Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “morte”

L’ultimo sorriso tra le sbarre a Marco Pannella… di Carmelo Musumeci

pannella

La morte di Marco Pannella ha significato per i detenuti la morte di quella che era considerata una vera e propria Leggenda.

La vicenda politica di Marco Pannella è lunga e controversa. Ma anche chi lo criticava, riconosceva (spesso) in lui una profonda statura umana, non facilmente riscontrabile in gran parte degli altri politici.

I detenuti lo hanno sempre avuto caro perché Pannella si è sempre battuto generosamente e appassionatamente per i diritti e la dignità dei detenuti. La sua morte è stata come un asteroride per tutto il mondo del carcere. Gran parte dei detenuti, da tanti anni, lo considerava come un proprio Padre, un Padre morale.

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La notizia della scomparsa di Marco si è sparsa all’improvviso da una cella e da una finestra all’altra e in tutte le sezioni del carcere di Padova.
Molti detenuti hanno abbassato gli occhi e il tono della voce. Qualcuno ha scrollato la testa. Altri ancora si sono ammutoliti. Tutti si sono sentiti come abbandonati a se stessi.
Qualcuno ha urlato dalle sbarre della sua finestra: “E adesso quale sarà quel politico che ci darà voce e lotterà per i diritti dei carcerati o avrà il coraggio di proporre un’amnistia?”. Andrea gli ha risposto: “Nessuno”. Roberto ha aggiunto: “La stragrande maggioranza dei politici è d’accordo solo su una cosa: riempire le carceri come delle scatole di sardine e usare l’emergenza criminalità per continuare a prendere voti e continuare a rubare.” Antonio s’ intromette nella discussione: “Non bisogna generalizzare, ci sono anche i politici onesti”. Raffaele si incazza: “Sei proprio scemo, non lo sai che in Italia essere garantisti e abrogazionisti della pena dell’ergastolo fa perdere i voti e consenso elettorale?” Lorenzo lo appoggia: “Guarda che fine hanno fatto quei pochi politici che si sono sempre impegnati per la legalità in carcere, sono scomparsi dal Parlamento. Gli altri politici lo sanno che il carcere in Italia non è altro che lo specchio di fuori, dell’ingiustizia, della sofferenza, dell’emarginazione e la discarica degli avanzi della società perbene e disumana, eppure non alzano un dito, perché non hanno il coraggio e il cuore che aveva Marco Pannella”. Interviene Sandro: “Io penso che il carcere così com’è non dà risposte, il carcere è una non risposta, il carcere è il male assoluto. Non si può educare una persona tenendola all’inferno. La si può solo punire, farla soffrire, distruggerla, e dopo di questo anche il peggiore assassino si sentirà innocente. Solo un carcere aperto e rispettoso della legalità può restituire alla società dei cittadini migliori”.

Ascolto dalle sbarre della mia finestra i discorsi dei miei compagni, ma non intervengo perché penso che adesso sia il momento del silenzio e di trasmettere tutta la nostra solidarietà ai familiari, ai radicali, (in particolar modo a Sergio D’Elia e a Rita Bernardini) e a tutti quelli che volevano bene a Marco.
Ciao Marco, eri il mio eroe e mi sei stato da esempio, ora mi sento un po’ orfano. Spero che nel posto dove sei ora non ci siano prigionieri, né carceri, ma sono sicuro che dovunque tu sia adesso, continuerai a lottare contro il Dio di turno per migliorare i diritti degli angeli o dei diavoli.
Un ultimo affettuoso sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova 19 maggio 2016

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Sette anime… dedicato alle sette studentesse italiane morte a Barcellona

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Margherita Lazzati ci ha inviato questo bellissimo testo che i detenuti del laboratorio di scrittura creativa del carcere di Opera hanno scritto.. un testo dedicato alle sette studentesse italiane morte a Barcellona.

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Sette anime (Catalogna, 21 marzo 2016)

All’imbrunire di questo primo giorno di primavera osservo il cielo dalla griglia del mio spazio metallizzato.

Penso al tepore dei giardini di marzo, ai campi appena sbocciati e a un’altra stagione da vivere dietro le quinte.

Poi uno schiaffo ferisce il mio cuore.

Gli occhi fissano alla televisione sette fiori prematuramente strappati a una terra impoverita.

Mi chiedo: “Perché piango?”. Non vi conoscevo, non sapevo nulla delle vostre vite. Eppure sono qui a scrivere di voi.

Penso a chi non si rassegnerà mai a non sentirsi più chiamare “Papà”, “Mamma”; sentirsi sussurrare “Ti voglio bene”; incrociare il vostro sorriso; gradire il tatto delle vostre mani; inabissarsi nel colore dei vostri occhi; apprezzare il peso di un corpo che riempiva le case al ritorno da una breve vacanza.

Come affrontare adesso la quotidianità?

Stanze, armadi pieni d’indumenti, pareti imbastite di foto invocheranno le vostre presenze mentre il tempo si fermerà per la memoria.

Si cercherà dai vostri radiosi profili di coronare un inutile sogno: ascoltare due parole… “Sono qui”… per capire che era solo un incubo. Quando invece proprio l’incubo era all’inizio. E dopo questa Santa Pasqua non vi saranno resurrezioni.

Sette anime: eravate lì solo per iniziare a costruire il vostro credo, realizzare il cielo degli ideali. Ma da oggi troppo presto siete lassù ad accompagnare per l’eternità chi vi ha dato la vita, stimate, amate.

Appunto, l’eternità: un mare nel quale un detenuto, ma pur sempre un uomo, un padre, ha versato una lacrima d’inchiostro intriso di dispiacere per voi.

Elisa V., Lucrezia, Elena, Francesca, Serena, Elisa S. Valentina… Sette angeli, Sette anime che saranno lì a ricordarmi di voi quando alzando gli occhi al cielo ammirerò i sette colori dell’arcobaleno.

F.P. nome del Laboratorio di lettura e scrittura creativa della Casa di reclusione di Milano-Opera

Lo Spirito… di Giovanni Leone

Rural  road through the field

Rural road through the field

Questo scritto del nostro Giovanni Leone -detenuto a Voghera- è del 2009..

credo, ma non ne sono certo, che sia stato scritto dopo la morte della madre.

E’ un brano così intenso che ho voluto condividerlo con chiunque leggerà.

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Quando ho ricevuto la brutta notizia della tua perdita, la mia mente è entrata in una drammatica agitazione, come se fosse un vulcano in fase di esplosione. E in questa esplosione irrompeva in me ogni sorta di ricordo pieno di delicatezza, comprensione, sincerità.

Ho invocato il tuo nome, in una giornata di vento, così sarò. In qualunque posto si trova il tuo spirito, tu puoi udire la mia voce di implorazione carica di tutte le mie ansie, di tutte le me angustie.

Quando verrà la mia sorte, prego il buon Dio di giungere da te.

Giovanni Leone

22  giugno 2009

Malati d’ombra… di Carmelo Musumeci

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Carmelo da sempre lotta contro la morte.

Ogni notte lei viene e e lo invita al suo viaggio.

Ogni notte lui è tentato.

Da sempre.

Una battaglia che dura da anni.

Un corpo a corpo.

Che è il corpo a corpo di tanti ergastolani ostativi.

In questo testo -pubblicato su una rivista il giugno 2013- Carmelo racconta di.. un’altra notte di battaglia contro la morte.

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Gli Uomini Ombra (così si chiamano fra loro gli ergastolani ostativi ad ogni beneficio penitenziario) condannati alla “Pena di Morte Viva”, (così è chiamata la pena perpetua) sono malati psichicamente, cronici, e non potranno mai guarire. Solo la morte li può liberare dalla loro malattia, per questo non c’è un uomo ombra che per guarire non pensi di togliersi la vita tutte le notti e tutti i giorni. Chi  non ha il coraggio di suicidarsi, sogna, però di farlo. Io l’ho sognato anche questa notte. E ora vi racconto il mio sogno.

Decido di aspettare la mezzanotte/ Non c’è fretta/ Presto andrò in mezzo al nulla/ Questa è l’ultima notte della mia vita/ E posso fare le cose con calma/ Senza furia/ Mi ricordo di Mirko quando lo tenevo seduto sopra le mie spalle/ Mi ricordo di Barbara quando la tenevo con le mani e la facevo girare nell’aria come una trottola/ Poi muovo il capo/ Sorrido a me stesso/ E faccio finta di non accorgermi che mi si bagnano gli occhi/ Cerco di trattenere le lacrime/ E ci riesco/ E invece non ci riesce quel vigliacco del mio cuore che inizia a piangere/ E piange per tutti e due.

Intanto la notte continua a scendere/ Il tempo sembra fermo/ I secondi sembrano ore/ E passano scanditi dai battiti del mio cuore/ Nel frattempo il buio s’infittisce sempre di più/ E un velo di tristezza mi cala negli occhi/ Col passare dei secondi sento crescere sempre di più il desiderio di farla finita/ Forse non è l’unica scelta che ho, ma in questo momento non riesco a vederne altre.

Poi annusò l’aria/ Odora di tristezza/ Mi viene in mente che questa è l’ultima aria della mia vita/ Alzo gli occhi al cielo/ E lo abbraccio/ Mi accorgo che è sgombro di nuvole/ E le stelle sembrano coriandoli/ A un tratto la luna illumina le sbarre della mia finestra/ E subito dopo il mio viso/ Allungo le mani oltre le sbarre/ E provo un senso di libertà/ A questo punto  penso che sia una bella sera per morire/ Sembra che la morte mi chiami/ Forse però sono io che chiamo lei/ Traggo un respiro profondo/ Chiudo gli occhi  per un tempo che mi pare lunghissimo/ Poi li riapro/ M guardo intorno per controllare se ho lasciato la cella in ordine/ Mi passo una mano nei capelli/ E scrollo dalle mie spalle i rimproveri di Barbara, che sicuramente mi farà/ Penso, però che l’indomani non li sentirò/ Sarò tutto in un altro posto/ Sarò in un altro mondo/ Sarò nell’aldilà/ Probabilmente sarò all’inferno.

Poi mi allontano dalla finestra/ Afferro con le mani la mia tristezza/ Alzo il materasso/ Prendo la corda che ho tessuto con i lenzuolo/ E la lego alle sbarre/ Prendo lo sgabello/ Ci salgo sopra/ Controllo il nodo scorsoio/ E perfetto/ E me lo infilo in testa.

Sono pronto/ Non lo è però il mio cuore/ E mi metto a fissare un punto davanti a me nel cielo/ Nel frattempo il mio cuore inizia a parlarmi: Vigliacco…/ E’ arrabbiato/ Da quando sei nato, hai sempre lottato per sopravvivere…/ incomincia a rimproverarmi/ -Adesso invece ti stai ammazzando da solo/ A sbattere da una parte all’altra/ -Figlio di puttana/ Con disperazione/ Perché mi vuoi fare morire?/ E ira/ -Che ti ho fatto di male?/ Probabilmente batte così forte perché sa che questi sono i suoi ultimi colpi.

Sono in debito con il mio cuore/ -Mi dispiace più per te che per me…/ E’ una vita che mi sostiene/ -Ma in carcere per essere libero devi saper perdere… Provo a consolarlo: -Perché contro l’Assassino dei Sogni non puoi mai vincere/ E a convincerlo che sia la scelta giusta/ -E soprattutto non voglio passare gli ultimi anni della mia vita in una lurida cella/ Poi inizio ad accarezzarlo/ -Fra la libertà che ti dà la morte e la non vita che ti offre l’Assassino dei Sogni… / A sussurrargli  parole dolci/ -Scelgo di morire/ E affettuose.

Per un attimo ho paura, ma nello stesso tempo  non vedo l’ora di levarmi il  pensiero/ Ad un tratto penso che la sto facendo troppo lunga/ E temo che il mio cuore prenda il sopravvento/ Come spesso è accaduto in passato/ Quel figlio di puttana del mio cuore ne sa sempre una più del diavolo/ E diverse volte mi ha convinto a fare quello che vuole lui/ Mi conviene sbrigarmi/ Nella mia testa le cose sono chiare/ E semplici/ Senza se/ E senza ma/ Conviene morire subito che spegnersi senza speranza/ E senza futuro/ Un po’ tutti i giorni/ E tutte le notti, come una morte presa a gocce.

E’ dentro il mio cuore che le cose sono complicate/ Per un attimo pensò di lasciare una lettera a mia figlia con i miei ultimi pensieri, ma poi penso di lasciare correre/ Non c’è bisogno/ Lei sa sempre tutti i miei pensieri.

Poi respiro a fondo/ E mi colpisce un vortice di pensieri/ Sono ancora in tempo per ripensarci/ Posso ancora tirarmi indietro/ E scegliere di vivere/ Io però voglio morire/ Per farmi coraggio ripeto a me stesso che non voglio invecchiare stanco e ammalato, murato vivo tra quattro mura/ Non voglio dare questa soddisfazione all’Assassino dei Sogni/ Preferisco morire bene/ Di una morte piena d’amore/ A testa alta, come ho sempre vissuto/ Piuttosto che vivere un’esistenza senza vita.

Rilasso i muscoli/ Trattengo il fiato/ Mi rivolgo al mio cuore:

-E’ ora di andare/ Poi apro le braccia/ Lascio andare il mio cuore/ Do un calcio allo sgabello E riesco a pensare che ormai è troppo tardi per ripensare/ Poi avverto un forte dolore/ Come se dentro di me qualcosa si strappasse/ I muscoli del collo mi si contraggono/ I polmoni iniziano ad annaspare aria/ Le gambe a tremare/ La vista mi si offusca/ E capisco che ormai sono più vicino alla morte che alla vita.

Il mio cuore però non ne vuole sapere di smettere di battere/ E di morire/ Per questo tenta di convincere i polmoni a continuare a respirare/ E cerca di sopravvivere ancora qualche istante/ Poi si rassegna/ E inizia a perdere i colpi/ Prima uno/ Poi un altro ancora/ E un altro ancora/ Subito dopo cade in un vuoto nero/ Profondo.

Io non voglio lasciarlo/ E il mio cuore non vuole lasciare me/ Alla fine ci convinciamo tutti e due/ Io vado da una parte/ E il mio cuore dall’altra.

Poi mi sveglio e mi accorgo purtroppo di essere ancora vivo.

Caro signore “pro ergastolo”… di Marcello Dell’Anna

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Marcello Dell’Anna è quello che potrebbe essere definito un intellettuale..  una persona che è arrivato ad esserlo in carcere. Così come in carcere è arrivato ad essere pienamente Uomo.

Il suo percorso può definirsi straordinario. Ha ricevuto diversi encomi per comportamenti distinti. Ha scritto due libri, e donato in beneficenza. Si è diplomato e laureato; e il giorno della discussione della tesi, gli è stato dato un permesso di 14 ore senza scorta.

Insomma, un percorso eccellente, di quelli che, anche per furbizia, andrebbero  preservati ed esposti come “trofei” dal D.A.P. E invece.. quale stato il riconoscimento che Marcello Dell’Anna ha avuto dall’amministrazione penitenziaria? Lo hanno spedito in Sardegna, a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros.. interrompendo le dinamiche di espansione e accrescimento che stava intraprendendo con l’esterno, e allontanandolo sideralmente dalla famiglia. Questo è avvenuto quando il D.A.P. ha smobilitato la sezione A.S.1 di Spoleto e ha sparpagliato tutti i suoi detenuti, come pacchi postali, per mezza Italia.

Da quel momento, Marcello ha continuato, con ancora maggiore lena, la sua battaglia per il diritto e per la giustizia.

Oggi pubblico un suo testo dove si rivolge a un interlocutore che incarna la posizione più ferocemente “pro ergastolo”.

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Marcello era tra i detenuti collocati nella sezione dell’AS.1 di Spoleto, prima che fosse smantellata intorno a fine luglio, e i suoi membri recapitati, come pacchi postali, nelle carceri di mezza Italia, senza nessuna considerazione del percorso intrapreso da ciascuno di essi, in anni di detenzione. Marcello è finito “in esilio” in Sardegna, nel carcere di Badu e Carros a Nuoro.

Ora cito un passaggio dalla sua ultima lettera che abbiamo pubblicato (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/12/26/fatemi-scontare-i-mio-fine-pena-mai-vicino-alla-mia-regione-di-marcello-dellanna/) che sintetizza bene tutto l’assurdo di questa vicenda..

“Il perché sono stato “deportato” qui in Sardegna? Perché sono “colpevole” di avere avuto il coraggio e la volontà, nel corso di questi lunghi anni di detenzione, di prendere le dovute distanze dal mondo criminale, recidendo ogni rapporto col passato. Perché sono “colpevole” di essere stato insignito con diversi Encomi per comportamenti distinti. Perché sono “colpevole” di avere scritto due libri ed avere donato in beneficenza il ricavato. Perché sono “colpevole” di avere studiato in tutti questi anni, con sacrifici e difficoltà, conseguendo il Diploma e poi la Laurea in Giurisprudenza col massimo dei voti. Perché sono “colpevole” di essere uscito in permesso per 14 ore, libero e senza alcuna scorta di polizia, in occasione della mia recente Laurea e, invece di scappare, sono puntualmente rientrato in carcere, sapendo di avere buone probabilità di uscirne solo da morto. Ecco, sono “colpevole” di avere dimostrato a tutti, specialmente ai nostri dirigenti che, almeno IO oggi, la Legge la rispetto… Per questo mio percorso rieducativo di ammirevole straordinarietà, il Dipartimento mi ha ritenuto COLPEVOLE per essere riuscito a diventare una persona diversa e migliore, riservandomi così la Sua speciale “ricompensa”, quella di trasferirmi in Sardegna, privandomi così degli affetti più cari”.

Ritengo che quando qualcuno si esprime sulla pena dell’ergastolo, specialmente nella sua variante “ostativa”, dovrebbe farlo almeno con cognizione di causa e con una certa ponderazione. Ecco perché oggi non voglio parlare di questa delicata e importante questione con chi, come me, è contro l’ergastolo: non avrebbe senso. Vorrei, invece, potere chiacchierare sull’argomento con colui il quale è “pro ergastolo”. Vorrei che TU, una buona volta, non discutessi di questa pena con altri tuoi pari, ma parlassi direttamente con me che con questa pena ho un “rapporto particolare” da oltre venti anni. Sono uno dei tanti ergastolani ostativi che quando l’ergastolo ostativo non offre occasioni di vomito a tante persone oneste, appare difficile sostenere che esso sia destinato ad accrescere la pace e l’ordine in seno allo Stato. 

E’ evidente che, agli occhi di queste persone, siffatta condanna a vita non è meno ripugnante della pena di morte viva” lungi dal riparare l’offesa inflitta al corpo sociale, non può aggiungervi che fango. Pertanto ti domando, caro signore “pro ergastolo”: può la libertà o meno di una persona, condannata già ad un “fine pena mai”, dipendere da precise condizioni che rispondono solo ad una logica di rivalsa e a un primordiale senso di vindice giustizia? Può uno Stato civile e democratico che(… ingannevolmente dice di essere…) in prima linea contro la pena di morte, usare sistemi di costrizione inquisitoria e di cinquecentesca memoria? Ecco, molto probabilmente, caro signore “pro ergastolo” . Tu che ti opponi ad un sistema rieducativo al reinserimento, intenti per “certezza della pena”, una morte lenta e crudele, più disumana e spietata della pena di morte perché ti fa rimanere vivo con la consapevolezza di essere già morto. Noi “ergastolani ostativi” ci sentiamo come tenuti in un limbo che non è propriamente morte ma di certo non è vita, perché è un’agonia che dura per sempre, è una condizione in cui la vita e la morte si fondono e si confondono. Ecco è una pena di morte oramai (s)mascherata. E il fatto che in Italia non venga eseguita una vera e propria pena capitale, permette a Te signore “pro ergastolo” e alle nostre stesse istituzioni di mettervi la coscienza al riparo dal senso di colpa che potrebbe procurarvi la messa a morte del reo. 

Ma in questo modo TU hai solo l’ “illusione” di vivere in un Paese civile e democratico. Ebbene, ti domando se è giusto annientare una vita umana per mezzo di una legge che ha solo la bieca e cinica maschera della legalità, mentre in realtà, nelle nostre carceri, si consuma il dramma di pene che non hanno mai una FINE e che annullano la VITA in maniera molto più crudele e disumana della MORTE.

Devi sapere caro signore “pro ergastolo” che questa atroce pena non rafforza nemmeno l’autorevolezza della legge e non raggiunge nemmeno l’obiettivo di cancellare il dolore dalle eventuali vittime dei reati. “L’ergastolo ostativo” insudicia la nostra società, e di conseguenza TU che ne sei fautore, non puoi giustificarla, e non puoi nemmeno vantarti con cinico orgoglio di avere inventato questa variante della pena, ossia “l’ostatività”; mezzo rapido e umano di uccidere ogni giorno nell’anima e nel corpo noi detenuti ergastolani. Con l’ergastolo ostativo, caro signore “pro ergastolo”, lo Stato oltrepassa il limite dei diritti, finisce per sfigurarsi assumendo il volto inaccettabile della crudeltà e della vendetta. Quello stesso volto crudele che io avevo oltre venti anni fa.

Quindi lo Stato non è poi tanto diverso da quello che io ero in passato. Con una differenza però: che io sono riuscito a diventare una persona diversa e migliore, ravveduta, recuperata. Ho imparato a rispettare le leggi e le regole (io, Carmelo, e tanti come noi, appunto, ne siamo testimonianza vivente e attuale!), mentre lo Stato e anche TU, siete rimasti con quel crudele volto… criminogeno e vendicativo! Devi sapere caro signore “pro ergastolo”, che <<una morte aspra e lenta mi consuma; ciò che temo di più è il riposo, uno Stato che mi lascia con me stesso; per uscirne io sfido continuamente la morte; la solitudine; il non-tempo, e la mia coscienza; ecco il mio vero supplizio>>. 

Caro signore “pro ergastolo”, da secoli la pena di morte, spesso accompagnata da selvagge raffinatezze, tenta di tenere testa al delitto; e il delitto persiste. Perché? Per secoli si è punito l’omicidio con la pena capitale, eppure la razza di Caino non è scomparsa. Perché? Nelle tante nazioni che hanno abolito l’ergastolo il numero degli omicidi non è aumentato. Perché? Queste anomalie bastano a spiegare come una pena che sembra calcolata per impaurire animi normali sia in realtà volta alla vendetta e al giustizialismo. Chiamiamo piuttosto con il suo vero nome questa pena a cui ogni pubblicità è rifiutata: “pena di  morte viva”. Chiamiamola col suo nome per quello che essenzialmente è: una vendetta perpetrata da anni. O meglio, è una legge primordiale antica come l’uomo: si chiama taglione. Si tratta di un sentimento brutale, non di un principio. Il taglione rientra nell’ordine della natura, dell’istinto; Non rientra nell’ordine della legge. Sappi bene, caro signore “pro ergastolo”, che in questi luoghi non ci sono delinquenti. Anche perché la TUA convinzione che dentro ci siano soltanto delinquenti e fuori soltanto galantuomini non è che una illusione. E poi non devi dimenticare quell’importante principio giuridico sulla presunzione di innocenza o di colpevolezza. Se dunque TU vuoi conservare la pena dell’ergastolo, risparmiaci almeno l’ipocrisia di giustificarla con i soliti cinici e pretestuosi discorsi di  mafia o antimafia. Anche perché mi sono sempre ribellato alla gogna di essere considerato “mafioso” e per questo tacciato come “cattivo per sempre” , senza speranza di recupero. E ricordati, ancora, caro signore “pro ergastolo”, TU che manifesti e propugni il mantenimento di questa pena, senza conoscere la persona che sono oggi, ma “giustiziandomi” per quello che ero oltre venti anni fa, ricordati che questo TUO  “modo di pensare” non è poi tanto diverso da chi si arma la mano per commettere un assassinio. Anche TU, persona della società civile, volendola mia morte e giustificando la pena dell’ergastolo, anche TU devi ogni giorno mostrare le mani sporche di sangue della vendetta e dell’omicidio. Devo concludere, caro signore, anche se ci sarebbe da parlare per giorni interi su questo tema e chissà se una volta terminato il nostro discorso tu non cambiassi la tua opinione…

*Detenuto nella Casa Circondariale di Nuoro.

Nuoro, 07 gennaio 2013

Gli Uomini dal Cuore nero del Dicastero della giustizia

Ecco un pezzo del nostro Carmelo Musumeci. Essenziale ed efficace, come sempre.

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L’unica differenza tra i politici e i criminali è che i primi governano e rubano legalmente, i second illegalmente (Carl W. Brown).

Mi piace leggere e scrivere.

Leggo di tutto.

E mi piace scrivere di carcere perché è la materia che conosco di più.

Nei primi anni di degrado e d’illegalità delle nostre carceri puntavo il dito sul Direttore dell’istituto o sul comandante di turno.

Poi ho scoperto che anche loro sono delle vitteimi degli uomini dal Cuore Nero (come chiamiam i funzionari del Dicastro della Giustizia) che gestiscono la vita dei detenuti e di chi lavora nella Patrie galere.

In questi giorni ho letto: Amministrazione Penitenziaria. Franco Ionta, ex Capo dell’amministrazione penitenziaria ha percepito 543.954.42 euro (Fonte La Stampa, venerdì 14 settembre 2012).

Aggiungo io che il signor Franco Ionta ha guadagnato un sacco di soldi per avere ridotto le carceri in luoghi di morte, disperazione, illegalità.

Leggo pure: Undicimila euro all’anno per l’acquisto di giornali e periodici nonostante la quotidiana rassegna stampa realizzata dal Ministero  della Giustizia (Fonte: Adnkronos del 4 settembre 2012).

E come se non bastasse leggo ancora:

Troppi privilegi. Troppe scorte. E’ quanto accade per chi passa anche per pochi mesi per il Ministero della Giustizia dei suoi Dipartimenti. La denuncia dal sindacato autonomo Lisiapp della Polizia penitenziaria per voce del suo segretario aggiunto Luca Frangia. Lo Stato italiano spende troppo per garantire la sicurezza delle personalità, come ex ministri, ex sottosegretari e alti dirigenti della giustizia e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (…). Assistiamo ogni giorno, sottolinea la nota, ad una sfilata di autovettture nuove e fiammanti dai costi esorbitanti per un Paese che si trova in difficoltà economica, come per esempio l’acquisto di vetture speciali BMW serie 3 e 5, Audi serie 6, Land Rover (Fonte: www. politicammentecorretto.come 24 agosto 2012).

E che dire della diaspora che hanno ordinato gli uomini dal Cuore Nero con gli ergastolani ostativi della sezione AS1 di Spoleto, fregandosene delle relazioni familiari e dello sviluppo del trattamento rieducativo che si era realizzato in quel carcere?

Molti di quegli ergastolani erano iscritti all’Istituto d’Arte e all’Università di Perugia ed alcuni sono stati deportati in Sardegna.

Diciamoci la verità, gli uomini dal Cuore nero del Dicastero della Giustizia hann creato un inferno nelle nostre patrie galere.

Ed in questo modo la pena non può assolvere alcuna funzione rieducativa o deterrente, può solo produrre malattia, dolore e morte.

PPer questo motivo gli ergastolani pensno  che i funzionari del Dipartimento Amministrativo Penitenziario siano uomini infelici perchè appunto hanno il cuore nero e spesso anche la coscienza sporca.

Carmelo Musumeci

http://www.carmelomusumeci.come

Padova ottobre 2012

Per Anna Magnani… di Franco Cesarini

Franco Cesarini, uno dei nuovi amici del Blog emersi in questo anno. Anni 48 di età, detenuto a Rebibbia.. fine pena 2025.

Di grande sensibilità.. e una condizione di salute problematica, con diversi infarti alle spalle. Che non è poi che la salute sta lì appesa come se fosse una parte da assumere ad altre parti. La salute è intrinsecamente conessa a ciò che viviamo, e in parte contribuisce a generarlo, come, in parte, ciò che viviamo, agisce sulla salute. Che in pratica significa.. che.. il carcere ammala.. il carcere debilita..il carcere imprime dolore e sofferenza che poi… possono rivelarsi, psicosomaticamente, in patologie e momenti acuti e critici.. come l’infarto.

Questa poesia sarebbe dovuta essere pubblicata il 26 settembre, in occasione della morte di Anna Magnani. Ma sono stati giorni molto convulsi e la sua pubblicazione è slittata ad oggi.

Franco Cesarini è bravissimo, ma in questa poesia si supera. Un gioiello.

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Che pace, che silenzio che faceva

Ne la vietta appena fori borgo

Cor rispecchio de la luna su li tetti

Parevano dorati pure li gatti.

D’un tratto arzai gli occhi ar cielo,

non me pareva vero, vidi ‘na donna che atterrava avvolta ne na nuvola dorata

 S’avvicinò, me guardò fisso e disse: “Aho!? Allora ?! Ma che non sei romano ? Guardame bene

Nun m’ha riconosci?

Santo cielo me pare de sogna’,

ma si te riconosco, sei proprio quella, rna nun eri n’anima der cielo ?

Come hai fatto a venì quaggù ?

Ce so’ riuscita, quarche ora de permesso m’hanno dato, pensa un po’. Puro San Pietro ce s’è scordato.

Te lo giuro amico mio, si sei romano e amì Roma, con massìrno rìspetto ar Padreterno,

er pardiso te po’ sembra’ l’inferno.

Mo vojo salì su na carrozzella per rivedemme Roma quant’è bella!

vojo anna puro tra li giardini pe’ risentl cantà li regazzinì.

Carma Nannarè, da quando nun ce stai più te

Li regazzini nun so’ più quelli

Mo c’è er bullismo, so’ piccoli sì, come una zolla

Ma sparano ner mezzo de la folla,

mo’ c’è l’aschisc

perfino er sesso ne la scuola

E nun rattristamme! Roma è immensa, bella, famme pensà che è sempre quella.

E così dicenno volò via per annasse a rimirà pe’ quarche ora Roma sua

S’awiò in futti li vicoli der centrro, bussò su ogni porta, c’entrò dentro e disse a voce spalancata:

Sta città è incantata! Nun la lasciate mai, me raccomando, e si perde li colori? Che potranno dipigne più li pittori?

D’un tratto la campana De San Pietro je comunica er rientro

Nannarella amareggiata se ravvorse ne la nuvola dorata.

E disse un po’ accorata

olimortacci…

Non me pare vero, l’ore so già passate

E devo salir ner cielo,

ma si sai che vi dico

che dopo aver rivisto Roma mia a prima sera

er paradiso lo lascio su la terra, margrado tutto.

E non te sei sbajata, Roma è sempre quella.

E mai potrà scurdare Nannarella.

Lettera ai ragazzi del mio paese.. di Nelino

Questo di Nellino -Francesco Annunziata, detenuto a Catanzaro- è un testo straordinario. Ma che non stupisce, vista l’onestà a cui il personaggio ci ha abituato.

Senza troppi infingimenti o paraculate, Nellino dice chiaro e tondo ai ragazzi del suo paese, che magari lo vedono con un eroe,  e che apprezzano molti altri personaggi “tosti”, finiti in galera o morti che, è proprio quello che aspetta loro se prenderanno quella vita: galera o morte.

“Avanti -Nellino in sostanza dice- vole te buttare nel cesso la vostra vita, e tirare lo scarico? volete vivere anni al cardiopalma col terrore di essere eliminati da un momento all’altro per poi finire in galera a vedere i vostri giorni deperire tra quattro mura? volete lasciare la vostra famiglia nella disperazione? Se volete questo, seguite le orme di tanti idoli del nulla…”.

Nessuna fascinazione del mondo criminale.

Niente da salvare nelle organizzazioni criminali. Esse sono tumori maligni. E ciò che ti promettono è stuprare la tua vita per darti in cambio l’obitorio.

Nellino è molto coraggioso a dire queste cose, sapendo che tanti potrebbero prenderlo per uno diventato un “predicatore”. 

Ed invece nel coraggio di dire la verità di vede la pasta di un Uomo. E chi diventa un Uomo, può sì a quel punto diventare una ispirazione per gli altri.

Nellino vuole bene ai ragazzi del suo paese, per questo prende posizione così nettamente.

Che vita è una vita in cui per anni capi magnacci ti succhiano l’anima e ti mandano allo sbaraglio, per poi finire in galera e venire venduto dai tuoi stessi amici, e in galera impazzire o morire?

Ripeto..

Le organizzazioni criminali sono un tumore maligno, dove canaglie conducono mandrie di lobotomizzati all’obitorio.

C’è una frase bellissima di Nellino… nel corso di questo testo… una da incastonare nella memoria. Quando scrive:

“Che cosa ho visto io della vita? Muri di cemento e sbarre di ferro. Cosa potrò raccontarvi? Conosco benissimo come sono fatte quattro mura bianche.”

Vi lascio al testo di questa splendida lettera di Nellino.

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Ho saputo che anche tanti ragazzi del mio paese, in queste serate  primaverili, si riuniscono e col pc vanno curiosando su internet, dove hanno scoperto il “nostro” Blog. Vanno “a caccia” degli scritti di qualcuno che conoscono… o di cui hanno sentito parlare…

In una realtà come quella del mio paese, come quella del Sud Italia, dove sono in molte le famiglie che hanno almeno un parente  che ha avuto qualche guaio con la legge. E’ facile che si crei sulla curiosità nei confronti di persone che, in un certo qual modo, hanno fatto parlare di loro…

Ecco, vorrei dire a questi ragazzi, vorrei fare capire loro, che quelle persone di cui hanno sentito parlare, che hanno visto sui giornali, non sono degli eroi. Non sono degli idoli. Non sono “brave” persone. Non sono soggetti da emulare. Non devono essere presi ad esempio.

Vorrei dire loro che, i veri eroi, sono i loro papà che portano avanti la famiglia, con un lavoro onesto, con tanti sacrifici, che ritornano la sera distrutti, dopo dieci ore di lavoro. Quelli sono eroi. Ho sentito che qualcuno aspetta il ritorno di quel personaggio “tosto”.

Vorrei dire a questi ragazzi che, quel personaggio “tosto”, oggi è consapevole di avere fatto tante cazzate… che gli sono costate una vita di privazioni e sofferenze.

Vorrei dire a questi ragazzi che non ‘è luce in questa vita, sono solo due, i possibili scenari che si prospettano: la morte o il carcere a vita.

Sapendo a priori che, la fine del film è una di queste due opzioni, cosa vale salire agli “onori” della cronaca?

Ma quali onori?

Non vorrei sembrare il solito “vecchio” che fa la predica… non lo sono… anzi un vero figlio di… come me è difficile da trovare. Oggi sono papà di due bambini e parlo a voi, dicendo le stesse cose che dico a mio figlio.

Per ogni figlio, il papà è il proprio eroe. A mio figlio dico sempre che non sono un eroe per quello che ho fatto, che non deve prendermi ad esempio, perché io oggi pago e faccio pagare soprattutto a loro, i miei errori. Lui vorrà che suo figlio crescerà senza il papà come è cresciuto lui?

Cosa ve ne fate dei soldi?

A cosa servono, se voi dovrete “vivere” il resto dei vostri giorni chiusi in quattro mura?

Ed a cosa servono anche quando siete “liberi”, se siete costretti a dormire con un solo occhio? Se non potete andare dove volete? Non potete fare una passeggiata, mano nella mano, con la vostra ragazza, perché troppo esposti?

A cosa servono?

Quello che viene “venduto” per rispetto, altro non è che paura.

Cos’è il rispetto?

La gente vi saluta perché pensa che siete un “pazzo” che magari all’improvviso gli spara… o perché pensa che dalla vostra “benevolenza” può trarre vantaggi. Questo non è rispetto. Quando vi ammazzeranno o vi arresteranno, quelle stesse persone, che voi pensavate vi rispettassero, saranno le prime a fare festa… E’ bella la macchina, è bello avere soldi in tasca, è bella la moto, sono belli gli abiti, ma a cosa servono, se il prezzo sarà la vostra vita?

Ci sono ragazzini che neanche mi conoscono, neanche mi hanno mai visto, eppure parlano di me come di un eroe. Ecco, proprio a quei ragazzini vorrei gridare forte che, quello che per loro “è uno importante”, altro non è che uno scemo, che ha rovinato la sua vita, perché alla loro età, pensava di qualcun altro, le stesse cose che oggi loro pensano di me.

Secondo voi, è uno “dritto”, chi a 38 anni, ha trascorso metà della sua vita in galera? Che cosa ho visto io della vita? Muri di cemento e sbarre di ferro. Cosa potrò raccontarvi? Conosco benissimo come sono fatte quattro mura bianche.

Ora se non siete completamente stupidi e sono sicuro che non lo siete, capirete che il gioco non vale la candela.

E’ una vita di merda.

Nonostante io creda che, alla fine, nessuno possa davvero dire di avere scelto questa strada, perché spesso sono le circostanze che ti abbagliano e ti spingono quasi verso un destino di disgrazie.

Aiutatemi a ricordare  uno solo di questi “personaggi” che conoscete, che oggi è libero e felice. Uno solo!

NO! Non esiste.

Cari ragazzi, quando si riesce a capire quello che vi sto dicendo, è, nella maggior parte dei casi, troppo tardi. Vuol dire che ormai si è finiti nel punto di non ritorno. 

Certo, volendo potrei uscire domani stesso, è abbastanza semplice, basta mettere un altro al posto mio.

Volendo potrei uscire domani, basterebbe chiamare un magistrato e fare i nomi che vuole sentire, non è necessario dire la verità.

Perché non lo faccio?

Perché non sono un vigliacco.

Sentirete dire che questa è omertà.

I più che pronunciano questa parola, non sanno nemmeno cosa significa.

Non sarebbe una vigliaccata fare le cose e poi sfuggire alle proprie responsabilità, incolpando altri? Ho sbagliato. Consapevole o meno a cosa andavo incontro, è giusto che oggi mi assuma le mie responsabilità, senza cercare scorciatoie.

Il mio migliore amico è stato due anni in carcere, poi ha deciso di barattare la sua vita con la mia. Non l’ho vissuto come un tradimento ma, semplicemente come un atto di vigliaccheria. Quello che io consideravo uguale a me si è rivelato solo un vigliacco che non ha avuto il coraggio di assumersi  le proprie responsabilità.

Che vita è questa, se proprio colui con il quale dividi anche il sonno, in un solo attimo vende la tua vita per salvare la sua?

Cari ragazzi, non rincorrete falsi miti, falsi idoli

Indirizzate le vostre capacità in settori legali. Otterrete anche in quegli ambiti ottimi risultati e successo. Per vivere questa vita c’è bisogno indubbiamente di capacità fuori dal comune, perché non è così semplice restare in vita in determinate circostanze. Ed allora, se pensate di riuscire a diventare “qualcuno” in questa vita, figuratevi nell’ “altra”. Io l’ho capito tardi, voi che siete ancora in tempo…

L’ho capito attraverso la scuola, ti apre la mente e ti “regala” possibilità, ti dona i mezzi per diventare qualcuno nella vita, “qualcuno” sena doverlo racchiudere tra virgolette.

A settembre sarò iscritto al quinto anno di scuola media superiore per geometra. Dal biennio di ammissione al quinto anno sono stato promosso con la media voto del nove. Certamente mi è costato sacrifici trascorrere le ore sui libri a studiare per ottenere questi risultati ma, ne è valsa la pena, perché la soddisfazione di vederti riconosciuti i meriti e gli sforzi, attraverso i voti degli insegnanti, è ineguagliabile. Quando penso che, se avessi avuto la testa e la possibilità di studiare, quando ero nell’età “giusta”, molto probabilmente oggi non mi troverei in questo posto.

Conseguito il diploma, ho intenzione di iscrivermi alla facoltà di ingegneria informatica. Ho le idee ben chiare in proposito per il mio furuto.

Voi, purtroppo, vivete in una realtà dove i “delinquenti” nascono come i funghi dopo la pioggia. Nonostante sia il paese del sole, pare che “piova” tutti i giorni!.. 🙂

La scuola è il mezzo per uscire da certe logiche, che appartengono esclusivamente ad una sub cultura ormai radicata che solo voi, con la vostra crescita, la vostra istruzione, potete combattere e sconfiggere.

Chi vi parla è un fesso che ha buttato la sua vita, che si rende conto che, qualsiasi altra cosa avrebbe fatto, avrebbe raggiunto il successo.

Pazienza, sarà per un’altra vita…

Vi avrò rotto abbastanza i m…

Vi saluto abbraciandovi tutti…

La delinquenza non è figlia della povertà, ma è figlia dell’ignoranza.

Nellino

Sui fatti di Brindisi, dal carcere di Spoleto

Riceviamo  e pubblichiamo:

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