Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Per Roverto Cobertera… di Carmelo Musumeci

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Molti, da qualche tempo, stanno intervenendo su quella che è considerata l’ingiusta condanna, alla pena dell’ergastolo, di Roverto Cobertera. Roverto da tempo attua azioni di protesta, come lo sciopero della fame, per avere giustizia.

Di seguito una riflessione del nostro Carmelo Musumeci apparsa su Ristretti Orizzonti.

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Nella vita talvolta è necessario lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza”. (Sandro Pertini).
Tempo fa avevo letto una statistica ufficiale ministeriale che diceva che tra il 2003 ed il 2007 ci sono stati circa 20 mila casi di errori giudiziari. Un numero impressionante. In questi giorni sta facendo discutere la conferma della sentenza di assoluzione definitiva di Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio di Meredith Kercher da parte dei giudici della Corte di Cassazione.
Sta facendo soprattutto discutere la motivazione che arriva a parlare di “amnesie investigative” e di “colpevoli omissioni”. Il Corriere della Sera dell’otto settembre 2015 arriva addirittura a scrivere “un’attività seria e accurata avrebbe acconsentito di raggiungere la verità su quanto accadde la notte del primo novembre 2007 nella villetta di via della Pergola a Perugia. E così rendere giustizia a lei e alla sua famiglia”.
Sono fortemente convinto che Roverto Cobertera sia stato condannato innocentemente (a volte capita) alla pena dell’ergastolo per un delitto che non ha commesso, soprattutto perché straniero con la pelle nera, pregiudicato (insomma, il colpevole perfetto). Forse anche perché non ha potuto permettersi i bravi, famosi avvocati di Raffaele e Amanda. Roverto per tentare di dimostrare la sua innocenza da settimane sta affrontando un digiuno a oltranza perché non può fare altro che morire di fame (e ha scelto anche di non parlare più, tanto nessuno lo ascolta). L’altro giorno l’ho guardato negli occhi e mi sono accorto dal suo sguardo che sta andando nel nulla. E penso che presto se nessuno farà qualcosa non avrà più la forza di tornare indietro.
Oggi mi è arrivato un suo biglietto che mi ha commosso (a volte capita anche ai cattivi come me): Carmelo, penso che ne ho ancora per poco non riesco a muovermi come i primi giorni. Mi sento sempre più stanco. Mi fanno male i muscoli. Mi si addormentano le gambe. Riesco appena a leggere qualche riga e poi mi viene sonnolenza, ma la mia anima è ancora più forte di quando avevo iniziato lo sciopero della fame. E mi sento abbastanza debole da essere forte. Non cederò fin quando non sarà riconosciuta la mia innocenza. Carmelo, ti confido che non ho neppure più la forza di avere fame. Ormai ho solo la forza di non aver paura di morire.
Roverto sta morendo, ormai è l’ombra se stesso. Non ha più forza né energia, né rabbia. E mi domando se là fuori, nel mondo dei vivi, c’è qualcuno che possa fare qualcosa per salvargli la vita. Non credo, a chi interessa la vita di “un povero negro”, oltretutto con il coraggio di dichiararsi colpevole di essere innocente? Per questo gli ho proposto di prendere il suo posto proseguendo io il suo sciopero della fame. Spero che Roverto accetti, ma non credo perché mi ha confidato che vuole morire da innocente piuttosto che vivere da colpevole perché forse solo con la sua morte i suoi giudici crederanno alla sua innocenza.

Carmelo Musumeci

Il viaggio della speranza… di Giovanni Donetiello

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Come già sapete dalla lettura di un testo di Giovanni Zito pubblicato recentemente, è stato deciso di smantellare la sezione Alta Sicurezza del carcere di Padova.

Questa notizia è stata traumatizzante per tutti quei detenuti collocati in quella sezione.

Padova è considerato una delle poche carceri italiani in cui vi è un autentico sforzo verso la rieducazione del detenuto. In questo carcere la persona reclusa sente che gli sono offerte delle concrete possibilità; si trova a partecipare a molti stimolanti incontri con il mondo esterno. E vi è la redazione di una delle principali, se non della principale, rivista portata avanti da detenuti. La direttrice di questa rivista è Ornella Favero, apprezzata da tutti i detenuti per il suo impegno.

I detenuti dei reparti Alta Sicurezza sono spesso detenuti che sono in carcere da più di un ventennio e che davvero non rappresentano, in gran parte dei casi (e tranne le dovute eccezioni) più un pericolo sociale. Anzi spesso alcuni dei detenuti più riflessivi, più sensibili, più disciplinati, più aperti all’impegno e al cambiamento si trovano proprio nelle sezioni Alta Sicurezza.

Eppure questa sezioni vengono ancora considerate sezioni di appestati. E negli ultimi tempi si stanno smantellando tali sezioni in quelle carceri -come Spoleto e, appunto, Padova- che sono considerate “umani”, per impacchettare e spedire questi detenuti in carceri molto spesso tutt’altro che in grado di garantire un efficace “trattamento”.

A volte il trauma dello spostamento per questi detenuti è maggiorato dal fatto che vengono inviati anche in contesti molto problematici, per loro, ai fini dell’essere raggiunti dalla propria famiglia; come la Sardegna. 

Su quanto sta avvenendo a Padova, e sulle sensazioni, amareggiate e indignate dei detenuti Alta Sicurezza di quel carcere, ci è arrivati questo pezzo di Giovanni Donetiello che è anche un omaggio a Ristretti Orizzonti e ad Ornella Favero e che è sottoscritto da altri detenuti, tra cui il nostro Giovanni Zito.

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IL VIAGGIO DELLA SPERANZA:

La chiusura della sezione A.S. del carcere due Palazzi è ufficiale. L’annuncio è stato dato in prima persona dal direttore Dott. Salvatore Pirruccio.

La notizia circolava da tempo ma senza un fondamento degno di essere preso in considerazione, spesso in carcere un certo tipo di notizie vengono fatte circolare ad arte e hanno una logica tipica di un certo modo di “gestire” i detenuti, ossia quello di renderli più vulnerabili e più accondiscendenti. Così accade che in modo subdolo si circuiscono proprio quei detenuti che magari sono più bisognevoli di un sostegno.

Questo è inaccettabile!

Ho voluto fare questa premessa per dare il senso di quanto sia distante dalla realtà il mondo del carcere.

Davanti ad una cruda realtà, le reazioni sono state di incredulità. Infatti, nessuno di noi si capacitava di essere “impacchettato” e spedito in un altro istituto che diversamente da quello di Padova non troverà nulla di quanto si va a lasciare. In questo istituto la pena è resa il meno afflittiva possibile, si rispetta la dignità umana ed i diritti delle persone detenute.

Anche in questa situazione estremamente delicata, perché delicata è la mente di tutti coloro che come me hanno fatto non meno di venti anni di carcere nei circuiti differenziati, quali il 41 bis e l’Alta Sicurezza, la direzione del carcere ha dimostrato tutto il rispetto per la persona mettendo a disposizione ogni suo strumento affinchè i detenuti potessero sentirsi non abbandonati al proprio destino.

Ci sono stati incontri sia con operatori interni sia con il garante regionale dei detenuti, Dott. ssa Aura Dissegna, che accompagnata dal presidente della cooperativa Giotto dott. N. Boscoletto, hanno voluto ascoltare i detenuti mostrando una gran dose di sensibilità che in queste situazioni non è mai abbastanza, proprio perché il disagio creato ai detenuti è veramente enorme.

Come sempre la parte del leone l’ha fatta la redazione di Ristretti Orizzonti. Infatti, a parte la pubblicazione di un documento comprensivo di tre capitoli riguardanti rispettivamente la chiusura delle sezioni A.S., delle declassificazioni e del percorso rieducativo del detenuto. Nella redazione ci sono stati accesi confronti con tutti i facenti parte del gruppo di discussione. Si sono fatti due incontri consecutivi durante i quali si è cercato di mettere a fuoco tutti gli aspetti della vicenda affinchè attraverso la nostra direttrice della rivista Ornella Favero potessero sentire anche la nostra voce i signori del D.A.P.

A seguito di un incessante lavoro è stato programmato un incontro presso il D.A.P. con la nostra Direttrice della redazione. Questo evento è stato accolto da tutti e in particolare dal gruppo facente parte del giornale come una piccola conquista. Già far sentire le nostre voci per noi è importante. Inoltre, l’essere considerati, rivendicare i proprio diritti, attraverso Ornella, ai responsabili di questa nuova deportazione ci ha dato un lumicino di speranza. Oggi Ornella, già me la immagino, lotterà come una leonessa a difesa dei propri cuccioli. Beh, sì, non me ne vogliate miei cari compagni di sventura, ieri non appena è stata sospesa la riunione di redazione un po’ più in anticipo del solito, proprio perché Ornella doveva recarsi in stazione per prendere il treno per Roma, tutti noi la abbiamo circondata e riempita di attenzioni. Sembravamo tanti cuccioli vicini alla propria madre!

Le nostre speranze le abbiamo affidate ad una persona che io definisco per bene come pochi, abbiamo affidato anche i nostri timori, i nostri sogni, ben consapevoli che non dipende da Ornella il raggiungimento dei risultati sperati.

Cara Ornella, di una cosa siamo certi: che abbiamo la fortuna di averti e se tutto volgerà nel modo che è stato deciso noi continueremo a lottare insieme a te, ma soprattutto saremo sempre vicini a te per quello che ci verrà consentito.

Ti diciamo grazie per quello che hai fatto per noi tutti, per quello che ci hai trasmesso, per quello che ci hai insegnato e per quello che avresti voluto ancora insegnare. Il nostro ricordo di te sarà certamente per noi tutti il ricordo più bello delle persone conosciute in carcere.

Ho notato un comportamento che assumi spesso, che è quello di tenere gli occhi bassi; non so come interpretarlo, sarà una tua abitudine, da questo tuo atteggiamento non certo remissivo, piuttosto mi ha dato lo spunto per dirti che di fronte a te che sei una persona per bene io insieme ad Agostino, Antonio, Aurelio, Francesco, Gaetano, Giovanni Z., Giuseppe D., Giuseppe Z. e Tommaso, abbassiamo lo sguardo.

Grazie Ornella!

Giovanni Donatiello

 

Intervista a Roberta Cossia, Magistrato di Sorveglianza di Milano

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Pasquale De Feo ci ha inviato questa interessantissima intervista al Magistrato di Sorveglianza di Milano, Roberta Cossia; un magistrato davvero illuminato. 

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“Io credo che i tempi siano maturi per sollevare la questione dei colloqui intimi”

Ma “all’interno della stessa magistratura ogni eventuale apertura di questo tipo viene vista a volte come un regalo inutile e sovrabbondante, superfluo e addirittura negativo rispetto appunto a questa dimensione afflittiva che invece nel pensiero generale è quella che deve prevalere”.

Raccontano i detenuti che sono in carcere da tanti anni che “non ci sono più magistrati di Sorveglianza di una volta”, del periodo subito dopo la riforma carceraria del 1975, giudici che, come racconta Carmelo Musumeci, “pieni di entusiasmo e passione entravano in carcere, visitavano le sezioni, passeggiavano nei cortili dell’ora d’aria insieme ai prigionieri. E non si fermavano solo a questo, entravano nelle celle, si sedevano sulle brande e spesso bevevano il caffè assieme ai detenuti (in carcere lo fanno buono, l’unica cosa che riesce buona in questi brutti posti)”. Per questo ci ha colpito come la magistrata di Sorveglianza di Milano, Roberta Cossia, ha parlato del suo lavoro. “Un lavoro che è al confine del diritto, un mestiere che ha come obiettivo e come principio base quello di intercettare i profili della personalità dei condannati e di cercare di trovare, nelle maglie della legge, quel trattamento individualizzato di cui parla l’Ordinamento penitenziario, che dovrebbe portare a restituirli alla società come persone migliori (…). Sono magistrato di Sorveglianza ormai da 11 anni e tante volte nel mio ufficio al settimo piano del Palazzo di Giustizia di Milano mi sono sentita sola e impotente, quando si cerca una interpretazione della legge che sia meno penalizzante per i condannati, quando si va a fare un giro per le celle di San Vittore o per il centro Clinico di Opera (…) e ci si sente in grave difetto per non avere fatto niente, per non avere fatto di più”. Abbiamo così deciso di intervistarla sul tema che più ci sta a cuore oggi, quello degli affetti.

-Ristretti Orizzonti ha appena lanciato una campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri famigliari, come già avviene in molti Paesi. Vogliamo partire da qui?

Partiamo da queste vostre proposte sugli affetti delle persone detenute che ho letto e che si collocano in un periodo in cui sembra che ci sia stato un cambio di passo nella gestione che la politica opera dei rapporti con la magistratura e la popolazione carceraria, un cambio di passo che si è visto e si è verificato nei provvedimenti legislativi che sono stati emessi negli ultimi due anni, seppure un po’ confusi. Io, è chiaro che sono favorevole a questo tipo di apertura e prima di me lo sono stati i colleghi, in particolare quelli di Firenze, che già avevano sollevato la questione di incostituzionalità dell’art. 18 comma 11° dell’Ordinamento Penitenziario. Una questione che aveva fatto presente come la disciplina attualmente vigente impedisca al detenuto di mantenere i rapporti affettivi con il coniuge, favorendo il ricorso a pratiche sessuali che sostanzialmente portano uno squilibrio fisico e psicologico e poi di fatto ad impedire dei rapporti regolari con i famigliari, violando così, si era sostenuto, gli articoli 2, 3, 27 della Costituzione, oltre che il diritto alla salute. La questione, per come era stata posta, era stata ritenuta inammissibile dalla Corte Costituzionale, assolutamente ostativi e che di conseguenza hanno il divieto assoluto di accedere a benefici premiali che possano portare a un ricongiungimento con i loro famigliari. Noi al tribunale di Sorveglianza di Milano fino ad oggi non abbiamo portato questa questione con sufficienza forza nelle aule, dove avrebbe dovuto essere portata, diciamo in tutti i dibattiti pubblici, è una questione “nascosta” di cui si parla poco ed ancor meno si discute, un po’ per “pruderie”, un po’ per difficoltà oggi di portare il dibattito su delle questioni che sembrano secondarie. Ma non sono secondarie, non sono affatto secondarie, anzi la questione dell’affettività, della sessualità in condizioni di privazione della libertà personale, per quanto mi riguarda è, invece, una questione che dovrebbe essere vista come centrale. Peraltro, anche l’Europa nelle Regole minime aveva indirizzato i legislatori verso una maggiore apertura sotto questo profilo ma, come per tante altre questioni, non sembra che le direttive europee siano state seguite. Io credo che i tempi siano maturi oggi per sollevare questa questione, anche se il silenzio legislativo fino ad ora è stato totale.

-E’ abbastanza strana la cosa perché in fondo al tema degli affetti dovrebbe essere “più facile” degli altri, nel senso che riguarda persone che non hanno nessuna colpa, come le famiglie, le mogli, le compagne, i figli quindi a noi sembra abbastanza singolare che nel nostro Paese, che mette la famiglia sempre al centro dell’attenzione, si sia così trascurata una questione come questa. Facevamo in questi giorni un conto elementare: che una persona detenuta incontra la famiglia per un totale di tre giorni all’anno, è una cosa mostruosa a pensarci bene. In questi giorni abbiamo letto che l’Algeria è l’ultimo dei paesi arabi che sta introducendo i colloqui intimi, perché tutti gli altri già ce li hanno. Quindi c’è qualcosa di strano in questo, forse anche una scarsa convinzione che parte di chi opera in carcere, e pure del volontario.

Quello che, purtroppo, ad oggi si registra è che prevale sempre la dimensione vendicativa della pena, prevale costantemente nei discorsi che generalmente si sentono, ma non soltanto sui giornali dove si cavalca questo sentimento vendicativo come se fosse quello  che paga maggiormente nelle campagne elettorali, ma un po’ dappertutto. Anche all’interno della stessa magistratura ogni apertura verso condizioni detentive più umane viene vista come un “regalo” fatto a persone che hanno commesso dei crimini e che, di conseguenza, non hanno diritti da rivendicare, ma solo una pena da pagare, un gesto di buonismo da parte dello Stato  ritenuto superfluo e addirittura negativo, a fronte, appunto, di questa idea diffusa della dimensione afflittiva della pena che nel pensiero generale è quella che deve prevalere, questa è la mia idea. Per questo anche quegli asili nido terribili che ho visto all’inizio della mia carriera, quando ho cominciato a lavorare in Sorveglianza, quei lettini in cella che facevano stringere il cuore, non c’è una particolare attenzione sino ad oggi. Di istituti a Custodia Attenuata per detenute con figli a seguito ce ne sono pochi, istituti separati come l’ICAM che c’è a Milano, noi per esempio l’abbiamo avuto per primi in Italia, ma poi l’esperienza non è stata così subito seguita. Questo io credo che dipenda dal fatto che il legislatore comunque preferisce sbandierare la prevalenza della tutela di esigenze di prevenzione sociale, rispetto a quelle di tutela degli affetti e della dimensione famigliare. Eppure questo avviene in un Paese che la famiglia cerca di tutelarla quantomeno sostiene di volerla tutelare, ecco, però non abbastanza da superare l’opinione pubblica che sarebbe contraria ad eventuali aperture sotto questo profilo.

-Noi tra i nostri obiettivi riteniamo che non sia secondaria la questione delle telefonate, su cui c’è, secondo noi, una chiusura un po’ assurda. Dieci minuti alla settimana sono veramente una miseria, in tantissimi Paesi si telefona liberamente, qui da noi spesso, addirittura, in alcune carceri, la telefonata all’avvocato viene conteggiata in quei 10 minuti a settimana consentiti. Chi ha poi un reato del 4 bis prima fascia può fare solo due telefonate, e questo è puramente punitivo, vendicativo, perché poi di fatto se ne fai due, o ne fai quattro, dal punto di vista della sicurezza non c’è nessuna differenza, quindi la logica è solo quella di rispondere al male con una uguale quantità di male.

Infatti: quando ci fu ad esempio la riforma per cui per i detenuti in 41 bis OP ridussero i colloqui da due ad uno, ci fu una levata come di giubilo generale, come se il problema della sicurezza, dei messaggi che potevano passare cambiasse se da due si scendeva a un colloquio, io trovo che sia ridicolo, se ci sono dei problemi di passaggio del messaggio allora anche un colloquio è un problema di sicurezza, uno o due che differenze fa? Questo è il mio punto di vista. E’ chiaro che è soltanto per soddisfare un’esigenza, un desiderio vendicativo, è solo quello, perché dal punto di vista concreto, della tutela delle esigenze della sicurezza sociale, non cambia nulla questo è chiaro. Io sono favorevolissima alla liberazione delle telefonate e penso che sarebbe poi, in un’era telematica come la nostra, assolutamente ovvio. Favorire il mantenimento di punti di riferimento all’esterno, è un aspetto che incide in modo determinante sulla possibilità di un reinserimento proficuo, sensato, mentre il perdere o sfilacciare i rapporti famigliari, per poi ritrovarsi ad essere degli estranei, quello sì che è criminogeno: perdere i punti di riferimento porta, infatti, il condannato a una condizione di disagio e di disadattamento totali, senza che questo aspetto possa essere sostituito con qualcosa di equivalente. Credo che sia fondamentale mantenere dei legami famigliari solidi e soprattutto reali, veri, e solo attraverso la costanza dei rapporti questo è possibile.

-Nelle proposte di legge che ci sono finora c’è anche un aumento consistente dei permessi premio: trenta giorni in più all’anno per stare in famiglia, che cosa ne pensa? E di un uso meno restrittivo dei permessi di necessità?

Io sono favorevolissima. Noi come ufficio di Sorveglianza di Milano abbiamo, già da anni elaborato, una giurisprudenza, rispetto ai permessi di necessità, che abbiamo concesso in molte situazioni ai detenuti di 4 bis, prima fascia, proprio per coltivare gli affetti famigliari, forzando la normativa di cui l’art. 30 OP seconda comma, che si riferisce agli eventi famigliari di particolare gravità, da intendersi come una normativa che deve applicarsi non soltanto agli eventi luttuosi, negativi, ma agli eventi famigliari intesi come eventi famigliari particolari, unici, che possono riguardare la famiglia, che riveste un carattere positivo nella vita della persona. Noi abbiamo ritenuto che la norma dell’articolo 30 OP vada intesa in questo modo, proprio per offrire delle opportunità trattamentali anche a coloro che ne siano esclusi dall’attuale legislazione. Rispetto alla proposta dell’eventuale aumento del numero dei giorni di permesso  per coltivare gli affetti famigliari, sono favorevole, penso che sarebbe ora, appunto, di ripensare veramente tutto l’impianto della legge e di capire quali sono quegli aspetti della vita della persona che il trattamento penitenziario deve cercare di valorizzare. Cioè gli affetti famigliari laddove positivi, appunto, quali elementi di spinta verso un proficuo reinserimento nella società.

-Su questo, sui permessi, sulle misure alternative, forse sarebbe necessario allargare il dibattito perché non sono strumentali così usati come vorremmo, cioè noi vediamo che ci sono situazioni in cui appunto le persone vanno in permesso e anche in misura alternativa, e però ce ne sono tante, ancora troppe, in cui vediamo persone vicinissime al fine pena che sono ancora lì inchiodate ala galera. Forse, pure su questo bisognerebbe aprire un dibattito, anche con i suoi colleghi magistrati di Sorveglianza.

Sì, sicuramente. La magistratura in questo momento è un po’ ingessata, anzi non lo è in questo momento, lo è da un po’. Ma oggi registriamo anche questo cambio di rotta. Vediamo se questo inciderà in qualche modo anche su di noi, sulle paure, su questa  giurisprudenza difensiva che è stata adottata nel tempo. Va detto che siamo in pochi, stritolati tra numeri inaccettabili e anche un po’ isolati culturalmente. Ecco, non c’è una grande diffusione della cultura della rieducazione, ripeto che secondo me a tutt’oggi prevale fortemente l’idea vendicativa della pena, fortemente rispetto a quella rieducativa.

-Forse sì, ma forse si osa anche poco perché, guardi, noi con questo progetto con le scuole, incontriamo veramente migliaia di studenti e a volte anche i genitori e ci accorgiamo che, se le pene vengono spiegate in modo diverso, se le persone che sono in carcere si raccontano in modo diverso, sviluppano un pensiero critico e una consapevolezza rispetto al reato, questo desiderio di pene vendicative lascia spazio anche ad altre idee. Ma su questa visione cattiva della giustizia ha una responsabilità fortissima la politica, e anche l’affermazione. E secondo noi l’informazione pesa spesso anche sulle decisioni di tanti magistrati.

Né sono sicurissima. Perché io stessa, quando ho avuto in mano delle vicende pesanti, conosciute dai mass media e raccontate come casi emblematici, ho ricevuto delle lettere di minaccia addirittura da parte di semplici cittadini, persone che di fronte ad un permesso premio dato a chi aveva a suo tempo ucciso i genitori, mi scrivevano indignati, sostenendo l’ingiustizia di questa “concessione” fatta a chi non aveva dimostrato, secondo loro, sufficiente resipiscienza. Ma è vero anche che noi, in questi casi, di fronte a questo tipo di decisioni, siamo totalmente isolati, soprattutto culturalmente. E’ una prognosi, che si deve compiere, si fa una scommessa sulla persona, una scommessa che si basa su delle relazioni di Sintesi, delle osservazioni fatte da altre, su dei colloqui, ma non molto di più. E questo è, come dire? Esprimere un giudizio prognostico che può andare in mille modi, non ha dei contorni molto certi e molto definiti. Di fronte, poi, ad una sostanziale non adesione, né da parte della politica, né da parte dell’opinione pubblica e neanche di buona parte della magistratura rispetta a quella del recupero, del reinserimento, rispetto a questa non adesione, la magistratura di Sorveglianza è paralizzata perché di fronte al delitto efferato, commesso con modalità efferate, di grande violenza, l’aprire la porta e consentire di uscire è una responsabilità penale che è nelle mani di una sola persona: di qui la giurisprudenza degli ultimi anni, io credo. Poi ci sono stati dei singoli casi di cronaca che hanno portato di dieci anni il pensiero e di questo noi paghiamo le conseguenze. Chiaro che non abbiamo avuto il coraggio dove ci sarebbe voluto coraggio, nel denunciare queste celle chiuse per esempio, nel dire che dovrebbero essere camere di pernottamento, toccava a noi dire che certi diritti non possono essere compressi. Il diritto alla salute, il diritto alla affettività, toccava  a noi e intendo dire che non c’è stato mai quello spazio per poter esprimersi, però io credo che sia venuto il momento di passare oltre. Vent’anni di dibattito sulla giustizia si sono incentrati sui problemi di una singola persona e sulle sue vicende giudiziarie e tutto ciò che ne era connesso. Oggi è un dibattito superato, per fortuna stiamo parlando d’altro, abbiamo deciso di cambiare passo, io credo che sia elaborare un pensiero. Un pensiero, se posso dire che sia un pensiero globale, che guidi un po’ l’azione del legislatore, che non può agire a caso ma che sia finalizzata ad un’idea, perché è questo il punto: quello che manca, in questa fase storica, è un pensiero globale, un pensiero guida e quindi siamo un po’ in balia degli eventi, dei fatti di cronaca, di ciò che viene considerato un’emergenza e questo comporta una sostanziale precarietà di tutte le conquiste ottenute, come se dipendessero dall’emergenza del momento. Io mi auguro che sia giunta un’epoca nuova, io ne sono convinta, guardo tutte queste novità con molta speranza, dico la verità.

-Senta un’ultima questione che ci ha accennato prima, dei permessi di necessità, su chi ha l’ergastolo ostativo o comunque reati ostativi. Ecco, non le sembra un momento proprio di superare il 4 bis è la legge che impedisce proprio la discrezionalità dei magistrati, là dove ci vorrebbe.

Si, certo. Lo so che la commissione Palazzo aveva elaborato delle proposte in questo senso; io non so se i tempi siano maturi per l’abolizione dell’ergastolo, come io penso che dovrebbe essere in un Paese civile e per rivedere le preclusioni dell’art. 4 bis OP, ormai assolutamente fuori dalla storia. Si tratta, infatti, di preclusioni difficilmente superabili, che limitano in maniera pesantissima la discrezionalità del magistrato di Sorveglianza che, al contrario, è un valore da difendere, in tutti i modi e in tutte le sedi. Io non so se i tempi siano maturi, certo è che anche qui occorre un po’ di coraggio nel fare delle valutazioni caso per caso.

Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (prima parte)

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Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è uno degli amici storici del Blog.

Lui non scrive di frequente. Ma quando scrive è portatore sempre di un ricco percorso riflessivo che è espresso in uno stile “classico” e che risuona di una integrità umana e di un durissimo e costante lavoro su di sé che dura da tanti anni.

Pierdonato ci ha inviato il testo sull’affettività che ha inviato alla redazione di Ristretti Orizzonti per il concorso che hanno organizzato su questo tema. Il testo di Pierdonato intreccia la riflessione generale, col il suo vissuto. 

Oggi pubblico la prima parte.

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GLI AFFETTI VIOLATI

La mia storia è un po’ lunga e complessa. Mi rendo conto però che devo essere breve, conciso, e offrire un contributo per sensibilizzare chi legge sul tema dei rapporti affettivi, tra persone detenute, prive di libertà e le loro famiglie.

Sono stato incarcerato 20 anni fa. All’epoca i mie tre figli avevano rispettivamente 7 anni, 5 anni, 3 anni. I genitori rappresentano i due pilastri che reggono il mondo interiore affettivo del bambino. In assenza di uno dei genitori solitamente si aggrappano, per così dire, all’altro pilastro.

Dopo alcuni anni la mia compagna viene anch’essa in carcerata. A quel punto il mondo interiore del bambino può andare in frantumi. Il nucleo familiare comunque è totalmente paralizzato e annullato.

A sostituirli ci sono anziani nonni. Dopo qualche anno ancora mi viene applicato il regime del 41 bis. I rapporti affettivi vengono drasticamente ridotti ad 1 ora al mese e dietro un vetro divisorio a tutta altezza, privo di ogni contatto fisico.

In quel periodo, durato otto anni, vedevo i visi dei miei figli esausti sia per il lungo viaggio effettuato e sia per la lunga attesa per potere entrare al colloquio.

Dopo qualche anno di detenzione, la mia compagna necessitava di una operazione chirurgica. In questi casi l’ordinamento penitenziario prevede un’attenuazione delle pena. Invece, immediatamente gli viene applicato addirittura il regime del 41 bis. Quindi un tipo di detenzione più dura con più limitazioni. Per cui più limitazione uguale più sofferenza. Perciò si va ad incrudelire la pena, senza che ci fossero reali necessità che la giustificassero. Evidentemente si voleva approfittare di quel drammatico momento per fare leva sul dolore per raggiungere altri.. obiettivi. Si opera in regime di 41 bis.

Il tempo passa vengono a mancare i nonni paterni, poi materni. Alla mia compagna in regime di 41bis per sei anni e mezzo gli viene rigettato perfino il permesso  per ragioni umanitarie con scorta che viene dato solitamente a tutti i detenuti così come previsto dal nostro ordinamento penitenziario, per recarsi ad abbracciare il proprio genitore, padre, negli ultimi istanti di vita. Se ne è andato col dolore nel cuore di non poter vedere sua figlia. Poi, passano anni, ed è la volta di mio fratello maggiore. Si ammala di un mila incurabile, perché anch’esso la vita e anche a me rigettano il permesso di recarmi per un ultimo abbraccio.

Uno stato ottuso che non applica e disattende quei principi previsti della nostra Costituzione, del nostro ordinamento penitenziario e che invece poi pretende, al contrario, dai suoi cittadini il rispetto di quelle regole sociali che per primo lui non rispetta. In primis non è coerente, non è credibile verso il cittadino e in secondi non ha titolo per dare lezioni di etica e di moralità a nessuno.

Sarebbe invece molto più civile, giusto e perfino bello che in Italia ci fosse la libertà d’affetto come in altri paesi europei. Che i famigliari, i figli di quei cittadini che per qualsiasi motivo finiscono in carcere, non venissero criminalizzati, quindi non venissero ridotti i contatti, ostacolate le relazioni affettive, poiché il nucleo familiare continua a seguire il proprio congiunto ed è giusto che debba passare più tempo insieme a questi così come lo stesso Ordinamento Penitenziario prevede.

E’ previsto infatti che particolare cura deve essere dedicata a mantenere e migliorare le relazioni dei detenuti, proprio nel momento che il nucleo familiare vive una separazione drastica, forzata, drammatica come è il carcere.

Prevede quindi che la famiglia sia un valore affettivo da tutelare in qualunque contesto, così come lo impone anche l’art. 29 della nostra Costituzione, quindi anche nel contesto penitenziario. Anzi in quest’ultimo è di più di un valore affettivo, è un elemento del trattamento penitenziario.

Ma come sappiamo bene sono due cose distinte e separate, il diritto scritto e il diritto applicato. A parole l’Italia vuole apparire una nazione civile e democratica. Nei fatti siamo il Paese più condannato dalla Corte Europea non solo in tema di giustizia ma anche in altri ambiti.

Spesso così facendo si inducono i figli dei carcerati a odiare le istituzioni, perché incoerenti, ingiuste e non rispettose delle stesse leggi e principi che reggono il nostro vivere civile. Rispetto ai Paesi europei più emancipati, noi italiani siamo su questo aspetto dei primitivi, non riusciamo proprio ad elevarci ed evolverci.

Di fronte alla tristezza di questi affetti violati, dove si criminalizza il rapporto tra famiglia e congiunti del detenuto. Il mio unico sistema per tenere uniti i cocci in frantumi della mia famiglia è stata la LETTERA. Ho scritto così migliaia e migliaia di lettere. Un fiume di inchiostro. Mi sono sforzato di dare loro una educazione continua e costante. Mentre una educazione discontinua impedisce invece di fissare delle relazioni capaci di dare sicurezza, poiché il figlio sperimenta l’alternarsi di presenza/assenza della madre o del padre, perdendo così ogni riferimento rassicurante.

Su questi pezzi di carta hanno viaggiato i nostri sentimenti, ansie, gioie, dolori, speranze, attenzioni. L’AMORE. La lettera è diventato il filo rosso che ci ha tenuti uniti.

Rispetto ad un genitore libero è stato come nuotare con il mare agitato, avendo le mani legate. A volte per i disagi e le varie problematiche che emergevano, siamo stati anche uno due anni senza vedere i figli.

Con la mia compagna, ci siamo abbracciati fisicamente dopo nove lunghissimi anni. L’articolo 1 del nostro Ordinamento Penitenziario dice: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona”. Tutto quello che ho scritto finora dà l’impressione di uno stato democratico civile eppure è anche spesso e volentieri tirannico? Che non rispetta assolutamente questo articolo?

La cosiddetta “sicurezza” deve essere servente della legalità e non essere (come spesso avviene) utilizzate per vessare o inutilmente incrudelire una pena chi è già da decenni detenuto.

Affettività in carcere

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La nostra Nadia ci ha girato questa “comunicazione” di Ristretti Orizzonti in merito al seminario sul tema dell’affettività in carcere che è stato organizzato per l’1 dicembre.

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La redazione di Ristretti Orizzonti, in collaborazione con la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, in questi giorni sta facendo una grande campagna di informazione perché finalmente venga approvata una nuova legge che cambi radicalmente il modo di considerare i rapporti con le famiglie per le persone detenute. Stiamo raccogliendo le firme dei detenuti nelle carceri praticamente con un passaparola, è una cosa simbolica ma  si stanno attivando moltissime persone per mandarci firme e testimonianze (abbiamo indetto anche un concorso su questi temi). Speriamo che possiate aiutarci a dare forza a questa campagna che stiamo facendo in favore di una nuova legge (si può firmare dal nostro sito www.ristretti.org

 

Vi facciamo anche una richiesta: verreste l’1 dicembre a un seminario dove c’è la possibilità di confrontarsi con le persone detenute e i loro famigliari su questi temi?

A presto e grazie. 

La redazione di Ristretti Orizzonti

 

Per qualche metro e un po’ di amore in più


Seminario Nazionale di Studi

 

Lunedì 1 dicembre 2014, ore 9.30-16, Casa di Reclusione di Padova

 

La redazione della rivista dal carcere Ristretti Orizzonti, in collaborazione con la Casa di reclusione di Padova, organizza per l’1 dicembre 2014 il Seminario di Studi “Per qualche metro e un po’ di amore in più”, aperto a chi si occupa di “Carcere e affetti” (su prenotazione, per permettere l’accesso al carcere), a operatori, magistrati, avvocati, parlamentari, giornalisti.

Carceri più umane significa carceri che non annientino le famiglie

L’Europa non si può “accontentare” dei tre metri di spazio a detenuto per decretare che le nostre carceri non sono più disumane. Lo sono eccome, e lo sono in particolare per come trattano i famigliari dei detenuti: sei ore al mese di colloqui e dieci miserabili minuti a settimana di telefonata, spazi per gli incontri spesso tristi e affollati, attese lunghe, estenuanti, umilianti.

E allora chiediamo all’Europa di occuparsi anche delle famiglie dei detenuti, e di invitare l’Italia a introdurre misure nuove per tutelarle.

Siamo convinti che unirci in questa battaglia possa essere una forza in più per ottenere il risultato sperato. E noi speriamo che questa battaglia qualche risultato lo dia: una legge perliberalizzare le telefonate, come avviene in moltissimi Paesi al mondo, e per consentire i colloqui riservati. E una legge così, aiutando a salvare l’affetto delle famiglie delle persone detenute, produrrebbe quella “sicurezza sociale”, che è cosa molto più nobile e importante della semplice sicurezza.

 –Troviamoci per mettere a punto finalmente insieme una proposta di legge, coinvolgiamo le famiglie di chi è detenuto, ma anche quelle dei cittadini “liberi”, perché in ogni famiglia può capitare che qualcuno finisca in carcere, e nessuno più dovrebbe essere costretto alla vergogna e alla sofferenza dei colloqui, come avvengono ora nelle sale sovraffollate delle nostre galere.

-Chiediamo da subito, in attesa di una nuova legge, delle misure urgenti per rendere più umani i rapporti delle persone detenute con i loro cari, perché l’“umanizzazione” delle carceri deve partire da chi non ha nessuna responsabilità, e subisce sulla sua pelle la detenzione di un famigliare.

 

Al Seminario interverranno figli, fratelli, sorelle, genitori di persone detenute.

La redazione di Ristretti Orizzonti

 

Si può aderire alla campagna “Carcere: per qualche metro e un po’ di amore in più” anche on line, firmando la petizione nel sitowww.ristretti.org

Possono partecipare al Seminario operatori, esperti nell’ambito dell’esecuzione della pena, esponenti politici che abbiano intenzione di impegnarsi sul tema degli affetti delle persone private della libertà personale. Per l’ingresso in carcere è necessario mandare l’adesione alla mail direttore@ristretti.it

 


Hanno già dato la disponibilità a partecipare ai lavori:

 

Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, uomo politico e giurista ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio del 1978

Andrea Pugiotto, Professore ordinario di diritto costituzionale, Università di Ferrara

Lucia Castellano, ex direttrice del carcere di Bollate, autrice con Donatella Stasio del libro “Diritti e castighi. Storie di umanità cancellata in carcere”

Mauro Palma, pre­si­dente del Con­si­glio euro­peo per la coo­pe­ra­zione nell’esecuzione penale e con­si­gliere del mini­stero di Giu­sti­zia

Desi Bruno, garante dei detenuti Regione Emilia Romagna

Diego De Leo, Professore Ordinario di Psichiatria alla Griffith University, Australia (Diego De Leo, uno dei maggiori esperti internazionali di suicidio, direttore dell`AustralianInstitute for suicideresearch and prevention,affronterà il seguente tema: La possibilità di mantenere rapporti più umani con le famiglie per le persone detenute potrebbe costituire una forma di prevenzione dei suicidi?)

Margherita Forestan, Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Verona

Armando Michelizza,Garante del Comune di Ivrea per i diritti delle persone private della libertà personale

Bruno Mellano, Garante dei detenuti della Regione Piemonte

Enrico Sbriglia, Provveditore dell’Amministrazione penitenziaria per il Triveneto

Alessandro Zan, deputato di Libertà e diritti

Sandro Favi, responsabile carceri Partito Democratico

Rita Bernardini, segretaria di Radicali italiani

Gessica Rostellato, deputata Movimento 5 stelle

Gianpiero Dalla Zuanna, senatore Scelta Civica

Per qualche metro e un po’ di amore in più nelle carceri- concorso per riflettere su “carceri e affetti”

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La redazione di Ristretti Orizzonti ha promosso un concorso incentrato sulla questione dell’affettività nelle carceri.

Il concorso è aperto anche a persone non detenute.

Di seguito il regolamento.

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Per  qualche metro e un po’ di amore in più nelle carceri.

Un Concorso per riflettere su “carceri e affetti”

Regolamento

1. Il concorso è promosso e organizzato dalla redazione di Ristretti Orizzonti.

2. Al concorso possono partecipare le persone detenute, i loro famigliari, gli studenti che prendono parte a progetti di sensibilizzazione sui temi del carcere e della Giustizia, i cittadini interessati a una riflessione sulla questione degli affetti per le persone detenute. 

3. Si concorre inviando:

-Sezione scrittura: un testo scritto, che può essere un racconto, una lettera, un articolo sul tema degli affetti per le persone detenute e le loro famiglie.

-Sezione audiovisiva: video-testimonianze realizzate sugli stessi temi.

-Sezione artistica: un prodotto a scelta, tra illustrazioni, vignette, un’opera grafica, un disegno, realizzato anche da bambini, figli di persone detenute.

4. Le opere devono essere consegnate alla segreteria del concorso presso la sede dell’Associazione “Granello di Senape- Redazione di Ristretti Orizzonti” (via Citolo da Perugia, 35 Padova) entro il 10 dicembre 2014. Gli elaborati possono anche essere inviati via mail.

La Giuria sarà coordinata da uno scrittore, e sceglierà le opere più interessanti, per le quali è prevista la pubblicazione all’interno di un libro dedicato al tema del carcere e degli affetti. Nel libro sono previste tre sezioni, con le testimonianze delle persone detenute, quelle dei famigliari e i testi scritti dai ragazzi delle scuole e da cittadini interessati a questi temi. Le opere audiovisive saranno diffuse nei social network.

5. I risultati del concorso verranno presentati pubblicamente nel periodo di Natale, festa “storicamente” dedicata alle famiglie, nel corso di un incontro organizzato per portare al Parlamento le firme raccolte in sostegno di una legge per “salvare gli affetti delle persone detenute”.

6. La partecipazione al concorso comporta l’accettazione e l’osservanza di tutte le condizioni del presente bando. Una delle condizioni è che i singoli testi possano essere pubblicati anche prima della selezione finale nella newsletter quotidiana di Ristretti, per contribuire a sostenere la campagna di stampa “Per qualche metro e un po’ di amore in più”.

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Per ulteriori informazioni e per inviare i testi o le opere video e grafiche:

Redazione di Ristretti Orizzonti, Via Citolo da Perugia 35   35128 Padova.

Tel. 049654233, mail direttore@ristretti.it.

Salvaguardare l’affettività con i colloqui riservati e liberalizzare le telefonate… Angelo Meneghetti

affettività

Quella per garantire momenti di affettività in carcere, tra un detenuto e i propri famigliari, è una battaglia di civiltà decisiva, una delle più importanti per quanto riguarda il mondo della detenzione.

Pubblico oggi un pezzo che, al riguardo, ha scritto Angelo Meneghetti, detenuto a Padova. Un pezzo che è già apparso su “Ristretti Orizzonti”.

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E’ da diverso tempo che si discute per migliorare la situazione delle carceri italiane. Come sappiamo tutti, questo Paese è nel mirino della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, “C.E.D.U.” e forse ci sarà un cambiamento epocale per quando riguarda le carceri e la giustizia italiana, se questo Paese avrà veramente la volontà di adeguarsi alle normative europee. Lo Stato Vaticano ha già fatto i primi passi per un miglioramento sul piano dell’umanità. Ha abolito la pena dell’ergastolo e ha introdotto il reato di tortura nel suo codice penale. Un esempio per l’Italia se davvero si vuole dimostrare all’Europa che il nostro Paese è civile e democratico.

Da diverso tempo -io e altri compagni detenuti che facciamo parte della redazione di Ristretti Orizzonti- parliamo di tutto questo agli incontri di discussione, e ne parliamo anche con diversi studenti che incontriamo nell’ambito del progetto “scuola carcere” che si svolge qui, nella casa di reclusione di Padova da diversi anni.

Tornando al nocciolo della situazione, va precisato che nel nostro Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, dove si è detenuti per sempre fino all’ultimo respiro- e quello ostativo, dove si è destinati a morire in un’ammuffita e umida cella, salvo che non si collabori con la giustizia, mettendo un altro al posto tuo. Così col mio amico Carmelo Musumeci, “ergastolano ostativo”, cerchiamo di coinvolgere, per primi, tutti i detenuti reclusi nelle carceri di questo Paese, e anche i loro famigliari; e cerchiamo anche di portare queste cose alla società esterna.

Nello specifico delle proposte contenute in questo testo, invitiamo la società esterna ad aderire alla raccolta firme al fine di liberalizzare le telefonate e al fine di consentire i colloqui riservati.

I colloqui affettivi esistono in diversi altri Paesi. Qui in Italia invece non esistono. In passato se ne era discusso, ma fu stravolto il senso di questa proposta, parlando di “celle a luci rosse”. Va detto che i colloqui affettivi non hanno nulla a che vedere con le celle a luci rosse o con il sesso. Servono per tenere unito il gruppo famigliare, coltivare l’affetto verso la propria compagna e verso i propri figli, in modo che, nella loro crescita, percepiscano il calore del padre. Tutto questo serve anche al detenuto, affinché, dopo una lunga condanna, non sia un estraneo nell’ambito famigliare. Perché è questo che succede con la maggior parte dei detenuti che hanno pene lunghe da scontare. Bisogna tenere presente che la maggior parte dei detenuti hanno figli che, raggiunta la maggiore età, hanno bisogno di visite psicologiche e psichiatriche, a causa dei colloqui fatti in carcere e della loro tenera età. A tutt’oggi, i colloqui fatti in carcere sono a vista e ripresi dalle telecamere. C’è sempre un agente che guarda, che ti proibisce di tenere abbracciati i tuoi cari, di scambiare delle coccole con la tua compagna e con i tuoi figli. Ma, se ci fosse la possibilità di fare i colloqui affettivi, ogni detenuto potrebbe salvaguardare  il rapporto con i propri famigliari. E’ un metodo giusto per non essere abbandonati dai propri cari. Se la pena per un condannato deve essere rieducativa e non punitiva, come stabilisce l’art. 27 della nostra Costituzione.

Non va dimenticata la situazione famigliare di ogni detenuto. Specialmente nel caso di chi sta scontando una lunga pena, oltretutto lontano dal luogo di residenza, e per difficoltà economiche non può fare colloqui. Per questo occorre che in carcere siano “liberalizzate” le telefonate, in modo da potere telefonare più volte alla settimana. Ora è concessa solamente una telefonata di 10 minuti alla settimana e, se stai telefonando e cade la linea, anche se non sono trascorsi i dieci minuti che ti spettano, non puoi riprendere quella misera telefonata. Rimane da solo di attendere un’altra settimana per risentire i propri famigliari. 

E’ proprio con il passare degli anni che la condanna da scontare si fa veramente sentire e diventa veramente “punitiva” a causa di certe regole sbagliate. E’ punitiva per chi è detenuto. Ma  a sua volta diventa vendicativa per i nostri famigliari, che nulla hanno a che vedere con la pena che sta scontando il loro caro “marito, compagno, figlio”. E’ vendicativa per i famigliari perché, quando si recano in carcere per fare colloqui con il proprio caro, a volte sono umiliati per via di certe regole senza umanità e vivono con la vergogna perché hanno un famigliare rinchiuso in carcere e tutti si dimenticano che non hanno nessuna colpa del reato commesso dal loro famigliare. 

Spesso ci si dimentica che i nostri famigliari hanno un cuore, un’anima e, soprattutto, hanno un volto e fanno parte di questa società considerata democratica e civile. E ci si dimentica che il confine tra il bene e il male è così sottile che potrebbe capitare a chiunque di oltrepassarlo.

Padova 26-08.2014

Angelo Meneghetti

Figli tra le sbarre… di Carmelo Musumeci

Ecos

Questo testo del nostro Carmelo è semplicemente magnifico. Non aggiunto altro.

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Purtroppo una delle cose più brutte del carcere è che non ti danno abbastanza spazio da tentare di essere un buon padre. E in fondo la limitazione della libertà è la cosa per la quale si soffre di meno, perché in Italia è quasi impossibile conciliare la vita da detenuto con quella di padre e marito.
L’altro giorno nella Redazione di “Ristretti Orizzonti” mi è capitato di leggere il Protocollo d’intesa, da poco firmato, tra Ministero della Giustizia, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e Bambini senza sbarre ONLUS. E ho amaramente sorriso leggendo che i funzionari dell’Amministrazione Penitenziaria si sono impegnati a “Favorire il mantenimento dei rapporti tra genitori detenuti e i loro figli, salvaguardando sempre l’interesse superiore dei minorenni” e di “Tutelare il diritto dei figli al legame continuativo con proprio genitore detenuto, che ha il diritto/dovere di esercitare il proprio ruolo genitoriale” perché sono fortemente convinto che, come al solito, questi rimarranno principi dichiarati e mai applicati.

Poi mi sono ricordato di uno dei tanti colloqui che ho fatto in tutti questi anni di carcere.

Fissavo il pavimento, il soffitto, le sbarre e le pareti della mia cella. Come un’anima in pena camminavo avanti e indietro per la stanza. Cercavo di mettere in ordine nei miei pensieri. Avevo la mente piena d’amore. C’erano delle volte che mi pentivo di avermi fatto arrestare vivo perché soffrivo che i miei figli mi venivano a trovare in carcere. Per loro avevo sognato un padre migliore di quello che ero riuscito a essere. Avevo sempre paura di avere rovinato la vita anche ai miei figli.
Stavo aspettando il colloquio ed ero in pensiero per i chilometri che la mia famiglia doveva fare per raggiungere Sulmona. Ero sempre ansioso quando dovevo abbracciare i miei figli. Fuori c’erano la neve e il ghiaccio. Ero preoccupato per le condizioni della strada. Fuori il cielo era nuvoloso e la temperatura doveva essere sotto lo zero. Finalmente le guardie mi chiamarono. Si prepari per il colloquio. Risposi subito: Sono pronto! Evitai di dirgli che ero già pronto dalla sera prima. Dopo dieci minuti due guardie mi presero in consegna. Mi perquisirono e mi portarono nella sala colloquio. Nel locale c’era il solito bancone divisorio, dove da una parte c’erano i parenti e dell’altra i detenuti.
Da entrambi i lati c’era una serie di panche, dove sedersi. Nella stanza c’erano già alcuni detenuti che facevano colloquio con i parenti. Vidi che c’era un posto libero dove il locale finiva. Mi diressi subito lì. Era in fondo alla stanza, dalla parte opposta delle guardie che controllavano la sala dietro un vetro. Diedi un’occhiata intorno. La sala era pitturata dai colori del carcere. Le pareti di grigio e il soffitto di bianco. Il tavolaccio divisorio era consunto. Odorava di sofferenza. Chissà quante ne aveva viste. Dopo pochi minuti vidi aprirsi la porta. Entrarono, spingendosi, insieme sia mio figlio sia mia figlia. Sia lui, sia lei, ci tenevano a entrare per abbracciarmi per primi. Era la solita scena che si ripeteva da anni. Quando li vidi feci fatica a respirare. E non riuscii a evitare che il mio cuore ruzzolasse dal petto per correre ad abbracciarli. Il mio cuore arrivava sempre prima di me. Io invece rimasi fermo in piedi al bancone ad aspettarli. Stava arrivando prima mia figlia, ma mio figlio, all’ultimo momento, diede una spallata a sua sorella e mi abbracciò per primo. Mi baciò. Lo strinsi stretto con le braccia. Ero felice di vederlo. Me lo mangiai con gli occhi. Erano mesi che non lo vedevo. Notai che stava diventando sempre più alto. Poi venne il turno di mia figlia. Ci baciammo sulle labbra. Poi lei appoggiò la testa sulla mia spalla e le accarezzai i capelli. La mia compagna dietro aspettava il suo turno e vedendo che io e mia figlia non ci staccavamo sussurrò: Ehi! Ci sono anch’io! Sorrisi. Mi staccai da mia figlia. Ed io e la mia compagna restammo a guardarci per qualche istante. Poi la abbracciai a lungo. E il mio cuore si aggrappò a quello di lei. Non ci dicemmo nulla, intimiditi dagli sguardi dei nostri figli. Ci sedemmo sulle panche. Mia figlia mi afferrò subito la mano. Imitato da mio figlio che mi prese l’altra. Rimanemmo in silenzio per qualche momento per lasciare parlare i nostri cuori. Guardai con soddisfazione i miei figli. Erano tutta la mia vita. L’unica cosa che avevo per essere felice.
Poi parlò per prima mia figlia: Papà come stai qui? Le sorrisi: Bene! Sono stato fortunato che mi hanno portato proprio qui, non potevo capitare di meglio, la direttrice è brava e mi ha accolto bene.
Le nascosi che appena arrivato mi avevano sbattuto alle celle di punizione, nella cella liscia, perché mi ero rifiutato di fare nudo le flessioni sopra uno specchio.
Mio figlio scrollò la testa: Papà, ma dici così in tutti i carceri che ti trasferiscono. 
Mia figlia fece un sorriso storto a suo fratello: Uffa! Stavo parlando io a papà. 
Io e la mia compagna ci scambiammo un’occhiata. E capii subito cosa mi stavano dicendo i suoi occhi. Te l’avevo che sono ancora gelosi e quindi era meglio che te li portavo uno per volta! Alzai le spalle.
E le feci un largo sorriso. Era da qualche tempo che desideravo vederli tutti e due insieme. Mia figlia riprese a parlare: È vero però papà… in qualsiasi carcere che ti mandano, ci dici che stai bene, lo dicevi anche in quel brutto carcere dell’Asinara, dove non hai mai voluto che ti venissimo a trovare. 
Cambiai discorso: Spero che non stiate avendo dei problemi con i vostri amici perchè avete un papà in carcere. 
Rispose subito mio figlio: No! Papà che dici! Io sono fiero di te. Piuttosto e lei…
E si voltò verso sua sorella. Che si vergogna con i suoi amici figli di papà che vanno al liceo scientifico. 
Mia figlia gli diede un calcio da sotto il bancone. E stizzita negò: Non è vero papà… Voglio solo che i miei amici non lo sappiano che sei in carcere perché non sanno la persona meravigliosa che sei. E non voglio che pensino male di te perché sei qui.
Le feci una carezza sul viso. –E fai bene! Non c’è bisogno che lo sappiano tutti dove si trova vostro padre. 
Mio figlio intervenne contrariato Io invece lo dico a tutti i miei amici. 
Corrugai la fronte –E fai male perché non c’è nulla da essere orgogliosi ad avere un papà in carcere. Mio figlio mi fece un sorriso mesto. E triste. -Non arrenderti papà… non arrenderti mai, noi ti aspettiamo a casa. 
Poi parlò mia figlia. E mi guardò dritto negli occhi: Papà comportati bene… mi raccomando non fare casini… perché se fai il bravo sento che alla fine ti faranno uscire. Alzai lo sguardo al soffitto con aria innocente. Non avevo mai avuto paura di qualcuno o di qualcosa nella mia vita. Avevo paura solo di deludere mia figlia. Le feci gli occhi dolci. E le sorrisi- Da quando in qua sono i figli che dicono al padre di fare i bravi… non dovrebbe essere l’incontrario? 
Mia figlia rispose al mio sorriso. Nel frattempo la guardia aveva gridato il mio nome.
-Il colloquio è finito. Mi alzai di controvoglia. E rivolgendomi ai miei figli dissi loro:Uscite per primi… lasciatemi qualche secondo con vostra madre. Poi mi chinai per abbracciare mio figlio che mi sussurrò: Ti voglio bene papà. Lo abbracciai ancora più forte. -Anch’io te ne voglio. E gli diedi una pacca sulle spalle. Poi venne il turno di mia figlia. Rimanemmo un attimo in silenzio. Parlò per prima lei. Io avevo la gola secca.Papà la spesa te l’ho fatta io… e ti ho fatto il sugo con in piccioni… poi mi scrivi se ti è piaciuto… ti ho comprato anche un maglione pesante. Feci finta di non vederle gli occhi lucidi. Lei non piangeva quasi mai davanti a me. Ero venuto a sapere che piangeva sempre dopo. –Grazie amore… adesso vai. Lei mi abbracciò ancora una volta. –Papà, io ti vorrò sempre bene. Ti aspetterò sempre, non mi sposerò mai fin quando non uscirai. Poi lei si voltò subito per non farsi vedere nel viso. E andò via per lasciare il posto a sua madre.
La mia compagna mi abbracciò. Io la baciai. –Stai attenta ai bambini. Lei mi sorrise controvoglia: Quali bambini? Non lo vedi che i tuoi due figli ormai sono grandi. 
L’ accarezzai.- Vai piano con la macchina… ti amo. Lei annuì. -Anch’io. 
La guardia mi aveva già chiamato tre volte per avvisarmi che il colloquio era già finito. E la lasciai andare via. E pensai con amarezza che avevano fatto tutto quel viaggio per solo un’ora di colloquio dietro un bancone.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Luglio 2014 

Roverto Cobertera: nero e innocente

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Roverto Cobertera è uno dei tanti nomi di coloro che sono finiti sotto il rullo compressore pur non essendo colpevoli.

Roverto ha la doppia cittadinanza, domenicane e statunitense. Venne condannato all’ergastolo per un omicidio. Si proclamava innocente e iniziò uno sciopero della fame. 

A un certo punto intervenne la ritrattazione del suo accusatore che si dichiarò reo confesso per quell’omicidio.

Per Roverto si è aperta la via per la revisione del processo e la sua scarcerazione. Aveva interrotto lo sciopero della fame. Ma.. la carcerazione finora subita lo ha messo al limite.. e non sopporta di dovere aspettare i tempi lunghi della carcerazione italiana. Ha deciso di ricominciare lo sciopero della fame. Voglio ora riportare le parole  di Roverto, che il nostro Carmelo riporta nel testo che tra poco leggerete:

“Ho una giovane moglie e due bambine che mi stanno aspettando. E non posso ancora farle aspettare. Se non potranno avere me, avranno almeno nel mio paese un cadavere e una tomba su cui pregare. Non ho nessuna fiducia nel vostro sistema giudiziario. Non ho santi in paradiso, né i soldi e gli avvocati di Berlusconi. E il Dio cui io credo è nero,  non è bianco. Carmelo, la giustizia italiana non mi può fare più male di quello che mi ha già fatto. Non rischio nulla, posso solo morire di fame, ma quando uno ha perso la libertà per sempre, questo è il guaio minore. Riguardo a mia moglie e alle mie figlie, la morte non può sopprimere l’amore, né impedire la riunione di anime che in terra si sono amate”.

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Roverto Cobertera: nero e innocente

Vi ricordate di Roverto Cobertera, l’uomo di colore con doppia cittadinanza domenicana e statunitense condannato all’ergastolo che tempo fa aveva iniziato uno sciopero della fame per gridare la sua innocenza? Vi ricordate che dopo due ricoveri all’ospedale, l’appello al Presidente della Camera dei deputati e della Redazione di “Ristretti Orizzonti” e l’importante novità della ritrattazione del suo accusatore, e reo confesso di quell’omicidio, aveva interrotto il digiuno?

L’altro giorno Roverto mi ha confidato che non ce la fa più ad aspettare i tempi lunghi della giustizia italiana per la revisione del suo processo. E dal primo di marzo ha iniziato uno sciopero della fame a oltranza. Ho tentato con tutte le mie forze a farlo desistere da questo nuovo digiuno, ma Roverto è davvero convinto di non avere nessun’altra scelta.

 -Ho una giovane moglie e due bambine che mi stanno aspettando. E non posso ancora farle aspettare. Se non potranno avere me, avranno almeno nel mio paese un cadavere e una tomba su cui pregare. Non ho nessuna fiducia nel vostro sistema giudiziario. Non ho santi in paradiso, né i soldi e gli avvocati di Berlusconi. E il Dio cui io credo è nero,  non è bianco. Carmelo, la giustizia italiana non mi può fare più male di quello che mi ha già fatto. Non rischio nulla, posso solo morire di fame, ma quando uno ha perso la libertà per sempre, questo è il guaio minore. Riguardo a mia moglie e alle mie figlie, la morte non può sopprimere l’amore, né impedire la riunione di anime che in terra si sono amate.

Come dargli torto? La pena dell’ergastolo trasforma la luce in ombra, la vita in morte, la felicità in dolore, il bene in male, perché non ci può essere futuro senza speranza. All’ergastolano rimane solo la vita, ma questa senza futuro è meno di niente. E con questa pena addosso è come se la vita fosse piatta. Non c’è più bisogno di fare progetti per il giorno dopo e per quello dopo ancora, poiché, in un certo senso, la pena a vita è una vittoria sulla morte perché è più forte della stessa morte.

Con la pena dell’ergastolo lo Stato si prende la vita di una persona come se questa fosse un oggetto e la ruba per sempre. L’ergastolano è come una clessidra, quando la sabbia è scesa, è rigirata di nuovo.

Non posso fare altro che augurare a Roverto una buona lotta e dargli un po’ della mia voce. La voce di un altro uomo ombra. E dirgli che morire per dimostrare la propria innocenza è la migliore delle morti.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova Marzo 2014

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 Dal Diario di Roverto Cobertera

 Oggi il 1 marzo,  un giorno qualunque: mi sono svegliato presto come sempre, ho fatto la mia preghiera, con tanta forza che mi fa male anche l’anima. Ho iniziato il mio sciopero della fame e mi sento sereno, deciso e determinato di andare avanti. Circa verso le nove e mezza, mi ha chiamato il medico, mi ha pesato e pesavo 82 kg.

 02/03/2014  Come sempre mi sveglio presto, ho fatto la mia preghiera e questa volta l’ho rivolta per i miei figli. Il medico è venuto, mi ha pesato e pesavo 80 kg.

 03/03/2014   Terzo giorno dello sciopero della fame. La “macchina” della Giustizia italiana mi ha tolto la speranza e la voglia di vivere. Spero che i miei figli possano perdonarmi.  Prego  Dio perché faccia loro  capire tutto questo.Oggi mi ha chiamato il medico, mi ha pesato: Kg 78,200. Mi hanno chiamato all’Ufficio Comando ma ho rifiutato l’incontro e ho spedito un comunicato sul perché sto facendo lo sciopero.

 

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