Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lo Spirito… di Giovanni Leone

Rural  road through the field

Rural road through the field

Questo scritto del nostro Giovanni Leone -detenuto a Voghera- è del 2009..

credo, ma non ne sono certo, che sia stato scritto dopo la morte della madre.

E’ un brano così intenso che ho voluto condividerlo con chiunque leggerà.

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Quando ho ricevuto la brutta notizia della tua perdita, la mia mente è entrata in una drammatica agitazione, come se fosse un vulcano in fase di esplosione. E in questa esplosione irrompeva in me ogni sorta di ricordo pieno di delicatezza, comprensione, sincerità.

Ho invocato il tuo nome, in una giornata di vento, così sarò. In qualunque posto si trova il tuo spirito, tu puoi udire la mia voce di implorazione carica di tutte le mie ansie, di tutte le me angustie.

Quando verrà la mia sorte, prego il buon Dio di giungere da te.

Giovanni Leone

22  giugno 2009

Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (prima parte)

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Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è uno degli amici storici del Blog.

Lui non scrive di frequente. Ma quando scrive è portatore sempre di un ricco percorso riflessivo che è espresso in uno stile “classico” e che risuona di una integrità umana e di un durissimo e costante lavoro su di sé che dura da tanti anni.

Pierdonato ci ha inviato il testo sull’affettività che ha inviato alla redazione di Ristretti Orizzonti per il concorso che hanno organizzato su questo tema. Il testo di Pierdonato intreccia la riflessione generale, col il suo vissuto. 

Oggi pubblico la prima parte.

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GLI AFFETTI VIOLATI

La mia storia è un po’ lunga e complessa. Mi rendo conto però che devo essere breve, conciso, e offrire un contributo per sensibilizzare chi legge sul tema dei rapporti affettivi, tra persone detenute, prive di libertà e le loro famiglie.

Sono stato incarcerato 20 anni fa. All’epoca i mie tre figli avevano rispettivamente 7 anni, 5 anni, 3 anni. I genitori rappresentano i due pilastri che reggono il mondo interiore affettivo del bambino. In assenza di uno dei genitori solitamente si aggrappano, per così dire, all’altro pilastro.

Dopo alcuni anni la mia compagna viene anch’essa in carcerata. A quel punto il mondo interiore del bambino può andare in frantumi. Il nucleo familiare comunque è totalmente paralizzato e annullato.

A sostituirli ci sono anziani nonni. Dopo qualche anno ancora mi viene applicato il regime del 41 bis. I rapporti affettivi vengono drasticamente ridotti ad 1 ora al mese e dietro un vetro divisorio a tutta altezza, privo di ogni contatto fisico.

In quel periodo, durato otto anni, vedevo i visi dei miei figli esausti sia per il lungo viaggio effettuato e sia per la lunga attesa per potere entrare al colloquio.

Dopo qualche anno di detenzione, la mia compagna necessitava di una operazione chirurgica. In questi casi l’ordinamento penitenziario prevede un’attenuazione delle pena. Invece, immediatamente gli viene applicato addirittura il regime del 41 bis. Quindi un tipo di detenzione più dura con più limitazioni. Per cui più limitazione uguale più sofferenza. Perciò si va ad incrudelire la pena, senza che ci fossero reali necessità che la giustificassero. Evidentemente si voleva approfittare di quel drammatico momento per fare leva sul dolore per raggiungere altri.. obiettivi. Si opera in regime di 41 bis.

Il tempo passa vengono a mancare i nonni paterni, poi materni. Alla mia compagna in regime di 41bis per sei anni e mezzo gli viene rigettato perfino il permesso  per ragioni umanitarie con scorta che viene dato solitamente a tutti i detenuti così come previsto dal nostro ordinamento penitenziario, per recarsi ad abbracciare il proprio genitore, padre, negli ultimi istanti di vita. Se ne è andato col dolore nel cuore di non poter vedere sua figlia. Poi, passano anni, ed è la volta di mio fratello maggiore. Si ammala di un mila incurabile, perché anch’esso la vita e anche a me rigettano il permesso di recarmi per un ultimo abbraccio.

Uno stato ottuso che non applica e disattende quei principi previsti della nostra Costituzione, del nostro ordinamento penitenziario e che invece poi pretende, al contrario, dai suoi cittadini il rispetto di quelle regole sociali che per primo lui non rispetta. In primis non è coerente, non è credibile verso il cittadino e in secondi non ha titolo per dare lezioni di etica e di moralità a nessuno.

Sarebbe invece molto più civile, giusto e perfino bello che in Italia ci fosse la libertà d’affetto come in altri paesi europei. Che i famigliari, i figli di quei cittadini che per qualsiasi motivo finiscono in carcere, non venissero criminalizzati, quindi non venissero ridotti i contatti, ostacolate le relazioni affettive, poiché il nucleo familiare continua a seguire il proprio congiunto ed è giusto che debba passare più tempo insieme a questi così come lo stesso Ordinamento Penitenziario prevede.

E’ previsto infatti che particolare cura deve essere dedicata a mantenere e migliorare le relazioni dei detenuti, proprio nel momento che il nucleo familiare vive una separazione drastica, forzata, drammatica come è il carcere.

Prevede quindi che la famiglia sia un valore affettivo da tutelare in qualunque contesto, così come lo impone anche l’art. 29 della nostra Costituzione, quindi anche nel contesto penitenziario. Anzi in quest’ultimo è di più di un valore affettivo, è un elemento del trattamento penitenziario.

Ma come sappiamo bene sono due cose distinte e separate, il diritto scritto e il diritto applicato. A parole l’Italia vuole apparire una nazione civile e democratica. Nei fatti siamo il Paese più condannato dalla Corte Europea non solo in tema di giustizia ma anche in altri ambiti.

Spesso così facendo si inducono i figli dei carcerati a odiare le istituzioni, perché incoerenti, ingiuste e non rispettose delle stesse leggi e principi che reggono il nostro vivere civile. Rispetto ai Paesi europei più emancipati, noi italiani siamo su questo aspetto dei primitivi, non riusciamo proprio ad elevarci ed evolverci.

Di fronte alla tristezza di questi affetti violati, dove si criminalizza il rapporto tra famiglia e congiunti del detenuto. Il mio unico sistema per tenere uniti i cocci in frantumi della mia famiglia è stata la LETTERA. Ho scritto così migliaia e migliaia di lettere. Un fiume di inchiostro. Mi sono sforzato di dare loro una educazione continua e costante. Mentre una educazione discontinua impedisce invece di fissare delle relazioni capaci di dare sicurezza, poiché il figlio sperimenta l’alternarsi di presenza/assenza della madre o del padre, perdendo così ogni riferimento rassicurante.

Su questi pezzi di carta hanno viaggiato i nostri sentimenti, ansie, gioie, dolori, speranze, attenzioni. L’AMORE. La lettera è diventato il filo rosso che ci ha tenuti uniti.

Rispetto ad un genitore libero è stato come nuotare con il mare agitato, avendo le mani legate. A volte per i disagi e le varie problematiche che emergevano, siamo stati anche uno due anni senza vedere i figli.

Con la mia compagna, ci siamo abbracciati fisicamente dopo nove lunghissimi anni. L’articolo 1 del nostro Ordinamento Penitenziario dice: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona”. Tutto quello che ho scritto finora dà l’impressione di uno stato democratico civile eppure è anche spesso e volentieri tirannico? Che non rispetta assolutamente questo articolo?

La cosiddetta “sicurezza” deve essere servente della legalità e non essere (come spesso avviene) utilizzate per vessare o inutilmente incrudelire una pena chi è già da decenni detenuto.

Riforme per il diritto penitenziario (seconda parte)… di Domenico D’Andrea

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ll sedici agosto avevo pubblicato la prima parte della bozza di un testo di proposta di riforma dell’Ordinamento penitenziario, scritta dal nostro Domenico D’Andrea, detenuto a Padova (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/08/16/riforme-per-il-diritto-penitenziario-prima-parte-di-domenico-dandrea/).

Oggi pubblico la seconda e ultima parte.

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-ASSOCIAZIONI DI VOLONTARIATO DIVISE OBBLIGATORIAMENTE IN RETE ASSISTENZIALE INTERNA E RETE ASSISTENZIALE ESTERNA. Capita spesso di vedere nelle sezioni più volontari che detenuti. Ognuno appartiene ad un’associazione o ad una parrocchia o ad una chiesa dei vari culti. La figura del volontario all’interno del carcere è relativamente utile e svolge una funzione di ascolto e di assorbimento delle sofferenze. Sopperisce alle carenze affettive del detenuto. Ma credo sia completamente inutile l’operato di diversi volontari della stessa associazione all’interno della stessa struttura, per poi non ritrovare nessun volontario fuori dal carcere al momento della sua dismissione. Quindi ogni chiesa o associazione che voglia far entrare due volontari per le proprie opere pie all’interno del carcere deve garantire anche almeno due volontari fuori dalla struttura, pronti a dare prima assistenza al detenuto dismesso. Purtroppo capita sempre più spesso che detenuti dismessi bussino alle porte delle autorità preposte, al comune o alla caritas, o nelle chiese o agli stessi volontari che hanno conosciuto in carcere che assolutamente non possono (o non vogliono) aiutare il dismesso dandogli una prima assistenza (un posto dove dormire, un piatto caldo, l’aiuto per la ricerca di un lavoro, ecc.) e paradossalmente dopo avere bussato a tutte le porte di coloro che avevano il dovere di aiutare il dismesso, l’unica porta sempre aperta è quella del crimine che facilmente e sempre più ben volentieri assorbe ex detenuti tra le file delle proprie organizzazioni, garantendo loro tutto l’occorrente per iniziare una nuova vita fuori dal carcere.

-INTRODUZIONE DI UN BIMESTRE BIANCO. Due mesi prima della dismissione del detenuto, lo stesso può essere allocato in un’apposita sezione in modo tale che cominci ad allontanarsi mentalmente dalla rigida vita carceraria e dalla relativa mentalità che l’avvolge e che vige inesorabilmente all’interno delle sezioni, alle regole e dalla famigerata legge del carcere che inevitabilmente pregna la personalità del detenuto. Definirei questo bimestre bianco come una fase di stemperamento nella quale il detenuto riacquista la su personalità originaria. Ed inoltre in questa sezione cominciano ad operare i volontari esterni, i quali avranno il compito di ricucire i rapporti famigliari ove ve ne fosse bisogno; di accompagnare il detenuto nella ricerca di un lavoro idoneo; di preoccuparsi circa il modo in cui il detenuto dismesso dovrà raggiungere la famiglia di origine indottrinandolo all’inizio di una nuova cultura civica attraverso un corso di educazione civica.

-ESPERTI DEL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA ANCHE IN CARCERE. Il Tribunale di Sorveglianza è adibito per valutare l’eventuale concessione di misure alternative alla detenzione. Il Tribunale ha una composizione collegiale ed è formato da: Presidente; un Magistrato relatore che di solito è il Magistrato di Sorveglianza di competenza per le esigenze di quel detenuto e di un gruppo di esperti (criminologi, psicologi, e sociologi) che assolutamente non conoscono il richiedente nello stesso modo in cui lo conosce il Magistrato relatore. Quindi questi esperti sono portati tendenzialmente a dare valutazioni importantissime; date però in modo teorico e fittizio, ricche di scarsissime considerazioni sulla persona che si trovano davanti. Si renderebbe opportuno, visto che questi esperti sono comunque ben retribuiti, che gli stessi sostenessero dei colloqui in carcere con i candidati che da lì a qualche mese dovranno giudicare. Dal momento della richiesta al momento dell’udienza trascorrono mediamente 8-9 mesi, tempo più che sufficiente affinché questi esperti svolgano il loro ruolo, nella più totale completezza e professionalità, consumando colloqui in carcere con chi si troveranno a giudicare. Ritengo sia demagogico attribuire giudizi azzardati, che risolvono questioni di particolare importanza, come la libertà della persona, i rapporti genitoriali, la tutela della famiglia, ecc., nei confronti di chi non si conosce affatto.

-SEZIONI DIFFERENZIATE NON PER TIPOLOGIA DI REATO MA SULLA BASE DELLA PERSONALITA’ DEL DETENUTO. Attualmente il  nostro sistema penitenziario prevede alcune differenziazioni di sezioni divise in: 41 bis; AS; comuni; protetti; e semiliberi.  Non è raro vedere persone non propriamente definite pericolose allocate in stanze e sezioni zeppe di detenuti con elevata capacità criminale che, inevitabilmente, condizionano e rendono la vita difficile a chi pensa solo a tornare presto a casa. Quindi si renderebbe opportuno suddividere le predette ripartizioni sopra descritte, già esistenti, in  ulteriori sottosezioni distinte secondo la personalità del reo. Il carcere non può sempre e solo risolversi a danno dei più deboli nella ormai nota trasformazione da persona a criminale che il carcere in sé comporta. Benché l’art. 14 del nostro ordinamento preveda una sorta di ipotesi per evitare le influenze nocive, non specifica come queste differenziazioni debbano essere fatte e quindi non vengono fatte.

-SISTEMA PREMIALE A PUNTI. Il carcere non può nemmeno risolversi a vantaggio dei più furbi. Un sistema premiale a punti, sebbene condizioni il comportamento del detenuto, riesce comunque a spingere il detenuto verso una tendenza a fare le cose buone per se stesso, per i propri compagni di sezione e, in alcuni casi, per la collettività. Spesso si frequentano scuole e corsi di formazione solo per l’incentivo economico che le stesse offrono: “vado a scuola solo perché mi pagano”. L’incentivo economico può essere affiancato o sostituito con un sistema premiale a punti: “vado a scuola per avere i punti necessari a ottenere il beneficio”. Credo che sia poco educativo spingere il detenuto ad andare a scuola, solo incentivandolo con un sussidio. Questo sistema premiale a punti, oltre a comportare un beneficio economico per le casse dello Stato, tende veramente a premiare i più volenterosi, meritevoli, e quelli con una spiccata tendenza alla rieducazione spontanea. I benefici che questo sistema potrebbe comportare potrebbero riguardare qualche giorno in più di permesso premio per chi già ne usufruisce o per chi non può usufruirne, potrebbe riguardare una giornata intera con i propri famigliari nell’area verde dell’istituto. Ogni grado scolastico comporterebbe una certa quantità di punti, ogni azione di volontariato all’interno del carcere altri, e così via.

-LIBERAZIONE ANTICIPATA VERAMENTE ANTICIPATA. Ad ogni semestre vengono concessi 45 giorni di liberazione anticipata ai detenuti che abbiano serbato regolare condotta. Il procedimento per la richiesta della liberazione anticipata risulta essere abbastanza complesso e tende a coinvolgere ripetutamente, ad ogni semestre, diversi operatori ed organi giudiziari intasandoli. Non poche volte capita che detenuti che hanno già finito la pena, aspettino la liberazione anticipata che arriva in notevole ritardo, rimanendo trattenuti “quasi illegalmente” per diverse settimane oltre il limite previsto. Sarebbe quindi  opportuno concedere, GIUNTI A META’ PENA, la liberazione anticipata tutta assieme e, solo nel caso di infrazione disciplinare, avviare un procedimento di revoca per ogni singolo semestre. I vantaggi di questa modifica sarebbero immani: snellimento delle pratiche presso le procure e le magistrature di sorveglianza; possibilità del detenuto di avere una riduzione che gli comporti il compimento dei termini per la richiesta di un eventuale beneficio; evitare la paradossale situazione che il detenuto resti in carcere più del dovuto solo a causa di ritardi burocratici.

Le presenti proposte costituiscono solo una bozza di un quadro di riforma che potrebbe essere ben più ampio. La presente viene inviata all’Università di Padova, viene sottoposta al vaglio di alcuni detenuti dislocati in altri istituti e verrà esposta nella vetrina del Blog “Urla dal Silenzio”. Chiunque voglia fare commenti o dire la propria, o dare consigli su altre modifiche utili per la popolazione detenuta, può rivolgersi a:

D’ANDREA DOMENICO

VIA DUE PALAZZI 35/A

35136 PADOVA

STUDIO DEL CONTESTO E DITTATURA DELL’INGNORANZA.. di Pierdonato Zito

Pierdonato Zito è una delle presenze principali di questo Blog, presente fin dai primi ..”vagiti”.. e con una molteplicità di contributi, interventi e creazioni che riflettono la natura eclettica, profonda, colta e creativa dello stesso autore. E, per i nuovi lettori del Blog, basta mettere le parole PIERDONATO ZITO nella barra CERCA NEL SITO.. e potrete vedere i suoi disegni, le sue posie, le sue riflessioni.

Il testo che pubblico oggi e che Pierdonato a scritto apposta per tutti gli amici del blog, è qualcosa di più di un articolo o di un insieme di riflessioni. E’ un vero, lui mi prenderà a pomodori quando leggerà questa presentazione vista la sua umiltà.. è un vero piccolo SAGGIO.

Ci si può trovare d’accordo o meno su tanti aspetti, ma è innegabile l’impegno e lo sforzo di studio, analisi, comprensione, condivisione che in esso è contenuto e che esso a sua volta rivela a chiunque vi si approcci con sguardo minimamente aperto e con mente minimamente onesta.

ONESTA’. Se volete potrebbe essere il sottotitolo di questo studio. E già solo per questo andrebbe apprezzato. ONESTA’ rispetto all’assordante e bastardo rumore delle falsificazioni, delle manipolazioni, e dei ragli urlati di ogni genere. E’ costante in esso una forma di INDIGNAZIONE verso l’ingnoranza che uccide, l’allevamento massiccio del pregiudizio, la scuola del conformismo, la facile morale e l’autoreferenziale monologo di chi pretende di insegnare e illuminare gli altri, quando invece è immerso nelle tenebre, la sciatteria mentale e morale, vera e propria forma di stanchezza dell’anima, di chi pigramente balbetta pappagallescamente ciò che viene venduto nella piazza del mercato, il cibo precotto, premasticato, predigerito. Questo testo è in primo luogo, al di là degli stessi riferimenti concreti, un invito all’UMILTA’, allo sguardo sgombro, alla mente libera, all’approccio verso la concreta persona che ha commesso un delitto (ma questo metodo vale per chiunque, anche se non fosse finito nelle tenaglie giudiziarie).. la capacità di non fermarsi al capro nero da bruciare nel falò quasi come rito scaramantico e purificatore, la capacità di non fermarsi solo agli effetti e allo stigma di COLPEVOLE… ma di andare alle radici, alla causa, prima, alle concause. La capacità di RICOSTRUIRE IL CONTESTO.

E tutto il testo vive di una dicotomia tra due tipi di uomo.. L’ignorante demagogico e manipolatore.. e LO STUDIOSO DEL CONTESTO.. che in radice non è altro che ogni uomo onesto, aperto, di mente libera e di sguardo ampio, guidato dall’amore di verità e non dai pregiudizi.

Vi è tutta una considerazione globale delle  possibili cause e concause che è molto interessante. Ma c’è un punto in particolare che voglio citare prima di lasciarvi alla lettura di questo testo un pò più lungo dei soliti, ma che merita sicuramente di essere letto. Quando scrive, citando Vallanzasca..

“Le grandi opere pubbliche in Italia sono le grandi rapine..”..

E poi, poco dopo..

“Il criminale di bassa macelleria, poichè il suo comportamente aggressivo diventa prevedibile, per questo motivo diventa più innocuo ed è più facile combatterlo. Il colletto bianco, invece, è più pericoloso, perchè è imprevedibile, si maschera da persona bonaria, che fa il bene della società, che rispetta le regole del vivere civile, non è aggressivo fisicamente, ma il MECCANISMO MENTALE che porta ad operare è simile, anzi peggio del “solito” criminale. Uno dei peggiori tipi di”uomo” è quello che è guidato dall’istinto dello sciacallo; l’approfittatore. Esempio, accade una calamità naturale e non (alluvioni, terremoti); è pronto cinicamente dall’alto del suo potere a vivere e vegetare, strumentalizzando e approfittando delle disgrazie altrui. Orientano l’opinione pubblica veso emergenze di criminalità per mascherare e nascondere i grandi intrallazzi in cui sono maestri.”

E per finire..

IL LORO DANNO NON E’ QUANTIFICABILE.. E’ UN DANNO COLLETTIVO… SOCIALE.. IN QUESTO MODO SI “UCCIDONO” TANTI DESTINI, DESTINI DI TANTE PERSONE.”

Amici, questo è uno di quei pensieri che mi ossessionano da tantissimo tempo, da quando ero ragazzino. L’idea che il male commesso da chi gestisce il potere, controlla gli apparati economici, e influisce  su piani collettivi (es. i piani regolatori cittadini) sia solo “apparentemente” un male minore da punire con pene blande rispetto al male assoluto rappresentato dai reati di sangue e commesso da rapinatori, violenti e assassini. Questi sono certo reati gravissimi.. ma i reati compiuti dalle elité sociali, economiche, politiche, mediatiche, finanziarie non sono meno gravi solo perché “non ci scappa il morto”. Anzi, spesso sono altrettanto se non più gravi. Non vedete il sangue scorrere, ma si “uccidono” i destini di migliaia di persone. Facciamo alcuni esempi. Quando una azienda per profitto scarica liquame tossico in laghi, fiumi e falde acquifere, il “danno umano” verso donne, uomini, bambini è davvero cosa molto più lieve rispetto all’omicidio di un rapinatore? O chi realizza o copre il seppellimento abusivo di metalli tossici e scorie radioattive, magari anche perché con una bella mazzetta chiudi un occhi, se non tutti e due.. commette solo reati più lievi? NO, SECONDO ME PIU’ GRANDI. SI AVVELENANO POTENZIALMENTE INTERE COLLETTIVITA’, AUMENTANO NEGLI ANNI I CASI DI MALATTIE DEGENERATIVE, NASCONO FETI MALFORMATI, MOLTI MORIRANNO, ALTRI VIVRANNO IN CONDIZIONI ESTREMAMENTE PRECARIE.

NON E’ OMICIDIO QUESTO?

NON E’ DISTRUZIONE DELLA SPERANZA E STRONCAMENTO DELLA QUALITA’ DELLA VITA?

NON E’ PEGGIO DI CHI UCCIDE UNA PERSONA IN  UN CONFLITTO A FUOCO?

Eppure i grandi industriali e manager coinvolti in questi reati, e i politici prezzolati che li coprono.. non verrano MAI puniti come gli autori di un omicidio.. figuratevi poi se si beccheranno l’ergastolo.

Ma sono casi estremi? Non credo. Ma scendiamo ad un livello mento drammatico.

Chi per convenienza, intrallazzi, pressioni e scambi permette che la citta si sviluppi secondo un piano regolatore infame, che non tiene conto della vivibilità dell’ambiente sociale e delle esigenze dei cittadini, e, per ragioni di profitto.. fomenta il pullulare di indegni casermoni spacciati per condomini e di quartieri dormitorio come lo ZEN di Palermo.. commette solo reati amministrativi, burocraticie  finanziari?

NO, RUBA IL FUTURO DI CHI NASCERA’ E’ CRESCERA’ IN QUEI QUARTIERI.

Il testo di Pierdonato è un forte atto di accusa contro tutta l’ipocrisia di cui siamo circondati..

Buona lettura..

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SULLA SBRIGATIVA ETICHETTA DI DETENUTO

Basta uno sguardo alle pagine di un giornale per apprendere i fatti di cronaca. Molti di conseguenza esprimono giudizi affrettai, superficiali e incompetenti, basando questi giudizi su presupposti errati. Quasi tutti sono pronti a puntare il dito, per accusare sull semplice base di ciò che gli viene propinato. Arrivano a chiedere addirittura la pena di morte.. di giustiziare rapidamente chi fa qualcosa di sbagliato.

Trovo che questo approccio del problema presenti un vizio di fondo. Io mi sono invece chiesto.. perché in alcuni individui c’è un tratto della personalità più aggressivo e perciò più distruttivo? Questa domanda mi ha sempre interessato, e a questo quesito ho cercato di dare una risposta; basandomi sulla mia stessa conoscenza empirica, e su mie ricerche. Mi sono detto..  come in tutte le cose, per capirle occorre partire dal presupposto giusto, per arrivare poi a conclusioni altrettanto giuste. E’ scontato che se dovessimo partire dal presupposto errato, irrimediabilmente arriveremmo a conclusioni altrettanto errate. E quale è il presupposto giusto in questo caso? Quale è il punto dal quale dovremmo partire? La risposta che mi sono dato è la seguente:

“Per tentare di capire, per cercare di comprendere seriamente la vita di un individuo è necessario conoscere il CONTESTO in cui questi ha vissuto”.

In poche parole c’è.. una storia dietro questa persona, e in qualsiasi storia individuale noi abbiamo sempre un contest, dove questo soggetto si è rapportato e quindi ha agito. Ovvero, qull’ambito familiare, ambientale, sociale, culturale dove storicamente si è mosso. Gli studi effettuati sull’argomento di criminologia, di sociologia, di antropologia.. hano dimostrato che il comportamento umano è figlo soprattutto di un condizionamento di questi fattori, che plasmano e influenzano la persona. Noi, quindi, dovremmo effettuare, diciamo così, una sorta di “studio” ce individui le ragioni, le cause del comportamento.

Se non si parte da questo presupposto condivisibile, non c’è proprio alcuna speranza di capire le causa. Dietro la sbrigativa eticheta di detenuto si cela  perciò una storia. Il comportamento distruttivo che tutti gli erroni umani hanno come pulsione all’interno di se stessi e che denota aggressività, in realtà è un problema sì, ma è una conseguenza di una causa prima. Quindi il CONTESTO come oggetto di ricerca.

QUEGLI SCHIZZI DI FANGO

Mentre è tipico dell’ignorante parlare senza cognizione di causa, è sinonimo di chiusura o comunque di vuoto culturale che riduce ad emettere “sentenze” senza capire. L’ignoranza e la presunzione come sappiamo spalancano le porte all’errore. Appartiere allo… studioso invece quella capacità di andare in profondità, di scavare  sotto la superficie, di andare oltre le apparenze, per reggiungere le radici e cpire le vere ragioni di un comportamento, e se mai di RIMUOVERE, di conseguenza, le cause che lo producono. Andare quindi oltre quello che si vede sulla facciata delle cose e delle persone. Coloro che sono mentalmente limitati invece si pongono diversamente di fronte ad un problema del genere. La domnda a questo punto è la seguente:

“Chi scrive perciò ha titolo per parlare?”

Visto che non sono né un criminologo, né un sociologo, né un antropologo, né uno psichiatra. NON LO SO.. posso dire che.. in questo scritto non c’è la pretesa di dare lezioni a nessuno. Posso però, ancora una volta fornire elementi di riflessione. Ecco, questo posso fare… posso cioè consegnare la mia esperienza, avendo vissuto 21 anni dei miei 51 in prigione, e non mi sembra poco. Ciò che scrivo non nasce da un sentito dire, ma nasce da una esperienza vissuta concretamente sulla propria pelle, dove io ho vissuto, dove io ho conosciuto, dove io ho osservato, dove io ho meditato.. sono quindi conoscenze empiriche

LE FESSERIE MEDIATICHE

Vediamo così, quotidianamente, in TV e sui m ass media, quelli che qualcuno ha chiamato ironicamente… “i sacerdoti dell’ignoranza”, una vera e propria dittatura dell’ignoranza, grassa grassa, che occulta le ragioni del problema… e non solo, ma si mostrano perfino orgogliosi di volerla ignorare!! E quindi assistiamo ad un dare fiato, senza riflettere, sprecando ottime occasioni per stare in silenzio…

Ogni giorno la TV vomita nelle case i fatti di cronaca, con una curiosità morbosa. Gli intervistati, i commentatori, sono quasi sempre gente che dimostra una incapacità di discernere e di analizzare. E quindi c’è quasi una gara a chi la spara più grossa. La superficialità, poi, come sappiamo, offende anche… perciò prima di sparlare di fatti, di persone, bisognerebbe capire, prima, sia i fatti, sia le persone. Prima di fare di tutta un’erba un fascio è giusto, è onesto, porsi nel modo corretto di fronte a tutto ciò. Siamo diventati uno strano paese, dove si ha difficoltà a riconoscersi. Un popolo che non legge o legge poco, e che si informa solo dalla TV (che il più delle volte rimbecillisce e manipola le menti, che produce cellulite nei cervelli) e si merita i politici che ha. I tg sono colate di notizie nefaste, scenari apocalittici, sempre identici. Una politica chiacchierona, si agitano e si muovono, strumentalizzando per un pò di potere. Politici che non rappresentano più nessuno se non loro stessi. Se questi sono i giiusti… io sono contento di esseere così come sono.

Sembra che non ci sia interesse a capire in questa ipocrisia dominante. Incompetenti che occupano ogni spazio televisivo possibile. Li ritrovi dappertutto per servire il loro minestrone di teorie fatte dei soliti inconcludenti ingredienti, con la presunzione di indicare una dritta, una chiava di lettura, o leggi speciali, sull’onda emotiva del momento, dove l’ignoranza e il giustizialismo becero la fanno da padrona.. è quanto di più errato si possa fare.

LO STUDIOSO DEL CONTESTO

Abbiamo stabilito quindi che, è lo studioso del contesto che meglio di chiunque altro si pone diversamente di fronte al fenomeno. E’ lo studioso che cerca quindi le tracce del soggetto, si imbatte quindi sul suo passato e legge poi in modo critico, e non acritico, gli elementi ricercati da questo studiio, individuandone le probabili cause e ragioni; non per una giustificazione o come esercizio accademico, ma per capire realmente il problema alla sua radice. Lo studioso quindi va a recuperare una visione del mondo e di come essa veniva vissuta dal soggetto. Spostando la visione attuale a  quella di venti-trenta-quaranta anni addietro, nel caso del detenuto (visto che in italia ci sono anche detenuti da 40 anni in carcere), cioè all’epoca in cui il soggetto ha vissuto le vicende giudiziarie che lo hanno drammaticamente travolto; iniziando dalla sua infanzia e a seguire.

Senzaa un lavoro serio, del genere, non è possibile ricostruire nulla. E’ in questo percorso a ritroso, tutt’altro che facile, che bisognerebbe cercare. Queso direi che è quasi un lavoro scientifico, diversamente si ha uno sguardo deformante, non una lettura oggettiva, ma limitata e fuorviante. Un individuo di fronte a un dilemma, ad una scelta.. dieci, venti, trenta anni fa, quando si chiedeva… quale sarebbe stata la cosa più giusta da fare in una determinata circostanza, logicamente e naturalmente la scelta era diversa dalle scelte che avrebbe operato oggi. Appurnto perché… il tempo, l’età stessa dell’individuo, e altri fattori che ho elencato, si sono modificati, modificando sia il modo di porsi che la sua visione della via, delle cose e del mondo.

Per estremizzare… se durante l’inquisizione la Chiesa riteneva giusto e doveroso bruciare vivi gli eretici… altri esseri umani… in seguito la stessa Chiesa lo ha considerato aberrante. Ho estremizzato, lo, ma l’ho fatto per rendere meglio ciò che intento esplicitare. Quindi, lo studioso si pone con atteggiamento di r icerca razionale, un approccio distaccato e oggettivo, che è caratteristico dell’atteggiamento scientifico. Curare le conseguenze dolorose di queso atteggiamento scientifico e distruttivo dei soggetti (costruendo sempre più carceri, o peggio, inasprendo le pene a chi è già da anni detenuto, comminando pene “esemplari”, buttando le chiavi e abbandonando l’individuo nel carcere dove lo stao lo ha collocato), senza preoccuparsi della causa primaria del problema è insensato e ridicolo. Soprattutto se la causa potrebbe essere scoperta e raggiunta. Errore è quindi intervenire sugli effetti, piuttosto invece che sulle cause. Il problema si combatte partendo dalle radici. E’ sbagliato concentrarsi sugli effetti, trascurando le cause e perdendoci dietro tanti discorsi inutili. Lo studioso abbiamo detto si domanda…

PERCHE? PERCHE’ QUESTA PERSONA E’ RIMASTA COINVOLTA IN VICENDE GIUDIZIARIE? PERCHE’ HA UN TRATTO DISTRUTTIVO, AGGRESSIVO PIU’ CHE IN ALTRI SUOI SIMILI? COSA E’ SUCCESSO NEL PASSATO DI QUESTA PERSONA PERCHE’ SI RITROVASSE IN CARCERE?

Andiamo a questo punto a vedere i vari elementi:

* L’ETA’: è n fattore determinante, in quanto nella giovane età la visione della vita è diversa mn mno che si cresce e si matura. E’ l’uva matura a dare il vino buono, non l’uva acerba.

* CONTESTO STORICO: il clima sociale in cui l’individuo ha vissuto. Mio padre, per fare un esempio, nel 1940, allo scoppio della Seconda Guerra mondiale, aveva 24 anni, era pieno di forza e voglia di vivere… ma dovette consumare i più begli anni della sua vita a combattere, partecipando a 4 compagne di guerra. Ferito, cadde prigioniero e stette 5 anni nei campi di concentramento. E’ stato figlio del suo tempo. Per capire lui devo studiare il contesto storico in cui ha vissuto. Io sono figlio del mio tempo; e i miei figli sono figli del loro tempo. Senza considerare l’aspetto storico e il clima sociale non si arriva da nessuna parte.

* CONTESTO FAMILIARE: in famiglie, ad esempio, dove si è spezzata l’armonia familiare.. divorzi, carcerazione di uno dei genitori, morte di uno dei genitori, disaccordo tra i genitori.. sono solo alcune delle cause che influiscono sul livello di socializzazione dell’individuo. Il livello di moralità incide e plasma, influenza le scelte di vita, il comportamento, i valori, i principi. L’educzione che ha ricevuto tra le quattro pareti di casa, l’aria che ha respirato, ciò che per lui vuol dire “BENE” e ciò che per lui vuol dire “MALE”. Oppure, se ha subito violenze fisiche-psicologiche, d adulto tenderà a riprodurle, o comunque ad essere molto aggressivo.

* CONTESTO AMBIENTALE: per chi abita in un quartiere povero il livello di frustrazione sociale e personale è maggiore per i disagi che vive. E la risposta aggressiva è maggiore. Un quartiere malfamato, degradato, produce più devianza di chi vive in un quartiere residenziale. Quindi il luogo dove è cresciuto, si è formato, cosa ha visto, cosa ha sentito, di ciò di cui è stato circondato l’individuo, influenzano significativamente.

* CONTESTO CULTURALE: vivere al Sud, vivere al Nord, vivere in un paese mussulmano, vivere in un paese occidentale, ecc..ecc.. vivere in grandi metropoli o in un paese sperduto. Sono tutti elementi da valutare. E’ dimostrato scientificamente che esiste un rapporto tra criminalità e grado di istruzione. L’azione di un individuo è prima di tutto un pensiero. Non esiste il MALE  e il BENE.. i manichei fanno tali distinzioni… esiste chi riesce a comprendere e chi non riesce a comprendere certi valori.

* LE CONDIZIONI ECONOMICHE: c’è un rapporto tra povertà e delitto. I poveri costituiscono la maggior parte della popolazione carceraria. Non ho mai visto politici-industriali-magistrati.. insomma il ceto più agiato e che detiene il potere.. farsi 4-5-10-15-20-30-40 anni di carcere. Eppure continuamente siamo tempestati di notizie, di scheletri negli armadi dei colletti bianchi. La disoccupazione è una causa, più o meno costante, di disparità tra chi ha troppo e chi ha troppo poco, e questo può generare un’esplosione, una drastica sterzata nelle azioni dell’individuo… la sua.. DELUSIONE.. verso le istituzioni.. l’esempio che da queste riceve. Vivere in città particolari, dove ci sono più forti conflitti sociali fa si che il malessere sociale diventi condizionante di causa. E il punto è che non è un problema di ordine pubblico, ma un problema sociale. Per evitare che il cittadino finisca in carcere si deve risolvere la CAUSA PRIMA.

* L’OCCASIONE: anche l’occasione può essere una concausa della condotta deviante di un individuo in tutte le scelte sociali.

* infine ci sono le cosiddette PSICOPATOLOGIE: cioè individui con disturbi del comportamento, non dovuti a malattie vere e probrie mentali, ma ad alterazioni del carattere.

Perciò, come si può vedere, il discorso è molto più complesso e articolato. Io l’ho espresso rozzamente, a grandi linee. Lo studioso invece procede, penetrando con lo sguardo nell’epoca e nei vari contesti del soggetto. Il suo sguardo non è quello nostro, odierno, ma va a ritroso nel tempo, entra così a conoscere i modelli di riferimento, di come la vita e il mondo veniva visto e vissuto. E qui diventa interessante osservare, comprendere una serie di riflessioni. Man mano che si ricostruisce ci si ritrova di fronte ad uno scenario molto vicino e obietivo, alla verità. Molto più scientifico, perciò in grado di capire, e magari di favorire l’aumento della nostra conoscenza per una più profonda comprensione della realtà vissuta dall’individuo. Non ha una sola causa, come abbiamo visto, ma una serie di concause. Cioè ha cause molteplici, un complesso, oserei dire, di motivazioni. A questo punto c’è da precisare.. che.. andare alla radice del problema, non vuol dire, necessariamente, risolverlo subito, immediatamente; ma è il modo sicuramente più giusto di approcciarsi per risolverlo.  Bisogna quindi rimanere aggrappati alla razionalità, alla ragione, all’equilibrio, al buon senso. Buttare le chiavi vuol dire solo rimuovere il problema dalla nostra vita, dalle nostre coscienze, ed è, più di tutto, una sconfitta civile, culturale, policat, oltre che morale.

GLI ILLUSTRI IPOCRITI

In tutte le istituzioni umane, a tutti i livelli sociali, c’è tanto bene e c’è tanto male. Miscela che esige prudenza e umiltà. Il degrado etico, morale, sociale dei colletti bianchi, industriali, politici, “uomini” di potere, costruttori, classi dirigenti che usano il paese per fare i propri affari, consulenze d’oro, appalti, scandali piccoli e grandi.. quello che oggi con un nuovo neologismo è indicato come CRICCA. Cito a tal proposito una intervista, che leggevo, di Renato Vallanzasca, che diceva..

“Le grandi opere pubbliche in Italia sono le grandi rapine..”..

.. parola di uno che se ne intende… Come non concordare con lui? Non c’è nessuna differenza tra chi sposta enormi somme di denaro, cinicamente, truffando, raggirando il prossimo e un “criminale” che ha ucciso, magari per difendere la propria vita. Anzi, il primo caso è più grave perché si tratta di soggetti che fanno parte delle istituzioni. Il criminale di bassa macelleria, poichè il suo comportamente aggressivo diventa prevedibile, per questo motivo diventa più innocuo ed è più facile combatterlo. Il colletto bianco, invece, è più pericoloso, perchè è imprevedibile, si maschera da persona bonaria, che fa il bene della società, che rispetta le regole del vivere civile, non è aggressivo fisicamente, ma il MECCANISMO MENTALE che porta ad operare è simile, anzi peggio del “solito” criminale. Uno dei peggiori tipi di”uomo” è quello che è guidato dall’istinto dello sciacallo; l’approfittatore. Esempio, accade una calamità naturale e non (alluvioni, terremoti); è pronto cinicamente dall’alto del suo potere a vivere e vegetare, strumentalizzando e approfittando delle disgrazie altrui. Orientano l’opinione pubblica veso emergenze di criminalità per mascherare e nascondere i grandi intrallazzi in cui sono maestri. Gli sciacalli dal colletto bianco sanno come operare, conoscono come raggirare le leggi, da amici o da loro stessi emanate.

IL LORO DANNO NON E’ QUANTIFICABILE.. E’ UN DANNO COLLETTIVO… SOCIALE.. IN QUESTO MODO SI “UCCIDONO” TANTI DESTINI, DESTINI DI TANTE PERSONE.

Ma come sosteneva Shopenauer..”la massa è femmina. Ama farsi fottere”. Forse non aveva tutti i torti.

Nel 2010 molta gente vive ancora di stereotipi, credendo con facilità a tutto ciò che viene loro propinato. Pensano ancora che colui che è in carcere è il cattivo della società. Come se la società fosse immune da questo. C’è gente che ancora nel 2010 è ingabbiata in questi stereotipi. Ma chi non è mai stato in carcere non è che sia più onesto o persona perbene di colui che è in prigione. E’ semplicemente incensurato. Non è detto ce sia persona onesta e perbene, che invece è un’altra cosa, a prescindere che si trovi o meno in carcere.

Fermo qui le considerazioni sull’argomento e mi avvio alla conclusione.

FALLA FINESTRA DI UN ERGASTOLANO

L’uomo come abbiamo visto è sensibile ai disagi, alle frustrazioni esistenziali e sociali, in modo variabile. Non tutti reagiscono allo stesso modo. Partendo dal fatto che l’uomo è il più crudele e violento di tutti gli esseri viventi. La specie umana è l’unica che pratica l’omicidio di massa. Le guerre e l’ondata distruttiva in cui annega il mondo lo conferma. E’ necessario che onguno di noi (parlo di tutti) faccia qualcosa di concreto e costruttivo per creare un contesto migliore, iniziando da quello a noi prossimo e nel cassetto di vedere un mondo migliore.

Come i grandi Maestri di vita hanno insegnato.. in primis un certo Gesù di Nazareth.. lo scopo supremo della vita di un uomo, dal quale derivano tutti gli altri, è quello di sviluppare appieno la propria umanità.. e l’UMILTA’ è una delle qualità principali che la compongono. L’uomo ha il dovere di affrontare il “MALE”, e di trasformarlo in “BENE” se può.

Calamandrei scriveva che… i Potenti non hanno mai servito ai cittadini, in qualsiasi tempo e lugo, e la funzionalità della giustizia non è da meno. I potenti ci sono sempre stati, e ci saranno sempre.. la storia insegna. Dietro la maschera dell’uguaglianza (la cosiddetta “legge uguale per tutti”), della fratellanza desiderata da tutti gli uomini, si nasconde un modo INIQUO  e INGIUSTO di fare giustizia. Ecco perché la parabol evangelica su chi potesse permettersi di scagliare la prima pietra.. era valida 2000 anni fa, ed è valida tutt’oggi.

Chiedo venia (come al solito) per le ripetizioni e le sovrapposizioni. Ho cercato di limitarle il più possibile. Tuttavia, alcune sono state inevitabili. Un saluto a tutti quelli che mi leggono.

“Ricordatevi quando avete a che fare con un detenuto.. molte volte avete davanti una persona migliore di quanto non lo siete voi”.

Sandro Pertini

PIERDONATO ZITO

25-06-2010 – VOGHERA

 

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