Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera scritta Vittorio Da Rios dop la lettura del racconto di Claudio Conte sulla sua seduta di laurea

Fides

Voglio pubblicare oggi un testo assolutamente meraviglioso e che ho potuto conoscere grazie all’amica giornalista e scrittrice Francesca De Carolis. Questo testo è la lettera di commento e riflessione che Vittorio Da Rios ha scritto dopo avere letto il racconto che il nostro Claudio Conte -da poco trasferito da Catanzaro ad Oristano- ha scritto sul memorabile giorno della sua seduta di laurea.

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Caro Claudio ho letto con estremo interesse e  non lo nego commozione le tue  pagine ricevute da Francesca; infaticabile divulgatrice e interprete di straordinarie  storie come la tua. Ti dirò che da un po di tempo le cose che mi prendono prima ancora che culturalmente—l’anima e il mio essere nella sua cifra più profonda–, sono le pagine Scritte da uomini a cui la vita ingiustamente ha posto inanzi a indicibili calvari, e che si ritrovano sommersi a vita tra tonnellate di cemento e porte blindate, tipico prodotto di un archetipo culturale giuridico repressivo in cui è il soggetto singolo a dover darne
conto, non invece la organizzazione della società in cui e maturata la tragedia.

Da tempo fuori da qualsiasi –dogma—accademico mi pongo il problema delle responsabilità collettive anziché individuali. Della totale inutilità di grande parte dell’attuale paradigma culturale giuridico, come pure dell’immenso corpus legislativo. Mentre ti leggevo avevo come sottofondo l’audio delle omelie per me grande maestro di padre Ernesto Balducci, uno dei più grandi intellettuali della modernità che con la sua –svolta– antropologica ci ha insegnato  l’improcrastinabile necessità che l’umanità compia un balzo –evolutivo—oltre lo stesso archetipo culturale filosofico-scientifico-teologico-consumistico-produttivo che ha prodotto l’uomo rapinatore quanto genocidario di massa, e la costruzione di mai riscontrabili nella storia dell’ominide  sperequazioni sociali. Tempo a dietro scrissi una lettera a Carmelo Musumeci poi pubblicata nel suo diario da l’altra gemma verde che è Nadia Bizzotto nella quale lo esortavo di scrivere-scrivere; che i fogli che si trovano—sotto—la branda verranno tutti pubblicati e li ribadivo che non è un scrittore ombra, bensì un scrittore nella luce più vivida e illuminante citandogli Gramsci che in condizioni di indicibili sofferenze fisiche quanto psitiche ci ha donato opere di immenso valore culturale, filosofico, scientifico, storico, oltre che di straordinaria umanità. Cos’è che fa diventare un fuscello quercia se non le tribolazione e i calvari che la vita spesso ti getta addosso?

Caro Claudio so bene o quanto meno cerco di capire in tutta la sua estensione di sofferenza cosa significhi aver subito 27 anni di carcere e di un particolare quanto durissimo carcere. Il tuo racconto preparatorio alla discussione della tesi di laurea consumata nella sala del teatro del carcere mi ha profondamente colpito sia per lucidità espositiva e capacità di manipolare la materia in oggetto quanto per l’universo dei sentimenti che ne sono presenti, i tuo famigliari il papà, la mamma, le nipotine il vedergli assieme per la prima volta,  partecipi a un evento per loro forse impensabile anni fa di vederti laureato con 110 e lode e la menzione accademica Immagino per i tuo genitori di aver provato una gioia incommensurabile come certamente lo è stato anche per te. Figure come la tua come  quella di Carmelo, di Trudu e di altri diventino coscienza collettiva determinanti strumenti di presa d’atto della totale inutilità del carcere, e dell’ergastolo, e in particolare
dell’ergastolo ostativo. Livio Ferrari a cui si deve uno straordinario impegno quotidiano tra i carcerati nel suo ultimo libro—no prison—ovvero il fallimento del carcere, con criteri scientifici dimostra quanto sia urgente andare oltre il carcere.

In questo senso mi pare molto positivo la presenza di giuristi e costituzionalisti il cui agire va in questa direzione. Ma l’azione fondamentale da svolgersi sta nel fatto della necessità  della costruzione di uno stato di diritto che oggi non c’è, presente in tutte—le pieghe della società—che abbia autorità morale ed etica, e strumenti economici giuridici già previsti tra l’altro nel nostro dettato costituzionale in grado di prevenire che il cittadino cada in tragedia. Questo si attua con un immenso lavoro culturale e formativo dove la filosofia non deleteria sia fondamentale ai fini della costruzione appunto dello stato moderno ed efficiente che non è un a cosa astratta oramai divenuto quasi impercettibile ma punto di riferimento per tutti i suoi membri. Alcuni anni fa inviai una breve nota all’allora presidente del tribunale di sorveglianza di Venezia Tamburino, dove facevo alcune mie considerazioni sulla giustizia, e sul sistema repressivo-carcerario e mi permisi di citarli una  frase che è alla base della costruzione dell’uomo nuovo, inedito, planetario di Balducci:

“Se tu scegli di vivere facendo centro su di te hai voglia studiare, hai voglia diventare un luminare universitario
un premio Nobel, non capirai niente! Se tu scegli di mettere il centro di te fuori di te di metterlo questo centro tra le cose tra le creature tu hai la sapienza.”

La sapienza spesso sconosciuta e assente tra molti accademici e giuristi, legislatori, giudici, direttori di luoghi detentivi ecc.
impedisce scelte all’altezza delle esigenze dell’uomo del terzo millennio. E poi infine non potevo evitare di trascriverli una celebre poesia di Edgar Lee Master assai datata ma che conserva intatta la sua lapidaria attualità pubblicata ad inizio della premessa di un notevole lavoro del prof. Adriano Prosperi –la dea bendata—Einaudi 2008:

“Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati.
Ritta sui gradini di un tempio marmoreo
Una gran folla le passava inanzi,
alzando al suo volto il volto implorante.
Nella sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada,
colpendo ora un bimbo ora un operaio,
ora una donna che tentava di ritrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettate monete d’oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:
–non guarda in faccia nessuno–.
Poi un giovane col berretto rosso
Balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia eran tutte corrose
Sulle palpebre marce;
le pupille bruciate da un muco latteo
la follia di un’anima morente
le era scritta sul volto.
Ma la folla vide perché portava le bende.”

Caro Claudio un grande grazie per tutto quello che
ci hai donato e un augurio che diventi
Realtà non lontana nel tempo di poterti abbracciare –libero– come la tua straordinaria evoluzione culturale e intellettuale ampiamente dimostra ne da legittimità etico–giuridica.
Ti saluto fraternamente con una frase che Don Gallo scrisse a Carmelo –Su la testa sempre—
Un abbraccio e a presto.

Vittorio.

Il giorno della seduta di laurea di Claudio Conte

arte

E’ con un senso di commozione e di gratitudine che pubblico il testo che oggi leggerete.

Gratitudine verso Claudio Conte che ha saputo simboleggiare qualcosa di molto importante il giorno della sua seduta di laurea, che si è svolta nel carcere di Catanzaro il 24 aprile 2016.

La seduta si è svolta nel carcere di Catanzaro perché il Magistrato di Sorveglianza di Catanzaro respinse la richiesta di permesso per svolgere l’esame in facoltà. Decisione molto contestabile, che non corrisponde al pronunciamento di altri Magistrati di Sorveglianza. Decisione che ha creato grande delusione in Claudio e che portò all’inizio di uno sciopero della fame.

Nonostante questo, anche se si è svolta in carcere, la seduta di laurea di Claudio è stata un momento memorabile.

Perché direte voi?

Potrei scrivere tantissimo per spiegare, a parole mie, il perché.

Ma non lo farò. 

Lascerò direttamente a voi il capirlo…. attraverso la lettura del lungo brano che ci ha inviato. Brano che incorpora in sé la relazione tenuta da Claudio e le sue sensazioni nel corso di quella giornata speciale.

E’ un testo lungo, ma leggetelo con attenzione.

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110 e lode e con menzione accademica

Cronache di una “lotta” per la civiltà

di Claudio Conte

Per i poteri conferitemi dalla legge dichiaro Claudio Conte dottore in legge con 110 e lode e con menzione accademica. Congratulazioni e...”.

Queste solenni parole sono risuonate nella sala, mettendo il sigillo al mio ultimo esame per il conseguimento della laurea magistrale in giurisprudenza all’Università di Catanzaro.

Solo che, invece, di recarmi all’Ateneo com’è concesso a tutti gli studenti, anche a quelli detenuti e condannati all’ergastolo cosiddetto ostativo. Ai quali in ogni parte d’Italia, inclusa la vicina Cosenza pochi mesi fa, è stato concesso un permesso di qualche ora per sostenere la seduta di laurea. A me no. Nel mio caso tale possibilità è stata negata dal Giudice della Sorveglianza di Catanzaro, poiché, diversamente da molti suoi colleghi nel resto d’Italia, ritiene concedibile tale permesso solo per ‘eventi negativi’ e non anche per ‘eventi positivi’. E quindi la laurea è stata celebrata in carcere. Nonostante i ventisette anni di detenzione ininterrotti, dopo il mio arresto all’età di diciannove anni, ed un percorso trattamentale riconosciuto da giudici e operatori penitenziari, che farebbe ricredere anche il più scettico dei giustizialisti. Tutto questo nella civilissima Italia, che in campo internazionale si atteggia a paladina dei diritti umani.

E così ancora una volta l’ingiustizia si compie manifesta e la pena si correla non ai principi stabiliti dai codici o dalla Costituzione. Ma dipende dal luogo in cui ti ritrovi ad espiare la pena. Una vicenda che dimostra come il confine tra discrezionalità e arbitrio si dissolve nelle citazioni da legulei e il fine di una pena non possa essere lasciato alla discrezionalità di nessuno. Il mio caso è emblematico, sono la dimostrazione vivente in cui tutte le antinomie (negate da alcuni) insite nella pena dell’ergastolo deflagrano in tanti irrecuperabili pezzi.

Venerdì, 22 aprile 2016, ore 11.00.

Entro nella sala teatro e con mia grande sorpresa scopro che la dottoressa Paravati, direttrice della Casa Circondariale di Catanzaro, l’ha rivoluzionata per l’occasione. All’interno dell’ampia sala le vele di un ampio gazebo nascondono altre sorprese. Sul palco è stato preparato un lungo tavolo per i nove componenti della Commissione esaminatrice. Di fronte, fa la comparsa una solitaria sedia sulla quale dovrò sedere io. La scenografia non m’incute alcun timore. Don Giorgio, cappellano del carcere, mi fa la battuta di prepararmi a quello che sembra l’ennesimo interrogatorio di un processo innanzi alla Corte. Mi viene da rispondere che in quei casi ci si può sempre avvalere della ‘facoltà di non rispondere’, ma è troppo dozzinale e replico con un sorriso. Tra il banale ed il silenzio, è preferibile il secondo.

Nella sala arrivo in compagnia della Direttrice che ho incrociato in uno dei lunghi corridoi che caratterizzano gli istituti penitenziari. L’incontro pare casuale, ma credo che abbia voluto sincerarsi del mio stato di salute. I nove giorni precedenti li ho trascorsi digiunando, perdendo otto chili di peso. Una forma di protesta che ho dovuto sospendere ieri per poter sostenere l’esame, che diversamente avrei dovuto rinviare. Il dimagrimento è stato troppo veloce, mi aveva debilitato e iniziavo a faticare a concentrarmi. Non sono al cento per cento, perché mangio e mi sento male. Però ho recuperato energia e concentrazione.

Rispondo al saluto della Direttrice con un sorriso. Mi sa che oggi è la giornata del sorriso. Infatti, lo ripeto anche quando, sulla soglia della porta che immette nella sala interna del teatro, si presentano la dottoressa De Luca ed una sua collega (due delle educatrici del carcere) e poi la dottoressa Antonini, il magistrato di sorveglianza che mi ha negato il permesso per andare a discutere da libero la tesi all’Università. Una girandola di cordiali strette di mano e saluti confermano l’assenza di qualsivoglia sentimento negativo, che pure poteva essere giustificato. Il Digiuno ha contribuito anche a questo. Un beneficio del Satyagraha, avrebbe detto Marco Pannella, che in queste ore mi consta che non stia tanto bene, ed al quale ho mandato una lettera collettiva proprio pochi giorni fa per manifestargli affetto e vicinanza.

Passo avanti, sono calmo, nonostante l’importanza della prova che di lì a poco dovrò sostenere. Sono conscio della mia preparazione, sono consapevole che gli argomenti centrali della tesi sono in itinere, completamente nuovi, anzi relativamente nuovi, come mi ha suggerito di dire il prof. Siciliani de Cumis, docente ex cattedra dell’Università della Sapienza di Roma, che tiene un corso di pedagogia in Casa ‘Caridi’, come gli piace definire il carcere. Scorgo la sua testa canuta a pochi metri di distanza, dov’è seduto insieme ad un giornalista, il dottor Pitaro del Corriere della Calabria, che vuole scrivere un articolo sull’evento di oggi. Mi avvicino per salutarlo, ma con gli occhi cerco il volto dei miei familiari. La Direttrice mi aveva anticipato che erano arrivati e c’erano anche le mie due piccole nipotine. Li cerco ma non li trovo. Ancora non sono entrati in sala. Mi fermo a rispondere ad alcune domande di Pitaro. Che mi chiede se sto facendo lo sciopero della fame per il permesso negato. E gli spiego che no, che aveva solo confermato la mia decisione che però mirava ad attirare l’attenzione sul fatto che la figura dell’ergastolo cosiddetto ostativo fosse il risultato di un’interpretazione della legge che si era affermata nel 2008 ed essendo sfavorevole non poteva essere applicata ai condannati per delitti precedenti, come invece avviene. Scorgo l’entrata nella sala dei miei familiari. Chiedo scusa e mi allontano per andargli incontro. Vederli tutti insieme per la prima volta dopo ventisette anni, è una sensazione indescrivibile. Poiché anche se ci vediamo ai colloqui mensilmente, questi incontri possono avvenire nel massimo tra quattro persone. Invece, oggi, ci sono quasi tutti, mio padre, mia madre, mio fratello, mia cognata e la piccola bellissima Ludovica, mia sorella, mio cognato e la piccolissima ma terribile Matilde. Poi ci sono mia zia e mio zio che non vedo da prima del mio arresto. Lui è irriconoscibile a me come io a lui. Con mia zia, invece, ci eravamo visti un po’ di anni fa, e non è cambiata di molto, degna sorella di mia madre. Che a settanta anni è sempre bella. Ci sono anche il fratello di mio cognato e la sua fidanzata, non volevano mancare. Mia sorella mi corre incontro e ci abbracciamo, come faccio col resto della famiglia. Matilde ha tre anni e come al solito sfugge. Prima ci dovrà essere la ‘danza’ di un graduale avvicinamento, poi si scatenerà. Ludovica, invece, ha già sette anni, mi abbraccia e bacia, aspettando la sua pre-concordata dose di solletico.

Iniziano le presentazioni dei miei familiari con il resto dei presenti, alcune sono già avvenute all’esterno prima dell’entrata. Altre avvengono lì, come quelle con la dottoressa Antonini. I miei mi chiedono se è il giudice che mi ha negato il permesso, confermo. Si salutano cordialmente. Anche loro sembrano rendersi conto che l’ingiustizia può avere diverse spiegazioni. Anche se so quanto ci sono rimasti male. Lo davano per scontato perché sapevano di altri miei coimputati che in analoghe occasioni, avevano ricevuto un permesso. Si erano preparati, dopo ventisette anni di attesa, per vedermi qualche ora libero insieme a loro. E magari inaugurare un nuovo inizio. Se non la legge, i principi generali del diritto e della Costituzione impongono di dover tenere conto delle aspettative che maturano nel condannato e nei familiari, per non obliterare il percorso rieducativo del reo e agevolare i rapporti con la famiglia, che potrebbero restare amputati da simili disconoscimenti e comportare una regressione comportamentale e trattamentale. Ma questa è la vita e bisogna cercare di vedere sempre il ‘bicchiere mezzo pieno’. Come la sorpresa che mi hanno preparato per oggi.

Tutto si svolge molto cordialmente e alla fine della giornata le impressioni tra familiari e giudice saranno reciprocamente positive.

Con l’occhio mi giro e vedo entrare una svolazzata di persone. È la Commissione esaminatrice, presieduta dal prof. Luigi Ventura, già Preside della Facoltà di Giurisprudenza, oltre che Relatore nella mia tesi in Diritto costituzionale, che ha come titolo: Profili costituzionali in tema di “ergastolo ostativo” e benefici penitenziari. Il resto della Commissione è composta dai professori Francesco Siracusano, Alessandro Morelli, Andrea Lollo, Valentina Pupo, Paolo Nicosia, Domenico Bilotti, Paola Chiarella e Francesco Rania.

  • Ma è vero che stai facendo lo sciopero della fame? L’ho letto sui giornali – S’informa il prof. Ventura.

Gli rispondo che l’ho dovuto sospendere il giorno prima per affrontare l’esame.

  • Ah! meno male – Lo sento dire e si rasserena anche in volto.

Mi ha fatto sempre un certo effetto vedere come le persone veramente importanti e con un’intelligenza superiore alla media, siano di una semplicità straordinaria.

Sono tutti contrari a che attui questa forma di protesta a partire dalla Direttrice, ai miei avvocati, per finire ai miei compagni, perché molto pericolosa per la salute, come mi ha informato il medico durante le visite di controllo quotidiane. Poiché anche bevendo possono insorgere gravissime complicazioni, come l’insufficienza renale acuta, per la quale qualche hanno fa è morto un ragazzo nel carcere di Roma, dopo venti giorni di sciopero, nonostante fosse sano.

Non sappiamo ancora quali meccanismi si mettano in moto quando nell’organismo non vengono inserite proteine, e lo stesso si alimenta ricorrendo alle ‘riserve’ di grasso e proteine del corpo”.  Mi hanno spiegato più volte i medici.

Ma non ho paura di morire. Come non ne ho avuta di vivere per ventisette anni in queste condizioni. La paura, anzi la vergogna dovrebbe essere di chi mi costringe a queste scelte, che si sente tra i ‘giusti’ ma poi non compie il suo dovere, non rispetta la Costituzione, facendosi fagocitare dai luoghi comuni o peggio dall’indifferenza.

La Commissione sale sul palco. Ognuno dei professori indossa la toga con diversi colori, secondo la relativa dignità accademica. Poi mi chiamano per presentarmi innanzi a loro. Il momento è arrivato. Un momento che chiude un bellissimo percorso universitario, durato anni. Iniziato all’università di Perugia, dove fui costretto a iscrivermi ‘invitato’ dal Ministero della Giustizia perché ero recluso a Spoleto, sottoposto al regime ex art. 41-bis OP. Dove il mio primo esame di diritto romano, lo sostenni dietro un vetro divisorio, con la prof.ssa Campolunghi e il prof. Lorenzi. Ma conservo un bel ricordo, tra i tanti, anche del prof. Brunelli, della prof.ssa Pitch o della prof.ssa Sartarelli, per il prezioso materiale che mi procurò e con la quale pur avendo concordato un esame, non c’incontrammo più per il mio trasferimento in Calabria. E qui nuovamente ‘invitato’ a cambiare l’università di Perugia con quella di Catanzaro. Un ‘invito’ al quale mi opposi per diverso tempo, consapevole che mi sarebbe costato ritardi, soldi per il passaggio di università, per l’acquisto di nuovi libri, la perdita di alcuni esami già preparati, ed alla fine, dopo aver consegnato la tesi, la scoperta di dover integrare cinque esami di quelli sostenuti a Perugia, perché non coincidevano i crediti, nonostante il contenuto dei programmi fosse non simile, ma identico. Oggi tutto questo si conclude.

Mi fanno sedere. Volgo le spalle ai miei familiari ed al resto dei presenti seduti in sala. Prima di girarmi mi accorgo che è arrivato il dottor Napoli, l’educatore responsabile per i contatti con l’università, che ha seguito da vicino la stesura della tesi, ed altre persone che fanno volontariato nell’istituto. C’è anche don Ilario, l’altro cappellano. I miei familiari sono seduti nelle prime due file. In un’altra fila oltre alla dottoressa Paravati, alla dottoressa Antonini e la dottoressa Simona Boni, la commissaria della Polizia Penitenziaria, c’è seduta anche Ludovica con i piedi a penzoloni. So già che cambierà di posto e spunterà come un fungo ora qui ora lì. Non scorgo Matilde, anche perché si confonde facilmente passeggiando tra le file delle sedie, come un piccolo ‘gnomo’.

Poi la mia attenzione si rivolge completamente al prof. Ventura che inizia a fare la presentazione della Commissione, in particolare quella del prof. Alessandro Morelli che tra pochi mesi arriverà a rivestire l’importante carica di professore ordinario. Con gli occhi ed un cenno gli faccio i miei più sinceri complimenti e auguri. Ho avuto la fortuna di conoscerlo in occasione di un esame, è un Professore e Persona veramente valida, che dà e darà lustro al mondo universitario calabrese e non solo.

Poi prima di passare all’introduzione del candidato e della tesi, spiegandone mirabilmente struttura e contenuti, lo sento dire:

  • Irritualmente la Commissione le fa dono di questo volume curato da me e dal prof. Morelli.
  • Grazie professore, ringrazio tutta la Commissione… –
  • Sappia che non è una cosa che facciamo spesso. Anzi è la prima volta – (prof. Ventura)

Non so cos’altro dire. Faccio appena in tempo a leggere il titolo Principi costituzionali[1] e già mi s’illuminano gli occhi. Ma la verità è che non so nulla di come si svolge una seduta di laurea. Ho cercato di informarmi dal prof. Siciliani de Cumis, che mi ha risposto che cambia a secondo dell’ateneo. Dunque ho deciso di viverla al momento senza alcuna aspettativa o programmazione.

La mia mente è completamente libera e concentrata, non sento altro che la voce del Professore che sta terminando la relazione introduttiva.

  • Di solito tra Relatore e Candidato si concorda una domanda, nel suo caso non c’è stata la possibilità, pertanto le viene data la facoltà di scegliere come iniziare l’esposizione –
  • Professore ho sempre pensato alla tesi ed a questa occasione come ad un momento di divulgazione scientifica. Ma viste le circostanze, il luogo e gli spettatori, considerato che il ‘cuore’ della tesi si fonda sui principi che regolano la successione di leggi e giurisprudenza nel tempo, chiedo il permesso a questa Commissione di procedere intrecciando le nozioni di diritto in una narrazione cronologica fatta sulle mie esperienze personali, in modo da renderle comprensibili anche ai non addetti ai lavori –

Quest’idea mi è venuta stamane, pensando al modo di far capire anche ai miei familiari il significato degli studi che avevo condotto e renderli più accattivanti. Per esperienza sapevo che parlare di nozioni di diritto in astratto se è il massimo per gli amanti della materia, diventa noioso per il resto. Ne avevo avuto diretta esperienza quando cercavo di spiegare alcuni principi della Costituzione ai miei compagni di detenzione. Dopo cinque minuti vedevo i loro occhi cerchiati e disorientati…

  • La Commissione acconsente –
  • Quando sono entrato in carcere era il 1989, avevo diciannove anni[2] e l’art. 4-bis OP che stabilisce le preclusioni ai condannati per alcuni delitti non esisteva. Anzi per chi fosse condannato all’ergastolo era previsto che dopo dieci anni di pena espiata poteva accedere ai permessi premio, dopo venti anni alla semilibertà, dopo ventisei anni alla liberazione condizionale. L’art. 4-bis OP, infatti, venne introdotto nel 1991 con la legge n. 203, prevedendo un aumento delle soglie di pena da espiare per l’accesso ai benefici penitenziari per tutti i delitti. Mentre per i condannati alla pena dell’ergastolo, le soglie per l’accesso restavano quelle anzidette. Nella stessa disposizione però si individuavano due fasce di delitti. Per i delitti di ‘prima fascia’, ossia delitti di eversione internazionale o interno, l’art. 630 c.p. (sequestro di persona), 74 DPR 309/1990 (traffico di stupefacenti), l’art. 416-bisp. e ‘quei delitti commessi per agevolare l’associazione mafiosa di cui all’art. 416-bis c.p.’ che venivano individuati, col cosiddetto criterio formale, ossia attraverso la presenza dell’aggravante ex art. 7 L. n. 203/1991, introdotto contestualmente all’art. 4-bis OP, per l’identità della formula citata replicata anche in quest’ultima disposizione. I delitti di ‘seconda fascia’, invece, erano l’omicidio, l’art. 73 DPR 309/1990 aggravato dall’art. 80 della stessa legge (spaccio di stupefacenti in ingenti quantitativi), l’art. 628 c.p. (rapina), art. 629 c.p. (estorsione) ed altri. Ma quello che interessa, è sottolineare come nei delitti di ‘seconda fascia’ ci sia l’omicidio, delitto punibile con l’ergastolo. La differenza tra i delitti di ‘prima’ e ‘seconda fascia’, consisteva principalmente, che per l’ammissione ai benefici penitenziari, per i primi bisognava dimostrare l’assenza di collegamenti con la criminalità (la cosiddetta prova diabolica, poiché come si può dimostrare quello che non esiste?), mentre per i secondi tali collegamenti devono essere dimostrati dagli organi di polizia. Pertanto quando domandai al mio avvocato immaginario cosa comportasse questa modifica legislativa per me, rispose: “Nulla. Nel tuo caso. Solo che non devono risultare contatti col crimine organizzato per accedere ai benefici penitenziari”. Nel 1992 l’art. 4-bis OP, subì una modificazione. Per i delitti di ‘prima fascia’ fu posta la collaborazione con la giustizia (ossia accusare altre persone), per l’accesso ai benefici penitenziari. Allora consultai di nuovo il mio avvocato e gli chiesi se valesse anche per me. E il mio avvocato mi rispose di no. Perché il delitto di omicidio era un delitto di ‘seconda fascia’, che non veniva interessato da queste rinnovellazioni. E per il delitto di associazione ex art. 416-bis OP per il quale avevo subito una condanna temporanea? Mi rispose che quest’ultima, essendo un delitto di ‘prima fascia’, doveva essere espiata per intero e successivamente chiederne lo ‘scorporo’, ossia la dichiarazione di avvenuta espiazione. E rimanendo in esecuzione solo per il delitto omicidiario, punito con l’ergastolo, avrei potuto accedere ai benefici penitenziari senza soddisfare la condizione collaborativa. Rassicurato continuai ad espiare la pena, nel rispetto delle regole penitenziarie e partecipando attivamente all’opera trattamentale come richiedeva la legge. Solo che ogni tanto si sentivano notizie di alcune sentenze della cassazione che, invece, di procedere allo scorporo nel caso di concorso di condanne per delitti ostativi e non, pretendevano la collaborazione anche per l’altro delitto. Allora richiamai il mio avvocato e gli chiesi delucidazioni in merito. E lui mi rispose di non preoccuparmi perché c’erano altre sentenze che sostenevano l’opposto. E che anzi proprio per mettere fine a quell’incertezza, erano intervenute le Sezioni Unite della Cassazione che con la sentenza n. 14 del 1999 – Ronga, stabilendo che doveva prevalere l’orientamento più favorevole al condannato. E pertanto tra coloro che sostenevano l’inscindibilità dei delitti non ostativi ed ostativi e l’estensione della collaborazione anche ai delitti finalisticamente collegati ma non formalmente ostativi e tra coloro che, invece, sostenevano l’esatto contrario, ossia che tra delitti non e ostativi, anche finalisticamente collegati, doveva procedersi allo scorporo e non poteva estendersi la collaborazione, prevalse quest’ultimo orientamento. La ratio di questa decisione riposava sul principio che non poteva farsi dipendere un regime meno favorevole dalla fortuità, dal caso che un condannato si trovasse a celebrare i due processi per delitti non ed ostativi contemporaneamente ovvero in momenti diversi. Ed inoltre il riconoscimento del ‘reato continuato’ non poteva risolversi in un pregiudizio del condannato, quando l’istituto era nato come un beneficio. Dopo queste parole e soprattutto dopo aver letto questa sentenza e le ordinanze dei giudici di merito e legittimità che adottavano tali principi in tutta Italia, mi rassicurai. Poiché è risaputo, anche agli ignoranti in materia, che le pronunce a Sezioni Unite esprimono principi di diritto che si applicano erga omnes. E quello che in questa sede interessa sottolineare, è come la ratio decidendi espressa nell’occasione, sia stata interpretata e applicata dai giudici di merito e legittimità proprio in questo senso. Cioè in caso di pene concorrenti per delitti non ed ostativi finalisticamente collegati (che significa unico disegno criminoso), si procedeva allo scorporo della pena per i delitti ostativi se interamente espiata, e per la restante si ammetteva ai benefici penitenziari. In questo modo è stata recepita la sentenza “Ronga” ed applicata dai giudici dell’Esecuzione e da quelli della Sorveglianza, sia per revocare il regime ex art. 41-bis OP, sia per ammettere ai benefici penitenziari dei condannati per associazione mafiosa in concorrenza con delitti di omicidio per i quali era stata inflitta la pena dell’ergastolo. Nel Capitolo Secondo e Quinto della tesi ho prodotto diverse ordinanze per documentare questa evoluzione. Di tutta evidenza come tale decisione e relativa applicazione abbia ingenerato un legittimo affidamento nei cittadini e condannati che la legge venisse interpretata in questo modo e non in altro: espiata la pena per delitto ostativo di ‘prima fascia’, anche se finalisticamente collegato con l’omicidio di ‘seconda fascia’, si procedeva allo scorporo del reato ostativo espiato e si ammetteva ai benefici penitenziari per l’ergastolo. La mia vita scorreva tranquillamente con queste convinzioni, finché nel 2003 la Corte costituzionale con la sentenza n. 135, si pronunciò stabilendo la compatibilità dell’art. 4-bis OP con l’art. 27.3 della Costituzione anche per il condannato all’ergastolo. Ossia si stabiliva che la richiesta collaborazione con la giustizia, che escludeva dai benefici penitenziari il condannato all’ergastolo, rendendo la pena perpetua, non violasse il principio rieducativo, poiché il condannato poteva sempre scegliere di collaborare e interrompere la perpetuità della pena accedendo ai benefici penitenziari. Allarmato chiesi di nuovo consiglio al mio avvocato, che ancora una volta mi rassicurò, spiegandomi che quella sentenza riguardava i condannati all’ergastolo per sequestro di persona, ossia l’art. 630 c.p. che era formalmente indicato tra i delitti di ‘prima fascia’, mentre il delitto di omicidio era di ‘seconda fascia’. Ma in quell’occasione presi coscienza che nel nostro ordinamento si erano creati due tipi di ergastolo, quello ‘ordinario’ (non condizionato dalle preclusioni previste per i delitti di ‘prima fascia’ ex art. 4-bis.1 OP) e quello ‘ostativo legale’, ossia stabilito dalla legge. Io continuavo a espiare anni ed anni di carcere, diplomandomi (in regime ex art. 41-bis OP) e continuando il percorso individuale di studi anche in ambito universitario. Finché arrivato nel 2008 nel carcere di Catanzaro, con al seguito le Sintesi trattamentali tutte molto positive, che certificavano il percorso penitenziario più che eccellente, da parte delle Equipe dei diversi istituti penitenziari nei quali ero stato recluso, il mio avvocato decise che era arrivato il momento di chiedere un permesso premio.

Nel 2008 avevo espiato diciannove anni di pena che con la liberazione anticipata concessa arrivava a oltre 23 anni, e considerato che la Corte d’Assise d’Appello di Lecce aveva dichiarato espiata la pena relativa al reato associativo di ‘prima fascia’, restavo in espiazione solo per il delitto di omicidio di ‘seconda fascia’. La risposta del magistrato prima e del tribunale di sorveglianza poi alla richiesta di permesso, fu di ammissibilità, ma di rigetto, risultando necessario a loro giudizio, un altro poco di tempo per vedere confermati i risultati raggiunti in chiave personologica. Dunque già meritevole, ma poiché ero arrivato da pochi mesi, si riteneva necessario qualche mese per avere conferme al mio percorso trattamentale. Nell’occasione ad altro condannato all’ergastolo e altro delitto associativo che si trovava nell’istituto da molto tempo, il permesso fu concesso. Aspettai e nel 2012 fu l’Equipe della Direzione dell’istituto che propose la prosecuzione trattamentale comprensiva dei benefici extramurari. Col mio avvocato ripresentai l’istanza di permesso premio, che però non solo mi fu rigettata ma venne dichiarata ostativa la pena dell’ergastolo. Nel frattempo, infatti, erano cambiati i giudici di sorveglianza e l’orientamento giurisprudenziale, per effetto della sentenza a Sezioni Unite della Cassazione n. 337 del 2009, che aveva esteso la contestabilità dell’art. 7 L. n. 203/1991 anche ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo, nonostante la legge lo vietasse, alla quale il magistrato di sorveglinza aderiva e faceva propria. Poiché il magistrato rilevava che nel processo mi era stata contesta (anche se poi venne esclusa) l’aggravante succitata, per questioni di diritto (la legge appunto lo vietava). Chiesi al mio avvocato cosa fosse avvenuto e se potessero farlo. Il mio avvocato mi fece presente che la situazione andava ingarbugliandosi, poiché in effetti non potevano farlo. Le stesse Sezioni Unite non potevano forzare la legge in quel modo, eppure l’avevano fatto. Nasceva così quello che definisco “ergastolo ostativo giurisprudenziale formale”. Giurisprudenziale perché è ottenuto attraverso l’estensione ad opera della giurisprudenza dell’art. 7 ai delitti punibili con l’ergastolo prima esclusi. Formale, poiché tale estensione permette d’individuare il delitto ostativo attraverso il criterio formale rappresentato dall’art. 7 citato. Di fronte a tale ‘forzatura’, il mio avvocato mi suggerì un modo per superare il problema. Presentare reclamo avverso tale decisione al tribunale di sorveglianza di Catanzaro rimpostando la richiesta. Infatti, sottolineava il mio avvocato: “avendo tu espiato tutti i delitti ritenuti in continuato con la pena base dell’ergastolo per effetto dell’espiazione dell’isolamento diurno; e poiché l’ergastolo inflitto riguardava un omicidio al quale mai era stata contestata l’aggravante in questione, chiedendo lo scorporo di tutti i delitti ostativi espiati (incluso l’omicidio al qual è stata contestato/escluso l’art. 7 L. n. 203/1991), resti in espiazione per un delitto di ‘seconda fascia’ non ostativo”. Il tribunale non tardò a pronunciarsi, e nonostante attestò che “Conte Claudio certamente è un uomo nuovo” e lanciava un “appello al legislatore affinché allenti l’insopportabile morsa dell’art. 4-bis OP”, dichiarò ostativo anche il delitto-pena base, al quale non era mia stato contestato/escluso l’art. 7 citato. Il tribunale perveniva a tale risultato adottando il nuovo ‘criterio sostanziale’ per l’individuazione dei delitti ostativi. Configurando quella che nella tesi definisco l’“ergastolo ostativo giurisprudenziale sostanziale” –

  • Cosa intende per criterio sostanziale – (prof. Siracusano).
  • Il criterio sostanziale è stato elaborato dalla giurisprudenza e si è affermato in modo costante dal 2008. Esso permette l’individuazione del delitto, verificandone la natura ostativa, ossia se il delitto sia stato commesso per agevolare l’associazione mafiosa, non attraverso i delitti nominalmente indicati nel 1° comma dell’art. 4-bis OP o dalla presenza dell’art. 7 L. n. 203/1991, ma attraverso la lettura del contenuto della sentenza. La dottrina definisce questa operazione “riqualificazione giuridica del fatto reato” ad opera del giudice di sorveglianza. L’unica a parlarne è la prof.ssa Del Coco, che rileva la querelle scaturitane tra coloro che lo ritengono possibile e chi no. Nella tesi affronto la questione nel Capitolo Secondo e Quinto (dove è stato ricostruito il mutamento giurisprudenziale con varie ordinanze), citando quella parte della giurisprudenza di legittimità contraria. Il problema è che di questa evoluzione i giudici di sorveglianza attuali non ne sono a conoscenza, perché sono tutti giovani o comunque, in quegli anni, prestavano servizio in altri uffici –
  • La spiegazione più semplice – (prof. Ventura).

Un riscontro a tale evoluzione è data dalla rinnovellazione dell’art. 41-bis OP con legge 94/2009 che stabilisce l’applicazione del regime speciale anche se è stata espiata e scorporata la pena per il delitto ostativo e residua una pena per delitto non ostativo. Significativa in tal senso è la Relazione antimafia del 2015 dalla quale si ha traccia della precedente giurisprudenza e dei relativi contrasti insorti (v. nota)[3].

  • Ma hanno fatto riferimento all’art. 51 comma 3-bis del codice di procedura penale nel rigetto? – (prof. Siracusano)
  • No –
  • Ma lei sa che… – (prof. Siracusano)
  • Sì. E sono d’accordo con lei nel riferimento, ma non cambiano i termini delle mie conclusioni, poiché l’interpretazione sopravvenuta non può retroagire –
  • Sta uscendo l’anima del penalista al prof. Siracusano. Mentre io che sono costituzionalista convengo con Conte – (prof. Ventura).

Altro a descriverlo altro è vedere la reazione del prof. Ventura, che come un ‘vecchio’ ma ancora forte ‘leone’ (al quale contribuiscono la folta barba e ‘capigliatura’), vuole ribadire che quella è una tesi in diritto costituzionale.

Non voglio sminuire l’intervento di quello che oltre ad essere il mio Relatore è anche un espertissimo costituzionalista, e quasi lascio cadere la questione, ma voglio che comunque veda che sono preparato a qualunque contestazione. Poiché come disse Socrate a Polo: “abbiamo due sistemi diversi, il tuo ha convinto tutti, tranne me. Per me invece, l’importante è che tu sia d’accordo con me e poi testimoni in mio favore…[4]. Ed io avendo capito le perplessità del prof. Siracusano, vorrei spiegarmi ripetendogli, che potrei essere d’accordo con lui nel riferimento all’art. 51 comma 3-bis c.p.p., ma tale disposizione ha avuto gli stessi problemi d’incertezza e interpretativi dell’art. 4-bis.1 OP, nella parte riguardante l’individuazione dei delitti ‘commessi avvalendosi o per agevolare l’associazione mafiosa’, per stabilire la competenza della DDA. Infatti, per giurisprudenza costante, anche in questo caso, erano tali solo quei delitti gravati dall’art. 7 L. n. 203/1991. Aggravante che si è arrivati a contestare anche all’omicidio, punibile con l’ergastolo (escluso), per determinare la competenza. Querelle interpretativa che è stata risolta sempre col noto arresto delle Sezioni Unite n. 337/2008-9, che nella parte motiva stabilisce l’estensione dell’art. 7 citato anche ai delitti punibili con l’ergastolo anche e proprio per affermare la competenza ex art. 51.3-bis c.p.p.. Mentre prima regnava l’incertezza anche in questo campo. Pertanto solo a seguito della decisione dirimente delle Sezioni Unite, può parlarsi di prevedibilità anche in relazione all’art. 51.3-bis c.p.p.[5]. Fermo restando che si tratta di due disposizioni autonome anche rispetto all’interpretazione fattane negli anni e all’affidamento ingenerato nel condannato e cittadini.

  • Professori, se mi è permesso, dal mio punto di vista stiamo dicendo tutti la stessa cosa. Ma per chiarirlo servirebbe ben altro approfondimento. Tornando, invece, al mio avvocato. Dopo la decisione negativa del tribunale, gli chiesi se potevano farlo. Se fosse possibile un mutamento della giurisprudenza così sfavorevole e se non violasse il principio d’irretroattività. Lui iniziò a fare la parte dell’‘avvocato del diavolo’ e inziò a spiegarmi che la questione si faceva incerta perché tale principio non è sempre invocabile… –
  • Ed infatti il principio d’irretroattività opera solo per le norme penali, non per le processuali, e per la legge – evidenzia di nuovo il prof. Siracusano.

So che il Professore interagisce molto negli esami, avendone sostenuti già due con lui, ponendo questioni sempre più interessanti, che a me non producono altro effetto che quello di stimolarmi. E per questo in fondo lo ringrazio, perché così sento respirare l’aria universitaria, di essere in quegli ambienti universitari di cui ho letto nei libri, dove le discussioni accademiche vivacizzavano i confronti, generando conoscenza. Possibilità che mi è stata sempre preclusa, fino all’ultimo giorno…

  • Ed infatti – gli faccio eco, ringraziandolo per l’assist – mi sono preoccupato di consolidare questo studio approfondendo tre profili. Il primo, è stato quello di dimostrare la natura sostanziale dei cosiddetti benefici penitenziari (Capitolo Secondo della tesi). Il secondo, quello di dimostrare la rilevanza del mutamento giurisprudenziale sfavorevole anche in Italia (Capitolo Terzo). Il terzo, dimostrare il mutamento giurispudenziale riguardante l’interpretazione dell’art. 4-bis.1 OP (nel Capitolo Quinto) –
  • Ma i benefici penitenziari sono norme processuali non penali – precisa nuovamente il prof. Siracusano.
  • Non proprio. Iniziamo dalla liberazione condizionale ex 176 c.p., tale istituto è ritenuto di natura penale non solo perché collocato nel codice penale, ma perché ritenuto tale dalla Corte costituzionale con le sentenze nn. 204 e 264 del 1974, è una delle causa di estinzione della pena, oltre a rendere compatibile la pena dell’ergastolo con la Costituzione. Tenendo presente questo dato di partenza e tenuto conto che la dottrina parla di un ‘sistema progressivo scalare’ (Fiorentin) o ‘trattamento in progress’ (Grevi) di tutti i benefici penitenziari, dalla liberazione anticipata, al permesso premio, alla semilibertà per poter giungere alla liberazione condizionale, ne discende che non vi può essere l’ultima senza i primi. Pertanto la natura sostanziale deve riconoscersi anche ai primi. Di più, lo stesso legislatore si rende conto che in materia di benefici penitenziari, si trovi di fronte a norme sostanziali, tanto che all’atto d’introduzione dell’art. 4-bis OP, all’art. 4 della legge 203/1991 stabilisce l’irretroattività dei peggioramenti riguardanti l’aumento delle soglie da espiare per l’accesso ai benefici penitenziari per i condannati prima dell’entrata in vigore della legge. La stessa Corte costituzionale è intervenuta su due piani, da una parte riconoscendo il diritto di non regressione trattamentale del condannato che fruisse di tali benefici che venissero esclusi dall’introduzione di una nuova disposizione, come avvenuto per la condizione collaborativa (nn. 306/1993 fino 137/1999). Principio che, mi permetto di far notare, estende il divieto di retroattività ad aspetti relativi alla ‘portata della pena’ non limitati ai presupposti sostanziale die benefici penitenziari, ma che vanno oltre, ossia sui criteri di valutazione della pericolosità sociale del condannato che abbia dimostrato, prima della modifica peggiorativa, di essere già nelle condizioni di accedere al relativo beneficio anche se non ancora concretamente fruito (Corte cost. 137/1999). Dunque sono tutelate le aspettative di essere valutato con i criteri precedenti al peggioramento legislativo. In altre occasioni la Consulta è intervenuta (nn. 273 e 280 del 2001), indirettamente stabilendo il divieto di retroattività della legge sfavorevole laddove questa intaccasse i presupposti sostanziali della liberazione condizionale (273/2001) o del permesso premio (280/2001). E quello che interessa nel mio studio è appunto l’operatività di tale principio su tali istituti. La dottrina (Pulvirenti) analizzando proprio l’art. 4-bis.1 OP, distingue una parte processuale (relativa alle procedure relative alla dimostrazione/assenza dei collegamenti con la criminalità) ed una parte sostanziale (relativa alla condizione collaborativa e alla maggiorazione delle soglie di pena da espiare per l’accesso ai benefici), soggetta, invece, all’irretroattività sfavorevole. Infine vi è da fare un’altra considerazione, proprio partendo dalla bipartizione evidenziata dal prof. Siracusano, ossia che le norme sono penali o processuali, non potendo essercene di un terzo tipo, concludo che non essendo gli istituti penitenziari norme processuali, poiché non disciplinano i procedimenti, se non in piccola parte, allora sono norme sostanziali, che tra l’altro attengono alla materia della libertà personale. Senza dimenticare che la Corte di Strasburgo con la sentenza Del Rio Prada, ha stabilito la natura sostanziale della libertà anticipata, che appunto è un beneficio penitenziario. E ricordo che la stessa si è espressa sul metodo di computazione di tale beneficio, che ad un certo punto era stato modificato in peius attraverso un imprevedibile mutamento giurisprudenziale. Ritenendo violato il principio d’irretroattività sfavorevole ex art. 7 CEDU anche nel caso di norme che interessano la ‘portata della pena’. Estensione ribadita dal giudice Pinto de Alberqueue nel caso Öcalan v. Turchia del 2015 che, ricostruendo l’istituto della liberazione condizionale, sottolinea come le modifiche peggiorative non possano incidere i presupposti sostanziali, le condizioni di accesso e finanche i criteri di ammissibilità, esistenti al momento del reato. In quanto il condannato deve essere nelle condizioni di prevedere le conseguenze delle sue azioni anche rispetto all’esecuzione della pena.

Mi pare superfluo, e per questo non lo faccio, sottolineare che le sentenze emesse dalla Grande Camera della Corte di Strasburgo (come la Del Rio Prada o Scoppola), sono definite ‘sentenze pilota’ poiché vincolano tutti gli Stati Parte della Convenzione, e non solo lo Stato condannato, poiché tali pronunce fissano dei principi interpretativi delle disposizioni convenzionali.

  • Pertanto ritenuta la natura sostanziale dei benefici penitenziari, sono passato a fondare la rilevanza del mutamento giurisprudenziale in Italia. Senza andare a ripercorrere le sentenze della Corte di Strasburgo, mi accingo ad esporre quelle autorevoli espresse in Italia dalle Sezioni Unite della Cassazione nel 2010 con la sentenza “Beschi”, con la quale si è ritenuto rilevante il mutamento giurisprudenziale favorevole, che quale nuovo elemento di diritto, legittima la riproposizione di un’istanza già rigettata; e dalla Corte costituzionale con l’arresto n. 230/2012, che nonostante rappresenti un ‘altolà’ alle posizioni ‘avanguardistiche’ delle Sezioni Unite, poiché non ritiene rilevante un mutamento giurisprudenziale favorevole per intaccare l’intangibilità del giudicato, conviene sulla irretroattività del mutamento giurisprudenziale sfavorevole. Pertanto due degli organismi giudiziari più importanti del nostro ordinamento hanno dichiarato il divieto del mutamento giurisprudenziale sfavorevole. Le Sezioni Unite con il caso Beschi… –
  • Può chiarire i termini della causa – (prof. Ventura)
  • La quaestio iuris posta alle Sezioni Unite consisteva se si dovesse ritenere nuovo elemento di diritto il mutamento giurisprudenziale stabilito da una sentenza delle Sezioni Unite per la riproposizione di un’istanza tesa all’ottenimento dell’indulto, che era stata già decisa e rigettata. Questo in diritto, in fatto, invece, nel caso concreto era accaduto che la legge-giurisprudenza all’atto della prima istanza non riconosceva l’applicabilità dell’indulto ai condannati all’estero che stessero eseguendo la pena in Italia. Successivamente le Sezioni Unite sono intervenute mutando giurisprudenza, ritenendo applicabile l’indulto anche ai condannati all’estero in esecuzione della pena in Italia. Le Sezioni Unite venivano dunque adite per stabilire se tale ‘mutamento’ potesse legittimare la riproposizione della domanda d’indulto e superare il ‘giudicato esecutivo’. Le Sezioni Unite si sono pronunciate in senso favorevole.
  • Ma come si giustifica la rilevanza del mutamento giurisprudenziale rispetto alla legge ed alla sua riserva? – (Prof. ventura)
  • È il profilo più interessante che offre la sentenza citata. Nella motivazione della sentenza si affrontano le questioni ordinamentali e di sistema, del superamento della tradizionale separazione tra interpretazione della legge (che sfugge all’irretroattività) e produzione di legge; della rilevanza del mutamento giurisprudenziale alla luce degli obblighi di un’interpretazione uniforme delle norme nazionali ai principi espressi dalla Convenzione Europea per i diritti dell’uomo, ed in particolare all’art. 7 CEDU, che nell’espressione di law ricomprende legge e giurisprudenza riconoscendogli lo stesso valore normativo e produttivo. Alla Corte di Strasburgo viene riconosciuta l’elaborazione di una nozione di ‘legalità’ apparentemente più ‘debole’ ma più ampio di quello nazionale, che permette d’includere nell’operatività del principio di ir/retroattività favorevole anche i mutamenti giurisprudenziali. Orbene alla luce del principio della ‘tutela più intensa’ dei diritti e cito i prof. Ventura[6], prof. Ruggeri e la Corte costituzionale (317/2009), non può che preferirsi quella offerta dalla giurisprudenza e norme CEDU anche rispetto a quella italiana. Le Sezioni Unite, in sintesi, ritengono superata la separazione tra interpretazione della legge (che risulta irrilevante per il diritto domestico) e produzione della legge alla luce, appunto dell’obbligo di una lettura sistematica con l’art. 7 CEDU. Evidenziando come le sentenze delle Sezioni Unite sono definite dalla Corte costituzionale come ‘diritto vivente’ e come lo stesso legislatore le abbia ritenute ‘principi guida’ in una legge delega. Con una funzione produttiva paralegislativa. Ma la cosa che più m’interessa sottolineare, è come nella sentenza in questione, nella quale si riconosce rilevanza al mutamento giurisprudenziale favorevole, a maggior ragione si riconosce la rilevanza del mutamento giurisprudenziale sfavorevole, che si fonda su principi di diritto ancor più radicati. Nello stesso senso si pronuncia la Corte costituzionale nella sentenza 230/2012 rispetto al mutamento giurisprudenziale sfavorevole. Nonostante la stessa metta un freno alle posizioni che ammettono rilevanza al mutamento giurisprudenziale favorevole. Nella sentenza citata la Consulta (adita dal giudice remittente, che sosteneva la rilevanza del mutamento giurisprudenziale favorevole, addirittura per superare l’intangibilità di una sentenza di condanna irrevocabile, poiché ai sensi dell’art. 673 c.p.p. è prevista solo in caso di abolitio criminis ovvero per dichiarazione d’incostituzionalità da parte della Corte costituzionale), ha messo un freno, rilevando i rischi di sistema ai quali si andrebbe incontro e soprattutto i limiti costituzionali posti dalla riserva di legge. Argomenti questi che verranno utilizzati dalla dottrina per criticare la sentenza relativa al caso emessa dalla Corte EDU col quale è stata condannata l’Italia in relazione al divieto di retroattività di mutamento giurisprudenziale sfavorevole… –
  • Ma questa sentenza è stata criticata a ragione, perché nel nostro ordinamento il reato di associazione mafiosa e concorso di persone esiste da prima… – (prof. Siracusano)
  • Certo, che le norme incriminatrici a cui hanno fatto riferimento i giudici per la creazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa esistono da prima. La stessa figura di concorso esterno in associazione nasce negli anni Sessanta, se non erro, nell’ambito dei reati per banda armata e cospirazione politica… –

Il prof. Siracusano conviene confermando con il segno della testa.

  • Ma la Corte EDU non condanna l’Italia per la natura giurisprudenziale del reato di concorso esterno in associazione mafiosa (natura tra l’altro non contestata dalle parti), quanto per l’applicazione retroattiva di una norma incriminatrice non prevedibile, meglio ancora incerta al momento del comportamento tenuto dal soggetto. Contrada era stato condannato per condotte (risalenti tra il 1979 ed il 1988) antecedenti alla sentenza delle Sezioni Unite del 1994 Demitry, ritenuta “fondativa” della fattispecie criminosa elaborata dalla giurisprudenza (attraverso la lettura combinata degli artt. 110, 416 e 416-bis del codice penale) sul concorso esterno in associazione mafiosa. Pronuncia che si ritiene abbia stabilito definitivamente i presupposti applicativi dell’incriminazione in questione, dirimendo i diversi orientamenti in materia, fino a quel momento non sufficientemente consolidati. La Corte EDU, ripercorrendo le diverse pronunce, rileva, come solo nel 1987 la Corte di Cassazione menziona per la prima volta il concorso esterno in associazione mafiosa, escludendone tra l’altro la configurazione di reato autonomo. Per la Corte EDU solo con la pronuncia della Suprema Corte a Sezioni Unite del 1994 citata, tale orientamento diventa dirimente e rilevante per quella stabilità nell’interpretazione di una legge che difetta di chiarezza, oltre la quale l’indirizzo può dirsi costante e ‘vincolante’ per i casi futuri, restando inapplicabile retroattivamente per assicurare quelle garanzie di accessibilità e prevedibilità della legge e sua interpretazione. Con l’occasione faccio rilevare come la Corte EDU riconosca alle Sezioni Unite un ruolo dirimente in caso d’incertezza della legge o giurisprudenza, a garanzia della prevedibilità della legge e giurisprudenza laddove poco chiare. La Corte EDU stabilisce alcuni principi a garanzia della conoscibilità da parte del cittadino delle conseguenze verso cui va incontro tenendo determinati comportamenti. Viene in rilievo la stessa rimproverabilità dei comportamenti, che possono essere tali solo se conosciuti. E per tale motivo devono essere chiaramente descritti dalla legge e dalla giurisprudenza che definisce e completa la legge.
  • Comunque è una questione complessa – (prof. Siracusano)
  • Le differenze tra legge e giurisprudenza come sono superate? – (prof. Ventura)
  • La giurisprudenza non può pretendere di essere immune dalla garanzia stabilita dal principio d’irretroattività. Non si può accettare che quanto è vietato al legislatore sia poi concesso alla giurisprudenza laddove produce effetti e pregiudizi anche maggiori del primo. L’ergastolo ostativo ne è una dimostrazione.
  • Vedi quest’argomentazione serve per il libro che stai scrivendo sulla rilevanza della giurisprudenza in Italia – (prof. Ventura).
  • Sì, anche se io pongo la questione sulla discriminazione in cui s’incorre nel ritenere rilevanti gli effetti prodotti dalla legge e non anche quelli prodotti dalla giurisprudenza. Ma questo è un argomento efficace – (prof. Lollo)
  • Professore, la Costituzione dovrebbe essere fatta conoscere già nelle scuole. Non come avviene oggi, ma per spiegare che esiste come garanzia, come difesa del cittadino dai poteri pubblici. La Costituzione non esiste per mantenere i privilegi di chi è al potere. Anche la seconda parte ordinamentale, gli equilibri che stabilisce tendono a tale fine. Invece, a parlarne spesso sono quelli che hanno già posizioni di privilegio e tendono a conservarli a quelle categorie che sono al potere. Permettemi di dire, in tutta umiltà, che le critiche mosse alla sentenza Contrada da parte di autorevoli esponenti della dottrina (Marino, Pulitanò), forse sono il frutto di un ‘abbaglio’, poiché utilizzano gli argomenti espressi dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 230/2012 che muovono da tutt’altri presupposti. La Corte costituzionale, infatti, pone un freno alla rilevanza del mutamento giurisprudenziale favorevole per scardinare l’intangibilità della res judicata. In tal caso ha una sua ragione d’essere il richiamo alla riserva di legge. Perché si discute di fonti di produzione di diritto. Nel caso Contrada, invece, quella che viene fatta valere è la garanzia del divieto di retroattività sfavorevole estesa anche alla giurisprudenza, e non limitata solo alla legge. Poiché il principio d’irretroattività funge da garanzia per la conoscibilità delle norme e come vengono applicate. E ripeto non può essere concesso alla giurisprudenza, con l’interpretazione, ciò che è vietato anche al legislatore. Poiché la riserva di legge è una forma di garanzia del cittadino rispetto al legislatore, figuriamoci se non debba esserlo anche rispetto alla giurisprudenza laddove questa provochi un pregiudizio. Parlare d’irretroattività di mutamento giurisprudenziale, non significa autorizzare la giurisprudenza a produrre diritto. Pertanto mi trova parzialmente d’accordo la posizione della Corte costituzionale nell’arresto n. 230/2012, nel non riconoscere rilevanza al mutamento giurisprudenziale favorevole per superare l’intangibilità del giudicato. Poiché viene in rilievo il principio di certezza del diritto. Come naturalmente mi trova più che d’accordo laddove distingue e riconosce la rilevanza al mutamento giurisprudenziale sfavorevole che si fonda sia nella prevedibilità già stabilita dalla Consulta nell’arresto n. 346/1988[7], sia nella giurisprudenza della Corte EDU in relazione all’art. 7 CEDU. Nella tesi naturalmente ho richiamato i precedenti europei relativi al principio d’irretroattività dell’imprevedibile mutamento giurisprudenziale sfavorevole, che trovano la loro massima espressione nei casi Kafkaris, Del Rio Prada e Contrada; ma ho anche trattato nel Capitolo Quarto, sulla il/legittimità della pena dell’ergastolo in relazione al principio d’umanità (3 CEDU) le pronunce della Corte EDU nei casi Vinter v. UK del 2012 e Öcalan v. Turchia dell’aprile 2015, che trattano del diritto alla liberazione condizionale e fissano tale momento alle condizioni stabilite al momento del reato o condanna. L’ho fatto in modo da poter sostenere l’irretroattività di modifiche peggiorative a partire dal momento del reato.
  • Le conclusioni a cui giungo è che l’ergastolo ostativo essendo il risultato di un imprevedibile mutamento giurisprudenziale sfavorevole dell’art. 4-bis.1 OP, che si è affermato intorno al 2008-2009, non possa essere applicato retroattivamente, e pertanto dovrebbe essere regolato dal regime precedente. Ossia in caso di concorrenza di delitto ostativo col delitto omicidiario punito con l’ergastolo, previo scorporo della pena espiata relativa al delitto ostativo, si dovrebbe ammette ai benefici penitenziari per la pena relativa all’ergastolo secondo il più regime favorevole previsto per i delitti di ‘seconda fascia’, cioè dell’attuale comma 1-ter dell’art. 4-bis Che non prevede alcuna condizione collaborativa e per i collegamenti con la criminalità organizzata, pone l’onere della dimostrazione al PM. Professore vorrei concludere sottolineando che PER SUPERARE L’ERGASTOLO cosiddetto OSTATIVO, NON C’E’ BISOGNO DI NUOVE LEGGI, COME AUSPICATO NEGLI STATI GENERALI SULL’ESECUZIONE DELLA PENA, APPENA CONCLUSI. E’ SUFFICIENTE RISPETTARE LE LEGGI ESISTENTI. AFFERMANDO L’IRRETROATTIVITA’ AL 2008-2009, DELLA NUOVA INTERPRETAZIONE SFAVOREVOLE DELL’ART. 4-BIS.1 OP. E CHIARIRE QUEST’ASPETTO CON UNA SEMPLICE CIRCOLARE DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA AI VARI UFFICI DI SORVEGLIANZA. NON SERVIREBBE ALTRO. NESSUNA NUOVA LEGGE. SOLO IL RISPETTO DI QUELLE IN VIGORE.
  • Bene, bene per noi basta così. Anzi… adesso avremmo bisogno solo di riunirci per qualche minuto. C’è la possibilità di un luogo per fumare una sigaretta? – (prof. Ventura)

Ho finito l’esposizione, ma avrei ancora tanto da dire, mi hanno fatto parlare per tre quarti d’ora, e non posso certamente lamentarmi. Ma aspettavo da tanto tempo qualcuno con cui confrontarmi e che comprendesse quello di cui parlo. Ma ora è tempo di pensare ad altro. Ed a cosa se non ai miei familiari? Mi giro per cercare il loro sguardo. Sono lì. Spero solo di essere andato bene e che siano rimasti soddisfatti di me.

Con mia sorpresa vedo che sono presenti anche alcuni miei compagni di sezione. La Direttrice ha voluto farmi un’altra sorpresa, poiché loro mi avevano detto che non li avrebbero fatti scendere. La cosa mi sembrava un po’ strana, però essendoci persone esterne, poteva starci. Invece eccoli, lì. Saprò poi che si sono commossi anche loro, oltre ai miei familiari, quando mi hanno visto affrontare la prova con tanta tranquillità e competenza. In effetti, mai nessuno né familiari né altri avevano mai assistito ai miei esami. Sapevano dei miei voti alti, dei quali si complimentavano. Sapevano quanto erano sudati, perché mi vedevano studiare, ma non avevano idea delle mie conoscenze, capacità. La verità è che lo studio del diritto, mi ha ‘preso’ quasi da subito. E pensare che volevo iscrivermi alla facoltà di Lettere e Filosofia, per uscire dal mondo dei processi che avevano caratterizzato per oltre una decina danni la mia vita. E invece, scoprì che lo studio del diritto interessa solo in minima parte l’ambito ‘penale’. E soprattutto che anche in quel campo lo studio interessava concetti altissimi e astratti. Poi scoprì la Costituzione e il ‘combinato disposto’, conquistai la mia ‘spada’ per la libertà, soprattutto culturale. La Costituzione italiana è il non plus ultra per il riconoscimento dei diritti. Sapere che c’è qualcosa di più alto dello stesso Legislatore al quale appellarsi, ti dona un nuovo status, quello di cittadino che può far valere i suoi diritti sempre ed ovunque. Basta trovare un giudice onesto. Come quello auspicato dal famoso contadino bavarese, che passò alla storia con la battuta: “troverò pure un giudice a Berlino”, innanzi al quale avrebbe fatto valere le sue ragioni anche rispetto all’Imperatore.

Sostenni il primo esame di diritto costituzionale col prof. Mauro Volpi, anch’esso (come oggi il prof. Ventura) all’epoca era il Preside della Facoltà di Giurisprudenza di Perugia.

Scendo le scale del palco, trovo i miei familiari in piedi che mi abbracciano. Tutti i presenti si congratulano. Come al solito non so come comportarmi in queste occasioni. Ringrazio e cerco con gli occhi le piccolette. Ludovica è vicina al padre, mentre Matilde gironzola come una trottola, senza darmi alcuna retta. Bevo un bicchiere d’acqua. Il tempo di orientarmi ed ecco che rientra la Commissione.

Vengo chiamato sul palco, di fronte ai banchi della Commissione. Resto in piedi. Il prof. Ventura mi guarda e inizia a recitare la formula di rito:

  • Per i poteri conferitemi dalla legge dichiaro Claudio Conte dottore in legge con 110 e lode e menzione accademica. Congratulazioni. E mi preme dire che alla nostra Facoltà non abbiamo altri studenti del suo livello… –

Non credo che vi possa essere un riconoscimento maggiore, ma in questo momento non riesco a gioire e ringraziare come dovrei. Però so che devo immortalare questo momento. E lo faccio nell’unico modo che concepisco. Prendo in mano il pregiato tomo regalatomi dal prof. Ventura e chiedo ai componenti della Commissione di autografarlo come ricordo. Questa è la seconda volta in vita mia che lo chiedo. Non ho la passione per i cimeli, né miti. Ma queste persone hanno fatto qualcosa di speciale oggi. Consapevoli che forse abbiamo scritto non una pagina, nemmeno un rigo, né una parola, ma una piccola interpunzione nella storia del diritto e della civiltà è stata incisa.

Il professore mi stringe la mano e sorride. Io naturalmente ringrazio. Ma resto senza parole. Non mi aspettavo un simile esito. Speravo di poter raggiungere il 110, considerata la mia media voto ma la lode e poi la menzione accademica, sono del tutto inaspettate. Ancora non me ne rendo conto. Ho sempre avuto così poche occasioni di confrontarmi con la realtà esterna che, ancora adesso, non ho idea di quanto io possa valere e non solo in campo universitario. D’altra parte sono entrato in carcere a diciannove anni. Trascorrendone tredici al regime del 41-bis OP. Dal 1992, quando ‘inaugurai’ l’isola di Pianosa[8] ancora ventiduenne e tutti (incluse le guardie) a chiedersi cosa ci facevo io lì, arrivò a chiederselo anche il presidente Alessandro Margara che nel 1994 mi revocò il regime speciale. Regime che poi mi fu riapplicato e revocato per altre due volte (senza che nessun fatto nuovo lo giustificasse, ma solo per un riflesso burocratico ad ogni periodico monitoraggio operato dal Ministero della Giustizia); tutto questo durò fino al 2005. I restanti anni di reclusione li ho trascorsi nei circuiti a Elevato Indice di Vigilanza (E.I.V., poi AS1), che nei fatti significa circuiti dove sono limitati i contatti sia con l’esterno che con la maggioranza degli altri detenuti. Condizione per la verità alla quale una volta abituati, ci si affeziona come i monaci al loro eremo.

Mi fanno firmare sul documento di laurea. Adesso sono laureato in Legge.

Ho stretto le mani al resto della Commissione, ringraziando per i complimenti che mi rivolgevano. Ero senza parole… ma sapevo però di dover fare anche dei ringraziamenti pubblici. Non mi piace parlare in pubblico. Per me è uno sforzo. Non sono abituato e, vita da ‘isolato’ a parte, non mi è mai piaciuto. Non ho un carattere istrionico. L’apparire non mi ha mai gratificato. Sono per l’ ‘essere’ e per il ‘dover essere’, non per l’apparire o per l’avere.

Ma oggi è un’occasione speciale e sento di dover fare di cuore alcuni ringraziamenti e rendere pubblici alcuni riconoscimenti. Lo devo ai miei familiari e a quelle tante persone che si prodigano nel silenzio e raramente capita l’occasione di farlo emergere. Quelle che mi amano, mi seguono e mi aspettano da una vita. Quelle incontrate lungo questo tortuoso cammino. Angeli che non ti aspetti. Con i quali ti trovi a condividere sforzi, passioni, progetti e speranze. Per questi motivi, mi faccio forza, ed anche se in buona parte dovrò improvvisare, riprendo il microfono, mi metto su un lato del palco. E mi dico: “Claudio è semplice, segui le parole che ti suggerirà il cuore”. Così inizio:

  • In queste occasioni i ringraziamenti sembrano un obbligo. Ma non oggi, perché sono parole che mi vengono dal cuore. Si dice che l’attenzione è la forma più pura e rara di generosità. Ed io qui ne vedo tanta. Si dice che nella società all’esterno ormai prevalga l’egoismo. Eppure le presenze riunite qui oggi, mi danno tutt’altro riscontro, tutt’altra speranza. Parlando di generosità, il mio pensiero corre a mons. Bertolone che ha dedicato la Sua vita agli altri, che oggi avrebbe voluto essere qui, ma impegni imprevisti l’hanno trattenuto. Vi prego di portare i miei ringraziamenti pubblici, per essermi stato vicino sempre e non solo in queste occasioni. L’altro mio pensiero corre alla dottoressa Paravati, che nonostante i suoi molteplici impegni, ha trovato il tempo per organizzare questa bella giornata. Che non mi aspettavo minimamente. Anzi se mi trovo così vestito è perché sapevo che avrei dovuto fare delle foto ricordo. Ma avevo pensato a qualcosa di molto più spartano e riservato. La ringrazio per questo e non solo. Perché il suo impegno non è solo di oggi, ma si riscontra tutti i giorni. Dottoressa (dico rivolgendomi a lei direttamente), speravamo di poter vedere qualche ora di libertà, ma è riuscita ugualmente a portarmi un pezzo di libertà qui oggi. E per questo non ci sono parole per ringraziarla. Ringrazio anche la Commissaria, gli Ispettori e gli Agenti che di fatto rendono possibile, giornate come questa. Ringrazio anche per l’inaspettata sorpresa la dottoressa Antonini. Un saluto lo rivolgo anche al signor Panaia, per la sua efficienza e disponibilità esemplare. E parlando di generosità, devo ringraziare il prof. Siciliani de Cumis, che da Roma, oggi è venuto qui appositamente per assistere a questa seduta. Una persona che ha dedicato la sua vita professionale agli altri e ora continua a farlo nel volontariato. Devo ringraziare il dottor Napoli e tutta l’area educativa, che si prodiga per risolvere i problemi che inevitabilmente sorgono per proseguire negli studi e non solo. Il dottor Napoli lo devo ringraziare doppiamente poiché è stato essenziale nel discutere i punti più controversi di questa tesi. Ecco perché mi avete trovato preparato anche sulle questioni più spinose. Un Grazie va anche a don Giorgio, che con i volontari rappresenta una grande risorsa per questo istituto. A Mario Sei che si è confrontato con la non facile burocrazia universitaria. A don Ilario, il nostro nuovo cappellano, che non ci fa mancare parole di conforto e spirituali. Restando ancora in ambito penitenziario devo ringraziare i miei compagni che nel tempo mi hanno sostenuto e sopportato quando dovevo ripassare qualche esame ad alta voce. Oltre ad aver preparato sempre qualche dolce sorpresa in occasione dei miei risultati più positivi. Uscendo fuori dall’istituto, devo ringraziare di cuore tutti i professori che ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere durante questa bellissima esperienza universitaria e che nelle sedute d’esame mi hanno fatto vivere l’atmosfera accademica. Il pensiero va ai professori di Perugia, dove ho iniziato questo percorso, ed a quelli di Catanzaro…

Non faccio i nomi, ma in questo momento scorrono i volti dei professori assenti, dai più cari come quello della prof.ssa Mori che mi ha mandato i saluti anche stamattina con la Commissione, della dr.ssa Annoni; del ‘magico’ prof. Bellantoni, alla prof.ssa Piro, prof. Errera, prof. Trimarchi, prof. Astone, prof.ssa Lanni, prof. Porciello, prof. Donati e tutti gli altri.

  • …Diversi in un certo senso ma uguali nella capacità di trasmettermi la passione e serietà per e nello studio. Ad ogni membro di questa Commissione ed al suo presidente, l’Illustrissimo, Chiarissimo prof. Ventura, va un grazie che non è fatto di sole parole. Mi avete regalato un’esperienza bellissima che io porterò nel cuore per il resto della vita. Un grazie va ai miei avvocati, che con me sono chiamati ad una dura battaglia. Ma il GRAZIE più grande va alla mia famiglia, che mi segue e sostiene da tanti anni. La famiglia è la cosa più importante per ognuno di noi, ma per chi è in questi posti lo è ancora di più. Il mio pensiero va anche a chi oggi non è potuto essere qui. Sono nel mio cuore e nei miei pensieri oggi e sempre. Voglio concludere questo intervento con le parole di Papa Francesco, che come sappiamo usa un linguaggio diretto, senza fronzoli. È che nel suo intervento all’associazione internazionale dei penalisti ha detto che ‘l’ergastolo è una pena di morte nascosta. E tutti i cristiani sono chiamati a combatterla’. Non far finta di niente o restare indifferenti. E con una tale benedizione, tutti uniti, credo che si possa davvero vincere la battaglia contro l’obbrobrio dell’ergastolo ostativo, che è soprattutto una battaglia di civiltà, di giustizia oltre che d’umanità.

Durante il discorso ho intravisto più di qualcuno che si commuoveva. Anch’io ho dovuto farmi forza per non cedere. Gli applausi dimostrano che comunque la sincerità delle mie parole sono arrivate ad ognuno dei presenti e apprezzate nel loro più profondo significato.

Prima di concludere il mio intervento, chiamo sul palco la Direttrice per consegnarle una copia della tesi di laurea.

  • Dottoressa vorrei farle dono della copia della tesi di laurea. Poiché in un certo senso, un po’ è anche Sua. Nel senso che se ho potuto fare la versione digitale, è stato grazie a lei che mi ha consentito di avere tutti gli strumenti tecnologico-informatici necessari. Infatti ho pensato alla tesi anche come ad un ‘manuale sull’ergastolo’, corredato da un archivio mobile, che consente una immediata consultazione dei documenti e leggi raccolti durante la ricerca –
  • Ma c’è anche la dedica… –
  • Certo, ci mancherebbe… –

Nella dedica è scritto: Alla preg.ma dott.ssa Angela Paravati, la migliore delle direttrici, ma soprattutto un Grande Persona. Claudio Conte. La dottoressa mi ringrazia. Vedo abbastanza emozionata anche lei. Nei fatti è un successo anche suo personale e dell’amministrazione penitenziaria, raggiungere un traguardo così importante, con questa qualità e con tali riconoscimenti che vanno al di là dell’ordinario. E lei già al corrente dei miei risultati nello studio e non solo, si era prodigata per ottenere che potessi discutere l’esame di laurea direttamente all’Università. Quale bell’esempio di reinserimento e modello rieducativo avrebbe potuto rappresentare per coloro che volessero scegliere una strada diversa da quella che li ha condotti in carcere. Lei consapevole che la funzione trattamentale non si ferma solo all’offerta interna o al programma individuale, ma si avvale anche di modelli paradigmatici da offrire, voleva valorizzare al massimo il momento e l’occasione. Un’occasione mancata, che avrebbe prodotto più sicurezza e legalità di decine di arresti… e che, invece, col mancato riconoscimento ha generato tra alcuni miei compagni la convinzione che la rieducazione, il reinserimento sociale sono una ‘presa in giro’. E che tanto vale restare fedeli alle regole criminali, che almeno non sono ipocrite. Un atteggiamento dovuto al momentaneo sconforto, ma che passa subito. Poiché paradossalmente a credere ancora nel reinserimento sono proprio i condannati, coloro che hanno sbagliato e non vogliono farlo più, non per riacquistare prima la libertà (per chi ha un fine pena) ma per come li fa sentire…

Dopo la Direttrice chiamo sul palco per la consegna di un’altra copia della tesi, la mia avvocatessa Marinella Chiarella, che è qui in rappresentanza di tutto lo studio Staiano, impegnato in Corte d’Assise. Lei non se lo aspetta.

  • Avvocatessa la invito a salire, per la consegna di una copia della tesi. Un pensiero di ringraziamento per l’impegno che mettete nella vostra professione e un promemoria per le battaglie che ci aspettano –
  • Un grazie di cuore, perché inaspettato. Devo dire che Conte è motivo di ispirazione anche per noi. Che stiamo imparando noi da lui molte cose. Naturalmente ringrazio a nome di tutto lo studio e dell’avv. Staiano che oggi è stato impossibilitato a presenziare, come invece, avrebbe voluto –
  • Dottoressa Antonini, anche se la Sua è stata un’inattesa sorpresa, non mi trova impreparato. Pertanto la invito a salire per consegnarle copia della mia tesi, che spero possa essere di qualche utilità –

La dott.ssa Antonini ringrazia, piacevolmente sorpresa anche lei. Finalmente scendo dal palco.

La Direttrice fa segno al prof. Siciliani, per farlo intervenire. Lui impreparato sale sul palco. Ma se la cava egregiamente.

  • Ho avuto il piacere di leggere la tesi di Conte, anzi del dottor Conte e di sentirmela spiegare. Mi sembra qualcosa di importante. Anche se ancora oggi non ne ho compreso appieno la potenzialità, non essendo la mia materia. Ma la rilevanza costituzionale è palese. Così come alcuni aspetti molto critici di certe pene, come quella dell’ergastolo. Come dice il prof. Giostra è un problema culturale, che bisogna affrontare collettivamente ed in modo deciso. Il problema non è solo del carcere, ma di tutta la società.

Seguono gli applausi. Il posto del Professore, viene preso dalla Direttrice che inizia il suo intervento, con la lettura della lettera del Vescovo che ha mandato per l’occasione:

  • Il Vescovo che non ha potuto essere qui oggi, come avrebbe voluto, ha inviato una lettera che leggo: “Carissimo signor Conte, con la presente voglio esprimerLe vivissimi rallegramenti per il traguardo che Ella taglierà domani: la laurea. Un giorno importante per la Sua vita e per tutti i Suoi cari che avrebbe preferito vivere, da studente qualunque, seduto tra gli scranni di facoltà dell’Università. So che questa possibilità, a ragione dello stato di detenzione al quale è costretto non Le è stata accordata. E che per questo, già ormai da una dozzina di giorni, ha intrapreso uno sciopero della fame in segno di protesta. Quello che si appresta a vivere è un momento di gioia, di riscatto, di orgoglio. Un nuovo inizio. Con cuore di padre, La invito per questo a voler desistere dalla protesta avviata: ben più importante, ritengo, è la dimostrazione che Ella darà concludendo il Suo percorso di studi. Una testimonianza della volontà di fare e di essere, di rialzarsi e camminare anche dopo la più paurosa delle cadute. Avrei voluto esserLe al fianco e, come saprà, per tale motivo avevo già ottenuto l’autorizzazione della direzione dell’istituto. Purtroppo, impegni sopraggiunti non mi consentono di essere presente. Purtuttavia, attraverso queste poche righe intendo farLe pervenire comunque i miei più sinceri ed affettuosi auguri, confidando di poterLa incontrare appena possibile per poterlo fare d persona. Sappia che Le sono vicino umanamente e spiritualmente. Prego il Signore che possa colmarLa di doni celesti e di tutto ciò che il Suo cuore desidera. Auguri. E ad maiora!

Catanzaro, 21 aprile 2016

                                                                            Vincenzo Bertolone”[9].

Purtroppo ieri è venuto a mancare un prete di Lamezia Terme, un sant’uomo, e per oggi, giorno di laurea, sono previsti i suoi funerali, che saranno celebrati dal mons. Bertolone.

Dopo la lettera, la Direttrice ha continuato:

  • Questo è un momento importante per l’amministrazione penitenziaria, perché mostra i frutti di un lavoro portato avanti negli anni. Che richiede impegno. Conte è un esempio positivo di quelle potenzialità inespresse che correttamente agevolate possono portare a risultati importanti come quello di oggi. Certo è che bisogna ripensare alla questione dell’ostatività dell’ergastolo, perché non può annullare percorsi così importanti.

Seguono applausi convinti da parte di tutti. Non potrei avere una sponsor migliore perché diretta testimone dei miei progressi, percorsi e potenzialità. Quando parla ha certamente in mente tutti quei piccoli contributi di carattere riparativo e sociale che ho dato in questi anni, senza nulla chiedere, dei quali non resta traccia nelle carte ma restano nella memoria e accrescono una certa stima e fiducia nei miei confronti, che poi si esprime in sorprese come quella che mi ha regalato oggi.

Sorprese che non sono finite, infatti, vedo salire un mio compagno Francesco, sul palco che inizia a leggere una lettera preparata collettivamente. Una lettera molto bella che riporto:

  • Congratulazioni, amico mio, e come dici sempre tu l’amicizia risiede dove la comprensione e l’inspiegabile s’incontrano. Congratulazioni da parte di tutti noi. Hai raggiunto un risultato importante, con abnegazione e sacrificio. Sacrificio se permetti anche nostro, viste le ore a cui di volta in volta hai costretto qualcuno di noi ad ascoltarti ripetere prima degli esami. Conoscendoti, sono sicuro che questo non è un punto di arrivo, ma solo di partenza, verso nuovi traguardi e nuovi successi, nella lotta all’incostituzionale ergastolo ostativo. E ancora come dici sempre tu, sostenuta la tesi, poi bisogna trovare qualcuno che ti dia ragione! Sai cosa mi ha colpito negli ultimi giorni? Il tuo smisurato ottimismo nonostante l’ennesima ingiustizia. Il tuo ostinato rispetto delle regole, nonostante fossi legittimato a infrangerle; le tue continue riflessioni su come sia possibile che nessuno si accorga, che l’ergastolo ostativo in realtà non esiste per legge, ma solo per una creazione giurisprudenziale. L’augurio naturalmente, è quello di veder crollare le mura che ancora ingiustamente dopo 27 anni si frappongono tra te e la libertà. Congratulazioni Dottor Conte.

Parole che naturalmente mi hanno toccato il cuore. Perché cariche di quelle verità e indifferenza con le quali ci troviamo a confrontarci ogni giorno, in carcere.

Com’è possibile che nessuno si accorga che l’ergastolo ostativo è un ‘abuso giurisprudenziale’. Non voluto dal legislatore ma prodotto da un manipolo di giudici che alla pena riconoscono solo ed esclusivamente la funzione retributiva. E che ipocritamente poi si dicono rispettosi di quella stessa Costituzione che legittima il loro stesso magistero.

Prima che la Commissione lasci il palco, Ludovica e Matilde (accompagnate da mia sorella), iniziano a distribuire con un cestino pieno delle penne stilografiche, che la mia famiglia ha preparato come ricordo del giorno di laurea. Partono dalla Commissione ma poi si fanno il giro, passando tra tutti i presenti. A vederle sono troppo forti.

Poi la direttrice apre il buffet che hanno preparato per l’occasione i miei compagni nel laboratorio interno di pasticceria. Alcuni vassoi spiccano. Sono quelli che hanno portato i miei familiari con dei dolci tipici pugliesi. Il pasticciotto ‘leccese’ con la crema, il ‘fruttone’ e infine il ‘rustico’. Che avevo fatto portare per me, poiché non si mangia freddo. Eppure spopola. La Direttrice ne resta rapita. Come anche il resto dei presenti. Tanto che non ne resta neanche uno per me… Sono contento.

Alcuni dei presenti mi fanno dei bei regali. Libri. Il meglio che si possa chiedere in posti come questi. Uno mi colpisce in particolare, è illustrato, per bambini. Luigino racconta la Costituzione, è il titolo, l’autore è Luigi Mariano Guzzo, una di quelle persone che è una fortuna incontrare… che è presente e mi fa gli auguri.

Poi inizia il rituale delle foto con la Commissione prima, i presenti e soprattutto con i miei familiari. Ne facciamo una con tutta la famiglia per immortalare questo momento tutti insieme. Non ne avevamo neanche una. I segni di ventisette anni di separazione dalla tua famiglia, dal mondo si vedono proprio in quello che non c’è. Le occasioni mancate, di quello che era potuto essere e non è stato. Nelle assenze durante le feste, i matrimoni, le nascite, i momenti più importanti per la vita sociale di qualsiasi essere umano. Il carcere è esclusione. L’ergastolo è una ‘civile’ sadica soppressione. Quasi che chi è recluso o i familiari che lo aspettano non abbiano gli stessi sentimenti, aspettative di chi ha chiuso quella porta in nome di una legge e di una Costituzione poi violate impunemente. L’art. 27 comma 3 della Costituzione stabilisce: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso d’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non alla vendetta, neanche quella di Stato.

Dopo che tutti i presenti hanno iniziato ad affluire fuori. Ci è stato concesso di restare insieme per una mezz’ora. E mia madre mi ha chiesto subito cos’era questa storia dello sciopero che aveva appreso dalla lettera del Vescovo. L’ho tranquillizzata, dicendole che l’avevo fatto e sospeso, mi serviva per richiamare l’attenzione sull’abuso giurisprudenziale dell’ergastolo ostativo che stavo subendo e dimostrato nella tesi di laurea. Perché dopo oggi, nessun giudice di sorveglianza potrà più nascondersi dietro la legge, quando dichiarando l’ergastolo ostativo condanna una persona a morire in carcere, perché la legge la sta violando. Lei si siede di fianco e mi accarezza. Poi ci siamo concentrati su di noi, sulle cose belle. Per ridere un po’ in quella giornata che poteva essere altro, ma che andava bene anche così. Il tempo trascorso insieme è stato così poco in questi ultimi trent’anni che non ha senso sprecarlo con pensieri negativi. Per il resto, con l’aiuto di Dio e l’amore familiare potremo affrontare il futuro e le sfide che ci riserva col sorriso sulle labbra. Quello che mi suscitano Ludovica e Matilde ogni volta che le guardo.

Continua…

[1] L. Ventura – A. Morelli (a cura di), Principi costituzionali, Milano, Giuffrè, 2015.

[2] Per la verità entro in carcere a diciotto anni e due mesi (novembre 1988) ma uscirò per cinque mesi prima del definitivo arresto.

[3] Coordinatore: Maurizio De Lucia, Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo – Relazione Annuale 2015 (periodo 01/07/2014 – 30/06/2015), pp. 441-4: «Come è noto la legge 15 luglio 2009, n. 94 con agli artt. 25 e 26 ha riformato radicalmente l’istituto in argomento. La legge, oltre che modificare la normativa esistente, ha recepito le soluzioni giurisprudenziali ormai consolidate su alcuni dei punti controversi dell’applicazione della disciplina, offrendo in sostanza una interpretazione autentica della precedente normativa […]. Le norme che invece recepiscono le soluzioni giurisprudenziali già consolidate nel corso degli anni e che le stabilizzano definitivamente, riguardano il superamento del cosiddetto “scioglimento del cumulo”, e quindi la applicabilità del regime in questione anche dopo l’esecuzione di quella parte della pena relativa ai reati-presupposto dell’applicazione del regime; l’applicabilità del regime anche in presenza delle circostanze previste dall’art. 7 della legge 203/91, anche se non formalmente contestate (come ad es. nel caso del delitto di omicidio), ma comunque presenti nella dinamica del reato per il quale il detenuto ha riportato condanna». In effetti, in materia di regime speciale il mutamento giurisprudenziale (adozione criterio sostanziale), che poi si estenderà ai benefici penitenziari circa l’individuazione dei delitti di ‘prima fascia’ ex art. 4-bis.1 OP, inizia già nel 2004. Mentre per la materia relativa ai benefici penitenziari il mutamento giurisprudenziale inizierà ad affermarsi intorno al 2008-2009. Si sottolinea come, diversamente che in materia di regime speciale, in materia di benefici penitenziari, il legislatore ancora oggi non è intervenuto per recepire le nuove soluzioni giurisprudenziali sullo ‘scioglimento del cumulo’ e l’applicabilità delle preclusioni anche in assenza della “formale contestazione dell’art. 7 L. 203/1991 (come nel caso del delitto di omicidio)”.

[4] Platone, Gorgia.

[5] Il comma 3-bis dell’art. 51 c.p.p. è una disposizione processuale nella quale sono elencati gli stessi delitti ostativi di ‘prima fascia’ dell’art. 4-bis OP, che attribuiscono la competenza al PM della Direzione Distrettuale Antimafia. In prima battuta possiamo rilevare che non richiama espressamente anche l’omicidio (indicato come delitto di ‘seconda fascia’, invece, nell’art. 4-bis OP). La disposizione originaria recitava: “Quando si tratta di procedimenti per delitti, consumati o tentati, di cui agli art. 416-bis e 630 c.p., per delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto art. 416-bis ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, nonché per i delitti previsti dall’art. 74 del testo unico approvato con D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, le funzioni indicate nel comma 1 lett. a) sono attribuite all’ufficio del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente”. Appare degno di nota evidenziare come tale disposizione introdotta con L. n. 8/1992, stabilisca che si applica solo ai procedimenti iniziati successivamente all’entrata in vigore della stessa. Pertanto non sarebbe un utile criterio per individuare i delitti precedenti a tale data. Ma quello che interessa rilevare è che anche questa disposizione per l’individuazione dei delitti ‘commessi per agevolare le associazioni mafiose’, ha sempre utilizzato l’art. 7 L. n. 203/1991, tant’è che nel caso di delitti omicidiari, punibili con l’ergastolo e per i quali l’aggravante non poteva operare, c’è stata tutta una querelle che ha reso necessario l’intervento delle Sezioni Unite, con la nota sentenza n. 337/2008-2009 che ha esteso la contestabilità anche ai delitti punibili con l’ergastolo (v. parte motiva della sentenza che ne evidenzia l’utilità – anche – e in funzione proprio dell’art. 51.3-bis c.p.p., non potendo l’aggravante esplicare gli effetti dell’aumento sulla determinazione della pena previsto dalla legge). Pertanto anche l’art. 51.3-bis c.p.p. ha avuto gli stessi problemi dell’art. 4-bis OP per l’individuazione dei delitti ‘commessi avvalendosi o per agevolare l’associazione mafiosa’, poiché ha utilizzato il criterio formale dell’art. 7 citato quando gli era possibile, e arrivando a contestarlo ai delitti omicidiari anche quando non gli era ancora possibile (ossia prima della sentenza n. 337/2008-2009, che poi ha legittimato tale contestazione anche al delitto di omicidio).

D’altra parte la competenza alla DDA in caso di omicidi, laddove non si è voluto forzare la legge 203/1991, è sempre stata individuata attraverso la contestazione concorrente del reato (autonomo) ex art. 416-bis c.p..

Per esperienza personale, infatti, mi costa che nel maxi-processo imbastito nel 1993-4 ai delitti omicidiari successivi al 1992 fu contestata l’aggravante ex art. 7 L. n. 203/1991 (anche se poi esclusa nella sentenza per i delitti ai quali fu inflitto l’ergastolo), invece, non fu contestata ai delitti omicidiari precedenti al 1991. Mentre l’art. 416-bis c.p. fu contestato a tutti, con relativa attribuzione di competenza alla DDA.

Resta senza risposta poi il dubbio, tutto personale, come si possa stabilire nella fase delle indagini la natura ‘mafiosa’ del delitto es. omicidiario (odore di zolfo a parte), sul quale ancora si deve indagare, e attribuire la competenza ex ante alla DDA.

Di più, resta la differenza, sia sotto il profilo teleologico che strutturale delle due disposizioni: processuale la prima (della quale comunque si rileva la prevista irretroattività), penitenziaria la seconda, divisa in due ‘fasce’, nella quale il delitto omicidiario è espressamente previsto nella ‘seconda fascia’ (mentre nell’art. 51.3-bis c.p.p. vi è un’unica ‘fascia’ ed il delitto omicidiario non è citato), ed i cui delitti, comunque sia, sono stati individuati per lungo tempo col criterio formale. Ovvero in modo contraddittorio fino al 2008-2009.

Ed ancora, il collegamento tra disposizioni processuali relative alla fase preliminare e quelle sull’esecuzione della pena,

non trova il giusto riconoscimento. Infatti in seguito alla sentenza della Corte costituzionale n. 57/2013 con la qual è stato dichiarato incostituzionale il meccanismo di esclusione ex art. 275.3 c.p.p. nella parte in cui prevede l’impossibilità del giudice di valutare la possibilità di concedere la misura dei domiciliari agli imputati per delitti gravati dall’art. 7 L. n. 203/1991, ho posto questione d’incostituzionalità in relazione all’art. 4-bis OP, nella parte in cui per gli stessi delitti non consente al giudice di sorveglianza di valutare la possibilità di concessione dei benefici penitenziari. Poiché risulta irrazionale e discriminatorio ritenere incostituzionale una disposizione nella fase preliminare e non in quella dell’esecuzione tenuto conto che produce gli stessi pregiudizi. Come nel caso di chi in fase preliminare ha potuto godere della misura attenuata, che poi si vedrà negata in fase esecutiva. La questione è stata elusa sia dal magistrato di sorveglianza che dal Tribunale di sorveglianza di Catanzaro. L’omessa motivazione è stata impugnata in Cassazione, che ha rigettato il ricorso, ma di cui non conosco le motivazioni (Rif.: ricorso avverso rigetto di permesso premio nell’interesse di Corvaia Marcello, seguito in Cassazione dall’avv.ssa Isabella Giuffrida del foro di Catania).

[6] Ventura L., Sovranità, Da J. Bodin alla crisi dello stato sociale, Torino, Giappichelli, 2014.

[7] Corte cost., n. 364/1988, sull’art. 5 c.p., in cui la scusante dell’ignorantia legis è stata accostata al prospective overruling: entrambi sono modi di riconoscimento della rilevanza della prevedibilità dell’esito giudiziario, in chiave di garanzia.

[8] È appena il caso di ricordare che l’Italia è stata condannata dalla Corte di Straburgo per aver impedito indagini sui casi di violazione dei diritti umani e torture fisiche consumate nel penitenziario sezione Agrippa, dell’isola di Pianosa, dove erano reclusi i sottoposti al regime ex art. 41-bis OP. La Corte europea (nei casi Benedetto Labita e Rosario Indelicato) sentenziò l’impossibilità di provare le accuse di maltrattamenti. Ma per gli stessi episodi, il 6 aprile 2000 condannò il nostro Paese per non aver svolto indagini ufficiali efficaci sulle denunce presentate dai detenuti alle autorità italiane (da “Ricatto allo Stato” di Sebastiano Ardita, Ed. Sperling & Kupfer, p. 46).

[9] Oggi 30 aprile 2016 guardando l’estratto conto, ho scoperto che Mons. Bertolone il 27 u.s. mi ha fatto versare una somma di denaro sul mio conto. La cosa mi ha quasi commosso. Perché mi ha ricordato i gesti che i miei nonni facevano nelle feste comandate o eventi importanti. Uno dei tanti segni della loro vicinanza, del loro affetto. Vicinanza e affetto che Mons. Bertolone non mi ha fatto mancare in questi anni.  E che per me sono più che sufficienti. Per questo devolverò la cifra a chi ha più bisogno di me. Seguendo il suo esempio. Perché mi sentirei davvero un egoista tenere per me affetto e danaro. Sono già molto ‘ricco’ per essere nei Pensieri e Preghiere (come Gli ho sempre chiesto), di una così splendida Persona.

Il presepe di Aylan Bambinello senza grotta… di Francesca De Carolis

REFILE - CORRECTING BYLINEATTENTION EDITORS - VISUALS COVERAGE OF SCENES OF DEATH OR INJURYA young migrant, who drowned in a failed attempt to sail to the Greek island of Kos, lies on the shore in the Turkish coastal town of Bodrum, Turkey, September 2, 2015. At least 11 migrants believed to be Syrians drowned as two boats sank after leaving southwest Turkey for the Greek island of Kos, Turkey's Dogan news agency reported on Wednesday. It said a boat carrying 16 Syrian migrants had sunk after leaving the Akyarlar area of the Bodrum peninsula, and seven people had died. Four people were rescued and the coastguard was continuing its search for five people still missing. Separately, a boat carrying six Syrians sank after leaving Akyarlar on the same route. Three children and one woman drowned and two people survived after reaching the shore in life jackets. REUTERS/Nilufer Demir/DHAATTENTION EDITORS - NO SALES. NO ARCHIVES. FOR EDITORIAL USE ONLY. NOT FOR SALE FOR MARKETING OR ADVERTISING CAMPAIGNS. THIS IMAGE HAS BEEN SUPPLIED BY A THIRD PARTY. IT IS DISTRIBUTED, EXACTLY AS RECEIVED BY REUTERS, AS A SERVICE TO CLIENTS. TURKEY OUT. NO COMMERCIAL OR EDITORIAL SALES IN TURKEY. TEMPLATE OUT

La nostra Francesca De Carolis ha scritto un pezzo molto bello dedicato al particolare presepe che Claudio Conte altri detenuti di Catanzaro hanno creato dedicato al piccolo Aylan morto sulle coste della Turchia.

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Spara sti botte, / alluma sti bengale; / arrust’ ‘e capitune, / ch’è Natale!… / Ncoll’ ‘e pasture!…

Ca mpunto mezanotte, / nasce ‘o Bammino. / Chella, mamma, è devota,/ perciò nasce ‘o Bammino.//

Sti Bammeniello nasce n’ata vota?/ Lassat’ ‘o j’… / Chillu stesso martirio ‘e quanno è nato / l’adda turnà a suffrì?

( spara questi botti/ accendi questi bengala; arrostisci il capitone, che è natale!… Incolla i pastori!… // Che a mezzanotte in punto nasce il bambino. Quella, mamma, è devota, / perciò nasce il bambino // Questo bambino nasce un’altra volta?/ Lasciatelo stare… / Quello stesso martirio di quando è nato/ deve tornare a soffrire?)

Non per rovinarvi il piacere del vostro bel presepe… semmai lo avete fatto con tutti i crismi e carismi. Ma a queste strofe della poesia di Eduardo, ‘a vita ( la vita), è andato il pensiero leggendo quanto mi descrive in una sua lettera Claudio Conte (cito ancora parole di un ergastolano ma, che volete, le riflessioni migliori ultimamente mi arrivano da lì…) a proposito di un presepe che con alcuni compagni di sezione ha preparato nel carcere di Catanzaro.

Perché sapete a cosa si è ispirato il nostro Claudio? Alla morte del piccolo Aylan annegato sulle coste della Turchia.

Ha realizzato, mi scrive, una metropoli di grattacieli fatti di scatole di cartone, lasciando ben in evidenza la pubblicità che hanno stampata sopra, addobbandoli con luminarie stile Las Vegas e installando in cima ai grattacieli a caratteri cubitali queste parole: egoismo, globalizzazione, indifferenza. Poi, spiega, ha diviso lo spazio con una rete e del filo spinato, e nel lato opposto ai grattacieli ha messo una montagna, una grotta di cartapesta, una spiaggia e il mare. E vicino al mare la foto del piccolo Aylan, con san Giuseppe e la Madonna che pregano.

“Non c’è natività.- spiega- Ho voluto simboleggiare l’uccisione di Aylan-Gesù bambino. Non ‘Dio è morto nietzschiano’, ma ‘abbiamo annegato il bambinello’, per egoismo, indifferenza. La grotta resterà vuota e la stella cometa ‘caduta’ è vicino alla grotta. Insomma una denuncia dell’ipocrisia del Natale, di una società disposta a uccidere dei bambini pur di proteggere la sua ‘roba’. In una società in cui vali quanto possiedi…”.

Troppo duro? Mi chiede e si chiede. Si risponde da solo, Claudio: “Mi domando con quale sentimento ci possiamo accostare a Cristo, quando restiamo indifferenti a tanta ingiustizia. Aylan è solo uno dei tanti bambini morti attraversando il mare. Uccisi per proteggere le nostre frontiere, il nostro benessere. Siamo questo. E’ inutile che ci prendiamo in giro”.

Già, non prendiamoci in giro. E mi ha fatto pensare, questo presepe, a un’immagine che, un’infinità di anni fa, era il tempo della guerra del Vietnam, da una copertina della Domenica del Corriere, velò di tristezza un mio Natale, e anche quelli seguenti in verità, insegnandomi a non trascurare quel che accade fuori dalle nostre più o meno tranquille case. Miracolo dei tempi di internet e delle banche dati, dopo una breve ricerca l’ho ritrovata…, firmata da Walter Molino per il Natale del 1965.

Esattamente come la ricordavo. Una capanna, un asino, un bue e una donna dallo sguardo terrorizzato che abbraccia il suo bambino morto. Che ha la fronte forata da un proiettile. Sembra illustrazione per una crudele fiaba moderna e invece raccontava una tragica verità: in un villaggio vietnamita mentre si stava allestendo un presepe vivente ci fu uno scontro a fuoco e un proiettile ‘vagante’ colpì il bambino. Giusto al centro della fronte. Titolo: nel Vietnam hanno ucciso Gesù bambino.

Tornando alle pallottole ‘vaganti’ a noi più contemporanee…al presepe di Claudio, ad Aylan e ai cento e cento e cento bambini ancora che continuano a morire e di cui ci siamo già dimenticati dopo le tante parole sull’estetica e la liceità di una foto ( che di tanti altri, visto che nessuno li ha fotografati, possiamo anche non sapere e anche sapendo ci fa meno impressione e nulla turba il nostro tranquillo andare). Il richiamo ad un’altra immagine ancora: il dipinto di Bruegel il vecchio, ‘la strage degli Innocenti’. Che avviene sullo sfondo di un villaggio fiammingo innevato. La quiete del paesaggio sotto un cielo limpido, lo strazio delle madri su piccoli corpi inerti … un contrasto che dà brividi…

Un pensiero, piuttosto che alla stucchevole festa dei bambini in cui abbiamo trasformato il nostro Natale, alla Festa degli Innocenti, che pure il calendario prevede e che tre giorni dopo il Natale arriva, e che proprio quella pagina del vangelo di Matteo ricorda: “ e quel giorno si compì quello che era stato detto per mezzo del profeta Geremia…”. Profezia che, sembra suggerire il presepe di Claudio, allunga la sua ombra fino ai nostri giorni…

E’ proprio vero, chi scrive dal carcere profondo non ha tempo e parole da sprecare, come accade a noi, liberi, “nel troppo commercio con la gente”. E le parole senza infingimenti che da lì arrivano spesso regalano brani di realtà nuda. E con più mestizia del solito quest’anno ho spedito lettere d’auguri all’indirizzo di alcune carceri. Chiedendomi quale riscatto… quale avvento… Ci sarà mai una cometa su quei cieli?

A dire la verità una ce ne sarebbe, almeno di cometa. Io l’ho vista tempo fa appena fuori Spoleto, che non s’era ancora nemmeno in autunno. Una stella cometa esattamente come quelle che si mettono in cima agli alberi di Natale, ma grande grande, sulla sommità di una delle due torri che sono le palazzine con gli appartamenti degli uomini della polizia penitenziaria. Cinque punte e tanto di coda ricurva, messa il Natale di chissà quale anno addietro e che, per chissà quale inerzia o stramberia, lì è rimasta, a impallidire ogni sera dell’anno, ognuno dei grigi giorni graffiati sui muri … quasi una beffa, pensai vedendola, ad annunciare ogni notte un impossibile avvento.

Corte EDU: caso Del Rio Prada c. Spagna e art. 4 bis OP (irretroattività)… di Claudio Conte.

Indiritto

Il nostro Claudio Conte, detenuto a Catanzaro, potremmo definirlo il “cultore del diritto” del Blog.

E’iscritto alla facoltà di giurisprudenza, ma quella per il diritto per lui è una vera passione, che vive -anche se sembra una contraddizione in termini- con rigore totale. Passione e rigore si compenetrano nel suo approccio alla legge. Le sue analisi sono il frutto di anni e anni di studio costante e approfondito. 

Nel testo che pubblico oggi, Claudio commenta la recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo “Del Rio Prada c. Spagna”. Sentenza che sembrerebbe dare una speranza a tanti ergastolani.

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Nel procedimento Del Rio Prada c. Spagna la Grande Camera della Corte Europea di Strasburgo il 21 ottobre 2013 ha stabilito l’irretroattività delle modifiche peggiorative, di norme “sostanzialmente” penali riguardanti l’esecuzione della pena, metodi di computo per applicazione di benefici penitenziari e d’indirizzo giurisprudenziali, per violazione delle leggi domestiche da parte dei giudici nazionali

In sintesi (poiché la sentenza consta di 50 pagine), la ricorrente, Del Rio Prada (detenuta dal 1987) è stata condannata come esponente dell’Eta, per stragi e altri atti di terrorismo, a 3 mila anni di carcere (ultima condanna nel 2000), ridotti  alla massima pena di 30 anni di reclusione, come stabilito dal Code Penal spagnolo del 1973, che tra l’altro  prevede una riduzione di pena pari a un giorno ogni due di lavoro (esclusa in caso di cattiva condotta o nuovi crimini). Nell’aprile 2008 l’autorità penitenziaria fissa il fine pena al 2 luglio 2008, ma il 19 maggio l’Audencia Nacional (giudice che controlla l’esecuzione), rigetta e fissa il fine pena al 2017, applicando un nuovo metodo per la computazione dello sconto pena, non più sul cumulo a 30 anni di reclusione, ma su ogni singola pena precumulo, per effetto del nuovo orientamento (“dottrina Parot”) espresso dalla Corte Suprema il 28 febbraio 2006, reinterpretando le modifiche al Code Penal apportate nel 1995.

La Grande Camera muovendo da tali premesse, ha stabilito che nonostante siano norme applicate durante l’esecuzione della pena, devono garantire le aspettative che il condannato poteva avere già al momento della commissione del delitto (CGJ§111ss), in questo caso  nel 1987, in ordine non solo alla pena, ma anche alle sue conseguenze nell’esecuzione. E’ un fatto che la Del Rio Prada poteva prevedere che avrebbe scontato dei 30 anni di pena (massimi previsti) solo venti anni, per effetto degli sconti di pena per il lavoro che avrebbe svolto, date le leggi e interpretazioni vigenti al momento di commissione del delitto, come dimostra anche il computo effettuato dall’autorità penitenziaria, fissando il fine pena al 2008. Favorevole alla computazione dello sconto pena cumulata, si era espressa anche la Corte Suprema nel 1994, prima di cambiare orientamento in peius nel 2006.

Come anticipato la Grande Camera ha accolto il ricorso per violazione del principio di irretroattività (art. 7.2 CEDU) poiché anche la Del Rio Prada aveva delle fondate aspettative di espiare 2/3 della pena massima a 30 anni di reclusione, stabilendo che non solo le norme modificate nel 1995, ma finanche il nuovo indirizzo peggiorativo della Corte Suprema non poteva essere applicato ai condannati per delitti antecedenti, anche se in esecuzione di pena, perché nella pratica ha privato la ricorrente dei benefici degli sconti di pena già garantiti: The Supreme Court’s new interpretation, which render ineffective any remission of sentence already graanted, led in practice to the applicant and other people in similar situations being deprived of  the benefits of the remission system (CGJ§ 114). Concludendo, molto comprensibilmente, anche in inglese “On this point, the Court reiterates that article 7 of the Convention unconditionally prohibts the retrospective application of the criminal law where it is an accused’s disadvantage (CGJ§ 116).

La Grande Camera ha inoltre ritenuto violato anche l’art. 5 CEDU, per detenzione senza titolo, in riferimento al periodo di detenzione successivo al 2 luglio 2008 con relativo ristoro pari a 30mila euro.

Tanto in premessa quali applicazioni e analogie possono trarsi in relazione alla legge dell’8 agosto 1992 n. 356 modificatrice dell’art. 4 bis OP? (Ordinamento Penitenziario L.n. 354/1975).

Sulla datazione delle modifiche peggiorative della norma (1992) e della sua interpretazione (2003).

A) L’art. 4 bis OP è stato modificato in peius con legge dell’8 agosto 1992 n. 352, introducendo la condizione della collaborazione con la giustizia per l’ammissione ai benefici penitenziari ivi indicati, per quei delitti formalmente indicati al comma 1 o gravati dall’art. 7 DL 152/91. L’art. 4 bis OP ha poi avuto diverse e ulteriori modifiche fino alla L. n. 172/2012, sulle quali non è rilevante soffermarsi, poiché la condizione peggiorativa in discussione è quella relativa alla collaborazione con la giustizia, che di fatto modifica struttura, criteri e ratio di altre norme (es. 176 cp).

B) A partire dal 2003 vigeva un diverso orientamento costante della stessa Suprema Corte di Cassazione italiana, che stabiliva l’individuazione dei delitti ostativi attraverso il criterio formale e l’ammissione ai benefici penitenziari, previa scissione del cumulo giuridico, in caso di concorrenza di pene per delitti ostativi e non ostativi anche se finalisticamente collegati (v. Cass Pen. Sez. I, 23 ottobre 2003 n. 40301; 8 marzo 2000 n. 990; Cass. S.U. 30 giugno 1999 n. 14 – Ronga; Cass Sez. I, 12 maggio 1999 n. 2529; 22 marzo 1999 n. 613; 4 marzo 1999 n. 941; Cass S.U. 28 feb. 1998 n. 15- Vernelli; Cass. Sez. I, 30 agosto 1996 n. 4060 e Corte cost. 27 luglio 1994 n. 361).

Dunque, prima del 2003, chi era condannato a più pene per delitti concorrenti  non e ostativi, anche se finalisticamente collegati, aveva fondate aspettative giuridicamente tutelate (da costante interpretazione della legge), che espiata la pena per il delitto ostativo, previa scissione del cumulo, poteva accedere alla liberazione condizionale (176 cp) senza collaborare con la giustizia. Ciò anche nel caso di pene concorrenti con l’ergastolo, che come scritto (in assenza di aggravante ex art. 7 L. 203/91), non era ritenuto ostativo ai benefici penitenziari. D’altra parte è un dato storicizzato che i condannati all’ergastolo (anche per delitti finalisticamente collegati ad associazioni di tipo mafioso) fino al 2003, accedevamo ai benefici penitenziari dopo avere espiato le pene per delitti concorrenti ex art 4 bis OP di “prima fascia” (comma 1).

Analogia e natura penale della disposizione (e combinato disposto ex artt. 4 bis OP e 176 cp)

Un’altra premessa necessaria è quella di stabilire la “natura penale” degli istituti e norme incise da tale rinovellazione legislativa e modifica interpretativa per poter argomentare in via analogica col caso Del Rio Prada.

Sotto tale profilo la Grande Camera ha chiarito che bisogna guardare non al nomen iuris delle disposizioni legali, ma alla loro “sostanza penale”, stabilendo che anche se “le misure  concernenti la remissione di una pena o la modificazione del sistema di liberazione condizionale, non fanno propriamente parte integrante della pena ai sensi dell’art. 7 CEDU. Ciononostante la distinzione tra non/penale non può essere sempre netta” (§111ss CGJ), giungendo così, attraverso un’evoluzione giurisprudenziale, ad ampliare l’ambito applicativo dall’art. 7 CEDU, anche a quelle misure che pur regolando l’esecuzione della pena di fatto incidono sulla stessa.

Per il parallelismo che ci interessa prospettare, in particolare con la liberazione condizionale ex art. 176 c.p., non v’è alcun dubbio sulla natura penale di quest’ultima disposizione, riconfermata dalla Corte Costituzionale (204/74), così come indubbio è l’aumento di pena in considerazione dell’esclusione o aggravamento delle condizioni per accedere a tale istituto ed estinguere la pena.

L’art. 176 presente nel codice penale del 1930 (modificato con L. del 25 nov. 1962 n. 1634 e L. 10 ottobre 1986 n. 663) stabilisce l’accesso ai condannati che hanno espiato almeno 30 mesi o metà della condanna (26 anni in caso di ergastolo), abbia tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento e abbia adempiuto alle obbligazioni civili derivanti dal reato, salvo dimostri di trovarsi nell’impossibilità di adempierle.

Dunque tre condizioni. Tra le quali, giova anticipare, non esiste la collaborazione con la giustizia. Infatti, anche per l’accertamento della condizione “meno oggettiva”, ossia il “ravvedimento”, costante giurisprudenza ha sempre escluso la collaborazione come criterio indispensabile, anzi, non solo non è previsto, ma è addirittura ammessa la mancata ammissione delle proprie responsabilità, che non può essere indice di mancato ravvedimento (Cass. Pen. Sez. I, 8 giugno  1993 n. 1907- Dijabuskji- si noti anche successivamente al 1992, e modifica dell’art. 4 bis OP). E ancora, sempre la Suprema Corte stabilisce che al fine della concessione della liberazione condizionale, il ravvedimento del condannato non può ritenersi escluso per il solo fatto che quest’ultimo continui a proclamare la sua estraneità ai fatti, qualora risulti che egli, oltre a mantenere una buona condotta, abbia tenuto comportamenti positivi e sintomatici, in riferimento ai quali sono orientativi, quelli indicati nell’art. 71 del Regolamento di Esecuzione dell’Ordinamento Penitenziario (Cass. Sez. I, 5 giugno 1990 n. 1392- Pevinati). Che altri siano i criteri per l’accertamento  del ravvedimento si desume, come scritto, da una consolidata giurisprudenza, vedi anche: Cass. Sez. I, 8 giugno 1993 n. 1503; 25 gen. 1991 n. 4369; 18 luglio 1990 n. 2042; 13 ottobre 1984 n. 1826; 14 dicembre 1983 n. 1777) solo per citarne alcune.

Funzionale a dimostrare che pe ravvedimento non debba essere inteso come collaborazione, leggi la sua recente sentenza del 2009 (Cass. Sez. I, 27 febbraio 2009 n. 9001- Membro), riguardante una esponente dei NAR (F. Mambro mai dissociata o collaborante, come il compagno Giusva Fioravanti) che continua nel solco tracciato da un’ultra ventennale giurisprudenza, che per quanto ci interessa, per ravvedimento non è inteso la collaborazione con la giustizia.

Tanto al fine di escludere anticipatamente che nel concetto di ravvedimento si possa sostenere che vi sia la collaborazione come elemento indispensabile. Tutt’altro.

Dunque la Grande Camera sottolinea come si debba guardare alla natura sostanziale delle norme per stabilire quali abbiano natura penale e operi il principio di irretroattività nella lettura combinata con l’art. 4 bis OP. Può escludersi la natura penale degli istituti relativi  all’art. 30 ter  OP (permesso premio) e art. 50 ter OP (semilibertà) è una modalità di esecuzione della pena in semidetenzione.

Riguardo l’art. 54 OP (liberazione anticipata), invece deve farsi una considerazione diversa, anche se di natura penale per gli effetti di ridurre ed estinguere la pena, non è interessato dal principio di irretroattività, in quanto l’art. 4 bis OP non ha determinato alcuna modifica peggiorativa del preesistente regime, diversamente si sarebbe avuto identità di quaestio con il caso Del Rio Prada.

Discorso diverso deve farsi per le disposizioni relative all’art. 47 OP (affidamento in prova) e l’art. 176 cp (liberazione condizionale), poiché di natura penale per gli effetti ridurre ed estinguere la pena, modificate dalla lettura combinata con l’art. 4 bis OP che introduce un’ulteriore condizione (quella della collaborazione per l’accesso), modificando la struttura, criteri e ratio per l’ammissione ai suddetti istituti.

Con l’effetto di aumentare la pena da espiare, l’art. 47 OP, infatti, consente di trascorrere in affido gli ultimi tre anni di reclusione anche  se residuo di pena maggiore con effetto estintivo al termine di tale periodo. Allo stesso modo l’art. 176 c.p. estingue la pena (dopo 5 anni in caso di ergastolo).

E’ un dato di fatto che l’aggravamento delle condizioni di ammissibilità hanno reso impossibile l’accesso a tali istituti con l’aumento di pena da espiare. Nel caso dell’ergastolo poi l’ha resa perpetua. E che la liberazione condizionale ex art. 176 cp sia norma penale lo conferma la Corte Costituzionale (204/74) che tra l’altro legittima la pena dell’ergastolo (264/74).

Si è scritto che la lettura combinata ex art. 4 bis OP con una delle disposizioni segnalate (176 cp, 30 ter, 47, 50, 54 OP) ne modifica la struttura, criteri e ratio. Sul punto si accenna brevemente, che basta considerare come la condizione della collaborazione con la giustizia per essere ammessi, modifichi la struttura, in quanto aggiunge una condizione ulteriore a quelle previste dalle singole disposizioni (es. aggiungendosi alle 3 già  previste dall’art. 176 cp: 26 anni, ravvedimento, adempimento obbligazioni). Allo stesso modo altera i criteri di valutazione, poiché si richiede un comportamento che annulla il criterio di progressività nel trattamento richiesto dalla legge: es. nel permesso premio è richiesta solo la buona condotta; nell’affidamento in prova un grado di reinserimento maggiore del permesso ma inferiore al ravvedimento richiesto per la condizionale. Stessa cosa può scriversi  per la ratio delle singole disposizioni : la funzione del permesso premio è quella d’incentivare l’adesione all’attività trattamentale e ai nuovi valori sociali; l’affidamento in prova esula da tale passaggio, infatti ne è prevista la conoscenza, anche senza il passaggio detentivo e relativa osservazione; la liberazione condizionale ha quella di reinserire il reo nella società non quella di farne uno strumento per il proseguimento dei reati. La cieca applicazione a tutte le singole disposizioni che hanno struttura, criteri e scopi diversi, ne alterano, in peius, la stessa natura e funzione.

In conclusione, alla luce di queste premesse e nel rispetto del principio di irretroattività:

a) Non può applicarsi la L. dell’8 agosto 1992 n. 356, modificativa in peius dell’art. 4bis OP, ai delitti commessi precedentemente a tale data.

b) Non può applicarsi l’ìnterpretazione peggiorativa  circa l’individuazione dei delitti inclusi nell’art. 4 bis, l’OP attraverso il criterio sostanziale, ai delitti precedenti al 2003. Per i delitti  commessi precedentemente al 2003 deve invece continuare ad applicarsi quella giurisprudenza (citata nel § B di questo scritto) che individuava i delitti ex art. 4bis OP attraverso il criterio formale, che consente, previo scorporo della pena dei delitti ostativi, l’ammissione all’istituto ex artt. 176 cp (restando in tal modo inoperante l’art. 4 bis OP). L’indirizzo precedente al 2003 escludeva la collaborazione ai delitti non formalmente elencati nell’art. 4 bis co. I OP, come l’omicidio ex art. 575 cp (elencato nella <<seconda fascia>> del comma 302/91) e assiologica con i principi costituzionali: favor rei e determinatezza della norma. L’interpretazione letterale del testo ex art. 4 bis OP: e tutti i delitti commessi avvalendosi dell’art. 416 bis cp” (e uso del criterio sostanziale), si caratterizza, invece, per indeterminatezza e e asistematicità: contraddice, infatti, l’intepretazione sistematica (ex artt. 4 bis OP e 7 L. n. 203/91) adottata fin dal 1992, nel rispetto del criterio formale per l’individuazione dei delitti ex art. 4 bis OP, che perdura ancora oggi. L’eccezione di adottare  il criterio sostanziale, infatti, è usata solo per i delitti puniti con l’ergastolo privi dell’aggravante dell’art. 7 L. n. 203/91. Alla luce della sentenza Del Rio Parda che ha stabilito l’irretroattività di interpretazioni giurisprudenziali sfavorevoli, sembra scontato il dovere continuare ad applicare ai delitti consumati fino al 2003, l’indirizzo giurisprudenziale  più favorevole per le aspettative che tale interpretazione aveva prodotto fin al 2003 (utilizzazione del criterio formale per l’individuazione dei delitti ex art. 4 bis OP) e di conseguenza, ammissione alla liberazione condizionale (176) dopo 26 anni di reclusione, senza i vincoli ex art. 4 bis co. 1 OP.

c) Per i delitti puniti con la pena dell’ergastolo e gravati dall’art. 7 L.n. 203/91 è necessaria altra riflessione e conclusione. C’è da sottolineare che solo con la sentenza a SU del 18 dic. 2008 n. 337, si è avuta l’estensione di tale norma ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo (prima vietata), anche se limitatamente per li effetti diversi della determinazione della pena. In questo caso siamo di fronte a una (illegittima) sentenza “manipolativa” peggiorativa dell’art. 7 L. 203/91. Di conseguenza l’irretroattività  di tale interpretazione dovrebbe operare  fino ai delitti precedenti al 18 dicembre 2008, per i quali l’esclusione di tale aggravante, dovrebbe determinare, per l’ammissione alla liberazione condizionale, con relativa inoperatività dell’art. 4 bis OP al quale l’art. 7 L..n. 203/91 rinvia, oppure anche per questi, fino al 2003, anno in cui si è iniziato ad adottare il criterio sostanziale per l’individuazione dei delitti ex art. 4 bis OP, coerentemente con quanto sostenuto nel precedente paragrafo. Fermo restando che nella stessa giurisprudenza ve ne è un’autorevole parte che censura l’adozione del criterio sostanziale per eccesso di competenza funzionale del giudice dell’esecuzione e sorveglianza, violazione di intangibilità della res judicata, del potere d’azione del PM (Cass. Sez. I, 27 giugno 2008 n. 25954) e del potere di valutazione della gravità del reato ex art. 133 cp.

In definitiva, alla luce dei principi tracciati dalla sentenza sul caso Del Rio Prada ed estesi alla legge e giurisprudenza italiana, ma non possono trovare applicazione in caso di librazione condizionale o affidamento in prova: a) la L. agosto 1992 n. 356 modificativa dell’art. 4 bis OP, per i delitti precedenti all’8 agosto 1992; b) l’interpretazione giurisprudenziale peggiorativa che (dal 2003) ha adottato il criterio sostanziale per l’individuazione dei delitti ex art. 4 bi I OP, per i delitti successivi all’8 agosto 1992 ma precedenti al 2003; c) l’applicazione dell’art. 7 L. 203/91 ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo, se non per quei delitti successivi alla sentenza del 18 dic. 2008 n. 337, che ne ha esteso l’applicabilità per gli effetti diversi dalla determinazione della pena (con l’effetto di attrarre tale delitto nell’art. 4 bis OP modificativo dell’art. 176 cp).

In quanto, una diversa applicazione di queste norme od indirizzi giurisprudenziali peggiorativi, realizzerebbero la violazione del principio di irretroattività ex art. 7 CEDU (così come interpretato dalla Grande Camera per un caso analogo) e l’art. 117 della Costituzione, nel caso di mancata applicazione della norma pattizia.

Claudio Conte

Catanzaro, 8 novembre 2013

IN DIRITTO- Interpretazione sistematica e assiologica dell’art. 4 bis OP- di Claudio Conte

interpretazione

La rubrica IN DIRITTO.. nacque da un’idea del nostro Claudio Conte, detenuto a Catanzaro.

Ed è proprio di Claudio il testo che pubblichiamo oggi.

Alcuni credono che io esagero quando dico che ho conosciuto esperti del diritto a cui Claudio potrebbe dare lezioni.  E invece la mia non è una iperbole. Ho potuto constatare in questi anni, come Claudio si sia immerso nel mondo del diritto, non accontentandosi delle spiegazioni fondamentali, ma volendo sviscerare tutte le sfumature del sistema. Unito a  ciò la sua volontà e la sua dedizione, ne è emersa una persona che può davvero essere definita un “cultore del diritto”.

Vi lascio a questo testo interessante che riguarda l’interpretazione dell’art. 4 bis.

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INTERPRETAZIONE SISTEMATICA E ASSIOLOGICA DELL’ART. 4 BIS OP ALLA LUCE DEL SUPERAMENTO DELL’ESEGESI COME RICERCA E INDIVIDUAZIONE DEL SIGNIFICATO LETTERALE DEL TESTO. 

E’ necessario premettere che l’art. 4 bis comma 1 OP vieta l’ammissibilità ai benefici penitenziari per i “delitti commessi per finalità di terrorismo, delitto di cui all’art. 416 bis cp, delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dallo stesso articolo ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, delitti di cui agli art. 600, 600 bis 1, 600 ter 1-2, 602, 609 octies (…) e 630 cp, art. 291 quater DPR 43/1973 e 74 del DPR 309/1990.

Da rilevare la precisa indicazione formale dei delitti fatta eccezione per la generica e omnicomprensiva proposizione testuale: “delitti commessi avvalendosi…” che sarà oggetto di questo commento (trattazione a parte meriterà la altrettanto generica proposizione testuale riferita ai delitti commessi per finalità di terrorismo).

Ostativi ai benefici penitenziari risultano quindi solo quei reati formalmente elencati e quelli gravati dall’art. 7 DL 152/91 (conv. L. n. 203/91), ossia quei “delitti commessi  avvalendosi…” come si deduce da una interpretazione sistematica affermatasi nel tempo (dal 1991 ad oggi), per i delitti innominati.

Per questi ultimi delitti, parafrasando un celebre spot, si potrebbe sintetizzare: “No art. 7 no art. 4 bis”.

Nel tempo si è posta la questione di includere nell’art. 4 bis 1 OP anche i delitti puniti con la pena dell’ergastolo, scardinando in tal modo un sistema normativo che esclude tali delitti con doppia previsione espressa sia dall’art. DL 152/91 che dal comma 1 bis dell’art. 4 bis OP, collocando formalmente i reati omicidiari (ex art. 575 cp)nel comma 1 ter dell’art. 4 bis OP, ossia tra i reati cd “non ostativi”:

Ciononostante alcuni interpreti  hanno inteso forzare tale sistema normativo, proponendo di adottare un (illegittimo) 1 criterio  sostanziale e, attraverso una interpretazione letterale, utilizzare la generica  proposizione testuale “delitti commessi avvalendosi…” per ricondurre nella sfera dell’art. 4 bis OP anche i delitti con la pena dell’ergastolo, deducendo la modalità mafiosa del delitto, non dalla presenza dell’art. 7 DL. 152, ma dal contenuto della sentenza.

La reazione autorevole a questo escamotage ermeneutico   e lo scivolamento in una visione sostanziale del reato, si è avuta con la ratio espressa dalla Prima Sezione penale della Cassazione che (in materia di indulto) ha evidenziato la violazione di principi cardine come quelli della res iudicata, del potere di azione del PM (Cass. Pen. Sez. I, 27.6.2008 n. 25954) e di valutazione della gravità del reato riservata al giudice di cognizione ex art. 133 cp aggiunge chi scrive.

Ma tale metodo si scontra anche con alcune fondamentali decisioni delle Sezioni Unite:

a) Con la n. 14/99 “Ronga” che stabilisce la scindibilità tra reati ostativi e non, anche se finalisticamente collegati (che non avrebbe senso in presenza del criterio sostanziale)2.

b) e la n. 337/2008 che ha esteso l’applicabilità dell. art. 7 DL 152/91 anche ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo per gli effetti diversi dalla determinazione della pena (che anche in questo caso non avrebbe senso ove fosse possibile l’uso del criterio sostanziale). 

I sostenitori del criterio sostanziale, come scritto, fondano le loro asserzioni sull’interpretazione letterale del testo “delitti commessi avvalendosi…” ex art. 4 bis 1 OP.

E in quest’occasione, dopo questa lunga premessa introduttiva, proprio sui procedimenti preme richiamare l’attenzione di chi legge alle conclusioni che conduce l’esame della quaestio alla luce del superamento dell’esegesi come ricerca e individuazione del significato letterale del testo, per il rispetto della superiore e obbligata interpretazione sistematica e assiologica che si impone in presenza di una Costituzione rigida e di una pluralità di fonti.

Le dottrine che sostengono la centralità dell’interpretazione letterale fondata sull’art. 12 delle Preleggi sono ormai superate alla luce della doverosa interpretazione unitaria delle norme in relazione alla pluralità delle fonti gerarchicamente ordinate dall’ordinamento, dunque norme ordinarie, comunitarie, internazionali e costituzionali che prevalgono su tutte.

Nessun testo di legge (o parte di esso) può dirsi autonomo, indipendente, parcellizzato, poiché deve tenere conto di tutte le implicazioni e rinvii espressi o taciti che s’impongono per la conoscenza del completo significato della norma. 

Questo metodo si impone con ancora più ragione nel nostro caso, dato che la proposizione testuale in esame, con la sola interpretazione letterale resta di un’inaccettabile indeterminatezza e genericità, oltre ad andare contro una consolidata interpretazione sistematica (degli artt. 4 bis OP e 7, introdotti col DL 152/91 com’è avvenuto  dal 1991 al 2002-3 e tuttora per i delitti a pena determinata e all’ergastolo dopo la sentenza a SU 337/2008) e assiologica con i valori e principi di tutto l’ordinamento, tra i quali  vigono i principi della determinatezza, tassatività della legge e favor rei.

Garanzie che presidiano il procedimento ermeneutico nel presente caso, anche perché la conseguente ostatività che si determina comporta pregiudizi non indifferenti, che nel caso della pena dell’ergastolo si traducono in un aumento quantitativo di pena indeterminato per effetto dell’esclusione delle misure alternative alla detenzione.

In effetti, se si considera che l’eccezione è rappresentata solo dal caso dell’ergastolo (sprovvisto di aggravante ex art. 7 DL 152 per la sua attrazione nell’art. 4 bis 1 OP), si ha la riconferma che la regola ermeneutica valida resta quella di un’interpretazione sistematica ancorata al criterio formale, che si confermano come gli unici e legittimi metodi ermeneutici, anche perché la contestata interpretazione non si risolve in favore del reo.

Claudio Conte

Catanzaro-carcere 21 settembre 2013

IN DIRITTO- la rubrica giuridica del Blog

commission

Claudio Conte -detenuto a Catanzaro- è diventato negli anni un autentico esperto di diritto. Ne sa decisamente di più dei suoi colleghi alla facoltà di giurisprudenza, e anche di molti professori.

La rubrica IN DIRITTO.. è nata da una sua idea. E finora i maggiori contributi a questa rubrica li ha dati lui.

In questo post pubblico la prima parte del modello di ricorso per contestare l’applicazione della pena dell’ergastolo in maniera parificata tra i minori di venticinque anni e gli adulti.

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Alla Corte……….

di………

Ufficio esecuzioni penali

Oggetto: incidente di esecuzione- conversione pena- incostituzionalità dell’ergastolo.

Il sott.o……………………………….. n………………………… il…………………………..; ristretto c/o la C.C. di …………………………. in espiazione di un provvedimento emesso dalla Proc. Rep. di…………………… datato…………………… n…………………..

Premesso che

-l’art. 665.1 cpp dispone che competente a conoscere dell’esecuzione di un provvedimento è il giudice che lo ha deliberato, competenza che presenta carattere funzionale con attribuzione in via specifica in alcune materie; che l’art. 670 cpp può avere ad oggetto anche questioni riguardanti l’illegittimità intrinseca della pena irrogata.

-l’istante è stato condannato alla pena dell’ergastolo per delitti avvenuti quando era ancora infraventunenne/infraventicinquenne.

A) Illegittimità dell’ergastolo nella parte in cui prevede un trattamento sanzionatorio parificato del giovane all’adulto.

Premesso che l’istante è stato condannato alla pena dell’ergastolo per fatti delittuosi avvenuti quando era ancora infraventunenne/infraventicinquenne.

Con tale premessa si pongono questioni d’illegittimità della pena dell’ergastolo prevista dagli artt. 17 e 22 cp, nella parte in cui non prevede che, anche in caso di imputato infraventicinquenne al posto della pena dell’ergastolo si debba applicare la pena massima temporanea della reclusione, come già previsto (nel codice penale “Zanardelli” nel lontano ma più civile 1889 e) dalla ratio espressa dalla Corte  costituzionale con sentenza n. 168/1994, in materia di minori di diciotto anni. Per la quale, la Costituzione ex art. 31 protegge l’infanzia e la gioventù, in virtù del diverso grado di maturazione psicologica e per i quali la pena svolge esclusivamente o preminentemente una funzione rieducativa, incompatibile con la pena dell’ergastolo, per evitarne illegittime parificazioni all’adulto in violazione, degli artt. 3, 27.3 e 31 della Costituzione.

L’infanzia e la gioventù e l’adulto (concetti diversi dalla maggiore età).

Nella Costituzione  italiana non è specificata una soglia precisa che fissi il discrimine tra infanzia e gioventù, mentre è fissata tra gioventù ed età adulta in quella dei venticinque anni (artt. 56 e 58 in materia di diritto di voto passivo/attivo), oltre la quale è riconosciuto il pieno esercizio dei diritti politici, in considerazione di una raggiunta piena maturità psicologica e della personalità.

Per l’esercizio di altri diritti la Costituzione effettua un rinvio alla legge ordinaria, come per esempio in materia di lavoro per il minore (art. 37 Cost.) o per un limitato diritto di voto alla maggiore età (art. 48 Cost.), ma che non sono sufficienti e determinanti per fissare la soglia limite per la gioventù.

L’art. 2 cc fissa a 18 anni la maggiore età, fatte salve le leggi speciali che stabiliscono un’età diversa….

Per gioventù, il costituente prima e il legislatore poi, proprio in materia rieducazionale hanno considerato tali gli infraventicinquenni, come può rilevarsi dall’art. 14.4 L.n. 354/1975.

Nella citata norma il Legislatore definisce giovani, gli infraventicinquenni, distinguendoli dagli adulti (prevedendone la separazione in apposite sezioni detentive).

Si sottolinea come la presente si atteggi a norma speciale, rispetto alla ordinaria che prevede la maggiore età a 18 anni. Una specialità inerente proprio all’esecuzione della pena, sua funzione e del trattamento rieducativo del minore infraventicinquenne, dalla quale discendono tutta una serie di riflessi in ambito penitenziario teleologicamente volti a garantire e riconoscere una protezione maggiore e diversa da quella riservata agli adulti.

Ulteriore conferma può aversi dalla lettura sistematica di tutto un sistema di norme (accompagnato da numerosi interventi  della Corte Costituzionale) teso a favorire una diversa protezione e trattamento sanzionatorio degli adulti, per infraventicinquenni, infraventunenni e infradiciottenni:

-art. 47 ter co. 1 L. 354/75 su detenzione domiciliare con previsioni di favore per il minore di anni ventuno;

-art. 21 r.d.l. n. 1404 del 1934, che stabilisce un diverso trattamento per il minore i l’infraventunenne, sia per l’accesso alla liberazione condizionale che per le misure di sicurezza, rispetto all’adulto;

-l’art. 24 r.d.l. n. 1404/1934 in materia di riabilitazione per minore infraventunenne;

-l’art. 3 co.2 DPR n. 448/1998 sulla competenza degli organi giurisdizionali specializzati per minori dei 18, 21 che ha termine al 25° anno di età;

-comma 3 art. 163 cp sospensione condizionale della pena infraventunenne a 2 anni e 6 mesi rispetto ai 2 anni previsti per gli adulti:

-il codice della strada che prevede anni 21 d’età per la guida di cilindrate superiori.

(FINE PRIMA PARTE)

IN DIRITTO- la rubrica giuridica del blog

European

“In diritto” è la rubrica giuridica del Blog; anche se di argomenti giuridici si parla anche in post al di fuori di questa rubrica.

Questa rubrica è nata da un’idea di Claudio Conte, che è anche colui che, allo stato attuale, ha scritto gran parte dei contributi in essa pubblicati.

Sempre da Claudio è giunta questa riflessione sulla recente sentenza della Corte Europea che è intervenuta in tema di ergastolo.

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Ergastolo. Corte europea sentenza “Vinter and others c. UK” e riflessi in Italia

Si è letto che la Corte Europea ha abolito l’ergastolo.

In verità la Grande Chambre nella sentenza Vinter and others c. UK del 9 luglio 2013, ha dichiarato incompatibile con l’art. 3 CDU la condanna a vita che non lascia il “diritto di sperare” (com’è sintetizzato dal giudice Ann Power-Forde) e non prevede meccanismi giuridici che rendano possibile (non certa) la scarcerazione o revisione della condanna dopo un certo  numero di anni espiati (meccanismi non previsti per alcuni reati in England e Wales, nazione dei tre ricorrenti: Vinter, Bamber e Moore).

Mentre resta compatibile con l’art. 3 CEDU la pena dell’ergastolo, seppur solo quello che assicura, in law and in practice, una possibilità di rilascio.

Nei fatti la Corte (con 16 voti a favore e uno contrari) ha scelto di aderire ad uno standard medio tra quelli offerti dai vari ordinamenti giuridici dei Paesi CEDU, ossia tra quei Paesi in cui l’ergastolo non esiste (9) e quelli in cui non è prevista possibilità di rilascio (6).

Le sentenze della Grande Chamber hanno effetti erga omnes su tutte le Parti contraenti e, per quello che può interessare l’Italia (citata nella sentenza come modello di riferimento per l’ergastolo “ordinario”) e in particolare per la questione dell’ergastolo “ostativo” ai benefici penitenziari, possiamo anticipare che i punti rilevanti e innovativi che possono solo implicitamente trarsi (poiché la questione non ha riguardato l’ergastolo ostativo italiano) dalla succitata sentenza sono i seguenti:

1.Il diritto di review (riesame) della condanna all’ergastolo dopo 25 anni di reclusione, fondata sui requisiti e criteri stabilita dalla sentenza per non incorrere in incompatibilità con l’art. 3 CEDU (poiché le leggi nazionali devono tenere conto di quelle sovranazionali).

2.L’irrilevanza della collaborazione come condizione per l’ammissibilità (perché, come vedremo, non è prevista in nessun ordinamento giuridico, nazionale o internazionale).

3.L’irrilevanza della collaborazione come criterio cumulativo  per la concessione della liberazione condizionale (escluso in tutti gli ordinamenti giuridici richiamati dalla Grande Camera – per fondare la sentenza e che essendo stati adottati, sono divenuti parametri giuridici vincolanti, ossia condizioni  e criteri ex art. 3 CEDU. Ma nonostante la Grande Camera sottolinei che non ha il potere di imporre agli Stati misure e condizioni, resta indiscusso che l’interpretazione autentica della CEDU rimane un esclusivo potere della Corte).

4.La certezza dei criteri, per a conditional release, che non possono risultare discrezionali o sottostare ai capricci dell’autorità competente.

5.”A concrete and realistically attainable chance to regain the his freedom”, ossia una concreta e realistica possibilità, del condannato, di riottenere la libertà.

Questo in estrema sintesi, mentre per un più approfondito commento, rinvio al prossimo scritto.

Claudio Conte

Catanzaro, 14 agosto 2013

L’ergastolo “ostativo”: una creazione giurisprudenziale (terza parte).. di Claudio Conte

Muroi

Ho già pubblicato la prima e la seconda parte (vai ai link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/07/26/11374/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/08/03/lergastolo-ostativo-una-creazione-giurisprudenziale-seconda-parte-di-claudio-conte/) del testo inviatoci dal nostro Claudio Conte -detenuto a Catanzaro- dedicato all’argomento decisivo dell’ergastolo ostativo, inteso come creatura essenzialmente giurisprudenziale.

Oggi pubblico la terza e ultima parte.

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Di errore in errore

La contraddizione si fa ancora più palese se si confrontano quelle sentenze della Cassazione che ammettono la qualificazione giuridica del fatto reato da parte del giudice di sorveglianza (ossia la non necessaria contestazione formale dell’aggravante ex art. 7 DL) e la sentenza a Sezioni Unite n. 337/2008 che invece arriva a derogare la legge pur di rendere possibile tale contestazione anche ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo (espressamente esclusi).

La sentenza 337/2008 delle Sezioni Unite, al di là della grave distorsione che effettua sulla norma relativa all’art. 7 DL 152/91, dimostra come coloro che ritenevano possibile la riqualificazione giuridica del fatto reato in assenza della formale contestazione dell’aggravante da parte dei giudici di sorveglianza, siano in torto. Diversamente non avrebbe senso la stessa decisione, tesa ad estendere la contestabilità dell’aggravante ex art. 7 DL ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo per gli effetti diversi dalla determinazione della pena…

Si rammenta come la suddetta sentenza abbia esteso l’applicabilità per stabilire la competenza della DDA e per gli effetti dell’esecuzione della pena. Orbene è risaputo che, nel primo caso la competenza della DDA si affermi già al momento dell’iscrizione nel registro della notizia di reato e non dell’iscrizione nel registro dell’indagato o la formulazione dell’accusa, così come è avvenuto dall’istituzione della DDA fino al 2008; di conseguenza l’unico reale motivo resta quello relativo all’esecuzione, ma se non fosse necessaria la contestazione formale dell’aggravante in questione, non sarebbe necessaria neanche tale decisione.

D’altra parte, coerentemente, la stessa Corte di Cassazione, in materia di indulto, ha censurato la visione sostanziale del reato, evidenziando come i giudici dell’esecuzione (e dunque anche della sorveglianza) che aderiscano a tale visione, violino due principi del sistema processuale, quello del (potere del) l’azione penale e quello della netta distinzione  di competenze funzionali tra il giudice dell cognizione e il giudice della esecuzione, rilevando che la continuazione non costituisce vincolo giuridico di trasmissione delle circostanze aggravanti non contestate; né è certamente consentito al giudice dell’esecuzione superare il dato formale delle aggravanti non contestate e, comunque, non ritenute dal giudice della condanna (Cass. Pen. Sez. I, del 27.06.2008, n. 25954).

Non può infatti escludersi che il giudice di cognizione, al quale è riservato ex art. 133 cp in modo esclusivo  il potere di valutare la gravità del reato agli effetti della pena, in presenza di contestazione dell’art. 7 DL, non addivenisse ad altra determinazione.

E che la continuazione dei reati, ossia l’unico disegno criminoso, non costituisca elemento inclusivo nel comma 1 ex art. 4 bis OP, lo confermano, come abbiamo visto, le decisioni espresse a Sezioni Unite (sent. del 30.6.99- Ronga) che ammettono lo scorporo dei reati ostativi da quelli non ostativi anche se ritenuti in continuazione per l’ammissione ai benefici penitenziari.

(Solo per ridondanza… la ritenuta continuazione dei reati tra un’associazione mafiosa e delitti fine, presuppone che tutti i reati siano  finalizzati all’agevolazione dell’associazione mafiosa… unico disegno criminoso. Ciononostante, per le Sezioni Unite che ammettono la scindibilità, non è possibile qualificarli come “ostativi”).

Si può concludere che, ad oggi, risulta contrastante con la più autorevole giurisprudenza di legittimità e costituzionale, l’ipotesi che si possa attrarre nel comma 1 ex art. 4bis OP un qualunque delitto (nominalmente non incluso nel comma ex art 4bis OP) che non abbia la contestazione formale dell’aggravamento ex art 7 DL 152/91, come invece è sostenuto, senza alcun fondamento normativo, in alcune sentenze (Cass. Sez. I, sent. 4091/2010), anche se si trattasse di delitti finalisticamente collegabili a reati cd ostativi ex art. 4bis OP.

(Per completezza, la sentenza n. 135/2003 della Corte Costituzionale che ammette la compatibilità della pena dell’ergastolo con i divieti ex art. 4bis OP, non si esprime sui temi sopra trattati: riqualificazione giuridica del fatto reato, in assenza di formale contestazione dell’aggravante ex art. 7 DL, né sulla sua estensione anche ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo, nonostante il divieto della legge. La Corte si è pronunciata, invece, esclusivamente in relazione al principio di rieducazione ex art. 27.3 Cost).

Resta in piedi, ma solo grazie all’illegittima “manipolazione” giurisprudenziale effettuata sull’art. 7 DL 152/91 (con l’estensione ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo) il monstrum giuridico dell’ergastolo “ostativo”, una creazione giurisprudenziale; non previsto, anzi escluso, dalla legge ed incompatibile con la Costituzione.

Mentre nel caso di pena dell’ergastolo che non abbia irrevocabilmente ricevuto la contestazione formale dell’aggravante suddetta, è assolutamente insostenibile la sua riconducibilità ai divieti posti ex art. 4 bis comma I OP, risultando disciplinato dal comma I ter dell’art. 4 bis OP.

Catanzaro-carcere, 14 luglio 2013

L’ergastolo “ostativo”: una creazione giurisprudenziale (seconda parte).. di Claudio Conte

Muroi

Il 26 luglio avevo pubblicato la prima parte di un testo del nostro Claudio Conte -detenuto a Catanzaro- sul tema dell’ergastolo ostativo, visto da un’angolazione particolare, ovvero quella della sua natura -secondo Claudio- fondamentalmente giurisprudenziale, per la connotazione che è venuto concretamente ad assumere (per la prima parte vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/07/26/11374/).

Oggi pubblico la seconda parte.

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Dall’affermato principio della scindibilità, si deduce che a determinare l’ostatività sia solo e soltanto la presenza formale del reato (o aggravante) nell’elenco dell’art. 4 bis OP.

Poiché per espresso dettato delle Sezioni Unite, i delitti finalisticamente  collegati  al reato ostativo, a seguito di scorporo, non mantengono alcun tipo di “ostatività”, ne pare concesso al giudice della sorveglianza il potere di una riqualificazione giuridica del fatto che li conduca al comma 1 ex art. 4 bis OP, in assenza di un dato formale, come sosteneva quell’indirizzo (censurato) che tendeva ad estendere la collaborazione anche a quei delitti finalisticamente collegati… altrimenti non avrebbe senso la stessa scindibilità dei reati ostativi da quelli finalisticamente collegati e ritenuti in continuazione.

Rientra dalla finestra quello che è stato cacciato dalla porta… (sulla necessità di una formale contestazione dell’aggravante ex art. 7 DL 152/91, conv. L. 203/92, ed estensione ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo).

Fu intorno al 2002 che alcuni Procuratori generali, per correre ai “ripari” e mantenere un regime speciae taluni condannati, anche se avevano espiato i reati formalmente indicati come “ostativi” e legittimanti il regime speciale, ricorsero in Cassazione (e rispolverando quell’orientamento già censurato) giunsero a sostenere che il delitto di omicidio (ex art. 575 cp) anche se non era di “prima fascia” ma di seconda, a ben guardare, poteva essere ricondotto tra i delitti “ostativi”, grazie all’art. 4 bis OP che include anche quei “delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dallo stesso articolo (416 bis cp) ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste”. 

Una formula molto generica e onnicomprensiva che lederebbe i principi di determinatezza e tassatività della legge (dei quali già difetta la fattispecie ex art. 416 bis cp), se non fosse dettata in materia extrapenale e puntualizzata, com’era stato fatto all’unanimità fino al 2002, col rinvio (per effetto  della pedissequa formulazione testuale), all’aggravante ex art. 7 del DL. 152/1991, che stabilisce l’aumento di un terzo di pena per i delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416 bis cp ovvero al fine di agevola l’attività delle associazioni in esso previste…

Non sfuggirà la perfetta sovrapponibilità dei due testi normativi , che assumono una maggiore rilevanza se si considera che sono stati novellati entrambi con i DL. 152/91 e, fino al 2002, una interpretazione sistematica ha sempre imposto la riconducibilità alla “formula generica e onnicomprensiva” dell’art. 4 bis OP solo e solamente quei delitti gravati da una contestazione formale dell’art. 7 DL 152/91. come confermano innumerevoli decisioni  della giurisprudenza di merito, legittimità e costituzionali (incluse le decisioni a SU n. 14/99 – Ronga e Corte cost. n. 361/94).

Dalla contestazione d tale aggravante erano sempre rimasti estranei i delitti punibili con la pena dell’ergastolo poiché lo stesso art. 7 DL lo vieta, infatti è scritto Per i delitti punibili con una pena diversa dall’ergastolo…

(Ossia quei delitti astrattamente punibili con la pena dell’ergastolo. Poiché è scritto i delitti punibili… non puniti… con la pena dell’ergastolo. Ne consegue che già al momento della (e in caso di) contestazione di omicidio aggravato ex art. 577 cp, al PM è precluso di contestare anche l’aggravante ex art. 7 DL 152/91).

L’incontestabilità di tale aggravante, aveva garantito che tali delitti (come l’omicidio ex art. 575 cp) fossero esclusi dalla sfera d’ostatività dell’art. 4 bis OP. E che tale fosse la voluntas legis, come già scritto, è rimarcato dalla collocazione del delitto omicidiario (575 cp) nella seconda parte dell’art. 4 bis OP ante 2009 (e nel comma 1 ter post riforma).

Dunque una doppia decisione espressa.

Riassumendo, fino al 2002, i delitti “ostativi” erano considerati solo quelli espressamente indicati nella prima fascia dell’art. 4 bis OP, ai quali si aggiungevano quelli gravati dalla contestazione formale dell’art. 7 DL 152/91. Tra questi, per espressa volontà legislativa, non potevano includersi quei delitti punibili con la pena dell’ergastolo.

Da sempre la giurisprudenza è intervenuta per colmare lacune nel diritto, per supplire all’inerzia del legislatore. Mai però si è giunti a contraddire apertamente una norma, com’è avvenuto prima con l’aggiramento dei limiti imposti all’art. 4 bis OP (non ritenendo, più necessaria la contestazione formale dell’aggravante ex art 7 DL e in tal modo disarticolando la doverosa interpretazione sistematica ex artt. 4 bis OP e 7 DL); e poi con la decisione a Sezioni Unite del 18 dicembre 2008 n. 337 che ha stabilito la contestabilità dell’art. 7 DL 152/91 anche ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo

Non sfuggono le nefaste conseguenze dovute all’asistematicità degli interventi giurisprudenziali, per i connaturati limiti intrinseci, poiché privi di quegli strumenti propri del Legislatore necessari per regolare materie delicatissime come quelle attinenti la libertà personale.

E’ sufficiente considerare la contraddittorietà degli stessi orientamenti giurisprudenziali tra prima e dopo il 2002-2003, sulla necessaria contestazione formale dell’aggravante ex art. 7 DL 152/92 per attrarre nella sfera dell’art. 4bis OP, quei delitti  esclusi, pervenendo in tal modo ad una riqualificazione giuridica del fatto reato attraverso una sua visione sostanziale (si rinvia al § “Visione formale e sostanziale del reato” presente nel commento che ho effettuato Sul procedimento d’impossibile collaborazione ex. art. 4 bis OP).

(FINE SECONDA PARTE)

L’ergastolo “ostativo”: una creazione giurisprudenziale (Claudio Conte)

Muroi

Il nostro Claudio Conte -detenuto a Catanzaro- è ormai un vero e proprio cultore di diritto.. che studia anche all’Università. E su certe tematiche ne sa di più di tanti professori.

E’ lui che è stato l’ideatore della rubrica giuridica di questo Blog, IN DIRITTO, di cui ha inviato quasi tutti i contenuti pubblicati.

Recentemente Claudio ci ha inviato questo testo dedicato all’ergastolo ostativo. 

Per la profondità del tema e per l’accuratezza dell’argomentazione, ritengo che sia un testo da pubblicare in parti.

Oggi pubblico la prima parte.

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Erroneamente si pensa che l’ergastolo “ostativo”  (ostatività al’ammissione alle misure alternative alla detenzione, dal combinato disposto ex artt. 22 cp e 4 bis OP) sia stato introdotto con leggi d’emergenza  del 1992. In realtà questo monstrum giuridico è il risultato di una creazione gìurisprudenziale di molti anni dopo.

Per avere chiara la questione basterebbe leggere le ordinanze di revoca de regime ex art. 41 bis OP emesse fino all’estate del 2002, oppure quelle di ammissione ai benefici penitenziari per gli ergastolani o per coloro che restavano in espiazione per reati non ostativi anche se ritenuti in continuato con quelli ostativi (Cass. SU n. 14/1999- Ronga e Cort. Cost. n. 361/94) e si constaterè di come, procedendo allo scorporo dei delitti ostativi  formalmente indicati ex art. 41 bis OP era revocato in regime ex art. 41 bis O.P.) si era ammessi alle misure alternative.

Giova anticipare come fino alla decisione n. 14/99 delle Sezioni Unite, in materia di benefici penitenziari, vi fossero orientamenti contrastanti: tra chi sosteneva che per i reati riuniti sotto il vincolo della continuazione era esclusa la scindibilità del cumulo ed estendeva l’obbligo della collaborazione oltre al reato ostativo ai benefici, sino a ricomprendere tutti i delitti finalisticamente collegati col medesimo (sez. I 23 marzo 1994 <M>, n. 198832, sez. I, 12 nov. 1996 <L>, n. 205998), e chi invece contrariamente riteneva possibile la scindibilità e relativa ammissibilità ai benefici per i reati anche finalisticamente collegati (sez. I, 9 nov. 1992 CED n. 192414; sez. I, 18 sett. 1997 <M> n. 208512), ma non formalmente indicati nella prima parte del primo comma ex art. 4 bis OP.

Le Sezioni Unite accolsero quest’ultimo orientamento perché più rispondente ai principi costituzionali già tracciati (a Sezioni Unite, 26 nov. 1997, n.15, Vernelli e Consulta n. 361/94).

Per quello che ci riguarda, in tal modo si conferma che espiati i reati cd “ostativi” ex art. 4 bis co.1 OP, per i restanti delitti finalisticamente collegati (ossia consumati per agevolare l’associazione, mafiosa, in caso di concorrenza con l’art. 416 bis cp) si poteva accedere ai benefici penitenziari.

La questione sull’estensione della collaborazione ai reati satelliti, ad oggi, risulta implicitamente censurata per tre motivi:

– La scelta delle SU di aderire all’orientamento della scindibilità e dunque contrario a quello sostenuto dalla sez. I, 12 novembre 1996 <I>, n. 205998, come sopra evidenziato, che sosteneva coerentemente con l’inscindibilità anche l’estensione della collaborazione ai reati cumulati ancora in esecuzione di pena;

– Il presidio di due principi del sistema processuale, quello del (potere del) l’azione penale e quello della netta distinzione di competenze funzionali tra il giudice della cognizione e il giudice dell’esecuzione, rilevando che la continuazione non costituisce veicolo giuridico di trasmissione delle circostanze aggravanti non contestate (Cass. Sez. I, 27 giugno 1998):

– La lettura a contrario, del rinovellato art. 41 bis OP con L. n. 94/2009 che, in caso di plurimi titoli o pene, prevede la inscindibilità de cumulo col rinovellato comma 2 art. 41 bis OP per il quale: in caso di unificazione di pene concorrenti o di concorrenza di più titoli di custodia cautelare, la sospensione può essere disposta anche quando sia stata espiata a parte di pena o misura cautelare relativa ai delitti indicati nell’art. 4 bis OP. Evidente che il legislatore è intervenuto a “ratificare” il nuovo orientamento giurisprudenziale (affermatosi nel 2002-2003), in materia di regime speciale, mentre non ha esteso tale indirizzo in materia di benefici penitenziari, escludendolo tacitamente.

Interessa rilevare come l’intervento mono filattico implicitamente escluda che da una lettura della sentenza da parte del giudice di sorveglianza, possa determinarsi l’ostatività di una pena anche nel caso di cumulo tra delitti non ostativi, poiché sarebbe stata un’interpretazione in contrasto con i sopraddetti principi, come sembrano esserlo quelle sentenze per le quali: “E’ legittimo il diniego di concessione di permesso premio al condannato per reato commesso per motivi di mafia che il tribunale di sorveglianza abbia verificato attraverso l’esame della sentenza, a nulla rilevando la circostanza che nel giudizio non sia stata contestata l’aggravante prevista ex. art. 7 DL 152/91 conv. L 203/91” (Cass. Sez I, sent. 4091/2010). 

(Nel rapporto tra le sentenze di una delle Sezioni della Cassazione e quelle a Sezioni Unite, vige il principio che mentre le prime producono effetti solo sul ricorrente, quelle monofilattiche a SU stabiliscano principi di diritto con effetti erga omnes, costituendo “diritto vivente”).

FINE PRIMA PARTE

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