Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Quando la cosa più bella diventa dolore eterno… di Mario Trudu

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Mario Trudu, detenuto da poco a San Gimignano, è un nostro amico fin dai primi tempi del Blog.

Mario è proprio uno dei simboli della barbarie dell’ergastolo ostativo. In carcere da più di 33 anni, non gli è mai stato dato alcun vero spiraglio di speranza, alcun vero orizzonte di futuro. Mario ha oggi 64 anni, quando potrà conoscere almeno qualche anno di libertà?

Recentemente mi ha inviato il suo libro, il libro in cui racconta la sua verità… si intitola infatti..”Tutta la verità”.

In questo libro Mario parte dall’inizio, da quanto era ancora un pastore sardo.. prima che la vita lo portasse in un vortice da cui non è ancora uscito.

In questo libro c’è un brano in cui lui rammenta la donna che amava, e lo strazio che per lui è stato, una volta arrestato, smettere di risponderle, in modo da favorire un distacco radicale da parte di lei.. “Quando la cosa più bella diventa dolore eterno” è proprio il titolo del paragrafo in cui Mario parla di questo.

In questi spaccati estremi si rivela una generosità e nobiltà dell’animo che deve sempre farci riflettere.

Possiamo conoscere tante persone che non hanno mai avuto neanche una indagine nei loro confronti.. eppure non saprebbero rinunciare a niente neanche verso coloro con cui vivono da anni. E ci sono persone che, magari, hanno fatto cose estreme e deprecabili, atti di sangue, ma.. sono state capaci di un atto di generosità così violento che ti strappa letteralmente il cuore dal petto.

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Ecco ero giunto alla fine della libertà e il giorno del mio arresto si è spento anche il sogno di potermi creare una famiglia con la persona che amavo più di ogni altra cosa, la donna che in quel tempo di lavoro sui monti ogni volta che potevo andavo a trovare. Questo distacco è stato una cosa tremenda, troppo dolorosa anche solo a parlarne, ed è il motivo per il quale in queste pagine non sono riuscito a parlare di lei, e non credo che per la mia compagna la sofferenza sia stata tenue. Sono certo che le è stata per lungo tempo insopportabile, ma sono stato costretto dalla forza dell’ingiustizia a dare uno strappo netto, per evitare che, andando avanti, sarebbe stato ancora più difficile lasciarci. 

Fin dal primo contatto epistolare, anche se è stato difficile trovare le parole meno amare per dirle che era tutto finito, ho cercato di spiegarle meglio che ho potuto la mia intenzione di chiudere la nostra importantissima e bellissima esperienza di una sia pur parziale vita insieme. Una lettera che ho dovuto scrivere dozzine di volte. Non mi riusciva farne una copia senza che fosse inzuppata di lacrime. Ancora oggi, dopo lunghissimi anni, scrivendo, i miei occhi si velano di inquieta tristezza mischiata a lacrime amare, anche pensando a quei figli che non sono mai nati. Ma la tecnologia di oggi è impermeabile all’umidità. Le lacrime non sbiadiscono la scrittura. Il computer nega la mia emozione più vera.

Lei per lungo tempo ha continuato a scrivermi ed io ho continuato nel mio doloroso e ostinato mutismo, credendo di fare la cosa più giusta, finché lei ha ceduto alla mia decisione. Con lei mi sono comportato da spietato dittatore, difficile capire se la nostra rinuncia e il suo enorme sacrificio  siano stati veramente un bene. Io posso solo immaginare quale è stato il suo dramma, ma è andata così. Se potessi tornare indietro non so se avrei dato un taglio così netto. Magari avrei cercato di convincerla gradualmente, che per lei sarebbe stata la cosa migliore da fare. Oggi sento un grande rispettoso voler bene nei suoi confronti.

Per grande rispetto di questa meravigliosa donna non pronuncio nemmeno il suo nome, ma mai nessuno potrà cancellarlo, come pure la sua immagine dentro di me. La ringrazierò per sempre per i ricordi bellissimi che mi ha ha lasciato.

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Non sento più quei passi… di Giovanni Zito

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Giovanni Zito è una figura storica di questo Blog.

Uno dei partecipanti della prima ora. E forse quello di cui vi sono più testi conservati in archivio.

Negli ultimi anni non scrive spessissimo, ma di tanto in tanto, ecco la sua lettera, col suo stile che non è mai del tutto concreto, e on è mai del tutto sognante.

Malinconia e ironia lo percorrono. E a volte, la dolorosa ispirazioni lo conduce quasi in un luogo dove la vita guarda la vita, e la tensione è trascendente, nell’osservare i giorni e il senso dei giorni.

Voglio solo citare un passaggio del testo che pubblicherò oggi:

“Rimango denutrito dalla grande bellezza che si chiama libertà, essendo un presente assente, consegnandomi al cielo, alla terra, come figura umana, in quanto sono carne vive. Quella che sostanza che sogna e respira, malgrado le tribolazione che porto con me e in me. Queste sono le cose per cui devo ancora un debito, vacillando come un pendolo che conta tutte le ore, scivolando da un posto all’altro, senza nessun destino, come un ago nella mente mi trafigge il grido dei passi solitari che vivo.”

PS: il dipinto che accompagna il testo è un bellissimo dipinto di Salvatore Magazzini

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Non sento più quei passi,

lontano ma non distante il filo logico della vita mi bollca.

Essere cosciente e volere. Ognuno è dinanzi a se stesso. Ogni mattina metto ordine nella mia testa.. le prove, le tensioni, il conoscere, per andare avanti faticando un giorno. L’abbraccio diventa amaro. L’amore sbiadisce lentamente e fisicamente tutto viene assopito, dimenticato.

Leggo e scrivo. Provo a fantasticare sulla vita, costruisco un momento bello nella mia memoria e sorrido ironicamente al mio peso, al mio corpo.

Quanto essere devo essere, nel conoscere un luogo come questo fatto di cemento, volere la speranza e non arrendersi, rimanendo in piedi  in un giorno qualunque dove le cose non riescono a mescolarsi. Non trovo un legame che mi leghi. Intanto aspetto un’altra primavera ormai alle porte.

Certo l’inverno più duro è passato, come i miei anni in questo cerchio di tempo. Il passo diventa più pesante. Sarà la vita che cambia o l’età che avanza. Io non vedo questa distinzione, ma l’avverto piano piano dentro di me. Non c’è riposo, non trovo sonno che possa consumarmi di gioia o serenità. Mi consumo e basta. Le cose sono così finché un bel giorno qualcuno si svegli dal proprio letargo e mi dica che posso ritornare al futuro, perché al momento sono inchiodato al passato. Rimango denutrito dalla grande bellezza che si chiama libertà, essendo un presente assente, consegnandomi al cielo, alla terra, come figura umana, in quanto sono carne vive. Quella che sostanza che sogna e respira, malgrado le tribolazione che porto con me e in me. Queste sono le cose per cui devo ancora un debito, vacillando come un pendolo che conta tutte le ore, scivolando da un posto all’altro, senza nessun destino, come un ago nella mente mi trafigge il grido dei passi solitari che vivo.

Giovanni Zito

 

“Io Vivo già Morto”- introduzione… di Marcello dell’Anna

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Il nostro Marcello Dell’Anna di cui abbiamo già pubblicato nel corso di questi mesi, in tre puntate, il testo “Regime penitenziario” (oltre a tanti altri pezzi, articoli, riflessioni), ci ha inviato un altro suo testo, dal titolo:

“Io Vivo-Già Morto”
La “pena di morte viva” in Italia
L’ergastolo ostativo

Questo testo comincia con delle “Riflessioni personali” a mo di introduzione. Riflessioni che fanno capire la portata morale e intellettuale del testo di Marcello.

Marcello, trasferito nel carcere di Badu e Carros a Nuoro, da fine luglio dell’anno scorso, è una persona che simboleggia il cammino di trasformazione in carcere. Incarna alla perfezione le infinite possibilità del cambiamento umano. Nel tempo si è appassionato alla cultura, e si è dedicato totalmente allo studio, fino alla laurea. La seduta di laurea la visse da “uomo libero”; ricevendo un permesso di 14 ore senza scorta.

Marcello ha scritto libri, ricevuto encomi ed apprezzamenti. 

In lui si percepisce quel rinnovamento esistenziale che è una fioritura di nuovi valori nell’essere. La sua è stata una “riscoperta della vita” da tutti i punti di vista. Prima di lasciarvi alla lettura di queste “Riflessioni”, cito un brano dal testo che leggerete:

“A cosa serve il tempo se non lo si impiega in prospettiva di qualcosa? E’ il tempo l’ancora che permette di ritrovare se stessi e in carcere con il tempo costruisci tutto. Anche in carcere la vita passa, ma nulla dipende da te, tutto dipende dagli altri. Solo il tempo dipende da te, solo il tempo è tuo. L’importante è non farselo togliere dal “primo venuto” perché è con il tempo che si costruisce tutto ciò che serve per poter dire che la civiltà deve essere uguaglianza, parità di diritti , rispetto delle regole e rispetto per gli altri. E’ solo così che il carcere con la sua solitudine diventa il punto di arrivo del proprio passato e il punto di partenza per il “verde” futuro. Sì, proprio in quelle “mura”, fatte soprattutto per togliere e non per dare. Oggi vedo con “nuovi” occhi che mi permettono di poter guardare oltre quel “muro”, altrimenti perpetuamente infinito, che per tanti anni ha rappresentato una barriera che mi impediva di “guardare” fuori, mi impediva di sognare, mi impediva di vivere…”.

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Riflessioni personali

Ergastolo….

…. E’ ovvio che per essermi meritato una simile condanna, i miei reati siano stati gravissimi. Però, per quanto siano gravi i reati che ho commesso – e per quanto mi abbiano segnato in maniera irrimediabile- essi sotto il profilo temporale rappresentano comunque solo una frazione  infinitesimale della mia vita: la mia condanna. Fine pena MAI riguarda infatti reati che ho commesso tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Il confronto con la realtà di oggi, invece, ha aperto nuovi scenari e infiniti interrogativi nella stessa misura in cui i titoli di studio conseguiti hanno spalancato in me canali di luce schiarendomi le ombre e illuminando la mia esistenza. Luce che anche oggi continua ad indicarmi la strada e che, per quanto faticosa sia, gli interessi culturali sono così abbaglianti tanto da arrecarmi un appagamento interiore.

Le circostanze passate mi hanno spinto a pormi molte domande alle quali credo di avere risposto nel modo migliore. E seppure il mio cammino sembra ricolmo di insidie, ciò contribuisce a maturare lo stato di cose attuale e, nell’immediatezza, l’evidente crescita culturale non lascia margini di dubbio. Mi auguro di vivere a lungo perché mi piace sottolineare che sarà il tempo a cristallizzare il responso sull’opera di domani.

L’errore “di un tempo” è stato annientato dalla riflessione, così come l’ignorante e l’arrogante “d’antan” ha lasciato il posto all’umile studente di oggi.

Del mio passato, tutto è diverso, perché tutto è cambiato e se nulla è più come prima, lo devo a me stesso; al mio senso critico; alla voglia di rispondere alle infinite domande che quotidianamente affollavano la mia mente; ala voglia di guardare in faccia i miei cari facendolo a testa alta.

Sono certo che questa mia “metamorfosi” contribuisca a riparare alle mie sciagurate azioni di un tempo. I sacrifici ripagano sempre e ritengo un vanto potere affermare che giorni, mesi e anni ingobbito sui libri di scuola hanno rivoluzionato e fatto crollare tutto ciò che di inutilmente nocivo albergava in me.

Oggi, guardandomi indietro, mi sembra incredibile che io possa essere stato diverso di come invece sono diventato. Ma tant’è!

Sia chiaro però che, ponendo l’accento su quel pugno d anni che hanno segnato per sempre la mia vita, non intendo affatto accampare scusanti o giustificazioni, o peggio ancora ridurre le mie responsabilità. Intendo solo rivendicare il mio umano diritto a non riconoscermi soltanto in quel giovane ragazzo che, oltre 20 anni fa e per tutta una serie di circostanze estreme e irripetibili, si è ritrovato a compiere atti che ora paga amaramente. E pagare non significa soltanto scontare, giorno dopo giorno, una condanna lunga come tutta la vita che hai davanti. Pagare vuol dire anche  convivere con un peso sulla coscienza che il trascorrere del tempo non riesce ad allentare, perché ti insegue giorno e notte, impedendoti di dormire serenamente anche quando sei stanco morto. Per quel che mi riguarda, è come se non fossi mai veramente solo: ho come la sensazione di vivere fianco a fianco con il rimorso per la gravità delle azioni che ho commesso. Come in una sequenza fotografica proiettata all’infinito, le immagini di quegli atti si ripetono nella mia mente. E poi il processo, lo sguardo delle persone “insopportabile” da reggere. Un brivido di dolore e un forte senso di colpa ogni volta che ci ripenso e ciò avviene troppo spesso… Non si può rimediare del tutto al reato commesso né pretendere il perdono delle persone coinvolte. Si può soltanto sperare di raggiungere un equilibrio interiore per cercare di diventare persone migliori, e, questo può essere realizzato solo tentando  un approccio per essere ascoltati… Se oggi scrivo cose così intime e delicate, non è per impietosire qualcuno (per nulla al mondo strumentalizzerei così meschinamente le sofferenze altrui) ma lo faccio per farvi capire quando sia pesante il conto che il carcere e la propria coscienza presenta a tutti. E sono anche certo che non esistano pene in nessun ordinamento giuridico che siano in grado di rafforzare l’autorevolezza della legge o tali da raggiungere l’obiettivo di cancellare il dolore dalle eventuali vittime dei reati.

Nelle mie considerazioni sul fatto che mi trovo in carcere, io e la mia vita spezzata veniamo per ultimi: ed è giusto così, perché in fondo… “io me la sono cercata”. I miei cari invece non fatto nulla, ma proprio nulla, per meritarsi il dolore, l’angoscia e i mille disagi materiali e morali che gli ho procurato. Vorrei che questo messaggio passasse senza volere sminuire in alcun modo la responsabilità delle mie azioni, senza cercare giustificazioni, senza avere un atteggiamento vittimistico. Non per usare captatio benevolenti o sterili frasi ad effetto, ma la mia vita, e soprattutto la mia personalità, sono divenute tutt’altra cosa di quanto sventuratamente decisi di adottare un sistema di vita del tutto miserevole. Vorrei francamente convincervi in tutta buona fede che tutto il grappolo dei miei comportamenti antigiuridici si è diramato come una fallace conseguenza e concatenazione di episodi antigiuridici  figli di una stessa madre ovvero quella associazione criminale volgarmente ma efficacemente denominata nelle sedi tribunalizie come Sacra Corona Unita. Associazione criminale che di Sacro non aveva assolutamente nulla e, in termini attuali, la ritengo francamente una oscenità giuridica e civile. Giungere oggi alla persona che sono e  non a quella che ero è stato per me la rescissione radicale di rapporti, relazioni, brame di facile arricchimento, abbandonando una certa forma mentis e certe logiche deviate e devianti che hanno prodotto come risultato la distruzione quasi totale della mia vita. Ho ritenuto di riappropriarmi di quanto è possibile riappropriarsi della propria esistenza, dei propri affetti famigliari e della propria dignità. Oggi ho preso piena e totale coscienza di quanto fatto, e, quindi, dello scotto che ho dovuto giustamente pagare.

In tutti questi anni ho avuto il tempo per cercare dentro me quelle “risposte” sul perché “oggi” sento il dovere di poter parlare di giustizia per la giustizia. La migliore forma di giustizia è quando la società contribuisce a guarire coloro che “ieri” si sono trovati ad infrangere le regole e che “domani” possono ritornare con una visione diversa sentendosi anche loro parte integrante della società sana e onesta. 

Il problema che più scoraggia la società e tutti gli addetti ai lavori, è bene dirlo, sono le realtà poco felici di coloro che approfittano per ritornare ad essere peggio di com’erano prima. In qualunque ambiente  ci sono le realtà  negative. Allora domando: perché bisogna sacrificare i vari tanti per i vari pochi? Se ognuno di noi volgesse lo sguardo verso i migliori si ridimensionerebbero da soli anche i peggiori…

A cosa può servire emarginare questi luoghi quando prima o poi l’emarginato d’oggi si ritrova in mezzo alla “folla” di domani? Come emarginato può costruire solo un piccolo e misero bagaglio negativo che, gioco forza, “domani” porterà e userà fuori in mezzo alla società.

Invece la società può e deve rappresentare un’alternativa al passato, mentre il detenuto sta scontando la sua pena. Serve che la società tenda  ad eliminare le condizioni che favoriscono quei comportamenti devianti agendo efficacemente sulle cause e non, come solitamente accade, enfatizzandole e lasciandosi “travolgere” dagli effetti.

La società è la madre dei propri “figli”.. ed è da dentro il carcere che si possono dare quelle risposte concrete a quella “domanda” sempre più crescente e legittima di sicurezza per tutti i cittadini. Diversamente, quando arriverà il fatidico giorno, colui che ritorna libero rischia di sapere fare meglio solo quello che “sapeva fare prima” perché nessuno ha “saputo” offrirgli quell’alternativa che probabilmente lo potrebbe levare da quell’ambiente che lo aveva visto protagonista in negativo.

Ma per “vivere” l’alternativa serve che lo stesso detenuto sia fortemente motivato, disponibile a rimettersi in gioco e a ripartire; e ciò può avvenire quando ognuno di noi è in grado di riconoscere e risolvere costruttivamente e positivamente i problemi del presente in prospettiva del futuro.

Sono fermamente convinto che il  più efficace deterrente per la sicurezza dei cittadini sia principalmente investire con coraggio nella fiducia di quanti come me hanno  conosciuto il male e si sono incamminati verso il bene. Di quanti come me intendono il carcere non uno “squallido parcheggio” ma un “filtro rigeneratore”: Ma tutto ciò può avvenire solo se la Società civile non assuma le sembianze di un “gigante” che divora i propri “figli”… ma accolga nel suo “seno” quanti sono usciti dal proprio “grembo”:

Si dice che a sbagliare non si è mai da soli, ma si rimane nel momento in cui si deve pagare. Purtroppo tutti ci siamo trovati di fronte a dei bivi e non sempre si è avanzato nella direzione giusta ma, anche attraverso una realtà negativa, si può e si deve trovare l’occasione per cercare la sua parte positiva e anche gli errori, se è così, servono per crescere ed emanciparsi.

Non va dimenticato, inoltre, che dentro il carcere ci sono persone che hanno commesso degli errori e persone che hanno subito degli errori e l’errore più grave sta nel convincersi che sia gli uni sia gli altri diventino, “d’ufficio”, la casta dei pari, per un verso, e gli irrecuperabili per l’altro.

La vita ci lancia continuamente guanti di sfida, temprando i più forti, fiaccando i più deboli, questa vita che non risparmia nessuno e nessuno può penetrare gli arcani. Ed è proprio il mistero della vita stessa che dovrebbe renderci più u mili, farci capire la nostra fragilità su tutto quello che ci accade e che ci circonda. Anche per questo non dobbiamo mai sentirci arbitri degli altri ma solo di noi stessi. 

Il detenuto, mano a mano che passano gli anni, avverte sempre di più il peso ed i “morsi” della solitudine. Oggi, dopo tanti anni, non mi sento solo. Forse tutto questo è servito a farmi riflettere, a farmi crescere e a farmi capire e vedere cosa c’è dentro di me, ma, soprattutto, cosa mi mancava e cosa stavo cercando.

In carcere ho vissuto un lungo periodo dove la condizione di solitudine era determinata dal regime stesso a cui si era sottoposti. Sentivo sempre la mancanza di qualcosa che mi permettesse di potere contrapporre me alla solitudine. Mi mancavano quelle motivazioni che danno altri sentimenti”!

A cosa serve il tempo se non lo si impiega in prospettiva di qualcosa? E’ il tempo l’ancora che permette di ritrovare se stessi e in carcere con il tempo costruisci tutto. Anche in carcere la vita passa, ma nulla dipende da te, tutto dipende dagli altri. Solo il tempo dipende da te, solo il tempo è tuo. L’importante è non farselo togliere dal “primo venuto” perché è con il tempo che si costruisce tutto ciò che serve per poter dire che la civiltà deve essere uguaglianza, parità di diritti , rispetto delle regole e rispetto per gli altri.

E’ solo così che il carcere con la sua solitudine diventa il punto di arrivo del proprio passato e il punto di partenza per il “verde” futuro. Sì, proprio in quelle “mura”, fatte soprattutto per togliere e non per dare. Oggi vedo con “nuovi” occhi che mi permettono di poter guardare oltre quel “muro”, altrimenti perpetuamente infinito, che per tanti anni ha rappresentato una barriera che mi impediva di “guardare” fuori, mi impediva di sognare, mi impediva di vivere…

Tra mille difficoltà e diffidenze credo che anche in carcere, dove tanto “ossigeno” che si “respira” è fatto di ferro e cemento, può nascere la speranza che permette di sentirsi vivi… vivi dentro. Anche chi è privo della libertà, come da tanti anni, può fare delle scelte: io sono riuscito a ritrovar me stesso, e con me stesso ho scelto di rinascere e crescere divenendo una persona diversa e migliore di quella che ero, attraverso lo studio, il lavoro, l’amore per la mia famiglia. L’AMORE: sentimento e vocazione per cui vale veramente la pena di combattere ogni anno della propria vita.

Da qui la necessità di un rinnovamento, una rinascita che coinvolge l’essenza più intime dell’essere in senso socialmente positivo e produttivo. Queste riflessioni vogliono essere un ulteriore, totalmente produttivo e altruistico gesto della mia vita. A voi amici lettori porgo il frutto di queste riflessioni maturate in questi anni di carcere.

La mia vita un libro… di Santo Barreca

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Dal nostro amico Santo Barreca -detenuto a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros un pezzo di fluida intima bellezza.

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La mia vita un libro

La mia vita, un enorme libro impresso nella mente.

Nelle prime pagine, ingiallite dal lungo trascorso, riaffiorano scenari di immagini vive….

Un fanciullo dai riccioli dorati, irrequieto, pochi mesi ai suoi primi passi.

Coperte rimboccate da una donna stanca, sfinita.

Il tempo scorre fugacemente tra giorni di austera povertà e di somma serenità.

Un pallone che rimbalza dappertutto.

Mani violacee, bacchettate da un severo maestro.

Consueta tavola imbandita da un singolo grosso piatto donde tutti prendono cibo con le proprie posate.

Poche lire per i giorni festivi; indumenti di mercato larghi e pendolanti per le mie forme, predisposti ad essere adeguati negli anni seguenti. L’adolescenza…

Poi un fremente e ardito sentimento…

Pochi i miei anni, ancor meno quelli di lei che danno vita ad un amore passionale, sempre fiorente, tuttora immortale.

Da quella fonte inestinguibile altri amori: piccoli cuori incastonati nel mio, occhioni incantevoli di tenerezza trasfusi eternamente in me.

Di colpo seguono pagine di storie funestate da un vissuto impetuoso.

Un secco grido come quello di un cane rabbioso che mostra i denti aguzzi di un insanabile odio, pronti ad azzannare.

Strampalati pensieri senza remore, una ostinata tempesta che incalza dentro me, posseduto da un futile egoismo, eroismo di uno sciocco orgoglio.

Superba la mia punizione.

Dal leggiadro manto dei miei cari sono scostato, il dolce affetto viene frantumato, siccome un albero, colpito da un refolo di vento, che dei suoi frutti resta spoglio.

Anni interi consumo nella fortezza inanimata, come un decrepito leone costretto in cattività, tra mura che trasudano squallore.

Ancora pagine che trasudano una trafila di giorni pigri e spenti, alternati da evasioni surreali, quando nel mio spazio libero con la complicità della notte, veleggio sul mare dei sogni, dove flutti spumeggianti e sorridenti di soavi acque che dilavano ogni colpa, mi accarezzano.

In un baleno approdando sulla misteriosa isola paradisiaca, calco la battigia pregna di profumi marini; laddove la magica dominanza di un’immensurabile dolcezza, lo spirito mi rinfranca e l’anima rende paca…

Quivi una signora sì tanto bella, puntuale mi appare, ella si chiama pace…

Con fremiti sbizzarriti continua a sublimare, finché sul far di ogni mio giorno il primo albore di pari passo col cigolante blindo che si spalanca, mi scuote dal sogno.

Al di là della fortezza osservo avidamente l’agognata libertà che si struscia sulle vestigia cementate e quel monte imponente che tramutandosi di colori secondo le stagioni, alacremente mi invita a fargli visita…

Con la frase fatta: la vita è un dolce veleno…

Tutto si commenta da sé.

Come un libro continuerò a racchiudere ogni mio evento finché non sarò al confine.

Ma quale essere abbia mai avuta la coscienza immacolata e senza spine?

Quand’anche fosse utopia, aspiro sempre a poter terminare questa storia, seppur frammentaria, con un lieto fine.

 

Barreca Santo, Casa Reclusione Spoleto, 12 febbraio 2012

Caro signore “pro ergastolo”… di Marcello Dell’Anna

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Marcello Dell’Anna è quello che potrebbe essere definito un intellettuale..  una persona che è arrivato ad esserlo in carcere. Così come in carcere è arrivato ad essere pienamente Uomo.

Il suo percorso può definirsi straordinario. Ha ricevuto diversi encomi per comportamenti distinti. Ha scritto due libri, e donato in beneficenza. Si è diplomato e laureato; e il giorno della discussione della tesi, gli è stato dato un permesso di 14 ore senza scorta.

Insomma, un percorso eccellente, di quelli che, anche per furbizia, andrebbero  preservati ed esposti come “trofei” dal D.A.P. E invece.. quale stato il riconoscimento che Marcello Dell’Anna ha avuto dall’amministrazione penitenziaria? Lo hanno spedito in Sardegna, a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros.. interrompendo le dinamiche di espansione e accrescimento che stava intraprendendo con l’esterno, e allontanandolo sideralmente dalla famiglia. Questo è avvenuto quando il D.A.P. ha smobilitato la sezione A.S.1 di Spoleto e ha sparpagliato tutti i suoi detenuti, come pacchi postali, per mezza Italia.

Da quel momento, Marcello ha continuato, con ancora maggiore lena, la sua battaglia per il diritto e per la giustizia.

Oggi pubblico un suo testo dove si rivolge a un interlocutore che incarna la posizione più ferocemente “pro ergastolo”.

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Marcello era tra i detenuti collocati nella sezione dell’AS.1 di Spoleto, prima che fosse smantellata intorno a fine luglio, e i suoi membri recapitati, come pacchi postali, nelle carceri di mezza Italia, senza nessuna considerazione del percorso intrapreso da ciascuno di essi, in anni di detenzione. Marcello è finito “in esilio” in Sardegna, nel carcere di Badu e Carros a Nuoro.

Ora cito un passaggio dalla sua ultima lettera che abbiamo pubblicato (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/12/26/fatemi-scontare-i-mio-fine-pena-mai-vicino-alla-mia-regione-di-marcello-dellanna/) che sintetizza bene tutto l’assurdo di questa vicenda..

“Il perché sono stato “deportato” qui in Sardegna? Perché sono “colpevole” di avere avuto il coraggio e la volontà, nel corso di questi lunghi anni di detenzione, di prendere le dovute distanze dal mondo criminale, recidendo ogni rapporto col passato. Perché sono “colpevole” di essere stato insignito con diversi Encomi per comportamenti distinti. Perché sono “colpevole” di avere scritto due libri ed avere donato in beneficenza il ricavato. Perché sono “colpevole” di avere studiato in tutti questi anni, con sacrifici e difficoltà, conseguendo il Diploma e poi la Laurea in Giurisprudenza col massimo dei voti. Perché sono “colpevole” di essere uscito in permesso per 14 ore, libero e senza alcuna scorta di polizia, in occasione della mia recente Laurea e, invece di scappare, sono puntualmente rientrato in carcere, sapendo di avere buone probabilità di uscirne solo da morto. Ecco, sono “colpevole” di avere dimostrato a tutti, specialmente ai nostri dirigenti che, almeno IO oggi, la Legge la rispetto… Per questo mio percorso rieducativo di ammirevole straordinarietà, il Dipartimento mi ha ritenuto COLPEVOLE per essere riuscito a diventare una persona diversa e migliore, riservandomi così la Sua speciale “ricompensa”, quella di trasferirmi in Sardegna, privandomi così degli affetti più cari”.

Ritengo che quando qualcuno si esprime sulla pena dell’ergastolo, specialmente nella sua variante “ostativa”, dovrebbe farlo almeno con cognizione di causa e con una certa ponderazione. Ecco perché oggi non voglio parlare di questa delicata e importante questione con chi, come me, è contro l’ergastolo: non avrebbe senso. Vorrei, invece, potere chiacchierare sull’argomento con colui il quale è “pro ergastolo”. Vorrei che TU, una buona volta, non discutessi di questa pena con altri tuoi pari, ma parlassi direttamente con me che con questa pena ho un “rapporto particolare” da oltre venti anni. Sono uno dei tanti ergastolani ostativi che quando l’ergastolo ostativo non offre occasioni di vomito a tante persone oneste, appare difficile sostenere che esso sia destinato ad accrescere la pace e l’ordine in seno allo Stato. 

E’ evidente che, agli occhi di queste persone, siffatta condanna a vita non è meno ripugnante della pena di morte viva” lungi dal riparare l’offesa inflitta al corpo sociale, non può aggiungervi che fango. Pertanto ti domando, caro signore “pro ergastolo”: può la libertà o meno di una persona, condannata già ad un “fine pena mai”, dipendere da precise condizioni che rispondono solo ad una logica di rivalsa e a un primordiale senso di vindice giustizia? Può uno Stato civile e democratico che(… ingannevolmente dice di essere…) in prima linea contro la pena di morte, usare sistemi di costrizione inquisitoria e di cinquecentesca memoria? Ecco, molto probabilmente, caro signore “pro ergastolo” . Tu che ti opponi ad un sistema rieducativo al reinserimento, intenti per “certezza della pena”, una morte lenta e crudele, più disumana e spietata della pena di morte perché ti fa rimanere vivo con la consapevolezza di essere già morto. Noi “ergastolani ostativi” ci sentiamo come tenuti in un limbo che non è propriamente morte ma di certo non è vita, perché è un’agonia che dura per sempre, è una condizione in cui la vita e la morte si fondono e si confondono. Ecco è una pena di morte oramai (s)mascherata. E il fatto che in Italia non venga eseguita una vera e propria pena capitale, permette a Te signore “pro ergastolo” e alle nostre stesse istituzioni di mettervi la coscienza al riparo dal senso di colpa che potrebbe procurarvi la messa a morte del reo. 

Ma in questo modo TU hai solo l’ “illusione” di vivere in un Paese civile e democratico. Ebbene, ti domando se è giusto annientare una vita umana per mezzo di una legge che ha solo la bieca e cinica maschera della legalità, mentre in realtà, nelle nostre carceri, si consuma il dramma di pene che non hanno mai una FINE e che annullano la VITA in maniera molto più crudele e disumana della MORTE.

Devi sapere caro signore “pro ergastolo” che questa atroce pena non rafforza nemmeno l’autorevolezza della legge e non raggiunge nemmeno l’obiettivo di cancellare il dolore dalle eventuali vittime dei reati. “L’ergastolo ostativo” insudicia la nostra società, e di conseguenza TU che ne sei fautore, non puoi giustificarla, e non puoi nemmeno vantarti con cinico orgoglio di avere inventato questa variante della pena, ossia “l’ostatività”; mezzo rapido e umano di uccidere ogni giorno nell’anima e nel corpo noi detenuti ergastolani. Con l’ergastolo ostativo, caro signore “pro ergastolo”, lo Stato oltrepassa il limite dei diritti, finisce per sfigurarsi assumendo il volto inaccettabile della crudeltà e della vendetta. Quello stesso volto crudele che io avevo oltre venti anni fa.

Quindi lo Stato non è poi tanto diverso da quello che io ero in passato. Con una differenza però: che io sono riuscito a diventare una persona diversa e migliore, ravveduta, recuperata. Ho imparato a rispettare le leggi e le regole (io, Carmelo, e tanti come noi, appunto, ne siamo testimonianza vivente e attuale!), mentre lo Stato e anche TU, siete rimasti con quel crudele volto… criminogeno e vendicativo! Devi sapere caro signore “pro ergastolo”, che <<una morte aspra e lenta mi consuma; ciò che temo di più è il riposo, uno Stato che mi lascia con me stesso; per uscirne io sfido continuamente la morte; la solitudine; il non-tempo, e la mia coscienza; ecco il mio vero supplizio>>. 

Caro signore “pro ergastolo”, da secoli la pena di morte, spesso accompagnata da selvagge raffinatezze, tenta di tenere testa al delitto; e il delitto persiste. Perché? Per secoli si è punito l’omicidio con la pena capitale, eppure la razza di Caino non è scomparsa. Perché? Nelle tante nazioni che hanno abolito l’ergastolo il numero degli omicidi non è aumentato. Perché? Queste anomalie bastano a spiegare come una pena che sembra calcolata per impaurire animi normali sia in realtà volta alla vendetta e al giustizialismo. Chiamiamo piuttosto con il suo vero nome questa pena a cui ogni pubblicità è rifiutata: “pena di  morte viva”. Chiamiamola col suo nome per quello che essenzialmente è: una vendetta perpetrata da anni. O meglio, è una legge primordiale antica come l’uomo: si chiama taglione. Si tratta di un sentimento brutale, non di un principio. Il taglione rientra nell’ordine della natura, dell’istinto; Non rientra nell’ordine della legge. Sappi bene, caro signore “pro ergastolo”, che in questi luoghi non ci sono delinquenti. Anche perché la TUA convinzione che dentro ci siano soltanto delinquenti e fuori soltanto galantuomini non è che una illusione. E poi non devi dimenticare quell’importante principio giuridico sulla presunzione di innocenza o di colpevolezza. Se dunque TU vuoi conservare la pena dell’ergastolo, risparmiaci almeno l’ipocrisia di giustificarla con i soliti cinici e pretestuosi discorsi di  mafia o antimafia. Anche perché mi sono sempre ribellato alla gogna di essere considerato “mafioso” e per questo tacciato come “cattivo per sempre” , senza speranza di recupero. E ricordati, ancora, caro signore “pro ergastolo”, TU che manifesti e propugni il mantenimento di questa pena, senza conoscere la persona che sono oggi, ma “giustiziandomi” per quello che ero oltre venti anni fa, ricordati che questo TUO  “modo di pensare” non è poi tanto diverso da chi si arma la mano per commettere un assassinio. Anche TU, persona della società civile, volendola mia morte e giustificando la pena dell’ergastolo, anche TU devi ogni giorno mostrare le mani sporche di sangue della vendetta e dell’omicidio. Devo concludere, caro signore, anche se ci sarebbe da parlare per giorni interi su questo tema e chissà se una volta terminato il nostro discorso tu non cambiassi la tua opinione…

*Detenuto nella Casa Circondariale di Nuoro.

Nuoro, 07 gennaio 2013

Venti leggeri.. scritti e disegni di Giovanni Leone

E’ difficile descrivere Giovanni Leone.. detto Nuvola.. detenuto a Voghera.

Cӏ tantissimo di lui in questo Blog. Soprattutto, tanti dsei suoi disegni, che hanno uno stile potreste riconoscere sempre, anche in mezzo a mille altri disegni.

Difficile descrivere Giovanni, è uno di quei personaggi talmente improbabili, che stenti a credere possano esistere.

Un cuore bambino, non infantile, bambino.. gravido di profonda innocenza, così tanta da fare piovere innocenza, da farla trasudare in ogni tratto dei suoi disegni. Sembrano fatti alla bell’è meglio, con tratti apparentemente rozzi, ma è in realtà è l’anima che prende lo scalpellino per estrarre altra anima dall’anima.

E le sue parole.. a volte comprensibili. Altre volte più confuse. Ma puoi sentirle sempre, puoi “capirle” sempre, anche quando ti sembra di non capirle, perché né afferri il senso profondo, anche quando ti sembra di non capirne il significato immediato.

C’è un Bambino nel carcere di Voghera, che allo stesso tempo è un antico Saggio, uno capace di dire cose come..

“Perciò quando l’essere ha delle abilità preziose, persegue lo scopo che si è proposto, superando ogni difficoltà. Anche se a volte le lacrime ti travolgono, soprattutto per le sofferenze dei tuoi cari, che ci restano sempre vicini come angeli custodi. Anche se a volte percorriamo sentieri a noi sconosciuti, e si viene travolti come una valanga anche nei sentimenti.”

Giovanni Saggio-Bambino.. ha quella libertà del Cuore, che lo porta struggersi per le sofferenze altrui e a desiderare la tua felicità, di Te, che stai lì fuori. Cerca di trovare il tempo e la forza per dirti qualche cosa che possa darti forza e speranza, come quando dice.. 

“Ma rallegratevi. Perché la vita è dolce verso nuovi meandri, dove i fiori sbocciano sempre come l’amore.”

Vi lascio ad altri due dei suoi intensi disegni; ognuno dei quali l’ho fatto precedere dalle parole -di Giovanni- che l’accompagnavano.

Ancora prima, ho inserito una sua breve riflessione sulla persona… “superficiale”.

Vi lascio a Giovanni Leone, allora.. detto Nuvola..

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IL SUPERFICIALE

Il superficiale è quell’essere che non approfondisce mai. Perché si sposa con l’ignoranza. E’ stupido. Perché ormai  non sa più distinguere il male dal bene e si crea delle regole personali. Mentre il saggio pensa quello che c’è da fare e non quello che ha fatto. Poiché ogni essere è nato per crescere e non per morire

I MIEI GIORNI ESTIVI

Un sole cocente batteva nella parete della cella dove mi hanno ubicato, la finestra chiusa e un grave malore mi insozzava il corpo. 

Sognavo montagne dove  i meandri mi conducevano nella cascata, e il vapore acqueo si espandeva e respiravo l’ossigeno nella atmosfera.

Come se fosse una purificazione dell’anima. Ma l’esistenza reale del carcere è crudele. Mi sento come tenuto in ostaggio. Perché le leggi sono mortifere?…

Sono ricordi..

Sono ricordi che  riaffiorano da quella scogliera dove affioravano le onde come il peso di una rondine di mare…

Era deserta, sotto quella luna con una luce tutta particolare che ti destava come vera incarnazione della bellezza della natura.

Un luogo ove la pace era di una dolcezza smisurata, come a ritrovarsi sotto l’effetto di un sonnifero, perché ho sentito il cuore battere come i martelletti di un vibrafono. Fu allora che mi sono concesso al mare con tutto me stesso. Anche se non avevo mai visto, prima di quella sera, i raggi luminosi della luna specchiarsi nell’acqua, insieme alla mia ombra. Fuori dall’acqua il mio corpo ancora gocciolava. Sono uscite dalla mia bocca parole per la madre natura che non avevo mai pronunciato prima… “Erano soltanto parole di rispetto.

Mi sono ripetuto la mattina dopo, cercando  di convincermi di essere semplicemente nel bel mezzo di una piacevole solitaria avventura estiva.

Perché il risveglio è stato ancora più travolgente, in quell’acqua chiara in cui mi sono tuffato, e non so spiegare quale onda mi abbia travolto. Era una semplice mareggiata che mi trascinava sulla schiuma illuminata del sole, rotolandomi nella più grande meraviglia che si potesse immaginare, come una madre che avvolge il suo figliolo nel suo scialle e lo stringe tra le braccia e il cuore…

Lì mi sono perso, in quell’infinito equinozio di dolcezza dove il mio cuore mi ha detto che ero libero.

VENTI LEGGERI

Venti leggeri dell’Africa, araldi nel sole della Sicilia, mare a nuoto, e terra di prelibati frutti, alberi di agrumi sempre con fiori bianchi e profumati frutti succosi, con piante selvagge ma ricche di delizia. Mentre le scogliere si specchiano nel mare. Voi dolci gabbiani ubriachi di baci tuffate il corpo nell’acqua sacra.

Ahimé, dove li potrei trovare i fiori della primavera, dove la luce del sole e della terra  è nell’ombra? Le pareti si ergono mute e fredde, come bandierine di ghiaccio che tintinnano dentro le celle di congelatore. Nessuno ha diritto di umiliare il prossimo, chiunque sia. Poiché nobile è colui che combatte coraggiosamente e con la ragione anche per la sua terra nativa.

Mentre misero è quell’essere che rinnegando la patria, fugge dai fertili campi per vivere nella vergogna dell’elemosina.

Perciò quando l’essere ha delle abilità preziose, persegue lo scopo che si è proposto, superando ogni difficoltà. Anche se a volte le lacrime ti travolgono, soprattutto per le sofferenze dei tuoi cari, che ci restano sempre vicini come angeli custodi. Anche se a volte percorriamo sentieri a noi sconosciuti, e si viene travolti come una valanga anche nei sentimenti.

Quando non si è tagliati a rivelare i segreti del tuo cuore, non devi dare la colpa a chi ti lascia, perché le virtù non si comprano in piazza, come il DNA. E le prigioni più oscure del tuo cuore possono fari mancare ugualmente le forze, e non farti sentire fiducia in te stesso. E’ per questo che in fondo al cuore della notte ci consideriamo un po’ falliti. Non che questo ci importi molto. Perché tutti noi, senza eccezione, abbiamo fallito in qualcosa.

Ma rallegratevi. Perché la vita è dolce verso nuovi meandri, dove i fiori sbocciano sempre come l’amore.

Con il cuore ringrazio tutti.

Recensioni- Claudio Conte su “Eutopia”

Per la rubrica delle recensioni -nata da una idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro- pubblico oggi una recensione di Claudio su “Eutopia”, un libro che raccoglie testimonianze scritte da 15 detenuti del carcere di Lecce.

Claudio sente vibrare in sé il forte valore di un libro del genere, e questo lo ispira, portandogli a scrivere una delle sue recensioni migliori in assoluto.

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Su… “Eutopia – un altro luogo” di AA. VV. – Lupo Editore

(di Claudio Conte)

Frammenti di vita, di sofferenza, di amore, di voglia di riscatto… raccontati in prima persona da quindici uomini reclusi nella Casa Circondariale di Lecce. Testimonianze che ancora una volta ammutoliscono quelle “voci” sconsiderate, superficiali, distruttive di chi, incapace di comprendere, non sa fare altro che condannare uomini che hanno sì commesso un reato (o stanno subendo un’ingiustizia) ma stanno pagando… e hanno un cuore, affetti, sentimenti e soffrono come tutti gli esseri umani.

Storie brevi, che si leggono d’un fiato, che descrivono il carcere e rispondono compiutamente a quelle “voci” sempre pronte a condannare gli altri, ma che non potrebbero assolvere se stessi a un attento esame di coscienza… perché la corresponsabilità e tanto maggiore quanto più alto è il ruolo che si riveste all’interno della società. Una società votata a un individualismo-edonistico-antisolidale, che ha smarrito il senso di giustizia, di umanità e cerca solo di soddisfare i suoi istinti più brutali reclamando vendetta… Una vendetta che, per la pusillanimità di chi la chiede, vuole essere delegata alle istituzioni dello Stato, chiamate a servire ben più alti principi, ma sempre più influenzate dagli “umori della piazza” dalle sue “grida” che sommergono, silenziano, calpestano esistenze di uomini, donne, bambini. “Buttate la chiave” si sente urlare…

Si alza alto e forte però il sommesso “sussurro” di queste quindici persone… dalle quali traspare una genuina semplicità d’animo, di rimpianto, di speranza, e una grande capacità evocativa di emozioni, affetti, amori trovati e persi. Materializzando in tal modo lo “spettrale volto” del carcere e delle sue crudeltà, della sua inutilità… oltre una certa “soglia”.

Il carcere oggi rappresenta il fallimento di un’istituzione… che era stata ripensata, investendo sulla persona per restituire alla società un uomo “nuovo”. Capace di centrare quest’obbiettivo solo in pochissimi casi, laddove realmente si attuano i programmi di reinserimento previsti dalla legge o laddove la volontà dell’uomo è più forte delle avversità che si frappongono a un nuovo progetto di vita. Non è un caso che i tassi di recidiva fissati al 67% nella media nazionale, scendano al 13% in istituti di pena come Bollate laddove esistono offerta trattamentale e misure alternative alla detenzione.

I “volontari”… l’unica nota positiva che accomuna il pentagramma di queste quindici melodie, anzi melopee. Persone che si donano, lottano, s’ingegnano tra mille difficoltà, burocrazie, ottusità, gelosie, ignoranza… ma che portano speranza e sicurezza. Sì, perché sarà grazie a loro se domani quando una di queste quindici persone uscirà dal carcere non si vendicherà contro quella “società” che lo ha umiliato, offeso, torturato senza che alcuna sentenza o legge lo prevedesse. Il tutto sotto gli occhi di una società indifferente.

Il carcere lo sappiamo tutti è una “discarica sociale”, dove i problemi di integrazione socio-economica anziché essere risolti alla radice, garantendo “pari opportunità di partenza” a tutti, vengono risolti isolandoli tra “quattro alte fredde mura”. E poi per salvarci la coscienza, ci piace pensare che rinchiuse ci sono persone “pericolose”, ma “pericolosi” non sono quelli che sbagliano e pagano, quanto chi sbaglia e la fa franca. I “furbi”… quelli che poi “moraleggiano” su cosa sia giusto e sbagliato, che magari rivendicano la pena certa… per gli altri. Ignorando che in Italia la pena non è solo certa ma anche disumana, causa il sovraffollamento, le strumentali emergenze, carenze, indifferenze… come confermano le plurime condanne allo Stato italiano dalla Corte europea di Strasburgo. Quello stesso Stato che dovrebbe “rieducare” chi vive nell’ illegalità…

Sì, “Eutopia”, un altro luogo… sarebbe davvero necessario pensarlo, sarebbe davvero più utile del carcere…

Catanzaro-carcere, 8 luglio 2012

Non sono più ergastolano ostativo.. lettera e video di Giuseppe Reitano

Giuseppe Reitano non è più ergastolano ostativo.

Per chi ha creduto di potere seriamente uscire dal carcere solo dopo morto, questo “cambio di binario” è come un terremoto psicofisico.

Adesso per Giuseppe scattano tutti quei meccanismi (permessi, ecc..) che lo porteranno, a un certo punto, ad uscire.

Adesso sente che davvero la speranza ha preso possesso della sua vita.

Ma non aggiungo altre parole a questo momento. Pubblico la lettera che ci ha inviato.

Ma prima  condivido con i lettori del Blog un video che fa una bella carrellata delle sue opere, di lui che forse è il pittore storico del Blog. Video che ci è giunto tramite Pamela Iamundo. Per vederlo dovete cliccare su  questo link:

http://www.youtube.com/watch?v=lz4Oqgp3hFI&feature=youtu.be

 E ora, vi lasco alla lettera di Giuseppe Reitano..

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Carissimo Alfredo,

dopo un lungo silenzio mi faccio vivo anche attraverso un mio scritto, dato che ho potuto sentire la tua voce al telefono.

Come hai potuto sentire anche gli uomini ombra possono ricevere una Grazia dal Signore, io sono stato graziato dal Signore, e attraverso Dio anche dalla Giustizia.

Chiedo scusa e perdono a tutte le persone che mi scrivevano e di colpo non hanno più avuto mie notizie (non serve fare i nomi dato che mi rivolgo a tutti quanti).

Per poter avere il vostro perdono mi sono fatto fare un video con i miei dipinti, che vi invio attraverso un Angelo, Pamela.

Spero che potete capirmi, non mi è stato facile assorbire il cambiamento della mia posizione giuridica, ero preparato a lasciarmi morire, dato che ero solo un uomo ombra, quando attraverso un’istanza del mio difensore ho potuto dimostrare che non ero ostativo, che non ero uomo ombra, riconosciuta la mia non ostatività, mi sono visto in un altro mondo, non più in cella singola, non più tra uomini ombra, ma in cella con un altro detenuto, in una sezione in cui incontri altri generi di persone, extra-comunitari ed ex drogati, non vi dico il trauma che ho avuto, in questo lungo silenzio sono potuto uscire con due permessi premio, altro trauma, le emozioni si sono moltiplicate al punto che non capivo cosa dovevo fare per primo.

Vi dico solo che dopo 10950 giorni ho potuto passare la festa di Pasqua insieme alla mia famiglia… ancora oggi, dopo che sono uscito per la seconda volta, non riesco a capire cosa mi è successo. Ero sicuro. Mi ero prefissato di morire lentamente, non pensando più alla vita; pensavo solo alla morte… l’unico modo, anche se drastico, per liberarmi della non vita! Per liberarmi da quel marchio denominato “ostatività”.

Poi è successo il Miracolo… e dal desiderio di morte sono passato al desiderio di vita. Nel desiderio di vita non capivo più cosa fare, tant’è che in questa emozione non riuscivo né capivo come trasmetterla anche a tutti voi.

Voi che con i vostri affettuosi scritti eravate e siete linfa della mia sopravvivenza, vi considero come la manna che il buon Dio mandò ai suoi fedeli per sopravvivere nel deserto.

Per queste ragioni vi chiedo scusa e perdono per il mio silenzio.

Alfredo carissimo cosa aggiungere altro!!! Spero che presto possa invitare tutti voi al mio sogno, a una mia mostra con i miei dipinti, ti dico grazie per tutto quello che fai per tutti i detenuti, ancora non ho ricevuto il libro che mi dicevi, ma spero di riceverlo presto.

Con infinito affetto e gratitudine ti abbraccio tanto, tramite te abbraccio tantissimo tutte le persone che ci seguono attraverso il sito.

Un caro saluto

Pino Reitano

Vivere l’ergastolo.. di Antonio Gallea

Certi testi hanno la forza di una intensità straordinaria.

Antonio Gallea, ergastolano, “residente” a Secondigliano. Detenuto da 23 anni.

Quello che leggerete è un estratto di una lettera che Antonio ha scritto alla nostra Monica. 

Dolcezza e amarezza inesorabile scorrono, come in film, dove ancora si cerca, sole vento, dietro i ferri e il cemento.

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Io ho compiuto i 55 anni il 26 aprile e sai cosa ho potuto dire a me stesso? Se sono qui a festeggiare i compleanni (con gli amici a cena abbiamo fatto una festicciola nella mia stanza) non è un male perché significa che sono ancora vivo, a differenza di tanti altri che non ci sono più, io sono ancora qui. Basta questo per trovare ancora la forza e il coraggio per affrontare la vita;in questi posti è la vita stessa che mi sprona a continuare a proseguire nel mio cammino come se fossi in cerca di una certa qualcosa che non so, ma non mi fermerò finché non l’avrò trovata dovessi rivoltare il mondo ai poli… tu vorresti sapere come si vive con l’ergastolo addosso, come posso parlarti di una non vita, devo farti diventare triste? La morte è già dentro di noi poveri disperati, quella che viviamo non è la nostra vita ma la vita di tutti coloro che pesantemente ci schiacciano l’anima e ci impediscono di innalzare i pensieri… Non si può raccontare il movimento dei sentimenti che avviene sotto una lapide di marmo perché ci trovi solo quelli che furono e mai quelli che saranno. Esseri viventi le cui ossa non fanno più ombra, questi siamo noi, pezzi di legno che fanno parte dell’arredamento del carcere. Fossilizzati in quel torno di tempo che non ci appartiene più il pensiero cozza le contraddizioni del presente rivolto soltanto al passato. Questo è la vita di chi è costretto a rimuginare su ciò che era… senza poter sperare in ciò che sarà… alla fine non sa più nemmeno che cos’è… si vive in purgatorio come anime sospese in attesa della chiamata definitiva. Il tempo si dice accomoda tutto, sono passati i tormenti che ho passati una decina di anni fa, adesso accetto con rassegnazione lo scorrere del tempo senza illusione mi godo quel poco che resta della mia vita. Soffro di una malattia che non so definire il nome ma la sento e cioè:

succede immergermi nel pensiero di una passeggiata in riva al mare e avere la sensazione piacevole di sentire l’acqua salire per le caviglie, oppure sentire nelle narici l’odore della brezza marina… come tante altre cose che vivo come se realmente li avessi presente, l’immaginazione è così sviluppata da far sembrare reale qualsiasi pensiero e a volte questo mi spaventa perché quando dovrò affrontare la realtà vera della vita non so chi dei due rimarrà indietro! Cioè la rappresentazione del presente sarà omologa ai desideri costruiti dalla mente? Sarà tutto un enigma che da solo non potrò mai risolvere. Lascio perdere, un giorno scriverò la mia storia. Ed è proprio la storia che va rivista con il senso critico del cambiamento capace di sviluppare un presente proiettato in avanti.

<< Bisogna guardare in faccia il passato e, attraverso la conoscenza innalzarsi sovr’esso idealmente promuovere una nuova azione e nuova vita. Invece di lamentarci e di vergognarci per gli errori che abbiamo commesso, esaminiamo l’accaduto, ne indaghiamo l’origine, ne percorriamo la storia e, con informata coscienza, seguendo l’intima ispirazione disegniamo quel che ci convenga o ci spetti di fare, e ci accingiamo, volentieri ed elacri a farlo. Il movimento fondamentale del mio pensiero è cambiato rispetto a 23 anni fa, come quando un pittore passa da una tendenza all’altra>>.

Monica mia, rigenerarsi questo bisogna fare, in ognuno di noi c’è una parte di bene e una parte di male che estremizzati possono “imbruttire o divinizzare” ma io ti dico che se non conosci il male non conosci neanche il bene, bisogna far coincidere il sorgere del più gran bene con la liberazione del più gran male. Questo è il mio pensiero. Ma a che serve? A niente, è soltanto una verità accettabile ovunque essa sia vissuta. “la cosa peggiore che si possa augurare a un uomo è il non essere in pace con se stesso.

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