Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Quello che accade fuori e le gerarchie interne… di Angelo Meneghetti

Fortezza

Ecco un altro pezzo di Angelo Meneghetti, detenuto a Padova.

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Ovviamente, per un detenuto rinchiuso da diversi anni, è difficile sapere con precisione ciò che accade fuori, anche se si segue attentamente la televisione o si legge qualche quotidiano nazionale. 

Anche se settimanalmente fa colloqui con i propri famigliari, può solo apprendere che la nostra società è in piena crisi economica, che tocca tutti, tranne chi è alle dipendenze dello Stato, “lì perlomeno lo stipendio è assicurato”. Va ricordato che i detenuti quando fanno colloquio con i famigliari (quell’ora a settimana), con i loro cari si dicono quelle solite parole, e da entrambe le parti per non appesantire i propri problemi. Il detenuto dice sempre che sta bene “nonostante il posto”, e i suoi famigliari dicono la stessa cosa. E’ come quando una persona è ricoverata all’ospedale, e rassicura i suoi cari, e loro a loro volta gli rispondono che lo aspettano a casa con ansia perché sentono la sua mancanza. 

Ovviamente tutto questo vale per un detenuto che ha un fine pena. Nel caso di chi è condannato all’ergastolo – “fine pena mai” – la percezione è ben diversa e la prospettiva di quello che accade fuori è l’ultimo pensiero. Spera solo che in questo Paese possa migliorare la Giustizia e il sistema carcerario; “che come si sa il nostro Paese si può dire che è paragonato ai Paesi del terzo mondo”.

Bisogna essere precisi. In Italia esistono due tipi di ergastolo. Quello normale che “sarai ostaggio dello Stato per tutta la vita”. E c’è l’ergastolo “ostativo”, dove il detenuto è “destinato a morire, lentamente, fino all’ultimo giorno della sua vita in un’umida e fredda cella”. Quasi tutti gli ergastolani pensano -“anche quando dormono nel loro sogni”- a quei ricordi di quando erano giovani “e in libertà”. Pensano all’ultimo bacio, alle ultime carezze date e ricevute dalla loro compagna o fidanzata, ai loro figli quando erano piccoli, perché con il passare degli anni sono diventati adulti. L’unica prospettiva è la speranza che un domani qualcosa possa cambiare, che non ci sia più l’ergastolo se vogliamo che l’Italia sia un Paese civile. E se così fosse avere la speranza che i nostri cari ci accolgano a casa come quando eravamo giovani, perché dopo tanti anni potremmo essere degli intrusi, essere veramente perché non abbiamo fato parte del progresso del mondo reale, siamo rimasti arretrati anche nel comunicare. Figuriamoci ad attraversare una strada trafficata da automobili. Poi, per chi ha trascorso tanti anni in carcere, esiste anche la paura della libertà; ritrovarsi anziano, un po’ rintronato per non dire rimbambito.

Sono pensieri da ergastolano e l’unica prospettiva per noi è la speranza che qualcosa possa cambiare, e che la cella non sia la tomba per chi è stato condannato al massimo della pena e cioè all’ergastolo.

Al riguardo di gerarchie, non esistono più. All’interno delle carceri italiane comandano gli agenti di polizia penitenziaria. Ogni detenuto, al momento del suo ingesso in carcere, è denudato e controllato, e sei sempre, tutti i momenti, guardato anche dalle telecamere. Forse negli anni passati esisteva qualche gerarchia, specialmente al Sud. Nel Nord dell’Italia ogni detenuto è uguale. Non c’è differenza neanche tra gli extracomunitari. Oggi nelle carceri italiane vigila la povertà e la sofferenza; si vive in celle sovraffollate e c’è il degrado.

Padova, marzo 2014

Angelo Meneghetti

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2 pensieri su “Quello che accade fuori e le gerarchie interne… di Angelo Meneghetti

  1. Giuseppina Zito in ha detto:

    Sempre toccante , quando si parla di ergastolo , che vanno distinti e separati, ma chi paga tutto questo, sa vivendolo , la retroscena che racchiude , nn è per niente rassicurante, quando trascorre il tempo, sbalzando da un posto all’altro, e poi che cosa trovi , non gli stessi dopo anni e anni, che cosa hanno sopportato o subito , nel trovarsi dentro celle con altri , condividere , ma soprattutto imparare , le regole, dure dure e da ingoiare …
    Non voglio immaginare a chi esce , una volta fuori , verrà travolto , per la lunga detenzione, foglio sperare che finisca e anche l’Italia diventi più legale, il campo è vasto, molti aspettano e anche noi aspettiamo , divulghiamo amico speranzosi di questa situazione così devastante, che finisca presto …

  2. Alessandra lucini in ha detto:

    Voglio dedicarti questo brano, tanto per sottolineare cbe quelli che noi chiamiamo selvaggi hanno molto da inasegnarci
    NABAJYOTISAIKIA
    c’è una tribù africana che ha un costume molto bello.
    Quando qualcuno fa qualcosa di sbagliato e nocivo, prendono la persona al centro del villaggio, arriva tutta la tribù e lo circonda. Per due giorni, dicono all’uomo, tutte le cose buone che ha fatto.
    La tribù crede che ogni essere umano viene al mondo come un bene. Ognuno è desideroso di amore, pace, sicurezza, felicità. Ma a volte, nel perseguimento di queste cose, commettiamo degli errori.
    La comunità vede quegli errori come un grido di aiuto. Essi si uniscono per sollevarlo e per ricollegarlo con la sua vera natura, per ricordargli fino a quando non si ricorda pienamente la verità dalla quale era stato temporaneamente disconnesso,

    Nabajyotisaikia! Midori
    NABAJYOTISAIKIA, è un complimento utilizzato in Sud Africa e significa: “io ti rispetto, ti nutro. Importa a me “in risposta dicono Midori, che è:” così, esisto per te ”

    Un caro abbraccio

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