Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Il carcerato ‘a pezzi’ e il magistrato che si dà ragione… di Francesca De Carolis

Pubblico oggi questo pezzo di Francesca De Carolis.

La storia che racconta Francesca è quella di Francesco, un detenuto del carcere di Opera, con il corpo che sta andando a pezzi per via di una malattia considerata incurabile. Francesco vorrebbe solo tornare a casa per vivere il tempo che ancora ha da vivere, in lbertà e con i suoi genitori.

Ma il Giudice di Sorveglianza ritiene che debba stare ancora in carcere, che sia un soggetto “in pericolo di fuga” e poi.. le cure in carcere sono adeguate..

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Un po’ di pazienza, ma anche oggi sono qui a parlarvi di carcerazioni. Perché sono tante le vite che si vorrebbe lasciar morire nel nulla, ma c’è chi da quel nulla si ostina a inviare richiami, che sono sussurri, che sono urla…

E come un urlo arriva dal carcere di Opera la terribile storia di Francesco. Mi arriva con la lettera del suo compagno di cella, Alfredo Sole, che qualcosa chiede si faccia per questo suo compagno, malato “anzi direi a pezzi, letteralmente”. Perché Francesco è affetto dal morbo di Burge. Patologia terribile, incurabile. Le arterie si atrofizzano, si seccano fino a morire. E piano piano si perdono parti del corpo, che la malattia porta alla necrosi. Prima le estremità, poi gli arti, su su fino ad attaccare gli organi interni e morirne. A Francesco è già stato amputato un pezzo di piede. Nulla da fare per lui se non cercare di rallentare il percorso di una malattia senza scampo.

Francesco è stato arrestato quando aveva poco più di diciotto anni, nel 1991. In carcere ne ha già passati ventisei, di anni. Ha fatto richiesta di arresti ospedalieri o domiciliari, per provare una cura sperimentale. Per illudersi di potersi curare… Ma la richiesta è stata respinta dal magistrato di sorveglianza, ed è stato respinto anche il ricorso che contro questa decisione Francesco ha fatto al Tribunale di sorveglianza . La motivazione, “come da prassi”: persona “pericolosa e evidente pericolo di fuga”.

Già, perché Francesco ha compiuto gravi reati quando non era ancora maggiorenne. Ma, faccio miei l’interrogativo e la riflessione del suo compagno di cella: “per stabilire se una persona è pericolosa o no, cosa bisognerebbe valutare?

Se oggi quella persona è costretta a stare a letto perché privo di una parte del suo arto inferiore, per una patologia che lo porterà a perdere altri pezzi, poi alla morte certa, se quella persona è stata arrestata per reati che risalgono a quando aveva diciassette anni, e ha passato in carcere molto più degli anni della sua vita libera, come si stabilisce che è pericolosa?”

Ma semplice… “La solita novella…, se si commettono reati gravi, nonostante sia passato più di un quarto di secolo, bisogna continuare a giudicare quella persona attraverso la vecchia documentazione e non certo attraverso un’analisi della persona che è oggi”.

Insomma nulla, proprio nulla sembra si guardi a quello che nel frattempo, in questi ventisei anni, ne è stato di Francesco… Cosa abbia fatto, che so… se abbia seguito percorsi rieducativi, se li abbia rifiutati, se preghi, se maledica ogni giorno quella sua vita, se e quanto possa correre per fuggire via con quella malattia che se lo sta mangiando vivo… Nulla di nulla. Insomma Francesco è stato cattivo, cattivissimo, e questo non può che essere per sempre!

Anzi, cattivo lo è forse diventato di più. “Non può non evidenziarsi come l’atteggiamento di rifiuto di smettere di fumare posto in essere dal condannato, comporti conseguenze gravissime per la patologia dalla quale il medesimo risulta affetto”. Insomma, quel delinquente che a 17 anni si era già bruciato il cervello con l’eroina, fuma, fuma troppo… aggravando la malattia!

Che il cammino verso la morte non venga affrettata dall’insana abitudine del fumo…

 

Alfredo Sole scrive una serie di riflessioni che provano a “smontare” una a una le motivazioni del Tribunale, e varrebbe la pena di pubblicare tutte… Ve ne riporto ancora un brano, che tocca un aspetto che chissà se il giudice abbia solo sfiorato…

Provate a pensare questo, scrive guardando il suo compagno di cella nel quale prova a immedesimarsi…: “Mi trovo in carcere da quando ero un ragazzino, non ho visto nulla della vita, non ne ho avuto il tempo, sono affetto da una malattia incurabile che mi porterà alla morte. (…) e la mia sarà una morte lenta e durante questa lentezza perderò pezzi del mio corpo. Nonostante di me non resti ormai che l’ombra di quel che ero, non vogliono nemmeno darmi la possibilità di andare a morire a casa… Non sono sposato, non ho figli. Non ho nulla che possa dire: questo è mio! Mi rimangono solo i miei anziani genitori e il rimpianto di una gioventù bruciata!”.

La vita di Francesco si svolge ormai da tempo fra il letto e un virtuale piccolo corridoio che lo porti in bagno, e a volte neanche questo. “La sua mente è distrutta, così come il suo corpo e il suo spirito. L’uso prolungato di psicofarmaci lo ha portato ad annullare non solo il tempo che scorre, ma anche se stesso. Non ne può più fare a meno… Droghe potenti che lo Stato spaccia dentro le carceri e sono legali!

Però gli si punta il dito, anche nei rigetti, che da libero, da giovanissimo, ha fatto uso di droghe pesanti… ma quelle sono illegali… Questa persona è un guscio vuoto, che all’esterno dimostra l’età che ha, ma nel suo interno è rimasto il ragazzino che hanno arrestato. Ha fermato il tempo con gli psicofarmaci e con esso la possibilità di maturare e forse di comprendere appieno la gravità della sua malattia. Sa che dovrà morire, ma lo comprende veramente?”

Gli psicofarmaci. E’ l’unica cosa che in carcere non manca mai, mi disse una volta una volontaria. E “terrificante” definisce Alfredo la lista degli psicofarmaci che Francesco assume…

Ma il Tribunale giudica sufficienti le cure che in carcere Francesco riceve e irremovibile, conclude: “osservando che sicuramente il prevenuto è da ritenersi persona particolarmente pericolosa in ragione della tipologia della condanna in esecuzione (…) osservando infine come vi sia evidente pericolo di fuga, si è ragione della quantità di pena irrogata e deve essere espiata…”

E ditemi, siccome si tratta di condanna all’ergastolo, non è questa una condanna a “ tu qui devi morire?”. E di lentissima morte…

Ah, dimenticavo, la cosa forse più inquietante, sicuramente più grave dal punto di vista della garanzia del diritto. Il presidente del Tribunale di Sorveglianza che ha respinto il ricorso di Francesco contro la decisione del magistrato di sorveglianza, mi si scrive, è lo stesso magistrato di sorveglianza…

Non sto ad aggiungere altro sul fatto che sia una donna… che per altri, contestabili e arbitrari pensieri, si inerpicherebbe questo mio appunto…

Rimane una tristissima storia, su cui cade l’ombra paurosa del potere tremendo dell’uomo sull’uomo…


 

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Un altro compleanno in carcere… di Alfredo Sole

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Il nostro Alfredo Sole, detenuto ad Opera, il diciotto novembre dell’anno appena passato, giorno del suo compleanno, si rende conto che l’ultimo testo che aveva scritto in merito al suo compleanno risale al 2007; nove anni prima. Decide allora, in occasione di questo suo ultimo compleanno, di scrivere un pezzo.

E lo stile è quello di Alfredo Sole.. ironico, lucido, malinconico, poetico e sottilmente indignato.

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Un altro compleanno! Che bello! C’è solo un piccolo particolare, siamo nel novembre del 2016, e l’ultimo di cui ho lasciato traccia con uno scritto è datato 18/11/2007! Ne riporto un pezzettino:

“18/11/2007.. una data qualunque per chiunque, ma non per me. Oggi è il mio compleanno, il mio quarantesimo compleanno. Con questo sono diciassette che ne compio qui dentro. E’ triste tornare indietro col pensiero, tornare ai miei vent’anni, un’età in cui credi che il mondo ti appartenga, un’età in cui si è convinti di essere immortali, un’età in cui il futuro si presenta pieno di speranze, di amore, di possibilità. Tutta illusione! Tutta menzogna, tutto inganno. Il tempo? Vuoto. La vita? Illusione. L’amore? L’unico mezzo per sopportare il tempo e aggirare l’illusione”.

Da allora sono passati nove anni! Allora ne compivo  quaranta  e mi sembravano già troppi. Oggi ne compio di nuovo 40, con l’aggiunta di nove, e continuano a sembrarmi troppi… Ma è solo una mia sensazione o lo sono davvero? A pensare che mi lamentassi che di galera ne avevo già scontati quasi diciassette… oggi sono nove anni in più di questa galera. Cosa dovrei fare, continuare a lamentarmi? No! Ormai ho capito. Il mio destino è quello di terminare il mio ciclo vitale dentro queste maledette mura. Pessimista? Forse per qualcuno potrebbe sembrare così, ma io preferisco pensare che io sia un ottimista mancato, di conseguenza, un realista. Brutta parola “realista”, sembra non dare speranza che le cose possano essere diverse da come sono. Forse le cose stanno davvero così. In effetti chi nella storia è riuscito a cambiare le cose se non gli ottimisti? O forse è meglio chiamarli sognatori? Sì, sono i sognatori a cambiare il mondo. I realisti si accontentano di viverlo così come gli si presenta. Beh, se le cose stanno così, allora anche io voglio essere un sognatore! Un… ottimista! Ma… guardandomi attorno, non è che io veda una qualche strada da percorrere che sia diversa da quella che già sto percorrendo. Magari posso sognarla quella strada diversa, magari se ci credo con tutte le mie forze e la desidero veramente, me la vedrò comparire davanti, così, dal nulla. Ma, a pensarci bene, dal nulla nasce solo il nulla. Allora mi sa che quella strada diversa in realtà c’è già. Sì, deve essere così, solo che io continuo a non capire come fare per trovarla. Magari basta solo crederci, essere un ottimista. Sì, dai! Non mi costa poi nulla, no? Perché ostinarsi a credere che le cose non cambieranno mai e che io morirò tra le sporche mura di uno sporco carcere in una sporca cella quando posso credere che va tutto bene? Sì, tra non molto uscirò dal carcere, ne ho scontati già 25 di anni, il più è fatto. Un altro paio di anni e poi… vuoi che un Paese civile come il nostro lascia morire in carcere di vecchiaia un detenuto che è stato arrestato quando anni ne aveva solamente ventitré? No, la giustizia, lo Stato, il Governo, sembrano non avere un’anima e un cuore, ma in realtà l’hanno, sì, dai, certo che ce l’hanno, del resto siamo un paese civile… “civile”, beh l’ho detto più di una volta, ma mi sa che non ne comprenda pienamente il significato, lo dico così, tanto perché lo sento dire agli altri, ma a pensarci bene, cosa voglia dire non l’ho mica chiaro nella mente. Civile dovrebbe provenire, se non erro, da Civiltà. Vediamo Civiltà:

Lessico

Sf (sec. XIII, dal latino civilitas –atis)

1)Il complesso delle attestazioni riguardanti la vita di una popolazione (o di più gruppi etnici) e il suo modo di organizzarsi in età sia prestorica sia storica: civiltà neolitica, egizia, slava, greca, celtica, romana, precolombiana, sudamericana, ecc.

2)Vita materiale, sociale e spirituale di un popolo, o di vari popoli, in riferimento a un’epoca: civiltà rinascimentale, moderna, ecc. “La civiltà dell’atomo (se è civile un atomo, vuoi che non lo siano gli uomini?) è al suo vertice” (Quasimodo).

3)L’insieme delle conquiste raggiunte dall’uomo nel campo scientifico, politico-sociale, spirituale, ecc. Beh, è proprio quell’ “eccetera che mi confonde”: “Il pensiero/sol per cui risorgemmo/della barbarie in parte, e per cui solo/si cresce in civiltà” (Leopardi). Ma non poteva spiegarsi meglio?

4)Cortesia, urbanità, senso civico: “Siate lesti, e pronti a servire gli avventori, con civiltà, con proprietà” (Goldoni). Come no! Ho capito benessimo…

5)Ant., cittadinanza.

In filosofia:

Forma di vita umana associata che realizzi un complesso di valori. La nozione comportava originariamente l’implicito postulato che vi fosse un’unica civiltà, designando con questo termine il tipo di vita associata che si credeva fosse la migliore realizzazione di valori unici e contrapposti a tutti gli uomini, contrapposta alle “barbarie”, quali forme di realizzazione errate e inferiori. Tale concezione di origine greca è stata definitivamente criticata dallo storicismo contemporaneo che ha posto l’accenno sulla molteplicità delle civiltà, ognuna delle quali si pone come un complesso autonomo e relativamente autosufficiente, animato da una particolare vicenda storica che ne segna l’origine, lo sviluppo e il tramonto nei suoi rapporti reciproci con le altre civiltà. Questa teoria è stata particolarmente sviluppata da O. Spengler nel suo celebre libro Il tramonto dell’Occidente (1818-1922). Un’ampia trattazione del tema si deve anche allo storico inglese A. Toynbee che ha distinto le civiltà dalle società primitive. Queste nascono e muoiono senza lasciare traccia, mentre le civiltà propriamente dette sono mondi culturali autonomi capaci di garantire per lungo tempo la propria conservazione. I tre elementi riconoscibili nelle civiltà sarebbero il culturale, il politico e l’economico. Di questo il primo è l’elemento fondamentale, vera e propria “anima” della civiltà, mentre gli altri sarebbero solo “manifestazioni superficiali”.

In sociologia:

“Insieme degli elementi economici, giuridici, culturali, morali e religiosi quali sono realizzati in una data società. Spesso posto in relazione a cultura, il concetto di civiltà per molti antropologi implica tutti quei meccanismi generali e di organizzazione mediante i quali l’uomo controlla e stabilisce le condizioni della sua vita, includendo con ciò non solo i suoi sistemi di organizzazione sociale, ma anche le tecniche e gli strumenti materiali predisposti per questo fine.”

Certo, adesso ho le idee più chiare… ma facciamo almeno finta che io abbia capito cosa significhi “civiltà e civile” e lo ponga con consapevolezza nel mio vocabolario. Bene, prendendo in prestito il significato in sociologia e supponendo che si tratti dell’insieme degli elementi giuridici, culturali, morali e religiosi, dovrei continuare a dare ragione a quanto detto e cioè, che non credo che in un Paese civile come il nostro, lascino morire in carcere un detenuto che ha già scontato così tanta galera. Questo mi rincuora e mi fa pensare che tutto sommato essere ottimisti o sognatori non sia così male e che anzi sia proprio un bene! Ed è quello che voglio essere. Ma, tuttavia, un pensiero dominante frulla nella mia misera testa. Se dopo venticinque anni mi ritrovo ancora a scontare la mia pena in circuiti ad alta sorveglianza, se dopo tutto questo tempo, nei rigetti delle mie richieste di permesso viene motivata con: “Visto il parere negativo del Direttore”, e visto che anche la richiesta di una mia declassificazione, guarda caso chiesta dalla stessa Direzione al DAP, viene rigettata perché i professionisti dell’antimafia ritengono che sia ancora pericoloso, come faccio a essere ottimista? Mi sa che mi verrà difficile, magari potrò essere un sognatore, ma non certo di quelli che poi alla fine cambiano il mondo, ma un sognatore e basta, uno di quelli che la sera, prima di andare a dormire, pensano: “Un altro giorno è passato, un altro giorno di galera in meno”. Ma come estrapolare un giorno di galera in meno in una pena che non ha fine? Cazzo! Non potrò nemmeno essere un sognatore! Non mi resta altro allora che sperare di sognare, magari sogni felici, prati fioriti… Ma anche i sogni che mi hanno abbandonato da molto tempo e, quando sogno, sogno il carcere. Allora sai cosa faccio? Torno ad essere un realista, almeno quando sogno il carcere posso sempre dire che è normale visto che tutta la mia giovinezza e l’intera esistenza le ho trascorse dentro queste mura. Mi rassegno al destino che hanno scelto per me, mi giro dall’altra parte e, se posso, mi faccio una bella dormita sperando di non sognare affatto.

Al prossimo compleanno. Magari tra altri nove anni ancora…. Questo sì che è ottimismo!!

Filosofo a chi?… di Alfredo Sole

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Pochi giorni fa ho pubblicato il brano di Alfredo Sole, contenente i suoi pensieri di dubbio.. quasi di smarrimento..una volta arrivato prossimo alla laurea e..subito dopo la seduta di laurea.

In questo testo, che inserisco oggi, scritto pochi giorni dopo, Alfredo ritorna su quelle riflessioni, con un’accentuazione del senso di amarezza.

Lo Stato dovrebbe premiare persone che come Alfredo Sole si sono impegnate con passione per tanti anni. Simili anime non devono avere momenti come questi, momenti in cui sentono come un senso di inutilià… devono sentire che ciò che hanno fatto e che fanno apre loro le porte della speranza e di un profondo senso personale. Una persona come Alfredo Sole è un patrimonio che deve essere nutrito..

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In questi giorni mi sono ritrovato a non far nulla. Sono passati solo pochi giorni dal conseguimento della mia laurea in filosofia e tutto l’entusiasmo (non molto in verità) di essere proclamato dottore è sfumato nella monotonia della galera. Di nuovo quei maledetti giorni che trascorrono senza un senso, senza più un impegno di studio che per quanto mi stressasse, occupava comunque tutta la mia giornata. Adesso non so cosa fare, sento di nuovo il peso dell’inutilità dei giorni sempre uguali.
Sì, laureato in filosofia, e allora? sono diventato un filosofo solo perché ho preso una laurea? La filosofia è il modo in cui ognuno di noi pensa alle cose, alla vita, all’amore, all’odio, al perdono, al male, al bene, all’Esserci. Se si riesce a pensare a tutte queste cose e tentare di darne una spiegazione anche verosimile forse allora, e solo allora, si potrà definire filosofo. Ma è ciò che facciamo, è ciò che faccio? Non lo so, non riesco a mettere a fuoco cosa realmente penso, a come penso le cose. Mi accontenterei magari di essere arrabbiato in questo momento perché quando lo si è, è più facile pensare al perché delle cose, dopo che ti sei calmato. Ma io ho perso anche la forza di arrabbiarmi, ma voglio lo stesso cercare di pensare il mondo da un punto di vista diverso, con una nuova consapevolezza oppure dovrò accontentarmi solo del significato etimologico della parola “filosofia”: filo (amore) sofia (conoscenza).
Sì, forse dovrò accontentarmi solamente di amare la conoscenza fine a se stessa e lasciare ai veri filosofi l’indagine sul modo di pensare le cose e il mondo; in fondo amare la conoscenza è già una grande vittoria per chi ignorante lo è stato per molto tempo. Forse questo è il vero premio che la vita mi ha riservato, cioè, starmene giornate intere senza far nulla se non leggere, studiare, insomma l’Ozio romano, ma di quella Roma del passato dove “ozio” aveva un significato diverso da come lo intentiamo e lo percepiamo oggi, ma un telegramma di una persona a me sconosciuta mi stravolge tutto, queste sono le sue parole: “Se tutti i fuori legge diventassero quello che tu sei oggi significherebbe il trionfo della giustizia, il sopravvento del bene sul male, la vittoria dell’amore sull’odio. Complimenti dottor Alfredo Sole da parte mia e da parte di tanta gente che pur non vedendoti ti conosce e ti plaude”. Queste parole mi hanno lasciato qualcosa, forse una traccia da seguire, cioè, capire perché gli altri vedono in me quello che io non riesco a percepire, a sentire.
Vorrei avere la capacità di inoltrarmi tra le vie tortuose della mia mente, quelle nascoste, quelle che so di aver messo da parte di averle sopraffatte, compresse, chiuse a chiave in sicurezza, ma che sono lì `e non sono riuscito a capirle. Detesto non riuscire a capire le cose, è come lasciare qualcosa in sospeso e magari te ne dimentichi, solo che ti rimane quella strana sensazione di dover fare qualcosa ma non sai cosa, sensazione che ti accompagna per tutta la giornata e poi, la sera, quando vai a letto, prima di dormire all’improvviso ricordi cosa dovevi fare, ma ormai è troppo tardi e puoi solo sentirti in colpa.

Alfredo Sole… prima e dopo la seduta di laurea

Laurea

Alfredo Sole lo conosco fin da quando nacque questo Blog, nel 2009. Lui fu tra i primi tre detenuti che scrissero su di esso.

Lo conobbi che stava studiando filosofia all’università. E ha continuato a studiarla in tutti questi anni, trovandosi sempre davanti non pochi ostacoli. Ma superandoli sempre con la forza della perseveranza.

Recentemente Alfredo si è laureato..ma si è improvvisamente trovato in uno di quei momenti dove.. tutto sembra senza senso.. e lui.. in questo “prima e dopo la tesi”, che è da intendere come “prima e dopo la seduta di laurea” esprime questi pensieri di smarrimento…

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Prima della tesi

In attesa della discussione della tesi di laurea in filosofia, dopo che qualche girono fa mi fissarono la data e cioè, il 29 aprile, si è spento l’entusiasmo di questo evento, forse perché e sempre triste quando le cose stanno per giungere alla fine. Dovrei esultare, visto che diventerò dottore in filosofia. Il fatto è che non ci credo, è come se stesse succedendo ad un altro, in fondo io chi e cosa sono veramente? Chi sono non lo so, il mio nome non rappresenta la mia identità, almeno non quella che io intendo per “Identità”. Posso solo sapere cosa sono e quello lo so con certezza, sono un essere senza dio che vive e vivrà nelle patrie galere illudendosi giorno dopo giorno che della vita che esiste fuori da questa cella un giorno ne farà parte. Ma è solo un’illusione per non soccombere prima del corso naturale delle cose. Non finirò oggi questo scritto, no, voglio attendere il giorno della laurea per magari potermi smentire e dichiarare tutto il mio entusiasmo, se mai questo accadrà. Per adesso chiudo qui, riprenderò il trenta aprile o giù di lì.

Dopo la tesi

Sì, eccomi tornato! Dottore in filosofia con 110 e lode, e allora?
Non per questo sono un filosofo, l’ho solo studiata la filosofia e a quanto pare l’ho fatto; bene, ma è tutto qui. Fare le cose bene non significa certo essere filosofi. Come prevedevo già prima della tesi, adesso è triste. Non credo che l’obiettivo raggiunto sia davvero l’obiettivo, non lo è mai, veramente solo la strada che percorri per arrivarci, ma quando ci arrivi, tutto finisce. Adesso non ho più una strada da percorrere, un obiettivo da raggiungere con la speranza magari di non raggiungerlo mai. No, adesso è solo tornata quella grande monotonia che distrugge l’uomo carcerato, che lo fa regredire, che lo taglia fuori dalla vita ancora più di prima stritolandolo in una morsa mortale che non ti lascia scampo.
Non hanno nemmeno permesso che qualcuno della mia famiglia partecipasse all’evento, da questo si comprende quanto poca importanza danno, non a me che può benissimo essere naturale anzi, credo proprio che debba essere così, ma ai familiari di chi qui dentro ci vive da quasi 25 anni e che un giorno così importante come può esserlo un titolo di dottore in filosofia avrebbe compiaciuto i familiari, avrebbero pensato che forse, per la prima volta nella vita, qualcosa di buono l’ha fatta chi ha distrutto la propria famiglia a causa dei errori. Ma no, nemmeno questo è stato possibile.

Il pensiero adesso si è sintonizzato su ciò che vorrò fare, ma non so cosa. Continuare coni la filosofia all’università degli studi di Milano mi è pressoché impossibile per svariati motivi, anzi per un solo motivo. Forse potrei entrare a far parte degli iscritti all’università di Bicocca che a quanto pare non fa pagare le tasse ai detenuti, ma non c’è filosofia tra le sue offerte,
significa che dovrei passare in un altro indirizzo, magari in psicologia. Ma che faccio, mi metto a collezionare lauree? Mi conviene aspettare che anche la Statale di Milano entri fa far parte dello stesso programma della Bicocca, cioè non far pagare le tasse ai detenuti, e continuare con la Magistrale in filosofia. A settembre? Forse; ci spero!

Alfredo Sole

Il retrogusto amaro del Natale… di Alfredo Sole

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Pubblico oggi parte di una lettera che Alfredo Sole mi ha scritto dopo Natale.

Una lettera emblematica delle particolari sensazioni che si vivono in carcere, dove anche i momenti più “positivi”, come la “socialità” nel periodo natalizio, o le maggiori ore per potere stare in sezione o comunque, non chiusi in cella… se da una parte permettono momenti di leggerezza, dall’altro, possono ricordare ancora di più la “mancanza”.

Colpisce quando Alfredo scrive che i bei momenti di socialità natalizia, hanno sempre quel fondo amaro, che provi soprattutto quando ti ritrovi, la sera, da solo in cella, e pensi che quei momenti avresti dovuto, avresti voluto, passarli in famiglia.

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14-01-2014

Caro Alfredo,

sì questi giorni natalizi sono stati vissuti con uno spirito diverso dalle altre volte. Avere le celle aperte dalle 16:00 alle 19:00 cambia un po’ il modo di percepire queste feste, beh, un po’ tutta la carcerazione e non solo le feste.

Vedi, caro Alfredo, per quanto si tenti di vivere un momento di normalità, non puoi scrollarti di dosso nemmeno per un solo momento il fatto della carcerazione. Anzi, questi  momenti di apparente normalità, come avere la cella piena di compagni seduti a tavola (eravamo, il giorno di Natale, in 4, ma poi, visto che la cella era aperta sono venuti altri per il dolce…). Ti fanno pagare lo scotto quando poi la sera te ne stai da solo sul letto a pensare. Riprendi quelle poche ore di “normalità” e capisci ancora di più quello che hai perso nella vita. Pensi che così dovrebbero essere le feste, ma con la tua famiglia e non in un cella insieme a compagni che, come te, hanno perso tutto nella vita. 

No, caro Alfredo, odio di più queste feste appunto perché per un po’ mi sono sentito normale e questo fa male. 

Se “dimentichi” anche per poco dove ti trovi, rischi di istituzionalizzarti e diventare cosa tra le cose (direbbe Foucault) e, nonostante abbia trascorso l’esatta metà della mia vita (23 anni) in carcere, non ho nessuna intenzione di abituarmi a questa vita. Nemmeno per un solo istante ho intenzione di dimenticarmi dove mi trovo.

Adesso mi prenderò una lunga pausa da questo nuovo tipo di carcerazione (essere più “liberi” in sezione) che potrebbe rischiare di annichilirmi. Ho chiesto di scontare l’isolamento diurno, due anni di isolamento, causa cumulo di pene ma che ancora non avevano intenzione di farmelo scontare e che, se solo volessi, potrei tentare di farmeli condonare, ma non voglio. Voglio ritrovare la tranquillità per continuare gli studi e l’unico modo è quello di “isolarmi”. Rimarrò in sezione, ma mentre gli altri staranno con la cella aperta, io starò chiuso nella mia.

(…)

Il dovere di essere umani… una lettera di Alfredo Sole

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La nostra Maria Chiara ci ha trascritto un pezzo che le è giunto da Alfredo Sole, un amico storico del blog, detenuto ad Opera.

Una lettera dove si sente lo spirito “filosofico” di Alfredo e la sua indignazione morale.

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Brasile: “con progetto sperimentale quattro giorni di pena in meno per ogni libro letto”.

Norvegia: “altro che sovraffollamento, le prigioni sono di lusso”. Ma questo già lo sapevamo. Oltre la pena massima a 21 anni, questi norvegesi hanno la pessima abitudine di trattare i loro detenuti come se fossero degli esseri umani e, non soddisfatti di questa loro umanità, cosa vanno ad inventarsi? Un carcere sull’isola di Bastoy dove i detenuti vivono in piccole casette indipendenti e con tutti i confort. È lecito dedurre che in un posto del genere ci siano solo detenuti con poca pena da scontare e che i criminali veri e propri stiano in prigioni all’italiana. Mi dispiace deludervi, ma non è così (questo modo di trattare i detenuti, con pericolosità e grado, è solo italiano) in quel carcere sull’isola non c’è distinzione tra criminali, ci sono anche quelli che da noi sarebbero ergastolani ma, che lì, hanno una pena massima a 21 anni.

Questi “privilegiati” lavorano dalla mattina al primo pomeriggio a 10 auro al giorno e, nel tempo libero, lunghe passeggiate immerse nella natura, e perché no? Stare sulla scogliera e pescare, magari con la speranza di mettere un pesce in padella per la cena.

 

ITALIA: si, Italia! Allora.. in Italia.. ehm… ah si ecco! Italia: Sassari, detenuto muore di cancro al pancreas, aveva chiesto di poter andare a morire tra le braccia dei propri cari. Non gli è stato concesso, doveva scontare una pena a dodici anni, ne aveva scontate solo sette. Potevano concedere a questo cittadino belga (JACQUES DE DEKER) di morire circondato dall’affetto familiare? Certo che no! Dove andrebbe a finire la severità della giustizia italiana se si permettesse ai moribondi di non schiattare in una squallida cella?

ITALIA: Firenze (carcere di Sollicciano) detenuti costretti a saltare il pasto per mancanza di cibo. Il garante dei detenuti: necessita ispezione dell’ASL. In cucina presenze  di piattole, manca l’acqua calda, attrezzature per cucinare e per l’igiene ecc.

Queste non sono eccezioni, è la realtà delle carceri italiane. Ma passiamo al fiore all’occhiello di quello che è il vanto della civiltà carceraria del nostro Paese. Inutile citare la tabella per intero dal 2000 al 2013, do solo i numeri: suicidi 781, morti per malattie e cause ancora da accertare 2.180 (i 781 suicidi vanno inseriti nel 2.180).

Potrei elencare all’infinito i pregi del nostro Paese ma rischierei di elogiarlo troppo..

Qual è la sostanziale differenza tra la civiltà norvegese e quella italiana? Sto cercando di capirlo ma non è di facile soluzione. Sicuramente questa società così umana non proviene da un altro pianeta. Hanno una storia e la conosciamo, o abbiamo la possibilità di conoscerla. Differenze visibili, a quanto pare, non ne hanno: due braccia, due gambe, una testa, insomma, assomigliano in tutto e per tutto a noi. Almeno nell’aspetto. Differenza di cultura? Forse di intelletto? Può darsi, su questo ci sarebbe molto da celiare, ma si arriverebbe ad una conclusione soddisfacente?  Si arriverebbe alla comprensione del perché di questa loro  “grande umanità” nel punire i criminali, nel trattarli, nonostante tutto e tutti, da esseri umani? Un uomo o donna in gabbia continua a rimanere un essere umano. Chissà, da noi magari il problema sta proprio in questo: in un sillogismo. Vediamo se è corretto: se nelle gabbie si rinchiudono gli animali  e i detenuti sono chiusi in gabbie, allora i detenuti non sono degli esseri umani. Nutro dubbi che questo “sillogismo” sia costruito a perfezione, ma dovrebbe dare il senso di ciò che è il detenuto per la giustizia italiana, di conseguenza viene normale criticare chi, invece, tratta i propri detenuti con dignità e con umanità.

A volte dimentico della nostra italianeità,  discendenti di una cultura che non ha eguali; poeti, filosofi e una volta, santi e navigatori. Questo ci porta ad indagare sul senso della vita  così come sull’essenza dell’essere umano. Quando sentiamo che qualcuno viene trattato con UMANITA’ , noi non cogliamo il significato di questa UMANITA’.. così com’è in uso nel senso comune, no; noi ci stupiamo dell’ignoranza altrui perché, in fondo,  visto la nostra grande cultura riflessiva su tutto siamo consapevoli che il senso di umanità è solo qualcosa di non corporeo, di astratto, che non ha nulla a che vedere con l’uomo in senso stretto. È un’astrazione, è come se un pittore ritraendo un cavallo lo dipingesse di verde. Sappiamo che non esistono cavalli verdi, tuttavia diremmo che quel pittore ha ritratto l’essenza del cavallo, la sua cavallinità. In questo senso, uomo e umanità non hanno molto in comune. Così come non si può cavalcare la cavallinità ma bensì solo il cavallo, non si può fare affidamento sull’umanità dell’essere umano, ma sull’uomo. Certo, adesso dovremmo, con una lunga discussione, cercare di comprendere cos’è l’uomo, ma non è questo il luogo. E allora cosa significa questo? Significa che non è con la demagogia sull’avere o no umanità verso i detenuti, verso le fasce più deboli, verso coloro che vengono discriminati che si risolvono i problemi; ma con il diritto e il dovere. Il diritto di continuare ad essere umano da una parte e, dall’altra, il dovere di trattare l’altro da essere umano. È quello che fa l’italia con i suoi detenuti? Nessuno pretende che questo Paese dall’oggi al domani  entri in una coscienza sociale al pari dei norvegesi e si convinca che l’uomo non essendo immortale privandolo per più di 21 anni di libertà per il crimine commesso, sarebbe un crimine peggiore del crimine commesso. No, non si pretende questo. Ma che l’italia si convinca che l’ergastolo non ha natura di esistere in un paese civile; che privare della libertà un essere umano per trenta anni siano più che sufficienti, qualunque reato abbia commesso; chi è ormai reso inoffensivo a causa di questi lunghi decenni e a causa delle pessime condizioni dove è stato costretto a scontarli; che entri finalmente nella consapevolezza che il fine pena mai non redime, ma uccide prima lo spirito e poi il corpo, questo si che deve essere preteso!

Ma qualcuno direbbe: – tu, detenuto, come ti permetti di pretendere qualcosa? Se qualcosa dovrà esserti concesso, lo sarà per pietà o per la nostra “umanità”. Tu non hai diritti e solo chi ha diritti può avere pretese. –

Non avrebbe tutti i torti chi la penserebbe in questo modo finchè non ci scrolliamo di dosso la convinzione che il bene vada fatto per pietà o umanità, ma che vada fatto solo ed esclusivamente perché è giusto farlo, perché ricambiare il male con altro male aumenta solo l’odio e infierisce sull’anima, nega profondamente l’uomo immergendolo in un mare d’angoscia dove altro non può fare che annegare.

 

25/10/2013

Opera, Afredo Sole.

La legge violata da chi dovrebbe rispettarla… un testo di Alfredo Sole

canIl nostro Alfredo Sole -detenuto ad Opera- ci ha inviato questo testo (già apparso sulla rivista “Una Città” di novembre, nell’ambito della rubrica “lettere ostative”), su quella che è ormai una.. violazione della legge.. che l’amministrazione penitenziaria sta portando avanti in tutta Italia. Ovvero la prassi  di mettere due ergastolani in una stessa cella, in violazione dell’art. 22 del codice penale.

La prospettiva di rischiare di passare quanto resta della propria vita in carcere, è già una prospettiva tremenda. Almeno uno spazio di “intangibilità”, un piccolo recinto di solitudine, di “libertà” deve esserci. E questo fa comprendere quanto non solo è illegale la pratica di mettere due ergastolani nella stessa cella, ma è anche immorale. 

Prima di lasciarvi alla lettera di Alfredo Sole, cito un passaggio..

“Per detenuti abituati a stare da soli in cella da non meno di 20 anni quello spazio, seppure angustio e spesso umiliante, è diventato l’unico mondo vivibile e irrinunciabile. Sarebbe non solo un oltraggio alla dignità del detenuto, ma da criminali violare una legge per convenienza, incuranti del male che verrebbe inflitto”.

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Una legge va sempre rispettata oppure si rispetta solo quando fa comodo?

Quando a Socrate proposero la fuga dopo avere già corrotto il carceriere, lui scelse di non scampare e bevve la cicuta. Perché lo fece? Aveva la possibilità di rimediare all’errore degli esseri umani che lo condannarono a morte attraverso la giustizia e le sue leggi. Ma non lo fece, preferì morire. Subito dopo la sua esecuzione i Greci si resero conto di avere commesso il più grave errore della storia umana. Se Socrate fosse fuggito, i Greci avrebbero capito lo stesso che era stato un errore condannarlo? Forse sì, oppure no, possiamo dirlo con certezza.

Socrate scelse di morire, non per far sentire in colpa le sue genti, ma per non andare contro quelle leggi che tanto amava. Fuggendo avrebbe messo in discussione quelle stesse leggi che un popolo si dà e che per questo, anche se a volte sono scomode, vanno rispettate, e non soltanto quando fanno comodo. Le leggi stesse potrebbero presentarsi davanti a lui e rimproverarlo di ribellarsi a un’autorità dello Stato, accettata del resto nel corso della sua vita. Non è il caso di riportare qui il bellissimo dialogo tra Socrate e Critone, il discepolo che gli propone la fuga, anche se sarebbe molto costruttivo. Il succo di questo lungo e straordinario dialogo fra il maestro e il suo discepolo è che comunque una legge va rispettata sempre. Non farlo, lo stesso concetto di legge, di giustizia, di civiltà perderebbe di senso.

L’articolo 22 del codice penale italiano è una norma di legge che regola il modo in cui un ergastolano deve rispettare la sua pena. Quando i magistrati di sorveglianza sono chiamati a fare rispettare tale legge, scrivono: “L’art. 22 c.p. è una norma di legge tassativa che non prevede forme di deroga da parte dell’amministrazione penitenziaria”. Quella “norma di legge tassativa” ha un significato abbastanza chiaro. Non c’è pericolo di fraintenderla o addirittura di non comprenderla, a meno di essere cerebrolesi. Ma, ogni volta che in carceri diverse sorge lo stesso problema, l’amministrazione penitenziaria fa di tutto per eludere una precisa legge. Qui, nel carcere di Milano Opera, fino ad oggi, almeno per quella fascia di detenuti considerati pericolosi, l’articolo 22 del codice penale è stato rispettato. Fino a quando qualche benpensante non ha deciso che, tutto sommato, basterà ammassare i detenuti dell’AS1 in un’unica sezione, ed ecco che per magia, come un prestigiatore che tira fuori un coniglio dal cilindro, ricava 50 posti letto, non curante che per questo gioco di prestigio dovrà infrangere una norma tassativa.

Nelle prossime settimane tutto il nostro padiglione dovrà spostarsi in un altro padiglione, e quelli che sono lì, i cosiddetti “comuni”, passeranno nel nostro. In questo passaggi l’amministrazione penitenziaria, che sia quella locale o nazionale, vorrebbe guadagnarci 50 posti in più, accatastando gli ergastolani tutti in un’unica sezione, messi di conseguenza in due per cella, violando l’art. 22, appunto, che obbliga all’isolamento notturno. In più, in due in una cella passata per una sola persona, dove lo spazio non è certo uno dei pregi… Tanto per fare un esempio, il bagno è così piccolo che per piegarti in avanti e lavarti il viso sul lavandino devi aprire la porta alle tue spalle, altrimenti non puoi piegarti. Questo è il quadro. Avete presente i box delle scuderie? Dove si vedono tutte quelle teste di cavalli messi in fila che escono fuori dalla porta… Beh, quella di certo è una bella vista.. la differenza è che a loro dai box escono fuori le teste, mentre se si passa di mattino nei corridoi delle sezioni, mentre tutti si stanno lavando la faccia nel lavandino, si vede che a noi fuori dalla porta del bagno-box escono i culi. Queste celle sono già abbastanza umilianti per una sola persona, pensate come potrebbero essere se abitate da due. Messa un’altra branda rimarrebbe dalla finestra alla porta del bagno un corridoio non più largo di 60 centimetri, e uno “spiazzo” di due metri per un metro davanti al cancello. Due persone non potranno stare contemporaneamente all’impiedi.

Per detenuti abituati a stare da soli in cella da non meno di 20 anni quello spazio, seppure angustio e spesso umiliante, è diventato l’unico mondo vivibile e irrinunciabile. Sarebbe non solo un oltraggio alla dignità del detenuto, ma da criminali violare una legge per convenienza, incuranti del male che verrebbe inflitto.

Gli esseri umani hanno uno “spazio vitale” personale, intimo, che non può essere  violato se non con il proprio consenso. Pensate all’abbraccio fra due persone, ciascuno viola lo spazio dell’altro (lo spazio vitale), ma con reciproco consenso. A volte questo spazio viene violato con tacito consenso, come quando ad esempio si sale su un pullman affollato, ma è tolleranza che si sa destinata a durare poco. Ma se quello stesso spazio vitale venisse violato… non so, mentre siete fermi ad aspettare lo stesso pullman, verrebbe percepito come aggressione alla persona.

Ancora un motivo del perché non si debba violare una norma di legge tassativa. La detenzione non è una vacanza, è la soppressione sistematica dell’individuo in quanto uomo, l’allontanamento da una società democratica per un regime più o meno totalitario. Spesso si è costretti a sottostare a regolamenti che non lasciano spazio a una logica che li possa giustificare. Di conseguenza il detenuto è costretto a subire il carcere e non “viverlo” in conformità con quelle stesse leggi che regolano la carcerazione.

E’ già difficile vivere in queste condizioni per quei detenuti che tutto sommato hanno un fine pena e possono concentrare tutta la loro forza di sopravvivenza nell’attesa che la pena giunga a termine. Un ergastolano non ha una scadenza pena, non ha un punto fermo nel tempo e nello spazio da cui trarre forza per sopravvivere. E’ costretto a cercarsi un mondo fittizio, tutto suo e lo fa all’ombra della sua solitudine.

Nel momento in cui questo mondo viene violato con la forza introducendo un altro detenuto nel suo spazio vitale, crolla quel mondo che, seppur fittizio, fatto di illusioni, di false speranze, con l’unica realtà di una privacy inviolabile, e unica fonte di forza per sopravvivere ad una pena che non ha fine.

Più di venti anni di solitudine non possono essere cancellati con un colpo da prestigiatori.

Se oggi non siamo disposti a spartire quel poco spazio in cui viviamo, non è per un “capriccio” dell’ergastolano. Il nostro isolamento è stato imposto dalle leggi italiane. In 20, 25, 30 anni di carcere siamo sempre stati giudicati così pericolosi da non poter condividere con un altro essere umano, ma solo con i propri fantasmi. Credetemi, io e i miei fantasmi siamo già troppi. Una cella davvero affollata.

Non c’è e non debbono esserci convenienze, una legge, in quanto tale, va sempre rispettata. Se accettassi di scontare la mia pena all’ergastolo in una cella doppia, sarei complice di chi viola l’art. 22 cp. E io non ho intenzione di violare una legge che per 23 anni ha fatto comodo a chi me l’ha imposta e che adesso, sempre per comodità, vorrebbe violarla.

Alfredo Sole

Carcere di Opera

Ottobre 2013

Illusione… brani di Francesco Di Dio

Illusion

Ecco altri brani poetici di Francesco Di Dio, detenuto ad Opera… dove sta anche il nostro Alfredo Sole che ce lo ha fatto conoscere nel corso di quest’anno.

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UN BACIO ALLA LUNA

Un animo dannato

per illudersi s’è inventato

con la coscienza di chi nella poesia di una notte stellata,

volgendo lo sguardo alla luna, socchiuse gli occhi e volle

credere di averla baciata.

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LA FELICITA’

Nel prato della vita la felicità è il fioreMi più bello e più raro

Ti auguro che per ogni giorno che verrà, quel fiore sbocci rigoglioso tra le tue mani.

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ILLUSIONE

Beato come e più di un Dio mi figuro che sia

chi s’allieta l’animo ascoltando te ridere con gioia

Nel mio petto non rimane nemmeno un po’ di fiato per gridare

Mi sorprendo inerme e ferito a combattere con l’animo roso tra gelosia e invidia che mi

soffocano il cuore.

E mentre il tuo nome come tenero germoglio tra le mie labbra con forza sta per affiorare

lo stringo in un rabbioso bacio prima ancora che la bocca lo possa partorire.

Mesto mesto, torno ora al mio statico destino e, come ubriaco di buon vino, dal chiuso di

queste mura inizio a ridere di cuore.

Cancellando dalla lavagna della mente l’illusione di poterti gridare il mio disperato

amore.

Comodo il carcere… di Francesco Di Dio

Baloons

Francesco Di Dio è un nuovo amico che ci ha fatto conoscere qualche mese fa il nostro Alfredo Sole, detenuto, come Francesco, nel carcere di Opera.

Di Francesco abbiamo già pubblicato alcuni brani in stile poetico.

Ma oggi pubblico un testo che considero un gioiello, con passaggi splendidi come questo:

“Eh, comodo il carcere, ma solo per chi non ha debiti d’amore da saldare; solo per chi si trascina in questi  luoghi ormai vinto  e rassegnato; solo per chi si è lasciato spogliare dei suoi diritti e rifiuta di rivestirsi dei propri doveri; solo per chi ha ormai perso per sempre la speranza della libertà che restituisce ad ogni uomo in catena il bene supremo della dignità.”

Il carcere ti fa acquisire sempre maggiori debiti, dice Francesco in vari passaggi, tutti i debiti per l’amore non dato verso i tuoi cari… e quindi, altro che dormire o scoraggiarsi, preparati invece, per tutto l’amore che devi dare.

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Eh, comodo il carcere: quando entri ti spoglia di tanti diritti, ma anche dei numerosi doveri, delle preoccupazioni, delle responsabilità… “tanto sono detenuto, che posso fare? cosa possono aspettarsi gli altri da me? Cosa posso mai offrire a loro, che sono liberi e possono fare ciò che vogliono?”.

Ti dici così cercando rifugio nella tua gabbia arrugginita per non subire il dolore dell’impotenza e piano a piano, quasi senza accorgertene, ti isoli da quel mondo al quale senti di non appartenere più…. Poi viene il giorno n cui quei portoni si aprono per sputarti fuori, in faccia alla società.

Non ci saranno più quelle sbarre che ti hanno offerto un alibi per sottrarti dalle tue responsabilità, dai tuoi doveri e da quella vita che ora è lì implacabile ad aspettarsi. Allora ti assale la paura: le giustificazioni sono finite, non puoi stare a piangerti addosso aspettando che siano gli altri a decidere e a provvedere per te. Tu non te ne eri accorto, ma mentre stavi in galera contraevi debiti su debiti. Ora sono tutti lì i tuoi creditori, in attesa di riscuotere ciò che gli è dovuto.

Quanto affetto, quante carezze, quanti momenti di vita deve dispensare un detenuto a figli, genitori, mogli, compagne e persone care per recuperare? Ma si può davvero recuperare? Si possono recuperare le feste di compleanno dei propri figli? La loro prima volta in bici da soli, il primo giorno di scuola, la prima comunione, la prima cotta e tutte le volte che avevano paura e ti avrebbero voluto accanto per essere rassicurati… come potrai mai recuperare?

Come potrai recuperare le gioie che non hai potuto dare loro e riparli dei tanti dispiaceri e di tutte quelle lacrime spese di nascosto e in silenzio per te?

Ti sorprendi spesso a pensare e ti rannicchi triste, all’ombra dei tuoi stessi pensieri.

Dopo tanti anni di carcere, la paura di tornare libero e di non sentirti più adeguato a quel mondo ormai cambiato per sempre è troppo forte. E’ vero, la paura è tanta, ma è molto più forte la voglia di riappropriarsi della propria vita, di tornare ai propri cari e farsi carico di tutti i doveri e di tutte le responsabilità che l’amore per la propria famiglia comporta, di gioire del sorriso dei propri cari. 

Finalmente illuminato da un raggio di sole come da ormai nelle buie sale dei colloqui non hai potuto vedere. 

Ascoltare le parole libere come una musica a volume alto e  non come il brusio sommesso, a bassa voce, del parlatoio del carcere.

Eh, comodo il carcere, ma solo per chi non ha debiti d’amore da saldare; solo per chi si trascina in questi  luoghi ormai vinto  e rassegnato; solo per chi si è lasciato spogliare dei suoi diritti e rifiuta di rivestirsi dei propri doveri; solo per chi ha ormai perso per sempre la speranza della libertà che restituisce ad ogni uomo in catena il bene supremo della dignità.

Verrà il giorno… di Francesco Di Dio

coraggios2

Francesco Di Dio è un nuovo amico che ci ha fatto conoscere il nostro Alfredo Sole, detenuto -come Francesco- ad Opera.

La poesie di Francesco sono molto particolari.

Quello che pubblico oggi.. oserei definirla.. sontuosa… con la preziosa presenza di citazioni latine.

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VERRA’ IL GIORNO

Verrà il giorno in cui tu crederai di amare qualcuno più di quanto ami me, però sarai rosa dall’eterno dubbio che quel qualcuno possa mai amarti così come io oggi amo te.

Alium silere quo voles, primus sile (Seneca)

Quello che vuoi che l’altro non dica, non dirlo tu per primo

Audacter calumniare, semper aliquid haeret (Plutarco)

Calunnia senza timore, qualcosa rimane sempre.

(L’origine di questa massima è tratta da un brano di Plutarco nel quale Medio, adulatore di Alessandro Magno, raccomandava di attaccare e mordere senza paura con calunnia perché anche se la vittima fosse riuscita a sanare la ferita, sarebbe comunque rimasta la cicatrice).

Gaudeamus igitur, iuvenus dum sumus

Godiamo dunque finché siamo giovani.

Non minus interdum oratorium esse tacere quam dicere (Plinio il giovane)

Il tacere, talvolta non è meno eloquente del dire.

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