Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Con occhi da bambino… introduzione di Natalino Piras al libro “Cent’anni di memoria” di Mario Trudu

Memorias

Pubblico oggi l’introduzione che Natalino Piras ha scritto per l’ultimo libro di Mario Trudu -vero e proprio ergastolano ostativo storico (in carcere fin dal 1979- detenuto a Spoleto.

“Questo libro racconta con occhi da bambino – raccontare con gli occhi definisce lo stile di narrazione – l’infanzia contadina e pastorale di Mario Trudu, negli anni cinquanta del Novecento, ad Arzana, in Ogliastra, Sardegna orientale. Gli occhi da bambino sono quelli di un ergastolano, fine pena mai, capaci di immettere il remoto dentro una più vasta latitudine. Tale l’effetto che questa narrazione suscita nel lettore.

Il racconto procede per intersechi, per flashback, per catalogazioni di tempi, luoghi, spazi. Il paese dell’infanzia diventa così il proprio mondo, dove altri si riconoscono. Sono stato anch’io bambino, coevo di Mario Trudu. Come lui ho conosciuto la neve del ’56, anch’io ho visto “le persone anziane col sedere per terra”, ho partecipato anch’io alla costruzione di case e fortezze di ghiaccio. Come questo narratore anch’io so cosa significa l’incanto delle stagioni, il rosseggiare de sa mela de lidone, le bacche del corbezzolo, in autunno. Parlo sardo-italiano come Trudu pure se la variante arzanese dà più sul campidanese del mio bittese-logudorese. Come il bambino che è stato condivido a leit motiv della narrazione la memoria della prima guerra mondiale raccontata da (…) vecchi che furono giovani nelle trincee del Carso, nell’insensata strage, nei macelli. Thiu Pepe ‘Onanu di Arzana così come lo racconta Mario Trudu lo rivedo e lo risento come tziu Kirku di Bitti, la sua casa attaccata alla mia, nel vicinato di Buntanedda. Anche tziu Kirku era espressione della civiltà rustica, quella che Michelangelo Pira definisce, in Sardegna tra due lingue (1968), “cuncordia villica”: il villaggio come centro del proprio universo, ciascuna famiglia una “nassone”, una nazione. Le persone e i loro nomi- soprannomi, altro tema ricorrente nel narrare di Trudu, come successione di tutte le stirpi. Thiu e thia, nonna e nonno non sono appellativi generici. Allargano la composizione familiare del singolo raccontatore a tanti altri io narranti che riconoscono nella memoria dell’infanzia il proprio romanzo di formazione. Con thiu Pepe ‘Onanu tornano alla memoria del narratore altri nomi, altre ombre che ispessiscono: babbo e mamma, i fratelli, le sorelle, nonna Raffaela donna di ferro – a tratti sembra sa tia de filare di Montanaru – thiu Laisceddu, thiu Antiocu, il fantasma del bandito Stochino. E ancora e sempre il vicinato, i giochi, intessuti nel racconto ancor prima della catalogazione in appendice. Giochi e giocattoli di legno, di ferula. Pietre, pezzi di ferro. Giochi di abilità manuale, di vigoria fisica, di balentìa, paradisi per le bambine tracciati per terra. Anche tziu Kirku Panedda raccontava: nel mentre che fabbricava cavalli di ferula, intagliava bullinos e spade di legno per giochi guerreschi, le battaglie tra singoli e vicinati, oppure a bannitu-sordatu, banditi-carabinieri. Anch’io, anche noi eravamo così a Untana Pecus, Fontana delle pecore.
Quante infanzie contadine e pastorali in questo libro, quanta capacità di narrazione della storia dei poveri e dei dimenticati. Gli occhi da bambino di Mario Trudu scandagliano il cuore di tenebra dei paesi della montagna sarda, il centro abitato e la campagna come estensione delle nassones, anche i muri e i confini, lakanas, che stabilivano il proprio centro gravitazionale, l’universitas, l’appartenenza a quel mondo come paese portatile: uno lo tiene dentro per tutta la vita, per sempre.
Trudu ha una maniera tutta sua di raccontare, costruisce una grammatica tutta sua, lessico pregnante, lui che da bambino-adolescente non gli piaceva la scuola, “la fatica della scuola”, e insieme a coetanei e diversi compagni d’avventure, quanti Tom Sawyer, andava a rubare nelle vigne e negli orti, a devastare quanto non si poteva portare via. Disatinus, monellerie, canagliate, braverie interrotte dall’arrivo del padrone del campo e dell’orto. Non sempre funzionava il pedes meos sarvatemi, piedi miei salvatemi: la velocità nel darsi alla fuga.
Il racconto di Trudu procede con alternanza di minuscolo/maiuscolo, come naturalezza di scrittura, quella che apprende dalla civiltà del vicinato, dalla fontana, dalle varie case abitate: la botola, la balaustra, l’argilla rossa, i magazzini. Tornano come in sogno dentro le mura della prigione. Fanno ritornare Trudu il figlio premuroso che fu da bambino. E l’uomo maturo riflettente la sua condizione, le invocazioni a Dio, “se è vero che esisti”, sulla fregatura della vita. La memoria della solidarietà dei vicini e del vicinato dell’infanzia moralizza la durezza del tempo presente. Tornando alla scuola allora mal sopportata, il narratore avverte i ragazzi d’oggi, se fosse possibile che i ragazzi d’oggi sentano, a non seguire il suo esempio.
Poi il tempo del racconto si rifà bambino. Ricompaiono i personaggi, le situazioni, la prima volta della birra datagli da thiu Pepe ‘Onanu, le bollicine che bruciano il naso, l’arto artificiale di thiu Pepe indelebile segno lasciatogli dalla guerra. Sempre la guerra, la sua immanenza. Thiu Pepe o della guerra costituisce una pagina intensa per questa narrazione con occhi da bambino, visionaria, folle: i malati che in trincea si saziano del brodo della carne di mulo e per poco non muoiono di diarrea, la carne invece la mangiano i “sani”, carne che in altre occasioni avrebbero rifiutato anche i cani. Il racconto di thiu Pepe è popolato di cimiteri di guerra, nella neve, carne fresca degli uomini, fatta a spezzatino, sparsa per terra e sugli alberi. A un certo punto del racconto thiu Pepe dice che “stanotte qualcuno mi toccava le spalle”, chi sa quale commilitone oppure un nemico, chi sa se corpo presente o anima assente. “Per questo qualcuno stanotte mi toccava la spalla mormorando di pregare per l’Europa, mentre la Nuova Armada si presentava alla costa di Francia”. Sintomatico come il racconto di guerra di thiu Pepe coincida, in quel sentirsi toccare le spalle, con la visione che Vittorio Sereni, immenso poeta, prigioniero in Algeria, ha dello sbarco in Normandia, il giorno più lungo, il 6 giugno 1944. È la nitidezza della memoria bambina del narratore che stabilisce questi termini di paragone, i suoi “mostri vaghi”, fantasmi che si affollano nella mente nel passaggio all’età adulta, come serventi la funzionalità del racconto. Entrano altri narratori. Thiu Luisu Ferreli ricorda al bambino Trudu la guerra di Antonio, il gigante buono, ingenuo, per noi lettori/ascoltatori compartecipi, come il soldato Piero della canzone di De Andrè, come lui destinato al redibis non, non tornare vivo dagli assurdi campi di battaglia.
Stasimi del tempo di pace, nel racconto della guerra, sono altre visioni, “la bestia dentro”, violente scosse di una decina di minuti, cui è soggetto il nonno paterno di Mario Trudu, Antonio Angelo, incornato da ragazzo da un bue che stava aggiogando. Fa venire in mente Jeo no ‘ippo torero, Io non ero torero, magnifico canto di Antoninu Mura Ena che racconta di un ragazzo contadino, pitzinnu minore, “pungitore di buoi”, incornato da un bue, “all’entrata dell’orto”, nella montagna di Lula, sempre nel nostro cuore di tenebra. Nella visionarietà dell’agonia il ragazzo incornato dal bue vede comparirgli davanti un vero torero, come l’Ignacio Sanchez di Garcia Lorca, che lo porterà, tenendolo per mano, “a los toros celestes”.
Altri stasimi del racconto sono le paure della puntura contro il vaiolo, le abbiamo provate tutti, altre visioni. Come in sogno: in segreto sui monti, storie di balentie e banditi, racconti nel racconto, il misterioso amico latitante, doveva avere 70/80 anni, “solo uno condizionato dalla miseria in cui era nato” che a Trudu bambino tesse storie di vita vissuta con senso inconscio da realismo magico, nell’ovile di thiu Antiocu al tempo di Natale. L’uomo è una brutta bestia, sostiene il misterioso amico latitante, come morale del racconto dei due fratelli assassini assassinati, e di quell’altro dove si parla di ladri di maiali senza senso dell’etica che anche gli abigei avevano, dovevano avere, codice non scritto.
Poi torna, come circolarità del racconto, senso della poetica, il racconto di guerra di thiu Pepu ‘Onanu, il coraggio dei sardi e dei friulani, i nemici erano anche loro come noi carichi di miseria, di povertà estrema. “I racconti di thiu Pepe sono stati tanti. E tutti facevano tremare il cuore di quel bambino che ero io”. Sognatore nonostante tutto, capace di mettere a paragone il Maccu Picchu con is fortes per fare arrivare l’acqua negli orti costruiti da thiu Luisu Laisceddu nella campagna arzanese.
Colomberis, i buchi nei muri, dietro le porte, come neri occhi di janas. Tempu paldutu diceva Don Baignu Pes, poeta eccelso nella mite Gallura del Settecento-Ottocento. Tempo perduto e tempo ritrovato nella circolarità della memoria. Il bambino Trudu ricorda Milianu bambino, io narrante di Sos sinnos, romanzo scritto in bittese da Michelangelo Pira, pubblicato postumo. Il racconto di Trudu è rivelatore di umanità come humanitas, come di chi sa cosa è l’uomo, nel bene e nel male. Tutto il male viene abolito dalla memoria dell’infanzia che nel tempo dell’uomo è il tempo bambino.
Tornerà il tempo delle arnie di sughero, il tempo del miele. Meglio, sostiene Mario Trudu, che ci siano degli alberi rigogliosi invece che palazzi in cemento armato.

Natalino Piras

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4 bis O.P. / ergastolo… di Tommaso Amato

Il carcere, luogo di esclusione e di segregazione… di Tommaso Amato

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Il nostro Tommaso Amato- detenuto a Spoleto- dopo tanto tempo, ritorna a farsi sentire che due sue righe di riflessione..  come sempre, molto lucide e reali.

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Non è esagerato parlare di segregazione, perché lo Stato italiano prevede per una parte della sua popolazione l’eliminazione assoluta e definitiva dalla società, condannandola all’ergastolo ostativo, che, tradotto nei fatti, significa preclusione da ogni possibilità di speranza e di riscatto. Detta in modo molto semplice, significa che con questo tipo di condanna all’ergastolo si muore in carcere.

Alla faccia della certezza della pena!

Proprio per questi motivi l’Europa spinge affinché l’Italia ponga fine a questa situazione.

Questo istituto normativo, che prevede tale scempio, nato molti anni fa, non ha subito l’evoluzione del tempo. E’ un assoluto che sembra essere nato già perfetto, e quindi valido all’infinito. Un atto dell’uomo, figlio della demagogia umana che stride fortemente con i principi della civiltà e dell’articolo 27 della Costituzione italiana, ma che, purtroppo, produce molto in termini di popolarità, ed è pertanto intoccabile.

Spoleo 20.12.2015

Il condannato a vita Tommaso Amato

Buone feste a tutti

Lettera di Piero Pavone

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Pubblico oggi alcuni estratti di una lettera del nostro Piero Pavone -detenuto a Spoleto- che mi è recentemente giunta.

Molto intenso è soprattutto il riferimento alle emozioni provate nelle ore di permesso .. permesso ricevuto per andare a trovare il padre malato.

Senti sempre un sommovimento dentro quando leggi di questi momenti di “contatto con la vita” che provano coloro che… nel corso della lunga detenzione, hanno, di tanto in tanto, momenti di “fuori le mura”.. e rifletti su come avrebbe molto senso che questi momenti fossero di più, per dare al detenuto ossigeno, emozioni, speranza. 

Credo che pochissime persone all’esterno possono capire quanto è preziosa qualche ora “fuori”, qualche ora sotto il sole, qualche ora con amici, amiche, parenti, figli… credo che pochi possano capire che valore hanno queste ore per un detenuto, che emozioni indescrivibili esse scatenano.

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(…)

Ho esordito dicendoti che sto rispondendoti in ritardo e questo è dovuto al fatto che sono stato giù per il permesso di necessità accordatomi dal Tribunale di Sorveglianza di Perugia per andar a casa, e fare visita al mio caro papà che versa in gravi condizioni di salute.

Io, come saprai, abito a Reggio e nel viaggio di andata, nel mentre, ho saputo che mi avrebbero appoggiato al carcere di Palmi invece di quello di Reggio che è molto vicino alla mia abitazione. Quando ho saputo ciò ne sono stato molto felice perché ho pensato di trascorrere amorevolmente delle giornate con mio fratello Nino, detenuto lì a Palmi.

Non avevo calcolato, però, la cattiveria delle persone. Ho tutte le ragioni per pensarla così. Mi spiego! Praticamente lunedì 26 ottobre scorso,alle 12:30 circa sono arrivato a Palmi, quindi convinto che avrei trovato mio fratello. Ma non è stato così, poiché alle 14:00 dello stesso giorno è stato trasferito a Reggio in quanto sabato 31 ottobre aveva la sentenza (è andata malissimo, 8 anni e 8 mesi, assurdo).

Non è finita qui, perché io la mattina del 7 novembre scorso, quindi sabato scorso, vengo tradotto alla volta di Spoleto e, nella stessa mattinata, mio fratello viene trasferito da Reggio a Palmi.

Credo che pensare male su questa vicenda è legittimo da parte mia. 

(…)

Circa l’andata a casa.. anche se è stato per un evento spiacevole (lo star male di mio papà) ho avuto molta gioia in quanto ho trascorso le due ore di permesso insieme ai miei genitori, a mio fratello Peppe, e a mia sorella Angela. Poco prima che andassi via, quasi alla scadenza delle due ore, hanno fatto entrare i miei nipoti per un brevissimo saluto.

All’uscita di casa, così come è accaduto la volta scorsa, c’erano ad aspettarmi, per un effimero saluto, delle amiche, amici, nonché paesani. L’emozione è stata così grande da essere inestimabile. Ho avuto veramente la gioia nel cuore per l’affetto che molte persone mi hanno dimostrato. A parte questo, l’avere contatto con la vita reale mi ha fatto apprezzare ancor di più la libertà e la vita stessa che, malgrado questa abbia tante insidie, ne vale veramente la pena di viverla.

(…)

Inno alla vita… di Nino Pavone

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Pubblico oggi un’altra poesia di Nino Pavone, il fratello di Piero Pavone, detenuto a Spoleto, uno degli amici storici del Blog.

Nino è detenuto a Palmi ed è una persona di grandissima sensibilità.

Questa poesia è un vero canto di bellezza e speranza. 

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INNO ALLA VITA

La vita…

non è una rosa senza spine

non è un film senza fine

non è una scommessa con la sorte

e non te la giochi a carte.

Non è sempre lacrima… né sorriso

non è sempre pioggia sul tuo viso.

Non va di corsa come un treno

non è sempre un ciel sereno

non ti chiede mai più di tanto

e non ti consola se sei stanco.

Ma a volte ti coccola e ti abbraccia,

Della fortuna non ti apre una breccia,

ma a volte te ne regala una goccia!

La vita…

va presa di mattina

con la freschezza della brina

va trattata come un fiore

con la dolcezza dell’amore

con l’innocenza di un bambino

accettando il proprio destino

con il cuore tra le mani

con la speranza di un domani

vivila al meglio…. sempre di più

perché la vita… sei tu!

Nino Pavone

Palmi 11 novembre 2015

Grazie professor Giorgio Flamini… dai detenuti di Spoleto

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Il nostro Piero Pavone, detenuto a Spoleto, ci ha inviato una bellissima lettera, letta in occasione dello spettacolo teatrale che i detenuti di Spoleto hanno messo in scena.. in un contesto esterno al carcere

La lettera ringrazia tanti soggetti; ma un ringraziamento speciale è quello che è andato al professore Giorgio Flamini.

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Anche a noi fa molto piacere ringraziare il direttore Luca Sardella, il Comandante Marco Piersigilli, la polizia penitenziaria, il Magistrato di Sorveglianza, l’area educativa, il dirigente scolastico, prof. Roberta Classi, le dame, le ballerine… nondimeno ci scusiamo se ci è sfuggito qualcuno, ma di cuore vogliamo ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a realizzare questo sogno.

Un particolare e sentitissimo ringraziamento lo vogliamo fare al nostro grande, inimitabile, estroso e fantasioso professor Giorgio Flamini. 

Professore, il tuo estro, il pensare in grande.. ci ha fatto volare alto. Quest’anno, come come lo scorso anno, ci hai dato la possibilità per diverse sere di vedere il tramonto, il cielo stellato, la luna piena… solitamente questa atmosfera ispira molti poeti e scrittori, ma in queste sere ci siamo sentiti tutti un po’ poeti e scrittori, ma soprattutto sognatori, perché, per molti di noi vedere lo spettacolo notturno che la natura ci offre era una utopia, ma, come sappiamo, chi crede alle utopie vola in alto.

Tu ci hai creduto e hai fatto sì che per delle ore fossimo dei gioiosi fanciullini, quei fanciullini che Giovanni Pascoli cita nella sua poetica. Dirti grazie è un eufemismo, quindi cogli tutto l’affetto che sappiamo darti, ovviamente ognuno a modo suo.

Concludendo, ti vogliamo ringraziare sentitamente per il tempo extra scolastico che dedichi a noi. Il che vuol dire sottrarre tempo alla tua meravigliosa moglie e ai tuoi splendidi figli e grazie di cuore per avere creduto e per credere in noi, il che ci dà tanta forza e speranza.

Ti vogliamo tanto bene professore.

I ragazzacci di Maiano

La Commissione… di Piero Pavone

Siolo

Il nostro Piero Pavone -detenuto a Spoleto- ha da poco fatto gli esami scritti per la maturità, e presto affronterà gli orali.

Questa è una poesia che ha dedicato alla commissione esaminatrice.. ed è anche un bellissimo modo per dire “eccomi, sono qui, sono arrivato fin qui..”.

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LA COMMISSIONE

La commissione giudicante

per una volta non aberrante.

Mi giudica per quel che è il mio sapere

e non per quel che fu il mio deviare.

I libri miei compagni di viaggio

e anche se sono diventato un saggio

hanno arricchito il mio personaggio.

Le loro pagine mi hanno incuriosito

a tal punto da essere stupito.

Io che credevo di sapere tanto

mi sono ricreduto al primo canto.

Dante era il nome di un mio commilitone

non credevo fosse pure quello del girone.

I suoi versi un po’ complicati

che dopo averli capiti

ho viaggiato con lui per itinerari sperduti.

L’arte è stata dalla mia parte

io pittore improvvisato

ai primi tempi incasinato.

Lo studio e l’esperienza mi hanno migliorato

e da Leonardo-Michelangelo e Raffaello sono stato ammaliato.

Loro maestri di tanti

hanno scolpito e dipinto anche i santi.

Inimitabili per molti versi

ma è doveroso ispirarsi.

Oggi sono davanti a voi con il mio sapere,

spero vi possa soddisfare.

Ho fatto del mio meglio

anche con questo mio piglio.

Un grazie lo devo fare

a chi ha creduto in me e al mio sapere.

Pino Pavone

Spoleto 29 aprile 2015

Opere di Tito Tammaro

Oggi pubblico le riproduzioni di due opere di Tito Tammaro, detenuto a San Gimignano.

La prima è una riproduzione di Totò. Si tratta di un olio su cartoncino telato che Tito ha presentato a una mostra tenutasi nel Museo Nazionale del Ducato di Spoleto. L’opera è stata esposta, insieme ad altri suoi nove dipinti, per tre giorni. Tito avrebbe desiderato tanto potere essere presente alla mostra; ma questa possibilità non gli è stata concessa.

La seconda riproduzione raffigura un’opera che Tito ha realizzato nel 2012. Si tratta di un olio su tela 50 x 60. La ragazza raffigurata è una nipote di Tito.

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Opere di Piero Pavone

Pubblico oggi alcune foto di Piero Pavone, detenuto a Spoleto, alle prese con una sua bellissima opera.. una riproduzione della famosissima scena di San Giorgio che combatte il drago.

Nella prima foto, invece, c’è Piero Pavone da solo. E’ molto bella, perché trasmette l’idea di un “saluto” per chi la vede.

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Agli amici della rete… di Luigi Della Volpe

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Qualche settimana fa ho pubblicato la lettera che ci è giunta da un nostro nuovo amico, Luigi della Volpe, detenuto a Spoleto (vai al link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/11/07/lettera-di-una-vita-ingiusta-con-tanti-sensi-di-colpa-di-luigi-della-volpe/).

In quella lettera Luigi invitava chiunque si trovasse a leggere, ma soprattutto le persone molto giovani, a non essere mai tentati dalla via della illegalità e da percorsi senza via d’uscita.

Dopo i commenti che gli sono giunti, Luigi ha voluto inviare una lettera agli amici del Blog; che oggi pubblico.

Luigi apprezza molto la possibilità di potersi confrontare con le persone, di potere corrispondere con loro. Se voleste scrivergli, l’indirizzo a cui scrivere il  è:

Luigi Della Volpe

Via Maiano n. 10

06049 Spoleto (Perugia).

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Amici  miei della rete

Grazie degli auguri, dell’incoraggiamento. Grazie della cura che ci avete messo a scriverli. Grazie per averlo cercato, per averlo pensato. Grazie del tempo che mi avete dedicato. Avere cura è dare tempo. E non il tempo dell’orologio. Il tempo proprio, interiore. Fatto di pensieri. Dentro di noi il tempo è segnato da un orologio senza lancette. Scorre, passa con i moti dell’animo, con i sentimenti. Personalmente, sono stato privato del tempo della cura. Mi hanno sbattuto di qua e di là. Non mi hanno mai fatto apprendere il perché e il come delle cose. Non mi hanno mai fatto capir come si fa ad uscire dalle difficoltà economiche ed effettive. Non mi hanno permesso di vivere con la mia mente, con i miei pensieri. Sono andato avanti a spintoni. Mi hanno… ma forse semplicemente non sono stato in grado di capire e fare, perché ho sentito l’Amministrazione, lo Stato, le leggi come contro, come nemiche. Le ho sempre conosciute aggirandole, mai affrontandole, mai servendomene, ma sempre facendo in modo che altri si servissero delle leggi vigenti appoggiandosi su di me che le aggiravo. Sono cresciuto su queste terre violente, “la terra dei fuochi”. Anche i sentimenti  miei sono stati violenti. A volte alzo gli occhi, guardo il viso di chi come me è stato lasciato solo in una terra che ci lascia soli. Amici miei, purtroppo mi sento coperto dalle mie terre. E’ la mia pelle. Dovrò scrollarmela di dosso, come fanno i cani quando sono fuori dal mare. Dovrò lasciarla cadere tutt’intorno, perché raccogliendo semi e dare frutti e fiori, senza seppellirmi, scollarmela di dosso, perché sotto quella terra che ho addosso posso venire fuori come un fiore. 

Amici miei, se potete cercare di uscire dall’oscurità, perché il buio è una cosa indescrivibile, terribile. Camus diceva: “La colpa è del sole: acceca, va alla testa, stordisce”. Non so se sia il sole; la luce è responsabile ma colpevole di verità; bella e spaventosa.

Oggi le cose in cui credo di più sono completamente diverse da quelle precedenti. Se prima, fino a qualche anno fa credevo ancora nella fratellanza, nel rispetto e nei principi. Ora il concetto di credere è diverso. Sicuramente credo ancora nella fratellanza, nel rispetto e nei principi, ma in modo diverso. Oggi per me la fratellanza è di non arrecare danni all’altro; il rispetto è di rispettare tutti e non solo quello di rispettare alcuni, perché rispettare il potente di turno e non rispettare il disabile, il gay, l’extracomunitario, il povero, l’operaio che si incontra alla mattina mentre si reca al lavoro? Può sembrare un paradosso per un detenuto, ma perché non rispettare le guardie che di mattina, di giorno e di notte, mi assistono in tutto? Perché non rispettare le leggi che sono un bene per tutti? Dopo tanti anni ho capito che i principi esistono dove abbonda l’umiltà e visto che nell’ambiente carcerario neanche sappiamo cos’è l’umiltà, pertanto, i principi sono preferibili neanche menzionarli.

Ora vi saluto e vi auguro tutto ciò che i vostri cuori desiderano e vi ricordo che chiunque vuole scrivermi sono fiero di rispondere. Vorrei tanto farlo attraverso la rete, ma non ho possibilità di accesso. Vi abbraccio e cercate di essermi vicino in questo momento, perché sono impegnato con due esami difficili.

Carcere di Spoleto

Luigi Della Volpe

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