Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Arte e cultura… di Pietro Lofaro

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Il “Mosaico italiano” è un supplemento del giornale “Comunità Italiana”, pubblicato in Brasile da Editora Comunità (editore Marco Lucchese) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro. È destinato agli italiani in Brasile ed è realizzato anche con la collaborazione di docenti, specialisti e ricercatori delle università brasiliane. Il numero 146 di questa rivista è stato dedicato alla tematica dei detenuti in rapporto agli studi universitari. Sono stati  raccolti i materiali  emersi nell’ambito di una iniziativa partita dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo “Tor Vergata” di Roma. Iniziativa che aveva, tra i suoi scopi, quello di sostenere e agevolare la formazione universitaria dei detenuti reclusi nel carcere di Rebibbia, in vista di un loro futuro inserimento sociale.

Nella rivista sono presenti soprattutto tanti interventi di detenuti che raccontano le emozioni, le problematiche, le richieste connesse alle dinamiche del percorso universitario. Nel corso di questi mesi ho pubblicato alcuni di questi interventi. E oggi ne pubblico un altro, scritto da Pietro Lofaro.

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Per iniziativa di alcuni detenuti del reparto di alta sicurezza, dal primo luglio del 2015 è stato attivato in questo istituto (CC di Rebibbia) un laboratorio di pittura; il progetto è nato, oltre che con l’intento di mettere in pratica una passione comune, con la finalità di raccogliere fondi da devolvere in beneficienza e autofinanziarsi.

Fin da subito, il laboratorio ha riscosso un discreto interesse da parte della Direzione e ci è stato affiancato un educatore che, insieme a noi, ha seguito i progressi e ci ha supportato nelle fasi evolutive. Parlo non a caso di fasi evolutive. Il carcere, come la maggior parte della nostra società esterna, è formato da persone di diverse estrazioni sociali, culturali e regionali. Il laboratorio ci ha spronato a mettere a disposizione l’uno dell’altro le proprie conoscenze, i propri vissuti e a trasformarli nel tempo in disegni su tela. Attraverso la biblioteca di reparto ci siamo documentati sugli artisti, i generi, l’uso dei colori. Chi di noi aveva già una conoscenza sulla pittura e le tecniche pittoriche l’ha condivisa con il resto del gruppo e gli stessi che hanno messo a disposizione il loro bagaglio artistico, ne hanno beneficiato. E’ nato uno splendido processo creativo.

La difficoltà a reperire materiali, immagini nuove, colori, ci ha quasi obbligato a sperimentare, a ricercare modi diversi di dipingere e presentare una tela così come la si conosce. E’ stata proprio la condivisione a permettere tutto questo. L’arte è uno strumento di aggregazione, di conoscenza dell’altro, che non può restare confinata all’interno di quattro mura, ma va condivisa, per permettere di rigenerarsi continuare a creare. A tale scopo, a dicembre 2015, abbiamo avuto il piacere di organizzare la nostra prima mostra, nello stesso laboratorio che fino ad ora ci ha permesso di portare avanti questo progetto. La mostra è stata allestita nel nostro reparto non a caso. Era giusto che le persone che ci hanno appoggiato e seguito fino a quel momento, fossero i primi ad aver contezza dei risultati raggiunti. Volevamo condividerlo con chi, come la Direzione, la sorveglianza, l’educatrice, ha investito in noi, dedicando tempo e trovando spazi adatti ai nostri obiettivi. Poi i volontari, i professori, gli stessi detenuti, nostri compagni, che tutti i giorni hanno seguito, anche se da spettatori, i nostri progressi.

A questo punto mi chiedo: se un semplice laboratorio di pittura e tutta la cultura artistica, che di conseguenza si è venuta a creare attorno ad esso, è stata capace di avvicinare e far collaborare nei limiti del possibile detenuti e sorveglianti, operatori e volontari, perché non condividerlo? Non renderlo pubblico? In carcere, per cause che non dipendono sempre dalla nostra volontà, ma dalle burocrazie e dalla necessità, è tutto molto labile, effimero. La cultura creata può trasformarsi in cultura persa. Perché perdere l’occasione di testimoniare come, all’interno di un carcere, nuovi modi di investire il tempo e gli spazi, possano diventare, perché no, una fucina per artisti? E quanto possa essere pedagogico tutto questo?

A parer mio, l’immaginario collettivo ha un’idea incompleta e forse fuorviante del carcere. A causa del limitato accesso e della poca conoscenza di luoghi come questo, si creano degli stereotipi non sempre realistici.

Attraverso la condivisione di cultura, e in questo caso specifico, di cultura artistica, penso sia possibile abbattere alcuni chiché che si allontanano. L’arte è un processo creativo, che in carcere permette a noi di avere un’altra visione del mondo e a voi di farvi un’altra idea di noi, di come la cultura agisca e sia necessaria, forse maggiormente all’interno di realtà come queste.

La cultura educativa e l’assenza di relazioni umane tra il reo e il suo educatore… di Filippo Rigano

artes

Questo brano di Filippo Rigano -detenuto a Rebibbia e studioso di diritto- è incentrato sulla “problematicità” di un rapporto tanto delicato quale è quello che investe la relazione tra il detenuto e l’educatore.

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Sono entrato in carcere senza istruzione. A un certo punto ho sentito la necessità di studiare.

Gli studi di giurisprudenza mi hanno insegnato il valore del diritto e l’importanza del rispetto delle regole sociali che tengono unita la società. Studiando ho potuto apprezzare la necessità del rispetto verso gli altri, così ponendomi in un’ottica culturale del tutto nuova, riuscendo persino a cambiare il mio carattere e a credere ancora nel futuro le cui prospettive future di realizzazione della mia persona sono certamente più difficili da realizzarsi, ma è mia convinzione che esse mi daranno maggiore soddisfazione.

La Cultura è quell’insieme che include il sapere, la conoscenza, l’arte per trasmettere emozioni e dota l’individuo di una morale nuova. Quello che ho appreso tramite la cultura e che ho avuto modo di approfondire in carcere grazie ai professori universitari e alle persone che hanno creduto utile portare l’università in carcere, così permettendoci di studiare e di formarci culturalmente, ha permesso di sviluppare le capacità mentali di ognuno di noi aiutandoci a mettere giudizio nelle cose da dire e in quelle che si fanno per l’oggi e per il domani. E questo investe un aspetto importante, specialmente in questi luoghi dove molto spesso la cultura scolastica e quella etica sono poco conosciute e praticate.

Guardandomi attorno, mi sono reso conto che mancava qualcosa. E me ne sono accorto partendo dalla mia condizione attuale di studente del diritto e di condannato. E’ ovvio che lo studio da solo diverrebbe poca cosa senza l’aiuto degli altri. Per la persona condannata un aiuto fondamentale può venirgli dall’educatore. La nostra Costituzione, all’art. 27 terzo comma recita così: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, rieducazione, quindi, come sinonimo di socializzazione, facendo capire la funzione che l’educatore carcerario deve svolgere. Nello specifico di questa funzione e dal mio punto di vista ho notato un’evidente carenza della cultura educativa in carcere, dovuta all’assenza di relazioni umane tra l’area educativa e i detenuti. Con questa affermazione non sto dicendo che gli educatori non svolgono il loro dovere, ma che lo svolgono quantomeno in parte. Lavorare in ufficio tra le carte è utile quanto necessario, ma non basta. Serve l’incontro tra persone. O meglio, io dico che è obbligatorio l’incontro tra la cultura dell’educatore e la mia nuova cultura che va formandosi in me e negli altri studenti. Da questo ne discende che occorrono i colloqui conoscitivi tra il detenuto e il suo educatore e dopo essersi  conosciuti si fa il passo successivo che consiste nel tentare di individuare le capacità del soggetto  al fine di stimolarle e altro fine sarebbe poi quello di concretizzarle tramite il graduale reinserimento nella società libera.

Infatti, la figura dell’educatore è anche in grado di svolgere funzione di tramite con il Magistrato di Sorveglianza. L’educatore per ovvie ragioni è colui che conosce per primo il soggetto detenuto ed è su questa conoscenza che fonderà le sue convinzioni per redigere il documento di sintesi trattamentale. La sintesi di cui vi parlo non è un pezzo di carta, giacché ha un elevato valore culturale e identificativo di me medesimo, come di tutti coloro che si sottopongono al trattamento previsto dalla legge penitenziaria.

Il diritto è quella scienza che studia e riconosce le condotte lecite differenziandole dalle illecite. A furia di confrontarmi con questo mondo del sapere è nata in me questa domanda: se si è in grado di riconoscere il legale dall’illegale, la condotta deviata da quella socialmente accettata, come mai poi per molti di noi a un certo punto accade che si ignori ciò che facciamo anche quando questo fare è culturalmente acettabile socialmente ed è rispettoso sotto il profilo giuridico legale? Forse esiste un volere, al quale io fatico a credere, che ha interesse a lasciare sul reo il marchio che lo ha contrassegnato come elemento criminale, quindi pericoloso per sempre? Ecco allora il valore dell’incontro tra me e il mio educatore al quale io mi appello perché solo incontrandosi e colloquiando si potranno stabilire le differenze tra il passato e il presente come sono stato capace di fare con me grazie allo studio del diritto.

Un’ultima cosa. Tutti sappiamo che il diritto si serve del tempo per dare certezza ai suoi atti. Su di me di tempo ne è passato. E’ da 23 anni  che sconto la mia pena e se mi domandassi quali certezze ha aggiunto il mio educatore riguardo al mio percorso culturale ed umano, non troverei alcuna risposta pur essendo che di tempo ne è passato anche troppo. E questo perché su di me, come per molti di noi, l’educatore di atti certificati non ne ha prodotti.

Roma Rebibbia

Filippo Rigano

 

 

Lettera a Sergio Mattarella… di Fabio Falbo

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Pubblico oggi un’altra lettera di Fabio Falbo sul tema della verità soppressa su come avvenne l’unità di Italia e sul brigantaggio.

Questa volta la lettera è rivolta a Sergio Mattarella.

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Falbo Fabio C.C. Rebibbia

Via R. Majetti N°70

C.A.P, 00156 Roma

Presidenza Della Repubblica Italiana

Alla Cortese Attenzione Del Presidente Dott. Sergio Mattarella

Palazzo del Quirinale; Piazza del Quirinale

C.A.P.00187 Roma

Egregio Presidente Dott. Sergio Mattarella, con questa missiva Le ricordo che l’istante non ha

ricevuto notizie alla missiva spedita in augurio alla carica di Presidente Della Repubblica italiana, Le ricordo

che l’ex Presidente Della Repubblica Italiana ha sempre risposto alle tante missive indirizzatale, è inutile

ricordarle che Lei è il Papà di ogni cittadino italiano “anche detenuto”.

Questa missiva è rivolta a Lei per una serie di doglianze e richieste, in primo luogo da cittadino

italiano chiedo la rimozione di titoli insigni a dei pseudo generali salvatori della patria, Comuni italiani che

hanno dato questi nomi a delle piazze, scuole o strade, in secondo luogo le offese perenni di qualche

nordista che maledice il sud con tutti i suoi abitanti, scordando la storia stessa del sud raccontata in modo

veritiero leale ed onesto, l’istante si riferisce ad un articolo apparso su un quotidiano dove definiva il

(Salvini, novelllo Garibaldi “Liberemo il Centro-Sud), con questa lettera a Lei affido la mia risposta ai buoni

propositi del leghista Salvini, neo-eletto “novello Garibaldi”.

Lettera aperta a Salvini, “novello Garibaldi” per “liberare il Centro-Sud?”.

Spesso basta la memoria per risvegliare I’amore per la nostra terra che, pur se spesso amara, ci ha

dato i natali e un’identità.

E se non viviamo di sentimenti, che sono speranza per il futuro, ci costringiamo e abituiamo a vivere

solo un presente svanito.

L’amore per la mia terra, la Calabria, mi porta ad essere “meridionalista” “d’altronde penso come

Lei” critico osservatore e oppositore a ogni sopruso.

Ho vissuto in questi luoghi ove le parole sono insidie, il silenzio temibile stravaganza che ci incatena

e inchioda in croce.

Ma un sentimento, I’amore per la propria terra e la sua gente, l’orgoglio per le proprie origini,

abbattono ogni barriera e i limiti del tempo, rendendo infinito l’attimo e fuggente una vita.

L’On. Salvini “che di onorevole non ha niente” ci offende, o forse la sua ignoranza lo spinge

all’arroganza, non conosce 0 volutamente ignora la Storia, la nostra Storia più recente e remota.

Già oltre 150 anni fa la liberazione del Regno delle Due Sicilie sotto i Borboni (che nessuno aveva

chiesto e auspicata, almeno al Sud) fu guerra di conquista.

Lo stesso Garibaldi, che non fu liberatore ma braccio armato di un progetto di conquista e furto ai

danni di un popolo solare e pacifico (finché non lo si percuote) subito dopo l’unificazione dell’ltalia, dopo

aver assistito alle razzie; ai soprusi, alla truffa e alle rapine praticate dai “savoiardi” a danno di un popolo e

un Regno, ammise che quello della forzata Unione e del suo intervento fu un errore.

ll plebiscito, una prepotente truffa che permise di razziare oro, industrie e anime del Sud.

C’è da chiedersi, pur senza bisogno di attendere risposta: come mai il Sud d’ltalia, dopo aver

contribuito con voto a suffragio universale all’annessione dell’ex Regno delle Due Sicilie, ora si ribellava? Cosa successe durante quelle votazioni, possiamo definirlo, ante-litteram, il primo caso di broglio

elettorale dell’era moderna?

A proposito di quel famoso plebiscito che, dopo la liberazione del Sud, sancì il presupposto giuridico

(!!?) per l’annessione al Regno di Sardegna, cioè ai Savoia piemontesi che nessun Regno avevano, se non

quello di Sardegna che gli diede regalità e che fu presto vergognosamente dimenticato.

Dicevo, quel plebiscito fu una farsa, un inganno.

Solo due milioni ivotanti, le urne sono affiancate e palesi: in una è scritto “Sl”, nell’altra “NO”.

Le intimidazioni dei soldati presenti nei seggi sono continue e manifeste, Le riporto quanto detto

nel 1861 dall’on. Massimo D’AzegIio ai colleghi onorevoli in seduta parlamentare ove si discuteva sulla

“questione brigantaggio“: A Napoli abbiamo cacciato un Sovrano per stabilire un governo sul consenso

universale, ma ci vogliono, e pare che non bastino, 60 battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che,

briganti o non briganti, non tutti ne vogliono sapere, mi diranno” e il suffragio universale? lo non so niente

di suffragio, ma so che di qua del Tronto non ci vogliono 60 battaglioni, e di là si, dunque deve essere corso

qualche errore.

Salvini, che fa rima con Cialdini (cosi come “la valigia di cartone fa rima con terrone” – infelice

citazione dei leghisti prima maniera), dovrebbe prima meglio studiare la Storia (chissà se conosce la figura

del generale Cialdini, l ‘esecutore della legge Pica), [La legge 1409 del 1863, nota come legge Pica, dal nome

del suo promotore, il deputato abruzzese Giuseppe Pica, fu approvata dal parlamento del Regno d’ltalia e fu promulgata da Vittorio Emanuele II il 15 agosto di quell’anno. Presentata come “mezzo eccezionale e

temporaneo di difesa”, la legge fu più volte prorogata ed integrata da successive modificazioni, rimanendo

in vigore fino al 31 dicembre 1865. Sua finalità primaria era debellare il brigantaggio postunitario nel

Mezzogiorno, attraverso la repressione dello stesso colpendo chi lo praticava e chi lo favoriva).

Già ci hanno liberati 150 anni orsono, e sappiamo com’è andata a finire.

La Storia non fa passi indietro, guarda al passato, legge il presente e condiziona il futuro.

Non abbiamo bisogno di altri liberatori (Garibaldi ha già dato), semmai abbiamo bisogno che ci

venga restituita la nostra vera identità, la nostra memoria.

A tal proposito, se ci è concesso, voglio dire la mia, chissà che CiaI…, scusate, che Salvini non

s’illumini, non impari a comprendere la Storia e faccia “nostra culpa“, poiché è più difficile pensare che

agire.

Confucio diceva che “la nostra felicità più grande (che per noi meridionali è anche la nostra forza)

non sta nel non cadere mai, ma nel sollevarsi sempre dopo una caduta) oppure «Colui che desidera

assicurare il bene di altri, si è già assicurato il proprio››.

E noi del Sud (e nel Sud), tra cadute e rovinosi spintoni, ci siamo sempre risollevati (curandoci da noi

le nostre ferite), col sorriso in bocca (pur se a denti stretti) e la gioia nel cuore.

Infatti, la nostra gioia non si trova nei luoghi o ricchezze che ci circondano, ma nel profondo

dell’anima, nel nostro più intimo “Io”.

Tanto in uno sperduto paesino della Calabria che piuttosto in una ricca città lombarda, per un

felice, cordiale e fecondo futuro, liberiamoci prima dai reciproci pregiudizi e diffidenze, altrimenti vivremo

con i nostri demoni in un’ltalia incolmabilmente divisa, “ch’è prigione”.

Contro queste martoriate terre, contro i meridionali sempre additati e visti quali nemici in casa è

stata e viene usata violenza e crudeltà.

Ma il pseudo-nemico s’è disarcionato, diventa un fratello da soccorrere.

La Storia viene scritta e riscritta dai vincitori (guai ai vinti)

Hanno celato (anche nei testi scolastici) la Storia illuminata e illuminante del Sud, ogni sapere e

potere, ogni merito e memoria, anche le sofferenze, mediante una programmata divulgazione di un falso

storico.

Conoscono per dominare, ma solo il despota e stolto conosce per dominare, il saggio conosce per

divulgare.

Hanno voluto convincerci che la nostra è una “Questione“, la Questione meridionale, una sub-

cultura, un’arretratezza e povertà atavica e non indotta.

Che causa dei mali del Sud è stato ed è il Sud, i suoi figli, la Storia ufficiale ce la propina come

eredità borbonica, affannandosi alla ricerca di “ritardi” precedenti, con cui poter assolvere, giustificando

quelli di oggi, un secolo e mezzo di (mala politica (dis)unitaria).

Ma non è stato e non è così, se solo il “novello Garibaldi” e quanti come lui conoscessero fatti e

misfatti, li sapessero o volessero interpretare, oramai qualunque cosa possa accaderci sarà meno di quello

che già ci è stato fatto: la memoria tradita di una ingiustizia è più deII’ingiustizia stessa.

E il Mezzogiorno d’ltalia (così come ogni Mezzogiorno) ne ha dovuti sopportare e subire d’ingiustizie

e soprusi, rapine, presto dimenticate.

In tanti, troppi, dal politico al magistrato o industriale, di ogni corrente, classe e ceto sociale, hanno

contribuito: tutti hanno retratto la mano, si sono avvalsi del potere dell’azione collettiva che riduce il senso

di responsabilità personale.

Così nessuno di loro si sente perseguibile o particolarmente in colpa per aver preso parte a

un’azione (brutale, disumana, ingiusta e persecutoria) di gruppo, anche chi non avrebbe o vorrebbe

partecipare assume un ruolo che costituisce e sostituisce la persona.

Così si formano differenze tra gruppi: ci sono oppressi e oppressori, e ciò giustifica ogni continuo

abuso.

È stato così tra tedeschi e ebrei, tra Germania delll’ovest e quella dell’Est dopo la caduta del muro di

Berlino, tra Nord e Sud dall’Unità d’ltalia ad oggi.

La distanza dice Bocchiaro, “ll senso di colpa diminuisce con la distanza; quello che è lontano da te,

anche se deciso da te, non ti tocca, o pochissimo”.

Meglio ancora se fuori dal tuo campo visivo, ricordiamo i deportati meridionali in Patagonia dopo

l’Unità d’ltalia, come cavallette, armati sino ai denti scesero dal Nord (prima per spodestare un legittimo

sovrano e conquistare il Sud, una guerra d’invasione) e fecero indicibili mostruosità al Sud (razzie, interi

paesi rasi al suolo, donne e bambini stuprati e massacrati, Tribunali Militari – in tempo di pace – e processi

sommari, furono istituiti veri e propri campi di concentramento, violenze, furti e rapine).

Quanti possono dire di sapere su questi fatti: della Patagonia; del generale Cialdini e della Legge n°

1049 del 63, cosiddetta Legge Pica, che divise di fatto l’ltalia civile in due (al Nord era vigente e si applicava

lo Statuto Albertino, mentre al Sud era in vigore la legge di repressione e dei Tribunali Speciali), molto

repressiva ed antidemocratica; del massacro di Pontelandolfo e Casalduni, dei plotoni di esecuzione di

Nino Bixio a Bronte (quello che scriveva alla moglie: ‘Non basta uccidere il nemico, bisogna straziarlo,

bruciarlo vivo a fuoco Iento…son regioni che bisognerebbe distruggere)? Vittime del Risorgimento Italiano;

martiri; Ma solo i martiri risorgono, e spesso insorgono.

Così alcuni meridionali alle armi e alla violenza si opposero con l’odio e le armi (una resistenza

armata ad una guerra d’invasione e ad un tradimento: fu guerra civile contro i soldati piemontesi, e di classi

contro i notabili dell’Italia meridionale), una ultima ribellione contadina, come la interpretò e definì Levi.

Ansie di riscatto, voglia di terra (promessa tradita), fame, disillusione spingevano disperati, ex

soldati borbonici sbandati, ex volontari garibaldini, contadini spogliati di fazzoletti di terra, pastori senza più

pascoli e sorgenti per le loro greggi, a scatenare la prima guerra civile della nostra storia unitaria, mai

abbastanza raccontata.

Li chiamarono “briganti”, tutti al Sud lo erano (per loro) o erano collusi e manutengoli, cosi, posti

all’indice Paolino, li massacrarono, con o senza processi farsa, briganti e non, con le loro famiglie e amici.

A tal proposito, che sia testimonianza, vi voglio riportare un passo del discorso proferito dal

generale Cialdini, luogotenente del re -1861 – per il Sud Italia dopo l’invasione del Regno del Sud, al tenente

colonnello Negri prima dell’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni del 14 Agosto 1861: “Caro Negri, lo

ricordi, non importa ciò che realmente si fa, ma come lo si racconta, come lo si tramanda ai posteri. La

Storia è piena di pirati e banditi diventati pilastro della nobiltà di mezzo mondo. Controlli i rapporti,

selezioni i documenti ufficiali, bruci tutto ciò che potrebbe riferire verità a noi scomode. Questa sarà la

nostra forza, più dei cannoni”.

Il tenente colonnello Negri comandò il reggimento che pose fine al presente di centinaia di

innocenti, che razziò e rase al suolo un paesino nel Matese, vite spezzate, speranze svanite da randagia

vendetta.

Tutti colpevoli, anche donne e bambini, – di essere meridionali-post-unitari, realisti, accusati di

essere manutengoli di briganti.

Ma fu solo vendetta e pregiudizio razziale, gente inerme e poi inerte, che alle fatiche,

all’isolamento e all’ indifferenza dell’ltalia Unita unirono le brutalità della sopraffazione arbitraria.

Con l’Unità ineguale furono portati sul baratro della vivibilità e della paura, poi piombati nell’abisso,

e quando vivi nell’abisso, esso ti entra dentro e diviene il confine della realtà e della sopravvivenza.

Una realtà, ai tanti di queste regioni, ostile, vile, preoccupante e malefica.

E’ il Nord che da oltre 150 anni, con rari e subdoli metodi e azioni (militari, giudiziarie, politiche ed

economiche, di negazione, discriminazione e così via), ha dichiarato-guerra al Sud (oramai impoverito,

deturpato, stuprato, saccheggiato e decimato).

Una guerra (inizialmente roboante e manifesta) silente e nascosta, e quando occorre, mediatica.

Ma le guerre sono figlie e madri di un arretramento della civiltà, perché riconducono i rapporti fra

uomini e culture al confronto della forza: in qualsiasi Iegionario romano con una daga in mano può avere

ragione su Archimede e Pitagora.

Cosi la giustizia diviene l’utile del più forte.

Ma nessuno può farti male più di duello che gli permetti di farti.

“La storia e Ia vita sono fatte di dimenticanza”, diceva Francesco Saverio Nitti, in tanti hanno

voltato pagina troppo in fretta, senza neppure averla letta, in tanti hanno già dimenticato, un popolo ha

sofferto e soffre ingiustizie per la presunzione di altro popolo di erigersi a giudice, guida e padrone

prepotente.

Chi può dire di sapere, magari per averlo letto su qualche polveroso libro, della forte

alfabetizzazione presente nel Sud preunitario? ll Meridione fu presentato dai suoi detrattori piemontesi

quale analfabeta: ma come faceva quel Sud primitivo a partorire ed esportare in tutto il mondo facoltà

universitarie tuttora studiatissime ed invidiate: dalla moderna storiografia all’economia politica; –

vulcanologia; sismologia, archeologia, medicina e altro ancora?

Che strano, come poteva una popolazione così ignorante avere 10.000 studenti universitari contro i

poco più di 5.000 del resto d’ltalia? Nel Sud, i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie ai sussidi

che furono subito annullati dai piemontesi, al loro arrivo.

Dopo l’Unità il processo si inverte: le scuole vengono chiuse e i fondi per la scolarizzazione vengono

dirottati al Nord  “mi ero sempre chiesto come mai il mio trisavolo fosse laureato, il mio bisnonno diplomato e mio nonno, nato dopo l’Unità, analfabeta”, scrive Raffaele Vescera, scrittore foggiano.

Floride industre furono smantellate al Sud e portate nelle paludose pianure del Nord, costringendo

anche manodopera e maestranze a spostarsi inizialmente al Nord, per poi essere scaricata dopo

l’apprendistato degli operai del Nord.

E’ risaputo, spero, che la conquista del Sud salvò il Piemonte dalla bancarotta, e lo disse il braccio

destro di Cavour, che avrebbe voluto un’Unità dalla Toscana in su, e la storia si ripete: dal1975 ad oggi, lo

stato, in varie forme, ha dato alla sola Fiat 110 miliardi di euro, più di quanto abbia investito in tutto il Sud

nello stesso periodo, ma la colpa dell’arretratezza del Sud è imputabile ai terroni: i meno. No! non è

pregiudizio.

Una ricerca all’Università di Bruxelles ha dimostrato che il Regno delle Due Sicilie era tra gli stati

italiani preunitari l’equivalente della Germania di oggi, oggi è l’area più povera d’Europa, e il divario

continua.

Ma la colpa è dei terroni che, come per un malefico sortilegio dopo l’unità e sotto i Savoia

piemontesi sono diventati inetti e stupidi, acquiescenti.

“Per tollerare tanta disuguaglianza, non far nulla per correggerla, c’è bisogno di occhi incapaci di

vederne I’iniquità o di molta disonestà per accettarla, è facile educarsi a questo, per quella Teoria del

mondo giusto” che gli esseri umani fanno velocemente propria, abituandosi a pensare che chi ha di più è

perché lo merita; e chi ha meno perché non merita altro…cercando, magari, in una presunta incapacità,

personale e collettiva (“i meridionali“), la ragione della minorità altrui o propria e, viceversa, della propria o

altrui superiorità.

E’ tempo che noi, fieri meridionali, ci riappropriamo dei nostri ricordi, della nostra Storia troppo

presto dimenticata o mai conosciuta (semmai la si potesse studiare sui testi scolastici); è tempo di

riappropriarci del nostro “essere”, poiché “noi siamo”, è tempo che impariamo nuovamente a camminare,

per poi pensare e agire da soli.

Al Meridione è capitato di perdere il passato, il mondo, fatto anche di tradizioni, e la cultura da cui

proviene.

Chi siamo? Siamo forte l’evoluzione genetica e culturale del pacifico e laborioso popolo italico

(anticamente con “ItaIia” greci e latini indicavano quella porzione di terra posta alla punta dello stivale,

in Calabria, e significava “terra dei vitelli”), della cultura e sapienza ellenistica e araba, dello spirito e

spiritualità bizantina, del coraggio e forza dei Normanni – e prima, nel solo Ducato di Benevento, anche

longobarda -, dell’odio brigante.

Che vengano forza e capacità a lungo represse a darci coraggio e dignità, siamo esuli della nostra

Storia e dalle memorie: esuli in casa propria.

Tutto ciò che possiamo essere e saremo, ogni potenzialità, fa paura il nostro Mezzogiorno è una

società ancora ancorata a valori antichi, atavici e reali.

Ciò non costituisce, contrariamente a quanto supposto e creduto da eccellenti pensatori

settentrionali, ostacolo allo sviluppo, alla modernità: il Giappone, l’India, la Cina ne sono esempi.

Una società esiste e progredisce finché ha un codice morale, etico, da confrontare con gli altri.

Un sistema sociale resta integro se si salvano i suoi valori (quelli dei padri che ne sono  detentori) e

si ha capacità di trasmetterli, come una cellula, e una sola cellula può bastare (il Sud, con l’Unità, non è

stato annientato e annullato, non come avrebbero voluto); per questo un solo meridionale è un mondo, mentre un milione di uomini senza radici, memoria e morale, non fanno una Nazione.

ll Mezzogiorno deve affrancarsi dai propri mali cui è stato piombato, essere fiero e convinto di sé

stesso, sentirsi uguale e superiore ai suoi detrattori, a chi lo discrimina e inferiorizza.

“Guarisci quando smetti di nascondere il tuo male, lo porti alla luce, lo riconosci, solo allora potrai

affrontarlo “.

Non è più comodo, non lo è mai stato, essere il fratello povero e svogliato di una famiglia ricca, di un fratello ladrone.

L’ltalia è divisa nella testa e nei cuori degli italiani, noi caro On. Salvini, un popolo, insieme una

Nazione forte e fiera, e non vi sarà futuro se nel futuro ritornerà sempre il passato.

A mo’ di esempio: come possono essere stati devoluti onorificenze di insigne valore e rilievo a

questi esseri ignobili, Pier Eleonoro Negri (Locara, 29 giugno 1818 – Firenze, 17 dicembre 1887) è stato un

ufficiale italiano, che conseguì il grado di tenente generale e ricevette sia la medaglia d’argento al valor

militare, sia la medaglia d’oro al valor militare, Onorificenze: Gran Croce dell’Ordine della Corona d’ltalia, 8 maggio 1881; Grande Ufficiale dell’0rdine dei Santi Maurizio e Lazzaro; 1882; Commendatore dell’Ordine militare di Savoia, 6 dicembre 1866; Medaglia d’oro al valor militare «per il brillantissimo valore da lui spiegato nella ricognizione del Garigliano del 29 ottobre 1860.›› 1 giugno 1861; « Medaglia d’argento al valor militare, ferita in battaglia» Novara 23 marzo 1849; Medaglia d’argento al valor militare Confienza 30 marzo 1859, questo essere è responsabile insieme ad altri del C.D. Massacro di Pontelandolfo e Casalduni.

Gerolamo Bixio detto Nino (Genova, 2 ottobre 1821 – Banda Aceh, 16 dicembre 1873) è stato un militare, politico e patriota italiano, tra i più noti e importanti protagonisti del Risorgimento, Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro; Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’ltalia; Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia, 6 dicembre 1866; Commendatore dell’Ordine militare di Savoia, 12 giugno 1861; Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia, 12 luglio 1859; Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala; Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (4 barrette) questo essere è responsabile insieme ad altri della C.D Strage di Bronte.

Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892) è stato un

militare e politico italiano; Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, 1867; Cavaliere di

Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, 1867; Bali di Gran Croce Sovrano Militare

Ospedaliero Ordine di Malta; Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia, 19 novembre 1860;

Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia, 16 gennaio 1860; Commendatore dell’Ordine militare di

Savoia, 12 giugno 1856; Medaglia d’Argento al Valor Militare; Medaglia commemorativa delle campagne

delle Guerre d’Indipendenza; Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia; Commendatore dell’Ordine della

Legion d’Onore (Francia); questo essere è responsabile insieme ad altri del C.D massacro di Pontelandolfo

e Casalduni fu una strage compiuta dal Regio Esercito ai danni della popolazione civile dei due comuni in

data 14 agosto 1861. Tale atto fu conseguente alla morte in azione di guerra di 45 militari dell’esercito

piemontese (un ufficiale, quaranta bersaglieri e quattro carabinieri), avvenuta alcuni giorni prima ad

opera di alcuni “briganti” e di contadini del posto. I due piccoli centri vennero quasi rasi al suolo,

lasciando circa 3.000 persone senza dimora. Il numero di vittime è tuttora incerto, ma compreso tra il

centinaio e il migliaio.

Vede egregio Presidente Della Repubblica Italiana per onorificenza si intende un segno di onore che viene concesso da un’autorità in riconoscimento di particolari atti benemeriti, penso che questi

ignobili personaggi hanno fatto di tutto tranne che di atti benemeriti, è indegno per un paese come

l’Italia dedicare strade, piazze, monumenti o altro a queste indegnità, è umiliante per i cittadini di Bronte o di Pontelandolfo e Casalduni per citarne alcuni o meglio per non indicare le malefatte ai danni dei

meridionali, si auspica un vostro cordiale intervento per l’abolizione di tutte le piazze, le strade o altro

nel nostro territorio italiano intitolate a questi ignobili figure di dato e di fatto, vede è come intitolare

una strada ad un personaggio senza una benché minima etica che ha fatto del male.

Confidando in un Vostro interessamento e certo di riscontro, l’occasione è gradita per porgerLe

distinti saluti, SALVIS JURIBUS, si spera in una vostra risposta.

 

Si allega la missiva precedente senza una vostra risposta in merito.

Roma Rebibbia 13.08.2015

 

Per non dimenticare la vergogna… scritto di Fabio Falbo

brigantis

Il nostro Fabio Falbo -detenuto a Rebibbia- di cui abbiamo pubblicato tanti brani, spesso incentrati su argomenti di spessore, come le società segrete, i poteri occulti del mondo, l’esoterismo, il diritto islamico, ci ha inviato questo testo che richiama, in modo argomentato e con efficaci citazioni, alcuni degli orrori che accompagnarono la stagione dell’unificazione d’Italia.

————————————————————————————————

Falbo Fabio C.C. Rebibbia

Via R. Ivlajetti N°70

C.A.P. 00156 Roma

Ministero Della Giustizia

Ispettorato Generale Dei Cappellani Del D.A.P.

Alla Cortese Attenzione Del Nostro

Amato Papa Francesco nonche Dell’lllustre Ispettore Generale Don Virgilio Balducchi

Via S. Francesco Di Sales N°34; C.A.P. 00156

E.P.C.

Comune Di Pontelandolƒo

Alla Cortese Attenzione Del Sindaco

C.A.P. 82027 Pontelandolƒo (Benevento)

Comune Di Casalduni

Alla Cortese Attenzione Del Sindaco

C.A.P. 82030 Casaldunì (Benevento)

Comune DI Bronte

Alla Cortese Attenzione Del Sindaco

C.A.P. 95034 Bronte (Catania)

 

 

Sono dalla postazione universitaria grazie all’opportunità data dal D.A.P. , dalla Direzione e

non per ultima dall’Università di Roma “Tor Vergata” che le scrivo questa dolorosa e vergognosa

missiva, una vergogna tutta italiana “Assassini e martiri: eroi e dimenticati”, le riporto alcuni dati

e il motivo per cui questa missiva è stata spedita al nostro Amato Papa Francesco per non

dimenticare e pregare questi poveri disgraziati alla domenica dell’Angelus, una preghiera

cattolica in ricordo del mistero dell’lncarnazione.

«Enrico Cialdini, plenipotenziario a Napoli, nel 1861, del re Vittorio. In quel suo rapporto

ufficiale sulla cosiddetta “guerra al brigantaggio”, Cialdini dava queste cifre per i primi mesi e per il

solo Napoletano: 8 968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10 604 feriti; 7112 prigionieri; 918

case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2 905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13 629

deportati; 1 428 comuni posti in stato d’assedio. E ne traevo una conclusione oggettiva: ben più

sanguinosa che quella con gli stranieri, fu la guerra civile tra italiani›› (Le cifre del generale

Cialdini).

Questa missiva nasce da una richiesta fatta da un detenuto di nome Avv. Antonio Piccoli

mio conterraneo detenuto presso la C.C. di Cosenza in merito a delle richieste di ricerche su questi

dolorosi argomenti, di conseguenza questo doloroso lavoro è stato redatto da ambedue.

A memoria della giustizia che in molti luoghi giace, che fu prevaricazione asservita al

potere, per non dimenticare, poiché è giusto ricordare.

Attribuiamo gran valore al ricordo e alla memoria, così da avere giusti riferimenti nel

tempo e poter raccontare e tramandare una testimonianza.

ll nostro passato non abbandonerà il presente, il presente vacillerà al ricordo del passato

dandoci fiducia e coraggio per l’oggi e il domani.

Celebriamo i nostri martiri che non saranno mai eroi, presto sepolti e dimenticati, diamo e

diamoci i giusti meriti.

Siamo calabresi e meridionalisti, precisamente di Corigliano Calabro, e vi vogliamo

raccontare una storia dimenticata.

Così, che sia testimonianza, vi vogliamo riportare un passo del discorso proferito dal

generale Cialdini, luogotenente del re -1861 – per il Sud Italia dopo l’invasione del Regno del Sud, al

tenente colonnello Negri prima dell’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni del 14 Agosto 1861:

“Caro Negri, lo ricordi, non importa ciò che realmente si fa, ma come lo si racconta, come

lo si tramanda ai posteri. La Storia è piena di pirati e banditi diventati pilastro della nobiltà di

mezzo mondo. Controlli i rapporti, selezioni i documenti ufficiali, bruci tutto ciò che potrebbe

riferire verità a noi scomode. Questa sarà la nostra forza, più dei cannoni”.

ll tenente colonnello Negri fu al seguito di Cialdini nella “campagna della Bassa Italia”,

comandò il reggimento di 400 bersaglieri che pose fine al presente di centinaia di innocenti, che

rase a suolo Pontelandolfo.

Vite spezzate, speranze svanite da randagia vendetta, tutti colpevoli, anche donne e

bambini, di essere meridionali post-unitari, accusati di essere manutengoli di briganti.

Ma fu solo vendetta e pregiudizio razziale, gente inerme e poi inerte, che alle fatiche,

all’isolamento e all’indifferenza dell’ltalia Unita unirono le brutalità della sopraffazione arbitraria.

Con l’Unità ineguale furono portati sul baratro della vivibilità e della paura, poi piombati

nell’abisso; e quando vivi nell’abisso, esso ti entra dentro e diviene il confine della realtà e della

sopravvivenza.

Una realtà, ai tanti di queste regioni, ostile, vile, preoccupante e malefica, quel 14 Agosto in

quei paesini arsi dal sole, oltre a vecchi, donne e bambini, con loro morì un’altra cosa.

Lassù, sulle strade polverose e lastricate di sangue, morì il sogno di tanti e la speranza di un

intero popolo.

Lassù, a Pontelandolƒo morì Concettina, una giovinetta di 16/18 anni, colpevole di amare il

suo Pasqualino, un ragazzo che lottava per la sua terra e per la sopravvivenza, per un sorriso, e

con lei mori il suo sogno d’amore.

Come tante, quel giorno e molti altri ancora, venne brutalmente violentata sotto gli occhi

della mamma dai soldati prima di essere uccisa, era un bel sogno, quello di molti che mai videro

avverarsi.

Non un bacio o una carezza, tanti morirono troppo presto, presero le loro vite con i loro

sogni, la loro dignità, il passato, il presente e futuro e lasciarono un triste destino e nuovi

sentimenti: odio e vendetta.

Quanti hanno ricordato e riportato (di certo non nei testi scolastici) alla memoria l’eccidio

del Sannio, di Casalduni e Pontelandolƒo?

Fu’ il tenente colonnello Negri che guidò la colonna a quel massacro e fece accapponare la

pelle al più tenace dei liberali del tempo.

Ma non tutti seppero, molti lo negarono, eppure, che le nostre informazioni non siano fuori

tempo, quel Negri, barbaro e assassino, fu considerato un eroe e proseguì la sua carriera militare,

per il suo eroismo (!!!) durante la guerra civile Nord versus Sud, per aver raso al suolo un inerme

paesino e trucidato parte dei suoi abitanti, vecchi, donne e bambini, a Vicenza c’è una strada

intitolata al suo nome.

Non si sbagliava Cialdini, le sue profetiche parole ebbero seguito, quale italiano prima e

meridionale poi, quale uomo, noi non lo possiamo accettare.

E’ oltraggio alla pace, alla democrazia e alla memoria di quelle vittime innocenti, “Una

vergogna tutto italiana”.

Crediamo debbano essere riviste alcune storie, dare giusti meriti e dovuti biasimi; crediamo

che le autorità competenti, le istituzioni preposte debbano intervenire: un primo e coraggioso

passo verso l’integrazione e la verità, senza paura di essere ostracizzati dai potentati ideologici ed

economici settentrionali.

A tal proposito ci rivolgiamo al Santo Padre, al nostro amato Presidente della Repubblica,

al Governo, al Sindaco Pontelandolƒo, al Sindaco Casalduni, al Sindaco Bronte, al Sindaco di

Vicenza, al Sindaco di Roma, al Sindaco di Napoli e ai tanti Sindaci di città o Paesi Italiani che non

conoscono la vera storia avendo nei loro comuni dato i nomi a strade o piazze, la nostra richiesta

è rivolta a loro affinché cancellassero dalla toponomastica i vari nomi di questi delinquenti

assassini sanguinari.

A loro chiedo, per rispetto ed onor di causa, di togliere tali onori e riconoscimenti al Negri

Cialdini, Bixio, e quanti come loro (non dimenticando Nino Bixio, che al comando delle truppe

garibaldine, a Bronte, in Sicilia, attuò orrendi massacri e saccheggi, quel Bixio che scriveva alla

moglie:

<<Non basta uccidere il nemico, bisogna straziarlo, bruciarlo vivo a fuoco lento son

regioni che bisognerebbe distruggere>>.

Cancellare i loro nomi dalla toponomastica di tutte le città che hanno dato luce a questi

esseri ignobili, ovunque vi siano Piazze e Vie loro intitolate.

Nessuna piazza o via può celebrare un reprobo sanguinario, e se così non fosse, chiediamo

ai vari sindaci dei paesini indicati, a tutti i paesi e le città del Sud e del Nord di dedicare una piazza

o una via ai nostri eroi, che furono martiri e vittime; agli eroi della resistenza di Messina, Gaeta,

del Volturno, ai capibanda, chiamati briganti, che difendevano con le armi i propri diritti, Crocco,

Ninco Nanco (all’anagrafe Summa G. Nicola), ricordando le parole di Francesco Saverio Sipari

nella sua produzione letteraria post-unitaria, che è caratterizzata dai principali temi imposti dalla

modernizzazione (collegamenti stradali e ferroviari), s’inserisce appieno nel filone del

meridionalismo.

Risulta in tal senso emblematica la Lettera ai censuari del Tavoliere del 1863, la quale

peraltro ebbe vasta eco postuma, per essere stata riportata per ampi stralci dal nipote Benedetto

Croce.

Nella Lettera la riflessione di Sipari non si soffermò unicamente sulle vicende legate

all’affrancazione dei canoni del Tavoliere, che pure ne rappresentano il cardine, ma cercò anche di

cogliere le cause del brigantaggio, ponendo l’accento, fra i primi in Italia, sulle radici sociali del

fenomeno, e in particolare sulle condizioni di miseria dei contadini meridionali.

Celebre, a tal proposito, il seguente passo della Lettera:

« Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non

ha armento, non possiede che un metro di terra in comune…al camposanto…Tutto gli è stato

rapito o dal prete al giaciglio di morte, o dal ladroneccio feudale, o dall’usura del proprietario, o

dall’imposta del comune e dello stato: il contadino non conosce pan di arano, ne’ vivanda di carne,

ma divora una poltiglia innominata di spelta, segale o melgone, quando non si accomuna con le

bestie a pascere le radici che ali da la terra. Il contadino non possedendo nulla, nemmeno il credito,

non avendo che portare all’usuraio o al monte dei pegni, all’ora (ohh io mentisco!) vende la merce.

A Concettina Biondi, una giovine fanciulla di Pontelandolƒo che aveva tanti sogni e

speranze, fu stuprata a turno dai soldati di Negri e poi barbaramente uccisa, il tutto sotto gli occhi

bagnati e la disperazione della mamma.

A loro dedicherei una Città, un riconoscimento postumo, vindice alla memoria, di una

mestizia mai assopita.

Si Chiede al Sindaco di Napoli che cambi il nome di p.zza del Plebiscito (a nostro avviso

P.zza della vergogna e dell’umiliazione, visto che quel plebiscito farsa pose le basi giuridiche per la

forzata annessione del Reano del Sud a quello sabaudo, con tutto l’oro, le industrie e quanto più

poterono razziare), visto che tale vuol significare usurpazione e violenza, che ritorni Largo del

Palazzo Reale.

Si Chiede al Sindaco di Roma di rimuovere al Gianicolo il busto Di Nino Bixio e tutte le varie

strade e piazze a loro dedicate.

Si Chiede al Sindaco di Genova di rimuovere la statua di Nino Bixio presso il quartiere

Carignano.

Oggi come allora, essere meridionale in Italia è essere e vivere una condizione diseguale e

disgraziata, che le disgrazie non se le cerca, fanno parte del pacchetto storico-scolastico,

economico, sociale e legislativo.

Dunque, v’invito non a studiare e biasimare gli effetti, ma a ricordare e conoscere le cause,

è tempo che qualcuno sappia e si ricordi di loro, così che possano capire noi.

Da qui nasce questa incresciosa ricerca:

Massacro di Pontelandolfo e Casaluni

 <<Premessa per la Memoria e la Storia>>

«Il bisogno pratico, che è nel fondo di ogni giudizio storico, conferisce a ogni storia il carattere di

“storia contemporanea “, perché, per remoti e remotissimi che sembrino cronologicamente i fatti

che vi entrano, essa è, in realtà, storia sempre riferita al bisogno e alla situazione presente, nella

quale quei fatti propagano le loro vibrazioni. ››

Altro aspetto è la differenza tra giudizio morale e giudizio storico:

«Memoria e storia non sono affatto sinonimi, tutto le oppone. La memoria è sempre in

evoluzione, soggetta a tutte le utilizzazioni e manipolazioni; la storia è la ricostruzione, sempre

problematica e incompleta, di ciò che non c’è più. Carica di sentimenti e di magia, la memoria si

nutre di ricordi sfumati; la storia, in quanto operazione intellettuale e laicizzante, richiede analisi

e discorso critico. La memoria colloca il ricordo neII’ambito del sacro, la storia Io stana e Io rende

prosaico. ››

La memoria risente dunque delle nostre passioni e sentimenti. I ricordi si colorano o sfumano per

un particolare rimasto impresso o dimenticato. È la memoria che ci porta al giudizio morale che ci

fa deformare la storia e giudicarla secondo i nostri particolari interessi. La memoria appartiene a

ciascuno di noi, così come ciascuno di noi formula il suo giudizio morale. La storia appartiene a

tutti e nessuno se ne può fare unico sacerdote e interprete. ll giudizio storico è invece è sempre

problematico, esige analisi critica, tempo e intelligenza a voi le conclusioni.

ll massacro di Pontelandolfo e Casalduni fu una strage compiuta dal Regio Esercito ai danni della

popolazione civile dei due comuni in data 14 agosto 1861. Tale atto fu conseguente alla morte in

azione di guerra di 45 militari dell’esercito piemontese (un ufficiale, quaranta bersaglieri e quattro

carabinieri, avvenuta alcuni giorni prima ad o era di alcuni “briganti” e di contadini del posto. l

due piccoli centri vennero quasi rasi al suolo, lasciando circa 3.000 persone senza dimora. Il

numero di vittime è tuttora incerto, ma compreso tra il centinaio e il migliaio

All’indomani della proclamazione del Regno d’ltalia, in molte parti dei territori dell’ex Regno delle

Due Sicilie scoppiarono moti di rivolta filoborbonici, spesso capeggiati da cittadini o ex militari del

disciolto Esercito delle Due Sicilie. Uno di questi moti ebbe luogo il 7 agosto 1861 quando alcuni

briganti della brigata Fra Diavolo, comandati da un ex sergente borbonico, il cerretese Cosimo

Giordano, approfittando dell’allontanamento di una truppa delle Guardie Nazionali da

Pontelandolfo, occupò il paese, uccidendo i pochi ufficiali rimasti, issandovi la bandiera borbonica

e proclamandovi un governo provvisorio.

L’11 agosto il luogotenente Cesare Augusto Bracci, incaricato di effettuare una ricognizione, si

diresse verso Pontelandolfo alla guida di quaranta soldati e quattro carabinieri. Nei pressi del

paese, gli uomini del reparto piemontese furono catturati da un gruppo di briganti e contadini

armati che li portarono a Casalduni, dove furono uccisi per ordine del brigante Angelo Pica.

Un sergente del reparto sfuggì alla cattura e successiva uccisione e riuscì a raggiungere Benevento,

dove informò i suoi superiori dell’accaduto. Costoro chiesero a loro volta un dettagliato rapporto

ai capitani locali della Guardia Nazionale Saverio Mazzaccara e Achille Jacobelli. Ottenuti dettagli

sull’accaduto, le autorità di Benevento informarono quindi il generale Enrico Cialdini. Racconta

Carlo Melegari, a quel tempo ufficiale dei bersaglieri, che il rapporto inviato a Cialdini conteneva

una descrizione raccapricciante dell’uccisione dei bersaglieri. Cialdini, consultandosi con altri

generali, ordinò l’incendio di Pontelandolfo e Casalduni con la fucilazione di tutti gli abitanti dei

due paesi “meno i figli, le donne e gli infermi”.

II massacro «Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra. ››

(Cialdini al colonnello Negri)

ll generale Cialdini, per I’attuazione del piano, incaricò il colonnello Pier Eleonoro Negri e il

maggiore Melegari, che comandavano due reparti diretti rispettivamente a Pontelandolfo e a

Casalduni. All’alba del 14 agosto i soldati raggiunsero i due paesi. Mentre Casalduni fu trovata

quasi disabitata (gran parte degli abitanti riuscì a fuggire dopo aver saputo dell’arrivo delle

truppe), a Pontelandolfo i cittadini vennero sorpresi nel sonno. Le chiese furono assaltate, le case

furono dapprima saccheggiate per poi essere incendiate con le persone che ancora vi dormivano.

In alcuni casi, i bersaglieri attesero che i civili uscissero delle loro abitazioni in fiamme per poter

sparare loro non appena fossero stati allo scoperto. Gli uomini furono fucilati mentre le donne

(nonostante l’ordine di essere risparmiate) furono sottoposte a sevizie o addirittura vennero

violentate. Carlo Margolfo, uno dei militari che parteciparono alla spedizione punitiva, scrisse nelle

sue memorie:

«AI mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo,

fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo.

Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti

capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si

poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte

era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di

tutto: poIIastri, pane, vino e capponi, niente mancava…Casalduni fu l’obiettivo del maggiore

Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli,

sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso

a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri

ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava.›› (Carlo Margolfo)

Alcuni particolari del massacro si leggono nella relazione parlamentare che il deputato Giuseppe

Ferrari scrisse a seguito del suo sopralluogo a Pontelandolfo all’indomani del terribile evento. Nella

relazione si citano due fratelli Rinaldi, uno avvocato e un altro negoziante, entrambi liberali

convinti. l fratelli, usciti fuori di casa per vedere cosa stesse accadendo, vennero freddati all’istante

e uno dei due, ancora in agonia dopo i colpi di fucile, fu finito a colpi di baionetta. Un altro

episodio citato è quello di una ragazza, tale Concetta Biondi, che rifiutandosi di essere violentata

da alcuni soldati, fu fucilata.

«Una graziosa fanciulla, Concetta Biondi, per non essere preda di quegli assalitori inumani,

andò a nascondersi in cantina, dietro alcune botti di vino. Sorpresa, svenne la mano assassina

colpì a morte il delicato fiore, mentre il vino usciva dalle botti spillate, confondendosi col sangue ››

(Nicolina Vallillo)

Al termine del massacro, il colonnello Negri telegrafò a Cialdini:

« leri mattina all’alba giustizia ƒu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano

ancora. ›› (Pier Eleonoro Negri)

A causa dell’incendio degli archivi comunali e della mancanza di un censimento non si conosce la

cifra esatta delle vittime del massacro. Alcune stime parlano di circa 100 civili uccisi, altre di 400,

altre di circa 900 ed altre ancora di almeno un migliaio.

Anche un film venne in qualche modo censurato, il motivo? Verità scomode, come al solito siamo

di fronte a problemi di natura incognita.

Li chiamarono… briganti! è un film storico del 1999 diretto da Pasquale Squitieri, incentrato sulle

vicende del brigante lucano Carmine Crocco. Venne subito sospeso nelle sale di proiezione ed è,

attualmente, di difficile reperibilità. Ciononostante, il film è divenuto un importante punto di

riferimento per i sostenitori del revisionismo risorgimentale, inoltre ha riscosso un grande

successo in alcuni convegni e università.

Il film fu penalizzato dalla critica e registrò un incasso irrisorio al botteghino (107.451.000 lire),

dovuto anche all’immediato ritiro dalle sale cinematografiche ed è introvabile sia in supporto

VHS che DVD. I motivi della sospensione non sono stati resi noti, sebbene i sostenitori parlino di

censura. Lo scrittore Lorenzo Del Boca ha detto al riguardo che “per ammissione unanime dei

commentatori, è stato boicottato in modo che lo vedesse il minor numero di persone possibile”.

Adolfo Morganti, direttore della casa editrice Il Cerchio e coordinatore nazionale dell’associazione

Identità Europea, sostiene che il film venne ritirato a causa di pressioni da parte dello Stato

maggiore dell’Esercito, poiché non avrebbe visto di buon occhio la raffigurazione dei metodi

attuati dal regio esercito nel meridione e la Medusa Film, proprietaria della pellicola, si rifiuta di

cederne i diritti di trasmissione. ll film è stato criticato da diverse testate giornalistiche per

agiografia nei confronti di Crocco e una visione troppo sanguinaria di personaggi come Cialdini. ll

Dizionario dei film a cura di Morando Morandini lo giudicò “lsterico più che epico. Un’occasione

mancata di controinformazione storica.” ll critico Stefano Della Casa lo definì “Un film interessante

proprio perché fuori dal tempo”. Lo scrittore Nicola Zitara si espresse positivamente, giudicandolo

un racconto epico e appassionante“.

Strage Di Bronte

«Che paesi! Si potrebbero chiamare dei veri porcili! Questo insomma è un paese che

bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Africa a farli civili ›› (Nino Bixio da

Bronte in una epistola alla moglie Adelaide)

Quando l’11 maggio del 1860 il generale Giuseppe Garibaldi sbarco con i Mille nel porto di

Marsala, sapeva benissimo che, per chiudere con successo la sua impresa, gli sarebbe stato

assolutamente necessario l’appoggio e la partecipazione attiva dei siciliani. Questo sarebbe

avvenuto solo se fosse stato accolto non solo come il liberatore dalla tirannide borbonica, ma

anche come colui che poteva dare le possibilità di nascere ad una nuova società, libera dalla

miseria e dalle ingiustizie. Con questo intento, il 2 giugno, aveva emesso un decreto dove

prometteva soccorso ai bisognosi e la tanto attesa divisione delle terre.

Nell’entroterra siciliano si erano, dunque, accese molte speranze di riscatto sociale da parte

soprattutto della media borghesia e delle classi meno abbienti. A Bronte, sulle pendici dell’Etna, la

contrapposizione era forte fra la nobiltà latifondista rappresentata dalla britannica Ducea di

Nelson, proprietà terriera, e la società civile.

Il 2 agosto al malcontento popolare si aggiunsero diversi sbandati e persone provenienti dai paesi

limitrofi, tra i quali Calogero Gasparazzo, e scattò la scintilla dell’insurrezione sociale.

Fu così che vennero appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all’archivio comunale. Quindi

iniziò una caccia all’uomo e ben sedici furono i morti fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il

barone del paese con la moglie e i due figlioletti, il notaio e il prete, prima chela rivolta si placasse.

Il Comitato di guerra, creato in maggio per volere di Garibaldi e Crispi, decise di inviare a Bronte un

battaglione di garibaldini agli ordini del genovese Nino Bixio per sedare la rivolta e fare giustizia in

modo esemplare. Secondo Gigi Di Fiore (Controstoria dell’unità d’Italia) e altri studiosi, gli intenti di

Garibaldi probabilmente non erano solo volti al mantenimento dell’ordine pubblico, ma anche a

proteggere gli interessi commerciali e terrieri dell’lnghilterra (Bronte apparteneva agli eredi di

Nelson), che aveva favorito lo sbarco dei Mille, e soprattutto a calmarne l’opinione pubblica.

Quando Bixio iniziò la propria inchiesta sui fatti accaduti larga parte dei responsabili era fuggita

altrove, mentre alcuni ufficiali colsero l’occasione per accusare gli avversari politici.

ll tribunale misto di guerra, in un frettoloso processo durato meno di quattro ore, giudicò ben 150

persone e condannò alla pena capitale l’avvocato Nicolò Lombardo (che, acclamato sindaco dopo

l’eccidio, venne ingiustamente additato come capo rivolta, senza alcuna prova), insieme ad altre

quattro persone: Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri e

Nunzio Samperi. La sentenza venne eseguita mediante fucilazione l’alba successiva: per

ammonizione, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti.

« Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la

stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno osò muoversi ›› (Cesare

Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle d ‘uno dei Mille)

Alla luce delle successive ricostruzioni storiche si è appurato come Lombardo fosse totalmente

estraneo alla rivolta e invitato a fuggire da più parti si sarebbe rifiutato per poter difendere il

proprio onore. Nunzio Ciraldo Fraiunco era non capace d’intendere e di volere, malato di demenza

(lo “scemo del villaggio” era stato arrestato per aver girato per le strade del paese soffiando in una

trombetta di latta e cantilenato “Cappeddi guaddattivi, l’ura dù judiziu s’avvicina, populu nun

mancari all’appellu”).

La notte che precedette la fucilazione, una brava donna chiese il permesso di portare delle uova al

Lombardo ma il braccio destro dell’Eroe dei Due Mondi, nel respingerla malamente, le rispose che

il detenuto non aveva bisogno di uova poiché l’indomani avrebbe avuto due palle piantate in

fronte. All’alba del 10 agosto, i condannati vennero portati nella piazzetta antistante il convento di

Santo Vito e collocati dinanzi al plotone d’esecuzione. Alla scarica di fucileria morirono tutti ma

nessun soldato ebbe la forza di sparare a Fraiunco che risultò incolume. Il poveretto, nell’illusione

che la Madonna Addolorata lo avesse miracolato, si inginocchiò piangendo ai piedi di Bixio

invocando la vita. Ricevette una palla di piombo in testa e così morì, colpevole solo di aver soffiato

in una trombetta di latta.

Nella novella verghiana Libertà (Novelle rusticane), viene ripreso il tema della strage, secondo

Sciascia in chiave apologetica per Bixio e i garibaldini, e di accentuazione delle responsabilità dei

rivoltosi: l’omissione della presenza storica dell’avvocato Lombardo, e soprattutto la

trasformazione letteraria del “pazzo del paese” (tra i condannati a morte di Bixio) in “nano”, per

attenuare la gravità della condanna capitale di un innocente per giunta non in pieno possesso

delle sue facoltà mentali.

Abitanti della Provincia di Catania

Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti- Voi lo sapete! la fucilazione seguì

immediata i loro delitti – lo lascio questa Provincia – i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente

nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della pubblica tranquillità!… Però i Capi

stiino al loro posto, abbino energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui esso

dispone – Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capaci e

vigorosi che possano rimpiazzarli. Le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occupa

di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demani – Ma dicano altresì a chi

tenta altre vie e crede farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico

sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge

lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto. Randazzo 12

agosto 1860. Sottoscritto dal MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO, 12 agosto 1860, proclama

originale di Bixio, successivo alla esecuzione

La nuova classe dirigente avrebbe dovuto rendere omaggio, nel momento in cui assumeva la

direzione del nuovo stato, agli eroici difensori borbonici di Messina, Civitella del Tronto, Gaeta, e

avrebbe dovuto aggiungere i nomi al ruolo degli eroi di cui venerare la memoria: Quegli uomini

si batterono perché avevano giurato fedeltà al loro Re e non meritavano l’oblio cui li ha

condannati la leggenda risorgimentale. “Sergio Romano -“Finis Italiae”

A voi le conclusioni e i provvedimenti da prendere in merito, si allega per conoscenza una missiva

inviata al nostro Grande Presidente della Repubblica italiana in quanto “dominus, meridionale e

Padre di tutti noi”.

Illustre Ispettore Generale Don Virqilio Balducchi, questa è una tematica dolorosa come doloroso

è periodo poco felice per la maggioranza dei popoli che oggi soffrono queste vicende, la prego

vivamente di portare questa missiva al Santo Padre Papa Francesco per il ricordo di queste

povere vittime tra cui Preti e Monaci, lei è e sarà il ponte di comunicazione tra noi e il Santo

Padre.

Confidando in un Vostro interessamento e certo di riscontro, l’occasione e gradita per porgere

distinti saluti.

Salvis Iuribus.

 

Roma Rebibbia

 

Il carcere e il processo di antropopoiesi… di Juan Dario Bonetti

kagars

Il “Mosaico italiano” è un supplemento del giornale “Comunità Italiana”, pubblicato in Brasile da Editora Comunità (editore Marco Lucchese) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro. È destinato agli italiani in Brasile ed è realizzato anche con la collaborazione di docenti, specialisti e ricercatori delle università brasiliane.

Il numero 146 di questa rivista è dedicata alla tematica dei detenuti in rapporto agli studi universitari. Vengono raccolti i materiali che sono emersi nell’ambito di una iniziativa partita dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo “Tor Vergata” di Roma. Iniziativa che aveva, tra i suoi scopi, quello di sostenere e agevolare la formazione universitaria dei detenuti reclusi nel carcere di Rebibbia, in vista di un loro futuro inserimento sociale.

Nella rivista sono presenti soprattutto tanti interventi di detenuti che raccontano le emozioni, le problematiche, le richieste connesse alle dinamiche del percorso universitario.

Ho già pubblicato giorni addietro un brano presente nella rivista. Oggi ne pubblico un altro, scritto dal detenuto Juan Dario Bonetti.

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L’uomo è il risultato parziale, è un prodotto precario a cui si giunge per il suo essere costantemente immerso  nell’irraggiungibile tentativo di diventare se stesso.

Ma cosa significa divenire se stesso? Probabilmente la risposta più  convincente sarebbe quella secondo la quale un uomo prima diventa uomo per poter diventare se stesso, cosa che avviene solo quando egli riesce ad assumere, a costruirsi, un’identità rispettosa dei canoni della società di cui si fa parte.

Prima di diventare se stessi bisogna diventare uomini, processo questo di non semplice spiegazione.

Noi potremmo facilmente spiegare il concetto di uomo attraverso una definizione semplicemente “semantico-referenziale”, ma cogliere il senso profondo, arrivare cioè all’intima complessità è quasi impossibile.

Non esiste una spiegazione assoluta che ci permetta di cogliere pienamente il senso del sintagma “essere uomo”.

Il significato di tale sintagma è sempre relativo, perennemente vincolato e determinato dal contesto, in parole semplici è l’effetto di tante concause.

La realtà di tale sintagma è sempre relativo, perennemente vincolato e determinato dal contesto. In parole semplici è l’effetto di tante concause.

La realtà è una struttura complessa costruita da un insieme di sottostrutture e di sottosistemi che ogni uomo, che ognuno di noi, è destinato ad affrontare nel processo di diventare prima uomini e poi se stessi.

Diventiamo uomini, per la finalità di potere vivere ed esistere fra gli altri uomini, con la necessità di riuscire a trovare la orma che contraddistingue la nostra individualità, che plasmi la nostra esistenza. Il processo per diventare se stessi è un viaggio difficile che ci porta ad affrontare la realtà nella sua inospitale durezza, ad attraversare le dimensioni del tempo e dello spazio, e per far ciò è necessario adattare la nostra forma, bisogna che ci lasciamo plasmare dalle forze che regolano il mondo fenomenico.

L’uomo adotta forme per poter camminare nel mondo, assume modelli di umanità che sono il risultato di fattori esterni che esplicano forze riducibili, anche se è una semplificazione estrema, alle forze della natura e alle forze della cultura, laddove il potere condizionante delle seconde è superiore a quello delle prime.

Citando Geertz: “essere umani non significa essere un qualsiasi uomo: vuol dire essere un particolare tipo di uomo… e poi: noi siamo animali incompleti e non finiti che si completano e si perfezionano attraverso  la cultura, attraverso forme di cultura estremamente particolari”.

Diventare uomini, diventare noi stessi significa trovare la nostra essenza attraverso la cultura, significa assumere una forma di umanità dovuta alla ricezione di un modello in grado di permetterci di poter partecipare allo spettacolo della vita.

Divenire uomini per poi diventare se stessi significa assorbire un modello culturale umanizzante, significa lasciarsi plasmare, a volte in maniera volontaria, e a volte involontaria, scegliere aspetti di una forma anziché di un’altra, significa divenire oggetti di un processo di foggiatura, di “antro poiesi”.

L’antropoiesi è un termine tecnico che definisce la costruzione dell’uomo, dell’individuo all’interno della società. Durante tale processo l’uomo si lascia plasmare in ogni sua dimensione.

L’uomo è una struttura complessa costituita da un insieme di sistemi interconnessi: il sistema etico, affettivo, estetico, linguistico, di competenze tecniche e tanti altri ancora che andannoa costituire la base su cui si fonderà la sua identità; in seguito naturalmente ad azioni di identificazione –indirizzazione- in maniera semplice possiamo dire che l’uomo assorbe dalla cultura una serie di segni e significati che lo doteranno di codici e parametri attraverso i quali potrà approcciarsi alla realtà fenomenica e agli altri uomini, l’uomo si costruisce attraverso la cultura e se così non fosse egli rimarrebbe umanamente incompleto.

Purtroppo ogni modello culturale di una società è sempre il frutto di una scelta che implica il rifiuto di altre possibilità culturali, ovvero non esiste un modello culturale perfetto benché ogni società possa credere che il proprio modello lo sia.

Le società attraverso l’antropoiesi sempre costruiranno uomini che si caratterizzeranno per la loro umana incompletezza.

Durante la sua costruzione l’uomo partecipa a tale processo ma non si potrà mai parlare di processo di auto costruzione, evento altamente improbabile, che potrebbe avvenire esclusivamente in una dimensione di pura autarchia.

L’uomo quindi è destinato a vivere il suo processo di costruzione all’interno di una particolare società la quale, per sua natura, non può non reggersi sul modello culturale predefinito.

Ogni società ha una propria cultura ed il suo scheletro è l’intelaiatura su cui essa si regge.

La cultura può essere interpretata come una rete di segni, un insieme di significanti e significati che hanno natura convenzionale, sono cioè frutti di scelte.

Indiscutibilmente “la cultura fa l’uomo”, ma ciò avviene attraverso processi che comportano l’apprendimento, l’incorporazione da parte dell’individuo di quella ragnatela di simboli che chiamiamo cultura.

Ogni società per poter auto perpetuarsi  e funzionare cercherà di imporre il proprio modello sostanziale di cultura attraverso una ampia serie di strumenti e meccanismi a ciò finalizzati.

L’uomo è il risultato finale di questo processo di creazione e il suo sé, la sua identità individuale purtroppo sarà sempre in contrasto con la sua identità di gruppo, egli sarà risultante di due forze in contrasto che sono l’autoidentificazione interna  e la categorizzazione esterna, e questa tensione catapulterà l’individuo all’interno di dinamiche esistenziali  altamente problematiche, perché l’uomo invero non potrà che vivere drammaticamente il contrasto tra la percezione interna di chi si vuole essere o di chi si è e il riscontro esterno di chi gli altri vogliono o pensano che sia.

Ogni individuo tende a diventare uomo per poi diventare se stesso, ma in fondo egli altro non è, o altro non diventa che il prodotto, il tentativo di un prodotto precostituito dovuto al modello culturale di una particolare società.

Non sempre l’essere rispecchi il dover essere, perché sebbene l’uomo nella sua essenza è materia malleabile allo stesso tempo, è materi difficile da lavorare.

In tante occasioni l’uomo diventa “altro” rispetto al modello precostituito di cui la società ha bisogno per la propria auto perpetuazione e per il proprio funzionamento, a volte succede che l’uomo per eccesso o difetto non assorba in maniera perfetta il modello che gli corrisponda e quindi non risponde all’ideal tipo di cui una società ha bisogno per esistere e per continuare ad esistere.

Quando ciò avviene ogni società sviluppa meccanismi predisponendo i mezzi necessari a salvaguardare il proprio funzionamento e a tutelarsi. In parole semplici da quando l’uomo vive in gruppo ha escogitato modi di azione (forse è meglio dire di reazione) nei confronti di chi mette in pericolo il funzionamento e quindi l’esistenza del gruppo stesso.

Questi modi di reazione possiamo individuarli lungo un asse di variazioni che ha, ad un estremo la riparazione e, nell’estremo opposto, la distruzione, passando per un punto medio dell’asse che rappresenta l’allontanamento dell’individuo visto ed interpretato  come un prodotto difettoso, il variare dei modi è direttamente proporzionale alla distanza tra il modello sociale e il modello sviluppato dall’individuo.

Le società moderne, soprattutto quelle “occidentali”, le più complesse forse mai esistite, hanno sviluppato sistemi altamente efficienti per la costruzione dei suoi membri al punto che i “prodotti difettosi” sono o dovrebbero essere soltanto delle eccezioni, ma nel caso in cui questi prodotti si manifestino esse sono preparate ad agire  nei loro confronti attraverso azioni che passano dalla riparazione all’allontanamento e in casi simili alla distruzione.

In realtà anche le società moderne non possono permettersi che l’individuo diverga nei propri modelli culturali oltre un certo grado dal modello culturale che le contraddistingue.

Pensiamo però a cosa succede quando un individuo adotta un modello culturale che produce dei comportamenti divergenti da quelli che una società considera fondamentali per il proprio funzionamento e prendiamo il caso in cui il prodotto difettoso lo per cause biologicamente intrinseche all’individuo, per esempio gli infermi menali i quali oggettivamente non hannocompla per quello che sono. Direbbe Seneca: “Nemo fit fato noceris” (nessuno può essere colpevole del proprio destino), antica massima filosofica che in una società civilizzata come la nostra dovrebbe fungere da principio fondamentale ed ineludibile per la risoluzione delle problematiche legate a tali soggetti.

Concretamente la nostra società, come qualsiasi altra società, agisce nei loro confronti allo stesso modo di quelle considerate le più incivili, perché nei confronti dei prodotti difettosi si agisce sempre alla stessa maniera, si tende a riparare, oppure ad emarginare o a distruggere.

Quindi se la nostra società è capace di agire in questo modo sui suoi membri difettosi “sine culpa”, provate ad immaginare come reagiranno nei confronti di coloro che invece le colpe le hanno.

Che hanno la colpa di avere sviluppato delle identità, delle personalità basate sulla adozione di forme  di umanità, di modelli culturalmente lontani e non corrispondenti al prototipo preselezionato.

Non sempre il processo di antropopoiesi comporta dei risultati soddisfacenti. Non sempre l’uomo diventa tale come la società vuole che sia e le cause sono innumerevoli.

Invero le società difficilmente ammetterà l’inefficienza dei propri meccanismi antropopietici bensì faranno ricadere la colpa della divergenza tra ciò che l’individuo è e come dovrebbe essere, sulla volontà dell’individuo stesso.

Senza entrare in merito alla questione delle colpe che sono intrinseche al sistema e quindi  alla società, ritengo che sia più utile al fine del nostro discorso prendere in considerazione solo il caso in cui l’uomo nel suo processo di diventare se stesso lo fa rifiutando parzialmente o interamene un modello culturale proposto o forse meglio imposto.

L’uomo a volte non è in grado di incorporare un modello che in epoca moderna è diventato sempre più complesso, perché non è semplice strutturare il proprio sé, la propria personalità attraverso quella sempre più inestricabile rete di simboli su cui si fonda la cultura moderna. In parole povere non tutti gli uomini hanno la forza, la capacità di sapere mettere in ordine i principi, i valori, la gerarchia di valori, di avere coscienza del pieno significato e del giusto utilizzo di concetti come “il bene”, “la giustizia”, “il normale”, rapportandoli ad altri valori, come “il bene”, “la giustizia”, “il normale”, rapportandoli ad altri valori, come “l’utile”, “il necessario”.

Inoltre il gruppo sociale non reagisce sull’individuo partendo dall’analisi del suo modello di fondo, bensì agisce sull’individuo partendo dall’analisi del suo modello di fondo, bensì agisce su comportamenti  di tali individui, he altro non sono che una proiezione del modello stesso.

Le condotte che divergono da quelle comunemente accettate all’interno di una società all’interno di una società vengono definite devianze e nello specifico quei comportamenti che per loro natura rientrano nella sfera  giuridico/penale vengono tecnicamente definite devianze criminogene.

Esistono atti, comportamenti da parte di individui che sono talmente disfunzionali, inaccettabili da parte della società che vengono categorizzate come atti criminali e passibili quindi dell’applicazione di particolari meccanismi di reazione affinché questi non si ripetano né da parte di altri membri della società né da parte dello stesso individuo che l’ha commesso.

Ritengo che esista la concreta possibilità che le inclinazioni alla devianza criminogena di determinati individui possano, attraverso il binomio carcere/cultura essere azzerati, determinando in loro un nuovo modo di agire rientrante all’interno di schemi comportamentali socialmente accettabili.

Questo può essere fatto a partire da due premesse: innanzitutto la devianza criminogena va interpretata come risultato finale di un modello culturale “sbagliato” che è l’origine profonda di tale comportamento, nel secondo punto l’uomo dovrebbe essere concepito come un messere la cui essenza è tanto fragile quando la sua forma è quindi mutabile. Sulla stessa premessa la mia base teorica è una sintesi di due teorie classiche della devianza criminogena: “la teoria della subcultura” di Edwein Sutherland e “la teoria della scelta razionale” di David Matza, sono convinto che ogni comportamento deviato dipende certamente da un previo calcolo di convenienza, ma l’atto volontario ha sempre come concausa un modello culturale deficitario, in particolare nella sua dimensione etica. Per quanto riguarda invece la fragilità dell’essenza umana, io ho adottato previamente delle considerazioni sull’uomo proposte da Geretz, perciocché non posso non considerare l’essere umano che “materia” che diventa forma, la cui essenza è determinata dalla forma stessa, forma che altro non è che la cultura appresa, che è transitoria e precaria. L’uomo se messo in determinate condizioni culturali può adattare e mutare la sua forma a esse, trasformandosi in altro, cambiando la sua essenza. Questa serie di “trasformazioni a catena” non sono e non possono essere un processo facile perché il cambiamento della propria forma di umanità, come dimostra l’antropologia, è un’operazione molto dolorosa. Ed  è a questo punto il carcere acquista la sua importanza, la sua ragione di esistere. La nostra società dovrebbe  pensare al carcere non come uno strumento  per l’allontanamento o l’accantonamento dei prodotti umani difettosi, una sorta di discarica di scarti umani, ma il carcere dovrebbe essere interpretato come un viaggio oppure un meccanismo in grado di poter favorire la riparazione dell’individuo attraverso la sua trasformazione, una sorta cioè di rito iniziatico capace di favorire la sostituzione di un modello di umanità e quindi la trasmutazione dell’identità.

Chi conosce bene il carcere sa che innanzitutto è un luogo e un tempo di privazioni e di sofferenza che spinge l’individuo, ogni individuo, sul perché del proprio dolore. Questo avviene in quanto il dolore, quando è costante e profondo, può essere alleviato solo se ad esso gli si attribuisce  un senso, gli si trova un significato. In carcere l’uomo ha il tempo e il modo di scavare in se stesso per capire il perché delle sue scelte sbagliate, per conoscere il proprio universo simbolico che lo ha portato a interpretare la realtà in maniera difforme dagli altri, e se riesce a farlo nel modo giusto, sentirà la necessità di mettere in discussione la propria essenza e capirà che la propria visione del mondo è stata l’origine principale delle sue scelte sbagliate. Questa funzione del carcere benché dolorosissima è molto importante perché permette che avvenga ciò che in antropologia tecnicamente si chiama “desenbodyment” ovvero la distruzione, la frantumazione del modello umano culturale preesistente. L’individuo scegliendo  la propria forma disattiva tutte le sovrastrutture che lo sostengono lasciando il proprio sé, la propria essenza indifesa, l’uomo resta nudo, inerme contro la realtà che lo circonda, non potrebbe vivere a lungo in tali condizioni, infatti, subito dopo inizia in lui un altro processo definito “enbodyment”, tecnicismo che definisce il processo di sostituzione o di ricostruzione antropopietica del nuovo modello di umanità che ricaratterizzerà  l’individuo. Ed è a questo punto che intravedo sia la potenziale efficacia della cultura formale al fine della ristrutturazione dell’identità dell’individuo, sia l’incapacità del carcere di portare a pieno compimento il processo di trasformazione efficacemente avviato nella persona privata di libertà.

In carcere l’uomo conosce il dolore, attraverso il trascorrere del tempo vuoto impara che l’uomo può perdere la sua umanità, egli mette in crisi le sue certezze e costruisce da solo le basi del proprio cambiamento. Ma il cambiamento, la ricostruzione di un nuovo modello di umanità, non è un processo semplice, non garantisce che il cambiamento sia sempre positivo e soprattutto non è un percorso che l’individuo può fare in solitario.

Per troppi anni il carcere è servito soltanto a fungere da deterrente nei confronti di pochi e a favorire un cambiamento  negativo nei confronti di tanti, comunemente il carcere veniva definito e in tanti ancora lo fanno, “l’università del crimine”.

Si entrava in esso con un modello di umanità sbagliato e si usciva con uno ancora peggiore. Ma c’è una causa se questo avveniva e ancora avviene, ed è data dal fatto che qualsiasi essere umano può e non deve essere lasciato da solo durante quella fase antro poietica che lo porterà a rivoluzionare il proprio universo simbolico ad avere nuove prospettive per l’interpretazione  della realtà a dotarsi quindi di una nuova visione del mondo. Durante questa fase importantissima, se lasciato da solo, l’individuo purtroppo cercherà  di accedere agli strumenti, di attingere al materiale che troverà intorno a sé, è consequenziale che se lasciato da solo in un ambiente ostile come il carcere, di per sé culturalmente arido, non potrà che sviluppare dei nuovi codici interpretativi della realtà che lo porteranno a riformularla quasi certamente in un modo ancor più sbagliato del precedente. Per questi motivi ritengo che il carcere possa svolgere la sua funzione rieducativa e determinare il cambiamento dell’identità della persona, ma che possa farlo se, e solo se, agisce in sinergia con la cultura formale. Perché l’indiividuo deve essere messo in contatto con idee, con valori, egli deve essere immerso nella materia elementare, primordiale, sostanzia la struttura che regge quella complessa rete di segni che ci permette la vita del tempo e dello spazio, la ree che noi chiamiamo in senso lato cultura.

Solo così l’individuo a causa del dolore, nonostante la tragica esperienza del carcere, si troverà a poter attingere, a disporre delle unità costituenti elementari della cultura, avrà a disposizione “materiale puro e incontaminato con il quale potrà rifondare il proprio universo semantico e così finalmente sviluppare una nuova visione del mondo.

Detto con parole semplici, l’individuo finalmente avrà gli strumenti per sapere valutare in maniera nuova, giusta e soprattutto autentica la realtà che lo circonda e le proprie azioni.

Concludo dicendo che anche se la cultura rappresenta la strada più sicura verso il traguardo del cambiamento, la stessa da sola non basta perché l’individuo ha bisogno di essere accompagnato  quando crede di essere solo, di essere aiutato quando sente di non farcela, di una guida quando pensa di essersi smarrito, ha bisogno di persone qualificate con cui instaurare rapporti umani qualitativi e non quantitativi, l’individuo ha bisogno di modelli concreti tanto quanto di concetti astratti. La trasformazione di un essere umano sarebbe impossibile se non vi fossero operatori culturali pedagoghi in grado di seguire il compimento del difficile e complesso processo chiamato antropopoiesi. Solo se così concepita la cultura trasformerà concretamente il carcere in una officina di riparazione dell’individuo

 

Tanti punti interrogativi su un doloroso problema mai affrontato… di Fabio Falbo

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Pubblichiamo oggi un’altro dei testi di riflessione del nostro Fabio Falbo, detenuto a Rebibbia.

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Sulla cultura del pregiudizio sul giudicato per coloro che scontano la condanna in carcere.

Il punto di domanda è questo: perché se il giudicato penale può essere rivisto tramite l’istituto della revisione, la persona detenuta deve essere considerata sempre colpevole?

In una società culturalmente avanzata il pregiudizio sarebbe semmai neutro, nel senso che non ci sarebbe una etichettatura di colpevolezza, ma una presa d’atto: “sei in carcere e per questo forse hai bisogno di aiuto”.

Parlando di aiuto saremmo imparziali senza essere buonisti, ma realisti.

Infatti, se la condanna inflitta può essere revisionata senza limiti di tempo a venire, “salvo nei casi di flagranza di reato”, una società colta e attenta non parlerebbe in termini di colpevolezza, ma di condanna.

Piuttosto che dire “Tizio” è colpevole perché ha avuto una condanna penale, si dovrebbe dire che Tizio è stato semplicemente condannato.

Io che studio giurisprudenza e non sono un dotto e luminare della materia colgo immediatamente la differenza tra queste due impostazioni linguistiche nonché culturali.

Chiarisco la questione aperta in questi termini: se “Tizio” fosse veramente colpevole con un grado di certezza acclarata, per lui non potrebbe e non dovrebbe esserci possibilità di revisionare il suo giudicato, ma siccome la Legge stabilisce che tutti i giudicati possono essere revisionati, quindi anche quello di Tizio, se ne deduce che è irragionevole utilizzare la parola colpevole per chiunque subisca una condanna.

Convinto della fondatezza della tesi qui prospettata, faccio un ultimo passo in avanti proponendo la domanda: alla luce della mia tesi si può ancora parlare di “riabilitazione e rieducazione”? In questa società ci sono certe regole, certi pregiudizi come quello di additare la figura del detenuto quale “colpevole e questo a tutti i costi”. Quello che non è in sintonia con questa mentalità colpevolista sembra anormale, come anormale sembra porsi domande, nonostante la dolorosità del tema: la fallibilità delle condanne penali. 

Domande che mi pongo anche io da studente in giurisprudenza, senza trovare risposte. Sarà forse per una mia sbadataggine o disattenzione nello studiare?

A tal proposito deve segnalarsi il paradosso del nostro ordinamento di volere pretendere dal condannato, quando egli è innocente, un proficuo percorso di rieducazione e riabilitazione sul fatto per cui ha riportato condanna, accettando però allo stesso tempo la fallibilità delle condanne penali: con l’istituto della revisione, infatti, si ammette implicitamente -e in giurisprudenza anche esplicitamente- la possibile erroneità delle decisioni processuali, anche se definitive, per non elencare le tante ingiuste detenzioni che il nostro Stato di Diritto deve risarcire ogni anno.

In questi casi -ovviamente da considerarsi limite per persone di buon senso- si potrebbe dunque creare l’evidente paradosso per cui, un detenuto condannato innocente, oggetto di errore processuale impossibile da dimostrare attraverso un procedimento di revisione, non potrebbe mai accedere ai benefici penitenziari, in quanto non avrebbe la possibilità né di collaborare, né di dimostrare le ragioni della inesigibilità o irrilevanza della collaborazione, se non ululando vanamente la sua incolpevolezza. 

Senza considerare tutti gli elementi sottratti alla scelta del detenuto, e come tali aleatori nell’indicare al condannato innocente una soglia di pena ingiusta cui poter effettivamente sottoporre il suo percorso rieducativo  la sua condanna, al vaglio di una possibile riduzione o messa in libertà. 

La normativa nazionale, così analizzata e riassunta, palesa dunque l’esigenza di restituire alla Magistratura di Sorveglianza, la possibilità di valutare se esistano, nel percorso detentivo di ogni detenuto, anche condannato innocente, lo scindere quella che è la verità processuale da quella che è la verità “reale non avuta”. Elementi specifici che possono giustificare un tamponamento all’ingiustizia subita, ma anche in questo modo non si può parlare di avvenuta rieducazione e/o riabilitazione.

Io infatti, con la cultura giuridica posta in essere, ho certamente realizzato, nel corso della detenzione, un proficuo percorso di cultura che certamente non può essere definito con la locuzione rieducazione e/o riabilitazione.

Roma Rebibbia

Fabio Falbo

Diritto islamico-lezione otto… di Fabio Falbo

corano1

Continuo con la pubblicazione del saggio sul diritto islamico scritto da Fabio Falbo, detenuto a Rebibbia.

Questa è l’ottavo capitolo.

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Il sistema giudiziario afgano si presenta in maniera paradigmatica. Dopo gli eventi catastrofici dell’11 settembre, abbiamo scoperto che questo Paese rappresenta il cuore dell’Asia. Attualmente in quel territorio vivono vari gruppi, clan, tribù che rappresentano il potere politico del Paese. Il maggior gruppo è quello dei Pastum che poi ha generato i Talebani.

In questi gruppi, il Diritto vivente riposa nelle consuetudini stratificatesi negli anni da queste comunità che spesso si presentano contro il Diritto islamico. Le tribù Pastum sono quelle che hanno combattuto contro gli inglesi, e per questo sono viste dalle altre tribù in modo prestigioso.

Lo Stato in Afghanistan non è mai coinciso con la tipologia di Stato occidentale. Ha sempre avuto un ruolo tribale e poco istituzionale. La guerra in Afghanistan è stata una delle più cruenti. E’ durata 25 anni, lasciando un milione e mezzo di morti, feriti, storpi. Una guerra originata dalle varie fazioni di sunnisti, sciiti, ecc. Con 25 anni di guerra è stato distrutto un intero corpo di giuristi ed istituzioni. Nel 2004 in Aghnistan, sotto la lente delle Nazioni Unite, è stata emanata una carta fondamentale nella quale si trattano argomenti come la discriminazione delle done, i Diritti dell’Uomo, ma veniva scacciata  la Sharia. Si è tentato di ammodernare il diritto di famiglia, non riuscendovi; ed è stato emanato un Codice Civile, tutt’ora vigente, e che contiene norme di diritto di famiglia. Riguardo i diritti delle minoranze, in questo caso degli Sciiti, nel 2004 è stato permesso loro di servirsi di questo diritto di famiglia e delle successioni. Le parti dovevano essere entrambe sciite; altrimenti se di appartenenza sunnita doveva prevalere il diritto spettante a questo gruppo.

Nel corso degli anni si è tentato di proporre un progetto di legge per gli Sciiti, dando loro la possibilità di rispondere ad un Diritto di Famiglia chiaro e semplificato. Per i motivi suddetti questo progetto veniva non dai dotti sciiti, perché tra gli sciiti non vi erano dotti. Il diritto non si esaurisce nella norma, è cosa ben più larga, cioè pluralismo giuridico, strati formatisi negli anni.

Norma, dottrina, e soprattutto diritto vivente. L’ordinamento dell’Afghanistan presenta una struttura piramidale dove gli accordi internazionali rischiano di rimanere sul piano di principio; poi la carta costituzionale che riserva all’Islam un ruolo prioritario; la legislazione statale improntata sugli standard dei principi occidentali, infine il diritto consuetudinario

Il dirito è un prodotto storico, cioè in continuo mutamento adeguandosi allo sviluppo della vita e della società Il diritto vivente è consuetudinario e rappresenta la maggiore fonte in Afghanistan. Altro che diritto islamico; perché è il solo a rappresentare i fenomeni giuridici della società. Codice d’onore dei Pastum, i quali hanno smorzato a proprio piacimento le norme della Sharia, come ad esempio: la dona deve essere coperta interamente dal burqa. Non esiste una norma nella Sharia, cioè nel diritto islamico, che preveda tutto ciò. E’ diventata prassi o consuetudine in questa popolazione, per esplicito volere egli stessi per salvaguardare l’onore della donna dagli occhi indiscreti.

Dalla Città Dolente- colpa, pena, liberazione attraverso le visioni dell’Inferno di Dante

CittàDolente

Dalla Città Dolente è uno spettacolo messo in scena dalla compagnia teatrale dei detenuti di Rebibbia.

Uno spettacolo di fortissimo impatto.. dove i detenuti leggono riletture di Dante fatte da grandi poeti che lo hanno tradotto nei dialetti italiani e in lingua straniera.

Uno spettacolo che ha fatto molto apprezzare la compagnia teatrale dei detenuti di Rebibbia.

Da questo spettacolo è nato un volume illustrato.

Pubblico oggi il comunicato di presentazione del volume, inviatomi dal nostro Fabio Falbo detenuto a Rebibbia.

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I detenuti attori di Rebibbia presentano una lettura di Dante molto particolare:

da Ulisse a Ugolino, da Paolo e Francesca a Filippo Argenti, peccati e peccatori riletti da grandi poeti che hanno tradotto Dante in siciliano, napoletano, calabrese, inglese, spagnolo…

Lo spettacolo che ha reso celebre la Compagnia di Rebibbia, che ho convinto i fratelli Taviani a girare “Cesare deve morire” in carcere, ora anche in forma di libro illustrato.

“Noi detenuti del Reparto A.S. siamo in formazione permanente. Fra noi ci sono studenti diplomati in informatica, laureati, anche alla seconda laurea, laureandi, iscritti. Abbiamo molto tempo e poche distrazioni e passiamo gli esami con medie molto alte. E mentre studiamo facciamo anche teatro con un discreto successo. Insomma, diciamo che stiamo facendo di necessità virtù e, credete, nonostante la nostra condizione, spesso lo facciamo con allegria. E con speranza. Perché leggere, studiare, apprendere e recitare ci fa evadere con la mente. Ci fa desiderare la libertà più ancora di quanto la desideravamo prima. Una cosa chiediamo però alle istituzioni: se avete creduto in noi fino ad investire risorse nella nostra formazione, se vi abbiamo dimostrato di saper essere dei buoni studenti, fate ancora uno sforzo e provate ancora a credere in noi come lavoratori. Dateci l’opportunità di mettere a frutto ciò che abbiamo imparato e siamo pronti a imparare ancora. Ci piacerebbe che il Progetto Segnalibro oltre ad essere un progetto di formazione, diventasse una concreta possibilità di lavoro. Ci piacerebbe poter dire a tutti: vedi, lo Stato che mi ha condannato è anche capace di offrirmi un’alternativa alla vita di prima”:

I Liberi Artisti Associati

Il presente volume è stato realizzato nell’ambito del Progetto Segnalibro curato dal Centro Studi Enrico Maria Salerno in collaborazione con l’Università degli Studi Roma Tre.

Per chi fosse interessato è possibile ricevere una copia del volume, con un contributo minimo di 12 euro più spese di spedizione, contattando la Segreteria del Centro Studi Enrico Maria Salerno ai seguenti recapiti:

mail: laribalta@tiscali.it

sito: http://www.enricomariasalerno.it

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Il Rapporto tra il Processo e la Verità (prima parte)… di Fabio Falbo

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Il testo di cui pubblico oggi è molto importante.

Si tratta di un memoriale scritto dal nostro Fabio Falbo -detenuto a Rebibbia- in merito alla sua vicenda giudiziaria. Ma si tratta di un memoriale che esprime concetti e argomenti che potremmo definire “universali” e che quindi è “utilizzabile” anche in tanti altri casi.

Per l’importanza di questo testo, al fine di agevolarne la lettura, l’ho diviso in due parti.

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Questo memoriale ha la funzione di ricercare al meglio la Verità dei fatti ascritti in modo tale da farla coincidere con la Verità processuale.

Ill.ma Corte, durante questo calvario iniziato nel 2009, non mi sono mai sottratto a qualsiasi chiarimento in merito ai reati ascrittimi, non ho mai usato una parola di troppo e ho sempre avuto il massimo e totale rispetto per la Magistratura e una estrema fiducia nei Giudici.

Il momento più critico è stato la privazione della libertà, il rinvio a giudizio e la condanna subita in primo grado dopo 4 lunghi anni; questo è stato un colpo durissimo.

La tristezza per tutte le prove affrontate e quelle ancora da affrontare, il martellamento di questi anni terribili è indescrivibile.

Il principio che ho studiato come massima è: è meglio subire una ingiustizia piuttosto che farla, perché tra fare una ingiustizia e subirla non si dà simmetria: è colui che fa l’ingiustizia, e non colui che la subisce, che nega il riconoscimento dell’altro e l’altro, nella sua dignità, nelle sue spettanze, non può e non deve mai essere negato, per quanto questo possa costare e questo riferimento non è verso la Corte di primo grado o verso il P.M., ma verto chi ha mentito spudoratamente, commettendo Empietà davanti alla Corte di primo grado, giudici popolari compresi, oltre che, ovvio, davanti al P.M. e ai legali, col solo scopo di fare condannare un innocente.

Ringrazio mio padre che mi ha dato un grande insegnamento educativo e mi ha forgiato per sopportare la vita e della vita anche queste ingiustizie.

Il mio contributo in questo processo è quello di riferire la percezione avuta in primo grado sulla base delle investigazioni effettuate dai Carabinieri, dai periti, dalla polizia scientifica e dai vari testimoni dell’accusa e della difesa, le quali non coincidono tra di loro.

Visto che le pene vengono comminate in nome del Popolo Italiano, il Popolo Italiano deve sapere il ruolo dei collaboratori di giustizia o testimoni, i quali ottengono credibilità, nonostante le dubbie risultanze processuali di primo grado: “vedasi controesame del collaboratore Perciaccante sulla dinamica duplice omicidio Fabbricatore Campana e non solo”:

In questo memoriale si riporta -in parte- il ruolo di questi ultimi senza scendere nei particolari del processo, per rispetto della Corte e dei miei legali che svolgono un lavoro certosino, affinché si possa arrivare il più possibile vicini alla Verità.

Diciamo che istintivamente siamo portati tutti a sostenere che la finalità principale del processo sia definire una controversia o decidere della colpevolezza di una persona in termini di giustizia.

Un processo dovrebbe, quindi, concludersi con una decisione anzitutto giusta o, per meglio dire, secondo quella che è la verità degli atti processuali.

Se si parla di processo penale, si decide secondo giustizia laddove la decisione ha oggetto “come sono davvero andate le cose”, cioè il processo giunge a conclusione giusta se riusciamo a ri-costruire veramente l’esatto svolgimento della vicenda, completa del suo imprescindibile nesso causale e quindi questo altro: che cosa è successo; chi ha commesso cosa e in quali circostanze.

Istintivamente tutti siamo portati a ritenere che il processo debba orientarsi alla Verità, cioè che il processo non sia altro che una grande macchina complicatissima per giungere alla Verità.

Non basta solo questo. Se si pensa al processo penale, proprio la complessità delle sue procedure in campo penale, rende il processo più conforme a Verità. 

Abbiamo esperienze storiche che ci mostrano vicende processuali molto più semplici, nel senso di sbrigative o più elementari nella loro forma agente: si pensi alla tortura in campo penale: se torturo l’imputato, probabilmente confesserà, forse confesserà cose non dovute, ma se il fine è solo quello della confessione, posso inventarmi strumenti ancora più efficaci e più rapidi per ottenere un risultato.

Allora una domanda che sorge spontanea e che porgo alle Vostre Cortesi Att.ni è questa: perché dopo avere aspettato tutti questi anni per finire un primo grado, non si è data la giusta considerazione alle tesi difensive e a quelle investigative? Perché l’escussione dei testimoni portati dall’accusa è durata circa 2 anni, con in più la proroga di altri mesi? Quasi stessimo facendo “Timpone Rosso Bis”! Invece, per i testimoni della difesa sono bastati circa due miseri mesi e con la stranezza che i legali dovevano andare al cospetto della Corte per riferire il “perché” si dovevano sentire quei testimoni e quali erano le domande che sarebbero state poste loro.

Il tutto accadeva in presenza del P.M.? Certo! E con tanto di violazione dell’art. 111 della nostra amata Costituzione.

Il modello processuale prima di questo, modello soppresso a fine anni ’80, era un modello inquisitorio; cioè chi conduceva la vicenda processuale era in una posizione di preminenza sull’oggetto della vicenda stessa. 

Cioè c’era un Giudice che indagava o conduceva la parte istruttoria del processo e poi giudicava.

Quindi, il soggetto dell’azione processuale, il Giudice, era in una posizione di superiorità sull’oggetto dell’azione processuale che è l’imputato, il quale era, invece, in una condizione passiva; cioè colui sul quale si svolgeva la vicenda, per meglio dire colui sul quale si indagava e colui sul quale si decideva, con tanto di asimmetria tra le parti, e con l’accusa in concreto molto più forte della difesa.

Il modello vigente, introdotto nel nostro Ordinamento giudiziario dopo questa riforma, è un modello di tradizione anglosassone ed è un modello di tipo isonomico, cioè simmetrico, in cui accusa e difesa si confrontano in modo paritario e il Giudice non pende né da una parte né dall’altra durante tutta la vicenda processuale, ma si limita a coordinare l’azione dell’accusa e quella della difesa, le quali ad armi pari si scontrano

E solo alla fine del contraddittorio il Giudice decide.

Il capire di questa differenza di modelli in campo penalistico e che cosa comporta questo cambiamento, se sia uguale o contorto, a riguardo è stata fatta anche una riforma Costituzionale, ed è stato introdotto, addirittura tra le norme costituzionali, il cosiddetto “giusto processo”, cioè abbiamo costituzionalizzato l’idea che il processo deve essere non solo giusto, ma si deve svolgere ad armi pari tra accusa e difesa.

Tutto questo perché è cambiata la concezione dell’idea di Verità, che deve legittimare la fine del processo.

In termini più semplici è cambiata la finalità alla quale deve tendere l’azione processuale

Nel processo asimmetrico, cioè in quello inquisitorio, la Verità era quella della “demonstratio”, cioè Verità come dimostrazione: “Io devo dimostrare una tesi”, e se io devo dimostrare una tesi, è come se fossi uno storico, un archeologo che deve indagare un fatto del passato, al pari di come fa -da un certo punto di vista- il Giudice nello svolgere il compito di vaglio sulle vicende oggetto del processo.

Con l’evidente vuoto di presenza del Giudice che, al momento del fatto processuale, non era presente, non ha visto e non ha potuto nemmeno percepire alcunché di quella vicenda che, successa tanto tempo fa, deve quindi essere ri-costruita.

E’ logico che più strumenti si hanno a disposizione per la ricostruzione, più facile è arrivare al risultato.

La Verità del processo, la Verità verso cui tende il processo, non è altro che la dimostrazione di una ipotesi e più strumenti sono a disposizione, più potere si ha per dimostrare questa ipotesi.

Questo sembra molto intuitivo, ragionevole, eppure oggi quello che sta dietro al processo penale è solo la Verità come “argomentum”; e come argomentazione non si tratta di dimostrare niente. In sostanza il problema non è quello di dimostrare una ipotesi, una teoria o u teorema, ma bisogna argomentare e confrontare argomenti diversi, ipotesi diverse, e solo da questi confronti ripetuti, si può dedurre la Verità.

In questo senso è chiaro che la Verità si derubrica a semplice argomento, visto che, appunto, si tratta di discutere, non solo i fatti più attendibili, ma la stessa discussione deve dimostrare i requisiti della maggiore attendibilità. 

Pertanto è necessario che il confronto avvenga a tutto campo, che le parti possano argomentare liberamente, che le parti siano loro a arsi carico della dimostrazione e che dal confronto  possa nascere, come si diceva sopra, l’ipotesi più plausibile sulla quale il Giudice possa emettere una decisione ragionevole e giustificata.

Allora, dato questo cambiamento di modelli processuali possiamo ancora dire che la Verità è il fine del processo? Possiamo ancora dire che il processo tende alla Verità.. ma capiamo che affinché questa Verità venga fuori è necessario mettere le parti in condizioni di potere argomentare, dimostrare, fare le indagini e poi da tutto questo il processo trova il giusto filo che lo conduce alla Verità?

Questo è difficile a dirsi. Sicuramente il processo tende ad essa, non può rinunciare ad essa. Il processo non può rinunciare all’idea che la Verità possa essere e debba essere scoperta. Eppure, c’è un secondo tipo di Verità con cui si confronta chi studia il processo, perché tutti sappiano che la ricerca della Verità non è infinita, detta in altri termini che la similitudine fondamentale tra un Giudice e uno storico (i due sono molto simili su tanti aspetti) è che, così come lo storico, il Giudice deve ricostruire fatti del passato per sapere cosa è successo, mentre la vera differenza tra lo storico e il Giudice sta nel fatto che l’opera dello storico può essere infinita, cioè non finisce mai, invece l’opera ricostruttiva che si fa in un Tribunale ad un certo punto deve finire.

(FINE PRIMA PARTE)

Diritto islamico-lezione sei… di Fabio Falbo

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Continuo con la pubblicazione del saggio sul diritto islamico scritto da Fabio Falbo, detenuto a Rebibbia.

Questa è il sesto capitolo.

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Come su esposto, tra i 600 versetti che racchiudono il testo coranico solo cento sono normativi. Circa 500 riguardano la religione, i comportamenti, ecc. La seconda fonte è la Sunna e le principali scuole di diritto sono state quelle di Medina, Mecca, Gufa, Bassara.

La Sunnah: 1° comportamento del Profeta-   2°insieme di racconti del Profeta-   3°detto fatto silenzio, fonte di cognizione, per i Sunniti improntata sulla veridicità del contenuto, cioé sanare le imperfezioni esistenti nel Corano, trasmessa alla presenza di due testimoni. Le principali azioni sunnite in termine di Sunnah avvengono intorno al IX secolo a Bucaia e Bsnim. Queste sono le più importanti; principalmente concorrono alla retribuzione e distribuzione derivante da un profitto di attività commerciale non chiaramente riportata nel Corano. I giuristi musulmani concentrano tutto il loro studio sulla veridicità del racconto e non sulla autenticità come fanno i giuristi occidentali.

Terza fonte del dirito: la Igmà, ossia la comunità islamica, in termini la indefettibilità della stessa comunità (Umma comunità araba).

Mohamed o Maometto diceva: 1)La mia comunità non si troverà mai d’accordo su un errore.   2) Ciò che ai musulmani è apparso buono ed equo, è buono anche al cospetto di Dio.

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