Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Ecchimosi di un ergastolo… di Salvatore Torre (quarta parte)

ARCHEOS

Pubblico oggi la quarta e ultima parte di “Ecchimosi di un ergastolo”, racconto scritto da Salvatore Torre, detenuto nel carcere di Saluzzo. Questo testo ci è giunto tramite la sorella Giusy. 

Ricordo che Questo racconto è tra i racconti di detenuti presenti nel libro “Il giardino di cemento armato. Racconti dal carcere”; libro a cura di Antonella Bolelli Ferrera.

Questo racconto è splendidamente scritto ed emblematico in tutti i suoi aspetti. Per la sua ricchezza, per l’apertura che dà a molte riflessioni ho deciso di pubblicarlo per parti..”a puntate”.. quella che pubblico oggi è l’ultima parte.

Nella parte che leggerete oggi è la corrispondenza ad avere un ruolo chiave.

Spesso, nel “mondo esterno”, non si comprende quanto sia importante per un detenuto ricevere corrispondenza.

La corrispondenza è uno dei pochissimi strumenti di contatto umano che hanno i detenuti.

Certo ci sono i colloqui con i famigliari.. ma sono estremamente contingentati, e non tutti i detenuti riescono a farli.. perché a volte, per motivi di distanza e/o di soldi (le due problematiche possono sovrapporsi) molti detenuti non riescono a fare tutti i colloqui che potrebbero fare. E le telefonate.. possono essere fatte solo a famigliari.. e comunque anche qui in modo molto restrittivo.

La corrispondenza allora diventa vitale.. e questo genera nei detenuti, in molti di essi almeno, una senso di costante aspettativa ogni volta che arriva il momento della distribuzione delle lettere… seguito da un senso di amarezza, o comunque, di delusione, quando, quel giorno, non c’è nessuna lettera per loro.

Tutto questo si radicalizza ulteriormente nei condannati all’ergastolo.. specie quello ostativo.. gli ergastolani senza benefici.. quelli che rischiano concretamente di morire in carcere… al loro peso interiore di non riuscire a intravedere un limite al fine pena.. si aggiunge anche il vedere, nel corso dei decenni assottigliarsi la rete delle loro corrispondenze.. come a dire… “Piano a piano la vita fa il suo corpo e le persone troppo spesso allentano i loro contatti…”. C’è un brano, del testo che tra poco leggerete, che voglio già citare adesso:

“Lo status quo di un condannato al carcere a vita logora progressivamente la sua rete di relazioni sociali e lo proietta inevitabilmente verso la dimenticanza e la solitudine. È un limbo nel quale, presto o tardi, si apre la strada che conduce a confrontarsi drasticamente con la sensatezza o meno della propria esistenza. Si fatica a persuadere se stessi dell’utilità di continuare a vivere. Del resto, di fronte alla consapevolezza di dover trascorrere tutta la vita rinchiuso in un carcere, come possibilità di liberazione rimane il suicidio o la meno spettacolare ma uguale rinuncia alla vita, rappresentata dalla totale negazione della propria umanità e di quella altrui, ovverosia dalla pazzia. Solo l’incapacità neuronale di intendere la vita, ti permette di scordare di non viverla.”

La battaglia dell’ergastolano, specie se ostativo, è una battaglia in primo luogo interiore.. per mantenersi in piedi, per non cedere alla disperazione, per restare ancorato alla speranza, per credere nel futuro.

Ma, per non farlo sentire meno solo in questa lotta, scrivetegli, scrivete a persone detenute in carcere, specie ergastolani. Una lettera.. anche una semplice lettera.. può regalare un bel momento a chi ogni giorno, in carcere, lotta per restare umano.

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Oltre il cancello, osservo Mugugno distribuire la corrispondenza. Trattiene un mozzicone di sigaretta tra i denti e socchiude le palpebre per impedire al fumo di accecarlo del tutto. Controlla il nome del detenuto sulla imposta della cella, scartabella la pila di lettere che tiene tra le mani, poi, consegna la busta e attende che il ricevente la apri e gli mostri il contenuto, allora sbircia fugacemente in quella direzione e tira avanti. Molti compagni, appoggiati al cancello delle rispettive celle, aspettano impazienti che giunga presso di loro e gli dia la lettera della compagna, dei figli o di qualche amico. Alcuni rimangono delusi e vedono accentuare le proprie ansie intanto che Mugugno scivola dinanzi a loro senza fermarsi; altri, avendo esaudita la propria attesa, espirano consolati; in pochi, pochissimi, restano pressoché indifferenti al suo passaggio perché, non avendo più alcuno con cui scriversi, non attendono nulla.

Conosco anche questa particolare apatia. Di quanti mi corrispondevano anni prima è rimasto veramente poco perché possa avere delle aspettative. La distanza e il tempo erodono lentamente il ricordo di chi non c’è, per quanto l’affetto continui ad abitare da qualche parte nel cuore di chi lo ha provato. Accade così per le persone care che sono morte, e lo stesso è per quelli che morti lo siamo socialmente.

Mugugno si ferma davanti alla mia cella, mi guarda qualche istante mentre rimango con le spalle appoggiate contro la finestra, poi sbircia tra le lettere che gli rimane da consegnare e, come da rituale, sfarfallando il pollice e l’indice di una mano, fa cenno di no. Alludo un sorriso e muovo leggermente il capo in segno di assenso, allora, lui prosegue il suo giro.

Lo status quo di un condannato al carcere a vita logora progressivamente la sua rete di relazioni sociali e lo proietta inevitabilmente verso la dimenticanza e la solitudine. È un limbo nel quale, presto o tardi, si apre la strada che conduce a confrontarsi drasticamente con la sensatezza o meno della propria esistenza. Si fatica a persuadere se stessi dell’utilità di continuare a vivere. Del resto, di fronte alla consapevolezza di dover trascorrere tutta la vita rinchiuso in un carcere, come possibilità di liberazione rimane il suicidio o la meno spettacolare ma uguale rinuncia alla vita, rappresentata dalla totale negazione della propria umanità e di quella altrui, ovverosia dalla pazzia. Solo l’incapacità neuronale di intendere la vita, ti permette di scordare di non viverla.

Per fortuna o per disgrazia, in me residua ancora un barlume di lucidità, con il quale continuo a mediare tra la voglia di non lasciarmi imprigionare dalla retorica dell’abbandono e il senso di dannazione che provo all’idea che mi è negata la possibilità di tornare ad abitare la vita.

 

Il crepuscolo alza un velo d’ombra tra gli alberi oltre la finestra, mentre le ruote del carrello con il vitto dall’amministrazione, cigolano puntuali lungo il corridoio.

Artin, un bulgaro che indichiamo con il soprannome di Whisky, perché non di rado si regala il piacere di emulare Mugugno sul fronte del coito vinicolo, accompagna il carrello strascicando sul pavimento le grosse scarpe antinfortunistiche e, man mano, distribuisce il cibo nelle ciotole che gli sono porte dalle celle; i suoi gesti, meccanici e indolenti, ripetendosi con cadenza irregolare e tremebonda, tradiscono la sua perdurante infrazione al divieto di alzare il gomito.

Mugugno, con la consueta sigaretta rappresa tra le labbra, gli cammina di lato e, trascurando di vigilare sull’operato del lavorante, si rivolge agli altri detenuti con mimiche ipertrofiche e beffarde, tutte intese a evidenziare lo stato mentale ottenebrato di Whisky, senza rendersi conto che, in questo, loro due sembrano l’uno la riproduzione dell’altro.

Ammiro incuriosito questo strano duetto fintanto che giungono in prossimità della mia cella.

Insalata verde e wurstel – avvisa allegramente Mugugno.

Whisky lo guarda con l’aria di chi si sente defraudato della propria autorità, poi si volge verso me – C’è pure la minestra – aggiunge, non volendovi rinunciare.

Io provo a dissimulare il sorriso che nasce spontaneo sulle mie labbra e, mostrando disinteresse verso il cibo offerto dall’amministrazione, penso che nonostante tutto anche per oggi la mia giornata volge a termine.

Salvaguardare l’affettività con i colloqui riservati e liberalizzare le telefonate… Angelo Meneghetti

affettività

Quella per garantire momenti di affettività in carcere, tra un detenuto e i propri famigliari, è una battaglia di civiltà decisiva, una delle più importanti per quanto riguarda il mondo della detenzione.

Pubblico oggi un pezzo che, al riguardo, ha scritto Angelo Meneghetti, detenuto a Padova. Un pezzo che è già apparso su “Ristretti Orizzonti”.

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E’ da diverso tempo che si discute per migliorare la situazione delle carceri italiane. Come sappiamo tutti, questo Paese è nel mirino della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, “C.E.D.U.” e forse ci sarà un cambiamento epocale per quando riguarda le carceri e la giustizia italiana, se questo Paese avrà veramente la volontà di adeguarsi alle normative europee. Lo Stato Vaticano ha già fatto i primi passi per un miglioramento sul piano dell’umanità. Ha abolito la pena dell’ergastolo e ha introdotto il reato di tortura nel suo codice penale. Un esempio per l’Italia se davvero si vuole dimostrare all’Europa che il nostro Paese è civile e democratico.

Da diverso tempo -io e altri compagni detenuti che facciamo parte della redazione di Ristretti Orizzonti- parliamo di tutto questo agli incontri di discussione, e ne parliamo anche con diversi studenti che incontriamo nell’ambito del progetto “scuola carcere” che si svolge qui, nella casa di reclusione di Padova da diversi anni.

Tornando al nocciolo della situazione, va precisato che nel nostro Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, dove si è detenuti per sempre fino all’ultimo respiro- e quello ostativo, dove si è destinati a morire in un’ammuffita e umida cella, salvo che non si collabori con la giustizia, mettendo un altro al posto tuo. Così col mio amico Carmelo Musumeci, “ergastolano ostativo”, cerchiamo di coinvolgere, per primi, tutti i detenuti reclusi nelle carceri di questo Paese, e anche i loro famigliari; e cerchiamo anche di portare queste cose alla società esterna.

Nello specifico delle proposte contenute in questo testo, invitiamo la società esterna ad aderire alla raccolta firme al fine di liberalizzare le telefonate e al fine di consentire i colloqui riservati.

I colloqui affettivi esistono in diversi altri Paesi. Qui in Italia invece non esistono. In passato se ne era discusso, ma fu stravolto il senso di questa proposta, parlando di “celle a luci rosse”. Va detto che i colloqui affettivi non hanno nulla a che vedere con le celle a luci rosse o con il sesso. Servono per tenere unito il gruppo famigliare, coltivare l’affetto verso la propria compagna e verso i propri figli, in modo che, nella loro crescita, percepiscano il calore del padre. Tutto questo serve anche al detenuto, affinché, dopo una lunga condanna, non sia un estraneo nell’ambito famigliare. Perché è questo che succede con la maggior parte dei detenuti che hanno pene lunghe da scontare. Bisogna tenere presente che la maggior parte dei detenuti hanno figli che, raggiunta la maggiore età, hanno bisogno di visite psicologiche e psichiatriche, a causa dei colloqui fatti in carcere e della loro tenera età. A tutt’oggi, i colloqui fatti in carcere sono a vista e ripresi dalle telecamere. C’è sempre un agente che guarda, che ti proibisce di tenere abbracciati i tuoi cari, di scambiare delle coccole con la tua compagna e con i tuoi figli. Ma, se ci fosse la possibilità di fare i colloqui affettivi, ogni detenuto potrebbe salvaguardare  il rapporto con i propri famigliari. E’ un metodo giusto per non essere abbandonati dai propri cari. Se la pena per un condannato deve essere rieducativa e non punitiva, come stabilisce l’art. 27 della nostra Costituzione.

Non va dimenticata la situazione famigliare di ogni detenuto. Specialmente nel caso di chi sta scontando una lunga pena, oltretutto lontano dal luogo di residenza, e per difficoltà economiche non può fare colloqui. Per questo occorre che in carcere siano “liberalizzate” le telefonate, in modo da potere telefonare più volte alla settimana. Ora è concessa solamente una telefonata di 10 minuti alla settimana e, se stai telefonando e cade la linea, anche se non sono trascorsi i dieci minuti che ti spettano, non puoi riprendere quella misera telefonata. Rimane da solo di attendere un’altra settimana per risentire i propri famigliari. 

E’ proprio con il passare degli anni che la condanna da scontare si fa veramente sentire e diventa veramente “punitiva” a causa di certe regole sbagliate. E’ punitiva per chi è detenuto. Ma  a sua volta diventa vendicativa per i nostri famigliari, che nulla hanno a che vedere con la pena che sta scontando il loro caro “marito, compagno, figlio”. E’ vendicativa per i famigliari perché, quando si recano in carcere per fare colloqui con il proprio caro, a volte sono umiliati per via di certe regole senza umanità e vivono con la vergogna perché hanno un famigliare rinchiuso in carcere e tutti si dimenticano che non hanno nessuna colpa del reato commesso dal loro famigliare. 

Spesso ci si dimentica che i nostri famigliari hanno un cuore, un’anima e, soprattutto, hanno un volto e fanno parte di questa società considerata democratica e civile. E ci si dimentica che il confine tra il bene e il male è così sottile che potrebbe capitare a chiunque di oltrepassarlo.

Padova 26-08.2014

Angelo Meneghetti

L’incontro con Grazia Paletta… di Marcello Dell’Anna

sempre_speranza

Chi conosce questo Blog, ha imparato ad apprezzare Marcello Dell’Anna, attualmente detenuto a Nuoro.

Marcello è da anni che lotta, con tutto se stesso, per creare il suo nuovo destino.

Marcello è in carcere da più di venti anni.

Marcello ha ricevuto molti attestati ed encomi. 

Marcello ha scritto tre libri.

Marcello ha più di una laurea. E una di esse è in giurisprudenza.

Marcello, in occasione della discussione della tesi di laurea, ricevette dal Tribunale di Sorveglianza, un permesso di 14 ore. Un permesso da uomo libero, senza la presenza di una scorta o di alcun controllo da parte degli organi di polizia. 

Ma, soprattutto, Marcello non ha mai negato di avere fatto errori, di essere stato parte di un territorio criminale. Ma ha voluto riscattarsi da ogni retaggio negativo, diventare una persona nuova.

E ci è riuscito.

La lettera che ci invia oggi, racconta il colloquio che Marcello, qualche settimana fa ha avuto, nella sala colloqui di Badu e Carros, con la nostra Grazia Paletta e suo marito Daniele.

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Nuoro 22 luglio 2014

Caro Alfredo,

so benissimo che questo mio ritardo nel risponderti è -quasi- impedonabile (quel quasi, ovviamente, è l’attenuante invocata alla mia pena del commesso “ritardo”).

Riscontro la tua di giugno scorso. Tengo a dirti che laddove la mia risposta alla tua possa apparirti come sbrigativa, così non è, perché di sicuro recupererò nella mia prossima quanto di importante sto tralasciando ora in ordine al dialogo che hai avuto con Fabrizio Basciano, sulla “disciplina” quale strumento di miglioramento di sé. Locuzione, quella della “disciplina”, che balza all’evidenza dei miei pensieri come un flash, perché coglie il senso della mia vita vissuta tra regole e dettati ma anche tra indiscipline, vittorie e sconfitte.

Sappi comunque che ho letto con attenzione il “dialogo” tra te e Fabrizio, facendo tesoro dell’essenza del suo pensiero. Perciò, oggi, ed a maggior ragione, la mia tenacia, la mia perseveranza e la mia disciplina sono rafforzate da impegni e proposte che non potranno mai fermarsi di fronte a nessun rifiuto. Nemmeno se ne dovessi ricevere per 1008 volte. Ed utilizzerò ogni rifiuto quale risorsa per migliorare e migliorarmi.

Meritevole di precedenza a questo tuo argomento -sebbene anch’esso significativo- come sai, c’è l’evento di straordinaria emozione che si è realizzato e che merita indubbiamente la “prima pagina”. L’incontro, nella sala colloqui del carcere di Badu e Carros, tra me, la nostra amica Grazia Paletta e suo marito Daniele.

E’ sorprendente tutto questo. La vita riserva davvero insolite e bellissime sorprese. Spesso mi domando come è possibile sentire così vicine e intimamente amiche delle persone che neanche si conoscono, se non per uno scambio di lettere. Proprio come noi due in questo momento.

Caro Alfredo, colgo in quel colloquio -indimenticabile- la necessità di esprimerti le mie sensazioni usando la stessa metafora splendidamente raccontata dalla nostra Grazia nel suo libro “Sono Giovanni e cammino sotto il sole”.

Credo, perciò che la “principessa danzante” oggi possa cantare a tutto il regno musicale di avere realmente conosciuto un uomo che, trai tanti, aveva anche lui il “Volto coperto di fango”, poi diventato “di pietra”, ma che col passare del tempo ha mutato immagine, è stato pulito dal Vento del Cambiamento, nell’attesa ora di indossare la Corona della Libertà; tutto ciò perché nemmeno i Signori della Giustizia e della Paura hanno il diritto di negare ad una persona la possibilità della Ri-Nascita, lasciandola morire nelle Terre Sommerse.

Non ho dormito la notte precedente al colloquio… e no ho nemmeno dormito la notte susseguente a quell’incontro. Mille domande si pone il mio cuore, mille pensieri albergano nella mia mente. “Che impressione avrò fatto..?”. “Quali emozioni avrò scatenato…?”. “Cosa si saranno detti di me…?”. Di certo posso dire che Grazia e suo marito Daniele hanno lasciato un segno indelebile nel mio cuore e nella mia mente, inciso con abile precisione chirurgica, che mi farà da compagno per sempre!

Abbiamo trascorso insieme quasi quattro ore di colloquio, un tempo ricolmo di intensa emozione, di sensazioni quasi surreali, tanto che per un attimo abbiamo avuto l’impressione di stare seduti al tavolino di un bar sulla costa Smeralda.

Non c’è stato un solo minuto di silenzio, anche perché, a dire il vero, in queste mura di ferro e cemento, oggi mi riesce persino difficile trovare interlocutori capaci di comprendere il mio pensare, capaci per uno scambio culturale e  una crescita personale. Il mio “cambiamento in positivo” mi porta spesso ad isolarmi, anche se per me l’isolamento è stato crescita etica ed intellettiva, e, sebbene mai per un attimo mi sono sottratto all’impegno di riuscire a portare “dalla mia parte”, tanti altri uomini ergastolani che sono soliti rimanere relegati nel buio più totale, del vuoto, del nulla, prigionieri delle loro stesse ombre.

Così, dinanzi a Grazia e Daniele, è come se quella “diga di contenimento” dei miei pensieri più profondi avesse ceduto, riversando fiumi di parole che spero abbiano toccato l’intimo dei loro cuori. Perché le loro, di sicuro, hanno toccato il mio.

Daniele, incuriosito, mi poneva delle domande; erano mirate, sensate, coglievano nel segno… Mente nel viso, ma soprattutto negli occhi, di Grazia si poteva scorgere lontano un miglio tutta la sua emozione e contentezza, come del resto anche la mia.

Abbiamo parlato di me, della mia storia personale, del mio percorso all’incontrario, ossia “dalla illegalità alla legalità”, tanto per parafrasare l’esimo avvocato Angelo Merlini, della  mia “metamorfosi” interiore, avvenuta in questi anni, dall’essermi saputo spogliare da quei pregiudizi di sottocultura, di cui, il carcere prima e la malavita poi, sono proficue “mostruose macchine di produzione”. Per questo oggi riesco a guardare negli occhi chiunque, perché cambiato, migliorato, perché sconto la mia pena per emendare il male fatto e lo faccio con non poche sofferenze, dato che il carcere e la propria coscienza ti presentano sempre il loro pesante conto da pagare: quello del rimorso.

Non possiamo solo dire -rifugiandoci con abile artificio nell’alibi del tempo- che venti, trent’anni o più, di galera, cambiano una persona. Dal punto di vista estetico indubbiamente; dal punto di vista morale, dipende da noi, soltanto da noi, dalla nostra volontà e dalle nostre scelte. Dimostrare coi fatti, un cambiamento morale, ed eliminare vincoli e ideologie che sono solo illusioni e inganni.

Bisogna essere cedibili, altrimenti, se vulnerabili, ci si espone a qualsiasi attacco, soprattutto da parte di coloro i quali sono sempre lì in agguato, pronti a dire… “bisognava buttare via la chiave…”.

Ecco perché, oltre al cambiamento del “tempo”, bisogna (di) mostrare l’essenza della credibilità, farla capire, comprendere a tutti, iniziando proprio dall’interno delle prigioni, per poi esportarla all’esterno, nelle scuole, nelle università, nelle periferie a rischio. E di questa incombenza ci siamo fatti carico io e Grazia, prefissandoci degli obiettivi e, perché no, anche dei possibili progetti. Te ne parlerà sicuramente…

(…) Abbiamo  parlato anche di come Voi siete la nostra voce all’esterno, riportando e facendo conoscere  alla società tutta testimonianze molto forti di vite… che vanno vissute… che vanno considerate… perché cambiate, perché migliorate… perché a tutti bisogna dare una seconda possibilità, almeno una sola… Abbiamo parlato del blog che avete creato per noi. Un mezzo al quale ognuno di noi è chiamato in causa per migliorarlo, arricchirlo, renderlo più efficiente e più efficace.

Alfredo, prima di concludere, posso dirti solo, e con molta franchezza, che in tutti Voi percepisco la vicinanza del bene oltreché il vostro affetto; la fiducia è quella di rialzarmi, di credere, di resistere, di lottare… sempre!

Ora avrai modo di conoscere meglio la mia persona e come la penso. L’amica Grazia, se non l’ha già fatto, sicuramente ti parlerà di me, di quello che sono oggi.

Un forte e caro abbraccio.

Marcello

Bambini allontanati dalle famiglie… scritto dell’avvocato Erminia Donnarumma

BAMBINO

Esistono tanti generi di avvocati. 

Ci sono quelli che vivono per la carriera. Quelli innamorati della forma. Quelli che pensano solo a raccattare cause per campare.

Ci sono quelli, poi, che vorrebbero fare gli opinionisti in ogni programma possibile e immaginabile.

Ci sono quelli che dribblano ogni causa problematica, ogni possibile grana.

Erminia Donnarumma è invece uno di quegli avvocati… che, fanno tutto il contrario di ciò che farebbe il classico “soggetto razionale” della teoria economica. Ovvero scansa le cause facili e danarose. E sceglie, con pervicace ostinazione, le cause più toste possibili e dove spesso il guadagno è molto .. relativo.

Ci sono avvocati e avvocati dicevo.

Ci sono quelli che amano il bel dialogo e le conferenze. Quelli che.. guai a sgualcirgli il vestito.

E ci sono quelli che il vestito se lo strappano sempre, a furia di buttarsi nella polvere della trincea.

Come Erminia Donnarumma.

Ci sono quelli che hanno sempre una calma olimpionica, dei perfetti ospiti per le “ore del the”.

E ci sono quelli che ci mettono le viscere. Come Erminia Donnarumma.

Spesso pare che i processi più ostici se li attira come avesse una sorta di calamita incorporata.

Le volte che ci ho parlato, ho avuto la riprova che non fingeva, che davvero è fatta in questo modo.

E poi… si impiccia di cose di cui non si dovrebbe impicciare. Come fa con questo testo (http://www.casacasoria.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3574&catid=16&Itemid=28#.UlkUmchVIBA.facebook).

Perché farsi tutti questi problemi sui bambini sottratti ai genitori?

Se li sottraggono ci dovrebbe sempre essere un buon motivo, no?

Non venite ora a dirmi che alcuni di quei bambini potevano non essere sottratti… che qualche volta non si è fatto davvero il bene del bambino.. non venite a dirmi che ci sono stati abusi.. che certe categorie sociali conoscono più di frequente la sottrazione dei minori.. non venite a dirmi che certe famiglie -quando entrano in gioco problematiche finanziarie,  le si poteva aiutare in altro modo.. non venite a dirmi che molti bambini cresceranno traumatizzati.. o che gli assistenti sociali, a volte, abusano della loro posizione.. non venite a dirmi che i procedimenti non sono chiari, che tante cose rimangono nell’ambiguità

Da noi si rispetta il bambino.

E poi abbiamo inferociti esperti del capello spaccato in quattro, urlatori televisivi professionisti, tutta gente che farebbe esplodere il suo furore se fosse anche solo possibile che cose del genere possano avvenire.. se vi fosse anche solo un fondato dubbio.

No?

Se, nonostante ciò, volete saperne di più, se avete questo assurdo dubbio che qualcosa nella “sottrazione minorile” non quadri..

beh.. allora leggete questo testo.

E per chi non fosse sazio di follie.. Presto farò un’intervista ad Erminia.

Concludo dicendo che noi siamo dalla parte dei bambini.

Anche loro urlano troppe volte nel silenzio.. o solo tra poche orecchie disposte ad ascoltarli.

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In Italia, da qualche anno a questa parte, sempre più spesso si sente parlare di Tribunale per i minorenni e di bambini allontanati dalle proprie famiglie senza una buona ragione.
Già nel 2009, sulla scia del  «caso Basiglio» che vedeva due minori  sottratti alla famiglia per un disegno osceno fatto da una compagna di scuola,   il settimanale Panorama si occupò del tema allontanamenti con un titolo a dir poco provocatorio; «Sequestri di Stato».

Ne nacquero svariate polemiche: da una parte i genitori a cui era stata sospesa la potestà  ed i cui figli erano stati collocati in terze strutture, dall’altra i magistrati minorili che rassicuravano la collettività sulla corretta applicazione delle leggi e sulla validità dell’intero sistema, il quale comunque, era assistito da garanzie tali da limitare fortemente i provvedimenti «ingiusti».
Si trattava solo di «casi isolati» in buona sostanza.
Da allora le associazioni di genitori a cui sono stati sottratti i bambini si sono moltiplicate, portando alla ribalta storie terribili il cui numero, sempre più crescente, ha cominciato ad insinuare qualche legittimo dubbio nell’opinione pubblica.
Casi isolati o problema generalizzato?
L’argomento trattato sino a quel momento come un vero e proprio tabù, esplose dinnanzi all’opinione pubblica che ne rimase molto colpita a dispetto del successivo  ridimensionamento tentato in vari programmi televisivi.
In effetti la maggior parte dei  «tuttologi» televisivi passò il tempo a concentrarsi  pervicacemente ed in via esclusiva sulle motivazioni che avevano sicuramente giustificato tali provvedimenti forti del luogo comune «se avranno portato via i bambini, sicuramente un MOTIVO ci sarà”
Quindi, in somma sostanza, possiamo stare tutti tranquilli, si tratta solo di «qualche caso isolato”. Ce lo dicono i «tuttologi” ci possiamo fidare. C’è sicuramente un motivo.
Che però sotto la definizione «caso isolato» possano trovare chiarimento le vicende di ben 32.000 bambini allontanati, a dar credito alle stime, resta  tutt’ora da chiarire, anche perché, le stesse Istituzioni sembrano non conoscere con esattezza il numero dei bambini collocati in struttura.
E ulteriormente risulta davvero difficile conoscere esattamente il numero di minori affidati ai servizi sociali in Italia.
Innumerevoli sono infatti i minori affidati ai servizi sociali anche solo per questioni di poco conto, ma che comunque confluiscono nel numero di minori con nuclei familiari da «monitorare» e da «supportare nella genitorialità», per i quali il Tribunale solitamente incarica i Servizi Sociali di predisporre «un Progetto di sostegno» che in sostegno concreto non si traduce mai e che sin troppo spesso si trasforma improvvisamente in un decreto di allontanamento, fra incredulità, lacrime e disperazione di genitori e figli.
Quindi? Tutela del minore o violazione di diritti umani?
Dirimere la questione risulta tutt’altro che facile. Se da un lato infatti la maggioranza della magistratura minorile continua a difendere il sistema come imperniato «sull’esclusivo e superiore interesse del minore» qualche voce fuori dal coro comincia ad udirsi, anche se la maggioranza continua a non dare molto credito a queste «defezioni».
Ma quanto può esserci di vero in queste voci che parlano a chiare lettere di business attuato sulla pelle dei bambini, quando a dirlo è specificamente un magistrato?
Perché questo è ciò che afferma il Dott.Morcavallo, giudice minorile, entrato da qualche tempo apertamente in contrasto con un sistema che egli stesso definisce tutt’altro che «garantista» giungendo persino (a quanto riportato dalla varia stampa) ad equiparare il Tribunale per i Minorenni di Bologna ad un «Tribunale da Corea del Nord».
Invero, senza voler procedere alla ricerca di similitudini che possono aver indotto il Dott.Morcavallo ad esprimere un apprezzamento di tale portata e sicuramente non idoneo, bisogna però ammettere che le cifre parlano chiaro, i bilanci comunali pure.
Ogni minore collocato in strutture esterne, costa alla collettività, circa 100 euro al giorno, cifra che si triplica in determinati casi, quando ad esempio sono necessari interventi di tipo specialistico da parte di terzi professionisti che collaborano con le strutture di accoglienza. E le somme pagate dalle ASL a vario titolo, restano spesso un mistero.
Ed ecco nascere una ulteriore polemica, in special modo da parte delle associazioni di genitori che affermano di aver perso i figli per motivi puramente «economici». Non si potevano aiutare direttamente le famiglie in difficoltà, in luogo dei collocamenti in struttura?
Pare di no. La maggior parte degli italiani che si reca presso i Servizi Sociali del proprio comune in cerca di un aiuto economico anche solo temporaneo, si sente quasi sempre rispondere che non ci sono fondi. Al massimo qualche «buono” per il latte in polvere ed i pannolini.
Ma come è possibile che non ci siano fondi per le famiglie in difficoltà, ma ci sia invece disponibilità di somme considerevoli per le strutture di accoglienza per minori?
Non è dato saperlo.Nessuno ha mai fatto ufficialmente chiarezza sul tema. Probabilmente l’omissione è inconsapevolmente tutta italiana. Del resto a dar credito alle stime numeriche 32.000 minori significano 64.000 genitori inidonei o per qualche motivo assenti e volendo proprio considerare anche le possibili richieste di affidamento intrafamiliare entro il quarto grado come previsto per legge, la cifra di inidonei cresce proporzionalmente e diventa a dir poco preoccupante.
Eppure tutta questa inidoneità genitoriale e familiare pare strana. Non eravamo forse noi italiani coloro che sfornavano bamboccioni viziati e superprotetti da mamme servizievoli su cui persino all’estero hanno  creato epiche barzellette con cui prenderci per i fondelli?
Un bel mistero.
Sono tanti i punti oscuri quando si comincia ad analizzare la questione.
Eppure a ben vedere, non sono questi i punti più importanti.
Forse sono solamente questioni che di fatto sviano l’attenzione da problemi ben più gravi che permeano l’intero sistema della giustizia minorile e che dovrebbero essere presi in considerazione per primi. Perché di Giustizia si tratta. Di leggi e principi giuridici si dovrebbe innanzitutto parlare. Non di costi, soldi e rimborsi. Ma di diritti umani.
Ogni avvocato che ha varcato la soglia di un Tribunale per i Minorenni lo sa.
Il cuore può far male, molto male.
E non si tratta di angina pectoris momentanea, ma di una patologia più subdola e logorante il cui nome tecnico è «decreto provvisorio».
A dispetto dei «casi isolati» qui lo scenario è pressoché sempre uguale.
Non importa il motivo per cui all’improvviso, a torto o a ragione, un nucleo familiare è finito sotto «osservazione»; il problema, comune a tutti i casi non graziati da mano divina, sarà sempre e comunque una decisione del Tribunale per i Minorenni.
Si tratterà di un Decreto provvisorio; una decisione non definitiva, incidentale, temporanea e pertanto non impugnabile coi normali (già pochi) mezzi a disposizione.
E il contenuto di questi provvedimenti temporanei e provvisori sarà di base quasi sempre il medesimo, affidamento ai servizi sociali del minore e test psicodiagnostici per i genitori presso il centro di salute mentale dell’ASL.
Una sorta di panacea universale che evidentemente pone il giudicante nella serenità d’animo sufficiente a prendersi tutto il tempo necessario per emettere a distanza di svariati mesi, se non anni, un nuovo decreto provvisorio, magari senza avere in tutto questo periodo neppure avuto il piacere di conoscere personalmente i genitori guardandoli negli occhi colmi di dolore o parlato direttamente col minore tutt’altro che «disturbato».
E tutto ciò peraltro non come pensa il comune cittadino, in situazioni conclamate di abuso o violenza o incuria, bensì anche in circostanze piuttosto «ordinarie” e comuni quale la «conflittualità» dei genitori. Ma anche questo è una sorta di terno al lotto a dispetto della certezza del diritto; del resto si sa ; Tribunale che vai, orientamento che trovi. La pratica lo insegna.
E a questo punto della situazione, chi pensava di vivere in un paese libero e democratico, che rispetta i diritti della persona, i diritti del fanciullo e che sopratutto in virtù dei dettami costituzionali dovrebbe rispettare il diritto di difesa, effettivamente ha come la vaga impressione di essersi destato improvvisamente in un paese lontano e di non trovarsi più in Italia. Una sorta di lucido incubo dal quale è molto difficile svegliarsi.
Eppure siamo ancora qui, nella culla del diritto per eccellenza, nella patria degli avventurosi  cercatori di codici, nella terra dei glossatori che si destavano nottetempo illuminati dalla sapienza divina nell’interpretazione delle leggi. Qualcosa evidentemente, non si sa come, è andato storto.
Pare strano, ma mentre il genitore perplesso ed ossequioso attende nella saletta del Centro di Salute Mentale circondato da veri pazienti psichiatrici che lo fissano ghignando, l’operatore di diritto che lo assiste ha come unica speranza di difesa del proprio assistito, l’accensione di qualche cero e la preghiera all’Altissimo affinché durante l’esame specialistico non emergano «ipotesi” di qualcosa .
Non importa cosa. Che già l’ipotesi condanna.Non occorre certezza assoluta. E il «parere pro veritate” dello specialista di turno che poi si andrà a depositare non varrà a togliere il dubbio al giudicante.Si sa, il dubbio uccide. Ma non essendo di prassi concessa, la contemporanea presenza di consulenti di parte a questi test proiettivi e di personalità spesso attuati con l’ausilio di materiale fotocopiato ed in piena violazione di copyright, il giurista, in attesa di momenti processuali migliori, può solo affidarsi a  San Michele o iscriversi ad un corso di yoga per imparare a controllare la respirazione.
Stessa situazione per i «colloqui» programmati con gli operatori.
Invero cosa accada effettivamente durante i colloqui genitore – operatori, ad un difensore non è dato sapere con certezza. A dispetto di qualsiasi altra situazione, penale o civile che dir si voglia, qui la sua presenza non è assolutamente prevista, né necessaria.  Solitamente infatti l’avvocato, non solo non è invitato a questi colloqui, ma altresì se malauguratamente si presenta, risulta sgradito ed a volte viene addirittura interrogato dalla psicologa sui «reali motivi» che l’hanno spinto a presenziare.
Insomma la regola è che l’interrogatorio, pardon colloquio, si fa privatamente.
Una sorta di chiacchierata amichevole fra genitori ed operatori.Presenti solamente gli invitati ufficiali.Niente ospiti a sorpresa, per cortesia.
Talvolta peraltro capita che «l’amichevole» trascenda i limiti del cameratismo scadendo nell’inopportuno, ma sicuramente le registrazioni di colloqui fra genitori ed operatori che circolano su youtube, sono «casi isolati” o sono sicuramente frutto di manomissione dell’audio, che sennò qualche verifica da parte delle autorità competenti sarebbe oltremodo doverosa.
Invece no. Obiettivamente non c’è niente che non va. L’eccessiva confidenza, dovuta alla routinaria frequentazione come da calendario colloqui, pare essere circostanza non sanzionabile e tanto meno da prendere in considerazione quando evolve in strane situazioni di dubbio gusto. Colpa dello stress.
Del resto la comprensione di certi eccessi involontari è comprensibile. Siamo tutti esseri umani. Chi più chi meno.
L’interesse degli operatori peraltro è sempre il medesimo noioso tema. Storia di ognuno dei genitori, storia di coppia, storia del minore, rapporti familiari ed eventuale osservazione dei comportamenti tenuti dal minore con ciascun genitore singolarmente o allegramente tutti insieme nonostante la «conflittualità».
Quest’ultima indagine peraltro, è preferibile che si svolga in un contesto «protetto» ovverosia in una stanza, più o meno addobbata a seconda delle possibilità dei vari comuni. Un luogo ove il minore, alla presenza di un paio di operatori a lui estranei e magari pure antipatici, ha la possibilità di dimostrare serenamente ed in piena sicurezza, il rapporto affettivo relazionale che ha realmente col genitore non collocatario, di norma vedendolo per 45 minuti una volta ogni quindici giorni, come previsto dal calendario incontri standard, mentre gli altri prendono appunti e l’altro genitore passeggia nervosamente su e giù per il corridoio, controllando febbrilmente l’orologio o bussando senza valida ragione alla porta, solo per riportare il minore nei «ranghi»di una risata meno felice. Che la cattiveria pura e semplice, si sa, se non è indicata sotto forma di qualche strano acronimo ad uso esclusivo degli psicologi, a quanto pare non esiste.
Tutto ciò poi verrà riportato sotto forma di sunto nei diari di colloquio che poi verranno ulteriormente riassunti sotto forma di relazione, che i Servizi Sociali, più o meno tempestivamente,  faranno pervenire al Tribunale per i Minorenni.
Se poi, per qualsivoglia motivo, la relazione quale riassunto di appunti riassuntivi conterrà imprecisioni o palesi inesattezze, non sarà agevole dimostrare in corso di giudizio la verità. Invero i diari di colloquio, per quanto e per come l’avvocato li richieda, nella maggior parte dei casi, non verranno mostrati mai. Innumerevoli infatti saranno le giustificazioni che il professionista si vedrà opporre nel tentativo, spesso efficace, di farlo capitolare per abbandono.
Stesso dicasi per le consulenze tecniche d’ufficio, di cui molto raramente, si troverà materiale registrato audio e video, onde permettere un legittimo tecnico contraddittorio, seppur a posteriori e seppur non autorizzato nè richiesto, non essendo magari nemmeno stato concesso un termine per produrre semplici memorie, come in una causa civile qualsiasi.
Eppure un giorno un collegio di giudicanti sicuramente già mutato per composizione dei membri, visto il lasso di tempo nel frattempo trascorso, emetterà un provvedimento.
Un decreto che però non giungerà, come sarebbe normale, via notifica alla parte o al difensore con la classica busta verde, bensì verrà prima letto dagli operatori direttamente alla persona, convocata telefonicamente perché «ci sono importanti novità» e poi successivamente inviato anche via posta, così uno può «interiorizzarselo” meglio il Decreto, piangendo liberamente fra le quattro mura di casa.
E sul tema siamo tutti d’accordo, che leggere da soli ed all’improvviso certe cose, ebbene sì, è molto difficile, ci vuole un aiuto e un sostegno psicologico adeguato.
Non solo per i genitori.Spesso anche per gli avvocati che in quei frangenti si sentono assolutamente inutili a dispetto del giuramento prestato e dell’impegno profuso usando i miserrimi mezzi a disposizione.
Talvolta anche l’ausilio della forza pubblica in queste occasioni di «prima lettura» non guasta. Magari un genitore potrebbe aver assurdamente l’ardire di opporsi o lamentarsi mentre il cuore gli viene «provvisoriamente” strappato dal petto, talvolta per un motivo completamente  falso, senza l’esistenza di alcun rimedio giuridico per impedirlo in maniera immediata  ripristinando la verità subito e non solo dopo anni di separazione forzata dai propri figli.
È giustizia questa lenta macchina di tortura «provvisoria» senza possibilità di contraddittorio, con l’obbligo dell’ubbidienza assoluta sotto la minaccia costante di ben più severi provvedimenti?
Molti genitori che hanno vissuto il problema, non la chiamano giustizia, bensì tortura  psicologica, visto e considerato che se non ubbidisci in tutto e per tutto, il tuo «cuore» per un bel po’ potresti non rivederlo più.
E per quanto sia possibile che alla base di molti allontanamenti ci siano ben valide ragioni,purtroppo in tutta onestà, non me ne viene in mente nemmeno una che possa giustificare in un paese democratico ed in tempo di pace l’imposizione di una totale acquiescenza al volere dello stato senza possibilità di difesa delle proprie ragioni e dei propri diritti fondamentali.
Ma che dire? Tutti ne parlano oramai.
Tutti a torto o a ragione, parlano di mercato dei bambini, di business delle case famiglia, di elusione per mezzo di affidamenti eterofamiliari a tempo indefinito delle normative sull’adozione. Proliferano scandali su case famiglia ove i minori in luogo di essere «protetti» da un ambiente familiare considerato «inadeguato», sono maltrattati nelle stesse strutture che li ospitano nel loro «supremo interesse».
Il caso del «Forteto» visti gli sviluppi, si spera, sia veramente «un caso isolato». Un «unico caso” che il disgusto è già troppo, senza necessità di ripetizioni.
Ma la certezza dov’è?
Qual’è l’ufficio competente a cui segnalare gli abusi sui minori se gli stessi sono collocati in luogo protetto? Chi da veramente credito a genitori la cui potestà è stata limitata o sospesa se anche ripetutamente denunciano violazioni?
Invero l’argomento è inaffrontabile per l’orrore che suscita anche solo l’ipotesi di una tale circostanza.
Eppure, che lo si voglia ammettere oppure no, pare che anche alla comunità il «Forteto» sia andata così. Ripetute denunce inascoltate per anni. Quanti altri Forteti in Italia? Si tratta realmente di un «caso isolato» o quando lo si afferma è in realtà una inconscia preghiera che sia così?
Forse non lo sapremo mai, così come probabilmente nonostante le proteste degli operatori del diritto e dei genitori a cui sono stati sottratti i figli passerà ancora molto tempo, prima che alcuni diritti elementari vengano riconosciuti concretamente con una sostanziale riforma dell’intera materia.
In conclusione che dire?
In questi giorni il Garante per l’infanzia sta promuovendo la campagna «I have a dream»  L’intento di tale iniziativa è quello di riprendere l’opera di sensibilizzazione sul tema dei tanti razzismi che ancora albergano nel nostro Paese, raccogliendo i sogni dei più giovani e facendosene portavoce con il mondo degli adulti, con le istituzioni e con l’Italia tutta.
Buona cosa. Intento realmente lodevole ed importante.
Eppure cosa ci può essere al mondo di più discriminante della negazione del diritto di difesa, della negazione dei più basilari  diritti umani e della negazione dei diritti del fanciullo a dispetto di tutte le convenzioni firmate?
Ci sono tanti bambini rinchiusi in casa famiglia, che vorrebbero tanto poter mandare al garante i propri sogni per un futuro migliore, magari immaginandoselo con mamma, papà, nonni o fratellini.
Ma non hanno voce e non ce l’avranno, finché non usciranno da lì, oramai adulti ed amareggiati.
Diamo un sogno anche a loro.
Diamo loro una voce.

 

L’uomo di carta… di Giovanni Zito

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Giovanni Zito, adesso detenuto a Padova, è uno storico amico del Blog.

I suoi testi sono una valanga, e li potrete leggere tutti cercandoli nell’archivio.

Un’animo malinconico e allo stesso tempo ironico e fiabesco… con quello struggimento di mancanza e dolcezza che, paradossalmente.. lo tiene in piedi.

Il testo che pubblico oggi lo ha scritto gli ultimi giorni d’agosto quando era stato trasferito presso la casa di reclusione di Catania, per potergli dei colloqui con la figlia e i nipotini.

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Sono l’uomo di carta.

Rinchiuso dentro un plico di ricordi per tutta la vita. Scrivo su fogli di carta per non dimenticare mai che posso essere usato, adoperato e poi cestinato.

Mentre scorre sul binario l’ultimo barlume del giorno, penso ancora, sarà estate o inverno, che mese sarà mai, agosto o dicembre.

Sono l’uomo di carta e mi riparo dal vento per  paura di volare via. Temo l’acqua in quanto mi posso bagnare e quindi non potrò mai più essere di nessuna utilità. Mi fa paura il fuoco. Il troppo calore può farmi arricciare le punte. Se non mi tengo a debita distanza dal fuoco rischio sul serio di farmi male.

Sto bene con la mia carta, perché su di essa posso scrivere tutte le cose che desidero. Gli appunti li nascondo sempre. Chissà perché, anche la carta ha un suo fine, perché io non riesco mai a finire. Forse devo ancora completare il mio ciclo di tanti fogli, sottolineare di più quella linea di confine tra il bianco e il nero.

Sono l’uomo di carta. Un tempo mi prendevo il lusso di scrivere le parole d’amore per tutte quelle forme strane. Li chiamavano gli amanti, ma erano storie e poesie , perché nessuno credeva davvero a ciò che aveva tra le labbra dei fogli incorniciati, incollati. Sono stati momenti di vana gloria, spiccioli di coriandoli buttati via alla prima festività. 

Sono l’uomo di carta messo nel proprio schedario  ad ingiallire, ad aspettare i grandi idoli che con la loro favella faranno credere che tutto vada per il verso giusto, perché chi scrive sul foglio di carta avrà delle buone novelle e spiegherà per quale motivo si usa la carta. Nel frattempo esprimo io l’uomo di carta, nella mia volontà di penna.

Già.. la penna. Senza di essa non potrei scrivere la mia forte ignoranza, rischiando di non capire come si possa usare una singola bic con la punta sferica. Questo stelo riempito di liquido che segna sul foglio parole confuse. 

Sono l’uomo di carta sottile e leggero con il timore di essere letto da qualcuno, scoperto dai tanti che si battono le mani sul petto.

Ma sono solo io l’uomo di carta. Il vero foglio tanto desiderato e mai riconosciuto.

Potrei essere diverso tra le mani di qualcuno, ma forse è meglio essere da soli che soli in due.

Ct Bicocca 26/08/2013

Dai detenuti dell’AS1 di Parma

Parmas1

Tramite il nostro Giovanni Mafrica -tra i detenuti trasferiti, a fine luglio, da Spoleto, dopo lo smantellamento della sezione AS1 di Spoleto- ci ha inviato questa lettera collettiva dei detenuti AS1 di Parma. Una lettera rivolta al provveditore regionale penitenziario per l’Emilia, Dr Pietro Buffa, nella quale si prende in particolare attenzione la questione dei colloqui.

Cito un passaggio, prima di lasciarvi a questa lettera.

“Vorremmo che ogni colloquio fosse la realizzazione di una giornata dedicata all’incontro tra papà, nonni, zii e i loro figli e nipoti. E’ una richiesta a cui aspiriamo e nella quale ci proiettiamo  con sguardo curioso perché vorremmo osservare lo sviluppo attraverso i loro giochi, i loro gesti, le loro parole, i loro desideri.”

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LETTERA APERTA AL PROVVEDITORE REGIONALE DELL’EMILIA ROMAGNA DR. PIETRO BUFFA

Innanzitutto vorremmo presentarci. Siamo detenuti nella sezione A.S.1 della casa di reclusione di Parma.

Abbiamo scelto consapevolmente di farci sentire, poiché vogliamo portare la nostra voce laddove si discute di problematiche penitenziarie e i ricercano nuovi strumenti con cui applicare una comunicazione fattiva e concretamente responsabile.

Il nostro status di detenuti non può, noi certamente non lo vogliamo, impedire il riconoscimento di alcuni fondamentali diritti.

In questo istituto la mancanza del regolamento interno nega l’applicazione di regole e diritti di cui l’ordinamento penitenziario decreta la legittimità e si impone un regime coatto, alienante e scarsamente attento alle regole base che regolamentano la quotidianità. Ovviamente sappiamo dell’esistenza di referenti precisi , quali ad esempio il magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, sappiamo che le nostre istanze devono seguire un percorso burocratico preciso. Quello che vorremmo discutere con Lei è qualcosa d’altro, poiché auspichiamo di non essere esclusi dalle questioni che ci riguardano, poiché se si compone una maggiore sensibilità sul problema della vita carceraria, si potrà meglio capire l’urgenza sociale della questione carcere.

Nella “nostra” sezione A.S.1, le attività trattamentali e di formazione che potrebbero favorire il reinserimento della persona nella società non l’hanno mai riguardata, anzi, ne è parlato, ma fino ad oggi nulla è stato concretizzato. Infatti, siccome le persone detenute presso la suddetta casa circondariale, sono in gran parte condannate a lunghe pene, compreso l’incivile “FINE PENA MAI”, si continua a rinviare l’applicazione delle attività trattamentali. Per meglio dire, l’ufficio educatori svolge il suo lavoro, ma i successivi ostacoli pregiudizievoli risultano insuperati all’atto delle analisi delle sintesi trattamentali.

Seconda questione. Abbiamo sollecitato la Direzione, attraverso un documento, chiedendo un miglioramento dei colloqui, una maggiore attenzione ai rapporti famigliari e sensibilità nell’accoglienza (è indubbio che, in presenza di situazioni non ottimali, vada in primo luogo salvaguardato il rapporto bambino-genitore, non solo nella prospettiva dei diritti di quest’ultimo, ma anche e soprattutto nella prospettiva dei diritti del bambino … CIRC. D.A.P. 8 luglio 1998  n. 3478).

Vorremmo che ogni colloquio fosse la realizzazione di una giornata dedicata all’incontro tra papà, nonni, zii e i loro figli e nipoti. E’ una richiesta a cui aspiriamo e nella quale ci proiettiamo  con sguardo curioso perché vorremmo osservare lo sviluppo attraverso i loro giochi, i loro gesti, le loro parole, i loro desideri.

I rapporti famigliari di cui sollecitiamo continuamente lo sviluppo, sono espressione di vita, di speranza, sono la ragione del’essere di ogni uomo e di ogni donna detenuti.

I colloqui qui svolti non permettono a noi detenuti di giocare coi nostri bambini. Nella sala colloqui, infatti, non sono presenti angoli dedicati a giochi e non è permesso consumare pasti insieme alle famiglie, in contrasto con quanto previsto dall’art. 61 comma 2, Lett.b (…) con il permesso di consumare un pasto in compagnia, fermo restando le modalità previste dal 2° comma dell’art. 18 O.P. E’ vero che per i bambini è stata predisposta una saletta a parte, ma questo vuol dire allontanarli dai genitori, nonni e zii; vuol dire non dare corpo alla fantasia insieme a loro.

Quello che osserviamo è la sensazione palpabile di oppressione, il disagio visibile negli occhi delle nostre famiglie.

Auspichiamo allora ci sia un impegno da parte Sua ad intervenire sollecitando un cambiamento per porre fine alle infiniti pregiudiziali della cultura emergenzialista che crea un perpetuo affanno. Proseguire la carcerazione in queste condizioni è cosa che cerchiamo di scongiurare.

Noi ci proponiamo, contemporaneamente ci auguriamo, di trovare in Lei il desiderio di opporsi all’ineluttabilità del carcere.

Con la speranza di essere stati esaustivi, così da avere sollecitato la Sua attenzione, Le inviamo i nostri più Cordiali Saluti e Le auguriamo buon lavoro e auspichiamo ci onori di un futuro incontro.

I detenuti firmatari.

 

Dai detenuti del carcere di Parma

parmas

Pubblico oggi una lettera collettiva dei detenuti della sezione A.S.1 del carcere di Parma. Lettera che  è stata inviata ad alcune istituzioni e che riguarda il tema dei colloqui con i famigliari.

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Alla Magistratura di Sorveglianza di Reggio Emilia

Al Provveditore Regione Emilia Romagna

Al Garante dei detenuti Regione Emilia Romagna

Siamo un gruppo di detenuti del reparto AS1 della Casa di Reclusione di Parma e abbiamo consapevolmente scelto di portare questo documento alla vostra attenzione, poiché riteniamo che la ricerca del pensiero può e deve essere considerato da un lato, quale rivelazione di comportamenti lucidi e, dall’altro, quale manifestazione del grado di civiltà dell’individuo.

L’argomento che abbiamo deciso di trattare riguarda le modalità con le quali vengono organizzati i collo qui familiari nella struttura penitenziaria di Parma.

Nel nostro ordinamento penitenziario, tra gli elementi del trattamento, sono inseriti i rapporti affettivi stabili con i familiari e lo specifico art. 28 L. 26.07.1975 n. 354 dispone che: particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei reclusi con le famiglie. Questa particolare cura è specificata nel Reg. Esec. della legge penitenziaria: nella concessione di colloqui che consentono di trascorrere, insieme a coloro che sono ammessi ai colloqui, parte della giornata in appositi locali e di consumare un pasto insieme, fermo restando il controllo visivo del personale di sorveglianza (vedi art. 61 R.E. rapporti con la famiglia e progressione del trattamento).

Nel carcere di Parma le modalità con le quali vengono fatti svolgere i colloqui non corrispondono alle indicazioni espresse nella legge penitenziari: il riferimento è indirizzato alle lunghe ore di attesa all’interno di una sala di aspetto piccola e scarsamente idonea ad accogliere in nuclei familiari autorizzati all’ingresso in istituto. Un ambiente sovente affollato le cui condizioni di vivibilità, soprattutto per bambini ed anziani, sono da considerare inadatte.

Le sale colloqui, di cui un è ancora provvista di bancone divisorio, limitano l’espressione autentica di affetto tra le persone. La legge penitenziaria assegna alle sale colloqui il ruolo di accoglienza e condivisione di affetti; luoghi in cui i bambini, attraverso i giochi, la lettura di favole e la condivisione nel consumo della merenda assieme al loro papà, nonni, zii possano esprimere la loro creatività  superando, così, il trauma che il carcere, per sua natura, determina in ogni essere umano che ne supera la soglia d’ingresso.

Qui al carcere di Parma, a noi detenuti è consentito, a tutt’oggi, portare una bottiglia d’acqua, poche caramelle con involucro trasparente e nient’altro!

Per la sola presenza di ogni bambino è concessa una merendina oppure un succo di frutta, per tutti gli altri ospiti, niente!

Motivo di tali limitazioni: “esigenze di controllo”.

I soli motivi legati alle esigenze di controllo non possono impedire l’applicazione dell’art. 61 comma 2, lett. b (possibilità di consumare un pasto) la cui applicazione, insieme alla concessione all’interno della sala colloqui di giochi adatti per i bimbi, migliorando il rapporto di reciproco rispetto con il personale di sorveglianza chiamato spesso a valutazioni difficili e discrezionali molto eterogenee, secondo la mentalità di chi è chiamato a gestirle.

Quindi occorre valutare la pretesa di una costante sorveglianza sui detenuti con il rispetto di una esigenza naturale del mantenimento dei rapporti familiari.

Concludiamo la nostra esposizione con il riferimento estratto dall’ord. n. 14762012 emessa dalla Magistratura di Sorveglianza di Firenze.

Scrive il Magistrato: “si deve riflettere sul fatto che l’affermazione del principio di sorveglianza interviene in un luogo che è espressione della sorveglianza nelle sue mura, nella organizzazione degli spazi, che è sostanza e simbolo della sorveglianza perché in questo quadro di sicurezza, aggiunge l’inibizione di relazioni affettive il più normale possibili””.

Alla luce di quanto esposto nella presente, auspichiamo ci sia la volontà da parte di tutti gli eminenti giudici che operano presso la Magistratura di Sorveglianza di Reggio Emilia, del Provveditore della regione Emilia Romagna, Dr Pietro Buffa, del garante dei detenuti, Avv.ssa Desi Bruno, la volontà e il desiderio di migliorare le condizioni e le modalità d’ingresso e permanenza nelle sale colloqui, per fare di questi luoghi siti di accoglienza, dove chi vi entri ritrovi, in quelle poche ore, il desiderio di continuare, con più serenità, relazioni affettive sane, cordiali, e armoniose.

Sperando di essere stati esaustivi, di avere sollecitato la vostra attenzione, chiediamo un intervento istituzionale, affinché le modalità con cui vengono disciplinati i colloqui abbiano il carattere che la legge penitenziaria indica nei suoi articoli, così da favorire le relazioni affettive dei detenuti con i loro familiari.

I detenuti firmatari.

 

Lettera di Marcello Dell’Anna

Immaginate un detenuto in galera da più di vent’anni.

Immaginate che questo detenuto abbia intrapreso un lungo e faticoso percorsi di studio e crescita culturale ed umana.

Immaginate che questo detenuto abbia ricevuto numerosi attestati ed encomi.

Immaginate un detenuto che ha scritto due libri, e ne sta scrivendo un terzo.

Immaginate un detenuto che ha più di una laurea, di cui una in giurisprudenza.

Immaginate che, questo detenuto, in occasione della discussione della tesi di laurea in Giurisprudenza, ha ricevuto dal Tribunale di Sorveglianza, un permesso di 14 ore. Un permesso da uomo libero, senza la presenza di una scorta o di alcun controllo da parte degli organi di polizia. Perché venga dato un tale permesso vuol dire che vi sia una valutazione prettamente positiva, da parte del Tribunale di Sorveglianza, del percorso intrapreso dal detenuto, della sua crescita umana e un venire meno di quel livello di pericolosità sociale che sconsiglierebbe un permesso del genere. E tutto questo trova ulteriore conferma nel ritorno nel carcere nel pieno rispetto dei tempi stabiliti dal permesso.

Avete immaginato tutte questi “elementi”?

Ecco, adesso immaginate anche che il D.A.P., trasferisca un tale detenuto nel famigerato carcere dormitorio di Badu e Carros a Nuoro in Sardegna, riportandolo indietro di vent’anni nel suo percorso, riportandolo all’anno zero del trattamento.

Tutto questo è quello che è avvenuto a Marcello Dell’Anna, che faceva parte dei componenti della sezione A.S.1 di Spoleto. Sezione smantellata a fine luglio, e i suoi componenti sballottati come pacchi postali in mezza Italia. Con qualcuno finito in qualche carcere decente. E qualcun altro finito in qualche carcere in-decente, come è il caso di Marcello Dell’Anna (per vedere la prima lettera che Marcello ci inviò dopo tale evento vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/09/17/e-cosi-che-il-dap-tratta-i-detenuti-meritevoli-lettera-di-marcello-dellanna/).

Marcello da quel momento ha iniziato ad attivarsi legalmente in ogni modo. E non chiede privilegi. Chiede quello che è stabilito per un detenuto. Ovvero, che vi sia un trattamento razionale, che non si interrompi bruscamente un percorso, che non si mandi in fumo un lavoro che dovrebbe essere mostrato ovunque -se si fosse almeno “furbi”- come esempio di “riuscita del trattamento”. Un detenuto come Marcello Dell’Anna dovrebbe essere visto come uno dei fiori all’occhiello di un sistema penitenziario che vanta, invece, troppo spesso, caterve di disfunzioni, recidive e suicidi.

Invece viene semplicemente catapultato in Sardegna come se nulla fosse avvenuto in questi venti anni. Marcello era arrivato ad un livello di crescita sempre maggiore, con corsi, dialoghi con studenti e professori, e altre opportunità. Tutto adesso messo nel cesso. E poi riusciva in qualche modo ad avere i colloqui con la moglie e il figlio, che sicuramente avranno giocato un ruolo non da poco, nella sua crescita e nel suo distacco radicale (distacco che potrete vedere con forza sottolineato nella lettera che leggerete tra poco) dal suo precedente mondo criminale.

Un detenuto così dovrebbe avere ponti d’oro. Ulteriori incontri con la famiglia. E invece lo si manda “in esilio” sardo, riducendo, nei fatti, drasticamente, le possibilità che avrà la famiglia di incontrarlo.

Che qualcuno si svegli, e cominci, a sanare le quotidiane e palesi assurdità che avvengono, senza esclusione di colpi, nel mondo penitenziario.

Vi lascio a questa lettera che Marcello ha inviato al Nuovo Quotidiano di Puglia. 

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Alla C.A. del Sig. Direttore della Redazione del “Nuovo Quotidiano di Puglia” “Edizioni di Lecce” – Via dei Mocenigo, 29 – 73100 – Lecce

Nuoro 01 ottobre 2012

Egregio Signor Direttore,

Da tempo riflettevo sull’eventualità di poterle inviare un mio scritto, ma il mio status mi ha molto spesso frenato, forse per paura di scrivere qualcosa  di sbagliato. L’iniziale insicurezza, peraltro sostenuta da una errata visione di ciò che realmente la società potrebbe pensare di me, è pian piano divenuta una consapevolezza di ritenere che sia giunto il momento di fare conoscere la persona che realmente oggi sono, diversa e migliore. E’ legittimo che quete parole posano sembrarle insincere ovvero simulatorio ma, chi creda, la persona che le scrive oggi è del tutto a lei (e a tanti) sconosciuta, atteso che nulla ha più a che fare con quella che le cronache conoscevano in passato. Ebbene, l’iniziativa del mio avvocato e, soprattutto, dei miei  cari, nel dedicarmi un articolo giornalistico (scegliendo il vostro Giornale) per l’ulteriore Laura conseguita, è stata per me la giusta occasione per scriverle, in maniera serena, non certo per ragioni opportuniste o, peggio, manipolatorie, ma per darvi atto che della mia (mala)vita passata ne disprezzo modalità e contenuti. Un articolo molto soddisfacente il vostro, eccetto quella parte di notizia relativa alla mia biografia criminale che viene anteposta alla persona che scrivo oggi, sebbene (e ne sono cosciente) non poteva essere omessa. Purtroppo quelle vicende fanno parte della mia vita passata che per me ormai è morta e sepolta. Anteporre poi, “ancora oggi”, l’epiteto “boss” al mio nome, mi ha fatto sorridere amaramente benché tale qualificazione attualmente la ritengo del tutto inadatta. Pertanto, confido nella vostra serietà e professionalità giornalistica e le chiedo, se potete, di essere, di omettere l’epiteto in parola nei vostri prossimi articoli. Le ragioni di questa mia riguardano alcuni importanti particolari pubblicati nell’articolo che ritengo siano, alcuni incompleti e generici, altri del tutto mancanti, sicuramente per discrezione della fonte. Quindi, partendo dal fatto che qualunque notizia, secondo me, debba rappresentare la realtà e la giusta informazione, ritengo doveroso che questi particolari meritino di essere spiegati sia a voi del Giornale, sia ai lettori … conseguentemente pubblicati. Orbene, per una migliore comprensione dei fatti, bisogna partire dalle ragioni riguardanti il mio trasferimento in Sardegna, nel reclusorio di Nuoro. Ritengo che quanto accadutomi non può rimanere sottaciuto (soprattutto giornalisticamente) a  fronte di una fragrante violazione della legalità messa in atto dalla Direzione Generale dei Detenuti del Trattamento del Dipartimento  del’Amministrazione Penitenziaria (D.A.P.) quando, a fine luglio u.s., decise repentinamente di “smantellare” la sezione “A.S.1” (Alta Sicurezza-1) di Spoleto per “esigenze” atte al “recupero dei posti letto” a causa del crescente numero di detenuti “A.S.3”. Le scelte di assegnazione alle varie carceri per ogni detenuto, sono state decise “solo” sulla base del loro “titolo detentivo”, senza considerare altri elementi valutativi attinenti ai risultati del percorso trattamentale (per come dispone la legge). Di conseguenza, non solo il danno ma ance la beffe, e a me è toccata proprio la Sardegna, con conseguenze devastati per la mia persona che vanno al di là di ogni logica giuridica e civile, atteso che tale assegnazione ha compromesso seriamente il mio lodevole percorso rieducativo. I miei studi universitari, i miei tesi affetti familiari (di questo “trasferimento collettivo” è stata data notizia da alcuni Quotidiani: allego copie). Nella realtà, per l’A.P. che avrebbe l’obbligo di educarci, noi detenuti non veniamo considerati “perone” con diritti e doveri, ma dei pacchi postali, dei numeri di matricola, delle mere pratiche da evadere, in spregio a questo Stato che vanta illustri nomee di civiltà e di giustizia. Ritengo che l’Amministrazione Penitenziaria deve essere molto più attenta alla “persona”-detenuto, al suo percorso rieducativo e non al suo titolo di reato, che magari risale a venti trenta anni fa!

Ma v’è di più!

L’illegittimità e la stortura di questa inconciliabile assegnazione in Sardegna, poggia sul fatto che il D.A.P., nel deciderla, non ha assolutamente verificato se, nel corso della mia lunga detenzione, avessi avuto, o meno, esperienze extramurarie. Ebbene, in occasione della Tesi di Laurea in Giurisprudenza che, come sapete ho discusso il 25 maggio u.s. per la “Competenza in diritto penitenziario”, il TDS di Perugia mi ha concesso un Permesso di 14 ore, LIBERO nella persona e SENZA L’USO DI SCORTA, accompagnato solo da mia moglie, mio figlio e altri familiari, (questa è la prima notizia inedita) per recarmi all’Università di Pisa e per festeggiare tale importante traguardo (allego l’estratto dell’Ordinanza TDS di Perugia). Sicuramente questa notizia susciterà stupore dando adito magari a pesanti critiche oppure a compiacimenti, ma sta di fatto che tale concessione è la prova indiscussa di quello che sono oggi!! Vi rendete conto? Dopo vent’anni di ininterrotta detenzione sono uscito in permeo per una intera giornata, libero e senza alcun controllo degli organi di polizia; mi sono laureato col massimo dei voti; sono stato con mia moglie e con mo figlio in albergo, al ristorante, in giro per le vie di Pisa e di Spoleto; sono puntualmente rientrato in carcere, con i miei piedi, ben consapevole di avere una condanna all’ergastolo, ed io… dovrei essere il fuorilegge? Il boss? L’elemento di spicco? Ebbene, se fossi quel criminale di un tempo, non pensate che in 14 ore sarei potuto arrivare in Cina facendo perdere le mie tracce? E’ questo il “trattamento” che l’Amministrazione Penitenziaria riserva ai detenuti oramai recuperati e reinseriti nella società? Quello di sbatterli in Sardegna? Sino a prova contraria, sono io che ho dimostrato con i fatti il rispetto della Legge rientrando in carcere dal permesso, consapevole di essere un ergastolano, un “vivo- già morto”, sono io che ho dimostrato di non essere più socialmente pericoloso, sono io che ho dimostrato di essere una persona diversa e migliore. A questo punto penso che “i cattivi che sono diventati buoni siano molto più affidabili dei buoni che non sono mai stati cattivi” e, quindi,… credete che siano più affidabili? Essere detenuto a Nuoro è come se m’avessero catapultato indietro di vent’anni e questo mi rifiuto  di accettarlo perché il mio passato per me è morto e sepolto. A ben vedere, infatti, sono proprio le storie  di detenuti, come questa vissuta da me, a rappresentare la vittoria del sistema carcerario sul crimine; nel mio caso, al di là di ogni retorica, è un fatto che io mi sia trasformato da delinquente ad operatore culturale, attraverso anche una totale presa di distanza da certe forme mentis deviate e devianti. Tutti i miei sacrifici, anni di studio, crescita intellettuale e preparazione giuridica, encomi, attestati, redazione di elaborati, ricerche, trattazioni sia giuridiche sia d’attualità pubblicate su alcune rinomate riviste, sono stati spezzati via da una decisione presa con incuranza e stortura dall’Amministrazione Penitenziaria. Io che ero solito incontrare in carcere , docenti, studenti universitari e di V classi superiori, per discutere di legalità mettendo a nudo la mia vita, parlando loro dei miei crimini e di quanto ne sono contrito, dell’orrore del carcere e della sofferenza che procura; tutto ciò per dissuaderli da una loro possibile devianza o scelta di vita sbagliata. Sono numerosi gli studenti che mi scrivono chiedendomi conigli e sono numerose le persone  che credono in me!!

Il mio curriculum detentivo comprende anche  la stesura di due libri scritti (il terzo in fase di redazione). Il primo, pubblicato nel 1997 è a voi ben noto avendone dato, a suo tempo, risalto (allego copia della copertina fronte/retro). Il secondo libro l’ho scritto proprio di recente, in occasione del permesso fruito e della ulteriore Laurea conseguita (questa  è la seconda notizia inedita, allego copia della copertina fronte/retro), e colgo l’occasione per lanciare un invito a chi ne fosse interessato per la pubblicazione (magari la stessa Casa Editrice Manni); molto interessane nei suoi contenuti, emozionanti e riflessivi nella prima parte, tecnico-giuridici, nella seconda. Signor Direttore, la conseguenza del mio “distacco” dal mondo criminale, è stata quella che in questi ultimi dieci anni io (all’interno del carcere) e mia moglie, viviamo ognuno in un proprio mondo, lavorando serenamente e svolgendo le mansioni più umili, per il nostro sostentamento economico, dal momento che non percepisco alcun “contributo” economico lecito o, ancor peggio, illecito. A tal riguardo, per comprovare la veridicità delle mie asserzioni, alcuni mesi or sono, mi sono rivolto anche all’Ill.mo Procuratore Aggiunto della Distrettuale Antimafia di Lecce, Dr. Antonio De Donno, invitandolo a svolgere a 360° tutta l’attività d’indagine opportuna, al fine di verificare realmente il mio coinvolgimento attuale in vicende delittuose, proprio per confutare quelle “informative” ormai datate nel tempo, sulle quali vengo descritto ancora come “elemento di spicco” della Sacra Corona Unita. Al servizio dell’Ecc.ma Procura leccese vi sono illustri investigatori i quali sono ben informati che “quell’elemento di spicco”, è fuoriuscito da un bel pezzo dal panorama criminale salentino. Non per usare catatio benevolentia o sterili frasi ad effetto ma la mia vita e, soprattutto la mia personalità, sono divenute tutt’altra cosa di quando sventuratamente decisi di adottare un sistema di vita del tutto miserevole. Non sono disconosco e disprezzo quel Marcello Dell’Anna

Mi piegherò ma non mi spezzerò.. di Salvatore Diaccioli

La nostra Grazia Paletta ci ha fatto giungere una lettera dell’amico Salvatore Diaccioli, detenuto a Carinola. 

Salvatore è uno degli amici “apparsi” quest’anno nel Blog.

Si fa chiamare “L’uomo dei sogni”.

Questo suo brano ripercorre la condizione di encefalogramma piatto che caratterizza lo stato del diritto  nel carcere di Carinola.. e si conclude con una riaffermazione della “necessità” dei colloqui familiari, che vanno garantiti anche a chi ha i propri intimi lontano dal luogo di detenzione. 

Salvatore dice una cosa giusta… perché il detenuto deve pagare -in termini di colloqui famigliari-  una scelta che non è certo stata sua. Ovvero quella di essere stato trasferito in una regione lontana dal suo territorio di appartenenza?

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Frangar non flectar

“Mi piegherò ma non mi spezzerò”

La detenzione comporta la perdita della libertà, è una punizione in quanto tale.

La condizione della detenzione e i regimi penitenziari non devono quindi aggravare la sofferenza inerente ad essa.

La privazione della vita in comune deve eseguirsi in condizioni materiali e morali che assicurano il rispetto del detenuto in conformità con giuste regole: offrire la possibilità di migliorare le attitudini e di accedere alle prospettive di reinserimento nella così detta società in cui viviamo.

A questi fini, tutte le risorse educative, morali e di altro tipo, dovrebbero essere disponibili da parte di chi ci tiene in custodia.

Nella Casa circondariale di reclusione di Carinola, nulla si sa dei diritti, come sono? Cosa sono? Dove sono? Non si sa nulla perché l’attuale Direzione e il magistrato di Sorveglianza sono esenti da qualsiasi iniziativa da sostenere per il reinserimento del detenuto. Questo avviene perché essi non credono nella positività del detenuto, nulla prendono in considerazione, immaginiamo se prendono -alla lettera- quelli che sono gli articoli o i commi del nostro ordinamento penitenziario.

Addirittura il magistrato di sorveglianza neppure si cura di leggere i reclami che noi detenuti gli inviamo, magari senza leggerli, li cestina pure. Di fatto, mai nessun reclamo è andato a buon fine.

Un altro aspetto NE-GA-TI-VO è che i reclami ai vari uffici di competenza non possono essere più inviati tramite modello 13, “un paradosso” ma Carinola, per sua eccellenza di paradossi ne ha molti, tanto è vero che a Carinola nulla più meraviglia noi detenuti e questo accade perché è tutto un susseguirsi di anomalie.

Qui a Carinola, sofferenza e speranza stanno allo stesso livello, tutte e due si mettono a dura prova l’una contro l’altra, rendendo la quotidianità del detenuto priva di ogni svolta positiva e per chi è carente anche di colloqui settimanali (perché forestiero), colpa, punizione e speranza si accentuano ancora di più.

Questo ed altro si intrecciano “catastroficamente”.

Non è così facile vivere lontano dagli affetti più cari è una sofferenza inumana, gratuita, senza validi motivi… Ma c’è anche un aspetto di non diritto, di trattamento differenziato, al cospetto di altri reclusi.

Dov’è scritto che il detenuto deve espiare la pena lontano dai propri cari?

Questo poteva essere “accettabile” durante le indagini preliminari, ma oggi con condanne del tutto definitive a che serve continuare a maltrattare la psiche di noi detenuti? Perché un detenuto non deve usufruire dei colloqui settimanali come è diritto per quelli locali? Perché la mia espiazione di pena deve essere penalizzata? Non è stata una mia scelta espiare la mia pena lontano dai miei famigliari. Non sono stato io a chiedere di stare lontano dalle persone che amo, qui mi ci hanno portato contro il mio volere e da detenuto voglio i miei diritti che altri miei simili hanno, senza nessuna disparità trattamentale.

Da molto tempo sto elaborando di chiedere all’Amministrazione carceraria un risarcimento per tutte le spese che hanno e continuano con fatica o privandosene loro stessi, a spendere i miei famigliari tutte le volte che vengono a fare colloquio.

Qui i detenuti locali per fare colloquio ogni settimana spendono 5,00 euro di benzina, se calcoliamo per i colloqui mensili di euro ne spendono 20,00 con il privilegio di vedere i propri cari ogni settimana. La mia famiglia per avere un colloquio con me, e questo avviene una volta o forse due l’anno di euro ne spendono 700,00-800,00 e la mia non è un’esagerazione.

Questa pena “aggiuntiva” non so perché la devo tollerare, già è tanto quello che ogni giorno porto sulle spalle, che non è cosa da poco, se poi ci mettiamo anche la sofferenza di stare, per motivi non precisati, lontani dai propri affetti, le sofferenze si moltiplicano.

Ho diritto come persona reclusa o internata di vedere i miei famigliari ogni settimana, così come le leggi vigenti dicono, allora perché mi trovo ad espiare la mia pena lontano dalla mia città nativa?

                                                                      “L’uomo dei sogni”

                                                                        Salvatore Diaccioli

 

Essere madri… dalle detenute del carcere di Legge

Dalle detenute del carcere femminile di Lecce.. una lettera collettiva che ritorna su quella che è la questione capitale di moltissime detenute… il non sentire di potere essere pienamente madri.. con tutto il dolore, l’angoscia, il tremendo senso di colpa che questo comporta.

Nello specifico questa letta contesta quella che sembrerebbe una disapplicazione dei fatti della legge Simeone (l. 62/2011), che, intervenendo sulla precedente disciplina dell’Ordinamento Penitenziario, avrebbe previsto la possibilità di applicare alle madri con bambini di età inferiore ai dieci anni, il regime detentivo della detenzione domiciliare, anche nel caso di esecuzione di pene di lunga durata. 

Solo per un attimo, si provi a sfiorare che vuol dire avere un figlio piccolo e poterlo vedere solo in occasioni dei colloqui. Provate a immaginare che ferita è per le madri e per i figli.

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“ESSERE MADRI”

Detenzione speciale per le detenute madri con prole inferiore a 10 anni.

Le nostre urla risuonano tra l’eco di queste mura spesse di cemento armato. La sofferenza, nel nostro cuore, essendo madri costrette a stare lontane dai nostri figli.

Quante ferite nell’anima, strappate in maniera turbolenta dai nostri angioletti che per noi sono la nostra ragione di vita.

Nella nostra mente è costante come un tatuaggio sulla pelle, l’immagine del viso dei nostri fanciulli. Quell’ora così fatale del colloquio settimanale per alcune.. mensile per altre.. annuale per altre ancora. 

Poi ci sono situazioni dove, per varie vicessitudini, alcune detenute non hanno nemmeno queste poche possibilità, sia per  la lontananza e sia per la burocrazia. “Madri costrette a non vedere i propri figli per anni!!!”

L’inizio del colloquio, l’arrivo dei nostri figli, così sorridenti, bisognosi di attenzione. Tutti i bimbi che corrono gioiosi  fra le braccia delle loro mamme e vorremmo tanto fermare quell’orologio e che non finisse mai quell’ora così preziosa, per noi e per loro. In quell’ora dobbiamo indossare una maschera di felicità, per non trasmettere la sofferenza, la lontananza che abbiamo nei nostri cuori, trattenere le lacrime, sorridere, giocare e mentire. La classica frase “La mamma qui lavora”.

Poi arriva il buio! L’ora è terminata e sui nostri volti cala l’amarezza. E’ arrivato il momento del distacco forzato dai nostri amori. 

E’ crudele, ma bisogna trovare la forza e stringere i denti, trattenere le proprie emozioni, mentre tra il nostro sorriso, le loro lacrime e la voce squillante che urlano “mamma, vieni con me”, ci allontaniamo da loro.

Mentre voltiamo le spalle per tornare nelle nostre celle, arrivano i lacrimoni sul nostro viso, che non riesci a trattenere facilmente. Sono lacrime d’amore e di disperazione. Un dolore profondo da cui difficilmente riesci a riprenderti.

Allora viene spontaneo chiederci.. perché tanta sofferenza?

Eppure le legge sui figli minori ci sono! Esistono forse solo sul codice penale?

Nella nostra sezione, siamo 63 detenute, di cui la maggior parte con figli inferiori ai 10 anni. Ci rivolgiamo agli illustrissimi giudici dei minorenni e del Tribunale di Sorveglianza, sicuramente anche loro genitori.

Perché la legge “Simeone” viene ignorata? Il 5 maggio 2011 è stata pubblicata la legge 21 aprile n. 62, che viene a disciplinare il regime di custodia delle detenute, madri di figli minori.

Con essa il legislatore  si prefigge di rafforzare il quadro degli istituti processuali e penitenziari che governano il rapporto tra il minore e la madre che si trovi in stato di privazione della libertà personale.

L’ultima modifica, apportata dalla legge 62/2011, concerne le ipotesi di detenzione domiciliare c.d. “per fini umanitari”, di cui all’art. 47-ter comma 1 lettera A della legge 345/75.

Il comma 2 dell’art. 3 della legge 62/2011 modifica l’art. 47-quinquies della legge 354/75 in tema di detenzione domiciliare speciale, introducendo la possibilità di applicare alle madri con prole di età inferiore ai dieci anni, detto regime detentivo, anche nel caso di esecuzione di pene di lunga durata.

Coma mai queste leggi rimangono a Roma?

Perché non si da’ alle madri l’opportunità di scontare la propria condanna, stando vicino  ai propri piccini? 

Facciamo un appello che giunga al cuore dei degli Illustrissimi Magistrati, di darci  la possibilità  di potere crescere i nostri figli riaccendendo i loro occhi di gioia.

Nell’arcobaleno della vita, l’amore materno è il coloro che splende più di tutti!!! Dal cuore di ogni mamma a tutti i nostri figli urliamo: “vi vogliamo un universo di bene”.

Le detenute madri della C.C. di Lecce – Borgo San Nicola

19-08-2012

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