Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Torturiamo appena appena.. uccidiamo poco poco.. una volta sola… di Francesca De Carolis

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Pubblichiamo oggi questo pezzo acuto, lucido, onesto della nostra Francesca De Carolis.

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PESTAGGIO SEMPLICE O TORTURA? E LA TORTURA SONO SOLO BOTTE?

Il reato di tortura che in Italia non c’é. Non c’è il reato, sia chiaro. La tortura, qualche rara volta scopriamo che esiste e viene praticata molto più spesso di quanto riusciamo a sapere. Azzeccagarbugli parlamentari a litigano sugli aggettivi che debbono qualificare la tortura per renderla punibile. Ma il blitz della polizia alla scuola Diaz di Genova, G8 del 2001, “deve essere qualificato come tortura” -senza aggettivi- decide la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia anche perché non ha una legge per punire il reato di tortura. La discussione in parlamento sull’introduzione del reato di tortura va in vacanza. Ma sono tanti a ricordare che, anche se è estate, il dolore non va in vacanza, né dovrebbe la giustizia..

Le parole… sembra proprio che a volte facciano tanta paura, per tutta la storia che sottendono. Tanta paura da far venire l’idea, per difendersene, di provare a distorcerne il significato. Quale tentazione più forte in un paese i cui legulei tanto bene Manzoni ha tratteggiato nella figura dell’avvocato Azzeccagarbugli, così pronto a mescolare carte e parole, per tirar fuori dai guai chi ha fatto qualche bravata di troppo…
“…Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente.(…)”

Pensando e ripensando al tanto agitarsi nel nostro parlamento intorno alla parola “tortura”… che a quasi trent’anni dalla precisa definizione che ne ha dato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ( che l’Italia ha ratificato) oggi nel nostro paese ancora sembra non sia chiaro cosa debba intendersi. E davvero imbarazza ripercorrere il dibattito che c’è stato.

Solo un appunto, per ricordare che si era passati da una prima versione in cui per “individuare” il delitto si richiedevano “violenze e minacce”, ad una in cui occorrerebbero “minacce gravi e violenze reiterate” e la necessità di un “verificabile trauma psichico”, in luogo delle “acute sofferenze psico-fisiche” previste in origine. Roba da legulei, appunto, e piuttosto in malafede.
Mi fermo solo su un punto: la tortura sarebbe reato se c’è violenza reiterata. Distinguendo dunque da tortura diciamo “semplice” (una tantum?). Come dire: se si è pestati a sangue, se si è obbligati in “posizione vessatoria di stazionamento o di attesa”, da distinguere dalla “posizione vessatoria di transito”…. se si è costretti ad accucciarsi a quattro zampe come un cane e percossi con calci nel sedere, percossi alle testa, ai genitali e alle gambe (scusate la mancanza di fantasia, ho ripreso le testimonianze dei ragazzi a Bolzaneto), ma questo accade una sola volta… non è tortura! Magari solo un po’ di cattiveria…

Per assurdo, ma neanche poi tanto, se la logica è questa, si potrebbe arrivare a ipotizzare tipologie di “torture-non-torture”: chiudiamo ad esempio una persona in una stanza, lasciamo che ogni giorno passi qualcuno, ma che sia ogni giorno persona diversa, a infliggere al malcapitato una quota di violenza… la responsabilità penale è personale, sarà pure tortura la sommatoria delle violenze che la disgraziata vittima subisce, ma difficile, praticamente impossibile, imputare qualcuno del relativo reato.
Vedete? Non è difficile entrare nella mentalità del “leguleio”…

Eppure neanche questo è bastato. Di tortura nel nostro ordinamento ancora non si può parlare. Tutto è rinviato. Ma rimane il voler fare scempio del significato delle parole.
Eppure, “i vocaboli non mutano le cose, ancorché facciano confusione nelle parole, e negli animi di chi non intende più oltre” ( citazione da una lettera di Giovani Della Casa).

Ancorché si faccia confusione nelle parole… la sostanza delle cose è il pensiero, neanche nascosto da parte di chi si oppone all’introduzione dell’impronunciabile reato, che perfino con tutti i “correttivi” ideati, l’introduzione del reato di tortura legherebbe troppo le mani alle forze dell’ordine perché potrebbe comprimerne “l’operatività […] nel contesto complesso nel quale dovrebbero venire a trovarsi”. Come dire: lasciateci mano libera e non pretendete che si vada troppo per il sottile, se dobbiamo mantenere l’ordine… Che non può essere, che non è, pensiero a cui tutti, nelle forze dell’ordine, s’informano.
Una parentesi. Personalmente sono convinta, da quando della vita in carcere ho letto e ascoltato un po’, che introdurre il reato di tortura comporterebbe il ripensamento di tempi e modi di tante nostre detenzioni “speciali”… Ma su questo si tornerà in altra occasione.

A un gatto randagio che salta dai ‘classici’ ai cartoon ( che linguaggi di mezzo non ne conosce) viene in mente un Carosello che imperversava a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta… la serie di avventure del pirata Salomone che con la sua ciurma scorrazza per i mari alla ricerca di tesori nascosti. La trama grosso modo sempre la stessa: ogni volta i pirati fanno prigioniero un nemico che proprio non vuole rivelare dove si trovi il tesoro. E ogni volta l’impaziente pirata Mano di Fata, sollecita: “Capitano, lo vogliamo torturare?”.
Per fortuna che Salomone è pirata pacioccone, e ogni volta lo trattiene: “ Porta pazienza…”, e spiega che per fare aprire bocca al prigioniero c’è un metodo secondo lui migliore e sicuramente più raffinato della rozza tortura: una dolcissima amarena.
Ma non è più tempo di amarene. Quanto pacioccone sarebbe oggi il capitano Salomone? “Porta pazienza… – magari direbbe- torturiamo appena appena … uccidiamo poco poco… una volta sola…”

Un pensiero, alle immagini tremende di vittime che tutti abbiamo visto. Pensando anche a quelle di cui poco o nulla si sa, intorno alle quali non si è mossa l’attenzione che parenti coraggiosi ( madri, sorelle che non si arrendono) hanno saputo smuovere. Che magari una volta sola sono stati malmenati, una volta sola soffocati. Che una volta sola sono morti.
La discussione in parlamento sull’introduzione del reato di tortura va dunque in vacanza. Ma sono tanti a ricordare che, anche se è estate, il dolore non va in vacanza, né dovrebbe la giustizia…

Ercolano, il giudice dice basta alla tortura… di Maria Brucale

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La nostra Maria Brucale, il bravo e coraggioso avvocato col quale da qualche tempo stiamo percorrendo un viaggio nel (non) mondo del 41 bis, ci ha inviato questo testo che è stato anche pubblicato sul quotidiano “Il Garantista”del 26 settembre.

Aldo Ercolano è un detenuto che per due volte ha avuto attribuito il 41 bis e per due volte i Tribunali di Sorveglianza glielo avevano revocato.

Sotto il clamore mediatico di un giustizialismo montato ad arte succeduto alla seconda revoca, il Ministero aveva riattribuito per la terza volta la misura del 41 bis ad Ercolano. 

Per la terza volta, però, è intervenuta la magistratura (il Tribunale di Sorveglianza di Roma) per revocare una misura che ormai, nel caso di Ercolano, è considerata infondata da un pezzo.

Complimenti a quei giudici che ancora ricordano cos’è il diritto e a quegli avvocati come Maria Brucale che non hanno timore delle battaglie scomode.

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Una estenuante battaglia difensiva sembra essersi finalmente conclusa con la revoca del regime del 41 bis dell’ordinamento penitenziario ad Aldo Ercolano da parte del Tribunale di Sorveglianza di Roma.

Manifesta soddisfazione il difensore, avvocato Piera Farina: “E’ la terza volta che Ercolano approda alla revoca che, pur confermata dalla Corte di Cassazione, veniva sistematicamente vanificata da un provvedimento di rinnovata applicazione emesso dal ministero della giustizia a dispregio vistoso della normativa di riferimento perché del tutto mancante di elementi di novità atti a sovvertire la decisione dei magistrati”. In sostanza, la magistratura vagliava, nell’esercizio del suo potere – dovere di controllo dell’operato della pubblica amministrazione, il decreto che stabiliva il carcere duro per Ercolano, ne riteneva l’illegittimità e il ministero della giustizia, solo in astratto – a quanto pare – vincolato al controllo da parte dell’organo giudicante, ripristinava la detenzione restrittiva.

Ma ciò che appare inquietante è la genesi dell’ultima applicazione al detenuto della carcerazione speciale. Dopo ben due anni dalla precedente revoca, esplode agli onori delle cronache la notizia che Aldo Ercolano non è più in 41 bis. Contestualmente si palesa la preoccupazione di alcuni esponenti politici per il pericolo insito nella restituzione ad una carcerazione ordinaria di un boss come Aldo Ercolano, ergastolano, nipote di Nitto Santapaola.

Lo stato di allerta rimbalza su tutte le testate giornalistiche fino all’annuncio di Orlando del rinnovo del decreto che applica a Ercolano il carcere di rigore, il 41 bis.

Il sentire collettivo viene armato di sdegno dal clamore mediatico, il clima del terrore è fomentato, il pubblico è pago, il cattivo c’è e soffre. La legge sepolta ma a chi importa?

Eppure, successivamente alla revoca del 2011, Ercolano, trasferito presso la Casa Circondariale di Sulmona, aveva immediatamente iniziato un percorso rieducativo. Si era iscritto all’istituto agrario ove aveva conseguito la promozione al IV anno; aveva partecipato ai corsi di lettura e di apicoltura. Aveva, dunque – pur sempre ristretto in un regime protetto quale quello dell’alta sicurezza – mosso i primi passi, dopo molti anni di carcere – Ercolano è detenuto dal 1994 – verso il recupero di una vita palesando la volontà di compiere un percorso di cambiamento dapprima negatogli a causa della diuturna sottoposizione al regime di cui all’art. 41 bis.

Ma un condannato per mafia può essere rieducato e restituito alla società? La Costituzione lo impone, la legge ordinaria sembra darle ragione, la pratica si frappone in modo distonico e disinteressato all’una e all’altra.

Eppure la Corte Europea ricorda all’Italia di continuo che la soggezione al 41 bis è misura emergenziale che mantiene la propria legittimità ove si ponga come necessità a rispondere ad un pericolo attuale e concreto per la sicurezza pubblica, attualità che deve essere ancorata ad elementi specifici e non può asetticamente derivare dalla pregressa condanna subita da un soggetto per fatti di particolare gravità. La sospensione delle regole del trattamento penitenziario – quello volto al recupero del detenuto ed alla sua riammissione nella collettività – deve, infatti – pena la stridente violazione dei principi fondamentali stabiliti dalla Costituzione – essere circoscritta nel tempo e preludere alla restituzione del ristretto ad un circuito detentivo ordinario.

Nel caso di specie, il giudizio dei magistrati ormai cristallizzato perché irrevocabile, era stato sovvertito da un’ipotesi di pericolosità nella sostanza radicata alle vicende giudiziarie che avevano visto Ercolano imputato e condannato senza l’apporto di un solo elemento che ne comprovasse una rinnovata pericolosità. “Una persecuzione immotivata – afferma l’avv. Farina – nei confronti di un soggetto che sta pagando con la lunga detenzione i reati per i quali è stato condannato; persecuzione e soggezione a tortura immotivate se si pensa che in venti anni dal suo arresto non gli sono stati attribuiti reati commessi in costanza di detenzione”.

E di tortura si tratta, perché il regime di cui all’art. 41 bis impone al detenuto prescrizioni e restrizioni che rendono la carcerazione all’evidenza inumana e degradante tanto più se tale condizione, temporanea per sua essenza, viene prorogata sine die. In 41 bis il detenuto trascorre 22 ore nella propria cella. Ha un’ora d’aria in uno spazio rettangolare e angusto sotto uno spicchio di cielo senza riparo dal sole e dalla pioggia. Non può studiare perché gli è precluso l’acquisto di libri di testo dall’esterno del carcere. Non può, salvo rarissime eccezioni, lavorare perché ciò lo porrebbe in contatto con altri detenuti nel girone dei cattivissimi. Può incontrare i propri familiari per un’ora al mese in locali infimi di ferro e vetro; vederli attraverso un pannello divisore; parlare loro attraverso un microfono. Può tenere tra le braccia i suoi figli se minori di anni dodici per la durata del colloquio ma gli adulti presenti devono essere allontanati. Riceve e invia corrispondenza attraverso l’ufficio censura e soggiace a tempi di attesa infiniti e indefiniti. Dopo venti anni di carcere Aldo Ercolano è riammesso ad aspirare al recupero sociale. Così hanno voluto, per la terza volta, i giudici che hanno  ritenuto illegittimo il decreto che ne stabiliva la soggezione al carcere duro, sperando che i media e chi li agita siano d’accordo.

 

Viaggio nel 41 bis- dell’avvocato Maria Brucale

41bis

Il 41 bis è un tema che ci è sempre stato a cuore.

Il 41 bis è forse il simbolo per eccellenza della degradazione del nostro sistema giudiziario.

Il 41 bis è tortura.

Per anni l’imperativo è stato… esaltare il 41 bis, squalificare le poche voci critiche, creando intorno ad esse un’aria di sospetto e di ambiguità.

Se sei contro il 41 bis sei timido verso la criminalità organizzata. Questo diceva il ricatto morale.

Ho chiesto all’avvocato Maria Brucale, grandissima conoscitrice dell’argomento, di parlarcene. Di scriverci le sue riflessioni.

Questo è il testo che chi ha inviato.

Un testo di ampio respiro.

A cui ne seguiranno altri, che rappresenteranno una sorta di “viaggio nel 41 bis”.

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41 bis dell’ordinamento penitenziario – detenzione “speciale”.

 Norma emergenziale o tortura di stato?

23 maggio 1992, muore Giovanni Falcone; 19 luglio 1992, muore Paolo Borsellino.

La Sicilia sanguina, da dentro. Chi non si era accorto che la mafia ci fosse, che permeasse il tessuto sociale, che serpeggiasse nei mercati, negli uffici, nelle scuole, nelle chiese, è stato svegliato da un fragore di bombe. Adesso tutti vedono. Si leva un coro, un’apparenza unanime, un grido scomposto di risveglio, una speranza di consapevolezza. Poi il buio. Alle esplosioni segue il silenzio, quasi sempre.

Lo Stato sepolto dalle ceneri dei suoi eroi affonda il proprio volto colpevole in leggi emergenziali. Il 41 bis.

Il trattamento penitenziario, ciò che umanizza il carcere offrendone la polverosa apparenza giustificatrice di strumento di rieducazione e di reinserimento, può essere sospeso in tutto o in parte, nei confronti di detenuti che, in situazioni di vistosa emergenza, destino particolare e motivato allarme per l’incolumità pubblica.

L’emergenza uccide la Costituzione col ricorso a concetti di discrezionalità amministrativa: la perequazione di interessi pubblici. A fronte di un interesse dominante, l’incolumità pubblica, si pone un interesse, i diritti supremi dell’uomo, alla salute, all’espressione del pensiero, alla famiglia, che può essere mortificato.

Guai a dire che tale metodo è abominevole. L’orrore di quelle morti è troppo lacerante, troppo profondo.

E’ l’emergenza. Nessuno prova intimo turbamento a pensare mortificati e annichiliti i diritti di chi è additato come artefice di quell’orrore. Nessuno è ferito dalle nefandezze di carceri come Pianosa e l’Asinara perché colpiscono uomini mostrati spogli della loro umana natura. E’ la legge del taglione.

Lo Stato mostra la propria forza e al popolo assetato di vendetta, sventola con orgoglio la tortura delle nostre Guantanamo.

Il 41 bis, come strumento di repressione e di prevenzione, mira ad evitare la perdurante capacità dei capi mafia, di veicolare all’esterno delle carceri i loro messaggi di comando. Questo ne è il senso palese.

Tale necessità comporta, in pratica, che il detenuto in 41 bis possa ricevere dall’esterno meno vestiti e meno cibo; possa trascorrere meno tempo all’aperto; possa incontrare solo i detenuti della sua sezione detentiva; non possa avere un fornelletto in cella per cucinare alcunché; debba sottoporre a censura la corrispondenza che invia e che riceve; debba attendere tempi infiniti se ha bisogno di un medico esterno finché è autorizzato dal D.A.P., debba vedere i propri familiari per una sola ora al mese dietro un vetro divisore o, in alternativa, possa chiamarli al telefono, presso altro carcere, per dieci minuti.

Se il detenuto in 41 bis è padre o madre, potrà toccare i suoi bambini minori di dodici anni. Sarà un agente penitenziario a porgerglieli, attraverso la finestra che si può aprire nel vetro divisore e che viene immediatamente dopo richiusa. Solo per dieci minuti però, scaduti i quali, il feroce passaggio si ripete. Dalle braccia del padre, della madre, il bambino verrà strappato. Dieci minuti. In un mese.

21 anni dopo

A seguito di due riforme normative e di numerosi rimbrotti da parte della Corte Europea che ricorda all’Italia il carattere emergenziale della misura afflittiva e la necessità che la stessa non si protragga a carico di un soggetto per tempi illimitati in assenza di specifiche, motivate, ed attuali situazioni di pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblici, il 41 bis è entrato in modo permanente nell’ordinamento penitenziario e, diversamente dalla sua iniziale spinta giustificatrice, è esteso a ben più ampie categorie di detenuti.  Basta la mera partecipazione a un sodalizio, contestata con un’ordinanza di custodia cautelare, perché un soggetto, ancora solo indagato, venga attinto dalla speciale misura restrittiva.

Appare di immediata evidenza come il 41 bis abbia smarrito il suo originario senso risultando chiaro come non miri più a impedire il passaggio di comunicazioni vietate e pericolose ma si palesi come uno strumento di punizione suppletiva che non trova giustificazione neppure emozionale nel sangue orridamente versato dei compianti Magistrati.

Nessuna correlazione si rinviene tra esigenze di tutela e vessazioni serenamente fini a se stesse.

Troppo lampante è l’inutilità a fini di prevenzione, del ridimensionare l’aria, il vitto, l’abbigliamento, la possibilità di cucinare; di essere curati; il tempo da trascorrere con i propri congiunti; i minuti contati da un agente che vigila e che si aggiunge all’occhio fisso della telecamera per tenere in braccio un bambino. Oggi che tutto è ascoltato, video registrato, spiato.

E se un familiare è troppo vecchio, stanco o malato per raggiungere carceri situate in luoghi sempre lontanissimi, potrà vivere il legame con il proprio congiunto recandosi presso il carcere più vicino e attendendo una telefonata, di dieci minuti, una al mese.

La gente le sa queste cose? Non credo.

Molti non le sanno. Alcuni le sanno e le giustificano per un intimo, becero, triste bisogno di punire, di non guardarsi dentro, di non spingersi oltre, di credere che se al male si risponde col male la coscienza sia paga.

Il male crea male, sempre. Che idea dello Stato avranno quei bambini strappati dalle braccia del loro padre da un uomo nero con la divisa azzurra?

Maria Brucale

Emilio Quintieri sulla vicenda del ministro Cancellieri e della detenuta scarcerata

Cancellieri

L’amico Emilio Quintieri, ha scritto una riflessione sulla recente vicenda che ha generato una pioggia di polemiche sul Ministro della Giustizia Rosanna Cancellieri, per essersi attivata per fare passare dalla carcerazione preventiva agli arresti domiciliari Sonia Ligresti, ragazza, tra l’altro, che in passato aveva sofferto di anoressia, e che in carcere aveva smesso di mangiare.

Considero importanti le riflessioni che, al riguardo, il nostro Emilio fa.

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In Italia, tanti Illustri Avvocati, invece di indignarsi e di protestare perché ancora oggi, specie nelle Carceri e nei confronti dei detenuti che si trovano in custodia cautelare in attesa di giudizio, vengono praticati quei metodi di indagine inquisitoria che esistevano come procedimento legale fino alla metà del XVIII secolo nei giudizi penali, prima che fosse abolito per merito soprattutto di Cesare Beccaria, si indignano e protestano vibratamente perché il Ministro della Giustizia, dopo aver ricevuto una segnalazione di una persona detenuta in condizioni incompatibili con lo stato di restrizione carceraria, l’abbia “girata” al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per quanto di competenza.

E’ noto a tutti che, ancora oggi, nella procedura penale, la tortura è un mezzo probatorio nonostante sia illegale e proprio per questo motivo non si vuole introdurre il delitto che punisce tale comportamento nel Codice Penale perché i primi ad essere puniti sarebbero gli Agenti ed Ufficiali di Polizia Giudiziaria ed i Pubblici Ministeri.

E’ noto a tutti che lo strumento della custodia cautelare venga utilizzato in maniera spregiudicata per costringere la persona indagata/imputata a rendere dichiarazioni auto ed etero accusatorie approfittando delle condizioni psicofisiche e delle circostanze di tempo e di luogo.

Questi Illustri Avvocati che oggi fanno tanto rumore contro il Ministro Anna Maria Cancellieri mi domando cosa abbiano mai fatto e cosa faccino attualmente per far cessare questi metodi illegali da parte delle Forze di Polizia e della Magistratura Inquirente.

I comportamenti di questi Avvocati, invero, da tempo sono assai noti. Li denunciò persino in Parlamento nel 1948 Piero Calamandrei, un grande Giurista e Deputato Socialista. 

” … Gli Avvocati interpellati mi hanno risposto in via confidenziale, ma mi hanno fatto promettere di non dir pubblicamente i loro nomi, perché essi sanno che se, nel rivelare quei metodi, precisassero dati e circostanze, verrebbero a danneggiare i loro patrocinati : li esporrebbero a rappresaglie, a persecuzioni, forse a imputazioni di calunnia, perché di fronte alle loro affermazioni non si troverebbe il testimone disposto a confermare che quanto dice l’imputato è vero. Accade così che il difensore, anche quando sa che il suo patrocinato è stato oggetto di vera e propria tortura per farlo confessare, lo esorta a sopportare e a tacere, a non rivelare in Udienza quei tormenti ai quali, in mancanza di prove, i Giudici non credono. Ho parlato di questo anche con qualche Magistrato, anche con Giudici istruttori. Uno di essi mi ha detto : “Mi sono trovato talvolta di fronte a casi inesplicabili. Ho visto, per esempio, studiando i verbali raccolti dalla Polizia, un imputato che in dieci verbali si è mantenuto sempre negativo; all’undicesimo verbale, improvvisamente, ha fatto una confessione piena e particolareggiata; ma al dodicesimo verbale si è ritrattato e in seguito si è mantenuto ostinatamente negativo. Allora ho interrogato l’imputato per chiedergli il perché di questi mutamenti e quello mi ha risposto : “quando fui libero di rispondere secondo verità dissi di no : ma una volta, quella volta, non potei reggere al dolore : e dissi di si”.

Quindi, consiglierei a questi Illustri Avvocati, che oggi fanno tante chiacchiere sul Ministro Anna Maria Cancellieri di adempiere al meglio ai loro doveri e visto che sono presenti numerosi nei due rami del Parlamento di adoperarsi a legiferare per porre fine a questi insopportabili abusi da parte delle Forze di Polizia e della Magistratura Inquirente, introducendo il delitto di tortura nel nostro Ordinamento rivendendo anche l’uso e l’applicabilità delle misure cautelari custodiali e delle intercettazioni telefoniche e ambientali in applicazione di quei diritti fondamentali inviolabili sanciti dalla Costituzione e tanto sbandierati da tutti quanti.

Bambini allontanati dalle famiglie… scritto dell’avvocato Erminia Donnarumma

BAMBINO

Esistono tanti generi di avvocati. 

Ci sono quelli che vivono per la carriera. Quelli innamorati della forma. Quelli che pensano solo a raccattare cause per campare.

Ci sono quelli, poi, che vorrebbero fare gli opinionisti in ogni programma possibile e immaginabile.

Ci sono quelli che dribblano ogni causa problematica, ogni possibile grana.

Erminia Donnarumma è invece uno di quegli avvocati… che, fanno tutto il contrario di ciò che farebbe il classico “soggetto razionale” della teoria economica. Ovvero scansa le cause facili e danarose. E sceglie, con pervicace ostinazione, le cause più toste possibili e dove spesso il guadagno è molto .. relativo.

Ci sono avvocati e avvocati dicevo.

Ci sono quelli che amano il bel dialogo e le conferenze. Quelli che.. guai a sgualcirgli il vestito.

E ci sono quelli che il vestito se lo strappano sempre, a furia di buttarsi nella polvere della trincea.

Come Erminia Donnarumma.

Ci sono quelli che hanno sempre una calma olimpionica, dei perfetti ospiti per le “ore del the”.

E ci sono quelli che ci mettono le viscere. Come Erminia Donnarumma.

Spesso pare che i processi più ostici se li attira come avesse una sorta di calamita incorporata.

Le volte che ci ho parlato, ho avuto la riprova che non fingeva, che davvero è fatta in questo modo.

E poi… si impiccia di cose di cui non si dovrebbe impicciare. Come fa con questo testo (http://www.casacasoria.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3574&catid=16&Itemid=28#.UlkUmchVIBA.facebook).

Perché farsi tutti questi problemi sui bambini sottratti ai genitori?

Se li sottraggono ci dovrebbe sempre essere un buon motivo, no?

Non venite ora a dirmi che alcuni di quei bambini potevano non essere sottratti… che qualche volta non si è fatto davvero il bene del bambino.. non venite a dirmi che ci sono stati abusi.. che certe categorie sociali conoscono più di frequente la sottrazione dei minori.. non venite a dirmi che certe famiglie -quando entrano in gioco problematiche finanziarie,  le si poteva aiutare in altro modo.. non venite a dirmi che molti bambini cresceranno traumatizzati.. o che gli assistenti sociali, a volte, abusano della loro posizione.. non venite a dirmi che i procedimenti non sono chiari, che tante cose rimangono nell’ambiguità

Da noi si rispetta il bambino.

E poi abbiamo inferociti esperti del capello spaccato in quattro, urlatori televisivi professionisti, tutta gente che farebbe esplodere il suo furore se fosse anche solo possibile che cose del genere possano avvenire.. se vi fosse anche solo un fondato dubbio.

No?

Se, nonostante ciò, volete saperne di più, se avete questo assurdo dubbio che qualcosa nella “sottrazione minorile” non quadri..

beh.. allora leggete questo testo.

E per chi non fosse sazio di follie.. Presto farò un’intervista ad Erminia.

Concludo dicendo che noi siamo dalla parte dei bambini.

Anche loro urlano troppe volte nel silenzio.. o solo tra poche orecchie disposte ad ascoltarli.

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In Italia, da qualche anno a questa parte, sempre più spesso si sente parlare di Tribunale per i minorenni e di bambini allontanati dalle proprie famiglie senza una buona ragione.
Già nel 2009, sulla scia del  «caso Basiglio» che vedeva due minori  sottratti alla famiglia per un disegno osceno fatto da una compagna di scuola,   il settimanale Panorama si occupò del tema allontanamenti con un titolo a dir poco provocatorio; «Sequestri di Stato».

Ne nacquero svariate polemiche: da una parte i genitori a cui era stata sospesa la potestà  ed i cui figli erano stati collocati in terze strutture, dall’altra i magistrati minorili che rassicuravano la collettività sulla corretta applicazione delle leggi e sulla validità dell’intero sistema, il quale comunque, era assistito da garanzie tali da limitare fortemente i provvedimenti «ingiusti».
Si trattava solo di «casi isolati» in buona sostanza.
Da allora le associazioni di genitori a cui sono stati sottratti i bambini si sono moltiplicate, portando alla ribalta storie terribili il cui numero, sempre più crescente, ha cominciato ad insinuare qualche legittimo dubbio nell’opinione pubblica.
Casi isolati o problema generalizzato?
L’argomento trattato sino a quel momento come un vero e proprio tabù, esplose dinnanzi all’opinione pubblica che ne rimase molto colpita a dispetto del successivo  ridimensionamento tentato in vari programmi televisivi.
In effetti la maggior parte dei  «tuttologi» televisivi passò il tempo a concentrarsi  pervicacemente ed in via esclusiva sulle motivazioni che avevano sicuramente giustificato tali provvedimenti forti del luogo comune «se avranno portato via i bambini, sicuramente un MOTIVO ci sarà”
Quindi, in somma sostanza, possiamo stare tutti tranquilli, si tratta solo di «qualche caso isolato”. Ce lo dicono i «tuttologi” ci possiamo fidare. C’è sicuramente un motivo.
Che però sotto la definizione «caso isolato» possano trovare chiarimento le vicende di ben 32.000 bambini allontanati, a dar credito alle stime, resta  tutt’ora da chiarire, anche perché, le stesse Istituzioni sembrano non conoscere con esattezza il numero dei bambini collocati in struttura.
E ulteriormente risulta davvero difficile conoscere esattamente il numero di minori affidati ai servizi sociali in Italia.
Innumerevoli sono infatti i minori affidati ai servizi sociali anche solo per questioni di poco conto, ma che comunque confluiscono nel numero di minori con nuclei familiari da «monitorare» e da «supportare nella genitorialità», per i quali il Tribunale solitamente incarica i Servizi Sociali di predisporre «un Progetto di sostegno» che in sostegno concreto non si traduce mai e che sin troppo spesso si trasforma improvvisamente in un decreto di allontanamento, fra incredulità, lacrime e disperazione di genitori e figli.
Quindi? Tutela del minore o violazione di diritti umani?
Dirimere la questione risulta tutt’altro che facile. Se da un lato infatti la maggioranza della magistratura minorile continua a difendere il sistema come imperniato «sull’esclusivo e superiore interesse del minore» qualche voce fuori dal coro comincia ad udirsi, anche se la maggioranza continua a non dare molto credito a queste «defezioni».
Ma quanto può esserci di vero in queste voci che parlano a chiare lettere di business attuato sulla pelle dei bambini, quando a dirlo è specificamente un magistrato?
Perché questo è ciò che afferma il Dott.Morcavallo, giudice minorile, entrato da qualche tempo apertamente in contrasto con un sistema che egli stesso definisce tutt’altro che «garantista» giungendo persino (a quanto riportato dalla varia stampa) ad equiparare il Tribunale per i Minorenni di Bologna ad un «Tribunale da Corea del Nord».
Invero, senza voler procedere alla ricerca di similitudini che possono aver indotto il Dott.Morcavallo ad esprimere un apprezzamento di tale portata e sicuramente non idoneo, bisogna però ammettere che le cifre parlano chiaro, i bilanci comunali pure.
Ogni minore collocato in strutture esterne, costa alla collettività, circa 100 euro al giorno, cifra che si triplica in determinati casi, quando ad esempio sono necessari interventi di tipo specialistico da parte di terzi professionisti che collaborano con le strutture di accoglienza. E le somme pagate dalle ASL a vario titolo, restano spesso un mistero.
Ed ecco nascere una ulteriore polemica, in special modo da parte delle associazioni di genitori che affermano di aver perso i figli per motivi puramente «economici». Non si potevano aiutare direttamente le famiglie in difficoltà, in luogo dei collocamenti in struttura?
Pare di no. La maggior parte degli italiani che si reca presso i Servizi Sociali del proprio comune in cerca di un aiuto economico anche solo temporaneo, si sente quasi sempre rispondere che non ci sono fondi. Al massimo qualche «buono” per il latte in polvere ed i pannolini.
Ma come è possibile che non ci siano fondi per le famiglie in difficoltà, ma ci sia invece disponibilità di somme considerevoli per le strutture di accoglienza per minori?
Non è dato saperlo.Nessuno ha mai fatto ufficialmente chiarezza sul tema. Probabilmente l’omissione è inconsapevolmente tutta italiana. Del resto a dar credito alle stime numeriche 32.000 minori significano 64.000 genitori inidonei o per qualche motivo assenti e volendo proprio considerare anche le possibili richieste di affidamento intrafamiliare entro il quarto grado come previsto per legge, la cifra di inidonei cresce proporzionalmente e diventa a dir poco preoccupante.
Eppure tutta questa inidoneità genitoriale e familiare pare strana. Non eravamo forse noi italiani coloro che sfornavano bamboccioni viziati e superprotetti da mamme servizievoli su cui persino all’estero hanno  creato epiche barzellette con cui prenderci per i fondelli?
Un bel mistero.
Sono tanti i punti oscuri quando si comincia ad analizzare la questione.
Eppure a ben vedere, non sono questi i punti più importanti.
Forse sono solamente questioni che di fatto sviano l’attenzione da problemi ben più gravi che permeano l’intero sistema della giustizia minorile e che dovrebbero essere presi in considerazione per primi. Perché di Giustizia si tratta. Di leggi e principi giuridici si dovrebbe innanzitutto parlare. Non di costi, soldi e rimborsi. Ma di diritti umani.
Ogni avvocato che ha varcato la soglia di un Tribunale per i Minorenni lo sa.
Il cuore può far male, molto male.
E non si tratta di angina pectoris momentanea, ma di una patologia più subdola e logorante il cui nome tecnico è «decreto provvisorio».
A dispetto dei «casi isolati» qui lo scenario è pressoché sempre uguale.
Non importa il motivo per cui all’improvviso, a torto o a ragione, un nucleo familiare è finito sotto «osservazione»; il problema, comune a tutti i casi non graziati da mano divina, sarà sempre e comunque una decisione del Tribunale per i Minorenni.
Si tratterà di un Decreto provvisorio; una decisione non definitiva, incidentale, temporanea e pertanto non impugnabile coi normali (già pochi) mezzi a disposizione.
E il contenuto di questi provvedimenti temporanei e provvisori sarà di base quasi sempre il medesimo, affidamento ai servizi sociali del minore e test psicodiagnostici per i genitori presso il centro di salute mentale dell’ASL.
Una sorta di panacea universale che evidentemente pone il giudicante nella serenità d’animo sufficiente a prendersi tutto il tempo necessario per emettere a distanza di svariati mesi, se non anni, un nuovo decreto provvisorio, magari senza avere in tutto questo periodo neppure avuto il piacere di conoscere personalmente i genitori guardandoli negli occhi colmi di dolore o parlato direttamente col minore tutt’altro che «disturbato».
E tutto ciò peraltro non come pensa il comune cittadino, in situazioni conclamate di abuso o violenza o incuria, bensì anche in circostanze piuttosto «ordinarie” e comuni quale la «conflittualità» dei genitori. Ma anche questo è una sorta di terno al lotto a dispetto della certezza del diritto; del resto si sa ; Tribunale che vai, orientamento che trovi. La pratica lo insegna.
E a questo punto della situazione, chi pensava di vivere in un paese libero e democratico, che rispetta i diritti della persona, i diritti del fanciullo e che sopratutto in virtù dei dettami costituzionali dovrebbe rispettare il diritto di difesa, effettivamente ha come la vaga impressione di essersi destato improvvisamente in un paese lontano e di non trovarsi più in Italia. Una sorta di lucido incubo dal quale è molto difficile svegliarsi.
Eppure siamo ancora qui, nella culla del diritto per eccellenza, nella patria degli avventurosi  cercatori di codici, nella terra dei glossatori che si destavano nottetempo illuminati dalla sapienza divina nell’interpretazione delle leggi. Qualcosa evidentemente, non si sa come, è andato storto.
Pare strano, ma mentre il genitore perplesso ed ossequioso attende nella saletta del Centro di Salute Mentale circondato da veri pazienti psichiatrici che lo fissano ghignando, l’operatore di diritto che lo assiste ha come unica speranza di difesa del proprio assistito, l’accensione di qualche cero e la preghiera all’Altissimo affinché durante l’esame specialistico non emergano «ipotesi” di qualcosa .
Non importa cosa. Che già l’ipotesi condanna.Non occorre certezza assoluta. E il «parere pro veritate” dello specialista di turno che poi si andrà a depositare non varrà a togliere il dubbio al giudicante.Si sa, il dubbio uccide. Ma non essendo di prassi concessa, la contemporanea presenza di consulenti di parte a questi test proiettivi e di personalità spesso attuati con l’ausilio di materiale fotocopiato ed in piena violazione di copyright, il giurista, in attesa di momenti processuali migliori, può solo affidarsi a  San Michele o iscriversi ad un corso di yoga per imparare a controllare la respirazione.
Stessa situazione per i «colloqui» programmati con gli operatori.
Invero cosa accada effettivamente durante i colloqui genitore – operatori, ad un difensore non è dato sapere con certezza. A dispetto di qualsiasi altra situazione, penale o civile che dir si voglia, qui la sua presenza non è assolutamente prevista, né necessaria.  Solitamente infatti l’avvocato, non solo non è invitato a questi colloqui, ma altresì se malauguratamente si presenta, risulta sgradito ed a volte viene addirittura interrogato dalla psicologa sui «reali motivi» che l’hanno spinto a presenziare.
Insomma la regola è che l’interrogatorio, pardon colloquio, si fa privatamente.
Una sorta di chiacchierata amichevole fra genitori ed operatori.Presenti solamente gli invitati ufficiali.Niente ospiti a sorpresa, per cortesia.
Talvolta peraltro capita che «l’amichevole» trascenda i limiti del cameratismo scadendo nell’inopportuno, ma sicuramente le registrazioni di colloqui fra genitori ed operatori che circolano su youtube, sono «casi isolati” o sono sicuramente frutto di manomissione dell’audio, che sennò qualche verifica da parte delle autorità competenti sarebbe oltremodo doverosa.
Invece no. Obiettivamente non c’è niente che non va. L’eccessiva confidenza, dovuta alla routinaria frequentazione come da calendario colloqui, pare essere circostanza non sanzionabile e tanto meno da prendere in considerazione quando evolve in strane situazioni di dubbio gusto. Colpa dello stress.
Del resto la comprensione di certi eccessi involontari è comprensibile. Siamo tutti esseri umani. Chi più chi meno.
L’interesse degli operatori peraltro è sempre il medesimo noioso tema. Storia di ognuno dei genitori, storia di coppia, storia del minore, rapporti familiari ed eventuale osservazione dei comportamenti tenuti dal minore con ciascun genitore singolarmente o allegramente tutti insieme nonostante la «conflittualità».
Quest’ultima indagine peraltro, è preferibile che si svolga in un contesto «protetto» ovverosia in una stanza, più o meno addobbata a seconda delle possibilità dei vari comuni. Un luogo ove il minore, alla presenza di un paio di operatori a lui estranei e magari pure antipatici, ha la possibilità di dimostrare serenamente ed in piena sicurezza, il rapporto affettivo relazionale che ha realmente col genitore non collocatario, di norma vedendolo per 45 minuti una volta ogni quindici giorni, come previsto dal calendario incontri standard, mentre gli altri prendono appunti e l’altro genitore passeggia nervosamente su e giù per il corridoio, controllando febbrilmente l’orologio o bussando senza valida ragione alla porta, solo per riportare il minore nei «ranghi»di una risata meno felice. Che la cattiveria pura e semplice, si sa, se non è indicata sotto forma di qualche strano acronimo ad uso esclusivo degli psicologi, a quanto pare non esiste.
Tutto ciò poi verrà riportato sotto forma di sunto nei diari di colloquio che poi verranno ulteriormente riassunti sotto forma di relazione, che i Servizi Sociali, più o meno tempestivamente,  faranno pervenire al Tribunale per i Minorenni.
Se poi, per qualsivoglia motivo, la relazione quale riassunto di appunti riassuntivi conterrà imprecisioni o palesi inesattezze, non sarà agevole dimostrare in corso di giudizio la verità. Invero i diari di colloquio, per quanto e per come l’avvocato li richieda, nella maggior parte dei casi, non verranno mostrati mai. Innumerevoli infatti saranno le giustificazioni che il professionista si vedrà opporre nel tentativo, spesso efficace, di farlo capitolare per abbandono.
Stesso dicasi per le consulenze tecniche d’ufficio, di cui molto raramente, si troverà materiale registrato audio e video, onde permettere un legittimo tecnico contraddittorio, seppur a posteriori e seppur non autorizzato nè richiesto, non essendo magari nemmeno stato concesso un termine per produrre semplici memorie, come in una causa civile qualsiasi.
Eppure un giorno un collegio di giudicanti sicuramente già mutato per composizione dei membri, visto il lasso di tempo nel frattempo trascorso, emetterà un provvedimento.
Un decreto che però non giungerà, come sarebbe normale, via notifica alla parte o al difensore con la classica busta verde, bensì verrà prima letto dagli operatori direttamente alla persona, convocata telefonicamente perché «ci sono importanti novità» e poi successivamente inviato anche via posta, così uno può «interiorizzarselo” meglio il Decreto, piangendo liberamente fra le quattro mura di casa.
E sul tema siamo tutti d’accordo, che leggere da soli ed all’improvviso certe cose, ebbene sì, è molto difficile, ci vuole un aiuto e un sostegno psicologico adeguato.
Non solo per i genitori.Spesso anche per gli avvocati che in quei frangenti si sentono assolutamente inutili a dispetto del giuramento prestato e dell’impegno profuso usando i miserrimi mezzi a disposizione.
Talvolta anche l’ausilio della forza pubblica in queste occasioni di «prima lettura» non guasta. Magari un genitore potrebbe aver assurdamente l’ardire di opporsi o lamentarsi mentre il cuore gli viene «provvisoriamente” strappato dal petto, talvolta per un motivo completamente  falso, senza l’esistenza di alcun rimedio giuridico per impedirlo in maniera immediata  ripristinando la verità subito e non solo dopo anni di separazione forzata dai propri figli.
È giustizia questa lenta macchina di tortura «provvisoria» senza possibilità di contraddittorio, con l’obbligo dell’ubbidienza assoluta sotto la minaccia costante di ben più severi provvedimenti?
Molti genitori che hanno vissuto il problema, non la chiamano giustizia, bensì tortura  psicologica, visto e considerato che se non ubbidisci in tutto e per tutto, il tuo «cuore» per un bel po’ potresti non rivederlo più.
E per quanto sia possibile che alla base di molti allontanamenti ci siano ben valide ragioni,purtroppo in tutta onestà, non me ne viene in mente nemmeno una che possa giustificare in un paese democratico ed in tempo di pace l’imposizione di una totale acquiescenza al volere dello stato senza possibilità di difesa delle proprie ragioni e dei propri diritti fondamentali.
Ma che dire? Tutti ne parlano oramai.
Tutti a torto o a ragione, parlano di mercato dei bambini, di business delle case famiglia, di elusione per mezzo di affidamenti eterofamiliari a tempo indefinito delle normative sull’adozione. Proliferano scandali su case famiglia ove i minori in luogo di essere «protetti» da un ambiente familiare considerato «inadeguato», sono maltrattati nelle stesse strutture che li ospitano nel loro «supremo interesse».
Il caso del «Forteto» visti gli sviluppi, si spera, sia veramente «un caso isolato». Un «unico caso” che il disgusto è già troppo, senza necessità di ripetizioni.
Ma la certezza dov’è?
Qual’è l’ufficio competente a cui segnalare gli abusi sui minori se gli stessi sono collocati in luogo protetto? Chi da veramente credito a genitori la cui potestà è stata limitata o sospesa se anche ripetutamente denunciano violazioni?
Invero l’argomento è inaffrontabile per l’orrore che suscita anche solo l’ipotesi di una tale circostanza.
Eppure, che lo si voglia ammettere oppure no, pare che anche alla comunità il «Forteto» sia andata così. Ripetute denunce inascoltate per anni. Quanti altri Forteti in Italia? Si tratta realmente di un «caso isolato» o quando lo si afferma è in realtà una inconscia preghiera che sia così?
Forse non lo sapremo mai, così come probabilmente nonostante le proteste degli operatori del diritto e dei genitori a cui sono stati sottratti i figli passerà ancora molto tempo, prima che alcuni diritti elementari vengano riconosciuti concretamente con una sostanziale riforma dell’intera materia.
In conclusione che dire?
In questi giorni il Garante per l’infanzia sta promuovendo la campagna «I have a dream»  L’intento di tale iniziativa è quello di riprendere l’opera di sensibilizzazione sul tema dei tanti razzismi che ancora albergano nel nostro Paese, raccogliendo i sogni dei più giovani e facendosene portavoce con il mondo degli adulti, con le istituzioni e con l’Italia tutta.
Buona cosa. Intento realmente lodevole ed importante.
Eppure cosa ci può essere al mondo di più discriminante della negazione del diritto di difesa, della negazione dei più basilari  diritti umani e della negazione dei diritti del fanciullo a dispetto di tutte le convenzioni firmate?
Ci sono tanti bambini rinchiusi in casa famiglia, che vorrebbero tanto poter mandare al garante i propri sogni per un futuro migliore, magari immaginandoselo con mamma, papà, nonni o fratellini.
Ma non hanno voce e non ce l’avranno, finché non usciranno da lì, oramai adulti ed amareggiati.
Diamo un sogno anche a loro.
Diamo loro una voce.

 

Lettera di un’Odissea (prima parte)… di Davide Emanuello

tortura

Davide Emmanuello,

Alcune storie sembrano prese da un film dell’errore o da uno di quei libri dell’assurdo, che ti facevano precipitare in un delirio senza fine, per ritornare poi, alla fine della lettura, nel mondo di tutti i giorni.

Ma questo non è un film e non è un libro.

Piuttosto sembra a tutti gli effetti, la storia di un accanimento senza precedenti.

Il 23 agosto raccontammo per la prima volta la vicenda di Davide Emmanuello (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/23/unodissea-nel-41-bis-la-vicenda-di-davide-emmanuello/).

Nella struggente lettera che inviava alla madre -pubblicata il 29 novembre- feci poi una sintesi dello stato dei fatti e dell’incombente ricaduta.. (vai al link.. 

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/11/29/mia-amatissima-mamma-di-davide-emmanuello/)

Venti anni di carcere, di cui quindici sottoposto al regime di tortura del 41bis. Tre revoche disposte da tre diversi tribunali di Sorveglianza, per tre volte disattese da tre Ministri della giustizia. 

Nel primo testo di cui ho segnalato prima il link troverete tutta una serie di altri particolari. Ma a noi basterebbe già questo riferimento di tre righe per farci qualche domanda.

Tre revoche del 41 bis.. dopo, ricordiamolo, venti anni di carcere, di cui 15 al 41 bis. Tre revoche… il ministero ridisponeva la misura e i Tribunali di Sorveglianza la revocavano.. Attenzione, Davide Emmanuello non faceva altro nel frattempo. Non emergevano nuovi fatti. Non avrebbe potuto fare alcunché. Era sempre lì in carcere. E dato che la maggior parte dei suoi anni carcerari li ha trascorsi al 41 bis, anche volendo ogni comunicazione era sostanzialmente impossibile.

Qualcuno di voi potrà mai immaginare la devastazione non solo di 15 anni i tortura al 41 bis, ma anche di questo mai visto ottovolante, di questa roulette russa, che non ti dà il tempo di respirare una carcerazione normale, per farti ripiombare con accanimento incessante nel territorio dei sepolti vivi?

Parlavo di incombente ricaduta….

Perché  la D.N.A. fece ricorso contro l’ultimo provvedimento di revoca del 41 bis presso la Corte di Cassazione, che, per questioni di diritto, ha accolto il ricorso, annullando l’ordinanza.

La nuova udienza per discutere sulla persistenza o meno del 41 bis nei confronti di Davide Emmanuello venne stabilita il 23 novembre. 

Molti speravano che il diritto stavolta, almeno stavolta, avesse una chance.

Invece Davide è stato sottoposto per l’ennesima volta al 41 bis.

Quindi tre revoche e tre… ritorni tra i sepolti vivi.

Destinazione Ascoli Piceno.. una delle peggiori.

Ci ha scritto questa intensa lettera, che, per l’importanza che ha, ho diviso in due parti, di cui oggi pubblico la prima.

Quanto può reggere mentalmente un uomo? Quanto è allungabile la corda dell’ingiutizia?

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Ciao Alfredo,

ho atteso (in compagnia dei tuoi scritti) che le ricorrenze esaurissero quella carica illusoria che certe sane speranze alimentano, e ne approfitto adesso che sono terminate per ritornare alla disillusione di queste speranze senza fondamento, e rivivere la realtà in tutta la sua drammatica verità. Dai “sepolcri imbiancati romani”, giorno 23 novembre in anticipo di 4 settimane e 5 giorni, il “sinedrio” ha deliberato per la celebrazione del mio Venerdì…

Le “vestali” di Nemesi, cieche mute e sorde rispetto alla Temi di ancestrale memoria, in ossequiosa riverenza, a ben noti professionisti sciasciani, ormai al timore del ministero orwelliano, hanno rigettato ogni evidente prova dell’insostenibilità del provvedimento del 41 bis di tortura, e accolto la richiesta manifestamente infondata del ripristino del decreto che era stato revocato già per tre volte…

Obbedienti al tribunale politico della Prima sezione di Cassazione, territorio occupato dalla DNA, che come ho già scritto nell” Odissea che hai già letto, ritiene legittima l’illazione che alla morte di mio fratello il clan si è indebolito, rafforzandosi al suo interno il mio ruolo di comando.

Questo è amico mio il paradosso che il TdS romano, in composizione sapientemente studiata per non offendere quegli gnomi del diritto, è arrivato a sostenere, compiendo un disastro logico, con un argomento così contraddittorio, d rendere palese la scelta repressiva. Una scelta ingiustificabile poiché lede la legge: abusando del loro mandato compiono un vero e proprio falso ideologico, cioè non si attengono ad atti processuali assolutori la cui rilevanza è inconfutabile. Un comportamento tale da poter sostenere che non di un un tribunale della Repubblica si tratti, ma di un presidio di illegalità.

Non meravigliarti, pensa che nel 1992 la Corte di Cassazione dovette piegarsi alle c.d. “procure in trincea”, come amano definirsi quanti continuano ad utilizzare la legge a fini esclusivamente “militari”, che i procedimenti di natura mafiosa dovevano essere sottoposti ad una turnazione tra le diverse sezioni della Cassazione per evitare che una sezione e giudici ben individuati potessero favorire qualcuno con sentenze addomesticate.

E guarda caso, oggi la DNA è riuscita a realizzare un sistema giudiziario parallelo in materia di regime speciale, così che ogni decreto ministeriale è “controllato” attraverso l’unico tribunale di sorveglianza di Roma e la Prima sezione di Cassazione, laddove si dovrebbe discutere il ricorso avverso la decisione del primo tribunale. E non è finita.

Questa stessa sezione della Cassazione, piegata ai voleri della DNA, che eufemisticamente chiamo tribunale politico, produce quella stessa giurisprudenza che la DNA propone, in barba all’autonomia  e imparzialità del giudice terzo.

Ciò sono riusciti ad ottenere con la legge del 2009, realizzare un sistema di tribunali speciali (TdS di Roma e Prima sezione Cassazione) e così gli echi di mussoliniana memoria inondano e si fissano con segni d’inchiostro sulle pagine delle varie decisioni che condannano uomini come me a una non vita, ad ammuffire in sezione mortori.

Naturalmente quelle probe “procure in trincea” di nulla si accorgono, di nulla sospettano, nulla dicono dell’occupazione militare di quegli organi di garanzia, Cassazione e tribunale, che con la formula del sospetto hanno espugnato prima, e senza sospetto sic! controllano adesso.

Questo ti farà comprendere il perché nei casi di reclami al tribunale e dei ricorsi in Cassazione le regole possono essere violate impunemente, senza lasciarti possibilità di difesa alcuna, lasciandoti senza la possibilità di vedere valutata la tua posizione da un organo di controllo terzo e indipendente.

Nel mio caso ti ho spiegato che al TdS ho prodotto le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, le stesse di cui è in possesso anche la DNA e non le ha mai prodotte, con le quali è provata la mia estraneità al gruppo, oltre  a smentire che sia divenuto il capo dopo la morte di mio fratello. D’altra parte se ero a regime di 41 bis?

E’ chiaro amico mio? Gli stessi che si autoaccusano di essere i responsabili ed i nuovi capi del gruppo escludono quei postulati investigativi che, se fossero supportati da un minimo elemento logico, avrebbero comportato come conseguenza diretta l’emissione di un mandato d’arresto o un’indagine nei miei confronti. Sono questi fatti che pongono la parola fine a qualunque deduzione che il tribunale politico della Cassazione ha potuto fare.

Quest’illazione, perché di questo si tratta, che quegli gnomi del diritto hanno tentato di trasformare alchemicamente in un fatto penale preziosissimo, l’ho smentita documentalmente. Ciononostante il tribunale, divenuto presidio di illegalità, senza nemmeno considerare la rilevanza “morale” dell’innocenza, evitando un errore alla giustizia, conclude a favore di tale illazione, commettendo però un falso ideologico, così come ha fatto la DNA con le stesse omissioni e alterazioni.

Nella sana prospettiva di chi non è un giacobino della repressione, un episodio luttuoso è da considerare un dramma umano, da rispettare, niente di eroico o di divino. Invece il TdS dell’illegalità arriva a farne strazio con argomentazioni che appaiono più acrobazie di logica, della quale non sfugge l’errore sia “semantico” che “logico”.

Se prendono atto che da venti anni, cioè da quando sono in carcere, non sono raggiunto da ordinanze di custodia cautelare, perché sottoposto al 41 bis, come possono affermare allo stesso tempo che sono a capo di un sodalizio votato al delitto? Se loro stessi confermano che l’isolamento relativo al regime speciale è efficace, come posso diventare capo di un sodalizio che è all’esterno? Un sodalizio che per ammissione degli stessi componenti, poi collaboratori di giustizia, si è sfaldato?.

Dunque cosa sono? Un capo posto in isolamento che guida un gruppo dissolto?

Come vedi siamo di fronte ad un ginepraio logico che si sarebbe potuto evitare, semplicemente se ci si fosse attenuti alla documentazione prodotto da me e celata dalla DNA, invece di emettere una decisione degna di una nuova colonna manzoniana.

Purtroppo i parametri di valutazione dei decreti del regime speciale non esigono garanzie di carattere penale, essendo gli stessi di natura amministrativa, non configurandosi come reato il 41 bis sfugge alle maglie strette imposte dal diritto, permettendo in sede di verifica un accertamento in termini di plausibilità, senza una necessaria dimostrazione in termini di certezza.

Eppure quest’atteggiamento di tolleranza del legislatore e di una giurisprudenza giacobina (favorevole all’allargamento probatorio) non sarebbe stato sufficiente all’atto amministrativo per aggirare il diritto. Così, con sapienza, gli stessi in trincea, ottenendo l’accentrazione giurisdizionale ad un unico TdS, utilizzano quei parametri di verifica, sottraendo a più fonti del diritto, cioè a tutti i TdS della nazione, l’esercizio del loro mandato, e saggiamente lascia la valutazione di legittimità ad un unico tribunale politico rappresentato dalla Prima sezione di Cassazione, il quale in merito alla coerenza delle deduzioni potrebbe ridare simmetria fra la tolleranza eccessiva, regalata, e la necessità probatoria.

All’udienza-farsa del 23 il TdS dell’illegalità sostiene che essendo uno scopo del regimi de 41 bis impedire a chi vi è sottoposto la continuità con il delitto, l’assenza di provvedimenti in tal senso nei miei confronti non è un elemento valido a mia discolpa.

Proprio perché appare plausibile quest’argomento dimostra la mala fede di chi lo adopera. A mia difesa produssi le revoche del regime di tortura, dimostrando che, in quei periodi di libertà dalle attenzioni orwelliane, l’assenza di provvedimenti dipendevano dalla volontà del sottoscritto a vivere condotte ineccepibili.

Fatto questo integrato delle dichiarazioni di quanti autoaccusandosi, come ti ho scritto, mi escludono totalmente dal contesto.

Riscontro che dovrebbe essere messo in relazione fra la condotta e dato di fatto, ed essere utilizzato per raggiungere quella deduzione logica e coerente richiesta.

Invece, ricorrendo al concetto di possibilità, ed evitando gli elementi di certezza, i servi della repressione aggiungono un mattone della vergogna a quella colonna infame manzoniana che già hanno innalzato con l’ultima decisione, arrivando a quella verticalmente superiore storica e  meritevole di Traiano che di Roma ne celebra i fasti anziché le infamie.

L’atto amministrativo del regime 41 bis di tortura nasce come esercizio del potere per “gabbare” il diritto. Disattende le timide garanzie costituzionali, istituzionalizza l’esercizio illegale di alcuni apparati dello Stato, i quali, realizzato un progetto eversivo dell’ordine costituzionale, che in assenza di un giusto equilibrio tra poteri, si sottrae alle forze democratiche.

(FINE PRIMA PARTE)

Diario di Pasquale De Feo- 22 settembre – 21 ottobre

Eccoci con uno degli appuntamenti principali di questo Blog. Il diario mensile di Pasquale De Feo.

Ogni mese giunge questo piccolo libro, che raccogli tutte le riflessioni scritte da Pasquale nel corso di quel mese.

Non solo testi che parlano di carcere, ma pezzi di anima, di sangue, di vita, di sogno, di mondo.. una eterna tensione di una mente curiosa animata da indignazione, passione, libertà.

A differenza di quanto fatto nelle premesse agli ultimi diari, questa volta mi limiterò a fare solo una citazione, prima di lasciarvi alla lettura integrale del diario di Pasquale. Eccola qua:

“Nel silenzio della notte o di prima mattina, rimbalzano come un suono sinistro i passi dell’agente nel corridoio, le suole di cuoio fanno un rumore che ti entra nel cervello, anche se la maledetta abitudine fa metabolizzare ogni cosa. La camminata innesca tanti fattori che alimentano i timori in noi, che possano derivare dalla rottura del silenzio, ai ricordi degli impacchettamenti all’alba, e i passi concitati che riportano alla mente momenti bui di soprusi e torture. Il ministero spenderebbe meno se rifornirebbero di scarpe gommate gli agenti; ma credo che certi appalti sono intoccabili. In conclusione, noi detenuti guardiamo sempre il bicchiere mezzo pieno, pertanto questo minore lo riteniamo un aiuto essendo in allarme naturale. ” (30/09/2012)

Questo passo vive di un’angoscia incredibile. Le suole di cuoio delle scarpe degli agenti, il loro rumore di notte.. un semplice dettaglio.. diventa simbolico, come un rumore sinistro saturo di memorie emotive.

Qualcuno diceva che “il diavolo si nasconde nei dettagli.

Vi lascio al diario di Pasquale De Feo.. carcere di Catanzaro.. mese di ottobre.

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Mauro Palma, ex presidente del Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa, ha scritto un articolo sulla legge per l’introduzione del reato di tortura nel nostro ..codice penale. La commissione giustizia del Senato, dopo aver approvato il testo, l’ha trasmesso all’aula per la discussione. Sarà difficile che questa legislatura riesca ad approvarla, perché i tempi sono stretti, anche per l’ostruzionismo del PDL, perché non vogliono il reato di tortura: “il precedente governo Berlusconi, aveva detto al Comitato dei diritti umani dell’ONU, che questo reato non era una priorità”. Palma lamenta, giustamente, che la legge è generica e non specifica, perché non hanno avuto il coraggio di tipicizzarlo, per non inserire un reato che abbia come attori le forze di polizia, carabinieri e polizia penitenziaria. La tortura è un reato che si compie nella stragrande maggioranza mentre un cittadino è nelle mani dello Stato: in stato di fermo, nelle caserme, nei carceri, negli OPG, ecc. Hanno voluto annacquarlo affinché ci siano più scappatoie per le varie polizie. Comunque speriamo che almeno questo testo veda la luce, contribuirà a moderare gli eccessi, scalfendo la certezza dell’impunità che li ha accompagnati fino ad oggi.  –  22-09-2012

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I privilegi delle varie caste sembrano infiniti, ormai non mi meraviglio più quando ne leggo nei quotidiani. Ogni governatore della Banca d’Italia fa la morale un po’ a tutti, senza mai fare una autocritica sia sui banchieri sia sull’apparato della Banca d’Italia, che è piena di privilegi. Gli stipendi degli impiegati sono paragonabili a quelli dei parlamentari, i gradi più elevati vanno molto al di sopra; le pensioni non sono da meno degli stipendi. I dipendenti pensionati e i loro familiari, possono accedere a mutui con interessi usurari, all’1%, un sogno per i comuni cittadini. Sono interessi addirittura più favorevoli di quelli dei parlamentari, all’1,57% che tempo fa fecero scandalo. In qualunque contesto governativo si guardi, ci sono privilegi vergognosi, ma con una faccia tosta chiedono al popolino di tirare la cinghia. Credo che non si possano più mettere pezze, ma bisognerebbe rispettare e iniziare da capo, viceversa nulla cambierà.  –  23/09/2012

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Per la seconda serata consecutiva, dopo TG5, hanno proposto in due parti, l’intervista a Giuseppe Grassonelli, un ergastolano da 20 anni in carcere. Ieri sera in studio c’erano la radicale Rita Bernardini e l’ex vice Direttore del D.A.P., Sebastiano Ardita. Togliendo i suoi fatti personali, su cui non entro nel merito, ha detto una cose che merita un approfondimento: “In Italia c’è la pena di morte chiamata 4 bis”. Questa è una realtà che da vent’anni è coperta dalla censura e dall’omertà di Stato. Non solo è stata istituzionalizzata la pena di morte, ma anche la tortura con il 41 bis. L’ergastolo con il 4 bis è una pena di morte, anche se diluita nel tempo il risultato non cambia, anzi è peggiore, perché ci vuole un coraggio che duri tutta l’esistenza. Anche il cosiddetto ergastolo normale (qualche centinaio in Italia), formalmente se ha accesso a tutti i benefici delle pene alternative, ma nei fatti è una discrezionalità del magistrato di sorveglianza, pertanto è un ergastolo bianco, non essendoci nessuna certezza di terminare la pena. Il regime di tortura del 41 bis, seppellisce vivi i detenuti condannati alla pena di morte. Bisogna dare merito al PM Sebastiano Ardita, perché  imperterrito porta avanti le sue tesi di tortura, nascondendoli  sotto termini diplomatici che non allarmano la coscienza delle persone. La tortura la chiama “coercizione”. La pena di morte la chiama “sicurezza sociale”. Mi auguro che questi eventi mediatici continuino, affinché la gente inizi a riflettere sull’infamia delle leggi emergenziali.  –  24/09/2012

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Stamane ho trovato il pane  che ci passa l’amministrazione punteggiato di bianco e di muffa verde, era di due giorni fa, pertanto è strano che questo pane subito va a male. Mi è successo anche altre volte. Pensando al passato, ricordo che il pane che compravamo a casa, durava anche una settimana. Quello che facevano i nonni e gli zii nel Cilento, durava tutto il mese. Compro le freselle integrali sulla spese, durano una settimana senza problemi, ma possono durare anche un mese, come riporta la sentenza. Ho letto spesso che in Italia arriva il pane semicotto e congelato: una sera ho visto un documentario su questo pane che veniva dall’est-europeo, una porcheria piena di additivi chimici, autentiche bombe tossiche, l’igiene non era contemplata. Credo che questo pane sia simile, perché non si spiega come vada a male dopo due giorni. Se lo facessimo noi in cella, durerebbe almeno una settimana. Le imprese del carcere, che poi è la Berselli, che detiene il monopolio dal 1930, è onnipotente, talmente potente che nessuno al ministero si sogna di intervenire, neanche quei 120 PM antimafia che operano al Ministero. E’ palese che qualcuno nei vertici del ministero la protegge, sicuramente non gratis.  –  25/09/2012

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Riflettevo sul sistema di potere dell’apparato repressivo, non si può nascondere che è di tipo coloniale, e negli ultimi 20 anni ha ingoiato centinaia di miliardi di euro, senza nessun controllo. Questa bestiale repressione ha riportato tre risultati:

1-Un odio profondo contro lo Stato da parte di migliaia di persone, che hanno subito ogni sorta di sopruso dagli organi repressivi; magistratura, le varie polizie e le gogne mediatiche.

2-Ha moltiplicato per migliaia di migliaia le persone sottoposte alle famigerate legge emergenziali, facendo diventare il Meridione un covo di mafiosi; come lo fu con la repressione dell’occupazione piemontese, per dare legittimità all’infame legge Pica, il Sud divenne un covo di briganti.

3-Ha fatto diventare ricchi e potenti tante persone mediocri, che necessarie all’apparato repressivo, hanno dato sfogo al loro livore e suggerito leggi sempre più feroci e crudeli. Anestetizzando la coscienza del popolo, facendogli digerire ogni sorta di abuso, anche la pena di morte e la tortura.

E’ palese che questo sistema infernale non funziona e incancrenisce il tessuto sociale; credo che sia il tempo che persone con uno spessore intellettuale si pongano alcune domande, e diano risposte per una riflessione, che inneschi un cambiamento. Se ciò non avviene, l’industria repressiva  continuerà a mietere le sue vittime, perché per funzionare ha bisogno di “carne fresca”, dopo i padri ci sono i figli, nipoti, zii, cugini, cognati, ecc. Questo girone infernale continuerà ad andare avanti calpestando ogni diritto. Bisogna cambiare metodo guardando alle nazioni dove funziona il recupero e l’inserimento in società. I Paesi scandinavi (Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca), con l’Olanda, il Belgio ed altri, dove il concetto dell’insegnamento delle regole ha prodotto i suoi frutti, pertanto sono l’esempio da imitare. Comprendo che l’illecito strapotere dell’apparato repressivo non vuole il cambiamento, per non perdere il potere che esercita sul Paese, per non limitare l’onnipotenza dei suoi privilegi, e le centinaia di miliardi di euro a cui può attingere senza riserve; ma bisogna che la politica sana abbia uno scatto di orgoglio e di libertà per far ritornare il Paese dove giusto che sia, nel “mondo civile”.  –  26/09/2012

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Ieri sera hanno messo in onda una trasmissione del 1962 di Zavattini, era stata girata nel carcere di Porto Azzurro, era dedicata agli ergastolani, circa 250 nel penitenziario. Le condizioni erano molto diverse, ma la sostanza non cambia. Mentre intervistava gli ergastolani, come in un film ho visto gli stessi prigionieri di oggi, identici in ogni dettaglio. In ultimo hanno intervistato il Direttore, paragonandolo a quelli odierni, il prodotto non cambia, esaltava  qualunque cosa avesse fatto e cercava di ridimensionare tutte le brutture, persino le celle di segregazione, dove non c’era niente, neanche la luce, e i detenuti  ci venivano messi anche per valutare la loro personalità. L’arbitrio assoluto da parte del Direttore, e lui lo spiegava come fosse l’atto più naturale del mondo. Il tempo passa ma nulla cambia, e se non ci ribelliamo al narcotico che ci hanno iniettato, non cambierà niente. Mi auguro ch quando decideremo di fare una protesta estrema; il numero degli ergastolani sia molto alto.  –  27/09/2012

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Gli americani continuano ad allargare le loro basi in Italia, e non c’è nessun politico che prenda posizioni, solo la gente si ribella a questa prepotenza straniera. Riflettevo su questo fatto e sono giunto alla conclusione che gli americani non sono alleati, ma un esercito di occupazione, perché dopo circa 70 anni dalla fine della II guerra mondiale, continua ad occupare il Paese, pertanto chiamarlo alleato è fuorviante. Questo mio pensiero è avallato anche dal fatto che gli Stati Uniti hanno un debito pubblico enorme e questo li costringe a tagliare da tutte le parti, persino la NASA è stata ridimensionata nei suoi progetti per i tagli del governo, ma con tutto ciò non smobilitano le loro basi in Italia e in Europa. Se l’Italia e l’Europa sono un solido alleato, perché ha ancora tutte queste basi nel continente? A mio parere questa si chiama occupazione, altro che alleati. Ha fatto bene la Francia a non concedere basi agli americani. Con l’Unione Europea, è tempo che gli americani ritornino a casa loro.  –  28/09/2012

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E’ morto Perluigi Vigna, era stato il padrone assoluto della Procura di Firenze e di conseguenza anche del Tribunale; una specie di Torquemada, poi divenne Procuratore Nazionale Antimafia. Oggi tutti l’osannano, nessuno ricorda le sue malefatte perpetuate nel suo delirio di onnipotenza; forte con i deboli e lecchino con i forti. Ha coperto le torture di Pianosa degli anni ’90, ha imbastito processi inventati di sana pianta,come i cosiddetti mostri di Firenze, quattro poveri cristi inchiodati alla croce per soddisfare la sua vanità di “monarca” di Firenze. Senza dimentica le centinaia di casi anonimi che hanno subito la sua violenza istituzionale. Sono stato in un carcere della regione toscana e a Firenze, e mi hanno raccontato tanti fatti su di lui. Ne cito uno per rappresentarli tutti. La storia di Roberta. Era il Direttore della banca di Piombino, l’arrestarono sapendolo innocente, ma, con tutto ciò, volevano delle dichiarazioni che chiudessero la costruzione architettonica del procedimento che aveva imbastito la procura di Firenze, non volendosi prestare alle loro manovre fraudolenti, gli bloccarono tutte le sue entrate e quelle della sua fidanzata, lo volevano prendere per fame, per sua fortuna non poterono bloccare la pensione del padre. Ogni due tre giorni lo chiamavano la sera per colloqui investigativi, ma lo terrorizzavano con la minaccia di arrestargli il padre e la fidanzata, ritornava in sezione piangendo e terrorizzato dalle minacce, noi detenuti l’aiutavamo a tirarlo su di morale. Questa tortura durò un anno; fino a quando uscì per decorrenza termini. Dopo alcuni anni uscì assolto da ogni accusa, ma la sua vita era stata rovinata e perse il Padre che si consumò dal dolore. Lo sapevano innocente perché il suo difensore era suo cugino, magistrato e pretore di Piombino, l’interlocutore della procura di Firenze gli disse “sappiamo che è innocente, ma non possiamo fare brutta figura dicendo che ci siamo sbagliati”. Oggi Roberto è un volontario delle carceri con l’associazione San Vincenzo De Paoli. La voce corrente che girava a Sollicciano (carcere di Firenze) su Vigna, era che fosse un cocainomane. Se esiste l’inferno, gli auguro di bruciare nel fuoco per pagare tutto il male fatto.  –  29/09/2012

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Nel silenzio della notte o di prima mattina, rimbalzano come un suono sinistro i passi dell’agente nel corridoio, le suole di cuoio fanno un rumore che ti entra nel cervello, anche se la maledetta abitudine fa metabolizzare ogni cosa. La camminata innesca tanti fattori che alimentano i timori in noi, che possano derivare dalla rottura del silenzio, ai ricordi degli impacchettamenti all’alba, e i passi concitati che riportano alla mente momenti bui di soprusi e torture. Il ministero spenderebbe meno se rifornirebbero di scarpe gommate gli agenti; ma credo che certi appalti sono intoccabili. In conclusione, noi detenuti guardiamo sempre il bicchiere mezzo pieno, pertanto questo minore lo riteniamo un aiuto essendo in allarme naturale.  –  30/09/2012

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Il reparto SVIMEZ ha sentenziato che il Meridione per recuperare il ritardo con il Nord ci vogliono 400. Mentre leggevo questa bestialità, pensavo che se fosse vero, i tosco padani sono stati più  bravi, in 150 anni non solo ci hanno liquidato e spogliato di tutto, ma addirittura ci hanno  messo alla pari con gli africani, così possono giustificare il sistema coloniale instaurato per saccheggiarci e tenere nel tempo l’occupazione con la repressione, affinché non ci sia progresso in ogni campo, per rimanere un mercato per l’acquisto delle loro merci e un serbatoio di voti per i politici. Mettono in evidenza qualche piccolo investimento fatto al Sud, nascondendo le centinaia di miliardi che in tanti modi vengono dirottati al Nord. Questi piccoli finanziamenti non sono altro che l’aiuto ai poteri meridionali “collaborazionisti”, affinché continuino a fare gli interessi dei tosco padani. Tutto continua da 150 anni, un metodo collaudato e quando ci sono problemi oppure c’è bisogno di una cortina fumogena pesi perr coprire i soliti latrocini nordisti: “Una volta si chiamavano stati di assedio, oggi le chiamano emergenze mafiose”. Quando leggo dei problemi della “questione meridionale”, sento sempre puzza di fregatura perché quando c’è crisi economica, la pagano sempre gli schiavi delle colonie.  –  1/10/2012                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        

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Storico sorpasso della bici sull’auto. In Italia la bici è più venduta dell’auto. Questo dimostra che gli italiani hanno acquisito un’anima ambientalista più dei propri governanti, che finanziano a fondo perduto la Fiat dal dopoguerra. L’unico problema è che le piste ciclabili sono poche. Ne abbiamo solo 4000 km, a fronte delle 40000 della Germania. L’anno scorso sono state vendute 1750000 bici. Speriamo che questa tendenza continui. Sarebbe bello vedere le strade piene di bici come l’Olanda.  –  2/10/2012

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La recidiva non è un gene radicato nelle persone, per tanto dovrebbero studiare le cause, che in linea di massima si conoscono, e trovare le soluzioni migliori per limitarla al minimo. Proverò ad analizzare i fattori che l’alimentano. Premesso che nessuno nasce delinquente, cattivo e predisposto in questo sento. La società in cui nasciamo ci fa ricchi o poveri, e quando si è poveri l’esclusione da una vita dignitosa diventa la norma, ciò conduce alle scorciatoie per avere un tenore di vita adeguato; siccome l’appetito viene mangiando, si cerca di salire tutti gradini della scala sociale, senza andare troppo per il sottile. Poveri si diventa, perché lo Stat con i suoi atti ingiusti innesca la creazione di zone dove fiorisce il disagio sociale, un fenomeno innaturale, non naturale, come la devianza. L’esclusione produce ingiustizie e risentimento, perché non si ha accesso a una condizione di cittadinanza piena e totale, alimentando odio contro lo Stato, e di conseguenza la creazione di condotte di autonomi dandosi regole, leggi e vincoli propri, al di fuori della società. Questo processo che colpisce intere popolazioni, contribuisce al degrado sociale che assottiglia la linea tra la legalità e l’illegalità, con la supremazia della sopravvivenza, senza preoccuparsi in quale parte della linea si è costretti ad operare per guadagnarsi il pane. La povertà, moderna forma di schiavitù, è il vincolo di tutti i mali dell’umanità. Per liberare la società da questo flagello, bisognerebbe eliminare le leggi inique, le istituzioni che l’alimentano e le pratiche che impongono l’impoverimento, e di conseguenza la sua criminalizzazione. Tutto ciò non viene fatto, perché il potere dei ricchi ha bisogno di questo sistema iniquo, per continuar ad arricchirsi e mantenere il loro status.  –  3/10/2012

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Mi appassionano molto le trasmissioni sugli UFO. Oggi ne ho visto una che è durata circa due ore. I discorsi e i servizi erano improntati sulle varie tracce lasciate nei secoli passati: archeologia, disegni, religioni. Effettivamente non si può negare la realtà. Nel 900 e in questo nuovo secolo, gli avvistamenti e tracce varie, dimostrano che le visite di altre civiltà ci sono state. Non si possono prendere per visionari milioni di persone nel mondo che hanno visto. La logica e il buon senso mi portano a credere che nell’universo, con miliardi di stelle, ci saranno sicuramente altre civiltà, e credo anche più evolute della nostra, perché se riescono a viaggiare nello spazio devono essere per forza più progrediti di  noi, per di più che la facevano già 2-3 mila anni fa. L’unico problema che ci possiamo porre, e quello di non fare la fine dei popoli delle Americhe, dove la conquista dei popoli europei si tramuta in un genocidio.  –  4/10/2012

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In questi giorni stanno chiudendo il carcere di Laurean in provincia di Reggio Calabria, in provincia di Reggio Calabria, l’unico carcere in Calabria dove viene applicato integralmente l’art. 27 della Costituzione. Tutti insieme, carcerati, guardie, il sindaco del paese, con la giunta comunale e anche il presidente della regione stanno protestando contro questa chiusura insensata. Ieri sera han  trasmesso un programma su TV Calabria; il sindaco ha detto “c’è qualcosa di mostruoso che hanno progettato e stanno attuando al Ministero della Giustizia”. Credo che non sia andato tanto lontano dalla realtà. Al D.A.P. ormai comandano con metodi arbitrari i PM antimafia. Sono circa 120, hanno invaso  il ministero  occupandolo, e trattano il sistema penitenziario alla stessa stregua delle Procure quando firmano i mandati di cattura a grappoli. Ci sono poche luci di civiltà nel Meridione, ma l’apparato repressivo cerca di sopprimerle, perché ha bisogno di tenere alta la tensione, sia per mantenere il potere di condizionamento sul Paese, sia per proteggere i privilegi vergognosi che non fruiscono, e sia per non far chiudere il pozzo di San Patrizio, dove attingono a piene mani miliardi di euro senza controllo. Monti taglia da tutte le parti tranne che all’apparato elefantiaco della repressione. La ministra Severino, complice dell’apparato, si presta a ogni loro richiesta, d’altronde ha uno studio legale e, se facesse il suo dovere, non la farebbero più lavorare. Invece di trasformare tutte le carceri italiane come quelli di Bollate e Laureana, i mandarini del DAP li chiudono.  –  5/10/2012

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Ho trovato uno scritto di Alda Merini, un estratto da un suo libro: “L’altra verità- Diario di una diversa”. Lo riporto affinché che legge comprenda la mia riflessione:

“Un giorno successe una cosa meravigliosa in manicomio: ci apersero i cancelli, ci dissero che finalmente potevamo uscire. Dio! Cosa successe dentro l’anima nostra. Fu uno sciamare di vestaglie azzurre verso l’alba. E mi venne in mente, anzi ebbi la visione di santa Teresina che amava definirsi “piccola rondine di Dio”. In quel giorno scesi in giardino di corsa. Mi inginocchiai davanti a un pezzetto di terra e mi bevvi quel terriccio con una fame primordiale. Fu un giorno grande, il giorno della nostra prima risurrezione. Da quel giorno cominciammo a vestirci, a pettinarci, a curare il nostro aspetto, perché fuori c’erano gli uomini. Ma, soprattutto, c’era il sole, questo grande investigatore che vede oltre, oltre anche i nostri corpi. E le nostre anime dovevano per forza diventare belle” (da Alda Merini, “L’altra verità- Diario di una diversa”).

Le persone si comportano secondo come vengono trattate. Saranno criminali se li trattano e li fanno  sentire tali. Se li trattano come bestie così si comporteranno. Questi metodi usati per una cieca repressione, non disumanizzano solo chi subisce questi trattamenti, ma anche chi li attua. La poetessa Alda Merini, ha provato sulla sua pelle tutto l’orrore dei manicomi, trattamento non diverso di quello odierno nella grande maggioranza delle carceri, per non parlare della tortura del 41 bis. Con tutte le migliaia di leggi che ci sono in Italia, tutti i cittadini possono entrare nel girone dantesco delle carceri della penisola. Presto faranno una legge che sanzionerà con il carcere gli evasori fiscali, ci sarà l’inondazione nelle carceri  uguale alla legge sulle droghe. Nessuno sarà più immune al carcere. Mi auguro che ci sia un risveglio delle coscienze.  –  6/10/2012

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Hanno di nuovo affossato la legge sul reato di tortura. Ormai viene da chiedersi se il Parlamento è sovrano, perché la viltà di questi politici è vergognosa. L’impressione che se ne recava e che sono gli appassionati della repressione (anche  se loro li chiamano gli apparati della sicurezza) che controllano il Paese e condizionano o meglio dire ricattano il parlamento e i singoli politici. Questo onnipotente apparato della repressione, che usa disinvoltamente la tortura. Dalle procure speciali (D.D.A.), che varie forze di polizia nelle caserme e nelle carceri, ormai non hanno limiti. Lo dimostrano i tanti episodi di omicidi che commettono sulla pubblica via senza preoccuparsi della gente, perché talmente tanta  è l’arroganza e la prepotenza, sicure dell’impunità, che non si curano neanche di nascondere la loro violenza. Ci vorrebbe una rivolta di piazza, per mettere in riga la marmaglia che occupa indegnamente la maggioranza del parlamento, perché se continua così, ritorneranno gli anni ’70, dove l’unica risposta alla violenza dello Stato è altra violenza. Questa risposta è sbagliata, perché usare la stessa violenza, la repressione che ne scaturirà, legittimerà sia la tortura, sia le rappresaglie con rastrellamenti e sia questi politici corrotti e disonesti.  –  7/10/2012

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Alle olimpiadi dell’architettura green, l’Italia si è piazzata terza, vincendo la medaglia di bronzo. La prima classificata è stata la Francia e la seconda la Spagna. Il progetto italiano si chiama Med-in-Italy. La casa si è piazzata nei primi tre posti, perché produce energie tre volte il fabbisogno, una casa che somiglia a una piccola centrale di energia. Gli altri pregi sono che vengono adoperati materiali locali. Il costo è di 1400 euro al metro quadrato, il tempo per costruirla è dieci giorni, e in 20 anni si evitano nell’atmosfera 121 tonnellate di CO2. Ormai le tecnologie ci sono, le scoperte nel settore si susseguono a ritmo sostenuto, pertanto dipende tutto dai governi, e non pianificano il cambiamento per l’azzeramento degli idrocarburi e la sostituzione con le energie rinnovabili, i tempi di questa rivoluzione sarà rimandata alle calende greche.  – 8/10/2012

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Mia nipote Debora mi ha spedito la foto del suo bambino nato ad agosto, un bel maschietto, l’hanno chiamato Francesco. Mentre guardavo la foto, riflettevo sugli anni che passano. Quando mi hanno arrestato, Debora non era ancora nota, ora è donna, sposata e madre. Questo è il quarto pronipote, mi auguro che si moltiplicheranno nel tempo. Non avere pensato a dei figli, è un cruccio che mi perseguita spesso mi auguro che mi diano la possibilità di avere questa gioia.  –  9/10/2012

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Leggo una notizia di una sentenza che mi fa molto piacere, un giudice del Tribunale di Lamezia ha dato ragione al sindaco di Motta, avv. Amedeo Colacino. Aveva chiesto al museo criminale di Cesare Lombroso ubicato nell’università di Torino la restituzione del brigante Giuseppe Villella. Il giudice ha condannato l’università di Torino al pagamento di trasporto e la tumulazione dei resti di questo combattente per la libertà del Meridione occupata della marmaglia savoiarda. In questo criminale museo c’è la più grande fossa comune di eroi meridionali. Son i reperti che il criminale Cesare Lombros, sono i reperti che il criminale Cesare Lombroso esercitava le sue strampalate teorie sui meridionali, ritenuti da lui criminali sin dalla nascita. Una fandonia razzista che purtroppo si è consolidata nell’immaginario comune. Forte di questa sentenza, il comitato capitanato dal sindaco di Motta, ha chiesto la restituzione dei resti di Carmine Cracco e di Eustachio Paolo Chita, eroi della Basilicata. Dovrebbero essere richiesti tutti i resti dei combattenti per la libertà, non solo nel criminale museo di Torino, ma anche quelli che si trovano seppelliti nei cimiteri delle carceri isolane. Per i migliaia di martiri che perirono nei lager dei Savoia, e fatti scomparire nelle vasche di calce, bisognerebbe onorarli erigendo un monumento per farli ricordare alle future generazioni.  –  10/10/2012

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Questo governo dei banchieri, con la complicità dei due partiti maggioritari di destra e sinistra, confindustria, sindacati e la benedizione della Chiesa, sta prendendo decisioni che arricchiranno il penta potere a discapito della popolazione. L’ultima decisione riguarda il nuovo piano nazionale energetico, ma pensata per aumentare il latrocinio, principalmente quello dell’Eni e dell’Enel. Quella di raddoppiare l’attuale produzione del petrolio in Italia per ridurre l’importazione, abbassare il costo dell’energia ed incrementare le entrate fiscali, è una truffa, perché i numeri non mentono. Nel 2011 sono stati estratti circa 5 milioni di tonnellate di petrolio. Il consumo di petrolio animale è di 71 milioni di tonnellate. Le riserve petrolifere del sottosuolo ammontano a 76 milioni di tonnellate. Tutte le nostre riserve ammontano a quello che si consuma in un anno, quindi, in cosa consiste questa pseudo rivoluzione petrolifera? E’ un latrocinio legalizzato, sugli espropri, devastazioni ambientali e ritornare ad accentrare le competenze ai ministeri, togliendo qualunque autorità alle regioni e ai territori locali, affinché venga salvaguardato il monopolio delle fonti convenzionali (petrolio, gas e carbone) e affossare le energie rinnovabili. Credo che l’idea di Nicola Cipolla di indire un referendum sia l’unica via per fermare questi barbari.  –  11/10/2012

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Dopo alcuni anni e una nuova superperizia, finalmente è emersa la prova (occultata) che Stefano Cucchi è morto in conseguenza del pestaggi da parte della polizia penitenziaria. La sorella Ilaria ha dichiarato ai giornalisti una frase che dovrebbe far riflettere tutti i cittadini italiani: “Siamo stanchi e arrabbiati per l’atteggiamento a noi riservato dal PM. Riteniamo inaccettabile quanto a noi riservato dalla pubblica accusa che rappresenta lo Stato durante e fuori il processo”. Il PM è la pubblica accusa, rappresenta i cittadini che subiscono un reato, si adopera per trovare le prove per fare emergere la verità dei fatti e chiedere la condanna per i colpevoli. In questo caso, commettendo molteplici reati, occultamento di prove, omissione di atti di uffici e disonorando il suo ruolo, copre e difende gli imputati. Tutti tacciono, sia il suo capo alla procura di Roma, sia i vari sindacati dei magistrati e sia il CSM. Una vergogna. Senza dimenticare la censura dell’informazione, che ormai da anni si prosta davanti alla casta delle procure. I nuovi aristocratici, che si ritengono di avere un potere divino e nessuno si può permettere di ledere la loro maestà. La mia impressione è che i cittadini, sopportano con pazienza, come Giobbe, ma un giorno esploderanno come un vulcano. Allora questi moderni Torquemada capiranno cos’è la disperazione, la paura, il dolore e la sofferenza.  –  12/10/2012

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Quel video girato davanti alla scuola di Padova, dove solerti poliziotti hanno “sequestrato” un bambino, che non voleva seguirli perché voleva restare con la madre, e la stessa, i nonni e gli zii, hanno fatto di tutto per impedirlo. La polizia ha dimostrato ancora una volta al mondo intero quanto sia “democratica e civile”. I metodi del G8 di Genova non erano episodi ma la norma. Come al solito, ogni volta che esce un video in rete, arrivano le scuse del capo della polizia. Quando non c’è un video, si inventano storie inverosimili, aiutati sempre dal PM di turno. Vedendo in TV questo video, mi sono venuti in mente i bambini che vanno a trovare i loro genitori una volta al mese, nel regime di tortura del 41 bis, quando gli ultimi dieci minuti gli permettono di abbracciare i genitori. E’ difficile far capire o un bambino che sono solo dieci minuti, e in modo fermo e anche di peso vengono portati fuori, nessuno si indigna, forse perché sono figli di “mostri”? Ricordo che quando consentirono di effettuare una telefonata al mese ai prigionieri nel 41 bis che non facevano colloquio, insorsero i Savonarola, i sindacati della polizia penitenziaria e i soliti politici prezzolati, e costrinsero il ministero ad emanare una norma che la telefonata i familiari dovevano riceverla nel carcere più vicino, dove erano costretti a umilianti perquisizioni. E’ palese che era una violenza gratuita, una tortura studiata per costringere i carcerati a non telefonare. Molti rinunciarono per evitare a tutte quelle mortificazioni ai propri familiari. Anche allora nessuno disse niente. Erano i familiari dei “mostri”. Le torture ormai fanno parte del D.N.A. delle leggi e del sistema, e nessuno se ne indigna, perché toccano solo ai meridionali.  –  13/10/2012

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Per “sospetto” hanno azzerato il comune di Reggio Calabria. Assistiamo da  mesi, se non da anni a vergognosi saccheggi dei comuni e delle regioni del centro Nord, ma non azzerano niente. Le giunte ragionali del Lazio e della Lombardia, hanno fatto cose turche, eppure tutto passa in cavalleria. Forse questa legge si applica solo al Sud; come quella che permetteva di azzerare i comuni del Sud dove vincevano i filo borbonici dopo la conquista del 1860. La storia si ripete, ma sempre in danno del Meridione. Possibile che non ci sia un politico del Sud con i coglioni che dica le cose come stanno, per dare una scossa alle coscienze addormentate da troppo tempo?  –  14/10/2012

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Mi ha scritto un amico dal carcere di Padova, raccontandomi la visita della ministra Severino. Dopo avere visitato le lavorazioni che ci sono nel carcere. Su questo punto Padova è uguale a Bollate. Hanno riunito tutti i detenuti che lavoravano nella cooperativa Giotto che gestisce le lavorazioni nella sala auditorium. Alcuni carcerati hanno fatto interventi di circostanza, toccando anche il tema dell’ergastolo, soffermandosi maggiormente sei una pena senza speranza. Alla fine ha fatto il suo intervento il ministro Severino, ha raccontato una favola, per non chiamarla cazzata, e ha fatto una affermazione gravissima. La cazzata che ha detto è che in Italia non c’è l’ergastolo, perché non si sconta, si esce con le pene alternative. Qualcuno dovrebbe dirgli che c’è la pena di morte, che si chiama ergastolo ostativo, per 1500 ergastolani su 1800, “esclusi da ogni pena alternativa”. L’art. 4 bis O.P. (Ordinamento Penitenziario), esclude categoricamente ogni beneficio. Chi ha l’ergastolo è destinato a morire in carcere (come il sottoscritto), e chi ha una pena deve scontarla tutta, fino all’ultimo giorno, anche se sono 30 anni. Altro che certezza della pena. La seconda affermazione è di una gravità inaudita. Ha detto che bisogna coniugare i sentimenti dei parenti delle vittime e della società. Qualcuno dovrebbe dirle che viviamo in una repubblica democratica, con una Costituzione, leggi e i tribunali per applicare e giudicare secondo le norme dei nostri  codici. Quello che ha detto andava bene se eravamo in Arabia Saudita, ecc., dove vige la legge del taglione e la vita, la morte e la libertà del reo sono a discrezione dei parenti delle vittime. La signora è un avvocato, ha rivestito ruoli nelle istituzioni, insegna diritto alla scuola allievi ufficiali dei carabinieri, non può ragionare come ai tempi dei linciaggi di piazza. Questo dimostra che è inadeguata per il ruolo che ricopre. Avevo già scritto che essendo persona del sistema di potere del Paese, non c’era da aspettarsi niente di buono. Lei è come tutti meridionali che, per non essere servi del Nord, calpestano ogni cosa per diventare uno dei capi dei servi, al servizio del potere nordista; come i liberti dell’antica Roma. Per dimostrare devozione, sono più feroci dei loro padroni. Erano come lei tutti i collaborazionisti che aiutarono le SS savoiarde a reprimere la libertà e a distruggere il Meridione.  –  15/10/2012

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Oggi ho avuto la notizia che un ergastolano si è suicidato nel carcere di Carinola Parlando con un compagno che lo conosceva bene, mi ha detto che nel regime di tortura del 41 bis l’avevano fatto impazzire, maggiormente in quello di Parma. Circa 20 anni di torture sono molto difficili da sopportare, e l’equilibrio mentale non ha resistito. Credo che in un momento di follia o di lucidità, abbia voluto smettere di soffrire, riconquistando la libertà e la serenità. Ricordo che dopo qualche anno di tortura del 41 bis, nel 1993 feci colloquio  con mia madre e mia sorella. Per mezzora parlavo solo io. Gli chiesi perché facevano parlare solo me. Mia sorella mi rispose che sembravo un pazzo, avevo gli occhi fuori come i folli. Da parte mia mi ritenevo normale, ma avevano ragione. Lascio immaginare le persone sottoposte a decenni di questa crudele infamia, sepolti vivi, li stanno annientando mentalmente, in modo scientifico. La barbarie di questi metodi viene da lontano. Erano gli stessi usati  dai piemontesi, il sistema repressivo fu creato allora, e non è mai cambiato. Oggi, come allora, in questi lager ci sono solo meridionali.  –  16/10/2012

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Mi hanno mandato una pagina del Corriere della Sera del 2 ottobre 2012, dove c’era un appello per l’abolizione dell’ergastolo. La pagina l’ha comprata Umberto Veronesi. Ha fatto scrivere grande “Uniamoci contro l’ergastolo”. Menziona il convegno al Senato del 2 ottobre, quello organizzato da Veronesi con la sua associazione “Science for peace” il 16 e 17 novembre, nell’aula magna dell’Università Bocconi di Milano, dove parteciperanno  intellettuali e scienziati di tutto il mondo, tra cui molti premi nobel, ha sottolineato la raccolta di firme nel sito di Carmelo Musumeci, ed evidenziando la violazione dell’art. 27 della Costituzione. Veronesi ha preso a cuore la lotta per abolire l’ergastolo, e la sta portando avanti con coerenza. E’ una persona da ammirare e merita il massimo rispetto. Se riusciremo in questa lotta, molto lo dovremo anche a lui. Tutti possono andare nel sito del Corriere della Sera, e leggere la pagina sull’ergastolo.  –  17/10/2012

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Ho finito di leggere il libro “I lager dei Savoia- storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per i meridionali”. Lo scrittore è Fulvio Izzo. Edizioni Controcorrente. La prefazione è di Francesco Mario Agnoli del 6-12-1998. Inizia così: “La prima impressione che questo libro susciterà nella grande maggioranza dei lettori sarà un pugno alla bocca dello stomaco, tanto grande è la distanza tra l’oleografia risorgimentale ufficiale e la nuda e crudele realtà dei fatti”. Ed è vero. La crudeltà usata come ama di potere. Quello che insegnano a scuola sono delle menzogne storiche, per nascondere l’infamia che hanno commesso dopo la conquista del meridione. Il triumvirato Garibaldi-Cavour-Vittorio Emanuele II, dovrebbero essere cancellati dai libri di scuola, perché oggi sarebbero processanti per crimini contro l’umanità; come lo furono a Norimberga i capi nazisti, altrettanto i macellai che eseguirono la feroce repressione, i vari cialdini, Pinelli, Pallavicini, la Marinara, ecc. Invece ci sono vie, piazze e mausolei intitolati a loro. I crimini commessi non li hanno fatti neanche i nazisti con l’occupazione del 1943-45. Persino gli inglesi che sono stati i fautori di questa selvaggia conquista, inorridivano davanti a quello che videro e che ne vennero a conoscenza. L’inglese Wilford, incuriosito da alcune articoli pubblicati sul quotidiano “Popolo” a firma di Giovanni Gervasi, venne a Napoli e riuscì a ottenere dal questore di Napoli l’autorizzazione a visitare le prigioni della città. Pubblicò un articolo sul Times, confermando tutto ciò che aveva scritto il Gervasi, sottolineando che  tutto ciò che di turpe, di feroce, d’immondo, di barbaro, d’infame si praticava sui prigionieri. Le torture provenivano dai bandi di Carlo Felice del 22 febbraio 1826 (degno parente di Vittoria Emanuele). Il 12 agosto 1861, il deputato inglese Giorgio Bowyer, indirizzò una lettera a Lord Palmerston, raccontandogli quello che succedeva nel Meridione. Cita tanti episodi di stragi, di barbarie e di arbitri contro la popolazione termina affermando che “la distruzione è totale”, e il governo inglese dovrà rendere ragione al Parlamento quando si adunerà, sui delitti commessi nell’Italia meridionale sotto la tirannia di Cialdini e Pinelli. Lord Lennox, dopo avere visitato alcune carceri e visto l’inferno delle torture di cui erano vittime migliaia di meridionali, fece una relazione al Parlamento inglese. Dopo avere elencato le sue visite scrisse: “Sento il debito di protestare conto questo sistema. Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esistenza  alla protezione e all’aiuto dell’Inghilterra, deve più a questo che non a Garibaldi, che non agli eserciti vittoriosi della Francia, e però, in nome dell’Inghilterra, denuncio tali barbare atrocità, e protesto contro l’egidia della libera Inghilterra così prostituita”. L’Inghilterra fu sorda ad ogni appello, perché era la causa del problema, e le sorti delle popolazioni meridionali  furono abbandonate al loro destino nelle mani dei macellai piemontesi del “Re Galantuomo” di Vittorio Emanuele II. Interessavano solo le ricchezze del Regno delle Due Sicilie, per il resto erano estranei ai progetti politici già decisi dai famelici savoiardi, che ritennero di cancellare d’autorità il problema della ribellione. Tutti i prigionieri meridionali vengono trasferiti nei lager del Nord, principalmente gli ex soldati borbonici, dove furono fatti morire a migliaia di stenti e di torture.  Il ministro della giustizia, rispondendo a un’interrogazione, giustificò tutto ciò con la scusa che nel Meridione c’erano solo mille posti nelle carceri. Se erano così pochi, in che condizioni stavano migliaia di arrestati? Solo nel carcere di Girgenti (attuale Agrigento) c’erano 32.000 prigionieri. Viene da chiedersi, se c’erano solo mille posti nelle carceri meridionali, significa che  non c’era tutta quella delinquenza che la propaganda risorgimentale ha spacciato a piene mani, semmai l’ha creata per legittimare il saccheggio con la repressione e l’instaurazione di una colonia. Con la legge Pica, ogni aberrazione fu legittimata, legalizzando l’effusione del sangue. Il deputato Ferrari, nella seduta della Camera del 19 novembre 1862, con violenza accusa: “Vengono cacciati nelle carceri e fucilate famiglie intere, il numero delle vittime e dei carcerati è enorme. E’ questa una guerra di barbari. Se il sentimento vostro morale non vi fa inorridire di camminare sguazzando nel sangue, io non saprò più comprendervi. E quanto io affermo del Regno di Napoli, ditelo pure della Sicilia. Là pure si cacciano le genti in prigione e si uccidono  a fucilate senza nessun formale procedimento. Versare sangue è diventato  sistema. Ma non si rimedierà al male fatto, versando sangue a torrenti. Nell’Italia meridionale non si crede a siffatto sistema di sangue; e chi porta un’uniforme si crede di avere diritto di uccidere chiunque non ne porta”. Nel 1864 in un dibattito alla Camera, un deputato urlò “è un periodo di cotanta illegalità ed arbitrio, da non avere riscontro storico in tempi e in popoli meno civili fra i più barbari ed ignavi”. Alle vicende di circa 100.000 prigionieri di guerra (l’intero esercito), anche nei riguardi delle popolazioni meridionali, si commettono deportazioni, prigionie, fucilazioni, e restrizioni della libertà, tali da fare  parlare di “ferocia come dogma governativo”. Era ferocia generale, sistematica, premeditata, era ferocia stabilita da quel sanguinario di Vittorio Emanuele II. Resero il Sud un inferno, costringendo la gente a scegliere tra finire in prigione, servire il nemico piemontese o darsi alla guerriglia. La fredda crudeltà di ideologhi, insieme alla ferocia ottusa di politici e militari, uniti, criminalizzarono ogni cosa e negarono ai meridionali ogni diritto. Il disprezzo razzista nei confronti degli abitanti del Regno delle Due Sicilie è chiarissimo nei dispacci e i rapporti militari e politici, vengono paragonati ai beduini africani. Non si piegarono, e anche senz’armi e senza comandanti militari, corsero sui monti a tenere alto l’onore della loro patria. L’esercito, seppure tradito dai vertici militari, non i piegò, seppure torturati e fatti morire a migliaia, su 97000 effettivi solo in 1600 aderirono alla guardia repubblicana. In alcuni casi, la truppa giustiziò i propri comandanti per vigliaccheria di fronte al nemico. Li mandarono a Fenestrelle per “rieducarli”, l’Auschwitz per eccellenza, non esistendo i forni crematori che avevano i tedeschi, usavano una vasca di calce per cancellarli per sempre; è ancora lì in bella mostra. Fenestrelle era un autentico inferno, anche per le angherie sistematiche delle guardie carcerarie. Furono deportati, murati vivi e massacrati, in un silenzio che si vorrebbe far durare tutt’ora. Per avere mano libera in tutto, furono epurati il 90% della magistratura, dell’università, dei funzionari pubblici e sciolti i comuni ritenuti filo borbonici, circa due terzi. Con la legge del sospetto potevano arrestare e fucilare chiunque, anche donne, vecchi e bambini, non avevano più diritti. Le disposizioni piemontesi erano eseguite con una severità che sembrava un delirante furore; simile alle SS tedesche, se non peggio. I miliari elevarono la carneficina a sistema di potere. Questo metodo con modi  e terminologie diverse è arrivato fino a noi. La pianificazione dell’arbitrio  non verranno mai, coperti agli stati di assedio, dal 1860 all’inizio del ‘900 ne saranno dichiarati dieci; oggi si chiamano emergenze. La politica di repressione nel Meridione, non trae giustificazioni dall’eccezionalità, ma è l’originario e convinto approccio colonialista che porta il Piemonte a tenere il Sud in un permanente stato di soggezione, sia militare che economico, dal momento che era semplicemente considerato territorio di conquista, il cui inserimento nella realtà della penisola ha solo carattere subalterno, anzi è opportuno tenerlo separato, perché rappresenta quasi una vergogna. Il Re Francesco II aveva capito, e quando si imbarcò per l’esilio disse: “non vi lasceranno neanche gli occhi per piangere”. Il popolo che ha sempre un intuito infallibile capì che la pota in gioco non era il loro Re, ma l’indipendenza della loro terra. Non la monarchia borbonica, ma l’autonomia amministrativa dello Stato. Non il destino di una dinastia, ma quello proprio. Furono questi i motivi che indussero il 99% dei meridionali a sollevarsi contro il nemico piemontese invasore. L’arroganza e la loro presunta superiorità protrassero per decenni la macelleria repressiva, rendendo irrecuperabili i rapporti tra le popolazioni meridionali, con strascichi ancora evidenti. Non bastava la conquista, l’occupazione e il saccheggio selvaggio, la loro propaganda diffuse in forma capillare la menzogna e il razzismo che dura tutt’ora: “il Mezzogiorno  è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile della penisola; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi per destino naturale; se il mezzo giorno è arretrato, la colpa non è dello Stato o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto  i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari”. Di tutte le infamie commesse hanno cercato di cancellare il ricordo per l’impossibilità di trasformarle in fenomeni folkloristici. Giustificarono tutte le atrocità con la legge, con la complicità dei fuoriusciti, che piemontesizzati nel loro soggiorno a Torino, alimentarono le peggiori nefandezze; come la legge Pica. La colonia creata è rimasta uguale a 150 anni , solo molto più povera, la repressione è la stessa, i lager sulle Alpi ci sono anche ora (Cuneo, Novara, Tolmezzo), nulla è cambiato e nulla cambierà, se non ci sarà una ribellione. Il paradosso è che la repressione non è più fatta dai piemontesi, ma il 98% sono tutti meridionali, e sono molto più feroci, vogliono mettersi in mostra  con i padroni e dimostrare la loro fedeltà.  –  18/10/2012

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Le parole sono pesanti come macigni, quando vengono dettate dal pregiudizio e usate con superficialità, alimentano il razzismo. Un ragazzo di 22 anni di Palermo, in un raptus di gelosia aveva aggredito l’ex fidanzata, la sorella di 17 anni, nel cercare di difenderla è stata uccisa. Una tragedia per i genitori, una figlia uccisa e l’altra ferita in modo grave. Questi tragici episodi non si possono spiegare, perché sono dettati dall’irrazionalità folle, e l’unica spiegazione che si può dare, ma nello stesso tempo vanno condannati perché ogni essere umano è sacro. Anche su queste disgrazie i media alimentano il razzismo, usando le parole come una clava. In TV, non solo hanno detto che il killer era stato arrestato, ma per tutta la giornata nella striscia dei sottotitoli, era scritto “arrestato killer”. Nel Nord usano altre parole “raptus di follia”, “non ha retto alla rottura”, ecc., tanti altri termini, ma mai killer, parola usata solo per gli omicidi della criminalità. Anche su queste notizie si dimostra il razzismo strisciante, creato dai Savoia con l’aiuto dei loro sgherri come Lombroso, e continua tutt’ora.  –  19/10/2012

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Con entusiasmo aspettavo la partita Juve-Napoli, ero ottimista che vincevano, ma purtroppo, anche avendo dominato, nel secondo tempo, in un minuto ci hanno fatto gol, è stata un’amare delusione. Ci rifaremo a Napoli. Mi auguro che la squadra non si demoralizzi nella cavalcata per lo scudetto.  –  20/10/2012

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Mi hanno raccontato che su internet è possibile contattare e vedere il norvegese (non ricordo il nome) che ha ucciso oltre 70000 persone, condannato a 21 anni i carcere. Si può vedere la sua cella, come passa le sue disponibilità. Ha il computer in cella collegato a internet; la sua cella somiglia ad una normale stanza; può partecipare a tutte le attività che offre il carcere (in Norvegia sono molte e di qualità); la cella aperta tutta la giornata; non gli manca niente per iniziare un recupero per un futuro ravvedimento. Mentre pensavo a ciò che mi raccontavano, l’ho immaginato qui in Italia, dopo avergli dato l’ergastolo per ogni omicidio, l’avrebbero messo nel regime di tortura del 41 bis, con la cura di limitargli anche l’aria che respirava. Ricordo che, un parlamenta in visita al carcere di Parma, nel reparto del 41 bis, lo portarono dal brigatista Mezzosalma, un carcere l’omicidio Biagi, gli chiese come lo trattavano, rispose “vorrei vedere un po’ di cielo” (con le grate chiamate gelosie non vedeva neppure il cielo, murato vivo). Gli fece capire come veniva trattato. Notizia riportata dal quotidiano locale nel 2007-2008. Credo che il norvegese sarebbe stato trattato peggio, e con il tempo l’avrebbero fatto impazzire. La civiltà italiana è molto famosa per il rispetto dei diritti umani  e i trattamenti nelle carceri, sic! A volte rimpiango di non essere nato in un Paese così civile come la Norvegia.  –  21/10/2012

Lettera al Prof. Pugiotto… di Pasquale De Feo

Dopo la lettera al giornalista Giovanni Aversa (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/29/lettera-a-giovanni-anversa-di-pasquale-de-feo/), pubblico un altra lettera di Pasquale De Feo -detenuto a Catanzaro. Questa lettera è indirizzata al professore Andrea Pugiotto, docente dell’Università degli studi di Firenze.

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Egregio Prof. Pugiotto,

Sono un ergastolano ostativo da circa trent’anni in carcere; sono molto contento che lei partecipi al convegno del 2 ottobre al Senato, dove si discuterà dell’abolizione dell’ergastolo.

Comprendo che le tematiche del carcere sono per lo più sconosciute, perché i media riportano la realtà artificiosa che i funzionari e i politici di turno gli propinano. Essendo cresciuto in questo luogo conosco bene il sistema e la realtà carceraria. Con questa mia lettera vorrei darle qualche delucidazione in più e anche esporle alcune riforme che andrebbero fatte.

Faccio una premessa; l’amnistia non risolverà i problemi. Potrà alleggerire per qualche anno il sovraffollamento, ma poi tutto tornerà come prima. L’amnistia serve  alla magistratura per alleggerire i milioni di processi che hanno accumulato mentre pensavano ad altro..

Le carceri sono i luoghi più illegali delle istituzioni del Paese. Pertanto, parlare di fine rieducativo della pena, come stabilisce l’art. 27 della Cost., sono parole vuote prive di contenuto.

Le statistiche  e i numeri che riferiscono i funzionari del ministero della Giustizia sono elasticizzati secondo la convenienza del momento, ma non sono mai veritieri.

I 46000 posti disponibili non sono reali, perché in una cella da un posto letto, se ne possono mettere tre di letti, come di celle che, dallo spazio di tre posti letti ce ne mettono nove di letti Da questo può comprendere che i posti letto si possono moltiplicare.

I cani per legge devono avere 14 metri quadrati di spazio; i maiali devono avere 9 metri quadrati; i detenuti, come stabilito dal CPT (Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio Europeo), devono stare in uno spazio non inferiore ai 7 metri quadrati, ma questo diritto a noi non viene riconosciuto. I nuovi padiglioni che sono stati costruiti nelle carceri (limitano ancora di più il poco spazio che avevamo) sono illegali, perché nel codice penitenziario è stabilito che di detentu devono avere la cella singola. Solo in casi eccezionali possono essere messi in due, con il consenso di entrambi. Invece hanno fatto celle con tre posti letto, che subito sono diventati sei posti e presto diventeranno nove posti letto.

Anche da questo può capire il motivo dell’ostruzionismo  per introdurre il reato di tortura nel codice penale.

Ci sono norme che risalgono alla dittatura fascista, che nullla hanno a che fare con la Costituzione e con l’Unione Europea e la sua Convenzione.

E’ possibile fare riforme a costo zero, anzi si recupererebbero risorse che sono disperse in una repressine cieca, dettata solo dall’oppressione: chiudere le case di lavoro e le colonie agricole, che non hanno niente della loro terminologia, ma è solo altro carcere. Sono misure di sicurezza di mussoliniana memoria, che sono state abbinate alle condanne oppure applicate in base alla pericolosità sociale di ricordo lombrosiano.

Le carceri e le sezioni adibite a queste obsolete istituzioni possono essere usate per dare sollievo al sovraffollamento, con nuovi spazi e risorse per questo scopo.

In molte carceri ci sono le sezioni adibite alla pena alternativa della semilibertà. Questo strumento consente di andare a lavorare fuori tutto il giorno e la sera tornare in carcere a dormire. Potevo comprendere cinquant’anni fa, ma oggi, con tutte le tecnologie disponibili è uno spreco di spazi e di risorse, e si potrebbero chiudere queste sezioni e mandare a dormire i detenuti in semilibertà  a casa.

Rendere automatica l’applicazione delle pene alternative, togliendo una mole di lavoro ai magistrati di sorveglianza. Così possono fare il loro lavoro, “sorvegliare l’esecuzione della pena”, lasciandogli il controllo esterno. Principalmente si elimina tutta la burocrazia che opprime tutto il sistema, perché nlle pene alternative ci mette becco tutto l’apparato repressivo, che limita opponendosi, nella totalità, alla concessione delle pene alternative.

Eliminare le misure di sicurezza o usarle come pene alternative, poiché una persona dopo avere scontato la pena deve avere il diritto di rifarsi una nuova vita ovunque ritenga opportuno, e non deve essere costretta a rimanere nel luogo  dove ha commesso i reati, e c’è quel brodo di coltura che ha contribuito alla sua devianza. Lo Stato con queste norme è più criminale di chi commette i reati, perché alimenta la recidiva invece che combatterla.

Chiudere le sezioni dei regimi di tortura del 41bis, sia perché la tortura è indegna di un Paese che si definisce civile, e sia perché 700 detenuti sepolti vivi occupano lo spazio di 20000 detenuti, altrettanto in quanto a risorse.

Tutte le associazioni internazionali, la Corte dei diritti dell’uomo, l’ONU e persino gli USA hanno scritto a chiare lettere che il regime del 41 bis è TORTURA.

Purtroppo da vent’anni in Italia è stata istituita la pena di  morte e la tortura nel silenzio omertoso di tutti; l’ergastolo ostativo è una pena di morte anche se diluita nel tempo; la Corte Costituzionale ha smentito più di una volta se stessa, perché con una sentenza ha ritenuto l’ergastolo costituzionale perché c’è l’istituzione della liberazione condizionale dopo 26 anni di carcere, pertanto l’ergastolo non è perenne, viceversa ha confermato in varie sentenze l’art. 4 bis, che rende l’ergastolo ostativo perenne per tutta la vita, fino alla morte biologica.

Il 41 bis è tortura senza se e senza ma. Se lei sapesse tutte le norme che sono applicate, stenterebbe a crederci, ma la censura dello Stato fa buona guardia. Anche per questo hanno creato un solo tribunale speciale per discuterlo, quello di Roma; sinonimo dei tribunali speciali di Mussolini.

Tutti i tossicodipendenti dovrebbero essere messi in strutture dove siano curati. Tenerli in carcere ed imbottirli di psicofarmaci per farli dormire tutto il giorno, non li aiuta, perché, quando sono scarcerati, “si svegliano” e ritornano a  fare quello che facevano prima, fare reati per procurarsi i soldi per la dose.

Alcuni anni fa fu inaugurata, dall’allora Ministro della giustizia Roberto Castelli, una struttura pilota per la cura dei detenuti tossicodipendenti. All’interno c’erano solo medici ed infermieri, mentre la polizia penitenziaria sorvegliava il perimetro esterno.

Come purtroppo succede nel Paese, le cose buone rimangono solo ottime intenzioni, e quella struttura è rimasta pilota.

I malati non li possono curare con la galera e con gli psicofarmaci, perché in questo caso si rinvia solo il problema, e tutto diventa un girone infernale senza fine.

C’è un carcere, Bollate (Milano), che è nato come carcere pilota, i risultati sono stati superiori alle attese, ma, con tutto ciò, è rimasto ancora un carcere pilota.

La media nazionale di recidiva in Italia è al 70%, con punte massime in alcune località del 90%. Il carcere di Bollate è riuscito portarla al 10%. Neanche la civilissima Norvegia è riuscita a portarla così in basso; loro sono al 20%.

Ogni punto di recidiva costa allo Stato 51 milioni di euro. Il 60% in meno di recidiva equivale a circa 3 miliardi di euro, che potrebbero  essere usati per costruire un sistema penitenziario da paragonare alla Norvegia, e creare una rete esterna per supportare i detenuti che finiscono di scontare la pena. Oggi tutto è lasciato alla bontà dei volontari, che sono anche ostacolati dal sistema penitenziario. Basterebbe far diventare tutte le carceri italiane come  Bollate e, nel giro, di un decennio, si vedrebbero i risultati.

Viene naturale chiedersi perché non è fatto. Il motivo è semplice. C’è un apparato mastodontico della repressione, l’unica industria nel Meridione che non conosce flessione, che ingoia miliardi di euro all’anno senza controllo, che non vuole queste riforme, perché non vogliono perdere il potere che esercitano nel Paese, i privilegi di cui godono e il pozzo di San Patrizio cui attingono. Per questo motivo la tensione deve rimanere sempre alta, la pericolosità sempre attuale, e la criminalità sempre più forte.

Bisognerebbe abolire le leggi emergenziali che hanno incancrenito la vita del Paese. Persino un ignorante come me capisce che sono anticostituzionali, perché fanno a pugni non solo con la Costituzione, ma anche con le libertà civili e con la stessa legge a cui tutti siamo soggetti.

Con l’art. 4 bis hanno tolto ogni speranza, perché con l’ergastolo ostativo si è destinati e morire in carcere ed è peggiore della pena di morte, perché non c’è bisogno di un coraggio momentaneo, ma di tutta la  vita.

Con l’art. 41 bis hanno istituzionalizzato la tortura. Ci sono persone che da vent’anni sono seppellite vive in questo regime.

Hanno limitato con varie alchimie ogni accesso alle pene detentive usando la burocrazia come sistema di controllo e repressione.

L’art. 416 bis è usato come un manganello, condisce ogni pietanza come il prezzemolo, un reato non reato, pertanto uno strumento  micidiale, simile a quelli delle dittature; arrestare e tenere in carcere per tanti anni le persone senza che mai abbiano commesso reati.

La legge Pica non è mai morta. Ha continuato a rendere un inferno il Meridione, come fecero le SS piemontesi dopo la sua conquista e feroce occupazione di tipo coloniale.

Sui Tribunali.. ci sarebbe da riformare la custodia cautelare e i riti alternativi.

La custodia cautelare è diventata una consuetudine. Si arrestano persone ritenendole già colpevoli, rovinando la vita di migliaia di persone. Sarebbe giusto limitarla al minimo, non più del 10%.

I riti alternativi dovrebbero diventare una facoltà dell’imputato.. scegliere quale rito sia più adeguato alla sua difesa. Un diritto e non una concessione della corte con l’assenso del PM. Se ci fosse questo diritto, oltre il 60% dei processi sarebbero celebrati con i riti alternativi, con un risparmio economico, di tempo, e di processi definiti, evitando l’accumulo di milioni di processi e una lentezza che ci relega negli ultimi posti al mondo, con condanne annuali della Corte europea dei diritti dell’uomo.

L’industria repressiva blocca ogni cambiamento, perché le riforme eliminerebbero lo strapotere che ha nel Paese. Il potere di ricatto è talmente forte, che la paura impedisce persino di discutere dei loro metodi illeciti. Ci vorrebbe uno scatto d’orgoglio da parte di tutti, affinché il Paese ritorni dove è giusto che sia, “nei Paesi civili”.

Dal carcere il mondo si vede in modo diverso, perché noi viviamo sulla nostra pelle i soprusi e la repressione collettiva. La Costituzione stabilisce che la responsabilità è personale. Viceversa, nel Meridione, è collettiva, anche se lo è sempre stata. Una volta si chiamavano stati di assedio per il brigantaggio, oggi si chiamano emergenze per la mafia.

Le ho portato la mia testimonianza, quella di un meridionale discendente dei briganti, che, come teorizzò Cesare Lombroso, siamo per conformazione genetica propensi a delinquere. Pertanto non devono punire il reato, ma attuare una repressione etnico-generazionale, affinché capiamo quale deve essere il nostro posto di brutti-sporchi-e-cattivi.

La ringrazio per il tempo che mi dedicherà, e mi scuso se in alcuni punti sono andato fuori tema.

La saluto cordialmente, augurandole ogni bene.

 

Catanzaro 2 ottobre 2010

 

De Feo Pasquale

 

 

 

 

 

41 bis: che fare? Denunciamo!… di Giuseppe Mainardi

Già una volta ci eravamo imbattuti in Giuseppe (Peppe) Mainardi, nell’ambito della rubrica “Da dentro a dentro” (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/09/da-peppe-a-carmelo/).

Oggi pubblico un testo di Giuseppe Mainardi, detenuto a Sulmona, che ritorna sui temi del 41 bis.. ovvero ritorna sui temi di un sistema che è -andando al sodo e senza edulcorazioni o giri di parole- tortura.

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La legittimità del secondo comma dell’art 41 bis O.P., fu sancita dalla Corte Costituzionale con le sentenze 349/93, 351/96, 376/97 e con quest’ultima la Consulta ribadì il principio per il quale le misure adottabili a seguito di provvedimento  ministeriale non potevano consistere  in restrizioni ulteriori rispetto a quelle già inerenti lo stato di detenzione: <<Non vi è dunque, precisava la Corte nel 1997- una categoria di detenuti  individuati a priori in base al titolo di reato, sottoposti ad un regime differenziato:  ma solo singoli detenuti, condannati o imputati per delitti di criminalità organizzata, che l’amministrazione ritenga, motivatamente e sotto il controllo dei Tribunali di Sorveglianza, in grado di partecipare, attraverso i loro collegamenti interni ed esterni, alle organizzazioni criminali e alle loro attività, e che, per questa ragione sottopone -sempre motivatamente e con il controllo giurisdizionale- a quelle sole restrizioni che siano concretamente idonee a prevenire tale pericolo, attraverso la soppressione o la riduzione delle opportunità che in tal senso discenderebbero dall’applicazione del normale regime…”

Al fine di dare piena attuazione delle sentenze della Corte Costituzionale, fu emanata, dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, una circolare ministeriale con una esplicita  rivisitazione delle prospettive trattamentali, doverose e costituzionalmente imposte, per i detenuti sottoposti a regime detentivo speciale, di cui all’art. 41 bis comma 2 O.P., nella quale è dato leggere: <<un altro aspetto  significativo nella sentenza più recente riguarda l’illegittimità di restrizioni in materia di osservazione e trattamento>>.  Si legge nella sentenza in questione: <<… l’applicazione del regime differenziato ex art. 41 bis comma 2, non comporta e non può comportare la soppressione o la sospensione delle attività di osservazione e trattamento individualizzato previste dall’art. 13 O.P., né la preclusione alla partecipazione del detenuto ad attività culturali, ricreative, sportive e di altro genere, volte alla realizzazione della personalità, previste dall’art. 27 dello stesso O.P.>>.

Da siffatta giurisprudenza tesa ad assicurare le esigenze di praticabilità di un percorso di recupero e di tutela della dignità del detenuto, di qualunque gravità fossero le colpe di cui egli si fosse macchiato, in linea con la difesa di quei valori fondamentali della persona umana che costituiscono il cardine della nostra Carta Costituzionale e dell’intero ordinamento- è nato dunque l’obbligo cogente, per l’amministrazione, di assicurare le condizioni per le quali le attività di trattamento ed osservazione potessero effettivamente esplicarsi, pena la definitiva declaratoria di incostituzionalità dell’istituto>> (Circ. Dap. 20 febbraio 1998 n.3470/5920). Nella circolare citata si precisa che <<per quanto concerne le attività in comune in ogni sezione… devo essere OBBLIGATORIAMENTE predisposte uno o più sale per attività in comune di tipo culturale e ricreativo e sportivo. L’adeguamento, in questo senso, del regime detentivo, trova la sua motivazione anche nel rispetto dell’esplicito dettato della giurisprudenza costituzionale. La sala o le sale dovranno essere all’uopo attrezzate e potranno altresì contenere la biblioteca di sezione. Per quanto concerne le attività sportive, anche qui si tratta di uno degli elementi di trattamento e rieducazione esplicitamente indicati come essenziali dalla giurisprudenza costituzionale; ove all’interno della sezione non sia possibile attrezzare locali per le attività previste dall’art. 12 O.P., dovranno essere utilizzati locali di altre  sezioni (…). In ogni caso, l’uso del campo sportivo  potrà essere consentito per un’ora la settimana (…)>>.

Con la citata circolare il Ministero della Giustizia si è messo “a posto”. Peccato però che nell’attuazione della circolare in questione, ogni Direzione, o meglio dire i G.O.M., l’hanno stravolta arbitrariamente mantenendo le loro “leggi”. Ma la cosa più grave è che i Magistrati di Sorveglianza – che per legge (artt. 5 e 75 D.P.R. 230/2000) devono vigilare sullo svolgimento  del trattamento dei detenuti, sono a conoscenza della segregazione in cui si trovano i reclusi al 41 bis, rendendosi complici delle violazioni che  da decenni persistono in tali sezioni speciali.

Pertanto, in attesa di attività di trattamento e di osservazione, quindi di attività culturali, ricreative, sportive e di altro genere e, se si considera la riduzione delle ore d’aria (con l’ultima modifica al 41 bis de 2009) la detenzione si concretizza in un sostanziale e continuo isolamento che i decreti ministeriali finiscono con l’imporre, in spregio ai principi costituzionali.

Vogliamo dare un nome a tutto ciò? TORTURA!!!

Vogliamo renderci complici dei TORTURATORI? NO!!!

Dunque, uniamoci, troviamo il modo per far valere la nostra denuncia. Non dobbiamo avere paura. Siamo dalla parte della ragione! E soprattutto, della legalità!!!

Giuseppe Mainardi –    carcere di Sulmona

La non vita del 41 bis… di Gaetano Fiandaca

Il 15 settembre -tramite Carmelo Musumeci- abbiamo pubblicato il primo testo di Gaetano Fiandaca (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/09/15/compito-ditaliano-gatano-fiandaca/), detenuto -come lo stesso Carmelo da qualche mese- nel carcere di Padova.

Ci è giunto un altro testo di Gaetano Fiandaca, dove  parla di uno dei temi a noi cari.. la tortura del regime del 41 bis.

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Per un carcerato affrontare il tema del 41 bis  è quanto di più doloroso possa esserci, sia per chi l’ha vissuto, sia per chi ne ha solo sentito parlare, ma peggio ancora per chi lo vive attualmente. Trattasi di una norma di legge nata in clima emergenziale che doveva avere carattere provvisorio, invece negli anni è stata stabilizzata come legge perpetua.

Adesso, se ci vogliamo introdurre dentro la norma, al di là della sua dizione giuridica è come penetrare dentro un girone infernale. All’inizio, nel 1992, furono aperte due super carceri, ove la parola super deve essere intesa in molteplici significati, dato che super erano anche le restrizioni ingiustificate che andavano oltre il dettato costituzionale della pena, che deve essere improntata sul reinserimento  e nella umanizzazione, ove la dignità umana non deve essere mai calpestata.

Nel luglio 1992 si trattò di una vera deportazione in stile nazista. Furono prelevati dalle varie carceri detenuti imputati di associazione mafiosa, la maggior parte di essi erano ancora in attesa di giudizio. Gente di tutte le età furono costrette a subire di tutto, si cercava di indurre alla collaborazione a qualsiasi prezzo le persone rinchiuse in queste carceri speciali.

Lo Stato così mostrava il suo volto vendicativo nei confronti di chi si trovava detenuto e del tutto inconsapevole dei motivi per cui ciò avveniva. Dopo circa 7 anni Pianosa e l’Asinara chiusero ma non si chiusero, ma non si chiusero le ferite di chi aveva subito quei trattamenti, poiché molti le portano ancora sulla pelle e nella psiche. 

Entrare nei dettagli di quegli eventi è solo doloroso e voglio evitare di dover ripercorrere eventi che non rendono certo onore a uno stato di diritto.

Gente allontanata dalle città di origine con la probabilità  di non vedere più per lunghissimo tempo i suoi cari per vari motivi.

Gente sotto processo che perdeva la possibilità d’incontrare i propri legali dato che venivano trasferiti solo poche ore prima dell’inizio delle udienze con tanti saluti al diritto di difea.

Di certo alcuni agenti penitenziari furono condannati per percosse e violenze sui detenuti. Nel tempo il 41 bis si è andato stabilizzando come modus operandi, oggi sono finite le percosse ma sono iniziati i supplizi psicologici, i vetri divisori sono una tortura continua poiché ti tolgono ogni possibilità umana di contatto con moglie e figli anche in tenere età. In concreto avviene in forma scientifica e “democratica” la separazione di fatto con i propri familiari. Ciò fa venire alla mente alcuni ricordi di certi lager nazisti ove avvenivano separazioni cruente, ma nella sostanza cambia poco con il 41 bis. Disse Voltaire: “Se si vuol conoscere la civiltà di uno Stato e il suo rispetto dei diritti umani si deve sapere come si vive n elle sue carceri”.

I contatti con l’esterno sono totalmente azzerati, sia con i familiari sia con i difensori. Vi è una enorme lacuna perché chi non ha la possibilità di pagare un avvocato per farlo sedere accanto a sé durante le udienze in videoconferenza vede leso il suo diritto a difendersi perché manca proprio quel senso di immediatezza del processo che dovrebbe essere alla base di un diritto di difesa nel nuovo processo penale. Invece chi non ha possibilità economiche deve sentirsi telefonicamente con l’avvocato da separati perdendo così quella possibilità di compulsare gli atti e approntare una difesa nella sua immediatezza. Questi sono alcuni degli aspetti privati, altro aspetto che oggi per legge è stato reso definitivo il 41 bis, per assurdo vi sono sottoposte ancora persone dal lontano 1992.

Altro aspetto penalizzante è che sono concentrati i ricorsi al 41 bis in un unico tribunale di sorveglianza, quello di Roma. Venendo meno così il diritto di competenza giurisdizionale di ciascun tribunale, come se solo quello di Roma desse garanzie e gli altri difettassero di qualcosa. 

Guardando all’aspetto attuale della vita interna del 41 bis vi è da rilevare che non si può più cucinare, non si può più parlare nel corridoio neanche con il detenuto di fronte alla cella, pena la chiusura della porta blindata e conseguente rapporto disciplinare che va ad infierire ulteriormente togliendo ulteriori spazi esistenziali.

Non esiste scuola, non vi è contatto con gli operatori predisposti al trattamento, nessuno ascolta gli eventuali problemi dei detenuti. I contatti sono ridotti esclusivamente con gli agenti penitenziari e qualche medico al bisogno.

Quando a un uomo gli si toglie la possibilità di poter parlare o abbracciarsi con i suoi cari per come si deve, quando a un uomo si priva della possibilità di potersi cucinare qualcosa a proprio gusto, quando a un uomo non gli si dà più la possibilità di sentirsi persona, cosa gli si deve togliere ancora per farlo diventare come una bestia?

Il solo modo per poter uscire da questa situazione opprimente è la delazione, dato che ogni altra forma di ricorso per fare valere i propri diritti risulta impercorribile.

Gaetano Fiandaca

Padova 2012

 

 

 

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