Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera di Giovanni Zito

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Il nostro Giovanni Zito, detenuto a Padova, mi ha inviato una sua lettera che venne pubblicata sulla rivista “Mai dire mai” nel novembre 2015. Aveva piacerea che fosse inserita ne Le Urla dal Silenzio.

E lo faccio con piacere.

Anche perchè è una lettera davvero importante. Una lettera dove Giovanni ricostruisce, per grandi linee, il suo percorso carcerario.

Una lettera con importanti passaggi come questo:

cosa c’entra tutto questo trattamento con il nostro Ordinamento Penitenziario? Cosa c’entra con l’art. 27 della nostra Costituzione? Cosa c’entra limitare i colloqui con le nostre famiglie con il vetro blindato che ci divide? Cosa c’entra il non poter cucinare un piatto di pasta con la sicurezza del carcere? Perché si deve limitare il vestiario e far morire di freddo i detenuti? Cosa c’entra questo con la sicurezza? E perché limitare le telefonate visto e consierato che in questo regime si è sempre e costantemente sotto controllo?”

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1 novembre 2015

Eccomi amici carissimi,

finalmente ritornate in pista. Sono contento perché una voce in più per i detenuti è sempre utile, quindi spero vivamente che il presente scritto vi trovi tutti in salute. Come sapete io mi trovo in questo istituto di Padova da circa tre anni. Dal mio punto di vista è uno dei migliori carceri d’Italia che svolge attività culturali e rieducative. Qui si svolgono: convegni e seminari. E poi c’è l’incontro con gli studenti universitari, momento importante in cui noi detenuti ci possiamo confrontare con la società e questo è un bene prezioso per chi crede in un futuro migliore.

Come sapete, io di carceri ne ho girate un po’ e vi faccio l’elenco dei posti dove sono stato “ospite”. Nel lontano 1996 venni tratto in arresto e condotto presso la casa di reclusione di Augusta. Nel 1997 mi trasferiscono nel nuovo carcere di Floridia, in Contrada Cavadonna (Siracura). Qui mi venne applicato  il così detto regime speciale del 41 bis. Da qui in poi inizia per me un calvario senza tempo. Finisco nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara, dove iniziano le angherie e sono privato del poco vestiario e di tutto il resto. Dopo un paio di mesi un avviso di comparizione richiede la mia presenza presso il Tribunale di Catania. Quindi, zaino sulla spalla e via per Catania. Udienza rinviata e quindi attesa per una nuova traduzione. Destinazione Viterbo. Il carcere non è male, ma il regime di cui facevo parte sì. Subivo ogni tipo di persecuzione, tutti i giorni. La censura della corrispondenza senza sosta, non era una tortura fisica ma più che altro psicologica. Lotte continue con i GOM (Gruppo Operativo Mobile), il corpo speciale che comanda nelle sezioni a 41 bis.

Iniziano scioperi della fame. Faccio presente al processo in videoconferenza le mie condizioni di trattamento e di non vita. Il Presidente della Corte ascolta con molta attenzione la mia dichiarazione spontanea, ma non può entrare nel merito. Chissà per quale motivo? Dopo circa quattro anni vengo di nuovo trasferito. E’ la volta di Novara. Stesse rigidità, ma con più vigore. Liti e nostre proteste per l’ingiusto trattamento. Chiedo udienza con il Magistrato di Sorveglianza e, finalmente, dopo mesi di attesa, vengo convocato; espongo i fatti e i continui trattamenti disumani di cui sono oggetto. Nessuna risposta e vengo di nuovo trasferito. Questa volta mi spetta L’Aquila: freddo da cani, credetemi. Chiedo di avere dei giubbini imbottiti perché il freddo mi stava uccidendo. Niente da fare. Pensate che la neve era alta più di un metro nei passeggi e, per cercare di sentire un po’ di calore addosso, cercavo di correre. Le mie continue lamentele per il freddo fanno sì che vengo ancora una voltra trasferito. La nuova tappa è Cuneo. Anche lì non si scherza per il freddo, anche d’estate è necessaria la coperta. Stesse privazioni, le stesse facce di sempre, perché alla fine quelli eravamo nei circuiti, più o meno.

Faccio un nuovo ricorso per impugnare il nuovo decreto che doveva riconfermarmi o togliermi il 41 bis e, finalmente, la mia richiesta viene valutata con più attenzione, anche perché l’ergastolo lo avevo alle spalle. Il Magistrato di Sorveglianza mi revoca il regime ex art. 41 bis. Era l’anno 2006. Ora io dico: cosa c’entra tutto questo trattamento con il nostro Ordinamento Penitenziario? Cosa c’entra con l’art. 27 della nostra Costituzione? Cosa c’entra limitare i colloqui con le nostre famiglie con il vetro blindato che ci divide? Cosa c’entra il non poter cucinare un piatto di pasta con la sicurezza del carcere? Perché si deve limitare il vestiario e far morire di freddo i detenuti? Cosa c’entra questo con la sicurezza? E perché limitare le telefonate visto e consierato che in questo regime si è sempre e costantemente sotto controllo? La nostra Costituzione parla chiaro, epure violano ciò che hanno scritto, con la scusa di una sicurezza e di leggi emergenziali che durano però da 23 anni e quindi sono diventate prassi ordinaria!

Nel novembre 2006 esco dal regime ex art. 41 bis e vengo inserito in un altro regime, quello dell’AS1 e sono mandato a Voghera. La mia vita carceraria cambia da subito. Riesco a telefonare a casa mia più spesso, posso finalmente cucinarmi e farmi il caffé quando ne ho voglia, posso avere i vestiti più pesanti per non morire di freddo. Frequento la scuola e mi prendo la terza media tra il 2007 e il 2008, promosso a pieni voti. Finalmente, dopo anni che non vedevo la mia famiglia, riesco a fare qualche colloquio. Posso andare anche a messa ogni settimana.

La vita sembra migliorare anno dopo anno. Ma le cose non vanno mai come dovrebbero, perché non vogliono che i detenuti siano reinseriti. Così, dopo quasi 4 anni di Voghera, sono tradotto ancora una volta: destinazione la casa di reclusione di Carinola (CE). Altri due anni in questo istituto e poi veniamo mandati via tutti dalla nostra sezione perché viene chiusa e il carcere declassato.

Ed eccomi arrivare a Padova, dopo tanto girovagare da Sud a Nord. Fin da subito vengo inserito presso la sede del giornale “Ristretti Orizzonti”. La nostra coordinatrice Ornella Favero è una donna eccezionale e di elevata personalità e porta il deteenuto a confronto con la società, ad un sano confronto con il mondo esterno, affrontando argomenti delicati come quelli dei regimi speciali. Ora sto frequentando la scuola superiore, il secondo anno di ragioneria e sto cercando di essere declassificato dal regime AS1, un’impresa ardua perchè al Ministero non vogliono che avvenga un miglioramento dei detenuti.

Spero  di non essere di nuovo trasferito in un istituto non idoneo alla mia persona e di poter continuare a svolgere il mio impegno scolastico e di membro effettivo della redazione di “Ristretti Orizzonti”. Oggi i carceri devono voltare pagina se vogliono un riscontro positivo dei detenuti. Le restrizioni non portano nessun miglioramento. Ci vuole la media sicurezza ed un carcere che faccia cambiare il punto di vista. Un malato va curato e non abbandonato al proprio destino. Si cambia solo se si hanno le possibilità per un riscatto giusto e una vita migliore. Spero in un futuro migliore, senza più ergastolani che devono patire le pene del fine pena mai. Ecco io vorrei vivere per dimostrare che il mio passato non sia la mia condanna definitiva.

Giovanni Zito

Lettera scritta Vittorio Da Rios dop la lettura del racconto di Claudio Conte sulla sua seduta di laurea

Fides

Voglio pubblicare oggi un testo assolutamente meraviglioso e che ho potuto conoscere grazie all’amica giornalista e scrittrice Francesca De Carolis. Questo testo è la lettera di commento e riflessione che Vittorio Da Rios ha scritto dopo avere letto il racconto che il nostro Claudio Conte -da poco trasferito da Catanzaro ad Oristano- ha scritto sul memorabile giorno della sua seduta di laurea.

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Caro Claudio ho letto con estremo interesse e  non lo nego commozione le tue  pagine ricevute da Francesca; infaticabile divulgatrice e interprete di straordinarie  storie come la tua. Ti dirò che da un po di tempo le cose che mi prendono prima ancora che culturalmente—l’anima e il mio essere nella sua cifra più profonda–, sono le pagine Scritte da uomini a cui la vita ingiustamente ha posto inanzi a indicibili calvari, e che si ritrovano sommersi a vita tra tonnellate di cemento e porte blindate, tipico prodotto di un archetipo culturale giuridico repressivo in cui è il soggetto singolo a dover darne
conto, non invece la organizzazione della società in cui e maturata la tragedia.

Da tempo fuori da qualsiasi –dogma—accademico mi pongo il problema delle responsabilità collettive anziché individuali. Della totale inutilità di grande parte dell’attuale paradigma culturale giuridico, come pure dell’immenso corpus legislativo. Mentre ti leggevo avevo come sottofondo l’audio delle omelie per me grande maestro di padre Ernesto Balducci, uno dei più grandi intellettuali della modernità che con la sua –svolta– antropologica ci ha insegnato  l’improcrastinabile necessità che l’umanità compia un balzo –evolutivo—oltre lo stesso archetipo culturale filosofico-scientifico-teologico-consumistico-produttivo che ha prodotto l’uomo rapinatore quanto genocidario di massa, e la costruzione di mai riscontrabili nella storia dell’ominide  sperequazioni sociali. Tempo a dietro scrissi una lettera a Carmelo Musumeci poi pubblicata nel suo diario da l’altra gemma verde che è Nadia Bizzotto nella quale lo esortavo di scrivere-scrivere; che i fogli che si trovano—sotto—la branda verranno tutti pubblicati e li ribadivo che non è un scrittore ombra, bensì un scrittore nella luce più vivida e illuminante citandogli Gramsci che in condizioni di indicibili sofferenze fisiche quanto psitiche ci ha donato opere di immenso valore culturale, filosofico, scientifico, storico, oltre che di straordinaria umanità. Cos’è che fa diventare un fuscello quercia se non le tribolazione e i calvari che la vita spesso ti getta addosso?

Caro Claudio so bene o quanto meno cerco di capire in tutta la sua estensione di sofferenza cosa significhi aver subito 27 anni di carcere e di un particolare quanto durissimo carcere. Il tuo racconto preparatorio alla discussione della tesi di laurea consumata nella sala del teatro del carcere mi ha profondamente colpito sia per lucidità espositiva e capacità di manipolare la materia in oggetto quanto per l’universo dei sentimenti che ne sono presenti, i tuo famigliari il papà, la mamma, le nipotine il vedergli assieme per la prima volta,  partecipi a un evento per loro forse impensabile anni fa di vederti laureato con 110 e lode e la menzione accademica Immagino per i tuo genitori di aver provato una gioia incommensurabile come certamente lo è stato anche per te. Figure come la tua come  quella di Carmelo, di Trudu e di altri diventino coscienza collettiva determinanti strumenti di presa d’atto della totale inutilità del carcere, e dell’ergastolo, e in particolare
dell’ergastolo ostativo. Livio Ferrari a cui si deve uno straordinario impegno quotidiano tra i carcerati nel suo ultimo libro—no prison—ovvero il fallimento del carcere, con criteri scientifici dimostra quanto sia urgente andare oltre il carcere.

In questo senso mi pare molto positivo la presenza di giuristi e costituzionalisti il cui agire va in questa direzione. Ma l’azione fondamentale da svolgersi sta nel fatto della necessità  della costruzione di uno stato di diritto che oggi non c’è, presente in tutte—le pieghe della società—che abbia autorità morale ed etica, e strumenti economici giuridici già previsti tra l’altro nel nostro dettato costituzionale in grado di prevenire che il cittadino cada in tragedia. Questo si attua con un immenso lavoro culturale e formativo dove la filosofia non deleteria sia fondamentale ai fini della costruzione appunto dello stato moderno ed efficiente che non è un a cosa astratta oramai divenuto quasi impercettibile ma punto di riferimento per tutti i suoi membri. Alcuni anni fa inviai una breve nota all’allora presidente del tribunale di sorveglianza di Venezia Tamburino, dove facevo alcune mie considerazioni sulla giustizia, e sul sistema repressivo-carcerario e mi permisi di citarli una  frase che è alla base della costruzione dell’uomo nuovo, inedito, planetario di Balducci:

“Se tu scegli di vivere facendo centro su di te hai voglia studiare, hai voglia diventare un luminare universitario
un premio Nobel, non capirai niente! Se tu scegli di mettere il centro di te fuori di te di metterlo questo centro tra le cose tra le creature tu hai la sapienza.”

La sapienza spesso sconosciuta e assente tra molti accademici e giuristi, legislatori, giudici, direttori di luoghi detentivi ecc.
impedisce scelte all’altezza delle esigenze dell’uomo del terzo millennio. E poi infine non potevo evitare di trascriverli una celebre poesia di Edgar Lee Master assai datata ma che conserva intatta la sua lapidaria attualità pubblicata ad inizio della premessa di un notevole lavoro del prof. Adriano Prosperi –la dea bendata—Einaudi 2008:

“Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati.
Ritta sui gradini di un tempio marmoreo
Una gran folla le passava inanzi,
alzando al suo volto il volto implorante.
Nella sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada,
colpendo ora un bimbo ora un operaio,
ora una donna che tentava di ritrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettate monete d’oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:
–non guarda in faccia nessuno–.
Poi un giovane col berretto rosso
Balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia eran tutte corrose
Sulle palpebre marce;
le pupille bruciate da un muco latteo
la follia di un’anima morente
le era scritta sul volto.
Ma la folla vide perché portava le bende.”

Caro Claudio un grande grazie per tutto quello che
ci hai donato e un augurio che diventi
Realtà non lontana nel tempo di poterti abbracciare –libero– come la tua straordinaria evoluzione culturale e intellettuale ampiamente dimostra ne da legittimità etico–giuridica.
Ti saluto fraternamente con una frase che Don Gallo scrisse a Carmelo –Su la testa sempre—
Un abbraccio e a presto.

Vittorio.

Lettera dei detenuti su incendio nel carcere di Vicenza.

Carcere-Vicenza

Il nostro amico Antonio ci ha inviato una lettera collettiva giunta dai detenuti del carcere San Pio X di Vicenza in in merito ad un incendio di un materasso all’interno della struttura. Nello scritto si fa riferimento anche ad un incendio avvenuto tre giorni prima.

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Noi detenuti della 4a sezione testimoniamo con questo foglio che la notte del 12/07/16 verso le ore 22 circa è stato dato fuoco a un lenzuolo che ha causato fumo sintetico [sic], e poi sono state avvisate le guardie di intervenire con un modo rassicurante, per spegnere l’incendio e di bagnare tutta la cella, così il detenuto che si trovava dentro non poteva appiccare il fuoco di nuovo.

Ma non è stata una richiesta per la nostra sicurezza e vita ed infatti fu [sic] incendiata di nuovo la cella con i materassi di prodotti chimici, cosa che ha riempito tutta la sezione di fumo sintetico e molto tossico. A quel punto le guardie spengono il fuoco e ci fanno uscire per le scale. Un’ora dopo qualcuno di noi si accorge dell’assenza di E. che tutti sappiamo che soffre d’asma visto che è stato intossicato e ha respirato [il fumo di un] incendio di un cuscino la sera del 9/7, cioè tre giorni prima.

E solo un’ora dopo quest’ ultimo incendio sono andati a portare E. che era svenuto, e noi tutti eravamo al cancello.

Come si fa a non intervenire e spegnere il fuoco subito causati detenuti e cercare di non farci intossicare?

Come si fa ad abbandonare un detenuto che soffre di asma respiratoria quando tutte le guardie sono a conoscenza del suo problema ? Poi abbiamo visto che e assistito a questa cattiva azione , sappiamo che sono andati subito all’ospedale per disintossicarsi , speriamo che diano a noi il modo di disintossicarsi, visto che abbiamo respirato la stessa aria delle guardie.

Vi ricordiamo che siamo esseri umani anche noi!!

Seguono le firme di 17 detenuti della quarta sezione

Dom, 17/07/2016 – 23:57

Antonio

Caino: cattivo e colpevole per sempre… Carmelo Musumeci

colpevole

Ecco un pezzo del nostro Carmelo.

Un pezzo importante perché si tratta della riflessione in merito ad alcune affermazioni, molto dure, che gli sono giunte.

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Proprio in questi giorni una mia nuova amica di penna, Giuliana, mi ha scritto: «A tutti gli uomini deve essere data la possibilità di pentirsi (come ha fatto nostro Signore sulla croce) e di incamminarsi nel mondo in una nuova vita, e ciò deve essere fatto dagli uomini verso i propri simili con amore e… misericordia». (Diario di un ergastolano: http://www.carmelomusumeci.com )

Lo so! Non è facile confrontarsi con gli studenti che entrano in carcere per partecipare al progetto “Scuola Carcere”. Spesso è anche doloroso leggere alcune loro lettere come questa: «(…) Ha rafforzato la mia convinzione che non tutti abbiano il diritto di essere recuperati. Carmelo Musumeci, incontrato ai Due Palazzi, capo di una banda malavitosa in Versilia, condannato inizialmente al 41 bis per racket, attentato, esecuzione, omicidio e una serie di altri reati, ha sostenuto che il carcere sarebbe completamente da abolire e che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni. Potrei trovarmi d’accordo con queste affermazioni se cominciassimo a considerare il valore di una vita umana uguale a quello di un fastidioso insetto o di un oggetto di cui disporre a proprio piacimento.
In tal senso, considerando che il signor Musumeci, durante il suo racconto, si è soffermato su particolari ricchi di pathos come il non ricordarsi più il sapore dell’acqua del mare o il proprio aspetto al di fuori dal volto, o come la stranezza di tornare a casa e di vedere i suoi nipotini, non posso fare a meno di pensare che le persone vittime dei suoi reati difficilmente possono godersi ancora una vacanza con i propri cari, specialmente se sotto un metro di terra. Non avevano forse anche loro lo stesso diritto alla vita, alla libertà e agli affetti che tanto viene preteso da chi quella stessa vita, quella stessa libertà e quegli stessi affetti li hanno
tolti?»

Senza voler dare peso al fatto che le carte processuali che mi hanno condannato dicono che le vittime dei miei reati mi hanno sparato sei colpi (tutti a segno sul mio corpo), mi cade il cuore a terra al pensiero che adesso, oltre a continuare a pagare la mia condanna, devo iniziare a scontare un’altra pena, quella legata al fatto che “mi è andata bene” o “che me la sono cavata” se, dopo venticinque anni di carcere, sono uscito per qualche giorno in libertà.
Continuo a pensare che si possa diventare cattivi quando, fin da bambino, ti manca una via di scampo o alternative (o sei così debole da non vederne) e ti senti impotente. Nella mia testimonianza ho affermato “che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni” perché, nella maggioranza dei casi, la galera distrugge le persone e perché spesso la pena viene usata per bastonare il cuore e le menti dei prigionieri. Giustamente, la società condanna il male, ma sono poche le persone che si domandano l’origine di quel male: probabilmente perché non interessa la loro vita. Rispetto il parere espresso da questa studentessa, ma non sono d’accordo sul fatto di sostenere che certe persone siano irrecuperabili e che rimarranno cattive e colpevoli per l’eternità. Le relazioni e gli incontri sono quelli che ci fanno crescere e sono convinto che i cattivi possano migliorare se vengono aiutati ed educati (che, letteralmente, significa “lasciar venire alla luce”, “trarre fuori”) alla tenerezza, all’amore e alla speranza. Purtroppo, però, il carcere, così com’è gestito in Italia, ci insegna solo a diventare ancora più cattivi.
In ogni caso, qualora si ritenga che alcune persone siano dei mostri, allora meglio condannarli a morte piuttosto che murati vivi per l’eternità.

Sono fortemente convinto che non esista alcuna persona irrecuperabile e che nessuno debba essere identificato solo con il male che ha fatto. Con un po’ di aiuto, potrebbe emergere anche il bene che ha già in sé e che potrebbe esprimere. Inoltre, penso che non ci sia miglior “vendetta” per la società che educare le persone perché, solo se si cambia interiormente, il colpevole può rendersi conto del male che ha fatto e solo allora potrà lasciar emergere il senso di colpa e l’onesta consapevolezza del danno commesso. Il senso di colpa, infatti, è la più terribile delle pene, peggiore del carcere e dell’ergastolo. Per fortuna (o per sfortuna) molti lo ignorano e preferiscono solo tenerci in carcere e buttare via le chiavi.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Maggio 2016

Lettera a Sergio Mattarella… di Fabio Falbo

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Pubblico oggi un’altra lettera di Fabio Falbo sul tema della verità soppressa su come avvenne l’unità di Italia e sul brigantaggio.

Questa volta la lettera è rivolta a Sergio Mattarella.

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Falbo Fabio C.C. Rebibbia

Via R. Majetti N°70

C.A.P, 00156 Roma

Presidenza Della Repubblica Italiana

Alla Cortese Attenzione Del Presidente Dott. Sergio Mattarella

Palazzo del Quirinale; Piazza del Quirinale

C.A.P.00187 Roma

Egregio Presidente Dott. Sergio Mattarella, con questa missiva Le ricordo che l’istante non ha

ricevuto notizie alla missiva spedita in augurio alla carica di Presidente Della Repubblica italiana, Le ricordo

che l’ex Presidente Della Repubblica Italiana ha sempre risposto alle tante missive indirizzatale, è inutile

ricordarle che Lei è il Papà di ogni cittadino italiano “anche detenuto”.

Questa missiva è rivolta a Lei per una serie di doglianze e richieste, in primo luogo da cittadino

italiano chiedo la rimozione di titoli insigni a dei pseudo generali salvatori della patria, Comuni italiani che

hanno dato questi nomi a delle piazze, scuole o strade, in secondo luogo le offese perenni di qualche

nordista che maledice il sud con tutti i suoi abitanti, scordando la storia stessa del sud raccontata in modo

veritiero leale ed onesto, l’istante si riferisce ad un articolo apparso su un quotidiano dove definiva il

(Salvini, novelllo Garibaldi “Liberemo il Centro-Sud), con questa lettera a Lei affido la mia risposta ai buoni

propositi del leghista Salvini, neo-eletto “novello Garibaldi”.

Lettera aperta a Salvini, “novello Garibaldi” per “liberare il Centro-Sud?”.

Spesso basta la memoria per risvegliare I’amore per la nostra terra che, pur se spesso amara, ci ha

dato i natali e un’identità.

E se non viviamo di sentimenti, che sono speranza per il futuro, ci costringiamo e abituiamo a vivere

solo un presente svanito.

L’amore per la mia terra, la Calabria, mi porta ad essere “meridionalista” “d’altronde penso come

Lei” critico osservatore e oppositore a ogni sopruso.

Ho vissuto in questi luoghi ove le parole sono insidie, il silenzio temibile stravaganza che ci incatena

e inchioda in croce.

Ma un sentimento, I’amore per la propria terra e la sua gente, l’orgoglio per le proprie origini,

abbattono ogni barriera e i limiti del tempo, rendendo infinito l’attimo e fuggente una vita.

L’On. Salvini “che di onorevole non ha niente” ci offende, o forse la sua ignoranza lo spinge

all’arroganza, non conosce 0 volutamente ignora la Storia, la nostra Storia più recente e remota.

Già oltre 150 anni fa la liberazione del Regno delle Due Sicilie sotto i Borboni (che nessuno aveva

chiesto e auspicata, almeno al Sud) fu guerra di conquista.

Lo stesso Garibaldi, che non fu liberatore ma braccio armato di un progetto di conquista e furto ai

danni di un popolo solare e pacifico (finché non lo si percuote) subito dopo l’unificazione dell’ltalia, dopo

aver assistito alle razzie; ai soprusi, alla truffa e alle rapine praticate dai “savoiardi” a danno di un popolo e

un Regno, ammise che quello della forzata Unione e del suo intervento fu un errore.

ll plebiscito, una prepotente truffa che permise di razziare oro, industrie e anime del Sud.

C’è da chiedersi, pur senza bisogno di attendere risposta: come mai il Sud d’ltalia, dopo aver

contribuito con voto a suffragio universale all’annessione dell’ex Regno delle Due Sicilie, ora si ribellava? Cosa successe durante quelle votazioni, possiamo definirlo, ante-litteram, il primo caso di broglio

elettorale dell’era moderna?

A proposito di quel famoso plebiscito che, dopo la liberazione del Sud, sancì il presupposto giuridico

(!!?) per l’annessione al Regno di Sardegna, cioè ai Savoia piemontesi che nessun Regno avevano, se non

quello di Sardegna che gli diede regalità e che fu presto vergognosamente dimenticato.

Dicevo, quel plebiscito fu una farsa, un inganno.

Solo due milioni ivotanti, le urne sono affiancate e palesi: in una è scritto “Sl”, nell’altra “NO”.

Le intimidazioni dei soldati presenti nei seggi sono continue e manifeste, Le riporto quanto detto

nel 1861 dall’on. Massimo D’AzegIio ai colleghi onorevoli in seduta parlamentare ove si discuteva sulla

“questione brigantaggio“: A Napoli abbiamo cacciato un Sovrano per stabilire un governo sul consenso

universale, ma ci vogliono, e pare che non bastino, 60 battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che,

briganti o non briganti, non tutti ne vogliono sapere, mi diranno” e il suffragio universale? lo non so niente

di suffragio, ma so che di qua del Tronto non ci vogliono 60 battaglioni, e di là si, dunque deve essere corso

qualche errore.

Salvini, che fa rima con Cialdini (cosi come “la valigia di cartone fa rima con terrone” – infelice

citazione dei leghisti prima maniera), dovrebbe prima meglio studiare la Storia (chissà se conosce la figura

del generale Cialdini, l ‘esecutore della legge Pica), [La legge 1409 del 1863, nota come legge Pica, dal nome

del suo promotore, il deputato abruzzese Giuseppe Pica, fu approvata dal parlamento del Regno d’ltalia e fu promulgata da Vittorio Emanuele II il 15 agosto di quell’anno. Presentata come “mezzo eccezionale e

temporaneo di difesa”, la legge fu più volte prorogata ed integrata da successive modificazioni, rimanendo

in vigore fino al 31 dicembre 1865. Sua finalità primaria era debellare il brigantaggio postunitario nel

Mezzogiorno, attraverso la repressione dello stesso colpendo chi lo praticava e chi lo favoriva).

Già ci hanno liberati 150 anni orsono, e sappiamo com’è andata a finire.

La Storia non fa passi indietro, guarda al passato, legge il presente e condiziona il futuro.

Non abbiamo bisogno di altri liberatori (Garibaldi ha già dato), semmai abbiamo bisogno che ci

venga restituita la nostra vera identità, la nostra memoria.

A tal proposito, se ci è concesso, voglio dire la mia, chissà che CiaI…, scusate, che Salvini non

s’illumini, non impari a comprendere la Storia e faccia “nostra culpa“, poiché è più difficile pensare che

agire.

Confucio diceva che “la nostra felicità più grande (che per noi meridionali è anche la nostra forza)

non sta nel non cadere mai, ma nel sollevarsi sempre dopo una caduta) oppure «Colui che desidera

assicurare il bene di altri, si è già assicurato il proprio››.

E noi del Sud (e nel Sud), tra cadute e rovinosi spintoni, ci siamo sempre risollevati (curandoci da noi

le nostre ferite), col sorriso in bocca (pur se a denti stretti) e la gioia nel cuore.

Infatti, la nostra gioia non si trova nei luoghi o ricchezze che ci circondano, ma nel profondo

dell’anima, nel nostro più intimo “Io”.

Tanto in uno sperduto paesino della Calabria che piuttosto in una ricca città lombarda, per un

felice, cordiale e fecondo futuro, liberiamoci prima dai reciproci pregiudizi e diffidenze, altrimenti vivremo

con i nostri demoni in un’ltalia incolmabilmente divisa, “ch’è prigione”.

Contro queste martoriate terre, contro i meridionali sempre additati e visti quali nemici in casa è

stata e viene usata violenza e crudeltà.

Ma il pseudo-nemico s’è disarcionato, diventa un fratello da soccorrere.

La Storia viene scritta e riscritta dai vincitori (guai ai vinti)

Hanno celato (anche nei testi scolastici) la Storia illuminata e illuminante del Sud, ogni sapere e

potere, ogni merito e memoria, anche le sofferenze, mediante una programmata divulgazione di un falso

storico.

Conoscono per dominare, ma solo il despota e stolto conosce per dominare, il saggio conosce per

divulgare.

Hanno voluto convincerci che la nostra è una “Questione“, la Questione meridionale, una sub-

cultura, un’arretratezza e povertà atavica e non indotta.

Che causa dei mali del Sud è stato ed è il Sud, i suoi figli, la Storia ufficiale ce la propina come

eredità borbonica, affannandosi alla ricerca di “ritardi” precedenti, con cui poter assolvere, giustificando

quelli di oggi, un secolo e mezzo di (mala politica (dis)unitaria).

Ma non è stato e non è così, se solo il “novello Garibaldi” e quanti come lui conoscessero fatti e

misfatti, li sapessero o volessero interpretare, oramai qualunque cosa possa accaderci sarà meno di quello

che già ci è stato fatto: la memoria tradita di una ingiustizia è più deII’ingiustizia stessa.

E il Mezzogiorno d’ltalia (così come ogni Mezzogiorno) ne ha dovuti sopportare e subire d’ingiustizie

e soprusi, rapine, presto dimenticate.

In tanti, troppi, dal politico al magistrato o industriale, di ogni corrente, classe e ceto sociale, hanno

contribuito: tutti hanno retratto la mano, si sono avvalsi del potere dell’azione collettiva che riduce il senso

di responsabilità personale.

Così nessuno di loro si sente perseguibile o particolarmente in colpa per aver preso parte a

un’azione (brutale, disumana, ingiusta e persecutoria) di gruppo, anche chi non avrebbe o vorrebbe

partecipare assume un ruolo che costituisce e sostituisce la persona.

Così si formano differenze tra gruppi: ci sono oppressi e oppressori, e ciò giustifica ogni continuo

abuso.

È stato così tra tedeschi e ebrei, tra Germania delll’ovest e quella dell’Est dopo la caduta del muro di

Berlino, tra Nord e Sud dall’Unità d’ltalia ad oggi.

La distanza dice Bocchiaro, “ll senso di colpa diminuisce con la distanza; quello che è lontano da te,

anche se deciso da te, non ti tocca, o pochissimo”.

Meglio ancora se fuori dal tuo campo visivo, ricordiamo i deportati meridionali in Patagonia dopo

l’Unità d’ltalia, come cavallette, armati sino ai denti scesero dal Nord (prima per spodestare un legittimo

sovrano e conquistare il Sud, una guerra d’invasione) e fecero indicibili mostruosità al Sud (razzie, interi

paesi rasi al suolo, donne e bambini stuprati e massacrati, Tribunali Militari – in tempo di pace – e processi

sommari, furono istituiti veri e propri campi di concentramento, violenze, furti e rapine).

Quanti possono dire di sapere su questi fatti: della Patagonia; del generale Cialdini e della Legge n°

1049 del 63, cosiddetta Legge Pica, che divise di fatto l’ltalia civile in due (al Nord era vigente e si applicava

lo Statuto Albertino, mentre al Sud era in vigore la legge di repressione e dei Tribunali Speciali), molto

repressiva ed antidemocratica; del massacro di Pontelandolfo e Casalduni, dei plotoni di esecuzione di

Nino Bixio a Bronte (quello che scriveva alla moglie: ‘Non basta uccidere il nemico, bisogna straziarlo,

bruciarlo vivo a fuoco Iento…son regioni che bisognerebbe distruggere)? Vittime del Risorgimento Italiano;

martiri; Ma solo i martiri risorgono, e spesso insorgono.

Così alcuni meridionali alle armi e alla violenza si opposero con l’odio e le armi (una resistenza

armata ad una guerra d’invasione e ad un tradimento: fu guerra civile contro i soldati piemontesi, e di classi

contro i notabili dell’Italia meridionale), una ultima ribellione contadina, come la interpretò e definì Levi.

Ansie di riscatto, voglia di terra (promessa tradita), fame, disillusione spingevano disperati, ex

soldati borbonici sbandati, ex volontari garibaldini, contadini spogliati di fazzoletti di terra, pastori senza più

pascoli e sorgenti per le loro greggi, a scatenare la prima guerra civile della nostra storia unitaria, mai

abbastanza raccontata.

Li chiamarono “briganti”, tutti al Sud lo erano (per loro) o erano collusi e manutengoli, cosi, posti

all’indice Paolino, li massacrarono, con o senza processi farsa, briganti e non, con le loro famiglie e amici.

A tal proposito, che sia testimonianza, vi voglio riportare un passo del discorso proferito dal

generale Cialdini, luogotenente del re -1861 – per il Sud Italia dopo l’invasione del Regno del Sud, al tenente

colonnello Negri prima dell’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni del 14 Agosto 1861: “Caro Negri, lo

ricordi, non importa ciò che realmente si fa, ma come lo si racconta, come lo si tramanda ai posteri. La

Storia è piena di pirati e banditi diventati pilastro della nobiltà di mezzo mondo. Controlli i rapporti,

selezioni i documenti ufficiali, bruci tutto ciò che potrebbe riferire verità a noi scomode. Questa sarà la

nostra forza, più dei cannoni”.

Il tenente colonnello Negri comandò il reggimento che pose fine al presente di centinaia di

innocenti, che razziò e rase al suolo un paesino nel Matese, vite spezzate, speranze svanite da randagia

vendetta.

Tutti colpevoli, anche donne e bambini, – di essere meridionali-post-unitari, realisti, accusati di

essere manutengoli di briganti.

Ma fu solo vendetta e pregiudizio razziale, gente inerme e poi inerte, che alle fatiche,

all’isolamento e all’ indifferenza dell’ltalia Unita unirono le brutalità della sopraffazione arbitraria.

Con l’Unità ineguale furono portati sul baratro della vivibilità e della paura, poi piombati nell’abisso,

e quando vivi nell’abisso, esso ti entra dentro e diviene il confine della realtà e della sopravvivenza.

Una realtà, ai tanti di queste regioni, ostile, vile, preoccupante e malefica.

E’ il Nord che da oltre 150 anni, con rari e subdoli metodi e azioni (militari, giudiziarie, politiche ed

economiche, di negazione, discriminazione e così via), ha dichiarato-guerra al Sud (oramai impoverito,

deturpato, stuprato, saccheggiato e decimato).

Una guerra (inizialmente roboante e manifesta) silente e nascosta, e quando occorre, mediatica.

Ma le guerre sono figlie e madri di un arretramento della civiltà, perché riconducono i rapporti fra

uomini e culture al confronto della forza: in qualsiasi Iegionario romano con una daga in mano può avere

ragione su Archimede e Pitagora.

Cosi la giustizia diviene l’utile del più forte.

Ma nessuno può farti male più di duello che gli permetti di farti.

“La storia e Ia vita sono fatte di dimenticanza”, diceva Francesco Saverio Nitti, in tanti hanno

voltato pagina troppo in fretta, senza neppure averla letta, in tanti hanno già dimenticato, un popolo ha

sofferto e soffre ingiustizie per la presunzione di altro popolo di erigersi a giudice, guida e padrone

prepotente.

Chi può dire di sapere, magari per averlo letto su qualche polveroso libro, della forte

alfabetizzazione presente nel Sud preunitario? ll Meridione fu presentato dai suoi detrattori piemontesi

quale analfabeta: ma come faceva quel Sud primitivo a partorire ed esportare in tutto il mondo facoltà

universitarie tuttora studiatissime ed invidiate: dalla moderna storiografia all’economia politica; –

vulcanologia; sismologia, archeologia, medicina e altro ancora?

Che strano, come poteva una popolazione così ignorante avere 10.000 studenti universitari contro i

poco più di 5.000 del resto d’ltalia? Nel Sud, i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie ai sussidi

che furono subito annullati dai piemontesi, al loro arrivo.

Dopo l’Unità il processo si inverte: le scuole vengono chiuse e i fondi per la scolarizzazione vengono

dirottati al Nord  “mi ero sempre chiesto come mai il mio trisavolo fosse laureato, il mio bisnonno diplomato e mio nonno, nato dopo l’Unità, analfabeta”, scrive Raffaele Vescera, scrittore foggiano.

Floride industre furono smantellate al Sud e portate nelle paludose pianure del Nord, costringendo

anche manodopera e maestranze a spostarsi inizialmente al Nord, per poi essere scaricata dopo

l’apprendistato degli operai del Nord.

E’ risaputo, spero, che la conquista del Sud salvò il Piemonte dalla bancarotta, e lo disse il braccio

destro di Cavour, che avrebbe voluto un’Unità dalla Toscana in su, e la storia si ripete: dal1975 ad oggi, lo

stato, in varie forme, ha dato alla sola Fiat 110 miliardi di euro, più di quanto abbia investito in tutto il Sud

nello stesso periodo, ma la colpa dell’arretratezza del Sud è imputabile ai terroni: i meno. No! non è

pregiudizio.

Una ricerca all’Università di Bruxelles ha dimostrato che il Regno delle Due Sicilie era tra gli stati

italiani preunitari l’equivalente della Germania di oggi, oggi è l’area più povera d’Europa, e il divario

continua.

Ma la colpa è dei terroni che, come per un malefico sortilegio dopo l’unità e sotto i Savoia

piemontesi sono diventati inetti e stupidi, acquiescenti.

“Per tollerare tanta disuguaglianza, non far nulla per correggerla, c’è bisogno di occhi incapaci di

vederne I’iniquità o di molta disonestà per accettarla, è facile educarsi a questo, per quella Teoria del

mondo giusto” che gli esseri umani fanno velocemente propria, abituandosi a pensare che chi ha di più è

perché lo merita; e chi ha meno perché non merita altro…cercando, magari, in una presunta incapacità,

personale e collettiva (“i meridionali“), la ragione della minorità altrui o propria e, viceversa, della propria o

altrui superiorità.

E’ tempo che noi, fieri meridionali, ci riappropriamo dei nostri ricordi, della nostra Storia troppo

presto dimenticata o mai conosciuta (semmai la si potesse studiare sui testi scolastici); è tempo di

riappropriarci del nostro “essere”, poiché “noi siamo”, è tempo che impariamo nuovamente a camminare,

per poi pensare e agire da soli.

Al Meridione è capitato di perdere il passato, il mondo, fatto anche di tradizioni, e la cultura da cui

proviene.

Chi siamo? Siamo forte l’evoluzione genetica e culturale del pacifico e laborioso popolo italico

(anticamente con “ItaIia” greci e latini indicavano quella porzione di terra posta alla punta dello stivale,

in Calabria, e significava “terra dei vitelli”), della cultura e sapienza ellenistica e araba, dello spirito e

spiritualità bizantina, del coraggio e forza dei Normanni – e prima, nel solo Ducato di Benevento, anche

longobarda -, dell’odio brigante.

Che vengano forza e capacità a lungo represse a darci coraggio e dignità, siamo esuli della nostra

Storia e dalle memorie: esuli in casa propria.

Tutto ciò che possiamo essere e saremo, ogni potenzialità, fa paura il nostro Mezzogiorno è una

società ancora ancorata a valori antichi, atavici e reali.

Ciò non costituisce, contrariamente a quanto supposto e creduto da eccellenti pensatori

settentrionali, ostacolo allo sviluppo, alla modernità: il Giappone, l’India, la Cina ne sono esempi.

Una società esiste e progredisce finché ha un codice morale, etico, da confrontare con gli altri.

Un sistema sociale resta integro se si salvano i suoi valori (quelli dei padri che ne sono  detentori) e

si ha capacità di trasmetterli, come una cellula, e una sola cellula può bastare (il Sud, con l’Unità, non è

stato annientato e annullato, non come avrebbero voluto); per questo un solo meridionale è un mondo, mentre un milione di uomini senza radici, memoria e morale, non fanno una Nazione.

ll Mezzogiorno deve affrancarsi dai propri mali cui è stato piombato, essere fiero e convinto di sé

stesso, sentirsi uguale e superiore ai suoi detrattori, a chi lo discrimina e inferiorizza.

“Guarisci quando smetti di nascondere il tuo male, lo porti alla luce, lo riconosci, solo allora potrai

affrontarlo “.

Non è più comodo, non lo è mai stato, essere il fratello povero e svogliato di una famiglia ricca, di un fratello ladrone.

L’ltalia è divisa nella testa e nei cuori degli italiani, noi caro On. Salvini, un popolo, insieme una

Nazione forte e fiera, e non vi sarà futuro se nel futuro ritornerà sempre il passato.

A mo’ di esempio: come possono essere stati devoluti onorificenze di insigne valore e rilievo a

questi esseri ignobili, Pier Eleonoro Negri (Locara, 29 giugno 1818 – Firenze, 17 dicembre 1887) è stato un

ufficiale italiano, che conseguì il grado di tenente generale e ricevette sia la medaglia d’argento al valor

militare, sia la medaglia d’oro al valor militare, Onorificenze: Gran Croce dell’Ordine della Corona d’ltalia, 8 maggio 1881; Grande Ufficiale dell’0rdine dei Santi Maurizio e Lazzaro; 1882; Commendatore dell’Ordine militare di Savoia, 6 dicembre 1866; Medaglia d’oro al valor militare «per il brillantissimo valore da lui spiegato nella ricognizione del Garigliano del 29 ottobre 1860.›› 1 giugno 1861; « Medaglia d’argento al valor militare, ferita in battaglia» Novara 23 marzo 1849; Medaglia d’argento al valor militare Confienza 30 marzo 1859, questo essere è responsabile insieme ad altri del C.D. Massacro di Pontelandolfo e Casalduni.

Gerolamo Bixio detto Nino (Genova, 2 ottobre 1821 – Banda Aceh, 16 dicembre 1873) è stato un militare, politico e patriota italiano, tra i più noti e importanti protagonisti del Risorgimento, Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro; Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’ltalia; Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia, 6 dicembre 1866; Commendatore dell’Ordine militare di Savoia, 12 giugno 1861; Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia, 12 luglio 1859; Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala; Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (4 barrette) questo essere è responsabile insieme ad altri della C.D Strage di Bronte.

Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892) è stato un

militare e politico italiano; Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, 1867; Cavaliere di

Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, 1867; Bali di Gran Croce Sovrano Militare

Ospedaliero Ordine di Malta; Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia, 19 novembre 1860;

Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia, 16 gennaio 1860; Commendatore dell’Ordine militare di

Savoia, 12 giugno 1856; Medaglia d’Argento al Valor Militare; Medaglia commemorativa delle campagne

delle Guerre d’Indipendenza; Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia; Commendatore dell’Ordine della

Legion d’Onore (Francia); questo essere è responsabile insieme ad altri del C.D massacro di Pontelandolfo

e Casalduni fu una strage compiuta dal Regio Esercito ai danni della popolazione civile dei due comuni in

data 14 agosto 1861. Tale atto fu conseguente alla morte in azione di guerra di 45 militari dell’esercito

piemontese (un ufficiale, quaranta bersaglieri e quattro carabinieri), avvenuta alcuni giorni prima ad

opera di alcuni “briganti” e di contadini del posto. I due piccoli centri vennero quasi rasi al suolo,

lasciando circa 3.000 persone senza dimora. Il numero di vittime è tuttora incerto, ma compreso tra il

centinaio e il migliaio.

Vede egregio Presidente Della Repubblica Italiana per onorificenza si intende un segno di onore che viene concesso da un’autorità in riconoscimento di particolari atti benemeriti, penso che questi

ignobili personaggi hanno fatto di tutto tranne che di atti benemeriti, è indegno per un paese come

l’Italia dedicare strade, piazze, monumenti o altro a queste indegnità, è umiliante per i cittadini di Bronte o di Pontelandolfo e Casalduni per citarne alcuni o meglio per non indicare le malefatte ai danni dei

meridionali, si auspica un vostro cordiale intervento per l’abolizione di tutte le piazze, le strade o altro

nel nostro territorio italiano intitolate a questi ignobili figure di dato e di fatto, vede è come intitolare

una strada ad un personaggio senza una benché minima etica che ha fatto del male.

Confidando in un Vostro interessamento e certo di riscontro, l’occasione è gradita per porgerLe

distinti saluti, SALVIS JURIBUS, si spera in una vostra risposta.

 

Si allega la missiva precedente senza una vostra risposta in merito.

Roma Rebibbia 13.08.2015

 

Lettera pubblica dei detenuti del carcere di Oristano

protestas

Consideriamo grave la situazione del carcere di Massana-Oristano.

Da tempo si lamenta un quasi totale non funzionamento del percorso trattamentale, una vivibilità ingessata in un burocratismo asfittico, con una non-presenza di un Direttore assente e, allo stesso tempo rigido.

I detenuti delle sezioni AS1 e AS3, dopo mesi in cui le loro richieste per l’attuazione di inderogabili cambiamenti sono cadute nel vuoto, hanno scritto questa lettera pubblica che è allo stesso tempo protesta e proposta.

Naturalmente il nostro appoggio a questa battaglia è pieno e totale.

—————————————————————————————-

  • Capo Dipartimento Dott. Santi Consolo
  • Garante Nazionale Detenuti Prof. Mauro Palma
  • Provveditorato regionale PRAP Sardegna
  • Magistrato di Sorveglianza di Cagliari Dott.ssa E.Mulargia
  • Direttore C/R Massama Dott. Pier Luigi Farci
  • Socialismo Diritti Riforme Pres. Maria Grazia Calligaris
  • Fuori dall’Ombra Pres. Grazia Paletta
  • Redazione Ristretti Orizzonti Direttrice Ornella Favero
  • Radio Radicale: rubrica Radio Carcere
  • Comitato europeo per la prevenzione della tortura
  • Presidente della Camera Penale Diritto Oristano
  • Sindaco di Oristano Dott. Guido Tendas
  • Quotidiano “La Nuova Sardegna”
  • Quotidiano “Il Manifesto”
  • Presidente Commissione dei Diritti Umani del Senato Sen. Luigi Manconi
  • Vescovo della Diocesi di Oristano Mons. Ignazio Sanna
  • Osservatorio Carcere Camera Penale di Nuoro Responsabile Avv. Giovanna Serra, Corso Garibaldi 63, 8100 Nuoro

I detenuti sottoscrittori del presente documento, ristretti nelle sezioni AS1-AS3 del carcere di Massama-Oristano, a seguito delle richieste avanzate al Direttore negli ultimi sei mesi, ricche di buone aspettative e propositi al fine di migliorare la vivibilità interna di detenzione, purtroppo ancora oggi non si hanno avuto risposte, ma addirittura si è registrato via via un peggioramento della situazione.

A causa dell’assenza permanente del Direttore e della mancanza di autorevolezza decisionale e concreta del Commissario e Vicecommissario, tutte queste circostanze che si sono venute a creare aggravano la vivibilità interna della sezione detentiva, così da costringerci a ricorrere in questa protesta pacifica iniziale, consistente nello sciopero del vitto dell’amministrazione iniziata il 5 marzo e che continuerà con questo tenore per tutto il mese corrente nell’attesa di avere risposte su ciò che abbiamo fatto presente alla Direzione.

Con l’entrata del nuovo mese di aprile la protesta sarà integrata con lo sciopero, astenendoci dall’acquisto spesa del sopravvitto e con la sospensione delle attività lavorative prestate dai detenuti.

Si procederà anche alla battitura delle inferriate per tre volte al giorno, riservandoci ulteriori iniziative di protesta qualora non ci giungessero ai problemi che di seguito esponiamo:

  • Blocco del flusso dei detenuti in arrivo:

La capienza totale del carcere di Massama è di 246 posti letto. Ogni sezione è composta di 21 celle detentive di cui una è adibita per detenuto disabile ed un’altra è stata convertita in saletta hobby. Ogni cella detentiva può ospitare al massimo due persone detenute secondo i parametri progettuali e rispondenti alle normative della CEDU. La Direzione in modo fraudolento ed illecito ha posto una terza branda per ospitarvi il terzo detenuto.

  • Continuità di trattamento:

Viene escluso il trattamento delle carceri di provenienza perché il Direttore ha una visione restrittiva e punitiva ancorata ad una mentalità ottocentesca, quando ancora non esisteva l’art.27 della Costituzione. Inoltre si verifica che quando si riunisce il G.O.T. il Direttore (senza conoscere e mai visto il detenuto) ed il Commissario, a prescindere dall’equipe trattamentale, esprimono sempre parere negativo.

  • Colloqui familiari:

gli orari dei colloqui visivi con i familiari sono regolamentati in alcuni giorni dalle ore 8.15 alle ore 13.15 e in altri dalle ore 13.15 alle ore 17.15. In questo modo viene impedito di poter consumare sei ore di colloquio visivo con i familiari in un’unica soluzione e nella stessa giornata.

Per garantire la fruizione delle sei ore di colloquio continuato, sarebbe opportuno integrare in alcuni giorni della settimana l’orario dalle ore 8.00 alle ore 16.00 senza interruzione. Questo perché il 90% dei detenuti ivi ristretti provengono dalle regioni Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, oltre ad un’esigua percentuale di stranieri. E’ da tenere presente che la frequenza dei colloqui visivi hanno cadenza molto dilatata nel tempo, ogni tre mesi i più fortunati. I familiari per organizzare il viaggio del colloquio devono sostenere un esborso economico non indifferente, ecco perché è opportuno offrire la possibilità di consumare le sei ore di colloquio visivo con i familiari nella stessa giornata, evitando il pernottamento per il giorno seguente, con ulteriore aggravio di spesa economica a carico dei familiari.

Un altro aspetto che riguarda il colloquio visivo con i familiari è attinente l’ingresso della quarta persona-familiare. Cioè, nel caso in cui si presentano quattro familiari all’ingresso, possono entrare soltanto tre e non è permesso lo scambio durante il colloquio facendo entrare il quarto familiare.

  • Telefonate familiari.

Anche in questo caso si registra una regressione trattamentale, in quanto chi proviene da altri istituti ed usufruiva di una telefonata settimanale, qui si è ritrovato con quattro mensili e chi ne aveva quattro mensili si è ritrovato con due mensili. Per recuperare la quinta telefonata mensile e chi le due telefonate mensili si è obbligati ad inoltrare apposita richiesta con modalità straordinaria alla discrezionalità del Direttore, che a volte concede ed altre no, anche in questo caso si subisce una regressione del diritto acquisito.

  • Stampante e computer.

I detenuti autorizzati all’uso e alla detenzione del pc in cella, qualora hanno necessità di stampare i file e le ricerche prodotte nei loro pc devono rivolgersi ad un ispettore della Polizia Penitenziaria preposto alle operazioni di stampa, il quale non è sempre disponibile, a causa dell’eccessivo carico di lavoro, in tempi accettabili.

Teniamo conto che a volte per una stampa trascorre anche una settimana, nelle migliori delle ipotesi, al fine di evitare questo disservizio che provoca inevitabilmente nervosismo e ritardo nei lavori che prepara e produce il detenuto, si è proposto più volte alla Direzione e all’Ufficio Comando di sistemare in un apposito locale della sezione detentiva una stampante messa a disposizione dall’Amministrazione Penitenziaria o in alternativa di autorizzare l’uso della stampante personale di cui il detenuto è già in possesso e depositata in magazzino. Per di più vi è un altro particolare che incide pesantemente sulle spese economiche del detenuto ossia: ogni foglio stampato dall’Amministrazione ci costa 0, 26 centesimi, quindi mille fogli costano 260,00 euro, mentre con la stampante personale la stampa di mille fogli verrebbe a costare circa 60.00, è evidente il risparmio non trascurabile a favore del detenuto oltre all’abbattimento dei tempi di attesa per la stampa documentale.

Viene anche impedita la facoltà del detenuto di effettuare fotocopie di documenti, ordinanze e sentenze di carattere generale e nazionale, utili come giurisprudenza e a sostegno della propria difesa. Addirittura subiamo un’indebita forma di censura illegale da parte della Direzione violando il diritto alla difesa perché sono documenti e atti in libera circolazione e quindi di dominio pubblico.

  • Comunicazione domandine.

Quando inoltriamo richieste attraverso il mod. 393 Amm. Pen. (la classica domandina) o istanze rivolte alla Direzione, non riceviamo nessuna comunicazione sia nel senso positivo che in quello negativo.

Nel caso in cui chiediamo copia della motivazione del rigetto delle domandine o delle istanze non ci vengono prodotte. La risposta la si ottiene solo ed esclusivamente tramite l’agente di sezione su nostra esplicita richiesta e dopo aver insistito per più volte e più giorni. Inoltre molte domandine che si avanzano si disperdono.

  • Colloqui con le nuove tecnologie.

Ai sensi della Circolare Ministeriale del 2 novembre 2015 n. 0366755, concernente i colloqui tramite internet e via Skype, si sollecita la Direzione di approntare le postazioni telematiche facilitando così l’effettuazione dei colloqui con i familiari per tutti coloro che sono lontani dal luogo di residenza dei familiari.

  • Ricezione pacchi.

Si sollecita l’intervento per garantire la consegna dei pacchi postali inviati dai familiari che, nonostante siano spediti con il servizio celere 1 e celere 3, ci vengono consegnati anche dopo 15 giorni e non si comprendono le ragioni di tali ritardi.

  • Fruizione palestra.

Attivazione della sala palestra del carcere in modo da consentire ai detenuti di accedervi e svolgere normalmente le attività fisiche.

Si chiede di autorizzare l’accesso in Istituto delle associazioni di volontariato per iniziative sociali, teatrali e scolastiche.

  • Mancanza di visite ispettive del Magistrato di Sorveglianza.

Il Magistrato di Sorveglianza non concede udienze ai detenuti e nemmeno opera le periodiche visite ispettive nel carcere per tutelare le garanzie del detenuto.

Non viene consegnata regolarmente la posta in arrivo, ma ogni due o tre giorni e quella destinata ai familiari parte in ritardo e spesso non arriva a destinazione. Poiché siamo lontani dai familiari, l’unico contatto affettivo è rappresentato dalla corrispondenza, per questo è importante prestare più attenzione e cura su questo punto.

Rivolgiamo il presente documento alle V.V.S.S. per portarvi a conoscenza della situazione in cui viviamo e di cui lamentiamo i giusti interventi risolutivi per permettere una migliore e accettabile vivibilità.

Allo stesso tempo vi investiamo secondo le rispettive competenze affinché ognuno intervenga per la risoluzione dei problemi sopra elencati.

Distinti saluti.

                                                                                                       Con osservanza,

Sezione A.S.1

  1. Laudani Giuseppe
  2. Salerno Pietro
  3. Fontanella Catello
  4. Serino Matteo
  5. Ercolano Aldo
  6. Pulvirenti Salvatore
  7. Savino Carmine
  8. Coppola Giuseppe
  9. Sarno Costantino
  10. Zara Alfredo
  11. Palmeri Paolo
  12. Martino Vito
  13. Chindano Antonio
  14. Perna Francesco
  15. De Feo Pasquale
  16. Anastasi Aniello
  17. Casano Salvatore
  18. Messina Salvatore
  19. Trigila Giuseppe
  20. Lombardi Giovanni
  21. De Michele Fabio
  22. Marchese Giuseppe
  23. Sesta Filippo
  24. Ganci Stefano
  25. Nastasi Antonio
  26. Papalia Domenico
  27. Zavattieri Annunziato
  28. Randone Raffaele
  29. Fiandaca Salvatore
  30. Abbruzzese Armando
  31. Pepe Damiano
  32. Di Giacomo Giovanni
  33. Calasso Antonio
  34. Torino Luigi
  35. Rannesi Girolamo

Reparto A.S.3 sezione 1°B

  1. Gligora Francesco
  2. Batzella Niveo
  3. Iannaco Antonio
  4. Barbato Francesco
  5. Benedetti Renzo
  6. Emanuele Italiano
  7. Brunno Sebastiano
  8. Marino Antonino
  9. Alonio Paolo
  10. Platania Giuseppe
  11. Palumbo Antonio
  12. Bruni Gianfranco
  13. Vallone Francesco
  14. Pistillo Francesco
  15. Amore Arturo
  16. Antonuccio Giuseppe A.
  17. Parisi Domenico
  18. Scivoli Vincenzo
  19. Andretti Salvatore
  20. Tedesco Gennaro
  21. Solazzo Nicola
  22. Montani Vincenzo
  23. Esposito Umberto
  24. De Marino Ciro
  25. Zarrillo Pasquale
  26. Pugliese Giovanni
  27. Giuseppe Medici
  28. Bruzzaniti Leone
  29. De Tranz Oronzo
  30. Montefrancesco Giovanni
  31. Altamura Raffaele
  32. Trimboli Rocco
  33. Russo Domenico
  34. Marciano Alessandro
  35. Strangio Francesco
  36. Nesci Bruno
  37. Di Mauro Michele
  38. Rossi…(nome illeggibile)
  39. Annis Fabrizio
  40. Giordano Gaetano
  41. Tula Francesco
  42. Manalari Vincenzo

Reparto A.S.3      Sezione 2°B

  1. Garau Renato
  2. Tafani Petrit
  3. Luam Kubazecaj
  4. Di Martino Giorgio
  5. Devita Francesco
  6. Tilia Carmelo
  7. Aprile Natale
  8. Costa Francesco
  9. Cuscinà Francesco
  10. Rama Juma
  11. Antonio Faedda
  12. Manca Giovanni Maria
  13. D’Agostino Antonio
  14. Pandolfi Giuseppe
  15. De Maio Sabino
  16. Rizzo Massimo
  17. Borzi Gaetano
  18. Bruno Andrea
  19. Bosco Antonino
  20. C………Cataldo (nome illeggibile)
  21. Ladu Marcello
  22. Leo Gaetano
  23. Crisafulli Francesco
  24. Basile Salvatore
  25. Bocaldo Giuseppe
  26. Orlando Pasquale
  27. Ferlenda Rocco
  28. Varcese Massimo
  29. Riccardi Giuseppe
  30. Porcì Domenico (nome poco chiaro)
  31. Federico Dario
  32. Pesacane Giuseppe
  33. Morelli Giuseppe
  34. Cioffi Catello
  35. Acciarino Pasquale
  36. Fezza Luigi
  37. Nome illeggibile
  38. Hiari Jlli
  39. Bejo Dine
  40. Cavallo Antonino
  41. Fichera Massimo
  42. Musumeci Daniele
  43. Crisafulli Francesco
  44. Roncaldo Giuseppe
  45. Basile Salvatore
  46. Bayrar Jsmail

 Reparto A.S.3    Sezione 1°A

  1. Crisafulli Mario
  2. Triscari Antonino
  3. Rapisarda Giovanni
  4. Cagnetti Claudio
  5. Privitera Carmelo
  6. Gioffrè Vincenzo
  7. Trudu Mario
  8. Franco Giovanni
  9. Volonnino Angelo
  10. Di Matteo Francesco
  11. Maglia Salvatore
  12. Bontempo S.Rosario
  13. Ilir Kosiu
  14. Liu Hua Yi
  15. Hu Xi Pian
  16. Sansone Catello
  17. Salvatore Francesco
  18. Falcone Pietro
  19. Esposito Emilio
  20. Cataldo Domenico
  21. ……….Felice (nome illeggibile)
  22. Zarnoun Abdelhadi
  23. Boumediane Mohamed
  24. Di Gaetano Antonio
  25. Capone Emilio
  26. Rimmaudo Giovanni
  27. Greco Emanuele
  28. Picceri Orazio
  29. Attanasio Salvatore
  30. Di Salvatore Aniello
  31. Medda Massimiliano
  32. Nadjimi Hassan
  33. Ciriello Antonio
  34. Ciriello Vincenzo
  35. Antonucci Esterino
  36. Ibba Leonardo
  37. Filippelli Nicodemo
  38. Crivaro Francesco
  39. Troiano Eduardo
  40. Zucaro Diego
  41. Laraspata Cosimo
  42. Diomede Nicola
  43. Iamonte Antonino
  44. Monteleone Vincenzo
  45. Narduzzi Paolo
  46. Zitello Roberto
  47. Marchi Filippo

Reparto A.S.3    sezione 2°A

  1. De Filippis Pasquale
  2. Guercia Salvatore
  3. Borrelli Emanuele
  4. Covone Antonio (nome poco chiaro)
  5. Biascolena Francesco
  6. Moccia Salvatore
  7. D’Amato Giuseppe
  8. Baldino Salvatore
  9. ……Michele (nome illeggibile)
  10. Russo Gennaro
  11. Miceli Salvatore
  12. Bufalini Ignazio
  13. Di Gregorio Gioacchino
  14. Arcobelli Guglielmo
  15. De Falco… (nome poco chiaro)
  16. Andrianò Albano (nome poco chiaro)
  17. Rò Giovanni Vincenzo
  18. Aspri Benedetto
  19. ………………….Ciro (nome illeggibile)
  20. Afelba Carmine (nome poco chiaro)
  21. Ariosto Nunzio
  22. Jorio Ciro
  23. Di Gennaro Josuè
  24. Amato Giacomo Salvatore
  25. Errante Raffaele
  26. Bianco Pasqualino
  27. Cava Bernardo
  28. Seidina Fausto (nome poco chiaro)
  29. Formisano Daniele
  30. Provenzano Giuseppe
  31. Barba Francesco
  32. Valle Fortunato
  33. Xu En Yi
  34. Sciacca Vincenzo
  35. S………..Alfredo (nome illeggibile)
  36. Madino Mario (nome poco chiaro)
  37. Sammaritano Nunzio
  38. Paoletti Franco
  39. Nicosia Antonio (nome poco chiaro)
  40. Lentini Nicola
  41. Varca Francesco (nome poco chiaro)
  42. Pardo Calogero
  43. Pepi Salvatore
  44. Esposito Antonio
  45. Avallone Vittorio

Lettera di Pasquale De Feo al Presidente della Repubblica

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 31-01-2015 Roma Politica I Presidenti di Camera e Senato annunciano a Sergio Mattarella l'elezione a Presidente della Repubblica Nella foto Sergio Mattarella Photo Roberto Monaldo / LaPresse 31-01-2015 Rome (Italy) The Presidents of the Chamber of Deputies and Senate go to Sergio Mattarella to announce the election for President of the Republic In the photo Sergio Mattarella

Pubblico oggi questa lettera che il nostro Pasquale De Feo ha indirizzato al Presidente della Repubblica.

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Egregio Presidente

sono un galeotto rinchiuso nelle patrie galere da oltre 30 anni. Non si vede la fine di questo calvario iniziato quando ero un ragazzo. L’unica prospettiva che ci viene data è quella di aspettare la morte biologica.

A nulla valgono le relazioni del carcere che ritengono sia maturo il tempo per uscire con una pena alternativa. La repressione impera come ai tempi dei tribunali dell’inquisizione. Forse allora c’era più umanità, perché con il rogo finiva tutto. Oggi ci tengono in vita perhé dobbiamo soffrire ed essere usati come mostri per oscuri disegni politici.

La pena perpetua che toglie ogni speranza è una tortura istituzionalizzata spacciata come strumento civile per la sicurezza; parola abusata e usata per corruttele, carriere e privilegi.

Aldo Moro, nel 1976, in una sua lezione all’università disse: “L’ergastolo che priva, com’è, di qualsiasi speranza di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione  al pentimento ed al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumano non meno di quanto lo sia la pena di morte. Quando si dice pena perpetua si dice una cosa… umanamente non accettabile”.

Papa Francesco ha detto che l’ergastolo è una pena di morte nascosta. 

Papa Francesco ha detto che l’ergastolo è una pena di morte in vita. Siamo condannati a morte, ma tenuti in vita. 

Oggi con l’ergastolo ostativo, inventato dalla magistratura e non legiferato dal Parlamento, la crudeltà  ha raggiuntola ferocia del Torquemada. Siamo dei morti viventi con l’unica speranza che l’agonia finisca presto.

Noi meridionali (99,99% degli ergastolani ostativi) saremo sempre trattati lombrosianamente perché brutti, sporchi e cattivi, essendo difettosi geneticamente a propensi a delinquere, criminali per nascita con innate tendenze malvagie.

Non mi aspetto niente da questa classe politica che persegue solo i propri interessi personali; e noi “mostri” duosiciliani serviamo all’occorrenza come cortina fumogen. 

Questa mia lettera è solo uno sfogo che faccio con il Presidente del mio Paese. Sono consapevole che ormai la nostra civiltà penale va a braccetto con il Medio Oriente, allontanandosi sempre di più dall’Europa.

Augurandole che la vita le sorrida sempre, la saluto cordialmente.

Il cittadino galeotto ergastolno.

Pasquale De Feo

14 ottobre 2015

Da una lettera di Pasquale De Feo

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Pubblico oggi un estratto di una lettera che mi ha inviato Pasquale De Feo, che, come molti di voi sanno, è adesso detenuto ad Oristano.

Pasquale ha sempre una notevole capacità di esprimere concetti forti e profondi con grande chiarezza.

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Ho letto il tuo racconto su Viktor Frankl, quando certe esperienze non durano nel tempo, posso diventare utili per sviluppare un carattere forte e anche teorie psicologiche valide per altre persone. Ma quando la cattività si protrae per decenni, il discorso cambia. Immagina oltre 30 anni chiusi tra quattro mura, senza speranze perché anche quella ci hanno ucciso i mafiosi dell’antimafia e la repressione permanente.

Per decenni non vedi i tuoi familiari, non conosci i tuoi nipoti e alcuni riesci a conoscerli quando hanno già vent’anni. Non ti fanno vedere tua madre con la scusa della sicurezza, come un carcere è diverso da un altro, muore e non ti mandano neanche al cimitero, lo stesso destino sarà per mio padre, avendomi mandato facilmente mi faranno partecipare. 

Allora si può comprendere non solo la crudeltà degli uomini, ma bisogna avere empatia per cercare di capire quanto dura possa essere una tortura del genere.

I campi di concentramento erano baracche dove non c’erano le regole, i divieti e la repressione del carcere. Spesso li si confonde con i campi di sterminio. Erano tutta un’altra cosa.

Con tutto il rispetto per Viktor Frankl non credo che se avesse scontato 30 anni nelle carceri italiane, la teoria che ha elaborato in qualche anno di campo di concentramento sarebbe stata la stessa. Ma neanche se avesse scontato 3-4 anni di Pianosa e Asinara.

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Lettera aperta di un ergastolano a Eugenio Scalfari

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Il nostro Carmelo ha scritto una lettera aperta ad Eugenio Scalfari.

Queste lettere di Carmelo sono sempre importanti occasioni di riflessione.

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Dottor Scalfari, ho letto da qualche parte che ha contribuito a fondare il settimanale “L’Espresso” ed è fondatore del quotidiano “La Repubblica”. Ho letto pure che alcuni suoi articoli hanno dato avvio a battaglie ideologiche-culturali, come quelle che hanno portato al referendum sul divorzio e sull’aborto. L’altra settimana, dalla mia cella, l’ho ascoltata alla televisione con interesse durante la trasmissione “Otto e mezzo” di Lilli Gruber.
Le confido che sono rimasto molto colpito della sua commozione per la scomparsa del presidente del Partito Comunista Enrico Berlinguer e per il racconto dell’abbraccio con Pietro Ingrao. Questo sia perché con Pietro ho scambiato qualche lettera, sia perché fra gli uomini ombra (come si chiamano fra loro gli ergastolani) lui era molto famoso per avere dichiarato in una intervista “Io sono contro l’ergastolo prima di tutto perché non riesco ad immaginarlo”.
Credo che però, a questo punto, sia il caso di presentarmi: sono un condannato alla pena dell’ergastolo (o alla Pena di Morte Nascosta, come la chiama Papa Francesco), in carcere da ventiquattro anni (il mese scorso sono entrato nel venticinquesimo). Dalla mia cella, ormai da molti anni, sono un attivista della campagna “Mai Dire Mai” per l’abolizione della pena senza fine. Se vuole sapere qualcosa più di me può visitare il sito che porta il mio nome http://www.carmelomusumeci.com dove fra l’altro c’è una proposta di iniziativa popolare per l’abolizione della pena dell’ergastolo (fra i primi firmatari c’è la compianta Margherita Hack, Umberto Veronesi, Bianca Berlinguer, Maria Agnese Moro, Don Luigi Ciotti, Stefano Rodotà, Giuliano Amato, Massimo D’Alema, la famosa pianista Alessandra Celletti e tanti altri.).
Caro Dottor Scalfari, dopo averLa ascoltata alla televisione e avere letto che ha una laurea in giurisprudenza, mi è venuta voglia di scriverLe per farLe alcune domande. Non credo avrà voglia e tempo di rispondermi ma, alla fine, mi sono deciso lo stesso perché penso che a volte le domande siano interessanti quanto le risposte. Sarei curioso di chiederLe cosa ne pensa della pena dell’ergastolo, soprattutto di quello ostativo, quello che se parli esci, se no stai dentro come nel Medioevo. Mi creda, alcuni rifiutano questa “via di fuga” soprattutto per proteggere i loro familiari.
Dottor Scalfari, credo che la condanna a essere cattivi e colpevoli per sempre sia una pena insensata perché non c’è persona che rimanga la stessa nel tempo. Senza un fine pena certo, all’ergastolano rimane “solo” la vita; ma la vita senza futuro è meno di niente. Mi creda, con la pena dell’ergastolo addosso è come se la vita diventasse piatta perché non puoi più fare progetti per il giorno dopo nè per quello successivo. Il tempo dell’ergastolano è come se fosse scandito da una clessidra: quando la sabbia è scesa, la clessidra viene rigirata…e questo si ripete incessantemente, fino alla fine dei suoi giorni. Imprigionare una persona per sempre è come toglierle tutto e non lasciarle niente. Neppure la sofferenza, la disperazione, il dolore perché, con questa condanna, non si fa più parte degli esseri umani. Purtroppo con l’ergastolo la vita diventa una malattia. Ma la cosa più terribile che è una pena che non ti uccide e, ciò che è peggio, sotto un certo punto di vista, ti fa vergognare di essere un uomo. Alla lunga, infatti, ti fa diventare solo un corpo parlante. La condanna all’ergastolo assomiglia a una morte bevuta a sorsi, nell’oscurità e nel silenzio.
Dottor Scalfari, un compagno a cui mancano un paio di mesi al fine pena, l’altro giorno si è confidato con me e mi ha detto che i secondi gli stanno sembrando minuti, i minuti ore, le ore giorni ed i mesi anni. Gli ho risposto: “Per fortuna io ho l’ergastolo e non ho bisogno di contare né i giorni, né i mesi, né gli anni, conto solo i capelli bianchi che mi stanno venendo”. Il mio compagno ha annuito. Poi ha amaramente sorriso. E alla fine abbiamo riso insieme, anche se non c’era nulla da ridere perché, con questa pena, la vita diventa peggiore della morte.
Gli ergastolani più fortunati si creano ogni giorno un mondo interiore costruito sul sale di tutte le loro lacrime, perché spesso è meglio non avere speranza che nutrirne di false. Con la condanna all’ergastolo la vita non vale più nulla perché non ha più presente né futuro, ma solo il passato. È vero che ogni pena uccide almeno un po’, ma la pena dell’ergastolo uccide “di più” perché ammazza anche la speranza. Si potrebbe dire che l’ergastolano non vive, mantiene in vita solo il suo corpo. E ogni giorno in meno è sempre un giorno in più da scontare. Purtroppo, molti non sanno che la pena dell’ergastolo ci lascia la vita, ma ci divora la mente, il cuore e l’anima.
La maggioranza delle persone è contaria alla pena di morte, ma con la pena capitale il colpevole soffre solo un attimo, con l’ergastolo invece il condannato soffre tutta la vita. Mi chiedo se, forse, questa forma di “vendetta” che nulla ha a che fare con la giustizia, possa soddisfare qualcuno, comprese le vittime dei reati che abbiamo commesso…
A questo punto, caro Dottor Scalfari, chi è più criminale: chi uccide perché cresciuto in ambienti degradati, per potere, ignoranza, soldi, futili motivi, passioni morbose e malate, o chi lo fa in nome della giustizia o del popolo italiano, murando vive delle persone vive, senza neppure la compassione di ammazzarle?
Se riterrà opportuno rispondermi, ne sarò felice e La ringrazio anticipatamente. Le auguro buona vita e con simpatia Le invio un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, Dicembre 2015

Lettera di Piero Pavone

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Pubblico oggi alcuni estratti di una lettera del nostro Piero Pavone -detenuto a Spoleto- che mi è recentemente giunta.

Molto intenso è soprattutto il riferimento alle emozioni provate nelle ore di permesso .. permesso ricevuto per andare a trovare il padre malato.

Senti sempre un sommovimento dentro quando leggi di questi momenti di “contatto con la vita” che provano coloro che… nel corso della lunga detenzione, hanno, di tanto in tanto, momenti di “fuori le mura”.. e rifletti su come avrebbe molto senso che questi momenti fossero di più, per dare al detenuto ossigeno, emozioni, speranza. 

Credo che pochissime persone all’esterno possono capire quanto è preziosa qualche ora “fuori”, qualche ora sotto il sole, qualche ora con amici, amiche, parenti, figli… credo che pochi possano capire che valore hanno queste ore per un detenuto, che emozioni indescrivibili esse scatenano.

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(…)

Ho esordito dicendoti che sto rispondendoti in ritardo e questo è dovuto al fatto che sono stato giù per il permesso di necessità accordatomi dal Tribunale di Sorveglianza di Perugia per andar a casa, e fare visita al mio caro papà che versa in gravi condizioni di salute.

Io, come saprai, abito a Reggio e nel viaggio di andata, nel mentre, ho saputo che mi avrebbero appoggiato al carcere di Palmi invece di quello di Reggio che è molto vicino alla mia abitazione. Quando ho saputo ciò ne sono stato molto felice perché ho pensato di trascorrere amorevolmente delle giornate con mio fratello Nino, detenuto lì a Palmi.

Non avevo calcolato, però, la cattiveria delle persone. Ho tutte le ragioni per pensarla così. Mi spiego! Praticamente lunedì 26 ottobre scorso,alle 12:30 circa sono arrivato a Palmi, quindi convinto che avrei trovato mio fratello. Ma non è stato così, poiché alle 14:00 dello stesso giorno è stato trasferito a Reggio in quanto sabato 31 ottobre aveva la sentenza (è andata malissimo, 8 anni e 8 mesi, assurdo).

Non è finita qui, perché io la mattina del 7 novembre scorso, quindi sabato scorso, vengo tradotto alla volta di Spoleto e, nella stessa mattinata, mio fratello viene trasferito da Reggio a Palmi.

Credo che pensare male su questa vicenda è legittimo da parte mia. 

(…)

Circa l’andata a casa.. anche se è stato per un evento spiacevole (lo star male di mio papà) ho avuto molta gioia in quanto ho trascorso le due ore di permesso insieme ai miei genitori, a mio fratello Peppe, e a mia sorella Angela. Poco prima che andassi via, quasi alla scadenza delle due ore, hanno fatto entrare i miei nipoti per un brevissimo saluto.

All’uscita di casa, così come è accaduto la volta scorsa, c’erano ad aspettarmi, per un effimero saluto, delle amiche, amici, nonché paesani. L’emozione è stata così grande da essere inestimabile. Ho avuto veramente la gioia nel cuore per l’affetto che molte persone mi hanno dimostrato. A parte questo, l’avere contatto con la vita reale mi ha fatto apprezzare ancor di più la libertà e la vita stessa che, malgrado questa abbia tante insidie, ne vale veramente la pena di viverla.

(…)

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