Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera di Giovanni Zito

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Il nostro Giovanni Zito, detenuto a Padova, mi ha inviato una sua lettera che venne pubblicata sulla rivista “Mai dire mai” nel novembre 2015. Aveva piacerea che fosse inserita ne Le Urla dal Silenzio.

E lo faccio con piacere.

Anche perchè è una lettera davvero importante. Una lettera dove Giovanni ricostruisce, per grandi linee, il suo percorso carcerario.

Una lettera con importanti passaggi come questo:

cosa c’entra tutto questo trattamento con il nostro Ordinamento Penitenziario? Cosa c’entra con l’art. 27 della nostra Costituzione? Cosa c’entra limitare i colloqui con le nostre famiglie con il vetro blindato che ci divide? Cosa c’entra il non poter cucinare un piatto di pasta con la sicurezza del carcere? Perché si deve limitare il vestiario e far morire di freddo i detenuti? Cosa c’entra questo con la sicurezza? E perché limitare le telefonate visto e consierato che in questo regime si è sempre e costantemente sotto controllo?”

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1 novembre 2015

Eccomi amici carissimi,

finalmente ritornate in pista. Sono contento perché una voce in più per i detenuti è sempre utile, quindi spero vivamente che il presente scritto vi trovi tutti in salute. Come sapete io mi trovo in questo istituto di Padova da circa tre anni. Dal mio punto di vista è uno dei migliori carceri d’Italia che svolge attività culturali e rieducative. Qui si svolgono: convegni e seminari. E poi c’è l’incontro con gli studenti universitari, momento importante in cui noi detenuti ci possiamo confrontare con la società e questo è un bene prezioso per chi crede in un futuro migliore.

Come sapete, io di carceri ne ho girate un po’ e vi faccio l’elenco dei posti dove sono stato “ospite”. Nel lontano 1996 venni tratto in arresto e condotto presso la casa di reclusione di Augusta. Nel 1997 mi trasferiscono nel nuovo carcere di Floridia, in Contrada Cavadonna (Siracura). Qui mi venne applicato  il così detto regime speciale del 41 bis. Da qui in poi inizia per me un calvario senza tempo. Finisco nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara, dove iniziano le angherie e sono privato del poco vestiario e di tutto il resto. Dopo un paio di mesi un avviso di comparizione richiede la mia presenza presso il Tribunale di Catania. Quindi, zaino sulla spalla e via per Catania. Udienza rinviata e quindi attesa per una nuova traduzione. Destinazione Viterbo. Il carcere non è male, ma il regime di cui facevo parte sì. Subivo ogni tipo di persecuzione, tutti i giorni. La censura della corrispondenza senza sosta, non era una tortura fisica ma più che altro psicologica. Lotte continue con i GOM (Gruppo Operativo Mobile), il corpo speciale che comanda nelle sezioni a 41 bis.

Iniziano scioperi della fame. Faccio presente al processo in videoconferenza le mie condizioni di trattamento e di non vita. Il Presidente della Corte ascolta con molta attenzione la mia dichiarazione spontanea, ma non può entrare nel merito. Chissà per quale motivo? Dopo circa quattro anni vengo di nuovo trasferito. E’ la volta di Novara. Stesse rigidità, ma con più vigore. Liti e nostre proteste per l’ingiusto trattamento. Chiedo udienza con il Magistrato di Sorveglianza e, finalmente, dopo mesi di attesa, vengo convocato; espongo i fatti e i continui trattamenti disumani di cui sono oggetto. Nessuna risposta e vengo di nuovo trasferito. Questa volta mi spetta L’Aquila: freddo da cani, credetemi. Chiedo di avere dei giubbini imbottiti perché il freddo mi stava uccidendo. Niente da fare. Pensate che la neve era alta più di un metro nei passeggi e, per cercare di sentire un po’ di calore addosso, cercavo di correre. Le mie continue lamentele per il freddo fanno sì che vengo ancora una voltra trasferito. La nuova tappa è Cuneo. Anche lì non si scherza per il freddo, anche d’estate è necessaria la coperta. Stesse privazioni, le stesse facce di sempre, perché alla fine quelli eravamo nei circuiti, più o meno.

Faccio un nuovo ricorso per impugnare il nuovo decreto che doveva riconfermarmi o togliermi il 41 bis e, finalmente, la mia richiesta viene valutata con più attenzione, anche perché l’ergastolo lo avevo alle spalle. Il Magistrato di Sorveglianza mi revoca il regime ex art. 41 bis. Era l’anno 2006. Ora io dico: cosa c’entra tutto questo trattamento con il nostro Ordinamento Penitenziario? Cosa c’entra con l’art. 27 della nostra Costituzione? Cosa c’entra limitare i colloqui con le nostre famiglie con il vetro blindato che ci divide? Cosa c’entra il non poter cucinare un piatto di pasta con la sicurezza del carcere? Perché si deve limitare il vestiario e far morire di freddo i detenuti? Cosa c’entra questo con la sicurezza? E perché limitare le telefonate visto e consierato che in questo regime si è sempre e costantemente sotto controllo? La nostra Costituzione parla chiaro, epure violano ciò che hanno scritto, con la scusa di una sicurezza e di leggi emergenziali che durano però da 23 anni e quindi sono diventate prassi ordinaria!

Nel novembre 2006 esco dal regime ex art. 41 bis e vengo inserito in un altro regime, quello dell’AS1 e sono mandato a Voghera. La mia vita carceraria cambia da subito. Riesco a telefonare a casa mia più spesso, posso finalmente cucinarmi e farmi il caffé quando ne ho voglia, posso avere i vestiti più pesanti per non morire di freddo. Frequento la scuola e mi prendo la terza media tra il 2007 e il 2008, promosso a pieni voti. Finalmente, dopo anni che non vedevo la mia famiglia, riesco a fare qualche colloquio. Posso andare anche a messa ogni settimana.

La vita sembra migliorare anno dopo anno. Ma le cose non vanno mai come dovrebbero, perché non vogliono che i detenuti siano reinseriti. Così, dopo quasi 4 anni di Voghera, sono tradotto ancora una volta: destinazione la casa di reclusione di Carinola (CE). Altri due anni in questo istituto e poi veniamo mandati via tutti dalla nostra sezione perché viene chiusa e il carcere declassato.

Ed eccomi arrivare a Padova, dopo tanto girovagare da Sud a Nord. Fin da subito vengo inserito presso la sede del giornale “Ristretti Orizzonti”. La nostra coordinatrice Ornella Favero è una donna eccezionale e di elevata personalità e porta il deteenuto a confronto con la società, ad un sano confronto con il mondo esterno, affrontando argomenti delicati come quelli dei regimi speciali. Ora sto frequentando la scuola superiore, il secondo anno di ragioneria e sto cercando di essere declassificato dal regime AS1, un’impresa ardua perchè al Ministero non vogliono che avvenga un miglioramento dei detenuti.

Spero  di non essere di nuovo trasferito in un istituto non idoneo alla mia persona e di poter continuare a svolgere il mio impegno scolastico e di membro effettivo della redazione di “Ristretti Orizzonti”. Oggi i carceri devono voltare pagina se vogliono un riscontro positivo dei detenuti. Le restrizioni non portano nessun miglioramento. Ci vuole la media sicurezza ed un carcere che faccia cambiare il punto di vista. Un malato va curato e non abbandonato al proprio destino. Si cambia solo se si hanno le possibilità per un riscatto giusto e una vita migliore. Spero in un futuro migliore, senza più ergastolani che devono patire le pene del fine pena mai. Ecco io vorrei vivere per dimostrare che il mio passato non sia la mia condanna definitiva.

Giovanni Zito

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L’ergastolo… di Giovanni Zito

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Giovanni Zito -il nostro caro amico detenuto a Padova- è stato forse l’autore più prolifico di questo blog.

Da un bel po’ di mesi, però, non scriveva.

Recentemente mi ha inviato, in allegato ad una lettera personale, una serie di suoi articoli che volentieri pubblicherò, a cominciare da questo, che ritorna sulla tematica dell’inaccettabilità dell’ergastolo.

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L’ergastolo è una pena superiore alla vita di una persona. Non si può scontare una pena così sproporzionata che va oltre la propria esistenza. Chi vive con una condanna del genere sa di morire in qualche angolo di un penitenziario. E’ una pena perpetua che scioglie ogni legame affettivo e familiare. Che uccide nel decorso del tempo ogni forma di speranza. E se non c’è speranza nella vita di una persona, che senso ha tenerla in vita per morire domani?

Gli Stati europei hanno superato da moltissimo tempo questo grado di disparità di vita con la massima pena di 30 anni, proprio perché una pena così devastante può nuocere sia al condannato che alla sua famiglia. In un Paese civile e democratico, come è l’Italia, affrontare un tema del genere sembra una utopia. Ma un giovane che abbia un commesso un errore all’età di 20-25 anni e a cui viene inflitta la condanna dell’ergastolo, non ha più un mondo da vivere, ma una eutanasia; cioè ha da aspettare la morte dentro un cubo di cemento. Mentre sarebbe più opportuno recuperare il soggetto stesso così come prevede la nostra costituzione italiana.

Il Vaticano, la sede del Papa, ha rimosso l’ergastolo proprio in virtù di clemenza e lungimiranza. Che poi nel nostro Paese ci sono due tipi di ergastolo. Quello ostativo, che non rientra in nessuna forma  di pena alternativa né di rieducazione. E’ rivolto a tutti coloro che hanno commesso determinati tipi di reati nell’ambito della criminalità organizzata e che solo una eventuale collaborazione porterebbe alla libertà. In poche parole per uscire vale il sistema “una vita per un’altra vita”. E poi c’è l’ergastolo ordinario, cioè il cosiddetto “comune”; in cui l’ergastolano esce, in presenza di determinate condizioni, dopo 26 anni di carcere, ma rimane vincolato al sistema della pericolosità sociale. 

Oggi gli ergastolani nel nostro Paese sono oltre 1500, e solo una piccolissima parte può beneficiare di poche ore di “libertà”. Nessun uomo dovrebbe vivere così perché non è vita, e non è neanche morte. Un ergastolano lo sente dentro di sé l’odore del dolore, della disperazione causata dalla propria giovinezza. 

Oggi l’ergastolo è la follia della democrazia, una deviazione della subcultura che affligge il nostro Paese. Mentre una pena certa porta sicuramente un notevole cambiamento culturale e sociale, in quanto si possono recuperare quelle vite spezzate dal dolore perpetuo. Scontando una pena certa si incide nel futuro del condannato recuperando il soggetto stesso. Non possiamo dimenticare le persone che attualmente hanno scontato più di 20-25 anni di carcere, e persino chi ne ha scontati più di 30. E a chi attualmente ha 50-55 anni, cosa resta da vivere? E quante ne sono morte nelle carceri con questa pena sulla pelle. Usiamo spesso e volentieri la parola sicurezza, ma forse dimentichiamo che dietro questa banale parola chiamata sicurezza è stata fatta una forma di violenza agli ergastolani che non chiedono altro di scontare una pena certa per un futuro migliore da vivere. Per ricordarsi che ancora ci può essere la speranza di un domani.

Non fare che una famiglia si perdi… lettera di Giovanni Zito

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Pubblico oggi una lettera del nostro Giovanni Zito, che è giunta alla cara Francesca De Carolis.

Una lettera che tocca il nodo della problematicità del mantenere i rapporti famigliari quando si va in carcere e della necessità di strutture e normative che permettano, il più possibile, il mantenimento dell’affettività.

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“Quando ero un ragazzo non pensavo alle conseguenze degli errori commessi, oggi ho 46 anni e sono detenuto ininterrottamente dal 1996.
La vita in carcere è una tortura fisica e psicologica, specialmente quando si ha una famiglia. Io avevo una compagna al mio fianco, ma la mia condanna e il mio allontanamento forzato hanno fatto sì che io perdessi l’affettività familiare. Mantenere l’affettività, il contatto con i figli, è fondamentale, è la base di ogni famiglia, ed è dura rimanere in piedi quando si perdono le speranze.
Io ho perso le gioie di mia figlia, non potendo effettuare colloqui con lei, e ancora oggi ho enormi difficoltà per i colloqui familiari. E la mia condanna si è riversata sulla mia situazione familiare già precaria. Mantenere in vita un rapporto è la cosa più bella che un uomo possa desiderare. Io posso subire una punizione, è giusto che sia così, ma mia figlia non si rende conto del perché ci sia una pena così devastante per tutti. (…)
Oggi Adele, è il suo nome, ha trent’anni ed è madre di tre femminucce, di cui io sono il nonno. Se sono felice… sì, lo sono emotivamente e mi sento commosso da questo pensiero che mi tiene in vita. Ma quello che desidero di più è poter trascorrere del tempo con loro, e che venga creato negli istituti di pena un luogo dove una famiglia possa ritrovarsi insieme, là dove si possa offrire affettività concreta.
Certo, in carcere la visita dei parenti è prevista. Può essere settimanale o mensile. Ma un conto è un colloquio intimo con la tua famiglia, un conto un incontro fra decine di persone tutti nello stesso posto, uno affianco all’altro.
Siamo nel 2015. I paesi europei sono un decennio davanti a noi per quanto riguarda questo aspetto della vita in carcere ( per non parlare del fatto che in molti paesi neanche l’ergastolo c’è più). Se io non posso donare alla mia famiglia un po’ di affetto in più, se non posso giocare con i miei nipotini perché il carcere non è fornito di strutture adeguate, allora bisogna pensare di costruire dei moduli abitativi dentro le strutture carcerarie. E fornire luoghi dove un papà possa sorridere ai suoi figli o nipotini, a una donna. Che si possa avere uno spazio familiare, dove ci si possa rilassare sia pure per poco tempo, riunendosi nel calore umano. Un posto che “sa di casa”. Avvertire un senso di serenità equivale ad avere un comportamento equilibrato nella struttura familiare, sia per il detenuto stesso che per tutta l’area familiare. Questo significa avere protetto e curato l’interesse del detenuto e della sua famiglia, significa alleviarne le sofferenze. Significa trovare l’umanità dove si crede non ci sia più vita. Forse non io, ma la mia famiglia deve avere speranza e non sofferenza eterna.

Giovanni Zito
Padova

Ottobre 2015

Il viaggio della speranza… di Giovanni Donetiello

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Come già sapete dalla lettura di un testo di Giovanni Zito pubblicato recentemente, è stato deciso di smantellare la sezione Alta Sicurezza del carcere di Padova.

Questa notizia è stata traumatizzante per tutti quei detenuti collocati in quella sezione.

Padova è considerato una delle poche carceri italiani in cui vi è un autentico sforzo verso la rieducazione del detenuto. In questo carcere la persona reclusa sente che gli sono offerte delle concrete possibilità; si trova a partecipare a molti stimolanti incontri con il mondo esterno. E vi è la redazione di una delle principali, se non della principale, rivista portata avanti da detenuti. La direttrice di questa rivista è Ornella Favero, apprezzata da tutti i detenuti per il suo impegno.

I detenuti dei reparti Alta Sicurezza sono spesso detenuti che sono in carcere da più di un ventennio e che davvero non rappresentano, in gran parte dei casi (e tranne le dovute eccezioni) più un pericolo sociale. Anzi spesso alcuni dei detenuti più riflessivi, più sensibili, più disciplinati, più aperti all’impegno e al cambiamento si trovano proprio nelle sezioni Alta Sicurezza.

Eppure questa sezioni vengono ancora considerate sezioni di appestati. E negli ultimi tempi si stanno smantellando tali sezioni in quelle carceri -come Spoleto e, appunto, Padova- che sono considerate “umani”, per impacchettare e spedire questi detenuti in carceri molto spesso tutt’altro che in grado di garantire un efficace “trattamento”.

A volte il trauma dello spostamento per questi detenuti è maggiorato dal fatto che vengono inviati anche in contesti molto problematici, per loro, ai fini dell’essere raggiunti dalla propria famiglia; come la Sardegna. 

Su quanto sta avvenendo a Padova, e sulle sensazioni, amareggiate e indignate dei detenuti Alta Sicurezza di quel carcere, ci è arrivati questo pezzo di Giovanni Donetiello che è anche un omaggio a Ristretti Orizzonti e ad Ornella Favero e che è sottoscritto da altri detenuti, tra cui il nostro Giovanni Zito.

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IL VIAGGIO DELLA SPERANZA:

La chiusura della sezione A.S. del carcere due Palazzi è ufficiale. L’annuncio è stato dato in prima persona dal direttore Dott. Salvatore Pirruccio.

La notizia circolava da tempo ma senza un fondamento degno di essere preso in considerazione, spesso in carcere un certo tipo di notizie vengono fatte circolare ad arte e hanno una logica tipica di un certo modo di “gestire” i detenuti, ossia quello di renderli più vulnerabili e più accondiscendenti. Così accade che in modo subdolo si circuiscono proprio quei detenuti che magari sono più bisognevoli di un sostegno.

Questo è inaccettabile!

Ho voluto fare questa premessa per dare il senso di quanto sia distante dalla realtà il mondo del carcere.

Davanti ad una cruda realtà, le reazioni sono state di incredulità. Infatti, nessuno di noi si capacitava di essere “impacchettato” e spedito in un altro istituto che diversamente da quello di Padova non troverà nulla di quanto si va a lasciare. In questo istituto la pena è resa il meno afflittiva possibile, si rispetta la dignità umana ed i diritti delle persone detenute.

Anche in questa situazione estremamente delicata, perché delicata è la mente di tutti coloro che come me hanno fatto non meno di venti anni di carcere nei circuiti differenziati, quali il 41 bis e l’Alta Sicurezza, la direzione del carcere ha dimostrato tutto il rispetto per la persona mettendo a disposizione ogni suo strumento affinchè i detenuti potessero sentirsi non abbandonati al proprio destino.

Ci sono stati incontri sia con operatori interni sia con il garante regionale dei detenuti, Dott. ssa Aura Dissegna, che accompagnata dal presidente della cooperativa Giotto dott. N. Boscoletto, hanno voluto ascoltare i detenuti mostrando una gran dose di sensibilità che in queste situazioni non è mai abbastanza, proprio perché il disagio creato ai detenuti è veramente enorme.

Come sempre la parte del leone l’ha fatta la redazione di Ristretti Orizzonti. Infatti, a parte la pubblicazione di un documento comprensivo di tre capitoli riguardanti rispettivamente la chiusura delle sezioni A.S., delle declassificazioni e del percorso rieducativo del detenuto. Nella redazione ci sono stati accesi confronti con tutti i facenti parte del gruppo di discussione. Si sono fatti due incontri consecutivi durante i quali si è cercato di mettere a fuoco tutti gli aspetti della vicenda affinchè attraverso la nostra direttrice della rivista Ornella Favero potessero sentire anche la nostra voce i signori del D.A.P.

A seguito di un incessante lavoro è stato programmato un incontro presso il D.A.P. con la nostra Direttrice della redazione. Questo evento è stato accolto da tutti e in particolare dal gruppo facente parte del giornale come una piccola conquista. Già far sentire le nostre voci per noi è importante. Inoltre, l’essere considerati, rivendicare i proprio diritti, attraverso Ornella, ai responsabili di questa nuova deportazione ci ha dato un lumicino di speranza. Oggi Ornella, già me la immagino, lotterà come una leonessa a difesa dei propri cuccioli. Beh, sì, non me ne vogliate miei cari compagni di sventura, ieri non appena è stata sospesa la riunione di redazione un po’ più in anticipo del solito, proprio perché Ornella doveva recarsi in stazione per prendere il treno per Roma, tutti noi la abbiamo circondata e riempita di attenzioni. Sembravamo tanti cuccioli vicini alla propria madre!

Le nostre speranze le abbiamo affidate ad una persona che io definisco per bene come pochi, abbiamo affidato anche i nostri timori, i nostri sogni, ben consapevoli che non dipende da Ornella il raggiungimento dei risultati sperati.

Cara Ornella, di una cosa siamo certi: che abbiamo la fortuna di averti e se tutto volgerà nel modo che è stato deciso noi continueremo a lottare insieme a te, ma soprattutto saremo sempre vicini a te per quello che ci verrà consentito.

Ti diciamo grazie per quello che hai fatto per noi tutti, per quello che ci hai trasmesso, per quello che ci hai insegnato e per quello che avresti voluto ancora insegnare. Il nostro ricordo di te sarà certamente per noi tutti il ricordo più bello delle persone conosciute in carcere.

Ho notato un comportamento che assumi spesso, che è quello di tenere gli occhi bassi; non so come interpretarlo, sarà una tua abitudine, da questo tuo atteggiamento non certo remissivo, piuttosto mi ha dato lo spunto per dirti che di fronte a te che sei una persona per bene io insieme ad Agostino, Antonio, Aurelio, Francesco, Gaetano, Giovanni Z., Giuseppe D., Giuseppe Z. e Tommaso, abbassiamo lo sguardo.

Grazie Ornella!

Giovanni Donatiello

 

La macchina del Dott. Frankstein si è messa in moto… di Giovanni Zito

Alessandro-Caligaris-La-città-dei-folli-2012

Giovanni Zito lo conosciamo da un pezzo. E’ una delle presenze storiche di questo Blog. Abbiamo visto i suoi testi ispirati, la sua ironia, le sue malinconie, il senso di abbattimento, la voglia di combattere.

In questi anni ha girato varie carceri, fino ad arrivare a Padova.

A Padova ha effettuato un percorso eccellente.. ma… la trottola gira.. e ha saputo che dovrà cambiare carcere. Prossima destinazione Sulmona. Il carcere di Padova dovrà essere adibito solo per i detenuti comuni; e quindi tutti quelli che non lo sono verranno inviati in altre carceri che hanno ancora la sezione di Alta Sicurezza.

La trottola gira… e Giovanni dovrà ricominciare tutto da capo…

Chi è all’esterno queste cose difficilmente può capirle. Difficilmente può capire che vuol dire seguire  un percorso, cominciare a trovare un equilibrio, “costruire” qualcosa.. e.. di colpo.. essere rigettato in alto mare…

A Padova Giovanni, visto l’eccellente funzionamento di quell’istituto, aveva fatto un “salto”.

Lui ha fatto di tutto per cogliere le opportunità che gli venivano offerte. Ha frequentato la scuola superiore, ha frequentato il catechismo, è entrato nella redazione di Ristretti Orizzonti… ha partecipato a convegni e seminari dove si incontrava la società esterna. In mezzo a tutto questo ha lottato faticosamente per avanzare nella sua crescita interiore e per costruire un futuro diverso.

Il contesto di Padova stava valorizzando le potenzialità di Giovanni, e Giovanni ci ha messo tutto il suo impegno.

Poi un giorno ti alzi.. e.. puff.. si cambia casa…

La follia di tutto questo è difficile anche da descrivere. Il controsenso di un percorso dove mentre ti stai “strutturando”, mentre stai “crescendo” e mentre ti stai “allineando” a tutto un nuovo contesto di opportunità, di colpo ti viene tolto tutto. Psicologicamente si rischiano forti contraccolpi. Si potrebbe dire che sarebbe stato meglio non dare certe opportunità, sarebbe stato meglio non dare occasioni di crescita, non aumentare i momenti di valorizzazione.. se poi si deve perdere tutto.

E si potrebbe anche dire che senso ha per un detenuto impegnarsi assiduamente nel suo percorso carcerario.. se da un momento all’altro può essere sbattuto in un altro carcere, anche molto diverso dal precedente e dovere ricominciare da capo.

Persone come Giovanni per resistere devono fondamentalmente contare sulla loro forza interiore, visto che tutto il mondo di chi dovrebbe aiutare, fornire opportunità, “risocializzare”.. finisce con l’essere un ostacolo al percorso del detenuto.

PS: l’immagine che accompagna il post è la riproduzione di un’opera di Alessandro Caligaris, dal titolo “La città dei folli”.

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La macchina del Dott. Frankestein

si è messa in moto

portando la morte ai defunti

che cercavano di sopravvivere nel mondo

dimenticato dei superbi civilizzati

 

Scusatemi tantissimo amici del blog.

Vi racconto l’ultimo evento di Padova, in cui sono ristretto da circa due anni.

Sorpresa del dopo Pasqua, la sezione AS1 verrà smantellata perché l’istituto dovrà essere declassificato, cioè deve essere adibito -o riempito- da detenuti comuni.

Mentre il sottoscritto verrà trasferito con altri 36 compagni nei seguenti istituti entro la fine del corrente mese, io sono fortunato, vado a Sulmona, poi c’è Parma, Voghera, Opera, Sardegna, Oristano.

Ciò significa ricominciare da capo il percorso rieducativo, malgrado io abbia scontato oltre 20 anni di carcere duro, di cui 10 al 41 bis, e sia stato revocato da quel regime deplorevole perché il sottoscritto non aveva più contatti con il crimine organizzato e doveva essere declassificato dal regime 41bis.

Così fu, signori miei, ma con l’unico risultato di essere sballottato da un carcere all’altro come un qualsiasi pacco postale. Vi ricordo che due anni prima fui trasferito da Carinola a Padova, perché anche Carinola doveva diventare carcere comune.

In questo istituto di Padova mi sono subito adoperato per attuare il mio reinserimento andando alla scuola superiore, frequentando il catechismo, inserendomi nella sede di Ristretti Orizzonti a pieno titolo, mettendomi in prima persona, partecipando ai convegni e seminari, incontrando la società esterna e studenti universitari, con corsi di scrittura, lottando e faticando sul modo di pensare e vivere correttamente per costruire un futuro migliore.

Tutto questo decade nel momento in cui il Ministero della Giustizia, o meglio il DAP, dispone il trasferimento del suddetto ergastolano.

Mi domando a che cosa serva questa assurda tortura, perché mi lasciano vivere serenamente per un certo tempo, se poi ogni volta mi costringono a tornare indietro di dieci passi. Non è più accettabile da parte di chi gestisce questo sistema degradante, perché l’articolo 27 della nostra Costituzione dice che ogni detenuto deve essere reinserito. Come si spiega allora tutto questo meraviglioso percorso di vita attiva dentro queste mura? Come si può pensare che possiamo giocare a calcetto con degli studenti esterni e nello stesso tempo essere pericolosi per lo stato? Ho dato testimonianza ai vari convegni che non si può essere colpevoli per sempre, io ho fatto un percorso con me stesso, ho rivisto la mia detenzione del passato e mi sono disancorato dal mio datato percorso istruendomi, grazie ai vari professori che con struggente disappunto sono venuti a conoscenza del mio imminente trasferimento presso il carcere di Sulmona. Tutte le persone che sono state in contatto con me sia epistolarmente che visivamente, rimangono sbalordite nel vedere uomini come me che stanno dando il massimo impegno per uscire da un sistema orrendo e senza riguardi verso chi vuole cambiare sul serio il proprio futuro o destino che sia. Questo signori è l’unico istituto che cambia la prospettiva di ancora di salvezza.

Non cerco nessuna giustificazione, voglio e credo che sia giusto esprimere il mio dissenso ai dirigenti amministrativi che puntano il dito verso quelle persone che cercano, malgrado tutto, di vivere dignitosamente la propria condanna in serenità. Non posso più accettare che con un percorso del genere io rimanga inchiodato al passato, quando nel mio animo vivo un cambiamento positivo e serio, non che radicale, della mia persona e lo dimostra il documento allegato della coordinatrice Ornella Favero, donna responsabile che mi ha dato forza e volontà per rivedere le mie scelte del passato.

Se tutto questo mio scrivere non è segno di ravvedimento costruttivo, ditemi voi: che cos’è?

Spero vivamente che nel mio futuro possano avverarsi tutte quelle aspettative positive che ho intrapreso in questo istituto, sono sicuro che parte degli organi amministrativi non vogliono che i detenuti cambino radicalmente, forse loro sono più cattivi di me. Oppure hanno da guadagnarci sopra la mia, la nostra pelle, perché io sono capace di superare gli ostacoli, ma chi vige sulla mia vita carceraria sarà mai capace di comprendere che i detenuti ergastolani come il sottoscritto possano redimersi con volontà nuova?

Non mi faccio rubare la speranza, perché così disse Papa Francesco.

09/04/2015

Giovanni Zito

Il Drago… di Giovanni ZITO

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La nostra Grazia Paletta ci ha inviato un racconto di Giovanni Zito -detenuto a Padova- dedicato alle sue nipotine.

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Un giorno nonno Giovanni disse ai suoi adorabili nipotini “Volete che vi racconti la favole del vecchio drago?” “Sì” dissero i bambini “dai nonno che tu sei bravissimo”.
“Tanto tempo fa, quando i primissimi dei avevano già creato il mondo e passavano il loro tempo a far niente, gli uomini e le donne vivevano lavorando la terra, e così trascorrevano le loro giornate.
Ma raccontano che un giorno comparve in un villaggio un grande drago così enorme che sembrava ricoprisse tutto il cielo. Questo drago si nutriva di uomini nel senso che mangiava solo i maschi, mentre le donne non le toccava nemmeno. E dopo che aveva mangiato tutti gli uomini di un villaggio, si trasferiva in un altro e ricominciava da capo.
Presto i villaggi si avvertirono a vicenda di questa immane sciagura che li stava per colpire, e gli abitanti terrorizzati discutevano di questo drago enorme.
E raccontavano che era così grande e lungo che arrivava a circondare un paese intero.
Il drago sorvolava i villaggi come una nube più nera della notte, non permetteva a nessuno di lasciare il villaggio, erano tutti prigionieri e ostaggi di questa massa informe e malefica e diceva soltanto che se non gli avessero dato tutti gli uomini in pasto non avrebbe lasciato vivere nessuno, e così alcuni si arrendevano, altri provavano a combattere, ma il drago era troppo forte perché oltre a mangiare gli uomini sputava fuoco dalla bocca che sembrava una fornace sopra le loro teste, non c’erano dubbi, il drago era invincibile, aveva sempre la meglio.
I villaggi vivevano nel terrore, in attesa del giorno in cui sarebbe arrivato il grande drago a mangiarsi tutti gli uomini, perché se li mangiava tutti interi.
Raccontano però che ci fu un uomo che riuscì a sfuggire alla bestia con la sua famiglia e andò a rifugiarsi nel villaggio che aveva già subito il suo micidiale attacco lì, davanti a sole donne, l’uomo disse: “Sono venuto in questo villaggio con la mia famiglia perché il drago è già passato da questo luogo, quindi sono certo di aver fatto la cosa giusta”. L’uomo disse pure alle donne che era giunto il momento di combattere per sconfiggere il drago, perché grande era il danno che recava alla vita umana.
Le donne si dissero: “Noi siamo soltanto delle donne, non sappiamo lottare come fanno gli uomini, che cosa ci possiamo fare, noi siamo capaci solo di coltivare la terra e di crescere i nostri figli, e poi come possiamo combatterlo senza l’aiuto degli uomini? Come possiamo assalirlo se non fa più ritorno nel nostro villaggio perché si è già mangiato tutti gli uomini e ormai non ce ne sono più?” Le donne si allontanarono molto triti e scoraggiate.
Tutte tranne una, la più bella e forte, il suo nome era Letizia, si avvicinò all’uomo e gli chiese: “Io sono d’accordo con te straniero, proprio come te io devo difendere le mie sorelle, vedi laggiù quella ragazzina che gioca con il tigrillo è la mia sorellina Giorgia e poi c’è la mia gemella Lucrezia. Ma dimmi, come pensi di sconfiggere il drago?” L’uomo rispose che non aveva un piano preciso, ma che bisognava pensarci insieme.
Allora l’uomo e la donna si misero a studiare un piano folle ma efficace e lo elaborarono. Poi andarono a chiamare le altre donne per spiegare loro il piano e furono tutte d’accordo.
Poco dopo l’uomo si mise a passeggiare allo scoperto proprio in mezzo al villaggio e da lontano il drago li vide con la sua vista acuta.
Arrivò subito e si piombò come un lampo sul villaggio e ordinò alle donne di consegnargli quell’uomo, altrimenti non avrebbe permesso a nessuno di salvarsi. Le donne si sottomisero subito al suo volere, ma chiesero di potersi riunire per mettersi d’accordo.
Il drago acconsentì. Allora le donne si misero in cerchio intorno all’uomo e siccome erano tante il cerchio diventava sempre più grande, finché non arrivò a toccare quello formato dal drago sopra le loro teste intorno al villaggio.
A quel punto l’uomo disse: “Va bene sono disposto a consegnarmi per il bene della mia gente” e s’incamminò verso la testa del drago.
Mentre il drago era tutto indaffarato a mangiarsi l’uomo, le donne presero dei pali aguzzi e cominciarono a colpire il drago in tutto il corpo e siccome erano tante, dislocate dappertutto e la sua bocca era piena perché stava mangiando l’ultimo uomo di quel villaggio, il drago non poté difendersi.
Non gli era mai venuto in mente che i deboli lo avrebbero potuto attaccare in quel modo e da tutte le parti, e ben presto si vide debole e sopraffatto.
Allora disse: “Abbiate pietà di me, non uccidetemi, vi prego!” “No”, risposero le donne. “Ti uccideremo perché ci hai fatto soffrire tanto, hai fatto troppo male e hai ucciso i nostri uomini”.
“Facciamo un patto”, disse il drago. “Se voi non mi uccidete vi restituisco i vostri uomini, perché li tengo tutti nella pancia”.
Allora le donne decisero che non lo avrebbero ucciso, ma lo avrebbero costretto ad allontanarsi per sempre dalle loro terre.
Ma il drago rispose “Dove vivrò, cosa mangerò? No, così non è giusto”
Erano bloccati su questo punto, quando Letizia suggerì che bisognava chiedere consiglio all’uomo che era scampato al drago e si era rifugiato con la sua famiglia nel loro villaggio, e così disse al drago: “Libera l’uomo che hai appena mangiato e vediamo se gli viene in mente l’idea giusta per tutti noi!”
Il drago liberò l’uomo, ormai più morto che vivo, e questi a fatica riuscì a dire che bisognava chiedere consiglio agli Dei.
Lui stesso sarebbe potuto andare ad accecarli perché ormai era più morto che vivo. Allora l’uomo si mise in cammino, e trovò gli Dei addormentati sotto un albero magico, l’albero era ricoperto da foglie d’oro, li svegliò e spiegò loro il problema, e gli dei si riunirono per pensarci su e raggiungere un accordo.
Quindi si diressero nel luogo dove si trovavano il drago e le donne che lo avevano sconfitto, ascoltarono le loro ragioni e dissero che la colpa era del drago, che doveva essere punito e restituire gli uomini che aveva ingoiato se non voleva morire, e così il drago vomitò tutti gli uomini di tutti i villaggi.
Allora gli Dei dissero che il drago doveva andare a vivere sulla montagna più alta. Tuttavia, siccome una sola montagna era troppo poco per la sua grande mole, ne doveva prendere due, le più alte del mondo, e in una avrebbe tenuto la coda, mentre nell’altra avrebbe messo la testa e per pranzo avrebbe mangiato la luce del sole, e le mille ferite inflitte dalle donne guerriere non si sarebbero mai più rimarginate.
Detto questo, gli dei se ne andarono, e altrettanto fece l’enorme drago, che si arrampicò tutto triste sulle montagne più alte del mondo e in una mise la testa e nell’altra la coda, e stese il suo enorme corpo da un lato all’altro del cielo e da allora mangia di giorno la luce del sole e di notte quella luce si riversa da tutte le parti, uscendo dai mille buchi delle sue ferite inflitte dalle donne guerriere.

Alle mie nipotine Letizia, Lucrezia e Giorgia dal vostro nonno Giovanni che vi pensa sempre. Baci, baci.

L’isola… di Giovanni Zito

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Il nostro Giovanni Zito, detenuto a Padova, ci ha inviato caterve di materiale in questi anni, anche se da un bel po’ di tempo non ricevevamo sue lettere. Grazie alla nostra Grazia ci è giunto recentemente questo suo testo.. in cui c’è tutta la sua sensibilità,.

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Tanto tempo fa c’era un’isola dentro di me.

Era l’isola più bella che l’uomo potesse trovare, ma poi tutto finì di colpo, scomparve l’isola e gli uomini furono trascinati al di là di ogni pensiero, non si seppe mai il motivo di questa scomparsa.

Poi l’uomo decise di raccontare la sua brutta vicenda con le metafore.

Il buon umore prese il sopravvento e gli disse: “Perché scrivi adesso dopo tanto silenzio?” e l’uomo rispose: “Ero troppo giovane, pensavo ad altro”.

Allora la tristezza si fece avanti: “E con questo cosa vuoi dire uomo?”

“Voglio solo dire che ogni cosa trova la giusta collocazione, Tristezza, tutto ha un fine come la mia isola”.

L’orgoglio senza attendere, si fece avanti anche lui con la sua prepotenza: “Dimmi uomo che cosa intendi dire di preciso?”. Ma l’uomo non gli diede retta, perché sapeva che l’orgoglio vuole solo la sconfitta dell’uomo.

Quindi l’amore timido e impaurito disse: “Posso dire la mia su questo argomento, uomo?” “Sì” rispose l’uomo, così l’amore cercò piano piano di farsi strada: “Vedi nella vita ci sono momenti d’illusione come quella che tu credevi fosse la tua isola, ma in verità eri già scomparso molto prima che tutto questo accadesse, se tu ci pensi bene comunque sono cose che hanno un senso diverso, complicato, poi tu prendi la tua decisione”.

Il tempo curiosamente disse la sua: “Vuoi vedere che la colpa è la mia, se l’uomo non sa decidersi sul cosa fare del suo vivere, che diamine, io sono il tempo, non posso mica comandare più di tanto, tutti sono bravi con le parole, ma poi nei fatti nessuno si prende la propria responsabilità”.

Il saper pieno di saggezza rispose: “Io di queste cose non capisco dove sta il bene o il male. Le cose vanno dove soffia più forte il vento. Se poi ci si mette anche la tempesta che infuria, non si arriva ad una soluzione”.

Il trucco sta quando l’uomo deve prendere o fare delle scelte ben precise. Se quest’uomo ha perso la sua vita è perché non ha pensato all’amore. La tristezza è così andata via perché quei giorni non potranno più tornare.

Adesso solo la voce del vecchio tempo gli rimane. “Io sono il sapere e non posso dire altro in merito. Le cose stanno così perché solo il tempo è capace di comprendere quanto sia importante la vita”.

Sant’Agostino… di Giovanni Zito

Arte astratta

Il nostro Giovanni Zito -detenuto a Padova- ci manda le riflessioni scritte a caldo della lettura de “Le Confessioni di Sant’Agostino.

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Da un po’ di tempo mi capita di leggere libri di fede o quanto meno che fanno riferimento alla fede. Sant’Agostino con le sue confessione cerca di spiegare il senso della vita seguendo i suoi pensieri, prima come filosofo e poi come cristiano. 

Ma cos’è che era cambiato in lui?

Cosa lo ha spinto versi Dio e Gesù.

Così forte è stato il suo misticismo da concludere il suo cerchio di vita nella contemplazione. Comunque sono contento di avere letto “Le confessioni”. Sono da leggere secondo i propri peccati… Mentre il buttafuori di Dio che parla di una storia vera fa riferimento alle tante tribolazioni della vita di un ragazzo che crescendo diventa sempre più aggressivo verso la società.

Alla fine anche lui trova Gesù Cristo, confessa i suoi peccati, abbandona la sua vita di perversione e corruzione e va in cerca di Gesù. 

Ma perché c’è questa disparità nella vita di tutti i giorni se Dio è per tutti?

Come è possibile che le parole, quelle immutabili, si confondino nella memoria degli uomini, oppure è vero come sta scritto nella genesi che vi sono i figli di Dio e quegli degli uomini? Non so cosa credere in questa vita, perché ciò che vivo sta fuori  misura. Non è misurabile vivere una vita nel pensiero. Sono però convinto che qualcosa c’è al di fuori della nostra. Pertanto , forse sarà il fatto che ognuno vede la vita differente dal proprio simile, un simile indifferente della vita.

Le cose non cambiano mai in carcere, specialmente quando si hanno delle lunghe pene da scontare. Ma quello che mi domando: “si può scontare un ergastolo?”. Vorrei tanto trovare una soluzione al tema del mio problema.

Invece mi capita questa lettura che parla di fede. Libri dove il pensiero diventa mistico, come le visioni di Dante Alighieri. 

Comunque, per quello che capisco io, è sicuramente un bene quando si scrive in merito alla vita da vivere nel migliore dei modi, perché la vita rimane il bene più prezioso. Che poi si debba vivere secondo il volere altrui, sarà cosa più grande di me. Non lo condivido, ma lo devo accettare.

Sono sempre detenuto a Padova.

La primavera porta ancora qualche giorno di scompiglio, così come le mie parole che scrivo toccando temi e schemi pungenti, ma questi sono i miei pensieri.

Se volete potete anche lasciare un vostro commento personale, oppure andare avanti come se niente fosse. Tanto sono solo parole scritte da un ergastolano.

Giovanni Zito

 

 

 

 

Non sento più quei passi… di Giovanni Zito

SM

Giovanni Zito è una figura storica di questo Blog.

Uno dei partecipanti della prima ora. E forse quello di cui vi sono più testi conservati in archivio.

Negli ultimi anni non scrive spessissimo, ma di tanto in tanto, ecco la sua lettera, col suo stile che non è mai del tutto concreto, e on è mai del tutto sognante.

Malinconia e ironia lo percorrono. E a volte, la dolorosa ispirazioni lo conduce quasi in un luogo dove la vita guarda la vita, e la tensione è trascendente, nell’osservare i giorni e il senso dei giorni.

Voglio solo citare un passaggio del testo che pubblicherò oggi:

“Rimango denutrito dalla grande bellezza che si chiama libertà, essendo un presente assente, consegnandomi al cielo, alla terra, come figura umana, in quanto sono carne vive. Quella che sostanza che sogna e respira, malgrado le tribolazione che porto con me e in me. Queste sono le cose per cui devo ancora un debito, vacillando come un pendolo che conta tutte le ore, scivolando da un posto all’altro, senza nessun destino, come un ago nella mente mi trafigge il grido dei passi solitari che vivo.”

PS: il dipinto che accompagna il testo è un bellissimo dipinto di Salvatore Magazzini

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Non sento più quei passi,

lontano ma non distante il filo logico della vita mi bollca.

Essere cosciente e volere. Ognuno è dinanzi a se stesso. Ogni mattina metto ordine nella mia testa.. le prove, le tensioni, il conoscere, per andare avanti faticando un giorno. L’abbraccio diventa amaro. L’amore sbiadisce lentamente e fisicamente tutto viene assopito, dimenticato.

Leggo e scrivo. Provo a fantasticare sulla vita, costruisco un momento bello nella mia memoria e sorrido ironicamente al mio peso, al mio corpo.

Quanto essere devo essere, nel conoscere un luogo come questo fatto di cemento, volere la speranza e non arrendersi, rimanendo in piedi  in un giorno qualunque dove le cose non riescono a mescolarsi. Non trovo un legame che mi leghi. Intanto aspetto un’altra primavera ormai alle porte.

Certo l’inverno più duro è passato, come i miei anni in questo cerchio di tempo. Il passo diventa più pesante. Sarà la vita che cambia o l’età che avanza. Io non vedo questa distinzione, ma l’avverto piano piano dentro di me. Non c’è riposo, non trovo sonno che possa consumarmi di gioia o serenità. Mi consumo e basta. Le cose sono così finché un bel giorno qualcuno si svegli dal proprio letargo e mi dica che posso ritornare al futuro, perché al momento sono inchiodato al passato. Rimango denutrito dalla grande bellezza che si chiama libertà, essendo un presente assente, consegnandomi al cielo, alla terra, come figura umana, in quanto sono carne vive. Quella che sostanza che sogna e respira, malgrado le tribolazione che porto con me e in me. Queste sono le cose per cui devo ancora un debito, vacillando come un pendolo che conta tutte le ore, scivolando da un posto all’altro, senza nessun destino, come un ago nella mente mi trafigge il grido dei passi solitari che vivo.

Giovanni Zito

 

Una favola di Giovanni Zito

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Ecco una favola che ci ha inviato il nostro Giovanni Zito, detenuto a Padova.

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C’era una volta, tanto tempo fa,

un vecchio nonno che per il gran bene dei suoi nipotini inventava delle storie per far contenti i bambini, gli raccontava le favole nate dalla sua fantasia.

Così un bel giorno il vecchio nonno disse:

“Bambini miei, adesso se fate i bravi e promettete di andare a scuola senza tanti capricci, il nonno vi racconterà ancora una fiaba”.

Allora i suoi nipotini, tutti presi dall’attenzione dissero al vecchio nonno:

“Raccontaci prima la tua bella storia nonno, così noi andiamo più contenti a scuola”.

Il nonno non era tanto convinto, ma quando guardò gli occhi dei suoi piccini non seppe resistere e cominciò:

”Un giorno quando il mondo era ancora allegro, bello e giovane, così come lo ero anche io, m’incamminai verso l’Etna, la montagna più alta della Sicilia…” e i bambini:

“Oh che meraviglia nonno e come ci sei arrivato fino lassù nonno? A piedi?”

“Sì” rispose il nonno “feci questo lungo viaggio a piedi inoltrandomi nel bosco dei pensieri. Mentre camminavo comparve un folletto e mi chiese dove sei diretto vecchio saggio lo sai che l’Etna, la grande montagna, non gradisce visite inopportune!”

E il nonno rispose: ”Da giorni sono in cammino per chiedere alla montagna il bene più sincero e la vita più buona per tutti i bambini del mondo”.

Allora il folletto disse:

“Siediti qui, riposa sotto questo salice e dimmi che cosa hai in mente, in modo che tutti possano ascoltare il tuo desiderio. La strada ancora è lunga ma la tua voce giungerà fino lassù, perché gli alberi con le loro foglie tesseranno le tue parole con il filo della tua voce, poi il vento trasporterà il tuo messaggio e solo così troverai il sentiero libero dalle tante insidie. Quindi parla nonno, ma bada bene a ciò che racconterai, se il tuo cuore sarà puro, come le parole che dici, il tuo cammino diventerà favoloso!”

Il nonno era un po’ insicuro, non sapeva con certezza se il folletto parlava sul serio oppure si prendeva burla di lui.

Esitò per qualche minuto ancora per vedere se il folletto della montagna dicesse la verità.

Intanto il folletto osservò la bella e colorata collana che il vecchio nonno portava al collo, così gli disse:

“Vecchio nonno come mai porti al collo questo talismano, voglio sapere con quale artificio ti sei trasportato!”

Il nonno rispose.

“Ti sbagli o folletto…io sono un semplice nonno e non vado in cerca di fortune o inganni. Ciò che vedi al mio collo mi fu donato dalla principessa sognatrice. Costei abita al di là del mare e vive in una piccola casetta tra i boschi più profumati, e poi come vedi sono delle semplici piume di felicità e queste sono perline colorate di vita. Questi invece è il crine dell’ultimo unicorno che la principessa incontrò nel suo bosco fatato.”

“Uff…” sbuffò il folletto “tu credi che io sia matto e mi faccia prendere in giro dal primo che arriva fin quassù, vecchio nonno. Beh, ti sbagli, staremo a vedere”.

Così l’anziano cominciò:

“Vedi folletto io non voglio che i bambini soffrano. Il ciclo della vita che conosciamo sta svanendo perché ormai nessuno crede più a noi esseri umani, ma i bambini hanno un forte bene, loro non sono come noi adulti, credono ancora alle favole e alle vecchie storie. Loro, i bambini, non devono mai trovare il cerchio del peccato, quindi bisogna proteggerli così quando saranno grandi avranno il mondo che loro desiderano ecco perché sono qui, devo aiutarli. Tu sai folletto che ci sono alcune forze buone e altre cattive, quindi è mio dovere provare, devo farlo per i miei nipotini”.

Il folletto decise che il vecchio nonno dicesse la verità così dopo averlo ascoltato e ristorato gli disse: “Vedi anziano tu dici il vero. Quelle nuvole dorate ti condurranno alla montagna, sarai lì in un battibaleno . Sei libero di andare adesso, ma ricordati i tuoi obiettivi sono giusti, fai buon uso del tuo sapere e non interferire con l’armonia della terra sacra. Vedrai che la montagna esaudirà ciò che tieni nel tuo cuore e non solo per i tuoi nipotini ma anche per tutti i bambini del mondo”.

Il nonno ringraziò il suo amico folletto e riprese il cammino sopra la nuvola dorata.

Giunto alla desiderata  montagna osservò il grande cratere da sopra la nuvola.

Gli parlò con il cuore pieno di amore come se fosse una creatura viva:

“O montagna tu che rombi di notte e di giorno, che scuoti questa terra, che domini da quassù la meraviglia della tua isola, fai in modo che tutti i bambini possano rimanere lontano dal cerchio dei brutti racconti, fai in modo che questi tuoi figli siano protetti nel futuro, dagli coraggio e forza di vita, io ormai sono un vecchio nonno e non vado oltre alla mia età. Lo so, o montagna, che non sono stato un buon esempio nel mio vivere, ma penso sia giunto il momento di cambiare per amore dei miei nipotini”.

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