Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera al Papa sul 41 bis… di Nino Mandalà

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Pubblico questo testo di Nino Mandalà, da qualche tempo fuori dal carcere.

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Il Papa ha spopolato in America proponendo quel suo modo semplice di declinare temi forti che scuotono le coscienze. La finanza selvaggia che soffoca i più deboli, i profughi visti come vittime delle colpe dei grandi della terra che non hanno saputo disinnescare le cause dell’esodo, il traffico d’armi, la pena di morte, la povertà, sono tutti temi su cui il Papa si è pronunciato con toni accorati sollecitando soluzioni.

Purtroppo le esortazioni del Santo Padre, a parte quella sull’abolizione della pena di morte, sono destinate a restare lettera morta, ci sono mali antichi come l’uomo che neanche il sacrificio di Cristo è riuscito a sconfiggere. E tuttavia il Papa non può rinunciare alla sua missione profetica che gli deriva dall’essere l’erede di Cristo e non può arrestarsi dentro i confini imposti dalla limitatezza umana, gli è proprio “un grado superiore di saggezza” che si ostina a predicare misericordia anche dove la misericordia troverà difficilmente proseliti. E’ la logica della sua missione che ha bisogno di allargare continuamente i suoi orizzonti e che però non sempre riesce a stare al passo con sofferenze nuove che si affacciano alla soglia della sua misericordia e del suo spirito evangelico.

Su questo riflettevo mentre leggevo l’ultima lettera di mio figlio detenuto in regime di 41 bis in cui mi descrive la sua vita in carcere. Ho già scritto su come la penso a proposito della stupidità e gratuita cattiveria della carcerazione dura e su come l’amministrazione penitenziaria ne esasperi ancora di più le condizioni andando oltre le regole già di per sé dure, come fa quando perpetra abusi giungendo persino a non rispettare le sentenze della magistratura o rispettandole dopo che le conseguenze dell’abuso si sono consumate.

In proposito ho cercato di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica lanciando appelli che, ahimè, sono caduti nel vuoto. Ne ho ricavato soltanto improperi e sarcasmo.

Stavolta mi rivolgo al Papa e gli chiedo se conosce la realtà di questi suoi figli alla mercé di uno sceriffo con la stella della legge appuntata sul petto che ha sempre la meglio nel duello contro l’ avversario munito di un’arma scarica. Se conosce la realtà di un universo in cui si consuma la violazione dei diritti fondamentali senza che nulla trapeli all’esterno, in un clima di omertà che coinvolge le istituzioni e la cosiddetta società civile, pronta a indignarsi sull’abbandono dei cani ma non altrettanto pronta a indignarsi sulla vergogna di una enclave di inciviltà incuneata nel bel mezzo della nostra civilissima Italia.

Come è possibile che accada tutto questo senza che nessuno, e tanto meno il Papa, levi una qualsiasi protesta? Forse perché i detenuti in regime di 41 bis sono lontani dai cuori di chi si esercita alla pietà su soliti drammi scontati, forse perché creano imbarazzo con le loro storie truci e sono rimossi dall’ipocrisia di chi fiuta l’impopolarità di una battaglia lontana dal conformismo ideologico, forse perché sono mafiosi e, secondo l’anatema del Papa, scomunicati e dunque fuori dal perimetro della Chiesa, forse perché sono gli ultimi tra gli ultimi e non meritano neanche il perdono di Cristo?

Come diceva Flaubert, il buon Dio è nei dettagli e il Papa, impegnato in giro per il pianeta a condividere la sorte degli “scarti” disseminati nel mondo, dovrebbe trovare il tempo e la voglia di condividere anche la sorte degli “scarti” vessati nella Guantanamo di casa nostra.

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Lettere tra Uomini Ombra

Amorsero

La redazione di Ristretti Orizzonti ha lanciato la campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi.

Questa è una iniziativa che condividiamo e appoggiamo pienamente anche noi.

Per aderirne o saperne di più potete andare su   www.ristretti.org o www.carmelomusumeci.com.

In questo testo che ci ha girato Carmelo, è presente uno scambio di lettere da lui avuto con Salvatore, detenuto a San Gimignano.

La storia che Salvatore racconta è emblematica… per avere espresso un atto di tenerezza verso la moglie incinta, si innescò un meccanismo che, nei fatti, come vedrete, lo portò a essere trasferito in Sardegna e a non potere, per diverso tempo, vedere la moglie e il figlio, che nel frattempo era nato.

Suo figlio poté vederlo solo dopo un anno.. e questo.. per un semplice atto affettuoso.

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LETTERE TRA UOMINI OMBRA DELLE CASE DI RECLUSIONE DI SAN GIMIGNANO E PADOVA

 

Lettere fra “Uomini Ombra” delle Case di Reclusione di San Gimignano e Padova

Quasi tutti i giorni, mi sento un uomo ombra e un fantasma. Oggi, invece, mi sono sentito un padre e un nonno perché mi sono venuti a trovare mia figlia e i miei due nipotini Lorenzo e Michael con la loro madre Erika. È stato il primo colloquio che ho fatto nell’area verde del carcere con i miei due nipotini. Prima mi era vietato perché Lorenzo e Michael erano colpevoli di essere nipoti di un nonno detenuto in “Alta Sicurezza”. Per qualche ora mi sono sentito sereno e felice a  giocare con i miei due nipotini. Mi hanno fatto venire anche il fiatone perché non ci ero più abituato a giocare con i bambini all’aria aperta.

 (Fonte: diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).

Da quando la redazione di “Ristretti Orizzonti” ha lanciato la campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi, molti prigionieri hanno iniziato a scriversi. Come una volta. Fra un carcere e l’altro per raccogliere le firme da inserire nel sito www.ristretti.org . E grazie a questa iniziativa hanno iniziato a scriversi anche gli uomini ombra (come si chiamano fra loro gli ergastolani). Rendo pubblica la lettera di Salvatore del carcere di San Gimignano.

 Caro Carmelo, ho raccolto tutte le firme della mia sezione e le ho spedite a Ornella Favero nella sede esterna di Ristretti Orizzonti, via Ciotolo da Perugia, 35, 35138 Padova. Questa iniziativa mi ha fatto venire in mente un episodio di tanti anni fa quando ero detenuto nel carcere di Palermo. Avevo mia moglie incinta.E mentre dietro al bancone la consolavo per darle conforto in maniera affettuosa toccandole la pancia per sentire muoversi il bambino, la guardia mi aveva richiamato a  stare giù con le mani. E lo aveva fatto ad alta voce ed in maniera brusca, facendo capire chissà che cosa a tutte le altre persone presenti nella sala colloquio. Ci siamo sentiti osservati. E mia moglie era diventata rossa ed anch’io mi ero vergognato (penso persino per la creatura che doveva nascere) e non ci ho più visto. Alla guardia gliene ho detto di tutti i colori. E l’ho mandata pure a quel paese. Mi hanno sospeso il colloquio. Poi mi hanno punito con il regime di sorveglianza particolare. E come se non bastasse mi hanno trasferito in un carcere della Sardegna dove per ovvi motivi di distanza e finanziari non ho più visto mia moglie ed il bambino che nel frattempo era nato.

Silvio l’ho visto solo quando aveva già compiuto un anno. E tutto per colpa di un gesto affettuoso scambiato fra poco più che adolescenti in attesa di un bambino. Adesso mio figlio ha appena compiuto venti anni e proprio l’altro giorno gli ho raccontato questo episodio. E spero che finalmente anche in Italia fanno una legge per stare con la propria famiglia in un ambiente riservato.

Salvatore.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova 2014

Non sono felice ma tutto questo mi rende infelice…. di Gino Rannesi

GiulioGreco

Pubblico oggi questo intenso pezzo del nostro Gino Rannesi, detenuto a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros.

L’opera che accompagna il testo è una creazione di Giulio Greco.

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Fa freddo oggi… che puzza di muffa: è proprio strana questa puzza di muffa!

Che strana luce gialla, non ricordo una luce così in casa mia.

Sto sognando!

Dopo quattro mesi ho potuto effettuare un primo colloquio con mio figlio.

Nicholas e la sua mamma.

Si apre una porta, faccio il mio ingresso all’interno di una stanzetta predisposta a sala “colloqui”.

Che strana puzza di muffa, non ricordo una puzza così.

Ma sì, sto sognando ancora…

Al centro della “sala” una donna tiene un bambino per la mano. Con fare nervoso e visibilmente stanca, Francesca esclama: “ma ove c… ti hanno portato…?”. Nicholas, anche se stanco per il lungo viaggio affrontato, corre in braccio al suo papà: un lungo abbraccio ha fatto sì che quella stanzetta apparisse meno grigia. Per sdrammatizzare un po’, salutai Francesca in dialetto sardo: ite novas (come stai?). La risposta che ebbe a dire Francesca non la dico… ma non ha tutti i torti.

Alla fine del colloquio, quando il clima era più disteso, risalutai Francesca in dialetto sardo: a mezzus biere (arrivederci). Francesca: “Vedi di farti mandare via da questo posto, e anche alla svelta, sei troppo lontano…”.

Povere Donne, è sempre la stessa musica: “la storia sono gli uomini mentre le Donne gli stanno dietro con il secchio in mano…”. Si parla tanto di violenza sulle Donne, ma la verità è che noi uomini di questa violenza siamo tutti azionisti…

Qualche giorno fa ho conosciuto un tale. Il tizio in questione è stato tradotto a Badu e Carros da qualche mese. Questo non riesce a darsi pace: “questa non ci voleva, pensavo di avercela fatta.. ho voluto e lottato con tutte le mie forze per una vita quasi normale e tranquilla..”.

Il tizio ha già scontato 23 anni di galera, e nel carcere dove si trovava, prima di essere trasferito in questo posto, aveva già usufruito di qualche beneficio.

Questo è un inconveniente molto serio, gli dissi. E’ bene prenderne atto e, intanto, riflettere se sia possibile risolvere il problema. Sono del parere che, se arrivi a Badu e Carros, c’è un motivo: ti si vuole seppellire definitivamente. Qui, in questo posto, si ha la certezza che un ergastolano muoia senza poter vivere neanche un solo giorno di libertà… “la sua richiesta di permesso è inammissibile…”. (te la devi cantare!).

Questa storia dell’ergastolo ostativo ha rotto il cazzo.

I professionisti dell’ergastolo ostativo cambino registro. Basta!

“Visto l’art. 4 bis la richiesta è inammissibile…”.

E allora, dico io, perché ci sono dei magistrati che, forti della propri autonomia, trovano il modo di concedere permessi (anche premiali) a soggetti che, come me, sono stati condannati alla pena dell’ergastolo e che che hanno scontato dai 20 ai 30 anni di galera?

Forse che questi magistrati non sono preparati?

Forse che questi magistrati sono dei criminali?

“Visto l’art. 4 bis…” pare un buon modo per lavarsene le mani, un buon modo per non leggere la gravosa documentazione a sostegno della richiesta di permesso, ecc. 

Chi sostiene l’ergastolo ostativo, sostiene l’assurda legge della non speranza, senza rendersi conto che così facendo toglie la speranza anche a se stesso…

Tuttavia le persone zelanti che continuano a ritenere che per ottenere  l’ammissione ai benefici “te la devi cantare”, altro non vogliono che gli oppressi passano dalla parte degli oppressori per non essere oppressi.

Uomini di buona volontà: sapere e non agire è non sapere.

Uomini zelanti, vi consiglio di cambiare mestiere: “non giudicate con durezza per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati voi, e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi…”. (Gesù)

Gino Rannesi, Giugno 2004

Non sono stato capito… di Moncef Ziadi

capitos

Ogni testo che qui viene pubblicato ha sicuramente il suo perché.

Ma ci sono testi che ti entrano fin dentro le viscere.

Testi che ti scuotono dentro fino a farti male.

E se fanno male a te che leggi, comprendi come sia indescrivibile il male che hanno vissuto coloro che hanno vissuto i fatti che essi raccontano.

Storie come questa che leggerete, storie come quella di Moncef Ziadi, ci fanno capire fino in fondo come debba  essere destato e nutrito in noi il sentimento della Compassione. Non una pietà pelosa, ma la Compassione di chi è uomo tra gli uomini.

Moncef era una persona onesta, che veniva da un’infanzia dura, e che aveva fatto tanti sacrifici per trovare un lavoro, farsi una famiglia, costruire la sua esistenza. Qualcosa interviene a destabilizzarlo profondamente e a farlo sprofondare in un abisso, dove, a un certo momento, avviene l’irreparabile.

Ricorda che potevi esserci tu al posto di Moncef.

Ricorda che a volte basta un attimo per cadere..

Pensa a lui imprigionato da un senso di colpa infinito.

Allungagli la mano come a un fratello di sangue.

Io credo che sarebbe importante che Moncef Ziadi ricevesse tante lettere.

Credo che sentire intorno a sé la vicinanza di tanti potrebbe aiutarlo.

Vi lascio al testo dove lui racconta gli eventi tragici che lo hanno portato in carcere.

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“NON SONO STATO CAPITO”

Testimonianza di un detenuto nel carcere di Padova.

Correva l’anno 1997, a quell’epoca conobbi una ragazza che, dopo cinque anni, diventò mia moglie. Tutto andava liscio finché mia moglie rimase incinta.

Prima abitavamo a Brescia, poi abbiamo deciso di trasferirci in una località del mantovano dove abita tuttora la mia ex suocera. Il motivo del trasferimento era una scelta obbligatoria perché mia moglie è figlia unica e aveva bisogno dell’assistenza della mamma, così ci siamo trasferiti.

Nel 2002 nacque nostro figlio Omar. In quel momento pensavo di avere creato il mio piccolo regno felice, anche perché avevo tanto sofferto nella mia adolescenza in Tunisia.

In realtà la nostra vita divenne un inferno senza via d’uscita. La mia ex suocera diventa insopportabile, invadente, controllava tutto. Non capivo il motivo di questa possessività, non capivo il suo cambiamento. Quando abitavo a Brescia non era così nei miei confronti. Era spesso a casa mia, anche per motivi banali mi chiamava.

Dopo qualche mese mia moglie ha ripreso il suo lavoro. A quell’epoca io lavoravo nel settore dell’autotrasporto, quindi capitava di stare fuori di casa per diversi giorni. Non avevo dei tempi certi per il riposo. Un giorno, per motivi di salute, tornai a casa. Ero sicuro di trovare mia moglie. Ma non è stato così. Mia moglie aveva sostituito una collega.

Rientrando in casa trovai mia suocera. Dopo averla salutata, mi recai in doccia. Poi mi sono spostato in camera da letto per cambiarmi. In quel preciso momento accadde l’incredibile. Mia suocera entra con una scusa in camera da letto, ero semi nudo, mi prese alle spalle e mi baciò in bocca, rimasi freddo. Pensai che mia suocera aveva avuto un momento di debolezza, o era uscita pazza. Subito l’allontanai e le dissi: “Cosa stai combinando?”. La invito a lasciare casa e a non fare più queste porcherie e di non creare scompigli nella mia famiglia. Non ho raccontato nulla a mia moglie perché pensavo che quello che era successo non dovesse succedere mai più. In realtà era solo l’inizio.

Lei continuava a venire a casa ed io provavo un forte imbarazzo, perché l’avevo vista sempre come la mia mamma. Non avrei mai pensato a un gesto simile, anche perché era stata sempre gentile e disponibile, ma non riuscivo più a guardarla negli occhi. Mia moglie notava questo cambiamento e a volte ero brusco anche con lei, anche se, poverina, lei era la vittima.

Non riuscivo a raccontare il gesto di sua madre, primo per non metterle contro, e secondo per il motivo che avrei creato un’instabilità dentro la mia famiglia. Poi non mi sentivo di fare perdere la mamma a mia moglie. Era l’unica familiare che aveva, ma non riuscivo più a tenere un rapporto sincero con mia suocera, anche per il motivo che se ci avesse riprovato sarei caduto nella tentazione.

Allora, quando mia moglie mi chiedeva il motivo di questo cambiamento quando c’era la presenza di sua madre, le rispondevo con delle scuse, “tua madre vuole invadere la nostra casa” o “tua madre vuole gestirci e vuole comandare”. Mi inventavo di tutto per non farla venire quando io ero presente.

Mia moglie inizia a dirmi che ero cambiato. Pensava che avessi trovato un’altra donna e che volevo allontanarla da sua madre. A volte mi diceva che ero sempre legato alla mentalità araba, che volevo dominare tutto. Inizio a cadere in depressione profonda, dove non ho più controllo di me. Inizio a prendere degli psicofarmaci, inizio a bere bevande alcoliche, inizio a fare uso di stupefacenti, non capivo più nulla. Finché una sera stavo per fare un incidente mortale con il camion, così arrivo a perdere anche il lavoro e vado in crisi totale.

Cosa mi resta da fare?

Tento il suicidio. Per mia sfortuna riescono a salvarmi. Non riesco più a gestire la situazione familiare, anche per il motivo che ero pieno di psicofarmaci, alcool, ecc.

Non chiedevo aiuto a nessuno, per il motivo che non ero capito, non riesco a gestire più nulla.

Cerco di fare il gesto più sbagliato della mia vita. Racconto a mia moglie la storia di cosa era successo con sua mamma. Succede un finimondo, mi dice che volevo allontanarla da sua mamma. Perdo il controllo totale e in quel momento commetto un gesto terribile. Quello di uccidere di mia moglie. Il gesto più indegno che ho potuto fare nella mia vita. Ho ucciso la madre di mio figlio. Ho distrutto tutta la mia famiglia. Ho tolto una figlia a una mamma. Anche se ha avuto un comportamento non piacevole, dovevo capire che mia suocera doveva essere aiutata e non ci sono arrivato a portarla da un dottore. Ho sbagliato tutto. Se oggi ho ricevuto una condanna a trent’anni di reclusione, c’è un motivo. Ma con tutto questo, mia moglie non me la ridarà più nessuno. Non sarà più vicina a suo figlio, non sarà più vicina alla sua mamma. Spero che l’istituzione con questa condanna mi aiuti per un rinserimento, e per farmi capire cosa ho determinato, anche se sarà molto dura vedere un futuro e di essere seguito nonostante il sovraffollamento delle carceri.

Oggi faccio parte della Redazione di Ristretti Orizzonti, e inizio a farmi un esame di coscienza, grazie anceh alle testimonianze che sento raccontare dai miei compagni.

Voglio chiudere con il dire che la peggior condanna è di avere tolto la vita ad una persona, vivere tutti i giorni con la colpa di avere reso orfano mio figlio.

Ho distrutto tutto.

Padova Maggio 2014

Moncef Ziadi

“Mi amerai quando non ci sarò più” (seconda parte)… di Pierdonato Zito

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Ecco la seconda è ultima parte del magnifico testo di Pierdonato Zito -detenuto a Voghera- dedicato a suo padre, e all’intensità senza tempo del rapporto padre-figlio.

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Com’erano belle le sue disquisizione, un amabile interlocutore, con la pacatezza nell’esprimersi. Rispondeva con la calma che sempre prevaleva in lui quando coloro che lo circondavano, perdevano la loro. Il suo accento era raffinato, la parola scelta lentamente e con cura. Trasmetteva equilibrio e serenità. I suoi discorsi erano impreziositi da gustosi aneddoti che portavano con sé sempre una lezione di vita.

Oggi assisto invece a vere e proprie emorragie di cazzate, assisto al trionfo dell’effimero, logorroici che fanno fatica a contenersi, dimenticando che, prima di aprire bocca, dovrebbero chiedersi se ciò che stanno per dire sia meglio del silenzio. Tutti cercano di dire qualcosa, ma non dicono granché. Così come ci sono silenzi che non dicono niente, e silenzi che sono molto comunicativi.

Quest’uomo era anche un veterano di guerra. Ognuno è figlio del suo contesto storico e con quel contesto deve fare i conti. C’è un tempo in cui si vive al di là della propria vita, senza dolore e senza memoria. C’è nella vita di un uomo una sfera in cui il cuore non batte più. Una vita così drammatica, intensa che ti fa uscire dalla vita e dimenticarsi. La guerra è l’errore più assurdo dell’umanità.

Il suo percorso di vita fu lastricato di avvenimenti. L’essere umano non ha la padronanza degli eventi della propria vita, ma li subisce. Partecipò a più campagne di guerra. Era esploratore. In testa al plotone, tra i prescelti c’era lui. Avanzavano a ventaglio, con il compito di vedere e non essere visti, di avere un occhio attento al pericolo, di non cadere colpito dal nemico, e un occhio attento a dove metter i piedi. Un camminatore fisicamente instancabile. Coraggioso, determinato, pluridecorato.
Poi, come spesso capita ai prescelti, il destino ha cominciato a danzare su una lama di rasoio e, nel novembre 1941, ferito, grondante di sangue, cadde prigioniero e passò cinque anni della sua giovane vita in campi di concentramento, per questa “Patria” rivelatasi ingrata. Non è solo la storia di mio padre, ma anche la storia di una generazione e di un tempo lontano, lontanissimo del ‘900.

Nel tempo in cui noi viviamo questi fatti possono apparire lontani ed estranei, ma ciò non annulla il valore di queste persone. Non tenerne conto in una valutazione retrospettiva, sarebbe indice di arroganza e di incomprensione.

Con le mie vicende giudiziarie ho offerto il fianco a molti di esprimere giudizi affrettati, banali, superficiali, non solo su di me, ma anche sulla mia famiglia di origine, da persone che ritenevo anche intelligenti. Non ho avuto in quei casi neppure la voglia e il coraggio di arrabbiarmi come dovevo. Si dice che il miglior disprezzo è la non curanza. Non ne avevano colpa, immersi nella mala informazione, prigionieri dei loro stereotipi, sono finiti per essere loro stessi vittime dei loro pregiudizi. Non sanno nulla dei travagli umani di tante famiglie. Non conoscono NIENTE e quel NIENTE pretendono di inculcartelo, senza l’umiltà di documentarsi a dovere, non necessariamente in polverosi archivi, ma solo attraverso una corretta informazione e l’uso del buon senso.

Così dal profondo di una comoda poltrona pretendevano di esternare giudizi, come se loro potessero stabilire la moralità altrui. Questi giudizi, che in altri tempi per il mio carattere sarebbero stati motivo di un diluvio di schiaffi, mi hanno lasciato invece in totale indifferenza. Ma l’argomento mi ha portato molto molto fuori strada.

Ritornando a quest’uomo, che ho conosciuto da vicino, gli ho visto serrare la mascella nel supremo sforzo di volontà di resistere ai triboli della vita, senza protestare, consapevole che se non sai soffrire, non sei certamente un uomo. A lamentarsi non serve il talento. Tutti ci riescono, perfino i bambini. Trovare la migliore soluzione possibile ai problemi ovviamente richiede talento. Nella capacità di gestire la complessità, occorre talento.

Ho voluto scrivere questo testo per gli amici del Blog, per sottolineare l’importanza della figura paterna e del suo ruolo pedagogico, riportando la mia esperienza di figlio. Si scrive quando si hanno realmente cose vissute da dire, da trasmettere e io questo ho fatto.

Racconto questo aneddoto della lettura della famosa pagella alle scuole elementari per incitarci a dare tutto noi stessi nello studio, nel lavoro, in ogni cosa in cui ci applichiamo. Ci diceva, usando una locuzione latina, “dovete essere dei primus inter pares”, i primi tra i vostri pari. Imperava la sanzione dell’obbligo della bocciatura che colpiva il ragazzo che non si applicava e, nello stesso tempo, la famiglia. Ricevere un giudizio negativo era un confronto frustrante anche con i coetanei. Fortunatamente sono sempre stato promosso.

Era stato in Inghilterra –e per qualche anno iscritto all’università di Cambridge nella Facoltà di letteratura e storia inglese- quando la maggior parte delle persone del mio paese allora erano dedite alla coltivazione delle terre e alla pastorizia: “REMEMBER YOU ARE AN ZITO”. Ci educava a colpi di “Ricordati che sei uno Zito” e poi ci spiegava che “ZITO” è il promesso sposo che significa propriamente… PURO.

E’ stato il mio mentore, il mio Quintiliano, il mio magister. Carattere cristallino, non facile all’effervescenza. La sua maniera di contenersi faceva scuola. Era un maestro severo, ma ad un maestro del suo calibro si può perdonare un pizzico di severità.

Ora, amici miei del Blog, provate a fare un paragone con tanti nostri governanti e personaggi vari che a tutte le ore affollano i salotti TV, i media, ecc.ecc. Provate cioè anche voi, sotto questa mia stessa lente, a misurare di quanta poca gente oggi ci possiamo fidare?

Siamo governati da una classe politica malata. Se non ci sono teste migliori, leader migliori, non c’è qualità politica. Una politica che non è in grado di aiutare chi è più disagiato è una politica che non serve a nulla. Ci può stare che in un paniere ci sia una mela marcia, ma se le mele sono tante, anzi tantissime, ad essere marce, allora il problema è morale, etico.

Siamo il Paese più condannato dalla Corte Europea, da quando la stessa è stata fondata. Abbiamo una classe politica che non ha il coraggio delle proprie idee, specie in campo giudiziario.
In qualsiasi classe sociale si incide con il bisturi, esce il pus. Non è certo questo il Paese in cui uno desidera vivere. Da qui la necessità di lottare per una società più giusta. Si ha bisogno di una politica vera, autentica, non di slogan, di immagini, ma vera.
Viviamo in una società assuefatta alla crescita scandalosa della diseguaglianza. E’ ancora una volta lo Stato che esce a pezzi dalle inchieste giudiziarie (vedi la cronaca di questi giorni). Ecco perché non riesco ad allontanare dalla mente e farei un torto alla mia coscienza se non annoverassi fra i più giusti uomini che ho conosciuto nella mia vita, quest’uomo.

La sua onestà, la sua lealtà di attento osservatore delle più intime vicende umane. L’ho amato ancora di più dopo la sua dipartita. Esattamente e profeticamente come lui diceva.. “Quando non ci sarò più..”.. Cosa mi resta di quest’uomo? Mi resta un modello indiscusso di stile e di testimonianza d’animo incline al giusto.

Prima di lasciarmi per sempre, temendo che a causa del mio carattere mi sarei cacciato in qualche guaio (come puntualmente è accaduto), tormentato da tali pensieri, mi accolse un giorno con il volto preoccupato e l’inquietudine nel cuore… e mi disse: “figlio mio, perché mi dai tanto dolore?”.

Correva tra me e quest’uomo una tacita intesa, quella che lega un padre e un figlio, per cui a volte è superfluo parlare, bastavano gli occhi, i cenni, l’atteggiamento del volto. Il suo era uno sguardo fermo, dalla lunga abitudine al coraggio. Se paragono alle persone che vedo oggi, non nego che ho il dubbio che la mia visione sia legata ad un passato arcaico. Come se quei tipi di uomini fossero ormai fuori moda. Questi uomini furono gli stessi che contribuirono al boom economico dell’Italia negli anni ’60.

Le società continuano a trasformarsi, mutano gli atteggiamenti psicologici, i desideri, le motivazioni all’origine dei comportamenti, la sessualità e le relazioni d’amore, ma mio padre (da patrimonium= la ricchezza) nel mio caso ha avuto, e ha ancora, un ruolo profondamente centrale.

Dopo che se ne andò in silenzio e in punta di piedi, nessuno parlò di un uomo qualunque, di una intelligenza qualunque. Furono, anzi, concordi, nell’elogiare l’uomo generoso, altruista, portatore di nobili principi.

Le lacrime di tanti certificarono senza ombra di dubbio il percorso di vita netto, di questo grande uomo che io ho conosciuto e amato.

Pierdonato Zito

Voghera 25-04-2014

 

Vi prego, aiutate mio figlio

ansia-e-solitudine

Quando Annamaria Rosati mi ha scritto alcuni frammenti della sua vicenda e della dolorosa vicenda di suo figlio, le ho telefonato e mi sono fatto raccontare questa storia.

Questa donna non va lasciata sola.

Chiunque può intervenire per aiutarla e aiutare suo figlio, va sollecitato a fare qualcosa.

Chi è questo ragazzo che ora sta per perdere una gamba?

Potevi essere tu, poteva essere tuo figlio. Questo ragazzo è stato lasciato solo, senza protezione, senza difesa. Con un disturbo bipolare, con un grave problema a una gamba, nessuno l’ha seguito, nessuno l’ha tutelato. Lo si è solo buttato in carcere, per sputarlo fuori ancora più destabilizzato. Poi ha commesso altri reati e ha pregiudicato un’altra gamba. Ma di chi è davvero la colpa di quei reati?

Fosse nato in un’altra famiglia, in un altro contesto, sarebbe stato curato fin dall’inizio, sarebbe stato seguito, sarebbe stato protetto. Non sarebbe stato tenuto a muoversi perennemente con le stampelle e con una gamba gonfia che adesso rischia di perdere. Non sarebbe stato tenuto con un disagio interiore sempre più forte senza nessun VERO intervento. E la madre? Non si sarebbe trovata costretta a lavorare in un call center erotico per poter lavorare.

L’unica persona che ha davvero aiutato Annamaria e che la sta aiutando è Giovanni Tripodi, un avvocato del gratuito patrocinio del foro di Roma, che, senza venire pagato naturalmente, si sta davvero impegnando per questa vicenda. Un esempio di quello che vuol dire fare l’avvocato con onore.

Adesso deve essere chiaro ciò che NON deve avvenire. E NON deve avvenire che questo ragazzo perda una gamba e che, per questo e per altro, la sua vita venga segnata fino in fondo.

E’ un ragazzo giovane che merita dignità e speranza. Come li merita la madre.

Chiunque può fare qualcosa, chiunque può intervenire, dovrà farlo.

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Raccontami la tua vicenda Annamaria.

Mi chiamo Annamaria, sono una donna di 48 anni e vivo a Roma. Ho sempre avuto una vita “normale”; fino a 4 anni fa quando la mia vita si è trasformata a causa della vicenda giudiziaria in cui  siamo stati coinvolti io e mia figlio. Io sono stata arrestata circa 4 anni fa per un reato da me non commesso. Sono stata accusata di essere la mandante di una estorsione di una aggressione con un tentato omicidio. Come esecutore materiale fu imputato mio figlio che all’epoca aveva 18 anni, e altre due persone, solo che queste due persone furono scagionate per mancanza di prove. Premetto che il mio fu un processo del tutto indiziario.

Comunque, il giorno dell’arresto erano le cinque di mattina, dovevo andare al lavoro, e alla porta ho avuto la sorpresa di trovare 12 carabinieri, sei pattuglie dei carabinieri sotto casa mia,  e non capivo. Loro mi dissero all’epoca che dovevo andare alla caserma di Civitavecchia per dei chiarimenti e che in giornata sarei comunque tornata a casa. Invece sono stata portata direttamente nel carcere di Civitavecchia, in attesa del processo di I° grado, perché avrei potuto falsare le prove. Sono stata sottoposta alla carcerazione preventiva. E’ durata un anno la mia permanenza nel carcere di Civitavecchia. Immaginatevi una donna che si era alzata per andare a lavorare, e si è ritrovata in carcere, con il figlio agli arresti domiciliari. Con il figlio semi-invalido all’epoca. All’epoca era già seminvalido, non del tutto come lo è adesso.

Per via di questa vicenda mia figlia dovette lasciare Perugia dove frequentava l’università e venne da noi. Noi eravamo l’unica famiglia che aveva. Di colpo si è ritrovata la madre e il fratello in galera. In pratica ha fatto un po’ da tramite tra noi e il mondo esterno. Una ragazza che all’epoca aveva 23 anni.  Anche lei si è ritrovata catapultata in una vita abbastanza strana.

Alla fine del processo di primo grado, io e mio figlio veniamo condannati, le altre persone vengono scagionate perché estranee al fatto. Un processo senza prove; solo  indizi. Io vengo condannata a 4 anni di reclusione, e mio figlio a due anni e sei mesi. Entrambi eravamo incensurati. Io non ho mai commesso un reato in vita mia. Ho sempre lavorato per vent’anni. Ero una cuoca. All’epoca lavoravo per la Pellegrini S.P.A. In carcere mi è arrivò la lettera di licenziamento. Durante le prime due sentenze, tra il primo e il secondo grado, ho avuto i domiciliari. Il magistrato mi rifiutò addirittura il permesso di uscire una volta a settimana per fare la spesa per il mio sostentamento.

Successivamente entrambi dai domiciliari siamo passati all’obbligo di firma. Io tutti i giorni, avevo l’obbligo di firma quotidiano, e mio figlio tre volte a settimana. Senonché il ragazzo aveva già cominciato la sua trasformazione. Da quando ero uscita dal carcere aveva già perso trenta chili, e ogni tanto ci dava giù con l’alcool. Premetto che mio figlio ha sempre avuto disturbi di bipolarismo. Un disturbo che non è gravissimo; e se viene curato e seguito da persone competenti, le persone affette da questa patologia possono fare una vita quasi “normale”e ci si può convivere. Però tutto questo non è successo, mio figlio è stato lasciato solo, e nel tempo è peggiorato sempre di più, anche per via dell’alcol. Un giorno venne arrestato perché fu trovato in giro in stato di ebbrezza che minacciava le persone con dei coltelli. Quindi, non avendo adempiuto agli ordini di firma dettati dal magistrato, fu portato in carcere. Dopo tre mesi di carcere mio figlio è uscito. Nel frattempo erano passati quasi due anni da quando ero stata arrestata, ed ero sempre senza lavoro. Il mutuo sono quasi tre anni che non lo pago più; non ho soldi. Ho perso il lavoro, ho perso tutto. Ho ripreso all’inizio un po’ a fare la cuoca, perché non sapevo proprio come sopravvivere. Però niente da fare, avendo l’obbligo di firma, non potevo coprire delle turnazioni troppo lunghe e non volevo raccontare la mia storia agli altri.  L’Italia è un posto pieno di pregiudizi. Mi hanno impedito di trovarmi un lavoro decente. Mi sono arrangiata a lavorare con queste società interinali. Trovai l’unico lavoro che mi è stato possibile trovare e che mi consente non di vivere, ma di sopravvivere, perché si guadagna pochissimo. Lavoro in un call center erotico. Praticamente sono un’operatrice del sesso, faccio psicoterapia sessuale al telefono, con i più grandi porci italiani. Però va bene così. E’ l’unico lavoro che ho trovato. A me mi sta bene, non mi vergogno a dirlo.

Nel frattempo mio figlio è uscito dal carcere e ha continuato con i suoi disagi. Era sempre più magro. Lui aveva un handicap a una gamba, all’epoca la gamba destra. Quando aveva 17, cadde da un terrazzo di otto piani. Si salvò la vita perché rimase appeso con un polpaccio a uno spuntone, i suoi amici per salvargli la vita, lo tirarono da questo spuntone e perse il muscolo della gamba. Comunque, cominciò a fare reati. In carcere lo avevano incattivito; perché la giustizia in Italia, invece di salvare un ragazzo, lo ha reso più aggressivo e pericoloso.  Comprava delle armi, e ha cominciato a minacciare le persone anche con spade. Arriviamo al suo primo tentato omicidio; perché lui  è stato complessivamente accusato di due evasioni e di due tentati omicidi. Lui aveva una ragazza di Ostia -che anche adesso non c’è più, ha la sua vita, non può stare appresso a mio figlio- e andò a trovare questa ragazza, “evadendo” dagli arresti domiciliari. Durante questa evasione diede un calcio alla vetrata della stazione di Ostia facendo cadere tutta la vetrata sull’altra gamba, lesionandosi tutti i tendini della gamba sinistra. E’ stato operato, però non ha più ripreso l’uso della gamba. Attualmente zoppica,  si muove con le stampelle e ha una gamba gonfia. Secondo me c’è anche il principio di qualche infezione. Dopo l’intervento alla seconda gamba, l’ortopedico mi disse di fare delle terapie costosissime. Anche se ho l’esenzione al ticket, ogni radioterapia costava 50 euro e lui ne doveva fare dieci; figuriamoci se me lo potevo permettere. Andavamo avanti con stampelle, con fasciature, ma la gamba si gonfiava sempre di più. E mio figlio non riusciva neanche più ad appoggiarla.

E poi c’è anche il problema del cibo. Lui ha smesso di mangiare quando è uscito dal carcere. Io non ho potuto cucinare per quasi due anni a casa mia, perché anche solo l’odore del cibo, lo innervosiva, mi buttava tutto dal balcone. Lui era arrivato addirittura a mangiare una mela, delle foglie di insalata. Lui prima di mangiare si pesava, si mangiava una mela, si allenava un’ora per smaltire i grassi secondo lui accumulati, e poi si ripesava, e poi era in pace con se stesso. Era diventato magrissimo. Qgni tanto cercavo di farlo mangiare, approfittando del fatto che c’erano degli amici suoi, e allora lui non poteva schierarsi contro di me, perché secondo lui ero io la causa del suo male, ero io che lo facevo diventare ciccione. Praticamente le persone, soprattutto i ragazzi che hanno questi disturbi, tendono ad odiare la madre. Quindi tutte le colpe sono della madre. Ma va bene, io ho accettato questo, perché ho capito che non era con tutto se stesso che mi odiava. C’era una parte di se che mi odiava. E una parte di sé che mi amava come non mai. E comunque ha continuato a peggiorare sempre di più, beveva, ecc. Fino al giorno in cui andò a trovare con le stampelle la sua ragazza ad Ostia. Il padre non ha mai accetto mio figlio; figuriamoci se qualcuno può accettare un ragazzo del genere. Pensa che prima che mio figlio cominciasse ad avere questi disturbi sia fisici che mentali mio figlio era un ragazzo allegro, anche molto carino, molto simpatico. Praticamente lo hanno rovinato. Era andato a trovare la ragazza.. con le gambe fasciate e le stampelle; perché ormai non cammina più. Non ha quasi più nessuna delle due gambe e se continua così rischia di perderla in maniera permanente la gamba danneggiata. Il padre della ragazza lo  ha minacciato, dandogli calci sulla gamba malata. Mio figlio per rispetto della sua ragazza è rimasto inerme. Finché il padre ha rotto una bottiglia, gli ha fatto una cicatrice sul collo e gli ha detto “se non te ne vai ti uccido”. Mio figlio ha tirato fuori il coltello e l’ha pugnalato. Per fortuna che quest’uomo si è salvato. Questo è il suo secondo tentato omicidio. Ritornò a casa ma i carabinieri vengono, lo prendono e lo portano in carcere. Io ho fatto il possibile per stargli vicino.

Nel frattempo io ho cambiato avvocato, perché non avevo più soldi. Ora ho un avvocato bravissimo, che meriterebbe una medaglia. E’ un avvocato calabrese del gratuito patrocinio. L’ho trovato per caso su internet. Un bravissimo avvocato del foro di Roma, patrocinante in Cassazione. La prima volta che sono stata nel suo studio, vidi un fila di vu cumprà, e allora mi sono sentita a mio agio. E mi sono detta “finalmente un avvocato come si deve”. Da allora sono sempre stata seguita da lui. Non mi ha mai chiesto soldi, anche perché non ne ho. E mi ha detto che comunque potevo essere salvata in tempo se fossi stata seguita da un avvocato decente, però ha preso in mano la situazione e mi ha fatto togliere le firme dopo due anni e a febbraio avrò finalmente la Cassazione. Ma ormai non ci spero più, la Cassazione mi darà la terza e ultima condanna e dovrò scontare gli ultimi due anni di pena che mi sono stati sospesi. Non tutti sanno che, firmando, la pena si ferma, rimane “sospesa”. Quindi fino alla nuova ordinanza del giudice io sono in una situazione di stallo.

L’avvocato ha fatto in modo che  mio figlio venisse trasferito in comunità. Dal carcere di Civitavecchia mio figlio doveva assolutamente essere trasferito in una comunità. Lui non aveva e  non ha bisogno di un carcere, ha bisogno di una comunità con persone che sanno che tipo di problematiche ha e come comportarsi. Io saprei come fare, però sono la madre e non sono all’altezza. Non sono la figura idonea per potere aiutare mio figlio. C’è un rapporto di odio e amore tra di noi. Nel frattempo mia figlia si è molto allontanata da me e non voglio più coinvolgerla in questa storia. Io ho perso due figli. Io avevo due figli e ora sono sola.

Nel frattempo, tramite questo avvocato, mio figlio riesce ad entrare in una comunità, la comunità di San Cesareo, in provincia di Fano, nelle Marche. E’ una comunità terapeutica per tossicodipendenti, alcolisti e ragazzi affetti da problemi psicologici, come mio figlio.  Io non sapevo niente. Un giorno stavo andando in carcere e mi arrivò la telefonata della comunità, dicendomi che mio figlio era là già da dieci giorni, ma non avevano saputo come contattarmi. Dopo dieci giorni quindi riuscii a parlare telefonicamente con mio figlio. Quando lo sentii quella prima volta, mio figlio era molto diverso, era “dopato”, era talmente imbottito di psicofarmaci che stentava a parlare. Praticamente mi chiedeva aiuto, diceva “sto così.. ho firmato..vado via…non voglio stare qui..”. Gli operatori mi hanno detto che potevo chiamare tutti i venerdì alla stessa ora, però non ci potevo andare. A parte che non potevo andare perché avevo le firme. Io per due anni non mi sono potuta allontanare da Roma. Comunque,a prescindere da ciò, io non sarei potuta andare finché non avessi ricevuto l’invito della stessa comunità, perché i pazienti della comunità non possono avere contatti con i famigliari finché non lo dicono loro.

Il venerdì successivo telefonai e gli operatori mi dissero“eh dobbiamo fare una riunione per suo figlio, suo figlio non è in grado di stare in comunità, ci sono state già due risse”. E io ho detto “voi siete una comunità, che cosa volevate? Il figlio di Padre Pio. Se sta in una comunità un motivo ci sarà. Mio figlio è così. Voi siete in grado di aiutarlo?”.

Quanto telefonai il secondo venerdì, mi dissero che era evaso dalla comunità, ma lo avevano recuperato dato che aveva fatto poca strada, lui non cammina, si muove con le stampelle.

-“Ma lo avete portato a fargli visitare la gamba?”

-“Signora ci vuole il permesso del magistrato?”

-“Ma che cazzo state dicendo? Mio figlio sta perdendo la gamba. Che cazzo di magistrato ci vuole?”

-“Noi senza il permesso del magistrato non possiamo portarlo da nessuna parte.”

Il terzo venerdì mi dissero che lo avevano trasportato nel carcere di Pescara, perché non poteva stare in comunità.

Mio figlio mi avevano detto che lo avevano mandato ad un carcere .. ma non riuscivo a capire quale carcere.. poi, un po’ per l’avvocato, un po’ perché mi sono messa a urlare al telefono, mi hanno dato l’indirizzo del carcere dove stava mio figlio, e dove tuttora ci sta, il cercare di Pesaro. E allora mi sbrigai a prendere la sua cartella clinica dall’ospedale di Ostia, dove aveva subito l’intervento alla gamba e l’avvocato, tramite fax,  l’ha mandata al magistrato che si occupa di mio figlio, per avere l’urgente trasferimento almeno nel centro clinico di Rebibbia o di Regina Coeli, per farsi curare e salvare questa gamba.

Nel frattempo non so se mio figlio ha preso peso, se continua a mangiare, se continua a riempirsi di tatuaggi. Perché durante la sua detenzione ai domiciliari, mio figlio si era costruito una macchinetta con le sue mani, si era comprato della china e si era riempito il corpo di scarabocchi, disegni di ogni tipo. Se li faceva da ubriaco, cose oscene, io ogni volta che lo vedevo restavo sconvolta.

Io, come ti dicevo prima, sono convinta che sarò condannata anche in Cassazione e sicuramente sarò mandata ai servizi sociali. Premetto che sono l’unico sostentamento di mio figlio. Se vengo meno io, mio figlio è abbandonato in carcere, col rischio di perdere una gamba e col rischio dei suicidi in carcere o di cose come l’anoressia. Mio figlio è anoressico, ha gravissimi problemi di alimentazione. Ma nessuno dice niente.

Io che faccio? A chi mi rivolgo? Sto perdendo la casa. Ho un cassetto pieno di raccomandate della banca, tutte rate insolute del mutuo. E chi ce l’ha i soldi per pagare? Io da un momento all’altro mi aspetto che mi cambiano la serratura e non potrò più entrare in casa mia. Che faccio?

Ormai non mi aspetto più niente da nessuno. Ma, visto anche il periodo, figuriamoci a chi gliene può fregare di una persona che è stata rinchiusa in carcere. Sono stata giorni senza mangiare, perché non avevo da mangiare. Mi sono rivolta anche a strutture di volontariato, col cavolo che danno.

Quando io e mio figlio eravamo ai domiciliari, la mia famiglia mi portava un po’ di spesa, ma mi è stata vicina fino a un certo punto, poi mi hanno detto “basta, in questo guaio ti ci sei cacciata tu e tu te ne esci”. Inoltre mio figlio non è ben visto neanche nella mia famiglia. Mio figlio non è ben visto da nessuno. Non è accettato da nessuno. Io sono la madre e quindi tendo a difenderlo e vengo vista di cattivo occhio anch’io.

La caritas inizialmente mi portava un pacco con pasta, riso e cose del genere. Quando sono uscita dai domiciliari e avevo l’obbligo di firma, per loro io ero libera e sostanzialmente autosufficiente. Ma comunque anche se lavoro, e prendo 500 euro, non sono tornata alla normalità. Ho un figlio sulle spalle, una figlia che non ho potuto aiutare. E questa è una cosa che mi ha distrutto, perché purtroppo io ne ho due di figli. Ho dovuto non dare a una figlia per dare all’altro. Perché per potere stare dietro a mio figlio, non potevo dare a mia figlia le attenzioni che avrebbe dovuto avere.

Comunque le buste della Caritas alla fine si erano ridotte a due pacchi di pasta e una scatola di pomodori. E io dicevo “Invece della pasta, datemi da qualcosa di fresco (frutta o verdura) o anche solo del latte, perché mio figlio il latte lo beve, ma la pasta e il pomodoro non li sopporta”. Ma a loro non importava. Non ci sono più andata perché per due pacchi di pasta, e sentirsi anche umiliata, non ne valeva lapena.

Tramite l’assistente sociale, finii in una lista del comune di Roma con un servizio di sostegno gestito da volontari di sinistra che una volta al mese mi portano un pacco. Almeno questo pacco è da cristiani.. portano caffè, olio, te.. cose più a livello umano. Non sono quei due schifosi pacchi di pasta. Anche se adesso il pacco è diventato più scarso perché dicono che hanno meno fondi.

Adesso sono sola, sono tre mesi che non vedo mio figlio, non so più le sue condizioni fisiche. Mio figlio mi scrive. Adesso ha bisogno di un pacco per il periodo di Natale, non so se riuscirò a mandarglielo, perché non ho  soldi. Mio figlio ha molto freddo. Dice che lì fa molto freddo, non esce all’aria perché dice che lì c’è il ghiaccio. Ha detto che il carcere è completamente  diverso dalle altre carceri.

Forse c’è la possibilità che venga trasferito a Pisa, dove c’è sempre un carcere ma dove c’è anche un grande centro clinico. E forse finalmente potrà curarsi questa gamba. Ma c’è il rischio che finché resta in carcere riprenda con risse interne e l’avvocato mi ha detto che a quel punto mio figlio rischia l’OPG. Voi sapete cos’è l’OPG per un ragazzo di 21 anni? Vuol dire che chi entra là, esce tra vent’anni.

Mia figlia ormai si è allontanata. Mio figlio è in carcere, soffre psichicamente, praticamente cammina con le stampelle, e rischia da un momento all’altro di perdere una gamba. Io cerco in qualche modo di aiutarlo con quel poco che guadagno in un call center erotico, l’unico lavoro che ho potuto trovare.

Mi sento sola, abbandonata da tutti. Che posso fare?

Mio padre, interdetto in amore.

amors

Alcune settimane fa ho letto sul Web (vai al link http://www.ilfioreuomosolidale.org/index.php/diritti/itemlist/tag/detenuti) una storia che voglio condividere anche con i lettori de Le Urla dal Silenzio.

Vincenzo Giacobbe racconta del padre, che ha scontato venti anni di detenzione e ormai, verso il gennaio 2012, in prossimità della liberazione condizionale, riceve la notizia che sua moglie (la madre di Vincenzo) si trovata in gravissime condizioni, per via di una grave forma di leucemia. Il padre naturalmente fece richiesta di permesso per andare presso la propria moglie in un momento talmente estremo e il Magistrato di Sorveglianza gli concede…. due ore! Solo due ore!

Questo uomo aveva scontato venti anni; gli mancavano solo 17 giorni per la liberazione condizionale; e nel tempo aveva conseguito anche una laurea.

Niente, solo due ore.

A quel punto quest’uomo ha preferito rifiutare il permesso..

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STORIA DI MIO PADRE, DOPO 20 ANNI DI DETENZIONE, INTERDETTO IN AMORE

Mio padre ha scontato 20 anni di carcere dal 1992 al 2012. In prossimità della sua liberazione, esattamente verso i primi di gennaio del 2012, mentre si trovava nella sua cella presso il carcere di Brucoli (frazione di Augusta, provincia di Siracusa) gli viene chiesto di recarsi in matricola dove ad attenderlo c’era il comandante co un foglio che attestava che sua moglie (mia madre) si trovava in ospedale in condizioni gravissime. Era affetta da una grave forma di leucemia. Mio padre, con la stessa forza che lo accompagnò in quei 20 anni, ma con il forte dolore per la triste notizia appresa, con un macigno amaro sulle spalle, ritornò nella sua cella senza abbattersi. Immediatamente compilò la richiesta di permesso per potersi recare in visita presso la propria consorte per “motivi gravi ” (art. 30 o.p.). Il suo Giudice di Sorveglianza, gli concesse solo 2 ore di permesso, oltre il tempo necessario per l’andata e il ritorno da Siracusa a Monza, nonostante la gravità del caso, e nonostante mio padre fosse agli sgoccioli, infatti ormai mancavano solo 17 giorni al suo fine pena. Mio padre aveva scontato 20 lunghissimi anni senza mai usufruire di un giorno di permesso e di libertà. La sua buona volontà nel redimersi l’aveva dimostrata attraverso il conseguimento di una laurea e la sua pericolosità sociale era ormai definita “scemata”. Ebbene, gli vennero concesse solo 2 misere ore a dimostrazione della totale assenza di umiltà e sensibilità, da parte degli organi di competenza, che avevano facoltà di disporre, a favor suo, fino a 5 giorni di permesso considerando il vicino “fine pena” del richiedente. Per tutta risposta, per orgoglio ed anche intelligenza, mio padre decise, malgrado non vedesse la libertà da più di 20 anni, di rifiutare quel permesso, cosa che nessuno avrebbe mai fatto. Rinunciare, se pur ad un solo giorno di libertà, era impensabile soprattutto se si pensa alla causa grave per la quale aveva richiesto il permesso. Con queste parole bacchetto’ il suo M.S.: “Avrei preferito scontare altri 20 anni e uscire sapendo che mia moglie stesse bene. Preferisco, rinunciare al suo permesso e finire di scontare questi miseri 17 giorni, che recarmi da mia moglie, dopo tanto tempo, per starle vicino solo 2 ore. Non farei altro che aggravare il suo dolore e non farei neanche in tempo ad abbracciarla forte come vorrei. Se solo avessi potuto dedicarle almeno uno o due giorni, sarebbe stato diverso. Ormai ho scontato, quasi tutta la mia pena ( 17 mesi …. mi mancano, oh, mi scusi 17 giorni allo scadere contro ii 7.380 scontati)” Dopodiché uscì come previsto, il 23 gennaio (dopo 17 giorni) e potè stare, finalmente, vicino a sua moglie. In seguito, mia madre fu trasferita in una clinica per malati terminali dove morì 3 mesi più tardi. A mio parere, la concessione di 2 misere ore di permesso sono un insulto a chi chiede di andare a salutare un proprio familiare in fin di vita, oltre ad essere insufficienti per scambiarsi un abbraccio, una carezza, una parola di conforto. Mio padre, riabilitato da una detenzione di 20 anni, non più pericoloso, laureato ma… interdetto in amore.

Vincenzo Giacobbe

Lettera di Marcello Dell’Anna

Immaginate un detenuto in galera da più di vent’anni.

Immaginate che questo detenuto abbia intrapreso un lungo e faticoso percorsi di studio e crescita culturale ed umana.

Immaginate che questo detenuto abbia ricevuto numerosi attestati ed encomi.

Immaginate un detenuto che ha scritto due libri, e ne sta scrivendo un terzo.

Immaginate un detenuto che ha più di una laurea, di cui una in giurisprudenza.

Immaginate che, questo detenuto, in occasione della discussione della tesi di laurea in Giurisprudenza, ha ricevuto dal Tribunale di Sorveglianza, un permesso di 14 ore. Un permesso da uomo libero, senza la presenza di una scorta o di alcun controllo da parte degli organi di polizia. Perché venga dato un tale permesso vuol dire che vi sia una valutazione prettamente positiva, da parte del Tribunale di Sorveglianza, del percorso intrapreso dal detenuto, della sua crescita umana e un venire meno di quel livello di pericolosità sociale che sconsiglierebbe un permesso del genere. E tutto questo trova ulteriore conferma nel ritorno nel carcere nel pieno rispetto dei tempi stabiliti dal permesso.

Avete immaginato tutte questi “elementi”?

Ecco, adesso immaginate anche che il D.A.P., trasferisca un tale detenuto nel famigerato carcere dormitorio di Badu e Carros a Nuoro in Sardegna, riportandolo indietro di vent’anni nel suo percorso, riportandolo all’anno zero del trattamento.

Tutto questo è quello che è avvenuto a Marcello Dell’Anna, che faceva parte dei componenti della sezione A.S.1 di Spoleto. Sezione smantellata a fine luglio, e i suoi componenti sballottati come pacchi postali in mezza Italia. Con qualcuno finito in qualche carcere decente. E qualcun altro finito in qualche carcere in-decente, come è il caso di Marcello Dell’Anna (per vedere la prima lettera che Marcello ci inviò dopo tale evento vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/09/17/e-cosi-che-il-dap-tratta-i-detenuti-meritevoli-lettera-di-marcello-dellanna/).

Marcello da quel momento ha iniziato ad attivarsi legalmente in ogni modo. E non chiede privilegi. Chiede quello che è stabilito per un detenuto. Ovvero, che vi sia un trattamento razionale, che non si interrompi bruscamente un percorso, che non si mandi in fumo un lavoro che dovrebbe essere mostrato ovunque -se si fosse almeno “furbi”- come esempio di “riuscita del trattamento”. Un detenuto come Marcello Dell’Anna dovrebbe essere visto come uno dei fiori all’occhiello di un sistema penitenziario che vanta, invece, troppo spesso, caterve di disfunzioni, recidive e suicidi.

Invece viene semplicemente catapultato in Sardegna come se nulla fosse avvenuto in questi venti anni. Marcello era arrivato ad un livello di crescita sempre maggiore, con corsi, dialoghi con studenti e professori, e altre opportunità. Tutto adesso messo nel cesso. E poi riusciva in qualche modo ad avere i colloqui con la moglie e il figlio, che sicuramente avranno giocato un ruolo non da poco, nella sua crescita e nel suo distacco radicale (distacco che potrete vedere con forza sottolineato nella lettera che leggerete tra poco) dal suo precedente mondo criminale.

Un detenuto così dovrebbe avere ponti d’oro. Ulteriori incontri con la famiglia. E invece lo si manda “in esilio” sardo, riducendo, nei fatti, drasticamente, le possibilità che avrà la famiglia di incontrarlo.

Che qualcuno si svegli, e cominci, a sanare le quotidiane e palesi assurdità che avvengono, senza esclusione di colpi, nel mondo penitenziario.

Vi lascio a questa lettera che Marcello ha inviato al Nuovo Quotidiano di Puglia. 

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Alla C.A. del Sig. Direttore della Redazione del “Nuovo Quotidiano di Puglia” “Edizioni di Lecce” – Via dei Mocenigo, 29 – 73100 – Lecce

Nuoro 01 ottobre 2012

Egregio Signor Direttore,

Da tempo riflettevo sull’eventualità di poterle inviare un mio scritto, ma il mio status mi ha molto spesso frenato, forse per paura di scrivere qualcosa  di sbagliato. L’iniziale insicurezza, peraltro sostenuta da una errata visione di ciò che realmente la società potrebbe pensare di me, è pian piano divenuta una consapevolezza di ritenere che sia giunto il momento di fare conoscere la persona che realmente oggi sono, diversa e migliore. E’ legittimo che quete parole posano sembrarle insincere ovvero simulatorio ma, chi creda, la persona che le scrive oggi è del tutto a lei (e a tanti) sconosciuta, atteso che nulla ha più a che fare con quella che le cronache conoscevano in passato. Ebbene, l’iniziativa del mio avvocato e, soprattutto, dei miei  cari, nel dedicarmi un articolo giornalistico (scegliendo il vostro Giornale) per l’ulteriore Laura conseguita, è stata per me la giusta occasione per scriverle, in maniera serena, non certo per ragioni opportuniste o, peggio, manipolatorie, ma per darvi atto che della mia (mala)vita passata ne disprezzo modalità e contenuti. Un articolo molto soddisfacente il vostro, eccetto quella parte di notizia relativa alla mia biografia criminale che viene anteposta alla persona che scrivo oggi, sebbene (e ne sono cosciente) non poteva essere omessa. Purtroppo quelle vicende fanno parte della mia vita passata che per me ormai è morta e sepolta. Anteporre poi, “ancora oggi”, l’epiteto “boss” al mio nome, mi ha fatto sorridere amaramente benché tale qualificazione attualmente la ritengo del tutto inadatta. Pertanto, confido nella vostra serietà e professionalità giornalistica e le chiedo, se potete, di essere, di omettere l’epiteto in parola nei vostri prossimi articoli. Le ragioni di questa mia riguardano alcuni importanti particolari pubblicati nell’articolo che ritengo siano, alcuni incompleti e generici, altri del tutto mancanti, sicuramente per discrezione della fonte. Quindi, partendo dal fatto che qualunque notizia, secondo me, debba rappresentare la realtà e la giusta informazione, ritengo doveroso che questi particolari meritino di essere spiegati sia a voi del Giornale, sia ai lettori … conseguentemente pubblicati. Orbene, per una migliore comprensione dei fatti, bisogna partire dalle ragioni riguardanti il mio trasferimento in Sardegna, nel reclusorio di Nuoro. Ritengo che quanto accadutomi non può rimanere sottaciuto (soprattutto giornalisticamente) a  fronte di una fragrante violazione della legalità messa in atto dalla Direzione Generale dei Detenuti del Trattamento del Dipartimento  del’Amministrazione Penitenziaria (D.A.P.) quando, a fine luglio u.s., decise repentinamente di “smantellare” la sezione “A.S.1” (Alta Sicurezza-1) di Spoleto per “esigenze” atte al “recupero dei posti letto” a causa del crescente numero di detenuti “A.S.3”. Le scelte di assegnazione alle varie carceri per ogni detenuto, sono state decise “solo” sulla base del loro “titolo detentivo”, senza considerare altri elementi valutativi attinenti ai risultati del percorso trattamentale (per come dispone la legge). Di conseguenza, non solo il danno ma ance la beffe, e a me è toccata proprio la Sardegna, con conseguenze devastati per la mia persona che vanno al di là di ogni logica giuridica e civile, atteso che tale assegnazione ha compromesso seriamente il mio lodevole percorso rieducativo. I miei studi universitari, i miei tesi affetti familiari (di questo “trasferimento collettivo” è stata data notizia da alcuni Quotidiani: allego copie). Nella realtà, per l’A.P. che avrebbe l’obbligo di educarci, noi detenuti non veniamo considerati “perone” con diritti e doveri, ma dei pacchi postali, dei numeri di matricola, delle mere pratiche da evadere, in spregio a questo Stato che vanta illustri nomee di civiltà e di giustizia. Ritengo che l’Amministrazione Penitenziaria deve essere molto più attenta alla “persona”-detenuto, al suo percorso rieducativo e non al suo titolo di reato, che magari risale a venti trenta anni fa!

Ma v’è di più!

L’illegittimità e la stortura di questa inconciliabile assegnazione in Sardegna, poggia sul fatto che il D.A.P., nel deciderla, non ha assolutamente verificato se, nel corso della mia lunga detenzione, avessi avuto, o meno, esperienze extramurarie. Ebbene, in occasione della Tesi di Laurea in Giurisprudenza che, come sapete ho discusso il 25 maggio u.s. per la “Competenza in diritto penitenziario”, il TDS di Perugia mi ha concesso un Permesso di 14 ore, LIBERO nella persona e SENZA L’USO DI SCORTA, accompagnato solo da mia moglie, mio figlio e altri familiari, (questa è la prima notizia inedita) per recarmi all’Università di Pisa e per festeggiare tale importante traguardo (allego l’estratto dell’Ordinanza TDS di Perugia). Sicuramente questa notizia susciterà stupore dando adito magari a pesanti critiche oppure a compiacimenti, ma sta di fatto che tale concessione è la prova indiscussa di quello che sono oggi!! Vi rendete conto? Dopo vent’anni di ininterrotta detenzione sono uscito in permeo per una intera giornata, libero e senza alcun controllo degli organi di polizia; mi sono laureato col massimo dei voti; sono stato con mia moglie e con mo figlio in albergo, al ristorante, in giro per le vie di Pisa e di Spoleto; sono puntualmente rientrato in carcere, con i miei piedi, ben consapevole di avere una condanna all’ergastolo, ed io… dovrei essere il fuorilegge? Il boss? L’elemento di spicco? Ebbene, se fossi quel criminale di un tempo, non pensate che in 14 ore sarei potuto arrivare in Cina facendo perdere le mie tracce? E’ questo il “trattamento” che l’Amministrazione Penitenziaria riserva ai detenuti oramai recuperati e reinseriti nella società? Quello di sbatterli in Sardegna? Sino a prova contraria, sono io che ho dimostrato con i fatti il rispetto della Legge rientrando in carcere dal permesso, consapevole di essere un ergastolano, un “vivo- già morto”, sono io che ho dimostrato di non essere più socialmente pericoloso, sono io che ho dimostrato di essere una persona diversa e migliore. A questo punto penso che “i cattivi che sono diventati buoni siano molto più affidabili dei buoni che non sono mai stati cattivi” e, quindi,… credete che siano più affidabili? Essere detenuto a Nuoro è come se m’avessero catapultato indietro di vent’anni e questo mi rifiuto  di accettarlo perché il mio passato per me è morto e sepolto. A ben vedere, infatti, sono proprio le storie  di detenuti, come questa vissuta da me, a rappresentare la vittoria del sistema carcerario sul crimine; nel mio caso, al di là di ogni retorica, è un fatto che io mi sia trasformato da delinquente ad operatore culturale, attraverso anche una totale presa di distanza da certe forme mentis deviate e devianti. Tutti i miei sacrifici, anni di studio, crescita intellettuale e preparazione giuridica, encomi, attestati, redazione di elaborati, ricerche, trattazioni sia giuridiche sia d’attualità pubblicate su alcune rinomate riviste, sono stati spezzati via da una decisione presa con incuranza e stortura dall’Amministrazione Penitenziaria. Io che ero solito incontrare in carcere , docenti, studenti universitari e di V classi superiori, per discutere di legalità mettendo a nudo la mia vita, parlando loro dei miei crimini e di quanto ne sono contrito, dell’orrore del carcere e della sofferenza che procura; tutto ciò per dissuaderli da una loro possibile devianza o scelta di vita sbagliata. Sono numerosi gli studenti che mi scrivono chiedendomi conigli e sono numerose le persone  che credono in me!!

Il mio curriculum detentivo comprende anche  la stesura di due libri scritti (il terzo in fase di redazione). Il primo, pubblicato nel 1997 è a voi ben noto avendone dato, a suo tempo, risalto (allego copia della copertina fronte/retro). Il secondo libro l’ho scritto proprio di recente, in occasione del permesso fruito e della ulteriore Laurea conseguita (questa  è la seconda notizia inedita, allego copia della copertina fronte/retro), e colgo l’occasione per lanciare un invito a chi ne fosse interessato per la pubblicazione (magari la stessa Casa Editrice Manni); molto interessane nei suoi contenuti, emozionanti e riflessivi nella prima parte, tecnico-giuridici, nella seconda. Signor Direttore, la conseguenza del mio “distacco” dal mondo criminale, è stata quella che in questi ultimi dieci anni io (all’interno del carcere) e mia moglie, viviamo ognuno in un proprio mondo, lavorando serenamente e svolgendo le mansioni più umili, per il nostro sostentamento economico, dal momento che non percepisco alcun “contributo” economico lecito o, ancor peggio, illecito. A tal riguardo, per comprovare la veridicità delle mie asserzioni, alcuni mesi or sono, mi sono rivolto anche all’Ill.mo Procuratore Aggiunto della Distrettuale Antimafia di Lecce, Dr. Antonio De Donno, invitandolo a svolgere a 360° tutta l’attività d’indagine opportuna, al fine di verificare realmente il mio coinvolgimento attuale in vicende delittuose, proprio per confutare quelle “informative” ormai datate nel tempo, sulle quali vengo descritto ancora come “elemento di spicco” della Sacra Corona Unita. Al servizio dell’Ecc.ma Procura leccese vi sono illustri investigatori i quali sono ben informati che “quell’elemento di spicco”, è fuoriuscito da un bel pezzo dal panorama criminale salentino. Non per usare catatio benevolentia o sterili frasi ad effetto ma la mia vita e, soprattutto la mia personalità, sono divenute tutt’altra cosa di quando sventuratamente decisi di adottare un sistema di vita del tutto miserevole. Non sono disconosco e disprezzo quel Marcello Dell’Anna

Oltre le sbarre… dalle detenute del carcere di Lecce

Questo testo è stato spedito più di due settimane fa, ma è giunto con un notevole ritardo. Lo pubblico oggi.

Si tratta di una lettera collettiva delle detenute del carcere di Lecce che parlano del progetto “Oltre le sbarre”, svoltosi il 18 agosto, attraverso la partecipazione di un gruppo di musicisti.

Undici detenute in particolare, sono state coinvolte attivamente nel progetto, attraverso il racconto del proprio vissuto, la scrittura di brani, la registrazione di canzoni.

Alla fine della lettera collettiva ci sono quattro brani scritti dalle alcune di queste detenute.

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Oggi, 13-08-12, abbiamo avuto un bellissimo momento ricreativo.

Questo è il 2° anno che un gruppo di musicisti americani, in collaborazione con la sig.ra Luciana Delle Donne, titolare di Officina Creativa – Made in carcere, vengono a trovarci in carcere per realizzare qualcosa di bello e costruttivo.

Ma la cosa più gratificante è che queste persone, nonostante il periodo estivo, ed in particolare la settimana di ferragosto, anziché stare in spiaggia a godersi il mare, vengono a stare qui con noi e insieme realizzare qualcosa di bello.

Abbiamo in questi giorni, attraverso i nostri pensieri ed i nostri vissuti, scritto dei brani, elaborato delle idee, registrato canzoni.

Oggi abbiamo avuto  il nostro spettacolo. E’ stata un’ora  di evasione dalla triste routine quotidiana. Sembrava che fossimo in discoteca. Era veramente bello ascoltare giù nel cortile così tanta buona musica.

A questo spettacolo abbiamo partecipato in 11 compagne, ma tutte le compagne detenute della sezione ci hanno accompagnato con la loro presenza, dandoci sostegno e coraggio

Eravamo: Zampilli Lucia Domenica, Bartolomeo Lucia, Stoica Elena, Lapadat Loredana, Cosimo Agata, Greco Maria Grazia, Granillo Anna, Baldassarre Eleonora, Forte Agnese, Gomorticeano Gilda, Leroy Letizia, Castaneda Angela.

Un gruppo molto motivato  e affiatato, la cui parola, che ci accomuna in maniera particolare, è quella  così speciale che è “figlio” e ai nostri figli abbiamo dedicato i nostri pensieri. 

Grazie da parte nostra al gruppo musicale americano “Sound Res”.

E ora i nostri scritti: 

Un giorno in queste mura

Intanto c’è chi crede, ama come noi, vive, pensa in maniera diversa, allora mi domando come sia possibile tutto questo. Forse le delusioni, le gioie, ti portano ad una realtà di cui sapevo l’esistenza, ma che avevo consapevolmente evitato.  Poi, quando ti ritrovi sola… in un immenso deserto, capisci che devi ricominciare da zero. C’è chi lo chiama “fato”, destino o provvidenza e… in effetti è soltanto un bizzarro gioco della vita. Penso ala vita che avrei voluto e che con tutte le mie forze “avrò”. Penso ai miei figli, alla mia famiglia, che realmente è la cosa più bella che la vita mi ha dato. Gli anni passano, le delusioni sono state tante, ed è per questo che mi chiedo delle domande alle quali so di non potere mai dare delle risposte. Forse le conosco, ma non riesco a riconoscerle, perché i brutti colpi sono difficili alla nostra età da incassare, ma con forza e coraggio supereremo tutto. Purtroppo la vita che dei reclusi è nell’essere  coscienti che tutto è un percorso fatto di attese per ogni insignificante cosa. Il tempo passa, passa con l’idea fissa di un arrivo, come una gara dove tutti gli sforzi ti portano in ogni modo possibile e immaginabile a quel traguardo.. la libertà. Traguardo che arriva! Perciò, quando sei qui rinchiuso, in queste quattro mura, hai tutto il tempo di riflettere, di pensare ai sogni che non hai realizzato e che avresti voluto realizzare, anche inseguendo un difficile percorso, perché al giorno d’oggi si cerca, non di vivere, ma di sopravvivere. Anche perché  la società non crede al reinserimento della maggior parte di persone come me, che vogliono una vita normale… “la libertà”.  

Forte Agnese

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A MIA FIGLIA

Questo è un  pensiero… rivolto ad una persona speciale, “mia figlia”, che oggi è la mia stella! La sera, quando alzo gli occhi al cielo, guardo quelle stelle, ma una in particolare brilla più di tutte e mi perdo nell’immensità del sul splendore. La stella della mia piccola Alessia. Non ci sarà mai una notte così lunga da impedire al sole di sorgere. Cara figlia, attraverso il tuo sguardo la mia anima trema! Sei la mia vita.     Bartolomeo Lucia

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Nella vita mai dire mai. Nella mia disperazione, l’unico motivo perché cerco di combattere e sperare in un domani, e l’amore di mia figlia e di mio padre. Sono loro la mia vita.  

Greco Maria Grazia

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La speranza di un giorno non troppo lontano, il ricongiungerci con le nostre famiglie ci rende forti e rischiara i nostri cuori, i questo luogo, sovrastato dalla sofferenza e dalla penombra. Spero che un giorno torni a risplendere il sole, la luna, le stelle, la pioggia. Che tutto parli di felicità e che i nostri sorrisi risplendano ovunque.    

Cosimo Agata

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