Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera di Giovanni Zito

surrealtà

Questa lettera del nostro Giovanni Zito ci giunge tramite Maria Tavino, che ringraziamo, sia per questa lettera -che ha provveduto anche a trascrivere, che per il contributo già dato in varie occasioni.

Giovanni è uno degli amici storici del Blog. Una caterva di suoi testi si possono trovare in archivio.

Sempre in bilico tra malinconia e indignazione, tra durezza e sogno, tra dolore e ironia. A volte “accende” un suo modo di scrivere che lo rendono parte dello stesso libro che ogni giorno, quel libro le cui pagine sono sparpagliate in tutte le stanze segrete, in tutti i porti sconosciuti.

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Eccomi amici del blog

Oggi leggo le selezioni di soluzione di voci che suonano come parole dentro il nostro sito di ergastolani. Si scrive di verità, quel getto di smarrimento, trovando e ritrovando l’attesa che si attende.
Da molto non scrivo sul blog.
Da oggi lo faccio, riprendo la mia lucidità per dirvi che sono sempre in ascolto pur essendo distratto. Ho il potere del non sapere, cioè non mi faccio sapio. Cosa dico non lo so neanche io, ma sono qui, costante, tenace, pur essendo escluso dal regime di vita ordinaria, sono sempre più convinto che la vita che vivo comincia sempre nel dialogo dove forma questa ammirabile relazione di spiegare ciò che manca, come su un diario di classe, posso diventare un alunno di questa pagina che segna di me, ma non mia, di voi ,posso continuare cercando di fare centro prendersi cura è riflettere dando il proprio tempo, farsi passaggio, essere tra l’ora e il non più, nella profondità del giorno, rimanere nel vicolo scuro come simboli, prosciugato dal tempo per non dimenticare. Se qualche volta faccio sosta e divento un intervallo tra ciò che sento e quello che dico è perché devo accordare cuore anima e corpo ,unire, legare, avere, tenere, il mondo delle idee.
Il carcere della vita, che come fine porta sofferenze, la pena che dura persiste più del respiro trattenuto e inviato, quindi vi scrivo per un altro passo.
Pormi al di là, aprirmi un varco e fuggire.
Do la mia voce in questo gesto mimetico, così ,vi dico, lo scrivere di me lascia la traccia al passaggio di ritorno , il gioco della somiglianza diventa anonimo nelle mie battute.
Vado alla conclusione di questo post non sono bravo con le parole rimango il solito dilettate sulla misura della qualità, spero sempre che nel m io piccolo posso farvi e farmi compagnia distraendomi quando voi amici leggerete la linea di confine, superando il confine ,sappiate che c’è voce ad attendere le vostre risposte.
Adesso posso riprendere il solito cammino, non ho più da dirvi, domani sapete che sarò di nuovo qui, ai margini, dove gli emarginati si fanno strada, luce, l’uno con l’altro, scrivendo parole che fanno risonanza.
Quando l’anima diventa voce di città, dove la penna di una certa levatura scrive che l’ergastolo è la follia della democrazia , pensate cosa possa sentire l’uomo con una tale condanna e forza, dentro di sé.
Adesso sono soddisfatto di chiudere così il mio pezzo. Ci vediamo al bar.

Ciao

Giovanni Zito

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Aiutatemi… di Paola Valentino

urlo

Fu nell’ottobre del 201o che pubbllicammo per la prima volta una lettera di Paola Valentino, era un messaggio per suo marito Giuseppe Martena -attualmente detenuto nel carcere di Lecce. (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/12/auguri-di-buon-compleanno-giuseppe-martena-da-parte-di-tua-moglie/).

Poi vennero le sue lettere piene di dolore, i suoi appelli per la situazione del marito e di concerto della famiglia (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/02/26/ho-bisogno-dellaiuto-di-voi-tutti/).

Poi fu lo stesso Giuseppe a lanciare il suo urlo, raccontando la sua vicenda e le prove per la famiglia. dovute soprattutto all’estrema difficoltà di poterci incontrare, dato che le distanze hanno reso sempre difficili i colloqui, specie quando lui era detenuto  a Bologna (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/03/16/lurlo-di-giuseppe-martena/).

E poi ci furono altre lettere della moglie (vai ai link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/11/lettera-appello-sul-caso-giuseppe-martena-alla-luce-degli-ultimi-eventi/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/11/27/8032/).

Paola Valentino, noi l’abbiamo sempre avuta a cuore e non l’abbiamo mai lasciata sola.

Adesso Paola ci riscrive.

E ci racconta della situazione di emergenza che grava sul marito.

Il 28 di questo mese a Giuseppe è stato prenotato un delicatissimo intervento chirurgico, senza che la famiglia potesse dire nulla circa il come e il dove. Dal sette di questo mese è chiuso in carcere nella sezione infermeria, e lo stanno curando a botte di antibiotici.

La famiglia ha chiesto la sospensione della pena per dargli la possibilità di essere curato meglio. Ma questa richiesta è stata rigettata.

In precedenza, ci scrive la moglie, aveva usufruito di permessi di necessità, uscendo da solo e rientrando regolarmente. Quindi è una persona che avrebbe dimostrato coi fatti di non volere fuggire, non ci sarebbero quindi pericoli di fuga.

La situazione attuale è comunque drammatica. Come scrive la moglie.

“Io non so più cosa fare, ha perso 10 kg, e’ esasperato, perdita di proteine, cateterizzato, a rischio di gravi infezioni , sotto antidolorifici e antiinfiammatori costanti, rischia un insufficienza renale da un momento all’altro.”

La perizia di parte promossa dalla famiglia parla di “incompatibilità col regime carcerario”.

Lo stesso dirigente sanitario dell’istituto – ci scrive Paola- e’ preoccupato ed ha mandato una relazione al Magistrato di Sorveglianza, dove si toglierebbe da ogni responsabilità nel caso dovesse succedere qualcosa di grave.

Tutte queste vicende traggono un profilo molto preoccupante della vicenda.

La preoccupazione del Dirigente sanitario del carcere di Lecce fa immaginare un concreto pericolo di vita?

Come viene concretamente curato, in questo momento, Paolo Martena? C’è una concreta strategia di cura o lo stanno solo imbottendo di antibiotici ed altro?

C’è la consapevolezza reale del suo stato o si rischiano di porre in essere trattamenti terapeutici dall’esito devastante?

L’attuale situazione non dovrebbe richiedere l’immediata scarcerazione, in modo che Giuseppe possa curarsi in modo più adeguato?

E.. una famiglia.. una moglie.. non dovrebbero essere coinvolti.. o devono sentirsi spettatori quasi impotenti dinanzi al dolore, alla malattia, alla sofferenza di chi amano?

Vogliamo risposte.

Qui si parla della vita di esseri umano.

Vogliamo risposte e vogliamo che questo detenuto riceva le cure più opportune.

Cercheremo di adoperarci perché questa vicenda venga segnalata a tutti i livelli. Parleremo anche con soggetti che potrebbero tentare di intervenire in qualche modo. A prescindere, più sotto troverete anche il numero di Paola se qualcuno volesse confrontarsi con lei o darle consigli.

Nel frattempo esprimiamo tutta la nostra vicinanza a Paola Valentino.

Di seguito la lettera che ci ha inviato Paola Valentino.

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Non e’ la prima volta che mi rivolgo a voi,sono la moglie di Martena Giuseppe detenuto attualmente e per motivi di salute nel carcere di Lecce .. nel corso del tempo che sta passando, oramai 13 anni di pena scontata la sua salute non fa che peggiorare, e da un anno a questa parte ha seri problemi legati ai reni…il 28 di questo mese gli hanno prenotato un delicatissimo intervento chirurgico senza darci alcuna possibilità di decidere sul come e sul dove…e’ chiuso in carcere nella sezione d’infermeria con un catetere fisso dal 07 di questo mese, ha avuto delle infezioni che stanno curando con gli antibiotici , abbiamo chiesto urgenza alla sorveglianza, una sorveglianza inesistente.

Abbiamo chiesto una sospensione pena per darci la possibilità di essere curato con maggiore libertà e sicurezza e ce l’anno rigettata. La sua posizione legale e’ di 13 anni scontati su una condanna a 21; più  di meta’ pena scontata eppure non ci danno alcuna possibilità. Ha usufruito di permessi di necessita’ concessi dalla sorveglianza di Taranto , e’ uscito da solo ed e’ rientrato di sua spontanea volontà non esiste nemmeno il rischio di fuga..

Io non so più cosa fare, ha perso 10 kg, e’ esasperato, perdita di proteine, cateterizzato, a rischio di gravi infezioni , sotto antidolorifici e antiinfiammatori costanti, rischia un insufficienza renale da un momento all’altro. 

In data di oggi ho fatto fare una perizia medico legale di parte dalla quale risulta un inizio di incompatibilità con il regime carcerario, ma qui i tempi per avere una risposta sono troppo lunghi, si perdono le istanze e ti ignorano e intanto mio marito sta peggiorando , cosa devo fare????

Il mio numero di telefono e’ 3297489652 mi chiamo Paola Valentino…contattatemi quanto prima cosi’ vi mando per fax tutta la documentazione medica . 

Vi informo anche che il dirigente sanitario dell’istituto penitenziario in questione e’ preoccupato ed ha mandato una relazione alla dottoressa Foggetti ( magistrato di sorveglianza ) dove si toglie da ogni responsabilità nel caso dovesse succedere qualcosa di grave. sono disperata vi  prego aiutatemi

Gli Uomini dal Cuore nero del Dicastero della giustizia

Ecco un pezzo del nostro Carmelo Musumeci. Essenziale ed efficace, come sempre.

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L’unica differenza tra i politici e i criminali è che i primi governano e rubano legalmente, i second illegalmente (Carl W. Brown).

Mi piace leggere e scrivere.

Leggo di tutto.

E mi piace scrivere di carcere perché è la materia che conosco di più.

Nei primi anni di degrado e d’illegalità delle nostre carceri puntavo il dito sul Direttore dell’istituto o sul comandante di turno.

Poi ho scoperto che anche loro sono delle vitteimi degli uomini dal Cuore Nero (come chiamiam i funzionari del Dicastro della Giustizia) che gestiscono la vita dei detenuti e di chi lavora nella Patrie galere.

In questi giorni ho letto: Amministrazione Penitenziaria. Franco Ionta, ex Capo dell’amministrazione penitenziaria ha percepito 543.954.42 euro (Fonte La Stampa, venerdì 14 settembre 2012).

Aggiungo io che il signor Franco Ionta ha guadagnato un sacco di soldi per avere ridotto le carceri in luoghi di morte, disperazione, illegalità.

Leggo pure: Undicimila euro all’anno per l’acquisto di giornali e periodici nonostante la quotidiana rassegna stampa realizzata dal Ministero  della Giustizia (Fonte: Adnkronos del 4 settembre 2012).

E come se non bastasse leggo ancora:

Troppi privilegi. Troppe scorte. E’ quanto accade per chi passa anche per pochi mesi per il Ministero della Giustizia dei suoi Dipartimenti. La denuncia dal sindacato autonomo Lisiapp della Polizia penitenziaria per voce del suo segretario aggiunto Luca Frangia. Lo Stato italiano spende troppo per garantire la sicurezza delle personalità, come ex ministri, ex sottosegretari e alti dirigenti della giustizia e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (…). Assistiamo ogni giorno, sottolinea la nota, ad una sfilata di autovettture nuove e fiammanti dai costi esorbitanti per un Paese che si trova in difficoltà economica, come per esempio l’acquisto di vetture speciali BMW serie 3 e 5, Audi serie 6, Land Rover (Fonte: www. politicammentecorretto.come 24 agosto 2012).

E che dire della diaspora che hanno ordinato gli uomini dal Cuore Nero con gli ergastolani ostativi della sezione AS1 di Spoleto, fregandosene delle relazioni familiari e dello sviluppo del trattamento rieducativo che si era realizzato in quel carcere?

Molti di quegli ergastolani erano iscritti all’Istituto d’Arte e all’Università di Perugia ed alcuni sono stati deportati in Sardegna.

Diciamoci la verità, gli uomini dal Cuore nero del Dicastero della Giustizia hann creato un inferno nelle nostre patrie galere.

Ed in questo modo la pena non può assolvere alcuna funzione rieducativa o deterrente, può solo produrre malattia, dolore e morte.

PPer questo motivo gli ergastolani pensno  che i funzionari del Dipartimento Amministrativo Penitenziario siano uomini infelici perchè appunto hanno il cuore nero e spesso anche la coscienza sporca.

Carmelo Musumeci

http://www.carmelomusumeci.come

Padova ottobre 2012

Uomo… di Giovanni Zito

Giovanni Zito -detenuto a Carinola- è uno degli autori storici di questo Blog.

Di lui in archivio troverete una marea di materiale.

In lui l’ironia travolgente si alterna a malinconie sconfinate, e  momenti di surreale andamento, dove i simboli parlano come poesia, tracciando un segno al confine tra parole e dolore, tra lividi e spirali del tempo.

Un po’ come in questo suo pezzo.

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Rotolando verso il fondo, trovo ancora il silenzio nascosto. Lo sento palpitare dentro di me questo rumore assordante..”uomo”.

Sto cercando quel calore fiammante sgargiante che attiri la tua attenzione del giorno appena trascorso dietro un velo di gioia riposto “uomo”.

Poi volano parole senza senso nel tempo di chi cade per non essere più tu.

Basta, si può essere vivi anche così “uomo”.

Santi e chiese non fanno per me, preti e padroni figli della stessa forza. Miracoli scadenti in momenti di illusioni.

Cerco fino in fondi in piedi “uomo”, dietro le mura davanti alle sbarre grida con la penna. Solo così le parole andranno in cerca del sapore, busseranno alla pora del tuo vicino sospetto “uomo”.

Silenziosamente questo muto scritto sarà letto, osservato, spiato.. coraggio del reduce, passaggio del tempo piombato.

Croce presente perenne dal diluvio, costante matricola di zeri “uomo”, che allunga, che stende il minuto di luce del volto sconosciuto del mittente sbagliato.

In piedi accanto al tuo letto la foto di un flash della memoria, lontano pensiero nei miei occhi, nelle mie mani, tra le dita e poi domani.. “uomo”.

Il silenzio logico del mio cammino, un traguardo ostinato e lento, come il sogno irraggiungibile estraneo, come il battito del mio cuore “uomo”.

Un faro si spegne, un uomo si perde.. di Alfredo Sole

“Il faro acceso ad indicargli la strada di casa si è spento. Vito si è perso nel buio di una tempesta marina. Non ha più una rotta da seguire. Non ha più un motivo per vivere.”

Questo brano è tratto dal devastante testo che leggerete.

Un testo tra i più dolorosi mai apparsi in questo Blog.

Il nostro Alfredo Sole -detenuto ad Opera- ci racconta di un suo compagno, ergastolano, a cui improvvisamente muore la moglie.

E sulla sua vita.. cala la notte.

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UN FARO SI SPEGNE

UN UOMO SI PERDE

Sei in carcere, sulle spalle pesa l’ergastolo ostativo. Credi che ormai nulla può più nuocerti. Hai sopportato di tutto: privazioni, umiliazioni, soprusi. Ma nonostante tutto e tutti, riesci sempre a a fartene una ragione e continuare a campare.

Ognuno di noi attinge la sua forza in qualcosa, o per meglio dire, da qualcuno, dalla persona che ami e che insieme a te, in tutti questi anni, ha sofferto per la tua assenza. Sopporti il peso di questo inferno, perché sai che c’è sempre qualcuno là ad aspettarti a braccia aperte. Qualcuno che ti fa coraggio, ti dà sicurezza, ti regala un dolce sorriso e un tenere bacio sulle labbra, ogni volta che l’incontri a colloquio.

Poi, una maledetta sera, tutto crolla, tutto si spegne. Lunedì 18, gioca l’Italia agli europei. Inizia la partita, e io do due colpi sul muro. So che dall’altra parte c’è Vito, lui risponde con altri due colpi come per dire.. “Sì, ci sono”. La partita è iniziata. Non passano neanche 10 minuti, quando viene la guardia. Sento il rumore della cella che si apre, fanno vestire Vito, deve scendere giù in matricola. Capisci subito che c’è qualcosa che non va, ma non sai cosa. Apro il blindato mentre Vito passa. Gli chiedo che succede, mi risponde che deve andare giù, ma non gli hanno detto il motivo. 

In questi casi ti aspetti qualcosa che abbia a che are con la giustizia. Non è certo la prima volta che succedono cose del genere, cioè scendere giù in matricola, anche sul tardi, per notificarti qualche mandato di cattura.

Nel frattempo un altro compagno apre il blindato, poi un altro ancora. Vito risale dopo qualche ora. E’ sconvolto, i suoi occhi luccicano come due lucciole, è tremante. C’è stata una comunicazione proveniente dalla questura di Palermo, ma per avvisarlo che c’è stato un incidente d’auto. La moglie, il suo faro, la sua speranza, la sua forza, il suo amore, è in sala rianimazione. E’ in coma. E’ tutto quello che sa in quel momento. Cerco di fargli coraggio, gli dico che potrebbe essere in coma farmacologico. Ma in realtà non so cosa dire. Passa la notte insonne, lo sento attraverso il muro. Si gira, si rigira, si alza, ma non ha pace. Quella notte sono con lui. Ci separa un muro, ma non riesco a dormire neanche io. Il giorno dopo, mentre aspetta che il Magistrato gli dia il permesso per recarsi all’ospedale a Palermo, riesce a telefonare, dopo vari tentativi. La moglie è grave. Erano in cinque dentro l’auto, quando all’incrocio un’altra auto li prende in pieno. Altri quattro della famiglia, compresi due bambine, se la cavano con poco. Ma lei, la moglie di Vito, ha la peggio. Nell’attesa del permesso passa anche il martedì. Il mercoledì arriva la notizia. Non ce l’ha fatta, è morta. Cala un silenzio glaciale in sezione. Vito non ha più lacrime, i suoi occhi non luccicano più, sono asciutti, si sono spenti. Quale conforto dare? Non c’è nulla che si possa fare. E’ tutto finito.

Oggi è giovedì. Vito è già giù a Palermo, a dare l’ultimo saluto a un corpo senza più vita. A un amore che mai più potrà sorridergli per fargli coraggio, mai più poggerà le sue tenere labbra sulle sue. Dove attingere adesso la forza per continuare questa vita?. Il faro acceso ad indicargli la strada di casa si è spento. Vito si è perso nel buio di una tempesta marina. Non ha più una rotta da seguire. Non ha più un motivo per vivere. Questo lo ha capito sia la dottoressa che la psicologa nelle lunghe ore di colloquio. Hanno visto in lui spezzarsi il filo della speranza e, per questo motivo, lo hanno portato in un’altra sezione, per poterlo guardare a vista. Hanno percepito in lui la sua mancanza di volontà nel volere continuare a vivere. Un momento di sfogo gli ha fatto dire ciò che non doveva dire, “che adesso la sua vita non ha più senso”. Sono momenti di forte dolore, di rabbia per un amore strappato. Abbiamo cercato di impedire che lo portassero già sotto controllo. Anche gli agenti erano d’accordo con noi; del fatto che, in un momento del genere, era peggio allontanarlo da noi. Ma un certificato medico ha la meglio anche sulla ragione umana. Devono ubbidire, e così se lo portarono via. Solo per una notte. Stamattina è tornato, si è preparato la borsa, e nel pomeriggio sarebbe già stato giù, in Sicilia. Tornerà tra una quindicina di giorni. Sarà dura per Vito, ma dovrà riprendersi, non ha scelta. Un ergastolano ostativo è già un morto che cammina. E’ la persona che ti ama che, nonostante sei un morto che cammina, ti da’ la forza di camminare, andare avanti, sperare, sognare e, perché no, illuderti che le cose andranno meglio e tutto tornerà alla normalità.

Non c’è nulla di normale in noi. Abbiamo smesso di esistere. Tutto ciò che vediamo, che tocchiamo, la persona che amiamo, è tutto una illusione. Non c’è più nulla in noi che possa identificarci come umani. Soggetti ormai oggetti che fanno parte dell’arredamento di una cella. Cogito ergo sum. Non poteva dire bestialità più forte di questa Descartes. Non basta pensare per potere esistere. Bisogna esistere per potere pensare. E qual’è la nostra esistenza? La non esistenza! Dunque, io penso, ma non esisto.

Il dolore di Vito è grande, ma è un dolore che adesso, come lui, rimarrà confinato nella condizione di non esistenza. Un dolore che si trasformerà in oggetto della sua cella, perché è lì che rimarrà quel dolore, a fargli compagnia in tutto il suo FINE PENA MAI.

In tutta questa non esistenza, in quanto nulla, non sei solo Vito, ci saremo tutti noi a farti compagnia.

Alfredo

Sui fatti di Brindisi, dal carcere di Spoleto

Riceviamo  e pubblichiamo:

La diversità è una ricchezza… di Domenico D’Andrea

Un testo di Domenico D’andrea, detenuto a Padova, uno dei nuovi amici che quest’anno sono apparsi sul Blog. Domenico si è dedicato allo studio e alla conoscenza con una dedizione disumana, arrivando a “raccogliere” due lauree e due master, cosa credo sia un record europeo. Crede tantissimo nella riconciliazione e nel rapporto umano, e costruisce velieri, magnifici, fatti a mano in ogni loro elemento,e per chi volesse o regalare qualcosa di vera qualità e aiutare anche un detenuto che combatte da anni contro le ristrettezze economiche può ordinargliene uno (per saperne di più sui suoi velieri vai al link.. ).

Domenico scrive anche dannatamente bene, e ve ne accorgerete da un testo come quello che pubblico oggi, scritto in occasione dell’iniziativa “La diversità è una ricchezza”, organizzata dal Comune di Padova.

L’arte, la diversità, i cunicoli di uomini condannati ad un eterno presente, il buio della desolazione, la lotta per il riscatto, arte come  grande madre, i bagliori che dal cuore salgono.

Il testo va da momenti di lucida e tagliente descrizione della deprivazione di certi mondi, come quando Domenico scrive.

“Quindi l’ergastolano, il condannato a morte e l’internato vivono la loro esperienza in un modo non storico poiché il loro tutto si risolve con un “numero” nel loro presente, senza che ne resti una strana frazione del loro vissuto. “

E momenti di irruzione, quando la luce prende la parola, come in questo passaggio..

È un miracolo quando l’istante spezza le catene, eccolo presente, eccolo già sparito. Prima arriva un niente, dopo un altro niente e torna e ritorna come un fantasma turbando la quiete del prossimo istante che viene a negare l’essenza di un esistenza. L’essere umano che non ha la forza di dimenticare il passato, che vede ovunque diversi è un uomo che non crede nemmeno a se stesso.

“La diversità è un a ricchezza. I diversi, condannati al carcere a vita e quelli condannati alla pena di morte, esprimono il loro vissuto, il loro presente, il loro cambiamento attraverso e solo attraverso l’arte. Giuseppe, Pier Vito, Giacomo, Sergio, Mario, Marco, Paolo, Jacopo, Danilo, e tanti altri raccontano se stessi per mezzo dell’arte. Persone invisibili che devono morire in carcere, i diversi,  voglio diventare visibili attraverso le loro opere e attraverso queste si affacciano al mondo civile solo per dirvi che sono ancora vivi e ve lo dicono con l’arte.”

Un testo magnifico, assolutamente da leggere.

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Ci sono tanti modi per essere considerati un diverso e di intendere la diversità ma spesso, quando le diversità incontrano gli estremi dell’impossibile, il diverso diventa invisibile e lo si può trovare solo in un “non luogo”, cioè in un luogo dove nessuno osa mai entrare nemmeno con la fantasia. Ma questo “non luogo” abitato da “diversi” esiste. Qualcuno lo chiama braccio della morte, qualcuno lo chiama ergastolo bianco, altri lo chiamano O.P.G. ma sono luoghi non molto distanti dalle vostre case dove vi sono rinchiuse persone destinate a morire perché lo prevede una legge.

Il carcere a vita non è poi così diverso dalla pena capitale, ed uno stato civile non può e non deve manifestare l’aberrante bisogno di infliggere sofferenza legale per esigenze di controllo sociale.

Generalmente la reazione sociale verso chi ha commesso un determinato tipo di crimine è una reazione sociale violenta forse peggiore del crimine commesso che l’ha scatenata.

Questo breve tema vorrei dedicarlo a tutte le persone “diverse” che a causa di una pena aberrante, prevista da una legge di un paese civile, si vedono costrette a morire in carcere, agli ergastolani innocenti, ai condannati alla pena capitale che hanno ucciso senza mai aver voluto uccidere, agli ergastolani che non hanno saputo o voluto barattare con lo stato il proprio ergastolo con quello di altri. Cioè a tutte quelle persone che da “diversi” stanno morendo fisicamente e lentamente per dare soddisfazione e retribuzione alla società.

Gli oltre 1500 ergastolani, gli oltre 2.000 internati che vegetano negli ancora numerosi ospedali psichiatrici giudiziari italiani e le tantissime persone in attesa di una esecuzione capitale hanno il tuo stesso volto, la tua stessa voce, la tua stessa anima ma non avranno mai più la possibilità di vedere un cielo stellato, l’azzurro del mare e gli uccelli del cielo e ciò che li accomuna è che entrambe sanno di dover morire in carcere ed entrambe non sanno quando dovranno morire. L’amico giorno gli servirà per svuotare il corpo, l’amica notte gli servirà per svuotare l’anima e morirà solo quando sarà depauperato di tutto il suo spirito, di tutti i suoi sentimenti e di tutti i suoi averi, ecco perché gli ergastolani solitamente vengono mandati a morire sempre lontani dalla propria casa, dalla propria famiglia e dai propri affetti.

I diversi di cui vi parlo hanno una percezione del tempo distorta, sono condannati a vivere il tempo che passa in una maniera contorta e dolorosa finalizzata solo all’attesa della propria morte. Determinando una dimensione ansiogena di disorientamento e di continua inadeguatezza, insieme ad una percezione di perdita di controllo sulla quantificazione dei segmenti temporali e delle corrispondenti quantità ed intensità delle energie erogate dal corpo. Scarsità ed abbondanza di tempo risultano perciò in continua tensione tra loro. Per queste persone il tempo è talmente abbondante, data la rigidità deprimente e depauperante del contesto, da risultare annullato da una totale espropriazione, cosi che la tensione tra scarsità ed abbondanza si stempera e si dissolve in una dimensione tanto rigida quanto rarefatta. Il tempo è talmente riempito da una rigidità, routinaria immodificabile, da essere vissuto come tempo assolutamente invasivo e saturo da non lasciare spazio ad alcuna iniziativa del soggetto. Il tempo che vive questo diverso assorbe ogni dialettica e riduce tutte le configurazioni discorsive ad una sola, e il diverso parla sempre e solo di galera dalla mattina alla sera perché, lo svuotamento del tempo, ha svuotato anche tutte le parole e lo svuotamento del tempo corrisponde con lo svuotamento delle idee e dei discorsi possibili accentuando il disorientamento, l’ansia, la deprivazione, l’avvilimento del sé, il senso di impotenza e di perdita della propria vita.

Per l’ergastolano, per il condannato alla pena capitale e per l’internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario la lacerazione percettiva con il tempo esterno appare incommensurabile e irreversibile. La dimensione in cui veniamo proiettati appare collocarci in un “non luogo” assimilabile solo all’inferno dantesco, dove ogni misura appare dissolta e ogni senso del reale definitivamente perduto. Anche questo aspetto temporale rende l’afflittività di queste persone disumana ed abnorme da essere considerata una tortura perenne, centuplicando la perdita di ogni accettabile e ragionevole proporzione tra la pena e il reato commesso.

Una definizione più o meno approssimativa di “tortura” è rappresentata da un tormento psicologico e corporale di varia specie che si infliggeva un tempo ad un accusato o condannato per ottenere una confessione o qualcos’altro che oggi potremmo definire retribuzione.

Il carcere a vita non è  migliore della pena di morte, anzi sotto molti aspetti può considerarsi peggiore poiché una lunga agonia tormentata da una sottile forma di tortura psicofisica anticipa la morte. Tanto è vero che proprio per questo motivo, anche i padri dell’illuminismo, in Francia, aumentarono la pena introducendo la pena di morte nel codice penale del 1791 e fu escluso l’ergastolo poiché giudicato più intollerabile e si previde come sanzione più grave, dopo la morte, la pena di 24 anni.

Il superamento dell’ergastolo e della pena capitale e dell’ internazione negli O.P.G. è anche un atto di civiltà imposto da ragioni di carattere etico-politico. L’ergastolo infatti non è assimilabile ad una pena che potrebbe retribuire la società, ma è una pena qualitativamente diversa, assai più simile alla tortura e alla pena di morte. È una pena capitale anche nel senso della “capitas deminutio” del diritto romano, in quanto è una privazione anche della vita futura e non solo della libertà come dovrebbe essere intesa. È una pena eliminativa che esclude per sempre la persona da ogni forma di società organizzata e umana. È una morte civile che anticipa prima la morte dell’anima e poi la morte del corpo.

Quanto più giovane sarà la persona condannata tanto più lo strazio e il dolore inflitto produrrà i suoi effetti retributivi verso la società. L’ergastolo, la pena capitale e l’internamento in un O.P.G. hanno fame e sete di giovani. Il fatto che non si debba mai più uscire dal carcere, che non si possano fare più cose e gesta normali nel mondo libero, se costituisce evidentemente il punto di forza e insieme il tratto comune per il mantenimento di certe pene, non può costituire di per se sufficiente garanzia di retribuzione e di proporzione della pena rispetto al reato commesso, così come vorrebbe il principio fondante della funzione retributiva della pena. Infatti è evidente come la lunga agonia che precede la morte in carcere sia sostanzialmente tanto più elevata, quanto maggiore è la durata della vita della persona in stato di detenzione. Un giovanissimo che viene condannato alla pena dell’ergastolo retribuisce di più alla società rispetto ad un condannato adulto o anziano che potrebbe retribuire poco perché pochi sono i giorni che gli restano da vivere. È meglio una fine spaventosa inflitta con la pena capitale che uno spavento senza fine inflitto con un ergastolo.

Il carcere a vita e la pena capitale sono esperienze vitali altamente psicotraumatizzanti che possono dar luogo alla slatentizzazione di molteplici forme di patologie mentali e fisiche che spingono la mente del soggetto, spesso, ad ammalarsi di diverse forme di patologie neuropsicologiche e ad impazzire prima con l’eutanasia della mente e dopo con la morte fisica. L’ergastolo può  favorire  la messa in atto di meccanismi psicotici a causa di uno scompenso di un io, già prima fragile, che non riesce a mantenere più il suo precario equilibrio per l’isolamento, per le preoccupazioni legate al fatto che ha commesso, per la paura che l’ambiente può provocare, per la rottura degli abituali legami, per le frustrazioni, per il contatto continuo ed inevitabile con persone insolite e violente, o per altri analoghi fattori psicologici connessi col vivere un esperienza cosi peculiare, quale quella della certezza di dover morire in carcere.

L’abolizione della pena di morte sostituita con la pena dell’ergastolo ha voluto mettere solo a riparo le coscienze del legislatore che non ha più voluto rivestire i panni del boia. “non uccidiamoli più ma lasciamo che si uccidano da soli”. Questo in riferimento a tutta la questione gravissima dei suicidi in carcere.

Innanzi tutto l’essere posti in carcere e vivere nell’ambiente carcerario son già di per sé fattori dotati di alto significato psicotraumatizzante, e pongono chiunque in una condizione vitale particolarmente difficile, dotata di un elevata quantità di stress. Tutti i cinque sensi, di cui un essere umano per natura ne è dotato, non trovano la loro massima espressione. Scattano fattori particolarmente e comprensibilmente disturbanti dovuti dall’isolamento dalla società, dal regime di vita imposto, la lontananza dagli affetti, la paura di perdere tutto ciò che si possiede, l’incertezza della quantità di vita che rimane da vivere e la generale afflittività che questi tipi di pena comportano. Spinta automatica verso il suicidio.

Quindi l’ergastolano, il condannato a morte e l’internato vivono la loro esperienza in un modo non storico poiché il loro tutto si risolve con un “numero” nel loro presente, senza che ne resti una strana frazione del loro vissuto. Siamo persone non più in grado nemmeno di fingere, di non nascondere nulla per apparire in ogni momento “qui ed ora” in un tutto e per tutto come ciò che siamo diventati, quindi non possiamo essere nient’altro che sinceri davanti a ciò che ci aspetta. Mentre l’uomo, l’uomo invece ancora resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato alzando le mani per invocare i migliori diritti per l’umanità, non ascoltando e non guardando però un suo simile che dal patibolo chiede “perché”.

Siamo davvero alle soglie della modernità? La coerenza etica di uno stato di diritto cede spesso di fronte all’utilità materiale dei risultati, non importa a quale prezzo, cioè al prezzo ancora più atroce della vita stessa. L’ergastolo e la pena capitale rappresentano solo uno sfogo necessario ad un incomprimibile ed irrazionale bisogno di vendetta sociale. La pena dell’ergastolo e la pena capitale, in quanto pene che concretizzano una sorta di eliminazione della persona da parte dell’autorità statale, non può che risultare in contrasto con tutti i principi più nobili della nostra costituzione. L’articolo 2 della nostra carta costituzionale riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. L’articolo 27 sancisce il principio della funzione rieducativa della pena … e per rieducazione non si può non intendere risocializzazione e reinserimento con piena reintegrazione dell’individuo

L’eccesso di giustizia è la peggior forma di ingiustizia. L’esilio che confina l’esistenza nel solo ricordo. Ma anche dall’oblio del “non luogo” nascono dei fiori. La rabbia reagisce, emerge la razionalità e anche il volgo e il mondo scientifico cominciano a credere in buona fede che questi diversi, questi invisibili, non siano più un organismo muto e paralitico o privo di lingua o di mani, solo perché la legge gli ha imposto di tacere e di diventare invisibili cadaveri che camminano. Ma siccome che nessuna legge, per quanto sostenuta dalla sua forza, può contro la natura delle cose, così quest’organismo parla, si muove, partorisce arte e idee a dispetto di tutte le leggi. Questo risveglio si genera per le vie meno note, sempre sotterranee e nascoste. L’arte di noi diversi nasce sulle mura del carcere, sugli orci da bere, sui ferri battuti del letto, sui margini dei libri che ci danno con l’idea di moralizzarci, sui fogli di carta si sviluppano disegni. Sulle tele immacolate si dipingono i quadri. Stuzzicadenti, fiammiferi e vecchie forchette diventano arte, scultura, opera.

Ogni opera artistica compiuta da questi diversi è un crimine non commesso.

Storie raccontate, poesie pensate, graffiti sciorinati, ed ecco che l’arte ideata da un diverso, invisibile e condannato a morte, prende forma con le voci di una realtà senza tempo e senza spazio. Sempre pericolosamente affacciati sul baratro di una decadenza fatta di atrofizzazione di ogni elemento creativo e di rinuncia al futuro. Ossia, in ultima istanza, di un fecondo ritorno alla vita stessa identificata con l’agire nell’arte in uno stato di incosciente oblio.

I diversi di cui vi racconto non sanno più cosa sia l’ieri, cosa sia l’oggi e così dall’alba al tramonto, di giorno aspettando la notte e di notte aspettando il giorno che viene, di giorno in giorno, legato brevemente con il suo doloroso piacere di vivere un altro giorno di più, aggrappato allo spinoso istante che giunge e lo travolge. È in quell’istante che questo diverso invisibile esprime se stesso. Sguardo fisso, espressione assente, mille pensieri tormentano il cervello alla ricerca di una via d’uscita, uno sbocco che dia finalmente pace ai deliri di idee che affollano la mente. Quello che si avverte è la presenza di un energia dirompente, pronta ad esplodere, un senso di inquietudine, di angoscia, frustrazione, rabbia. Il bisogno di qualcosa che non si riesce a soddisfare. Un esigenza che diventa quasi incontrollabile e solo la scarica di questa energia può impedire di impazzire.

I sensi si acuiscono e ogni piccola emozione è amplificata al massimo. La percezione del  corpo è ovattata e i confini dello stesso si espandono. Ma ecco che la visione si fa sempre più nitida e il frastuono iniziale si trasforma in quella che potrei definire “un’illuminazione”. Il progetto è chiaro, basta un occhiata alla tela bianca che  si ha di fronte per riconoscere i propri desideri.

Come in uno stato di trance, si muove il pennello sferrando un colpo deciso su quel rettangolo immacolato, violandone la sua purezza, e un altro ancora e ancora e ancora alla ricerca di quella forma perfetta tanto desiderata. Una rapida successione di colpi, quasi volesse penetrare il quadro per scoprirne l’essenza, in modo tale da compiere il viaggio  all’interno di se stessi, alla ricerca della nostra  vera natura. Quando l’opera d’arte di un diverso è compiuta avviene la compensazione.

All’improvviso la carica si affievolisce lasciando spazio alla quiete, alla tranquillità, donando uno stato di piacere misto a soddisfazione e fierezza, quasi una condizione di estasi mentale. Anche solo guardando l’opera, ci sarà  possibile rievocare quello stato di piacere, e non importa se è passato diverso tempo.

La quiete però non dura a lungo. A poco a poco, il ricordo di quei momenti svanisce e il bisogno di sperimentare di nuovo quelle emozioni, e l’esigenza di ricerca interiore, riaffiora inesorabilmente.

Dal milio verde dei bracci della morte, dalle sezioni zeppe di ergastolani che dovranno morire in carcere, dai lettini di contenzione dei manicomi giudiziari arrivano le opere artistiche più belle. Il passaggio di messa in opera dell’artista non è poi cosi diverso dall’atto del crimine che avrebbe  commesso.

Il vedere ciò che fa male all’uomo spesso ci gratifica, ma rispetto all’animale colui che si gratifica si vanta della sua umanità giacché questo soltanto egli vuole e lo vuole però in vano. È un principio biologico che l’individuo sparisca quando le sue imperfezioni gli impediscono di sopportare l’azione naturale dell’ambiente (morte naturale). C’è però differenza tra l’ordine biologico è l’ordine morale. Il primo agisce spontaneamente secondo le regole della natura umana. Mentre nel secondo caso, l’individuo, pur essendo fisicamente idoneo alla vita sociale, viene soppresso per opera ed in forza di una legge dell’uomo, cioè artificialmente.

Cosi non va bene. La legge non può fare in modo che l’esistenza di un essere umano diventi solo un interrotto “essere stato”, contraddicendo e negando se stessa.

È un miracolo quando l’istante spezza le catene, eccolo presente, eccolo già sparito. Prima arriva un niente, dopo un altro niente e torna e ritorna come un fantasma turbando la quiete del prossimo istante che viene a negare l’essenza di un esistenza. L’essere umano che non ha la forza di dimenticare il passato, che vede ovunque diversi è un uomo che non crede nemmeno a se stesso.

La diversità è un a ricchezza. I diversi, condannati al carcere a vita e quelli condannati alla pena di morte, esprimono il loro vissuto, il loro presente, il loro cambiamento attraverso e solo attraverso l’arte. Giuseppe, Pier Vito, Giacomo, Sergio, Mario, Marco, Paolo, Jacopo, Danilo, e tanti altri raccontano se stessi per mezzo dell’arte. Persone invisibili che devono morire in carcere, i diversi,  voglio diventare visibili attraverso le loro opere e attraverso queste si affacciano al mondo civile solo per dirvi che sono ancora vivi e ve lo dicono con l’arte.

Questo piccolo mondo di diversi invisibili non chiede di essere cancellato dall’umanità con un colpo di spugna. Il diverso che ve lo dice con l’arte manipola le sue idee come se fosse uno scultore che deve modellare il materiale che ha scelto per creare l’opera e poi lo dispone in maniera simbolica per rivedere il suo passato. Non è un percorso facile perché riguarda un cambiamento interiore che l’invisibile manifesta con l’arte. Solitamente tutti questi diversi una volta richiusi in carcere, in attesa della morte, scoprono un improvvisa passione per la pittura, per il disegno o per la letteratura poetica.

Giuseppe, Pier Vito, Marco, non dipingono più esseri umani dotati di arti, in una maniera inconscia e convulsiva al posto delle mani dipingono pennelli quasi a volerci dire che quelle mani non serviranno mai più per fare del male ma sono utilizzate e dedicate all’arte.

Ogni opera d’arte compiuta è un crimine non commesso.

Diciamolo con l’arte. Anche i diversi invisibili condannati al carcere a vita chiedono di interrompere questi omicidi legalizzati, che non danno certo un esempio di legalità, spesso lo dicono con l’arte che l’atrocità  per retribuire altre atrocità con le leggi di uno stato democratico non dovrebbero alimentare il fiero esempio specie quando la morte civile inflitta ad un proprio simile viene data con studioso e coscienzioso volere burocratico.

Sogno d’Amore… di Nellino

Francesco Annunziata -detenuto a Catanzaro- , il nostro Nellino ci racconta un suo Sogno, colmo di un tale Amore da tagliare il respiro.

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Ciao a tutti,

oggi vorrei raccontarvi un sogno che ho fatto stanotte, ed ancora non riesco a realizzare se è stato davvero un sogno, oppure senza rendermene conto, visualizzo una realtà inaspettata.

In questi luoghi le visioni oniriche sono molto più frequenti di quanto si possa immaginare, la mia è bellissima… J

Ho sognato una ragazza alta, mora, magra, occhi castano-verdi luccicanti come due brillanti depositati nei fondali più limpidi dell’oceano, labbra color ciliegie che sembravano costringermi a gustare ogni loro dolcezza, testa alta, fiera  e sicura, dita lunghe e sottili, ideali per liberare melodie divine. Si dirige verso di me, con il suo sorriso dolce e rassicurante. Spinto da un’irrefrenabile desiderio di stringerla a me, corro senza riuscire a raggiungerla, senza fiato, così vicini, eppure così lontani. Sembrava che ci fosse un muro invisibile, che c’impediva di raggiungerci. L’avrei  distrutto a pugni, fino a farli sanguinare e non sarebbero bastate lacrime per esprimere il dolore che provavo, la frustrazione che qualcosa di indistruttibile m’impedisse di realizzare ciò che desideravo… era insopportabile.

Riuscivo ad ascoltare le sue parole, anche se pareva provenissero da una voce lontana, disturbata da Eolo, il vento che tante volte era venuto in soccorso di quello che Venere ha consacrato come il Vero Amore… Puro… Sincero… si innalzava ad ostacolarlo. Non è facile sconfiggere voleri che sembrano sovrumani, che si oppongono a quest’amore, che tarda a concretizzarsi.

Fuori dal regno di Morfeo mi sento come un’anima perduta, che cammina in un mondo “ferito” che si disinteressa dell’amore che ormai mi scorre nelle vene. Lontano da quei baci mai avuti e senza i quali non riesco comunque a stare. Vorrei sapere cosa ho fatto per non poter vivere il mio amore ideale.

Mi sento come una foglia al vento che cerca di cadere nelle sue mani, di lei che incarna tutto ciò che ho sempre desiderato in un rapporto di coppia, lei che mi fa sentire importante in ogni momento, aperta al confronto, che sa mettersi in discussione, ha stile, ha classe, è intelligente, è donna al 100%. Libera, indipendente, “tosta”, non scende a compromessi.

A stare lontano da lei… la mia vita si è trasformata in un inferno. Ed è il paradosso per un diavolo tentatore come me, di quelli abituati al calore insopportabile delle fiamme che si sprigionano nel luogo in cui mi trovo, che oggi non riesce ancora a capire come, con un solo sguardo, sia riuscita a farmi diventare suo schiavo.

Uno sguardo penetrato al di là del “muro” per trafiggere un cuore ormai ferito e lacerato da ciò che è passato. Inconsapevolmente ha ridato luce ad una vita, che andava spegnendosi come una candela, consumata dalle intemperie (del tempo) “temporali”.

Un raggio di luce che mancava a questa vita rinchiusa nelle tenebre di una prigione, che non sempre è solo quella fisica.

Spero di sognarla ancora, ancora e ancora. Spero di sognare finalmente un giorno, dove riusciremo a stringerci in quegli abbracci tanto desiderati, che tanto ci mancano, anche se mai avuti, e dirci negli occhi tutto quello che proviamo in questo momento.

Cari amici questo che è un sogno infinito, dimostra come anche ciò che si crede impossibile, possa realizzarsi quando meno te l’aspetti. Basta incontrare la persona giusta. Chi poteva immaginare che in questo posto di m… potesse nascere un sogno d’amore? Chi poteva immaginare che ci si potesse innamorare in un sogno senza essere mai visti. Viaggia su binari così differenti il mondo “di fuori”… Vorrei raccontare a tutto il mondo questo sogno fantastico, perché è fatto d’amore, quello che forse non esiste più  e di cui avremmo tanto bisogno.

Sognare non costa nulla, eppure in troppi  hanno smesso di farlo. Qualcuno  a volte si sconta frontalmente con “la realtà”. Realtà a cui da adulti è inevitabile pensare, ma che a mio avviso in determinate circostanze, dovrebbe essere  abbandonata senza esitazioni, perché la forza di un sentimento vero, non risponde alla razionalità della mente, né della coscienza, ma solo agli impulsi del cuore, che sa essere anche egoista o sembrarlo, ma alla fine, che si vinca o si perda, è sempre e solo l’unico ad avere ragione. Ancorarsi a quella “realtà” moltiplica le angosce provate, aumenta, amplifica, raddoppia lo spessore di quelle “sbarre”  imprigionatrici, anche di quello che di più libero c’è, fin dalla notte dei tempi. Un uomo rinchiuso ha bisogno  di tante cose e di niente. Darwin insegna che “sappiamo adattarci”, di un’unica cosa non si può fare a meno, ed è: l’amore.

Trovarlo, anche se in sogno, mi ha riempito  la vita, ha colmato quel piccolo spazio vuoto rimasto e lasciato libero da coloro che sono sangue del mio sangue.

Quest’angelo apparso nella notte, l’amo. L’amo come mai avrei potuto immaginare di amare ancora.

Forse penserete che sono pazzo ad essermi innamorato di un sogno.. Beh! Chi non diventa pazzo d’amore?.. Ed anche se fosse?.. Almeno questa libertà credo possa essermi concessa no?..

Non faccio del male a nessuno, perché  anche se sogno, il mio è un amore autentico a tutti gli effetti e poi.. chissà che, la mia principessa dei sogni, il mio raggio di luce, in quanto “virtuale”, non viaggi anche essa nell’etere e si accorga che ha fatto centro nel mio cuore e all’improvviso si materializzi, trasformando quel sogno concreto in una splendida realtà.

Una realtà concreta che dal virtualismo della “rete” che tutto rende evanescente, effimero, incerto, insicuro… si trasfiguri nel corpo, assuma le sembianze del mio angelo… quello che mi coccola durante is ogni e mi fa sorridere alla vita durante il giorno… della quale ogni parola, gesto, sguardo sembrano essere perfetti… perfetti per me…

P.S.: questo sogno come d’incanto, qualche giorno dopo che avevo finito di scrivervi, si è “quasi” materializzato. Come potrei tenervi all’oscuro di un simile evento? Un Angelo caduto dal cielo si è materializzato alla mia vista, all’improvviso, mi ha regalato alcune ore di felicità… poi col tramonto e i primi raggi lunari… è svanita… lasciandomi desideroso di Lei.

Sono ridotto malissimo… sembro un fantasma che si aggira in questo castello… tutte le notti sono insonni… mi ha lasciato senza parole, si è fermato il cuore… e ritornare, oggi, nella cruda realtà… fa male… fa male dentro. Tanto quanto l’attesa fu realizzare questo “piccolo sogno” che quasi divora l’anima. Le risate “strozzate” in gola da una lacrima sbarazzina, che ha rigato il viso fino a giungere sulle labbra, mi ha fatto assaporare tutta l’amarezza per una “separazione” imposta da alte mura di cemento e fredde sbarre d’acciaio… che comunque nulla possono innanzi alle ali dell’amore…

Lei è quell’Angelo che Dio ha mandato quaggiù solo per me, sono solo un uomo fortunato, perché basta uno sguardo per farmi capire che è l’unica luce di questa vita. “Se io ti perdessi, perderei la mia felicità”. Sognare l’amore ogni istante lo rende perfino inaspettatamente.. familiare.. naturale, sciolto, quando lo si incontra.

Buonanotte Principessa de mie sogni…

Tuo “Ghost”..

Una bellissima lettera a Carmelo Musumeci

Nessuna lettera inviata dall’esterno è banale.. nessuna lascia indifferenti. Perchè in ognuna di esse si intravedono legami, ci sono emozioni, ricordi, amicizie, commozioni, risate improvvise, barchette di carta e sogni. E quasi mai le commento. Mi limito a pubblicarle, facendole precedere da meno parole possibili.

Ma alcune arrivano a commuovermi profondamente.. a toccare qualcosa nell’anima.

Come questa, scritta da una donna -di cui non dirò il nome- a Carmelo Musumeci.  Autostrade di sofferenza ha attraversato questa donna, e un legame fortissimo parla attraverso questo piccolo pezzo di carta. Una generosità anche che non si è fatta annichilire dall’ombra…

Ci sono prigioni lì fuori. Prigioni ancora più distruttive del carcere, a volte. Ci sono angeli finiti sotto tonnellate di fango. E canzoni che non vogliono morire e che cercano sempre un sentiero.

C’è una dignità di chi conosce il dolore.. una gentilezza semplice che sa ancora spalancare le braccia..

Vi lascio a questa lettera inviata a Carmelo Musumeci.

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Ciao, mi auguro che questa riesco a spedirtela.

Ne ho scritte tante, ma tante, in tutti questi anni, ma non ci riuscivo. Pensavo, non so cosa pensavo, ma poi le tenevo lì. Leggo che non ti sei rassegnato, che sei ancora solare, che sei circondato d’amore, di tua moglie, dei tuoi figli e che sei anche nonnno. E’ meraviglioso.

Ti sei anche fatto una bella cultura, scrivi, sei laureato. Ma io non mi meraviglio. Dentro hai sempre avuto di più di qualsiasi persona. Sei certamente la persona che il cuore più bello. Ti ho visto in un tuo libro. Sogno spesso che sei libero. Ti immagino felice, vicino alle persone che ami.

Ecco, forse non mi sono mai data una ragione di ciò che stavi subendo in tutti questi anni, che eri infelice… ci stavo male!!!

Non esattamente in contemporanea alla tua mancanza di libertà, ma quasi.. sono entrata in un tunnel che si chiamava alcol, psicofarmaci. E in più con un compagno -ricordi il bravo ragazzo?- mi massacrava di botte perchè -diceva lui- mi credevo una malandrina. Perchè chi è stato in carcere una volta, fuori lo è ancora. Ma ora sono anni che il male può farlo ad altri, non a me. Però io ho vissuto l’inferno. Quando prendevo foglio e penna, c’era troppo dolore e non volevo portarlo a te.

Ora che tutto è uscito dalla mia vita, ora che sto cercando di rivedere il sole, dopo venti anni di buio.. ti scrivo, perchè cerco di essere serena.

Vivo sola. Ho tre bellissimi gatti che adoro. Ho tante cose da dirti, ma non so nemmeno se le vuoi sentire. Però volevo dirti che non si può cancellare una data, mai.

Sono tanto cambiata. Non c’è più l’eterna ragazzina, no. Il male, la sofferenza, hanno fatto venire fuori una donna.. era ora!!!

Tornerai libero Carmelo. Non possono rubarti la vita.. con tutto l’amore ceh ti aspetta fuori.. con la tua famiglia. Sarà bellissimo per voi. Sarà bellissimo per te!!!!

Io avevo bisogno di dirti.. che non dimentico… non dimenticherò mai.. con cancello nulla, perchè insieme a me c’era il mio cuore!!!

Siamo amici da molti anni. Mi scriverai.. io vorrei.. ho un mare di cose da dirti.

Bacioni

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