Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Il sistema penitenziario e le sue regole… di Angelo Meneghetti

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Ecco un altro testo di Angelo Meneghetti, detenuto a Padova, che ci invia spesso le sue riflessioni dal carcere di Padova.

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Nelle carceri italiane sta continuando una silenziosa “mattanza di suicidi”, ma il Ministro della Giustizia, Andrea Orlano, si appresta a divulgare che l’emergenza delle carceri è superata, e richiama gli stati generali sul sistema penitenziario. Dire che l’emergenza è superata vuol dire ignorare la situazione disastrosa di come sono obbligati a vivere ogni giorno i detenuti, “in una situazione degradante e inumana”, dove è violata qualsiasi regola.

Qualsiasi persona che deve scontare la sua pena, pensa di trovare in carcere “una cella vuota”, ma così non è. 

Si è costretti a pensare almeno di trovare un posto letto, per non dormire con il materasso a terra, come avviene, tranne per quei detenuti sottoposti: “al cosiddetto regime del 41 bis”, che lì le regole, almeno “il posto-cella”  è applicata alla lettera, anche se ci sarebbe da discutere all’infinito per la brutalità del cosiddetto carcere duro del 41 bis. Per via del sovraffollamento, tutti i detenuti comuni “media sicurezza” stanno scontando la loro pena in modo disumano. Si è obbligati a stare in celle con più persone, anche se la cella è adibita per una sola persona. Sono regole senza senso. Condividere il posto-cella con persone anche di etnie diverse che non riescono nemmeno a comunicare fra loro, e, per diverso tempo, tutto questo ti è imposto con la forza e la prepotenza. Questa situazione reale, le persone che la subiscono appena condotti in carcere, sia nella casa circondariale, e anche nelle case di reclusione. Nei primi giorni la vivibilità è intollerabile e, con il passare dei giorni, ci sono detenuti la cui pena da scontare si allunga per via dei rapporti disciplinari o per qualche denuncia, perché vogliono delle condizioni di vivibilità più umane. Certi detenuti la fanno più breve, non pensano di allungarsi la pena da scontare, perché scelgono la strada più breve impiccandosi alle sbarre. 

Negli ultimi mesi, in diverse carceri, hanno disposto di tenere aperte le celle di giorno, in modo che i detenuti possano muoversi nella sezione dove sono ubicate le celle, ma in sostanza non serve a nulla, se non c’è spazio adeguato. Il problema resta per quanto riguarda i passeggi, dove si dovrebbero trascorrere le ore d’aria, perché ci sono troppi detenuti.

Poi esiste il problema di chi è stato condannato alla pena dell’ergastolo “fine pena il 31.12.9999” (vedete che la data di termine pena non è sbagliata). 

Nel nostro Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, dove il detenuto è destinato a non essere mai un uno libero. E c’è quello ostativo, dove il detenuto è destinato a rimanere in cella fino all’ultimo giorno della sua vita, salvo che non si collabori con la giustizia. Le regole del sistema penitenziario sono violate giorno dopo giorno. Per queste violazioni il nostro Paese è stato condannato più volte dal Tribunale dei diritti dell’uomo di Strasburgo “C.E.D.U.”. 

A parte tutto, non bisogna dimenticarsi del comportamento svolto “con immensa sensibilità ed umanità” all’interno delle carceri da parte dei volontari esterni, che si occupano delle minime necessità dei detenuti. Anche i volontari che vivono nella società per bene, trovano diversi “paletti” all’interno del carcere per svolgere la loro genuina volontà ad aiutare chi veramente ne ha bisogno. Tutto per certe regole a volte applicate in maniera errata. Non bisogna dimenticarsi che i volontari all’interno delle carceri, a tutt’oggi, svolgono un ruolo anche di mediazione tra chi dovrebbe occuparsi della tutela e del reinserimento dei detenuti. Sono ruoli che dovrebbero svolgere gli educatori. “In certe carceri sono figure di cui difficilmente si vede la presenza”, anche se i detenuti scrivono decine di richieste, “le cosiddette domandine”, ormai il ruolo dell’educatore va ben oltre i confini delle regole penitenziarie, trascurando il fabbisogno dei detenuti. Gli educatori forse si dimenticano che la maggioranza dei condannati hanno già subito tre gradi di giudizio, e del quarto se ne occupa il Magistrato di Sorveglianza. Se mai il loro ruolo è solo di accertare se il condannato ha raggiunto il limite per accedere alle misure alternative o ai permessi premio.  Si dimenticano che il carcere dovrebbe fare in modo che il processo di reinserimento dei condannati nella società abbia subito inizio e non attendere che il detenuto arrivi a pochi mesi alla sua fine pena per accedere a qualche ora di libertà con un permesso premio, così non è un giusto reinserimento. Va ricordato agli educatori che il giusto reinserimento va fatto a 360 gradi per tutti i detenuti e non, come avviene per certe categorie di condannati, “ai pupilli, raccomandati e quelli che non si sa”, all’interno di un carcere dove i reclusi sono tutti uguali e a tutti va fatto il giusto trattamento per accedere alle misure alternative per il corretto reinserimento nella società. Non bisogna dimenticarsi che i volontari svolgono un ruolo importante e rimangono gli unici che veramente incontrano i detenuti, capiscono che all’interno delle carceri c’è tanta miseria, e svolgono la loro beneficenza con immensa umanità. Auguriamoci che il Ministro della Giustizia richiamando gli stati generali sul sistema penitenziario, faccia sì, che tutte quelle persone della società esterna che si occupano di portare quella sensibilità e umanità all’interno delle carceri, non incontrino ogni volta quei divieti e quei paletti di certe regole applicate a volte con diversi criteri. Non dimentichiamoci di fare presente al Ministro di Giustizia che la condanna dell’ergastolo e le regole per la sua applicazione hanno poco a che vedere per un Paese civile e democratico, e dunque l’ergastolo è a rimanere una pena di morte mascherata, e va abolito, se si vuole un miglioramento della Giustizia del nostro Paese.

Padova 20/09/2014

Angelo Meneghetti

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Uno stato che non rispetta la legalità- Francesca De Carolis intervista il Andrea Pugiotto

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Andrea Pugiotto è  professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara. Ed è in prima fila nelle battaglie di civiltà per i miglioramento della situazione dei detenuti e per il superamento dell’ergastolo.

Pubblico oggi una intervista -già uscita sulla rivista “Una Città” (http://www.unacitta.it/newsite/index.asp), fattagli da Francesca De Carolis, amica e bravissima giornalista, e autrice del libro “Urla a bassa voce”. 

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Nel numero di ottobre della rivista “Una città”, questa mia intervista ad Andrea Pugiotto, che è costituzionalista e molto si batte per il miglioramento delle condizioni del carcere e per l’abrogazione dell’ergastolo. Un bellissimo intervento, il suo… ascoltate:

Quando e perché ha scelto di fare della questione carceraria e in particolare dell’ergastolo non solo il suo filone principale di studio, ma anche una vera e propria battaglia civile?

Provo a rispondere muovendo da un dato giuridico. Nel nostro ordinamento penale esiste un principio secondo il quale, quando si ha il dovere giuridico di impedirlo, non evitare un reato equivale a cagionarlo. Analogamente, avere una competenza (cioè un sapere) e non fare nulla, è un grave peccato di omissione o, per noi laici, una grave responsabilità personale. Nasce da qui, da questa consapevolezza, l’urgenza non solo di studiare e di scrivere, ma anche di trovare strumenti inediti ed efficaci in grado di veicolare il proprio sapere in una battaglia di scopo.

Non accade spesso fra i membri dell’Accademia…

Non saprei dire. E comunque, in questo, ognuno risponde solo a se stesso: nel mio caso la circolarità tra l’impegno scientifico e l’impegno civile era un esito pressoché obbligato. (…)Da costituzionalista, infatti, ho sempre pensato il diritto come violenza domata, e la Costituzione come regola e limite al potere. Visti da tale angolazione, il carcere e le pene rappresentano indubbiamente un campo d’indagine privilegiata, un banco di prova tra i più impegnativi per misurare la distanza tra la dimensione ontica del diritto, la sua effettività, e la dimensione deontica del diritto, il suo dover essere. O, se preferisce, tra il diritto vivente e il diritto che insegno.

Iniziamo dall’ergastolo, al cui superamento lei ha dedicato un’attenzione tutta particolare. Un tema impopolare, senza parlare del luogo comune difficile da scalfire: “l’ergastolo in Italia non esiste più”.

Sul tema dell’ergastolo, ma vale in realtà per tutti i principali problemi che ruotano attorno alle pene e alla loro esecuzione, è davvero larga la forbice tra il senso comune e la realtà delle cose. Ecco perché è fondamentale la parola, lo scritto, il dibattito pubblico, la capacità di creare momenti di riflessione non reticente: tutte occasioni capaci di colmare la distanza abissale tra l’opinione omologata, la doxa dominante, e la consapevolezza delle cose, l’epistème. Quante persone sanno, ad esempio, che in Italia esistono non uno ma più tipi di ergastolo? Quante sono al corrente che, a settembre 2014, dietro le sbarre si contavano 1576 ergastolani dei quali 1162 ostativi? Parlo di ergastoli al plurale perché, accanto a quello comune contemplato nell’art. 22 del codice penale, presentano un proprio regime autonomo ed una propria ratio l’ergastolo con isolamento diurno (art. 72 c.p.) e l’ergastolo ostativo (per i reati previsti all’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario). Di ergastolo nascosto si deve poi parlare per l’internamento dei rei folli negli ospedali psichiatrici giudiziari che, di rinnovo in rinnovo, spesso si traduce in una detenzione senza fine. Degli attuali 1576 ergastolani, molti sono reclusi da oltre 26 anni, che pure è il termine raggiunto il quale è possibile accedere alla liberazione condizionale, anche se si sta scontando una pena a vita. Altri addirittura sono in carcere da più di 30 anni, che è la durata massima per le pene detentive. Quanto agli ergastolani ostativi (e sono almeno 681), sono condannati a morire murati vivi, perché per essi – salvo non mettano qualcuno al loro posto, collaborando proficuamente con la giustizia – le porte del carcere non si apriranno mai. Mi (e vi) domando: dobbiamo forse attenderne la morte in carcere, per affermare che queste persone stanno scontando una pena senza fine?

L’ergastolo, però, è già stato sottoposto a giudizio, sia costituzionale, mi riferisco alla sentenza n. 264 del 1974, che popolare con referendum radicale del 1981. Tutte e due le vote ne è uscito confermato.

Quanto a quel voto popolare contrario all’abrogazione dell’ergastolo, come per ogni altro referendum la vittoria del no non produce alcun vincolo giuridico, perché solo la vittoria del  – con conseguente cancellazione della legge – è in grado di innovare l’ordinamento. Semmai, il fatto che la Corte costituzionale abbia allora dichiarato ammissibile il quesito, ci dice che l’ergastolo non è una pena costituzionalmente necessaria: le leggi il cui contenuto è imposto dalla Costituzione, infatti, non possono essere sottoposte a referendum abrogativo. Da ultimo, vorrei ricordare che anche la sovranità popolare si esercita «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1, 2° comma) e se l’ergastolo è una pena illegittima, non basta a metterlo in sicurezza un voto referendario.

Ma la Corte costituzionale, ricordavamo, ha escluso che il “fine pena mai” violi la nostra Carta fondamentale.

Quella sentenza di rigetto, che risolveva un problema gigantesco con una motivazione di sole tremila battute, giuridicamente, non preclude la riproposizione della questione di legittimità dell’ergastolo. Da allora, infatti, il quadro costituzionale è mutato: pensi, ad esempio, all’introduzione in Costituzione nel 2007 del divieto incondizionato della pena di morte (art. 27, 4° comma), che molto ci dice sull’illegittimità di pene irrimediabili e che eleva a paradigma la finalità risocializzatrice cui tutte le pene «devono tendere», come enuncia l’art. 27, 3° comma. La stessa giurisprudenza costituzionale, nel tempo, ha valorizzato in massimo grado questo vincolo di scopo, che non può mai essere sacrificato integralmente ad altre diverse finalità, arrivando anche, con la sentenza n. 161/1997, a dichiarare illegittimo l’ergastolo per i minori. Infine, quella sentenza di quarant’anni fa diceva cose che, oggi, andrebbero rilette con maggiore attenzione di quanto finora è stato fatto.

Ci spiega?

La ratio decidendi di quella decisione è che l’ergastolo non viola la Costituzione perché non è più pena perpetua, potendo il condannato a vita beneficiare della liberazione condizionale, istituto che estingue la pena restituendo il reo alla libertà. Con tutto il rispetto, si tratta di un sofisma. Equivale a dire che l’ergastolo esiste in quanto tende a non esistere. Rovesciato, quell’argomento dimostra che una reclusione a vita è certamente incostituzionale: dunque, tutti i condannati che per le ragioni più varie hanno scontato l’ergastolo fino a morirne, sono stati sottoposti a una pena che la Costituzione respinge. E’ accaduto. Accade anche oggi. Continuerà ad accadere, finché sopravvivrà la previsione legislativa di una pena perpetua.

Perché, allora, in tutti questi anni, l’ergastolo non è mai stato cancellato dal codice penale?

Perché le pene, la loro tipologia, la loro durata, rappresentano un formidabile «medium comunicativo», come dice Giovanni Fiandaca, manipolabile ad arte e catalizzatore di ansie sociali, E’ un serbatoio cui la politica attinge a piene mani per rispondere simbolicamente alla paura percepita dal corpo sociale. Ma dal quale si tiene alla larga, quando si tratta di restituire al diritto penale cornici edittali più ragionevoli di quelle attuali, o se si tratta di mettere in discussione un sistema penale tolemaicamente costruito attorno al paradigma della pena detentiva. Difficile, in questo contesto, che l’ergastolo, cioè la massima tra le pene, possa essere cancellato da un voto, parlamentare o referendario, entrambi suggestionabili ad arte.

Infatti lei ha indicato come strada alternativa l’incidente di costituzionalità davanti alla Consulta. E a questo scopo ha elaborato un atto di promovimento (pubblicato nella rivista Diritto Penale Contemporaneo e che è anche in appendice al volume Volti e maschere della pena curato con Franco Corleone). Perché questa strada dovrebbe riuscire dove hanno fallito legge e referendum?

Pre-vedere come i giudici costituzionali risponderebbero a rinnovati dubbi di legittimità sull’ergastolo va oltre le mie capacità. Tuttavia, diversamente da un voto politico, so che il loro giudizio andrà argomentato secondo coerenza logica e giuridica, sarà guidato da un principio di legalità costituzionale che ha una sua logica stringente non inquinabile da ragioni di opportunità. Riducendo l’essenziale all’essenziale: i giudici delle leggi rispondono alla Costituzione, non al consenso popolare. Compito del giudice che impugna la legge è argomentare persuasivamente perché il carcere a vita, cioè a morte, si collochi fuori dall’orizzonte costituzionale delle pene. In ciò la dottrina giuridica può dare il suo contributo. Dopo di che, vale la massima «fai ciò che devi, accada quel che può».

Può sembrare un atto di sfiducia nella logica democratica, fatta di partiti, confronto parlamentare, leggi approvate a maggioranza…

Capisco l’obiezione ma la respingo. Nasce dall’ubriacatura di questi ultimi vent’anni a favore di una mera democrazia d’investitura, quasi che gli strumenti della sovranità popolare si risolvano esclusivamente nel voto periodico, inteso come delega a una forza politica, a sua volta riunita attorno al capo di turno che tutto prevede e a tutto provvede. La democrazia liberale, disegnata nella nostra Costituzione, è molto più ricca e articolata. Prevede la rappresentanza politica, ma anche la seconda scheda referendaria, il pluralismo associativo, l’esercizio delle libertà civili, la rivendicazione dei propri diritti per via giurisdizionale. La sovranità popolare, in altri termini, si esercita continuamente attraversotutti questi canali di partecipazione. Tra essi c’è anche la via della questione di costituzionalità, laddove ne ricorrano le condizioni di ammissibilità previste dalla legge.

La via giurisdizionale come forma complementare di partecipazione politica, dunque?

In un certo senso è così. Per la condizione carceraria, ad esempio, il processo di riforme introdotte nell’ultimo anno da Governo e Parlamento è stato messo in moto da importanti decisioni giurisdizionali sui diritti dei detenuti, pronunciate dalla Corte di Strasburgo e dalla Corte costituzionale, sollecitate opportunamente da singoli detenuti o da giudici chiamati, altrimenti, ad applicare norme illegittime. Diversamente, tutto sarebbe rimasto come prima. Spero accada, e presto, anche per l’ergastolo.

Più in generale, comunque il diritto esige sanzioni per condotte penalmente illecite, pene detentive, anche dure…

Premesso che la pena è un male necessario, senza il quale sarebbe a rischio l’esistenza stessa dell’ordinamento e, con esso, le condizioni minime necessarie a una convivenza pacifica, va fatta salva una precisazione, in verità decisiva. La nostra Costituzione ammette la forza di cui lo Stato ha il monopolio ma nega la violenza. E lo fa proprio con riferimento alle situazioni in cui il soggetto è nelle mani dell’apparato statale: se è costretto a una qualunque restrizione di libertà (art. 13, 4° comma), durante l’esecuzione della pena (art. 27, 3° comma), quando è sottoposta a un trattamento sanitario obbligatorio (art. 32, 2° comma). I tanti obblighi internazionali che pongono il divieto di trattamenti crudeli, inumani, degradanti, e ai quali l’Italia è egualmente vincolata ora anche per obbligo costituzionale (mi riferisco all’art. 117, 1° comma), chiudono questo cerchio normativo. Ecco il punto: quando la pena minacciata dal legislatore, irrogata dal giudice, eseguita dalla polizia penitenziaria sotto il controllo della magistratura di sorveglianza, travalica il confine che separa la forza dalla violenza, non è più una pena legale.

 E questo è proprio quello che accade nelle nostre carceri sovraffollate, come ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo, condannando l’Italia per il divieto di tortura sancito dall’art. 3 della CEDU.

Esattamente. Anche qui urge una precisazione, per me decisiva. Affrontare il problema «strutturale e sistemico», per dirla con i giudici di Strasburgo, di galere colme fino all’inverosimile, non significa fare fronte a un problema umanitario, né essere chiamati a un sussulto di civiltà o a un obbligo morale. Quello che abbiamo davanti, e di cui il sovraffollamento è solo il lato più visibile, è innanzitutto un problema di legalità. La sua soluzione, dunque, non è una scelta dettata da buonismo o affidata a valutazioni di opportunità politica. E’, semmai, un vero è proprio dovere costituzionale cui non possiamo sottrarci. Pena, altrimenti, un micidiale cortocircuito ordinamentale.

 Quale?

Quello per cui, mentre condanna un soggetto ad espiare una pena per aver violato la legge, è lo Stato che contestualmente viola la propria Costituzione, la CEDU, l’ordinamento penitenziario e finanche il suo regolamento di esecuzione. E’ un cortocircuito micidiale perché, a riconoscere che lo Stato non rispetta la propria legalità sono i suoi stessi organi apicali: sul problema del sovraffollamento carcerario, per esempio, i richiami più severi sono venuti dal Presidente della Repubblica, dalla Corte costituzionale, dal Primo Presidente della Corte di cassazione. La stessa Presidenza del Consiglio, con propri decreti, ha proclamato nel 2010 e reiterato negli anni successivi lo stato di emergenza in ragione dell’attuale condizione carceraria. Sono state addirittura emanate apposite circolari ministeriali che riconoscono il problema dei troppi suicidi dietro le sbarre, la violazione della capienza regolamentare nelle carceri, il problema di una carente assistenza sanitaria per i detenuti. Se questo è il quadro, corriamo il serio pericolo che il reo diventi vittima, perdendo così la consapevolezza della propria condotta antigiuridica, percepita come minuscola davanti a una illegalità statale tanto certa quanto vasta. 

Lei fa molti incontri in carcere e in carcere, è entrato più volte. Che percezioni ne ha ricavato?

Entrare in un carcere, anche se occasionalmente, è un’esperienza sconvolgente. Varchi uno, due, tre, più cancelli che, ad ogni passaggio, si richiudono rumorosamente alle tue spalle. Gli odori, i suoni, i colori, gli spazi, i visi che incroci – del detenuto, dell’agente penitenziario, dei familiari di detenuti, il più delle volte mogli, madri, sorelle fuori dal carcere in attesa di entrare per i colloqui – ti si imprimono nel ricordo. E’ come se tutti i tuoi sensi acuissero la loro capacità di percezione. Fondamentalmente, è un’esperienza che ti mette in contatto con il dolore più sordo, quello che sembra non avere né rimedio né speranza. Per quanto mi sia sforzato, non riesco minimamente a realizzare che cosa siano, quotidianamente, il tempo dietro le sbarre, l’assenza di spazio, la convivenza coatta tra detenuti, l’amputazione della sessualità come libera scelta.

Dove trovare le parole per far capire a chi non ha visto, per raccontare…

Nella letteratura spesso riesco a trovare le parole capaci di raccontare del carcere ciò che altrimenti non saprei personalmente narrare. Adriano Sofri, su tutti, ha questa straordinaria dote. Penso ai suoi libri più carcerari: Le prigioni degli altri (Sellerio), Altri Hotel (Mondadori, 2002), alcune pagine di Piccola posta (Sellerio, 1999) e quelle sull’ergastolo in Reagì Mauro Rostagno sorridendo (Sellerio, 2014). Tra le mie letture più recenti, ho trovato coinvolgenti alcuni romanzi che ruotano attorno all’esperienza del carcere, guardata con occhi diversi: lo sguardo del detenuto che è entrato e uscito di galera (Sandro Bonvissuto,Dentro, Einaudi, 2012), lo sguardo dei figli di madri detenute che hanno vissuto i loro primi tre anni di vita dietro le sbarre (Rosella Postorino, Il corpo docile, Einaudi, 2013), lo sguardo dei genitori di figli detenuti in regimi di massima sicurezza (Francesca Melandri,Più alto del mare, Bur, 2012). Per capire l’ergastolo, poi, i libri di Nicola Valentino, Carmelo Musumeci e – senza alcuna piaggeria – le testimonianze da lei raccolte Urla a bassa voce (Stampa Alternativa, 2012) sono stati per me letture fondamentali.

 La scrittura e la lettura, in effetti, possono essere chiavi d’accesso a una realtà, come quella del carcere, altrimenti sconosciuta.

E’ vero, ma c’è anche dell’altro. Le parole “libro” e “libertà” derivano dalla medesima radice:liber. Ci aveva mai fatto caso? Io la trovo una coincidenza fantastica. Non è una bizzarria, allora, se in altri paesi per ogni libro letto in detenzione è prevista una riduzione della pena da scontare. Del resto, non si è sempre detto che la lettura è una forma di evasione?

 

Un ergastolano visto da me… di Luca Raimondo

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Il nostro Carmelo ci invia questo testo dove a parlare della necessità di dare una speranza a chi è all’ergastolo, specie per chi vive l’ergastolo ostativo, è un detenuto non ergastolano, Luca Raimondo.

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A parlare di ergastolani da parte di un detenuto comune, non è facile, ma comunque ne voglio parlare perché è giusto che da parte mia dia un contributo a queste persone, perché di persone si parla, padri, figli e nonni, di tante persone che fanno parte della stessa società a cui apparteniamo tutti.

Per l’opinione pubblica la parola ergastolo è diventata una moda, una moda distorta, dove si pensa che che tanto, dopo un paio di mesi, queste persone hanno i benefici ed escono, facendola così franca, ma la verità non un è questa, anzi, non si esce e quelle rare volte che succede si scatena un putiferio mediatico, bombardando la popolazione con parole tipo “assassino libero”, non sapendo che è stato fatto un lavoro duro di reinserimento. La persona che ha fatto un delitto non può essere cambiata, deve essere sempre quello che ha ucciso questo o quell’altro. Non si guarda più la persona in se stessa anche se magari è cambiata dopo tanti anni di sofferenze e porterà sempre un peso fino al suo ultimo respiro.

Io lo so che non è colpa della popolazione. Io ho visto che nei temi sociali delicati, tipo la lotta  al razzismo e tutte le forme di sensibilità. La società è molto premurosa e sensibile, ma le cattive e malsane notizie che danno i mass media sulla questione carceri, in particolare in tema ergastolo, portano ad un problema di non verità e accanimento giustizialista e vendicativo.

Tanti non sanno che esistono due tipi di ergastoli, uno diciamo “normale” che poi tanto “normale” non è, e uno che non se ne parla mai, che è quello “ostativo”, persone che non potranno uscire mai vivi da questi posti di sofferenza.

Io credo che se si direbbe la verità su quello che è l’ergastolo, tanti nella società non avrebbero queste idee distorte sull’argomento. Dico questo perché per quanto può essere strana questa realtà, è più vicina a noi di quanto si immagini, perché si deve capire che entrare in carcere può succedere a chiunque di noi se ci riflettiamo un po’. Ci sono persone che si sono trovate con un ergastolo anche per un banale litigio per un parcheggio o, che ne so, per un raptus inspiegabile. Poi, è vero, ci sono persone che lo hanno fatto per scelta, ma non si può essere cattivi a vita. Le persone cambiano. Lo vedo su di me. Quando ero più ragazzo ho fatto delle cose, che ora, maturando, non mi passerebbero più per la testa. Si cresce, ma non si può dire che una persona rimanga sempre la stessa.

Io non so che se ne fa l’istituzione di una persona rinchiusa per venti, trenta anni o per sempre in carcere. Che cosa ha concluso facendo questo? Niente!

Io penso che si dovrebbe dare una opportunità ad ogni essere umano, e chi è di religione cattolica sa bene che chi giudicherà è solo Dio, quando arriveremo al suo cospetto. Non credo che facendo morire delle persone rinchiuse si sia meno colpevoli di chi ha ucciso. Questo secondo me è una specie di omicidio barbaro. Vengono fatti morire, giorno dopo giorno, esseri umani in quattro mura. E’ giusto che di questo se ne sia tutti coscienti. Queste parole, anche se diversamente, le sta professando il nostro santo Padre Papa Francesco, abolendo lui stesso nella Città del Vaticano l’ergastolo. 

Credetemi, io sto convivendo con un ergastolano in cella  e vedo che, mano mano si rassegna al suo destino e non è bello vedere questo. Si fa forza per i suoi amati figli che sperano un giorno di poter riabbracciare il loro padre. E’ un dolore che solo chi non lo passa non lo può capire.

Ci sono anche tanti altri miei compagni, ergastolani in contesti di alta sicurezza, tra cui anche paesani miei, figli di una terra bella ma malata, che è la Sicilia, ma anche altri nelle stesse condizioni che provengono dal Sud Italia e, tanti di loro, lontani dai propri affetti, perché lo Stato dice che non possono stare là, per paura di contatti con ambienti mafiosi. Ma ora dico: dove enti, trent’anni rinchiusi senza avere contatti con nessuno, che contatti si possono avere?

Non si fa caso alle conseguenze che avranno i famigliari, vittime di reati che non hanno commesso loro, ma colpevoli di amare una persona che è ergastolana.

In un Paese dove vige la democrazia, dove migliaia di persone hanno perso la vita per la libertà del popolo italiano nei tempi della guerra mondiale, dove si è patita tanta sofferenza, e dove i nostri padri fondatori della Costituzione e tutto il popolo hanno deciso di non subire più sofferenza e di non recarne ad altri, ora invece si fanno morire delle persone in carcere e si fanno soffrire tante famiglie che non hanno nessuna colpa, gente che fa parte della stessa società di gente onesta e lavoratrice.

Spero che l’umanità di ognuno di noi esca, e si finisca di produrre ancora dei morti vivi, delle ombre dentro le carceri, di flagellare i sentimenti di famigliari innocenti, di violare la speranza di una libertà e di un futuro, ma soprattutto di non essere dei carnefici legalizzati, ma essere tutti figli di un solo Dio.

Auguro un in bocca al lupo a questi miei compagni che non hanno più un volto e una voce. Gli Uomini Ombra.

Luca Raimondo

31.12.9999

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Angelo Meneghetti, detenuto a Padova, ha scritto un testo -che oggi pubblico- sottoscritto anche dal nostro Carmelo Musumeci e da Biagio Campailla.

Chi è condannato all’ergastolo ostativo non accetterà mai di finire i suoi giorni in cella. Non accetterà mai, soprattutto, di arrendersi.

C’è un passaggio molto bello sul finale della lettera.. 

“Sia io che Biagio e Carmelo, non ci arrenderemo mai, e continueremo a scrivere fino al nostro ultimo giorno di vita, per portare a conoscenza di tutti la situazione del nostro Paese, considerato un paese democratico e civile.”

Non arrendetevi mai. Perché nessuno deve essere privato della speranza.

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Quando ero giovane e piccolino e, specialmente d’estate, “vacanze estive”, la maggior parte dei pomeriggi io, assieme ad altri ragazzini, la trascorrevamo ad ascoltare le vecchie storie di persone anziane, sotto una pergola per essere all’ombra, riparati dal sole, in quelle case vecchie di campagna. Erano persone che avevano vissuto i fatti accaduti nella seconda guerra mondiale. Anche mio nonno era un sopravvissuto di quel brutto periodo ma era un po’ più riservato su certi episodi. Forse erano i rimproveri di mia nonna, che diceva sempre al mio vecchio nonno di non raccontarci quelle storie. 

Erano “uomini di campagna”. Dalle loro storie sembrava che avessero vissuto delle avventure. Eravamo ragazzini, non capivamo molto ma, a forza di ascoltare quei racconti capivamo che non erano avvenute, erano storie vere, fatti da fare venire la pelle d’oca. 

A quell’epoca c’era la guerra, i tedeschi avevano diversi italiani “come alleati”, sparsi in tutti i paesetti della pianura, i “cosiddetti fascisti”. Queste persone anziane, a volte, mentre raccontavano, avevano gli occhi che gli lacrimavano. E noi gli dicevamo “ma stai piangendo?”. E loro ci rispondevano “ma va, mi è entrato un moscerino nell’occhio”. Ma non era così. 

Ci parlavano dei treni, delle persone deportate trattate peggio degli animali, dei giorni che hanno trascorso nelle prigioni; come mio nonno che ha trascorso quattro anni in un carcere dell’Albania. Lo avevano arrestato in quel Paese. Si trovava lì per combattere i tedeschi che stavano ritornando in Germania, si ritiravano dalla guerra d’Africa. In quei racconti per la prima volta ho sentito la parola “ergastolo”. Le loro storie le avevo imparate a memoria. Poi, crescendo di età, mi era stato raccontato  che, certe persone che avevano commesso certi reati, erano state condannate alla pena dell’ergastolo, e che erano fortunati perché sono vivi. 

Da quei racconti, da parte di mio nonno e degli altri anziani della zona si percepiva un certo attrito verso i carabinieri. Dicevano che si presentavano insieme ai fascisti a casa della povera gente in cerca di uomini adulti considerati nemici. Questi uomini non erano neanche partigiani. Erano solo padri di famiglia e cercavano solamente di proteggere i loro cari. Erano uomini nati e cresciuti in libertà, e tali volevano rimanere. Solo che avevano subito delle vere e proprie angherie. Tante persone erano state uccise perché non parlavano; non è che fossero muti, solamente non sapevano niente. 

Col passare degli anni ho raggiunto la maggiore età e, per mia sfortuna, un giorno sono stato arrestato e condotto in carcere. Quella prima mia carcerazione è durata sei mesi e in quel periodo ho risentito la parola “ergastolo” e da lì mi sono risvegliati i vecchi ricordi, le storie che avevo sentito quando ero ragazzino. 

C’era un detenuto che si trovava in carcere da diversi anni per le sue idee politiche. A sentirlo parlare sembrava che avesse ingoiato una enciclopedia. Parlava sempre e di tutto. Quando gli chiedevo di legge e di Giustizia non si fermava più. Forse era più bravo dell’avvocato che avevo nominato all’epoca. Mi diceva che l’ergastolo non lo danno più a nessuno. Ormai è finita l’era di piombo; si riferiva al brutto periodo quando c’erano le brigate rosse e altri gruppi rivoluzionari.

Quel brutto periodo erano gli anni ’70 fino ai primi anni ’80. Poi, come tutti sanno, verso il 1990 quei gruppi si sono dissociati. Mi diceva che per essere condannato alla pensa del “fine pena mai”, cioè l’ergastolo, devi essere accusato di avere messo una bomba in un luogo pubblico; una cosa che difficilmente ti passa per la testa. E diceva “vedrai che sarà tolto dal codice penale, come è stato per la pena di morte”. Da quest’ultimo racconto sono trascorsi trenta anni ma, nel corso del tempo nel nostro Paese sono avvenute altre stragi, comportando la morte di diversi magistrati. La pena dell’ergastolo, ovvero il fine pena mai è stata sostituita con: “fine pena 9999”. Sempre l’ergastolo.

Ma c’è di più. Adesso ci sono due tipi di ergastolo in Italia. C’è quello normale e quello ostativo. Con la pena dell’ergastolo ostativo sei destinato a vivere e morire dentro una fredda e umida cella, a meno che non si collabori con la Giustizia. Con la pena dell’ergastolo normale sei destinato ad essere, per tutta la vita, prigioniero dello Stato. 

Da tutti i racconti che ho sentito e che ricordo, ne ho tratto una riflessione con due miei amici che sono stati condannati all’ergastolo ostativo; e cioè Biagio e Carmelo. E dai dialoghi con loro è emersa la stessa riflessione. Ci troviamo in un Paese che si considera democratico, ma secondo i nostro pensieri è poco civile. Un Paese, il nostro, che è contro la pena di morte ma, nell’ultimo ventennio, ha introdotto la “pena di morte viva” e cioè l’ergastolo ostativo. Così ci ritroviamo con due tipi di ergastolo.

Poi la nostra riflessione è.. dato che a noi ergastolani hanno dato il numero 9999. Io, Biagio e Carmelo abbiamo dato un senso a quel numero, perché stiamo vivendo con la speranza… Noi ergastolani, quel poco di speranza che abbiamo, non lo abbiamo perso. Il significato che abbiamo dato a quel numero “per sentirci ancora vivi e pieni di speranza” è il seguente:

9: contro l’ergastolo.

9: contro la pena di morte.

9: contro alla morte per pena.

9: contro ogni tipo di tortura.

Sia io che Biagio e Carmelo, non ci arrenderemo mai, e continueremo a scrivere fino al nostro ultimo giorno di vita, per portare a conoscenza di tutti la situazione del nostro Paese, considerato un paese democratico e civile.

Padova, aprile 2014

Angelo Meneghetti

Biagio Campailla

Carmelo Musumeci

Quello che accade fuori e le gerarchie interne… di Angelo Meneghetti

Fortezza

Ecco un altro pezzo di Angelo Meneghetti, detenuto a Padova.

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Ovviamente, per un detenuto rinchiuso da diversi anni, è difficile sapere con precisione ciò che accade fuori, anche se si segue attentamente la televisione o si legge qualche quotidiano nazionale. 

Anche se settimanalmente fa colloqui con i propri famigliari, può solo apprendere che la nostra società è in piena crisi economica, che tocca tutti, tranne chi è alle dipendenze dello Stato, “lì perlomeno lo stipendio è assicurato”. Va ricordato che i detenuti quando fanno colloquio con i famigliari (quell’ora a settimana), con i loro cari si dicono quelle solite parole, e da entrambe le parti per non appesantire i propri problemi. Il detenuto dice sempre che sta bene “nonostante il posto”, e i suoi famigliari dicono la stessa cosa. E’ come quando una persona è ricoverata all’ospedale, e rassicura i suoi cari, e loro a loro volta gli rispondono che lo aspettano a casa con ansia perché sentono la sua mancanza. 

Ovviamente tutto questo vale per un detenuto che ha un fine pena. Nel caso di chi è condannato all’ergastolo – “fine pena mai” – la percezione è ben diversa e la prospettiva di quello che accade fuori è l’ultimo pensiero. Spera solo che in questo Paese possa migliorare la Giustizia e il sistema carcerario; “che come si sa il nostro Paese si può dire che è paragonato ai Paesi del terzo mondo”.

Bisogna essere precisi. In Italia esistono due tipi di ergastolo. Quello normale che “sarai ostaggio dello Stato per tutta la vita”. E c’è l’ergastolo “ostativo”, dove il detenuto è “destinato a morire, lentamente, fino all’ultimo giorno della sua vita in un’umida e fredda cella”. Quasi tutti gli ergastolani pensano -“anche quando dormono nel loro sogni”- a quei ricordi di quando erano giovani “e in libertà”. Pensano all’ultimo bacio, alle ultime carezze date e ricevute dalla loro compagna o fidanzata, ai loro figli quando erano piccoli, perché con il passare degli anni sono diventati adulti. L’unica prospettiva è la speranza che un domani qualcosa possa cambiare, che non ci sia più l’ergastolo se vogliamo che l’Italia sia un Paese civile. E se così fosse avere la speranza che i nostri cari ci accolgano a casa come quando eravamo giovani, perché dopo tanti anni potremmo essere degli intrusi, essere veramente perché non abbiamo fato parte del progresso del mondo reale, siamo rimasti arretrati anche nel comunicare. Figuriamoci ad attraversare una strada trafficata da automobili. Poi, per chi ha trascorso tanti anni in carcere, esiste anche la paura della libertà; ritrovarsi anziano, un po’ rintronato per non dire rimbambito.

Sono pensieri da ergastolano e l’unica prospettiva per noi è la speranza che qualcosa possa cambiare, e che la cella non sia la tomba per chi è stato condannato al massimo della pena e cioè all’ergastolo.

Al riguardo di gerarchie, non esistono più. All’interno delle carceri italiane comandano gli agenti di polizia penitenziaria. Ogni detenuto, al momento del suo ingesso in carcere, è denudato e controllato, e sei sempre, tutti i momenti, guardato anche dalle telecamere. Forse negli anni passati esisteva qualche gerarchia, specialmente al Sud. Nel Nord dell’Italia ogni detenuto è uguale. Non c’è differenza neanche tra gli extracomunitari. Oggi nelle carceri italiane vigila la povertà e la sofferenza; si vive in celle sovraffollate e c’è il degrado.

Padova, marzo 2014

Angelo Meneghetti

La pena scontata fino all’ultimo giorno in carcere è funzionale all’esigenza di sicurezza che i cittadini per bene richiedono?.. di Angelo Meneghetti

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Ecco un’altra delle interessanti riflessioni di Angelo Meneghetti, detenuto a Padova.

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Come dicono tanti professori di diritto, in Italia abbiamo la migliore Carta Costituzionale del mondo, peccato che, in questo Paese ci sono delle buone leggi, ma non sono applicate, e nell’ultimo ventennio hanno fatto delle leggi sbagliate, creando discriminazioni. In questo Paese esistono due tipi di ergastolo “quello ostativo e quello normale”. Per farvi le idee chiare, nelle carceri italiane ci sono detenuti con la condanna all’ergastolo ostativo, destinati a scontare la pena fino all’ultimo giorno della loro vita se non si collabora con la giustizia e sono detenuti appartenenti a qualche associazione o gruppo criminale. E ci sono detenuti condannati all’ergastolo normale, sempre con il fine pena mai. Così è scritto sulla carta di qualsiasi ergastolano.

Ma dopo una pena di 26 anni si può chiedere la libertà condizionata, ma la maggior parte dei detenuti “con il fine pena mai”, perché in passato nella fase processuale avevano chiesto il rito abbreviato e a quell’epoca esisteva la legge Carotti, ma ugualmente sono stati condannati alla massima pena e cioé: all’ergastolo ostativo con isolamento diurno.

In quest’ultimo periodo la Cassazione, allineandosi con la Consulta, sta cancellando numerosi ergastoli per la “platea” dei condannati che ne hanno diritto, con la commutazione del carcere a vita in “30 anni di reclusione”, applicando la legge Carotti. Scrivo tutto questo perché sono un detenuto e sono stato condannato alla massima pena, “ergastolo normale”, non appartenendo a nessuna organizzazione o gruppo criminale mi trovo con un “fine pena mai”. Ovviamente non faccio parte di quella “platea” di detenuti e il mio fine pena non verrà trasformato in “30 anni di reclusione”; perché ho chiesto il rito abbreviato. Nella mia fase processuale ho scelto il dibattimento, essendo estraneo a tale episodio e dimostrando la mia innocenza, non potevo scegliere il rito abbreviato. Sia nella fase di primo grado, in Corte d’Appello e in Cassazione ho sempre trovato un muro; non hanno mai accolto la mia difesa da innocente. Addirittura la Suprema Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Dunque penso che in questo Paese non esiste una certa giustizia, non c’è nessun equilibrio nell’applicare le leggi e penso che in questo paese nessuno vuole sentire la verità, specialmente nelle aule di un tribunale. Apprendo dalla tv nazionale e leggendo diversi quotidiani che esistono dei detenuti a cui il loro fine pena mai è stata commutato alla pena di 30 anni di reclusione. Io oggi mi sento di far parte di quegli ergastolani discriminati e destinati a scontare la pena per tutta la vita.

Oggi il nostro Paese ha bisogno di una nuova e giusta riforma della giustizia, non può esserci discriminazione in un paese civile. Se oggi l’Italia è un Paese democratico, dov’è l’equilibrio della Giustizia’

Angelo Menighetti, Padova 25/01/2014

Il Giudice e l’Uomo Ombra: Giustizia insieme… di Carmelo Musumeci

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Le persone sanno intendersi, anche da punti di vista diversi, quando è l’onestà morale e la libertà mentale a guidarli.

Come in questo duplice contributo, del nostro Carmelo Musumeci -in qualità di ergastolano ostativo- e del Dott. Paolo Canevelli in qualità di magistrato (Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia). Contributi scritti per un numero di “Giustizia insieme”; rivista che predilige la compresenza di “due voci” (mondo della magistratura, mondo esterno alla magistratura) nel trattare le tematiche della giustizia.

Prima di lasciarvi alla lettura, voglio citare una parte del contributo, intensissimo, di Carmelo Musumeci:

Ogni volta che le guardie mi chiudono il blindato in faccia, provo un brivido di paura nella schiena; invece quando me lo aprono, provo sollievo ed è come sei mi aprissero la mia cassa da morto. 

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La rivista “Giustizia insieme” del Movimento per la Giustizia-art. 3 (Aracne editrice) si propone di parlare del mondo della giustizia sempre attraverso “Due voci. Ogni tema appartenente alle vaste problematiche del mondo della giustizia, sempre trattato a due voci. Una interna alla magistratura; una a lei esterna, competente sul tema per esperienza di vita, professionale o di studio, di aree culturali anche tra loro diverse”.

Il fondatore e direttore della casa editrice, dottor Gioacchino Onorati, ha avuto il coraggio di dare voce anche a chi non ce l’ha e tempo fa mi ha chiesto di scrivere un articolo sulla  mia vita da ergastolano.

Ho accettato e ho scritto la mia testimonianza dal di dentro, senza sapere chi sarebbe stato il mio interlocutore. Solo dopo la pubblicazione di questi giorni sono venuto a sapere che il mio interlocutore è il Dott. Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia, che due anni fa mi aveva concesso un permesso di necessità (previsto dalla legge in casi particolari di eventi gravi, irripetibili, anche di lieta natura) di undici ore da uomo libero, per discutere la mia tesi di laurea.

Ricordo che in quel periodo, nei giorni antecedenti al permesso, nel mio diario avevo scritto:

“La speranza per gli uomini ombra è solo creata dai loro sogni. Sono venti anni che sogno, ma fra due giorni, anche se per sole poche ore, il mio sogno diventerà realtà. Credo che in venti anni di carcere il mondo sia andato avanti, mentre io sono rimasto indietro e il mio cuore si è fermato. Domani il mio cuore riprenderà a battere. E saranno undici ore d’amore. Poi, forse, l’Assassino dei Sogni (il carcere) mi divorerà per sempre. E pazienza se dopo il mio cuore si fermerà di nuovo. Dopo anni perduti, smarriti, disperati, domani sarà il giorno più bello e più difficile della mia vita.”  (da “Undici ore d’amore di un uomo ombra” Gabrielli Editori).

Il Giudice nel suo contributo di questo numero di “Giustizia insieme” scrive:

“L’ergastolo non è una pena assimilabile alla reclusione, ma è una pena qualitativamente assai diversa, assai più simile alla pena di morte. Le motivazioni per le quali un condannato all’ergastolo ostativo non effettua la “scelta” di collaborare con la giustizia non sempre coincidono con il desiderio o la necessità di rimanere legato al gruppo criminale di appartenenza, ma possono trovare spiegazione in diverse considerazioni, quali il rischio per la incolumità propria e dei famigliari, il rifiuto morale di rendere dichiarazioni di accusa nei confronti di uno stretto congiunto o di persone legate da vincoli affettivi o di parentela, il ripudio di un concetto di collaborazione utilitaristica che prescinde da un effettivo interiore ravvedimento”.

L’Uomo Ombra nel suo contributo di questo numero di “Giustizia insieme” scrive:

“A volte per tentare di vivere devi sapere morire. Ed io inizio a morire appena mi sveglio al mattino. Spesso un Uomo Ombra in carcere è troppo impegnato a sopravvivere. E non ha tempo di pensare al male che ha fatto. Piuttosto pensa al male che riceve dai buoni, tutti i giorni. Ogni volta che le guardie mi chiudono il blindato in faccia, provo un brivido di paura nella schiena; invece quando me lo aprono, provo sollievo ed è come sei mi aprissero la mia cassa da morto. Nessuno dovrebbe essere colpevole per sempre. La cosa peggiore per un Uomo Ombra è continuare a vivere, eppure, non si sa per quale mistero, lo facciamo lo stesso. E non è vero che lo facciamo peer le persone cui vogliamo bene, perché, con il passare degli anni, diventiamo un peso anche per loro. L’unica pena che potrebbe davvero cambiare le persone è di amarle, perché l’amore è la migliore delle medicine per fare guarire i cattivi. Peccato che i buoni non conoscano questa medicina.”

Carmelo Musumeci

L’ergastolo “ostativo”: una creazione giurisprudenziale (terza parte).. di Claudio Conte

Muroi

Ho già pubblicato la prima e la seconda parte (vai ai link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/07/26/11374/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/08/03/lergastolo-ostativo-una-creazione-giurisprudenziale-seconda-parte-di-claudio-conte/) del testo inviatoci dal nostro Claudio Conte -detenuto a Catanzaro- dedicato all’argomento decisivo dell’ergastolo ostativo, inteso come creatura essenzialmente giurisprudenziale.

Oggi pubblico la terza e ultima parte.

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Di errore in errore

La contraddizione si fa ancora più palese se si confrontano quelle sentenze della Cassazione che ammettono la qualificazione giuridica del fatto reato da parte del giudice di sorveglianza (ossia la non necessaria contestazione formale dell’aggravante ex art. 7 DL) e la sentenza a Sezioni Unite n. 337/2008 che invece arriva a derogare la legge pur di rendere possibile tale contestazione anche ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo (espressamente esclusi).

La sentenza 337/2008 delle Sezioni Unite, al di là della grave distorsione che effettua sulla norma relativa all’art. 7 DL 152/91, dimostra come coloro che ritenevano possibile la riqualificazione giuridica del fatto reato in assenza della formale contestazione dell’aggravante da parte dei giudici di sorveglianza, siano in torto. Diversamente non avrebbe senso la stessa decisione, tesa ad estendere la contestabilità dell’aggravante ex art. 7 DL ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo per gli effetti diversi dalla determinazione della pena…

Si rammenta come la suddetta sentenza abbia esteso l’applicabilità per stabilire la competenza della DDA e per gli effetti dell’esecuzione della pena. Orbene è risaputo che, nel primo caso la competenza della DDA si affermi già al momento dell’iscrizione nel registro della notizia di reato e non dell’iscrizione nel registro dell’indagato o la formulazione dell’accusa, così come è avvenuto dall’istituzione della DDA fino al 2008; di conseguenza l’unico reale motivo resta quello relativo all’esecuzione, ma se non fosse necessaria la contestazione formale dell’aggravante in questione, non sarebbe necessaria neanche tale decisione.

D’altra parte, coerentemente, la stessa Corte di Cassazione, in materia di indulto, ha censurato la visione sostanziale del reato, evidenziando come i giudici dell’esecuzione (e dunque anche della sorveglianza) che aderiscano a tale visione, violino due principi del sistema processuale, quello del (potere del) l’azione penale e quello della netta distinzione  di competenze funzionali tra il giudice dell cognizione e il giudice della esecuzione, rilevando che la continuazione non costituisce vincolo giuridico di trasmissione delle circostanze aggravanti non contestate; né è certamente consentito al giudice dell’esecuzione superare il dato formale delle aggravanti non contestate e, comunque, non ritenute dal giudice della condanna (Cass. Pen. Sez. I, del 27.06.2008, n. 25954).

Non può infatti escludersi che il giudice di cognizione, al quale è riservato ex art. 133 cp in modo esclusivo  il potere di valutare la gravità del reato agli effetti della pena, in presenza di contestazione dell’art. 7 DL, non addivenisse ad altra determinazione.

E che la continuazione dei reati, ossia l’unico disegno criminoso, non costituisca elemento inclusivo nel comma 1 ex art. 4 bis OP, lo confermano, come abbiamo visto, le decisioni espresse a Sezioni Unite (sent. del 30.6.99- Ronga) che ammettono lo scorporo dei reati ostativi da quelli non ostativi anche se ritenuti in continuazione per l’ammissione ai benefici penitenziari.

(Solo per ridondanza… la ritenuta continuazione dei reati tra un’associazione mafiosa e delitti fine, presuppone che tutti i reati siano  finalizzati all’agevolazione dell’associazione mafiosa… unico disegno criminoso. Ciononostante, per le Sezioni Unite che ammettono la scindibilità, non è possibile qualificarli come “ostativi”).

Si può concludere che, ad oggi, risulta contrastante con la più autorevole giurisprudenza di legittimità e costituzionale, l’ipotesi che si possa attrarre nel comma 1 ex art. 4bis OP un qualunque delitto (nominalmente non incluso nel comma ex art 4bis OP) che non abbia la contestazione formale dell’aggravamento ex art 7 DL 152/91, come invece è sostenuto, senza alcun fondamento normativo, in alcune sentenze (Cass. Sez. I, sent. 4091/2010), anche se si trattasse di delitti finalisticamente collegabili a reati cd ostativi ex art. 4bis OP.

(Per completezza, la sentenza n. 135/2003 della Corte Costituzionale che ammette la compatibilità della pena dell’ergastolo con i divieti ex art. 4bis OP, non si esprime sui temi sopra trattati: riqualificazione giuridica del fatto reato, in assenza di formale contestazione dell’aggravante ex art. 7 DL, né sulla sua estensione anche ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo, nonostante il divieto della legge. La Corte si è pronunciata, invece, esclusivamente in relazione al principio di rieducazione ex art. 27.3 Cost).

Resta in piedi, ma solo grazie all’illegittima “manipolazione” giurisprudenziale effettuata sull’art. 7 DL 152/91 (con l’estensione ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo) il monstrum giuridico dell’ergastolo “ostativo”, una creazione giurisprudenziale; non previsto, anzi escluso, dalla legge ed incompatibile con la Costituzione.

Mentre nel caso di pena dell’ergastolo che non abbia irrevocabilmente ricevuto la contestazione formale dell’aggravante suddetta, è assolutamente insostenibile la sua riconducibilità ai divieti posti ex art. 4 bis comma I OP, risultando disciplinato dal comma I ter dell’art. 4 bis OP.

Catanzaro-carcere, 14 luglio 2013

Intervista a Sebastiano Milazzo

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Il nostro Sebastiano Milazzo -detenuto a Carinola- ci ha inviato una intervista a lui fatta. Fa parte di una serie di interviste a molti detenuti ergastolani, che rientrano in un progetto editoriale per la conoscenza della tematica, portato avanti da Carmelo Musumeci.

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Domande a Sebastiano Milazzo

Fatte d Giovanni Donzella psicologo C.R. Padova

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1) Perché non si è mai parlato dell’ergastolo ostativo?

Perché in Italia tutte le cose di cui ci si deve vergognare si preferisce tenerle celate.

2) Perché, molti, anche chi dovrebbe, non conoscono che esistono gli Uomini Ombra?

La gente non conosce l’esistenza degli uomini ombra perché non ne viene informata, “chi dovrebbe”, invece, ne conosce l’esistenza, ma fa di tutto perché non emerga la vergogna di una pena destinata a non finire mai.

3) Perché lo Stato parla di finalità educativa delle carcerazioni, ma non dice che tutti i detenuti non hanno la stessa possibilità?

In Italia ci sono due giustizie, una per i galantuomini a prescindere e una per i senza nome e i senza fama. Non a caso molte leggi si fanno per la Giustizia che interessa qualcuno.

4) La legge è uguale per tutti?

I nostri legislatori preferiscono una Giustizia Programmata per non funzionare. Una giustizia inefficiente, lenta e politicizzata, programmata per assicurare l’impunità a tutti coloro che si ingozzano alla mangiatoia del potere e forche per i senza nome e i senza fama.

5) Quale percorso rieducativo efficace dovrebbe coinvolgere una persona con fine pena mai per riabilitarsi?

Premesso che la pena la deve scontare chi, giustamente o ingiustamente, è stato condannato e se c’è la condanna è giusto scontarla, ma la si dovrebbe scontare permettendo all’ergastolano, se lo merita, di potersi riappropriare di un frammento della sua esistenza e della sua cittadinanza. E’ pura retorica affermare che abbiamo una Costituzione che parla di finalità rieducativa della pena se non si da’ al condannato la possibilità di ritrovare un corretto rapporto con la società, dedicandosi magari ad aiutare bambini handicappati, aiutare gli anziani o fare lavori socialmente utili. Questa sarebbe una pena utile, che potrebbe realizzarsi attraverso un patto scritto in cui il condannato, dopo avere scontato una parte di pena, si possa impegnare a seguire un preciso e ben delineato percorso di vita fuori dal carcere, violato il quale avrebbe la revoca definitiva di ciò che era stato concesso. Sarebbe come fare una serie verifica “sul campo”, per offrire al condannato la possibilità di mettere a frutto la sua volontà di essere artefice del proprio futuro, adoperandosi per diventare una risorsa concreta per la stessa società, invece di continuare ad esserne un peso sino alla fine dei suoi giorni. Una volontà che non sarà di tutti, ma che è più diffusa di quanto si possa immaginare tra coloro che hanno sofferto decenni di privazioni materiali ed affettive e devono scontare l’ergastolo. Questa sarebbe una pena utile e un paese serio, con una giustizia vera, si dovrebbero cominciare a considerare questi aspetti, solo così, il carcere potrebbe tornare a svolgere la funzione di verificare quando sia arrivato il momento in cui il condannato  è in grado e merita la fiducia di ritornare  a relazionarsi con uomini dalla vita normale. Una seria verifica che permetterebbe di riconciliarsi con le  proprie vite e i propri affetti e che farebbe crescere la convinzione che ognuno debba assumersi il peso del proprio destino, attraverso la sua volontà di riscatto. Dico questo perché ritengo che l’uomo è ciò che diventa sotto il peso della sua esperienza e non ha senso non consentire a chi ha riconquistato una nuova innocenza, di riappropriarsi di ciò che intimamente sente di essere diventato. Lo dico con la quasi certezza che tutti coloro che hanno provato decenni di privazioni affettive, il momento che riassaporano il senso di libertà non tradiscono la fiducia concessa, come dimostrano l’esperienza  le statistiche. Non è possibile dare sempre risposte negative che non corrispondono  quelle sensibilità che sarebbero necessarie soprattutto in presenza di famigliari che sono le vere vittime del carcere; vittime che hanno scelto di essere tali per amore di esserlo, quell’amore che supera ogni forma di egoismo, ma che li costringe a condividere per intere vite le sofferenze dovute  a colpe che sicuramente non sono loro.

6)L’ergastolo ostativo come viene visto dalla Chiesa?

La Chiesa, malgrado faccia le prediche sulla conversione dei santi, non ha mai speso una parola sull’ergastolo ostativo. Tranne qualche eccezione, vedi i cardinali Martini e Tettamanzi e qualche prete di strada, la Chiesa preferisce  stare sempre dalla parte del carceriere, piuttosto che dalla parte del condannato.

7) Che pena daresti al posto dell’ergastolo se tu fossi giudice di te stesso?

Una pena che abbia un senso e uno scopo, il senso di pagare ognuno la sua specifica colpa e lo scopo di fare ritornare il reo ad essere una risorsa per la società, invece di farlo continuare ad esserne un peso, sia per i propri affetti e per la stessa società, sino alla fine della vita.

8) La definizione che recita la Costituzione, che la pena deve avere una finalità rieducativa, è in sintonia con il fine pena mai?

L’ergastolo ostativo è la negazione della finalità rieducativa della pena e della stessa Giustizia, perché la vera giustizia, quella della morale e del cuore, non solo non è fatta quando la pena è perpetua, ma probabilmente non esiste affatto, anche perché una pena che non prevede una fine permette il linciaggio dell’individuo da parte del carceriere, il quale quando si rende conto che ha il solo compito di accompagnarlo alla morte, agisce, inevitabilmente, per ridurlo come quell’albero su cui non cade mai la pioggia, che a un certo punto appassisce, perde le foglie, non produce né fiori né frutti, perde le radici e diventa come legna da ardere.

9)Come vive un ergastolano la mancanza di speranza?

La mancanza di speranza ha trasformato le carceri in luoghi dove gli ergastolani vedono i loro corpi, le loro menti e le loro anime prima blindate e poi allineate  e trattate per vite intere come quei tappeti pettinati con spazzole di ferro, per scopi che nulla hanno a che fare con la Giustizia. Carceri dove non si sconta una pena, ma si pratica una sorta di vendetta, un sentimento che contraddice le stesse premesse che giustificano l’esigenze della Giustizia, perché la forza di uno Stato non sta nelle ritorsioni che attua nei confronti del reo, ma nel tentativo di recuperarlo. Un tentativo che dovrebbe essere fatto per cercare di dare una risposta giusta al male e la risposta giusta al male non sta certamente in una pena che toglie ogni speranza, perché all’uomo si può togliere di tutto, anche la vita, ma non la speranza, perché senza speranza la vita è solo disperazione e  la disperazione è un’infamia di Stato sulla quale si potrebbero usare tutti gli argomenti etici, morali, giurisprudenziali e teologici che si usano sull’eutanasia. L’unico filo che divide la pena di more dall’ergastolo è che con la prima le sofferenze durano un attimo, mentre con l’ergastolo le sofferenze durano un’intera esistenza Per rendersene conto della labile differenza che c’è tra la pena di morte e la pena dell’ergastolo, bisognerebbe immedesimarsi, per un solo attimo, nella pietosa condizione di chi, dopo una vita di inutili attese e false illusioni, si rende definitivamente conto che la sua pena è diventata una sostanziale condanna a morte, anche se diluita nel tempo.

Diario di Pasquale De Feo- 22 settembre – 21 ottobre

Eccoci con uno degli appuntamenti principali di questo Blog. Il diario mensile di Pasquale De Feo.

Ogni mese giunge questo piccolo libro, che raccogli tutte le riflessioni scritte da Pasquale nel corso di quel mese.

Non solo testi che parlano di carcere, ma pezzi di anima, di sangue, di vita, di sogno, di mondo.. una eterna tensione di una mente curiosa animata da indignazione, passione, libertà.

A differenza di quanto fatto nelle premesse agli ultimi diari, questa volta mi limiterò a fare solo una citazione, prima di lasciarvi alla lettura integrale del diario di Pasquale. Eccola qua:

“Nel silenzio della notte o di prima mattina, rimbalzano come un suono sinistro i passi dell’agente nel corridoio, le suole di cuoio fanno un rumore che ti entra nel cervello, anche se la maledetta abitudine fa metabolizzare ogni cosa. La camminata innesca tanti fattori che alimentano i timori in noi, che possano derivare dalla rottura del silenzio, ai ricordi degli impacchettamenti all’alba, e i passi concitati che riportano alla mente momenti bui di soprusi e torture. Il ministero spenderebbe meno se rifornirebbero di scarpe gommate gli agenti; ma credo che certi appalti sono intoccabili. In conclusione, noi detenuti guardiamo sempre il bicchiere mezzo pieno, pertanto questo minore lo riteniamo un aiuto essendo in allarme naturale. ” (30/09/2012)

Questo passo vive di un’angoscia incredibile. Le suole di cuoio delle scarpe degli agenti, il loro rumore di notte.. un semplice dettaglio.. diventa simbolico, come un rumore sinistro saturo di memorie emotive.

Qualcuno diceva che “il diavolo si nasconde nei dettagli.

Vi lascio al diario di Pasquale De Feo.. carcere di Catanzaro.. mese di ottobre.

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Mauro Palma, ex presidente del Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa, ha scritto un articolo sulla legge per l’introduzione del reato di tortura nel nostro ..codice penale. La commissione giustizia del Senato, dopo aver approvato il testo, l’ha trasmesso all’aula per la discussione. Sarà difficile che questa legislatura riesca ad approvarla, perché i tempi sono stretti, anche per l’ostruzionismo del PDL, perché non vogliono il reato di tortura: “il precedente governo Berlusconi, aveva detto al Comitato dei diritti umani dell’ONU, che questo reato non era una priorità”. Palma lamenta, giustamente, che la legge è generica e non specifica, perché non hanno avuto il coraggio di tipicizzarlo, per non inserire un reato che abbia come attori le forze di polizia, carabinieri e polizia penitenziaria. La tortura è un reato che si compie nella stragrande maggioranza mentre un cittadino è nelle mani dello Stato: in stato di fermo, nelle caserme, nei carceri, negli OPG, ecc. Hanno voluto annacquarlo affinché ci siano più scappatoie per le varie polizie. Comunque speriamo che almeno questo testo veda la luce, contribuirà a moderare gli eccessi, scalfendo la certezza dell’impunità che li ha accompagnati fino ad oggi.  –  22-09-2012

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I privilegi delle varie caste sembrano infiniti, ormai non mi meraviglio più quando ne leggo nei quotidiani. Ogni governatore della Banca d’Italia fa la morale un po’ a tutti, senza mai fare una autocritica sia sui banchieri sia sull’apparato della Banca d’Italia, che è piena di privilegi. Gli stipendi degli impiegati sono paragonabili a quelli dei parlamentari, i gradi più elevati vanno molto al di sopra; le pensioni non sono da meno degli stipendi. I dipendenti pensionati e i loro familiari, possono accedere a mutui con interessi usurari, all’1%, un sogno per i comuni cittadini. Sono interessi addirittura più favorevoli di quelli dei parlamentari, all’1,57% che tempo fa fecero scandalo. In qualunque contesto governativo si guardi, ci sono privilegi vergognosi, ma con una faccia tosta chiedono al popolino di tirare la cinghia. Credo che non si possano più mettere pezze, ma bisognerebbe rispettare e iniziare da capo, viceversa nulla cambierà.  –  23/09/2012

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Per la seconda serata consecutiva, dopo TG5, hanno proposto in due parti, l’intervista a Giuseppe Grassonelli, un ergastolano da 20 anni in carcere. Ieri sera in studio c’erano la radicale Rita Bernardini e l’ex vice Direttore del D.A.P., Sebastiano Ardita. Togliendo i suoi fatti personali, su cui non entro nel merito, ha detto una cose che merita un approfondimento: “In Italia c’è la pena di morte chiamata 4 bis”. Questa è una realtà che da vent’anni è coperta dalla censura e dall’omertà di Stato. Non solo è stata istituzionalizzata la pena di morte, ma anche la tortura con il 41 bis. L’ergastolo con il 4 bis è una pena di morte, anche se diluita nel tempo il risultato non cambia, anzi è peggiore, perché ci vuole un coraggio che duri tutta l’esistenza. Anche il cosiddetto ergastolo normale (qualche centinaio in Italia), formalmente se ha accesso a tutti i benefici delle pene alternative, ma nei fatti è una discrezionalità del magistrato di sorveglianza, pertanto è un ergastolo bianco, non essendoci nessuna certezza di terminare la pena. Il regime di tortura del 41 bis, seppellisce vivi i detenuti condannati alla pena di morte. Bisogna dare merito al PM Sebastiano Ardita, perché  imperterrito porta avanti le sue tesi di tortura, nascondendoli  sotto termini diplomatici che non allarmano la coscienza delle persone. La tortura la chiama “coercizione”. La pena di morte la chiama “sicurezza sociale”. Mi auguro che questi eventi mediatici continuino, affinché la gente inizi a riflettere sull’infamia delle leggi emergenziali.  –  24/09/2012

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Stamane ho trovato il pane  che ci passa l’amministrazione punteggiato di bianco e di muffa verde, era di due giorni fa, pertanto è strano che questo pane subito va a male. Mi è successo anche altre volte. Pensando al passato, ricordo che il pane che compravamo a casa, durava anche una settimana. Quello che facevano i nonni e gli zii nel Cilento, durava tutto il mese. Compro le freselle integrali sulla spese, durano una settimana senza problemi, ma possono durare anche un mese, come riporta la sentenza. Ho letto spesso che in Italia arriva il pane semicotto e congelato: una sera ho visto un documentario su questo pane che veniva dall’est-europeo, una porcheria piena di additivi chimici, autentiche bombe tossiche, l’igiene non era contemplata. Credo che questo pane sia simile, perché non si spiega come vada a male dopo due giorni. Se lo facessimo noi in cella, durerebbe almeno una settimana. Le imprese del carcere, che poi è la Berselli, che detiene il monopolio dal 1930, è onnipotente, talmente potente che nessuno al ministero si sogna di intervenire, neanche quei 120 PM antimafia che operano al Ministero. E’ palese che qualcuno nei vertici del ministero la protegge, sicuramente non gratis.  –  25/09/2012

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Riflettevo sul sistema di potere dell’apparato repressivo, non si può nascondere che è di tipo coloniale, e negli ultimi 20 anni ha ingoiato centinaia di miliardi di euro, senza nessun controllo. Questa bestiale repressione ha riportato tre risultati:

1-Un odio profondo contro lo Stato da parte di migliaia di persone, che hanno subito ogni sorta di sopruso dagli organi repressivi; magistratura, le varie polizie e le gogne mediatiche.

2-Ha moltiplicato per migliaia di migliaia le persone sottoposte alle famigerate legge emergenziali, facendo diventare il Meridione un covo di mafiosi; come lo fu con la repressione dell’occupazione piemontese, per dare legittimità all’infame legge Pica, il Sud divenne un covo di briganti.

3-Ha fatto diventare ricchi e potenti tante persone mediocri, che necessarie all’apparato repressivo, hanno dato sfogo al loro livore e suggerito leggi sempre più feroci e crudeli. Anestetizzando la coscienza del popolo, facendogli digerire ogni sorta di abuso, anche la pena di morte e la tortura.

E’ palese che questo sistema infernale non funziona e incancrenisce il tessuto sociale; credo che sia il tempo che persone con uno spessore intellettuale si pongano alcune domande, e diano risposte per una riflessione, che inneschi un cambiamento. Se ciò non avviene, l’industria repressiva  continuerà a mietere le sue vittime, perché per funzionare ha bisogno di “carne fresca”, dopo i padri ci sono i figli, nipoti, zii, cugini, cognati, ecc. Questo girone infernale continuerà ad andare avanti calpestando ogni diritto. Bisogna cambiare metodo guardando alle nazioni dove funziona il recupero e l’inserimento in società. I Paesi scandinavi (Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca), con l’Olanda, il Belgio ed altri, dove il concetto dell’insegnamento delle regole ha prodotto i suoi frutti, pertanto sono l’esempio da imitare. Comprendo che l’illecito strapotere dell’apparato repressivo non vuole il cambiamento, per non perdere il potere che esercita sul Paese, per non limitare l’onnipotenza dei suoi privilegi, e le centinaia di miliardi di euro a cui può attingere senza riserve; ma bisogna che la politica sana abbia uno scatto di orgoglio e di libertà per far ritornare il Paese dove giusto che sia, nel “mondo civile”.  –  26/09/2012

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Ieri sera hanno messo in onda una trasmissione del 1962 di Zavattini, era stata girata nel carcere di Porto Azzurro, era dedicata agli ergastolani, circa 250 nel penitenziario. Le condizioni erano molto diverse, ma la sostanza non cambia. Mentre intervistava gli ergastolani, come in un film ho visto gli stessi prigionieri di oggi, identici in ogni dettaglio. In ultimo hanno intervistato il Direttore, paragonandolo a quelli odierni, il prodotto non cambia, esaltava  qualunque cosa avesse fatto e cercava di ridimensionare tutte le brutture, persino le celle di segregazione, dove non c’era niente, neanche la luce, e i detenuti  ci venivano messi anche per valutare la loro personalità. L’arbitrio assoluto da parte del Direttore, e lui lo spiegava come fosse l’atto più naturale del mondo. Il tempo passa ma nulla cambia, e se non ci ribelliamo al narcotico che ci hanno iniettato, non cambierà niente. Mi auguro ch quando decideremo di fare una protesta estrema; il numero degli ergastolani sia molto alto.  –  27/09/2012

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Gli americani continuano ad allargare le loro basi in Italia, e non c’è nessun politico che prenda posizioni, solo la gente si ribella a questa prepotenza straniera. Riflettevo su questo fatto e sono giunto alla conclusione che gli americani non sono alleati, ma un esercito di occupazione, perché dopo circa 70 anni dalla fine della II guerra mondiale, continua ad occupare il Paese, pertanto chiamarlo alleato è fuorviante. Questo mio pensiero è avallato anche dal fatto che gli Stati Uniti hanno un debito pubblico enorme e questo li costringe a tagliare da tutte le parti, persino la NASA è stata ridimensionata nei suoi progetti per i tagli del governo, ma con tutto ciò non smobilitano le loro basi in Italia e in Europa. Se l’Italia e l’Europa sono un solido alleato, perché ha ancora tutte queste basi nel continente? A mio parere questa si chiama occupazione, altro che alleati. Ha fatto bene la Francia a non concedere basi agli americani. Con l’Unione Europea, è tempo che gli americani ritornino a casa loro.  –  28/09/2012

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E’ morto Perluigi Vigna, era stato il padrone assoluto della Procura di Firenze e di conseguenza anche del Tribunale; una specie di Torquemada, poi divenne Procuratore Nazionale Antimafia. Oggi tutti l’osannano, nessuno ricorda le sue malefatte perpetuate nel suo delirio di onnipotenza; forte con i deboli e lecchino con i forti. Ha coperto le torture di Pianosa degli anni ’90, ha imbastito processi inventati di sana pianta,come i cosiddetti mostri di Firenze, quattro poveri cristi inchiodati alla croce per soddisfare la sua vanità di “monarca” di Firenze. Senza dimentica le centinaia di casi anonimi che hanno subito la sua violenza istituzionale. Sono stato in un carcere della regione toscana e a Firenze, e mi hanno raccontato tanti fatti su di lui. Ne cito uno per rappresentarli tutti. La storia di Roberta. Era il Direttore della banca di Piombino, l’arrestarono sapendolo innocente, ma, con tutto ciò, volevano delle dichiarazioni che chiudessero la costruzione architettonica del procedimento che aveva imbastito la procura di Firenze, non volendosi prestare alle loro manovre fraudolenti, gli bloccarono tutte le sue entrate e quelle della sua fidanzata, lo volevano prendere per fame, per sua fortuna non poterono bloccare la pensione del padre. Ogni due tre giorni lo chiamavano la sera per colloqui investigativi, ma lo terrorizzavano con la minaccia di arrestargli il padre e la fidanzata, ritornava in sezione piangendo e terrorizzato dalle minacce, noi detenuti l’aiutavamo a tirarlo su di morale. Questa tortura durò un anno; fino a quando uscì per decorrenza termini. Dopo alcuni anni uscì assolto da ogni accusa, ma la sua vita era stata rovinata e perse il Padre che si consumò dal dolore. Lo sapevano innocente perché il suo difensore era suo cugino, magistrato e pretore di Piombino, l’interlocutore della procura di Firenze gli disse “sappiamo che è innocente, ma non possiamo fare brutta figura dicendo che ci siamo sbagliati”. Oggi Roberto è un volontario delle carceri con l’associazione San Vincenzo De Paoli. La voce corrente che girava a Sollicciano (carcere di Firenze) su Vigna, era che fosse un cocainomane. Se esiste l’inferno, gli auguro di bruciare nel fuoco per pagare tutto il male fatto.  –  29/09/2012

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Nel silenzio della notte o di prima mattina, rimbalzano come un suono sinistro i passi dell’agente nel corridoio, le suole di cuoio fanno un rumore che ti entra nel cervello, anche se la maledetta abitudine fa metabolizzare ogni cosa. La camminata innesca tanti fattori che alimentano i timori in noi, che possano derivare dalla rottura del silenzio, ai ricordi degli impacchettamenti all’alba, e i passi concitati che riportano alla mente momenti bui di soprusi e torture. Il ministero spenderebbe meno se rifornirebbero di scarpe gommate gli agenti; ma credo che certi appalti sono intoccabili. In conclusione, noi detenuti guardiamo sempre il bicchiere mezzo pieno, pertanto questo minore lo riteniamo un aiuto essendo in allarme naturale.  –  30/09/2012

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Il reparto SVIMEZ ha sentenziato che il Meridione per recuperare il ritardo con il Nord ci vogliono 400. Mentre leggevo questa bestialità, pensavo che se fosse vero, i tosco padani sono stati più  bravi, in 150 anni non solo ci hanno liquidato e spogliato di tutto, ma addirittura ci hanno  messo alla pari con gli africani, così possono giustificare il sistema coloniale instaurato per saccheggiarci e tenere nel tempo l’occupazione con la repressione, affinché non ci sia progresso in ogni campo, per rimanere un mercato per l’acquisto delle loro merci e un serbatoio di voti per i politici. Mettono in evidenza qualche piccolo investimento fatto al Sud, nascondendo le centinaia di miliardi che in tanti modi vengono dirottati al Nord. Questi piccoli finanziamenti non sono altro che l’aiuto ai poteri meridionali “collaborazionisti”, affinché continuino a fare gli interessi dei tosco padani. Tutto continua da 150 anni, un metodo collaudato e quando ci sono problemi oppure c’è bisogno di una cortina fumogena pesi perr coprire i soliti latrocini nordisti: “Una volta si chiamavano stati di assedio, oggi le chiamano emergenze mafiose”. Quando leggo dei problemi della “questione meridionale”, sento sempre puzza di fregatura perché quando c’è crisi economica, la pagano sempre gli schiavi delle colonie.  –  1/10/2012                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        

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Storico sorpasso della bici sull’auto. In Italia la bici è più venduta dell’auto. Questo dimostra che gli italiani hanno acquisito un’anima ambientalista più dei propri governanti, che finanziano a fondo perduto la Fiat dal dopoguerra. L’unico problema è che le piste ciclabili sono poche. Ne abbiamo solo 4000 km, a fronte delle 40000 della Germania. L’anno scorso sono state vendute 1750000 bici. Speriamo che questa tendenza continui. Sarebbe bello vedere le strade piene di bici come l’Olanda.  –  2/10/2012

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La recidiva non è un gene radicato nelle persone, per tanto dovrebbero studiare le cause, che in linea di massima si conoscono, e trovare le soluzioni migliori per limitarla al minimo. Proverò ad analizzare i fattori che l’alimentano. Premesso che nessuno nasce delinquente, cattivo e predisposto in questo sento. La società in cui nasciamo ci fa ricchi o poveri, e quando si è poveri l’esclusione da una vita dignitosa diventa la norma, ciò conduce alle scorciatoie per avere un tenore di vita adeguato; siccome l’appetito viene mangiando, si cerca di salire tutti gradini della scala sociale, senza andare troppo per il sottile. Poveri si diventa, perché lo Stat con i suoi atti ingiusti innesca la creazione di zone dove fiorisce il disagio sociale, un fenomeno innaturale, non naturale, come la devianza. L’esclusione produce ingiustizie e risentimento, perché non si ha accesso a una condizione di cittadinanza piena e totale, alimentando odio contro lo Stato, e di conseguenza la creazione di condotte di autonomi dandosi regole, leggi e vincoli propri, al di fuori della società. Questo processo che colpisce intere popolazioni, contribuisce al degrado sociale che assottiglia la linea tra la legalità e l’illegalità, con la supremazia della sopravvivenza, senza preoccuparsi in quale parte della linea si è costretti ad operare per guadagnarsi il pane. La povertà, moderna forma di schiavitù, è il vincolo di tutti i mali dell’umanità. Per liberare la società da questo flagello, bisognerebbe eliminare le leggi inique, le istituzioni che l’alimentano e le pratiche che impongono l’impoverimento, e di conseguenza la sua criminalizzazione. Tutto ciò non viene fatto, perché il potere dei ricchi ha bisogno di questo sistema iniquo, per continuar ad arricchirsi e mantenere il loro status.  –  3/10/2012

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Mi appassionano molto le trasmissioni sugli UFO. Oggi ne ho visto una che è durata circa due ore. I discorsi e i servizi erano improntati sulle varie tracce lasciate nei secoli passati: archeologia, disegni, religioni. Effettivamente non si può negare la realtà. Nel 900 e in questo nuovo secolo, gli avvistamenti e tracce varie, dimostrano che le visite di altre civiltà ci sono state. Non si possono prendere per visionari milioni di persone nel mondo che hanno visto. La logica e il buon senso mi portano a credere che nell’universo, con miliardi di stelle, ci saranno sicuramente altre civiltà, e credo anche più evolute della nostra, perché se riescono a viaggiare nello spazio devono essere per forza più progrediti di  noi, per di più che la facevano già 2-3 mila anni fa. L’unico problema che ci possiamo porre, e quello di non fare la fine dei popoli delle Americhe, dove la conquista dei popoli europei si tramuta in un genocidio.  –  4/10/2012

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In questi giorni stanno chiudendo il carcere di Laurean in provincia di Reggio Calabria, in provincia di Reggio Calabria, l’unico carcere in Calabria dove viene applicato integralmente l’art. 27 della Costituzione. Tutti insieme, carcerati, guardie, il sindaco del paese, con la giunta comunale e anche il presidente della regione stanno protestando contro questa chiusura insensata. Ieri sera han  trasmesso un programma su TV Calabria; il sindaco ha detto “c’è qualcosa di mostruoso che hanno progettato e stanno attuando al Ministero della Giustizia”. Credo che non sia andato tanto lontano dalla realtà. Al D.A.P. ormai comandano con metodi arbitrari i PM antimafia. Sono circa 120, hanno invaso  il ministero  occupandolo, e trattano il sistema penitenziario alla stessa stregua delle Procure quando firmano i mandati di cattura a grappoli. Ci sono poche luci di civiltà nel Meridione, ma l’apparato repressivo cerca di sopprimerle, perché ha bisogno di tenere alta la tensione, sia per mantenere il potere di condizionamento sul Paese, sia per proteggere i privilegi vergognosi che non fruiscono, e sia per non far chiudere il pozzo di San Patrizio, dove attingono a piene mani miliardi di euro senza controllo. Monti taglia da tutte le parti tranne che all’apparato elefantiaco della repressione. La ministra Severino, complice dell’apparato, si presta a ogni loro richiesta, d’altronde ha uno studio legale e, se facesse il suo dovere, non la farebbero più lavorare. Invece di trasformare tutte le carceri italiane come quelli di Bollate e Laureana, i mandarini del DAP li chiudono.  –  5/10/2012

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Ho trovato uno scritto di Alda Merini, un estratto da un suo libro: “L’altra verità- Diario di una diversa”. Lo riporto affinché che legge comprenda la mia riflessione:

“Un giorno successe una cosa meravigliosa in manicomio: ci apersero i cancelli, ci dissero che finalmente potevamo uscire. Dio! Cosa successe dentro l’anima nostra. Fu uno sciamare di vestaglie azzurre verso l’alba. E mi venne in mente, anzi ebbi la visione di santa Teresina che amava definirsi “piccola rondine di Dio”. In quel giorno scesi in giardino di corsa. Mi inginocchiai davanti a un pezzetto di terra e mi bevvi quel terriccio con una fame primordiale. Fu un giorno grande, il giorno della nostra prima risurrezione. Da quel giorno cominciammo a vestirci, a pettinarci, a curare il nostro aspetto, perché fuori c’erano gli uomini. Ma, soprattutto, c’era il sole, questo grande investigatore che vede oltre, oltre anche i nostri corpi. E le nostre anime dovevano per forza diventare belle” (da Alda Merini, “L’altra verità- Diario di una diversa”).

Le persone si comportano secondo come vengono trattate. Saranno criminali se li trattano e li fanno  sentire tali. Se li trattano come bestie così si comporteranno. Questi metodi usati per una cieca repressione, non disumanizzano solo chi subisce questi trattamenti, ma anche chi li attua. La poetessa Alda Merini, ha provato sulla sua pelle tutto l’orrore dei manicomi, trattamento non diverso di quello odierno nella grande maggioranza delle carceri, per non parlare della tortura del 41 bis. Con tutte le migliaia di leggi che ci sono in Italia, tutti i cittadini possono entrare nel girone dantesco delle carceri della penisola. Presto faranno una legge che sanzionerà con il carcere gli evasori fiscali, ci sarà l’inondazione nelle carceri  uguale alla legge sulle droghe. Nessuno sarà più immune al carcere. Mi auguro che ci sia un risveglio delle coscienze.  –  6/10/2012

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Hanno di nuovo affossato la legge sul reato di tortura. Ormai viene da chiedersi se il Parlamento è sovrano, perché la viltà di questi politici è vergognosa. L’impressione che se ne recava e che sono gli appassionati della repressione (anche  se loro li chiamano gli apparati della sicurezza) che controllano il Paese e condizionano o meglio dire ricattano il parlamento e i singoli politici. Questo onnipotente apparato della repressione, che usa disinvoltamente la tortura. Dalle procure speciali (D.D.A.), che varie forze di polizia nelle caserme e nelle carceri, ormai non hanno limiti. Lo dimostrano i tanti episodi di omicidi che commettono sulla pubblica via senza preoccuparsi della gente, perché talmente tanta  è l’arroganza e la prepotenza, sicure dell’impunità, che non si curano neanche di nascondere la loro violenza. Ci vorrebbe una rivolta di piazza, per mettere in riga la marmaglia che occupa indegnamente la maggioranza del parlamento, perché se continua così, ritorneranno gli anni ’70, dove l’unica risposta alla violenza dello Stato è altra violenza. Questa risposta è sbagliata, perché usare la stessa violenza, la repressione che ne scaturirà, legittimerà sia la tortura, sia le rappresaglie con rastrellamenti e sia questi politici corrotti e disonesti.  –  7/10/2012

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Alle olimpiadi dell’architettura green, l’Italia si è piazzata terza, vincendo la medaglia di bronzo. La prima classificata è stata la Francia e la seconda la Spagna. Il progetto italiano si chiama Med-in-Italy. La casa si è piazzata nei primi tre posti, perché produce energie tre volte il fabbisogno, una casa che somiglia a una piccola centrale di energia. Gli altri pregi sono che vengono adoperati materiali locali. Il costo è di 1400 euro al metro quadrato, il tempo per costruirla è dieci giorni, e in 20 anni si evitano nell’atmosfera 121 tonnellate di CO2. Ormai le tecnologie ci sono, le scoperte nel settore si susseguono a ritmo sostenuto, pertanto dipende tutto dai governi, e non pianificano il cambiamento per l’azzeramento degli idrocarburi e la sostituzione con le energie rinnovabili, i tempi di questa rivoluzione sarà rimandata alle calende greche.  – 8/10/2012

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Mia nipote Debora mi ha spedito la foto del suo bambino nato ad agosto, un bel maschietto, l’hanno chiamato Francesco. Mentre guardavo la foto, riflettevo sugli anni che passano. Quando mi hanno arrestato, Debora non era ancora nota, ora è donna, sposata e madre. Questo è il quarto pronipote, mi auguro che si moltiplicheranno nel tempo. Non avere pensato a dei figli, è un cruccio che mi perseguita spesso mi auguro che mi diano la possibilità di avere questa gioia.  –  9/10/2012

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Leggo una notizia di una sentenza che mi fa molto piacere, un giudice del Tribunale di Lamezia ha dato ragione al sindaco di Motta, avv. Amedeo Colacino. Aveva chiesto al museo criminale di Cesare Lombroso ubicato nell’università di Torino la restituzione del brigante Giuseppe Villella. Il giudice ha condannato l’università di Torino al pagamento di trasporto e la tumulazione dei resti di questo combattente per la libertà del Meridione occupata della marmaglia savoiarda. In questo criminale museo c’è la più grande fossa comune di eroi meridionali. Son i reperti che il criminale Cesare Lombros, sono i reperti che il criminale Cesare Lombroso esercitava le sue strampalate teorie sui meridionali, ritenuti da lui criminali sin dalla nascita. Una fandonia razzista che purtroppo si è consolidata nell’immaginario comune. Forte di questa sentenza, il comitato capitanato dal sindaco di Motta, ha chiesto la restituzione dei resti di Carmine Cracco e di Eustachio Paolo Chita, eroi della Basilicata. Dovrebbero essere richiesti tutti i resti dei combattenti per la libertà, non solo nel criminale museo di Torino, ma anche quelli che si trovano seppelliti nei cimiteri delle carceri isolane. Per i migliaia di martiri che perirono nei lager dei Savoia, e fatti scomparire nelle vasche di calce, bisognerebbe onorarli erigendo un monumento per farli ricordare alle future generazioni.  –  10/10/2012

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Questo governo dei banchieri, con la complicità dei due partiti maggioritari di destra e sinistra, confindustria, sindacati e la benedizione della Chiesa, sta prendendo decisioni che arricchiranno il penta potere a discapito della popolazione. L’ultima decisione riguarda il nuovo piano nazionale energetico, ma pensata per aumentare il latrocinio, principalmente quello dell’Eni e dell’Enel. Quella di raddoppiare l’attuale produzione del petrolio in Italia per ridurre l’importazione, abbassare il costo dell’energia ed incrementare le entrate fiscali, è una truffa, perché i numeri non mentono. Nel 2011 sono stati estratti circa 5 milioni di tonnellate di petrolio. Il consumo di petrolio animale è di 71 milioni di tonnellate. Le riserve petrolifere del sottosuolo ammontano a 76 milioni di tonnellate. Tutte le nostre riserve ammontano a quello che si consuma in un anno, quindi, in cosa consiste questa pseudo rivoluzione petrolifera? E’ un latrocinio legalizzato, sugli espropri, devastazioni ambientali e ritornare ad accentrare le competenze ai ministeri, togliendo qualunque autorità alle regioni e ai territori locali, affinché venga salvaguardato il monopolio delle fonti convenzionali (petrolio, gas e carbone) e affossare le energie rinnovabili. Credo che l’idea di Nicola Cipolla di indire un referendum sia l’unica via per fermare questi barbari.  –  11/10/2012

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Dopo alcuni anni e una nuova superperizia, finalmente è emersa la prova (occultata) che Stefano Cucchi è morto in conseguenza del pestaggi da parte della polizia penitenziaria. La sorella Ilaria ha dichiarato ai giornalisti una frase che dovrebbe far riflettere tutti i cittadini italiani: “Siamo stanchi e arrabbiati per l’atteggiamento a noi riservato dal PM. Riteniamo inaccettabile quanto a noi riservato dalla pubblica accusa che rappresenta lo Stato durante e fuori il processo”. Il PM è la pubblica accusa, rappresenta i cittadini che subiscono un reato, si adopera per trovare le prove per fare emergere la verità dei fatti e chiedere la condanna per i colpevoli. In questo caso, commettendo molteplici reati, occultamento di prove, omissione di atti di uffici e disonorando il suo ruolo, copre e difende gli imputati. Tutti tacciono, sia il suo capo alla procura di Roma, sia i vari sindacati dei magistrati e sia il CSM. Una vergogna. Senza dimenticare la censura dell’informazione, che ormai da anni si prosta davanti alla casta delle procure. I nuovi aristocratici, che si ritengono di avere un potere divino e nessuno si può permettere di ledere la loro maestà. La mia impressione è che i cittadini, sopportano con pazienza, come Giobbe, ma un giorno esploderanno come un vulcano. Allora questi moderni Torquemada capiranno cos’è la disperazione, la paura, il dolore e la sofferenza.  –  12/10/2012

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Quel video girato davanti alla scuola di Padova, dove solerti poliziotti hanno “sequestrato” un bambino, che non voleva seguirli perché voleva restare con la madre, e la stessa, i nonni e gli zii, hanno fatto di tutto per impedirlo. La polizia ha dimostrato ancora una volta al mondo intero quanto sia “democratica e civile”. I metodi del G8 di Genova non erano episodi ma la norma. Come al solito, ogni volta che esce un video in rete, arrivano le scuse del capo della polizia. Quando non c’è un video, si inventano storie inverosimili, aiutati sempre dal PM di turno. Vedendo in TV questo video, mi sono venuti in mente i bambini che vanno a trovare i loro genitori una volta al mese, nel regime di tortura del 41 bis, quando gli ultimi dieci minuti gli permettono di abbracciare i genitori. E’ difficile far capire o un bambino che sono solo dieci minuti, e in modo fermo e anche di peso vengono portati fuori, nessuno si indigna, forse perché sono figli di “mostri”? Ricordo che quando consentirono di effettuare una telefonata al mese ai prigionieri nel 41 bis che non facevano colloquio, insorsero i Savonarola, i sindacati della polizia penitenziaria e i soliti politici prezzolati, e costrinsero il ministero ad emanare una norma che la telefonata i familiari dovevano riceverla nel carcere più vicino, dove erano costretti a umilianti perquisizioni. E’ palese che era una violenza gratuita, una tortura studiata per costringere i carcerati a non telefonare. Molti rinunciarono per evitare a tutte quelle mortificazioni ai propri familiari. Anche allora nessuno disse niente. Erano i familiari dei “mostri”. Le torture ormai fanno parte del D.N.A. delle leggi e del sistema, e nessuno se ne indigna, perché toccano solo ai meridionali.  –  13/10/2012

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Per “sospetto” hanno azzerato il comune di Reggio Calabria. Assistiamo da  mesi, se non da anni a vergognosi saccheggi dei comuni e delle regioni del centro Nord, ma non azzerano niente. Le giunte ragionali del Lazio e della Lombardia, hanno fatto cose turche, eppure tutto passa in cavalleria. Forse questa legge si applica solo al Sud; come quella che permetteva di azzerare i comuni del Sud dove vincevano i filo borbonici dopo la conquista del 1860. La storia si ripete, ma sempre in danno del Meridione. Possibile che non ci sia un politico del Sud con i coglioni che dica le cose come stanno, per dare una scossa alle coscienze addormentate da troppo tempo?  –  14/10/2012

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Mi ha scritto un amico dal carcere di Padova, raccontandomi la visita della ministra Severino. Dopo avere visitato le lavorazioni che ci sono nel carcere. Su questo punto Padova è uguale a Bollate. Hanno riunito tutti i detenuti che lavoravano nella cooperativa Giotto che gestisce le lavorazioni nella sala auditorium. Alcuni carcerati hanno fatto interventi di circostanza, toccando anche il tema dell’ergastolo, soffermandosi maggiormente sei una pena senza speranza. Alla fine ha fatto il suo intervento il ministro Severino, ha raccontato una favola, per non chiamarla cazzata, e ha fatto una affermazione gravissima. La cazzata che ha detto è che in Italia non c’è l’ergastolo, perché non si sconta, si esce con le pene alternative. Qualcuno dovrebbe dirgli che c’è la pena di morte, che si chiama ergastolo ostativo, per 1500 ergastolani su 1800, “esclusi da ogni pena alternativa”. L’art. 4 bis O.P. (Ordinamento Penitenziario), esclude categoricamente ogni beneficio. Chi ha l’ergastolo è destinato a morire in carcere (come il sottoscritto), e chi ha una pena deve scontarla tutta, fino all’ultimo giorno, anche se sono 30 anni. Altro che certezza della pena. La seconda affermazione è di una gravità inaudita. Ha detto che bisogna coniugare i sentimenti dei parenti delle vittime e della società. Qualcuno dovrebbe dirle che viviamo in una repubblica democratica, con una Costituzione, leggi e i tribunali per applicare e giudicare secondo le norme dei nostri  codici. Quello che ha detto andava bene se eravamo in Arabia Saudita, ecc., dove vige la legge del taglione e la vita, la morte e la libertà del reo sono a discrezione dei parenti delle vittime. La signora è un avvocato, ha rivestito ruoli nelle istituzioni, insegna diritto alla scuola allievi ufficiali dei carabinieri, non può ragionare come ai tempi dei linciaggi di piazza. Questo dimostra che è inadeguata per il ruolo che ricopre. Avevo già scritto che essendo persona del sistema di potere del Paese, non c’era da aspettarsi niente di buono. Lei è come tutti meridionali che, per non essere servi del Nord, calpestano ogni cosa per diventare uno dei capi dei servi, al servizio del potere nordista; come i liberti dell’antica Roma. Per dimostrare devozione, sono più feroci dei loro padroni. Erano come lei tutti i collaborazionisti che aiutarono le SS savoiarde a reprimere la libertà e a distruggere il Meridione.  –  15/10/2012

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Oggi ho avuto la notizia che un ergastolano si è suicidato nel carcere di Carinola Parlando con un compagno che lo conosceva bene, mi ha detto che nel regime di tortura del 41 bis l’avevano fatto impazzire, maggiormente in quello di Parma. Circa 20 anni di torture sono molto difficili da sopportare, e l’equilibrio mentale non ha resistito. Credo che in un momento di follia o di lucidità, abbia voluto smettere di soffrire, riconquistando la libertà e la serenità. Ricordo che dopo qualche anno di tortura del 41 bis, nel 1993 feci colloquio  con mia madre e mia sorella. Per mezzora parlavo solo io. Gli chiesi perché facevano parlare solo me. Mia sorella mi rispose che sembravo un pazzo, avevo gli occhi fuori come i folli. Da parte mia mi ritenevo normale, ma avevano ragione. Lascio immaginare le persone sottoposte a decenni di questa crudele infamia, sepolti vivi, li stanno annientando mentalmente, in modo scientifico. La barbarie di questi metodi viene da lontano. Erano gli stessi usati  dai piemontesi, il sistema repressivo fu creato allora, e non è mai cambiato. Oggi, come allora, in questi lager ci sono solo meridionali.  –  16/10/2012

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Mi hanno mandato una pagina del Corriere della Sera del 2 ottobre 2012, dove c’era un appello per l’abolizione dell’ergastolo. La pagina l’ha comprata Umberto Veronesi. Ha fatto scrivere grande “Uniamoci contro l’ergastolo”. Menziona il convegno al Senato del 2 ottobre, quello organizzato da Veronesi con la sua associazione “Science for peace” il 16 e 17 novembre, nell’aula magna dell’Università Bocconi di Milano, dove parteciperanno  intellettuali e scienziati di tutto il mondo, tra cui molti premi nobel, ha sottolineato la raccolta di firme nel sito di Carmelo Musumeci, ed evidenziando la violazione dell’art. 27 della Costituzione. Veronesi ha preso a cuore la lotta per abolire l’ergastolo, e la sta portando avanti con coerenza. E’ una persona da ammirare e merita il massimo rispetto. Se riusciremo in questa lotta, molto lo dovremo anche a lui. Tutti possono andare nel sito del Corriere della Sera, e leggere la pagina sull’ergastolo.  –  17/10/2012

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Ho finito di leggere il libro “I lager dei Savoia- storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per i meridionali”. Lo scrittore è Fulvio Izzo. Edizioni Controcorrente. La prefazione è di Francesco Mario Agnoli del 6-12-1998. Inizia così: “La prima impressione che questo libro susciterà nella grande maggioranza dei lettori sarà un pugno alla bocca dello stomaco, tanto grande è la distanza tra l’oleografia risorgimentale ufficiale e la nuda e crudele realtà dei fatti”. Ed è vero. La crudeltà usata come ama di potere. Quello che insegnano a scuola sono delle menzogne storiche, per nascondere l’infamia che hanno commesso dopo la conquista del meridione. Il triumvirato Garibaldi-Cavour-Vittorio Emanuele II, dovrebbero essere cancellati dai libri di scuola, perché oggi sarebbero processanti per crimini contro l’umanità; come lo furono a Norimberga i capi nazisti, altrettanto i macellai che eseguirono la feroce repressione, i vari cialdini, Pinelli, Pallavicini, la Marinara, ecc. Invece ci sono vie, piazze e mausolei intitolati a loro. I crimini commessi non li hanno fatti neanche i nazisti con l’occupazione del 1943-45. Persino gli inglesi che sono stati i fautori di questa selvaggia conquista, inorridivano davanti a quello che videro e che ne vennero a conoscenza. L’inglese Wilford, incuriosito da alcune articoli pubblicati sul quotidiano “Popolo” a firma di Giovanni Gervasi, venne a Napoli e riuscì a ottenere dal questore di Napoli l’autorizzazione a visitare le prigioni della città. Pubblicò un articolo sul Times, confermando tutto ciò che aveva scritto il Gervasi, sottolineando che  tutto ciò che di turpe, di feroce, d’immondo, di barbaro, d’infame si praticava sui prigionieri. Le torture provenivano dai bandi di Carlo Felice del 22 febbraio 1826 (degno parente di Vittoria Emanuele). Il 12 agosto 1861, il deputato inglese Giorgio Bowyer, indirizzò una lettera a Lord Palmerston, raccontandogli quello che succedeva nel Meridione. Cita tanti episodi di stragi, di barbarie e di arbitri contro la popolazione termina affermando che “la distruzione è totale”, e il governo inglese dovrà rendere ragione al Parlamento quando si adunerà, sui delitti commessi nell’Italia meridionale sotto la tirannia di Cialdini e Pinelli. Lord Lennox, dopo avere visitato alcune carceri e visto l’inferno delle torture di cui erano vittime migliaia di meridionali, fece una relazione al Parlamento inglese. Dopo avere elencato le sue visite scrisse: “Sento il debito di protestare conto questo sistema. Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esistenza  alla protezione e all’aiuto dell’Inghilterra, deve più a questo che non a Garibaldi, che non agli eserciti vittoriosi della Francia, e però, in nome dell’Inghilterra, denuncio tali barbare atrocità, e protesto contro l’egidia della libera Inghilterra così prostituita”. L’Inghilterra fu sorda ad ogni appello, perché era la causa del problema, e le sorti delle popolazioni meridionali  furono abbandonate al loro destino nelle mani dei macellai piemontesi del “Re Galantuomo” di Vittorio Emanuele II. Interessavano solo le ricchezze del Regno delle Due Sicilie, per il resto erano estranei ai progetti politici già decisi dai famelici savoiardi, che ritennero di cancellare d’autorità il problema della ribellione. Tutti i prigionieri meridionali vengono trasferiti nei lager del Nord, principalmente gli ex soldati borbonici, dove furono fatti morire a migliaia di stenti e di torture.  Il ministro della giustizia, rispondendo a un’interrogazione, giustificò tutto ciò con la scusa che nel Meridione c’erano solo mille posti nelle carceri. Se erano così pochi, in che condizioni stavano migliaia di arrestati? Solo nel carcere di Girgenti (attuale Agrigento) c’erano 32.000 prigionieri. Viene da chiedersi, se c’erano solo mille posti nelle carceri meridionali, significa che  non c’era tutta quella delinquenza che la propaganda risorgimentale ha spacciato a piene mani, semmai l’ha creata per legittimare il saccheggio con la repressione e l’instaurazione di una colonia. Con la legge Pica, ogni aberrazione fu legittimata, legalizzando l’effusione del sangue. Il deputato Ferrari, nella seduta della Camera del 19 novembre 1862, con violenza accusa: “Vengono cacciati nelle carceri e fucilate famiglie intere, il numero delle vittime e dei carcerati è enorme. E’ questa una guerra di barbari. Se il sentimento vostro morale non vi fa inorridire di camminare sguazzando nel sangue, io non saprò più comprendervi. E quanto io affermo del Regno di Napoli, ditelo pure della Sicilia. Là pure si cacciano le genti in prigione e si uccidono  a fucilate senza nessun formale procedimento. Versare sangue è diventato  sistema. Ma non si rimedierà al male fatto, versando sangue a torrenti. Nell’Italia meridionale non si crede a siffatto sistema di sangue; e chi porta un’uniforme si crede di avere diritto di uccidere chiunque non ne porta”. Nel 1864 in un dibattito alla Camera, un deputato urlò “è un periodo di cotanta illegalità ed arbitrio, da non avere riscontro storico in tempi e in popoli meno civili fra i più barbari ed ignavi”. Alle vicende di circa 100.000 prigionieri di guerra (l’intero esercito), anche nei riguardi delle popolazioni meridionali, si commettono deportazioni, prigionie, fucilazioni, e restrizioni della libertà, tali da fare  parlare di “ferocia come dogma governativo”. Era ferocia generale, sistematica, premeditata, era ferocia stabilita da quel sanguinario di Vittorio Emanuele II. Resero il Sud un inferno, costringendo la gente a scegliere tra finire in prigione, servire il nemico piemontese o darsi alla guerriglia. La fredda crudeltà di ideologhi, insieme alla ferocia ottusa di politici e militari, uniti, criminalizzarono ogni cosa e negarono ai meridionali ogni diritto. Il disprezzo razzista nei confronti degli abitanti del Regno delle Due Sicilie è chiarissimo nei dispacci e i rapporti militari e politici, vengono paragonati ai beduini africani. Non si piegarono, e anche senz’armi e senza comandanti militari, corsero sui monti a tenere alto l’onore della loro patria. L’esercito, seppure tradito dai vertici militari, non i piegò, seppure torturati e fatti morire a migliaia, su 97000 effettivi solo in 1600 aderirono alla guardia repubblicana. In alcuni casi, la truppa giustiziò i propri comandanti per vigliaccheria di fronte al nemico. Li mandarono a Fenestrelle per “rieducarli”, l’Auschwitz per eccellenza, non esistendo i forni crematori che avevano i tedeschi, usavano una vasca di calce per cancellarli per sempre; è ancora lì in bella mostra. Fenestrelle era un autentico inferno, anche per le angherie sistematiche delle guardie carcerarie. Furono deportati, murati vivi e massacrati, in un silenzio che si vorrebbe far durare tutt’ora. Per avere mano libera in tutto, furono epurati il 90% della magistratura, dell’università, dei funzionari pubblici e sciolti i comuni ritenuti filo borbonici, circa due terzi. Con la legge del sospetto potevano arrestare e fucilare chiunque, anche donne, vecchi e bambini, non avevano più diritti. Le disposizioni piemontesi erano eseguite con una severità che sembrava un delirante furore; simile alle SS tedesche, se non peggio. I miliari elevarono la carneficina a sistema di potere. Questo metodo con modi  e terminologie diverse è arrivato fino a noi. La pianificazione dell’arbitrio  non verranno mai, coperti agli stati di assedio, dal 1860 all’inizio del ‘900 ne saranno dichiarati dieci; oggi si chiamano emergenze. La politica di repressione nel Meridione, non trae giustificazioni dall’eccezionalità, ma è l’originario e convinto approccio colonialista che porta il Piemonte a tenere il Sud in un permanente stato di soggezione, sia militare che economico, dal momento che era semplicemente considerato territorio di conquista, il cui inserimento nella realtà della penisola ha solo carattere subalterno, anzi è opportuno tenerlo separato, perché rappresenta quasi una vergogna. Il Re Francesco II aveva capito, e quando si imbarcò per l’esilio disse: “non vi lasceranno neanche gli occhi per piangere”. Il popolo che ha sempre un intuito infallibile capì che la pota in gioco non era il loro Re, ma l’indipendenza della loro terra. Non la monarchia borbonica, ma l’autonomia amministrativa dello Stato. Non il destino di una dinastia, ma quello proprio. Furono questi i motivi che indussero il 99% dei meridionali a sollevarsi contro il nemico piemontese invasore. L’arroganza e la loro presunta superiorità protrassero per decenni la macelleria repressiva, rendendo irrecuperabili i rapporti tra le popolazioni meridionali, con strascichi ancora evidenti. Non bastava la conquista, l’occupazione e il saccheggio selvaggio, la loro propaganda diffuse in forma capillare la menzogna e il razzismo che dura tutt’ora: “il Mezzogiorno  è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile della penisola; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi per destino naturale; se il mezzo giorno è arretrato, la colpa non è dello Stato o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto  i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari”. Di tutte le infamie commesse hanno cercato di cancellare il ricordo per l’impossibilità di trasformarle in fenomeni folkloristici. Giustificarono tutte le atrocità con la legge, con la complicità dei fuoriusciti, che piemontesizzati nel loro soggiorno a Torino, alimentarono le peggiori nefandezze; come la legge Pica. La colonia creata è rimasta uguale a 150 anni , solo molto più povera, la repressione è la stessa, i lager sulle Alpi ci sono anche ora (Cuneo, Novara, Tolmezzo), nulla è cambiato e nulla cambierà, se non ci sarà una ribellione. Il paradosso è che la repressione non è più fatta dai piemontesi, ma il 98% sono tutti meridionali, e sono molto più feroci, vogliono mettersi in mostra  con i padroni e dimostrare la loro fedeltà.  –  18/10/2012

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Le parole sono pesanti come macigni, quando vengono dettate dal pregiudizio e usate con superficialità, alimentano il razzismo. Un ragazzo di 22 anni di Palermo, in un raptus di gelosia aveva aggredito l’ex fidanzata, la sorella di 17 anni, nel cercare di difenderla è stata uccisa. Una tragedia per i genitori, una figlia uccisa e l’altra ferita in modo grave. Questi tragici episodi non si possono spiegare, perché sono dettati dall’irrazionalità folle, e l’unica spiegazione che si può dare, ma nello stesso tempo vanno condannati perché ogni essere umano è sacro. Anche su queste disgrazie i media alimentano il razzismo, usando le parole come una clava. In TV, non solo hanno detto che il killer era stato arrestato, ma per tutta la giornata nella striscia dei sottotitoli, era scritto “arrestato killer”. Nel Nord usano altre parole “raptus di follia”, “non ha retto alla rottura”, ecc., tanti altri termini, ma mai killer, parola usata solo per gli omicidi della criminalità. Anche su queste notizie si dimostra il razzismo strisciante, creato dai Savoia con l’aiuto dei loro sgherri come Lombroso, e continua tutt’ora.  –  19/10/2012

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Con entusiasmo aspettavo la partita Juve-Napoli, ero ottimista che vincevano, ma purtroppo, anche avendo dominato, nel secondo tempo, in un minuto ci hanno fatto gol, è stata un’amare delusione. Ci rifaremo a Napoli. Mi auguro che la squadra non si demoralizzi nella cavalcata per lo scudetto.  –  20/10/2012

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Mi hanno raccontato che su internet è possibile contattare e vedere il norvegese (non ricordo il nome) che ha ucciso oltre 70000 persone, condannato a 21 anni i carcere. Si può vedere la sua cella, come passa le sue disponibilità. Ha il computer in cella collegato a internet; la sua cella somiglia ad una normale stanza; può partecipare a tutte le attività che offre il carcere (in Norvegia sono molte e di qualità); la cella aperta tutta la giornata; non gli manca niente per iniziare un recupero per un futuro ravvedimento. Mentre pensavo a ciò che mi raccontavano, l’ho immaginato qui in Italia, dopo avergli dato l’ergastolo per ogni omicidio, l’avrebbero messo nel regime di tortura del 41 bis, con la cura di limitargli anche l’aria che respirava. Ricordo che, un parlamenta in visita al carcere di Parma, nel reparto del 41 bis, lo portarono dal brigatista Mezzosalma, un carcere l’omicidio Biagi, gli chiese come lo trattavano, rispose “vorrei vedere un po’ di cielo” (con le grate chiamate gelosie non vedeva neppure il cielo, murato vivo). Gli fece capire come veniva trattato. Notizia riportata dal quotidiano locale nel 2007-2008. Credo che il norvegese sarebbe stato trattato peggio, e con il tempo l’avrebbero fatto impazzire. La civiltà italiana è molto famosa per il rispetto dei diritti umani  e i trattamenti nelle carceri, sic! A volte rimpiango di non essere nato in un Paese così civile come la Norvegia.  –  21/10/2012

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