barriera che separa il divenire dalla ripetizione immobile di giorni tutti uguali e senza senso.

Togliendoci ogni speranza ci è stata tolta la facoltà dell’amore, delle relazioni umane e della nostra stessa umanità, tutte cose che richiedono la possibilità di proiettare la mente nel futuro. Ogni giorno conviviamo con la paura di essere rimasti, noi e le nostre famiglie, senza presente e senza futuro, ma soprattutto senza speranza, che non è solo attesa di un futuro migliore e diverso dal presente, ma prima ancora possibilità di trasformare il presente in una promessa di futuro. Grazie Papa Francesco, per aver compreso a fondo qual è la tragicità della nostra condizione a causa di questa “pena di morte nascosta, mascherata, spacciata per giustizia” come Lei l’ha definita.

Grazie per aver invitato “Tutti i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, ma anche per migliorare le condizioni carcerarie”. “E questo anche io lo colloco con l’ERGASTOLO”. “L’ergastolo è una pena di morte coperta”.

Grazie per queste parole così piene di verità e significati.

 Dicembre 2014                                                                                                                                          

Milazzo Sebastiano

 

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I buoni… di Sebastiano Milazzo

lupo_agnello

Pubblico oggi un altro pezzo di Sebastiano Milazzo, durissimo e acuto come al solito.

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Ho acquistato e letto il libro “I Buoni” di Luca Rastello ed. Chiarelettere.

E’ un romanzo lucido e feroce che descrive in modo eloquente e dettagliato quel mondo di “buoni” che dicono di lottare  per  salvare il mondo dal male, con i loro progetti, le loro crociate antimafia e le loro razzie di beni confiscati.

Un romanzo capace di mettere a fuoco ciò che è sotto gli occhi di tutti e che nessuno vuol vedere (nè può criticare, pena la scomunica sociale ) cioè la presenza di chi si nutre del male fingendo di combatterlo.

La presenza di sciacalli che FANNO RAZZIA di risorse pubbliche e patrimoni confiscati in nome della legalità e sulle sofferenze degli altri.

Quegli siacalli che in modo subdolo e/o indiretto, determinano la continua repressione dei diritti dei singoli, per mantenere sempre alta la tensione delle emergenze, senza le quali non potrebbero giustificare le loro illegalità.

Alcune frasi lette nel libro:

“Esporta le mafie all’estero, così può fondare associazioni in mezza Europa e acchiappare ragazzine esotiche.”

“I tossici sono il residuo di un’altra epoca, di un altro mercato: quando erano  le droghe il male assoluto. Poi sono cambiati i gusti. Ora se vuoi incarnare il male assoluto, quello che non si discute, a meno di tradimento, devi combattere le mafie.”

“Se va male la rete apriamo un’altra associazione e mettiamo a frutto il capitale che abbiamo accumulato qui.- Che capitale? – Capitale di Figa , l’associazione la chiamiamo Azione Penale”

“Sono tredici anni che si pagano lo stipendio con i soldi pubblici! Ci fanno anche le vacanze, e le chiamano Carovane di studio.”

“Anche lui rimorchia ragazzine nelle scuole dove entra come responsabile del progetto.”

“Mi ha detto : “Senti, se vuoi oggi al massimo me lo ciucci, perchè ho già scopato quell’altra e ora non ne ho più voglia”.

L’ergastolo ostativo è il frutto avvelenato del martellamento mediatico di questo genere di “Buoni” che alimentano  la repressione e la cancellazione dei diritti, perchè possano autolegittimarsi e mantenere inalterate le possibilità di continuare a fare razzie di risorse pubbliche.

Questo libro, così come scritto in copertina  da un lettore, è il feroce ritratto della retorica del bene e dovrebbero leggerlo tutti coloro che ritengono che il muro di cinta del carcere segna un confine netto e preciso tra il bene e il male. Dispiace che anche  Papa Francesco  sia passato al “soldo” di questi sciacalli recentemente.

Sebastiano Milazzo

Giugno 2014

Relazione di Sebastiano Milazzo

relaziones

Il nostro Sebastiano Milazzo -detenuto a Sulmona- è da sempre un lucido pensatore nel campo delle dinamiche carcerarie e giudiziarie, oltreché persona capace di scrivere con uno stile raffinato, come si è evidenziato soprattutto in alcuni suoi testi che abbiamo pubblicato nel corso del tempo.

Nella relazione che pubblico oggi, Sebastiano parla su come le “discriminazioni” imposte al sistema giudiziario, si riflettono sul sistema giudiziario stesso e su tutti i cittadini.

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RELAZIONE DI SEBASTIANO MILAZZO

Da circa trent’anni i cosiddetti “condannati per reati associativi” vengono esclusi dai riti alternativi – Vedi rito abbreviato- che consentono una pena minore da scontare in caso di condanna. Vengono esclusi dai condoni, dalle misure alternative al carcere, sia che siano accusati di reati di poco conto, sia che siano accusati di omicidio e in tal caso vengono condannati all’ergastolo e non a trent’anni di reclusione, determinandosi, di fatto, nei loro confronti di una pena che equivale alla pena di morte.

Tutte queste esclusioni non si applicano nei confronti di tutti i razziatori di risorse pubbliche  -LORO SÌ ORGANIZZATI- che hanno portato e continuano a portare questo paese verso il definitivo fallimento, economico e morale, questo sfortunato paese.

Tutto questo per merito di un legislatore scriteriato che in questi anni non ha mai smesso di approvare LEGGI  SFASCIA GIUSTIZIA, che sono la vera causa di una Giustizia lenta e ingiusta.

LEGGI SFASCIA GIUSTIZIA, come quella voluta dal ministro della Giustizia Fassino del PD, che da una data in poi impediva di applicare il rito abbreviato per coloro che erano giudicati per il reato di omicidio.

Il risultato è stato che: chi aveva avuto celebrato il processo sino a quella data, al posto dell’ergastolo veniva condannato a trenta anni di reclusione, chi veniva giudicato il giorno dopo si beccava sempre la pena dell’ergastolo.

Tutto questo portava a venti anni di ricorsi continui nel tentativo di vedersi correggere queste disuguaglianze, ricorsi che andavano ad ingolfare le Corti di Appello, di Cassazione e Costituzionale e la corte Europea dei diritti dell’uomo, che ha imposto all’Italia di cancellare tali disuguaglianze uniformando le pene a trent’anni.

Ultima in ordine di tempo, in teme di LEGGE SFASCIA GIUSTIZIA è: la legge  che concede la liberazione anticipata speciale di due mesi all’anno.

Nel decreto legge era previsto per tutti i condannati che nella detenzione si erano comportati bene. Una parlamentare del PD, invece, in fase di approvazione definitiva, ha usato quella legge come spot elettorale e ha presentato un emendamento, poi approvata, che esclude i condannati per reati associativi, ma non i RAZZIATORI DI RISORSE  PUBBLICHE, di quella liberazione anticipata.

L’emendamento, approvato, determinerà per venti anni una valanga di ricorsi sino alla Corte Europea dei diritti dell’uomo da parte di chi si sente discriminato e assicurerà un condono mascherato nei confronti dei Razziatori, compagni di partito  e non, tale emendamento avrà    il solo merito di ingolfare i tribunali di pratiche, per colpa di una politica inefficace, inefficiente e corrotta in ogni suo ordine e grado che non sa più riconoscere il diritto che Ogni Cittadino dovrebbe essere uguale davanti alla legge.

Una politica che invece di semplificare e razionalizzare, fa inondare la giustizia di ricorsi, sino alla Corte Europea che si potrebbero evitare, un emendamento utile per   impegnare i Magistrati in altre faccende, in modo da poter mandare in prescrizione i processi nei confronti dei loro “compagni di merende” che hanno distrutto questo paese.

Milazzo Sebastiano

Cronologia di un permesso di necessità… di Sebastiano Milazzo

Kand

Sebastiano Milazzo, da sempre persona acuta e lucida, e con una notevole capacità di scrivere sviluppata negli anni. Attualmente è detenuto a Sulmona.

Quello che Sebastiano descrive in questo pezzo che oggi pubblico è un esempio della “follia”.

Nella descrizione sintetica dei passaggi della vicenda da lui vissuta in merito al permesso di necessità, sintetizza quella serie di “meccanismi” che portano a disumanità e inefficienza.

Con la madre che sta male, recentemente colpita da un ictus e in condizioni di immobilità assoluta, Sebastiano ha avuto la prima istanza, rigettata; così come il ricorso a questa istanza. Solo una successiva istanza sarebbe stata accolta, ma per due ore.

E Sebastiano descrive tutto quello  che comporta, in termini di organizzazione per l’amministrazione penitenziaria, uno spostamento di due ore.

Un detenuto, Sebastiano, che in questi 26 anni di detenzione ha avuto un percorso eccellente. E che potrebbe avere -se non ci fossero norme antigiuridiche come quelle connesse all’ostatività- benefici reali, che comporterebbero anche meno costi per lo Stato.

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-Istanza per avere concesso un permesso di necessità per andare a trovare mia madre colpita da ictus.

– Il Magistrato di sorveglianza ordina perizia per accertarne le condizioni, risulta immobilità assoluta , condizioni gravi.

– Rigetta il permesso – altra istanza- altra visita fiscale – altro rigetto.

– Fatto ricorso alo Tribunale di sorveglianza, altra visita fiscale, stesso responsi – il Tribunale rigetta.

– Scorta per assistere all’udienza del ricorso.

– Altra Istanza, nuova visita fiscale, stesso responso, il Magistrato concede il permesso, due ore con scorta.

-Scorta con furgone blindato e cinque agenti per essere condotto nel carcere di Prato, prossimo alla residenza di mia madre.

-Dopo pochi giorni scorta per eseguire il permesso in casa di mia madre, una giornata un furgone blindato e cinque agenti.

– Scorta per essere condotto nel carcere di provenienza.

– Vogliano quantificare, forfettariamente, che sono stati spesi circa 50.000/70.000 Euro?

– Una tale cifra per concedere due ore, dicasi due ore, di permesso a un detenuto che ha già scontato ventisei anni di pena, senza un rapporto disciplinare, con un percorso rieducativo eccellente, che non scapperebbe nemmeno trovasse il portone aperto, perchè ritiene che dopo ventisei anni la legge gli consentirebbe, se i Giudici applicassero la legge, di ritornare libero legalmente.

Con prassi così contorte e con spese come queste gettate al vento, come può questo paese salvarsi dal fallimento economico e morale a cui è destinato?

Altro che Renzi!  Ci vorrebbe  Mandrake o Superman!

Sebastiano Milazzo.

 

Domande a Sebastiano Milazzo

Interviste-metodi

Già il 9 gennaio pubblicai una intervista fatta al nostro Sebastiano Milazzo, detenuto a Carinola (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/01/09/intervista-a-sebastiano-milazzo/).

Oggi ne pubblico un’altra, fatta da un ragazzo di 24 anni.

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Di Eduardo Lupi, 24 anni, laureato in lettere classiche e storia antica

-Saresti favorevole alla pena di morte?

Una pena destinata a non finire mai è più crudele della pena di morte, tant’è che centinaia di ergastolani hanno chiesto al Presidente Napolitano di ripristinare la pena di morte, perché preferiremmo avere concesso il diritto alla morte immediata come facoltà cosciente, per liberarci da una pena destinata a non finire mai. Prova ne sia che non di rado capita che qualcuno di noi cede e si lega un cappio al collo e quando qualcuno si lascia cadere dalle sbarre della cella con un cappio al collo, non lo fa perché rifiuta la vita e nemmeno perché è affetto da una turbe psichica che ne segue l’inesorabile sorte, lo fa quando entra nel tunnel di una disperazione che uccide la speranza e la volontà di vivere. Solo allora valuta attentamente l’ipotesi del suicidio, perché l’ergastolano, come il condannato a morte, di fronte al’assenza di prospettiva che imprigiona anche i propri affetti, finisce per considerarlo non più una questione di scelta, ma di necessità, visto che resta l’unico modo per liberare anche loro dalla propria condizione. Per un ergastolano che vive una agonia capace di fargli apparire la vita peggiore della morte, il suicidio rappresenta la sua fame e la sua sete di giustizia e resistere all’istinto di farla finita appare quasi un atto di eroismo.

-Credete nell’amore?

L’amore, nella detenzione, finisce per essere l’unica forza che fa superare gli inevitabili momenti di scoramento, perché è una forza che on accetta niente delle idee sbagliate degli altri, né leggi, né regole morali. L’amor fa sì che tutto ciò che si fa e si prova in carcere non appaia circondato dal nulla; solo l’amore che si riesce a dare e a provare fa rendere conto veramente che l’uomo può essere di successo, possedere beni infiniti, persino avere la libertà, ma può essere ugualmente smarrito e infelice e questo perché quando si ama la paura del carcere si muta in coraggio, il vuoto si muta in pienezza e la distanza in intimità.

-Secondo voi è utile come pena deterrente l’ergastolo ostativo?

E’ dimostrato scientificamente che non è gravità della pena che dissuade dal reato. Negli stati dove è in vigore la pena di morte la percentuale dei delitti è di gran lunga superiore di dove le sue pene sono più miti. L’ergastolo ostativo dovrebbe essere considerato soltanto una pena che ripugna al senso di umanità di ogni persona perché è un esemplare manifestazione di brutalità dello Stato. Una pena che non tiene conto che dietro ad ogni reato c’è un individuo irripetibile d’anima e di carne, dunque con responsabilità o sensibilità diverse, con specifiche colpe, volontà o capacità di ravvedimento.

Una esemplare manifestazione di brutalità dello Stato che induce il carcere a rifiutare persino di conoscere il condannato, per escludere  la persona dal percorso rieducativo.

Un carcere che rifiuta di conoscere le persone che tiene sotto il proprio controllo, dovrebbe avere almeno il buongusto di chiamarsi “cimitero” della logica e del Diritto, lasciando perdere la demagogia sulla efficacia deterrente e sconfessando l’inutile alibi che il carcere serve come rassicurazione sociale.

Un carcere simile è solo scuola di crimine e non lo è in buona fede; perché rifiutandosi di cogliere ciò che il condannato è diventato dopo decenni di detenzione, finisce per fargli perdere la coscienza del bene e del male e se è vero che ogni uomo possiede in percentuale diversa una quota di bontà e cattiveria, un carcere che pensa soltanto a porre il condannato fuori dall’esistere, disgrega la sua parte buona e incrementa quella cattiva.

Il carcere attuale si sottrae ai suoi doveri, nonostante non si sia mai sentito un solo ergastolano che abbia mai tradito la fiducia concessa.

Lettera di Sebastiano Milazzo a Nicola Cosentino

cosentino

Pubblico oggi una lettera del nostro Sebastiano Milazzo -detenuto a Carinola- rivolta all’onorevole Nicola Cosentino, da poco finito in carcere, con il venir meno della “immunità” che gli garantiva la funzione parlamentare.

Checché se ne pensi delle sue responsabilità e delle sue colpe, davanti all’esperienza del carcere, dobbiamo sapere guardare l’uomo, avere quel senso di comprensione verso chi cade.. comprensione che non è perdonismo, ma la capacità di non accanirsi con disprezzo verso l’essere umano quando è piegato. Sapere vedere in chi è messo nel girone dei “cattivi”, la dimensione umana.

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Egregio On.le Nicola Cosentino

Le premetto che ritengo il suo arresto un atto di barbarie giudiziaria e capisco quanto siano sentite le sue parole riportate dal Corriere della Sera di venerdì 15 marzo 2013: “il dolore e l’angoscia che mi accompagnano in queste ore sono amplificati dal pensiero a mia moglie e ai miei figli”.

Le premetto anche che, con 25 anni di pena scontata sulle spalle, il carcere non lo auguro a nessuno, ma devo dire, andando contro i miei principi, che arresti di gente del suo calibro politico dovrebbero verificarsi più spesso, in tal caso vi sarebbe più coscienza su come regolare la Giustizia.

Non me ne voglia per questo, ricevo conferma di questa mia convinzione leggendo l’invito, riportato dal Corriere della Sera del 23 marzo, che lei fa al suo collega di partito, quando gli dice: “E tu perché non presenti una proposta di legge per abolire quell’obbrobrio che è il fine pena mai? Che senso ha l’ergastolo, come si concilia con l’articolo 27 della costituzione, sulla rieducazione del condannato? Dopo aver scontato 25-30 anni qui dentro, gli uomini sono diversi, cos’altro dovrebbero scontare? Lo farò al più presto, lo assicura il suo amico Compagno, chiederò a Manconi di firmarlo con me”.

Anche se constatando l’umiliazione del carcere, le fa onore questa sua riflessione sull’ergastolo, come le fa onore trasmetterla ai suoi amici, i quali magari erano convinti, come molti di loro vanno sostenendo in giro, che l’ergastolo è solo virtuale e le fa onore l’invito fatto ai suoi amici ad intraprendere battaglie sulle carceri, come fanno i radicali.

Come sono diverse queste sue parole da quelle pronunziate, da ministro della Giustizia, dal suo “amico” Alfano, il quale da segretario del Partito della libertà ha detto tempo fa che: “Alcune categorie di autori di reati non si dovevano fare illusioni perché sarebbero stati fatti morire in carcere”. Lo ha fatto per racimolare qualche consenso in più, ma mi chiedo cosa avrebbe detto, se al posto di segretario del Partito della Libertà, fosse stato segretario del Partito delle Forche.

Il suo “segretario” Alfano (ma non solo lui nel suo partito la pensa così), che ancora non ha alcuna cognizione di come ha ridotto le carceri di questo sfortunato Paese, non ha misurato la violenza che c’era in quelle sue parole, se avesse provato la detenzione non le avrebbe pronunziate, perché solo chi ne conosce la sofferenza può avere coscienza che la libertà è un valore da difendere sempre nell’interesse di tutti e non quando ci tocca personalmente.

Colgo l’occasione per inviarle il mio libro di riflessioni sul carcere dal titolo “Aereo Paradosso” che potrà leggere adesso che il tempo non le manca. È un libro che potrà consigliare di leggere ai suoi amici che vengono a trovarlo e vogliono vedere il carcere con gli occhi di chi il carcere lo vive da vent’anni.

Le auguro di poter presto riacquistare la libertà a ricongiungersi con i suoi affetti.

Cordiali saluti

Sebastiano Milazzo

C. di R. via S. Biagio 6

81030 Carinola

Violenza sulle donne… riflessione di Sebastiano Milazzo

violenza-donne

La nostra Alessandra Lucini ha avuto a suo tempo una bella idea. 

Fare intervenire i nostri amici su qualcosa di molto sporco.. la violenza sulle donne… che porta con se una lista intollerabile di traumi psicofisici e morti.

Il trenta gennaio abbiamo pubblicato le riflessioni di Giovanni Zito (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/01/31/violenza-sulle-donne-di-giovanni-zito/).

Oggi pubblico quelle di Sebastiano Milazzo, detenuto a Carinola.

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Per chi come me da venti anni sente il peso di non potere scambiare un gesto d’affetto con la donna che amo e condivide le mie stesse sofferenze e privazioni, ogni volta che sento la notizia della morte di una donna per mano di mariti, fidanzati o conviventi, è come ricevere un pugno nello stomaco.

Uomini dalle esistenze normali che uccidono le mogli, le amanti, le figlie ci sono sempre stati, ma quello che è cambiato rispetto ad altri tempi è che l’omicidio di una donna in quanto donna, mi sembra ogni giorno più insopportabile. 

Insopportabile perché si tratta di donne, di tutti i ceti sociali e di tutte le età, che muoiono per avere avuto una sola colpa, quella di essersi innamorate di uomini che dietro ad una apparenza normale nascondo la convinzione di avere acquisito un  diritto di proprietà sulla donna.

Donne che muoiono perché in questa società e all’interno della stessa famiglia, la conquista dell’indipendenza e la possibilità di compiere le proprie scelte da parte delle donne, spesso si scontrano con delle mentalità che le vorrebbero meno proiettate alla conquista del rispetto della propria identità.

Donne che muoiono perché cercano di rompere lo schema classico che le vuole buone e ubbidienti. Infatti la maggior parte dei femminicidi si consumano in casa e vengono compiuti da mariti o conviventi che non sopportano la possibilità di decidere quando un rapporto è finito e non riescono a rassegnarsi all’idea di perderle.

Ritengo invece che, per quanto doloroso possa essere il distacco di una persona cui si vuole ancora bene, un uomo che riflette arriva a capire che bisognerebbe avere la capacità di saperle ringraziare per quanto di bello ha ricevuto sino a quel momento.

Invece, assistiamo sempre più a gesti svincolati del tutto dalla gelosia, se è vero come è vero che un terzo dei femminicidi si consumano , come riportano le cronache, nelle zone de nord che i pregiudizi vorrebbero più emarginate rispetto al Sud del Paese.

Questo è un dato che dimostra che l’emancipazione non c’entra niente e che quando un uomo arriva ad uccidere la donna che ha amato o la madre dei propri figli, è perché è accecato dal’odio per quanto già ha perso o sta perdendo.

Non credo che si possa uccidere per eccesso di amore la madre dei propri figli. Credo che certe esplosioni di odio possano scaturire solo dalla mente di chi finisce per convincersi migliore, più forte e potente rispetto alla donna.

Un odio del tutto svincolato dai tragici pregiudizi del passato, di quando rompere un rapporto era un evento così eccezionale che poteva significare un dramma sociale anche per i figli.

Oggi una separazione non è, per fortuna, vissuta socialmente come una tragedia  e viene generalmente accettata dai protagonisti, dai figli e dalla comunità in cui si vive come una condizione persino auspicabile, quando i rapporti dovessero farsi tesi in una coppia.

L’odio che porta ad uccidere una donna nasce da pregiudizi stolti e ingiusti di menti malate che hanno dimenticato che le donne sono prima figlie e poi madri che, in modo esplicito, sono state contro la guerra anche quando erano delegate in un ruolo defilato, creature che generano la vita e alimentano quel circolo vizioso su cui si basa l’umanità- il susseguirsi delle generazioni.

Creature che nei secoli  hanno sempre incarnato l’ostinata speranza di una civiltà migliore, una speranza coltivata con ogni loro gesto, sia quando amano, sia quando richiamano l’uomo al suo ruolo, attraverso l’impegno e le diverse tonalità del sentimento.

Se si considera che persino i bellicosi eroi greci sapevano essere dolci con le donne, non si può che concludere che la dolcezza nei confronti delle donne è una qualità dimenticata dagli uomini che arrivano ad ucciderle.

Uomini che agiscono come se la dolcezza nei confronti delle donne fosse incompatibile o come se indebolisse la loro immagine di virilità, come se ad essere dolci con una donna significasse non essere virili, oppure significasse rischiare di perdere la propria identità e la propria sensazione di potenza.

Una negazione che nasce nel vuoto delle coscienze e del labile pensiero che porta questi disgraziati ad aderire ai peggiori modelli del passato, attuando ferocia e crudeltà contro le donne, come se secoli di evoluzione della specie siano passati invano.

Non si spiegano diversamente 200 donne uccise annualmente da mani che dicono di averle amate.

Sebastiano Milazzo

Intervista a Sebastiano Milazzo

inters

Il nostro Sebastiano Milazzo -detenuto a Carinola- ci ha inviato una intervista a lui fatta. Fa parte di una serie di interviste a molti detenuti ergastolani, che rientrano in un progetto editoriale per la conoscenza della tematica, portato avanti da Carmelo Musumeci.

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Domande a Sebastiano Milazzo

Fatte d Giovanni Donzella psicologo C.R. Padova

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1) Perché non si è mai parlato dell’ergastolo ostativo?

Perché in Italia tutte le cose di cui ci si deve vergognare si preferisce tenerle celate.

2) Perché, molti, anche chi dovrebbe, non conoscono che esistono gli Uomini Ombra?

La gente non conosce l’esistenza degli uomini ombra perché non ne viene informata, “chi dovrebbe”, invece, ne conosce l’esistenza, ma fa di tutto perché non emerga la vergogna di una pena destinata a non finire mai.

3) Perché lo Stato parla di finalità educativa delle carcerazioni, ma non dice che tutti i detenuti non hanno la stessa possibilità?

In Italia ci sono due giustizie, una per i galantuomini a prescindere e una per i senza nome e i senza fama. Non a caso molte leggi si fanno per la Giustizia che interessa qualcuno.

4) La legge è uguale per tutti?

I nostri legislatori preferiscono una Giustizia Programmata per non funzionare. Una giustizia inefficiente, lenta e politicizzata, programmata per assicurare l’impunità a tutti coloro che si ingozzano alla mangiatoia del potere e forche per i senza nome e i senza fama.

5) Quale percorso rieducativo efficace dovrebbe coinvolgere una persona con fine pena mai per riabilitarsi?

Premesso che la pena la deve scontare chi, giustamente o ingiustamente, è stato condannato e se c’è la condanna è giusto scontarla, ma la si dovrebbe scontare permettendo all’ergastolano, se lo merita, di potersi riappropriare di un frammento della sua esistenza e della sua cittadinanza. E’ pura retorica affermare che abbiamo una Costituzione che parla di finalità rieducativa della pena se non si da’ al condannato la possibilità di ritrovare un corretto rapporto con la società, dedicandosi magari ad aiutare bambini handicappati, aiutare gli anziani o fare lavori socialmente utili. Questa sarebbe una pena utile, che potrebbe realizzarsi attraverso un patto scritto in cui il condannato, dopo avere scontato una parte di pena, si possa impegnare a seguire un preciso e ben delineato percorso di vita fuori dal carcere, violato il quale avrebbe la revoca definitiva di ciò che era stato concesso. Sarebbe come fare una serie verifica “sul campo”, per offrire al condannato la possibilità di mettere a frutto la sua volontà di essere artefice del proprio futuro, adoperandosi per diventare una risorsa concreta per la stessa società, invece di continuare ad esserne un peso sino alla fine dei suoi giorni. Una volontà che non sarà di tutti, ma che è più diffusa di quanto si possa immaginare tra coloro che hanno sofferto decenni di privazioni materiali ed affettive e devono scontare l’ergastolo. Questa sarebbe una pena utile e un paese serio, con una giustizia vera, si dovrebbero cominciare a considerare questi aspetti, solo così, il carcere potrebbe tornare a svolgere la funzione di verificare quando sia arrivato il momento in cui il condannato  è in grado e merita la fiducia di ritornare  a relazionarsi con uomini dalla vita normale. Una seria verifica che permetterebbe di riconciliarsi con le  proprie vite e i propri affetti e che farebbe crescere la convinzione che ognuno debba assumersi il peso del proprio destino, attraverso la sua volontà di riscatto. Dico questo perché ritengo che l’uomo è ciò che diventa sotto il peso della sua esperienza e non ha senso non consentire a chi ha riconquistato una nuova innocenza, di riappropriarsi di ciò che intimamente sente di essere diventato. Lo dico con la quasi certezza che tutti coloro che hanno provato decenni di privazioni affettive, il momento che riassaporano il senso di libertà non tradiscono la fiducia concessa, come dimostrano l’esperienza  le statistiche. Non è possibile dare sempre risposte negative che non corrispondono  quelle sensibilità che sarebbero necessarie soprattutto in presenza di famigliari che sono le vere vittime del carcere; vittime che hanno scelto di essere tali per amore di esserlo, quell’amore che supera ogni forma di egoismo, ma che li costringe a condividere per intere vite le sofferenze dovute  a colpe che sicuramente non sono loro.

6)L’ergastolo ostativo come viene visto dalla Chiesa?

La Chiesa, malgrado faccia le prediche sulla conversione dei santi, non ha mai speso una parola sull’ergastolo ostativo. Tranne qualche eccezione, vedi i cardinali Martini e Tettamanzi e qualche prete di strada, la Chiesa preferisce  stare sempre dalla parte del carceriere, piuttosto che dalla parte del condannato.

7) Che pena daresti al posto dell’ergastolo se tu fossi giudice di te stesso?

Una pena che abbia un senso e uno scopo, il senso di pagare ognuno la sua specifica colpa e lo scopo di fare ritornare il reo ad essere una risorsa per la società, invece di farlo continuare ad esserne un peso, sia per i propri affetti e per la stessa società, sino alla fine della vita.

8) La definizione che recita la Costituzione, che la pena deve avere una finalità rieducativa, è in sintonia con il fine pena mai?

L’ergastolo ostativo è la negazione della finalità rieducativa della pena e della stessa Giustizia, perché la vera giustizia, quella della morale e del cuore, non solo non è fatta quando la pena è perpetua, ma probabilmente non esiste affatto, anche perché una pena che non prevede una fine permette il linciaggio dell’individuo da parte del carceriere, il quale quando si rende conto che ha il solo compito di accompagnarlo alla morte, agisce, inevitabilmente, per ridurlo come quell’albero su cui non cade mai la pioggia, che a un certo punto appassisce, perde le foglie, non produce né fiori né frutti, perde le radici e diventa come legna da ardere.

9)Come vive un ergastolano la mancanza di speranza?

La mancanza di speranza ha trasformato le carceri in luoghi dove gli ergastolani vedono i loro corpi, le loro menti e le loro anime prima blindate e poi allineate  e trattate per vite intere come quei tappeti pettinati con spazzole di ferro, per scopi che nulla hanno a che fare con la Giustizia. Carceri dove non si sconta una pena, ma si pratica una sorta di vendetta, un sentimento che contraddice le stesse premesse che giustificano l’esigenze della Giustizia, perché la forza di uno Stato non sta nelle ritorsioni che attua nei confronti del reo, ma nel tentativo di recuperarlo. Un tentativo che dovrebbe essere fatto per cercare di dare una risposta giusta al male e la risposta giusta al male non sta certamente in una pena che toglie ogni speranza, perché all’uomo si può togliere di tutto, anche la vita, ma non la speranza, perché senza speranza la vita è solo disperazione e  la disperazione è un’infamia di Stato sulla quale si potrebbero usare tutti gli argomenti etici, morali, giurisprudenziali e teologici che si usano sull’eutanasia. L’unico filo che divide la pena di more dall’ergastolo è che con la prima le sofferenze durano un attimo, mentre con l’ergastolo le sofferenze durano un’intera esistenza Per rendersene conto della labile differenza che c’è tra la pena di morte e la pena dell’ergastolo, bisognerebbe immedesimarsi, per un solo attimo, nella pietosa condizione di chi, dopo una vita di inutili attese e false illusioni, si rende definitivamente conto che la sua pena è diventata una sostanziale condanna a morte, anche se diluita nel tempo.

L’isolamento… di Sebastiano Milazzo

Sebastiano Milazzo, detenuto a Carinola, scrive con una rara raffinatezza, cura, acutezza, rigore. 

Me ne accorsi da subito. Da quando cominciai a leggere, qualche anno fa,  i suoi testi.

In lui è presente una malinconia unità a nobiltà d’animo, che fa vibrare le sue parole di un sapore particolare.

Il testo che leggerete oggi -giuntoci tramite la nostra Grazia Paletta. è tratto dal libro che sta scrivendo (“Aereo paradosso”) e che conta di pubblicare presto.

Un testo che ti entra dentro senza violenza, ma che, una volta entrato, non te lo dimentichi.

Un testo che è squarcio della vita di un uomo. Di un momento di dolore e impegno. Con passaggi straordinari, come questo, sulla forza che i libri gli hanno dato..

Per anni mi sono aggrappato al filo dei destini, degli avvenimenti, del sentire, dell’amare, del vivere e del pensare raccontati nei libri di quella biblioteca, non solo per trovare un po’ di quella serenità di cui avevo bisogno, ma soprattutto per trovare la chiave giusta per comprendere che senza il nutrimento della mente non vi può essere conoscenza e senza conoscenza l’accettazione di ciò che ci accade. A distanza di anni posso affermare che quei libri sono stati fondamentali per me, in un certo senso mi hanno educato a provare sentimenti, in un luogo privo di sentimenti e dove gli stessi non sono apprezzati”

E c’è il suo approcciarsi con la scrittura, il racconto di come cominciò il cammino delle parole messe su carta, in giorni che vivevano anche dell’incredulità su un sistema penitenziario che sembrava allucinatorio.

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L’ISOLAMENTO

Di Sebastiano Milazzo

 

Non è un bosco,

non è un giardino,

il luogo dove la morte

si sconta vivendo.

Dopo la condanna definitiva mi sono trovato a scontare tre anni d’isolamento e per chi non conosce il carcere, l’isolamento è un’afflizione aggiuntiva alla pena dell’ergastolo, da scontare da solo all’interno di una cella.

Per tre anni non potevo frequentare più la scuola, non potevo avere occasioni di socialità con altri detenuti e durante i miei spostamenti avevo assegnati percorsi specifici, non perché gli agenti fossero degli orchi, ma perché queste sono le regole.

Durante le mie interminabili giornate, avendo deciso di non impazzire, cercavo di trovare la forza e la ragione in quel luogo, diventato il cimitero dei miei sogni.

Immerso nel male fino al collo non era facile districarmene, ma avvertivo a livello emotivo che l’isolamento mi offriva il massimo della libertà interiore e al tempo stesso una disperazione disumana ma senza l’invidia di nessuno e mentre il corpo a mia insaputa mi difendeva, mi chiedevo se era possibile conservare la capacità di trovare un nuovo equilibrio che non potevo trovare nel sentirmi particolarmente forte: non lo sono mai stato.

Per trovare l’equilibrio mentale di cui avevo bisogno non mi serviva una maschera da indossare come una corazza, come quella che avevano indossato contro di me “Gli eroi di latta” che mi avevano inchiodato in quella condizione.

Avevo bisogno di quella forza che nasce soltanto dall’aver paura delle proprie fragilità, quel genere di forza che è stato capace di conservare il senso di responsabilità verso coloro che si aspettavano da me parole di conforto: parole senza valore se non fossero state accompagnate da quel po’ di serenità che loro potessero cogliere in me.

Isolato dal conforto dei miei affetti, non era facile neutralizzare la sofferenza di fronte all’impossibilità di cambiare le cose di un mondo fatto male: il mondo giudiziario e il mondo carcerario.

Molte volte mi sono ritrovato a riflettere se tutti i pensieri di quel periodo erano sintomi di malattia mentale che scambiavo per forza e se gli interrogativi che mi ponevo mi aiutassero a superare più agevolmente le tenaci resistenze che si opponevano a quel genere di vita.

Non ho saputo mai darmi una risposta precisa, so solo che all’inizio non è stato facile sopportare il peso del regime d’isolamento, ma ad un certo punto ho visto che la sofferenza si attenuava e il cambiamento era legato al riordino di alcuni vecchi fogli che contenevano appunti che costituivano un’incursione riflessiva ed emotiva nella mia interiorità.

Appunti che riguardavano i pensieri dedicati ai miei affetti e le considerazioni che andavo facendo sul mondo giudiziario e carcerario, appunti che nell’insieme portavano dritto al tentativo di fissare i momenti che fino ad allora mi erano apparsi particolarmente difficili da attraversare.

Rileggendo i pensieri che avevo scritto su quei fogli, vi scoprivo sia lo scorrere del tempo, sia il modo diverso di vedere le cose, ma quello che più mi colpiva era che col passare del tempo gli argomenti riportati su quei fogli erano meno leggeri e che qualcosa del tempo passato tra quelle mura era rimasto.

Più leggevo quegli appunti e più cresceva in me il desiderio di trovare un linguaggio idoneo per allargare quei pensieri, cosa non facile per me che non avevo un buon grado d’istruzione, ma c’è voluto molto per iniziare a scrivere le impressioni che sto cercando di riportare anche in questo libro.

Devo dire che non ero partito con un’idea precisa, provavo persino imbarazzo a scrivere di me, in principio i miei non erano nemmeno ragionamenti completi, ma quando le righe diventarono creatrici di sé stesse, scrivevo frasi che sfuggendo alla mia volontà, mi facevano conoscere di me quello che non sapevo, né credevo di voler scrivere.

Dopo un po’ mi sono ritrovato a seguire una penna che mi portava senza riflessione e senza calcolo a intraprendere un viaggio poco fantastico dentro la mia condizione, attraverso le mie non piacevoli vicende e nel seguire la penna inconsciamente avevo spinto la sincerità sino alle estreme conseguenze.

Nel rileggere ciò che andavo scrivendo non mi rammaricavo di dire tutto ciò che avevo dentro, anche per il bisogno intimo di dare ai miei figli, nel caso non arrivassero a conoscermi, il modo di sapere qualcosa di diverso del loro padre di quello che dice la condanna, ma anche il bisogno di aprire la mia anima ad un confronto con la realtà con la quale dovevo confrontami, per tutto il tempo che ci sarebbe voluto per arrivare ad ottenere la possibilità di un abbraccio libero con loro.

Il desiderio di arrivare a realizzare quell’abbraccio, mi faceva sentire il bisogno di reinventarmi una nuova esistenza dentro la quale coltivare la legittima aspirazione di scontare quella parte di pena che mi avrebbe consentito, un giorno, di ottenere qualche occasione di contatto con i miei cari.

Credevo che, di fronte ad una pena terribile e universalmente ritenuta da secoli peggiore della pena capitale, avrei avuto a che fare con un sistema che permettesse anche a colui che avesse commesso la più terribile delle azioni, di poter riscattare la propria esistenza.

Solo col passare del tempo mi sono dovuto rendere conto che un legislatore ondivago e scriteriato aveva fatto affermare due tipi di ergastolo, uno che consente dopo dieci anni di pena scontata di poter cominciare a godere, se meritati, i benefici penitenziari e un altro quello ostativo da scontare nelle sezioni di massima sicurezza che, in mancanza di collaborazione, destina a morire in carcere.

Non avevo mai sentito dire che se uno non collabora non può sperare nei benefici penitenziari, quando sentii parlare di questi orientamenti, mi sembravano tanto illogici che mi rifiutavo di credere che la mia vera colpa era stata quella di essere stato condannato ingiustamente e dunque di non avere un nome da mettere al mio posto, quindi di aver perso il diritto di poter avere dei diritti.

Me ne sono reso conto dopo essere dato in pasto ad un carcere che faceva di tutto per farmi rendere conto che aveva il solo compito di accompagnarmi alla morte, anche per questo motivo che il mio viaggio nella scrittura ha finito per riguardare questo genere di argomenti, partendo dalla speranza mai perduta di poter sperare in un sistema migliore di quello in cui sono costretto a esistere senza poter vivere.

Non sono mai riuscito, come avrei voluto, a scrivere di cose diverse, anche perché in fondo al mio animo ho continuato a credere a differenza dei miei carcerieri, nel valore delle leggi, prime fra tutte la Costituzione.

Ho scritto anche di frammenti di vita per raccontare quel che passa nell’animo di chi è detenuto, con la speranza di indurre i distratti a fermarsi un attimo a riflettere sul fatto che le persone detenute non sono come vengono descritte nelle semplificazioni mediatiche, possono anche essere, con parole semplici, convincenti nell’innalzare le virtù, facendole apparire al di sopra di ogni cosa, quegli autori che mi hanno fatto capire quanto per me la lettura sia stata una sana malattia.

Una malattia che mi ha insegnato a pensare con la mia testa, ad essere autonomo con le mie decisioni, a saper distinguere il vero dal falso, il bello dal brutto, il giusto dall’ingiusto e anche se è vero che chi più sa più soffre, ho fatto sì che quella sana malattia non mi abbandonasse più e forse è stata questa sana malattia che, dopo l’isolamento, mi ha portato ad occuparmi volontariamente della biblioteca del carcere, una biblioteca con più di quindicimila libri, capaci di soddisfare ogni mio bisogno e ogni mia curiosità.

Per anni mi sono aggrappato al filo dei destini, degli avvenimenti, del sentire, dell’amare, del vivere e del pensare raccontati nei libri di quella biblioteca, non solo per trovare un po’ di quella serenità di cui avevo bisogno, ma soprattutto per trovare la chiave giusta per comprendere che senza il nutrimento della mente non vi può essere conoscenza e senza conoscenza l’accettazione di ciò che ci accade.

A distanza di anni posso affermare che quei libri sono stati fondamentali per me, in un certo senso mi hanno educato a provare sentimenti, in un luogo privo di sentimenti e dove gli stessi non sono apprezzati, con questo non voglio dire che in quei libri ho trovato la felicità che mi mancava, posso però affermare che il sapere che si è sedimentato in me, leggendoli, mi ha fatto intuire che il senso delle cose non è sempre quello che appare, che c’è dell’altro oltre la siepe e che tra ciò che appare e quel che potrebbe essere, vi sono infinite possibilità, anche quando si vivono esperienze incresciose.

Queste sensazioni le attingevo dai libri di quella  biblioteca e come seduttore impenitente cercavo di piegarle a mio piacere, per cercare di lenire i miei dolori, per temperare la mia solitudine e per cercare di dimenticare il grigiore della vita reale che mi toccava vivere.

Posso dire che leggendoli attingevo dalla carta morta qualcosa che mi sembrava vivo, persino le infinite combinazioni di suoni e colori che a me mancavano, senza i quali mi sarei ritrovato a guardarmi indietro a vedere sempre lo stesso giorno. Sono state la lettura e la scrittura che mi hanno permesso di riempire il tempo d’inezia e d’indifferenza del carcere, senza queste attività, davanti all’inutilità della mia esistenza, avrei potuto scegliere la rivolta e, chiamando il cielo a testimone dell’iniquità della mia sorte, sarei potuto ricorrere al suicidio, perché intorno al mio vuoto si è agitato sempre lo spettro della sofferenza della persone a me più care.

Questo dolore mi ha fatto sempre muovere con la paura di respirare e talvolta anche esistere, per il fatto che esistere significava continuare a far sanguinare le ferite di chi si ostina a starmi ancora accanto. La dura verità è che non posso fare nulla per mutare la mia  e la loro condizione, posso solo farmi del male e cadere nel peccato di non vivere e il dolore dato da quest’impotenza è qualcosa difficile da gestire, perché è un dolore che s’impone con interrogativi cui è difficile dare delle risposte.

Un dolore che costringe la mia mente a guardare nella direzione in cui poter trovare la serenità necessaria per considerare la mia vita un bene talmente prezioso, da non poterla sprecare in un atto sconsiderato, un dolore che mi ha costretto ad usare, sin dall’isolamento, il carcere come un periodo di esperienza, immaginandolo come un campo lavorato a “Maggese”.

Il “Maggese”, quella lavorazione profonda della terra che si esegue ogni anno d’estate, che rende il campo pulito da ogni erba infestante. Chi è estraneo al mondo della campagna crede che quella terra sia improduttiva, sia uno stato d’inerzia totale: in realtà quella terra accumula energie dal sole e aspetta solo di ricevere il suo seme.

Gli sprechi nel carcere (seconda parte).. di Sebastiano Milazzo

Pubblico oggi la seconda ed ultima parte dello scritto dedicatoci agli sprechi nel carcere inviatoci dal nostro Sebastiano Milazzo, detenuto a Carinola (per la prima parte vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/07/06/gli-sprechi-nel-carcere-prima-parte-di-sebastiano-milazzo/).

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4- A proposito degli sprechi che nel carcere la cattiva politica non riesce a correggere.

Come ha scritto Edgar Alla Poe, l’intelligenza è semplice e semplificante. Certo però che, per come è gestito il sistema penitenziario, di intelligenza nella sua gestione non se ne è mai vista traccia ed è proprio questa mancanza di intelligenze il prezzo che noi detenuti  paghiamo ai mazzieri di destra e di sinistra chiamati a regolamentare il sistema penitenziario. Un esempio? Nel carcere vi sono circa 30.000 detenuti definitivi che ogni sei mesi fanno la richiesta del beneficio della liberazione anticipata, che viene concesso in base ad una relazione del carcere che informa il magistrat se il detenuto ha avuto rapporti disciplinari, in tutto sono 60000 pratiche annue da istruire, sia dai magistrati che dagli operatori penitenziari.

Basterebbe concedere quel beneficio a tutti in anticipo, come avviene in tutte le nazioni in cui si ha rispetto per le risorse pubbliche, e al magistrato arriverebbero solo quelle poche revolche ritenute ingiuste dal condannato. In tal caso il magistrato potrebbe dedicare il suo tempo a frequentare le carceri, i tribunali non sarebbero ingolfati di pratiche inutili, i direttori potrebbero dedicarsi di più a realizzare la funzione rieducativa della pena, agevolando la concessione delle misure alternative che farebbero diminuire il numero dei relcusi, si avrebbero carceri meno affollate e si farebbbero risparmiare tante risorse alle fallimentari risorse dello Stato in questo periodo in cui la gente si suicida perché soffocata dalla pressione fiscale.

Se nessuno corregge persino queste banali irrazionalità è perché la classe politica, disinteresandosi dei valori cardini della democrazia, ha fatto affermare un sistema penitenziario capace soltanto di far perdere al detenuto la dignità di essere umano.

Un sistema che determina, per automatismi che talvolta sfuggono alla comprensione dei singoli, una intollerabile violazione dei diritti che fa dire all’Europa che siamo la maglia nera nella graduatoria del peggio per ciò che riguarda la Giustizia e le carceri.

 

5- A proposito degli sprechi che nel carcere la cattiva politica non riesce a correggere. Oggi le misure alternative per gli ergastolani non vengono  più concesse perché, in generale, viene rifiutata l’idea di garantire la finalità rieducativa della pena che la Costituzione impone.

C’è un diffuso rifiuto di applicarle, senza tenere conto che rappresentano un investimento non sol necessario e doveroso, ma anche conveniente, soprattutto in qu esto periodo che l’Italia rischia il crac economico e la fine della Grecia.

Conveniente, perché se venissero concesse verrebbe risolto il problema del sovraffollamento, le condizioni di vita all’interno del carcere sarebbero meno disumane per i detenuti e gli stessi operatori.

Si eviterebbe di dovere costruire e gestire nuove carceri, e quel che più conta, le misure alternative agirebbero sul fronte del recupero e sul fronte della sicurezza, senza esporre la società alla mercé del crimine, vistio che i detenuti scontano la detenzione sino all’ultimo giorno segnato in sentenza ricadono nel reato nell’80% dei casi, mentre la percentuale si abbassa al 19% nei rari casi in cui viene data la possibilità di un graduale reinserimento nella società.

E siccome ogni punto di recidiva in meno fa risparmiare complessivamente allo Stato 51 milioni di euro l’anno, se ne deduce chel’80% di recidiva prodotta dall’attuale sistema costa alla scassata economia nazionale qualcosa come tre miliardi di euro l’anno.

Se ogni tanto qualcuno si fermasse a calcolare quanto costa, in termini economici e di sofferenze, tenere recluso un decennio in più di quanto prevede la legge e di quanto sarebbe necessario, certe interessate e irrazionali ostinazioni nel rifiutare le misure alternative, verrebbero eliminate.

Perché, un conto è negare la speranza a chi dopo un serio accertamento non la meritasse, altro conto è negarla a chi ha raggiunto la maturità per poter ritornare ad essere una risorsa per la società, invece di continuare ad essere un peso.

Milazzo Sebastiano

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