Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per la categoria “Messaggi nella bottiglia”

Un ex detenuto e un ergastolano si scrivono

Pubblico oggi questo bellissimo scambio epistolare tra il nostro Carmelo e un’e detenuta. Sono parole che dovrebbero essere lette con molta attenzione e da tante persone.

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Avevo già capito che i posti per il paradiso erano pochi, mentre l’inferno era aperto a tutti. E fin da piccolo giurai a me stesso che nella vita avrei lottato con tutte le mie forze per salire in paradiso. Ancora, però, non sapevo che sarei sceso solo all’inferno.   Dal libro di Carmelo Musumeci “Angelo SenzaDio” disponibile su Amazon

Ciao Carmelo,
stasera è una di quelle serate in cui il cervello vola verso altri orizzonti che sono sempre lontani dall’immaginario comune. A volte mi sembra di vivere due vite, una in cui mi sembra di essere come tutti gli altri, e l’altra in cui mi sembra di essere perennemente in uno stato di prigionia. Le due vite non si incontrano mai, perché ancora, dopo tanti anni che sono uscita dal carcere, non sono riuscita mai a spiegare alle persone care che cosa significhi essere privati della libertà. Allora mi sembra una doppia prigionia, quella fisica e quella mentale, perché sono convita che detenuti si rimanga tutta la vita e, nonostante tu faccia di tutto per cancellare quel brutto ricordo, succederà una bella notte che sognerai la guardia che ti sveglia con la torcia, oppure sentirai il rumore delle chiave che ti ronza nella mente. Quando aprirai gli occhi penserai: “meno male che è solo un sogno!”. Ma, in realtà, non è così perché in Italia in galera ci finisci sempre due volte: la prima da presunto innocente e la seconda da condannato. Poco importa se nel mezzo una persona si ricostruisce una vita, perché la legge è questa e non ci sono altre vie d’uscita.
Rieducazione, reinserimento e altro ancora diventano un lontano miraggio perché, come in tutte le cose che contraddistinguono il nostro modo di essere, nessuno è realmente interessato alla sofferenza altrui. Se dovessi raccontarti la mia vita in una sola parola potrei usare il termine “diversa”, perché è così che mi sento ora che ho quasi trent’anni. Ed è stato così anche da bambina quando, invece di giocare con le amichette, mi piaceva aiutare gli altri. Così sono cresciuta, senza malizia e nella convinzione che se fai del bene ottieni lo stesso. Ma nulla è stato come pensavo. Dopo quello che ho vissuto, ho perso fiducia negli esseri umani, ma soprattutto ho capito che esiste una certa tendenza a “godere delle sofferenza altrui” che mi spaventa tremendamente.

     Ti scrivo questo perché ti penso molto spesso, penso molto spesso alle parole che ci siamo dette nel corso di quel pomeriggio passato insieme. Mi rendo conto di come siano complesse le relazioni umane e di come basti davvero un piccolo gesto per cambiare una vita; nel tuo caso possiamo dire per sempre (…ma anche nel mio). Credimi, se fosse per me potrei riempire le mie giornate di seminari sul carcere, sull’ergastolo o su qualsiasi argomento che parli di “umanità”, ma mi sto rendendo sempre più conto che nelle persone c’è solo una terribile voglia di trovare “il cattivo” e poca voglia di capire il perché di molte cose. Vivo questa frustrazione quotidianamente e la cosa che mi fa più male è vedere alcune mie colleghe (che studiano servizio sociale!) che mi dicono di stare dalla parte delle vittime e non dei carnefici. Ti rendi conto del livello in cui siamo arrivati? Dopo anni di istruzione ci sono persone che ancora non sono in grado di sviscerare le situazioni, ma si sentono in diritto di poter giudicare e condannare. Sono sempre più convinta che, se raccontassi a qualcuna di queste future assistenti sociali qualcosa del mio passato cambierebbero subito idea di me.
Ma io mi chiedo: è mai possibile che uno debba vivere in eterno con questa stima? Ma come si fa a sentirsi liberi davvero quando le persone ti ricorderanno per quello che tu hai fatto 10 anni fa e non per quello che fai oggi?

     Ti ammiro Carmelo perché ci sono delle volte che vorrei solo piangere, ci sono delle volte che non ho più voglia di lottare e di spiegare le mie ragioni. Come fai? Come hai fatto a trovare dentro di te tutta questa forza e tutta questa pazienza di amare il prossimo? Forse sono domande banali, ma meritano una risposta che sia ripetuta quotidianamente.
Mio papà, quando ero piccola, mi diceva sempre: tu devi lottare per essere libera, per poter essere quello che desideri e per poter fare quello che ti piace. Ma la libertà si paga sempre a caro prezzo; a volte per guadagnartela la devi perdere del tutto!
Non so l’inferno che hai passato, l’ho letto dai tuoi libri, ho cercato di capirlo fino in fondo, ma solo tu puoi essere testimone della tua sofferenza. Quello che posso dirti però è che questo incontro mi ha cambiato la vita. Non sapevo nemmeno che cosa fosse l’ergastolo finché un giorno non ho letto della presentazione del libro tuo e di Pugiotto a Firenze, e da lì è iniziato il mio viaggio. Ti ringrazio di tutto, di ogni singola parola che ci siamo scambiati, della tua dolcezza nel raccontare le cose, della tua accoglienza, della tua voglia di donarmi in po’ di te stesso, del tuo interesse verso tutti noi studenti e di tante altre cose che porto nel mio cuore. E se penso che ti “abbiamo” (perché questa è una colpa che tutti abbiamo a livello societario) tolto tutti questi anni di vita, mi sento profondamente in colpa e mi sento in dovere di chiederti scusa per non aver fatto molto per cambiare le cose. Perché è giusto che le cose cambino ed è giusto che nessuno muoia in carcere senza la speranza di poter uscire.

      Concludo dicendoti che sei sempre nei miei pensieri, perché se qualcuno mi chiedesse oggi cosa significhi essere libero io penserei a te, perché sei un esempio di intelligenza e di libertà interiore.
Ciao Carmelo un abbraccio forte e un sorriso.

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Ciao Anna,
sul treno che prendo al mattino quando esco dal carcere ci sono molti ragazzi che vanno a scuola. Questa mattina alcuni di loro si passavano la palla con le mani e alcuni passeggeri li guardavano male. Io, invece, sorridevo loro e quando la palla per caso è andata a sbattere sul mio posto a sedere, l’ho raccolta e, con timidezza, mi sono messo a giocare con loro. Quando prendo il treno, mi siedo sempre nel posto vicino al finestrino. A differenza degli altri passeggeri che guardano il loro telefonino, io mi metto ad osservare il panorama che sfreccia davanti a me. E mi viene in mente con tristezza quando mi traferivano da un carcere all’altro con le manette ai polsi e vedevo la libertà solo dai fori della parete del blindato.
Ieri notte, un mio compagno che ha continuamente paura del terremoto, ci ha svegliato alle due di notte perché aveva sentito la branda tremare. Io non sentito nessuna scossa e gli ho detto di spegnere la luce e di mettersi a dormire tranquillo perché i carceri, a differenza delle case, li costruiscono solidi e tutti in cemento armato per non fare scappare i prigionieri.

     Non c’è nulla da fare: alla sera, appena passo la porta dell’Assassino dei Sogni, sento l’inconfondibile puzza di ogni prigione in cui sono stato: l’odore di dolore. Al mattino, quando arrivo nella struttura dove lavoro, mi faccio subito una doccia per levarmelo di dosso.
Da poco tempo sono stato qualche giorno in licenza da mio figlio e ho avuto la conferma che in alcuni casi i “cattivi” cambiano, ma i buoni non cambiano mai. Infatti una notte, alle due in punto, la polizia ha suonato il campanello per controllare se ero in casa. Mio figlio è venuto in camera a svegliarmi ed insieme a lui si sono alzati anche i miei due nipotini. Questa visita fuori luogo e fuori orario mi ha ferito perché ho capito che per molti rimarrò sempre l’uomo del reato. Inoltre, mi è dispiaciuto soprattutto per mio figlio perché immagino abbia rivissuto la notte in cui sono venuti ad arrestarmi.
All’indomani, per la prima volta nella mia vita, sono andato a prendere a scuola i miei nipotini e l’ultimo giorno di licenza l’ho trascorso solo con loro. Così mi sono messo da parte nel mio cuore le belle emozioni che ho provato, per i giorni tristi che verranno. Purtroppo sono sicuro che verranno perché il mio fine pena, anche se di giorno uscirò dal carcere, rimarrà sempre il 9.999.

Carmelo Musumeci
Anna (…)

Luglio 2017

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Reclamo di Alessio Attanasio contro il carcere di Sassari

Pubblico oggi questo reclamo che ci è giunsto da Alessio Attanasio, detenuto nel carcere di Sassari.

Alessio Sassi denuncia la Direzione del carcere di Sassari, contestando gravi comportamenti.

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Alla Procura della Repubblica Di Sassari

Il sottoscritto Alessio Attanasio nato il 16-07-1970 a Siracusa, sporge                                                                                    Denuncia-Querela Per i reati di soppressione di corrispondenza, falso, diffamazione e calunnia, contro il direttore della C. Cle di Sassari Patrizia Incolla e contro il secondino addetto all’ufficio censura i quali, all’atto del trattenimento della missiva in arrivo di cui al verbale n. 225/16 del 06-09-16 avente per mittente Antonio (Nino) Micalizio, avevano a scrivere che questi voleva << indicare al detenuto quale sia l’attuale strategia del sodalizio mafioso, cui entrambi risultano appartenere›› (vedi ord. MDS di Sassari n. 2016/5396 SIUS del 13-09-2016). Tuttavia, da quale atto risulti tale asseverazione non è dato di sapere posto che, al contrario, Antonio Micalizio ( SR 16-09-1968) risulta essere un intellettuale, uno scrittore, un onesto cittadino assolutamente incensurato, lontano anni luce dalle vicende criminose in cui è stato coinvolto suo malgrado l’Attanasio. La vicenda trae spunto da una missiva scritta dal Micalizio allo scrivente con la quale coautore del libro “La perturbanza”, http://www.lulu.com, ovverosia perché << strada facendo ho avuto paura di affiancare il mio nome al tuo (per ovvi motivi, giacché io a Siracusa ci vivo e non è detto che qui tu abbia soltanto amici)›› ( ibidem ). Che la vicenda sia stata strumentalizzata dal direttore dell’istituto e dal secondino addetto alla censura è stato accertato dal1°uff1cio di sorveglianza di Sassari con l’ordinanza più volte richiamata secondo cui << è ragionevolmente comprensibile lo scrupolo del mittente in ordine all’opportunità di non apporre anche il nome dell’Attanasio nel libro». Una volta, pertanto, che è stato accertato in sede giurisdizionale che la missiva è stata trattenuta pretestuosamente affermando il falso, con accuse nei confronti del Micalizio risultate palesemente infondate e calunniose, una volta accertato ciò (visto che l’ordinanza non è stata nemmeno impugnata dalla direzione ed è pertanto passata in giudicato) non si può che procedere contro i responsabili non solo per i reati di cui agli artt. 368, 479, e 595 c.p., ma anche per il reato di cui all’art. 616 c.p. dal momento che secondo la giurisprudenza di legittimità << si ha soppressione [di corrispondenza] anche se il destinatario è privato della corrispondenza per un tempo indefinito» (Cass.  12-03-51, lorio, c.p. 51,11, 1208). Chiede di essere avvisato ex art. 408, comma 2, c.p.p. in caso di richiesta di archiviazione. Nomina 1°avv. Maria Teresa A. Pintus del foro di Sassari. Sassari 31 ottobre 2016 ln fede Alessio Attanasio

 

Urgentissimo

Al Tribunale TDS di Sassari. Al MDS di Sassari. Al MDS di Macerata. A MDS di Reggio Emilia. Al DAP. Al PRAP della Sardegna. Al Garante dei Detenuti. All’Università di Sassari.

Oggetto: Richiesta consegna testo universitario con copertina rigida acquistato in istituto.

Il sottoscritto Alessio Attanasio nato a Siracusa il 16-07-1970, attualmente ristretto C/o la c.cle di Sassari e regolarmente iscritto al corso di laurea in scienze dei servizi giuridici presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università degli studi di Sassari (matr. 50012404); Premesso l’esistenza delle seguenti ordinanze passate in giudicato:

1) TDS Sassari 01-10-2015, n. SIUS 2015/1084 (agevolare il percorso universitario); 2) TDS Sassari, 07-04-2016, n. SIUS 2016/99 (agevolare – non ostacolare ~ gli studi); 3) MDS Sassari, 21-11-2015, n. SIUS 2015/5042 (volume con copertina rigida); 4) MDS Reggio Emilia, 13-05-2011, n. 2011/3856 recl. (libri con copertina rigida); 5) MDS Macerata, 24-09-2015. n. SIUS 2014/3210 (libri con copertina rigida);

Chiede

L’immediata consegna del volume con copertina rigida “Manuale di diritto penale” di G. Marinucci e Dolcini, Giufrè 2015, acquistato in istituto per il tramite dell’impresa di mantenimento, indispensabile per la preparazione dell’esame relativo alla materia di “Istituzioni di diritto e procedura penale” (volume indicato nella guida dello studente – Dipartimento di giurisprudenza A.A. 2016/2017).

In Fede Attanasio Alessio

Oristano 7 dicembre 2016

Ergastolo ostativo… di Salvatore Pulvirenti

Il nostro Salvatore Pulvirenti, detenuto nel carcere di Oristano, ci invia alcune sue riflessioni su un tema cardinale, fin dall’inizio, per questo blog.. l’ergastolo ostativo.

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Prima di iniziare a scrivere questo mio scritto, voglio descrivere a persone che vivono fuori da questo contesto, che cosa sia l’ergastolo ostativo.

L’ergastolo ostativo è quella pena che non ha un fine, cioè, non potrai uscire dal carcere e non puoi accedere ai benefici. Dovrai passare tutta la tua esistenza in un istituto di pena, invecchierai e morirai, non conoscerai niente di tutto quello che concorre fuori. Vivi una vita che secondo un mio giudizio non ha senso di viverla, perché tutto quello che farà l’ergastolano ostativo in un istituto di pena, giova solo a se stesso, ad altri non gliene può fregar di meno, perché non ti conoscono. Figli, nipoti e parenti più stretti non sanno chi sei, e se lo sanno, per loro sei diventato come un estraneo.

Trascorsi parecchi anni, dentro un istituto di pena, non puoi relazionarti con la realtà di fuori, e nello stesso tempo sei escluso totalmente dalla società, se sei fortunato e uscirai dal carcere che è molto difficile, impiegherai moltissimi anni ad inseriti nella nuova società. Ultimamente si è parlato tanto di questa ignobile pena che è stata equiparata alla pena di morte, nonostante i tantissimi appelli, anche dal Santo Padre, per abolire questo indegno mostro che ci divora, ogni giorno che passa, non si capisce quale sia la ragione e lo scopo per tener in vita questa pena anacronistica.

Ho sentito parlare tantissime persone delle istituzioni, e hanno confermato che la pena dell’ergastolo in Italia deve essere abolito, ma quando poi si arriva al dunque queste persone fanno un passo indietro, e non si capisce quale sia il motivo.

L’essere umano nell’arco di tutta la sua esistenza ha dei cambiamenti sia fisici e mentali, questo è stato approvato scientificamente dalla scienza. Se non si vuole abolire l’ergastolo, perché non si cerca un’altra alternativa? Nel senso, se una persona deve rimanere tutta la sua vita in carcere, perché non inserirlo nella società tramite benefici penitenziari, in modo che lo stesso si possa fare una vita, anche se poi resta legato a quell’orribile pena. Tenere un ergastolano tutta la vita in carcere a che cosa giova? Lo stato ci tiene in vita, spreca tantissimi soldi, sì perché un detenuto costa allo stato più di cento euro al giorno. Sarebbe giusto investire questi soldi per altri motivi o per scopi umanitari.

Quello che scrivo potrebbe essere sbagliato, ma se si facesse un po’ di riflessione sull’ergastolo ostativo, qualcuno potrebbe cambiare anche modo di pensare.

Oristano febbraio 2017. Salvatore Pulvirenti.

Le segrete medievali… di Federico Chessa

Federico Chessa, detenuto attualmente ad Oristano, racconta la sua esperienza nella sezione 41bis del carcere di Sassari.

Un testo che è praticamente un dovere leggere.

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Le segrete medievali

Scrivo per non dimenticare questo sfregio all’umanità, che ho subito nel regime di tortura del 4l bis nei sotterranei del carcere di Bancali a Sassari.

Mi chiamo Chessa Federico, nato in provincia di Salerno dove attualmente risiedo, mio padre è sardo della provincia di Sassari, mi trovo detenuto dal 2005, dopo pochi mesi dall’arresto fui trasferito a 41 bis, lo sono stato ininterrottamente fino a quattro mesi fa. Gli ultimi 11 mesi del regime di tortura del 41 bis sono stato trasferito nelle segrete “medievali” di Sassari. Il 23 giugno 2015 giorno della mia deportazione da Cuneo a Sassari. Erano giorni che aleggiava una voce nefasta, del possibile trasferimento di massa nella nuova sezione del carcere di Bancali a Sassari. Qualche settimana prima erano stati trasferiti in tre, ma non sapevamo se erano stati portati a Sassari. Nessuno di noi sapeva cosa ci aspettava a Bancali, eravamo fiduciosi che una nuova struttura fosse a norma europea, questo pensiero ci rincuorava, eravamo fiduciosi e allo stesso tempo un pensiero tetro albergava in me; forse dipendeva dai racconti che avevo sentito sull’Asinara, pertanto i trasferimenti in Sardegna li vedevo sotto una luce diversa.

Verso mezzogiorno viene l’agente a informarmi di prepararmi per partire. La cosa che mi lasciò perplesso, fu il modo di come avvenne la comunicazione. La gente aveva una luce sinistra e di compiacimento negli occhi, questo mi inquietò molto. La cosa che mi allarmò ancora di più, fu che aveva ordine che mentre preparavo i miei bagagli, lui facesse la guardia davanti alla cella affinché non parlassi con nessuno. Dopo essere arrivato a Sassari ho capito perché. Mi portarono giù al magazzino dove c’erano altri dieci reclusi. Anche loro dovevano essere deportati in Sardegna a Sassari. Facemmo operazione magazzino, dove presi una bottiglia d’acqua per il viaggio. Ci misero per due in cinque furgoni e ci portarono all’aeroporto militare di Cuneo, dove venimmo imbarcati tutti e dieci su un aereo della Guardia di Finanza. Sull’aereo i GOM della polizia penitenziaria, avevano abbassato i finestrini, un senso claustrofobico mi aveva assalito, avevo chiesto al brigadiere dei GOM di alzare la tendina del finestrino, mi rispose di no senza spiegazione, costatato che era inutile insistere conoscendo la mentalità. Mi rivolsi al capitano della finanza che era il più alto in grado, chiedendogli se potevo alzare la tendina perché stavo male, diede subito l’assenso, ma il brigadiere del GOM si voleva opporre, con autorità, il capitano disse che sull’aereo l’unico responsabile era lui. Alzai la tendina e ringraziai il capitano. Con uno sguardo al brigadiere gli comunicai di avere pena di lui, chi si abbassa a certi soprusi, mi fece venire in mente le SS tedesche, cattiveria gratuita, o forse è meglio citare Hannah Arendt sulla banalità del male. Dopo un paio d’ore siamo arrivati all’aeroporto di Alghero, scesi dall’aereo i dubbi e le ansie che mi avevano accompagnato durante il viaggio sono svaniti, perché respirai l’aria che conoscevo bene, essendo che mio padre è sardo, mi portava in ogni occasione nella sua amata Sardegna. Scendiamo dai furgoni, stanchi e affamati, ci aspetta un cordone che ci fa temere il peggio, comunque l’impressione che ci volevano intimorire. L’impatto fu tremendo perché a parte l’impatto climatico, dall’esterno si vedevano i palazzi all’interno del carcere, a noi toccò il piano zero, una sezione situata sottoterra, senza finestre, pertanto senza aria e né luce naturale, pensai che sarei uscito con la pelle verde, per mancanza di aria e luce all’aperto.

Mi portarono insieme ai miei due compagni di gruppo, nel reparto a noi assegnato, entrato in cella rimasi meravigliato perché la finestra affacciava nel passeggio, ed era anche con una rete attaccata alle sbarre, che non consentiva di vedere quasi niente, neanche il muro che rappresentava il mio orizzonte.

Chiedemmo qualcosa da mangiare, ci risposero che la cucina era chiusa, e ci lasciarono fino al giorno dopo senza mangiare, l’unica consolazione fu la bottiglia d’acqua portata da Cuneo, perché in caso contrario neanche l’acqua ci avrebbero portato.

La mattina successiva avevo chiesto la caffettiera al magazziniere, mi rispose che non era possibile perché non potevamo usufruirne del fornello, lì c’era una piastra a induzione, però non funzionava perché mancante di un pezzo. Siamo stati otto mesi senza poterci fare un caffè. Passo il porta vitto e ci rifilò un po’ d’ acqua sporca fatta passare per caffè. Per lenire i crampi allo stomaco ho dovuto aspettare fino alle undici che passarono il pane e la frutta.

Attendevo dalla fame il pranzo, ma con sommo stupore mi passarono sette penne, tre pezzettini di carne striminziti e tre fette di patate bollite. Credevo che fosse solo il primo giorno, invece anche gli altri giorni, settimane e mesi fu sempre così.

Da Cuneo mi avevano dato solo dieci euro più 52 euro di fondo vincolato. Feci un telex per infornare i miei familiari che mi trovavo a Sassari e non me lo fecero partire, perché avendo fatto un po’ di spesa -acqua, una confezione di biscotti e un Kg di mele- avevo finito i dieci euro, e loro non mi avevano sbloccato i 52 euro di fondo vincolato, pertanto per loro non avevo fondi per pagare il telex, burocrazia ottusa a sfondo cieco, esclusivamente per opprimere.

A Cuneo si erano trattenuti illegalmente i miei soldi, perché mi fecero pagare i pacchi postali con la mia biancheria, che sono a carico dell’amministrazione, pertanto un abuso. La mia famiglia mi aveva fatto un vaglia a Cuneo, invece di girarlo al carcere dove ero stato trasferito, l’avevano rimandato indietro. Siccome i miei familiari non sapevano che ero stato trasferito, erano tranquilli, anche perché il vaglia indietro gli ritornò dopo un mese e mezzo.

Dopo quindici giorni riuscì a telefonare all’avvocato e lo informai che mi trovavo a Sassari, lui informò i miei familiari, che subito mi fecero un vaglia a Sassari, che non veniva cambiato perché lì avevano la brutta abitudine di cambiare i vaglia due volte al mese.

Nel frattempo sono stato costretto a bermi l’acqua non potabile della fontana della cella. Acqua gialla che di potabile non poteva averne in nessun caso. La direzione aveva il dovere di passarealmeno una bottiglia di acqua al giorno, invece ne passavano tre a settimana, lo fecero per alcune settimane.

Non potendo fare la spesa, per mia fortuna nella mia roba c’era un sapone marsiglia portato da Cuneo, con quello dovevo fare tutto per l’igiene personale.

Quando sono arrivati i pacchi da Cuneo, non mi hanno dato quasi niente, come se il 41 bis di Cuneo fosse diverso da quello di Sassari.

La spesa era misera e striminzita, si compravano poche cose, dopo vari reclami al magistrato di sorveglianza, l’hanno aggiornato e aggiunto altri prodotti.

L’area sanitaria era da brividi, perché sotto le direttive dei GOM, i dottori non facevano niente per timore di questi signori.

Avevo bisogno di una pomata per problemi di pelle, la dottoressa mi rispose che doveva chiedere  al grande capo, pensavo che era il dirigente sanitario, invece era il comandante dei GOM, gli risposi che non ci troviamo nella Corea del Nord.

In undici mesi, sono riuscito ad avere solo una visita urologa, due giorni prima che mi revocassero il 41 bis.

L’impressione della struttura era micidiale, perché dava quel senso di oppressione. Di claustrofobia, di tortura psicologica, peggiore dei racconti sentiti su Pianosa e Asinara.

Sulle due isole la tortura era fisica e di alimentazione, viceversa a Sassari era tutto l’insieme, ti devastavano moralmente, al fine di violentare la tua dignità, calpestare i tuoi sentimenti. Per annichilire la personalità e ridurci a dei vegetali.

Tutti quelli che passeranno almeno un anno a Sassari, avranno problemi psichiatrici, la tortura maggiore è psicologica, insieme alle angherie quotidiane, ne racconto una per far comprendere a che punto arrivava la crudeltà di certi personaggi: finita la cassa d’acqua che ero riuscito a comprare, ero rimasto senza acqua, un mio compagno mi aveva portato una bottiglia al passeggio, l’agente se ne accorge e informa l’ispettore. Dopo un quarto d’ora venne l’ispettore davanti alla cella, voleva farmi la paternale, gli spiegai che dovevo bere, ed era loro dovere rifornirmi di acqua potabile, invece lui insisteva che non dovevano passarmi l’acqua e voleva farmi rapporto.

Costatando che non si poteva discutere con una visione mentale così chiusa, lasciai perdere. A onore della verità, dopo un paio di giorni mi mandò una cassa d’acqua. Un paio di settimane dopo venni a sapere che all’ispettore gli avevano fatto capire che era andato troppo oltre, aveva capito e mi aveva mandato l’acqua.

L’Italia che si vanta di essere la culla del diritto, non ha avuto nessuna remora a costruire un obbrobrio come Bancali, equiparalo alle segrete medievali non è una esagerazione.

Quando mi hanno revocato il 41 bis, mi hanno portato in una sezione a regime AS-2, dove sono stato due giorni. Quello che mi è rimasto impresso è stato il tempo trascorso alla finestra, ammirare il panorama che si vedeva dal secondo piano, sensazioni difficili da spiegare, ma profonde e molto sentite. In quei momenti mille pensieri affollavano la mia mente, quello più ricorrente era ilcolloquio con i familiari, poterli di nuovo abbracciare dopo undici anni. Immaginavo il momento, vivendolo come fosse reale.

Non potrò mai dimenticare questi undici anni trascorsi a regime di tortura di 41 bis, maprincipalmente gli undici mesi nei sotterranei di Sassari. Una vergogna per la civiltà italiana, ma anche per l’Unione europea.

Un Paese che vorrebbe progredire usando la crudeltà e la tortura contro i suoi cittadini, non ha un grande futuro.

Chessa Federico

Oristano settembre 2016

Domenico Papalia scagionato

Domenico Papalia lo conosciamo da anni.

Ha scritto molte volte su questo Blog.

Si è sempre dichiarato innocente.

Recentemente aveva ottenuto la riapertura del suo processo e, il 15 marzo, la Corte di Appello di Perugia ha emesso sentenza di assoluzione, per non aver commesso il fatto, nei suoi confronti.

Sono 41 anni che Domenico lotta per quella che sempre definito una ingiustizia.

Ora i giudici gli danno ragione. Ma che giustizia è una giustizia che costringe una persona a stare in galera decenni prima di ottenere giustizia.

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Massama, 20/03/2017

Caro Alfredo,

Come ti avevo anticipato qualche tempo fa, avevo presentato istanza di riapertura del processo riguardante la condanna all’ergastolo ostativo. L’istanza è stata accettata e si è fatto il processo di revisione presso la Corte di Appello di Perugia che il 15 marzo ha emesso sentenza di assoluzione, nei miei confronti, per non aver commesso il fatto.

Ho lottato 41 anni per dimostrare la mia innocenza e alla fine giustizia è stata fatta, anche con molto ritardo.

Mi dispiace che per questo processo si siano sprecati fiumi di inchiostro sulla stampa e sulla TV, mentre ora che c’è stata l’assoluzione c’è stato un silenzio di tomba, nonostante siano passati 41 anni. Mi sarebbe piaciuto che la stampa avesse dato il giusto rilievo perché gli operatori penitenziari e i Magistrati di Sorveglianza leggessero la mia assoluzione e capissero che non potevo collaborare perché innocente, oltre che essere un punto di riflessione per coloro che sostengono l’abolizione dell’ergastolo ostativo, ma non è stato così e mi dispiace. Perciò ti prego di mettere sul Blog questo messaggio.

Questo ergastolo revocato era stato dichiarato dai Magistrati di Sorveglianza.. “ergastolo ostativo”. Spero che ora non si inventino altro.

Ti ringrazio molto per la tua disponibilità.

Un caro abbraccio.

Domenico Papalia

Riflessoni… di Salvatore Pulvirenti

Pubblico oggi alcune riflessioni di Salvatore Pulvirenti, detenuto ad Oristano.

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Buon giorno cari amici!

E’ da un po’ di tempo che non mi faccio sentire, ma non per colpa mia.

In questi ultimi tempi sono stato un po’ giù di morale.

Purtroppo quando la pena da espiare è molto lunga, anzi non ha un fine, dopo avere passato tutta la mia gioventù in carcere, e non vedi neanche uno spiraglio di luce che possa aiutarti ad uscire da questo buio, la mente comincia a distaccarsi da altri pensieri positivi. Prima ti aiutavano ad andare avanti e ti davano una speranza per fare qualche prospettiva sul tuo futuro, adesso non si vede neanche una piccola apertura.

In questi ultimi mesi si è parlato dei convegni che si sono svolti in varie carceri italiane. Questi congressi sono stati portati avanti da persone molto illuminate. Queste persone, essendo dotate di una grande cultura, hanno capito come funziona il sistema carcerario in Italia.

La cosa più importante da evidenziare, negli istituti di pena italiani, è la macanza di integrazione sociale. Questo si può ottenere mediante assistenti volontari che operino all’interno del carcere, o con persone esperte che ti aiutino a relazionarti con l’esterno.

Nella maggior parte degli istituti di pena italiani, questa determinata funzione non esiste e mancano anche le attività ricreative: come scuole, palestre, corsi di apprendimento, lavoro con l’esterno. L’affettività familiare sembra una cosa da niente, ma ti aiuta a superare qualsiasi ostacolo cerchi di turbare la tua vita in carcere.

Ho avuto modo di leggere qualcosa dei Tavoli Generali che si sono svolti in un carcere in Norvegia, precisamente nel carcere di Halden. In questo istituto di pena le cose sono assai differenti dai nostri penitenziari, nel senso che l’integrazione sociale nel carcere di Halden è molto superiore a quella presente nelle nostre carceri: spazi aperti, biblioteche, scuole, campi da calcio, lavorocon l’esterno, celle aperte dalle ore 7:30 alle ore 20:30. I colloqui telefonici sono diuna durata di venti minuti, poi vi sono dei colloqui straordinari che il detenuto può fare con la propria compagna. In Italia questo non esiste, anzi parlare di affettività nelle carceri italiane sembrerebbe come violare qualche forma di diritto.

In tutto questo mi sono chiesto: perché si parla sempre di Europa unita? Quale è il motivo che spinge i nostri rappresentanti a dire il falso sul sistema carcerario italiano? Quale è il motivo per via del quale non si vuole integrare il detenuto?

Dietro tutto questo ci sono forse delle entità che sono superiori ad altre?

Forse quello che scrivo o penso è frutto di un profilo psicologico sbagliato, perché è da più di 23 anni che sono in carcere. Aiutatemi a capire quello che ancora non ho compreso.

Un forte abbraccio a voi tutti.

Oristano. Febbraio 2017.

Salvatore Pulvirenti

Un altro compleanno in carcere… di Alfredo Sole

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Il nostro Alfredo Sole, detenuto ad Opera, il diciotto novembre dell’anno appena passato, giorno del suo compleanno, si rende conto che l’ultimo testo che aveva scritto in merito al suo compleanno risale al 2007; nove anni prima. Decide allora, in occasione di questo suo ultimo compleanno, di scrivere un pezzo.

E lo stile è quello di Alfredo Sole.. ironico, lucido, malinconico, poetico e sottilmente indignato.

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Un altro compleanno! Che bello! C’è solo un piccolo particolare, siamo nel novembre del 2016, e l’ultimo di cui ho lasciato traccia con uno scritto è datato 18/11/2007! Ne riporto un pezzettino:

“18/11/2007.. una data qualunque per chiunque, ma non per me. Oggi è il mio compleanno, il mio quarantesimo compleanno. Con questo sono diciassette che ne compio qui dentro. E’ triste tornare indietro col pensiero, tornare ai miei vent’anni, un’età in cui credi che il mondo ti appartenga, un’età in cui si è convinti di essere immortali, un’età in cui il futuro si presenta pieno di speranze, di amore, di possibilità. Tutta illusione! Tutta menzogna, tutto inganno. Il tempo? Vuoto. La vita? Illusione. L’amore? L’unico mezzo per sopportare il tempo e aggirare l’illusione”.

Da allora sono passati nove anni! Allora ne compivo  quaranta  e mi sembravano già troppi. Oggi ne compio di nuovo 40, con l’aggiunta di nove, e continuano a sembrarmi troppi… Ma è solo una mia sensazione o lo sono davvero? A pensare che mi lamentassi che di galera ne avevo già scontati quasi diciassette… oggi sono nove anni in più di questa galera. Cosa dovrei fare, continuare a lamentarmi? No! Ormai ho capito. Il mio destino è quello di terminare il mio ciclo vitale dentro queste maledette mura. Pessimista? Forse per qualcuno potrebbe sembrare così, ma io preferisco pensare che io sia un ottimista mancato, di conseguenza, un realista. Brutta parola “realista”, sembra non dare speranza che le cose possano essere diverse da come sono. Forse le cose stanno davvero così. In effetti chi nella storia è riuscito a cambiare le cose se non gli ottimisti? O forse è meglio chiamarli sognatori? Sì, sono i sognatori a cambiare il mondo. I realisti si accontentano di viverlo così come gli si presenta. Beh, se le cose stanno così, allora anche io voglio essere un sognatore! Un… ottimista! Ma… guardandomi attorno, non è che io veda una qualche strada da percorrere che sia diversa da quella che già sto percorrendo. Magari posso sognarla quella strada diversa, magari se ci credo con tutte le mie forze e la desidero veramente, me la vedrò comparire davanti, così, dal nulla. Ma, a pensarci bene, dal nulla nasce solo il nulla. Allora mi sa che quella strada diversa in realtà c’è già. Sì, deve essere così, solo che io continuo a non capire come fare per trovarla. Magari basta solo crederci, essere un ottimista. Sì, dai! Non mi costa poi nulla, no? Perché ostinarsi a credere che le cose non cambieranno mai e che io morirò tra le sporche mura di uno sporco carcere in una sporca cella quando posso credere che va tutto bene? Sì, tra non molto uscirò dal carcere, ne ho scontati già 25 di anni, il più è fatto. Un altro paio di anni e poi… vuoi che un Paese civile come il nostro lascia morire in carcere di vecchiaia un detenuto che è stato arrestato quando anni ne aveva solamente ventitré? No, la giustizia, lo Stato, il Governo, sembrano non avere un’anima e un cuore, ma in realtà l’hanno, sì, dai, certo che ce l’hanno, del resto siamo un paese civile… “civile”, beh l’ho detto più di una volta, ma mi sa che non ne comprenda pienamente il significato, lo dico così, tanto perché lo sento dire agli altri, ma a pensarci bene, cosa voglia dire non l’ho mica chiaro nella mente. Civile dovrebbe provenire, se non erro, da Civiltà. Vediamo Civiltà:

Lessico

Sf (sec. XIII, dal latino civilitas –atis)

1)Il complesso delle attestazioni riguardanti la vita di una popolazione (o di più gruppi etnici) e il suo modo di organizzarsi in età sia prestorica sia storica: civiltà neolitica, egizia, slava, greca, celtica, romana, precolombiana, sudamericana, ecc.

2)Vita materiale, sociale e spirituale di un popolo, o di vari popoli, in riferimento a un’epoca: civiltà rinascimentale, moderna, ecc. “La civiltà dell’atomo (se è civile un atomo, vuoi che non lo siano gli uomini?) è al suo vertice” (Quasimodo).

3)L’insieme delle conquiste raggiunte dall’uomo nel campo scientifico, politico-sociale, spirituale, ecc. Beh, è proprio quell’ “eccetera che mi confonde”: “Il pensiero/sol per cui risorgemmo/della barbarie in parte, e per cui solo/si cresce in civiltà” (Leopardi). Ma non poteva spiegarsi meglio?

4)Cortesia, urbanità, senso civico: “Siate lesti, e pronti a servire gli avventori, con civiltà, con proprietà” (Goldoni). Come no! Ho capito benessimo…

5)Ant., cittadinanza.

In filosofia:

Forma di vita umana associata che realizzi un complesso di valori. La nozione comportava originariamente l’implicito postulato che vi fosse un’unica civiltà, designando con questo termine il tipo di vita associata che si credeva fosse la migliore realizzazione di valori unici e contrapposti a tutti gli uomini, contrapposta alle “barbarie”, quali forme di realizzazione errate e inferiori. Tale concezione di origine greca è stata definitivamente criticata dallo storicismo contemporaneo che ha posto l’accenno sulla molteplicità delle civiltà, ognuna delle quali si pone come un complesso autonomo e relativamente autosufficiente, animato da una particolare vicenda storica che ne segna l’origine, lo sviluppo e il tramonto nei suoi rapporti reciproci con le altre civiltà. Questa teoria è stata particolarmente sviluppata da O. Spengler nel suo celebre libro Il tramonto dell’Occidente (1818-1922). Un’ampia trattazione del tema si deve anche allo storico inglese A. Toynbee che ha distinto le civiltà dalle società primitive. Queste nascono e muoiono senza lasciare traccia, mentre le civiltà propriamente dette sono mondi culturali autonomi capaci di garantire per lungo tempo la propria conservazione. I tre elementi riconoscibili nelle civiltà sarebbero il culturale, il politico e l’economico. Di questo il primo è l’elemento fondamentale, vera e propria “anima” della civiltà, mentre gli altri sarebbero solo “manifestazioni superficiali”.

In sociologia:

“Insieme degli elementi economici, giuridici, culturali, morali e religiosi quali sono realizzati in una data società. Spesso posto in relazione a cultura, il concetto di civiltà per molti antropologi implica tutti quei meccanismi generali e di organizzazione mediante i quali l’uomo controlla e stabilisce le condizioni della sua vita, includendo con ciò non solo i suoi sistemi di organizzazione sociale, ma anche le tecniche e gli strumenti materiali predisposti per questo fine.”

Certo, adesso ho le idee più chiare… ma facciamo almeno finta che io abbia capito cosa significhi “civiltà e civile” e lo ponga con consapevolezza nel mio vocabolario. Bene, prendendo in prestito il significato in sociologia e supponendo che si tratti dell’insieme degli elementi giuridici, culturali, morali e religiosi, dovrei continuare a dare ragione a quanto detto e cioè, che non credo che in un Paese civile come il nostro, lascino morire in carcere un detenuto che ha già scontato così tanta galera. Questo mi rincuora e mi fa pensare che tutto sommato essere ottimisti o sognatori non sia così male e che anzi sia proprio un bene! Ed è quello che voglio essere. Ma, tuttavia, un pensiero dominante frulla nella mia misera testa. Se dopo venticinque anni mi ritrovo ancora a scontare la mia pena in circuiti ad alta sorveglianza, se dopo tutto questo tempo, nei rigetti delle mie richieste di permesso viene motivata con: “Visto il parere negativo del Direttore”, e visto che anche la richiesta di una mia declassificazione, guarda caso chiesta dalla stessa Direzione al DAP, viene rigettata perché i professionisti dell’antimafia ritengono che sia ancora pericoloso, come faccio a essere ottimista? Mi sa che mi verrà difficile, magari potrò essere un sognatore, ma non certo di quelli che poi alla fine cambiano il mondo, ma un sognatore e basta, uno di quelli che la sera, prima di andare a dormire, pensano: “Un altro giorno è passato, un altro giorno di galera in meno”. Ma come estrapolare un giorno di galera in meno in una pena che non ha fine? Cazzo! Non potrò nemmeno essere un sognatore! Non mi resta altro allora che sperare di sognare, magari sogni felici, prati fioriti… Ma anche i sogni che mi hanno abbandonato da molto tempo e, quando sogno, sogno il carcere. Allora sai cosa faccio? Torno ad essere un realista, almeno quando sogno il carcere posso sempre dire che è normale visto che tutta la mia giovinezza e l’intera esistenza le ho trascorse dentro queste mura. Mi rassegno al destino che hanno scelto per me, mi giro dall’altra parte e, se posso, mi faccio una bella dormita sperando di non sognare affatto.

Al prossimo compleanno. Magari tra altri nove anni ancora…. Questo sì che è ottimismo!!

Undici anni seppellito nel 41 bis… di Federico Chessa

francis

Questa lettera ci giunge da Federico Chessa, che è stato “seppellito” per 11 anni nel regime del 41 bis.

Il 41 bis.. un regime penitenziario che è intrinsecamente contrario alla dignità umana.

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In undici mesi sono riuscito ad avere solo una visita urologa, due giorni prima che mi revocassero il 41 bis.

L’impressione della struttura era micidiale, perché dava quel senso di oppressione, di claustrofobia, di tortura psicologica, più peggiore dei racconti sentiti su Pianosa e Asinara.

Sulle due isole la tortura era fisica e di alimentazione, viceversa a Sassari era tutto l’insieme, ti devastavano moralmente, alfine di violentare la tua dignità, calpestare i tuoi sentimenti, per annichilire la personalità e ridurci a dei vegetali.

Tutti quelli che passeranno almeno un anno a Sassari, avranno problemi psichiatrici, per la tortura maggiore che è psicologica, insieme alle angherie quotidiane. Ne racconto una per far comprendere a che punto arrivava la crudeltà di certi personaggi: finita la cassa d’acqua che ero riuscito a comprare, ero rimasto senz’acqua, un mio compagno mi aveva portato una bottiglia al passeggio, l’agente se ne accorge e informa l’ispettore. Dopo un quarto d’ora viene l’ispettore davanti alla cella, voleva farmi la paternale, gli spiegai che dovevo bere, ed era loro dovere rifornirmi di acqua potabile, invece lui insisteva che non dovevano passarmi l’acqua e voleva farmi rapporto.

Constatando che non si poteva discutere con una visione mentale così chiusa, lasciai perdere. A onore della verità, dopo un paio di giorni mi mandò una cassa d’acqua. Un paio di settimane dopo venni a sapere che all’ispettore gli avevano fatto capire che era andato troppo oltre, aveva capito e mi aveva mandato l’acqua.

L’Italia che si vanta di essere culla del diritto, non ha avuto nessuna remora a contribuire un obbrobrio come Bancali, equiparalo alle segrete medievali non è una esagerazione.

Quando mi hanno revocato il 41 bis, mi hanno portato in una sezione a regime AS-2, dove sono stato due giorni. Quello che mi è rimasto impresso è stato il tempo trascorso alla finestra, ammirare il panorama che si vedeva dal secondo piano, sensazioni difficili da spiegare, ma profonde e molto sentite. In quei momenti mille pensieri affioravano la mia mente, quello più ricorrente era il colloquio con i familiari, poterli di nuovo abbracciare dopo undici anni. Immaginavo il momento, vivendolo come fosse reale.

Non potrò mai dimenticare questi undici anni trascorsi a regime di tortura del 41 bis, ma principalmente gli undici mesi nei sotterranei di Sassari. Una vergogna per la civiltà italiana, ma anche per l’Unione Europea.

Un Paese che vorrebbe progredire usando la crudeltà e la tortura contro i suoi cittadini, non ha un grande futuro.

Chessa Federico

Oristano settembre 2016

Reclamo di Francesco Annunziata

artessa
Da tempo Francesco Annunziata -il nostro Nellino- è stato trasferito nella CR di Oristano dove si ritrova ad affrontare ex novo alcune restrizioni illegittime sull’uso di certo materiale didattico (nella fattispecie, libri con copertina rigida), nonostante il diritto allo studio, in sede di istituti penitenziari, preveda l’uso di strumenti atti ad agevolarne il percorso (dal sito del ministero si legge: Il regolamento di esecuzione adottato con d.p.r.30 giugno 2000, n. 230 ha introdotto diverse agevolazioni per gli studi universitari. L’art. 44 prevede che, per potersi concentrare nello studio gli studenti siano assegnati, ove possibile, a camere e reparti adeguati e siano resi per loro disponibili appositi locali comuni. I detenuti possono inoltre essere autorizzati a tenere nella propria camera e negli altri locali libri, pubblicazioni e tutti gli strumenti didattici necessari.)
Di seguito il reclamo inoltrato dallo stesso detenuto al ministero della giustizia e agli organi competenti.
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Al MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

e p.c.:

al Magistrato di Sorveglianza di Cagliari;

al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti;

al MIUR;

all’Università degli studi di Cagliari.

Oggetto: reclamo ex art.35; 35bis e 69 O.P.

Il sottoscritto Annunziata Francesco, nato a Roma il 04/10/1974, attualmente ristretto presso la C.R. di Oristano, in esecuzione pena per provv. Cumulo n° sentenza 1831/2009 del 17/12/2009

propone

reclamo avverso al diniego della Direzione della C.R. di Oristano a ritirare libri depositati al magazzino provenienti da altro Istituto Penitenziario e acquistati tramite abbonamento dalla Casa Editrice Hachette fascicoli per la collana: Studiare Scienza.

Ai sensi degli art. 35; 35bis e 69 O.P. in violazione degli art. 9; 21 e 33 Costituzione Italiana.

In diritto

violazione dell’art. 9 Cost. nella parte in cui propone lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica;

violazione dell’art. 21 Cost. nella parte in cui la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o a censura e si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria;

violazione dell’art. 33 nella parte in cui l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

In fatto

il reclamante è studente universitario alla facoltà di ingegneria informatica e biomedica e i libri richiesti rivestono un ruolo di supporto ai testi indicati da programma.

Fungono da approfondimento e supporto al materiale didattico suggerito dai docenti e riguardano materie pienamente connesse quanto complementari agli studi intrapresi.

Trattasi di libri di fisica, matematica, biologia, informatica, ecc.

si allega piano di studi universitario per dimostrare l’attinenza dei testi richiesti con quelli accademici.

Si richiede alla s.V. Ill.ma di intervenire anche in funzione del regolare svolgimento della vita detentiva, laddove è un diritto del detenuto (non semplice interesse legittimo) a usufruire di condizioni favorevoli alle esigenze di studio.

Il reclamante ha proposto ben due istanze volte a ottenere l’autorizzazione a ritirare i testi depositati -sequestrati al magazzino senza ricevere risposta , ciò in violazione del diritto a proporre reclamo, considerando che, disconoscendo le motivazioni al diniego, non si è liberi nella scelta di condividere tali limitazioni, o rivolgersi all’organo di tutela competenti per gli adempimenti del caso.

Inoltre senza motivazione è già nulla il diniego, pur ancora solo verbale.

Vi è un danno anche economico nella misura in cui il reclamante ha stipulato un contratto di acquisto con la casa editrice per dei testi che, di fatto, non può consultare, seppur già autorizzati in altro istituto penitenziario, in violazione della continuità di trattamento tanto invocata in numerose circolari DAP che sottolineano come l’Amministrazione Penitenziaria sia unica e ciò comporti l’equità tra diversi istituti penitenziari; né il reclamante è disposto a rescindere il contratto stipulato per la collezione, tale da rinunciare a un’evoluzione culturale- accademica e sviluppare maggiori competenze nell’ambito universitario scelto.

  • Che il regolamento interno sia vecchio e obsoleto, non conforme a numerose pronunce della Suprema Corte di Cassazione, proprio in materia di diritto allo studio e di testi con la c.d. copertina rigida, è un deficit che non può ricadere in capo al detenuto, né che sia in fase di rielaborazione e in attesa che si completi l’equipe di competenza, è un tempo e/o motivazione “ipotetica” che può ritenersi prevalente rispetto alle esigenze di studio prospettate, o ritenere subordinato il diritto allo studio alle deficienze organizzative dell’Istituto.
  • Proprio il concetto di studio, a maggior ragione quello universitario e le agevolazioni sviluppate tra Ministeri competenti, fanno leva sulla concezione di dignità della persona da un lato, e sulla vocazione sociale dell’università dall’altro.
  • A volte un percorso formativo di alto livello rischia di creare frustrazioni maggiori in condizioni limitative.

Invece lo studio deve poter offrire gli strumenti per poter meglio gestire se stessi. Già non si lamentano altre disfunzioni organizzative-strutturali come la violazione degli art. 19 comma 4 legge n. 354/75 e 44 DPR n. 230/2000 che agli studenti universitari assegnano la cella singola, ma anche limitazioni sui testi risultano inaccettabili.

Inoltre si rappresenta alla s.v. che in questo istituto ancora non vi è attuazione dell’accordo dell’apripista alla formazione di poli universitari penitenziari in Sardegna, come è evidente che il nuovo protocollo riprende quanto già previsto nell’accordo nazionale del 2004 citato.

Il processo di riforma che recentemente è stato avviato dall’amministrazione penitenziaria per migliorare la situazione carceraria, si concilia senz’altro con l’incremento del numero di detenuti studenti, che hanno bisogno di condizioni di vita più tranquille.

Tranquillità che inevitabilmente viene a mancare quando, anche per avere dei libri, si rende necessario il ricorso alla magistratura di sorveglianza.

PTM

voglia la s.v. intervenire e ordinare alla direzione la consegna dei libri depositati al magazzino integri senza deturpazioni. Nell’era della tecnologia, il cartaceo è sacro.

Confidando nell’accoglimento, ringrazia.

Con osservanza

Oristano 4 novembre 2016

Francesco Annunziata

Carmelo Musumeci semilibero

liberta

Carmelo Musumeci fu il primo detenuto che conobbi.

Dall’incontro con lui nacque -grazie anche a Nadia Bizzotto e Maria Luce- questo Blog.

Lui era il simbolo vivente degli ergastolani ostativi, l’ergastolano ostativo per eccellenza.

E lo è stato per tutti questi anni.

Anni di perseveranza totale, non solo per se stesso, ma anche per gli altri.

In tutti questi anni non ha mai smesso di credere.

E, ad un certo punto, dopo più di 25 anni di detenzione, ecco il venire meno dell’ostatività. Quella che doveva essere una via senza mai alcuna uscita, ha svoltato verso un’orizzonte dove fosse possibile immaginare una parte di vita da vivere oltre le mura, ma questa volta, dalla parte del cielo, del sole, del camminare liberi.

E adesso Carmelo, con la semilibertà che gli è stata recentemente data, può camminare libero.

La notte dovrà comunque ritornare in carcere. Ma il giorno, il giorno.. vivrà la libertà.

Questo è un momento speciale. Lo è per lui, ma lo è anche per tutti quegli ergastolani ostativi che hanno un motivo in più per sperare, credere e non arendersi.

Di seguito un testo scritto da Carmelo per l’occasione.

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“ (…) concede a Carmelo Musumeci il beneficio della semilibertà consentendogli di prestare un’attività di volontariato presso una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, al servizio di persone gravate da handicap.” (Tribunale di Sorveglianza)

Oggi è uno dei giorni più belli della mia vita. Penso che più di credere a me stesso ho scelto di credere negli altri. E forse questa è stata la mia salvezza. Mi hanno notificato l’esito positivo della Camera di Consiglio sull’istanza della semilibertà. Uscirò dal carcere al mattino e rientrerò alla sera per svolgere, durante il giorno, un’attività di volontariato presso la Comunità Papa Giovanni XXIII.
Quando arrivo in cella con l’Ordinanza del Tribunale di Sorveglianza tra le mani mi gira la testa. Il mio cuore batte forte. Respiro a bocca aperta. Lontano da occhi indiscreti, appoggio la testa contro il muro e mi assale una triste felicità. In pochi istanti rivivo questi venticinque anni di carcere con i periodi d’isolamento, i trasferimenti punitivi, i ricoveri all’ospedale per i prolungati scioperi della fame, le celle di punizione senza libri né carta né penna per scrivere, né radio, né tv, ecc. In quei periodi non avevo niente. Passavo le giornate solo guardando il muro.
Poi ad un tratto scrollo la testa. Smetto di pensare al passato. Mi faccio il caffè. Mi accendo una sigaretta. E, dopo la prima tirata, medito che adesso dovrei smettere di fumare perché ora la mia unica via di fuga per acquistare la libertà non è più solo la morte. Alzo lo sguardo. Guardo tra le sbarre della finestra. Osservo il muro di cinta. Per un quarto di secolo ho sempre creduto che sarei morto nella cella di un carcere. Penso che una condanna cattiva e crudele come la pena dell’ergastolo, che Papa Francesco chiama “pena di morte mascherata”, difficilmente può far riflettere sul male che uno ha fatto fuori. Io credo di essere rimasto vivo solo per l’amore che davo e che ricevevo dai miei figli e dalla mia compagna.
Sono stati anni difficili perché non avevo scelto solo di sopravvivere, ma ho lottato anche per vivere. Proprio per questo ho sofferto così tanto. Non ho mai pensato realmente di farcela e forse, proprio per questo, ce l’ho fatta.
Adesso mi sembra tanto strano vedere un po’ di felicità nel mio futuro.
Mi commuovo di nuovo. E il mio cuore mi sussurra: “Per tanti anni hai pensato che l’unica cosa che ti restava da fare era aspettare l’anno 9.999; invece ce l’hai fatta! Sono felice per te … e anche per me”.
Quello che rimpiango maggiormente di questi 25 anni di carcere è che non ho ricordi dell’infanzia dei miei figli. Mi consolo pensando che adesso mi rifarò con i miei nipotini. Poi penso che senza l’aiuto di tante persone del mondo libero che mi hanno dato voce e luce, non ce l’avrei mai fatta.
Ho trascorso buona parte della mia vita godendo dell’unico privilegio di essere rimasto libero di pensare, di scrivere e di dire quello che pensavo: adesso che sono diventato un uomo ombra semilibero non smetterò certo la mia battaglia per l’abolizione dell’ergastolo.


Novembre 2016

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