Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera di Pasquale De Feo al CPT

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Dopo avere pubblicato a suo tempo il reclamo scritto dal nostro Pasquale De Feo in seguito al suo trasferimento da Catanzaro al carcere di Oristano in Sardegna.. pubblico oggi una lettera scritta da Pasquale De Feo al Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene inumane e degradanti.

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C.P.T
Commissione per la prevenzione della tortura e delle pene
Strasburgo
Francia
c/c Council of Europe
F-67075
Strasbourg
Codex-France

Commissione Europea per la prevenzione della tortura e delle pene

Mi chiamo De Feo Pasquale, detenuto dal 1983 in espiazione della pena dell’ergastolo denominato ostativo che viola la convenzione europea perché è una pena perpetua; una condanna a more la cui sentenza è affidata al tempo che funge da boia.

L’ergastolo perpetuo è una tortura, come stabilisce la Convenzione, nessuna pena può esserlo per sempre.

L’Italia ha subito varie condanne sulla tortura del sovraffollamento e delle condizioni carcerarie a cui sono sottoposti i reclusi.

Ancora esiste il regime di tortura del 41 bis, una istituzionalizzazione della tortura.

Per risolvere l’ultimatum della Corte Europea sul sovraffollamento, hanno costruito carceri nella regione Sardegna, creando un’isola prigione, deportando migliaia di reclusi, allontanandoli dalle loro famiglie.

Hanno diluito il sovraffollamento , ma hanno creato una tortura peggiore del sovraffollamento, perché la lontananza impedisce i contatti familiari, questo contribuisce a disgregare i nuclei famigliari.

Il regolamento penitenziario italiano stabilisce che il detenuto non deve essere allontanato dalla famiglia non oltre i 200 km, non viene rispettato. 

Le carceri italiane sono i luoghi più illegali del Paese, i detenuti sono alla mercé di interessi politici e burocratici del Ministero di Giustizia, ma principalmente vittime del business dei trasferimenti da un capo all’altro del paese, e della costruzione delle carceri dove impera corruzione e clientele politiche. 

Non contenti della deportazione di massa, vogliono imporci con la prepotenza di condividere la cella con altri detenuti, in spregio alle leggi penitenziarie e penali italiane e a quelle del codice penitenziario europeo.

Il mio destino è di morire in carcere, essendo un ergastolano ostativo (pena perpetua), non chiedo altro che di finire i miei giorni nel “LOCULO MORTUARIO” da solo, senza dividerlo con nessuno, come prescrivono le leggi.

Siccome il sistema difende se stesso, con una complicità criminale, l’unica tutela sono le istituzioni europee, che la Vostra attenzione affinché non si subisca abusi di potere. Vi invio il reclamo che ho presentato alle autorità europee.

Fiducioso della Vostra attenzione e di un intervento presso le autorità competenti italiane.

Vi invio distinti saluti.

Con osservanza

Pasquale De Feo

Oristano 12 giugno 2015

 

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L’empio despota ha colpito ancora… di Gino Rannesi

Massimiliano

Ed ecco che anche il nostro Gino Rannesi viene trasferito presso il carcere di Oristano, che sembra essere stato designato per essere il carcere dove scaricare molti degli AS1 detenuti nelle varie carceri d’Italia.

Ecco che Gino Rannesi dovrà ricominciare daccapo come avviene dopo ogni trasferimento.

Il fatto che Gino avesse cominciato a trovare un suo equilibrio, che avesse ricominciato un percorso trattamentale, che avesse trovato a Nuoro un buon ambiente che gli stava dando stimoli.. cosa importa? Che cosa davvero importa?

Cosa importano le minime nozioni di salvaguardia psicologica di un essere umano, di “ragionevolezza” verso una esistenza?

Cosa importano?

Per l’amministrazione penitenziaria i detenuti sono pacchi di spostare, da una parte all’altra, senza alcuna considerazione della violenza che questo, troppo spesso, comporta.

PS: la foto che accompagna il post riproduce un’opera di Massimiliano Cammarata.

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Ecco che il despota romano ha steso la sua empia mano sulla sezione degli AS1 di Nuoro.

L’empio non ha voluto sentire ragioni…”via alla deportazione “, poco fa sono partiti i primi sei.

Occhi tristi e visi stanchi: “Ciao Gino, ci cacciano via ma ci rimpiangeranno…”

Il compagno voleva dire ci rimpiazzeranno. Infatti, cacciano via gli AS1 per fare posto a un’altra categoria di detenuti.

Già una volta avevo parlato di strazio, e precisamente, quando fummo cacciati da Spoleto, però

stavolta a differenza di quell’altra non saremo dispersi qua e là, no, stavolta ci spostano tutti sullo stesso carcere. Oristano per l’appunto.

Vita facile per costoro, perché sanno di avere a che fare con persone che hanno scontato 20.30 anni di galera e che i più, oltre ad essere indifesi sono anche molto stanchi…

“preparate le vostre cose, si cambia aria…”

Ormai l’empio despota non si cura più di nulla, altro che sicurezza. Buon per  lui che oggi in questi regimi speciali ci sono uomini desiderosi di un riscatto, gente stanca che ha capito di essere stata

usata come carne da macello…

Dunque, è probabile che questo mio scritto non vedrà mai la luce, infatti mentre scrivo sento la voce dell’agente:”Tizio, Caio, Sempronio, preparate le vostre cose, partirete fra  poche ore …”

questa è la seconda tornata, non ho sentito il mio nome, forse più tardi o forse domani, quello che è certo è che mi aspetta una  spoglia cella nella nuova sezione degli AS1 del carcere di Oristano.

Sappiamo quello che stiamo lasciando qui a Nuoro, e, ahimè, sappiamo anche quello che troveremo a Oristano, ossia il nulla. Lasciamo questo posto interrompendo il trattamento penitenziario e nel caso di specie le varie pendenze con la magistratura di sorveglianza nuorese… Ho visto persone come le prof con gli occhi  pieni di lacrime… Nessuno si spiega il motivo per il quale dobbiamo andare via da questo posto… Infatti, il motivo per il quale dobbiamo essere allontanati, lo può capire

solo chi è stato un “delinquente”…

Quindi le prof, i volontari, gli amici del gruppo teatrale etc., non capiranno mai…

Anche gli operatori che lavorano in questo carcere nutrono qualche dubbio circa la legittimità di questa deportazione, ma anche loro hanno famiglia, perciò è meglio tacere…

Mi chiedo se non sarebbe il caso di ricordare al despota romano che se lui  occupa quel posto di tutto rispetto è perché qualcuno ce l’ha messo in quel posto. Ed inoltre, che la legalità prima di chiederla bisognerebbe darla… Bene, nell’attesa di essere chiamato per preparare le mie poche cose e lasciare per sempre il carcere di Nuoro, vi saluto tutti con un caro abbraccio.

Un affettuoso saluto con la promessa di rivederci al più presto fuori va alla professoressa Eva Cannas (Lettere), Licia Nunez (Spagnolo), Pietro Era (Regista), e a tutta la compagnia teatrale.

Un grosso bacione a Suor Rita, a suor Pierina, Lidia e alla Caritas di Nuoro. Mega baciotto al

parroco Gian Paolo Murusu… (ci mancherai tanto)

Un grande abbraccio a Giovanna e a tutti coloro che si sono presi cura di me durante la degenza all’ospedale San Francesco   di Nuoro… una stretta di mano vigorosa e due baci sulle guance all’eccellente garante dei detenuti di Nuoro dott. Gianfranco Oppo, altresì all’ufficio GOT…

Gino Rannesi

Ultima da Nuoro Agosto 2015

Solo gli stolti non cambiano idea… di Gino Rannesi

peros

Tramite la nostra Grazia ci è giunto questo bellissimo testo di Girolamo Rannesi, uno degli amici storici del Blog.

Da diversi mesi Gino è stato trasferito a Nuoro. Inizialmente visse questo trasferimento molto male, perché, andando in Sardegna, veniva allontanato di molto dalla moglie e dall’amatissimo figlio Nicholas. La rabbia per questo trasferimento era inoltre, alimentata per il fatto che vedeva in esso una azione punitiva nei suoi confronti.

Dopo un po’ di tempo però si è accorto, con suo stesso stupore, di essere grato per questo trasferimento. Soprattutto per avergli fatto conoscere persone splendide.

Questo testo è un po’ un omaggio alla splendida gente della Sardegna e di Nuoro in particolare; e al personale ospedaliero incontrato all’ospedale di Nuoro che ha dato prova -nei suoi confronti- di straordinaria umanità e di straordinaria assenza di pregiudizio.

Vi lascio alla lettura di questo testo.

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Quando arrivai in Sardegna ero incazzato nero,

e non certo per la bellissima isola e i suoi abitanti, ma per il fatto di essere stato mandato nel carcere nuorese di Badu e Carros per punizione.

“Rompi le palle? E noi per punizione ti allontaniamo il più possibile dai tuoi affetti..”.

Infatti, prima di approdare a Nuoro, almeno una volta al mese potevo vedere Nicholas e la sua mamma. Ma poi, arrivato in questo posto, forza maggiore i colloqui si sono drasticamente ridotti. Infatti da uno al mese, siamo passati a uno ogni 4-5 mesi.

I primi mesi passati a Badu e Carros sono stati terribili; ma io dovevo ingoiare il rospo: “Nessuno può violentare i tuoi pensieri se non lo vuoi…”.

Ma, ahimé, ho scoperto a mie spese che non è sempre così: “La necessità obbliga legge”.

Per due motivi molto importanti. Sono riuscito a soffocare le idee “belligeranti” che mi frullavano per la testa. Mi compiaccio con me stesso, sono stato bravo… (GRANDE!)

Solo gli stolti non cambiano idea, ed io non sono uno stolto…

Oggi dico che: sono felice di essere approdato in Sardegna, e soprattutto di essere approdato proprio a Nuoro…

Certo ho dovuto stringere i denti per il fatto che le visite dell’amore della mia vita, che si chiama Nicholas, si sono ridotte, e di molto. Ma oggi lo amo più di ieri e meno di domani. Un amore, il mio, esaustivamente ricambiato. Chi è Nicholas? Ma la mia ultima rapina, no…

Che cosa mi ha fatto cambiare idea? E presto detto. Amo Nuoro e i suoi abitanti. A chi mi ha mandato a Nuoro per aver reclamato “i miei diritti” dico grazie, grazie mille…

La venuta a Nuoro mi ha dato la possibilità di conoscere una cultura che, fino a poco tempo fa, mi era sconosciuta. Ossia quella sarda, e più precisamente quella nuorese…

Come qualcuno sa, circa dieci mesi fa sono stato ricoverato presso l’ospedale S. Francesco di Nuoro per essere sottoposto ad un intervento chirurgico.

La mia degenza al San Francesco è stata di circa 10 giorni. Lì, in quel posto, ho avuto modo di conoscere uomini, e soprattutto Donne, che mi hanno trattato come si conviene con un essere umano.

Se poi consideriamo che a quell’epoca ero ancora un ergastolano…

Sono stato dieci giorni in corsia e trattato come una persona qualunque. Visti i titoli dei reati che mi vengono contestati, hanno dimostrato di avere coraggio. Se fossi stato ricoverato in Sicilia sarebbe stata sufficiente la famosa frase “per motivi di sicurezza” per essere sepolto in qualche tombino senza che nessuno si potesse avvicinare… Altro che corsia. Solo i coraggiosi sono forti, e i Nuoresi lo sono. Chi usa la forza è un debole. “Per motivi di sicurezza”.. ma andate a cagare… Anche all’interno dell’istituto ho avuto modo di conoscere persone fiere della loro cultura, persone pulite e non contaminate dal sospetto.

Adesso faccio una affermazione forte e spero che nessuno me ne voglia: qui, in questo posto, lo stesso dove una volta regnava la violenza più feroce, a dispetto dei pochi che vorrebbero tornare al passato..”Niente speculazioni, quindi, né confusione. Il pessimismo cosmico non appartiene a chi lavora a Badu e Carros…” (Gianfranco Oppo, Garante dei detenuti), oggi c’è la possibilità di un reale cambiamento, e poi anche di un reinserimento.

In questo posto c’è gente che crede nel recupero delle persone. Dalle mie parti, invece, ti aspettano al varco, perché è cultura ormai consolidata quella di pensare e di afferrare che: “Dall’organizzazione malavitosa si esce solo da morti, o previa collaborazione…”.

E’ così? Non lo so, forse ai tempi di Al Capone. Quello che so è che ci sono parecchie persone che, a dispetto di quanto si sostiene, dopo essere tornate libere, hanno cambiato vita, perché “solo gli stolti non cambiano idea…”. Bene, con l’auspicio che mai più nessuno riesca a trasformare questo carcere in quello che fu un tempo (una fogna), auguro buon lavoro a tutte le persone di buona volontà…

Un caro saluto a tutte le persone che ho conosciuto durante la mia degenza presso l’ospedale di Nuoro e, su tutte, a quelle infermiere che ancora oggi si informano sulle mie attuali condizioni di salute…

Grazie, vi voglio bene.

Gino Rannesi, Nuoro, luglio 2015

 

 

Lettera di Pasquale De Feo a Piero Sansonetti

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Dopo avere pubblicato, giorni addietro il reclamo scritto dal nostro Pasquale De Feo in seguito al suo trasferimento da Catanzaro al carcere di Oristano in Sardegna.. pubblico oggi una lettera scritta da Pasquale De Feo al direttore del Garantista Piero Sansonetti, in accompagnamento a copia del reclamo.

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Redazione “Il Garantista”- Direttore Piero Sansonetti

Via Indipendenza n. 43- 88100- Catanzaro (CZ)

Egregio Dott. Sansonetti.

Mi chiamo De Feo Pasquale, galeotto ergastolano detenuto dal 1983.

Siccome lei presta molta attenzione alle tematiche della giustizia e del sistema penitenziario, Le scrivo per informarLa che da alcuni mesi è in atto una deportazione di massa in Sardegna.

Balducci, Anemone e compagni, con la complicità di padri politici, hanno avuto senza gare di appalto, con la scusa della sicurezza, gli appalti per la costruzione delle carceri in Sardegna, facendo lievitare i posti letto e di conseguenza i costi.

Per riempirli stanno deportando migliaia di reclusi nel silenzio generale. Il 99% siamo tutti meridionali con mostrificazione di decenni. Siamo ottima carne da macello. Questo esodo forzato è una tortura, perché allontanarci dai nostri famigliari, impedendoci regolari contatti per coltivare i nostri affetti, è una tortura peggiore del 41 bis. 

Calpestare i diritti umani non basta, vogliamo aggiungerci anche altro, per sanare il sovraffollamento vogliono costringerci a scontare la pena in cella con altre persone, violando le leggi e i regolamenti penitenziari.

Il mio destino è di morire in carcere essendo un ergastolano ostativo, ne sono consapevole, ma fino a quel giorno chiedo di essere l’unico abitante del “loculo” (cella), dove vengo ubicato, come prescrivono le leggi e le norme penitenziarie.

Le invio questo reclamo che ho presentato, fiducioso della sua attenzione. La saluto cordialmente.

Pasquale De Feo

Oristano 12 giugno 2015

Reclamo di Pasquale De Feo dopo il suo trasferimento in Sardegna

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Pubblico oggi il reclamo che Pasquale De Feo ha scritto, in merito al suo trasferimento dal carcere di Catanzaro a quello di Oristano.

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OGGETTO: Reclamo ai sensi dell’art. 35

                      Ministro della Giustizia Andrea Orlando

                      Capo del DAP- Dott. Santi Consolo

                      Magistrato di Sorveglianza di Oristano

                      Direttore del carcere di Oristano- Dott. Pierluigi Farci

                      Comandante del carcere di Oristano

De Feo Pasquale nato a Pontecagnano (SA)  il 27/01/1961, attualmente ristretto nel carcere di Oristano (SARDEGNA), ubicato in regime AS-1, in espiazione pena dell’ergastolo.

PREMESSO

Da circa un mese sono stato trasferito dal carcere di Catanzaro in quello di Oristano, sono ancora l’unico detenuto della sezione di nuova apertura di regime AS-1.

La sezione è composta da 25 celle con due posti letto, anche se illegalmente ne è stata aggiunta una terza branda.

Sono detenuto dal 1983, fino al 1992 sono stato recluso in regime comune. Dal 1992 al 1996 ristretto in regime di 41 bis. Dal 1996 mi trovo in regime di Alta Sicurezza. Fino al 2009 si chiamava E.I.V., poi AS-1 fino ad oggi.

L’E.I.V. e dopo AS-1 sono una continuazione storica dell’art. 90, come sancisce la circolare ministeriale del 1998.

Il regime dell’art. 90 stabiliva che i reclusi dovevano stare da soli in cella. Essendo E.I.V. e dopo AS-1 una continuazione storica, la norma è trasferita in automatico ai regimi citati. Sto scontando  la pena dell’ergastolo, art. 22 codice penale, che stabilisce l’isolamento diurno per i condannati a questa pena.

Il codice penitenziario stabilisce allocazione in celle singole per ogni detenuto. Negli ultimi vent’anni di allocazione E.I.V. e AS-1 è stato sempre rispettato questo mio diritto alla cella singola o isolamento diurno.

Siccome qui ad Oristano le celle sono a due posti, CHIEDO agli organi preposti per il reclamo e a quelli dove ho inviato istanza per conoscenza di intervenire affinché non venga violato questo mio diritto di scontare la pena da solo in cella.

Sono pronto ad iniziare qualsiasi protesta, anche lo sciopero della fame o farmi allocare nel reparto isolamento, affinché questo mio diritto venga rispettato.

Per i motivi esposti chiedo agli organi interpellati di intervenire per tutelare questo mio diritto, sancito anche dal codice penale.

Nell’attesa porgo distinti saluti.

Con Osservanza

Pasquale De Feo

Oristano, 12 giugno 2015

La barbarie della deportazione… di Pasquale De Feo

simbolsssIl nostro Pasquale De Feo, da poco tempo è stato trasferito da Catanzaro, dove stava ormai da anni, ad Oristano, dove hanno aperto un nuovo carcere, che probabilmente contribuirà alla operazione di “deportazione” di detenuti, soprattutto alta sicurezza, in Sardegna.

Pasquale, come sempre, ha parole lucide ed efficaci nel descrivere il lato oscuro del sistema giudiziario.. e cito, prima di lasciarvi alla lettura integrale della sua lettera, un passaggio emblematico riguardo a quello che significa il sistema di trasferimento:

“Tagliare di netto tutto ciò che un recluso si era creato, relazioni umane, ambientali e sociali, un piccolo mondo spazzato via, profonde sofferenze che si ripercuotono sulle famiglie e in molti casi contribuiscono a sfasciarle, bambini che cresceranno traumatizzati con un profondo odio contro lo Stato, future generazioni di carcerati.”

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La storia si ripete dopo un secolo e mezzo, i ricorsi storici sono una realtà e noi la stiamo vivendo con la seconda deportazione di massa nell’isola-prigione della Sardegna.

Verso le nove stavo mettendomi a letto quando viene l’agente e mi dice di prepararmi la roba che alle quattro di notte devo partire.

Rimango inebetito, non me l’aspettavo, è stato come un fulmine a ciel sereno.

Mi riprendo e inizio a preparare tutto, non avendo fatto in tempo a spedire il pacco invernale ho tanta biancheria.

Dopo due ore porto tutto giù in una stanza a piano terra, mi rimangono un borsone con la biancheria necessaria, un paio di borsellini con i prodotti dell’igiene personale e la cartella con la posta.

Mi metto a letto, mille pensieri affollavano la mia mente, non riuscivo a inquadrare il motivo del trasferimento, mai come questa volta non avevo dato nessuno appiglio per arrivare a questo punto, e poi perché in Sardegna? C’ero stato già due volte, all’Asinara e a Nuoro. L’impressione che si trattasse di un trasferimento di punizione.

Si trattava di un disegno criminale molto più ampio e su scala nazionale, una deportazione di massa.

Alle tre di notte mi alzo, faccio colazione e mi preparo, scendo giù alle quattro, dopo mezz’ora partiamo, c’è anche un altro recluso, verso le sei arriviamo all’aeroporto di Lamezia Terme, prendiamo l’aereo per Roma dove giungiamo all’incirca alle otto.

Mi chiudono in una cella e mi dicono che dobbiamo aspettare l’aereo per la Sardegna, sono convinto che vado a Nuoro.

Il caposcorta verso le dieci mi comunica che devo andare a Oristano e stanno aspettando la scorta per consegnarmi a loro.

Chiamo perché avevo fame, era passato mezzogiorno, arrivano alcuni agenti e mi comunicano che sono la nuova scorta e dobbiamo attendere l’imbarco, mi dicono che non possono comprarmi niente e devo arrangiarmi con il sacchetto datomi a Catanzaro.

Quando c’erano i carabinieri a fare le scorte, non se lo facevano neanche dire. Erano loro a chiederci cosa volevamo comprare.

Alle quattro e mezza di pomeriggio prendiamo l’aereo per Cagliari, alle sei siamo già in viaggio con il furgone, alle sette arriviamo a Oristano.

Tra matricola e magazzino verso le otto sono in cella, sono stanco affamato e lo sanno, mangio qualcosa e vado a dormire.

Sono il primo deportato nella nuova sezione AS-1, c’è un signore di fronte, è comune, si trova qui per isolamento giudiziario.

Venerdì 15 maggio hanno svuotato la sezione, era AS-3, gli ultimi due sono partiti sabato mattina 16 maggio, la stessa scorta mi ha preso in consegna all’aeroporto di Roma.

La sera di venerdì 15 mi hanno chiamato per partire, una fretta senza motivo. Dopo venti giorni sono ancora da solo.

I funzionari e i politici nel ministero della giustizia, quando vanno in TV o rilasciano interviste sui quotidiani, sembra di ascoltare e leggere di persone della civilissima Norvegia. Dicono tante bugie, illustrano una realtà che è pianificata solo nelle loro teste e la propinano ai cittadini, nei fatti adoperano il sistema penitenziario e il giustizialismo più becero come tram per i loro interessi di potere e di carriera.

Le carceri sono il luogo più illegale del Paese, il DAP è l’emblema di questo apice di violazione dei diritti penitenziari e umani.

Stanno chiudendo Padova e Nuoro AS-1 e verranno tutti qui, ma la deportazione riguarda anche tanti AS-3 e comuni.

Sotto di me ci sono quattro sezioni AS-3, sento solo dialetti meridionali.

Tenti reclusi che stavano facendo percorsi importanti dopo tanti anni di carcere, si ritrovano al punto di partenza.

Bisognava riempire queste carceri nate da interessi delle cricche di Roma e sicuramente con la complicità di sodali sardi. Pertanto via al trasferimento di massa.

Alcuni anni fa il ministero della giustizia e l’ex Presidente della regione Sardegna Soru, avevano firmato un protocollo, affinché nella regione ci fossero solo reclusi sardi, reclamando anche quelli del continente. Invece per i loschi affari di Balducci, Anemone e compagnia, con la copertura di padri politici, hanno violato i loro stessi accordi, costruendo smodatamente per creare una regione-prigione.

I politici sardi che l’hanno permesso, non sono solo complici di questa nefandezza, perché senza il loro consenso non avrebbero potuto farlo.

Tagliare di netto tutto ciò che un recluso si era creato, relazioni umane, ambientali e sociali, un piccolo mondo spazzato via, profonde sofferenze che si ripercuotono sulle famiglie e in molti casi contribuiscono a sfasciarle, bambini che cresceranno traumatizzati con un profondo odio contro lo Stato, future generazioni di carcerati.

Il sistema di deportazione nasce nel 1863 con la famigerata legge PICA, la madre di tutte le leggi d’emergenza, che con terminologie diverse è arrivata fino ai nostri giorni.

I piemontesi-savoiardi cercarono con il Portogallo e poi con l’Argentina di avere un’isola o un pezzo di Patagonia per deportare quanti più meridionali possibile. Fallita questa infamia, ripiegarono sulle isole interne. Le isole piccole ebbero le loro cayenne, la Sardegna e la Sicilia furono riempite di carceri, particolarmente la Sardegna.

Migliaia di infelici persero la vita in questi luoghi insalubri, di fame, stenti e malattie.

I fratelli d’Italia dovevano insegnarci la loro “civiltà”, educandoci con la sferza e le deportazioni, anticipando di mezzo secolo le dittature rosse e nere. Questo sfregio è divenuto storia risorgimentale.

Questa barbarie burocratica-poliziesca continua tutt’ora, con l’inaugurazione della massiccia deportazione che avviene nel silenzio censorio dei media.

Qualcuno dirà che non è vero. Mi dimostri che il 99,99% dei deportati italiani in Sardegna non siano meridionali.

Siamo colonia interna pertanto cittadini di serie B, un problema di ordine pubblico “indigeni” difettati geneticamente propensi per indole naturale ad essere lombrosianamente criminali.

Un tempo il Meridione era un covo di briganti, oggi siamo un covo di mafiosi, domani saremo un covo di marziani sic,… l’importante è che le leggi di emergenza “infinita” continuino ad essere applicate, per tenere il Meridione nello stato attuale di depressione cronica, per equipararlo ai paesi africani.

La deportazione è tortura, l’allontanamento dalle famiglie causa lacerazioni insanabili. Quale legame affettivo si può coltivare con un colloquio una volta all’anno nella migliore delle ipotesi.

Nel tempo le istituzioni hanno allevato funzionari che ritengono naturale questo sistema di barbarie.

Quando si eleva il meccanismo nella mostrificazione a “normale” strumento di repressione, la tortura di varia natura diventa burocrazia quotidiana.

Pasquale De Feo

Oristano giugno 2015

Sezioni che chiudono e carceri che vanno riempite… di Francesca De Carolis

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Pubblico anche su Le Urla dal Silenzio questo ottimo articolo scritto dall’amica Francesca De Carolis.

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Se ne parlava, se ne parlava da qualche tempo. La parola “trasferimento” aleggiava qua e là, anche quando non pronunciata, tra le righe. Poi mi arriva la lettera di Pasquale De Feo, che già a prenderla in mano si capisce che qualcosa non va. Non arriva più dal carcere di Catanzaro. Il mittente scrive da Massama. Oristano, per intenderci. Profonda Sardegna. “Cara Francesca, mi scrive, temo che quando verrai a Catanzaro per “l’incontro con l’autore”  non mi troverai. Mi hanno deportato in Sardegna. Da una settimana sono solo in sezione, dovrebbero arrivare altri prigionieri. Non me l’aspettavo, anche perché non ho fornito pretesti… “.

No, sono certa che Pasquale De Feo pretesti non ne abbia forniti. Ma certo inquieta non poco, il fatto che la prima cosa che abbia pensato sia una ‘punizione’, di cui non trova logica spiegazione. Come è difficile trovare una logica, che sia accettabile, nei trasferimenti che si stanno compiendo in questi giorni. Per radunare tutti insieme i ‘cattivissimi’ delle sezioni di Alta Sicurezza, chiudendo alcune sezioni AS1 sparse qua e là per l’Italia.

Qualcuno è già andato a infoltire le fila dei “cattivi” di Opera. Qualcun altro è già stato spedito a Sulmona, il carcere dei suicidi, come lo chiamano. Molti, se il programma va avanti, finiranno in Sardegna, a riempire quelle carceri costruite apposta per loro, dalla nostra malsana italietta, in un periodo piuttosto discutibile. Il piano carceri del 2002-2003 del governo Berlusconi, ricordate? E il filo rosso che, niente di penalmente rilevante, per carità, ma teneva insieme alcune  società nella realizzazione dei più rilevanti interventi pubblici in Sardegna degli ultimi anni.  E dacché sono stati costruite, adesso andranno ben riempite, quelle carceri… a fare della Sardegna  una grande Asinara, mi viene da pensare…

E i detenuti? L’impressione è che siano semplicemente delle pedine da spostare in un disumano gioco per riempire caselle. Come pacchi, come cose. Tutto molto coerente, a dire la verità, con il processo di reificazione delle persone che, parole a parte, di fatto tende a incarnare il sistema carcerario.

E invece ci sono i nomi, i volti, e le storie… A qualcuno dovrà pure importare di questi nomi , di questi volti, di queste storie. Dovrà pure importare sapere che si tratta di persone in carcere da decenni e che spesso un percorso in questi anni l’hanno pure compiuto. Come accade a Padova, ad esempio. Dove si sono compiuti percorsi molto interessanti, dove c’è un polo Universitario, dove qualcuno si è laureato, dove grazie alla redazione di Ristretti Orizzonti è stato possibile ricominciare a tessere relazioni, basta pensare agli effetti positivi degli incontri con le scuole…. Dove, in una parola, si cerca di realizzare quello che pure la Costituzione chiede, ossia il famoso  “recupero”. Che altro non può essere che riavvicinamento alla società…

Alcuni di questi ‘cattivissimi’ dell’Alta Sicurezza li ho conosciuti, con alcuni, qua e là per l’Italia, ci scambiamo lettere. Mi raccontano dei loro percorsi, delle difficoltà, delle  letture, degli studi che comunque portano avanti. Nulla a che vedere, vi assicuro , con l’immagine stereotipata su cui insistono ( ahinoi) i media, del delinquente rozzo e analfabeta. Molti, a volte, mi mettono in difficoltà, perché tante cose io non le ho studiate… e non è facile confrontarsi con la nuova forza di chi  nello studio ha scoperto nuove dimensioni, di chi nella storia cerca anche le ragioni della propria vicenda esistenziale… Perché in AS1 si incontra anche questo e non necessariamente, come ho letto in uno sbrigativo articolo sui futuri ospiti delle carceri sarde, “pericolosi criminali”. 

Ma per i più rimane la condanna all’Alta sicurezza.

Eppure, c’è qualcosa che non va, mi sono sempre detta, se dopo decenni di carcere le procure continuano a negare declassificazioni, inchiodando le persone al momento del reato. Ci sarebbe da chiedersi, se dopo lunghissime carcerazioni queste persone  sono ancora così pericolose, se sono esattamente quello che erano quando sono entrate, cosa ha mai fatto il carcere? Non è questo un dichiarare il suo stesso fallimento? La sua inutilità? Personalmente penso che a volte le mancate declassificazioni siano anche il risultato di un’attività, e di una pigrizia, del tutto burocratica, che, per non assumersi responsabilità in merito, inchioda al passato persone che oggi nulla hanno a che vedere con quello che sono state,  indipendentemente dal fatto che siano state o no collaboratori di giustizia. Che, diciamoci la verità, è scelta processuale e non testimonianza di vero pentimento. “Il  problema rimane sempre lo stesso, mi scrive da Padova Giovanni Zito, sono convinti che se le persone non diventano collaboratori di giustizia non potranno cambiare… comunque sono ancora vivo e fiducioso”. Giovanni Zito… che qualche anno fa ha scritto un bellissimo racconto, dal titolo ‘Sono Giovanni e cammino sotto il sole’. Oggi, nella lettera che mi manda annota: “Giovanni ha smesso da tempo di camminare sotto il sole…”

La verità, permettetemi, da quello che vedo, da quello che so, è che il carcere non vuole rieducare. Ma punisce e vessa. E continuo a pensare che tutto quello che non è privazione della libertà (non è in questo, e scusate se è poco,  che  deve consistere la pena carceraria? ), tutto quello che vi si aggiunge è solo tortura…

E non è tortura spezzare percorsi faticosamente ricostruiti? Non è tortura dire, senza guardare in faccia nessuno, non mi interessa capire se sei cambiato, se recido i rapporti ricostruiti, se rendo ancora più difficile, allontanandoti, i rapporti con i familiari… Già, i familiari, ad esempio. Che fine faranno i rapporti familiari, già difficili e tormentati, per chi dovrà essere inseguito fino in Sardegna, ad esempio?

E non è questa punizione che si aggiunge a punizione? Eppure l’ordinamento stesso riconosce l’importanza dei legami familiari e il principio della territorialità della pena… e bla bla bla… eppure, a Mario Trudu, sardo, in carcere da 36 anni, che chiede di avvicinarsi ai suoi in un carcere della Sardegna, il trasferimento non è concesso…

Ma come può mai insegnare la legalità uno stato che viola le sue stesse norme? Che riesce, mi ha scritto qualcuno, “ad essere più cattivo di noi”.

“Ma  cosa deve fare un uomo per dimostrare che non è più ciò che è stato un tempo? (…) avevo incominciato a pensare, a sognare, e soprattutto a sperare, dando a mia volta speranza alla mia famiglia che da ormai ventiquattro anni  mi segue in questo inferno senza fine (…)”. Queste sono le parole di Giuseppe Zagari, trasferito qualche settimana fa da Padova al carcere dei suicidi, Sulmona, appunto…

Scusate le tante domande e il tono da  predica, ma da quando ho conosciuto qualcosa della realtà del carcere, me ne vergogno, e  molto… Oggi mi vergogno molto di quest’ultima violenza che viene fatta a persone che con un colpo di penna rischiano di essere ributtate nel nulla.

Francesca de Carolis

Giuseppe Zagari dopo l’arrivo a Sulmona… di Carmelo Musumeci

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Giuseppe Zagari è stato il primo detenuto “alta sicurezza” trasferito da Padova dopo la smantellamento della sezione AS1 di quel carcere. Dopo essere arrivato a Sulmona, carcere da sempre tra i peggiori d’Italia, ha scritto una lettera a Carmelo Musumeci. Lettera che Carmelo riprende nel pezzo che oggi inserisco sul Blog.

Testimonianze come queste sono emblematiche nel rivelare quanta “violenza” vi sta in questo modo -ciecamente burocratico- di mandare a rotoli, con i trasferimenti carcerari, anni di “costruzione di vita” delle persone.

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Ho letto che un altro detenuto s’è tolto la vita. Ed ho pensato che in carcere a volte è più importante morire che vivere per mettere fine allo schifo che hai intorno. Purtroppo spesso in prigione la vita è un lusso che non ti puoi permettere e per smettere di soffrire non puoi fare altro che arrenderti.
(Diario di un ergastolano http://www.carmelomusumeci.com)

Per un prigioniero è difficile, e molto complicato, avere fiducia in uno Stato e in una Giustizia che non rispettano le loro stesse regole, perché spesso l’universo carcerario è come un gelido mostro nietzschiano da cui non è possibile difendersi. Spesso più che rapporti di giustizia si tratta di rapporti di forza, che assicurano il dominio, non certo la giustizia.

I diritti dei reclusi sono eventuali e inesigibili, mentre i doveri e i trasferimenti non voluti sono certi e inevitabili. Corre voce che a giorni riprenderanno le deportazioni dei detenuti di “Alta Sicurezza” da Padova e molti miei compagni stanno vivendo male questi provvedimenti amministrativi, che li costringeranno ad interrompere la loro crescita interiore, culturale e lavorativa. E io mi sento impotente per non poterli aiutare, perché ho solo questa stupida penna che non serve a niente contro lo strapotere di certi funzionari che gestiscono la vita dei detenuti, e purtroppo anche quella dei loro familiari.

Giuseppe Zagari è stato il primo detenuto dell’Alta Sicurezza di Padova ad essere “deportato” nel carcere dei suicidi di Sulmona. E mi ha scritto questa lettera che rendo pubblica con la speranza che Dio, o qualcuno al posto suo, lo faccia rientrare nel carcere di Padova, per dargli la possibilità di poter continuare a lavorare nella redazione di “Ristretti Orizzonti”. Noi lo aspettiamo e abbiamo deciso di tenere libera la sedia e il posto del tavolo dove di solito lui si sedeva durante le riunioni della redazione.

Caro Carmelo, sono approdato in questo istituto dove, come ti avevo preannunciato, sono finito alle celle (di punizione ndr) perché ho reclamato di poter stare da solo. Sono stato accontentato, ma puoi immaginare: il degrado è più unico che raro. Sono in una celletta di colore indefinito, sembra verde e non lo è, sembra blu sporco e nemmeno così è, insomma fa schifo. Qui non posso fare nulla, né passeggiare con questi poveri cristi che sono qui, né cucinarmi, nè fare altro, tranne che passeggiare avanti ed indietro in questi due metri quadri. Qui sarebbe il reparto infermeria, ma ti giuro che di infermeria non ha proprio niente, c’è solo la desolazione e lo sconforto di tante persone che lamentano la mancanza di cure e l’abbandono a se stessi. Io, per farti un esempio, sono due giorni che non mangio, non per mia volontà ma perché il vitto fa schifo ed io, soffrendo di colesterolo, non posso toccarlo. Carmelo, sono davvero dispiaciuto per questo trasferimento e ti giuro che è la prima volta da quando sono detenuto che mi sento davvero cupo, forse perché, dopo aver incontrato persone straordinarie come voi in redazione, in me era cominciata una crescita davvero importante. E sono certo che, pian piano che avrei preso confidenza con quell’ ambiente giornalistico, sarei riuscito a dare un mio contributo alle tematiche che ogni giorno affrontavamo. Devo ammettere che ti invidiavo molto quando con la tua intelligenza e preparazione spiegavi tutti quei cazzi di articoli di legge in maniera brillante. Se ti avessi incontrato prima, al posto di studiarmi la Divina Commedia, mi sarei studiato il codice penale e ti avrei fatto le scarpe. Ormai non ho più la capacità nè la voglia di cimentarmi nella lettura, forse perché so di non avere più quella lucidità di un tempo, perciò cercherò di sopravvivere come posso. Carmelo, con tutta sincerità, sono pure un po’ stanco di questa vita da schifo e delle ingiustizie che viviamo quotidianamente.

(…) Ora dimmi un po’ tu come posso farmi la galera in queste condizioni. Se tu puoi aiutarmi nel suggerirmi cosa possa fare per uscire da questa situazione, ti prego di scrivermi, ti giuro che così è troppo, non è accettabile dover vegetare per il resto dei miei giorni. Comunque, Carmelo, lotta sempre, anche per me, perché io non ho più forza. Buona fortuna. Salutami tutti quanti in redazione. Ti voglio bene. Giuseppe.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova, maggio 2015

Giuseppe Zagari: si prepari la roba è in partenza

Labirinto

Come sapete, si è deciso di smantellare la sezione Alta Sicurezza Uno del carcere di Padova.

E i detenuti che si trovavano in questa sezione verranno spediti, come tanti pacchi postali, nelle carceri di mezza Italia.

Poco importa, ai signori dell’amministrazione carceraria che, così facendo, si distrugge un percorso di trattamento.. tra l’altro attuato in uno dei pochi carceri veramente in grado di fornire reali opportunità di crescita.

Poco importa che questi detenuti si sentivano valorizzati e stavano crescendo da ogni punto di vista.

Sei solo un numero.. sembra dire il sistema carcerario.. sei solo un pacco… non ce ne importa nulla se dovrai ricominciare daccapo.. in qualche pessimo carcere punitivo magari.. con nuovi compagni, nuovi operatori e chissà quanti nuovi ostacoli.

In questo testo che oggi pubblico, il nostro Carmelo parla del primo detenuto della sezione AS1 di Padova ad essere trasferito, Giuseppe Zagari.

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La rottamazione della sezione di “Alta Sicurezza Uno” del carcere di Padova è iniziata. E Giuseppe è stato il primo questa mattina ad essere trasferito. Lo immaginavo che sarebbe stato nella lista di quelli che non sarebbe stato declassificato perché il prigioniero che non abbassa la testa, che non accetta ricatti o contesta politicamente o individualmente l’ordine costituito o che vuole scontare la sua pena in modo dignitoso, costruttivo ed in positivo nelle “deportazioni” viene sempre messo nella “lista rossa” dei funzionari del Dipartimento Amministrativo Penitenziario. Questa è la regola perché per alcuni burocrati lo scopo del carcere non è quello di educare, ma deve solo punire, deve servire da esempio agli altri perché il detenuto  che reclama a torto o a ragione è un nemico. Giuseppe da alcuni mesi frequentava  la redazione di “Ristretti Orizzonti” e incontrava centinaia di studenti  durante la settimana nel progetto “Scuola Carcere” e rispondeva  con timidezza a tutte le loro domande. L’altro giorno mi ha confidato che da quando era entrato a fare parte della redazione di “Ristretti Orizzonti” e parlava con i ragazzi era cambiato  e incominciava a sentirsi  colpevole, cosa che non gli era mai venuta in mente quando era chiuso in cella tutto il giorno, come una belva in gabbia. Ci sono rimasto male che l’hanno mandato via perché mi ci ero anche affezionato. Non ho neppure potuto salutarlo e ringraziarlo, perché per Pasqua mi aveva regalato un coniglio di cioccolata bianca per mia figlia.

Chissà Giuseppe adesso dove sarà. Si vocifera che è stato manato nel carcere di Sulmona. E mi viene in mente quando dal carcere di Voghera ero stato trasferito in quell’istituto, lo chiamavano il carcere dei suicidi .. “Musumeci in partenza, in cinque minuti deve prepararsi la roba, forza andiamo, si prenda solo il minimo indispensabile, non più di sette chili”. “Un attimo che sono appena le quattro del mattino, datemi almeno il tempo di svegliarmi…”. Poi la solita prassi, perquisizioni, flessioni, manette e partenza con blindato. All’arrivo in quel carcere, come si usa di solito, mi avevano subito dato il benvenuto. “Musumeci, si ricordi che noi abbiamo sempre ragione e le suggeriamo di imparare la lezione rapidamente. E si raccordi che è impossibile non essere d’accordo con noi. Qui l’unica regola che vige è quella di sorvegliare e punire, fare soffrire più del dovuto i rifiuti della società, con qualunque mezzo, dovete comprendere il nulla della vostra esistenza…”.

Purtroppo il carcere è il luogo dove più di qualsiasi altro posto non rispettano la legge. E quando il prigioniero si vede esposto a sofferenze che la legge non ha ordinato e neppure previsto, poi entra in uno stato di collera abituale contro tutto ciò che lo circonda perché non vede altro che dei carnefici intorno a lui. La cosa più brutta è che poi il prigioniero non crede più di essere stato colpevole perché il detenuto accusa la giustizia stessa di esserlo più di lui. Spero che questo non accada anche a Giuseppe, per non fargli interrompere la crescita interiore che aveva intrapreso con la redazione di “Ristretti Orizzonti” e gli incontri con gli studenti, ma sarà difficile che una persona possa migliorare murato vivo in una cella per tutto il giorno senza fare nulla, come accade in quell’istituto, e con un fine pena anno 9.999.

Buona vita Giuseppe. Abbi cura di te e del tuo cuore. Un abbraccio fra le sbarre.

Carmelo Musumeci.

Carcere di Padova, aprile 2015

Aurelio Quattroluni- un altro detenuto trasferito da Padova

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Aurelio Quattroluni è un’altro dei detenuti di Padova, in regime di Alta Sicurezza 1, che stanno per essere impacchettati e spediti in tutta Italia, visto lo smantellamento dell’A.S.1 di Padova.

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Mi chiamo Aurelio Quattroluni, ho 55 anni, di cui gli ultimi 20 trascorsi in carcere.

Ero un impiegato statale fino al giorno del mio arresto.

Attualmente sto scontando la pena dell’ergastolo per un solo reato di omicidio. Ho finito di scontare i reati ostativi nel 2003, perché per il reato di omicidio l’aggravante dell’art. 7 è stato escluso in sentenza.

Non si comprende come è possibile che dopo 10 anni trascorsi nel regime del 41 bis, revocatomi dal Ministero di Grazia e Giustizia perché sono venuti meno i presupposti per continuare la mia permanenza in tale regime, vengo per cui allocato in sezione E.I..V., divenuta poi A.S.1 da 10 anni.

Dopo varie strutture, nel 2010 vengo trasferito al carcere di Milano Opera e avvio l’istanza di declassificazione nel 2011, ottenendo pareri favorevoli della DDA di Catania per essere allocato nel circuito di media sicurezza ma, vengo contrastato dal Direttore dott. Siciliano, in quanto secondo una propria ipotesi trattamentale del 9 agosto 2012 riteneva opportuno che venissi declassificato al circuito AS3, ma verosimilmente il D.A.P., non prendendo atto né delle informative anti mafia, né della relazione trattamentale del dott. Siciliano, mi trasferiva al carcere di Sulmona, chiaramente col regime di A.S.1.

Dopo circa un mese venivo ancora una volta trasferito nel carcere di Padova, dove attualmente mi trovo detenuto.

Tengo a precisare che le mie patologie (ansia depressiva e claustrofobia) mi hanno portato nel passato a tenere comportamenti non proprio esemplari, ma dovuti soprattutto alle forti soverchierie, vessazioni e torture psicologiche che subivo dagli operatori in genere. Chiaramente il tutto si racchiudeva in discussioni verbali che mi hanno portato ad avere svariate sanzioni disciplinari.

E’ importante mettere in chiaro che, grazie alle opportunità messe a disposizione da questa direzione e alla serena vivibilità che questa struttura offre, da quando mi trovo allocato in questa sezione AS1, sono riuscito a trovare un mio equilibrio mentale e psicologico che mi permette di affrontare le giornate nel migliore dei modi, riuscendo anche a mantenere tranquilli rapporti con i miei famigliari. In specie riesco a socializzare con i compagni della sezione e soprattutto partecipare a incontri organizzati dalla redazione di Ristretti Orizzonti nella persona di Ornella Favero che rappresenta per una buona parte di noi carcerati un importante salotto di confronto e sostegno morale per il nostro futuro.

Dopo quello che ho vissuto nelle altre strutture e dopo quello che con tanta forza e sacrificio sono riuscito a creare in questo istituto, apprendo che devo essere un’altra volta sradicato dalla mia quotidianità per essere trasferito nel carcere di Parma che ha fama di essere un carcere estremamente punitivo, ai livelli del carcere di Milano Opera.

Tale “deportazione” so già che causerà in me gravi conseguenze per la mia salute, la mia psiche e, prendendo atto di questo, non vorrei incorrere in qualche gesto inconsulto. Desidererei per cui che mi si desse la possibilità di continuare il mio percorso in questo istituto o tuttalpiù (anche se credo sia un’utopia) in una struttura che abbia la mentalità di non punire il detenuto ma bensì di aiutarlo nel reinserimento nella società e in quest’appello mi sento di parlare anche a nome di altri detenuti che si trovano nella mia stessa situazione, ma sono certo che tutto questo rimarrà esclusivamente un isolato pensiero. 

Aurelio Quattroni

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