Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Le voci di dentro… di Marcello Dell’Anna

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Questo testo scritto da Marcello Dell’Anna, detenuto a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros, è straordinario.

Marcello, entrò in carcere, per reati connessi alla criminalità organizzata, all’età di 22 anni.

Da allora è rimasto ininterrottamente in carcere, passando da detenuto oltre 25 anni dei suoi 47 anni di vita.

Il suo è stato un percorso straordinario. In carcere si è laureato, ha scritto libri, ha ottenuto attestati ed encomi.. ha fatto un percorso interiore che l’ha reso capace di essere una voce di civiltà, cultura, equilibrio.

Il testo che pubblico oggi è uno di quei testi che sono impedibili. Ci sono testi che hanno un respiro, una potenza, una capacità espressiva, un’anima che permette loro di andare oltre ogni confine, di lasciare un segno, anche quando quel segno sembra non vedersi ancora. 

Voglio citare uno dei tanti passaggi di grande intensità presenti in questo testo:

“Il contesto carcere è tanto più vario, movimentato, caotico e disordinato (anche sotto il profilo dell’attenzione alle relazioni interpersonali) quanto più è affollato. Qui infatti il tempo è rapido e lento, e non sembri una contraddizione. Le procedure si susseguono incalzanti, ma il progetto futuro è in sospeso, da riscrivere, perché il soggetto detenuto non conosce ancora quanto tempo non sarà in grado di gestire in piena autonomia e autodeterminazione. Nel tempo sospeso, non progettato, incerto, ogni comunicazione, parola, giudizio può pesare come un macigno, assumere contorni inaspettati, ingiustificati altrove, ma perfettamente prevedibili qui. Così, un familiare che comunica al congiunto detenuto che si assenterà per ferie scatena vissuti di abbandono talmente forti da desiderare la morte per cessare di soffrire; un colloquio saltato per uno qualsiasi dei validissimi motivi possibili è interpretato come disinteresse o prova di un pericolo occorso al congiunto; un operatore che scredita e offende le radici culturali può mortificare nel profondo e far crescere una rabbia generalizzata, un pregiudizio figlio del pregiudizio ricevuto; un giudice che rifiuta di acquisire delle prove può convincere che la giustizia non è equa e rinforzare il vissuto vittimistico, che sfocia nella scelta di immolarsi in quanto vittima sacrificale del sistema; un avvocato che “caldeggia vivamente” il patteggiamento prima ancora di ascoltare la versione dei fatti del suo assistito persuade che la verità non esiste e non interessa a chi deve ricercarla e ricostruirla con la maggiore imparzialità possibile; un cancellino che sottrae poveri effetti personali (prima fra tutte le sigarette, la biancheria intima, le foto dei familiari) scatena una rabbia cieca, o una remissività ancora più pericolosa qui. Una minaccia strumentale, sottovalutata e ridicolizzata, può trasformarsi in una tragica realtà. “

Prima di lasciarvi alla lettura de “Le voci di dentro” di Marcello Dell’Anna, due parole di presentazione da parte della nostra Grazia Paletta.

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Ritengo eticamente giusto e necessario parlare di carcere, conferirgli esistenza e dignità in questo mondo  di quasi giustizia e finta legalità che continua ad assicurare protezione e tranquillità agli ignavi cittadini che preferiscono deliberatamente confinare, oltre le mura, la devianza, seppur generata dalla stessa società alla quale affidano i loro sonni beati. E’ giusto e doveroso parlarne, ovunque e con chiunque, siano le platee e i dissertatori degli addetti ai lavori o semplicemente persone con una coscienza illuminata, è importante che se ne discuta, si approfondisca, si desideri conoscere e magari porsi in condizione di comprendere.

Ma, io credo, è primariamente indispensabile fermarsi ad ascoltare le loro voci, interpretare i loro scritti, per conoscere quale sia “davvero” la connotazione di un’esistenza serrata e, nel caso del Dott. Dell’Anna e degli altri ergastolani ostativi, un’esistenza priva di speranza giuridica e umana. Perché, come egli afferma “Piaccia o non piaccia, dunque, se si vuole conoscere più a fondo e dal di dentro il carcere e i suoi problemi, nel carcere bisogna entrare.”

E se non si ha l’opportunità o la determinazione per varcare gli innumerevoli cancelli che separano il bene dal male, almeno porsi in ascolto, lasciar scorrere le loro voci, permettere agli occhi di tradurre la lettura dei loro scritti in un semplice linguaggio dell’anima che ogni essere umano può scorgere, quel linguaggio che il rispetto e la dignità permettono di coniugare in lingua comune.

Nelle riflessioni di Marcello, intense e pregnanti, ho rivisto sguardi, momenti, desolazioni, ho riconosciuto quel “tempo” maldestro che diventa cemento, pietrifica e involve anziché scorrere e mutare, e ho riconosciuto voci, storie, vite sperdute e futuri inchiodati in quel “Paese delle meraviglie” che stupisce per la sua alterità, nel suo essere tuttavia radicato nel cuore delle metropoli.

“Molto spesso ho la sensazione di muovermi all’interno di un contesto assolutamente imprevedibile, vario, multiforme, multilingue, sfaccettato per modalità di rapporto tra noi e il personale. Ecco, ho come l’impressione di muovermi in un campo minato…”, con queste parole Marcello Dell’Anna descrive lo stato d’animo che io stessa ho molte volte provato entrando, seppur per poche ore, ho avvertito la precisa sensazione di camminare in una palude, tutto è fermo e  stagnante, ma ad ogni passo non sai che cosa ti aspetta e il terreno qua e là sembra inghiottire.

Come un’immensa pozza di sabbie mobili, circondata da un’avvinghiante vegetazione.

Ci vuole coraggio per inoltrarsi, ma se si ha la forza di procedere è possibile ammirare fiori di loto che aspettano di essere colti, alcuni nati per intrinseca volontà, poi altri, e sono molti, che necessitano di mani capaci di sciogliere il fango.

Grazia Paletta

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LE VOCI DI DENTRO

Questione Giustizia 2/2015

Il carcere reale. Ripreso dall’interno

di Marcello dell’Anna *

Il carcere in presa diretta, raccontato da chi ci vive dentro, da un “fine pena mai” che continua ad attraversare corridoi, sezioni, celle. Scorrono, dunque, le immagini di una staedycam che non si limita a registrare l’ambiente, ma ne racconta gli effetti sul vissuto di anima e corpo. Tra ansie, frustrazioni, processi di vittimizzazione e una promessa mai completamente attuata: quella costituzionale, secondo la quale nessun uomo è perso.

  1. Un “aggettivo” tra le sbarre

Dirvi il nome? Al suo posto preferisco quello che orami può considerarsi un “aggettivo”: sono un detenuto; uno di quelli, come si dice, di lunga pena. Lo dico per specificare il contesto della dissertazione. Dei miei 48 anni – appena poco più che ventenne venni arrestato per la prima volta (febbraio 1988) – ne ho passati in prigione oltre 26, rimanendo in libertà per soli diciotto mesi. Adesso, mi trovo ininterrottamente detenuto da circa 23 anni. Della legge penitenziaria, dunque, posso raccontarvi tanto, perché vissuta personalmente in restrizione, a partire dagli anni in cui la Legge Gozzini (varata nel 1986) dava un nuovo senso alla pena e nuova vita alle promesse della riforma del ‘75, sino ad arrivare alle “leggi d’emergenza” varate tra il 1991 e il 1992, introdotte a seguito dell’escalation del fenomeno mafioso e, più in generale, della criminalità organizzata. In quegli anni vennero varate le norme sul divieto di fruire dei benefici penitenziari (4-bis e 58- ter o.p.) per coloro che venivano condannati per reati riconducibili alla criminalità organizzata. Venne inserito, nell’art. 41-bis o.p., il comma 2°, ossia il famigerato “carcere duro”. Furono gli anni della riapertura di due storici penitenziari insulari, ossia Pianosa e Asinara. E, sempre in quegli anni e poi in quelli successivi, il Dap, in applicazione dell’art. 14 della legge del 1975, e delle norme regolamentari, si orientò per la differenziazione dei circuiti carcerari, istituendo con delle circolari due livelli carcerari, il primo cd di Media sicurezza (Ms) e il secondo cd. di Alta sicurezza (As), regolati e riformati successivamente negli anni. Ho vissuto sulla mia pelle questi cambiamenti normativi che hanno inciso in modo grave sulla mia vita. Oggi si fa un gran parlare di carceri, di sovraffollamento, delle conseguenze che ne derivano e che sono legate ad esso: la questione igienico-sanitaria, la coabitazione angusta oltre che coatta; poi, ancora, la lentezza della giustizia nel porre rimedio, le espressioni di malessere e disagio nelle varie forme. Ma la popolazione, specie quella sedicente esperta, almeno nella stragrande maggioranza, non sa realmente nulla di “questo mondo”. Un conto è conoscere i dati – freddi, descrittivi, distaccati – e un altro è vivere le implicazioni, calde, umane, sofferte. Quelle che io vivo ogni giorno. Ma, infondo, direste, «cosa vuoi…, te la sei andata a cercare….!». Ed ecco pronta una delle solite insipide risposte che spesso vengono date in modo sbrigativo e superficiale. L’intento di questo mio scritto è di offrire, a quanti non conoscono il metalivello di questa cultura reale e diversa da quella del “mondo di fuori”, alcuni spunti di riflessione, delle chiavi di lettura per comprendere con più cognizione, sentore emotivo e verosimiglianza, il contesto detentivo e così riuscire a capire, o quantomeno tentare di farlo, gli scenari che si realizzano e si manifestano al nostro mondo interno. E voglio far capire i devastanti effetti psicofisici che procura la pena dopo qualche decennio di carcere. Non potete nemmeno immaginare lo smarrimento e la paura che ho provato durante alcuni permessi speciali che ho fruito da uomo libero, dopo aver espiato vent’anni di carcere. Oggi, infatti, non sconto più la mia pena ma la subisco e basta, con delle gravose conseguenze psicofisiche.

  1. Esistere in carcere

Ecco, iniziamo da qui. Desidero concentrarmi infatti sul mal di esistere in carcere, sulle forme di quel disagio, che io sento e manifesto troppo spesso. Desidero farvi comprendere cosa c’è dietro e oltre le sbarre, il più delle volte generato da fattori che nella società libera passerebbero in secondo piano o verrebbero tralasciati, giudicati come futili. Già in letteratura viene rilevato che il primo fattore di rischio è l’incarcerazione. Come a dire che il solo fatto di averci messo piede, in galera, già implica il rischio potenziale che la persona detenuta manifesti disagio adattivo e psicofisico. E, aggiungo io, per sempre. Che dire poi degli altri fattori di rischio oggettivi, ovvero quelli che in qualche modo possono rinvenirsi sulla carta (il nostro fascicolo); dati anagrafici, giovane età, tipologia di imputazione, visibilità sociale per- sonale o mediatica della vicenda, condizioni di salute accertate (stato di tossicodipendenza, disturbo men- tale, ritardo mentale, malattia cronica che richiede assistenza costante, disturbo/malattia che richiede riabilitazione fisica, invalidità civile…), prima carcerazione ma anche precedenti ingressi con franchi episodi disadattivi (continui cambi cella, episodi reattivi sia in senso auto lesivo che etero aggressivo, quindi nutrito curriculum di rapporti disciplinari), mancanza di riferimenti e risorse esterne (povertà sociale, lunga disoccupazione/inoccupazione), mancanza di valido supporto dalla rete affettiva familiare e sociale (separazioni, espulsioni dal contesto abitativo in virtù del disagio personale e della perdurante condotta di violazione delle regole della convivenza intra familiare e della collettività), eventuali lesioni riportate in occasione dell’arresto, solo per citarne alcuni. Ma potrei continuare…

E ancora vanno aggiunti gli aspetti soggettivi, ovvero le manifestazioni afferenti al linguaggio, al pensiero, all’umore, alla postura, al tipo di interazione e collaborazione che il detenuto manifesta ed esprime durante il colloquio coi diversi operatori con cui entra in contatto. Ma sono fattori soggetti- vi anche tutte le manifestazioni espresse durante la carcerazione, come risposta personale e individuale, alle sollecitazioni che arrivano dal contesto carcere e da quello che ruota attorno: tribunali e famiglia in primo luogo. Questo significa, e non bisogna certo scomodare la letteratura, che a fronte di fattori analoghi le reazioni delle persone possono essere completamente diverse e all’apparenza ingiustificabili. Già, all’apparenza! Il carcere infatti è come il Paese delle meraviglie, dove i legami, i rapporti, le parole, i sentimenti, il tempo, lo spazio, il giudizio, la terapia… hanno espressioni e significati che valgono solo qui, che restano sconosciuti, inimmaginabili al mondo esterno. Dico il mondo esterno, perché il carcere è un pianeta a sé, è un altro mondo, dentro e fuori dal mondo reale, un accozzaglia di incoerenze e incongruità.

  1. Un campo minato

Molto spesso ho la sensazione di muovermi all’interno di un contesto assolutamente imprevedibile, vario, multiforme, multilingue, sfaccettato per modalità di rapporto tra noi e il personale. Ecco, ho come l’impressione di muovermi in un campo minato: a volte so dove sono nascoste le mine e riesco a disinnescarle; altre volte restano abilmente celate o dissimulate, oppure si disattivano da sé per effetto dei processi di evoluzione personologica comunque in corso, compresa l’assunzione costruttiva della responsabilità, il riavvicinamento affettivo; altre volte ancora, pur riuscendo ad individuarle, i mezzi per ridurle all’impotenza, per disattivarle non sono in mio possesso… ed ecco l’imprevedibile… atti autolesionisti, se non il peggio… il suicidio. Insomma è un cortocircuito che quando scatta fa perdere vite umane che potrebbero essere salvate e recuperate alla speranza, alla collettività civile, mentre i contendenti (attori del sistema carcere, giustizia, società civile) “perdono tempo”, citandosi addosso. Un cortocircuito che si avvita nelle giornate uguali a se stesse. Il giorno sopravvivo e patisco il caos carcere. Di notte soffro invece i silenzi. Il silenzio in carcere è un silenzio assordante che ti colpisce dritto al cuore. Non è un silenzio normale, ma diverso, animato, nel senso che prende vita. Il silenzio mi fa sentire le angosce, i sospiri, le voci mute di coloro i quali sono già stati in queste mura, che magari ho conosciuto, ma che oggi non sono più vivi.

Il contesto carcere è tanto più vario, movimentato, caotico e disordinato (anche sotto il profilo dell’attenzione alle relazioni interpersonali) quanto più è affollato. Qui infatti il tempo è rapido e lento, e non sembri una contraddizione. Le procedure si susseguono incalzanti, ma il progetto futuro è in sospeso, da riscrivere, perché il soggetto detenuto non conosce ancora quanto tempo non sarà in grado di gestire in piena autonomia e autodeterminazione. Nel tempo sospeso, non progettato, incerto, ogni comunicazione, parola, giudizio può pesare come un macigno, assumere contorni inaspettati, ingiustificati altrove, ma perfettamente prevedibili qui. Così, un familiare che comunica al congiunto detenuto che si assenterà per ferie scatena vissuti di abbandono talmente forti da desiderare la morte per cessare di soffrire; un colloquio saltato per uno qualsiasi dei validissimi motivi possibili è interpretato come disinteresse o prova di un pericolo occorso al congiunto; un operatore che scredita e offende le radici culturali può mortificare nel profondo e far crescere una rabbia generalizzata, un pregiudizio figlio del pregiudizio ricevuto; un giudice che rifiuta di acquisire delle prove può convincere che la giustizia non è equa e rinforzare il vissuto vittimistico, che sfocia nella scelta di immolarsi in quanto vittima sacrificale del sistema; un avvocato che “caldeggia vivamente” il patteggiamento prima ancora di ascoltare la versione dei fatti del suo assistito persuade che la verità non esiste e non interessa a chi deve ricercarla e ricostruirla con la maggiore imparzialità possibile; un cancellino che sottrae poveri effetti personali (prima fra tutte le sigarette, la biancheria intima, le foto dei familiari) scatena una rabbia cieca, o una remissività ancora più pericolosa qui. Una minaccia strumentale, sottovalutata e ridicolizzata, può trasformarsi in una tragica realtà. Potremmo continuare con esempi di vita quotidiana che fuori avrebbero un altro respiro, un’altra opportunità di essere gestiti, perfino quella di soprassedere saggiamente.

Qui dentro no, tutto è amplificato perché rimbalza all’interno di strette mura, tra stretti legami, tra rapporti che non si controllano, tempi che sfuggono, futuro sospeso, protagonismo passivo; qui le energie non si rinnovano, le persone non si ricaricano, non trovano occasioni, se non sporadiche, di rimotivarsi alla speranza, di riscattarsi. In un tale contesto, lo ripeto, le parole, i fatti, i rapporti interpersonali assumono un significato che è difficile da definire esattamente, da interpretare verosimilmente anche da noi detenuti. Anche quando ci riusciamo – perché i segnali premonitori ci sono, sono stati numerosi e registrati –, avanzando anche proposte per meglio gestirli per scongiurare il peggio, ci scontriamo con un fuori che non ci ascolta, che decide di soprassedere. Manca la collaborazione franca, la mutua conoscenza, essenziale per costruire la fiducia reciproca, per realizzare la sinergia tra le risorse, per condividere in modo equo la responsabilità delle vite assegnate dal sistema a parti di se stesso (carcere e giustizia). Manca la convinzione, realistica e prettamente umana, che è impossibile scongiurare il rischio anche suicidario e non accettare (almeno qualcuno) che di fronte al libero arbitrio l’illusione di onnipotenza e controllo si possa infrangere.

A volte il “sistema” si mostra sordo e cieco e poco importa se il disordine mentale del soggetto detenuto – unito alla rabbia crescente per l’insoddisfazione delle “necessità primarie” (telefonata, colloqui, lavoro, sigarette, terapie), per la frustrazione dei bisogni del momento (uscire dalla cella e dal proprio isolamento per allontanarsi da un contesto di ulteriori limitazioni che si aggiungono alle privazioni del carcere) e per una convivenza forzata con altri sfortunati – lo esaspererà fino a fargli perdere il controllo. La galera è un universo di ripetizione, di riproduzione. Un posto dell’attesa e della pazienza simulata, del fare, disfare e rifare; del tempo sospeso. La galera è un teatro, e come nel teatro si invecchia persino in un modo truccato. Le difficoltà quotidiane della sopravvivenza dietro le sbarre, dentro “questo ballo fermo del tempo”, sono inimmaginabili.

Il tempo qui non ha un senso, è un tempo insensato le cui regole disciplinano la staticità delle persone. Infatti, le giornate in carcere sono tutte uguali, ritmiche, gestuali (alzarsi la mattina dal letto, fare ginnastica, pulire, scrivere, mettersi a letto la sera e… il giorno seguente… torni a fare le stesse cose… identico al primo… per giorni, mesi, anni, decenni), vissute solo per difenderci dal senso del nulla, dal senso del vuoto, dalle ansie, dalle paure, dall’assenza di risposte. Corpi e menti che si ammalano velocemente, quando invece hanno bisogno di essere curati, ascoltati, considerati, valorizzati. Cerchiamo di tenerci in vita e di non perdere l’identità di persone umane, in un luogo che di umano ha ben poco e sopravviviamo pensando agli affetti, ai nostri cari. Ci manteniamo dentro questa strada, l’unica che tiene in vita, perché fuori da essa c’è solo “l’anormalità” della pena, quella anormalità che tende a togliere e mai a dare. Il carcere, inteso come solo luogo di restrizione, non «corregge» il reo ma lo abbruttisce, lo peggiora, lo annienta e tali amputazioni di vite non sono dovute solo a questioni strutturali, come qualcuno cerca di giustificare. La problematica è molto più complessa.

Il nostro sistema penitenziario migliorerà solo quando le istituzioni – una volta e per sempre – considereranno il detenuto una persona umana e non un mero fascicolo che va archiviato, ovvero un reato che cammina; migliorerà, insomma, solo quando il sistema capirà che, nonostante la privazione della libertà, i detenuti conservano, comunque, intangibili e inalienabili diritti civili. Quando una pena non la si sconta più ma la si subisce soltanto, tutto il tempo che eccede è una lesione del diritto alla dignità e alla salute. Per tanto tempo, troppo tempo, sono stato sottoposto ad un regime i cui “motivi di sicurezza” – è bene dirlo ai più e ricordarlo ai sedicenti addetti ai lavori – mi hanno privato anche delle cose più semplici. Non potevo tenere oggetti come l’accendino, che dovevo chiedere al poliziotto carcerario ogni volta che dovevo accendere il fornellino e, dopo l’uso, dovevo subito riconsegnarlo insieme allo stesso fornellino; non potevo tenere i prodotti per l’igiene personale, ma dovevo chiederli al momento dell’uso e subito restituirli, non potevo tenere qualunque oggetto, dalle matite colorate alla radiolina, dalle cinture alle stringhe, che potevano essere utilizzate come armi improprie, non potevo preparare tè o caffè perché non si potevano tenere pentolini, caffettiere e bombolette. E potrei continuare.

  1. Numeri assurdi. La questione dell’ergastolo ostativo

Ora vorrei parlarvi del “Fine Pena MAI”. Così è riportato su alcuni dei miei atti giudiziari. In altri, invece, trovo curioso come “qualcuno”, forse per pietosa concessione, ha voluto porre un termine al mio “fine pena” scrivendo al fianco della mia condanna una precisa data: “Fine della pena” al 31/12/9999. Numeri che oltrepassano l’assurdità sino a rasentare la beffa. Di recente, invece, a quei numeri ho dato un senso quando ho ascoltato le parole di Papa Francesco. Nel suo lungimirante discorso ha definito l’ergastolo una pena di morte nascosta. Ecco, vi parlo di ergastolo. Di quello ostativo, intendo. Una pena di morte nascosta, della quale pochi comprendono il senso. Una legge, a mio avviso fuori dalla Costituzione, perché ricattatoria e di cinquecentesca memoria, che rimette la libertà di una persona alla condizione che… ne metta un’altra al suo posto. Nel senso che per ottenere i benefici di legge (misure alternative o premiali) o il detenuto collabora con la giustizia – e poco importa se uno abbia già espiato 20 o 30 anni di carcere e, nel frattempo, sia divenuto una persona emendata – oppure deve trovarsi nella impossibilità o inesigibilità di dare un utile apporto collaborativo, sempreché tutti i fatti e le responsabilità siano stati accertati giudizialmente. Se non sono stati accertati… pazienza! Moriranno in prigione. Come morirà quell’innocente – e gli errori giudiziari in Italia non mancano – perché non può nemmeno collaborare pur volendolo. Ma intanto può scrivere il suo necrologio. Ecco, una legge, la nostra, quella per noi ostativi diversa da quelle vigenti per gli ergastolani normali, una legge fatta per noi che di normale, invece, non abbiamo nulla, siamo gli “ostativi”, i peggiori, quelli da nascondere, da ignorare per sempre, eternamente colpevoli.

Eccoci qui, in queste sezioni, né vivi, né morti, relegati ad un limbo senza tempo e senza dignità e da cui spesso è impossibile uscire. Ma c’è il non previsto, elemento nascosto in qualsiasi macchina sociale, anche la più perfetta – e c’è da sottolineare che la nostra perfetta non è – che emerge e si fa strada nel momento in cui, pur sospeso tra vita e morte, il detenuto decide di ritrovare la sua connotazione umana. Come ho fatto io, come hanno fatto altri come me. Ecco, io ho deciso di vivere comunque, con lo sguardo alzato, rendendomi degno di far capolino da questa falla della struttura giudiziaria che è “l’ergastolo ostativo” e dimostrare a me stesso e agli altri che sono un uomo adeguato alla mia natura umana, trasformato, migliorato, non più l’uomo del reato, bensì un portatore di cambiamento, di esempio, capace di adattarmi e di credere come persona migliorata anche nelle peggiori condizioni. Oggi, dopo tanti anni trascorsi in queste mura, se mi guardate negli occhi vedrete sicuramente che quella pena si sta abbattendo su di un altro uomo, contro un Marcello che è cambiato, s’è sviluppato, ha coscienza del male fatto, tanto da non dimenticare nemmeno per un istante il dolore che ha potuto arrecare ai familiari delle vittime delle sue sconsiderate azioni di un tempo. Oggi, di certo, rimane solo il fatto che non c’entro più nulla con il crimine che commisi. E il perdono che ho ricevuto da tante persone mi fa molto più male della condanna inflitta, perché non mi ha ancora permesso di trovare una giustificazione al male compiuto.

Con la società esterna, oggi, sono pronto a ricucire quel patto che un tempo ho violato e vorrei che «queste mie esplicite scuse» rivolte a tutto il consorzio sociale venissero intese come reale segno della mia sincera contrizione. Oggi, di certo, sconto la mia pena con sofferenza e dignità, non subisco il fallimento, non mi faccio spersonalizzare, annientare, annullare dalla restrizione del carcere e dalle catene mentali che lo animano, riuscendo a vincere ogni asservimento che impone il crimine sulla persona detenuta con le sue sub-regole carcerarie facenti parte di uno squallido codice non scritto, arcaico e vassallatico. Sono ritenuto un ergastolano, è vero, ma – aggiungo io – facente parte però della migliore riuscita dell’Amministrazione penitenziaria. Perciò oggi cerco riscatto ed emenda, sperando di riparare al male commesso.

Il paradosso del nostro diritto penale, dal quale derivano i mille mali e le mille afflizioni del sistema carcerario, è che l’ergastolo, in specie quello ostativo, non soddisfa nessuna sete di giustizia, ma solo quella della vendetta, tesa ad oscurare, a nascondere, ad annientare. E qui comincia l’orrore. Perché l’incarcerazione perpetua amputa vite, sfascia le menti, degrada gli animi. Purtroppo, non viviamo in un Paese che prova a risolvere i problemi delle sue prigioni. Persino solo presumerlo è utopistico. L’orrore implicito può essere che tutti ormai viviamo dentro i tessuti gonfi di un corpo politico permeato di cattiva coscienza, così cattiva che la risata di una iena riecheggia da ogni televisore, con il rischio di diventare il nostro vero inno nazionale. Per questo nel nostro Paese tutti parlano di migliorare le prigioni ma nessuno concretizza davvero questo cambiamento. Dopo tutti questi anni, conosco la prigione come il traghettatore conosce il passaggio per l’Ade. Ma il mondo, lo conosco solo attraverso i libri, dato che in quel libero mondo ci ho vissuto solo per poco tempo. Intervenire sull’ergastolo ostativo, quindi, non significa cancellare la responsabilità di una colpa accertata, ma semplicemente permettere alla speranza di poter continuare a fiorire anche su un binario morto della nostra umanità. Oscurare per sempre la parola speranza dal mio cuore è un po’ come costringere un bambino a imparare un mestiere e, poi, lasciarlo chiuso dentro l’angustia della sua camera. Vivrà, crescerà fino a sentirsi quasi bene, ma un giorno sospetterà di essere… un morto che cammina.

  1. Entrare in carcere. Per cambiarlo

Piaccia o non piaccia, dunque, se si vuole conoscere più a fondo e dal di dentro il carcere e i suoi problemi, nel carcere bisogna entrare. Non intendo farsi arrestare, cosa avevate capito, intendo visitare le strutture carcerarie e capire la vita “chiusa” dall’interno.  Il carcere non è più una fortezza, né all’opposto una più o meno confortevole e temporanea dimora, ma qualcosa di più, specialmente per coloro che vi sono ristretti e per il personale, civile e poliziotti penitenziari, che ci lavorano con non poche criticità. Nel nostro e negli altri Paesi europei, il passaggio del sistema sanzionatorio dalle pene corporali alla pena del carcere si è realizzato nella seconda metà del ‘700, sulla spinta dell’Illuminismo. Da allora la condizione carceraria italiana è decisamente cambiata, dapprima con l’entrata in vigore della Costituzione il 1° gennaio del 1948 e poi del nuovo Ordinamento penitenziario approvato con la Legge del 26 luglio 1975 n. 354, proprio alla legge fondamentale essa ispirato. Quest’anno, la Legge penitenziaria compirà i suoi primi quarant’anni. Un’età matura che il nostro ordinamento carcerario però non dimostra, perché le sue norme furono scritte da persone lungimiranti che riuscirono a vedere molto lontano. Per questo la nostra legge carceraria è ancora oggi giovanile, al passo coi tempi.

Il 30 giugno del 2000 è stato varato il «nuovo regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà». Esso, approvato a 24 anni dal precedente (1976), ha inteso disciplinare nel dettaglio la quotidianità detentiva con l’intento di elevare le condizioni di vita dei detenuti e rendere effettivi diritti altrimenti enunciati solo sulla carta. Tuttavia, continuano le difficoltà e le criticità. Per ottenere un’inversione di tendenza bisognerebbe ricorrere ad un maggiore utilizzo delle pene alternative. E per farvi fronte bisognerà ampliare la giustizia riparativa, potenziare la magistratura di sorveglianza, incrementare i rapporti con gli Enti locali e le Regioni. Bisognerà, insomma, applicare fino in fondo quella legge del 1975. I problemi sono presenti e devono essere affrontati in un settore dove la legislazione primaria è tuttora incompleta, dove l’Amministrazione penitenziaria è lasciata in genere sola nel suo isolamento tradizionale, dove il carcere e le istituzioni carcerarie si devono arrangiare da sole, badando di disturbare il meno possibile i sonni di chi sta fuori, di chi gode della libertà e non ha né tempo né voglia di pensare anche per gli altri, che tale libertà non hanno, poiché – evidentemente – non la meritano.

Insomma si deve restaurare la dignità dello stare in carcere e la necessità di leggere la detenzione alla luce dei principi e dei diritti costituzionali; ripartendo dalle condizioni materiali di chi vive all’interno del carcere, per provvedere ad un vero cambiamento. Su una cosa vorrei soffermarmi, in quest’ottica di cambiamento. Bisogna introdurre nel nostro ordinamento un “diritto all’affettività”, concesso in diverse carceri europee. Non è un’eresia ma una questione di dignità. Un modo per recuperare alla società delle persone integre, anche negli affetti. È un tema che le nostre istituzioni dovrebbero affrontare con più attenzione per prevenire in molti casi il disfacimento di tante coppie e di tante famiglie. Provate ad immedesimarvi nel congiunto di una persona detenuta e privarvi per 5, 10, 20, 30 anni, di quell’affettività che è un pilastro portante che sorregge l’amore. A poco a poco la fiamma dell’amore diventerà un lumicino che, al primo piccolo problema che soffierà, si spegnerà, con le tragiche conseguenze che ne derivano. Sono soprattutto i figli a subire forti traumi a livello psicologico. Poi il genitore detenuto, il quale avendo le mani legate non può risanare la situazione. Con il passare dei giorni si perde anche quel poco di tranquillità che è rimasta, si diventa irascibili, per sfogo si arriva all’autolesionismo, all’aggressività verso tutti, spesso al suicidio. Ecco perché è importante, anche, poter espiare la pena in un carcere vicino ai propri affetti. Uno stato civile non può assolutamente accettare il mantenere in vita questa problematica. Sono molti i detenuti ai quali è capitato di trovarsi impacchettati o, per meglio dire per chi non conosce il termine, trasferiti lontano dal luogo di residenza 1000 o addirittura 1500 km. Chilometri che, tradotti in viaggio di andata e ritorno, diventano il doppio, ma questo soltanto per chi ha possibilità economiche e riesce a raggiungere il carcere per fare colloquio. Ci sono, invece, i “poveracci e le poveracce”, detenuti che non vedono i propri cari da anni. Ciò provoca inevitabilmente stati d’animo ansiosi e stressanti. Appare assai difficile riuscire a capire perché si voglia far pagare anche ai familiari una pena, la quale non può che apparire ingiusta e priva di qualsiasi rispetto del senso di umanità. Non resta, quindi, che augurarci una concreta svolta, un cambiamento reale teso al miglioramento dei valori della persona ristretta e corrispondente ai dettami costituzionali.

* Marcello Dell’Anna è nato il 4 luglio 1967 a Nardò (Lecce). Sconta una condanna all’ergastolo nel carcere di Badu e Carros, a Nuoro; è sposato ed ha un figlio di 27 anni. È un detenuto con il tarlo dello studio e della scrittura. Nel corso degli anni di detenzione, infatti, gli sono stati conferiti diversi encomi. Ha conseguito diplomi di scuola superiore e nel 2012 si è laureato in giurisprudenza col massimo dei voti.

1 Termine con cui in carcere si definisce il compagno di cella.

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Solo gli stolti non cambiano idea… di Gino Rannesi

peros

Tramite la nostra Grazia ci è giunto questo bellissimo testo di Girolamo Rannesi, uno degli amici storici del Blog.

Da diversi mesi Gino è stato trasferito a Nuoro. Inizialmente visse questo trasferimento molto male, perché, andando in Sardegna, veniva allontanato di molto dalla moglie e dall’amatissimo figlio Nicholas. La rabbia per questo trasferimento era inoltre, alimentata per il fatto che vedeva in esso una azione punitiva nei suoi confronti.

Dopo un po’ di tempo però si è accorto, con suo stesso stupore, di essere grato per questo trasferimento. Soprattutto per avergli fatto conoscere persone splendide.

Questo testo è un po’ un omaggio alla splendida gente della Sardegna e di Nuoro in particolare; e al personale ospedaliero incontrato all’ospedale di Nuoro che ha dato prova -nei suoi confronti- di straordinaria umanità e di straordinaria assenza di pregiudizio.

Vi lascio alla lettura di questo testo.

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Quando arrivai in Sardegna ero incazzato nero,

e non certo per la bellissima isola e i suoi abitanti, ma per il fatto di essere stato mandato nel carcere nuorese di Badu e Carros per punizione.

“Rompi le palle? E noi per punizione ti allontaniamo il più possibile dai tuoi affetti..”.

Infatti, prima di approdare a Nuoro, almeno una volta al mese potevo vedere Nicholas e la sua mamma. Ma poi, arrivato in questo posto, forza maggiore i colloqui si sono drasticamente ridotti. Infatti da uno al mese, siamo passati a uno ogni 4-5 mesi.

I primi mesi passati a Badu e Carros sono stati terribili; ma io dovevo ingoiare il rospo: “Nessuno può violentare i tuoi pensieri se non lo vuoi…”.

Ma, ahimé, ho scoperto a mie spese che non è sempre così: “La necessità obbliga legge”.

Per due motivi molto importanti. Sono riuscito a soffocare le idee “belligeranti” che mi frullavano per la testa. Mi compiaccio con me stesso, sono stato bravo… (GRANDE!)

Solo gli stolti non cambiano idea, ed io non sono uno stolto…

Oggi dico che: sono felice di essere approdato in Sardegna, e soprattutto di essere approdato proprio a Nuoro…

Certo ho dovuto stringere i denti per il fatto che le visite dell’amore della mia vita, che si chiama Nicholas, si sono ridotte, e di molto. Ma oggi lo amo più di ieri e meno di domani. Un amore, il mio, esaustivamente ricambiato. Chi è Nicholas? Ma la mia ultima rapina, no…

Che cosa mi ha fatto cambiare idea? E presto detto. Amo Nuoro e i suoi abitanti. A chi mi ha mandato a Nuoro per aver reclamato “i miei diritti” dico grazie, grazie mille…

La venuta a Nuoro mi ha dato la possibilità di conoscere una cultura che, fino a poco tempo fa, mi era sconosciuta. Ossia quella sarda, e più precisamente quella nuorese…

Come qualcuno sa, circa dieci mesi fa sono stato ricoverato presso l’ospedale S. Francesco di Nuoro per essere sottoposto ad un intervento chirurgico.

La mia degenza al San Francesco è stata di circa 10 giorni. Lì, in quel posto, ho avuto modo di conoscere uomini, e soprattutto Donne, che mi hanno trattato come si conviene con un essere umano.

Se poi consideriamo che a quell’epoca ero ancora un ergastolano…

Sono stato dieci giorni in corsia e trattato come una persona qualunque. Visti i titoli dei reati che mi vengono contestati, hanno dimostrato di avere coraggio. Se fossi stato ricoverato in Sicilia sarebbe stata sufficiente la famosa frase “per motivi di sicurezza” per essere sepolto in qualche tombino senza che nessuno si potesse avvicinare… Altro che corsia. Solo i coraggiosi sono forti, e i Nuoresi lo sono. Chi usa la forza è un debole. “Per motivi di sicurezza”.. ma andate a cagare… Anche all’interno dell’istituto ho avuto modo di conoscere persone fiere della loro cultura, persone pulite e non contaminate dal sospetto.

Adesso faccio una affermazione forte e spero che nessuno me ne voglia: qui, in questo posto, lo stesso dove una volta regnava la violenza più feroce, a dispetto dei pochi che vorrebbero tornare al passato..”Niente speculazioni, quindi, né confusione. Il pessimismo cosmico non appartiene a chi lavora a Badu e Carros…” (Gianfranco Oppo, Garante dei detenuti), oggi c’è la possibilità di un reale cambiamento, e poi anche di un reinserimento.

In questo posto c’è gente che crede nel recupero delle persone. Dalle mie parti, invece, ti aspettano al varco, perché è cultura ormai consolidata quella di pensare e di afferrare che: “Dall’organizzazione malavitosa si esce solo da morti, o previa collaborazione…”.

E’ così? Non lo so, forse ai tempi di Al Capone. Quello che so è che ci sono parecchie persone che, a dispetto di quanto si sostiene, dopo essere tornate libere, hanno cambiato vita, perché “solo gli stolti non cambiano idea…”. Bene, con l’auspicio che mai più nessuno riesca a trasformare questo carcere in quello che fu un tempo (una fogna), auguro buon lavoro a tutte le persone di buona volontà…

Un caro saluto a tutte le persone che ho conosciuto durante la mia degenza presso l’ospedale di Nuoro e, su tutte, a quelle infermiere che ancora oggi si informano sulle mie attuali condizioni di salute…

Grazie, vi voglio bene.

Gino Rannesi, Nuoro, luglio 2015

 

 

C’è un giudice a Montezuma… di Gino Rannesi

Zumas

Da quanto per Girolamo Rannesi, detenuto a Nuoro, la pena dell’ergastolo è stata derubricata a trent’anni, si è aperta una nuova prospettiva di vita.. anche se non è venuta meno la volontà di lottare contro questo moloch giuridico.

Di seguito un testo che ci ha inviato.

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C’era una volta un bimbo vivace ma buono…

Salve, sono in difficoltà, avrei tante cose da dire ma non trovo le parole…

Forse fari meglio  a tacere, ma credo che non sarebbe giusto.

Chi mi conosce, sa bene come mi sia battuto per non morire in galera. Sofferenza, esasperazione, disperazione, ma anche tanta caparbietà e audacia…

Orbene, oggi posso dire di avercela fatta, non morirò in galera…

Infatti: “c’è un giudice a Montezuma…”.

E’ probabile che per qualcuno questa non sia una buona notizia, ragione per la quale, ecco, c’era una volta, adesso non c’è più. Oggi c’è un uomo che, pur essendo rimasto vivace ma buono, desidera vivere, per quanto questo sarà possibile, una vita tranquilla e serena. Ho già dato!

L’esito finale della lotta, che mi ha visto vittorioso, non era per nulla scontato. Anzi, tutt’altro, ragione per la quale “c’è un giudice a Montezuma”…

Sono tanto felice, ma allo stato non riesco a gioire più di tanto.

Non sono più un ergastolano, ma sono circondato da tanti compagni che ergastolani lo sono ancora. Attorno a me facce compiaciute “Bravo, ce l’hai fatta”.

Per la miseria, non sono più un ergastolano e quasi me ne vergogno.

E poi, ancora, tante lettere di compagni ergastolani che si congratulano con me per il successo ottenuto.

Carmelo Musumeci: “Bravo Gino, l’ho sempre saputo che la lotta paga…”.

Ivano Rapisarda: “Caro “padrino”, ho appreso la notizia, non vedo l’ora di saperti fuori acconto al tuo Nicholas…”.

Salvuccio Pulvirenti: “Ginetto, ce l’hai fatta, seri veramente in gamba. Sono contento per te, ma soprattutto sono felice per Nicholas. Da oggi guarderò il futuro con più fiducia…”

Marcello Dell’Anna: “Gino, oggi è come se tu fossi “rinato” un’altra volta e puoi “vedere” chiaro quale è il tuo presente e quale sarà il tuo futuro; quel futuro che potrai vivere nel mondo libero e che, invece, quando avevi l’ergastolo non potevi mai né vedere né sperare”.

Centinaia di lettere che, quasi in parte, dicono tutte la stessa cosa: “ce l’hai fatta…!”

Che dire?

Una sola frase: “Lotta dura senza paura…”.

Non sono più un ergastolano, ma nel mio piccolissimo continuerò a lottare per l’abolizione dell’ergastolo. Una pena infame che il sottoscritto conosce bene per esserci convissuto e per averla subita per bene ventitrè ani…

La notte dormo poco, lo stato attuale in cui vivo mi ha portato a fare alcune considerazioni: le persone per bene che infliggono ergastoli come fossero bruscolini finanche a ragazzini poco più che diciottenni, lo sanno che questi, salvo rare eccezioni, sono destinati a morire in galera?

Voglio sperare che questi soggetti, dotti e colti, siano anch’essi vittime della mala informazione: “Oggi in Italia l’ergastolo non esiste più…” (bugiardi!).

Nuoro novembre 2014

Gino Rannesi

Lettera a mio padre… di Marcello Dell’Anna

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Il nostro prezioso Marcello Dell’Anna, detenuto a Nuoro, ci ha inviato questo testo bellissimo, scritto anche sotto l’ispirazione del libro “Mio padre votava Berlinguer” di Pino Roveredo.

Marcello scrive una lettera di straordinaria bellezza rivolta a suo padre che (dal 1996) non c’è più.

Alcuni passaggi sono un taglio straziante nell’anima. Passaggi come questo:

“L’ho deluso e ho saputo procurargli solo dolore. Sono stato la macchia nera sulla camicia bianca dell’onestà indossata sempre dai miei cari. Sono stato la sporca espressione della vergogna sul viso pulito della mia famiglia. Il rimorso di non aver potuto dire: “Papà riuscirò a laurearmi e diventerò migliore”, continua ad uccidermi ogni giorno di ogni anno, sin da quel lontano 1996. Alla fine di ogni giornata puntualmente la mia coscienza mi presenta il conto… i ricordi di papà riaffiorano…ed il rimorso è lì –impietosamente- pronto a dirmi “vergognati”…pronto a dirmi che mio papà è morto anche per le sofferenze che gli ho arrecato.”

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Caro papà, sono passati tanti anni, quante “capriole in salita”, “quanti inciampi nell’aria stramazzando ogni volta nella delusione del suolo (…) quanta gente ho incontrato nei miei oplà in salita“, eppure sono riuscito ad allontanami da un passato nefasto fatto solo di inganni e delusioni. Oggi riesco felicemente a “piantare le braccia nel terreno, lanciando il mio corpo nella capriola e rialzarmi senza più dolore con la voglia infinita di altre mille capriole”…

Già, il mio papà. Il mio grande papà…

Dovete sapere che ho perso papà nel 1996. Ero in carcere da quasi quattro anni e quando mi comunicarono che mio padre era in coma, sentii il mio cuore frantumarsi. Da bambino per mio papà ero il figlio che avrebbe inorgoglito la famiglia diventando il “bravo avvocato” oppure il “bravo commercialista”. L’ho deluso e ho saputo procurargli solo dolore. Sono stato la macchia nera sulla camicia bianca dell’onestà indossata sempre dai miei cari. Sono stato la sporca espressione della vergogna sul viso pulito della mia famiglia. Il rimorso di non aver potuto dire: “Papà riuscirò a laurearmi e diventerò migliore”, continua ad uccidermi ogni giorno di ogni anno, sin da quel lontano 1996. Alla fine di ogni giornata puntualmente la mia coscienza mi presenta il conto… i ricordi di papà riaffiorano…ed il rimorso è lì –impietosamente- pronto a dirmi “vergognati”…pronto a dirmi che mio papà è morto anche per le sofferenze che gli ho arrecato.

Ed ecco allora presentarsi i ricordi delle mie maledette sciagurate azioni di un tempo, come in una sequenza fotografica proiettata all’infinito, le immagini di quegli atti si ripetono nella mia mente, senza dubbio per rammentarmi che della mia vita sono stato un pessimo attore artefice di un film finito tragicamente…

Da giovane ragazzo -truccato da uomo- ho fatto della morte la mia vita e del carcere la mia casa, ma poi ho capito che non potevo continuare così, ho capito che l’emenda, il riscatto, la vera libertà materiale e morale non era il male.

Il libro “Mio padre votava Berlinguer” è stato per me davvero massacrante…non nascondo che mentre lo leggevo ho pianto sempre, e diverse notti non ho dormito…pensavo a mio padre, anche se, a dire la verità, lo faccio spesso…

“Quanto ti ho fatto penare papà…quanta sofferenza ti ho procurato…” ecco, in quei momenti mentre leggevo il libro e mi straziavo dal dolore, sentivo quel bastardo del “rimorso” godere più di quanto abbia già fatto in tutti questi anni. Spietato e senza pietà, come i peggiori killer, mi è penetrato nel cuore, come un lama ben affilata, lacerandolo più di quanto non fosse.

E continuo a scrivere papà, scrivere veloce, con la parola che si attacca alla parola, la riga che rincorre la riga, con lo spazio che si accorcia, e con le cose da dire che pretendono di essere raccontate. Vorrei dirti dei libri che scrivo, della vita che vivo, dei dispiaceri che sconto, dei piaceri che raccolgo e che per rispetto dei tuoi sogni a volte ti dedico” (dal libro “Mio padre votava Berlinguer”)

Papà pensa…mi sono laureato, ho un rapporto di collaborazione con studi legali, con associazioni culturali, con università, ho scritto qualche libro… Insomma papà, ho tanti progetti a cui dare vita e tante persone disposte ad accompagnarmi…

Sai papà, anche chi è privo della libertà, come me da tanti anni, può fare delle scelte; io sono riuscito a ritrovare me stesso e con me stesso ho scelto di rinascere e crescere, divenendo credibile e attendibile nel mio cambiamento. Oggi sono una persona diversa e migliore di quello che ero e l’ho fatto per Te papà, per noi, per dimostrarti che sono quel figlio che hai sempre desiderato che fossi.

Papà se puoi perdonami gli eccessi….e adesso che siamo alla fine concediamoci un grazie per tutti i tuoi, i miei pianti che con la potenza delle loro emozioni hanno continuato a legare quelle vite, mai improbabili, ma vere e vive come una cronaca lunga più di diecimila-novecento-cinquanta incontri

(dal libro “Mio padre votava Berlinguer”)

Penitenziario di “Badu e Carros” Nuoro

Incontro con lo scrittore Pino Roveredo, 28 Settembre 2014

Marcello dell’Anna

No peace without justice… di Gino Rannesi

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Pubblico oggi alcune riflessioni “politiche” del nostro Gino Rannesi.

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Una mia amica mi ha chiesto: “Gino, cosa pensi di Renzi?..”.

Ho risposto che qualcosa di buono potrebbe fare. Naturalmente, il qualcosa di buono non è riferito alla giustizia.

Sono del parere che con Renzi le carceri toccheranno il punto del non ritorno.

Per quanto riguarda la giustizia, a Renzi sfugge una cosa molto importante: le leggi le “vara” il Parlamento, e non certo i P.M. Per quanto riguarda la “giustizia”, i consigliori di Renzi pensano che il tutto si possa risolvere inasprendo ancora di più le pene. I consigliori di Renzi pensano che le persone che sbagliano debbano essere arrestati una sola volta nella vita e, poi buttare via la chiave…

Naturalmente, questo discorso vale per quei soggetti che a vario titolo saranno arrestati per associazione di tipo mafioso (416 bis). Ragion per cui, nel  prossimo futuro, un uomo, un giovane, un pinco pallino qualunque, per il solo fatto di essere accusato, a torto o a ragione, di associazione a delinquere si beccherà 30 anni di galera.

“Moriranno poveri e in galera”, questo è quanto ha affermato un soggetto che in passato si è occupato di giustizialismo.

Gli attuali consigliori di Renzi non sono mica bau, bau, micio, micio. Questi sono dei veri professionisti, faranno i fatti.

Ma poi, non è che ci vuole uno scienziato per chiedere l’attuazione di leggi funeste; e che ci vuole!

Il difficile sarebbe quello di fare delle leggi che non depongano la forza al diritto, ma questa è un’altra storia.

Quello che i consigliori non spiegheranno mai a Renzi sono le seguenti cose:

1) Se a un giovane infliggi una molteplicità di anni di galera tanto da annichilirlo, lo Stato altro non fa che condannarlo ad essere un malavitoso per sempre.

2) Quello che non gli diranno mai è che negli Stati Uniti in cui vige la pena di morte, persiste la criminalità più feroce.

3) Quello che non gli diranno mai è che mantenere l’ergastolo, specie quello ostativo, è un regalo al malaffare.

4) Quello che non gli diranno mai è che il pesce puzza dalla testa e che il male assoluto è la corruzione. Altro che abolizione dell’ergastolo. Quello che accade in Italia da oltre 20 anni ha stravolto le varie funzioni  del legislatore. Infatti, sono i P.M. che legiferano e il legislatore ratifica.

Taluni politici più che legiferare sono dediti al latrocinio costante, dopodiché si occupano sul come fare per non finire essi stessi in galera. Abolite il Parlamento; facciamo tutto i poliziotti, sono più veloci e costano meno…

Gino Rannesi

Maggio 2014

La scommessa trattamentale… relazione dell’avvocato Monica Murru

nuoro

Pubblico oggi questa relazione che ci è stata trascritta dalla nostra preziosa Grazia Paletta.

E’ la relazione di Monica Murru, l’avvocato di Marcello Dell’Anna.

In questa relazione l’avvocato Murru racconta quanto è successo il 12 e il 13 giugno, in cui a Marcello è stato concesso -dopo quasi due anni- il permesso per “uscire”.

Il primo giorno si è svolto uno spettacolo teatrale, nel quale lo stesso Marcello era un attore.

Il tredici lo spettacolo viene replicato nella rotonda del carcere.

Il pomeriggio segue un interessante dibattito.

L’avvocato Murru, nella sua relazione, riesce efficacemente a rendere tutta la ricchezza e l’atmosfera di questa due giorni. 

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12-13 giugno 2014 “La Scommessa trattamentale”

Non credo che scorderò facilmente ciò che è accaduto nelle giornate del 12 e 13 giugno u.s.

Alle diciassette in punto del pomeriggio di giovedì, mentre il sole brillava caldo e luminoso mi è capitato di vivere una delle esperienze umane più intense ed emozionanti della mia storia professionale; Marcello Dell’Anna, ergastolano ostativo in espiazione  presso la C.C. di Nuoro a Badu e Carros, usciva in permesso ex art. 30 O.P. per recitare al Teatro Eliseo insieme alla Compagnia “Stabile Assai” di Roma Rebibbia.

L’ultima volta che aveva varcato le mura del carcere da “uomo libero” era stato nel maggio 2012, allorchè il magistrato di sorveglianza allora competente, Dott. Paolo Canevelli, gli aveva concesso 16 h. per recarsi all’Università di Pisa a discutere la tesi di laurea in giurisprudenza .

Da allora tante cose sono accadute, compreso il suo trasferimento al penitenziario barbaricino, da lui vissuto come un’ulteriore e suppletiva condanna, prima di scoprire l’opportunità di un nuovo ed importante percorso da vivere proprio a Nuoro.

Adesso  sta  lì, in piedi tra il Direttore, la Dott.ssa Carla Ciavarella ed il comandante, Alessandro Caria , con in mano un nuovo  permesso, dalle h. 17.00 alle 24.00, firmato da un altro coraggioso magistrato, Dott. Riccardo De Vito.

Pochi istanti e siamo fuori le mura, nello spiazzo del parcheggio… lacrime inghiottite in fretta, mascherate da un sorriso forzato mentre cerco di spiegargli come mettere la cintura di sicurezza e poi la strada verso il centro; un sospiro, una risata, una passeggiata veloce, Oddio non così veloce – “non sono più abituato agli spazi aperti, mi gira la testa, mi viene la nausea.. “- una bibita nel caffè più antico di Nuoro, una puntatina in un negozio di dolciumi ed infine l’arrivo in teatro.

I tecnici stanno montando la scenografia, si provano luci, suoni, musica, si ripassa il copione,  si scattano i primi selfie; non sembra vero eppure è così; quanto sta accadendo è reale e tra meno di due ore Marcello Dell’Anna, sarà sul palco insieme alla Compagnia di Antonio Turco a recitare in “La fine all’alba”, storia di una rapina finita male.

In un tempo che sembra volare, tanto corre in fretta, si apre il sipario, risuonano le prime note; la voce calda della splendida Barbara Santoni  si alterna con il sax di Paolo Tomasini ed il basso di Roberto Turco preparando l’ingresso dei protagonisti che, in qualche modo, interpretano ciò che sono stati una vita fa…

Lo spettacolo è un successo, un pubblico numeroso e partecipante, da grandi occasioni, dispensa applausi e calore, con le istituzioni che testimoniano la coralità di quella che è stata davvero una grande scommessa.

Nella città semideserta, la luna ci fa da scorta, mentre a mezzanotte riaccompagno Marcello Dell’Anna a Badu e Carros, in attesa di vivere la seconda grande giornata.

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Il 13 mattina, lo spettacolo viene replicato per i detenuti, nella rotonda del carcere, e qui l’emozione è davvero palpabile, non solo per gli attori, tra cui c’è la Prof.ssa Patrizia Patrizi, docente di psicologia giuridica all’Università di Sassari, e la Dott.ssa Daniela Mei, cancelliere presso il Tribunale di Cagliari – a dimostrazione dello spirito della Compagnia teatrale, in grado di unire diversi ruoli sociali – ma anche per tutti gli operatori penitenziari presenti e per i “colleghi” di Marcello Dell’Anna, testimoni oculari della sua rinascita.

Il momento magico- come l’ha definito il garante dei detenuti per il Comune di Nuoro, Prof. Gianfranco Oppo –  si completa nel pomeriggio allorchè ha inizio un dibattito sui temi più importanti del carcere; dibattito diretto e moderato in modo esemplare dal vicepresidente della Camera dei deputati, On. Roberto Giachetti il quale, mutuando il sistema parlamentare previsto per gli interventi,  assegna a ciascun ospite un tempo non superiore a dieci minuti.

L’apertura è lasciata alla sottoscritta ed allo stesso Dell’Anna, per la presentazione di quello che è il frutto del nostro lavoro, voluto, supportato e sponsorizzato dalla Scuola di Formazione Forense di Nuoro: una dispensa in cui in questi ultimi mesi abbiamo curato la raccolta degli atti del seminario ( 4 incontri tenutisi a Badu e Carros tra febbraio e marzo 2014) e la redazione di un formulario di diritto penitenziario con formule già testate nanti i vari magistrati di sorveglianza.

Si tratta di un volumetto di circa 150 pagg. che propone l’approfondimento di alcune importanti tematiche affrontate nelle giornate di convegno, come l’ergastolo ostativo, il regime del 41 bis, la declassificazione nonché appunto un considerevole numero di istanze già sperimentate nella pratica con esito positivo.

La tavola rotonda vera e propria comincia con l’Avv. Martino Salis che prima di  presentare  i vari ospiti  spiega  la valenza del progetto e perché Nuoro debba essere fiera di aver promosso questa iniziativa; non per niente ha dato i natali a grandi giuristi del calibro di Salvatore Satta  e Giampietro Chironi,  ed ha annoverato  illustri legali tra i padri della Costituzione, aggiunge con un pizzico di orgoglio barbaricino!

Per il Dipartimento prende la parola il Dott. Gianpaolo Cassitta che, partendo dal titolo di un libro scritto a Porto Azzurro diversi anni fa “la grande promessa”, porta avanti un discorso volto all’apertura e al dialogo. Prende le mosse dal fatto che la Sardegna, al pari della Basilicata sia una delle poche regioni senza problemi di sovraffollamento ed in cui si è già avviato un percorso volto al cambiamento della vita in carcere; in questi termini, fa riferimento a diverse opzioni: al “progetto Università”, intrapreso dal carcere di Alghero in cui molti detenuti hanno la possibilità di seguire corsi organizzati dall’ateneo di Sassari, al “progetto Colonia”, ambientato appunto nelle colonie penali di Mamone, Isili, Is Arenas, in cui i detenuti non solo lavorano la terra ed allevano il bestiame ma producono e vendono dei propri prodotti, con un vero e proprio marchio, “I galeghiotti” , al “progetto ICA”, volto alla nascita di una struttura alternativa al carcere dove possano vivere  in maniera adeguata donne detenute con bambini.

Spiega come sia necessario che ciascun detenuto cominci  partendo da se stesso, convogliando il dolore che soffre e che ha provocato negli altri, in attività che lo aiutino ad affrancarsi dall’illegalità e che lo facciano diventare una persona nuova.

Ed è proprio sul concetto di persona che insiste ancora la padrona di casa, la Direttrice, Dott.ssa Carla Ciavarella che racconta del perché il suo compito sia quello di investire ogni giorno sul fattore umano, sul personale e sull’utenza, in modo non solo da garantire una buona qualità di gestione, ovvero un efficiente servizio di sopravvitto, di mensa, la possibilità di prenotare telefonate e colloqui, ma anche di offrire  ulteriori servizi aggiuntivi volti a mettere in pratica il cd. “Trattamento”. Predisporre una gamma di opzioni suscettibili di scelta per tutti gli ospiti della C.C. che devono poter alimentare e nutrire i propri pensieri, interessi culturali, sportivi  e ricreativi. Tutto questo perché anche in carcere, come in qualsiasi altra comunità, si ha a che fare con la vita delle persone  che, per prime loro, non devono mai dimenticare di essere tali.

Quindi è  la volta dei magistrati di sorveglianza, la Dott.ssa Adriana Carta ed il Dott. Riccardo De Vito che si alternano in un discorso legato da un solo comun denominatore: dare un senso alla pena; trovare il modo per applicare veramente l’art. 27 Cost.

E se la Dott.ssa Carta spiega  come sia difficile per lei, operatore del diritto, membro delle istituzioni, comprendere e purtroppo applicare alcune contraddizioni del sistema- come ad esempio l’inibizione concreta del trattamento penitenziario ai condannati per l’art. 4  bis – il Dott. De Vito si spinge fino ad interrogarsi sull’attuale modello carcerario che non può preoccuparsi solo di concedere tre mq. a persona nel  rispetto di ciò che ha decretato la Sentenza Torregiani ma deve costruire valide alternative, riempiendo di contenuti il tempo della pena, cosicchè al momento del rientro in Società, si possa davvero disporre di una seconda chanche.

Certo gli spazi sono importanti, le strutture pure, così come i nuovi orientamenti che consentono di tenere aperte le porte delle celle in modo che i reclusi possano muoversi liberamente dentro la sezione ma serve molto di più, serve mettere a confronto i condannati con le vittime, le ragioni degli uni con quelle degli altri perché anche chi l’offesa l’ha subita non debba vivere fuori con il terrore della belva che è dentro e che prima o poi uscirà!

Discorso questo ripreso in maniera più ampia dalla già citata prof. Patrizi che ancora una volta ha illustrato il modello di giustizia riparativa al momento in procinto di essere applicato nelle cd. “comunità riparative” in alcune zone della Sardegna, intendendosi con questa espressione i contesti territoriali  in cui operare il coinvolgimento di tutte le parti sociali per sviluppare un percorso in chiave di partecipazione, inclusione, solidarietà, prevenzione del disagio e del crimine, e promozione del benessere individuale e collettivo.

Ed è sempre in questa chiave che deve essere letto l’intervento del Procuratore Generale presso Il Tribunale di Nuoro, Dott. Andrea Garau la cui partecipazione ha dato un ulteriore significato al dibattito, laddove, dopo aver precisato che di solito il pubblico ministero si trova a ricoprire un ruolo in qualche modo inconciliabile con quello dell’utenza della magistratura di sorveglianza, ha espresso il desiderio personale di capire meglio le problematiche “di chi sta dall’altra parte”, impegnandosi a mettersi in posizione di ascolto, per recepire le ragioni di tutti.

Di particolare pathos è stato poi l’intervento del Dott. Antonio Turco, da quarant’anni educatore nella casa di reclusione di Rebibbia che ha richiamato tutti ma proprio tutti – dagli operatori penitenziari, agli agenti, agli stessi detenuti – ad un esame di coscienza, ad un’assunzione di responsabilità per evitare di sprecare le opportunità e per offrire  validi modelli di vita ai giovani, a chi purtroppo in carcere continuerà ad entrare  perché condizionato da esempi sbagliati o perché semplicemente ha scommesso sulla scorciatoia del crimine. L’invito alla formazione di tutti gli operatori penitenziari è risuonato nella rotonda  come un grido di aiuto da parte di tutta la comunità carceraria e di tutta la Società civile che ancora crede nell’uomo.

Nell’ambito dei mass media, Il Dott. Franco Siddi, segretario Generale della Federazione Stampa Italiana, ha cercato di spiegare la necessità di contemperare il diritto di cronaca dando spazio a notizie di cronaca giudiziaria e cronaca nera, con l’opportunità di dare risalto ad iniziative come quella oggetto della medesima tavola rotonda, così da focalizzare l’attenzione pubblica su aspetti che devono “arrivare” a tutti, costituendo un ulteriore stimolo per la collettività.

Il Dott. Filippi, direttore de “ La Nuova Sardegna” ha invece illustrato la proposta del suo giornale, al momento unica sul piano nazionale: dedicare una pagina, con cadenza settimanale o bisettimanale, alle voci di Badu e carros; un spazio per detenuti, agenti, operatori e cittadini che abbiano voglia di raccontarsi e  confrontarsi  sui più variegati argomenti: lo sport, il cinema, la vita di tutti i giorni, non solo prigione insomma; un’idea che è stata definita in working progress perché pur partendo da Badu e carros non intende fermarsi al penitenziario nuorese, anche se il fatto che parta proprio da questo carcere – definito negli anni ’70 un braciere sempre acceso, per aver ospitato il gotha delle brigate rosse e della criminalità organizzata, da Renato Vallanzasca a Francis Turatello, da Alberto Franceschini ad Antonio Savasta – vuol essere sintomatico di una nuova ed importante sfida.

L’iniziativa, nata da un’idea di Luciano Piras prende lo spunto da un esperimento portato avanti alla fine del 2013, con la creazione di una redazione interna al penitenziario che ha dato il via al cd. numero zero del magazine “angolo libero” che è stata inserita all’interno del progetto “liberi nello sport” del Prof. Salvatore Rosa, quest’anno vincitore del premio nazionale Enzo Bearzot “la sfida sociale dell’U.S. Acli”.

Un’autentica ovazione ha accolto ancora  l’On. Maria Grazia Calligaris, presidente dell’associazione Socialismo Diritti e Riforme, da sempre impegnata in prima fila per i diritti dei detenuti  che, preceduta dal saluto del Sindaco, Dott. Alessandro Bianchi, ha approfittato della presenza delle istituzioni per ricordare ad alta voce il diritto alla salute per tutti i reclusi e, in conformità al principio della territorialità della pena, il diritto dei medesimi  a scontare la pena vicino agli affetti familiari.

L’intervento personale di alcuni detenuti, tra cui Salvo Buccafusca – attore nella compagnia  Stabile Assai di Rebibbia  -e  Calogero Ferrugia, prossimo liberante, si è ben sposato con quello del comandante Alessandro Caria che ha sottolineato come la politica debba ascoltare di più tanto i detenuti che gli operatori penitenziari e ciò sia per l’adeguamento delle strutture carcerarie alle previsioni normative che per le questioni di natura pratica.

Eloquente, in merito, è stato quando lo stesso comandante ha citato come esempio le carceri appena costruite di Massama e Bancali, rispettivamente ad Oristano e Sassari, che pur essendo destinate alla custodia di persone in regime di alta sicurezza non dispongono paradossalmente di celle singole, con la conseguenza che abbiamo ergastolani che coabitano in tre o in quattro   nel medesimo spazio; parimenti sintomatico è stato il riferimento alla possibilità di far tenere in cella dei pc; ebbene anche qui non vi sono disposizioni chiare  precise: i detenuti possono avere i computer in cella ma questi non devono essere dotati né di masterizzatore né di porte USB, così accade che chi intende disporne spende €.500 per acquistarlo, poi ulteriori €.200 per l’intervento tecnico necessario a renderlo conforme alla normativa ovvero per privarlo di alcuni elementi, poi altre ulteriori somme varie per ripararlo, posto che un pc nato con quegli accessori, una volta privato degli stessi  presenta non pochi problemi.

Di non poco conto è stato anche il richiamo ad un comportamento istituzionale logico e di buon senso: se un detenuto di alta sicurezza viene mandato in permesso premio dal magistrato di sorveglianza  non può continuare ad essere contrassegnato come pericoloso dal Dipartimento per un semplice automatismo, per un mancato adeguamento delle informazioni  interne  che, contrariamente all’evidenza dei fatti, continuano a classificarlo come pericoloso e come tale ascrivibile ai circuiti di alta sicurezza!

Il messaggio, dunque, è stato dato forte e chiaro: maggior ascolto e maggior razionalità, in un clima volto davvero ad applicare il dettato costituzionale, perché a volte per risolvere i problemi  o, al contrario crearli, basta davvero poco; sul punto illuminante è stata la testimonianza del Sig. Luigi Vergine di Lecce, detenuto di lungo corso, da circa un anno ospite a Badu e Carros che si è definito il prodotto sbagliato di una gestione sbagliata, raccontando di come a Nuoro abbia trovato la sua dimensione semplicemente grazie al fatto che la Direzione gli abbia consentito di tenere a portata di mano, sul comodino, un farmaco capace di alleviare le terribili emicranie di cui soffre.

Per arrivare a tale risultato ha confessato di aver fatto nel precedente istituto di pena le cose peggiori, fino ad essere stato quasi accusato di tentato omicidio ai danni dell’operatore sanitario e tutto perché il personale che lo aveva in custodia non capiva né voleva capire l’entità della sua patologia, rifiutandogli di tenere a disposizione la pastiglia “salvavita” da prendere nell’immediato quando stava male!

Ecco, in carcere, talvolta i problemi sono anche questi, ovvero la mancanza di flessibilità e buon senso nell’applicare la normativa e nel non considerare persone coloro che vivono privati della libertà.

La tavola rotonda si è chiusa infine con l’intervento del garante dei detenuti per il Comune di Nuoro, Prof. Gianfranco Oppo che, sfogata l’amarezza per una legislazione carceraria attuale priva di indirizzo, di obiettivi, ha deprecato il continuo ricorso alla legislazione di emergenza, ai decreti legge che creano aspettative mostruose e che una volta convertiti in legge lasciano ulteriori strascichi e delusioni che spesso, dentro il carcere sfociano in episodi di autolesionismo.

Tra gli applausi generali ha concluso dicendo che la sentenza Torregiani è servita sì per sollevare il problema dello spazio, dell’edilizia carceraria ma che, successivamente è stata strumentalizzata per nascondere sotto il tappeto la polvere dei veri problemi pratici perché ciò che non è più tollerabile è l’infantilizzazione del detenuto, la deresponsabilizzazione dello stesso che, al contrario, deve essere fatto parte attiva nel processo di risocializzazione, facendolo osservare e non solo essere osservato!  

Ed è proprio sulla scia di queste considerazioni finali e del fatto che in questa due giorni è stata davvero vinta una scommessa – grazie alla forte sinergia tra avvocatura, magistratura di sorveglianza, Amministrazione penitenziaria ed operatori vari –  che chi scrive non  può non concordare con il garante quando parla di momento magico e cominciare a spostare più in alto l’asticella per il raggiungimento di prossimi possibili obiettivi!

Avv. Monica Murru

 

Non sono felice ma tutto questo mi rende infelice…. di Gino Rannesi

GiulioGreco

Pubblico oggi questo intenso pezzo del nostro Gino Rannesi, detenuto a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros.

L’opera che accompagna il testo è una creazione di Giulio Greco.

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Fa freddo oggi… che puzza di muffa: è proprio strana questa puzza di muffa!

Che strana luce gialla, non ricordo una luce così in casa mia.

Sto sognando!

Dopo quattro mesi ho potuto effettuare un primo colloquio con mio figlio.

Nicholas e la sua mamma.

Si apre una porta, faccio il mio ingresso all’interno di una stanzetta predisposta a sala “colloqui”.

Che strana puzza di muffa, non ricordo una puzza così.

Ma sì, sto sognando ancora…

Al centro della “sala” una donna tiene un bambino per la mano. Con fare nervoso e visibilmente stanca, Francesca esclama: “ma ove c… ti hanno portato…?”. Nicholas, anche se stanco per il lungo viaggio affrontato, corre in braccio al suo papà: un lungo abbraccio ha fatto sì che quella stanzetta apparisse meno grigia. Per sdrammatizzare un po’, salutai Francesca in dialetto sardo: ite novas (come stai?). La risposta che ebbe a dire Francesca non la dico… ma non ha tutti i torti.

Alla fine del colloquio, quando il clima era più disteso, risalutai Francesca in dialetto sardo: a mezzus biere (arrivederci). Francesca: “Vedi di farti mandare via da questo posto, e anche alla svelta, sei troppo lontano…”.

Povere Donne, è sempre la stessa musica: “la storia sono gli uomini mentre le Donne gli stanno dietro con il secchio in mano…”. Si parla tanto di violenza sulle Donne, ma la verità è che noi uomini di questa violenza siamo tutti azionisti…

Qualche giorno fa ho conosciuto un tale. Il tizio in questione è stato tradotto a Badu e Carros da qualche mese. Questo non riesce a darsi pace: “questa non ci voleva, pensavo di avercela fatta.. ho voluto e lottato con tutte le mie forze per una vita quasi normale e tranquilla..”.

Il tizio ha già scontato 23 anni di galera, e nel carcere dove si trovava, prima di essere trasferito in questo posto, aveva già usufruito di qualche beneficio.

Questo è un inconveniente molto serio, gli dissi. E’ bene prenderne atto e, intanto, riflettere se sia possibile risolvere il problema. Sono del parere che, se arrivi a Badu e Carros, c’è un motivo: ti si vuole seppellire definitivamente. Qui, in questo posto, si ha la certezza che un ergastolano muoia senza poter vivere neanche un solo giorno di libertà… “la sua richiesta di permesso è inammissibile…”. (te la devi cantare!).

Questa storia dell’ergastolo ostativo ha rotto il cazzo.

I professionisti dell’ergastolo ostativo cambino registro. Basta!

“Visto l’art. 4 bis la richiesta è inammissibile…”.

E allora, dico io, perché ci sono dei magistrati che, forti della propri autonomia, trovano il modo di concedere permessi (anche premiali) a soggetti che, come me, sono stati condannati alla pena dell’ergastolo e che che hanno scontato dai 20 ai 30 anni di galera?

Forse che questi magistrati non sono preparati?

Forse che questi magistrati sono dei criminali?

“Visto l’art. 4 bis…” pare un buon modo per lavarsene le mani, un buon modo per non leggere la gravosa documentazione a sostegno della richiesta di permesso, ecc. 

Chi sostiene l’ergastolo ostativo, sostiene l’assurda legge della non speranza, senza rendersi conto che così facendo toglie la speranza anche a se stesso…

Tuttavia le persone zelanti che continuano a ritenere che per ottenere  l’ammissione ai benefici “te la devi cantare”, altro non vogliono che gli oppressi passano dalla parte degli oppressori per non essere oppressi.

Uomini di buona volontà: sapere e non agire è non sapere.

Uomini zelanti, vi consiglio di cambiare mestiere: “non giudicate con durezza per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati voi, e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi…”. (Gesù)

Gino Rannesi, Giugno 2004

Pensieri dalla “prigione senza luce”… di Salvatore Pulvirenti

Costituzione

Ecco un’altra riflessione di Salvatore Pulvirenti, detenuto in quella che lui chiama “la prigione senza luce”, il carcere di Badu e Carros a Nuoro.

Questa riflessione parla della Costituzione, ed è pervasa d un senso di amarezza, nel trovarsi di fronte a un testo magnificamente scritto ma non applicato.

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La Costituzione italiana.

Art. 1- L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Art. 2- La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolbili dell’uomo.

Art. 3- Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge.

Art. 27 c3- Le pene non possono consistere in trattamenti contrari l senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Che bella! La nostra Costituzione a leggerla mi fa sentire “libero”, e mi da’ un senso di sollievo.

Ogni volta che la vedo, sì! Perché si trova in tanti diversi testi giuridici. Mi da’ un senso di felicità, per lo più quando leggo l’art. 27. 

Mi soffermo: (e dico che sto per uscire, perché ho scontato 22 anni ininterrotti di carcere e mi sento rieducato). 

Cazzate! Cazzate! Cazzate!

Ogni volta che la leggo mi viene da ridere! La Costituzione non giova a niente, perché non viene mai usata.

Per cui.. quale art. 1, 2, 3, 4, 5, ecc.? 

Sarebbe meglio riformarla.

Un abbraccio a Francesca Teresa da Sassari

L’incontro con Grazia Paletta… di Marcello Dell’Anna

sempre_speranza

Chi conosce questo Blog, ha imparato ad apprezzare Marcello Dell’Anna, attualmente detenuto a Nuoro.

Marcello è da anni che lotta, con tutto se stesso, per creare il suo nuovo destino.

Marcello è in carcere da più di venti anni.

Marcello ha ricevuto molti attestati ed encomi. 

Marcello ha scritto tre libri.

Marcello ha più di una laurea. E una di esse è in giurisprudenza.

Marcello, in occasione della discussione della tesi di laurea, ricevette dal Tribunale di Sorveglianza, un permesso di 14 ore. Un permesso da uomo libero, senza la presenza di una scorta o di alcun controllo da parte degli organi di polizia. 

Ma, soprattutto, Marcello non ha mai negato di avere fatto errori, di essere stato parte di un territorio criminale. Ma ha voluto riscattarsi da ogni retaggio negativo, diventare una persona nuova.

E ci è riuscito.

La lettera che ci invia oggi, racconta il colloquio che Marcello, qualche settimana fa ha avuto, nella sala colloqui di Badu e Carros, con la nostra Grazia Paletta e suo marito Daniele.

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Nuoro 22 luglio 2014

Caro Alfredo,

so benissimo che questo mio ritardo nel risponderti è -quasi- impedonabile (quel quasi, ovviamente, è l’attenuante invocata alla mia pena del commesso “ritardo”).

Riscontro la tua di giugno scorso. Tengo a dirti che laddove la mia risposta alla tua possa apparirti come sbrigativa, così non è, perché di sicuro recupererò nella mia prossima quanto di importante sto tralasciando ora in ordine al dialogo che hai avuto con Fabrizio Basciano, sulla “disciplina” quale strumento di miglioramento di sé. Locuzione, quella della “disciplina”, che balza all’evidenza dei miei pensieri come un flash, perché coglie il senso della mia vita vissuta tra regole e dettati ma anche tra indiscipline, vittorie e sconfitte.

Sappi comunque che ho letto con attenzione il “dialogo” tra te e Fabrizio, facendo tesoro dell’essenza del suo pensiero. Perciò, oggi, ed a maggior ragione, la mia tenacia, la mia perseveranza e la mia disciplina sono rafforzate da impegni e proposte che non potranno mai fermarsi di fronte a nessun rifiuto. Nemmeno se ne dovessi ricevere per 1008 volte. Ed utilizzerò ogni rifiuto quale risorsa per migliorare e migliorarmi.

Meritevole di precedenza a questo tuo argomento -sebbene anch’esso significativo- come sai, c’è l’evento di straordinaria emozione che si è realizzato e che merita indubbiamente la “prima pagina”. L’incontro, nella sala colloqui del carcere di Badu e Carros, tra me, la nostra amica Grazia Paletta e suo marito Daniele.

E’ sorprendente tutto questo. La vita riserva davvero insolite e bellissime sorprese. Spesso mi domando come è possibile sentire così vicine e intimamente amiche delle persone che neanche si conoscono, se non per uno scambio di lettere. Proprio come noi due in questo momento.

Caro Alfredo, colgo in quel colloquio -indimenticabile- la necessità di esprimerti le mie sensazioni usando la stessa metafora splendidamente raccontata dalla nostra Grazia nel suo libro “Sono Giovanni e cammino sotto il sole”.

Credo, perciò che la “principessa danzante” oggi possa cantare a tutto il regno musicale di avere realmente conosciuto un uomo che, trai tanti, aveva anche lui il “Volto coperto di fango”, poi diventato “di pietra”, ma che col passare del tempo ha mutato immagine, è stato pulito dal Vento del Cambiamento, nell’attesa ora di indossare la Corona della Libertà; tutto ciò perché nemmeno i Signori della Giustizia e della Paura hanno il diritto di negare ad una persona la possibilità della Ri-Nascita, lasciandola morire nelle Terre Sommerse.

Non ho dormito la notte precedente al colloquio… e no ho nemmeno dormito la notte susseguente a quell’incontro. Mille domande si pone il mio cuore, mille pensieri albergano nella mia mente. “Che impressione avrò fatto..?”. “Quali emozioni avrò scatenato…?”. “Cosa si saranno detti di me…?”. Di certo posso dire che Grazia e suo marito Daniele hanno lasciato un segno indelebile nel mio cuore e nella mia mente, inciso con abile precisione chirurgica, che mi farà da compagno per sempre!

Abbiamo trascorso insieme quasi quattro ore di colloquio, un tempo ricolmo di intensa emozione, di sensazioni quasi surreali, tanto che per un attimo abbiamo avuto l’impressione di stare seduti al tavolino di un bar sulla costa Smeralda.

Non c’è stato un solo minuto di silenzio, anche perché, a dire il vero, in queste mura di ferro e cemento, oggi mi riesce persino difficile trovare interlocutori capaci di comprendere il mio pensare, capaci per uno scambio culturale e  una crescita personale. Il mio “cambiamento in positivo” mi porta spesso ad isolarmi, anche se per me l’isolamento è stato crescita etica ed intellettiva, e, sebbene mai per un attimo mi sono sottratto all’impegno di riuscire a portare “dalla mia parte”, tanti altri uomini ergastolani che sono soliti rimanere relegati nel buio più totale, del vuoto, del nulla, prigionieri delle loro stesse ombre.

Così, dinanzi a Grazia e Daniele, è come se quella “diga di contenimento” dei miei pensieri più profondi avesse ceduto, riversando fiumi di parole che spero abbiano toccato l’intimo dei loro cuori. Perché le loro, di sicuro, hanno toccato il mio.

Daniele, incuriosito, mi poneva delle domande; erano mirate, sensate, coglievano nel segno… Mente nel viso, ma soprattutto negli occhi, di Grazia si poteva scorgere lontano un miglio tutta la sua emozione e contentezza, come del resto anche la mia.

Abbiamo parlato di me, della mia storia personale, del mio percorso all’incontrario, ossia “dalla illegalità alla legalità”, tanto per parafrasare l’esimo avvocato Angelo Merlini, della  mia “metamorfosi” interiore, avvenuta in questi anni, dall’essermi saputo spogliare da quei pregiudizi di sottocultura, di cui, il carcere prima e la malavita poi, sono proficue “mostruose macchine di produzione”. Per questo oggi riesco a guardare negli occhi chiunque, perché cambiato, migliorato, perché sconto la mia pena per emendare il male fatto e lo faccio con non poche sofferenze, dato che il carcere e la propria coscienza ti presentano sempre il loro pesante conto da pagare: quello del rimorso.

Non possiamo solo dire -rifugiandoci con abile artificio nell’alibi del tempo- che venti, trent’anni o più, di galera, cambiano una persona. Dal punto di vista estetico indubbiamente; dal punto di vista morale, dipende da noi, soltanto da noi, dalla nostra volontà e dalle nostre scelte. Dimostrare coi fatti, un cambiamento morale, ed eliminare vincoli e ideologie che sono solo illusioni e inganni.

Bisogna essere cedibili, altrimenti, se vulnerabili, ci si espone a qualsiasi attacco, soprattutto da parte di coloro i quali sono sempre lì in agguato, pronti a dire… “bisognava buttare via la chiave…”.

Ecco perché, oltre al cambiamento del “tempo”, bisogna (di) mostrare l’essenza della credibilità, farla capire, comprendere a tutti, iniziando proprio dall’interno delle prigioni, per poi esportarla all’esterno, nelle scuole, nelle università, nelle periferie a rischio. E di questa incombenza ci siamo fatti carico io e Grazia, prefissandoci degli obiettivi e, perché no, anche dei possibili progetti. Te ne parlerà sicuramente…

(…) Abbiamo  parlato anche di come Voi siete la nostra voce all’esterno, riportando e facendo conoscere  alla società tutta testimonianze molto forti di vite… che vanno vissute… che vanno considerate… perché cambiate, perché migliorate… perché a tutti bisogna dare una seconda possibilità, almeno una sola… Abbiamo parlato del blog che avete creato per noi. Un mezzo al quale ognuno di noi è chiamato in causa per migliorarlo, arricchirlo, renderlo più efficiente e più efficace.

Alfredo, prima di concludere, posso dirti solo, e con molta franchezza, che in tutti Voi percepisco la vicinanza del bene oltreché il vostro affetto; la fiducia è quella di rialzarmi, di credere, di resistere, di lottare… sempre!

Ora avrai modo di conoscere meglio la mia persona e come la penso. L’amica Grazia, se non l’ha già fatto, sicuramente ti parlerà di me, di quello che sono oggi.

Un forte e caro abbraccio.

Marcello

Cambio di governo e sovraffollamento… di Domenico Papalia

sovraffollamento

Domenico Papalia, detenuto nel carcere di Badu e Carros, a Nuor,o ci ha inviato queste sue riflessioni per indicare come, al di là di vuote parole, col cambio del governo la situazione del sovraffollamento in carcere è andata peggiorando, piuttosto che migliorare. 

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C’è un detto in Calabria che recita: “Un porceu si insonna sempre a ghianda”. Il porco sogna sempre le ghiande. E così il carcerato parla sempre di carcere.

Con il governo Letta si stava iniziando a risolvere non certo il problema generale, ma le iniziativa della Ministra Cancellieri erano improntate ad un respiro a lungo termine di miglioramento e alleggerimento del sovraffollamento.

Con il Governo Renzi la situazione va a peggiorare e non si vedono iniziative che possano attenuare la situazione ed il detenuto si trova a scontare  pene aggiuntive che non esisto a definire torture vere e proprie.

Il 28 maggio scadono i termini per le sanzioni che la Corte Europea ci ha inflitto e il nuovo ministro della Giustizia Orlando anziché cercare di studiare provvedimenti per sopperire alle sanzioni ha pensato bene di andare alla Corte Europea con le promesse di quello che intende fare a parole e vendere fumo, sostenendo che già sono stati recuperati 9000 posti in più nelle carceri. Il ministro però non ha spiegato come ha recuperato questi posti. Vogliono sapere i cittadini come ha recuperato questi posti? Ha peggiorato la situazione, perché nelle celle singole sono state aggiunte una o due brande, e nelle celle da tre sono state aggiunte altre due o tre brande. In questo modo, peggiorando il sovraffollamento e incentivando altri ricorsi a Strasburgo, che poi le sanzioni ricadono sui cittadini onesti. Mentre sarebbe più giusto che i risarcimenti li pagassero i Dirigenti del DAP che tengono le carcere in questo stato. Io ho fatto il ricorso in questo senso e la Corte Europea mi ha chiesto la superficie della cella; cosa che ho già provveduto a mandare. Spero che molti altri detenuti che si trovano obbligati a vivere in celle promiscue con poco spazio, specie gli ergastolani, facciano ricorso e chiedano che sia giusto che paghino i dirigenti del DAP e non i cittadini con i loro contributi.

Un caro saluto per coloro che accedono al sito.

Nuoro 22-04-2014

Domenico Papalia

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