Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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“Mio padre ucciso da un tumore. Lo hanno lasciato morire in cella”… di Francesca De Carolis

Pubblico oggi questo articolo della nostra Francesca De Carolis.

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«Io chiedo a voi aiuto e giustizia, perché non capisco questo accanimento contro mio padre», così si rivolge – con una lettera indirizzata all’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini – il figlio di un detenuto che morì consumato da un tumore in cella nonostante fosse incompatibile con il carcere. Si chiamava Giuseppe D’Oca e, malato di tumore ai polmoni, era detenuto nel carcere di Vigevano per scontare l’ergastolo. Il 2 agosto 2016 è venuto a mancare all’età di 59 anni presso l’azienda ospedaliera di Pavia. Giuseppe era giunto in ospedale in condizioni oramai compromesse, nonostante la continua richiesta di incompatibilità il regime penitenziario. Secondo la Corte d’Assise che rigettò la richiesta, l’ergastolano non solo era compatibile, ma addirittura la sua perdita di peso sarebbe stata imputabile unicamente a un problema di portesi dentaria.

Il tumore di Giuseppe D’Oca, durante la sua permanenza in carcere, avanzava sempre di più. Già a fine 2014 si vedeva che non stava bene e i famigliari hanno fatto una richiesta al tribunale per chiedere l’incompatibilità con il carcere, ma gli è stata negata. Da quel momento in poi è andato sempre peggiorando, dimagrendo visibilmente, non mangiando più. I medici del carcere – secondo la testimonianza dei famigliari- dicevano che Giuseppe faceva finta. La Corte d’Assise d’Appello di Milano nel 2015 aveva negato il trasferimento dell’ergastolano ad altro regime di detenzione, suggerendo l’acquisto di una dentiera, perché, nel frattempo, a causa di una piorrea il detenuto aveva perso l’intera dentatura. Era quello, secondo i magistrati, il motivo del dimagrimento.

A quel punto la moglie aveva scritto al Partito Radicale. Una militante radicale ha raccolto l’urlo di dolore e si era presentata davanti al carcere di Vigevano. Alla richiesta di poter parlare con Giuseppe D’Oca, è stata invece indirizzata alla sezione femminile, vietando di fatto al detenuto di poter dimostrare il suo malessere che piano piano se lo stava divorando dall’interno.

A quel punto i familiari pagarono un neurologo per effettuare una visita specialistica. Il medico aveva riscontrato che era incompatibile con il carcere. Ma niente da fare: secondo le autorità, D’Oca poteva essere curato in cella. In pochi mesi dimagrì di 40 Kg e fu ricoverato urgentemente il 28 maggio del 2016 perché il suo deperimento era talmente clamoroso da destare le preoccupazioni del medico di turno. Ma era troppo tardi: dopo due mesi è morto.

La condizione fisica nel quale arcon rivò in ospedale era già compromessa. Così, infatti, si evince dalla cartella clinica redatta dall’ospedale: “Inviato dal medico del carcere per astenia ed inappetenza da 20 giorni. Paziente in terapia con Augmentin, Clotrimazolo, Meritene, Mirtazapina, Zoloft, Contramal Gtt, Theodur, Asa 100, Antra, Valdrom, Rivotril, Floster Spray, Tavot”. In data 6 giugno del 2016 l’esame concludeva indicando una “possibile lesione neoplastica polmonare”.

Nel referto si legge come “il quadro funzionale respiratorio in condizioni basali evidenzia una sindrome disventilatoria di tipo ostruttivo di marcata entità”. Sempre dalla cartella clinica, si legge che in data 9 giugno subisce un intervento e viene riscontrato che il tumore maligno si era oramai diffuso in maniera incurabile. Lo stesso magistrato di sorveglianza per disporre un provvedimento di “differenziazione dell’esecuzione della pena” ha riscontrato che al momento del ricovero “le condizioni del soggetto sono gravemente compromesse”.

I famigliari del detenuto hanno presentato recentemente un esposto alla Procura per chiedere giustizia. Il dubbio è quello che un ricovero ospedaliero più tempestivo, avrebbe probabilmente consentito ai sanitari di intervenire su un fisico meno compromesso aumentando la possibilità di salvarlo. Non vogliono cancellare le colpe del loro caro quando era in vita, ma vogliono sapere se qualcuno ha sbagliato nel non riscontrare in tempo l’insorgere della malattia.

 

Il carcerato ‘a pezzi’ e il magistrato che si dà ragione… di Francesca De Carolis

Pubblico oggi questo pezzo di Francesca De Carolis.

La storia che racconta Francesca è quella di Francesco, un detenuto del carcere di Opera, con il corpo che sta andando a pezzi per via di una malattia considerata incurabile. Francesco vorrebbe solo tornare a casa per vivere il tempo che ancora ha da vivere, in lbertà e con i suoi genitori.

Ma il Giudice di Sorveglianza ritiene che debba stare ancora in carcere, che sia un soggetto “in pericolo di fuga” e poi.. le cure in carcere sono adeguate..

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Un po’ di pazienza, ma anche oggi sono qui a parlarvi di carcerazioni. Perché sono tante le vite che si vorrebbe lasciar morire nel nulla, ma c’è chi da quel nulla si ostina a inviare richiami, che sono sussurri, che sono urla…

E come un urlo arriva dal carcere di Opera la terribile storia di Francesco. Mi arriva con la lettera del suo compagno di cella, Alfredo Sole, che qualcosa chiede si faccia per questo suo compagno, malato “anzi direi a pezzi, letteralmente”. Perché Francesco è affetto dal morbo di Burge. Patologia terribile, incurabile. Le arterie si atrofizzano, si seccano fino a morire. E piano piano si perdono parti del corpo, che la malattia porta alla necrosi. Prima le estremità, poi gli arti, su su fino ad attaccare gli organi interni e morirne. A Francesco è già stato amputato un pezzo di piede. Nulla da fare per lui se non cercare di rallentare il percorso di una malattia senza scampo.

Francesco è stato arrestato quando aveva poco più di diciotto anni, nel 1991. In carcere ne ha già passati ventisei, di anni. Ha fatto richiesta di arresti ospedalieri o domiciliari, per provare una cura sperimentale. Per illudersi di potersi curare… Ma la richiesta è stata respinta dal magistrato di sorveglianza, ed è stato respinto anche il ricorso che contro questa decisione Francesco ha fatto al Tribunale di sorveglianza . La motivazione, “come da prassi”: persona “pericolosa e evidente pericolo di fuga”.

Già, perché Francesco ha compiuto gravi reati quando non era ancora maggiorenne. Ma, faccio miei l’interrogativo e la riflessione del suo compagno di cella: “per stabilire se una persona è pericolosa o no, cosa bisognerebbe valutare?

Se oggi quella persona è costretta a stare a letto perché privo di una parte del suo arto inferiore, per una patologia che lo porterà a perdere altri pezzi, poi alla morte certa, se quella persona è stata arrestata per reati che risalgono a quando aveva diciassette anni, e ha passato in carcere molto più degli anni della sua vita libera, come si stabilisce che è pericolosa?”

Ma semplice… “La solita novella…, se si commettono reati gravi, nonostante sia passato più di un quarto di secolo, bisogna continuare a giudicare quella persona attraverso la vecchia documentazione e non certo attraverso un’analisi della persona che è oggi”.

Insomma nulla, proprio nulla sembra si guardi a quello che nel frattempo, in questi ventisei anni, ne è stato di Francesco… Cosa abbia fatto, che so… se abbia seguito percorsi rieducativi, se li abbia rifiutati, se preghi, se maledica ogni giorno quella sua vita, se e quanto possa correre per fuggire via con quella malattia che se lo sta mangiando vivo… Nulla di nulla. Insomma Francesco è stato cattivo, cattivissimo, e questo non può che essere per sempre!

Anzi, cattivo lo è forse diventato di più. “Non può non evidenziarsi come l’atteggiamento di rifiuto di smettere di fumare posto in essere dal condannato, comporti conseguenze gravissime per la patologia dalla quale il medesimo risulta affetto”. Insomma, quel delinquente che a 17 anni si era già bruciato il cervello con l’eroina, fuma, fuma troppo… aggravando la malattia!

Che il cammino verso la morte non venga affrettata dall’insana abitudine del fumo…

 

Alfredo Sole scrive una serie di riflessioni che provano a “smontare” una a una le motivazioni del Tribunale, e varrebbe la pena di pubblicare tutte… Ve ne riporto ancora un brano, che tocca un aspetto che chissà se il giudice abbia solo sfiorato…

Provate a pensare questo, scrive guardando il suo compagno di cella nel quale prova a immedesimarsi…: “Mi trovo in carcere da quando ero un ragazzino, non ho visto nulla della vita, non ne ho avuto il tempo, sono affetto da una malattia incurabile che mi porterà alla morte. (…) e la mia sarà una morte lenta e durante questa lentezza perderò pezzi del mio corpo. Nonostante di me non resti ormai che l’ombra di quel che ero, non vogliono nemmeno darmi la possibilità di andare a morire a casa… Non sono sposato, non ho figli. Non ho nulla che possa dire: questo è mio! Mi rimangono solo i miei anziani genitori e il rimpianto di una gioventù bruciata!”.

La vita di Francesco si svolge ormai da tempo fra il letto e un virtuale piccolo corridoio che lo porti in bagno, e a volte neanche questo. “La sua mente è distrutta, così come il suo corpo e il suo spirito. L’uso prolungato di psicofarmaci lo ha portato ad annullare non solo il tempo che scorre, ma anche se stesso. Non ne può più fare a meno… Droghe potenti che lo Stato spaccia dentro le carceri e sono legali!

Però gli si punta il dito, anche nei rigetti, che da libero, da giovanissimo, ha fatto uso di droghe pesanti… ma quelle sono illegali… Questa persona è un guscio vuoto, che all’esterno dimostra l’età che ha, ma nel suo interno è rimasto il ragazzino che hanno arrestato. Ha fermato il tempo con gli psicofarmaci e con esso la possibilità di maturare e forse di comprendere appieno la gravità della sua malattia. Sa che dovrà morire, ma lo comprende veramente?”

Gli psicofarmaci. E’ l’unica cosa che in carcere non manca mai, mi disse una volta una volontaria. E “terrificante” definisce Alfredo la lista degli psicofarmaci che Francesco assume…

Ma il Tribunale giudica sufficienti le cure che in carcere Francesco riceve e irremovibile, conclude: “osservando che sicuramente il prevenuto è da ritenersi persona particolarmente pericolosa in ragione della tipologia della condanna in esecuzione (…) osservando infine come vi sia evidente pericolo di fuga, si è ragione della quantità di pena irrogata e deve essere espiata…”

E ditemi, siccome si tratta di condanna all’ergastolo, non è questa una condanna a “ tu qui devi morire?”. E di lentissima morte…

Ah, dimenticavo, la cosa forse più inquietante, sicuramente più grave dal punto di vista della garanzia del diritto. Il presidente del Tribunale di Sorveglianza che ha respinto il ricorso di Francesco contro la decisione del magistrato di sorveglianza, mi si scrive, è lo stesso magistrato di sorveglianza…

Non sto ad aggiungere altro sul fatto che sia una donna… che per altri, contestabili e arbitrari pensieri, si inerpicherebbe questo mio appunto…

Rimane una tristissima storia, su cui cade l’ombra paurosa del potere tremendo dell’uomo sull’uomo…


 

Brani di lettere dalle carceri… raccolte da Carmelo Musumeci

Carceros

La nostra Francesca De Carolis ha scritto un pezzo dove sono contenuti brani estratti da lettere che vari detenuti hanno scritto a Carmelo Musumeci.

Volentieri pubblichiamo questo pezzo.

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Leggete… brani di lettere, da carceri sparse qua e là… raccolte da Carmelo Musumeci, Luoghi e persone diverse…un unico grande inferno…

Viene voglia di staccare la spina e smettere di elemosinare un po’ di speranza.
(Frase scritta sulla parete di una cella di un ergastolano).

Penso che il carcere sia un’invenzione stupida perché non migliora ma invece peggiora i suoi abitanti, mentre non stimola nessuna riconciliazione fra vittima e carnefice. Inoltre, dopo tanti anni di carcere, la pena non ha più nulla a che vedere con il recupero sociale.
Questa è la prima estate senza Marco Pannella e la sua mancanza si sente. Credo che ad agosto nessun politico di spessore girerà per le carceri come faceva lui per ricordare che in Italia esistono ergastolani per i quali, attualmente, non è prevista la concessione di alcun beneficio. E per questi reclusi la condanna all’ergastolo risulta fissa ed immodificabile.
La nostra Costituzione assegna alla pena una funzione rieducativa e non vendicativa. Ma quale beneficio rieducativo potrà mai apportare una pena perpetua? La pena dell’ergastolo, più che imprigionare il corpo, uccide la vita perché è, nello stesso tempo, una pena di morte e una tortura. E non è facile migliorare e cambiare quando hai solo la possibilità d’invecchiare, morire e soffrire in una cella. In questa torrida estate ho pensato di scrivere ad alcuni ergastolani sparsi nelle nostre Patrie Galere per raccogliere pensieri e testimonianze e farli conoscere all’opinione pubblica. Ecco cosa mi hanno scritto alcuni di loro:
– Gli ergastolani più fortunati si creano ogni giorno un mondo interiore costruito sul sale di tutte le loro lacrime. Io, invece, mi sono stancato di sperare. È meglio non avere speranza che nutrirne di false. Tanto, con la condanna all’ergastolo, la vita non vale più nulla: (…) ciò che ti rimane è solo il passato. E ogni giorno che passa non è uno in meno da scontare. Carmelo, mi sono arreso, o, meglio, me ne frego. Che facciano quello che vogliono. Ormai ho 58 anni, potrei vivere altri dieci anni e arrivare a circa a 70 anni; quindi uscirò da morto. Con la pressione che mi ritrovo, se penso all’ergastolo ostativo, morirò prima. Meglio non pensarci. Adesso che Marco Pannella è morto non è facile che trovino uno che lo possa sostituire. Come vedi ci va tutto male.

(Salvatore, da 33 anni in carcere, detenuto a Termini Imerese).

– Un compagno, che è in cella con me e al quale mancano solo un paio di mesi prima di uscire, si è confidato e mi ha detto che i secondi gli stanno sembrando minuti, i minuti ore, le ore giorni ed i mesi anni. Gli ho risposto: “Per fortuna che io ho l’ergastolo e non ho bisogno di contare né i giorni, né i mesi, né gli anni. Conto solo i capelli bianchi che mi stanno venendo”. Il mio compagno ha annuito. Poi ha amaramente sorriso. E alla fine abbiamo riso insieme, anche se non c’era nulla da ridere perché, con questa pena, la vita diventa peggiore della morte.

(Giuseppe, da 28 anni in carcere, detenuto a Nuoro).

– Ciao Carmelo, qui continua la calma piatta più totale e un caldo disumano contribuisce alla stasi. Nessuno cucina più: l’idea di accendere il fornello ci terrorizza. Già la notte sto incominciando a dormire a terra, e chi se ne frega degli scarafaggi. Tutta colpa di queste dannate bocche di lupo in plexiglass: sembra di stare in una serra. Per assurdo, all’aria fa più fresco anche in pieno sole. Infatti, ormai, alla fine ci ritroviamo un po’ tutti a sonnecchiare e a cercare di assorbire il fresco del cemento negli angoli più bui.

(Pasquale, da 30 anni in carcere, detenuto a Spoleto).

– Caro Carmelo, un compagno di qui, circa un mese fa è stato a Sollicciano per un’udienza. L’hanno messo con un detenuto dicendo che stava un po’ giù. Lui ci ha chiacchierato, ha tentato di tirarlo su e sembrava che si fosse rasserenato. Il secondo giorno il compagno è voluto scendere all’aria. È risalito neanche dopo dieci minuti, perché gli era montata l’ansia. Tornato in sezione ha trovato il suo compagno di cella morto impiccato. La guardia non se n’era accorta e, per quanto sia stato inutile, sono stati i detenuti a tentare di rianimarlo. La guardia era inibita dalla paura e inizialmente non è arrivato nessun medico. Per il nostro compagno è stata una brutta esperienza: mentre ce la raccontava piangeva.

(Alberto, da 28 anni in carcere, detenuto a San Gimignano).

– Caro Carmelo, mi trovo nel carcere di Livorno. Ho già chiesto di poter parlare con il coordinatore responsabile della sezione e, molto probabilmente, finirò in isolamento nelle celle di punizione perché non ho nessuna intenzione di stare in tre in una cella che è stata costruita per un detenuto. Mi hanno già informato che a chi sceglie questa strada gli viene fatto rapporto e denuncia.
Appena sono arrivato ho capito che aria tirasse. Per dirtene una: qua nessuno può tenere un solo rasoio usa e getta nella cella. Tutte le volte che uno vuole farsi la barba deve chiedere il rasoio alla guardia di turno e, per di più, solo dopo le 9 del mattino. All’unico accappatoio che avevo e ad un giubbino ho dovuto tagliare il cappuccio. A me sembra di rivivere i primi giorni dell’arresto.

(Roberto, da 23 anni in carcere, detenuto a Livorno).

– Carmelo, ho letto tutto quanto mi hai mandato e, pur se i tuoi scritti mi aiutano a vedere in positivo, in questo posto, dove sembra assente anche l’eco di una campana, non si può certo avere un minimo di gioia. Qui la vita è triste, monotona, i giorni sono diventati lunghi e le notti ancora di più. Prima per le condizioni carcerarie e poi perché da circa tre mesi non sto bene con la salute. Sono ripiombato nel buio più totale: non faccio nulla dalla mattina alla sera, non mi confronto più con nessuno, non metto in gioco né i miei pregi, né i miei difetti. Carmelo, non riesco più a odiare nessuno e questo non fa altro che farmi ammalare perché se prima imprecavo e odiavo questo mi dava la giusta carica per sopravvivere, mentre adesso che non impreco e non riesco a odiare mi sento morire ogni giorno. Ciò che non so più rivolgere verso gli altri lo uso contro di me. E sono certo che questo mi porterà al disfacimento.

(Giuseppe, da 26 anni in carcere, detenuto a Sulmona).

– Caro Carmelo, mi trovo nella cella cosiddetta liscia, senza TV, né luce, addirittura con la finestra saldata che non si può aprire, i muri imbrattati di feci e così via. Roba che ti fa rabbrividire. È veramente una vergogna che ancora oggi esistano queste realtà.
(Mimmo, da 31 anni in carcere, detenuto a Carinola).

– Carmelo, qui fa caldo… non si respira e di aprire le celle non se ne parla proprio. Non so nemmeno cosa sto scrivendo… il caldo non mi fa concentrare e purtroppo sono un paio di giorni che non sto bene… mi sembra tutto inutile, insensato. Questa condanna maledetta mi sta devastando l’anima, mi sembra di aver perso le forze. Sarà il caldo, sarà la “carcerite cronica” che ho? Boh!
(Giovanni, da 23 anni in carcere, detenuto a Sulmona).

– Ciao Carmelo, come stai? Io un po’ incasinato. Ho preso una denuncia per minaccia a Pubblico Ufficiale. Pensi che sarà valutata in modo negativo? Ho fatto l’istanza per Volterra: cavolo meno male che qui si stava bene! Mi stanno martellando: ho già subito quattro perquisizioni in un mese. Alla fine sono scoppiato, ma credo che sia umano quando vedi trattare la tua roba personale come stracci. Mi hanno preso di mira, ma io non so cosa vogliono da me. Mi faccio la mia galera senza disturbare nessuno, mi alleno, ascolto la musica, scrivo, leggo e non faccio comunella con nessuno. Il vice comandante mi ha detto: “Da quarant’anni faccio questo lavoro e so riconoscere un criminale da uno sbandato”. Vorrei tanto capire da dove, anzi, in che modo ha dedotto che io sia un criminale dato che mi ha visto una volta. Comunque, cosa mi consigli Carmelo?
(Massimiliano, da 21 anni in carcere, detenuto a Porto Azzurro).

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova Agosto 2016

Torturiamo appena appena.. uccidiamo poco poco.. una volta sola… di Francesca De Carolis

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Pubblichiamo oggi questo pezzo acuto, lucido, onesto della nostra Francesca De Carolis.

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PESTAGGIO SEMPLICE O TORTURA? E LA TORTURA SONO SOLO BOTTE?

Il reato di tortura che in Italia non c’é. Non c’è il reato, sia chiaro. La tortura, qualche rara volta scopriamo che esiste e viene praticata molto più spesso di quanto riusciamo a sapere. Azzeccagarbugli parlamentari a litigano sugli aggettivi che debbono qualificare la tortura per renderla punibile. Ma il blitz della polizia alla scuola Diaz di Genova, G8 del 2001, “deve essere qualificato come tortura” -senza aggettivi- decide la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia anche perché non ha una legge per punire il reato di tortura. La discussione in parlamento sull’introduzione del reato di tortura va in vacanza. Ma sono tanti a ricordare che, anche se è estate, il dolore non va in vacanza, né dovrebbe la giustizia..

Le parole… sembra proprio che a volte facciano tanta paura, per tutta la storia che sottendono. Tanta paura da far venire l’idea, per difendersene, di provare a distorcerne il significato. Quale tentazione più forte in un paese i cui legulei tanto bene Manzoni ha tratteggiato nella figura dell’avvocato Azzeccagarbugli, così pronto a mescolare carte e parole, per tirar fuori dai guai chi ha fatto qualche bravata di troppo…
“…Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente.(…)”

Pensando e ripensando al tanto agitarsi nel nostro parlamento intorno alla parola “tortura”… che a quasi trent’anni dalla precisa definizione che ne ha dato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ( che l’Italia ha ratificato) oggi nel nostro paese ancora sembra non sia chiaro cosa debba intendersi. E davvero imbarazza ripercorrere il dibattito che c’è stato.

Solo un appunto, per ricordare che si era passati da una prima versione in cui per “individuare” il delitto si richiedevano “violenze e minacce”, ad una in cui occorrerebbero “minacce gravi e violenze reiterate” e la necessità di un “verificabile trauma psichico”, in luogo delle “acute sofferenze psico-fisiche” previste in origine. Roba da legulei, appunto, e piuttosto in malafede.
Mi fermo solo su un punto: la tortura sarebbe reato se c’è violenza reiterata. Distinguendo dunque da tortura diciamo “semplice” (una tantum?). Come dire: se si è pestati a sangue, se si è obbligati in “posizione vessatoria di stazionamento o di attesa”, da distinguere dalla “posizione vessatoria di transito”…. se si è costretti ad accucciarsi a quattro zampe come un cane e percossi con calci nel sedere, percossi alle testa, ai genitali e alle gambe (scusate la mancanza di fantasia, ho ripreso le testimonianze dei ragazzi a Bolzaneto), ma questo accade una sola volta… non è tortura! Magari solo un po’ di cattiveria…

Per assurdo, ma neanche poi tanto, se la logica è questa, si potrebbe arrivare a ipotizzare tipologie di “torture-non-torture”: chiudiamo ad esempio una persona in una stanza, lasciamo che ogni giorno passi qualcuno, ma che sia ogni giorno persona diversa, a infliggere al malcapitato una quota di violenza… la responsabilità penale è personale, sarà pure tortura la sommatoria delle violenze che la disgraziata vittima subisce, ma difficile, praticamente impossibile, imputare qualcuno del relativo reato.
Vedete? Non è difficile entrare nella mentalità del “leguleio”…

Eppure neanche questo è bastato. Di tortura nel nostro ordinamento ancora non si può parlare. Tutto è rinviato. Ma rimane il voler fare scempio del significato delle parole.
Eppure, “i vocaboli non mutano le cose, ancorché facciano confusione nelle parole, e negli animi di chi non intende più oltre” ( citazione da una lettera di Giovani Della Casa).

Ancorché si faccia confusione nelle parole… la sostanza delle cose è il pensiero, neanche nascosto da parte di chi si oppone all’introduzione dell’impronunciabile reato, che perfino con tutti i “correttivi” ideati, l’introduzione del reato di tortura legherebbe troppo le mani alle forze dell’ordine perché potrebbe comprimerne “l’operatività […] nel contesto complesso nel quale dovrebbero venire a trovarsi”. Come dire: lasciateci mano libera e non pretendete che si vada troppo per il sottile, se dobbiamo mantenere l’ordine… Che non può essere, che non è, pensiero a cui tutti, nelle forze dell’ordine, s’informano.
Una parentesi. Personalmente sono convinta, da quando della vita in carcere ho letto e ascoltato un po’, che introdurre il reato di tortura comporterebbe il ripensamento di tempi e modi di tante nostre detenzioni “speciali”… Ma su questo si tornerà in altra occasione.

A un gatto randagio che salta dai ‘classici’ ai cartoon ( che linguaggi di mezzo non ne conosce) viene in mente un Carosello che imperversava a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta… la serie di avventure del pirata Salomone che con la sua ciurma scorrazza per i mari alla ricerca di tesori nascosti. La trama grosso modo sempre la stessa: ogni volta i pirati fanno prigioniero un nemico che proprio non vuole rivelare dove si trovi il tesoro. E ogni volta l’impaziente pirata Mano di Fata, sollecita: “Capitano, lo vogliamo torturare?”.
Per fortuna che Salomone è pirata pacioccone, e ogni volta lo trattiene: “ Porta pazienza…”, e spiega che per fare aprire bocca al prigioniero c’è un metodo secondo lui migliore e sicuramente più raffinato della rozza tortura: una dolcissima amarena.
Ma non è più tempo di amarene. Quanto pacioccone sarebbe oggi il capitano Salomone? “Porta pazienza… – magari direbbe- torturiamo appena appena … uccidiamo poco poco… una volta sola…”

Un pensiero, alle immagini tremende di vittime che tutti abbiamo visto. Pensando anche a quelle di cui poco o nulla si sa, intorno alle quali non si è mossa l’attenzione che parenti coraggiosi ( madri, sorelle che non si arrendono) hanno saputo smuovere. Che magari una volta sola sono stati malmenati, una volta sola soffocati. Che una volta sola sono morti.
La discussione in parlamento sull’introduzione del reato di tortura va dunque in vacanza. Ma sono tanti a ricordare che, anche se è estate, il dolore non va in vacanza, né dovrebbe la giustizia…

Ergastolani senza scampo, libro, quotidianità, l’ora dei limoni neri… di Francesca De Carolis

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Pubblico anche sul nostro blog il pezzo di Francesca De Carolis dove, la nostra grande amica, parla del recente libro scritto da Carmelo Musumeci insieme al professore Andrea Pugiotto, “Ergastolani senza scampo”.

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“Lo spirito di vendetta non ha copertura costituzionale”. Appuntando sul taccuino questa frase, dalla prefazione di Gaetano Silvestri (che è stato presidente della Corte Costituzionale) a un libro da tenere d’occhio, in questi tempi di smarrimenti… in cui prima vittima è la nostra coscienza critica… “Gli ergastolani senza scampo”, il titolo. Carmelo Musumeci e Andrea Pugiotto gli autori. Ergastolano il primo, docente di Diritto costituzionale il secondo.
E siccome randagiando lungo sentieri delle nostre carceri quotidiane ho incontrato sia l’uno che l’altro, ero davvero curiosa di questo intreccio di linguaggi, diversi e pure legati da una simile passione del sentire e del fare…
“Forse continuo a respirare perché non ho il coraggio di morire”. Così testimonia Musumeci (detenuto dal 1991, che in carcere si è laureato, e da anni anima una campagna contro l’ergastolo) attraverso pagine di un diario, che è a tratti battibecco con il proprio cuore.

Con quella parte viva di sé, che rimane la sola con cui liberamente parlare e confrontarsi, in un luogo che tutto intorno vuole morto. Dove ci si chiede “a che serve essere vivo se non puoi più esistere?”. Dove la speranza “è un veleno che mi sta intossicando da un ventennio”. Sono, quelle di Musumeci, le pagine di un diario che scandiscono il tempo della giornata, dal mattino che “ho sempre paura di svegliarmi”, alla notte che “finalmente il filo dei pensieri si spezza”.
Raccontando la vita che non c’è, smentiscono la bugia, che con una certa malafede viene messa in giro, che l’ergastolo non lo sconta nessuno. In questo nostro paese dove degli ergastolani la stragrande maggioranza è fatta di “ostativi”, cioè persone escluse da benefici di legge e quindi condannate a una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo “collaborando utilmente” con la giustizia, altrimenti dal carcere destinati a uscire solo da morti. E più spesso di quanto non si dica in giro, dentro quelle mura suona “l’ora dei limoni neri”…

A spiegare i tanti profili di illegittimità costituzionale dell’ergastolo, con l’attenta cura che gli è propria, meticolosa e lieve a un tempo, Andrea Pugiotto. “Caino va certamente punito, ma da uno Stato di diritto che rispetti la propria legalità costituzionale”. Cosa, questa dello Stato che rispetti la propria legalità costituzionale, sulla quale si avanzano tanti e seri dubbi.
L’analisi è puntuale, stringente, ricchissima di argomentazioni, una vivisezione, quasi, di norme e giurisprudenza. Che invito a leggere, anche se profani (come d’altra parte anch’io) in questioni di diritto.

Magari avete letto a suo tempo “comma 22” (ricordate? “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”…), non vi sarà difficile seguire sofismi e bizantinismi prodotti anche da illustri Corti (Cassazione, Costituzionale) con le quali Pugiotto entra in serrata dialettica, che qui vengono svelati, e che sfiorano il paradosso.
Ma che permettono che sia ancora in vita una pena come quella dell’ergastolo, che è inumana, degradante, una morte mascherata, contraria ai principi fondamentali della Costituzione. Sacrificati all’improbabile idea di sicurezza che ci siamo fatti.

Improbabile come la data che è sul certificato di un ergastolano. Scadenza pena definitiva: 31/12/9999. Sì, avete letto bene. Un traguardo temporale che, commenta Pugiotto, “ha un che di metafisico”, “prodotto dell’asettico linguaggio dell’informatica penitenziaria”. Che un computer, che l’ergastolo non lo può capire, una data deve pur metterla…
La pena di morte nascosta, dunque. Che parla di questi “cattivissimi per sempre” ma, scrive Pugiotto, parla soprattutto “di noi e di cosa siamo diventati”. Se tutto questo ci è indifferente o addirittura vogliamo.

E arriva, come un pugno in faccia, l’appendice. Dove Davide Galliani, docente dell’Università di Milano, narra dei risultati di un progetto di ricerca che molto racconta delle condizioni materiali degli ergastolani. Che è cosa che sempre sconvolge, perché anche se molto già sai, c’è sempre qualcosa che mai riusciresti a immaginare. A cominciare dalle tante malattie del corpo e della mente che sono le condizioni stesse del carcere a determinare.
Cosa è se non tortura del corpo e della mente tenere in cella una persona con il morbo di Buerger, cui è già stato necessario amputare un piede, depressa e con continui attacchi di panico. O dopo una già lunga detenzione, un uomo con il morbo di Parkinson. O persona di 83 anni, dal ‘93 ininterrottamente in regime di carcere duro.

Non possiamo immaginare… E quale motivo se non un meccanismo di morte, ancor più inumano perché affidato alla meccanica indifferenza del sistema.
Purtroppo le parole “criminalità”, “mafia”, la parola “legalità”, persino, a volte, sembrano diventate in questo nostro paese la chiave per dare il via libera all’annullamento dei diritti fondamentali dell’individuo. Che è cosa che non produce uomini migliori (né dentro né fuori) e sta corrodendo la nostra democrazia.

Tornando a una pagina del diario di Musumeci… dove ricorda di avere letto che una direttrice di un carcere indiano criticava le nostre moderne prigioni perché prive di alberi. E si rende conto che è vero, che in tutte le carceri dove è stato non ha mai trovato un albero in un cortile e si chiede chissà perché l’Assassino dei sogni (come definisce il carcere) ha così paura degli alberi. Si risponde: “Forse perché in loro c’è vita. E lui odia qualsiasi cosa viva”.
Leggete “Gli ergastolani senza scampo” (collana diritto penitenziario e costituzione- Editoriale Scientifica). E poi, se proprio non ci importa di quanto sappiamo essere non umani, di quanta confusione facciamo fra vendetta e giustizia, proviamo almeno a rispondere onestamente a una domanda. È questo che ci fa sentire “più sicuri”?

Dipingere la morte, dipingere la vita… di Francesca De Carolis

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Questo pezzo della nostra Francesca De Carolis non parla esattamente di carcere.

Ma è quel genere di brani che sono in profonda sintonia con l’anima di questo Blog ed inoltre è scritto magnificamente.

Per cui lo condividiamo, anche su questo blog, con grande piacere.

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Giorno della memoria… torno, permettete, sullo sterminio degli altri, di quelli di cui raramente si parla. Il genocidio di sinti e rom, Porrajmos, “grande devastazione”, in lingua romanì.
C’è un libro nel quale inciampai tempo fa. Un libro che trasmette tremore fin dal titolo: “Forse sogno di vivere”. Ma è il sottotitolo che, così, semplice e didascalico, apre le porte sullo strazio della storia: una bambina rom a Bergen-Belsen. Un libro da avere fra le mani. E’ stato pubblicato una decina d’anni fa in Italia da Giuntina nella collana Schulim Vogelmann.
E’ rievocata, la bambina che è stata, da Ceija Stojka, che era nata del 1933 in un paesino della Stiria, che fu deportata a Bergen-Belsen con la madre quando aveva undici anni, e che cinquant’anni dopo racconta, ritrovando lo sguardo e le parole della bambina di allora. Le parole dello stupore di fronte a una quotidianità fatta di violenze, di fame, di tormento, di immagini di morte che si fa fatica a immaginare. Stupore rimasto intatto, più di mezzo secolo dopo, perché: “mi volto, dice, e sono ancora lì”. (…)
Non c’è traccia di odio nel racconto. Semplicemente un narrare lucido e ostinato, per chiedersi e chiedere, ancora: come è stato possibile? E testimoniare la volontà di vita. Sono pagine di una cantatrice, che come in un lamento senza lamento culla il ricordo di quei giorni, di lei, della sua mamma…
Ascoltate: “La cosa peggiore per noi era l’arrivo dei treni alle tre di notte. Senti quello stridore di freni e senti come camminano gli esseri umani, come vengono incalzati dai kapò e dai soldati coi cani. I cani guaiscono, il rumore sale fino al cielo. Poi senti come i loro vestiti strisciano sul terreno, come si preparano per entrare nel crematorio. Poi, per un po’, non senti più niente. Poi c’è solo silenzio, capisci? E poi, all’improvviso, soffia un alito di vento e l’odore penetra nella baracca. E mia madre ha sempre detto: – Tra gli ebrei ci sono sicuramente pure rom. Dove saranno le tue nonne?”
Ancora: “Spesso la mamma mi ha detto:- Se vuoi morire Ceija è semplicissimo. Ci sdraiamo, siamo così stanche che ci addormenteremo facilmente e dormendo ce ne andremo. Non abbiamo bisogno d’altro, bambina mia. Ma poi non vedrai più né Mongo, né Karli, non la Mizzi né Kathi, che forse però saranno ancora vivi! Forse!- In quel momento è nata la tua forza di volontà e hai guardato dove fosse un po’ d’ortica, dove sul mio albero fosse spuntata una foglia”.
Un po’ d’ortica, qualche foglia da mangiare… Ritrovando dentro di sé, ho immaginato, la memoria di quando gli zingari avevano le ali, e per vivere non dovevano mendicare e rubacchiare. Di quando volavano con gli altri uccelli, e quel che mangiavano gli uccelli mangiavano anche loro. Questo oggi non lo ricorda più nessuno, ma è storia di cui sono certa. Ne ho letto in un libro di quel fantastico viaggiatore nella storia di popoli che fu Charles Leland, “Magia degli zingari”, di cui pure vi leggerei qualche pagina, ma che ora non ho perché l’ho regalato a Francesco, un giovane rom che in carcere, nelle letture, sta cercando le tracce della sua storia.
Dunque, una bambina a Bergen-Belsen. In attesa che in qualche modo la mamma cuocia l’unica patata, Ceija va a fare un giro… “ecco il mucchio dei morti, la montagna, e ci passeggio attorno come un topolino. Sto in mezzo ai cadaveri, guardandone uno capovolto, oppure uno girato come si deve. Semplicemente come si deve”. Racconta, cinquant’anni dopo, Ceija Stoica. Ancora stupita, sembra, di essere viva. Dopo tanto convivere con la morte.
Ceija Stojka è morta tra il 28 e il 29 gennaio di tre anni fa, a 79 anni. Mi colpì moltissimo quel suo racconto, e la forza del suo narrare, che a tratti ho letto e riletto. Cercando ancora tracce di lei, che è poi vissuta a Vienna facendo la venditrice ambulante, e che è stata pittrice e musicista, e ha scritto poesie e racconti in lingua rom e attraverso le sue opere ancora ha testimoniato quella terribile esperienza, lei che in un’intervista aveva detto “In ogni momento della mia vita ricordo Auschwitz”. Ammonendo: Auschwitz non è morto, ha detto, sta solo dormendo. E i suoi dipinti sono ricordo del tempo della morte, che è cosa che sempre rimane nell’anima.
Quadri, che sono retate a spezzare la vita libera fra i boschi, che sono treni di morte in viaggio verso un orizzonte bruciato di fuoco, che sono l’ombra di sua madre fra ghiaccio e filo spinato, e corpi e capanne e camini di fumo…
Ma sono anche, i suoi dipinti, colori vibranti vita. Perché Ceija è sempre rimasta la bambina che “mamma, quando uscirò di qui facciamoci un bel vestito! Un vestito arcobaleno!”. “Ah!, vuoi dire un vestito come quello che ti ha fatto tuo padre col tessuto di quel vecchio ombrello”. “Certo,- ho detto- voglio averne uno proprio uguale”.
Pensando allo sterminio dei rom. Di cui troppo poco vogliamo sapere. Pagina della storia di un popolo che, ha ricordato Moni Ovaidia quando l’ha proposto per il Nobel per la pace, non ha mai fatto la guerra a nessun altro popolo.

Il presepe di Aylan Bambinello senza grotta… di Francesca De Carolis

REFILE - CORRECTING BYLINEATTENTION EDITORS - VISUALS COVERAGE OF SCENES OF DEATH OR INJURYA young migrant, who drowned in a failed attempt to sail to the Greek island of Kos, lies on the shore in the Turkish coastal town of Bodrum, Turkey, September 2, 2015. At least 11 migrants believed to be Syrians drowned as two boats sank after leaving southwest Turkey for the Greek island of Kos, Turkey's Dogan news agency reported on Wednesday. It said a boat carrying 16 Syrian migrants had sunk after leaving the Akyarlar area of the Bodrum peninsula, and seven people had died. Four people were rescued and the coastguard was continuing its search for five people still missing. Separately, a boat carrying six Syrians sank after leaving Akyarlar on the same route. Three children and one woman drowned and two people survived after reaching the shore in life jackets. REUTERS/Nilufer Demir/DHAATTENTION EDITORS - NO SALES. NO ARCHIVES. FOR EDITORIAL USE ONLY. NOT FOR SALE FOR MARKETING OR ADVERTISING CAMPAIGNS. THIS IMAGE HAS BEEN SUPPLIED BY A THIRD PARTY. IT IS DISTRIBUTED, EXACTLY AS RECEIVED BY REUTERS, AS A SERVICE TO CLIENTS. TURKEY OUT. NO COMMERCIAL OR EDITORIAL SALES IN TURKEY. TEMPLATE OUT

La nostra Francesca De Carolis ha scritto un pezzo molto bello dedicato al particolare presepe che Claudio Conte altri detenuti di Catanzaro hanno creato dedicato al piccolo Aylan morto sulle coste della Turchia.

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Spara sti botte, / alluma sti bengale; / arrust’ ‘e capitune, / ch’è Natale!… / Ncoll’ ‘e pasture!…

Ca mpunto mezanotte, / nasce ‘o Bammino. / Chella, mamma, è devota,/ perciò nasce ‘o Bammino.//

Sti Bammeniello nasce n’ata vota?/ Lassat’ ‘o j’… / Chillu stesso martirio ‘e quanno è nato / l’adda turnà a suffrì?

( spara questi botti/ accendi questi bengala; arrostisci il capitone, che è natale!… Incolla i pastori!… // Che a mezzanotte in punto nasce il bambino. Quella, mamma, è devota, / perciò nasce il bambino // Questo bambino nasce un’altra volta?/ Lasciatelo stare… / Quello stesso martirio di quando è nato/ deve tornare a soffrire?)

Non per rovinarvi il piacere del vostro bel presepe… semmai lo avete fatto con tutti i crismi e carismi. Ma a queste strofe della poesia di Eduardo, ‘a vita ( la vita), è andato il pensiero leggendo quanto mi descrive in una sua lettera Claudio Conte (cito ancora parole di un ergastolano ma, che volete, le riflessioni migliori ultimamente mi arrivano da lì…) a proposito di un presepe che con alcuni compagni di sezione ha preparato nel carcere di Catanzaro.

Perché sapete a cosa si è ispirato il nostro Claudio? Alla morte del piccolo Aylan annegato sulle coste della Turchia.

Ha realizzato, mi scrive, una metropoli di grattacieli fatti di scatole di cartone, lasciando ben in evidenza la pubblicità che hanno stampata sopra, addobbandoli con luminarie stile Las Vegas e installando in cima ai grattacieli a caratteri cubitali queste parole: egoismo, globalizzazione, indifferenza. Poi, spiega, ha diviso lo spazio con una rete e del filo spinato, e nel lato opposto ai grattacieli ha messo una montagna, una grotta di cartapesta, una spiaggia e il mare. E vicino al mare la foto del piccolo Aylan, con san Giuseppe e la Madonna che pregano.

“Non c’è natività.- spiega- Ho voluto simboleggiare l’uccisione di Aylan-Gesù bambino. Non ‘Dio è morto nietzschiano’, ma ‘abbiamo annegato il bambinello’, per egoismo, indifferenza. La grotta resterà vuota e la stella cometa ‘caduta’ è vicino alla grotta. Insomma una denuncia dell’ipocrisia del Natale, di una società disposta a uccidere dei bambini pur di proteggere la sua ‘roba’. In una società in cui vali quanto possiedi…”.

Troppo duro? Mi chiede e si chiede. Si risponde da solo, Claudio: “Mi domando con quale sentimento ci possiamo accostare a Cristo, quando restiamo indifferenti a tanta ingiustizia. Aylan è solo uno dei tanti bambini morti attraversando il mare. Uccisi per proteggere le nostre frontiere, il nostro benessere. Siamo questo. E’ inutile che ci prendiamo in giro”.

Già, non prendiamoci in giro. E mi ha fatto pensare, questo presepe, a un’immagine che, un’infinità di anni fa, era il tempo della guerra del Vietnam, da una copertina della Domenica del Corriere, velò di tristezza un mio Natale, e anche quelli seguenti in verità, insegnandomi a non trascurare quel che accade fuori dalle nostre più o meno tranquille case. Miracolo dei tempi di internet e delle banche dati, dopo una breve ricerca l’ho ritrovata…, firmata da Walter Molino per il Natale del 1965.

Esattamente come la ricordavo. Una capanna, un asino, un bue e una donna dallo sguardo terrorizzato che abbraccia il suo bambino morto. Che ha la fronte forata da un proiettile. Sembra illustrazione per una crudele fiaba moderna e invece raccontava una tragica verità: in un villaggio vietnamita mentre si stava allestendo un presepe vivente ci fu uno scontro a fuoco e un proiettile ‘vagante’ colpì il bambino. Giusto al centro della fronte. Titolo: nel Vietnam hanno ucciso Gesù bambino.

Tornando alle pallottole ‘vaganti’ a noi più contemporanee…al presepe di Claudio, ad Aylan e ai cento e cento e cento bambini ancora che continuano a morire e di cui ci siamo già dimenticati dopo le tante parole sull’estetica e la liceità di una foto ( che di tanti altri, visto che nessuno li ha fotografati, possiamo anche non sapere e anche sapendo ci fa meno impressione e nulla turba il nostro tranquillo andare). Il richiamo ad un’altra immagine ancora: il dipinto di Bruegel il vecchio, ‘la strage degli Innocenti’. Che avviene sullo sfondo di un villaggio fiammingo innevato. La quiete del paesaggio sotto un cielo limpido, lo strazio delle madri su piccoli corpi inerti … un contrasto che dà brividi…

Un pensiero, piuttosto che alla stucchevole festa dei bambini in cui abbiamo trasformato il nostro Natale, alla Festa degli Innocenti, che pure il calendario prevede e che tre giorni dopo il Natale arriva, e che proprio quella pagina del vangelo di Matteo ricorda: “ e quel giorno si compì quello che era stato detto per mezzo del profeta Geremia…”. Profezia che, sembra suggerire il presepe di Claudio, allunga la sua ombra fino ai nostri giorni…

E’ proprio vero, chi scrive dal carcere profondo non ha tempo e parole da sprecare, come accade a noi, liberi, “nel troppo commercio con la gente”. E le parole senza infingimenti che da lì arrivano spesso regalano brani di realtà nuda. E con più mestizia del solito quest’anno ho spedito lettere d’auguri all’indirizzo di alcune carceri. Chiedendomi quale riscatto… quale avvento… Ci sarà mai una cometa su quei cieli?

A dire la verità una ce ne sarebbe, almeno di cometa. Io l’ho vista tempo fa appena fuori Spoleto, che non s’era ancora nemmeno in autunno. Una stella cometa esattamente come quelle che si mettono in cima agli alberi di Natale, ma grande grande, sulla sommità di una delle due torri che sono le palazzine con gli appartamenti degli uomini della polizia penitenziaria. Cinque punte e tanto di coda ricurva, messa il Natale di chissà quale anno addietro e che, per chissà quale inerzia o stramberia, lì è rimasta, a impallidire ogni sera dell’anno, ognuno dei grigi giorni graffiati sui muri … quasi una beffa, pensai vedendola, ad annunciare ogni notte un impossibile avvento.

Tra i Santi e i Morti, i dannati della morte viva… di Francesca De Carolis

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Pubblico oggi un pezzo molto bello della nostra Francesca De Carolis.

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Tra i Santi e i Morti
i dannati della morte viva
La morte viva. ‘Non c’è pensiero /Non c’è sapere /Nella Terra dei Morti dove andrai’, Qohélet, Ecclesiaste

di Francesca De Carolis

Gatto randagio rimescola il calendario e nella festa dei Santi celebra i morti santi o dannati. E i ‘morti viventi’, quei poco santi nella vita condannati a scontare una pena superiore alla vita stessa. Santi o dannati che solo uscendo dalla vita potranno volare oltre le mura che le rinchiudono

E va bene, remiamo un po’ contro… Visto che il calendario dice che in questi giorni si celebrano i morti, non resistendo alla tentazione di celebrare “quelli della morte viva”.
Quelli che, come mi scrive dal carcere di Padova Giovanni Zito, “si potrà mai scontare una pena superiore alla vita stessa?”. Insomma i fine-pena-mai-ma-proprio-mai, che morti viventi li vogliamo per davvero. E come altro pensare persone che solo uscendo dalla vita potranno volare oltre le mura del carcere? Dove, scrive Carmelo Musumeci, “di notte il silenzio non è un silenzio normale, è silenzio che profuma di morte”. Insomma, come argomento per il 2 novembre ci siamo…

Vi risparmio prediche, a volte, capisco, difficili da comprendere per chi non abbia mai messo piede in un carcere, per chi non abbia mai guardato negli occhi un fine-pena-mai. Abbiamo così misera immaginazione… Inizio invece parlando di un colore. Il giallo. Il giallo delle mimose, per la precisione. Pensando a Mario Trudu, che “la pena dell’ergastolo, per chi la vive come me, è crudele e più disumana della pena di morte, perché quest’ultima dura un istante e ha bisogno di un attimo di coraggio, mentre la pena dell’ergastolo ha bisogno di coraggio per tutta la durata dell’esistenza dell’individuo”…

Ebbene lo scorso anno, l’ho incontrato nel carcere di San Gimignano che si era vicini all’otto marzo. E Mario, che era pastore e il ricordo ( lontanissimo, è dentro da 36 anni) del mondo di fuori lo esercita quotidianamente anche disegnando, mi ha portato il disegno di una rosa. “Avrei voluto- mi ha detto un po’ imbarazzato- regalarti una mimosa. Ma… non riesco a ricordare… aiutami… com’è fatta una mimosa?”. Gialla, quei pallini tutti gialli… ho risposto a mezza voce, pensando al buco nero del tempo che ha ingoiato il colore delle mimose, e all’oscenità della chiusura definitiva al mondo di “quelli della morte viva”.

Mi viene in mente, una storia che tanto ha da insegnarci a proposito dei meccanismi dei “delitti e delle pene”, di odio, paure e vendette, e delle vie possibili che portino alla riconciliazione. Che cascherebbe giusto giusto bene in questi giorni di cimiteri, lumini, preghiere, e colloqui attraverso le barriere del tempo. Titolo, “ParaNorman”. Delizioso film d’animazione per bambini (per bambini?, adesso che ci ripenso non ne sono tanto sicura), dai produttori, per intenderci, di quell’altro splendido film d’animazione che è “Coraline”. Qualcosa mi è sembrato questo film avesse da dire anche a proposito dei morti vivi, chiusi nelle nostre carceri. Ascoltate.

Molto riassumendo, è la storia di un ragazzino, Norman, che con i morti sa parlare, perché li vede, perché sa che lo spazio e il tempo sono cose non definite e non definibili. Immaginatelo, guardare la tv commentando con la nonna, un’amabile vecchietta appollaiata sul divano… che sarebbe la cosa più rassicurante del mondo, per un ragazzino. Peccato che la nonna sia morta da tempo e questa confidenza sfrontata con chi non è più “ufficialmente” tra noi, inquieta e non piace.

Non piace ai genitori, inquieta la sorellina, non piace ai compagni di scuola. Insomma non piace ad alcuno nel paese, che considera il nostro eroe persona da sbeffeggiare, se non da curare, comunque da tenere alla larga… Eppure sarà proprio Norman a salvare il suo paese dalla “maledizione della strega”.

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Era accaduto che tanti e tanti anni prima in quel paese era stata messa al rogo una “strega”. Il suo spirito, com’è comprensibile, aveva giurato vendetta, e il momento si stava avvicinando… Ma come convince il nostro eroe la strega a rinunciare alla sua rivalsa? Come la convince a placare il ricordo del dolore e le torture, e la paura, e l’infamia di un processo che l’aveva condannata al rogo che era solo una bambina?
Ecco: Norman le spiega che gli uomini l’hanno uccisa per ignoranza e per paura, e la paura fa fare cose terribili. Fa condannare a morte, uccidere… fa accettare si compiano le cose più cattive, a danno di altri uomini, dimenticando che sono uomini anch’essi… Insomma, una semplice, grande lezione sulla via della riconciliazione.

Mi è venuto in mente, e mi perdonerà per il confronto con un cartone animato, quanto detto da Gherardo Colombo in un incontro a proposito di ergastolo. Diceva, Colombo, che è con le persone che vogliono che continui ad esistere l’ergastolo e quant’altro che bisogna parlare. Cercando di capire la loro paura, perché è dalla paura di vedersi e riconoscersi in persone che si vuole altre e diverse da noi, che nasce la chiusura, l’ostilità… Nascono tutte quelle belle cose che l’uomo ha praticato, dai roghi in poi…

ergastolani fb

Insomma, cosa vi propongo per il 2 novembre? Un cartone animato e la lezione di un ex-magistrato. Per sorridere di noi, e avere qualche buona indicazione. Magari ci verrà in mente di metterci in cammino per andare a bussare alla porta di una cella…

“Tutto quello che la tua mano / Sarà capace di fare / Fallo finché ne hai forza /// Perché non c’è azione /// Non c’è invenzione /// Non c’è pensiero /// Non c’è sapere /// Nella Terra dei Morti dove andrai ”. Un respiro di Qohélet.
Con l’invito, domani, giorno dei morti, a riempire i cimiteri del sogno impossibile di rami di mimose.

“E’ stato morto il ragazzo”… ricordando Feredico Aldrovandi… di Francesca De Carolis

Federico Aldrovandi in un'immagine d'archivio. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Federico Aldrovandi in un’immagine d’archivio.
ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Un ottimo articolo, della nostra Francesca De Carolis, che rievoca drammatica vicenda -carica di depistaggi e giochi sporchi- della morte di Federico Aldrovandi, il 25 settembre 2005.

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Questa settimana, dopo che si è ricordato dell’assurda fine di Federico Aldrovandi, il 25 settembre di dieci anni fa, morto a 18 anni per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti… sono andata a rivedere “E’ stato morto un ragazzo”, il documentario di Filippo Vendemmiati che ha ricostruito quella terribile vicenda. E ve lo consiglio. Ha vinto nel 2011 il David di Donatello, come miglior documentario di lungometraggio, e intreccia inchiesta, stralci del processo, le parole della famiglia… lavoro rigorosissimo, lucido e straziante, che molto ci aiuta a interrogarci sul paese nel quale viviamo. A partire dalla frase di un testimone, che compare su fondo nero prima che inizino a scorrere le immagini del film, che tanto di noi racconta: “Non ho visto niente e non voglio sapere niente. La polizia si deve anche difendere delle volte, le forze dell’ordine fanno il loro dovere la notte. E che dovere che fanno. Delle volte ci rimettono anche la pelle e delle volte purtroppo ci sono anche delle vittime. E ci sono e non c’entrano niente”. (…)
Parlandone con Filippo Vendemmiati, ci conosciamo da trent’anni e più, che insieme iniziò la nostra avventura in Rai… “In fondo, mi ha detto, con questo film ho fatto i conti con un mestiere che mi piace sempre meno, il giornalismo”.
E perché sempre ancora m’interrogo e prendo appunti su questo nostro mestiere, l’ho ‘interrogato’.
Per ricordare, come nasce un racconto, che frughi nella verità… “Nella vicenda di Federico- mi ha confidato Filippo- il primo impulso è stato quello di riscattare le forme quasi vigliacche del giornalismo, che nei primi mesi si non era occupato della vicenda, ignorandola totalmente”.
Già. “… e siccome a questa vigliaccheria non è che io fossi stato estraneo, io ne ero in parte connivente e coinvolto, per motivi diversi, è vero… però anch’io nei primi mesi ( vuoi perché non abitavo più a Ferrara, vuoi per altro) ho sottovalutato questa storia, nonostante fin dal primo giorno un amico incontrato allo stadio, a Ferrara, mi ha detto: ‘guarda, ti consiglio di considerare bene quello che c’è dietro questa morte, temo che ci siano dietro cose molto grosse’”.
Questo amico, sapete?, non faceva il giornalista, ma l’edicolante. E gli edicolanti sbirciano magari titoli, sfogliano giornali, ma soprattutto ascoltano, confrontano, raccolgono le voci della gente, le chiacchiere. Come quella domenica mattina ( poche ore dopo quella morte nel parco di Ferrara)… ‘ma hai sentito… c’è la polizia, è morto un ragazzo…’. Aveva anche amici fra i carabinieri l’edicolante.
“Fatto sta che il giorno stesso l’edicolante mi ha detto: ‘Guarda i giornali, domani diranno che è morto per overdose. Non è morto per overdose, per malore… io ho sentito… vedrai ..’. E l’indomani i giornali titolavano come lui aveva previsto”.
Suggerimenti che rimangono ben stampati in mente, quelli di un edicolante che sa ascoltare, guardarsi intorno… “Così tornai su quella storia, memore di quel consiglio. Quando andai per la prima volta alla conferenza stampa dell’allora procuratore capo in dieci secondi cominciai non solo a dubitare, ma si aprì un mondo completamente diverso, e man mano che si andava avanti compariva un mondo sempre più intrigante e sempre più.. diciamo falsificato”.
Nel film, che racconta, indaga, confronta… tutto questo mondo falsificato viene piano piano sbugiardato. Vedrete, le registrazioni che smentiscono le dichiarazioni, le bugie, l’arroganza, le coperture, le “distrazioni”… E una famiglia, quella di Federico, un dolore immenso, ma che non si arrende.
“Ho seguito il caso per diversi anni. Per tutte le udienze del processo quotidianamente, giorno per giorno, facendo quello che da un po’ non si faceva più… E capii che poteva essere lo spunto per una piccola storia emblematica che poteva riguardare non solo un caso tragico di mala polizia, ma anche di mala informazione. Un caso emblematico di tanti altri, che conteneva in sé tutte le forme si insabbiamento, di depistaggio, che hanno i grandi misteri italiani. Insomma c’erano tutti gli ingredienti … Ma qualcuno della mia azienda non capì, non volle capire il valore simbolico, democratico e civile di questa storia”.
Già. Che mestizia, il nostro servizio pubblico… “E quando proposi alla Rai di farlo insieme, l’allora direttore di testata mi rispose: ‘ma a chi vuoi che interessi questa piccola storia che è successa a Ferrara’ ”.
In realtà, come ormai tutti sappiamo, non era una piccola storia successa a Ferrara, ma una grande storia italiana che meritava di essere raccontata.
Ascoltando, il racconto di Filippo Vendemmiati, e rivedendo il suo film, sempre più mi convinco che sono documentaristi, oggi, a riempire il vuoto lasciato dal giornalismo d’approfondimento, sempre più raro, soprattutto nell’informazione mainstreem. E molto svelano di questo nostro paese, che non sappiamo vedere. Come la vicenda della morte di Federico Aldrovandi, che qualcuno avrebbe voluto archiviare in fretta.
Molto racconta dell’Italia anche il fatto che lavori come questo difficilmente entrano nel giro della grande distribuzione. Eppure “E’ stato morto un ragazzo” sul web ha avuto cifre pazzesche di contatti. E lì invito ad andare a vedere. Per capire, se abbiamo ancora qualche dubbio, anche perché fa tanto orrore, non è accettabile, che chi è stato responsabile di quella morte indossi ancora una divisa… E magari ci interrogheremo su altre morti, di persone nelle mani delle forze dell’ordine, ci verrà il dubbio che non siano solo questioni private… che quella che è messa in gioco è la democrazia, di questo confuso paese…

Giovanni Farina in merito al suo fine pena

La nostra Francesca De Carolis ci ha inviato una lettera di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro, dove parla della rideterminazione della sua pena in trent’anni, con la scadenza che viene fissata per il 2023.

In fondo all’articolo le riproduzioni del pronunciamento dell’ufficio di esecuzione presso l’Ufficio Esecuzioni del Tribunale di Roma.

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Finalmente mi è arrivata la tanta attesa ordinanza dell’incidente di esecuzione che, può essere cambiata da qui in avanti soltanto in meglio, questa ordinanza e da parte della Procura.

Sono in attesa dell’ordinanza della Corte d’Assise che mi ha discusso l’incidente di esecuzione perché vedo che mi contano i 17 anni che ho espiato dal 1998 ad oggi, i 5 anni della liberazione anticipata che ho beneficiato per la carcerazione del passato. In questo documento mi hanno assegnato il fine pena per il 2023. Mi stanno tenendo fuori dal cumulo dei trent’anni i 3 anni di condono di cui ho beneficiato nel 2006 per i reati minori e il condono di un anno e mezzo che ho beneficiato nel 1988 e nel 1990. Per questi fatti farò richiesta che mi vengano applicate nei trent’anni di pena che devo scontare; che senso ha darmeli fuori dal cumulo, tanto valeva non darmeli proprio.

Il fatto è, se trovi un giudice persecutorio, queste manovre sono facoltative, possono farlo e nessuno gli può dire nulla. E visto il comportamento persecutorio che hanno avuto fino ad oggi, non mi aspetto che il loro comportamento cambi, anche perché vogliono dimostrare che il 2006, con l’applicazione dell’ergastolo nel cumulo non mi hanno danneggiato, smentita dalla Cassazione che li ha obbligati a rivalutare le loro sentenze, che sono durate 10 anni di ricorsi e smentite, e due ricorsi in Cassazione. Hanno provato in tutte le maniere di cancellarmi dalla faccia della terra, hanno iniziato con l’accusarmi di fatti che non ho commesso, costruendo prove false di ogni genere nel sequestro Soffiantini e nell’uccisione dell’ispettore di polizia Samuele Donatoni, facendo una campagna mediatica accusatoria senza esclusione di nessun genere d’ìnfamia, quando non mi potevo difendere perché non ero in Italia ed ero all’oscuro di tutto.

Al processo Soffiantini, quando avevo capito che la sentenza l’avevano già scritta, chiesi l’abbreviato, perché mi dissi che è inutile difendere le sponde del Piave se non hai la forza, tanto vale arrendersi. Con l’abbreviato mi avrebbero dovuto togliere da una condanna a trent’anni un terzo della pena. A quel punto mi aspettavo il massimo della pena, un terzo della condanna sarebbe stato 20 anni, non avrebbero più potuto darmi l’ergastolo col cumulo delle pene, perché visto come erano prevenuti nei miei confronti, mi aspettavo di dover subire le ritorsioni che ho subito per tanti anni da parte della Corte esecuzioni cumuli. La Terza Corte di Assise di Roma mi rispose che loro erano disposti a darmi l’abbreviato, con le modalità che: io dovevo rinunciare alla richiesta dell’estradizione dall’Australia dell’omicidio dell’ispettore di polizia Samuele Donatoni, che mi avrebbero condannato all’ergastolo, ma avrebbero tolto l’isolamento diurno di tre anni. Sentite le loro mostruose proposte, risposi alla Corte che continuassero a fare il processo come gli pareva. Dopo anni con la condanna all’ergastolo, con il fine pena 9999, che dovevo morire in carcere, sono a discutere di qualche anno di galera. All’età di 65 anni sono stanco di continuare a fare la galera da innocente, non gli è bastato, si sono presi tutta la mia gioventù, si stanno prendendo anche la mia vecchiaia.

Anni fa m’ero messo in testa di volermi attivare per la revisione del processo Soffiantini, mi sono consultato con un avvocato. E mi disse che il minimo ci voleva sui 300000 euro di spesa perché si doveva impegnare degli investigatori privati e le ricerche del mio caso erano molto laboriose e lunghe perché si dovevano fare anche all’estero. Mi informava, per chiedere la revisione del processo, non c’era il gratuito patrocinio da parte dello Stato per chi non aveva la possibilità di pagarsi un avvocato. Tutte le spese erano a carico di chi inoltrava un procedimento del genere, non avendo il denaro e neppure il tempo fisiologico di vita perché mi disse: “procedimenti del genere supponendo che venivano accettati, in Italia, sapevi quando iniziavano, ma non sapevi quando finivano, pronosticando tutto bene il minimo ci volevano 20 anni. In Italia è quasi impossibile fare una revisione di un processo. Mi ha sconsigliato.  A dire la verità questo signore mi sconsigliò anche di inoltrare le mie richieste del cumulo delle pene al quale ne sono venuto a capo dopo 10 anni. A suo dire non avevo via d scampo, mi dovevo rassegnare alla pena dell’ergastolo. Su una cosa aveva ragione, sul tempo interminabile che ci vuole in Italia per farti applicare un diritto di legge semplicissimo come quello ottenuto da parte mia, mi doveva essere applicato per via d’ufficio senza che io lo richiedessi, risparmiando tempo e denaro dei contribuenti.

Io ho iniziato questa dura lotta con la giustizia italiana perché non avevo altra soluzione, era vivere qualche anno della mia vecchiaia fuori dalle mura del carcere o morirci dentro, ero all’ultimo bivio della mia vita, non avevo nulla da perdere.  Non sono felice, perché non auguro a nessuno di farsi la galera da innocente, come l’ho fatta io da anni, nella repressione delle carceri speciali all’art. 90 e al 41 bis, tuttora sono nella sezione speciale AS1, dove non posso beneficiare di permessi premio, della semilibertà o della condizionale. Sono da 20 anni che non vedo le mie sorelle che vivono in Toscana. Non possono venire a Catanzaro a trovarmi. Ho chiesto più volte l’avvicinamento in Toscana, mi è stata rifiutata più volte da parte del DAP, con la risposta: sin quando ero sul suolo italiano ero vicino a casa. Nel carcere di Catanzaro sono l’unico detenuto che vive a più di mille chilometri dal luogo di residenza dei propri famigliari.

9.8.2015 Catanzaro

Giovanni Farina

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