Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Le chiese contro l’ergastolo… intervista all’avvocato Maria Brucale

Preghiera

Il sei febbraio si è svolta, presso la Chiesa valdese di Firenze una giornata ecumenica di preghiera dal titolo “Le chiese cristiane contro l’ergastolo”. In quel contesto, i giornalisti del sito “Riforma” (http://riforma.it/it) hanno intervistato una delle “vecchie” conoscenze di questo Blog, l’avvocato Maria Brucale. Voglio condividere anche qui l’intervista che le è’ stata fatta.

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Intervista all’avvocato Maria Brucale di “Nessuno tocchi Caino” in vista della giornata ecumenica del 6 febbraio a Firenze

Il 6 febbraio si terrà presso la chiesa valdese di Firenze una Giornata ecumenica di preghiera: «Le chiese cristiane contro l’ergastolo». Già da tempo le chiese evangeliche si sono espresse per l’abolizione della pena dell’ergastolo in Italia. In vista dell’incontro fiorentino di formazione e preghiera, abbiamo intervistato l’avv. Maria Brucale, dell’Unione camere penali di Roma, del direttivo dell’associazione Nessuno tocchi Caino, autrice di numerosi articoli e fortemente impegnata a livello nazionale sull’abolizione dell’ergastolo e sui temi «satelliti» che ruotano intorno a questa complessa questione.

Lo scorso dicembre, l’associazione Nessuno Tocchi Caino ha tenuto un Congresso dal titolo «Spes contra spem», in riferimento alla Lettera di Paolo ai Romani (4, 18). Quali sono stati gli argomenti trattati? Quali gli obiettivi?

«II titolo del congresso, Sperare oltre ogni speranza, guarda a una realtà, quella attuale, che sembra chiudere le porte alle aspirazioni di recupero delle persone condannate all’ergastolo per reati contemplati dall’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario, una norma che esclude dai benefici penitenziari e dal graduale ritorno in società i detenuti che non collaborino con la giustizia. Il proposito palesato dal congresso è di restituire ad ogni uomo, ancorché detenuto, dignità di persona ed aspirazioni di vita e di libertà, di dare finalmente attuazione all’art. 27 della Costituzione. L’abolizione dell’ergastolo cosiddetto “ostativo” e del regime di carcerazione del 41 bis Ordinamento penitenziario, un regime ormai soltanto punitivo e vendicativo nelle sue modalità applicative, sono stati il cuore del congresso».

Ha parlato di ergastolo ostativo, può spiegare meglio di cosa si tratta e chiarire le ragioni per cui se ne chiede l’eliminazione?

«Con il d.l. 13 maggio 1991, n. 152, convertito nella L. 12 luglio 1991 n. 203, è stato inserito nell’ordinamento penitenziario l’art. 4 bis che preclude a chi ha commesso determinati reati (c.d. reati ostativi) – tra cui, primi, i reati associativi – l’accesso ad ogni beneficio penitenziario e alla liberazione condizionale, salvo che collabori con la giustizia. L’ergastolo per reati contemplati dall’art. 4 bis si espia per intero. È morte viva; assenza di aspirazione di recupero, di reinserimento o di rieducazione, di rimorso. Il «fine pena mai» o 9999, come si trova scritto ormai negli ordini di esecuzione pena emessi dalle Procure, dà la suggestione del numero periodico che si ripete all’infinito; l’indicazione di un tempo che non può arrivare».

Una pena, dunque, che esclude la rieducazione? Una forma di tortura?

«Sì, per tale ragione è incostituzionale: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27 comma III, Cost.). La Corte europea lo ha ribadito con la sentenza “Vinter c. Regno Unito”. L’ergastolo è in sé inumano e degradante se non contempla una possibilità di accesso al trattamento rieducativo, una proiezione di tornare in libertà, diversa dalla collaborazione con la giustizia. E incostituzionale è in sé il condizionare alla collaborazione con la giustizia (troppo spesso opportunistica delazione), l’accesso alla gradualità del reinserimento in società. Anche tra chi espia tali gravi reati, c’è chi si proclama innocente. Ne ha diritto! Come si può ammettere che tale diritto venga spezzato da un ricatto di legge che gli impone di “collaborare”?».

Anche riguardo all’ergastolo cosiddetto «comune», ci sono riserve di legittimità costituzionale?

«A mio avviso, l’ergastolo è sempre incostituzionale perché prospetta alla persona una pena detentiva incerta nella durata. Costringe la mente del recluso ad una assenza di prospettiva che è in sé negazione di vita.

Per chi espia l’ergastolo inflittogli per un delitto “comune”, la speranza c’è ma è lontana, fluida, sfumata. La carcerazione è proiettata al raggiungimento di obiettivi trattamentali progressivi: l’accesso alle misure alternative al carcere; la liberazione condizionale, dopo 26 anni di pena sofferta. Per chi ha mantenuto una condotta carceraria “tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento, (art. 176 c.p.) dunque, si possono aprire le porte del carcere, ma non alla libertà! Il condannato “può” essere ammesso: incertus an incertus quando. Una regressione anche minima del comportamento (una zuffa con i suoi custodi; un insulto, un momento di aggressività che andrebbero perdonati in 26 anni di carcere!) preclude l’accesso al beneficio che, in ogni caso, sospende l’esecuzione della pena, non la fa cessare definitivamente. Chi viene condannato deve conoscere la sua pena, dare una proiezione alla sua speranza, individuare un obiettivo certo cui tendere, avere un’altra opportunità. L’ergastolo è incostituzionale, sempre».

E il 41 bis? È un provvedimento emanato dal Ministro della giustizia per evitare che i partecipi a sodalizi criminosi mantengano il collegamento con i clan. Perché viene additato come tortura e se ne propone l’eliminazione?

«Per come è concepito, previsto, disciplinato e attuato il 41 bis è vendetta di Stato, è tortura. È interruzione dello stato di diritto. Una norma di natura emergenziale resa ormai stabile il cui obiettivo è, oggi più che mai, la mera punizione e afflizione.

Il 41 bis determina la sospensione del trattamento, ossia interrompe il percorso di progressivo reinserimento nella società che deve, per Costituzione, connotare qualunque carcerazione. Un’interruzione che ha una durata indefinita e lascia alla detenzione in carcere la sola funzione retributiva, non più rieducativa. Quale utilità, a fini della prevenzione del crimine e della sicurezza, ha ridimensionare l’aria, il vitto, l’abbigliamento, la possibilità di cucinare, di essere curati, di leggere e studiare, il tempo da trascorrere con i propri congiunti? Oggi poi che tutto è ascoltato, videoregistrato, spiato.

Il detenuto resta all’interno della propria cella per 22 ore al giorno con buona pace della funzione rieducativa della pena, del divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e del rispetto della dignità della persona, con buona pace del suo senso originario, della sua essenza giustificatrice, con buona pace del diritto».

Rispetto alla sua esperienza di avvocato penalista impegnato spesso nella difesa di detenuti ergastolani e detenuti in 41 bis, quale speranza intravede nella riforma della giustizia che dovrebbe scaturire dagli “Stati Generali sull’esecuzione penale” appena conclusi?

«La speranza è che gli Stati Generali si traducano in proposte normative che riportino al centro l’uomo e i suoi diritti fondamentali e che riescano a trainare verso il diritto una politica, troppo spesso animata da spinte demagogiche e populiste, che si autoassolve stigmatizzando i “cattivi per sempre” e offrendoli come capri espiatori cui indirizzare ogni frustrazione».

* membro del Gruppo di lavoro sulle carceri della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) 

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Incidente di costituzionalità sull’ergastolo

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Condivido oggi il testo di una iniziativa dello studio legale “FEDERICO E PARTNERS”, che mira a creare un incidente di costituzionalità per porre la questione dell’ergastolo davanti alla Corte Costituzionale.

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Gentile Signore,

a nostro avviso la pena dell’ergastolo è a tutti gli effetti, così come prevista dall’ordinamento italiano, una “pena di morte mediante detenzione”, per questo la presente missiva è volta a prospettare una concreta iniziativa difensiva diretta ad ottenere una dichiarazione di incostituzionalità dell’istituto dell’ergastolo per contrasto con la Costituzione e con le Convenzioni internazionali stipulate dallo Stato italiano.

Il nostro intervento difensivo, derivante dallo studio della giurisprudenza italiana e comunitaria, ma soprattutto delle norme e dei principi consacrati dalla C.E.D.U., è diretto ad ottenere la conversione della pena dell’ergastolo in pena temporanea.

Lo strumento processuale scelto per adire le vie legali è quello dell’incidente di esecuzione, ex art. 666 c.p.p., attraverso il quale si provvederà ad analizzare l’istituto dell’ergastolo, così come previsto e disciplinato nel nostro ordinamento, mettendo in risalto le differenze con gli altri Paesi europei. Tutto ciò è motivato in ragione dei recenti arresti giurisprudenziali in materia di “giudicato esecutivo”, vedasi: Cass. Sez. Unite, 24 ottobre 2013, n. 18821/2014, Sez. Unite 29 maggio 2014 n. 42858/14, Sez. Unite 27 marzo 2014 n. 18288/2010, che hanno statuito definitivamente il venire meno dell’intangibilità del giudicato esecutivo.

Dalla rassegna della giurisprudenza di legittimità del 2014 è emerso chiaramente che il giudicato non è intangibile e immodificabile nell’aspetto esecutivo, ma può essere oggetto di modulazione per renderlo compatibile con l’art. 27 co.3 Cost., il quale prevede espressamente che <<Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato>>.

L’istanza in questione metterà in risalto i punti critici e le problematiche concernenti i diritti fondamentali dell’individuo, come il divieto di trattamenti inumani e degradanti (anche alla luce della recente proposta volta ad introdurre nell’ordinamento italiano il reato di tortura), nonché il fondamentale diritto di libertà, il diritto all’autodeterminazione del soggetto -soprattutto nel caso di detenuti all’ergastolo in riferimento alle ipotesi di collaborazione in cambio di benefici- e degli ulteriori principi sanciti e rispettati a livello internazionale come quelli previsti dalla C.E.D.U., dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (firmata a Parigi il 10 dicembre 1848), dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (ONU firmata a New York il 10 dicembre 1948), dall’UNESCO e dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (New York, il 10 dicembre 1984).

Focalizzeremo l’attenzione sulle recenti pronunce della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ric. Hutchinson c. Regno Unito del 2.3.2015, ric. Vinter c. Regno Unito del 9.7.2013 che hanno fortemente criticato la compatibilità della natura “dell’ergastolo senza liberazione condizionale” (così come viene chiamato in ambito europeo) con il riconoscimento, a tutti i detenuti, di quei diritti e libertà fondamentali, garanzia per tutti gli stati democratici.

Alla luce dei citati arresti giurisprudenziali sosterremo che una pena all’ergastolo, che consenta l’arresto ai benefici penitenziari condizionandolo a comportamenti che obbligano o coartano la libertà individuale, a fronte di una presunta infallibilità del sistema giudiziario, chiusa dal giudicato penale, dimostra che nel nostro ordinamento giuridico tale misura è a tutti gli effetti una detenzione con fine pena mai. 

Infatti, le pronunce della Corte Costituzionale che hanno fino ad oggi confermato la compatibilità dell’ergastolo con l’attuale quadro costituzionale, hanno di fatto ritenuto che la possibilità di accesso ai benefici è condizionata alla revisione critica del proprio passato, senza tenere conto che la condanna potrebbe essere di fatto un errore giudiziario. In altri termini, il detenuto sarebbe costretto ad ammettere colpe non proprie al fine di aspirare alla libertà. Alternativamente dovrebbe subire l’intera esecuzione della pena dell’ergastolo. Su tale presunzione verrebbe condizionata e coartata la libertà individuale del soggetto al punto che la pena costituirebbe un trattamento inumano e degradante.

Nell’ipotesi in cui condividesse la nostra proposta saremmo disponibili ad intraprendere la relativa iniziativa difensiva, pertanto la invitiamo a comunicarci:

1-Il suo interesse all’iniziativa  a mezzo lettera da inviare al seguente indirizzo di Via Oslavia n. 28 cap. 00195 – Roma.

2-L’ultimo ordine di esecuzione emesso dalla Procura Generale competente ove sono riassunti tutti i titoli di esecuzione e la sentenza di condanna all’ergastolo, nonché posizione giuridica aggiornata.

3-La nomina come Suo difensore di fiducia (da effettuare tramite ufficio matricola del carcere) sul procedimento penale per il quale ha subito la condanna dell’ergastolo che è attualmente in esecuzione.

La invito pertanto, nel più breve tempo possibile, a prendere contatto con il nostro studio legale ed a diffondere la stessa tra i detenuti all’ergastolo al fine di aumentare le opportunità di buon esito. Ritengo, infatti, che se all’istanza in questione parteciperanno un numero elevato di detenuti all’ergastolo, maggiori saranno in concreto le possibilità di sollevare un incidente di costituzionalità.

L’indirizzo al quale far riferimento per le comunicazioni è il seguente:

STUDIO LEGALE FEDERICO E PARTNERS

Via Oslavia n. 28, roma – 00195

Tel. 0645436366   Cell. 3389942098

In attesa di un Suo riscontro, le inviamo cordiali saluti.

Roma 11 giugno 2015

Avv. Fabio Federico

 

 

Veritas… di Giuseppe Barreca

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Il nostro Giuseppe Barreca, detenuto a Spoleto, ci invia queste sue riflessioni, in merito alle parole, molto dure, dette dal Papa su pena di morte ed ergastolo.

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VERITAS

La chiesa finalmente lo ha gridato. In Italia, culla del diritto, esiste la pena di morte. Lo ha urlato un cuore impavido, un teologo semplice e ribelle. Un temerario e audace cuore che ha sfidato tutti e tutto senza paura. Ha smascherato le nefandezze che dispotici fomentano.

Grazie Papa Francesco per aver gridato in assordante silenzio e a voce alta quello che molti a voce bassa bisbigliano forse per non farsi capire per paura di essere ascoltati, additati, criticati, giudicati e puniti. Grazie Papa Francesco per aver gridato a tutti che in carcere oggi si muore tutti i giorni un po’ alla volta, un pezzettino al giorno; alla faccia del becero e ciclico garantismo con buona pace dei forcaioli di turno. Grazie Papa Francesco per avere smascherato i furfanti democratici, i truffatori di libertà, i finti politici, i finti buoni, i ladri di sogni, gli ipocriti, i mascalzoni, i corrotti per mestiere, i pregiudicati riconosciuti tali e riabilitati. Coloro che continuano a nascondersi dietro un laico dito di ipocrisia, di finzione, di becero conformismo, di falso perbenismo, nell’indifferenza, nell’opulenza irrazionale, ingiustificata. Grazie Papa Francesco che, per una volta, per cento volte, hai gridato al mondo che nella culla del diritto c’è un bambino cereo, triste e malato che stenta a crescere perché medici malati, confusi e distratti, glielo impediscono  negandogli di godere delle bellezze del mondo: il sole, la luna, il tramonto, l’aurora. 

Grazie Papa Francesco, perché da oggi i condannati a morte rinchiusi nelle carceri italiane, attenderanno di chiudere gli occhi per sempre, con la gioia nel cuore, che un magico pastore vestito di bianco per una volta, contro il rigido formalismo è riuscito semplicemente e banalmente a punire e condannare per sempre il suo gregge colpevole di colpevolizzare i colpevoli. Grazie Papa Francesco per essere vicino agli ultimi, ai reietti, ai falliti, ai senza tetto, ai senza nome, ai pazzi d’amore, agli indesiderati, agli oppressi, ai riciclati, agli incompresi, ai perduti per sempre, ai miscredenti, ai nullafacenti, ai buoni per indole e non per scelta, ai ladri di sentimenti.

Grazie Papa Francesco. I condannati a morte te ne saranno grati per sempre, per l’eternità, per la vita oltre la vita, per l’amore oltre l’amore, per la morte oltre la morte, per i sogni oltre i sogni. Da oggi il sogno di ogni condannato a morte, prima di spirare, sarà di poterti accarezzare la mano e sussurrarti con voce fioca, debole, triste e stanca: GRAZIE Papa Francesco, eroe di un tempo senza tempo. GRAZIE!

Giuseppe Barreca, condannato a morte n. 034099227, ergastolano ostativo detenuto da 24 anni.

Spoleto, ottobre 2014

Il sistema penitenziario e le sue regole… di Angelo Meneghetti

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Ecco un altro testo di Angelo Meneghetti, detenuto a Padova, che ci invia spesso le sue riflessioni dal carcere di Padova.

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Nelle carceri italiane sta continuando una silenziosa “mattanza di suicidi”, ma il Ministro della Giustizia, Andrea Orlano, si appresta a divulgare che l’emergenza delle carceri è superata, e richiama gli stati generali sul sistema penitenziario. Dire che l’emergenza è superata vuol dire ignorare la situazione disastrosa di come sono obbligati a vivere ogni giorno i detenuti, “in una situazione degradante e inumana”, dove è violata qualsiasi regola.

Qualsiasi persona che deve scontare la sua pena, pensa di trovare in carcere “una cella vuota”, ma così non è. 

Si è costretti a pensare almeno di trovare un posto letto, per non dormire con il materasso a terra, come avviene, tranne per quei detenuti sottoposti: “al cosiddetto regime del 41 bis”, che lì le regole, almeno “il posto-cella”  è applicata alla lettera, anche se ci sarebbe da discutere all’infinito per la brutalità del cosiddetto carcere duro del 41 bis. Per via del sovraffollamento, tutti i detenuti comuni “media sicurezza” stanno scontando la loro pena in modo disumano. Si è obbligati a stare in celle con più persone, anche se la cella è adibita per una sola persona. Sono regole senza senso. Condividere il posto-cella con persone anche di etnie diverse che non riescono nemmeno a comunicare fra loro, e, per diverso tempo, tutto questo ti è imposto con la forza e la prepotenza. Questa situazione reale, le persone che la subiscono appena condotti in carcere, sia nella casa circondariale, e anche nelle case di reclusione. Nei primi giorni la vivibilità è intollerabile e, con il passare dei giorni, ci sono detenuti la cui pena da scontare si allunga per via dei rapporti disciplinari o per qualche denuncia, perché vogliono delle condizioni di vivibilità più umane. Certi detenuti la fanno più breve, non pensano di allungarsi la pena da scontare, perché scelgono la strada più breve impiccandosi alle sbarre. 

Negli ultimi mesi, in diverse carceri, hanno disposto di tenere aperte le celle di giorno, in modo che i detenuti possano muoversi nella sezione dove sono ubicate le celle, ma in sostanza non serve a nulla, se non c’è spazio adeguato. Il problema resta per quanto riguarda i passeggi, dove si dovrebbero trascorrere le ore d’aria, perché ci sono troppi detenuti.

Poi esiste il problema di chi è stato condannato alla pena dell’ergastolo “fine pena il 31.12.9999” (vedete che la data di termine pena non è sbagliata). 

Nel nostro Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, dove il detenuto è destinato a non essere mai un uno libero. E c’è quello ostativo, dove il detenuto è destinato a rimanere in cella fino all’ultimo giorno della sua vita, salvo che non si collabori con la giustizia. Le regole del sistema penitenziario sono violate giorno dopo giorno. Per queste violazioni il nostro Paese è stato condannato più volte dal Tribunale dei diritti dell’uomo di Strasburgo “C.E.D.U.”. 

A parte tutto, non bisogna dimenticarsi del comportamento svolto “con immensa sensibilità ed umanità” all’interno delle carceri da parte dei volontari esterni, che si occupano delle minime necessità dei detenuti. Anche i volontari che vivono nella società per bene, trovano diversi “paletti” all’interno del carcere per svolgere la loro genuina volontà ad aiutare chi veramente ne ha bisogno. Tutto per certe regole a volte applicate in maniera errata. Non bisogna dimenticarsi che i volontari all’interno delle carceri, a tutt’oggi, svolgono un ruolo anche di mediazione tra chi dovrebbe occuparsi della tutela e del reinserimento dei detenuti. Sono ruoli che dovrebbero svolgere gli educatori. “In certe carceri sono figure di cui difficilmente si vede la presenza”, anche se i detenuti scrivono decine di richieste, “le cosiddette domandine”, ormai il ruolo dell’educatore va ben oltre i confini delle regole penitenziarie, trascurando il fabbisogno dei detenuti. Gli educatori forse si dimenticano che la maggioranza dei condannati hanno già subito tre gradi di giudizio, e del quarto se ne occupa il Magistrato di Sorveglianza. Se mai il loro ruolo è solo di accertare se il condannato ha raggiunto il limite per accedere alle misure alternative o ai permessi premio.  Si dimenticano che il carcere dovrebbe fare in modo che il processo di reinserimento dei condannati nella società abbia subito inizio e non attendere che il detenuto arrivi a pochi mesi alla sua fine pena per accedere a qualche ora di libertà con un permesso premio, così non è un giusto reinserimento. Va ricordato agli educatori che il giusto reinserimento va fatto a 360 gradi per tutti i detenuti e non, come avviene per certe categorie di condannati, “ai pupilli, raccomandati e quelli che non si sa”, all’interno di un carcere dove i reclusi sono tutti uguali e a tutti va fatto il giusto trattamento per accedere alle misure alternative per il corretto reinserimento nella società. Non bisogna dimenticarsi che i volontari svolgono un ruolo importante e rimangono gli unici che veramente incontrano i detenuti, capiscono che all’interno delle carceri c’è tanta miseria, e svolgono la loro beneficenza con immensa umanità. Auguriamoci che il Ministro della Giustizia richiamando gli stati generali sul sistema penitenziario, faccia sì, che tutte quelle persone della società esterna che si occupano di portare quella sensibilità e umanità all’interno delle carceri, non incontrino ogni volta quei divieti e quei paletti di certe regole applicate a volte con diversi criteri. Non dimentichiamoci di fare presente al Ministro di Giustizia che la condanna dell’ergastolo e le regole per la sua applicazione hanno poco a che vedere per un Paese civile e democratico, e dunque l’ergastolo è a rimanere una pena di morte mascherata, e va abolito, se si vuole un miglioramento della Giustizia del nostro Paese.

Padova 20/09/2014

Angelo Meneghetti

Uno stato che non rispetta la legalità- Francesca De Carolis intervista il Andrea Pugiotto

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Andrea Pugiotto è  professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara. Ed è in prima fila nelle battaglie di civiltà per i miglioramento della situazione dei detenuti e per il superamento dell’ergastolo.

Pubblico oggi una intervista -già uscita sulla rivista “Una Città” (http://www.unacitta.it/newsite/index.asp), fattagli da Francesca De Carolis, amica e bravissima giornalista, e autrice del libro “Urla a bassa voce”. 

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Nel numero di ottobre della rivista “Una città”, questa mia intervista ad Andrea Pugiotto, che è costituzionalista e molto si batte per il miglioramento delle condizioni del carcere e per l’abrogazione dell’ergastolo. Un bellissimo intervento, il suo… ascoltate:

Quando e perché ha scelto di fare della questione carceraria e in particolare dell’ergastolo non solo il suo filone principale di studio, ma anche una vera e propria battaglia civile?

Provo a rispondere muovendo da un dato giuridico. Nel nostro ordinamento penale esiste un principio secondo il quale, quando si ha il dovere giuridico di impedirlo, non evitare un reato equivale a cagionarlo. Analogamente, avere una competenza (cioè un sapere) e non fare nulla, è un grave peccato di omissione o, per noi laici, una grave responsabilità personale. Nasce da qui, da questa consapevolezza, l’urgenza non solo di studiare e di scrivere, ma anche di trovare strumenti inediti ed efficaci in grado di veicolare il proprio sapere in una battaglia di scopo.

Non accade spesso fra i membri dell’Accademia…

Non saprei dire. E comunque, in questo, ognuno risponde solo a se stesso: nel mio caso la circolarità tra l’impegno scientifico e l’impegno civile era un esito pressoché obbligato. (…)Da costituzionalista, infatti, ho sempre pensato il diritto come violenza domata, e la Costituzione come regola e limite al potere. Visti da tale angolazione, il carcere e le pene rappresentano indubbiamente un campo d’indagine privilegiata, un banco di prova tra i più impegnativi per misurare la distanza tra la dimensione ontica del diritto, la sua effettività, e la dimensione deontica del diritto, il suo dover essere. O, se preferisce, tra il diritto vivente e il diritto che insegno.

Iniziamo dall’ergastolo, al cui superamento lei ha dedicato un’attenzione tutta particolare. Un tema impopolare, senza parlare del luogo comune difficile da scalfire: “l’ergastolo in Italia non esiste più”.

Sul tema dell’ergastolo, ma vale in realtà per tutti i principali problemi che ruotano attorno alle pene e alla loro esecuzione, è davvero larga la forbice tra il senso comune e la realtà delle cose. Ecco perché è fondamentale la parola, lo scritto, il dibattito pubblico, la capacità di creare momenti di riflessione non reticente: tutte occasioni capaci di colmare la distanza abissale tra l’opinione omologata, la doxa dominante, e la consapevolezza delle cose, l’epistème. Quante persone sanno, ad esempio, che in Italia esistono non uno ma più tipi di ergastolo? Quante sono al corrente che, a settembre 2014, dietro le sbarre si contavano 1576 ergastolani dei quali 1162 ostativi? Parlo di ergastoli al plurale perché, accanto a quello comune contemplato nell’art. 22 del codice penale, presentano un proprio regime autonomo ed una propria ratio l’ergastolo con isolamento diurno (art. 72 c.p.) e l’ergastolo ostativo (per i reati previsti all’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario). Di ergastolo nascosto si deve poi parlare per l’internamento dei rei folli negli ospedali psichiatrici giudiziari che, di rinnovo in rinnovo, spesso si traduce in una detenzione senza fine. Degli attuali 1576 ergastolani, molti sono reclusi da oltre 26 anni, che pure è il termine raggiunto il quale è possibile accedere alla liberazione condizionale, anche se si sta scontando una pena a vita. Altri addirittura sono in carcere da più di 30 anni, che è la durata massima per le pene detentive. Quanto agli ergastolani ostativi (e sono almeno 681), sono condannati a morire murati vivi, perché per essi – salvo non mettano qualcuno al loro posto, collaborando proficuamente con la giustizia – le porte del carcere non si apriranno mai. Mi (e vi) domando: dobbiamo forse attenderne la morte in carcere, per affermare che queste persone stanno scontando una pena senza fine?

L’ergastolo, però, è già stato sottoposto a giudizio, sia costituzionale, mi riferisco alla sentenza n. 264 del 1974, che popolare con referendum radicale del 1981. Tutte e due le vote ne è uscito confermato.

Quanto a quel voto popolare contrario all’abrogazione dell’ergastolo, come per ogni altro referendum la vittoria del no non produce alcun vincolo giuridico, perché solo la vittoria del  – con conseguente cancellazione della legge – è in grado di innovare l’ordinamento. Semmai, il fatto che la Corte costituzionale abbia allora dichiarato ammissibile il quesito, ci dice che l’ergastolo non è una pena costituzionalmente necessaria: le leggi il cui contenuto è imposto dalla Costituzione, infatti, non possono essere sottoposte a referendum abrogativo. Da ultimo, vorrei ricordare che anche la sovranità popolare si esercita «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1, 2° comma) e se l’ergastolo è una pena illegittima, non basta a metterlo in sicurezza un voto referendario.

Ma la Corte costituzionale, ricordavamo, ha escluso che il “fine pena mai” violi la nostra Carta fondamentale.

Quella sentenza di rigetto, che risolveva un problema gigantesco con una motivazione di sole tremila battute, giuridicamente, non preclude la riproposizione della questione di legittimità dell’ergastolo. Da allora, infatti, il quadro costituzionale è mutato: pensi, ad esempio, all’introduzione in Costituzione nel 2007 del divieto incondizionato della pena di morte (art. 27, 4° comma), che molto ci dice sull’illegittimità di pene irrimediabili e che eleva a paradigma la finalità risocializzatrice cui tutte le pene «devono tendere», come enuncia l’art. 27, 3° comma. La stessa giurisprudenza costituzionale, nel tempo, ha valorizzato in massimo grado questo vincolo di scopo, che non può mai essere sacrificato integralmente ad altre diverse finalità, arrivando anche, con la sentenza n. 161/1997, a dichiarare illegittimo l’ergastolo per i minori. Infine, quella sentenza di quarant’anni fa diceva cose che, oggi, andrebbero rilette con maggiore attenzione di quanto finora è stato fatto.

Ci spiega?

La ratio decidendi di quella decisione è che l’ergastolo non viola la Costituzione perché non è più pena perpetua, potendo il condannato a vita beneficiare della liberazione condizionale, istituto che estingue la pena restituendo il reo alla libertà. Con tutto il rispetto, si tratta di un sofisma. Equivale a dire che l’ergastolo esiste in quanto tende a non esistere. Rovesciato, quell’argomento dimostra che una reclusione a vita è certamente incostituzionale: dunque, tutti i condannati che per le ragioni più varie hanno scontato l’ergastolo fino a morirne, sono stati sottoposti a una pena che la Costituzione respinge. E’ accaduto. Accade anche oggi. Continuerà ad accadere, finché sopravvivrà la previsione legislativa di una pena perpetua.

Perché, allora, in tutti questi anni, l’ergastolo non è mai stato cancellato dal codice penale?

Perché le pene, la loro tipologia, la loro durata, rappresentano un formidabile «medium comunicativo», come dice Giovanni Fiandaca, manipolabile ad arte e catalizzatore di ansie sociali, E’ un serbatoio cui la politica attinge a piene mani per rispondere simbolicamente alla paura percepita dal corpo sociale. Ma dal quale si tiene alla larga, quando si tratta di restituire al diritto penale cornici edittali più ragionevoli di quelle attuali, o se si tratta di mettere in discussione un sistema penale tolemaicamente costruito attorno al paradigma della pena detentiva. Difficile, in questo contesto, che l’ergastolo, cioè la massima tra le pene, possa essere cancellato da un voto, parlamentare o referendario, entrambi suggestionabili ad arte.

Infatti lei ha indicato come strada alternativa l’incidente di costituzionalità davanti alla Consulta. E a questo scopo ha elaborato un atto di promovimento (pubblicato nella rivista Diritto Penale Contemporaneo e che è anche in appendice al volume Volti e maschere della pena curato con Franco Corleone). Perché questa strada dovrebbe riuscire dove hanno fallito legge e referendum?

Pre-vedere come i giudici costituzionali risponderebbero a rinnovati dubbi di legittimità sull’ergastolo va oltre le mie capacità. Tuttavia, diversamente da un voto politico, so che il loro giudizio andrà argomentato secondo coerenza logica e giuridica, sarà guidato da un principio di legalità costituzionale che ha una sua logica stringente non inquinabile da ragioni di opportunità. Riducendo l’essenziale all’essenziale: i giudici delle leggi rispondono alla Costituzione, non al consenso popolare. Compito del giudice che impugna la legge è argomentare persuasivamente perché il carcere a vita, cioè a morte, si collochi fuori dall’orizzonte costituzionale delle pene. In ciò la dottrina giuridica può dare il suo contributo. Dopo di che, vale la massima «fai ciò che devi, accada quel che può».

Può sembrare un atto di sfiducia nella logica democratica, fatta di partiti, confronto parlamentare, leggi approvate a maggioranza…

Capisco l’obiezione ma la respingo. Nasce dall’ubriacatura di questi ultimi vent’anni a favore di una mera democrazia d’investitura, quasi che gli strumenti della sovranità popolare si risolvano esclusivamente nel voto periodico, inteso come delega a una forza politica, a sua volta riunita attorno al capo di turno che tutto prevede e a tutto provvede. La democrazia liberale, disegnata nella nostra Costituzione, è molto più ricca e articolata. Prevede la rappresentanza politica, ma anche la seconda scheda referendaria, il pluralismo associativo, l’esercizio delle libertà civili, la rivendicazione dei propri diritti per via giurisdizionale. La sovranità popolare, in altri termini, si esercita continuamente attraversotutti questi canali di partecipazione. Tra essi c’è anche la via della questione di costituzionalità, laddove ne ricorrano le condizioni di ammissibilità previste dalla legge.

La via giurisdizionale come forma complementare di partecipazione politica, dunque?

In un certo senso è così. Per la condizione carceraria, ad esempio, il processo di riforme introdotte nell’ultimo anno da Governo e Parlamento è stato messo in moto da importanti decisioni giurisdizionali sui diritti dei detenuti, pronunciate dalla Corte di Strasburgo e dalla Corte costituzionale, sollecitate opportunamente da singoli detenuti o da giudici chiamati, altrimenti, ad applicare norme illegittime. Diversamente, tutto sarebbe rimasto come prima. Spero accada, e presto, anche per l’ergastolo.

Più in generale, comunque il diritto esige sanzioni per condotte penalmente illecite, pene detentive, anche dure…

Premesso che la pena è un male necessario, senza il quale sarebbe a rischio l’esistenza stessa dell’ordinamento e, con esso, le condizioni minime necessarie a una convivenza pacifica, va fatta salva una precisazione, in verità decisiva. La nostra Costituzione ammette la forza di cui lo Stato ha il monopolio ma nega la violenza. E lo fa proprio con riferimento alle situazioni in cui il soggetto è nelle mani dell’apparato statale: se è costretto a una qualunque restrizione di libertà (art. 13, 4° comma), durante l’esecuzione della pena (art. 27, 3° comma), quando è sottoposta a un trattamento sanitario obbligatorio (art. 32, 2° comma). I tanti obblighi internazionali che pongono il divieto di trattamenti crudeli, inumani, degradanti, e ai quali l’Italia è egualmente vincolata ora anche per obbligo costituzionale (mi riferisco all’art. 117, 1° comma), chiudono questo cerchio normativo. Ecco il punto: quando la pena minacciata dal legislatore, irrogata dal giudice, eseguita dalla polizia penitenziaria sotto il controllo della magistratura di sorveglianza, travalica il confine che separa la forza dalla violenza, non è più una pena legale.

 E questo è proprio quello che accade nelle nostre carceri sovraffollate, come ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo, condannando l’Italia per il divieto di tortura sancito dall’art. 3 della CEDU.

Esattamente. Anche qui urge una precisazione, per me decisiva. Affrontare il problema «strutturale e sistemico», per dirla con i giudici di Strasburgo, di galere colme fino all’inverosimile, non significa fare fronte a un problema umanitario, né essere chiamati a un sussulto di civiltà o a un obbligo morale. Quello che abbiamo davanti, e di cui il sovraffollamento è solo il lato più visibile, è innanzitutto un problema di legalità. La sua soluzione, dunque, non è una scelta dettata da buonismo o affidata a valutazioni di opportunità politica. E’, semmai, un vero è proprio dovere costituzionale cui non possiamo sottrarci. Pena, altrimenti, un micidiale cortocircuito ordinamentale.

 Quale?

Quello per cui, mentre condanna un soggetto ad espiare una pena per aver violato la legge, è lo Stato che contestualmente viola la propria Costituzione, la CEDU, l’ordinamento penitenziario e finanche il suo regolamento di esecuzione. E’ un cortocircuito micidiale perché, a riconoscere che lo Stato non rispetta la propria legalità sono i suoi stessi organi apicali: sul problema del sovraffollamento carcerario, per esempio, i richiami più severi sono venuti dal Presidente della Repubblica, dalla Corte costituzionale, dal Primo Presidente della Corte di cassazione. La stessa Presidenza del Consiglio, con propri decreti, ha proclamato nel 2010 e reiterato negli anni successivi lo stato di emergenza in ragione dell’attuale condizione carceraria. Sono state addirittura emanate apposite circolari ministeriali che riconoscono il problema dei troppi suicidi dietro le sbarre, la violazione della capienza regolamentare nelle carceri, il problema di una carente assistenza sanitaria per i detenuti. Se questo è il quadro, corriamo il serio pericolo che il reo diventi vittima, perdendo così la consapevolezza della propria condotta antigiuridica, percepita come minuscola davanti a una illegalità statale tanto certa quanto vasta. 

Lei fa molti incontri in carcere e in carcere, è entrato più volte. Che percezioni ne ha ricavato?

Entrare in un carcere, anche se occasionalmente, è un’esperienza sconvolgente. Varchi uno, due, tre, più cancelli che, ad ogni passaggio, si richiudono rumorosamente alle tue spalle. Gli odori, i suoni, i colori, gli spazi, i visi che incroci – del detenuto, dell’agente penitenziario, dei familiari di detenuti, il più delle volte mogli, madri, sorelle fuori dal carcere in attesa di entrare per i colloqui – ti si imprimono nel ricordo. E’ come se tutti i tuoi sensi acuissero la loro capacità di percezione. Fondamentalmente, è un’esperienza che ti mette in contatto con il dolore più sordo, quello che sembra non avere né rimedio né speranza. Per quanto mi sia sforzato, non riesco minimamente a realizzare che cosa siano, quotidianamente, il tempo dietro le sbarre, l’assenza di spazio, la convivenza coatta tra detenuti, l’amputazione della sessualità come libera scelta.

Dove trovare le parole per far capire a chi non ha visto, per raccontare…

Nella letteratura spesso riesco a trovare le parole capaci di raccontare del carcere ciò che altrimenti non saprei personalmente narrare. Adriano Sofri, su tutti, ha questa straordinaria dote. Penso ai suoi libri più carcerari: Le prigioni degli altri (Sellerio), Altri Hotel (Mondadori, 2002), alcune pagine di Piccola posta (Sellerio, 1999) e quelle sull’ergastolo in Reagì Mauro Rostagno sorridendo (Sellerio, 2014). Tra le mie letture più recenti, ho trovato coinvolgenti alcuni romanzi che ruotano attorno all’esperienza del carcere, guardata con occhi diversi: lo sguardo del detenuto che è entrato e uscito di galera (Sandro Bonvissuto,Dentro, Einaudi, 2012), lo sguardo dei figli di madri detenute che hanno vissuto i loro primi tre anni di vita dietro le sbarre (Rosella Postorino, Il corpo docile, Einaudi, 2013), lo sguardo dei genitori di figli detenuti in regimi di massima sicurezza (Francesca Melandri,Più alto del mare, Bur, 2012). Per capire l’ergastolo, poi, i libri di Nicola Valentino, Carmelo Musumeci e – senza alcuna piaggeria – le testimonianze da lei raccolte Urla a bassa voce (Stampa Alternativa, 2012) sono stati per me letture fondamentali.

 La scrittura e la lettura, in effetti, possono essere chiavi d’accesso a una realtà, come quella del carcere, altrimenti sconosciuta.

E’ vero, ma c’è anche dell’altro. Le parole “libro” e “libertà” derivano dalla medesima radice:liber. Ci aveva mai fatto caso? Io la trovo una coincidenza fantastica. Non è una bizzarria, allora, se in altri paesi per ogni libro letto in detenzione è prevista una riduzione della pena da scontare. Del resto, non si è sempre detto che la lettura è una forma di evasione?

 

Un ergastolano visto da me… di Luca Raimondo

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Il nostro Carmelo ci invia questo testo dove a parlare della necessità di dare una speranza a chi è all’ergastolo, specie per chi vive l’ergastolo ostativo, è un detenuto non ergastolano, Luca Raimondo.

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A parlare di ergastolani da parte di un detenuto comune, non è facile, ma comunque ne voglio parlare perché è giusto che da parte mia dia un contributo a queste persone, perché di persone si parla, padri, figli e nonni, di tante persone che fanno parte della stessa società a cui apparteniamo tutti.

Per l’opinione pubblica la parola ergastolo è diventata una moda, una moda distorta, dove si pensa che che tanto, dopo un paio di mesi, queste persone hanno i benefici ed escono, facendola così franca, ma la verità non un è questa, anzi, non si esce e quelle rare volte che succede si scatena un putiferio mediatico, bombardando la popolazione con parole tipo “assassino libero”, non sapendo che è stato fatto un lavoro duro di reinserimento. La persona che ha fatto un delitto non può essere cambiata, deve essere sempre quello che ha ucciso questo o quell’altro. Non si guarda più la persona in se stessa anche se magari è cambiata dopo tanti anni di sofferenze e porterà sempre un peso fino al suo ultimo respiro.

Io lo so che non è colpa della popolazione. Io ho visto che nei temi sociali delicati, tipo la lotta  al razzismo e tutte le forme di sensibilità. La società è molto premurosa e sensibile, ma le cattive e malsane notizie che danno i mass media sulla questione carceri, in particolare in tema ergastolo, portano ad un problema di non verità e accanimento giustizialista e vendicativo.

Tanti non sanno che esistono due tipi di ergastoli, uno diciamo “normale” che poi tanto “normale” non è, e uno che non se ne parla mai, che è quello “ostativo”, persone che non potranno uscire mai vivi da questi posti di sofferenza.

Io credo che se si direbbe la verità su quello che è l’ergastolo, tanti nella società non avrebbero queste idee distorte sull’argomento. Dico questo perché per quanto può essere strana questa realtà, è più vicina a noi di quanto si immagini, perché si deve capire che entrare in carcere può succedere a chiunque di noi se ci riflettiamo un po’. Ci sono persone che si sono trovate con un ergastolo anche per un banale litigio per un parcheggio o, che ne so, per un raptus inspiegabile. Poi, è vero, ci sono persone che lo hanno fatto per scelta, ma non si può essere cattivi a vita. Le persone cambiano. Lo vedo su di me. Quando ero più ragazzo ho fatto delle cose, che ora, maturando, non mi passerebbero più per la testa. Si cresce, ma non si può dire che una persona rimanga sempre la stessa.

Io non so che se ne fa l’istituzione di una persona rinchiusa per venti, trenta anni o per sempre in carcere. Che cosa ha concluso facendo questo? Niente!

Io penso che si dovrebbe dare una opportunità ad ogni essere umano, e chi è di religione cattolica sa bene che chi giudicherà è solo Dio, quando arriveremo al suo cospetto. Non credo che facendo morire delle persone rinchiuse si sia meno colpevoli di chi ha ucciso. Questo secondo me è una specie di omicidio barbaro. Vengono fatti morire, giorno dopo giorno, esseri umani in quattro mura. E’ giusto che di questo se ne sia tutti coscienti. Queste parole, anche se diversamente, le sta professando il nostro santo Padre Papa Francesco, abolendo lui stesso nella Città del Vaticano l’ergastolo. 

Credetemi, io sto convivendo con un ergastolano in cella  e vedo che, mano mano si rassegna al suo destino e non è bello vedere questo. Si fa forza per i suoi amati figli che sperano un giorno di poter riabbracciare il loro padre. E’ un dolore che solo chi non lo passa non lo può capire.

Ci sono anche tanti altri miei compagni, ergastolani in contesti di alta sicurezza, tra cui anche paesani miei, figli di una terra bella ma malata, che è la Sicilia, ma anche altri nelle stesse condizioni che provengono dal Sud Italia e, tanti di loro, lontani dai propri affetti, perché lo Stato dice che non possono stare là, per paura di contatti con ambienti mafiosi. Ma ora dico: dove enti, trent’anni rinchiusi senza avere contatti con nessuno, che contatti si possono avere?

Non si fa caso alle conseguenze che avranno i famigliari, vittime di reati che non hanno commesso loro, ma colpevoli di amare una persona che è ergastolana.

In un Paese dove vige la democrazia, dove migliaia di persone hanno perso la vita per la libertà del popolo italiano nei tempi della guerra mondiale, dove si è patita tanta sofferenza, e dove i nostri padri fondatori della Costituzione e tutto il popolo hanno deciso di non subire più sofferenza e di non recarne ad altri, ora invece si fanno morire delle persone in carcere e si fanno soffrire tante famiglie che non hanno nessuna colpa, gente che fa parte della stessa società di gente onesta e lavoratrice.

Spero che l’umanità di ognuno di noi esca, e si finisca di produrre ancora dei morti vivi, delle ombre dentro le carceri, di flagellare i sentimenti di famigliari innocenti, di violare la speranza di una libertà e di un futuro, ma soprattutto di non essere dei carnefici legalizzati, ma essere tutti figli di un solo Dio.

Auguro un in bocca al lupo a questi miei compagni che non hanno più un volto e una voce. Gli Uomini Ombra.

Luca Raimondo

31.12.9999

partis

Angelo Meneghetti, detenuto a Padova, ha scritto un testo -che oggi pubblico- sottoscritto anche dal nostro Carmelo Musumeci e da Biagio Campailla.

Chi è condannato all’ergastolo ostativo non accetterà mai di finire i suoi giorni in cella. Non accetterà mai, soprattutto, di arrendersi.

C’è un passaggio molto bello sul finale della lettera.. 

“Sia io che Biagio e Carmelo, non ci arrenderemo mai, e continueremo a scrivere fino al nostro ultimo giorno di vita, per portare a conoscenza di tutti la situazione del nostro Paese, considerato un paese democratico e civile.”

Non arrendetevi mai. Perché nessuno deve essere privato della speranza.

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Quando ero giovane e piccolino e, specialmente d’estate, “vacanze estive”, la maggior parte dei pomeriggi io, assieme ad altri ragazzini, la trascorrevamo ad ascoltare le vecchie storie di persone anziane, sotto una pergola per essere all’ombra, riparati dal sole, in quelle case vecchie di campagna. Erano persone che avevano vissuto i fatti accaduti nella seconda guerra mondiale. Anche mio nonno era un sopravvissuto di quel brutto periodo ma era un po’ più riservato su certi episodi. Forse erano i rimproveri di mia nonna, che diceva sempre al mio vecchio nonno di non raccontarci quelle storie. 

Erano “uomini di campagna”. Dalle loro storie sembrava che avessero vissuto delle avventure. Eravamo ragazzini, non capivamo molto ma, a forza di ascoltare quei racconti capivamo che non erano avvenute, erano storie vere, fatti da fare venire la pelle d’oca. 

A quell’epoca c’era la guerra, i tedeschi avevano diversi italiani “come alleati”, sparsi in tutti i paesetti della pianura, i “cosiddetti fascisti”. Queste persone anziane, a volte, mentre raccontavano, avevano gli occhi che gli lacrimavano. E noi gli dicevamo “ma stai piangendo?”. E loro ci rispondevano “ma va, mi è entrato un moscerino nell’occhio”. Ma non era così. 

Ci parlavano dei treni, delle persone deportate trattate peggio degli animali, dei giorni che hanno trascorso nelle prigioni; come mio nonno che ha trascorso quattro anni in un carcere dell’Albania. Lo avevano arrestato in quel Paese. Si trovava lì per combattere i tedeschi che stavano ritornando in Germania, si ritiravano dalla guerra d’Africa. In quei racconti per la prima volta ho sentito la parola “ergastolo”. Le loro storie le avevo imparate a memoria. Poi, crescendo di età, mi era stato raccontato  che, certe persone che avevano commesso certi reati, erano state condannate alla pena dell’ergastolo, e che erano fortunati perché sono vivi. 

Da quei racconti, da parte di mio nonno e degli altri anziani della zona si percepiva un certo attrito verso i carabinieri. Dicevano che si presentavano insieme ai fascisti a casa della povera gente in cerca di uomini adulti considerati nemici. Questi uomini non erano neanche partigiani. Erano solo padri di famiglia e cercavano solamente di proteggere i loro cari. Erano uomini nati e cresciuti in libertà, e tali volevano rimanere. Solo che avevano subito delle vere e proprie angherie. Tante persone erano state uccise perché non parlavano; non è che fossero muti, solamente non sapevano niente. 

Col passare degli anni ho raggiunto la maggiore età e, per mia sfortuna, un giorno sono stato arrestato e condotto in carcere. Quella prima mia carcerazione è durata sei mesi e in quel periodo ho risentito la parola “ergastolo” e da lì mi sono risvegliati i vecchi ricordi, le storie che avevo sentito quando ero ragazzino. 

C’era un detenuto che si trovava in carcere da diversi anni per le sue idee politiche. A sentirlo parlare sembrava che avesse ingoiato una enciclopedia. Parlava sempre e di tutto. Quando gli chiedevo di legge e di Giustizia non si fermava più. Forse era più bravo dell’avvocato che avevo nominato all’epoca. Mi diceva che l’ergastolo non lo danno più a nessuno. Ormai è finita l’era di piombo; si riferiva al brutto periodo quando c’erano le brigate rosse e altri gruppi rivoluzionari.

Quel brutto periodo erano gli anni ’70 fino ai primi anni ’80. Poi, come tutti sanno, verso il 1990 quei gruppi si sono dissociati. Mi diceva che per essere condannato alla pensa del “fine pena mai”, cioè l’ergastolo, devi essere accusato di avere messo una bomba in un luogo pubblico; una cosa che difficilmente ti passa per la testa. E diceva “vedrai che sarà tolto dal codice penale, come è stato per la pena di morte”. Da quest’ultimo racconto sono trascorsi trenta anni ma, nel corso del tempo nel nostro Paese sono avvenute altre stragi, comportando la morte di diversi magistrati. La pena dell’ergastolo, ovvero il fine pena mai è stata sostituita con: “fine pena 9999”. Sempre l’ergastolo.

Ma c’è di più. Adesso ci sono due tipi di ergastolo in Italia. C’è quello normale e quello ostativo. Con la pena dell’ergastolo ostativo sei destinato a vivere e morire dentro una fredda e umida cella, a meno che non si collabori con la Giustizia. Con la pena dell’ergastolo normale sei destinato ad essere, per tutta la vita, prigioniero dello Stato. 

Da tutti i racconti che ho sentito e che ricordo, ne ho tratto una riflessione con due miei amici che sono stati condannati all’ergastolo ostativo; e cioè Biagio e Carmelo. E dai dialoghi con loro è emersa la stessa riflessione. Ci troviamo in un Paese che si considera democratico, ma secondo i nostro pensieri è poco civile. Un Paese, il nostro, che è contro la pena di morte ma, nell’ultimo ventennio, ha introdotto la “pena di morte viva” e cioè l’ergastolo ostativo. Così ci ritroviamo con due tipi di ergastolo.

Poi la nostra riflessione è.. dato che a noi ergastolani hanno dato il numero 9999. Io, Biagio e Carmelo abbiamo dato un senso a quel numero, perché stiamo vivendo con la speranza… Noi ergastolani, quel poco di speranza che abbiamo, non lo abbiamo perso. Il significato che abbiamo dato a quel numero “per sentirci ancora vivi e pieni di speranza” è il seguente:

9: contro l’ergastolo.

9: contro la pena di morte.

9: contro alla morte per pena.

9: contro ogni tipo di tortura.

Sia io che Biagio e Carmelo, non ci arrenderemo mai, e continueremo a scrivere fino al nostro ultimo giorno di vita, per portare a conoscenza di tutti la situazione del nostro Paese, considerato un paese democratico e civile.

Padova, aprile 2014

Angelo Meneghetti

Biagio Campailla

Carmelo Musumeci

Quello che accade fuori e le gerarchie interne… di Angelo Meneghetti

Fortezza

Ecco un altro pezzo di Angelo Meneghetti, detenuto a Padova.

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Ovviamente, per un detenuto rinchiuso da diversi anni, è difficile sapere con precisione ciò che accade fuori, anche se si segue attentamente la televisione o si legge qualche quotidiano nazionale. 

Anche se settimanalmente fa colloqui con i propri famigliari, può solo apprendere che la nostra società è in piena crisi economica, che tocca tutti, tranne chi è alle dipendenze dello Stato, “lì perlomeno lo stipendio è assicurato”. Va ricordato che i detenuti quando fanno colloquio con i famigliari (quell’ora a settimana), con i loro cari si dicono quelle solite parole, e da entrambe le parti per non appesantire i propri problemi. Il detenuto dice sempre che sta bene “nonostante il posto”, e i suoi famigliari dicono la stessa cosa. E’ come quando una persona è ricoverata all’ospedale, e rassicura i suoi cari, e loro a loro volta gli rispondono che lo aspettano a casa con ansia perché sentono la sua mancanza. 

Ovviamente tutto questo vale per un detenuto che ha un fine pena. Nel caso di chi è condannato all’ergastolo – “fine pena mai” – la percezione è ben diversa e la prospettiva di quello che accade fuori è l’ultimo pensiero. Spera solo che in questo Paese possa migliorare la Giustizia e il sistema carcerario; “che come si sa il nostro Paese si può dire che è paragonato ai Paesi del terzo mondo”.

Bisogna essere precisi. In Italia esistono due tipi di ergastolo. Quello normale che “sarai ostaggio dello Stato per tutta la vita”. E c’è l’ergastolo “ostativo”, dove il detenuto è “destinato a morire, lentamente, fino all’ultimo giorno della sua vita in un’umida e fredda cella”. Quasi tutti gli ergastolani pensano -“anche quando dormono nel loro sogni”- a quei ricordi di quando erano giovani “e in libertà”. Pensano all’ultimo bacio, alle ultime carezze date e ricevute dalla loro compagna o fidanzata, ai loro figli quando erano piccoli, perché con il passare degli anni sono diventati adulti. L’unica prospettiva è la speranza che un domani qualcosa possa cambiare, che non ci sia più l’ergastolo se vogliamo che l’Italia sia un Paese civile. E se così fosse avere la speranza che i nostri cari ci accolgano a casa come quando eravamo giovani, perché dopo tanti anni potremmo essere degli intrusi, essere veramente perché non abbiamo fato parte del progresso del mondo reale, siamo rimasti arretrati anche nel comunicare. Figuriamoci ad attraversare una strada trafficata da automobili. Poi, per chi ha trascorso tanti anni in carcere, esiste anche la paura della libertà; ritrovarsi anziano, un po’ rintronato per non dire rimbambito.

Sono pensieri da ergastolano e l’unica prospettiva per noi è la speranza che qualcosa possa cambiare, e che la cella non sia la tomba per chi è stato condannato al massimo della pena e cioè all’ergastolo.

Al riguardo di gerarchie, non esistono più. All’interno delle carceri italiane comandano gli agenti di polizia penitenziaria. Ogni detenuto, al momento del suo ingesso in carcere, è denudato e controllato, e sei sempre, tutti i momenti, guardato anche dalle telecamere. Forse negli anni passati esisteva qualche gerarchia, specialmente al Sud. Nel Nord dell’Italia ogni detenuto è uguale. Non c’è differenza neanche tra gli extracomunitari. Oggi nelle carceri italiane vigila la povertà e la sofferenza; si vive in celle sovraffollate e c’è il degrado.

Padova, marzo 2014

Angelo Meneghetti

Ergastolo è pena certa… Vincenzo Andraous

RobertoAlmagno

Oggi pubblico questo interessante testo sull’ergastolo, che ci è giunto tramite la nostra Nadia.

L’autore è Vincenzo Andraous che ha scontato circa quaranta anni di carcere, quattordici con la misura alternativa della semilibertà e da un anno ha potuto usufruire della libertà condizionale.

Tra l’altro oggi Vincenzo Andraous è responsabile sei servizi interni Comunità Casa del Giovane.

PS: l’immagine che accompagna il post è la riproduzione di un’opera di Roberto Almagno.

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ha scontato circa quarant’anni di carcere, quattordici in misura alternativa della semilibertà, da un anno ho usufruito della libertà condizionale, potevo accedervi dopo ventisei anni, con gli sconti di pena, intorno ai venti, ebbene solo ora sono ritornato un cittadino libero.

ERGASTOLO E’ PENA CERTA 

Accade sempre in ogni epoca di crisi e di trapasso; chi sta al fondo del barile, all’ultima fila di sedie, inchiodato alla propria condizione per forza o per necessità, non sarà inteso come persona da trattare, ma un numero da contenere e incapacitare.

Carcere, sempre più carcere per risolvere problemi complessi che mettono in ginocchio una società, come a dire è sufficiente buttare via la chiave, omettendo di ricordare che prima o poi invece si esce da quella sorta di terra di nessuno, a volte con i piedi in avanti, altre con le proprie gambe, ma con lo sguardo che non ravvisa alcuna direzione.

Norme, decreti, leggi di nuovo conio, ognuno a scandire le proprie ragioni, a lanciare strali, è battaglia ideologica disegnata dagli slogans, dalla cartellonistica d’accatto, una dislocazione furiosa di parole contrapposte che avvisano del pericolo carceri svuotate dai criminali, di condoni, amnistie, e chi più ne ha, più ne metta. Eppure alla linea d’arrivo, poco meno di qualche centinaia di detenuti usciranno, non ci sarà alcun sollievo nell’inferno carcerario per nessuna delle sue componenti, non ci sarà possibilità di abbassare la recidiva, non ci sarà formazione né rieducazione, solamente una nuova presa per i fondelli.

A questa ipotesi di prevenzione ubriaca, di sicurezza a pochi denari, occorre aggiungere il capitolo della pena nella sua flessibilità e certezza, tant’è che c’è qualcuno che senza andare troppo per il sottile afferma che il cosiddetto”fine pena mai” non è applicato, addirittura non esisterebbe, anzi, con una ventina di anni di carcere scontati, si è belli e pronti all’uscita, chi se ne frega se addirittura infantilizzati.

Ho seri dubbi che questa boutade corrisponda al vero, mentre non ne ho nel ribadire che una pena che sancisce la fine di un tempo che non passa mai, un tempo che non esiste, che non ti assolve né perdona, un tempo bloccato, non è un’astrazione né una combine della mente, certamente non la pena dell’ergastolo.

Quarant’anni di galera scontata costringono il prigioniero a straripare in universi sconosciuti, un mondo fatto di domani che non ci sono, una negazione che rinvia alla morte di ogni umanità e riconciliazione, non è perdita di memoria come scelta individuale per non vedere e non sentire, è lontananza siderale dall’essere, dalla responsabilità di ritrovare e ricostruire se stessi.

L’ergastolo rappresenta quanto accade fuori nella società libera, dentro è ben più visibile, e rimanere fermi alla medesima stazione di partenza scambiata per arrivo non è un bene per alcuno.

Qualcuno si ostina a dire che il “fine pena mai” non si porta sulle spalle come carico di un lungo e lento viaggio di ritorno, eppure quarant’anni di carcerazione sono ben più di una affermazione da play station, obbligano l’uomo della pena identico alla sua colpa, e se questa non arretra, quella persona è un numero destinato a fallire.

L’ergastolo c’è, non è vero che dopo vent’anni come per incanto le porte blindate  di un penitenziario si spalancano, la legge contempla la possibilità di accedere a questo beneficio, ma la realtà è ben altra, infatti la liberazione condizionale non viene quasi mai concessa nei tempi stabiliti, se non con una aggiunta di dieci o anche venti anni dai requisiti richiesti.

Chi scrive ha scontato circa quarant’anni di carcere, quattordici in misura alternativa della semilibertà, da un anno ho usufruito della libertà condizionale, potevo accedervi dopo ventisei anni, con gli sconti di pena, intorno ai venti, ebbene solo ora sono ritornato un cittadino libero.

Non cito me stesso per fare della polemica spicciola, nutro gratitudine sincera per le istituzioni che mi sono venute incontro, inoltre so bene perché ero detenuto, nulla mi era dovuto.

In tema di punizione, di castigo, di giustizia, all’angolo delle coscienze, c’è sempre il famoso ergastolo ostativo, quel detenuto che per la natura dei reati commessi, e richiamati in sentenza, non potrà accedere ad alcun beneficio carcerario nè ad alcuna misura alternativa,  a meno che l’imputato non accetti di collaborare con la magistratura, di mettere in galera un altro al proprio posto, ultimo ma non per importanza, esser ancora in grado di poterlo fare.

Forse è un bene per i cittadini detenuti ed i cittadini liberi ricordare quanto ebbe a dire Aldo Moro sugli  scopi e utilità della pena: è un giudizio negativo che va dato alla pena capitale, come alla pena perpetua, perché contraddicono i principi costituzionali in tema di pena: trattamenti contrari al senso di umanità e alla finalità rieducative, dunque l’ergastolo tanto è costituzionale e legittimo, in quanto non si applichi effettivamente.

Roverto Cobertera: nero e innocente

cobertera

Roverto Cobertera è uno dei tanti nomi di coloro che sono finiti sotto il rullo compressore pur non essendo colpevoli.

Roverto ha la doppia cittadinanza, domenicane e statunitense. Venne condannato all’ergastolo per un omicidio. Si proclamava innocente e iniziò uno sciopero della fame. 

A un certo punto intervenne la ritrattazione del suo accusatore che si dichiarò reo confesso per quell’omicidio.

Per Roverto si è aperta la via per la revisione del processo e la sua scarcerazione. Aveva interrotto lo sciopero della fame. Ma.. la carcerazione finora subita lo ha messo al limite.. e non sopporta di dovere aspettare i tempi lunghi della carcerazione italiana. Ha deciso di ricominciare lo sciopero della fame. Voglio ora riportare le parole  di Roverto, che il nostro Carmelo riporta nel testo che tra poco leggerete:

“Ho una giovane moglie e due bambine che mi stanno aspettando. E non posso ancora farle aspettare. Se non potranno avere me, avranno almeno nel mio paese un cadavere e una tomba su cui pregare. Non ho nessuna fiducia nel vostro sistema giudiziario. Non ho santi in paradiso, né i soldi e gli avvocati di Berlusconi. E il Dio cui io credo è nero,  non è bianco. Carmelo, la giustizia italiana non mi può fare più male di quello che mi ha già fatto. Non rischio nulla, posso solo morire di fame, ma quando uno ha perso la libertà per sempre, questo è il guaio minore. Riguardo a mia moglie e alle mie figlie, la morte non può sopprimere l’amore, né impedire la riunione di anime che in terra si sono amate”.

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Roverto Cobertera: nero e innocente

Vi ricordate di Roverto Cobertera, l’uomo di colore con doppia cittadinanza domenicana e statunitense condannato all’ergastolo che tempo fa aveva iniziato uno sciopero della fame per gridare la sua innocenza? Vi ricordate che dopo due ricoveri all’ospedale, l’appello al Presidente della Camera dei deputati e della Redazione di “Ristretti Orizzonti” e l’importante novità della ritrattazione del suo accusatore, e reo confesso di quell’omicidio, aveva interrotto il digiuno?

L’altro giorno Roverto mi ha confidato che non ce la fa più ad aspettare i tempi lunghi della giustizia italiana per la revisione del suo processo. E dal primo di marzo ha iniziato uno sciopero della fame a oltranza. Ho tentato con tutte le mie forze a farlo desistere da questo nuovo digiuno, ma Roverto è davvero convinto di non avere nessun’altra scelta.

 -Ho una giovane moglie e due bambine che mi stanno aspettando. E non posso ancora farle aspettare. Se non potranno avere me, avranno almeno nel mio paese un cadavere e una tomba su cui pregare. Non ho nessuna fiducia nel vostro sistema giudiziario. Non ho santi in paradiso, né i soldi e gli avvocati di Berlusconi. E il Dio cui io credo è nero,  non è bianco. Carmelo, la giustizia italiana non mi può fare più male di quello che mi ha già fatto. Non rischio nulla, posso solo morire di fame, ma quando uno ha perso la libertà per sempre, questo è il guaio minore. Riguardo a mia moglie e alle mie figlie, la morte non può sopprimere l’amore, né impedire la riunione di anime che in terra si sono amate.

Come dargli torto? La pena dell’ergastolo trasforma la luce in ombra, la vita in morte, la felicità in dolore, il bene in male, perché non ci può essere futuro senza speranza. All’ergastolano rimane solo la vita, ma questa senza futuro è meno di niente. E con questa pena addosso è come se la vita fosse piatta. Non c’è più bisogno di fare progetti per il giorno dopo e per quello dopo ancora, poiché, in un certo senso, la pena a vita è una vittoria sulla morte perché è più forte della stessa morte.

Con la pena dell’ergastolo lo Stato si prende la vita di una persona come se questa fosse un oggetto e la ruba per sempre. L’ergastolano è come una clessidra, quando la sabbia è scesa, è rigirata di nuovo.

Non posso fare altro che augurare a Roverto una buona lotta e dargli un po’ della mia voce. La voce di un altro uomo ombra. E dirgli che morire per dimostrare la propria innocenza è la migliore delle morti.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova Marzo 2014

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 Dal Diario di Roverto Cobertera

 Oggi il 1 marzo,  un giorno qualunque: mi sono svegliato presto come sempre, ho fatto la mia preghiera, con tanta forza che mi fa male anche l’anima. Ho iniziato il mio sciopero della fame e mi sento sereno, deciso e determinato di andare avanti. Circa verso le nove e mezza, mi ha chiamato il medico, mi ha pesato e pesavo 82 kg.

 02/03/2014  Come sempre mi sveglio presto, ho fatto la mia preghiera e questa volta l’ho rivolta per i miei figli. Il medico è venuto, mi ha pesato e pesavo 80 kg.

 03/03/2014   Terzo giorno dello sciopero della fame. La “macchina” della Giustizia italiana mi ha tolto la speranza e la voglia di vivere. Spero che i miei figli possano perdonarmi.  Prego  Dio perché faccia loro  capire tutto questo.Oggi mi ha chiamato il medico, mi ha pesato: Kg 78,200. Mi hanno chiamato all’Ufficio Comando ma ho rifiutato l’incontro e ho spedito un comunicato sul perché sto facendo lo sciopero.

 

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