Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per la categoria “Fuori dall'Ombra”

La domanda di una sconosciuta ad un ergastolano semilibero

Pubblico oggi questo confronto tra il nostro Carmelo Musumeci e la domanda, molto critica, giunta da una sconosciuta.

——————————————————————-

Questa mattina, arrivato nella struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII dove svolgo da semilibero la mia attività di volontariato, di sostegno scolastico e di attività socio-ricreative a bambini e adulti con handicap fisici e non vedenti, ho acceso il computer. Nella mia casella di posta ho trovato, da una sconosciuta, questa domanda: “Se una persona che ha commesso un gravissimo reato, quale è la morte di un proprio essere, e quell’essere fosse stato uno dei tuoi figli, come avresti reagito? Avresti osannato Carmelo? Io no”.  Questa domanda era rivolta ad un mio amico di penna, che mi segue da tanti anni, e che me l’ha girata per farmi vedere quanto sia difficile far capire alle persone che un uomo può davvero cambiare. Ormai dovrei esserci abituato, ciò nonostante quando mi fanno queste domande mi cadono le braccia e il cuore per terra, ma è anche giusto che la società mi chieda il conto.

Cara Sconosciuta, innanzitutto non è nelle mie intenzioni tentare di farti cambiare idea, ma tenterò solo di farti venire dei dubbi. Neppure io osannerei chi uccide ma, piuttosto di murarlo vivo, mi “vendicherei” facendolo crescere interiormente per suscitargli il senso di colpa e quindi farlo soffrire di più.

Lo so, sono più cattivo e vendicativo di te, perché non mi accontenterei solo di condannare una persona ad essere cattiva e colpevole per sempre, facendola sentire poi, con il passare degli anni, una vittima. Preferirei, invece, tentare di migliorarla. Per questo penso che se qualcuno uccidesse uno dei miei figli, tenterei di fargli del male facendolo diventare più buono, tenendolo in carcere né un giorno in più né uno in meno del necessario.

Sì, è vero, forse qualcuno di questi potrebbe ritornare a fare del male, ma molti lo fanno anche se non sono mai stati in carcere. In tutti i casi, alcuni di loro potrebbero rimediare parzialmente al male fatto facendo del bene.

Cara Sconosciuta, riguardo al mio passato, potrei dirti che talvolta noi umani agiamo volontariamente contro la nostra volontà. Ma questa sarebbe solo una giustificazione filosofica e un alibi. Invece ti voglio dire che penso che tutti siamo colpevoli di qualcosa, ma pochi, pochissimi, forse nessuno, è colpevole di tutto.

Ti posso dire che quando sono entrato in carcere non trovavo pace, mi sentivo innocente, messo in galera ingiustamente per il solo fatto di avere rispettato le regole (la legge) e la cultura della giungla dove sono cresciuto e che mi ha nutrito fin da piccolino. Poi ho avuto una crescita interiore, grazie anche allo studio, all’amore della mia famiglia e alle relazioni che in questi anni mi sono creato. E ho capito anche, soprattutto durante la detenzione all’Asinara, sottoposto allo stato di tortura del carcere duro, che lo Stato era capace di cose peggiori di quelle che avevo commesso io.

Mi sentivo in guerra, ed ero in guerra. Lo dimostrano le mie ferite (sei pallottole in corpo): potevo ammazzare o essere ammazzato, non conoscevo la legge come la conosco adesso (allora per me lo Stato e gli “sbirri” erano anche peggiori dei miei stessi nemici). Conoscevo solo la legge della strada.

Credimi, non è facile diventare buoni se fin da bambino ti insegnano che il male è bene ed il bene è male. Ma nonostante questo, ho cercato, forse senza riuscirci, di non perdere del tutto la mia sensibilità e umanità. Umanità che non riesco a vedere in tante persone “perbene” che sono cresciute nel bene ma preferiscono il male e alla sensibilità sociale spesso preferiscono i soldi, per avere potere da aggiungere ad  altro potere.

Dicendoti questo non voglio assolutamente assolvermi, perché molti hanno avuto i miei stessi problemi socio-familiari ma non per questo hanno fatto le mie stesse scelte devianti e criminali. Per questo sono fortemente convinto che sia giusto che paghi per il male che ho fatto. Solo preferisco farlo in modo utile ed intelligente, come sto facendo adesso.

Buona vita.

Carmelo Musumeci

Aprile 2017

http://www.carmelomusumeci.com

Annunci

Torturiamo appena appena.. uccidiamo poco poco.. una volta sola… di Francesca De Carolis

gren

Pubblichiamo oggi questo pezzo acuto, lucido, onesto della nostra Francesca De Carolis.

———————————————————————————————————-

PESTAGGIO SEMPLICE O TORTURA? E LA TORTURA SONO SOLO BOTTE?

Il reato di tortura che in Italia non c’é. Non c’è il reato, sia chiaro. La tortura, qualche rara volta scopriamo che esiste e viene praticata molto più spesso di quanto riusciamo a sapere. Azzeccagarbugli parlamentari a litigano sugli aggettivi che debbono qualificare la tortura per renderla punibile. Ma il blitz della polizia alla scuola Diaz di Genova, G8 del 2001, “deve essere qualificato come tortura” -senza aggettivi- decide la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia anche perché non ha una legge per punire il reato di tortura. La discussione in parlamento sull’introduzione del reato di tortura va in vacanza. Ma sono tanti a ricordare che, anche se è estate, il dolore non va in vacanza, né dovrebbe la giustizia..

Le parole… sembra proprio che a volte facciano tanta paura, per tutta la storia che sottendono. Tanta paura da far venire l’idea, per difendersene, di provare a distorcerne il significato. Quale tentazione più forte in un paese i cui legulei tanto bene Manzoni ha tratteggiato nella figura dell’avvocato Azzeccagarbugli, così pronto a mescolare carte e parole, per tirar fuori dai guai chi ha fatto qualche bravata di troppo…
“…Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente.(…)”

Pensando e ripensando al tanto agitarsi nel nostro parlamento intorno alla parola “tortura”… che a quasi trent’anni dalla precisa definizione che ne ha dato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ( che l’Italia ha ratificato) oggi nel nostro paese ancora sembra non sia chiaro cosa debba intendersi. E davvero imbarazza ripercorrere il dibattito che c’è stato.

Solo un appunto, per ricordare che si era passati da una prima versione in cui per “individuare” il delitto si richiedevano “violenze e minacce”, ad una in cui occorrerebbero “minacce gravi e violenze reiterate” e la necessità di un “verificabile trauma psichico”, in luogo delle “acute sofferenze psico-fisiche” previste in origine. Roba da legulei, appunto, e piuttosto in malafede.
Mi fermo solo su un punto: la tortura sarebbe reato se c’è violenza reiterata. Distinguendo dunque da tortura diciamo “semplice” (una tantum?). Come dire: se si è pestati a sangue, se si è obbligati in “posizione vessatoria di stazionamento o di attesa”, da distinguere dalla “posizione vessatoria di transito”…. se si è costretti ad accucciarsi a quattro zampe come un cane e percossi con calci nel sedere, percossi alle testa, ai genitali e alle gambe (scusate la mancanza di fantasia, ho ripreso le testimonianze dei ragazzi a Bolzaneto), ma questo accade una sola volta… non è tortura! Magari solo un po’ di cattiveria…

Per assurdo, ma neanche poi tanto, se la logica è questa, si potrebbe arrivare a ipotizzare tipologie di “torture-non-torture”: chiudiamo ad esempio una persona in una stanza, lasciamo che ogni giorno passi qualcuno, ma che sia ogni giorno persona diversa, a infliggere al malcapitato una quota di violenza… la responsabilità penale è personale, sarà pure tortura la sommatoria delle violenze che la disgraziata vittima subisce, ma difficile, praticamente impossibile, imputare qualcuno del relativo reato.
Vedete? Non è difficile entrare nella mentalità del “leguleio”…

Eppure neanche questo è bastato. Di tortura nel nostro ordinamento ancora non si può parlare. Tutto è rinviato. Ma rimane il voler fare scempio del significato delle parole.
Eppure, “i vocaboli non mutano le cose, ancorché facciano confusione nelle parole, e negli animi di chi non intende più oltre” ( citazione da una lettera di Giovani Della Casa).

Ancorché si faccia confusione nelle parole… la sostanza delle cose è il pensiero, neanche nascosto da parte di chi si oppone all’introduzione dell’impronunciabile reato, che perfino con tutti i “correttivi” ideati, l’introduzione del reato di tortura legherebbe troppo le mani alle forze dell’ordine perché potrebbe comprimerne “l’operatività […] nel contesto complesso nel quale dovrebbero venire a trovarsi”. Come dire: lasciateci mano libera e non pretendete che si vada troppo per il sottile, se dobbiamo mantenere l’ordine… Che non può essere, che non è, pensiero a cui tutti, nelle forze dell’ordine, s’informano.
Una parentesi. Personalmente sono convinta, da quando della vita in carcere ho letto e ascoltato un po’, che introdurre il reato di tortura comporterebbe il ripensamento di tempi e modi di tante nostre detenzioni “speciali”… Ma su questo si tornerà in altra occasione.

A un gatto randagio che salta dai ‘classici’ ai cartoon ( che linguaggi di mezzo non ne conosce) viene in mente un Carosello che imperversava a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta… la serie di avventure del pirata Salomone che con la sua ciurma scorrazza per i mari alla ricerca di tesori nascosti. La trama grosso modo sempre la stessa: ogni volta i pirati fanno prigioniero un nemico che proprio non vuole rivelare dove si trovi il tesoro. E ogni volta l’impaziente pirata Mano di Fata, sollecita: “Capitano, lo vogliamo torturare?”.
Per fortuna che Salomone è pirata pacioccone, e ogni volta lo trattiene: “ Porta pazienza…”, e spiega che per fare aprire bocca al prigioniero c’è un metodo secondo lui migliore e sicuramente più raffinato della rozza tortura: una dolcissima amarena.
Ma non è più tempo di amarene. Quanto pacioccone sarebbe oggi il capitano Salomone? “Porta pazienza… – magari direbbe- torturiamo appena appena … uccidiamo poco poco… una volta sola…”

Un pensiero, alle immagini tremende di vittime che tutti abbiamo visto. Pensando anche a quelle di cui poco o nulla si sa, intorno alle quali non si è mossa l’attenzione che parenti coraggiosi ( madri, sorelle che non si arrendono) hanno saputo smuovere. Che magari una volta sola sono stati malmenati, una volta sola soffocati. Che una volta sola sono morti.
La discussione in parlamento sull’introduzione del reato di tortura va dunque in vacanza. Ma sono tanti a ricordare che, anche se è estate, il dolore non va in vacanza, né dovrebbe la giustizia…

Le chiese contro l’ergastolo… intervista all’avvocato Maria Brucale

Preghiera

Il sei febbraio si è svolta, presso la Chiesa valdese di Firenze una giornata ecumenica di preghiera dal titolo “Le chiese cristiane contro l’ergastolo”. In quel contesto, i giornalisti del sito “Riforma” (http://riforma.it/it) hanno intervistato una delle “vecchie” conoscenze di questo Blog, l’avvocato Maria Brucale. Voglio condividere anche qui l’intervista che le è’ stata fatta.

———————————————-

Intervista all’avvocato Maria Brucale di “Nessuno tocchi Caino” in vista della giornata ecumenica del 6 febbraio a Firenze

Il 6 febbraio si terrà presso la chiesa valdese di Firenze una Giornata ecumenica di preghiera: «Le chiese cristiane contro l’ergastolo». Già da tempo le chiese evangeliche si sono espresse per l’abolizione della pena dell’ergastolo in Italia. In vista dell’incontro fiorentino di formazione e preghiera, abbiamo intervistato l’avv. Maria Brucale, dell’Unione camere penali di Roma, del direttivo dell’associazione Nessuno tocchi Caino, autrice di numerosi articoli e fortemente impegnata a livello nazionale sull’abolizione dell’ergastolo e sui temi «satelliti» che ruotano intorno a questa complessa questione.

Lo scorso dicembre, l’associazione Nessuno Tocchi Caino ha tenuto un Congresso dal titolo «Spes contra spem», in riferimento alla Lettera di Paolo ai Romani (4, 18). Quali sono stati gli argomenti trattati? Quali gli obiettivi?

«II titolo del congresso, Sperare oltre ogni speranza, guarda a una realtà, quella attuale, che sembra chiudere le porte alle aspirazioni di recupero delle persone condannate all’ergastolo per reati contemplati dall’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario, una norma che esclude dai benefici penitenziari e dal graduale ritorno in società i detenuti che non collaborino con la giustizia. Il proposito palesato dal congresso è di restituire ad ogni uomo, ancorché detenuto, dignità di persona ed aspirazioni di vita e di libertà, di dare finalmente attuazione all’art. 27 della Costituzione. L’abolizione dell’ergastolo cosiddetto “ostativo” e del regime di carcerazione del 41 bis Ordinamento penitenziario, un regime ormai soltanto punitivo e vendicativo nelle sue modalità applicative, sono stati il cuore del congresso».

Ha parlato di ergastolo ostativo, può spiegare meglio di cosa si tratta e chiarire le ragioni per cui se ne chiede l’eliminazione?

«Con il d.l. 13 maggio 1991, n. 152, convertito nella L. 12 luglio 1991 n. 203, è stato inserito nell’ordinamento penitenziario l’art. 4 bis che preclude a chi ha commesso determinati reati (c.d. reati ostativi) – tra cui, primi, i reati associativi – l’accesso ad ogni beneficio penitenziario e alla liberazione condizionale, salvo che collabori con la giustizia. L’ergastolo per reati contemplati dall’art. 4 bis si espia per intero. È morte viva; assenza di aspirazione di recupero, di reinserimento o di rieducazione, di rimorso. Il «fine pena mai» o 9999, come si trova scritto ormai negli ordini di esecuzione pena emessi dalle Procure, dà la suggestione del numero periodico che si ripete all’infinito; l’indicazione di un tempo che non può arrivare».

Una pena, dunque, che esclude la rieducazione? Una forma di tortura?

«Sì, per tale ragione è incostituzionale: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27 comma III, Cost.). La Corte europea lo ha ribadito con la sentenza “Vinter c. Regno Unito”. L’ergastolo è in sé inumano e degradante se non contempla una possibilità di accesso al trattamento rieducativo, una proiezione di tornare in libertà, diversa dalla collaborazione con la giustizia. E incostituzionale è in sé il condizionare alla collaborazione con la giustizia (troppo spesso opportunistica delazione), l’accesso alla gradualità del reinserimento in società. Anche tra chi espia tali gravi reati, c’è chi si proclama innocente. Ne ha diritto! Come si può ammettere che tale diritto venga spezzato da un ricatto di legge che gli impone di “collaborare”?».

Anche riguardo all’ergastolo cosiddetto «comune», ci sono riserve di legittimità costituzionale?

«A mio avviso, l’ergastolo è sempre incostituzionale perché prospetta alla persona una pena detentiva incerta nella durata. Costringe la mente del recluso ad una assenza di prospettiva che è in sé negazione di vita.

Per chi espia l’ergastolo inflittogli per un delitto “comune”, la speranza c’è ma è lontana, fluida, sfumata. La carcerazione è proiettata al raggiungimento di obiettivi trattamentali progressivi: l’accesso alle misure alternative al carcere; la liberazione condizionale, dopo 26 anni di pena sofferta. Per chi ha mantenuto una condotta carceraria “tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento, (art. 176 c.p.) dunque, si possono aprire le porte del carcere, ma non alla libertà! Il condannato “può” essere ammesso: incertus an incertus quando. Una regressione anche minima del comportamento (una zuffa con i suoi custodi; un insulto, un momento di aggressività che andrebbero perdonati in 26 anni di carcere!) preclude l’accesso al beneficio che, in ogni caso, sospende l’esecuzione della pena, non la fa cessare definitivamente. Chi viene condannato deve conoscere la sua pena, dare una proiezione alla sua speranza, individuare un obiettivo certo cui tendere, avere un’altra opportunità. L’ergastolo è incostituzionale, sempre».

E il 41 bis? È un provvedimento emanato dal Ministro della giustizia per evitare che i partecipi a sodalizi criminosi mantengano il collegamento con i clan. Perché viene additato come tortura e se ne propone l’eliminazione?

«Per come è concepito, previsto, disciplinato e attuato il 41 bis è vendetta di Stato, è tortura. È interruzione dello stato di diritto. Una norma di natura emergenziale resa ormai stabile il cui obiettivo è, oggi più che mai, la mera punizione e afflizione.

Il 41 bis determina la sospensione del trattamento, ossia interrompe il percorso di progressivo reinserimento nella società che deve, per Costituzione, connotare qualunque carcerazione. Un’interruzione che ha una durata indefinita e lascia alla detenzione in carcere la sola funzione retributiva, non più rieducativa. Quale utilità, a fini della prevenzione del crimine e della sicurezza, ha ridimensionare l’aria, il vitto, l’abbigliamento, la possibilità di cucinare, di essere curati, di leggere e studiare, il tempo da trascorrere con i propri congiunti? Oggi poi che tutto è ascoltato, videoregistrato, spiato.

Il detenuto resta all’interno della propria cella per 22 ore al giorno con buona pace della funzione rieducativa della pena, del divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e del rispetto della dignità della persona, con buona pace del suo senso originario, della sua essenza giustificatrice, con buona pace del diritto».

Rispetto alla sua esperienza di avvocato penalista impegnato spesso nella difesa di detenuti ergastolani e detenuti in 41 bis, quale speranza intravede nella riforma della giustizia che dovrebbe scaturire dagli “Stati Generali sull’esecuzione penale” appena conclusi?

«La speranza è che gli Stati Generali si traducano in proposte normative che riportino al centro l’uomo e i suoi diritti fondamentali e che riescano a trainare verso il diritto una politica, troppo spesso animata da spinte demagogiche e populiste, che si autoassolve stigmatizzando i “cattivi per sempre” e offrendoli come capri espiatori cui indirizzare ogni frustrazione».

* membro del Gruppo di lavoro sulle carceri della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) 

“Nonostante i cacciatori di uomini”- recensione di Caterina Serra

farina

Caterina Serra è una donna sarda di grande intelligenza e sensibilità.

E’ stata molto colpita dal libro di Giovanni Farina -detenuto a Catanzaro- “Nonostante i cacciatori di uomini”.

Ci ha inviato una sua recensione, che volentieri pubblico.

———————————————————————

Ho letto più volte il libro di Giovanni Farina “Nonostante i cacciatori di uomini”.
Apprezzo molto il suo modo di scrivere e raccontare ,con le sue parole semplici ma profonde riesce a trasportarti lontano.Quando racconta della sua giovinezza in campagna circondato dalla natura e dai suoi animali sembra di essere dentro una favola.
Dietro ogni storia c’è una morale.
Il libro di G.Farina è molto interessante sia da un punto di vista storico che da un punto di vista umano.
Storico in quanto è un vero e proprio documento,siamo nell’Italia del dopoguerra.In quell’epoca i pastori sardi,spinti dalla voglia di migliorarsi,insieme alle loro famiglie e alle loro greggi,lasciano la Sardegna per stabilirsi nel centro Italia soprattutto nelle campagne toscane,terre ormai abbandonate dagli abitanti del luogo,investiti dal boom economico ed industriale di quegli anni.
I pastori sardi oltre alle difficoltà ambientali avranno a che fare con un male maggiore che sarà il pregiudizio.
Pastore sardo=criminale.
Hanno lavorato duramente e onestamente per creare delle valide aziende agricole e garantire un futuro migliore ai propri figli,la maggior parte ce l’ha fatta ma purtroppo molti sono stati inghiottiti da questo pregiudizio .Tuttora se pur in maniera meno esplicita questo pregiudizio persiste,lo testimoniano alcuni fatti di qualche anno fa.Una delegazione di pastori fu bloccata a Civitavecchia dalle forze dell’ordine,negandogli il diritto di andare a Roma esporre le proprie ragioni ed essere ascoltati ,tutto ciò perché considerati delle persone pericolose.
Dal punto di vista umano ,ciò che più mi ha colpito e mi ha fatto riflettere è com’è possibile che una persona bollata dalla giustizia italiana come un “criminale pericoloso”,possa custodire dentro di se cosi tanta poesia,una poesia non solo fatta di parole ma di gesti e di amore profondo verso ciò che lo circondava,la sua famiglia i suoi animali.
In ognuno di noi risiede il bene e il male e sono tanti i fattori che influiscono affinché emerga un aspetto più che un altro.
Ho capito che la giustizia non tiene conto di questi fattori o di come una persona sia realmente dentro di se,giudica solamente il reato e applica sconti solo se parli e vendi la vita di un altro in cambio della tua,ma se sei integro nei tuoi principi è la fine.
Consiglio vivamente di leggere il libro di G. Farina,per me oltre ad essere stato una lettura gradevole, è stato soprattutto  una fonte di riflessione e mi ha aperto gli occhi sulla realtà delle carceri,che non sono fatte di numeri ma di persone che sbagliano,pensano ,amano.
Caterina

Da Ilaria Cucchi

Ilaria Cucchi

Ho letto questa riflessione di Ilaria Cucchi e voglio condividerla sul Blog.

E’ un modo per esprimere apprezzamento a questa donna notevole.

———————————————————————————————————

Sei anni. Sei. Che aspetto il momento della verità. Sei anni di dolore. Sei anni di lotte. Sei anni di speranze. Sei anni. Sei interminabili anni. Non so cosa succederà ora, non lo posso sapere. Ma voglio ringraziare coloro che mi sono stati vicini in questi sei anni. E che insieme a me non hanno smesso di crederci. Voglio ringraziare in particolar modo coloro che mi sono vicini ora. In un momento forse di svolta, ma soprattutto in un momento di dolore rinnovato. Enorme.

Ilaria Cucchi

Fuga d’affetto- cortometraggio sull’ergastolo ostativo

Fugaaffetto

Fuga di affetto è un cortometraggio direttamente connesso a dinamiche reali; alcuni lo definirebbero un docu-fiction.

Questo documentario è il frutto finale del laboratorio “Fare cinema in carcere… libera la bellezza”. Un laboratorio nato dalla collaborazione della Cooperativa sociale Sirio e della associazione culturale Kinoki con il liceo artistico Paolo Toschi di Parma.

Questo laboratorio ha coinvolto anche 25 detenuti delle sezioni AS1 e AS3 del carcere di Parma, i quali, dal giugno al dicembre 2013, hanno partecipato a una serie di incontri dove hanno acquisito gli strumenti del linguaggio cinematografico e i meccanismi di costruzione di un film.

Da tutta questa complessiva sinergia di soggetti è nata questa opera.

Vedetela, perché entra delicatamente, senza retorica ma con forte intensità nei rapporti umani, soprattutto famigliari, duramente feriti dall’ergastolo ostativo.

Voglio adesso riportare le parole che la nostra Grazia Paletta ha sentito di scrivere, dopo la visione del film:

“Bellissimo e piacevole filmato, coinvolgente e senza perdita di vigore, lo si vede e rivede con il desiderio di guardarlo ancora…mi sono chiesta da subito se gli attori fossero professionisti e no…mi è stato detto, sono studenti, sono persone al loro debutto.

Eppure trapela un’emozione forte ad ogni parola, ad ogni scena, una liricità che commuove, quella che solo si può fruire da una visione d’insieme, da una coralità d’intenti che si fa boomerang e, dopo aver disegnato la sua traiettoria di volo oltre le mura, ritorna a definire i contorni di un filo spinato che non ha più senso di esistere.

E’ un lavoro che apre alla speranza e, nel suo confezionarsi  sulla punta delle dita di innumerevoli mani, nello spazio lasciato dal vuoto  tra due generazioni, diventa testimonianza di esistenze impegnate a mantenere in vita “gli affetti in fuga”. Quegli affetti che il carcere vorrebbe distruggere, quelli che invece diventano esseri viventi invincibili, se le difficoltà si uniscono nella potenza di un unico abbraccio.

Il messaggio che leggo nel fluire delle scene è che niente e nessuno può fermare una richiesta di attenzione e comprensione, là dove gli emittenti sono persone detenute che sanno mettersi in gioco scoprendo le loro debolezze e il mezzo di trasmissione è la cooperazione tra “dentro e fuori”. I fruitori, cittadini di un mondo sovente sordo e cieco, non potranno che inchinarsi a questa sinergia d’intenti.

Ringrazio tutti coloro che hanno collaborato ad aprire un’altra breccia tra le mura e che hanno saputo, con determinazione e perseveranza, dimostrare che “Insieme si può”. “

Di seguito il link del cortometraggio. Vedetelo e fatelo conoscere..

https://vimeo.com/110998468

Sezioni che chiudono e carceri che vanno riempite… di Francesca De Carolis

Casas

Pubblico anche su Le Urla dal Silenzio questo ottimo articolo scritto dall’amica Francesca De Carolis.

———————————————————————————————————————————

Se ne parlava, se ne parlava da qualche tempo. La parola “trasferimento” aleggiava qua e là, anche quando non pronunciata, tra le righe. Poi mi arriva la lettera di Pasquale De Feo, che già a prenderla in mano si capisce che qualcosa non va. Non arriva più dal carcere di Catanzaro. Il mittente scrive da Massama. Oristano, per intenderci. Profonda Sardegna. “Cara Francesca, mi scrive, temo che quando verrai a Catanzaro per “l’incontro con l’autore”  non mi troverai. Mi hanno deportato in Sardegna. Da una settimana sono solo in sezione, dovrebbero arrivare altri prigionieri. Non me l’aspettavo, anche perché non ho fornito pretesti… “.

No, sono certa che Pasquale De Feo pretesti non ne abbia forniti. Ma certo inquieta non poco, il fatto che la prima cosa che abbia pensato sia una ‘punizione’, di cui non trova logica spiegazione. Come è difficile trovare una logica, che sia accettabile, nei trasferimenti che si stanno compiendo in questi giorni. Per radunare tutti insieme i ‘cattivissimi’ delle sezioni di Alta Sicurezza, chiudendo alcune sezioni AS1 sparse qua e là per l’Italia.

Qualcuno è già andato a infoltire le fila dei “cattivi” di Opera. Qualcun altro è già stato spedito a Sulmona, il carcere dei suicidi, come lo chiamano. Molti, se il programma va avanti, finiranno in Sardegna, a riempire quelle carceri costruite apposta per loro, dalla nostra malsana italietta, in un periodo piuttosto discutibile. Il piano carceri del 2002-2003 del governo Berlusconi, ricordate? E il filo rosso che, niente di penalmente rilevante, per carità, ma teneva insieme alcune  società nella realizzazione dei più rilevanti interventi pubblici in Sardegna degli ultimi anni.  E dacché sono stati costruite, adesso andranno ben riempite, quelle carceri… a fare della Sardegna  una grande Asinara, mi viene da pensare…

E i detenuti? L’impressione è che siano semplicemente delle pedine da spostare in un disumano gioco per riempire caselle. Come pacchi, come cose. Tutto molto coerente, a dire la verità, con il processo di reificazione delle persone che, parole a parte, di fatto tende a incarnare il sistema carcerario.

E invece ci sono i nomi, i volti, e le storie… A qualcuno dovrà pure importare di questi nomi , di questi volti, di queste storie. Dovrà pure importare sapere che si tratta di persone in carcere da decenni e che spesso un percorso in questi anni l’hanno pure compiuto. Come accade a Padova, ad esempio. Dove si sono compiuti percorsi molto interessanti, dove c’è un polo Universitario, dove qualcuno si è laureato, dove grazie alla redazione di Ristretti Orizzonti è stato possibile ricominciare a tessere relazioni, basta pensare agli effetti positivi degli incontri con le scuole…. Dove, in una parola, si cerca di realizzare quello che pure la Costituzione chiede, ossia il famoso  “recupero”. Che altro non può essere che riavvicinamento alla società…

Alcuni di questi ‘cattivissimi’ dell’Alta Sicurezza li ho conosciuti, con alcuni, qua e là per l’Italia, ci scambiamo lettere. Mi raccontano dei loro percorsi, delle difficoltà, delle  letture, degli studi che comunque portano avanti. Nulla a che vedere, vi assicuro , con l’immagine stereotipata su cui insistono ( ahinoi) i media, del delinquente rozzo e analfabeta. Molti, a volte, mi mettono in difficoltà, perché tante cose io non le ho studiate… e non è facile confrontarsi con la nuova forza di chi  nello studio ha scoperto nuove dimensioni, di chi nella storia cerca anche le ragioni della propria vicenda esistenziale… Perché in AS1 si incontra anche questo e non necessariamente, come ho letto in uno sbrigativo articolo sui futuri ospiti delle carceri sarde, “pericolosi criminali”. 

Ma per i più rimane la condanna all’Alta sicurezza.

Eppure, c’è qualcosa che non va, mi sono sempre detta, se dopo decenni di carcere le procure continuano a negare declassificazioni, inchiodando le persone al momento del reato. Ci sarebbe da chiedersi, se dopo lunghissime carcerazioni queste persone  sono ancora così pericolose, se sono esattamente quello che erano quando sono entrate, cosa ha mai fatto il carcere? Non è questo un dichiarare il suo stesso fallimento? La sua inutilità? Personalmente penso che a volte le mancate declassificazioni siano anche il risultato di un’attività, e di una pigrizia, del tutto burocratica, che, per non assumersi responsabilità in merito, inchioda al passato persone che oggi nulla hanno a che vedere con quello che sono state,  indipendentemente dal fatto che siano state o no collaboratori di giustizia. Che, diciamoci la verità, è scelta processuale e non testimonianza di vero pentimento. “Il  problema rimane sempre lo stesso, mi scrive da Padova Giovanni Zito, sono convinti che se le persone non diventano collaboratori di giustizia non potranno cambiare… comunque sono ancora vivo e fiducioso”. Giovanni Zito… che qualche anno fa ha scritto un bellissimo racconto, dal titolo ‘Sono Giovanni e cammino sotto il sole’. Oggi, nella lettera che mi manda annota: “Giovanni ha smesso da tempo di camminare sotto il sole…”

La verità, permettetemi, da quello che vedo, da quello che so, è che il carcere non vuole rieducare. Ma punisce e vessa. E continuo a pensare che tutto quello che non è privazione della libertà (non è in questo, e scusate se è poco,  che  deve consistere la pena carceraria? ), tutto quello che vi si aggiunge è solo tortura…

E non è tortura spezzare percorsi faticosamente ricostruiti? Non è tortura dire, senza guardare in faccia nessuno, non mi interessa capire se sei cambiato, se recido i rapporti ricostruiti, se rendo ancora più difficile, allontanandoti, i rapporti con i familiari… Già, i familiari, ad esempio. Che fine faranno i rapporti familiari, già difficili e tormentati, per chi dovrà essere inseguito fino in Sardegna, ad esempio?

E non è questa punizione che si aggiunge a punizione? Eppure l’ordinamento stesso riconosce l’importanza dei legami familiari e il principio della territorialità della pena… e bla bla bla… eppure, a Mario Trudu, sardo, in carcere da 36 anni, che chiede di avvicinarsi ai suoi in un carcere della Sardegna, il trasferimento non è concesso…

Ma come può mai insegnare la legalità uno stato che viola le sue stesse norme? Che riesce, mi ha scritto qualcuno, “ad essere più cattivo di noi”.

“Ma  cosa deve fare un uomo per dimostrare che non è più ciò che è stato un tempo? (…) avevo incominciato a pensare, a sognare, e soprattutto a sperare, dando a mia volta speranza alla mia famiglia che da ormai ventiquattro anni  mi segue in questo inferno senza fine (…)”. Queste sono le parole di Giuseppe Zagari, trasferito qualche settimana fa da Padova al carcere dei suicidi, Sulmona, appunto…

Scusate le tante domande e il tono da  predica, ma da quando ho conosciuto qualcosa della realtà del carcere, me ne vergogno, e  molto… Oggi mi vergogno molto di quest’ultima violenza che viene fatta a persone che con un colpo di penna rischiano di essere ributtate nel nulla.

Francesca de Carolis

Rondini

Una bellissima immagine inviata da Giuliana a Carmelo Musumeci..

___rondini

Al telefono con un ergastolano

Focos

In questo articolo -apparso sul “Il Corriere Cesenate”- il direttore Francesco Zanotti racconta della telefonata ricevuta da  Carmelo Musumeci, durante il suo primo permesso premio. Il suo primo permesso dopo il venire meno dell’ostatività…

————————————————————————————————————————

Carmelo Musumeci non è più “ostativo”. Ora ho la speranza -dice- di poter morire da uomo libero.

È la telefonata che uno non si aspetta. Sabato scorso ero all’aeroporto di Cagliari. In netto anticipo sul volo che mi riporta in continente, mi tuffo nelle appassionate pagine di un libro che sto per terminare.
Non c’è quasi nessuno agli imbarchi. Solo più tardi cominceranno ad arrivare formazioni di pallavolo e calcetto in trasferta nell’isola. Metto in disparte i cellulari per non farmi distrarre troppo.
A un certo punto vedo illuminarsi un display. Compare un nome a me molto noto: Nadia Bizzotto. È la mia amica della Papa Giovanni XXIII, l’associazione fondata da Don Oreste Benzi. Da anni segue un ergastolano ostativo, uno di quelli che ha stampato sul fine pena i numeri 99.99.99, cifre inquietanti che significano “mai”. Ci siamo incontrati in più di un’occasione e ci siamo confrontati spesso sui temi del carcere.
“Hai un attimo per me?, mi viene chiesto dall’altro capo del telefono. Ti devo passare una persona che ti vuole parlare”. Sono colto di sorpresa.
Non so che immaginare. Provo a orientarmi, poi ascolto una voce già sentita un’altra volta all’interno del penitenziario di Padova. “Volevo farti un saluto da uomo libero”. È Carmelo Musumeci, l’ergastolano di cui ho già scritto in questo spazio. “So che ti batti tanto per me. Mi sembra un sogno. Mi hanno dato un permesso dalle 9 di questa mattina fino alle 18”.
Guardo l’orologio. Sono le 17,30. Sono confuso e un unico pensiero mi assale. Carmelo ha ancora mezz’ora di tempo per stare tranquillo con la sua famiglia e prende il telefono e compone il mio numero. Non ci posso credere. Mi sento un privilegiato. Sono in linea con un ergastolano: un fatto del tutto eccezionale. Sono un uomo fortunato.
Preso dalla commozione, dallo stupore e anche dallo sbalordimento riesco a formulare poche parole. Carmelo prosegue: “Là dentro, tra poco, rivivrò gli intensi momenti di oggi. Mi ricordo quando sei venuto a trovarmi, all’interno dell’assassino dei sogni (lui chiama così il carcere,ndr). Te la dovevo questa telefonata, da uomo libero a uomo libero.
Qualcosa sta cambiando. Speriamo”.
Sono incredulo. A bocca aperta gli rispondo appena. Sono angosciato dal tempo che dedica a me e sottrae ai suoi cari. Mi vengono in mente le parole scritte al suo rientro dopo l’unico permesso ottenuto in 24 anni di detenzione. Dopo quelle 11 ore per laurearsi, Musumeci fece ritorno dietro le sbarre con il cuore lacerato dallo sbattere dei cancelli che si serravano dietro a lui.
Felice e incredulo, mi sento un prescelto.
Chiudo la comunicazione contento come mai. Rimango imbambolato. Poi scopro la grande novità: Musumeci non è più ostativo.
È un “ergastolano resuscitato”, come lui stesso scrive il giorno seguente, con la “speranza di poter morire un giorno da uomo libero”.

 

Non lasciamo morire Vicenzo Longobardi

 Maria-Micozzi

Vincenzo Longobardi, 45 anni, detenuto nel carcere di Frosinone, potrebbe, entro non molto, aggiungersi alla lista delle persone suicidatesi in carcere. Per pochissimo non è già in questa lista, come vi racconterò tra poco.

Sul finire di febbraio

pubblicai sul Blog “Le Urla dal Silenzio” una lettera di Vincenzo Longobardi che troverete a questo link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2015/01/04/vergogna-nel-carcere-di-frosinone-lettera-di-vincenzo-longobardi/ (la data che appare sul Blog non è la vera data di pubblicazione, per un problema tecnico).

Vincenzo Longobardi soffre di varie problematiche di salute. Ne indico qualcuna:

-Apnea notturna.

-Problemi d’udito

-Una patologia che non gli consente di vedere con l’occhio sinistro, e che richiederebbe un intervento. Tale patologia gli sta danneggiando anche l’occhio destro.  

-Grossi problemi con la colonna vertebrale. Da anni sa che dovrebbe essere operato, ma nessuno muove un dito, eppure tutti noi sappiamo quanto è delicata la spina dorsale, e che, se non si interviene per tempo su certe problematiche, si rischia la paralisi e altri esiti devastanti.

Nulla viene fatto per permettere a Vincenzo di affrontare queste problematiche. Ci si limita solamente a tamponare i dolori che esse procurano, somministrandogli antidolorifici.

Inoltre viene imbottito di psicofarmaci (cosa estremamente frequente in carcere).

Recentemente mi è giunta un’altra lettera drammatica di Vincenzo, dove mi scrive di avere tentato di impiccarsi, e di essere stato salvato per il rotto della cuffia. Ed aggiunge che ci riproverà.

Questa è la lettera che ho ricevuto:

“Caro Alfredo. Ti sto scrivendo per puro miracolo.

In 28 febbraio ho deciso di farla finita IMMPICCANDOMI. Per puro MIRACOLO un detenuto e la guardia si sono accorti che penzolavo. Sono corsi tempestivamente. Il detenuto mi tirava su e l’agente ha tagliato il cappio. Mi sono svegliato in infermeria. Ero incosciente di tutto.

Ti posso promettere che non è finita qua. Sto male. Preferisco farla finita. Vi sto scrivendo per mettere a conoscenza tutti. Ed è una MORTE ANNUNCIATA che si va ad accodare a tante altre prima di me. QUESTO CARCERE E’ IL CIMITERO. TI PORTA FINITO. NON FUNZIONA NIENTE. IL RECUPERO NON ESISTE. L’INFERMIERIA E’ UN MERCATINO RIONALE. Tutti che se ne fregano della vita dei detenuti.

LA SOCIETA’ LE SA QUESTE COSE? TI RIPETO. SIAMO VICINO ALLA CAPITALE. Perché si fa finta di niente? NON CE  LA FACCIO  PIU’ IN QUESTO CARCERE. AIUTATEMI, HO 3 FIGLI. FATELI VIVERE QUESTO PADRE. NON LASCIATELI ORFANI.

Vincenzo Longobardi”

——-

Amici miei, io sto cercando di segnalare, in varie sedi ed ambiti, la vicenda di Vincenzo Longobardi. Ma ho bisogno anche del vostro aiuto.

Vi chiedo, se potete e se volete, di fare essenzialmente due cose.

1)Segnalare questa vicenda a chiunque.. giornali, radio, associazioni, politici, ecc. (potete anche inviare direttamente il link de Le Urla dal Silenzio che porta a questo post…https://urladalsilenzio.wordpress.com/2015/02/11/non-lasciamo-morire-vicenzo-longobardi/)

2)Inviare una vostra lettera al carcere di Frosinone. Sulla busta della lettera, nella zona dove si indica il destinatario, scriverete:

All’attenzione del Direttore Francesco Cocco

Casa di Reclusione- via Cerreto n. 55 – 03100 – Frosinone (FR)

Potete scrivere una lettera di vostro pugno.

O, se preferite, potete riprodurre,  questo prestampato

Alla cortese attenzione del dott. Francesco Cocco, Direttore della Casa di Reclusione di Frosinone

Egregio dott. Francesco Cocco, le scrivo dopo avere essere venuto a conoscenza –sul Blog “Le Urla dal Silenzio”- della drammatica situazione in cui si trova un detenuto presso l’istituto da lei diretto. Questo detenuto si chiama Vincenzo Longobardi.  Dalle due lettere di Vincenzo che sono state pubblicate, è emerso, stando alle parole di Vincenzo che:

  • Vincenzo soffre di tutta una serie di patologie molto problematiche; apnea notturna, problemi alla spina dorsale, una patologia che non gli permette di vedere all’occhio sinistro (e che gli sta danneggiando anche l’occhio destro, e altro.
  • Nulla è stato fatto per aiutare concretamente Vincenzo ad affrontare queste problematiche. Lo si sta semplicemente imbottendo di antidolorifici e psicofarmaci.
  • Dall’ultima lettera è emerso che Vincenzo ha tentato il suicidio, ed è stato salvato per miracolo da un detenuto e da una guardia che si sono accorti che stava penzolando.
  • Vincenzo ha dichiarato di avere intenzione di riprovarci e, vista la sua situazione e visti anche gli ultimi eventi, un nuovo tentativo di suicidio non sembra affatto una eventualità improbabile.

Un Direttore di carcere ha il dovere di garantire il buon andamento dell’istituto che dirige e di garantire la sicurezza e il rispetto dei diritti umani all’interno dello stesso.

Io le chiedo, in quanto Direttore del carcere di Frosinone, di fare di tutto per permettere che Vincenzo Longobardi venga adeguatamente curato, e che, più in generale, venga trattato come un essere umano, e non come un rifiuto umano.

Per qualunque cosa dovesse accadere a Vincenzo Longobardi –suicidio, morte per conseguenze connesse ad alcune delle sue patologie, paralisi, perdita della vista o altri danni irreparabili- la considererò (insieme agli operatori sanitari del carcere di Frosinone) personalmente responsabile. 

Le chiedo di non contribuire, con l’omissione, alla morte di un essere umano (o a conseguenze irreparabili per lo stesso), tra l’altro padre di tre figli.

La ringrazio per l’attenzione.

In fede

——————————————

——————————————

—————————————————————————————————————————————

Amici, come avrete intuito, nella prima linea tratteggiata metterete il vostro nome e cognome. Nella seconda la data e, se volete, l’indicazione della città o paese da dove scrivete. Chi volesse il prestampato su file word, in modo da stamparlo e poi semplicemente sottoscriverlo, mi contatti via email (erasmuszed77@yahoo.it) e glielo invierò. E, ripeto anche questo, il prestampato vale per chi non vuole scrivere una lettera di suo pugno.

Chi vorrà, potrà scrivere anche direttamente a Vincenzo Longobardi, per incoraggiarlo.

Anche se ogni giorno muoiono tanti esseri umani in modo assolutamente ingiusto, ogni cosa che possiamo fare per impedire che un’altra persona muoia è importante. Vi chiedo questo piccolo impegno. L’impegno di inviare una lettera (anche solo il prestampato) al Direttore del carcere di Frosinone. Se poi volete fare anche altro (chiedere anche ad altre persone di scrivere al Direttore; avvisare soggetti che possano intervenire sulla vicenda; scrivere direttamente a Vincenzo), ancora meglio. Ma è già prezioso se scriverete questa lettera al Direttore del carcere di Frosinone.

Grazie per il vostro aiuto e per la vostra attenzione.

PS: l’immagine che accompagna il post è la riproduzione di un dipinto di Maria Micozzi.

Navigazione articolo