Le Urla dal Silenzio

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Carceri, Cassazione “boccia” Magistratura di Sorveglianza di Cosenza e Catanzaro- di Emilio Quintieri

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La Corte di Cassazione ha recentemente dato una lezione di diritto ai Magistrati di Sorveglianza di Cosenza e Catanzaro.

Di seguito l’articolo che al riguardo ha scritto Emilio Quintieri.

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La Corte Suprema di Cassazione, Sezione Prima Penale (Chieffi Severo, Presidente, Di Tomassi Maria Stefania, Relatore), pronunciandosi sui reclami di alcuni detenuti, ristretti negli Istituti Penitenziari di Cosenza e Catanzaro, ha sonoramente bocciato l’operato dellaMagistratura di Sorveglianza di Cosenza e Catanzaro, annullando i provvedimenti impugnati e disponendo la trasmissione degli atti ai Magistrati di Sorveglianza competenti per un nuovo giudizio che si attenga ai principi di diritto statuiti nelle sentenze.

In particolare, i Supremi Giudici hanno esaminato il ricorso proposto dal detenuto Lorenzo Ruffolo, assistito dall’Avvocato Cristian Cristiano del Foro di Cosenza – avverso il Decreto emesso il 26/11/2014 dal Magistrato di Sorveglianza di Cosenza nonché il ricorso proposto dal detenuto Rocco Alvaro, assistito dall’Avvocato Giacomo Iaria del Foro di Reggio Calabria – avverso il Decreto emesso il 07/12/2014 dal Magistrato di Sorveglianza di Catanzaro. In entrambi i casi, i rispettivi Magistrati di Sorveglianza hanno dichiarato inammissibili, senza alcun contraddittorio, le istanze avanzate dagli stessi ai sensi dell’Art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario (Legge nr. 354/1975) per ottenere il risarcimento per il trattamento carcerario degradante ed inumano subito a causa della detenzione in spazi vitali inadeguati in quanto inferiori ai 3 metri quadrati : il Ruffolo nella Casa Circondariale di Cosenza e l’Alvaro nelleCase Circondariali di Palmi, Rossano, Paola e Catanzaro.

Secondo i Magistrati di Sorveglianza, le istanze proposte dai detenuti, erano inammissibili, in quanto difettavano i presupposti principali per l’azionabilità della domanda e cioè l’esistenza di un pregiudizio “attuale e grave” tanto al momento della domanda quanto al momento della decisione (dovendosi perciò escludere la possibilità di ricorrere alla Magistratura di Sorveglianza sia con riferimento a violazioni subite in detenzioni pregresse e diverse sia per violazioni medio tempore venute meno per intervento dell’Amministrazione Penitenziaria o della stessa Magistratura di Sorveglianza) e perché le istanze erano formulate genericamente, non avendo i detenuti dedotto e documentato specifiche e dettagliate condizioni di detenzione, tali da integrare eventuali violazioni in atto dell’Art. 3 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, neppure chiedendo alle predette Autorità Giudiziarie, di azionare poteri istruttori ufficiosi, per accertare i pregiudizi lamentati.

La Cassazione, invece, passando ad esaminare la declaratoria di inammissibilità delle istanze reclamo dei ricorrenti Ruffolo e Alvaro, ha rilevato che queste recavano, oltre al richiamo all’Art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario ed alla richiesta di riparazione per il trattamento carcerario assertivamente degradante subito, adeguati riferimenti al periodo complessivo di detenzione patito negli Istituti Penitenziari di Cosenza, Palmi, Rossano, Paola e Catanzaro.

Le ragioni delle richieste (causa petendi) e l’oggetto delle stesse (petitum), contenute nelle istanze – reclamo dei detenuti, risultando chiaramente enucleabili, non potevano, dunque, ritenersi affette da una genericità talmente assoluta da essere riconducibile alla categoria della manifesta infondatezza, per difetto delle condizioni di legge.

Per gli ermellini, non c’è bisogno che le istanze – reclamo debbano avere una forma specifica essendo sufficiente l’indicazione del petitum e della causa petendi e comunque, la disciplina del procedimento di cui all’Art. 35 comma 3 dell’Ordinamento Penitenziario, implica che l’attività di accertamento sia demandata, anche mediante l’esercizio di poteri officiosi, al Magistrato di Sorveglianza che è chiamato a pronunciarsi sul reclamo, esercitando, evidentemente, gli ampi poteri istruttori di cui è titolare ai sensi dell’Art. 666 comma 5 del Codice di Procedura Penale.

Proprio la natura essenzialmente “compensativa”, più che “risarcitoria” in senso stretto, del rimedio introdotto dall’Art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario, finalizzato a “garantire una riparazione effettiva delle violazioni dell’Art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo derivanti dal sovraffollamento”, richiesta dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo nella Sentenza pilota Torreggiani, esclude che la domanda debba essere corredata dalla indicazioni precisa e completa degli elementi che si pongono a fondamento della stessa ed, in specie, che configurano il pregiudizio da ristorare. E’ quindi, soltanto necessario che vengano indicati i periodi di detenzione, gli Istituti di Pena e la riconducibilità delle condizioni detentive alle suddette violazioni derivanti dal sovraffollamento, mentre la sussistenza del pregiudizio per specifiche violazioni dell’Art. 3 della Convenzione Europea costituisce thema probandum.

La Corte Suprema di Cassazione, infine, ha ritenuto errata la tesi sostenuta dai Magistrati di Sorveglianza di Cosenza e Catanzaro che la condizione di accoglibilità della domanda riparatoria rivolta agli stessi sia la “attualità” del pregiudizio, anche perché la ritenuta esclusione del rimedio risarcitorio di competenza del Magistrato di Sorveglianza, disciplinato dal comma 1 e 2 dell’Art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario, per coloro che in costanza di detenzione lamentino il pregiudizio derivante da condizioni di carcerazione inumane in violazione dell’Art. 3 della Convenzione Europea non più attuali, perché rimosse, non risulta conforme, sotto il profilo logico-sistematico, alle finalità proprie delle disposizioni introdotte dal legislatore in materia di Ordinamento Penitenziario nel 2013 e 2014, per porre termine alle condizioni di espiazione delle pene detentive ritenute in contrasto con la Convenzione dei Diritti dell’Uomo secondo le indicazioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (a partire dai casi Sulejmanovic e Torreggiani), per risarcire i pregiudizi derivanti da tali condizioni e, più in genere, per realizzare un sistema di tutela dei diritti dei soggetti ristretti con maggiori caratteristiche di effettività e tempestività rispetto a quello esistente, sia pure modulato ed applicato secondo i correttivi interventi della Corte Costituzionale e, in specie, della sentenza n. 26 del 1999.

La ratio complessiva delle modifiche, tra le quali la disciplina dei particolari rimedi risarcitori di cui all’Art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario, va rintracciata – come già precedentemente indicato dalla Corte di Cassazione – nel “rafforzamento complessivo degli strumenti tesi alla riaffermazione della legalità della detenzione con estensione dei poteri di verifica e di intervento dell’Autorità Giurisdizionale”.

Per le ragioni esposte, i provvedimenti impugnati sono stati annullati senza rinvio e sono stati trasmessi ai competenti Magistrati di Sorveglianza di Cosenza e Catanzaro affinché le istanze-reclamo dei detenuti vengano trattate nel contraddittorio delle parti ai sensi dell’Art. 35 bis comma 1 dell’Ordinamento Penitenziario.

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Incidente di costituzionalità sull’ergastolo

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Condivido oggi il testo di una iniziativa dello studio legale “FEDERICO E PARTNERS”, che mira a creare un incidente di costituzionalità per porre la questione dell’ergastolo davanti alla Corte Costituzionale.

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Gentile Signore,

a nostro avviso la pena dell’ergastolo è a tutti gli effetti, così come prevista dall’ordinamento italiano, una “pena di morte mediante detenzione”, per questo la presente missiva è volta a prospettare una concreta iniziativa difensiva diretta ad ottenere una dichiarazione di incostituzionalità dell’istituto dell’ergastolo per contrasto con la Costituzione e con le Convenzioni internazionali stipulate dallo Stato italiano.

Il nostro intervento difensivo, derivante dallo studio della giurisprudenza italiana e comunitaria, ma soprattutto delle norme e dei principi consacrati dalla C.E.D.U., è diretto ad ottenere la conversione della pena dell’ergastolo in pena temporanea.

Lo strumento processuale scelto per adire le vie legali è quello dell’incidente di esecuzione, ex art. 666 c.p.p., attraverso il quale si provvederà ad analizzare l’istituto dell’ergastolo, così come previsto e disciplinato nel nostro ordinamento, mettendo in risalto le differenze con gli altri Paesi europei. Tutto ciò è motivato in ragione dei recenti arresti giurisprudenziali in materia di “giudicato esecutivo”, vedasi: Cass. Sez. Unite, 24 ottobre 2013, n. 18821/2014, Sez. Unite 29 maggio 2014 n. 42858/14, Sez. Unite 27 marzo 2014 n. 18288/2010, che hanno statuito definitivamente il venire meno dell’intangibilità del giudicato esecutivo.

Dalla rassegna della giurisprudenza di legittimità del 2014 è emerso chiaramente che il giudicato non è intangibile e immodificabile nell’aspetto esecutivo, ma può essere oggetto di modulazione per renderlo compatibile con l’art. 27 co.3 Cost., il quale prevede espressamente che <<Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato>>.

L’istanza in questione metterà in risalto i punti critici e le problematiche concernenti i diritti fondamentali dell’individuo, come il divieto di trattamenti inumani e degradanti (anche alla luce della recente proposta volta ad introdurre nell’ordinamento italiano il reato di tortura), nonché il fondamentale diritto di libertà, il diritto all’autodeterminazione del soggetto -soprattutto nel caso di detenuti all’ergastolo in riferimento alle ipotesi di collaborazione in cambio di benefici- e degli ulteriori principi sanciti e rispettati a livello internazionale come quelli previsti dalla C.E.D.U., dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (firmata a Parigi il 10 dicembre 1848), dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (ONU firmata a New York il 10 dicembre 1948), dall’UNESCO e dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (New York, il 10 dicembre 1984).

Focalizzeremo l’attenzione sulle recenti pronunce della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ric. Hutchinson c. Regno Unito del 2.3.2015, ric. Vinter c. Regno Unito del 9.7.2013 che hanno fortemente criticato la compatibilità della natura “dell’ergastolo senza liberazione condizionale” (così come viene chiamato in ambito europeo) con il riconoscimento, a tutti i detenuti, di quei diritti e libertà fondamentali, garanzia per tutti gli stati democratici.

Alla luce dei citati arresti giurisprudenziali sosterremo che una pena all’ergastolo, che consenta l’arresto ai benefici penitenziari condizionandolo a comportamenti che obbligano o coartano la libertà individuale, a fronte di una presunta infallibilità del sistema giudiziario, chiusa dal giudicato penale, dimostra che nel nostro ordinamento giuridico tale misura è a tutti gli effetti una detenzione con fine pena mai. 

Infatti, le pronunce della Corte Costituzionale che hanno fino ad oggi confermato la compatibilità dell’ergastolo con l’attuale quadro costituzionale, hanno di fatto ritenuto che la possibilità di accesso ai benefici è condizionata alla revisione critica del proprio passato, senza tenere conto che la condanna potrebbe essere di fatto un errore giudiziario. In altri termini, il detenuto sarebbe costretto ad ammettere colpe non proprie al fine di aspirare alla libertà. Alternativamente dovrebbe subire l’intera esecuzione della pena dell’ergastolo. Su tale presunzione verrebbe condizionata e coartata la libertà individuale del soggetto al punto che la pena costituirebbe un trattamento inumano e degradante.

Nell’ipotesi in cui condividesse la nostra proposta saremmo disponibili ad intraprendere la relativa iniziativa difensiva, pertanto la invitiamo a comunicarci:

1-Il suo interesse all’iniziativa  a mezzo lettera da inviare al seguente indirizzo di Via Oslavia n. 28 cap. 00195 – Roma.

2-L’ultimo ordine di esecuzione emesso dalla Procura Generale competente ove sono riassunti tutti i titoli di esecuzione e la sentenza di condanna all’ergastolo, nonché posizione giuridica aggiornata.

3-La nomina come Suo difensore di fiducia (da effettuare tramite ufficio matricola del carcere) sul procedimento penale per il quale ha subito la condanna dell’ergastolo che è attualmente in esecuzione.

La invito pertanto, nel più breve tempo possibile, a prendere contatto con il nostro studio legale ed a diffondere la stessa tra i detenuti all’ergastolo al fine di aumentare le opportunità di buon esito. Ritengo, infatti, che se all’istanza in questione parteciperanno un numero elevato di detenuti all’ergastolo, maggiori saranno in concreto le possibilità di sollevare un incidente di costituzionalità.

L’indirizzo al quale far riferimento per le comunicazioni è il seguente:

STUDIO LEGALE FEDERICO E PARTNERS

Via Oslavia n. 28, roma – 00195

Tel. 0645436366   Cell. 3389942098

In attesa di un Suo riscontro, le inviamo cordiali saluti.

Roma 11 giugno 2015

Avv. Fabio Federico

 

 

L’ergastolo “ostativo”: una creazione giurisprudenziale (terza parte).. di Claudio Conte

Muroi

Ho già pubblicato la prima e la seconda parte (vai ai link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/07/26/11374/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/08/03/lergastolo-ostativo-una-creazione-giurisprudenziale-seconda-parte-di-claudio-conte/) del testo inviatoci dal nostro Claudio Conte -detenuto a Catanzaro- dedicato all’argomento decisivo dell’ergastolo ostativo, inteso come creatura essenzialmente giurisprudenziale.

Oggi pubblico la terza e ultima parte.

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Di errore in errore

La contraddizione si fa ancora più palese se si confrontano quelle sentenze della Cassazione che ammettono la qualificazione giuridica del fatto reato da parte del giudice di sorveglianza (ossia la non necessaria contestazione formale dell’aggravante ex art. 7 DL) e la sentenza a Sezioni Unite n. 337/2008 che invece arriva a derogare la legge pur di rendere possibile tale contestazione anche ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo (espressamente esclusi).

La sentenza 337/2008 delle Sezioni Unite, al di là della grave distorsione che effettua sulla norma relativa all’art. 7 DL 152/91, dimostra come coloro che ritenevano possibile la riqualificazione giuridica del fatto reato in assenza della formale contestazione dell’aggravante da parte dei giudici di sorveglianza, siano in torto. Diversamente non avrebbe senso la stessa decisione, tesa ad estendere la contestabilità dell’aggravante ex art. 7 DL ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo per gli effetti diversi dalla determinazione della pena…

Si rammenta come la suddetta sentenza abbia esteso l’applicabilità per stabilire la competenza della DDA e per gli effetti dell’esecuzione della pena. Orbene è risaputo che, nel primo caso la competenza della DDA si affermi già al momento dell’iscrizione nel registro della notizia di reato e non dell’iscrizione nel registro dell’indagato o la formulazione dell’accusa, così come è avvenuto dall’istituzione della DDA fino al 2008; di conseguenza l’unico reale motivo resta quello relativo all’esecuzione, ma se non fosse necessaria la contestazione formale dell’aggravante in questione, non sarebbe necessaria neanche tale decisione.

D’altra parte, coerentemente, la stessa Corte di Cassazione, in materia di indulto, ha censurato la visione sostanziale del reato, evidenziando come i giudici dell’esecuzione (e dunque anche della sorveglianza) che aderiscano a tale visione, violino due principi del sistema processuale, quello del (potere del) l’azione penale e quello della netta distinzione  di competenze funzionali tra il giudice dell cognizione e il giudice della esecuzione, rilevando che la continuazione non costituisce vincolo giuridico di trasmissione delle circostanze aggravanti non contestate; né è certamente consentito al giudice dell’esecuzione superare il dato formale delle aggravanti non contestate e, comunque, non ritenute dal giudice della condanna (Cass. Pen. Sez. I, del 27.06.2008, n. 25954).

Non può infatti escludersi che il giudice di cognizione, al quale è riservato ex art. 133 cp in modo esclusivo  il potere di valutare la gravità del reato agli effetti della pena, in presenza di contestazione dell’art. 7 DL, non addivenisse ad altra determinazione.

E che la continuazione dei reati, ossia l’unico disegno criminoso, non costituisca elemento inclusivo nel comma 1 ex art. 4 bis OP, lo confermano, come abbiamo visto, le decisioni espresse a Sezioni Unite (sent. del 30.6.99- Ronga) che ammettono lo scorporo dei reati ostativi da quelli non ostativi anche se ritenuti in continuazione per l’ammissione ai benefici penitenziari.

(Solo per ridondanza… la ritenuta continuazione dei reati tra un’associazione mafiosa e delitti fine, presuppone che tutti i reati siano  finalizzati all’agevolazione dell’associazione mafiosa… unico disegno criminoso. Ciononostante, per le Sezioni Unite che ammettono la scindibilità, non è possibile qualificarli come “ostativi”).

Si può concludere che, ad oggi, risulta contrastante con la più autorevole giurisprudenza di legittimità e costituzionale, l’ipotesi che si possa attrarre nel comma 1 ex art. 4bis OP un qualunque delitto (nominalmente non incluso nel comma ex art 4bis OP) che non abbia la contestazione formale dell’aggravamento ex art 7 DL 152/91, come invece è sostenuto, senza alcun fondamento normativo, in alcune sentenze (Cass. Sez. I, sent. 4091/2010), anche se si trattasse di delitti finalisticamente collegabili a reati cd ostativi ex art. 4bis OP.

(Per completezza, la sentenza n. 135/2003 della Corte Costituzionale che ammette la compatibilità della pena dell’ergastolo con i divieti ex art. 4bis OP, non si esprime sui temi sopra trattati: riqualificazione giuridica del fatto reato, in assenza di formale contestazione dell’aggravante ex art. 7 DL, né sulla sua estensione anche ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo, nonostante il divieto della legge. La Corte si è pronunciata, invece, esclusivamente in relazione al principio di rieducazione ex art. 27.3 Cost).

Resta in piedi, ma solo grazie all’illegittima “manipolazione” giurisprudenziale effettuata sull’art. 7 DL 152/91 (con l’estensione ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo) il monstrum giuridico dell’ergastolo “ostativo”, una creazione giurisprudenziale; non previsto, anzi escluso, dalla legge ed incompatibile con la Costituzione.

Mentre nel caso di pena dell’ergastolo che non abbia irrevocabilmente ricevuto la contestazione formale dell’aggravante suddetta, è assolutamente insostenibile la sua riconducibilità ai divieti posti ex art. 4 bis comma I OP, risultando disciplinato dal comma I ter dell’art. 4 bis OP.

Catanzaro-carcere, 14 luglio 2013

Ancora sul caso di Lucia Bartolomeo

Di Lucia Bartolomeo -detenuta a Lecce-  cominciammo ad occuparci il 4 ottobre dello scorso anno, quando pubblicammo una sua lunga lettera dove ricostruiva, fondamentalmente la sua intera vicenda (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/04/7376/).

Successivamente pubblicammo un altro post che faceva ulteriormente emergere, uno degli ambiti più delicati e dolorosi della vicenda di Lucia, quello del rapporto, ostacolato, con la figlia piccola (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/24/7648/).

Il 25 novembre pubblicammo una sua lettera, speditaci il 16 novembre dove ci comunicava che la Corte di Cassazione avesse annullato la sua sentenza di condanna, rinviando il tutto ad un nuovo procedimento di appello (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/11/25/7993/).

Adesso ci è giunta una ricostruzione, in forma sintetica, dell’intera vicenda dal punto di vista della sua “sostenibilità” probatoria. Ovvero un’analisi che va nel merito delle contestazioni fatte a Lucia, e della loro -secondo questa ricostruzione- insostenibilità. A inviarcela è stata Cinzia Gennarelli, che lavora per conto dell’agenzia investigativa  Eagle Keeper Service Group srl di Bologna è stata al tempo incaricata dall’Avv. Silvio Caroli del Foro di Lecce di occuparsi, da un  punto di vista investigativo, della sua vicenda. Fin da subito la Eagle Keeper Service Group si è adoperata per far affiorare le incongruenze e debolezze dell’impianto accusatorio.

Noi, pubblicando questa ricostruzione, non diciamo che essa debba necessariamente corrispondere a verità, ma ci ispiriamo al principio per il quale, è prezioso che di certe vicende, emergano anche “altre” valutazioni e ricostruzioni, oltre a quelle date ufficialmente dai media. Poi ognuno trarrà le libere valutazioni che vuole.

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Il grande dilemma è sempre quello: ma Ettore Attanasio era ammalato? E Lucia lo ha ucciso?

Le indagini, condotte da Eagle Keeper, hanno messo in evidenza una serie di fatti importanti legati proprio alla malattia di Ettore ed al suo ambiente di lavoro. Infatti, almeno uno dei colleghi ed amici di Ettore Attanasio si era ammalato, avendo sintomi simili a quelli manifestati dal marito di Lucia nel periodo di poco precedente alla morte. Dalle dichiarazioni rese da più di un teste, sia dell’accusa che della difesa, è evidente che Ettore Attanasio aveva una condizione di salute precaria e che soprattutto negli ultimi giorni prima della morte, appariva stranamente con un colorito “marrone”, lamentava sdoppiamento della vista, mancava di concentrazione, tanto che la stessa moglie Lucia Bartolomeo aveva ritenuto opportuno convocare una riunione di famiglia (con i fratelli e le sorelle di Ettore) per poter avere il loro supporto, affinché il marito accettasse il fatto di essere ricoverato urgentemente in ospedale e  sottoporsi a tutti gli accertamenti del caso. Ettore Attanasio non aveva alcuna intenzione di sottoporsi a controllo medico, nonostante – ricordiamo – la moglie fosse un’infermiera specializzata ed avesse il “giusto peso” nella preoccupazione di uno stato di salute non conforme.

Questo elemento, non banale, è stato riportato in tutte le dichiarazioni e fanno parte dei verbali dell’intera vicenda processuale e giudiziaria di Lucia Bartolomeo.

Altro elemento, non trascurabile e soprattutto sottolineato quale dubbio nella sentenza della Suprema Corte di Cassazione, è il quesito sulla causa della morte: la droga. La droga è stata concausa o è stato omicidio? Una risposta difficile da trovare nell’iter processuale, visto che non è ancora stato stabilito se Ettore Attanasio fosse malato o meno. Tra l’altro, è d’uopo osservare l’incongruenza fra le due sentenze: nella sentenza del 1° processo si afferma che Ettore Attanasio fosse sano e che la causa della morte era stata l’iniezione letale di eroina. Nella sentenza del Processo di Appello si afferma che Ettore Attanasio fosse malato e che la morte fosse sopraggiunta come concausa della droga. Ed oltre a questa incongruenza, la parte investigativa ha fatto anche notare che non si capisce quale possa essere il motivo per cui Lucia Bartolomeo convocò una riunione familiare a casa loro con la famiglia di Ettore affinché vedessero con i loro occhi lo stato del fratello ed ai quali chiese aiuto (perdeva i capelli, non faceva i lavori in campagna,..). Di questo c’è stata evidenza anche con la testimonianza di alcuni vicini di casa che hanno ribadito che Ettore non aveva alcuna intenzione di sottoporsi a controllo medico, in quanto sufficientemente adulto per decidere come disporre della sua vita.

Rimane dunque la vicenda di un giovane uomo che muore, con dell’eroina in corpo, senza aver però stabilito se l’assunzione fosse stata volontaria o meno.

Anche sul possibile movente della morte “precoce” di Ettore Attanasio vi sono parecchie ombre. Lucia Bartolomeo avrebbe ucciso il marito per poter vivere la sua storia d’amore con l’amante. Lucia aveva avuto un’altra storia d’amore prima dell’amante concomitante alla morte del marito; una storia d’amore durata più a lungo e dall’intensità maggiore, senza per questo averla indotta a “liberarsi” del marito. Non è di facile comprensione dunque come si possa addurre quale movente dell’ipotetica uccisione del marito, il fatto che Lucia aveva un amante, con il quale aveva una relazione di minore durata e con un coinvolgimento emotivo minore.

Un ulteriore elemento di “criticità” riguarda le indagini, forse condotte in modo approssimativo. Infatti non sono stati sequestrati i flaconi delle flebo che venivano somministrate ad Ettore Attanasio nel periodo antecedente alla sua morte, al fine di verificare se fosse avvenuto o meno il passaggio di eroina dal bolo.

E non è stata nemmeno tenuta in considerazione la testimonianza del padre di Lucia Bartolomeo che aveva visto Ettore Attanasio ancora vivo prima di coricarsi, spostando quindi le indagini per direzione ed obiettivo e dando per scontato che il padre di Lucia non potesse far altro che mentire. Ecco perché anche il lasso di tempo intercorso fra gli ultimi momenti di vita e l’orario del decesso ha avuto un significato diverso ed è stato dunque conformato alle esigenze di definizione dell’ora effettiva di morte dell’Attanasio.

Non va oltremodo dimenticato che l’eroina trovata negli organi, e non nel sangue, del defunto era la cosiddetta “eroina da strada” e non residuale e le lunghe indagini della Procura non hanno accertato chi dei due coniugi avesse potuto procurarsi tale tipologia di eroina. Lucia Bartolomeo non è mai stata collocata in zone di spaccio o di smercio di stupefacenti, né tanto meno è stata assimilata a personaggi del genere, a “pusher” che diventa inevitabilmente condizione sine qua non per potersi procurare, appunto, dell’eroina “da strada”. Sorge dunque spontanea la domanda “ma come si è procurata quindi la droga?” Vista la sua professione – infermiera – gli inquirenti hanno fatto sopralluoghi e perquisito tutti i possibili posti all’interno dell’ospedale, dove Lucia avrebbe potuto procurarsi la droga; sono stati esaminati possibili furti o scomparse di oppiacei e derivati all’interno dell’ospedale, dall’armadietto dei medicinali. Non si è scoperto nulla e tutto l’entourage medico e paramedico è stato interrogato per stabilire se Lucia Bartolomeo avesse potuto o meno procurarsi l’eroina in quella struttura sanitaria, sebbene il medico legale avesse classificato la droga rinvenuta negli organi di Ettore come “eroina da strada”, cioè tagliata “da spaccio” e quindi non potesse essere in alcun modo custodita all’interno di una struttura sanitaria.

A questo si legano le amicizie di Ettore Attanasio, che la difesa ha portato quali testi in Tribunale; si tratta di persone legate all’ambiente “criminale” locale, fra l’altro con precedenti specifici (spaccio di stupefacenti), come dichiarato dallo stesso Giudice della Corte di Appello. Non vi sono dubbi che queste persone fossero legate a Ettore Attanasio, tanto che il medesimo custodiva – pur essendo dotato di un cellulare e nell’era della tecnologia – una piccola agendina, ben “nascosta” all’interno del portafoglio con segnati a penna i numeri ed i nominativi proprio di quelle persone. Purtroppo non ci è mai stato dato modo di sapere, attraverso l’analisi dei tabulati telefonici, se Ettore avesse avuto conversazioni telefoniche con queste persone, elemento, invece, di grande rilievo.

E’ del tutto lecito quindi chiedersi perché Ettore volesse celare l’agendina con i nominativi proprio dei soggetti che la difesa ha chiamato a testimoniare con l’intenzione di mettere in luce che Ettore aveva amicizie più “consone” al fatto poi successo. Che Ettore Attanasio avesse amicizie e frequentasse ambienti legati in qualche modo alla criminalità, è un fatto risaputo. Lo stesso datore di lavoro, ad esempio, era dedito allo smaltimento di rifiuti più o meno tossici. Proprio nel periodo in cui avvenne il fatto, era stata condotta dalle Autorità un’importante indagine legata all’omicidio “Basile” che si ricollega proprio a quel territorio – Lecce – e al ritrovamento di scorie tossiche interrate e ben nascoste che avevano pesantemente inquinato il territorio; probabilmente le cause andavano ricercate in altri “siti”. Infatti, non fu mai chiarita la circostanza dell’”incidente” avvenuto in campagna, in compagnia di un amico di Ettore Attanasio, quando i due di notte utilizzando una pala meccanica,  furono “fermati” da un contadino e fu richiesto l’intervento dei Carabinieri della zona. Ci si chiede come mai Ettore, che era un riparatore di bidoni delle immondizie, si trovasse in aperta campagna di notte con un escavatore dell’azienda per cui lavorava.

Questi interrogativi, dubbi e circostanze non contestualizzate e soprattutto non attinenti al fatto contestato a Lucia Bartolomeo, unitamente a tanti altri, hanno probabilmente indotto la Suprema Corte di Cassazione a rivedere una sentenza così grave ed una “punizione” troppo pesante, considerando che in alcuni casi dei “rei confessi” devono scontare pene di gran lunga inferiori. Tutto lo staff di Eagle Keeper, così come l’intero pool difensivo, e soprattutto la famiglia Bartolomeo, ha creduto e crede nella totale innocenza di Lucia, che sicuramente ha avuto una “colpa” – se così si può dire –  quella di aver tradito il marito.. ma non si può condannare una persona al carcere a vita per un tradimento e soprattutto senza una prova certa.

 

Il modus operandi di un imperatore barese.. di Domiria Marsano

Come potete vedere dall’immagine, anche l’orango è sinceramente perplesso per la vicenda che ci racconta la nostra Domiria Marsano; che scrive dal carcere di Lecce, ed è da un bel pò di mesi presenza attenta e preziosa nel nostro Blog.

Circa le dinamiche surreali della vicenda che racconta, vi lascio alla lettura. Dico solo che in storie del genere emerge nettamente la profonda ingiustizia del nostro sistema, dove privilegi intollerabili vengono permessi, e si diventa feroci contro chi non può diffendersi.  Non solo il rigore è inversamente proporzionale al denaro e alla posizione sociale. Ma tante volte, non c’è neppure rigore, ma solo irrazionalità.

Mi piace inserire i testi di Domiria. Sia per quello che descrive, che per come lo descrive. Domiria ha un suo stile nello scrivere, ironico, letterario, indignato. 

Vi lascio all’ennesima vicenda kafkiana che proviende dal mondo lunare delle carceri e dei tribunali.

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IL MODUS OPERANDI DI UN IMPERATORE BARESE

Protagonista di questa storia è il tribunale di Bari, sezione del giudice per le indagini preliminari (GIP).

Una compagna di sventura è detenuta da circa un anno. Non possedeva  e non possiede nulla né all’esterno né all’interno della casa circondariale. I suoi vestiti sono generoso dono dei volontari.

Non effettua colloqui in quanto i familiari non hanno la possibilità economica di intraprendere un b reve percorso, quale è Bari-Lecce. Non possono inviarle denaro, tant’è che la stessa ha usufruito  del sussidio che il carcere, eccezionalmente,  concende una tantum, e per un massimo di 20 euro. La signora in questione attualmente svolge attività lavorativa, nonostante il sovraffollamento, essendo una delle prime in graduatoria.. proprio per lo stato in cui versa. Il compenso è così esiguo che a stento copre le spese di prima necessità.

Premesso questo, racconto quant’è “reale” la garanzia del diritto alla difesa.

Filomena (così si chiama) ha chieso di essere ammessa al gratuito patrocinio, ovvero di avere un avvocato a spese dello Stato. E’ un diritto civile costituzionalmente garantito, che consiste nell’assistenza penale gratuita delle persone che non dispongono dei mezzi economici per assicurarsi una difesa professionale su incarico (remunerato). Il pagamento di tali spese costituisce indubbiamente un’obbligazione di carattere patrimoniale, e lo Stato trova poi il titolo esecutivo nel provvedimento di condanna al rimborso.

L’istanza è stata rigettata. Soprendente è la motivazione. Quasi una caricatura gli accertamenti, tenendo conto che si tratta di un ufficio di indagini preliminari!

Costituendo le sentenze della Corte di Cassazione un precedente nella casistica, l’esimo giudice, il dott. Marco Guida, secondo il “costante orientamento” della Suprema Corte, espone:

“In materia di gratuito patrocinio, i redditi da attività illecita possono e debbono essere computati a tal fine ed accertati con gli ordinari mezzi di prova, tra cui anche le presunzioni semplici”.

l’Ill.mo giudice ritiene di avere fatto ricorso alle presunzioni semplici di cui all’art. 2729 c.c., come indicato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.11 del 30/03/92, tra le quali rientrano il tenore di vita dell’interessato, dei familiari conviventi, e qualsiasi fatto di emersione della percezione lecita o illecita dei redditi. Sostiene, quindi, che nel caso in esame emerge chiaramente che il soggetto ha subito due condanne per estorsione, per cui si può ragionevolmente presumere la sussistenza di una notevole fonte di guadagno.

Innanzitutto si tratta di due episodi, e non vedo proprio l’attualità delle fonti di guadagno. Non si tratta di una esponente della criminalità organizzata, per cui è consueta la continuazione dell’attività illecita. Nel caso in questione, forse, il dott. Guida ha letto un rigo sì e un rigo no, o peggio.. solo gli artt. contestati al reo. Trattasi infatti di persona tossicodipendente da anni, e la cospicua entità delle due estorsioni è rispettivamente di 40 euro e di 10 euro.

Anche avendo una fertile immaginazione e una buona dose di illogicità, presumendo:

– che l’illecito guadagno sia ancora in possesso dell’imputata,

– che siano stati perpetrati delitti della stessa specie, non accertati.

non supererebbe ugualmente il reddito (mi pare di euro 8000 anni) per accdere al gratuito patrocinio.

Bastava poi una semplice richiesta alla C.C. di Lecce, di  rapporto informativo, per accertare il “tenore di vita dell’interessato”…

Mi spiace solo, avendo il Dott. poca attitudine alla lettura, non potergli rivolgere la seguente domanda:

“Perchè infierisce su una persona che non ha neanche l’acqua da bere, dato che quella dei rubinetti del carcere è di colore marroncino e ‘presumibilmente’ dannosa alla salute, e non persegue i cortigiani disonesti che, unitamente ai clienti, criminali facoltosi, percepiscono la parcella e in aggiunta i denari anticipati dallo Stato?”

Credo che la sentenza della Cassazione  e il pronunciamento della Corte Costituzionale fossero diretti a perseguire proprio tali situazioni, affidando al buon senso del magistrato la singola valutazione dei casi.

La discrezionalità riconosciuta è per questo, non per ergersi ad imperatori arbitrari e negligenti.

Il memoriale di Pasquale De Feo

Per questo testo che leggerete, bisogna ringraziare oltre che, ovviamente, Pasquale De Feo, anche Antonia Tripodi, che propose mesi fa, a Pasquale, di scrivere qualcosa del genere. Una sorta di memoriale, che avesse anche, nello stile, qualcosa del monologo teatrale, pur essendo i fatti raccontati corrispondenti ad assoluta verità.

Sì parliamo di Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, e uno dei protagonisti principali di questo Blog. Lo stesso Pasquale che ogni mese ci regala l’appuntameno con il suo Diario, che viene letto, per il grande valore che lo caratterizza, e gli stimoli di cui è portatore, anche da tante persone tradizionalmente poco attente al mondo carcerario, ma che ci tengono a leggere il suo diario.

Parliamo di quello stesso Pasquale che sembra essere stato defito dalla Commissione valutatrice interna del carcere di Catanzaro come non ancora idoneo a potere essere proposto per evenutali benefici, perchè ancora non sufficientemente “maturo”. Nel dubbio allora, e sapendo di potere sbagliare, tendo a propendere per quello che Pasquale mi ha trasmesso in questi mesi e per il suo percorso penitenziario e umano nel corso degli anni. E continuo a ritenere che, una persona come Pasquale, è da anni e anni che avrebbe dovuto avere concessa qualche opportunità.

Questo memoriale ci accompagna nel dramma di un uomo. Già mentre leggi sai come andrà a finire. Ma è diverso quando sbatti sul muro di un’esistenza condannata e perduta già diciottanni. Pasquale porta sulla spalla e sull’anima le torture degli anni bui dell’emergenza, quando, per rispondere all’overdose criminale, l’illegalità fu autorizzata ad ogni livello. E vennero le leggi emergenziali (artt. 4bis e 41 bis), le supercarceri fuorilegge di Pianosa e de L’asinara, l’istituzionalizzazione della tortura (fisica e morale) come stumento di pressione e di coercizione per ottenere determinati risultati.

Una citazione dei tempi de L’Asinara..

Nei primi giorni era tanto il mal di pancia dopo che avevo mangiato, che iniziai a nutrirmi solo di pane e frutta, ma dovetti soccombere e vincere la nausea. Tempo dopo seppimo che nel mangiare ci buttavano ogni tipo di schifezza; detersivi, cibi scaduti, urina e altro. Guardavo nel piatto di pasta e fagioli e vedevo numerosi vermi bianchi..”

Nel corso della narrazione c’è un momento bellissimo, una sorta di risollevamento e di spinta, nonostante tutto, a combattere per la vita, a restare in piedi, a difendere la propria mente, la propria integrità. Uno di quei momenti di improvvisa “illuminazione”, che segnano un percorso di vita. Un momento nata dalla lettura di Nietzsche, e non è un caso, se il Pasquale degli ultimi anni e di oggi è un grande divoratore di libri..

Non avevo mai creduto, quando leggevo che può bastare una piccola frase per darti una spinta motivazionale che ti fa superare qualunque ostacolo. Un giorno un amico mi diede da leggere un libro di Friedrich Nietzsche “Così parlò Zaratustra”. Mentre lo leggevo svogliatamente, senza riuscire a concentrarmi per la disperazione dei miei pensieri, lessi la frase: ‘I morti hanno sempre torto” e più avanti “il dolore che non ti uccide ti rende forte’. Scattò in me qualcosa, che innescò una reazione profonda che scosse tutti i miei sensi. Iniziai a fare ginnastica e a leggere. La mente sembrava una locomotiva che andava a tutto vapore e iniziai a vedere il mondo a colori. Ci davano un libro ogni 15 giorni ed io facevo la richiesta anche per altri tre compagni di cella, così avevo da leggere quattro libri ogni due settimane.”

E poi, uno dei suoi momenti di indignazione, quelli che lo rendono così poco “simpatico”.. decisamente uno “che non sa stare al mondo”..

La rieducazione che dovrebbe essere il fulcro del sistema carcerario, è invece in mano ad una burocrazia squallida, dispotica e cavillosa, dove per potere accedere alla rieducazione viene richiesta una prostituzione mentale, una sorta di rieducazione dei campi di lavoro delle dittature comuniste. Devi riconoscerti colpevole, lodare l’operato della rieducazione, non devi mai chiedere che i tuoi diritti vengano rispettati, mentre questi sono assoggettati a tutte le loro direttive, devi fare il ruffiano e il lecchino, e se poi diventi il loro informatore, metti la ciliegina sulla torta della tua schiavitù. Il completamento del loro capolavoro rieducativo.. Se non diventi un automa al loro servizio, sarei sempre classificato irrecuperabile. Non riescono a comprendere che solo fino a che un uomo non si rassegna è veramente recuperabile. Non è un uomo recuperato quello che si adatta a regole cieche e disumane, e non è un uomo recuperabile quello che ne fa un involucro vuoto e senza personalità, senza nessun ideale. “

Il memoriale finisce con un cuore che sembra stritolarsi. Quando giunge la sentenza della Corte di Cassazione, che ribalta tutte le speranze che erano sorte.

Un ringraziamento a Pasquale, anche per avere trovato la forza di scrivere queste pagine.

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La pena di morte dell’ergastolo.

Avevo fame, ogni giorno lo stomaco occupava i pensieri e dopo mangiato avevo sempre mal di pancia. Tutto il contesto era opprimente, persino i colori della cella erano stati dipinti su ordine del Generale dei carabinieri Dalla Chiesa che, dopo essersi consultato con uno specialista dei colori, aveva scelto i più deprimenti per fiaccare le Brigate Rosse che alla  fine si ribellarono e distrussero la famigerata sezione Fornelli dell’Asinara, all’inizio degli anni ottanta.

Nel luglio del 1992 avevano instaurato, nella sezione Fornelli, il regime del 41bis all’Asinara e il trattamento era disumano, soffrivamo la fame e la sete, non avevamo niente, ma con tutto ciò i miei pensieri erano occupati da ciò che avrebbe deciso la Corte di Cassazione sulla mia condanna all’ergastolo. Dall’esito dipendeva la mia vita futura, ero fiducioso che avrebbero preso in considerazione la perizia sul dna e le dichiarazioni di un pentito che mi scagionava.

Con la mente andai indietro nel tempo, quando diciottenne mi trovai nel vecchio carcere di Spoleto e, al mattino, guardandomi intorno dissi: “Questo deve essere il carcere degli ergastolani”. In Questura a Spoleto mi avevano dato tante di quelle botte che le palpebre stavano su a fatica. Il viso sembrava una maschera: per portarmi in carcere dovettero sorreggermi. Le scale del carcere scendevano in profondità e sembrava di scendere nelle viscere della terra. Mi chiusero in una cella senza finestre, senza gabinetto; non c’era niente, solo un letto.

La testa mi girava e le forze mi mancavano. Mentre cercavo di farmi il letto, arrivò un brigadiere con la “squadretta”. Non mi picchiarono, ero troppo malridotto. Credo che questo fu il motivo per cui non lo fecero. Dormii tanto che non ricordo quanto. Mi svegliai con dolori in tutte le parti del corpo. Riuscii con fatica ad aprire gli occhi, mi guardai intorno; la cella sembrava una vecchia tomba abbandonata. I muri erano pieni di escrementi, non c’era nemmeno il pavimento. In un angolo, per gabinetto, c’era il “bugliolo” e una brocca d’acqua. La luce rimaneva accesa 24 ore su 24. Le ore le calcolavo in base alla colazione del mattino e al pranzo unico di mezzogiorno.

Mi avevano dato l’abbigliamento carcerario; una giacca più piccola della mia misura, un pantalone, il doppio della misura e senza cintura, infine le scarpe erano numero 45 e io portavo il 39. Ero goffo quando mi muovevo, dovevo reggermi i pantaloni e cercare di non inciampare con le scarpe troppo grandi e senza lacci. Sembravo Charlot. In quei momenti pensai di trovarmi nel “carcere degli ergastolani”; ma il futuro doveva farmi conoscere qualcosa di ben peggiore: “L’inferno dell’Asinara”.

Dopo un mese in quella cella, appena diventai fisicamente un po’ più presentabile, mi portarono in tribunale per il processo per direttissima, meglio dire in differita, fino a che non scomparvero i segni delle botte. Mi condannarono per oltraggio alle forze di Polizia. Credo che l’oltraggio sia stato quello di non avere reagito ai poliziotti mentre mi pestavano come un tamburo. Per fortuna che le guardie carcerarie, per come ero ridotto, ebbero pietà e non mi picchiarono, altrimenti mi avrebbero condannato pure per oltraggio anche a loro.

Dopo il processo, dalle segrete del Castello di Lucrezia Borgia, questo era stato nell’antichità il vecchio carcere di Spoleto, mi portarono nei piani superiori, alla luce del sole, in una sezione con celle che contenevano fino a venti persone. In queste celle, al centro c’era una stufa a carbone e, nonostante la promiscuità, mi sembrò di rinascere. Nella cella feci la conoscenza di alcuni ergastolani. Per un diciottenne come me questo era un mondo lontano anni luce. Non avendo mai conosciuto un ergastolano, tutto divenne normale amministrazione con il contatto quotidiano.

Avevo fantasticato sulle dicerie popolari a proposito degli ergastolani che li dipingevano come uomini truci, bestiali e spaventevoli. L’ignoranza fa solo ingigantire e mostrificare tutto ciò che non conosce. Uno di questi era stato condannato all’ergastolo per avere ammazzato la moglie, l’amante e la persona che agevolava questi incontri fedifraghi. Era un uomo tra i più miti che abbia mai conosciuto. Aveva lo sguardo del tenero agnellino. Era analfabeta. Aveva lavorato tutta la sua vita. La sua famiglia era tutto il suo mondo insieme al lavoro e al pezzo di terra che coltivava. La sua famiglia era tutta la sua vita, la sua unica gratificazione. Lavorava come un “mulo” per potere dare ad essa tutto quello che lui non aveva mai avuto. A loro non doveva mancare nulla. Aveva costruito lui la casa dove abitava e a sua moglie e ai suoi figli non faceva mancare nulla. Tutto ciò che loro desideravano lui faceva di tutto per soddisfarli. A lui bastava quel motorino sgangherato per raggiungere l’orto che coltivava. Aveva un solo vestito della festa e per tutte le altre feste comandate. L’unico suo hobby era la caccia, che praticava di tanto in tanto. Aveva concesso alla moglie ogni libertà e non si capacitava come questa avesse potuto tradirlo.

Quando gli dissero del tradimento, lo sguardo gli si oscurò e disse che li avrebbe uccisi e quando l’arrestarono gli diedero l’ergastolo per la premeditazione. Alla notizia del tradimento lasciò il terreno dove stava lavorando, ritornò a casa, prese il fucile, rintracciò la donna che faceva da ruffiana, si fece dire dove erano i due fedifraghi, una volta che questa sotto la minaccia del fucile gli indicò dove era il luogo dell’incontro, la uccise e si recò al casale dove i due amanti si incontravano, li scovò e li uccise.

Al processo gli diedero l’aggravante della premeditazione. Il suo avvocato si vendette alla famiglia dell’amante della moglie che era molto ricca ed influente. Tutto questo contribuì alla sua condanna all’ergastolo. Siamo tutti uguali davanti alla legge, ma non lo siamo davanti alla giustizia dei tribunali. Non siamo padroni della nostra vita, l’imprevisto è dietro l’angolo e un attimo di annebbiamento stravolge per sempre la nostra esistenza. Grazie a lui gli ergastolani mi divennero familiari. La conoscenza è come una luce che illumina facendo sparire il buio dell’ignoranza, alimentando l’armonia e la comprensione tra gli esseri umani.

La mia vita sterzò una sera di libera uscita durante il servizio militare. Avevo appena finito il CAR  a Sulmona ed ero stato assegnato al reggimento di fanteria motorizzato di Spoleto con la mansione di autista. La prima sera di libera uscita, dopo avere cenato in un ristorante di Spoleto con un gruppo di commilitoni, forse a causa di qualche bicchiere di troppo, litigammo verbalmente con un gruppo di spoletini ed io venni quasi alle mani con uno di essi. Chiamarono la Polizia e mi portarono insieme agli altri in Questura per accertamenti. Ancora oggi non so dare una spiegazione del motivo per cui i poliziotti si accanirono tanto contro di me. Gli altri furono tutti rilasciati, mentre io fui arrestato per oltraggio, credo a causa delle troppe botte che mi diedero, tanto che si erano procurati delle escoriazioni alle mani. Forse questo era stato il motivo del mio oltraggio. Il caso ci accompagna in ogni momento della nostra vita, in special modo negli eventi più traumatici e in quelli più meravigliosi.

Chi era la persona con la quale avevo litigato quella sera? Quando il Comandante del carcere di Spoleto mi chiamò nel suo ufficio, rimasi di stucco. Era proprio lui quello con cui avevo litigato, temevo il peggio, e invece, ad onor del vero, non si verificò in nessun modo, anzi cercò di confortarmi  ed aiutarmi, avendo presente che aveva di fronte un ragazzo che stava facendo il militare.

Il turbinio di pensieri tra il passato e il presente mi riportava all’Asinara nella sezione Fornelli sottoposto alla tortura del 41 bis e la mia sopravvivenza occupava tutta la mia quotidianità. In certi momenti ci guardavamo e ci dicevamo: “Un giorno quando lo racconteremo non ci crederanno”. Ricordo di avere letto in un libro che gli ebrei nei campi di concentramento avevano gli stessi nostri timori, di non essere creduti. Anni dopo, gli stessi detenuti non ci credevano.

In America su simili torture avrebbero fatto tanti film, come hanno fatto con Alcatraz, in Italia nessun film, perché l’omertà istituzionale è peggiore di quella della criminalità. L’occasione per emanare queste mostruosità furono le stragi del 1992-1993, direi le solite stragi italiane, o, meglio dire, il solito metodo, quello della strategia della tensione. Stavolta avevano solo scelto interlocutori diversi.

Non contento, il potere legislativo nello sfornare leggi emergenziali, diede libero sfogo a tre buontemponi della politica, molto noti per le loro marachelle e cattive frequentazioni. Andreotti-Scotti-Martelli. Questi giullari metafisici imbarbarirono la civiltà del diritto con  la loro sospensione. Si inventarono l’articolo 4bis e l’art. 41bis, il primo è un mostro giuridico che non eguali nel mondo, coniando anche un nuovo ergastolo chiamato “ostativo”, questo articolo elimina ogni beneficio delle misure alternative. Il 41 bis per legalizzare la tortura nell’esecuzione della pena.

Nei primi giorni era tanto il mal di pancia dopo che avevo mangiato, che iniziai a nutrirmi solo di pane e frutta, ma dovetti soccombere e vincere la nausea. Tempo dopo seppimo che nel mangiare ci buttavano ogni tipo di schifezza; detersivi, cibi scaduti, urina e altro.

Guardavo nel piatto di pasta e fagioli e vedevo numerosi vermi bianchi, non mi decidevo a mangiare, la voce del mio coimputato mi arrivò dritto al cervello: “Mangia che sono proteine, dobbiamo sopravvivere!”. Come una sferzata fece il suo effetto, mangiai tutto il piatto e così tutti i giorni in cui rimasi in quell’inferno, cibandomi di tutto ciò che portavano, senza buttare neanche le briciole di pane.

La strategia della tensione serve per destabilizzare, alzare una cortina fumogena con la repressione, affinché il potere reale si stabilizzi e venga portato in trionfo dal popolo ignorante. Fra trent’anni si saprà che furono stragi di Stato, come lo sono state tante nel passato. Nel frattempo il mostro scelto da buttare in pasto all’opinione pubblica ne pagherà tutte le conseguenze. La stessa opinione pubblica, aizzata dai mass media, pagherà essa stessa il conto, con la sospensione dei diritti civili; tribunali speciali e torture nelle carceri e nelle caserme per appagare la sete di odio aizzato con arte affinché copra e dia l’impunità ai burattinai del potere, tipico dei regimi di Stato di Polizia.

Nella gabbia riservata agli imputati, in piedi ascoltavo la sentenza: “Si condanna alla pena dell’ergastolo…”. Mi sedetti e tirai un lungo respiro, ma ottimisticamente pensai che in appello si sarebbe tutto risolto per il meglio. Non riuscivo ad entrare nell’ottica di avere come condanna l’ergastolo. Lo ritenevo un evento provvisorio. Non riuscivo neanche a pensare una eventualità del genere. Ero troppo innamorato per concepire un distacco così prolungato, era fuori dalla realtà del sentimento che occupava tutto me stesso in modo totale e assoluto, pertanto l’ergastolo andava espulso al più presto dalla mia vita.

Il muro della vita può andare in frantumi con lo spostamento di un solo mattone, e ciò avvenne a causa di una voce paesana, che una volta partita, non si sa da chi, e non si sa come, si alimentava da sola, come una scintilla in un pagliaio, che fomentata dal vento, appiccica il fuoco che cresce a dismisura, facendo diventare realtà le fantasie e le paure dei paesani. Stavano giocando con il mio futuro, ma stupidamente ero anche orgoglioso di essere tenuto tanto in considerazione.

Le voci vere o false, quando causano un evento grave, fanno diventare tutto realtà, e nella maggioranza dei casi paga il novello Robin Hood che è stato scelto, colpevole o innocente che sia. “Ucciso superboss della camorra”. Incredulità da parte di tutti, persino dalle forze dell’ordine che lo ritenevano un intoccabile, me lo dissero quando mi arrestarono.

Il colpevole ero io per la gente, ed era stato certificato anche dal morto ai Carabinieri in via confidenziale: “L’unico che può farmi qualcosa è lui. Se succede sapete chi cercare”. Queste affermazioni post mortem ebbero un peso enorme insieme alle voci popolari per cui il colpevole ero io, la giustizia non si affannò a cercare altrove. L’architettura processuale fu costruita con acrobazie cervellotiche, affinché le ipotesi diventassero indizi e le chiacchiere diventassero prove.

Per l’appello ero pieno d’ottimismo per due buone ragioni. La perizia del DNA che era a me favorevole e le dichiarazioni di un pentito che mi scagionava. Ma i giudici sono esseri umani e soggetti ai condizionamenti ambientali e alle influenze esterne alle aule dei tribunali. Fiducioso aspettavo la sentenza, e la gioia si tramutò in delusione per la conferma dell’ergastolo.

Questa pena che gli uffici matricole delle  carceri trascrivono con la dicitura “fine pena mai”, oppure con ironia e sarcasmo “fine pena 9999”, ossia novemilanovecentonovantanove, anche a scriverlo è lungo. L’ergastolo allunga tutto e si sconta tutto, “fino alla  morte del reo”. Una leggenda metropolitana asserisce che il magistrato lo scrisse nella sentenza

Puntando ai bassi istinti della gente, politici prezzolati, giornalisti servi e predicatori d’odio, disinformano, sostenendo che l’ergastolo non esiste perché nessuno lo sconta. Se fosse vero, perché non abolirlo?

Non abbiamo la pena di morte, ma la lunghezza dell’ergastolo, “fine pena mai”, è tale da esserne l’equivalente. “Una pena di morte diluita nel tempo”, talmente cinica e crudele, che anche i rivoluzionari francesi, nel loro codice penale del 28 settembre 1791, lasciarono la pena di morte ma abolirono l’ergastolo, ritenendolo aberrante. La pena di morte ha bisogno di un coraggio momentaneo, l’ergastolo di quello continuo di un’intera esistenza terrena, qualcosa di umanamente inaccettabile.

Gli avvocati mi rassicurarono che la Corte di Cassazione avrebbe preso in considerazione  le nuove prove e annullato la sentenza di condanna all’ergastolo. In quei momenti non puoi che avere fiducia, non hai altre opzioni. Sono loro il tramite con i magistrati e non puoi fare altro che fidarti e affidarti alla loro abilità professionale e giuridica. Sono sempre stato ottimista per natura, ma qualcosa iniziava ad offuscarsi, perché  la Cassazione era lontana, a Roma, e non si celebrava un processo, ma solo un controllo sulle formalità in diritto, se tutto si era svolto rispettando le regole nello svolgimento del processo. Compagni di detenzione mi spiegavano queste cose, mentre  ero all’Asinara, e s’accese di nuovo la fiamma delle speranza, perché di violazioni ce ne erano state molte e certificate. Basta poco a passare dalla disperazione all’euforia della speranza.

Guardavo mia madre attraverso il vetro del colloquio, con il suo sorriso che donava serenità e trasmetteva tutto l’amore materno che una madre è in grado di dare. Nella sua semplicità chiedeva: “Quando esci’”. Lei era all’oscuro dei miei problemi, glieli facevo tenere nascosti. Mia madre era l’essere umano più buono che abbia mai conosciuto. Non ha mai odiato nessuno, tranne il Maresciallo dei Carabinieri del mio paese, che non aveva colpe specifiche, ma lei era convinta di sì. Credo che questo derivasse dalla sua concezione, un po’ arcaica, di vederlo come l’autorità dello Stato che aveva il potere di infliggere punizioni. Il modo che aveva mia madre di rapportarsi con gli altri infondeva pace e armonia, questo la rendeva beneamata da tutti. Per noi familiari era la quercia della famiglia, dopo il suo trapasso non è stato più così.

Non le ho mai detto la verità sulla mia situazione, e avevo sabotato anche la sua ricerca tra i familiari e parenti per non farla stare male, ma credo che lei avesse capito, e questo cruccio  me lo porterò dentro tutta la vita. E’ stata dura superare la sua scomparsa. Ho passato uno dei periodi più brutti della mia vita. Ha lasciato un vuoto incolmabile. Cosa hai fatto? Perché ci dobbiamo vedere attraverso il vetro? Lei non guardava  i telegiornali, ed essendo analfabeta non leggeva i  quotidiani, pertanto era all’oscuro di quello che era successo nel periodo 1992-93. Le risposi che non avevo fatto niente e che erano nuove leggi dello Stato e io ci ero finito dentro. Non credo di averla convinta.

La repressione indiscriminata distrugge ogni cosa e sortisce l’effetto contrario, alimentando un odio contro le istituzioni che passerà alle prossime generazioni. Quando si istituzionalizza la tortura, il meccanismo è di mostrificare chi la subisce, per giustificare agli occhi della popolazione il crimine che si sta perpetrando. Ciò innesca una spirale perversa di rabbia, rancore e odio che coinvolge tutta la cerchia familiare, identificando lo Stato come nemico.

La dura realtà che stavo vivendo produceva profonde riflessioni, crude e prive di condizionamenti. Iniziavo a pensare all’eventualità che la Cassazione mi confermasse l’ergastolo. Stavo di nuovo passando dall’euforia speranzosa all’annebbiamento dettato dal pessimismo. Ciò era dovuto alla realtà del nostro Paese. In quel periodo la politica era in balia delle procure.

I giudici, per paura di essere a loro volta inquisiti, facevano a gara a chi era più aguzzino nel legiferare norme restrittive. I magistrati giudicanti, ostaggi delle procure, erano diventati dei plotoni d’esecuzione, condannavano alla cieca, tipo liste di proscrizione. La Corte di Cassazione era diventata un ufficio notarile, metteva solo il sigillo alle condanne. Il Paese era in mano alle Procure e ai politici che li appoggiavano. Avevano instaurato un clima di paura e insicurezza legittimando ogni tipo di repressione con la sospensione della democrazia e dei diritti civili nelle carceri, nelle caserme e nei tribunali.

Credo dovesse essere simile al periodo dell’Unità d’Italia con la legge Pica. Tutto il Meridione era classificato un covo di briganti. Ora era ritenuto un covo di mafiosi. Il mostro e il lupo non hanno diritti, possono essere torturati e sterminati, senza suscitare riprovazione nella società civile manipolata ad arte. Antonio Gramsci nel 1920 seppe sintetizzare quello che era successo 50 anni prima: “Lo Stato italiano è stata una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri, che scrittori e giornalisti salariati marchiarono con il nome di briganti. Fra 50 anni ci sarà un altro Gramsci che dirà la verità su questo periodo vergognoso.

Incominciai a informarmi sull’ergastolo e a parlarne di più con gli ergastolani rinchiusi con me all’Asinara. Ormai non erano più rari, ma si moltiplicavano a causa del clima politico giudiziario che vigeva. Le nuove disposizioni avevano creato un nuovo ergastolo, si chiamava ostativo, e in esso si era totalmente esclusi dalle misure alternative alla detenzione. Con il 4bis si era espropriati della propria vita, con l’eliminazione d’ogni speranza e con la benedizione anticipata della società civile, nell’attesa della morte biologica. Non puoi programmare nulla perché il futuro è diventato un eterno presente.

Per saltare questa pena di morte e uscire bisognerebbe diventare delatore e mettere altri al proprio posto in galera, un vero atto criminale. Come si fa a chiedere a una persona che si trova in carcere da 20-30 anni, di collaborare con la giustizia? Che cosa potrebbe dire di un mondo di cui ha ormai uno sbiadito ricordo? Non ci si rende conto di cosa sono 20-30 anni fuori dal mondo?

Che civiltà giuridica e sociale è la nostra, in cui oggi le leggi sono uguali a quelle della vecchia Germania dell’Est? Chi collaborava con la Stasi (la polizia segreta) era un cittadino modello e da prendere ad esempio; e chi non collaborava era un nemico della società  da schiacciare. Inoltre la lealtà ad amici che si sono rifatti una vita o hanno scontato la loro pena, non può essere considerata un reato.

Con il 41 bis ti azzerano i contatti umani, ti torturano fino a quando o accusi altre persone o diventi uno zombi, un morto vivente. Per questo motivo in questi reparti ci sono cinque volte in più suicidi degli altri regimi carcerari. E’ una tortura “democratica” elevata a sistema. Forse credono che, essendo “democratica”, sia meno disumana.

La sera sdraiato sul letto i miei pensieri viaggiavano per sfuggire a una quotidianità terribile. Mi rivedevo bambino mentre ero a casa dei nonni paterni, mentre il nonno mi insegnava a ballare la tarantella. Ero felice ogni volta che mio padre mi portava da loro, mi riempivano di coccole. Mia nonna mi adorava e mio nonno pure, perché ero il primo nipote maschio con il suo nome. Il paese dove abitavano è nel Cilento, in provincia di Salerno. Entrambi i miei genitori provengono dal Cilento. Il capostipite Pasquale veniva di là ed era il mio bis-bis-nonno. Con l’Unità d’Italia del 1861 si scontrò con i piemontesi e ne uccise tre, da latitante si rifugiò nel paese dove abitavano i nonni, ospite del marchese locale. I racconti paesani, quelli che chiamano “li cunti”, dicono che il marchese che l’ospitò, prima che potesse tradirlo e consegnarlo ai “savoiardi” piemontesi, una sera fu atteso da questo mio avo che l’uccise. Siccome solo il marchese sapeva chi fosse, visse tranquillo per il resto dei suoi giorni senza mai conoscere il carcere. All’epoca era considerato un brigante.

Il nonno, che si chiamava anche lui Pasquale, mi raccontò che suo nonno era un uomo fiero e che incuteva soggezione, ma era giusto e tutti gli riconoscevano la sua autorità. La nonna per procurarsi i soldi per potermi fare dei regali, si alzava alle quattro del mattino, andava a raccogliere delle piante che adoperava per fare ceste e canestri che poi vendeva. Tutto ciò che ai loro occhi poteva fare piacere a me, loro lo facevano. Mi viziavano in tutto. Il nonno era orgoglioso di portarmi in giro per il paese e farmi conoscere da tutti.

Questo incantesimo con mio nonno si ruppe alla festa del patrono del paese. Eravamo molti nipoti al suo seguito, comprò del torrone, io lo volevo tutto per me, il nonno invece, giustamente, lo divise per tutti i nipoti. Il giorno dopo in campagna, mentre dormiva, gli ruppi la testa con un cavallo di legno che mi aveva regalato proprio lui. Da quel giorno smisi di essere il suo nipote prediletto. Ai nonni ho sempre voluto bene, i ricordi dei periodi trascorsi con loro rimarranno nel mio animo. I luoghi in cui da bambino sei stato felice li tieni con te per sempre come il tuo mondo idilliaco. Il non avere partecipato ai loro funerali, rimarrà per sempre un grande dispiacere, ma loro vivranno lo stesso in eterno dentro di me.

Nel dicembre 1992 mi fissarono l’udienza in Corte di Cassazione. L’ansia per l’attesa era tale che mi toglieva quel poco di serenità che avevo durante la notte. Il giorno dell’udienza mille pensieri attraversarono la mia mente. Dovetti attendere il giorno dopo per ricevere via telex notizie dai miei familiari e mi comunicarono che l’udienza era stata rinviata al febbraio del 1993. L’attesa si prolungava, insieme all’ansia.

In carcere, con la moltiplicazione degli ergastolani, si discuteva di più su questo argomento, e arrivai alla conclusione che l’ergastolo è una pena senza fine, una esecuzione quotidiana, una schiavitù perpetua, dolorosa come la morte, e fa diventare il reo una vittima perché è una pena sproporzionata, vendicativa e disumana, una sorta di crimine contro l’umanità. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato. Sarebbe da ridere se non fosse un tema tremendamente serio per chi lo vive sulla propria pelle. Come si fa a rieducare una persona che deve rimanere in carcere per tutta la vita? Rieducarlo a cosa? Rieducarlo per reinserirlo dove?

Neanche la Corte Costituzionale ha avuto il coraggio di dare una risposta seria a questo quesito. Con cinica ambiguità ha risposto che con l’ammissione della liberazione condizionale, è stata eliminata dalla nostra legislatura la pena perpetua. E’ un falso istituzionale, perché non è così, essendo che non c’è nessun automatismo, perché rimane solo a discrezione del Magistrato di sorveglianza. Una truffa legislativa con la tacita, direi conclamata, complicità della Corte Costituzionale.

Mio padre mi dice spesso che prima o poi dovranno farmi uscire: “non possono tenerti in carcere per sempre”. Lui è ottimista perché parla con il cuore e il bene paterno. Se avesse studiato ora sarebbe un eccellente ingegnere progettista, purtroppo la povertà non gliel’ha permesso. Ha sempre avuto un doppio lavoro, avendo imparato molti mestieri. Gli bastava guardare con attenzione uno che faceva un lavoro e subito imparava ad eseguirlo. A casa nostra non è mai stato chiamato un idraulico, un elettricista, un muratore o altri artigiani. Ha sempre fatto tutto lui.

Ha insegnato a tutti noi figli il mestiere di fabbro. Inventava e costruiva una miriade di attrezzi da vendere che hanno contribuito in modo importante alle finanze familiari. Eravamo dieci figli e i soldi non bastavano mai. Dopo che è andato in pensione, ha avuto molti dispiacere. Ha subito anche il carcere per cercare di colpire me. E questo non potrò mai perdonarmelo. Ma la macchina repressiva non conosce umanità e non ha coscienza, è spietata e crudele.

Dopo la scomparsa di mia madre, è andato a vivere nella casa paterna dove è nato, nel Cilento, avendola avuta in eredità dai nonni, da dove ha detto che discende la nostra famiglia. Ricordo le litigate che faceva con mia madre, perché mio padre diceva che dopo la pensione voleva ritornare nel suo paese. Mia madre era contraria, ma mio padre non demordeva. Alla fine, anche se da solo, è voluto ritornare nella casa dove è nato. Tutti i mercoledì m’attende vicino al telefono come un soldato. L’ammiro tanto e desidererei passare una giornata con lui, ma non me la concedono, perché dopo trent’anni di carcere sono ancora integro psicologicamente e pertanto ancora ritenuto pericoloso. Purtroppo, anche una condotta buona può essere giudicata cattiva, se non si diventa uno zombie mascherato. Sono conscio che non vedrò mai più mio padre in vita, così come è successo con mia madre, “grazie all’umanità del sistema”.

Prestavo molta attenzione alle trasmissioni televisive, leggevo i quotidiani e ascoltavo i discorsi dei predicatori di odio che tuonavano contro i governi che la pena dell’ergastolo non si scontava mai e si usciva dopo dieci anni e che l’ergastolo era diventato solo un vuoto aggettivo, niente di più. Tutto quello che sentivo e leggevo era musica per le mie orecchie, perché anche se la mia condanna non era definitiva, ero sempre sull’orlo di un precipizio e on sapevo da che parte sarei caduto.

L’essere umano, quando si trova in certe situazioni, crede in tutto ciò che desidera, ed io volevo credere fortissimamente, avevo bisogno di credere, che l’ergastolo non era per tutta la via. Quando non abbiamo alcuna via d’uscita, ci illudiamo per non cadere nell’oscurità totale e cerchiamo, con tutta la nostra forza di disperazione di tenere una luce accesa. Ciò non porta a niente, serve solo a prolungare l’agonia, un atto di viltà per non affrontare la realtà.

Il mondo sembrava crollarmi addosso, nella disperazione avevo l’impressione che tutto fosse contro di me. L’ansia per l’ergastolo, la tortura quotidiana del 41 bis, il cuore in frantumi per amore, tutto questo pesava su di me come una spada di Damocle. Non quale delle tre angosce mi opprimesse di più, ma cedo si alternassero, impedendo ad una sola di diventare una ossessione. Non avevo mai provato una sofferenza così profonda, tanto forte che spesso diventava dolore fisico. Solo di  notte, nelle 3 o 4 ore ce riuscivo a dormire, trovavo un po’ di sollievo. Spesso pensavo  alla morte per non dovere più soffrire. Molte volte mi sono ripetuto  di non augurare questo mio stato neanche al peggior nemico. Sono stato molte volte sul punto di lasciarmi andare, di addormentarmi e non svegliarmi più per poter ritrovare la pace. Morire per non soffrire più.

Non avevo mai creduto, quando leggevo che può bastare una piccola frase per darti una spinta motivazionale che ti fa superare qualunque ostacolo. Un giorno un amico mi diede da leggere un libro di Friedrich Nietzsche “Così parlò Zaratustra”. Mentre lo leggevo svogliatamente, senza riuscire a concentrarmi per la disperazione dei miei pensieri, lessi la frase: “I morti hanno sempre torto” e più avanti “il dolore che non ti uccide ti rende forte”. Scattò in me qualcosa, che innescò una reazione profonda che scosse tutti i miei sensi.

Iniziai a fare ginnastica e a leggere. La mente sembrava una locomotiva che andava a tutto vapore e iniziai a vedere il mondo a colori. Ci davano un libro ogni 15 giorni ed io facevo la richiesta anche per altri tre compagni di cella, così avevo da leggere quattro libri ogni due settimane. Tutta questa nuova energia mi portò a lottare per i diritti che venivano calpestati e mi scontrai con la Direzione dell’Asinara. Riuscii a fare intervenire un ispettore ministeriale ed avere alcune cose che la repressione ci limitava.

Me la fecero pagare. Trascorsi un intero inverno con un paio di scarpe di tela. Non ho mai sofferto così tanto il freddo ai piedi. Ma quando sei determinato in quello che fai, tutte le repressioni le sopporti con stoica pazienza. Tutte queste prove mi hanno rafforzato il carattere, e costruito una forza d’animo da potere sopportare qualsiasi dolore, anche se ci sono ricordi che ti strappano il cuore.

Sulla carta abbiamo il sistema penitenziario migliore del mondo, superiore anche ai paesi scandinavi, ma nella realtà è da terzo mondo. La rieducazione che dovrebbe essere il fulcro del sistema carcerario, è invece in mano ad una burocrazia squallida, dispotica e cavillosa, dove per potere accedere alla rieducazione viene richiesta una prostituzione mentale, una sorta di rieducazione dei campi di lavoro delle dittature comuniste. Devi riconoscerti colpevole, lodare l’operato della rieducazione, non devi mai chiedere che i tuoi diritti vengano rispettati, mentre questi sono assoggettati a tutte le loro direttive, devi fare il ruffiano e il lecchino, e se poi diventi il loro informatore, metti la ciliegina sulla torta della tua schiavitù. Il completamento del loro capolavoro rieducativo..

Se non diventi un automa al loro servizio, sarei sempre classificato irrecuperabile. Non riescono a comprendere che solo fino a che un uomo non si rassegna è veramente recuperabile. Non è un uomo recuperato quello che si adatta a regole cieche e disumane, e non è un uomo recuperabile quello che ne fa un involucro vuoto e senza personalità, senza nessun ideale. Questo concetto molto equivoco di recuperabile o irrecuperabile è una barbarie che andrebbe superata. Non ci possono essere classificazioni tra barbari e civili. L’Impero Romano d’Occidente è finito 1500 anni fa, quando l’ergastolo era la prigione degli schiavi che erano tutti nemici e barbari.

La condanna non può e non deve identificare la persona come delinquente per tutta la vita, né inchiodare il futuro al passato, con la ripetizione coatta anche dopo trenta anni di prigione. Nessuno nasce delinquente, e nessuno  può esserlo per sempre. Nessuno nasce cattivo. Lo si diventa quando intorno a te c’è il nulla, ma anche questo non sarà così in eterno. L’esclusione e la miseria possono innescare una sorta di ribellione che viene canalizzata in modo sbagliato. In tante zone del Meridione certi equilibri sociali innescano risposte ritenute lecite ai poveri. Quando si vedono i figli dei notabili locali avere tutto nel presente, e sicuri di avere altrettanto nel futuro, come se fosse un diritto acquisito per nascita, come gli aristocratici di un tempo, allora è possibile che ti vena la voglia di prendere delle scorciatoie per salire più velocemente i gradini della società. Lo capisci solo dopo, quando paghi tutta la corsa, che hai buttato la tua vita e ti rimane solo la sofferenza e la profonda sensazione di fallimento di un’esistenza.

Buttare le chiavi delle celle per sempre non risolve alcun problema. La paura della pena di morte nei Paesi dove è in vigore, non ha diminuito i reati. L’unica soluzione equilibrata e civile che produce risultati reali e positivi, sia per le persone private della libertà, sia per la sicurezza della società, è il recupero, la rieducazione e il reinserimento dei rei. Lo Stato, pensando solo ad alzare muri di cemento, dividendo la società in buoni e cattivi, dimostra tutto il suo fallimento. Le sue leggi penitenziarie non vengono applicate, perché le carceri sono baronie feudali e i 54.000 euro all’anno, che è il costo per ogni detenuto, vengono usati  per mantenere lo status quo e tenere in piedi un elefantiaco, dispendioso, e iniquo apparato burocratico, detto sistema penitenziario. Non dare un’opportunità di reinserimento a un detenuto, anche dopo 20-30 anni di carcere, trasforma la condanna in stupida malvagità e controproducente vendetta. In uno stato di diritto tutto ciò è incomprensibile e inammissibile.

Finalmente arrivò il giorno della discussione in Cassazione. Ero molto fiducioso, perché tutti mi dicevano che il rinviare era stato un segno per l’esito positivo del giudizio. La stessa trafila d’ansia avuta con il primo rinvio nell’attesa del telex dei familiari. Con grande sorpresa era stato di nuovo tutto rinviato, nuova udienza sarebbe stata il 28 aprile 1993.

L’euforia cresceva, anche grazie alle parole dei miei compagni di cella, che mi dicevano che tutti questi rinvii erano di certo solo positivi. Un altro detenuto aveva avuto alcuni rinvii, e infine la Cassazione gli aveva annullato la condanna per un nuovo giudizio. Tutto ciò alimentava in me una forma di speranza piena che occupava i miei pensieri e manteneva il mio cuore pieno di gioia. Tutti mi rassicuravano per la situazione molto favorevole, anche i familiari mi spedivano lettere piene di speranza e di fiducia, dovute a ciò che riferiva loro l’avvocato.

Nell’attesa che passassero i giorni che mi separavano dall’udienza, riflettevo sull’esistenza degli ergastolani. La loro vita era simile a  quella dei galeotti di un tempo, che venivano deportati per sempre nelle colonie d’oltremare, in una vita difficile da accettare, lontano da tutto e dovendo dimenticare il passato. Il risveglio alla realtà, come lo era per loro, lo è anche per gli ergastolani. Il trauma è duro da digerire, ma per non impazzire  ci si deve fare forza e con coraggio affrontare la nuova situazione, adattandosi per non soccombere né all’ergastolo né al carcere con i suoi nefasti condizionamenti. Rifiutare l’ergastolo è un  principio di civiltà e di democrazia e tutte le culture del mondo dovrebbero abolirlo.

Avevamo appena finito di mangiare, quando mi diedero il telex. Non stavo più nella pelle. Aspettavo che mi arrivasse finalmente la conferma di ciò che desideravo e che nel mio cuore era già dato per certo. Ero emozionato, e non riuscivo ad aprire l telex. Lo diedi a un mio compagno che era ergastolano da tanti ani. La mia felicità era dipinta sul mio viso. Il compagno lesse, mi guardò e mi disse: “Mi dispiace!”.

Il sole che brillava dentro di me tutto d’un tratto si oscurò e tutto si gelò. Ero diventato anche io un ergastolano: un morto che cammina.

 

Commento a una sentenza della Corte di Cassazione.. di Claudio Conte

E’ oggi il Claudio Conte versione giurista che ospitiamo. Si tratta del commento ad una sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite in tema di applicabilità dell’indulto, che potrebbe avere ricadute important.

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Sezioni unite in materia di indulto

Con la sentenza n. 36837/2010 del 15.07.2010 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno statuito che: “il condono sia applicabile solo ed esclusivamente n relazione a pene suscettibili di esecuzione, tant’è che esso viene a ripartirsi in tutte le pene cumulate (art. 174 c2 c.p.) dopo che sono state escluse le pene già eseguite, quelle estinte e quelle non eseguibili per qualsiasi causa (Cass. Sez. I 8.10.2008 n. 38331; Cass. Sez. V, 10.12.1975 n- 816); sicchè appaiono inconciliabili con siffatto principio un’applicazione dell’indulto in contestualità con una decisone di sospensione della pena ex art 163 c.p., ossia in relazioone a una pena non suscettibile in quel momento di esecuzione e, quindi, in una situazione nella quale viene a essere impedita l’operatività del beneficio indulgenziale, il quale non è – in concreto – in grado di agire sotto alcun profilo”.

La sentenza decide l’incompatibilità dell’indulto con altra causa di ineseguibilità della pena, ossia la sospensione condizionale, ma di tutta evidenza è  la portata estensiva anche ad altre cause di ineseguibilità, come può esserlo l’art. 780 c.p., nella parte eccedente la reclusione ad anni 30, prevista come pena massima concretamente eseguibile dal legislatore.

Così il principio stabilito dovrebbe risolvere anche la questione dell’applicabilità dell’indulto in caso di pene concorrenti eccedenti i 30 anni di reclusione, stabilendo che il beneficio sia applicato sulle pene suscettibili di effettiva esecuzione (ossia mx 30 anni  reclusione ex art. 78 c.p.), affinché il beneficio indulgenziale possa operare concretamente e il principio del favor rei non sia violato.

Esempio: nel caso di cumulo di pene a 35 anni l’indulto non va applicato sui 35 anni, ma sui 30 anni di reclusione, dopo che questi siano stati rideterminati per effetto dell’art. 78 c.p., che stabilisce la pena massima concretamente eseguibile a 30 anni di reclusione (l’art. 78 c.p. agisce da causa di ineseguibilità per i 5 anni di pena eccedenti i 30). Cosicchè la pena finale da eseguire è quella di 27 anni di reclusione. Ossia 30 meno i 3 di indulto ex l.n. 241/2006.

Così chi in passato non si è visto riconosciuta tale effettiva riduzione, oggi potrebbe avanzare istanza alla PG competente, sollevando incidene di esecuzione e ottenere la riparazione dell’errore, perchè la decizione a Sezioni Unite è un nuovo elemento di diritto idoneo a superare la preclusione di cui al secondo comma dell’art. 666 c.p.p., rendendo ammissibile la riproposizione, in sede esecutiva, della richiesta di applicazione dell’indulto in precedenza rigettata (Cass. Sezioni Unite, 21 gennaio 2010, n. 18288).

Non abbiamo ancora decisioni confermative in tal senso, ma tentar non nuoce.

Catanzaro 27 giugno 2011

Claudio

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