Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Un ex detenuto e un ergastolano si scrivono

Pubblico oggi questo bellissimo scambio epistolare tra il nostro Carmelo e un’e detenuta. Sono parole che dovrebbero essere lette con molta attenzione e da tante persone.

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Avevo già capito che i posti per il paradiso erano pochi, mentre l’inferno era aperto a tutti. E fin da piccolo giurai a me stesso che nella vita avrei lottato con tutte le mie forze per salire in paradiso. Ancora, però, non sapevo che sarei sceso solo all’inferno.   Dal libro di Carmelo Musumeci “Angelo SenzaDio” disponibile su Amazon

Ciao Carmelo,
stasera è una di quelle serate in cui il cervello vola verso altri orizzonti che sono sempre lontani dall’immaginario comune. A volte mi sembra di vivere due vite, una in cui mi sembra di essere come tutti gli altri, e l’altra in cui mi sembra di essere perennemente in uno stato di prigionia. Le due vite non si incontrano mai, perché ancora, dopo tanti anni che sono uscita dal carcere, non sono riuscita mai a spiegare alle persone care che cosa significhi essere privati della libertà. Allora mi sembra una doppia prigionia, quella fisica e quella mentale, perché sono convita che detenuti si rimanga tutta la vita e, nonostante tu faccia di tutto per cancellare quel brutto ricordo, succederà una bella notte che sognerai la guardia che ti sveglia con la torcia, oppure sentirai il rumore delle chiave che ti ronza nella mente. Quando aprirai gli occhi penserai: “meno male che è solo un sogno!”. Ma, in realtà, non è così perché in Italia in galera ci finisci sempre due volte: la prima da presunto innocente e la seconda da condannato. Poco importa se nel mezzo una persona si ricostruisce una vita, perché la legge è questa e non ci sono altre vie d’uscita.
Rieducazione, reinserimento e altro ancora diventano un lontano miraggio perché, come in tutte le cose che contraddistinguono il nostro modo di essere, nessuno è realmente interessato alla sofferenza altrui. Se dovessi raccontarti la mia vita in una sola parola potrei usare il termine “diversa”, perché è così che mi sento ora che ho quasi trent’anni. Ed è stato così anche da bambina quando, invece di giocare con le amichette, mi piaceva aiutare gli altri. Così sono cresciuta, senza malizia e nella convinzione che se fai del bene ottieni lo stesso. Ma nulla è stato come pensavo. Dopo quello che ho vissuto, ho perso fiducia negli esseri umani, ma soprattutto ho capito che esiste una certa tendenza a “godere delle sofferenza altrui” che mi spaventa tremendamente.

     Ti scrivo questo perché ti penso molto spesso, penso molto spesso alle parole che ci siamo dette nel corso di quel pomeriggio passato insieme. Mi rendo conto di come siano complesse le relazioni umane e di come basti davvero un piccolo gesto per cambiare una vita; nel tuo caso possiamo dire per sempre (…ma anche nel mio). Credimi, se fosse per me potrei riempire le mie giornate di seminari sul carcere, sull’ergastolo o su qualsiasi argomento che parli di “umanità”, ma mi sto rendendo sempre più conto che nelle persone c’è solo una terribile voglia di trovare “il cattivo” e poca voglia di capire il perché di molte cose. Vivo questa frustrazione quotidianamente e la cosa che mi fa più male è vedere alcune mie colleghe (che studiano servizio sociale!) che mi dicono di stare dalla parte delle vittime e non dei carnefici. Ti rendi conto del livello in cui siamo arrivati? Dopo anni di istruzione ci sono persone che ancora non sono in grado di sviscerare le situazioni, ma si sentono in diritto di poter giudicare e condannare. Sono sempre più convinta che, se raccontassi a qualcuna di queste future assistenti sociali qualcosa del mio passato cambierebbero subito idea di me.
Ma io mi chiedo: è mai possibile che uno debba vivere in eterno con questa stima? Ma come si fa a sentirsi liberi davvero quando le persone ti ricorderanno per quello che tu hai fatto 10 anni fa e non per quello che fai oggi?

     Ti ammiro Carmelo perché ci sono delle volte che vorrei solo piangere, ci sono delle volte che non ho più voglia di lottare e di spiegare le mie ragioni. Come fai? Come hai fatto a trovare dentro di te tutta questa forza e tutta questa pazienza di amare il prossimo? Forse sono domande banali, ma meritano una risposta che sia ripetuta quotidianamente.
Mio papà, quando ero piccola, mi diceva sempre: tu devi lottare per essere libera, per poter essere quello che desideri e per poter fare quello che ti piace. Ma la libertà si paga sempre a caro prezzo; a volte per guadagnartela la devi perdere del tutto!
Non so l’inferno che hai passato, l’ho letto dai tuoi libri, ho cercato di capirlo fino in fondo, ma solo tu puoi essere testimone della tua sofferenza. Quello che posso dirti però è che questo incontro mi ha cambiato la vita. Non sapevo nemmeno che cosa fosse l’ergastolo finché un giorno non ho letto della presentazione del libro tuo e di Pugiotto a Firenze, e da lì è iniziato il mio viaggio. Ti ringrazio di tutto, di ogni singola parola che ci siamo scambiati, della tua dolcezza nel raccontare le cose, della tua accoglienza, della tua voglia di donarmi in po’ di te stesso, del tuo interesse verso tutti noi studenti e di tante altre cose che porto nel mio cuore. E se penso che ti “abbiamo” (perché questa è una colpa che tutti abbiamo a livello societario) tolto tutti questi anni di vita, mi sento profondamente in colpa e mi sento in dovere di chiederti scusa per non aver fatto molto per cambiare le cose. Perché è giusto che le cose cambino ed è giusto che nessuno muoia in carcere senza la speranza di poter uscire.

      Concludo dicendoti che sei sempre nei miei pensieri, perché se qualcuno mi chiedesse oggi cosa significhi essere libero io penserei a te, perché sei un esempio di intelligenza e di libertà interiore.
Ciao Carmelo un abbraccio forte e un sorriso.

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Ciao Anna,
sul treno che prendo al mattino quando esco dal carcere ci sono molti ragazzi che vanno a scuola. Questa mattina alcuni di loro si passavano la palla con le mani e alcuni passeggeri li guardavano male. Io, invece, sorridevo loro e quando la palla per caso è andata a sbattere sul mio posto a sedere, l’ho raccolta e, con timidezza, mi sono messo a giocare con loro. Quando prendo il treno, mi siedo sempre nel posto vicino al finestrino. A differenza degli altri passeggeri che guardano il loro telefonino, io mi metto ad osservare il panorama che sfreccia davanti a me. E mi viene in mente con tristezza quando mi traferivano da un carcere all’altro con le manette ai polsi e vedevo la libertà solo dai fori della parete del blindato.
Ieri notte, un mio compagno che ha continuamente paura del terremoto, ci ha svegliato alle due di notte perché aveva sentito la branda tremare. Io non sentito nessuna scossa e gli ho detto di spegnere la luce e di mettersi a dormire tranquillo perché i carceri, a differenza delle case, li costruiscono solidi e tutti in cemento armato per non fare scappare i prigionieri.

     Non c’è nulla da fare: alla sera, appena passo la porta dell’Assassino dei Sogni, sento l’inconfondibile puzza di ogni prigione in cui sono stato: l’odore di dolore. Al mattino, quando arrivo nella struttura dove lavoro, mi faccio subito una doccia per levarmelo di dosso.
Da poco tempo sono stato qualche giorno in licenza da mio figlio e ho avuto la conferma che in alcuni casi i “cattivi” cambiano, ma i buoni non cambiano mai. Infatti una notte, alle due in punto, la polizia ha suonato il campanello per controllare se ero in casa. Mio figlio è venuto in camera a svegliarmi ed insieme a lui si sono alzati anche i miei due nipotini. Questa visita fuori luogo e fuori orario mi ha ferito perché ho capito che per molti rimarrò sempre l’uomo del reato. Inoltre, mi è dispiaciuto soprattutto per mio figlio perché immagino abbia rivissuto la notte in cui sono venuti ad arrestarmi.
All’indomani, per la prima volta nella mia vita, sono andato a prendere a scuola i miei nipotini e l’ultimo giorno di licenza l’ho trascorso solo con loro. Così mi sono messo da parte nel mio cuore le belle emozioni che ho provato, per i giorni tristi che verranno. Purtroppo sono sicuro che verranno perché il mio fine pena, anche se di giorno uscirò dal carcere, rimarrà sempre il 9.999.

Carmelo Musumeci
Anna (…)

Luglio 2017

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Dell’Utri, i BR e i bambini in carcere… di Piero Sansonetti

Trovo molto efficace e ben scritto questo articolo di Piero Sansonetti, che è stato pubblicato su “IL DUBBIO” e che voglio condividere anche su questo Blog.

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Quasi 57mila persone passano il ferragosto in carcere, la cosa non interessa molti. Giornali, intellettuali e politici son tutti presi dalla smania di buttar la chiave

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Oggi è ferragosto e gli italiani sono quasi tutti in vacanza. I ricchi in luoghi di lusso, i mezzo- borghesi un po’ intruppati, i poveri a casa loro, alcuni allegri, alcuni tristi.

Poi ci sono 56 mila e 766 persone che non sono in vacanza. Sono in carcere. Di loro, a parte gli addetti ai lavori e gli amici radicali ( e qualche volta il papa), non si occupa nessuno. Loro passano un ferragosto di dolore, come tutti gli altri giorni dell’anno, aggravato dalle sofferenze a volte insopportabili del caldo. Pigiati nelle celle, perché le celle sono piccole e ospitano molti detenuti, spesso molti di più di quelli che possono contenere. Tra questi quasi 57 mila nostri fratelli disgraziati, ce ne sono 730 che sono rinchiusi in regime di 41 bis. Cosa vuol dire? Semplicemente vuol dire “carcere duro”, una espressione che dopo la caduta del fascismo era stata cancellata dal nostro linguaggio, ed è tornata prepotentemente negli anni 90. Queste 730 persone, delle quali circa 100 sono in attesa di giudizio, non possono ricever visite se non una al mese e da dietro una vetrata, vivono isolati 24 ore su 24, senza tv, senza radio, non possono cucinare, non possono lavorare, non hanno l’ora d’aria con gli altri detenuti. Dell’Utri, i brigatisti, i bimbi in cella. Una cosa li unisce: sono persone…

Una specie di Cajenna. E siccome sono quasi tutti accusati di essere mafiosi, è quasi impossibile immaginare che qualcuno, nel mondo per bene, abbia una parola gentile, o persino un nascosto pensiero affettuoso nei loro confronti.

Eppure sono persone. Persone come tutti noi. La maggior parte di loro è colpevole di vari e talvolta efferatissimi delitti, alcuni invece – forse pochi – sono vittime di errori giudiziari, più frequenti di quel che si crede, in Italia. Tutti, però, sono persone. Tra le altre persone che passeranno in carcere il ferragosto ci sono anche 64 bambini. Per fortuna solo 64. Ma non sono pochissimi 64 bambini di meno di tre anni. In cella, con la loro mamma, qualcuno anche col fratello o con la sorellina. La maggior parte di questi bambini è straniero: 40 stranieri contro 24 italiani. Eppure, sebbene la maggioranza sia straniera, questa massa di bambini sicuramente riuscirà, più dei mafiosi, a strappare qualche buon sentimento, forse un sorriso, forse una parola di pietà, anche nel mondo perbene. Con i bambini ci sono 50 mamme. Più della metà straniere. Molte rom, o senza fissa dimora. In genere non scontano pene lunghissime, pochi anni o qualche mese. Ma sono recidive. Piccoli furti, borseggi, qualche truffa. Recidive e dunque niente scarcerazione.

Ci sono anche delle persone famose in carcere. Generalmente le persone famose non suscitano nessuna simpatia. Spesso stimolano i sentimenti della rivalsa e della vendetta. “Hai avuto una vita agiata, sei stato potente? Ah ah: ora paghi, soffri maledetto”. E spesso questo senso di rivalsa e di vendetta non è nemmeno un sentimento che si nasconde, del quale ci si vergogna. Anzi lo si esterna con soddisfazione, si grida forte. Poi magari si va anche a messa, dopo.

Tra le persone famose ne ricordo tre, perché conosco bene la loro vicenda giudiziaria. Un medico, un senatore ed un ex senatore. Il medico si chiama Pier Paolo Brega Massone, è in cella da nove anni. Lo accusano di cose orribili, di avere operato pazienti che sapeva inoperabili, e di averli uccisi, per prendere qualche rimborso. Lo hanno imputato per quattro omicidi volontari e condannato all’ergastolo. Sebbene in sede civile fosse stato assolto, e dunque qualche dubbio sulla sua colpevolezza fosse evidente. La Corte d’appello, di fronte a una perizia del Pm che diceva “colpevole” e una perizia della difesa che diceva “innocente”, si è rifiutata di nominare un perito indipendente e ha creduto al Pm. Brega Massone chiedeva solo quello: un perito indipendente. Lui si è sempre dichiarato del tutto innocente, e molti medici, esperti, dicono che ha ragione. Ora la Cassazione ha stabilito che sulla base delle prove raccolte non può certo trattarsi di omicidi volontari. Sono eventualmente omicidi colposi. Niente ergastolo, bisogna ricalcolare la pena. C’è tempo, c’è tempo, hanno risposto i magistrati. E lui sta i carcere. Tra poco fa dieci anni. La moglie cerca di tirare avanti, lavoricchiando, con una bambina di 13 anni, perché il marito non produce più reddito, bisogna assisterlo in prigione, pagare gli avvocati…

Il secondo caso è quello che conoscete tutti. L’ex senatore Marcello dell’Utri. E’ in prigione da quasi tre anni. E’ accusato di un reato che non è scritto nel codice penale: concorso esterno in associazione mafiosa. Una specie di offesa al vocabolario e alla sintassi. La Corte europea ha stabilito che quel reato, seppure esiste, esiste dal 1994. I fatti imputati a dell’Utri sono degli anni 80.

E’ chiaro che deve uscire. Perché non esce? La “compagnia dell’antimafia” non vuole, e talvolta i magistrati subiscono la pressione della “compagnia antimafia”. E poi dell’Utri è molto amico di Berlusconi, e se non si può mettere dentro Berlusconi si tiene in prigione, finché si può, un suo amico. Siccome non c’è il reato, tecnicamente Dell’Utri è un prigioniero politico.

Poi c’è il giovane senatore Caridi, del quale abbiamo parlato nei giorni scorsi. E accusato di associazione mafiosa. Prove? No non ce n’è. Ci sono alcune dichiarazioni dei pentiti di una decina d’anni fa. Dichiarazioni già considerate non attendibili dai giudici di allora, ma poi, si sa, i tempi cambiano. Uno di questi pentiti ha dichiarato di aver assistito a un incontro segreto tra Caridi e un certo boss mafioso nel 2007. Sarebbe la prova regina della colpa del senatore. Poi si è saputo che nel 2007 ‘ sto boss mafioso era al 41 bis. Non poteva incontrare proprio nessuno, tantomeno di nascosto. Però non è stato cancellato il pentito è stata corretta la data…

Cosa c’entra quel cuore di pietra di Dell’Utri coi bambini di tre anni? C’entra, perchè sono persone: nello stessissimo modo sono persone. E dovrebbero interessarci. Invece all’opinione pubblica sembra interessare solo che le carceri siano piene. Sempre più spesso si sente dire, anche da persone responsabili, importanti: «Buttate la chiave! » Recentemente due giornali nazionali di grande prestigio hanno protestato. Una volta perché un boss era stato portato a casa per 12 ore a vedere la mamma ammalata. E poi si è saputo che non era neanche vero. Un’altra volta, pochi giorni fa, perché Carminati ( che non è più al 41 bis perché è stato assolto dal reato mafioso), adesso può spassarsela all’ora d’aria, può cucinare in cella, incontrare i parenti una volta a settimana per un’ora filata…

C’è un verso famoso di una canzone di Fabrizio de André che dice così: «tante le grinte, le ghigne i musi, vagli a spiegare che è primavera… e poi lo sanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera». Già, proprio così. Se vengono a sapere che ora Carminati può cucinarsi un uovo sodo fremono come bestie.

E siccome abbiamo citato De André torniamo agli anni d’oro di De André, tra i settanta e i novanta. In quegli anni in Italia il tasso di criminalità era molto, molto più alto di ora. C’era il terrorismo, la mafia uccideva quasi tutti i giorni. Erano di più i furti, le rapine, le aggressioni. Le città non erano molto sicure, perché la violenza era alta. Beh, sapete quanti erano i detenuti, in quegli anni? Ho dato un’occhiata agli annuari Istat. Nel 1976, che è l’anno nel quale esplode il terrorismo, i detenuti erano 53,2 ogni 100.000 abitanti. Oggi invece sono 107, 4 ogni centomila abitanti. Un po’ più del doppio. Nel 1992, dopo più di un decennio di terrorismo scatenato e mentre era in pieno svolgimento la durissima iniziativa mafiosa, e cioè l’attacco frontale allo Stato deciso dai corleonesi, i detenuti erano 35.000, più o meno a parità di popolazione. 21 mila meno di oggi. Se volete qualche altra cifra dell’Istat posso dirvi che della attuale popolazione carceraria circa il 35 per cento è in prigione senza condanna definiva e circa il 20 per cento è in prigione senza aver ricevuto nessuna condanna, neanche di primo grado.

Qualunque manuale di sociologia ci spiega che con l’avanzare della civiltà le carceri si svuotano, piano piano. Le pene diventano sempre meno severe, crescono le misure alternative. Da noi no: è una corsa a far diventare le pene sempre più pesanti. Il numero dei carcerati è tornato quello degli anni trenta, durante il fascismo. I trattamenti si sono inferociti. Il 41 bis è un obbrobrio giuridico. Ed è un obbrobrio anche l’ergastolo ostativo, cioè la prigione a vita senza possibilità di una scarcerazione anticipata, senza un permesso premio, niente. E a me sembra un obbrobrio anche la situazione di circa 30 ex brigatisti rossi che sono stati dimenticati in carcere, chi da trentacinque chi da quarant’anni. Non usciranno mai. Serve a qualcuno?

In questi giorni stiamo pubblicando, a puntate, il trattato di Cesare Beccaria sui delitti e le pene. Nelle prime righe spiega come ogni pena non necessaria sia espressione della tirannia. Diceva proprio così, nel settecento, Beccaria: tirannia. Sono passati due secoli e mezzo, ma mica lo abbiamo capito…

Intervista a Carmelo Musumeci

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Pubblico oggi questa intervista fatta al nostro Carmelo Musumeci apparasa su “Vice” (https://www.vice.com/it/article/41bis-ergastolo-e-semiliberta-in-italia-carmelo-musumeci).

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VICE: Raccontami come sei finito in carcere.

Carmelo Musumeci: Sono cresciuto in un paesino ai piedi dell’Etna. Eravamo poveri, e io ho cominciato a nutrirmi della cultura di strada già da piccolo. Mia nonna, per esempio, mi ha insegnato a rubare al supermercato quando ero ancora un bambino, e così la prima volta sono finito in carcere che ero ancora minorenne.
Intorno ai 15 anni i miei genitori si sono separati e sono stato mandato in un collegio al nord. Là ho iniziato a covare rabbia nei confronti del mondo e delle istituzioni, e quando poi sono tornato a casa ho trovato le stesse difficoltà economiche che avevo lasciato: in quel momento, forse inconsapevolmente, avevo già imboccato le strade sbagliate. Ho iniziato con una serie di piccoli reati e poi, dopo aver visto che si poteva guadagnare, ho alzato il tiro: nel 1972 sono stato arrestato durante una rapina in un ufficio postale.
Quando sono uscito mi sono ributtato in quel mondo. Fino a una sera del 1990 in cui, in uno scontro tra bande rivali, mi beccai sei pallottole. Sono sopravvissuto, ma quello era un ambiente in cui o ammazzi o vieni ammazzato. Così poi è successo quello che è successo.

A cosa hai pensato quando ti è arrivata la sentenza definitiva?

     Quando sono stato arrestato sono stato considerato un criminale di spessore, e quindi nel 1991 sono stato sottoposto al 41bis. Mentre stavo in isolamento per un anno e sei mesi, in una cella buia con l’impossibilità di parlare con qualcuno, mi è arrivato il telegramma della mia compagna che confermava l’ergastolo. Be’, inutile dire come mi è crollato il mondo addosso: avevo la consapevolezza che non sarei mai più uscito da là.

Il 41bis è il regime carcerario più duro del nostro ordinamento è l’isolamento totale: personalmente non riesco a pensare a come ci si possa convivere. Com’è stato?

     Erano gli anni in seguito alla strage di Capaci e lo Stato era in lotta con l’anti-stato, la mafia: io, tra le accuse, avevo anche quella di associazione mafiosa, e quell’articolo permetteva dei trattamenti più duri per creare collaboratori di giustizia. In pratica vivevo in una cella quasi totalmente buia, ricevevo da mangiare da uno spioncino, avevo poca acqua e sono stato offeso da guardie sbronze. Venivo torturato.

Non hai mai pensato di ucciderti?

     Ci ho pensato costantemente: sarebbe stata la via di fuga più facile. Mi sento anche di dire che chi pensa a togliersi la vita non è vero che non l’ama: chi si toglie la vita in quelle condizione ama la vita talmente tanto che non vuole vedersela appassire. Ho sempre ammirato chi ha avuto il coraggio di farcela perché anche oggi soffro per quello che ho vissuto in quei giorni.
Mi fa ancora male parlarne, non perché ero innocente ma perché ho sofferto per nulla, e tutto questo non aiutava né lo Stato né i parenti delle vittime. Ma quando hai dei figli, hai una responsabilità. Non potevo andarmene così.

Nel tuo diario online definisci le notti passate in carcere, dopo una giornata di quasi libertà, il tuo “ritorno all’inferno.” Quali sono le cose più brutte che hai visto?

     Paradossalmente, le cose che ti succedono intorno. Quella che forse mi fa ancora male è del 1992, quando ho visto il trattamento ai ragazzi della strage di Gela [lafaida tra gruppi criminali che nel giro di poche ore, nel novembre del 1990, innescò una catena di agguati mortali]. Erano ancora dei ragazzini, non credo sapessero quello che stavano facendo: ho visto strappargli la vita per sempre in quelle mura. Quello che voglio dire è che il carcere dovrebbe far capire al condannato dove ha sbagliato, ma l’unica cosa che vedevo in quegli anni era un processo che portava al “io ho ucciso ma tu [il carcere] mi stai uccidendo lentamente, giorno dopo giorno.”
Penso che la cosa che fa più paura a un criminale è il perdono sociale, perché perdi tutti gli alibi e dici “cazzo, ho fatto del male e queste persone mi stanno perdonando.” Quando invece vieni trattato male ogni singolo giorno ti dimentichi del male che hai fatto, e quello che provi non è certamente il rimorso.

Quanto a te, come si svolgeva una tua regolare giornata in carcere?

     Dopo i primi anni ho cambiato carcere spesso: ogni carcere è uno stato a sé, con le proprie regole e i propri ritmi. Ma in generale è tutto molto piatto: mi svegliavo verso l’alba e iniziavo a studiare, nell’ora d’aria facevo una corsetta, e poi verso mezzogiorno mangiavo a mensa. Il pomeriggio rientravo in cella e la sera mi cucinavo qualcosa da mangiare. Questo per migliaia e migliaia di giornate.

È scontato da dire, ma immagino che in una situazione del genere trovare uno scopo ti aiuti ad affrontare le giornate. Come nel caso dello studio. Come funzionava, e come ti procuravi i libri necessari?

     Sì, se non fosse stato per lo studio sarei impazzito. Ho anche iniziato a scrivere, oltre a studiare per laurearmi in giurisprudenza e filosofia: penso che in Italia manchi una letteratura sociale carceraria. Voglio dire, la letteratura è l’anima e la storia di un paese, per questo m’illudo di crearne una con i miei romanzi.
Per quanto riguarda i libri, dopo il 41bis ho potuto averne, fortunatamente. A volte non dovevano essere più di tre, non potevano avere la copertina dura e nonostante fossi iscritto all’università mi mancavano sempre dei manuali. Il solo fatto che cambiavo spesso carcere rendeva sempre difficilissimo l’iter universitario.

A cosa erano dovuti i costanti spostamenti di carcere?

     Diciamo che ero un detenuto scomodo. Dopo un po’ che studiavo chiedevo sempre più cose che mi appartenevano come diritto, e questo può dare fastidio ai dirigenti. Era un attivismo scomodo e infatti a chiunque dovesse andare in carcere consiglio assolutamente di procurarsi un codice per capire i propri diritti diritti che spesso vengono trascurati.

Nel tuo caso però a un certo punto sei riuscito a ottenere la semilibertà, caso raro per un ergastolo ex ostativo, per prestare servizio in una comunità. Qual è stata la prima cosa a cui hai pensato?
     Ero sicuro di non avere speranza e di morire in carcere. Quando dopo svariati tentativi mi è stata concessa la semilibertà, non so cosa ho provato qualcosa di inspiegabile, forse, ma molto simile all’ansia e alla paura. Ho pensato alla mia famiglia, ai miei nipoti…

E quando sei effettivamente uscito cosa ti ha sorpreso di più?

     Le piccole cose, paradossalmente, come affacciarsi a una finestra o guardarmi allo specchio in carcere ci sono solo specchi piccolissimi. Mi sono guardato allo specchio e ho visto tutto il mio corpo, ma non era più il mio corpo. Era quello di una persona che non sapevo chi fosse. Poi un’infinità di sensazioni e cose di cui mi ero completamente dimenticato cose come percepire la sabbia tra le dita dei piedi, l’odore del mare, la pelle dei miei figli.

In che modo hai trovato cambiato il mondo? Voglio dire, ti sei perso l’esplosione di Internet…

     Quando sono uscito la prima volta mi sono fermato, e per un po’ mi sono guardato intorno immobile. Tutto mi sembrava irreale e diverso da come mi ricordavo il mondo. Le persone sono cambiate, così il modo di vivere e adesso anche prendere un semplice treno, con le persone connesse ai loro pc è come guardare un film di fantascienza. Insomma, è tutto molto strano e mi ci sto abituando piano piano, ma sono dannatamente felice di doverlo fare.

Il carcerato ‘a pezzi’ e il magistrato che si dà ragione… di Francesca De Carolis

Pubblico oggi questo pezzo di Francesca De Carolis.

La storia che racconta Francesca è quella di Francesco, un detenuto del carcere di Opera, con il corpo che sta andando a pezzi per via di una malattia considerata incurabile. Francesco vorrebbe solo tornare a casa per vivere il tempo che ancora ha da vivere, in lbertà e con i suoi genitori.

Ma il Giudice di Sorveglianza ritiene che debba stare ancora in carcere, che sia un soggetto “in pericolo di fuga” e poi.. le cure in carcere sono adeguate..

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Un po’ di pazienza, ma anche oggi sono qui a parlarvi di carcerazioni. Perché sono tante le vite che si vorrebbe lasciar morire nel nulla, ma c’è chi da quel nulla si ostina a inviare richiami, che sono sussurri, che sono urla…

E come un urlo arriva dal carcere di Opera la terribile storia di Francesco. Mi arriva con la lettera del suo compagno di cella, Alfredo Sole, che qualcosa chiede si faccia per questo suo compagno, malato “anzi direi a pezzi, letteralmente”. Perché Francesco è affetto dal morbo di Burge. Patologia terribile, incurabile. Le arterie si atrofizzano, si seccano fino a morire. E piano piano si perdono parti del corpo, che la malattia porta alla necrosi. Prima le estremità, poi gli arti, su su fino ad attaccare gli organi interni e morirne. A Francesco è già stato amputato un pezzo di piede. Nulla da fare per lui se non cercare di rallentare il percorso di una malattia senza scampo.

Francesco è stato arrestato quando aveva poco più di diciotto anni, nel 1991. In carcere ne ha già passati ventisei, di anni. Ha fatto richiesta di arresti ospedalieri o domiciliari, per provare una cura sperimentale. Per illudersi di potersi curare… Ma la richiesta è stata respinta dal magistrato di sorveglianza, ed è stato respinto anche il ricorso che contro questa decisione Francesco ha fatto al Tribunale di sorveglianza . La motivazione, “come da prassi”: persona “pericolosa e evidente pericolo di fuga”.

Già, perché Francesco ha compiuto gravi reati quando non era ancora maggiorenne. Ma, faccio miei l’interrogativo e la riflessione del suo compagno di cella: “per stabilire se una persona è pericolosa o no, cosa bisognerebbe valutare?

Se oggi quella persona è costretta a stare a letto perché privo di una parte del suo arto inferiore, per una patologia che lo porterà a perdere altri pezzi, poi alla morte certa, se quella persona è stata arrestata per reati che risalgono a quando aveva diciassette anni, e ha passato in carcere molto più degli anni della sua vita libera, come si stabilisce che è pericolosa?”

Ma semplice… “La solita novella…, se si commettono reati gravi, nonostante sia passato più di un quarto di secolo, bisogna continuare a giudicare quella persona attraverso la vecchia documentazione e non certo attraverso un’analisi della persona che è oggi”.

Insomma nulla, proprio nulla sembra si guardi a quello che nel frattempo, in questi ventisei anni, ne è stato di Francesco… Cosa abbia fatto, che so… se abbia seguito percorsi rieducativi, se li abbia rifiutati, se preghi, se maledica ogni giorno quella sua vita, se e quanto possa correre per fuggire via con quella malattia che se lo sta mangiando vivo… Nulla di nulla. Insomma Francesco è stato cattivo, cattivissimo, e questo non può che essere per sempre!

Anzi, cattivo lo è forse diventato di più. “Non può non evidenziarsi come l’atteggiamento di rifiuto di smettere di fumare posto in essere dal condannato, comporti conseguenze gravissime per la patologia dalla quale il medesimo risulta affetto”. Insomma, quel delinquente che a 17 anni si era già bruciato il cervello con l’eroina, fuma, fuma troppo… aggravando la malattia!

Che il cammino verso la morte non venga affrettata dall’insana abitudine del fumo…

 

Alfredo Sole scrive una serie di riflessioni che provano a “smontare” una a una le motivazioni del Tribunale, e varrebbe la pena di pubblicare tutte… Ve ne riporto ancora un brano, che tocca un aspetto che chissà se il giudice abbia solo sfiorato…

Provate a pensare questo, scrive guardando il suo compagno di cella nel quale prova a immedesimarsi…: “Mi trovo in carcere da quando ero un ragazzino, non ho visto nulla della vita, non ne ho avuto il tempo, sono affetto da una malattia incurabile che mi porterà alla morte. (…) e la mia sarà una morte lenta e durante questa lentezza perderò pezzi del mio corpo. Nonostante di me non resti ormai che l’ombra di quel che ero, non vogliono nemmeno darmi la possibilità di andare a morire a casa… Non sono sposato, non ho figli. Non ho nulla che possa dire: questo è mio! Mi rimangono solo i miei anziani genitori e il rimpianto di una gioventù bruciata!”.

La vita di Francesco si svolge ormai da tempo fra il letto e un virtuale piccolo corridoio che lo porti in bagno, e a volte neanche questo. “La sua mente è distrutta, così come il suo corpo e il suo spirito. L’uso prolungato di psicofarmaci lo ha portato ad annullare non solo il tempo che scorre, ma anche se stesso. Non ne può più fare a meno… Droghe potenti che lo Stato spaccia dentro le carceri e sono legali!

Però gli si punta il dito, anche nei rigetti, che da libero, da giovanissimo, ha fatto uso di droghe pesanti… ma quelle sono illegali… Questa persona è un guscio vuoto, che all’esterno dimostra l’età che ha, ma nel suo interno è rimasto il ragazzino che hanno arrestato. Ha fermato il tempo con gli psicofarmaci e con esso la possibilità di maturare e forse di comprendere appieno la gravità della sua malattia. Sa che dovrà morire, ma lo comprende veramente?”

Gli psicofarmaci. E’ l’unica cosa che in carcere non manca mai, mi disse una volta una volontaria. E “terrificante” definisce Alfredo la lista degli psicofarmaci che Francesco assume…

Ma il Tribunale giudica sufficienti le cure che in carcere Francesco riceve e irremovibile, conclude: “osservando che sicuramente il prevenuto è da ritenersi persona particolarmente pericolosa in ragione della tipologia della condanna in esecuzione (…) osservando infine come vi sia evidente pericolo di fuga, si è ragione della quantità di pena irrogata e deve essere espiata…”

E ditemi, siccome si tratta di condanna all’ergastolo, non è questa una condanna a “ tu qui devi morire?”. E di lentissima morte…

Ah, dimenticavo, la cosa forse più inquietante, sicuramente più grave dal punto di vista della garanzia del diritto. Il presidente del Tribunale di Sorveglianza che ha respinto il ricorso di Francesco contro la decisione del magistrato di sorveglianza, mi si scrive, è lo stesso magistrato di sorveglianza…

Non sto ad aggiungere altro sul fatto che sia una donna… che per altri, contestabili e arbitrari pensieri, si inerpicherebbe questo mio appunto…

Rimane una tristissima storia, su cui cade l’ombra paurosa del potere tremendo dell’uomo sull’uomo…


 

Lettera scritta Vittorio Da Rios dop la lettura del racconto di Claudio Conte sulla sua seduta di laurea

Fides

Voglio pubblicare oggi un testo assolutamente meraviglioso e che ho potuto conoscere grazie all’amica giornalista e scrittrice Francesca De Carolis. Questo testo è la lettera di commento e riflessione che Vittorio Da Rios ha scritto dopo avere letto il racconto che il nostro Claudio Conte -da poco trasferito da Catanzaro ad Oristano- ha scritto sul memorabile giorno della sua seduta di laurea.

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Caro Claudio ho letto con estremo interesse e  non lo nego commozione le tue  pagine ricevute da Francesca; infaticabile divulgatrice e interprete di straordinarie  storie come la tua. Ti dirò che da un po di tempo le cose che mi prendono prima ancora che culturalmente—l’anima e il mio essere nella sua cifra più profonda–, sono le pagine Scritte da uomini a cui la vita ingiustamente ha posto inanzi a indicibili calvari, e che si ritrovano sommersi a vita tra tonnellate di cemento e porte blindate, tipico prodotto di un archetipo culturale giuridico repressivo in cui è il soggetto singolo a dover darne
conto, non invece la organizzazione della società in cui e maturata la tragedia.

Da tempo fuori da qualsiasi –dogma—accademico mi pongo il problema delle responsabilità collettive anziché individuali. Della totale inutilità di grande parte dell’attuale paradigma culturale giuridico, come pure dell’immenso corpus legislativo. Mentre ti leggevo avevo come sottofondo l’audio delle omelie per me grande maestro di padre Ernesto Balducci, uno dei più grandi intellettuali della modernità che con la sua –svolta– antropologica ci ha insegnato  l’improcrastinabile necessità che l’umanità compia un balzo –evolutivo—oltre lo stesso archetipo culturale filosofico-scientifico-teologico-consumistico-produttivo che ha prodotto l’uomo rapinatore quanto genocidario di massa, e la costruzione di mai riscontrabili nella storia dell’ominide  sperequazioni sociali. Tempo a dietro scrissi una lettera a Carmelo Musumeci poi pubblicata nel suo diario da l’altra gemma verde che è Nadia Bizzotto nella quale lo esortavo di scrivere-scrivere; che i fogli che si trovano—sotto—la branda verranno tutti pubblicati e li ribadivo che non è un scrittore ombra, bensì un scrittore nella luce più vivida e illuminante citandogli Gramsci che in condizioni di indicibili sofferenze fisiche quanto psitiche ci ha donato opere di immenso valore culturale, filosofico, scientifico, storico, oltre che di straordinaria umanità. Cos’è che fa diventare un fuscello quercia se non le tribolazione e i calvari che la vita spesso ti getta addosso?

Caro Claudio so bene o quanto meno cerco di capire in tutta la sua estensione di sofferenza cosa significhi aver subito 27 anni di carcere e di un particolare quanto durissimo carcere. Il tuo racconto preparatorio alla discussione della tesi di laurea consumata nella sala del teatro del carcere mi ha profondamente colpito sia per lucidità espositiva e capacità di manipolare la materia in oggetto quanto per l’universo dei sentimenti che ne sono presenti, i tuo famigliari il papà, la mamma, le nipotine il vedergli assieme per la prima volta,  partecipi a un evento per loro forse impensabile anni fa di vederti laureato con 110 e lode e la menzione accademica Immagino per i tuo genitori di aver provato una gioia incommensurabile come certamente lo è stato anche per te. Figure come la tua come  quella di Carmelo, di Trudu e di altri diventino coscienza collettiva determinanti strumenti di presa d’atto della totale inutilità del carcere, e dell’ergastolo, e in particolare
dell’ergastolo ostativo. Livio Ferrari a cui si deve uno straordinario impegno quotidiano tra i carcerati nel suo ultimo libro—no prison—ovvero il fallimento del carcere, con criteri scientifici dimostra quanto sia urgente andare oltre il carcere.

In questo senso mi pare molto positivo la presenza di giuristi e costituzionalisti il cui agire va in questa direzione. Ma l’azione fondamentale da svolgersi sta nel fatto della necessità  della costruzione di uno stato di diritto che oggi non c’è, presente in tutte—le pieghe della società—che abbia autorità morale ed etica, e strumenti economici giuridici già previsti tra l’altro nel nostro dettato costituzionale in grado di prevenire che il cittadino cada in tragedia. Questo si attua con un immenso lavoro culturale e formativo dove la filosofia non deleteria sia fondamentale ai fini della costruzione appunto dello stato moderno ed efficiente che non è un a cosa astratta oramai divenuto quasi impercettibile ma punto di riferimento per tutti i suoi membri. Alcuni anni fa inviai una breve nota all’allora presidente del tribunale di sorveglianza di Venezia Tamburino, dove facevo alcune mie considerazioni sulla giustizia, e sul sistema repressivo-carcerario e mi permisi di citarli una  frase che è alla base della costruzione dell’uomo nuovo, inedito, planetario di Balducci:

“Se tu scegli di vivere facendo centro su di te hai voglia studiare, hai voglia diventare un luminare universitario
un premio Nobel, non capirai niente! Se tu scegli di mettere il centro di te fuori di te di metterlo questo centro tra le cose tra le creature tu hai la sapienza.”

La sapienza spesso sconosciuta e assente tra molti accademici e giuristi, legislatori, giudici, direttori di luoghi detentivi ecc.
impedisce scelte all’altezza delle esigenze dell’uomo del terzo millennio. E poi infine non potevo evitare di trascriverli una celebre poesia di Edgar Lee Master assai datata ma che conserva intatta la sua lapidaria attualità pubblicata ad inizio della premessa di un notevole lavoro del prof. Adriano Prosperi –la dea bendata—Einaudi 2008:

“Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati.
Ritta sui gradini di un tempio marmoreo
Una gran folla le passava inanzi,
alzando al suo volto il volto implorante.
Nella sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada,
colpendo ora un bimbo ora un operaio,
ora una donna che tentava di ritrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettate monete d’oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:
–non guarda in faccia nessuno–.
Poi un giovane col berretto rosso
Balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia eran tutte corrose
Sulle palpebre marce;
le pupille bruciate da un muco latteo
la follia di un’anima morente
le era scritta sul volto.
Ma la folla vide perché portava le bende.”

Caro Claudio un grande grazie per tutto quello che
ci hai donato e un augurio che diventi
Realtà non lontana nel tempo di poterti abbracciare –libero– come la tua straordinaria evoluzione culturale e intellettuale ampiamente dimostra ne da legittimità etico–giuridica.
Ti saluto fraternamente con una frase che Don Gallo scrisse a Carmelo –Su la testa sempre—
Un abbraccio e a presto.

Vittorio.

1° giugno 2016- Sciopero dei detenuti contro l’ergastolo ostativo- le adesioni da Catanzaro

finepenamai

Come avevo scritto nel precedente post, dal  primo giugno comincerà lo sciopero collettivo dei detenuti contro l’ergastolo ostativo. Una iniziativa, questa, partita dai detenuti del carcere di Catanzaro. 

Questa protesta ha  varie modalità di adesione (sciopero della fame, astensione dal vitto, “battiture”) e potrà essere appoggiato anche da “liberi” cittadini dall’esterno.

Riporto nuovamente il testo-manifesto di questa iniziativa:

——————————————————————————————————————e——————–

“L’ergastolo ostativo è il risultato di una imprevedibile interpretazione sfavorevole dell’art. 4 bisI OP affermatasi dal 2008-2009, e pertanto non applicabile retroattivamente ex art. 7 CEDU (Corte EDU, casi Kafkaris, Del Rio Prada, Contrada; Sezioni Unite della Cassazione, caso “Beschi” 2010 Corte Cost. sentt. n. 364/98 e 230/2012), e l’incostituzionalità dell’art. 4 bis1 come presunzione legale, come dimostrato dalla tesi di laurea di Claudio Conte (110 e lode con menzione accademica), Profili costituzionali in termini di ergastolo ostativo e benefici penitenziari, Uni-Cz, 2015 (in possesso del Garante nazionale detenuti prof. Mauro Palma, e del prof. Luigi Ventura, Preside della Facoltà di Giurisprudenza di Catanzaro e Relatore della tesi, che sollecitiamo il Ministero a convocare).

Da tale studio si evince che per superare l’abuso dell’ergastolo ostativo, non c’è bisogno di nuove leggi, ma di fare rispettare quelle esistenti, con una Circolare ministeriale interpretativa ai Giudici di sorveglianza.

I sottoscritti ergastolani/non ergastolani/liberi cittadini informano il Ministro che dal 1° giugno 2016 attueranno una protesta pacifica (garantita dalla Costituzione), finché Ella non ci farà sapere, anche tramite televisione, che è a conoscenza di tale studio, libero poi di ritenerlo fondato o infondato.

Ella deve sapere che nella civilissima Italia l’ergastolo ostativo  non è stato previsto dalla legge nel 1992 e che 1400 persone sono condannate a morire in carcere solo per una discutibile interpretazione opera di pochi giustizialisti, e migliaia di reclusi sono esclusi dalle misure alternative illegittimamente.

Modalità di adesione alla mobilitazione (nel testo che viene fatto circolare è presente una casella, accanto alle voci successive, che può essere barrata):

-Raccolta di firme da inviare al Ministro di Giustizia.

-Rifiuto del vitto dell’Amministrazione.

-Battitura dalle ore 16.00 alle ore 16.30 in carcere o in luoghi pubblici.

-Fermata al rientro dei passeggi (o sit-in/riunioni) dei cittadini liberi per10 minuti.

-Sciopero della fame.”


Adesso seguono le riproduzioni delle firme di adesione che sono giunte dal carcere di Catanzaro:

Firme1

firme2

firme4

firme5

firme6

 

1° giugno 2016- Sciopero collettivo dei detenuti contro l’ergastolo ostativo

protesta Catanzaro

Dal primo giugno comincerà lo sciopero collettivo dei detenuti contro l’ergastolo ostativo. Questa iniziativa è partita dai detenuti di Catanzaro. 

Questo scioperò avrà varie modalità di adesione (sciopero della fame, astensione dal vitto, “battiture”) e potrà essere appoggiato anche da “liberi” cittadini dall’esterno.

Il testo-manifesto di questa iniziativa è espresso dalla lettera che leggerete tra poco, inviata ufficialmente al Ministro Della Giustizia Orlando, ma da considerare anche patrimonio di conoscenza pubblica e coscienza civile.

Di seguito riporto la trascrizione di questo testo. L’immagine che accompagna il post è la riproduzione del volantino di adesione.

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L’ergastolo ostativo è il risultato di una imprevedibile interpretazione sfavorevole dell’art. 4 bisI OP affermatasi dal 2008-2009, e pertanto non applicabile retroattivamente ex art. 7 CEDU (Corte EDU, casi Kafkaris, Del Rio Prada, Contrada; Sezioni Unite della Cassazione, caso “Beschi” 2010 Corte Cost. sentt. n. 364/98 e 230/2012), e l’incostituzionalità dell’art. 4 bis1 come presunzione legale, come dimostrato dalla tesi di laurea di Claudio Conte (110 e lode con menzione accademica), Profili costituzionali in termini di ergastolo ostativo e benefici penitenziari, Uni-Cz, 2015 (in possesso del Garante nazionale detenuti prof. Mauro Palma, e del prof. Luigi Ventura, Preside della Facoltà di Giurisprudenza di Catanzaro e Relatore della tesi, che sollecitiamo il Ministero a convocare).

Da tale studio si evince che per superare l’abuso dell’ergastolo ostativo, non c’è bisogno di nuove leggi, ma di fare rispettare quelle esistenti, con una Circolare ministeriale interpretativa ai Giudici di sorveglianza.

I sottoscritti ergastolani/non ergastolani/liberi cittadini informano il Ministro che dal 1° giugno 2016 attueranno una protesta pacifica (garantita dalla Costituzione), finché Ella non ci farà sapere, anche tramite televisione, che è a conoscenza di tale studio, libero poi di ritenerlo fondato o infondato.

Ella deve sapere che nella civilissima Italia l’ergastolo ostativo  non è stato previsto dalla legge nel 1992 e che 1400 persone sono condannate a morire in carcere solo per una discutibile interpretazione opera di pochi giustizialisti, e migliaia di reclusi sono esclusi dalle misure alternative illegittimamente.

Modalità di adesione alla mobilitazione (nel testo che viene fatto circolare è presente una casella, accanto alle voci successive, che può essere barrata):

-Raccolta di firme da inviare al Ministro di Giustizia.

-Rifiuto del vitto dell’Amministrazione.

-Battitura dalle ore 16.00 alle ore 16.30 in carcere o in luoghi pubblici.

-Fermata al rientro dei passeggi (o sit-in/riunioni) dei cittadini liberi per10 minuti.

-Sciopero della fame.

Lettera al Garante della privacy… di Domenico Papalia

garrincha

Il nostro Domenico Papalia -detenuto da qualche tempo nel carcere di Oristano- ha inviato una lettera di protesta al Garante per la privacy, denunciando come venga, nel suo caso, violata anche la parte di diritto alla privacy che permane nello stato di carcerato.

Di seguito potrete leggere il testo di questo reclamo.


Al Sig. Presidente Garante della privacy on. Antonello Soro

Piazza Montecitorio 121      00186   Roma

OGGETTO: Segnalazione di violazione sulla privacy del diritto residuo alla riservatezza del detenuto.

Il sottoscritto Papalia Domenico, nato a Platì (RC) il 18/04/1945, detenuto nella Casa di Reclusione di Massama- Oristano.

Si rivolge alla sua istituzione per segnalare la violazione del residuo alla libertà intellettuale e di pensiero mediante degli scritti, che pur sempre deve essere garantita costituzionalmente alle persone private della libertà personale e di movimento esponendo quanto segue:

-Il ricorrente è detenuto in espiazione della pena dell’ergastolo ininterrottamente dal 08/03/1977.

-Da circa 13 anni è stato autorizzato in tutti gli istituti carcerari della Repubblica a fruire e a fare uso del computer con stampante personale per motivi di studio.

-Il 25 agosto 2015 è stato trasferito dal carcere di Nuoro all’attuale casa di Reclusione di Massama/Oristano. Qui, dopo tanti ostacoli, è stato autorizzato al possesso del computer personale, mentre gli è stata negata l’autorizzazione della stampante personale.

-Avendo la necessità di stampare il contenuto dei lavori che produce con il computer per motivi di studio, essendo iscritto all’Ateneo di Pisa nella facoltà di scienze politiche (corso di scienze sociali) nonché appunti difensivi e istanze dirette alle autorità giudiziarie competenti ed ai propri legali.

-Ed ancora, sta scrivendo un libro di prossima pubblicazione, con la collaborazione del giornalista Francesco Kostner, con il quale vi è uno scambio epistolare frequente con le bozze elaborate da correggere e da integrare di volta in volta.

-Per stampare il contenuto delle attività anzidette il Direttore dell’istituto di Massama/Oristano, per non autorizzare l’uso e il possesso della stampante personale direttamente al detenuto, ha delegato un Ispettore della polizia penitenziaria il quale copia su un CD-DVD il contenuto di tutto ciò che il ricorrente scrive sul proprio computer, poi legge il contenuto decidendo la idoneità su quale file dare l’ok di stampa e su quale porre il veto. Superato questo vaglio procede all’operazione di stampa con una stampante dell’amministrazione penitenziaria. Il contenuto copiato sul CD-DVD da pc rimane in possesso dello stesso ispettore sul suo computer con il quale procede alla stampa, non sapendo né l’uso che ne fa, né la sua fine.

-L’istante, non essendo sottoposto ad alcun provvedimento di censura giudiziaria, ha sollevato dei rilievi in violazione della privacy sul metodo usato dall’Ispettore addetto alla stampa e, per tutta risposta, è stato applicato un giro di vite vietando di stampare le lettere, le istanze, le proteste ed i progetti rieducativi e di lavoro da inviare agli avvocati, ai magistrati, agli enti pubblici ed altri soggetti privati per qualsiasi motivo difensivo-beneficio-lavoro-sociale, sia esso a titolo sociale che di tutela dei propri diritti- però le modalità di stampa sopracitate restano invariate soltanto per motivi di studio e di lavoro, ma pure sempre vengono lette e controllate in modo indebito- anche gli appunti difensivi e gli atti processuali con le relative strategie di difesa memorizzate in precedenza nel computer, e che spesso ha necessità di stampare per motivi di difesa vengono lette indistintamente.

-Tanto è vero che la presente istanza è stata vietata su stampa al computer dallo stesso ispettore addetto alle stampe, dovo averla visionata e letta.

Per quanto fin qui esposto il ricorrente ritiene che vi sia fondato motivo della violazione del diritto alla privacy, sia per lo studio, sia per il diritto alla difesa e sia per la scrittura in corso del libro, le cui bozze preliminare non possono essere lette da chicchessia prima della pubblicazione.

CHIEDE

A codesta autorità affinché intervenga con adeguati strumenti e misure di tutela a garanzia dello scrivente emettendo apposito provvedimento di richiamo alla norma vigente in materia, e di sanzione nei confronti del Direttore della Casa di Reclusione di Massama/Oristano (Dr. Pierluigi Farci) per violazione del diritto alla privacy nei confronti di un soggetto privato della libertà personale e che continua, nonostante lo status detentivo, a mantenere un diritto residuo costituzionale nello svolgimento delle proprie facoltà intellettuali e di espressione del libero pensiero attraverso degli scritti all’interno di uno Stato democratico.

Ringrazia con ossequi.

Massama, 24/02/2016

Domenico Papalia

Clessidra senza sabbia… dagli ergastolani ostativi di Opera

clessidra
“Clessidra senza sabbia” è una riflessione sul fine pena mai nata da un gruppo di ergastolani ostativi del carcere di Opera. Una riflessione che è anche una proposta per uscire dall’annientamento del carcere a vita. Questa riflessione, pubblicata in formato digitale da Stampa Alternativa, è scaricabile al seguente indirizzo:

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