Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “famiglia”

Non fare che una famiglia si perdi… lettera di Giovanni Zito

carcere-stanza-affettività_980x571

Pubblico oggi una lettera del nostro Giovanni Zito, che è giunta alla cara Francesca De Carolis.

Una lettera che tocca il nodo della problematicità del mantenere i rapporti famigliari quando si va in carcere e della necessità di strutture e normative che permettano, il più possibile, il mantenimento dell’affettività.

———–
“Quando ero un ragazzo non pensavo alle conseguenze degli errori commessi, oggi ho 46 anni e sono detenuto ininterrottamente dal 1996.
La vita in carcere è una tortura fisica e psicologica, specialmente quando si ha una famiglia. Io avevo una compagna al mio fianco, ma la mia condanna e il mio allontanamento forzato hanno fatto sì che io perdessi l’affettività familiare. Mantenere l’affettività, il contatto con i figli, è fondamentale, è la base di ogni famiglia, ed è dura rimanere in piedi quando si perdono le speranze.
Io ho perso le gioie di mia figlia, non potendo effettuare colloqui con lei, e ancora oggi ho enormi difficoltà per i colloqui familiari. E la mia condanna si è riversata sulla mia situazione familiare già precaria. Mantenere in vita un rapporto è la cosa più bella che un uomo possa desiderare. Io posso subire una punizione, è giusto che sia così, ma mia figlia non si rende conto del perché ci sia una pena così devastante per tutti. (…)
Oggi Adele, è il suo nome, ha trent’anni ed è madre di tre femminucce, di cui io sono il nonno. Se sono felice… sì, lo sono emotivamente e mi sento commosso da questo pensiero che mi tiene in vita. Ma quello che desidero di più è poter trascorrere del tempo con loro, e che venga creato negli istituti di pena un luogo dove una famiglia possa ritrovarsi insieme, là dove si possa offrire affettività concreta.
Certo, in carcere la visita dei parenti è prevista. Può essere settimanale o mensile. Ma un conto è un colloquio intimo con la tua famiglia, un conto un incontro fra decine di persone tutti nello stesso posto, uno affianco all’altro.
Siamo nel 2015. I paesi europei sono un decennio davanti a noi per quanto riguarda questo aspetto della vita in carcere ( per non parlare del fatto che in molti paesi neanche l’ergastolo c’è più). Se io non posso donare alla mia famiglia un po’ di affetto in più, se non posso giocare con i miei nipotini perché il carcere non è fornito di strutture adeguate, allora bisogna pensare di costruire dei moduli abitativi dentro le strutture carcerarie. E fornire luoghi dove un papà possa sorridere ai suoi figli o nipotini, a una donna. Che si possa avere uno spazio familiare, dove ci si possa rilassare sia pure per poco tempo, riunendosi nel calore umano. Un posto che “sa di casa”. Avvertire un senso di serenità equivale ad avere un comportamento equilibrato nella struttura familiare, sia per il detenuto stesso che per tutta l’area familiare. Questo significa avere protetto e curato l’interesse del detenuto e della sua famiglia, significa alleviarne le sofferenze. Significa trovare l’umanità dove si crede non ci sia più vita. Forse non io, ma la mia famiglia deve avere speranza e non sofferenza eterna.

Giovanni Zito
Padova

Ottobre 2015

Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (prima parte)

affettività3

Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è uno degli amici storici del Blog.

Lui non scrive di frequente. Ma quando scrive è portatore sempre di un ricco percorso riflessivo che è espresso in uno stile “classico” e che risuona di una integrità umana e di un durissimo e costante lavoro su di sé che dura da tanti anni.

Pierdonato ci ha inviato il testo sull’affettività che ha inviato alla redazione di Ristretti Orizzonti per il concorso che hanno organizzato su questo tema. Il testo di Pierdonato intreccia la riflessione generale, col il suo vissuto. 

Oggi pubblico la prima parte.

——————————————-—————————–

GLI AFFETTI VIOLATI

La mia storia è un po’ lunga e complessa. Mi rendo conto però che devo essere breve, conciso, e offrire un contributo per sensibilizzare chi legge sul tema dei rapporti affettivi, tra persone detenute, prive di libertà e le loro famiglie.

Sono stato incarcerato 20 anni fa. All’epoca i mie tre figli avevano rispettivamente 7 anni, 5 anni, 3 anni. I genitori rappresentano i due pilastri che reggono il mondo interiore affettivo del bambino. In assenza di uno dei genitori solitamente si aggrappano, per così dire, all’altro pilastro.

Dopo alcuni anni la mia compagna viene anch’essa in carcerata. A quel punto il mondo interiore del bambino può andare in frantumi. Il nucleo familiare comunque è totalmente paralizzato e annullato.

A sostituirli ci sono anziani nonni. Dopo qualche anno ancora mi viene applicato il regime del 41 bis. I rapporti affettivi vengono drasticamente ridotti ad 1 ora al mese e dietro un vetro divisorio a tutta altezza, privo di ogni contatto fisico.

In quel periodo, durato otto anni, vedevo i visi dei miei figli esausti sia per il lungo viaggio effettuato e sia per la lunga attesa per potere entrare al colloquio.

Dopo qualche anno di detenzione, la mia compagna necessitava di una operazione chirurgica. In questi casi l’ordinamento penitenziario prevede un’attenuazione delle pena. Invece, immediatamente gli viene applicato addirittura il regime del 41 bis. Quindi un tipo di detenzione più dura con più limitazioni. Per cui più limitazione uguale più sofferenza. Perciò si va ad incrudelire la pena, senza che ci fossero reali necessità che la giustificassero. Evidentemente si voleva approfittare di quel drammatico momento per fare leva sul dolore per raggiungere altri.. obiettivi. Si opera in regime di 41 bis.

Il tempo passa vengono a mancare i nonni paterni, poi materni. Alla mia compagna in regime di 41bis per sei anni e mezzo gli viene rigettato perfino il permesso  per ragioni umanitarie con scorta che viene dato solitamente a tutti i detenuti così come previsto dal nostro ordinamento penitenziario, per recarsi ad abbracciare il proprio genitore, padre, negli ultimi istanti di vita. Se ne è andato col dolore nel cuore di non poter vedere sua figlia. Poi, passano anni, ed è la volta di mio fratello maggiore. Si ammala di un mila incurabile, perché anch’esso la vita e anche a me rigettano il permesso di recarmi per un ultimo abbraccio.

Uno stato ottuso che non applica e disattende quei principi previsti della nostra Costituzione, del nostro ordinamento penitenziario e che invece poi pretende, al contrario, dai suoi cittadini il rispetto di quelle regole sociali che per primo lui non rispetta. In primis non è coerente, non è credibile verso il cittadino e in secondi non ha titolo per dare lezioni di etica e di moralità a nessuno.

Sarebbe invece molto più civile, giusto e perfino bello che in Italia ci fosse la libertà d’affetto come in altri paesi europei. Che i famigliari, i figli di quei cittadini che per qualsiasi motivo finiscono in carcere, non venissero criminalizzati, quindi non venissero ridotti i contatti, ostacolate le relazioni affettive, poiché il nucleo familiare continua a seguire il proprio congiunto ed è giusto che debba passare più tempo insieme a questi così come lo stesso Ordinamento Penitenziario prevede.

E’ previsto infatti che particolare cura deve essere dedicata a mantenere e migliorare le relazioni dei detenuti, proprio nel momento che il nucleo familiare vive una separazione drastica, forzata, drammatica come è il carcere.

Prevede quindi che la famiglia sia un valore affettivo da tutelare in qualunque contesto, così come lo impone anche l’art. 29 della nostra Costituzione, quindi anche nel contesto penitenziario. Anzi in quest’ultimo è di più di un valore affettivo, è un elemento del trattamento penitenziario.

Ma come sappiamo bene sono due cose distinte e separate, il diritto scritto e il diritto applicato. A parole l’Italia vuole apparire una nazione civile e democratica. Nei fatti siamo il Paese più condannato dalla Corte Europea non solo in tema di giustizia ma anche in altri ambiti.

Spesso così facendo si inducono i figli dei carcerati a odiare le istituzioni, perché incoerenti, ingiuste e non rispettose delle stesse leggi e principi che reggono il nostro vivere civile. Rispetto ai Paesi europei più emancipati, noi italiani siamo su questo aspetto dei primitivi, non riusciamo proprio ad elevarci ed evolverci.

Di fronte alla tristezza di questi affetti violati, dove si criminalizza il rapporto tra famiglia e congiunti del detenuto. Il mio unico sistema per tenere uniti i cocci in frantumi della mia famiglia è stata la LETTERA. Ho scritto così migliaia e migliaia di lettere. Un fiume di inchiostro. Mi sono sforzato di dare loro una educazione continua e costante. Mentre una educazione discontinua impedisce invece di fissare delle relazioni capaci di dare sicurezza, poiché il figlio sperimenta l’alternarsi di presenza/assenza della madre o del padre, perdendo così ogni riferimento rassicurante.

Su questi pezzi di carta hanno viaggiato i nostri sentimenti, ansie, gioie, dolori, speranze, attenzioni. L’AMORE. La lettera è diventato il filo rosso che ci ha tenuti uniti.

Rispetto ad un genitore libero è stato come nuotare con il mare agitato, avendo le mani legate. A volte per i disagi e le varie problematiche che emergevano, siamo stati anche uno due anni senza vedere i figli.

Con la mia compagna, ci siamo abbracciati fisicamente dopo nove lunghissimi anni. L’articolo 1 del nostro Ordinamento Penitenziario dice: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona”. Tutto quello che ho scritto finora dà l’impressione di uno stato democratico civile eppure è anche spesso e volentieri tirannico? Che non rispetta assolutamente questo articolo?

La cosiddetta “sicurezza” deve essere servente della legalità e non essere (come spesso avviene) utilizzate per vessare o inutilmente incrudelire una pena chi è già da decenni detenuto.

Lettera di Luciano Rossa, dal carcere di Spoleto

Mulhem-1

Pubblico oggi una lettera di Luciano Rossa, detenuto a Spoleto.

Quello che racconta Luciano è emblematico di come il carcere non dovrebbe funzionare.

Nei fatti, Luciano a Luciano viene reso impossibile vedere la propria famiglia e viene reso impossibile studiare.

Ma, è accettabile che un padre di famiglia abbia potuto vedere, in circa 11 anni di detenzione, il figlio per non più di 20 volte. O è un’autentica barbarie? La seconda.. indubbiamente la seconsa..

Vi lascio a questa lettera che ci ha inviato Luciano Rossa.

———————————————————————————————————————-

Cari compagni, ciao sono Rossa Luciano e vi scrivo dal carcere di Spoleto, dove mi trovo da 11 anni, da quando ho l’ergastolo in odo definitivo. In questi 11 anni ho avuto sempre un buon comportamento. Ho sempre lavorato, anche in cucina. Ho fatto tutte le scuole fino ad arrivare a prendere il diploma. 

Da un paio d’anni cerco di essere trasferito in un istituto qualsiasi della Lombardia dove vivono i miei fratelli, così da poter agevolare la mia famiglia per venirmi a trovare, sia economicamente, ma soprattutto per le condizioni di salute di mia madre. Mi è sempre stato rigettato il trasferimento per motivi di sicurezza; quando da 15 anni, come dicevo prima, ho avuto sempre un buon comportamento, perciò la motivazione non regge. Come mai, se le direttive della Corte Europea R. 2006 n. leggi relative previste dalle regole penitenziarie  europee art. 42 art. 28  230/2000  art. 61 comma 2 prevede che dobbiamo stare al massimo 200 km dai nostri famigliari.  Non è che la mia condanna all’ergastolo lo prevede che io debba essere allontanato dalla famiglia. 

Perché non posso vedere mio figlio che quando mi hanno arrestato aveva 2 anni e oggi ne ha 17. In undici anni non ho potuto vederlo neanche 20 volte. Chi lo prevedere questo, il DAP? Come può il DAP violare tutte le leggi, le direttive della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ammassandoci uno sopra l’altro e e nessuno di loro ne paga le conseguenze. Non si possono contrastare. Gli avvocati dicono che con il DAP non si parla in nessuna maniera. Perciò noi da qua cosa possiamo fare? Non sapendo più cosa fare, quando mi hanno chiamato per raddoppiare le celle in questo istituto.. celle che prima erano celle singole.. mi sono rifiutato. Sono ergastolano e l’art. 22 prevede l’isolamento notturno, ma il DAP, quando gli conviene una certa situazione, la lascia così. 

E quindi mi ritrovo da 8 mesi in isolamento. Se le è dimenticato a prendere un provvedimento, magari la direzione e non gliela ha detto, non accettandomi l’istanza per andare dalla mia famiglia in Lombardia. Mi sono messo in contatto con il Garante di Roma e mi hanno proposto se volevo andare a Rebibbia per frequentare l’università visto che lì non è a pagamento, o meglio pagano loro; a differenza di qua dove non mi posso iscrivere perché non ho la possibilità economica. Così, con il parere della mia famiglia ho subito accettato, in quanto, venendo da Catania con l’aereo, qualche colloquio sarebbe stato possibile farlo e soprattutto, quando mi sarebbe ricapitata una occasione come questa. La possibilità di laurearmi senza avere spese. Era un riscatto per me, mi mettevo in gioco per un paio d’anni, era una bella sfida. Così abbiamo fatto l’istanza con il garante di Roma (a Spoleto non esiste). Ma l’hanno rigettata, sempre per questioni di sicurezza. Se voglio studiare, mi devo iscrivere qua, ma io soldi non ne ho. Come faccio? 

La mia famiglia non la posso vedere, non posso studiare. E’ questo il modo per rieducare il detenuto? Tenendomi 8 mesi in isolamento. Ma, soprattutto, se quelli che mi debbono rieducare non rispettano per niente le regole e se ne fregano delle leggi, che esempio mi danno? 

Non so se mi potete aiutare, ma sicuramente lo possiamo fare sapere a tutti quello che fanno questi “signori per bene” del DAP.

Il vostro indirizzo me lo ha dato il compagno Carmelo M. e compagno G. che è qua. Grazie tanto e a presto.

Salvaguardare l’affettività con i colloqui riservati e liberalizzare le telefonate… Angelo Meneghetti

affettività

Quella per garantire momenti di affettività in carcere, tra un detenuto e i propri famigliari, è una battaglia di civiltà decisiva, una delle più importanti per quanto riguarda il mondo della detenzione.

Pubblico oggi un pezzo che, al riguardo, ha scritto Angelo Meneghetti, detenuto a Padova. Un pezzo che è già apparso su “Ristretti Orizzonti”.

—————————————————-

E’ da diverso tempo che si discute per migliorare la situazione delle carceri italiane. Come sappiamo tutti, questo Paese è nel mirino della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, “C.E.D.U.” e forse ci sarà un cambiamento epocale per quando riguarda le carceri e la giustizia italiana, se questo Paese avrà veramente la volontà di adeguarsi alle normative europee. Lo Stato Vaticano ha già fatto i primi passi per un miglioramento sul piano dell’umanità. Ha abolito la pena dell’ergastolo e ha introdotto il reato di tortura nel suo codice penale. Un esempio per l’Italia se davvero si vuole dimostrare all’Europa che il nostro Paese è civile e democratico.

Da diverso tempo -io e altri compagni detenuti che facciamo parte della redazione di Ristretti Orizzonti- parliamo di tutto questo agli incontri di discussione, e ne parliamo anche con diversi studenti che incontriamo nell’ambito del progetto “scuola carcere” che si svolge qui, nella casa di reclusione di Padova da diversi anni.

Tornando al nocciolo della situazione, va precisato che nel nostro Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, dove si è detenuti per sempre fino all’ultimo respiro- e quello ostativo, dove si è destinati a morire in un’ammuffita e umida cella, salvo che non si collabori con la giustizia, mettendo un altro al posto tuo. Così col mio amico Carmelo Musumeci, “ergastolano ostativo”, cerchiamo di coinvolgere, per primi, tutti i detenuti reclusi nelle carceri di questo Paese, e anche i loro famigliari; e cerchiamo anche di portare queste cose alla società esterna.

Nello specifico delle proposte contenute in questo testo, invitiamo la società esterna ad aderire alla raccolta firme al fine di liberalizzare le telefonate e al fine di consentire i colloqui riservati.

I colloqui affettivi esistono in diversi altri Paesi. Qui in Italia invece non esistono. In passato se ne era discusso, ma fu stravolto il senso di questa proposta, parlando di “celle a luci rosse”. Va detto che i colloqui affettivi non hanno nulla a che vedere con le celle a luci rosse o con il sesso. Servono per tenere unito il gruppo famigliare, coltivare l’affetto verso la propria compagna e verso i propri figli, in modo che, nella loro crescita, percepiscano il calore del padre. Tutto questo serve anche al detenuto, affinché, dopo una lunga condanna, non sia un estraneo nell’ambito famigliare. Perché è questo che succede con la maggior parte dei detenuti che hanno pene lunghe da scontare. Bisogna tenere presente che la maggior parte dei detenuti hanno figli che, raggiunta la maggiore età, hanno bisogno di visite psicologiche e psichiatriche, a causa dei colloqui fatti in carcere e della loro tenera età. A tutt’oggi, i colloqui fatti in carcere sono a vista e ripresi dalle telecamere. C’è sempre un agente che guarda, che ti proibisce di tenere abbracciati i tuoi cari, di scambiare delle coccole con la tua compagna e con i tuoi figli. Ma, se ci fosse la possibilità di fare i colloqui affettivi, ogni detenuto potrebbe salvaguardare  il rapporto con i propri famigliari. E’ un metodo giusto per non essere abbandonati dai propri cari. Se la pena per un condannato deve essere rieducativa e non punitiva, come stabilisce l’art. 27 della nostra Costituzione.

Non va dimenticata la situazione famigliare di ogni detenuto. Specialmente nel caso di chi sta scontando una lunga pena, oltretutto lontano dal luogo di residenza, e per difficoltà economiche non può fare colloqui. Per questo occorre che in carcere siano “liberalizzate” le telefonate, in modo da potere telefonare più volte alla settimana. Ora è concessa solamente una telefonata di 10 minuti alla settimana e, se stai telefonando e cade la linea, anche se non sono trascorsi i dieci minuti che ti spettano, non puoi riprendere quella misera telefonata. Rimane da solo di attendere un’altra settimana per risentire i propri famigliari. 

E’ proprio con il passare degli anni che la condanna da scontare si fa veramente sentire e diventa veramente “punitiva” a causa di certe regole sbagliate. E’ punitiva per chi è detenuto. Ma  a sua volta diventa vendicativa per i nostri famigliari, che nulla hanno a che vedere con la pena che sta scontando il loro caro “marito, compagno, figlio”. E’ vendicativa per i famigliari perché, quando si recano in carcere per fare colloqui con il proprio caro, a volte sono umiliati per via di certe regole senza umanità e vivono con la vergogna perché hanno un famigliare rinchiuso in carcere e tutti si dimenticano che non hanno nessuna colpa del reato commesso dal loro famigliare. 

Spesso ci si dimentica che i nostri famigliari hanno un cuore, un’anima e, soprattutto, hanno un volto e fanno parte di questa società considerata democratica e civile. E ci si dimentica che il confine tra il bene e il male è così sottile che potrebbe capitare a chiunque di oltrepassarlo.

Padova 26-08.2014

Angelo Meneghetti

I miei astri luminosi e dolci… ricordando Nicola Ranieri

astri

Nel settembre 2011 il nostro amico Nicola Ranieri venne meno per un grave male. Ma tanti elementi hanno fatto pensare che il sistema carcerario sia stato in gran parte responsabile, essendo Nicola stato, a detta degli stessi medici di Bari, curato in modo barbaro. La vicenda non è mai stata chiarita fino in fondo, ma le responsabilità potrebbero essere state enormi, contribuendo in maniera decisiva, allo sviluppo e al decorso di quel male.

Alla fine, comunque, le condizioni di i Nicola erano tali che  il carcere lo scarcerò e lui passò i suoi ultimi giorni di vita a Bari con la famiglia.

Dopo la morte, la sorella Mina richiese indietro il computer al carcere, e quando il carcere glielo inviò, lei trovò dentro tanti scritti di Nicola, che fece stampare e ci inviò.  E da quel momento, di tanto in tanto, pubblico qualche testo per ricordare il nostro amico Nicola.

Oggi pubblico questa sua poesia.

———————————————————————

MIEI ASTRI LUMINOSI E DOLCI

Sono solo in questa celletta, SI’!!!

Mi sento solo e triste.

Ma in questo sgomento…

in questo lamento…

in questo freddo…

c’è un grido di Sole che…

riscalda le mie interminabili giornate.

Una piccola e sorridente Luna…

Che illumina le mie notti insonni.

Infine, dolcemente…

la Stella più luminosa

dell’infinito cielo…

mi da gioia…

porta via tutto ciò

che è triste, ombra e buio.

Tu, il mio unico grande oceanico Amore,

si, sei la stella più luminosa, tu,

mi dai forza, coraggio,

allegria e speranza.

Ti ringrazio mio DIO

DI AVERMI DATO QUESTI ASTRI MERAVIGLIOSI.

Il retrogusto amaro del Natale… di Alfredo Sole

socialitas

Pubblico oggi parte di una lettera che Alfredo Sole mi ha scritto dopo Natale.

Una lettera emblematica delle particolari sensazioni che si vivono in carcere, dove anche i momenti più “positivi”, come la “socialità” nel periodo natalizio, o le maggiori ore per potere stare in sezione o comunque, non chiusi in cella… se da una parte permettono momenti di leggerezza, dall’altro, possono ricordare ancora di più la “mancanza”.

Colpisce quando Alfredo scrive che i bei momenti di socialità natalizia, hanno sempre quel fondo amaro, che provi soprattutto quando ti ritrovi, la sera, da solo in cella, e pensi che quei momenti avresti dovuto, avresti voluto, passarli in famiglia.

——————

14-01-2014

Caro Alfredo,

sì questi giorni natalizi sono stati vissuti con uno spirito diverso dalle altre volte. Avere le celle aperte dalle 16:00 alle 19:00 cambia un po’ il modo di percepire queste feste, beh, un po’ tutta la carcerazione e non solo le feste.

Vedi, caro Alfredo, per quanto si tenti di vivere un momento di normalità, non puoi scrollarti di dosso nemmeno per un solo momento il fatto della carcerazione. Anzi, questi  momenti di apparente normalità, come avere la cella piena di compagni seduti a tavola (eravamo, il giorno di Natale, in 4, ma poi, visto che la cella era aperta sono venuti altri per il dolce…). Ti fanno pagare lo scotto quando poi la sera te ne stai da solo sul letto a pensare. Riprendi quelle poche ore di “normalità” e capisci ancora di più quello che hai perso nella vita. Pensi che così dovrebbero essere le feste, ma con la tua famiglia e non in un cella insieme a compagni che, come te, hanno perso tutto nella vita. 

No, caro Alfredo, odio di più queste feste appunto perché per un po’ mi sono sentito normale e questo fa male. 

Se “dimentichi” anche per poco dove ti trovi, rischi di istituzionalizzarti e diventare cosa tra le cose (direbbe Foucault) e, nonostante abbia trascorso l’esatta metà della mia vita (23 anni) in carcere, non ho nessuna intenzione di abituarmi a questa vita. Nemmeno per un solo istante ho intenzione di dimenticarmi dove mi trovo.

Adesso mi prenderò una lunga pausa da questo nuovo tipo di carcerazione (essere più “liberi” in sezione) che potrebbe rischiare di annichilirmi. Ho chiesto di scontare l’isolamento diurno, due anni di isolamento, causa cumulo di pene ma che ancora non avevano intenzione di farmelo scontare e che, se solo volessi, potrei tentare di farmeli condonare, ma non voglio. Voglio ritrovare la tranquillità per continuare gli studi e l’unico modo è quello di “isolarmi”. Rimarrò in sezione, ma mentre gli altri staranno con la cella aperta, io starò chiuso nella mia.

(…)

Ama la vita così com’è… ricordando Nicola Ranieri

Amar

Pubblichiamo oggi un altro testo per ricordare il nostro amico Nicola Ranieri, morto nel settembre del 2011 (in questo lin.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/12/ciao-nicola/ troverete una breve sintesi degli ultimi dolorosi anni della sua vicenda umana).

Gli ultimi giorni  della sua vita Nicola lì passo a Bari, dalla sua famiglia. Il carcere di Opera ormai lo considerava spacciato e per questo lo aveva scarcerato. 

La sorella Mina, una volta riottenuto dal carcere il computer del fratello, trovò in esso tanti testi.. li stampò e ce li inviò. Noi, da quel momento, abbiamo iniziato a pubblicarne periodicamente qualcuno, per ricordare il nostro amico.

———————————————————————————————

AMA LA VITA COSI’ COM’E’

Amala pienamente, senza pretese;

amala quando ti amano o quando ti odiano,

amala quando nessuno ti capisce,

o quando tutti ti comprendono.

Amala quando tutti ti abbandonano,

o quando ti esaltano come un re.

Amala quando ti rubano tutto,

o quando te lo regalano.

Amala quando ha senso

o quando sembra non averlo un po’.

Amala nella piena felicità,

o nella solitudine assoluta.

Amala quando sei forte,

o quando sei debole.

Amala quando hai paura,

o quando hai una montagna di coraggio.

Amala non soltanto per i grandi piaceri

e le enormi soddisfazioni;

amala anche per le piccolissime gioie.

Amala seppure non ti dà ciò che potrebbe,

amala anche se non è come la vorresti.

Amala ogni volta che  nasci

ed ogni volta che stai per morire.

Ma non amare mai senza amore.

Non vivere mai senza vita.

Nicola Ranieri

Liberi… ricordando Nicola Ranieri

libertas

Continuiamo a ricordare il nostro amico Nicola Ranieri, morto nel settembre 2011(in questo lin.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/12/ciao-nicola/ troverete una breve sintesi degli ultimi dolorosi anni della sua vicenda umana).

Nicola Ranieri fu trattato come un cane dal carcere…. le sue lettere descrivevano una situazione allucinante. I medici di Bari -la sua città- quando hanno controllato la situazione di Nicola e hanno “immaginato” come è stato “curato ” in carcere, si sono messi le mani nei capelli.

Una volta che Nicola fu considerato praticamente spacciato, venne liberato e passò i suoi ultimi mesi di vita insieme con la famiglia, a Bari appunto, sua terra d’origine.

La sorella Mina, una volta riottenuto dal carcere il computere del fratello, trovò in esso tanti testi.. li stampò e ce li inviò. E da quel momemnto.. periodicamente.. ricordiamo.. con uno di queti testi… quest’uomo cresciuto in un contesto difficile, ma con un cuore grande.

————————————————–

LIBERI

Liberi di essere se stessi, liberi

di vivere una vita spensierata e

incondizionata, liberi di pensare e

dire tutto quello che ci pare:

liberi di volare, liberi di sognare,

liberi dell’imperativo, che condizionano le idee,

liberi perché siamo uno spirito

libero.

liberi perchè  siamo animali, liberi

perché viviamo come animali, liberi

perché pensiamo e agiamo come

animali.

liberi perché siamo prigionieri

della libertà,

liberi pensiamo di essere

liberi, ma non lo siamo,

liberi perché siamo troppo liberi.

e quando la libertà eccede l’etica,

la morale e il rispetto

per il prossimo diventa il nulla.

Nicola Ranieri

Solo in cella… ricordando Nicola Ranieri

fiores

Un altro testo di Nicola Ranieri, il nostro amico speciale, morto a settembre del 2011. Vi invito ad andare a leggere il post che scrissi il giorno dopo la sua morte (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/12/ciao-nicola/), dove faccio una breve sintesi della tragica e surreale susseguirsi di situazioni che lo hanno portato alla morte…  con molte controverse diagnosi ospedaliere, controverse cure, trattamenti pessimi  che a sua volta riceveva in carcere  pur durante la malattia (racconta ad esempio che dovette dormire per diverso tempo su un letto totalmente umido). 

Seguimmo la sua vicenda, e pur non essendo in grado di fornire dati inoppugnabili, essa assume i contorni dell’omicidio (non doloso naturalmente),  non da parte di una sola persona, ma di un sistema fallimentare dove la mala sanità si unisce alla ottusità burocratica penitenziaria.. La sorella Mina ci disse che i medici di Bari, che lo videro quando il carcere lo scarcerò, una volta che la sua situazione fu considerata irrecuperabile.. quei medici di bari dicevo.. si misero le mani nei capelli quando si accorsero di come era stato “curato”. (

Gli ultimi tempi li passò libero, con la famiglia.

Alcuni mesi fa, ci è giunta, dalla sorella Mina, una grande raccolta di testi di Nicola. Testi presente nel suo computer, che il carcere ha inviato alla famiglia. Una raccolta splendida, un vero patrimonio ideale. E noi abbiamo iniziato, periodicamente, a inserire le creazioni contenute in questa raccolta.

Un modo per continuare a ricordare il nostro amico Nicola Ranieri

—————————————————————

SOLO IN CELLA

Silenziosa

Solo passi

Solo angoli

Cercando angoli di cielo,

fantastiche visioni per dare

nuova luce ai miei occhi

Solo umide pareti

Solo strusci di chiavi

Solo spazi che non sono spazi

Solo tempo che non è più tempo

Sarà l’idea che il tempo si consuma e all’improvviso sono solo, come un attore. Ho scelto il ruolo di chi è sicuro di sé, so benissimo che la mia arte è nella parte fragile di me. Seguo la mia vita, senza lasciarla andare, perché non c’è nessuna differenza, se vinco o se perdo, quello che conta, che ha più importanza

è quello che sono

Solo intonaci offesi dal tempo

Solo intonaci rianimati dal tempo

Solo nei turbamenti e nei fallimenti

Solo in questo spazio senza sole

Solo nel silenzio e nella pazienza

Solo con i suoni che non sono suoni

Con i frastuoni di ogni giorno

Amo la mia vita

e non la lascio andare

cerco ogni notte un po’ di pace

Qualcosa che c’è, che mi fa paura

che rende incerto il mio ruolo

Solo colori non più colori

Che colorano

Lasciando entrare tutte le emozioni, senza far finta che il dolore non mi tocchi.

Nel carcere di Spoleto.

Ranieri Nicola

Navigazione articolo