Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (quarta parte)

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Pubblico oggi la quarta e ultima parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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Lei quando fu trasferito a Pianosa?
Dopo essere rimasto sette mesi al carcere dell’Asinara: stranamente qualche giorno dopo aver rivisto mia moglie e mio figlio.

“ Stranamente” ?

Sospettai subito che lo avessero fatto presupponendo che il regime di Pianosa mi avrebbe dato “il colpo di grazia”, spezzato definitivamente ogni mia resistenza.

Aspetti un attimo: ma questo cosa centra con il colloquio?

Vede, quel giorno lasciai mia moglie e mio figlio distrutto dai sensi di colpa e ritengo che l’amministrazione non fosse lasciata sfuggire quella ghiotta occasione- dissi, ritrovando tutta la sofferenza di quel giorno.
Eravamo in due nella sala colloquio: assieme a me, in attesa dei familiari, c’era un oumo multo anziano, immobilizzato nel corpo da una malattia da cui non so dire.

Era li, con il suo volto solcato dalle rughe, lo sguardo rattristato, in cui sfumavano degli occhi incupiti e stanchi. E il corpo caduto era li infossato dentro una carriola dove era stato infilato dalle guardie per dileggio. Ed io pensavo con amarezza quale angustia stesse vivendo in quel momento non potendo ribellarsi alla disabilità e soprattutto al sopruso.
E pensavo a quale sofferenza avrebbe segnato gli occhi dei suoi cari quando lo avrebbero scoperto abbandonato, dentro quella tragica cornice di penosa rassegnazione. Ma anche io, in un certo senso, ero in mobilizzato. Ero li, dritto dietro quel vetro con gli occhi fissi sulla porta dall’altra parte, e aspettavo. Ero li e desideravo aggrapparmi ad ogni istante dei momenti che da li a poco mi avrebbero regato il ricordo di un’altra vita. Ero li che aspettavo mia moglie, immaginando di riempire la memoria dei suoi sguardi delle linee del suo viso, e delle pieghe del suo corpo e di ogni parola che mi avrebbe raccontato poi di lei e di nostro figlio da cui sarebbe tornata dopo essere stata a trovare papà in quel luogo lontano dove lavoro.
Ero li, che aspettavo tutto questo, quando per la mia gioia e allo stesso tempo sconcerto, attraversò per primo quella porta mio figlio. Ma non poteva essere lui! Non doveva essere lui!

“ Papà!!Papà!” Urlò appena mi scorse, e correndo verso di me con quegli occhi animati dalla gioia di rivedermi. avrebbe voluto abbracciarmi, ma lo so che quella lastra di vetro arrivò prima di me. Le sue mani vi si posarono sopra e la senti, era li tangibile sotto alle sue dita, fredda, distante, mentre un velo di disorientata tristezza si disegnava sul suo giovane e bellissimo viso. Non capiva, era ovvio, come poteva.

“Papà… “ mormorò. Incerto, volgendo lo sguardo da una parte all’altra della lastra di vetro e allora vide là in fondo una porta. Scappò la giù e la spinse forte più volte, tentando di aprirla senza riuscirci.

“ Papà, apri! Papa!” lo sentii chiamare, pareva un agnellino che lancia un grido di aiuto.

Sua madre lo raggiunse e provò a quietarlo. “Lasciami! Lasciami voglio andare da papà”

“Perché non mi apri papà?” Esclamò, battendo le mani sul vetro. Io non seppi che fare, restai li paralizzato come quel vecchio sulla carriola con le mani e la fronte abbandonati sul vetro, limitandomi a mormorare il suo nome.

“Papà apri per favore!” – piagnucolò, ancora, prima di rifugiarsi sulle gambe di sua madre e affossare il viso nel petto.
Un’immagine davvero sconsolante…. Un bambino dovrebbe mai vivere simili esperienze- affermò Ilaria.

Quella volta vietai a sua madre di portarlo ancora con sé, fintanto che fossi rimasto in un carcere speciale; poi, due anni dopo smise di venire pure lei- confidai.

Mi dispiace…

No, no….. dopotutto come darle torto.

Quindi, se ho capito bene, secondo lei il suo trasferimento avvenne in quel momento perché la sapevano psicologicamente assai più debole?

Si.

Ma perché condurre un uomo al limite della sopportazione, perché tutta questa violenza, alla fine quale scopo avrebbe dovuto realizzare?

Ogni loro azione tendeva a costringerci a “ collaborare con la giustizia” o, quando male, a contare un altro “ Suicida per ragioni di Stato” – ironizzai amaramente.

Suicida per ragion di Stato?

Dicevamo cosi quel compagno che si uccideva, solitamente stringendo una corda al collo, perché lo Stato, attraverso i suoi funzionari penitenziari, gli aveva tolto la volontà di vivere: insomma, non appena tu stavi ancora a ipotizzare di impiccarti, lo Stato era già là a tirarti giù per le gambe.

Uh, capisco… e lei ci pensò mai?

A uccidermi?

Ilaria annui

Qualche volta- risposi.

Cosa l’aiutò a non farlo? L’ idea di sua moglie? Suo figlio?

No, non proprio…

Mi racconti.

Arrivai a Pianosa quando la dieta dell’Asinara mi aveva spolpato quasi per intero la carne di dosso, pesavo appena sessantadue chili, ma fu sufficiente appena un altro mese di vita a Pianosa perché arrivasse a parlare a tu per tu con la morte.
Morivo di inedia, perché il cibo non solo era poco e scadente, ma per riuscire a inghiottirlo dovevi prima ridurti come una bestia, senza ragione e coscienza, perché in mezzo al vitto vi9 trovavi ogni cosa : gomme da masticare, cicche di sigarette, anche topi morti.

Topi?

Conditi di ottimi sputi- dissi.

Scherza?

No. Dopo aver scatarrato nel pentolone erano pure cosi gentili da chiederti se ne volessi un po’: insomma, ti mettevano davanti a questa scelta: umiliarsi e sopravvivere o resistere e morire e, nel momento in cui sceglievi di sopravvivere, e prima o poi accadeva, allora e solo allora eri pronto a urlare dentro e stesso: “ si, figlio di puttana sputa, sputa di nuovo che mi è piaciuto il sapore!” Solo che io non ero ancora pronto a farlo.

Allora, cosa fece?

Nulla, a parte portarmi a presso la fame e gli strascichi della follia. Le giornate trascorrevano facendo ormai senza di me; mi trascinavo in giro la vita per inerzia, solo perché doveva andare cosi; neppure le guardie avevano più tanto interesse a maltrattarmi, anche perché non badavo più nemmeno ai loro abusi; andavo passivamente alla deriva e loro lo sapevano; aspettavano pazienti che giungessi alla fine di quel viaggio senza ritorno, ero prossimo alla meta.
L’idea della morte non mi era mai stata tanto vicina; non mi era più nemica, ora era un pensiero che mi accarezzava e che mi teneva compagnia; era un’alternativa che mi recava conforto: era li, a dirmi che potevo spegnere quella maledetta luce; e questo fu fino a quando, una mattina non trovai “appeso” alla finestra uno dei miei compagni di cella.
Lui si, aveva legata una corda al collo della sua vita e, adesso era li che penzolava inerme davanti a me. Non mi guardava nemmeno con quegli occhi tirati su, contro il soffitto. Né veniva un solo fiato da quella bocca sgorbiata dall’asfissia.
“ Un pezzo di merda in meno”.
Questa frase mi traversò tutto d’ un tratto la mente. La trapassò con violenza di una lama dentata di un coltellaccio da cucina e squartò ogni mio pensiero.
Non avevo dubbi, no, alcun dubbio: qualcuno di loro trovandolo lassù privo di vita lo avrebbe additato in quel modo. L’avrebbero deriso e umiliato anche da morto, ne ero certo: “ Svegliati! Svegliati! Non permettere loro di farlo!” Gli urlai, allora, mentre il dolore compulsava ossessivo dentro di me: “ Svegliati! Svegliati!” Lo incitai ancora, e ancora, fino a quando qualcuno non mi spintonò fuori dalla cella.

Ilaria non disse nulla, rimase per un momento a guardare lo smalto delle sue unghia.

E’ stata la morte di quell’uomo a salvarla- disse, poi, levando gli occhi per guardarmi.

Io annuii.

Si, per fortuna smisi di accettare l’idea che potessi fare quella fine.

Lei crede che il Governo del nostro paese abbia tollerato colpevolmente questo gioco al massacro?

Solo tollerato? Non fù forse il ministro dell’interno, quello della giustizia e il capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria a ordinare la deportazione di centinaia di detenuti in carceri territorialmente cosi isolati e inaccessibili, a predisporre quel tipo di regime? Non erano loro il governo?-obiettai.

In quel momento un agente entrò nella stanza, indicando che il nostro colloquio era giunto alla fine.

Ilaria ed io ci guardammo semplicemente negli occhi, comunicandoci il rammarico per quel tempo che andava “ più veloce delle parole”.

Grazie- disse lei, mentre le nostre mani rimanevano un momento a stringersi nella promessa di un arrivederci.

Grazie a lei- le risposi, poi la guardai raccogliere le sue cose, alzarsi e andare verso l’uscita, ma si fermò appena prima di infilare la porta. Fece un cenno alla guardia di attendere ancora un momento e tornò verso di me.

E Giuseppe? Lo ha più rivisto?- chiese, ricordando che non tutto le era stato detto.

Scossi la testa.

Ma la sua denuncia…cioè si è spogliato davanti ai Giudici? – insistette

Si, si tolse la maglia subito dopo avere raccontato degli abusi che aveva subito e pregato di non essere riportato in quel carcere: “ O se no sono morto” – aveva detto loro

E?

In effetti Giuseppe ottenne quel poco di attenzione che chiedeva, solo che lui non ebbe nessun guadagno.
Perché… cosa gli accadde?

Ne più ne meno di quanto aveva pronosticato ai giudici: l’indomani mattina, mentre nelle pagine del quotidiano locale era dedicato un trafiletto alla sua “protesta” lui, veniva trovato privo di vita, impiccato alla branda della sua cella.
Un altro suicida per ragioni di Stato… commentò lei, lasciando correre un sospiro, prima di lasciare la stanza.
Un altro suicida per ragiono di Stato – mormorai tornando a guardare l’articolo appeso alla parete, poi, senti dei passi lenti e un po’ affaticati, venire verso l’uscio di casa. Sentii la maniglia cigolare mentre era abbassata e quella leggera corrente d’aria che si trascina dietro la porta che si apre, invadere la stanza. Vidi mia madre, minuta lievemente strizzare gli occhi, per mettere a fuoco la mia persona, in piedi, ferma davanti a lei. Vidi le sue mani coprirle il viso e sentii un lamento salirle in petto.
Oh, figlio… figlio… figlio – ripetè fra i singhiozzi, mentre con il passo incerto della vecchiaia incedeva verso di me e, con la forza del sentimento materno, mi stringeva forte le braccia attorno ai fianchi.

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Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (terza parte)

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Oggi pubblico la terza parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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GENNAIO 1993

Il deja –vu  è quella sensazione di aver vissuto qualcosa che si presenta a  noi per la prima volta, io invece, lo stesso identico risveglio lo avevo già vissuto in quel messe di agosto. Mi e occhi spalancarono non appena  le orecchie intercettarono e trasmessero al cervello  il rumore minaccioso  degli anfibi  che calpestavano il pavimento nel corridoio.

 “Merda! di nuovo!”  mi arrabbiai, mentre mi tiravo giù dal  letto   e correvo  a  infilare pantaloni, che la sera prima, avevo la sciato sullo sgabello; mentre lo facevo, riflettevo, pero, che questo rumore c’era qualcosa di strano, mi sembrava meno rumore dell’altro. Scoprii di avere ragione qualche istante dopo, quando vidi comparire davanti alla mia cella “ soltanto” se agenti ma erano tutti venuti per me.

“Finisca di vestirsi e ci segua” disse uno di questi, una volta che fu aperta la cella e potè dominare la soglia. Questa gentilezza fu ancora più strana. Fui tentato di domandare dove si andava ma non avrei avuto certo risposta e ,quindi, vi rinunciai.

Mi scortarono fino ad una saletta, non molto lontana dall’ufficio matricola. Qui dopo che fui spogliato mi perquisirono gli abiti e ogni parte del corpo.   Mi dissero di rivestirmi poi lasciandomi solo a tormentarmi tra i dubbi. Cosa cavolo stava succedendo? La risposta mi venne un’ora più tardi, quando, presso di me, vidi arrivare un drappello di carabinieri, con in mano un paio di schiavettoni: mi stavano trasferendo.

Su due piedi? Perche? E le mie cose?

Fui issato su un furgone blindato e chiuso in una delle sue microscopiche celle, che peraltro era anche ceca. Tuttavia l’andatura regolare e monotona del furgone mi indusse a pensare che stessimo viaggiando sopra l’autostrada.

Verso Catania o Palermo? Un’altra domanda che avrebbe trovato, forse, risposta più tardi. Mi appisolai durante il tragitto fino a quando, fattosi diverso, il moto del furgone, mi avvisò che stavamo attraversando un centro abitato: dovevamo essere prossimi alla destinazione e infatti dopo un altro quarto d’ora di strada, il furgone fermò la sua corsa.

Quando il motore fu spento cercai di aprirmi ai rumori che venivano dall’esterno e appena sentiti più di un aereo alzarsi in volo, compresi di trovarmi sulla pista di un aeroporto.  Sarei, dunque, volato via?

Dove?

E ancora perché?

 Pensai a mia moglie   e a mio figlio.

“ Dai dai, mettiamolo giù!” disse qualcuno ad un certo punto. Il portellone del furgone si apri ed io, tenuto da un carabiniere per la catena, fui trascinato per la strada.

Sulla pista vi erano altri furgoni e attorno all’aereo mobile un cordone di militari con il giubbotto antiproiettile e il mitra in mano. Tutto questo per me?

In realtà non era proprio cosi, perché sull’aereo trovai imbarcati un’altra decina, e forse più di detenuti. Fu una magra consolazione sapere, di non essere solo. Fui sospinto in fondo all’aereo e fatto accomodare sopra il sedile accanto al finestrino. Mi sedette vicino un carabiniere che, levatomi gli schiavittoni, infilò una manetta attorno al suo polso, e  l’altra attorno al mio.

Cos’era questa situazione?

Pensando alle voci di radio carcere, dubitai che potesse essere una deportazione verso gli istituti a regime di carcere duro, come quella che nei mesi passati aveva già confinato almeno $== detenuti.

Ma lo era davvero anche questa?

Lo avrei saputo senz’altro più tardi, mi dissi mentre l’aereo prendeva quota conducendomi in un luogo che mi era ancora del tutto ignoto.

L’Asinara ci accolse mostrandosi il suo volto migliore: quello scorbutico e severo dei burocrati dell’ufficio matricola, un poco scocciati per essere costretti ad eseguire, per ognuno di noi, la procedura di schedatura: occhi, capelli, altezza impronte  digitali eccetera.

Prima di farlo suddivisero le celle per quattro: io capitai con due palermitani e un agrigentino. Restammo in quella cella forse mezz’ora e potemmo scambiare qualche parola e ognuna di queste confermava le altre, tese a indicarci un tunnel nero come il nostro futuro.

Un tunnel nero come il nostro futuro…. –   ripetè Ilaria, che sembrava aver abbandonato in parte la sua iniziale diffidenza.

E’ solo una brutta metafora per rappresentare l’inizio di quella terribile esperienza che per me, e molti altri, ha avuto un solo nome: Regime speciale di carcere duro.

E’ stato cosi terrificante??

Distruttivo.

Quanto la Cella Nove? – chiese, suggerendo un elemento di paragone.

Scossi la testa.

La segregazione alla Cella Nove era certamente dolorosa e umiliante, ma per chi ha vissuto il carcere duro nelle isole sarde, era come la polvere su un vestito  rimasto  per troppo tempo  inutilizzato: una rispolverata e torna  come nuovo – dissi, sperando di darle un’idea di cosa fosse quel regime penitenziario.

Uhm, come immagine  non è male, ma ho bisogno che mi dica di più, se lei vuole che comprenda davvero di cosa sta parlando… Immagini che  la Cella Nove  sia per me il male assoluto: allora, mi dica, come faccio a vedere oltre il male assoluto? – mi interrogò.

Ci pensai su un momento.

Magari considerando che il male assoluto della Cella Nove era comunque temporanea e casuale: c’era, ma potevi anche non patirlo, eventualmente lo soffrivi, però poi, quasi sempre tornavi a vivere. Il male assoluto delle isole sarde, invece, oltre a includere quello della Cella Nove, era poi sistematico e collettivo: c’era, non gli sfuggivi e vi sopravvivevi a stento… anzi diversi non riuscirono neppure in questo.

Pensi che dal nostro arrivo all’ Asinara, tra le altre cose, per oltre venticinque giorni non ci fù permesso di comunicare ai nostri familiari dove fossimo stati trasferiti né di avere loro notizie; poi,per tutto quel tempo rimanendo con addosso gli stessi indumenti con i quali eravamo arrivati, potemmo lavarci solo con una saponetta e con l’acqua del rubinetto(per altro salina e sporca).

E i vostri legali?

Facevano quel che potevano: si arrabattavano tra la procura e il carcere dal quale eravamo stati trasferiti, senza riuscire ad ottenere alcune informazioni; del resto, le loro denunce venivano sbrigativamente archiviate e le richieste al D.A.P. , volte a conoscere la nostra destinazione, restavano prive di risposte.

Capisco – disse Ilaria, distraendosi un momento a guardare l’ orologio, come le era già capitato di fare altre volte.

E’ tardi? – chiesi.

No, non proprio, temo solo che il tempo vada più in fretta delle parole, così ogni tanto gli lancio un occhiata sperando di rallentare la sua corsa, di modo che io possa sentire sino in fondo la sua storia.Continui per favore… – disse infine.

Lo fece.

Quel primo giorno e quella nostra prima notte al carcere speciale della Sinara, apparte qualche tono sgarbato,  la luce rimasta sempre accesa e lo spioncino dei blindi che, intorno alle tre, sbatterono di colpo, facendoci sobbalzare dal letto (e questo si sarebbe ripetuto ogni notte), trascorsero relativamente tranquilli. Fummo la per dubitare che radio carcere avesse un pò esagerato, riferendo quali orrendi abusi scrivessero i deportati alle carceri dell’ Asinara e di Pianosa.

Poi però venne l’indomani.

La chiave aprì le nostre celle pressappoco alle 7:30. “ In piedi, forza!” urlò una delle cinque guardie, alti e grossi come armadi, entrati nella nostra, mentre strattonava per la maglia il più anziano dei miei cellanti , costringendolo a sollevarsi dal letto.

“Ti spacco il culo, se ti ripesco a letto! Coglione!” gli urlò sulla faccia spingendogli contro il petto il manganello. Poi si voltò a guardare maligno verso di noi. Io ebbi l’ impulso di dire qualcosa, ma l’ alrto detenuto ansiano, mi fermò lanciandomi un occhiata ammonitrice.

“Tra mezz’ora tutti in cortile, per l’ ora del passeggio. E’ vietato rimanere in cella!” Aggiunse questa guardia, prima di lasciare la nostra cella. Lo sentii poi urlare dentro le altre celle. Alle 8:00 le nostre celle furono di nuovo aperte. Nel corridoio ci aspettava la classica doppia fila di agenti con lo sfollagente in pugno. Mentre la attraversavo di corsa, colpito da qualche manganellata, non sapevo ancora che quella sarebbe stata prassi non solo di ogni mattina ma anche di ogni pomeriggio, alla seconda ora di cortile : due volte al giorno, tutti i giorni.

Tutti i giorni? – chiese allora Ilaria, come  se la possibilità che da quella pratica ne potesse sfuggire qualcuno la potesse consolare.

Sì, tuttavia, gli agenti che calavano il manganello su di noi non erano poi tutti e quelli che lo facevano non davano quell’ impulso tale da menomarti fisicamente, per quanto facessero lo stesso male. In questo caso a frustrarti, più che la violenza in sé era la tensione nervosa di doverla affrontare quotidianamente. Il discordo era invece diverso a Pianosa… Là il regime era spietato, feroce, incredibilmente sadico.

Cioè ?

Tanto per restare in tema, le manganellate “pre-cortile”, non soltanto erano elargite con una forza e una violenza tale da “spezzarti il fiato” , ma anche arricchite da un diversivo di non poco conto: prima di somministrarle, infatti, distribuivano lungo il corridoio, tra le due file di agenti, un liquido che rendeva il pavimento scivoloso, cosicchè tu, nel momento in cui per scampare a qualche randellata ti arrischiavi a correre, finì immediatamente a gambe all’ aria, fracassandoti le ossa. Ovviamente ad allargare la ferita veniva poi la derisione, il ghigno beffardo che ti proponevano mentre ti serbavano queste umiliazioni.

Vi era anche li una Cella Nove?

Altrimenti della “Stanza delle candele”: ogni sera qualcuno di noi era destinato a raggiungerla e a subire qualche cattiveria.

Ogni sera? – chiese Ilaria.

Io annuii.

Erano così puntuali che bastava sentire lo scalpiccio lungo il corridoio per sapere che quella volta sarebbe toccato a qualcun’ altro e tu stai lì a chiederti: “Sarò io?” e quando passavano dritti davanti alla tua cella preferendo qualche altro a te, tiravi un egoistico respiro di sollievo.

Perché “Stanza delle candele”?

La chiamammo così dopo quello che fecero a un vecchio malavitoso vede, quest’ uomo aveva l’ abitudine di pregare e leggere la bibbia per diverse ore al giorno e, siccome i nostri carcerieri erano molto scettici riguardo alla sua devozione, un bel di – bontà loro – pensavano di mettere alla prova la sua fede. Pertanto lo condussero in questa stanza, al centro della quale per l’ occasione avevano predisposto un altarino con attorno una recinzione di candele accese, lo fecero inginocchiare sul pavimento, con una bibbia tra le mani e, frattanto che lo investivano da getti di acqua fredda lo costrinsero a recitare dei salmi- raccontai trovando ancora tristezza per quell’ uomo.

Tutta questa storia è raccapricciante … – mormorò Ilaria, dicendo più a se stessa che a me.

Bè, non per nulla l’Asinara era detto “lo scannatoio”.

Quindi il regime repressivo di Asinara, per quanto terribile, era comunque attenuato rispetto a quello di Pianosa: vi era forse una ragione che lo spieghi? – disse Ilaria.

Immagino che dipendesse dalla circostanza che mentre il direttore, il comandante e gli agenti che comandavano all’Asinara erano adibiti stabilmente presso quell’istituto, coloro che lo facevano a Pianosa venivano sostituiti ogni tre mesi.

E questo perché spiegherebbe la differenza che si diceva prima?

Perché la prolungata convivenza tra agenti e detenuti faceva via via di “umanizzare” il rapporto di contrapposizione tra i due soggetti, rendendo il primo meno oppressivo e violento; nell’altro caso, l’agente non aveva il tempo di “ scoprire” che quei detenuti erano comunque esseri umani con u8n proprio bagaglio di vita: ai suoi occhi erano e restavano degli obiettivi, senza passato né presente, che andavano solo colpiti e distrutti; questo sentimento rendeva quel carceriere privo di ogni pur minimo scrupolo e quindi capace di infliggere anche la più crudele delle sofferenze…

Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (seconda parte)

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Oggi pubblico la seconda parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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Il comandante della squadretta un sessantenne dal collo taurino con una folta capigliatura biancastra e un paio di baffoni ben curati era seduto alla scrivania. Di fianco a lui ma in piedi c’erano invece tre energumeni che quando li vidi mi parvero alti il doppio di me.

Appena fui fatto entrare nel suo ufficio il comandante mi scrutò dalla testa ai piedi poi mi fissò negli occhi e allora sul suo volto si disegnò un ghigno che sembrava dire :”Ah, eccoti qua”

D’ altro canto ero pur sempre un irriducibile, uno di quelli che nel giro di pochi mesi si era guadagnato una sfilza di sanzioni punitive, un paio di soggiorni nella “ Cella Nove” e senza ombra di dubbio uno dei primi posti nella lista nera del regime; eppure a parte quelle di agosto di legnate non ne avevo avute altro sospettavo così che questa volta le avrei avute “Una tantum”.

Il comandante si alzò e fece il giro della scrivania e intanto che le tre guardie si stringevano attorno a me, con le gambe divaricate e le mani sui fianchi – che pareva un Mussolini coi capelli e i baffoni – si Venne a parare davanti a me.

“E’ cosi ai detto pezzo di merda a uno dei miei uomini”, incominciò fissandomi fisso negli occhi.

Risposi di no, facendo lampeggiare i suoi occhi in modo sinistro : “ Non ho detto questo ma vaffanculo” – precisai dopo

“Ah” – esclamò lui torcendo lievemente il collo di lato – Gli hai detto vaffanculo – aggiunse annuendo e protendendo le labbra come quando si dà un bacio.

“Si è riferito a mia nipote chiamandola quella cosa” chiarii per quanto lo sapessi inutile.

“ E gli hai detto vaffanculo …

Si.

E allora dillo a me, se hai il coraggio!” – e ruppe quindi spingendomi le dita di una mano dietro la spalla.

Io non fiatai.

“ Dillo a me! Dillo a me ti ho detto!” continuò a urlare ripetendo con le dita lo stesso gesto provocatorio di prima.

Era la per saltarmi addosso assieme ai suoi tre mastini, che nel frattempo si erano chiusi ancora più su di me.

“Allora? Allora?” schiumava dalla bocca il comandante, spingendo il suo viso contro il mio quasi fino a sfiorarmi.

A quel punto parlai :”Comandante lei mi può ferire fisicamente, non moralmente”- mi fidai di dire nonostante le budella annodate dalla tensione.

Immaginavo si incazzasse di brutto quello invece si placò.

“Umh…”- fece soltanto, senza levarmi gli occhi di dosso: “Moralmente…”mormorò mentre tornava a sedere alla scrivania.

Lo guardai distendere là sopra le braccia, posare una mano sopra l’altra, storcare ancora il collo e meditabondo tornare a fissarmi.

“Togli i lacci dalle scarpe” mi ordinò qualche momento dopo.

Cominciai a farlo.

Livacci! –gridò, poi.

Livacci, un brigadiere locale fece immediatamente capolino alla soglia.

“Portalo in isolamento, e fagli fare cinquanta flessioni. Bada che le faccio fare a te, se scopro che hai disubbidito a questi ordini!” lo minacciò.

Livacci si fece minuscolo.

Vai – aggiunse ancora, questa volta rivolto a me facendo cenno con il capo verso la porta.

Mi avviai da quella parte, ma dopo avere fatto qualche passo, la voce del comandante mi chiamò a voltarmi.

“Io sono un uomo in quanto tale so che gli uomini non sono tutti uguali” sentenziò, muovendo l’ indice verso di me.

Quella fù la prima, ma anche ultima volta che lo vidi.

“Però, curioso questo comandante … ma quella frase finale?”- chiese desiderando una spiegazione.

Alzai le spalle.

Credo abbia voluto dire che comunque rispettava chi non si arrende davanti alla minaccia del potere, per quanto, in quel caso, il potere fosse lui – risposi, ripetendole quanto avevo detto quella volta a me stesso.

Le flessioni, le avete fatte, poi?

Si:”Coi vestiti ma falle! Mi pregò LIvacci, terrorizzato più di me.

Ancora la “Cella Nove”?

Non questa volta: là vi era già segregato un ragazzo di nome Giuseppe: uno di quelli che prendeva le botte per tutti.

Un Intemperante?

Annuì.

Vuole parlarmene?

Certo.

Fui chiuso alla cella di rimpetto alla cella 9. Intravidi Giuseppe attraverso lo spioncino aperto del blindo. In quel momento, faceva avanti e indietro per la stanza, cercando di scaldarsi. Sul suo corpo erano visibili le ecchimosi delle percosse.

“Hai una sigaretta? Una sigaretta?”- mi chiese Giuseppe non appena si avvide di me, trascinando le parole a causa della mascella intirizzita sporgendo il naso dalla feritoia.

Gli dissi che non fumavo.

“Da quanto tempo stai lì?” gli chiesi.

“Ora? Due giorni, due” rispose sporgendo un braccio dallo spioncino e mostrando le dita.

“Magari domani ti faranno tornare in sezione” pronosticai sapendo che quel tipo di segregazione non durava, di solito, più di tre giorni.

“Bastardi! Sono bastardi: lo dico al giudice che sono dei Bastardi. Hai acqua? Una bottiglia? Feci cenno di no con la testa.

“Sono stato portato qui direttamente dall’ ufficio del comandante.

Ho sete … bevo questa qua – disse sparendo dentro la stanza.

Lo immaginai mente si piegava a bere dal rubinetto sopra il bagno alla turca. Quell’ acqua non era potabile.

Ricomparve poco dopo.

Hai una sigaretta?- chiese nuovamente avendo di sicuro scordato di averlo già fatto.

Scossi la testa.

“Cosa dicevi dei giudici?”

“Domani… no, dopodomani… dopodomani vado al processo e lo dico al giudice, lo dico al giudice.”

Io sollevai le spalle.

“Fallo pure ma non ti aspettare che succeda chissà che…” commentai pensando solo che fosse una perdita di tempo.

“ Ma io mi spoglio! Mi spoglio! Lo faccio!” si accalorò Giuseppe, facendomi dubitare che fosse preso da una crisi isterica anche perché lui era già nudo, ma fù solo un attimo.

“Ah vuoi dire in aula che ti spoglierai lì?”

“Si, in aula, dove ci sono i giudici.. lo faccio lì dive ci sono i giudici! Gli mostro i segni! Gli dico tutto, tutto!”

“Shh!!” lo zittii io, facendo passare il naso tra l’ indice e il medio, nel nostro gergo mimico indicava la presenza di sbirri.

Giuseppe si ritrasse fulmineamente dallo spioncino, rifugiandosi in fondo alla stanza.

Accetta una caramella?- propose Ilaria, infilando la mano nella borsetta e traendone un pacchetto di Vivident.

Sono gomme: fa lo stesso??- chiese.

Si grazie.

Ilaria lasciò cadere una di quelle gomme sul palmo della mia mano e un’altra la prese per sé, portandosela alla bocca.

La imitai.

Senta, lei poco fa ha parlato delle “Ecchimosi” di Giuseppe: mi spiega come ha fatto a notarle? – chiese quindi, con un tono di voce dubbioso.

Sul momento non colsi il senso di quell’ obbiezione e per un attimo rimasi lì, come preso in contropiede, poi, mi resi conto di avere ancora parlato come se la mia interlocutrice fosse onnisciente.

Oh , mi scusi!- esclamai, sfiorandomi la fronte con la mano- avrei dovuto premettere che Giuseppe era stato fatto spogliare e lasciato nudo.

Nudo?

Si, nel senso più letterale del termine

Quindi il freddo di Giuseppe era dovuto alla nudità?

E alla mancanza in quella stanza di vetri alle finestre e di qualsiasi altra cosa, eccetto di un bagno alla turca pieno di escrementi – aggiunse

Capisco… mi dica ora, perché lo zitti’ non era normale che qualche agente venisse a controllarvi di tanto in tanto?

Bè si, ma a noi detenuti era severamente vietato parlare, tranne quando eravamo nel cortile o nella stessa camera di detenzione.

Vuole dire che incontrandovi, magari nel corridoio, non potevate scambiarvi neppure un saluto?

“Mani dietro la schiena e sguardo fisso al pavimento!” recitai, imitando il tono severo di un agente qualunque.

Quindi, zittendo Giuseppe volle evitare che foste puniti per aver infranto questa regola?

Più che altro, volevo volevo evitare che lui fosse di nuovo maltrattato, perché essendo segregato nella Cella Nove, la punizione sarebbe consistita appunto in altre cattiverie.

Per questo motivo Giuseppe si defilò all’istante?

Si, ma quei nuovi soprusi non riusci comunque a evitarli…

Continui, per favore.

Non vidi molto in realtà a parte tre agenti fermarsi davanti alla Cella Nove e un quarto venire a sbattermi in faccia il blindo e lo spioncino della mia cella.

Non vidi altro, sentii però il rumore di qualche schiaffone, di strattonamenti, il sarcasmo delle ingiurie e persino qualche bestemmia rivolta dagli agenti all’indirizzo di Giuseppe e pure la stizzita lamentosa protesta di quest’ultimo.

“Bastardi! Bastardi!” Si ostinava a ripetere con quella voce disperata dal pianto, mentre subiva quelle umiliazioni.

Furono dieci lunghissimi minuti di frustante attesa per me, che per tutto quel tempo rimasi a scuotere il cancello e a tirare calci contro il blindo intanto che gridavo agli agenti di lasciarlo stare in pace.

Mi calmai solo quando sentii gli agenti allontanarsi e il lamento di Giuseppe farsi a poco a poco più sommesso, fino a sparire nel silenzio che segui a quei momenti.

Rimasi ancora li tuttavia, con le dita delle mani serrate attorno alle sbarre del cancello finche , sfiancato dal senso di impotenza, non mi mossi nella penombra della stanza e raggiunsi la brand; diedi un paio di manate sul materasso nel vano tentativo di spolverarlo e vi sedetti; incrociai le braccia sulle ginocchia e poi attesi che la stanchezza e il sonno mi facessero scordare di quella giornata e anche di dover dormire assieme ai pidocchi.

La chiave giro nella serratura del blindo della mia cella e lo apri. Io schiusi gli occhi: era di nuovo mattina.

 Mi tolsi dal materasso  e raggiunsi il lavandino; sciacquai il viso e lo asciugai con la maglia che avevo addosso.

Giuseppe non avrebbe potuto fare neppure  quello. Pensai: Alzai lo sguardo verso il corridoio e lo spinsi oltre lo spioncino che guardava dentro la sua cella, ma non riuscii a vederlo.

Mi chiesi se avesse dormito, probabilmente rannicchiato sul pavimento, con le braccia strette attorno alle gambe o se, invece, angosciato dall’idea che quelli potessero tornare  e trattarlo male, fosse rimasto sveglio tutta la notte… provai una terribile amarezza e rabbia mentre lo immaginavo li, rintanato in un angolo della stanza, con le spalle contro al muro e gli occhi fissi allo spioncino.

Scorsi Giuseppe più tardi, mentre afferrava la sua porzione di pane e di frutta dalle mani di una guardia. Mi vide subito, poi, in quel momento spinse un braccio oltre la feritoia e lo lascio li un attimo, a mò di saluto. Lo ricambiai con un cenno del capo. La guardia ci guardo in cagnesco, ma non intervenne; dopotutto non avevamo aperto boca.

Dovette passare qualche altra ora, prima che il blindo e il cancello della Cella Nove fossero aperti. Allora il corpo macilento di Giuseppe, si mostrò in tutta la sua disgraziata e nuda interezza.

“Vestiti e torna su” – gli ordinò un agente lanciandogli contro il petto degli indumenti che aveva portato con sé.

Giuseppe sporco, maleodorante, indolenzito e un po’ andato di testa, avrebbe avuto bisogno di almeno un anno per riuscire a rimettersi un attimo in sesto. Invece, gli rimanevano appena una ventina di ore per aggiustarsi un tantino, prima di arrancare  verso il suo destino, verso quell’aula del tribunale in cui difficilmente avrebbe trovato un “ Giudice a Berlino”.

Giuseppe non se lo lasciò dire mezza volta, indossò sbrigativamente quegli abiti e lasciò di fretta quella  Cella Nove, non prima però di  avermi rivolto uno sguardo, pallido come la morte e, infrangendo il silenzio, fatto una promessa: “Domani mi spoglio”.

Fui graziato a mia volta quella sera.

Quando misi piede nella sezione, mi accolse un silenzio ricolmo di sguardi increduli. Dietro ogni cancello, gli altri detenuti stavano diritti e muti. Non era permesso parlare, ma quando avessero avuto il coraggio di farlo, mi avrebbero, di certo, cosi interrogato: “O tu, perché sei già qui è pari non aver preso neppure una legnata?”

Che arcano mistero: forse mi ero spiegato?

Nella mia mente, mandai a fare in culo anche loro.

Quando fui in cella senza neppure svestirmi infilai il necessario per la doccia in un secchiello e diedi una voce alla guardia. Questa, vedendomi con l’accappatoio sopra il braccio,  mosse la chiave che aveva tra le dita come a dire : “ ma dove vorresti andare?”

Dissi soltanto “doccia”.

“Domani” replicò lui, altrettanto succinto, e aveva ragione: era possibile fare la doccia il lunedì e il venerdì e, quel giorno, non era né l’uno né l’altro.

Mi lavai in cella, con l’acqua del rubinetto. Mentre in saponando i capelli, ricordati dei pidocchi ed ebbi una  stizza: “cazzo”, esclamai pensando di dovermi rapare . Mi presi ancora  altro freddo, strigliando il resto del corpo, quando Ma quando fini di farlo , miri tirai  del nel letto e null’ atro importo di sentire  oltre le lusinghe del sonno.

Ilaria fece un sospiro come fosse rimasta  sino a quel momento col fiato sospeso. Doveva essere il sollievo  di quando si pensa che il peggio sia passato. Pero quanta tristezza – aggiunse poi. Vi estato di peggio… Peggio di essere denudati, picchiati e la sciati a gelare una stanza? OH? Molto di più, mi creda. Va bene, mi racconti  

 

Suicida per ragion di stato… di Salvatore Torre (prima parte)

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Oggi pubblico la prima parte del racconto di Salvatore Torre -detenuto a Saluzzo- “Suicida per ragion di stato”, vincitore della menzione d’onore nell’ambito del premio Goliarda Sapienza. 

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Il tassista fermò il taxi fermo sulla piazzola del paese e, avuto quanto gli dovevo per la corsa, attese che lo lasciassi libero di andare per la sua strada. Io in verità, esitai qualche istante prima di farlo, giusto il tempo di trarre al petto un sospiro di malinconico stupore. Quando fui sulla strada, con il borsone in mano, una donna anziana mi squadrò per intero con attenzione, senza però  che le riuscisse di conoscermi. Per  vero neppure io riconobbi lei.

Mi avviai verso la scalinata, che rampicava a lungo la parete della collina e salii verso la casa dove abitava mia madre. Faticai un po’, con il borsone, mentre la raggiungevo.

La porta era aperta, ma quella casa era sempre stata aperta. Mi accolse un piccolo salotto, quello di sempre, per quanto rinnovato negli anni e, accanto, il cucinino.

Mia madre era fuori, da qualche parte, assieme ai suoi ottantasette anni di vita: ci separano diciotto anni.

Lasciai cadere il borsone per terra e ruotai gli occhi intorno alla stanza: sulle pareti, ovunque, ritratti di me di quando ero bello e giovane: in mezzo alcune foto di Mario mio figlio e di fianco ben incorniciato, il lungo articolo di giornale scritto da Ilaria, la giovane laureanda venuta a trovarmi in carcere dopo aver letto alcuni miei scritti.

Scritti che ricordavano tra le altre cose, anche di una “ Feroce repressione governativa” attuata all’interno delle carceri italiani. Un tema interessante per Ilaria, che aveva deciso di scrivere la sua tesi di laurea su “ La tortura in carcere” .

Dal nostro colloquio trasse poi spunto anche per scrivere questo articolo che ebbe pubblicato su un giornale locale.

Come lo titolava?

“Suicida per ragion di Stato” – lessi, alzando gli occhi sulla parete, mentre mi rivedevo nella saletta del carcere dove ero detenuto, intento a raccogliere idee ed emozioni, attorno allo stato d’animo che mi aiutava a rispondere alle sue domande.

Senta, lei in uno dei suoi scritti racconta riguardo una “Feroce repressione governativa”  che sarebbe stata messa in atto durante gli anni Novanta all’interno delle carceri italiane: ecco, vuole spiegare meglio a cosa si riferisce? –  esordi Ilaria, dopo i convenevoli di rito.

Io guardai quella giovane donna seduta compostamente di fronte a me, con il taccuino davanti a sé e la penna tra le dita, considerando che a quel tempo forse non era neppure nata, le chiesi cosa avesse letto al riguardo.

Alla reazione brutale, violenta e illegale attuata dallo Stato italiano  contro  i detenuti in seguito alle pur tragiche stragi di Capaci e Via D’Amelio – rispose, francamente.

Falcone e Borsellino- ricordò lei.

Già.

Uhm… incomincio a capire qualcosa, ma esattamente in cosa sarebbe consistita questa “ Reazione brutale” eccetera?

Ha abbastanza tempo a sua disposizione?- scherzai.

Tutto quello che permetteranno di dedicarle- rispose, intanto che io cominciavo a ritrovare ricordi di quegli anni.

Agosto 1992

Quella notte fui svegliato da un rumore insolito;  un rumore cadenzato, strisciante, che pareva venire da lontano per farsi via via, più prossimo e sinistro.

Guardai l’ora: erano le quattro del mattino. Cosa poteva mai essere a quell’ora? Un poco incerto, mi levai sui gomiti infilai le orecchie nel torpore della notte e ascoltai di nuovo, con maggiore attenzione. Allora compresi: era il rumore di anfibi, di decine di anfibi che marciavano veloci lungo il corridoio.

Colto da una premonizione, balzai giù dal letto corsi a prendere una tuta dentro l’armadietto e mi premurai di indossarla; in quel mentre, una chiave ruotò, fragorosamente dentro la toppa di un cancello, liberandolo, una dopo l’altra dalle sue mandate.

Mi venne allora la visione di questo cancello spalancato e di una squadriglia di guardie, in tuta antisommossa, che si buttava impetuosamente oltre lo stesso, invadendo il corridoio, poi una ad una, le nostre celle. E cosi avvenne: le celle furono presto assediate ognuna da tre agenti, e quando, poco dopo, quella stessa chiave permise loro di entrare, furono lesti ad urlare:  In piedi! Faccia contro il muro! Mani incrociate dietro la nuca!”.

“ Le scarpe! “ io esclamai invece, correndo a cercarle sotto al letto e a metterle ai piedi. Lo sapevo, restava solo il tempo di un sospiro perché arrivassero fino a me, in fondo al corridoio; e di fatti, mi trovarono, allora, ancora piegato sopra un ginocchio, indaffarato a legare i lacci delle scarpe. Sarà stata questa posizione, ma quelli presero ad  urlare contro di me ancora più forte, cosi  che quegli ordini mi parvero ancora più ordini.

In piedi, forza! Faccia al muro! Mani incrociate dietro la testa, forza! – recitò un agente appena fu sulla porta della mia cella.

Questo trambusto, durò forse dieci minuti, poi, nella sezione, venne un silenzio di morte; perché, molestato soltanto da qualche sussurro, dal fruscio delle mimetiche e dal respiro degli agenti, sembrava pari una veglia funebre.

Restammo a cuocere dentro quella silenziosa attesa, per una buona mezz’ora, finchè non sentimmo strillare questi altri ordini: ! Fuori dalla cella! Via, nel cortile, forza!”

A queste urla però si accodava uno strano rumore, un certo “ plac- plac- “ e qualche esclamazione di dolore. Mi preoccupai, è veroMa non potei fare altro che aspettare il mio turno che, puntuale, venne.

Fuori dalla cella! – mi urlo una guardia strattonandomi per un braccio sino al corridoio, lungo il quale due fila di agenti con il manganello stretto nel pugno, erano pronti a colpire.

Brutti Bastardi – pensai, intanto che, a testa bassa, gli passavo in mezzo e il  “ plac- plac” dei manganelli suonava anche a me.

Una cinquantina di corpi lamentosi e doloranti perlopiù con il pigiama e le ciabatte o anche scalzi, ci trovammo cosi radunati nel cortile, ma non dicevamo quasi una parola, a parte queste mormorate qua e là… “la squadretta, è arrivata la squadretta.”

La campana della vicina chiesa dovette rintoccare dodici volte prima che ci fosse permesso di tornare nelle nostre celle e quando fummo li restammo a bocca aperta: sembrava essere passato un tornado, tanto erano state messe a soqquadro.

Fu cosi che il Gruppo Operativo Mobile, il corpo speciale della polizia penitenziaria, in gergo chiamata “Squadretta” si presento a noi quella mattina- raccontai.

E voi non denunciaste questi abusi? Non vi rivolgeste alle autorità perché i vostri diritti fossero tutelati? – chiese Ilaria.

Eccome se non lo facemmo, ma ne ottenemmo in cambio solo altri guai.

-In che senso?

La “ squadretta” godeva di immunità su tutta la loro linea operativa, pertanto nel momento in cui un detenuto riusciva in qualche modo a rendere note gli abusi e le violenze subite, anziché allentare la tensione, reagiva mettendo in atto delle ritorsioni ancora peggiori.

  • Che genere di ritorsioni?
  • Bè, ad esempio la segregazione alla  “ cella nove” del reparto di isolamento, di norma riservata agli  intemperanti…”
  • Intempe… cosa?

Eh? Si certo, mi perdoni, lei non può saperlo: gli “Intemperanti” erano uno dei quattro gruppi di detenuti che si erano andati delineando in seguito all’introduzione del nuovo duro regime penitenziario; gruppi che si distinguevano l’uno all’altro essenzialmente per il diverso modo che ognuno aveva di affrontare la nuova situazione… spiegai.

  • E gli altri gruppi erano?
  • Oltre agli “ intemperanti” c’erano i “Codardi”, i “Paraculo” e, infine, gli “Irriducibili”

Uhm, quanto ai Codardi e agli Irriducibili potrei anche arrivarci da me, forse anche per i Paraculo, ma gli Intemperanti? – disse Ilaria, mordicchiandosi il labbro inferiore.

Io sorrisi:

La distinzione è semplice: i Codardi erano disposti a fare qualunque cosa – dalla delazione alla diffamazione, purchè gli fosse risparmiata ogni forma anche minima di sofferenza, i Paraculo facevano invece buon viso e cattivo gioco, lasciando che fossero gli altri a indignarsi e a protestare di fronte alle prevaricazioni; dall’ altra parte, gli Irriducibili rifiutavano l’ oppressione opponendovi una “Resistenza passiva”, che pretendeva la disubbidienza agli ordini e l’ infrazione di quelle regole ritenute ingiuste, mentre gli Intemperanti, già schizzati di loro, reagivano insultando e aggredendo a loro volta quegli agenti che praticavano gli abusi – spiegai.

Mi sembra di capire che lei si collegasse agli Irriducibili ….

Direi di sì, sebbene qualche volta mi sono approssimato anche agli intemperanti.

Mi dica pure.

D’accordo.

Novembre 1992

Mia sorella entrò nella sala colloqui con in braccio sua figlia, offrendomi un sorriso raggiante di materna soddisfazione. Gemi, mia nipote, era nata da quattro settimane e io la vedevo, per la prima volta, quel giorno. Seguivano mia sorella, mia moglie e mio figlio e immancabilmente mia madre.

Impacciati dal muretto che ci separava, ci scambiammo un abbraccio e, prima che ci fosse ordinato di sedere. Allora sarebbe stato vietato anche lo sfiorarsi le dita. Feci in tempo a dare un bacio e una carezza alla bambina.

Mentre facevamo colloquio, guardavamo mia nipote sonnecchiare in grembo a sua madre, con le sue gote rosee e le sue manine chiuse a pugno, dentro cui, pensai, stringeva una vita intera, quella che doveva ancora venirle, ed ebbi gran desiderio di stringerla un poco al petto. Perciò, notando la distrazione della guardia, feci cenno a mia sorella di porgermi la figlia. Gemi continuò a sonnecchiare anche tra le mie braccia, così. Le solleticai il naso con il mio finchè non si decide ad aprire gli occhi. Allora mi osservò per un momento, se ne uscì con un espressione incerta, brontolò qualcosa nella sua lingua e dopo aver fatto uno sbadiglio, tornò ad appisolarsi.

Un’ emozione piena di tenerezza mi teneva ancora stretta a sé, quando la guardia battè forte contro il vetro della garitta, lo fece più e più volte tanto che la bambina, spaventata, cominciò a piagnucolare.

Restituisci quella cosa subito! – urlò la guardia guardando me.

Mi chiesi sul momento di cosa diavolo stesse parlando poi però i suoi occhi e quindi i miei si posarono su mia nipote.

Ma vaffanculo – replicai accompagnando l’ offesa con un inequivocabile gesto della mano. Gli altri detenuti mi guardarono attoniti, solo un pazzo avrebbe potuto fare quello che avevano appena visto fare a me e io almeno fino a quel momento non avevo dato segno di esserlo.

La chiave rotto nella toppa della porta alle mie  spalle cinque minuti dopo seppi che per me il colloquio era finito.

“Tu fuori di qui”- intimò un agente affacciandosi sulla soglia. Sospirai porgendo Gemi a sua madre.

Mia moglie intuito il pericolo, aveva gli occhi venati di lacrime e pena.

Va tutto bene – le sussurai sfiorandole le labbra con un bacio.

Mio figlio rimasto fino a quel momento sulle gambe di sua madre, mi diede un bacio e nella inconsapevole freschezza dei suoi sette anni mi chiese: “Devi tornare a lavorare papà?”

Introduzione alla devianza di un cane…. di Salvatore Torre

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Giusy Torre, la sorella di Salvatore Torre, detenuto a Saluzzo, ci inviò alcuni suoi racconti.

Oggi pubblico questo splendido racconto dal titolo “Introduzione alla devianza di un cane”.

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Introduzione  alla devianza di un cane

Che palle! – Sbuffavo tra me, dopo aver guardato l’ora per l’ennesima volta.

Erano difatti già ben venti minuti che me ne stavo là ad aspettare.

E dire che mi avevano pure sollecitato a sbrigarmi.

In quel momento, sedevo su una panca, ma le mie gambe non volevano saperne proprio di starsene ferme!

Il cervello poi mi andava quasi in corto circuito: ancora là a ripassare e a rielaborare mentalmente quella materia. La paura era quella di presentarmi alla commissione di esami senza trovare più una sola parola di quanto avevo studiato per tutto quel mese di maggio!

Tutta colpa della memoria breve!

Eh, già, perché  vedete nell’altra pensavo di non conservarci mai nulla, ma proprio nulla di quanto affollava temporaneamente la breve!

Sì, dicevo proprio temporaneamente perché, chissà per quale mistero della natura, appena finivo di svolgere un esame quella memoria si svuotava di un colpo senza lasciare traccia alcuna delle nozioni cui abbondava fino a un istante prima!

Ero arrivato persino a pensare che questa mia curiosa ma più ancora molesta singolarità fosse dovuta allo stress sottinteso all’esame: tanto era cioè esorbitante lo stress, che alla fine lo sforzo faceva tabula rasa della mia mente!

Di quello avevo fatto ben esperienza studiando per il diploma di Geometra!

Avevo immaginato allora la mia mente uguale a un floppy, che a contatto con un magnete perdeva le informazioni registrate al suo interno: sol che del floppy una      spiegazione scientifica l’avevo pure trovata, ma del mio caso nulla, neppure un indizio, un accenno, niente di niente.

Dovevo essere di sicuro l’unico caso al mondo!

E comunque il terrore più  grande era quello che un giorno o l’altro questa memoria breve anziché dopo si svuotasse prima di dare l’esame!

Eh, sì, un poco strano  c’ero, ma è da dire, solo per amor del vero, che delle mie fisime ero finito per ultimo per farmene una ragione!

Detestavo però enormemente dovere aspettare: madonna la nevrosi mi prendeva alle gambe senza più darmi pace! Mi tormentava proprio senza avere per me  un minimo di pena! Eh, però altra era quel dì l’angoscia che concorreva a sollecitarmi in quel senso: vedete, mi tribolava a quel modo il pensiero che alla commissione venisse giusto di fargli una certa domanda …

Non che in tal caso avessi poco da dire, anzi era proprio quello il dramma che ne avevo anzi ad abbundantiam, tanto cioè da poter questionare dell’argomento per ore, soprattutto qualora avessi dovuto confutare talune conclusioni alle quali perveniva il saggio da me  studiato: conclusioni che sentiva per vero sullo stomaco!

Già, ma al guaio si aggiungeva sempre altro guaio. E infatti, come se non bastasse quel mio assillo, si dava il caso che l’autore di quel saggio fosse, manco a farlo apposta, tra i membri facenti parte la commissione!  

Oh, buon Dio: sarei riuscito mai  a non far trapelare quel mio irrispettoso dissenso?

No, certo che no!  Qualora mi avessero chiesto proprio di quella certa cosa, l’avrei anzi contestata non poco. 

Ah, non avessi smesso di fumare, avrei forse trovato conforto in una bionda, mi dicevo allora, tra l’altro.

E quella stanzetta presso di cui mi obbligavano ad aspettare?

Dio, era per davvero opprimente! Era tanto piccola che a non starci attento ci sbattevi il grugno contro lo spigolo.  Appena un metro e venti per uno e sessanta di spazio, racchiuso poi tra due porte, entrambe belle chiuse. Io guardavo fisso quella che introduceva agli uffici: ma non s’apriva.

Mannaggia, ma quanto ancora ci voleva per venirmi a chiamare.

Boh.

Ma intanto era trascorsa la mezz’ora.

Possibile che si fossero scordati in quel modo di me?

A quel dubbio ero tentato di dare una voce, così da far tornare a quelli la memoria, qualora lo avessero fatto sul serio!

Eppure mi trattenevo: fosse mai che disturbavo qualcuno!

Insomma ritenevo opportuno non farlo.

E poi dovevo far pazienza ancora più d’altri: ero o no iscritto al corso di laurea per Educatore Professionale?

Cacchio, lo ero eccome!

Certo, era quello appena il primo anno di corso; era, è vero, il primo esame, ma, per la miseria, pur sempre di educazione si trattava,  no?

E però quell’esame, quel  primo esame del primo anno, mi aveva fatto per davvero  inquietare!  Perché, sapete, tra le pagine di quel saggio, che ripeto aveva studiato per un mese intero, vi  si celava infido un inganno!

Eh, sì, perché giusto a me, che di un mondo gregario della disuguaglianza sociale avevo vissuto, dacché ero nato, per intero la tragedia; a me che della devianza minorile ero stato, per mia mala sorte, l’emblema, si andava a raccontare di non avere afferrato nulla, non già di altro, ma di me stesso!

Ah, di quello sì voleva persuadermi quello scrittore!

Tuttavia, io resistevo: mi dicevo, infatti, che quel saggio offriva certo una visione d’insieme soddisfacente, ma pure che non mancava di  sostenere delle sciocchezze!

Vi dico meglio: all’inizio di ogni paragrafo di quel saggio, una domanda introduceva alla relativa trattazione; ad esempio, al sesto era chiesto: “Quali problematiche sociali inducono i giovani al crimine?   

Domanda innanzi alla quale io esclamavo: La subcultura della quale sono vittime! Che domande! 

E così seguitavo a rispondere di paragrafo in paragrafo, vale a dire sino a quando non capitavo all’undicesimo.

Ah, signori, in quello stesso istante, cioè appena voltata la cento ventiduesima pagina, mi prendeva pressappoco un colpo!

“Perché questi giovani non fanno una scelta di vita diversa?”

Ecco, mi aspettava al varco proprio questa domanda!

Lo so: a voi non farà magari alcuna impressione, ma a me, vi ripeto, poco manco che mi rincoglionisse!

Intendeva suggerire forse quella domanda che un giovane, cresciuto in una contesto sociale fuorviante, indottrinato a uno stile di vita delittuoso, abbagliato da simboli e valori criminali,  avesse comunque la consapevolezza di poter scegliere  di vivere una realtà differente da quella che lo aveva cinto a sé sin dalla nascita ?

Minchia!” – esclamavo a dubitare di quello.

Perché, vedete, io non avevo neanche mai sospettato che, a quelli come me, fosse data una scelta! Anzi, ero certo che non fosse proprio possibile vedere di là del proprio mondo, cioè che potesse esisterne uno diverso!

Eppure quello si sosteneva a un certo momento in quel saggio!

Tanto mi buttava sul subito nel panico e dipoi, ancor peggio, mi ossessionava fino a farmi perdere il sonno!

In buona sostanza, andavo di matto!

Diamine, alla diabolica speculazione lombrosiana che voleva, tra l’altro, un difetto genetico quale responsabile della personalità deviata, si sostituiva un paradigma altrettanto sconcertante che, del giovane emarginato, affermava il libero arbitrio nello scegliere di vivere una realtà equivoca e pericolosa come quella delittuosa!

Vero era che io sentivo ancora l’eco della mia voce di adolescente, affermare che, da grande, avrebbe voluto diventare uguale il Malpassotu, Alias Giuseppe Pulvirenti, storico capo clan tra i più violenti e sanguinari della Sicilia.

Ma davvero avrei avuto per idolo non il Papa, non Gandhi ma la loro suprema antitesi, quando realmente avessi conosciuto l’esistenza di una realtà diversa da quella che mi aveva forgiato in quel senso?

Io non lo credevo affatto.

Ravvisavo anzi, solo allora, ahimè!, i condizionamenti che stavano a valle di quell’indole indomita e fuorilegge: quale possibilità avevo di guardare oltre quella mia vita, se ero cresciuto in un ambiente simile, per usare una metafora, a quella stanzetta dove facevo da un po’ anticamera, cioè un luogo racchiuso in se stesso, impermeabile alle sollecitazioni esterne e dominato da valori e convincimenti irragionevoli, violenti, fuorvianti, criminogeni, quello che vi pare, ma così fortemente radicati nella mentalità del gruppo, da essere considerati parte del proprio patrimonio ereditario?

Potevo mai farlo quando era inculcato nella mia mente l’essere onorevole ospitare a cena un malvivente e una vergogna avere in famiglia uno sbirro? L’essere cosa buona e giusta proteggere il criminale dalle forze di polizia e invece immensamente disonesta denunciare un delitto?

Certo che no! –  continuavo a ripetermi.

Indubbiamente, erano quelli disvalori:  lo diremmo senz’altro, oggi, a guardare dall’alto e da lontano quel tempo, ma lo si vada a raccontare a un giovinetto che, lasciato lesto di  giocare a pallone con i suoi compagni, prendeva improvvisamente a correre, con quanta forza e fiato aveva in corpo, per andare ad allertare il padre o, quando questi era carcerato, gli amici di lui, della presenza di una volante sulla strada del paese!

I poliziotti, tutori della legge e dell’ordine?

Chi, quelli là?

Macché: erano piuttosto dei malvagi che assaltavano di continuo  casa mia per metterla a soqquadro o ancora peggio per arrestarmi il padre!

Diamine, chiuso in quello sgabuzzino, quei pensieri facevano di tormentarmi con maggiore insistenza! Decidevo quindi di distrarmi, mi alzavo dalla panca, facevo due passi, cioè nel senso letterale di due, fronteggiavo così la prima porta, mi voltavo allora su me stesso, facevo altri due passi e contemplavo la seconda: non avevo via di uscita, mi dicevo, riflettendo ancora di me ragazzino.

Al che  levavo il pugno, intenzionato a battere la porta, ma anziché farlo restavo col braccio teso a mezz’aria: e il cane? Dove lo mettiamo il mio cane?

Il pensiero di quell’animaluzzo veniva dal niente a rimestare ancora del mio passato. Evidentemente, non riuscivo a distogliermi dallo stesso.

Be’, che cosa c’entra adesso il cane, vi chiederete voi … Nulla, in verità, se pensate a un cane uguale a tanti altri, ma quello era un cane diverso, perché di fatto un cane deviato!

Proprio così.

Vedete, il mio cane, un bastardino tutto nero, dimorava abitualmente sulla strada, esattamente davanti casa mia. Dico abitualmente perché non di rado spariva senza preavviso anche per un’intera settimana. Ma non questo lo faceva strano, infatti, destava meraviglia il fatto che faceva transitare per quella via chicchessia, a qualsiasi ora del giorno e della notte, eccetto, guarda caso, carabinieri e affini! 

Sul serio!, e a nulla valeva che fossero oppure no in divisa: li fiutava appena quando sopraggiungevano sulla piazzola del paese, che dalla casa, badate, distava non meno di trecento metri!

Cosi docile e caro, quel cane si trasformava in una belva giusto quando uno di quei signori faceva solo di recarsi alla nostra dimora. Tanto ringhiava e mostrava i denti, tanto era rabbioso e pronto per azzannare, tanto cioè faceva paura che una volta minacciavano con le armi perfino di ammazzarmelo!

Voi penserete che sia da ridere, ma non lo è per niente e appunto anche di questo meditavo in attesa di dare quegli esami.

Ah,  sapeste, a vedermi a quel modo, con il braccio ancora levato a mezz’aria e con gli occhi spiritati, che parevano fissare chissà dove, mi avreste preso di sicuro per uno squilibrato. Ma in quell’attesa, mi chiedevo nuovamente quale salvezza potevo mai avere, se quel mondo subdolo e perfido, aveva persino suggestionato la ragione di un cane!

Vero, si potrebbe ora discutere, ma avremmo voglia a farlo, delle  capacità di quell’animale di assecondare le pulsioni e di far sue le emozioni di quanti aveva in affetto, ma anche laddove ne concordassimo il senso, resterebbe dipoi che finanche lui, il cane, si era di fatto conformato alle leggi di quella scellerata società!

Quale salvezza, dunque?

Nessuna!

Deciso questo, riposavo finalmente il braccio, lasciandolo cadere malinconico lungo il fianco: che cosa avevo da scegliere,  continuavo comunque a chiedermi, se già dalla prima giovinezza ogni cosa intorno a me dichiarava qual era la mia sorte?

Qual altra idea potevo avere della vita, se  a pascere quel giovane che ero, non era la poesia né l’arte, ma la mala e il crimine?

Magari qualcuno o qualcosa, mi avesse fatto stirare il collo dall’altra parte di quel mio mondo … giusto per mostrarmi che di là c’era sicuramente di meglio, avrebbe forse insinuato nella mia vita non certo subito il dubbio, ma certo la curiosità mi avrebbe spinto a riguardare da quella parte e poi a farlo ancora e quindi chissà … potevo davvero trovare un richiamo che mi transitasse verso un altro destino!

Ma, chiederete voi, non avevo famiglia?

Famiglia?

Quale?

Quella serva, tale e quale al cane, di quella subcultura?

Quella in cui mio padre bivacca più per le galere che per la casa?

Quella che mi guardava, ragazzino, come l’erede e depositario di quei valori comunitari?

Mi rodeva proprio ripetermi quelle penose condizioni, perché,  vedete, le avevo meditate tutte, non già una ma mille volte!

Ebbene, se non la famiglia, quali altre  istituzioni sarebbero state là a perdere con me quel tempo?

L’assistenza sociale! –  direte ora voi.

Chi?

Sì, va be’ … quella cosa là, era sconosciuta, non a me o alla mia famiglia, ma credo all’intera cittadina! Non che da quelle parti sentissimo l’esigenza di averci a che fare, per carità di Dio: ognuno si tenesse nel suo! 

Però, in effetti, la presenza di quell’istituzione sarebbe potuta servire a qualcosa … chissà, avrebbe magari potuto convincere mio padre a prendere in considerazione la necessità di costringermi a tornare a scuola, subito quando avevo abbandonato quella dell’obbligo!

Già che quest’ultima, la scuola, mi aveva cacciato via perché caratterialmente irrequieto e violento!

E’ vero, non lo rinnego: da ragazzino avevo uso di picchiarmi, giorno sì e l’altro pure, con qualcuno dei miei compagni! Ma, d’altronde, non riuscivo proprio a sopportare che dicessero male della mia famiglia.

Ad ogni modo, poteva anche  insistere la scuola nel tentativo di recuperarmi!

Del resto, erano quelli gli anni ottanta e la filosofia della scuola, perlomeno in quella parte della Sicilia, era appunto quella di allontanare dal suo grembo gli alunni irrequieti e tenersi stretti quelli buoni  e saggi!

A quel ricordo sussultavo: fossi vissuto in Lombardia, Piemonte, Toscana o Emilia Romagna!  Da quelle alture l’assistenza sociale magari non avrebbe fatto  di lavarsene in quel modo le mani! Anzi, probabilmente sarebbe corsa a casa mia e minimo minacciato di querelare mio padre se non si fosse occupato di farmi tornare  a scuola!

E la scuola mi avrebbe forse cacciato via?

Ma scherziamo?

Avrebbe semmai chiamato presso di sé i miei genitori per sottoporgli la questione e trovare così insieme la soluzione più idonea! Ma, appunto, in quella parte della Sicilia, quelle pratiche non erano per nulla in uso: forse manco esisteva l’assistenza sociale!

A quella considerazione ciondolavo  la testa, sorridendo amaro di me.

Intanto,  pativo, in silenzio, ben quarantacinque minuti di attesa.

Pazienza… mi ripetevo, mentalmente.

Avevo allora trentasei anni, ma già i capelli e il pizzetto mi si mostravano con qualche filo di grigio. Non ero sposato e, in realtà, non sapevo bene se un giorno mi sarebbe stata data la possibilità di farlo.

Disperavo, in verità.

Del resto, donne non potevo frequentarne tante e quelle poche, anzi pochissime che avevo modo di conoscere, non mi ritenevano per nulla affidabile. Per vero, mi guardavano solitamente di trasverso: i loro occhi sembravano sovente volermi esplorare la  mente, mi scrutavano punto.  Cercavano forse di capire chi fossi in realtà. Non che dessi loro agio di equivocare sulla mia personalità, anzi facevo semplicemente di mostrarmi così com’ero: ma forse proprio quello mi  rendeva a quegli occhi un poco dubbio … ero un ergastolano, dopotutto.

Avevo però, da un po’, conosciuto una ragazza, che pareva fidarsi un poco di me: sulle prime non si era mostrata molto convinta, piuttosto era stata forse più lunatica delle altre.

Tuttavia, in lei qualcosa c’era di diverso.

Così almeno pensavo.

Ci vedevano una o due volte al mese e non facevamo che parlare e parlare … in verità, ce ne stavano là, seduti l’uno di rimpetto all’altro,  pensando di voler fare tutt’altro.

Ad ogni modo, poi finiva.

Tornavo dunque a sedere sulla panca. Mi stringevo le mani tra le cosce e, sovrappensiero, cominciavo a  dondolarmi con la schiena: non riflettevo però della mia storia con la ragazza, continuavo anzi a rimuginare sulla mia vita. A quando dall’uso delle  mani, ero passato  a quello delle armi:  dalle rapine all’omicidio, la via era stata breve.  

Mi accadeva di farlo quando non avevo ancora diciotto anni. Ma non per quello mi sentivo un barbaro o un malvagio. Niente affatto, era stata quella legittima difesa: perlomeno, in quel modo mi rassicuravano i grandi. Dipoi  dalle nostre parti era detto: “o ammazzi o ti fai ammazzare”, ed io facevo il possibile perché ciò non accadesse. Tanto ero accorto che non mi si vedeva mai passeggiare per la piazza, mettere piede in un bar, né giammai entrare giusto dal barbiere; vedete, il rischio era appunto quello di prendere una fucilata sulla faccia.

Tuttavia, non pensiate che quello mi tenesse troppo sulle spine, anzi, per taluni aspetti, lo credevo persino naturale: alla galera sentivo semplicemente di essere destinato, mentre alla morte sapevo di potere scampare fintanto che la scaltrezza, ma più ancora la fortuna lo avrebbe permesso.

Smettevo allora di dondolarmi e cominciavo, invece, a scrollare la testa: quali farneticazioni avevano a quel tempo affollato  la mia giovane mente!  

Non io, mi dicevo, dovevo essere rinnegato dalla società, ma quella mentalità perversa e funesta, che aveva sorretto le fondamenta della esistenza!

Poi, come morso da una tarantola, balzavo in piedi, facevo due passi in avanti, ruotavo quindi su me stesso e facevo pertanto altri due passi: la porta rimaneva ancora bella sprangata. 

Possibile mai che mi lasciassero ad aspettare per tutto tempo? Mi chiedevo, tornatomi il dubbio che mi avessero per davvero scordato colà! Non che prima non lo credessi, ma buon Dio, come potevano averlo fatto! Poggiavo quindi l’orecchio contro la gelida lastra di ferro della porta e mi concentravo ad ascoltare: non fiatava una mosca!

Bah!

Era passata un’ora!

Che fare?     

Allora, decidevo e battevo con il pugno due volte: chissà mai qualcuno, si convincesse a guardare! Attendevo un momento e, in assenza di una risposta, tornavo a sedere.

Sistemavo bene il gomito sulla coscia e con la mano mi trattenevo disperato la fronte: per me, ovviamente, c’era stato poco da fare. Appena compiuti vent’anni non ero finito ammazzato, per mia fortuna, ma dritto, dritto ero stato condotto in galera.

Ma io quella con Dignità e onore la sopportavo!

Non per nulla avevo per idolo Peppino u Malpassotu!

Che minchione!

Chi, il Malpassotu? No, no io, null’altro che io!

Del Malpassotu poteva dirsi difatti di tutto, tranne essere un minchione, perché lui di farsi la galera non ci aveva pensato manco un istante: mi pento, mi pento di duecento omicidi! – aveva gridato al giudice appena il giorno appresso il suo arresto!

Alla faccia della dignità e dell’onore!

Ma il Malpassotu era uno sbirro! Uno che l’infamia l’aveva nel sangue! Un verme mascherato d’uomo! Un tragediatore nato e cresciuto! Non poteva che essere in quella maniera, solo che non lo si sapeva!

Ah, queste ed altre ne avevo trovato a quel tempo di ragioni, per consolarmi della delusione!

Eh, però, il Malpassotu avevano poi emulato in tanti: centinaia, migliaia! Anche gli amici miei lo avevano fatto: ma non il mio cane, lui, poveretto, moriva  appena qualche anno più tardi il mio arresto.

Decidere di collaborare con la giustizia, per avere uno sconto di pena, quella  poteva certo dirsi una scelta. Ma non di sicuro nascere in una data famiglia, crescere in un certo contesto ambientale, formarsi caratterialmente in una maniera anziché un’altra! A scegliere in tal senso, era, a mio vedere, non altro che un compendio di combinazioni del tutto indipendenti dalla volontà umana.

A quell’ennesima considerazione, sospiravo: continuavo a meditarci sopra, vedete, ma mi sentivo stanco, soffrivo, in verità, a farlo così spesso.

Però, di acqua ne era passata sotto i ponti dacché il Malpassotu si era pentito: tanta che avevo passato da allora altri tredici anni di carcere!

Io, disgraziato per natura, non mi pentivo: non quella via sceglievo per riguadagnare la libertà … ditemi fesso, ma quello decidevo.

Tuttavia, non trascorrevo quegli anni di prigionia con le mani in mano, infatti, mi  diplomavo,  cominciavo gli studi universitari, mi dedicavo alla poesia, alla scrittura e, ancora, analizzavo e criticavo il mondo attorno a me e soprattutto la mia stessa persona … per quanto mi era detto un giorno di farlo inutilmente.

Avrebbe dovuto pensarci prima”,  aveva ritenuto opportuno rispondermi un giovane vice comandante,  un giorno che mi lamentavo di non avere data la possibilità di sfruttare le mie attitudini  intellettuali e creative.

Pensarci prima: ma prima, quando?

Magari tra una sparatoria e l’altra?

Ecco, ritenere tardivo l’impegno di un detenuto a migliorarsi rappresenta, secondo me, per intero l’errore del disastroso e fallimentare progetto di recuperare alla società i soggetti deviati: considerare inutile il tentativo di riscattarsi dalla realtà che li ha cresciuti tali è , infatti, il sistema migliore attraverso il quale rigettarli tra le sue braccia.

Mi rammaricavo appunto di quello, prima di  sbuffare: ora basta! 

Al che, balzavo in piedi e  levavo il pugno per battere di nuovo e forte alla porta, ma giusto allora quella si apriva.

L’agente, a vedermi pronto a picchiare, faceva lesto un passo indietro, poi esclamava: “Oh e che cavolo, un momento di pazienza, no!

Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra (settima parte)… di Carmelo Musumeci

Carmelos2
Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: “Undici ore d’amore di un uomo ombra” , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori. 
 
Avendo di recente il Tribunale di Sorveglianza accertarto la sua impossibilità ad un’utile collaborazione con la giustizia, dopo decenni da “uomo ombra“, egli ha potuto per la prima volta usufruire invece di un permesso premio.
Ne ha scritto un racconto, in otto parti; dopo le prime sei,  ecco la settima.
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È difficile amare un ergastolano, eppure la mia compagna ci sta riuscendo da 24 anni.(Diario di un ergastolanowww.carmelomusumeci.com)

Settima parte

Ormai mancano pochi minuti alle nove.
Mi accendo una sigaretta.
E tiro una profonda boccata.
Poi inizio a tossire.
E il mio cuore mi consiglia, adesso che ho la speranza di morire da uomo libero, di curare di più la salute.
E butto via la sigaretta.
Ad un tratto la guardia si avvicina al cancello della mia cella.
Lo apre e mi dice che posso uscire.
Per un attimo mi faccio forza per trovare la concentrazione.
E per qualche istante rimango a guardare la parete della mia cella.
Mi accorgo che la mia ombra è meno scura del solito, forse perché è felice anche lei che vado a prendere una boccata d’aria da uomo libero.
Faccio un paio di respiri profondi.
Poi esco dalla cella.
Scendo le scale.
A piano terra mi prende in consegna una guardia.
E dopo avere percorso un lungo corridoio e varcato una decina di cancelli, mi accompagna fuori dal carcere.

Varco l’ultima porta.
E alzo gli occhi in alto.
Mi sembra di non avere mai visto tanto cielo in una volta sola.
Provo un senso di vertigine.
Il cielo brilla di blu.

E mi accorgo che da dentro l’Assassino dei Sogni il cielo non mi è mai sembrato così immenso e bello.
Sembra che non finisce più.
Poi abbraccio con lo sguardo il cortile esterno.
E cerco con lo sguardo il mio angelo.
All’improvviso la vedo.
Ride di cuore.
E con lei c’è Veronica che mi punta i suoi occhi vispi.
Le bacio e le abbraccio tutte e due.
Poi mi prende in consegna la volontaria.
E mi fa salire nella sua macchina.
Dentro trovo un cagnone che mi fa le feste.
E mi guarda con occhi dolci e buoni.
E chissà perché penso che gli animali sono più umani delle persone.
Lo accarezzo.
Poi faccio fatica ad allacciarmi la cintura.
Forse perché non ci sono più abituato.

E partiamo.
Il mio angelo ci viene dietro con la sua macchina.
Lancio uno sguardo fuori dal finestrino.
E mi accorgo che le persone che vedo intorno mi sembrano tutte allegre e vive.
Arrivo alla Casa di Accoglienza “Piccoli Passi”.
È una struttura a due piani, circondata da un ampio cortile recintato.
Dopo qualche minuto arriva la mia famiglia.
Per prima vedo la mia compagna che mi aspetta da ventiquattro anni.
L’amore della mia vita.
E non riesco a staccarle gli occhi di dosso.
Vedo le sue lacrime senza vederle.
L’abbraccio.
E penso che in questi lunghi anni ho sempre avuto paura, tanta paura, di non riuscire mai più ad abbracciarla da uomo libero.
Poi sento nell’aria il profumo dei miei figli.
E capisco che ci sono anche loro.
Sono dietro la mia compagna.
Li guardo negli occhi.
Il loro ampio sorriso mi abbraccia ancor prima che lo faccia io.
E perdo il controllo dei miei pensieri.
Rimaniamo in silenzio per non rovinare quel momento, felici nella felicità.
A volte le parole rovinano tutto.
Poi abbraccio Alberto, il fidanzato di mia figlia.
Poco dopo arriva Mita, la figlia adottiva del mio cuore, insieme a suo marito Francesco.
I loro occhi s’illuminano e ci abbracciamo con affetto familiare.
Poi è tutto una festa.
E tutti ridiamo di cuore.

Continua

Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra (sesta parte)… di Carmelo Musumeci

Carmelos2
Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: “Undici ore d’amore di un uomo ombra” , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori. 
 
Avendo di recente il Tribunale di Sorveglianza accertarto la sua impossibilità ad un’utile collaborazione con la giustizia, dopo decenni da “uomo ombra“, egli ha potuto per la prima volta usufruire invece di un permesso premio.
Ne ha scritto un racconto, in otto parti; dopo le prime cinque,  ecco la sesta.
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Per molti anni, forse troppi, ho escluso che il mondo esisteva e adesso sto facendo fatica a pensare che il mondo esiste ancora.
(Diario di un ergastolano http://www.carmelomusumeci.com)

Sesta parte

Arriva il giorno del permesso.
Il mio cuore si sveglia all’alba.
E mi accorgo subito che l’Assassino dei Sogni dorme ancora.
Il silenzio in carcere però è diverso da quello di fuori perché fa rumore lo stesso.
Guardo l’orologio.
Sono le quattro del mattino.
E penso che sia ancora troppo presto per alzarmi.
Sospiro.
Se fosse per me dormirei ancora un po’.
Il mio cuore però mi ordina di alzarmi.
Io faccio sempre quello che mi consiglia il mio cuore.
E mi alzo dalla branda.
Lancio uno sguardo fuori dalle sbarre della finestra.
E vedo che è ancora tutto buio.
Noto che la luce gialla del muro di cinta illumina tutto il piazzale.
E anche un lato del campo sportivo.
Poi apro la finestra.
Mi accorgo che l’aria è ghiacciata.
E la giornata non mi sembra molto bella.
Corruccio la fronte.
E mi auguro che fra qualche ora il tempo migliori.
Poi mi muovo svelto avanti e indietro per la cella per riscaldarmi.
Mi preparò un caffè.
E poi inizio a farmi la barba.
Vedendo il mio viso riflesso nel piccolo specchio mi viene voglia di scambiare due chiacchiere con lui:
Chi sei? Sono io! Io chi?Io! Come ti chiami? Io non mi chiamo, mi chiamano gli altri. Non fare lo spiritoso, dimmi il tuo nome. Sono la tua ombra, chi vuoi che sia? Io però non sono più un uomo ombra. Questo lo dici tu. Non è vero, lo hanno detto i giudici. Sciocchezze, perché da uomo ombra sei passato solo ad essere un uomo penombra. Ti sbagli questo è solo l’inizio. Non t’illudere il tuo fine pena rimane “mai” o, bene che vada, uscirai nel 9.999, come c’è scritto nel tuo certificato di detenzione. Intanto fra poche ore dopo ventiquattro anni uscirò per la prima volta in permesso premio. Divertiti pure, tanto questa sera saremo di nuovo insieme. Vai a quel paese. Non posso perché se ci vado io ci vai anche tu.


Ad un tratto sospiro.
Scrollo la testa.
E smetto di parlare da solo e ad alta voce come uno scemo.
Poi mi vesto.
Ed inizio a passeggiare avanti ed indietro per la cella, in attesa che mi chiamino per uscire.


Continua

Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra (quinta parte)… di Carmelo Musumeci

Carmelos2

Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: “Undici ore d’amore di un uomo ombra” , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori. 
 
Avendo di recente il Tribunale di Sorveglianza accertarto la sua impossibilità ad un’utile collaborazione con la giustizia, dopo decenni da “uomo ombra“, egli ha potuto per la prima volta usufruire invece di un permesso premio.
Ne ha scritto un racconto, in otto parti; dopo le prime quattro,  ecco la quinta.
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Il tempo più lento in carcere è quello dell’attesa. (Diario di un ergastolano http://www.carmelomusumeci.com)

Quinta parte

Sia al di là del muro di cinta che dentro si sparge la voce che non ho più l’ergastolo ostativo e Alfredo mi scrive:

Allora… che dirti… ancora non mi pare di crederci. Nel senso che in molti momenti la mente mi rimanda l’immagine di te come ergastolano ostativo… devo essere io con uno sforzo cosciente a dirmi “Alfrè… ricorda… non è più ergastolano ostativo… anzi… potrebbe anche uscire tra breve… e comunque… soprattutto non è un ergastolano ostativo”. Carmelo il fatto che tu non sia più un ergastolano ostativo è già, di per se stesso, una vittoria… una vittoria epocale. Tu hai già vinto.
Non dimenticarlo mai. Hai vinto anche se domani, per assurdo, ti colpisse un fulmine (dio ce ne scampi) o se capitasse chissà che cosa. Tu in più di due decenni hai ribaltato tutto. Ti sei laureato, hai scritto libri, hai conosciuto tantissima gente, sei stato un punto di riferimento per tanti… e hai superato il muro che sembrava che dovesse durare a vita, l’ostatività. Tu per certi aspetti sei il simbolo degli ergastolani ostativi, e pensare che l’ostatività per te venisse meno, era qualcosa che sembrava utopico. Eppure ci sei riuscito. L’ostatività non è ancora morta in Italia, ma tu le hai inflitto una delle sue peggiori sconfitte. Una volta venuta meno per te, tutti potranno coltivare la speranza. E poi, come ti dicevo, è proprio anche una tua vittoria personale contro il sistema carcere, contro il modo in cui il sistema carcere ti aveva “immaginato”. Tu entrasti in carcere ergastolano ostativo ed in poco tempo in 41 bis all’Asinara… ovvero tu partivi dal girone più basso dell’inferno. Oggi ti cade l’ostatività. Oggi tu sei sul bordo del fiume e sorrisi a tutti quei direttori di carcere, quegli “educatori”, quei poliziotti penitenziari, quei cittadini, quei perbenisti che ti avevano sempre detto che tu non saresti mai uscito dal carcere, che la tua lotta era da illusi, che ti agitavi troppo. Ben,e tu hai vinto. Per certi aspetti avevi già vinto su un piano più profondo, anche se non ti avessero tolto l’ostatività. Ma con questo evento tu realizzi una vittoria anche da altri punti di vista. Hasta seimpre esperanza compagnero.

Il passaparola si diffonde anche fra le detenute.
E Johanna mi scrive:
Devo dirti che ho provato una felicità indescrivibile. Ti posso giurare che mi sono uscite le lacrime di felicità. Sono contenta. Te lo giuro, perché lo meriti. È questo sarà il primo passo per iniziare.
Quando l’ho saputo sono andata dalla detenuta spagnola, lei sta leggendo il tuo libro, e ci siamo abbracciate.

Finalmente, dopo ventiquattro anni di carcere, mi arriva il primo permesso premio ed il magistrato di sorveglianza scrive “(…) Concede e Musumeci Carmelo, sopra generalizzato, il permesso a recarsi a Padova presso la Casa di Accoglienza “Piccoli Passi” sita in via Po n.261, accompagnato da un operatore volontario della struttura. Il detenuto uscirà dalla Casa di Reclusione di Padova alle ore 9.00 del 14 marzo 2015 e vi farà rientro alle ore 18.00 dello stesso giorno.
E penso che avevo imparato a fare il morto perché non mi aspettavo proprio più nulla dagli umani perché con il trascorrere degli anni la speranza mi si era assottigliata, ma ora dovrò anche rimparare a credere e ad avere fiducia.

Continua

Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra (quarta parte)… di Carmelo Musumeci

Carmelos2
Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: “Undici ore d’amore di un uomo ombra” , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori. 
 
Avendo di recente il Tribunale di Sorveglianza accertarto la sua impossibilità ad un’utile collaborazione con la giustizia, dopo decenni da “uomo ombra“, egli ha potuto per la prima volta usufruire invece di un permesso premio.
Ne ha scritto un racconto, in otto parti; dopo le prime tre, oggi ecco anche la quarta.
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Quando aspetti una risposta che ti può salvare la vita e donare l’amore che ti è mancato per un quarto di secolo, stai disteso sulla branda a fissare il soffitto della tua cella tutto il giorno. (Diario di un ergastolano http://www.carmelomusumeci.com )
Quarta parte
Dopo l’ultima risposta negativa della magistratura di sorveglianza per la prima volta in ventiquattro anni di carcere mi viene voglia di arrendermi, ma non lo fa il relatore della mia tesi di laurea in giurisprudenza, il prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale dell’Università di Perugia. E come mio difensore mi inoltra al Tribunale di Sorveglianza di Venezia la richiesta di “collaborazione impossibile”.
Da quando sono in carcere ho sempre amato la libertà più di ogni altra cosa al mondo, ma non ho mai barattato la mia libertà con quella di qualcun altro.
E non ho mai usato la giustizia per uscire dal ventre dell’Assassino dei Sogni.
Inaspettatamente il Tribunale di Sorveglianza di Venezia mi “Accerta l’impossibilità da parte di Musumeci Carmelo di un’utile collaborazione con la giustizia in ordine a tutti i delitti oggi in esecuzione”.
E da uomo ombra divento un uomo penombra, con la speranza di rientrare di nuovo dentro la famiglia e la società.

In questi giorni sto pensando che la pena dell’ergastolo è peggiore della morte perché questa dura di meno ed è più semplice.
La morte libera il cuore e l’anima, mentre il carcere a vita te li divora, fino a che non resta più traccia di un essere umano in te.
Credo che la pena dell’ergastolo sia un dolore eterno che non solo fa soffrire chi lo subisce ma umilia tutta l’umanità.
Dopo la condanna il mio cuore aveva subito smesso di vivere, ma non certo di farmi male.
E sinceramente in questi ventiquattro anni di carcere molte volte ho meditato di lasciarmi andare e di appendere il mio collo alle sbarre della finestra della mia cella, perché non vedevo altra via di fuga.
L’ho pensato soprattutto nei momenti di debolezza, quando mi sbattevano nelle celle di punizione e in isolamento. Quando i giorni trascorrevano lenti, giorno dopo giorno senza un libro da leggere e una penna e un foglio di carta per scrivere.
Pensandoci bene credo che se ho continuato a vivere l’ho fatto solo perché non volevo far morire il mio amore con me.
La vita di un ergastolano è sempre terribilmente troppo lunga, invece la morte è a portata di mano e in un attimo ti può dare la libertà, la serenità e la felicità.
Forse molti non sanno che il metodo che normalmente usa un prigioniero per togliersi la vita è semplice. Prepara una fune che può essere presa dalla cintola di un accappatoio o dai lacci delle scarpe o direttamente strappando delle lenzuola.
Poi prepara il cappio.
E lo fa passare intorno alle sbarre della finestra.
Dopo non rimane altro che salire su uno sgabello.
Infilare il cappio in testa.
E farlo scivolare sul collo.
Poi viene la parte più semplice perché non rimane altro che dare un calcio allo sgabello.
Il carcere suscita spesso false speranze, forse per questo ho sempre pensato che non ce l’avrei mai fatta a morire un giorno da uomo libero.
Ed io ci ho pensato tante volte e togliermi la vita.
Molte volte ho persino preparato la fune con il cappio.
E alcune volte sono arrivato persino ad infilarmelo al collo.
Non sono mai riuscito però, per fortuna o per sfortuna, a seconda dei punti di vista, a dare il calcio a quel cazzo di sgabello.
E adesso sono felice di non averlo fatto, perché con la decisione del Tribunale di Sorveglianza sono ritornato a sperare che potrei un giorno uscire senza mettere in cella un altro al posto mio.

Continua

Carmelo Musumeci

Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra (terza parte)… di Carmelo Musumeci

Carmelos2
Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: “Undici ore d’amore di un uomo ombra” , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori. 
 
Avendo di recente il Tribunale di Sorveglianza accertarto la sua impossibilità ad un’utile collaborazione con la giustizia, dopo decenni da “uomo ombra“, egli ha potuto per la prima volta usufruire invece di un permesso premio.
Ne ha scritto un racconto, in sette parti; dopo le prime due, oggi ecco anche la terza

Questo mese sembra non finire mai, forse perché in carcere il tempo si dilata in un minuto qualsiasi, in un’ora qualsiasi, in un giorno qualsiasi di qualsiasi giorno.
(Diario di un ergastolano http://www.carmelomusumeci.com)

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Terza parte

L’attesa è finita

Caro Carmelo credo che il miglior metodo per lottare e sopravvivere lo abbia trovato lei da se, scrivendo bellissime pagine. Seguiti a scrivere, a far conoscere la vita e i sogni, se ci sono ancora, di un ergastolano, far conoscere quanta umanità si può trovare in carcere e quanta cattiveria fuori.
(Margherita Hack)

I filosofi dicono che le cose belle accadono solo a chi sa aspettare.
E io credo sempre a quello che dicono i pensatori, ma a volte anche loro si sbagliano.
Finalmente mi arriva la risposta che tanto aspettavo.
Ed è negativa.
Dopo due anni e mezzo d’attesa anche la magistratura di sorveglianza di Padova mi conferma che uscirò dal carcere solo da morto.
E mi chiedo perché ci hanno messo tutto questo tempo a decidere.
Poi rifletto che i buoni sono proprio strani.
Ed io proprio non li capisco.
Probabilmente non li comprendo perché io sono cattivo.

Adesso dovrò riprendere l’abitudine di pensare di nuovo da uomo ombra.
E rileggo per l’ennesima volta questa lettera di Tiziana:

Una sola cosa sento di non potere condividere di ciò che mi scrivi, certamente non per spirito di contraddizione, né tanto meno per smorzare la verità di ciò che sei costretto a subire. È solo che quando parli di speranza e la equipari al “veleno” che avvelena pian pianino la tua vita, io non riesco a condividere con te questa convinzione. Capisco il senso e il motivo per cui parli così: cioè come se la speranza fosse il respiratore che costringe un corpo a restare in vita. Ma io credo che il veleno di cui parli sia la frustrazione della speranza. Allora, mentre la speranza abita la tua anima bellissima e di lei devi fidarti ed esserne fiero, la frustrazione della speranza non proviene da te, né dalla tua responsabilità, né dalle tue scelte. La speranza è la tua stessa vita, i tuoi affetti, quelli per i quali hai il coraggio di rappezzare ancora una volta il cuore rinunciando a gesti decisi nello sconforto, ma del tutto inefficaci. Ti chiedo di continuare a scrivere, di non fermarti nel far sapere, a noi che siamo qui ignari di tante cose, ciò che vivi e vivete. Il dono di scrivere che hai non è di tutti. Parla e racconta non solo per te, ma per tanti.

Tutte le volte che rileggo questa lettera scrollò la testa pensando che per realizzare i sogni bisogna prima sognarli, ma gli uomini ombra non possono sognare.
Possono solo sopravvivere.
Sopravvivere purtroppo non è come vivere.
E non è neppure come morire.
Poi per tutto il giorno il mio cuore mi sussurra di dimenticare il mio passato perché ormai per me tutto è finito.
E mi consiglia di vivere vivo solo le emozioni dei miei figli e dei miei nipotini perché io non ne avrò mai più.
Alla sera telefono alla mia compagna, che mi aspetta inutilmente da ventiquattro anni.

E le dico che l’attesa è finita.
Poi negli ultimi secondi di quei miseri dieci minuti di telefonata che ci concedono faccio in tempo a dirle che il suo amore è tutto quello che mi è rimasto di lei.

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