Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Dopo la chiusura di Sosta Forzata- articolo di Ornella Favero

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Dopo undici anni di attività, ha chiuso “Sosta Forzata”, il giornale della Casa Circondariale di Piacenza. Un giornale che usciva ogni 3 o 4 mesi, e su cui scrivevano una ventina di detenuti l’anno. Un giornale che mirava a creare un ponte tra detenuti e cittadinanza.

Un giornale intorno al quale in questi anni sono state poste in essere tante attività preziose, compreso l’istituzione di un premio letterario (“Parole oltre il muro”).

Adesso questo giornale chiude. La direzione del carcere di Pazienza ha deciso in tal senso. Le motivazioni della chiusura sembrano essere “motivi di sicurezza”. Una espressione generica che va bene per tutte le occasioni.

Pubblichiamo oggi questo ottimo articolo di commento di Ornella Favero, Direttrice di Ristretti Orizzonti, rivista del carcere di Padova.

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“Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere metti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e soprattutto prova a rialzarti come ho fatto io”. (Luigi Pirandello).

Una riflessione sui giornali con redazioni nelle carceri, e sulla chiusura di “Sosta Forzata”.

Se dovessi dire che cosa sono oggi i giornali realizzati nelle carceri, direi che sono la traduzione pratica di questo invito di Luigi Pirandello a mettersi le scarpe dell’Altro. E a vivere il suo dolore, i suoi dubbi, le sue cadute, non per giustificarli, ma per capire.

Noi lavoriamo per raccontare e far capire una realtà complessa come quella delle carceri, e allora perché dobbiamo sempre combattere per essere riconosciuti, e perché un giornale come Sosta Forzata, dal carcere di Piacenza, che fa una informazione seria, credibile, equilibrata, molto più di tanta informazione “professionale” urlata e approssimativa, non deve più uscire, perché si deve togliere alla città una voce così importante?

È strano, ma se a imporre al nostro Paese di umanizzare le sue carceri è l’Europa, allora si muovono tutti in gran fretta per aprire le celle, per non rischiare di dover risarcire i detenuti trattati in modo poco civile. In realtà sono anni che i giornali con redazioni nelle carceri si battono per portare un po’ di umanità nelle galere, anzi no si battono per portare umanità e responsabilità. Questa precisazione credo sia fondamentale, perché “elargire” umanità ai detenuti senza dargli la responsabilità della propria vita è una operazione puramente di facciata.

Ma qualcuno dell’Amministrazione penitenziaria ha voglia di venire davvero a dare un’occhiata a realtà come le nostre redazioni? E di garantire a queste redazioni un minimo di autonomia e dignità?

Sono anni che i nostri giornali informano sulle carceri, anni che dicono quello che ora l’Europa ci ha costretto ad ammettere, anni che volontari professionalmente preparati e professionisti, come fa Carla Chiappini con Sosta Forzata, lavorano fianco a fianco con le persone detenute per sensibilizzare la società su questioni delicate come le pene, la sicurezza, l’importanza di un carcere che responsabilizzi invece di incattivire. Tanto per fare un esempio di stretta attualità, nei nostri giornali nessuno si permetterebbe di lasciarsi andare a commenti brutali e irresponsabili come quelli comparsi su Facebook in questi giorni, a proposito del suicidio di un detenuto, ad opera di personale dell’amministrazione penitenziaria.

Certo, sono le cosiddette “mele marce”, noi non generalizziamo, noi non accusiamo la Polizia Penitenziaria, però una cosa la vogliamo dire: e se fossimo stati noi a denunciare che ci sono agenti che dopo un suicidio dicono “Uno in meno”, qualcuno ci avrebbe creduto? Ma noi siamo persone equilibrate, noi facciamo sempre le giuste distinzioni, noi capiamo che la gran parte degli agenti lavora con serietà e umanità, noi capiamo anche che in carceri così poco umane, in situazioni così degradate, chi ci vive e chi ci lavora può perdere la sua umanità e diventare simile alle bestie.

Pur dentro carceri poco umane, noi facciamo dei giornali responsabili, e siamo abbastanza avviliti di dover ogni giorno lottare per essere riconosciuti e accettati. Avviliti di vedere che un piccolo giornale che da anni riesce a fare cose grandi, di qualità, di spessore come Sosta Forzata, dal carcere di Piacenza, non esca più con le solite motivazioni che vanno bene per tutte le stagioni: motivi di sicurezza.

Ma ci possono spiegare di quale sicurezza parlano? Noi che facciamo questi giornali garantiamo sempre sicurezza e trasparenza, perché lavoriamo alla luce del sole, per raccontare le carceri come sono, e siamo disposti sempre a mettere in discussione quello che scriviamo, a confrontarci, a scavare a fondo per informare in modo onesto. Insegniamo l’onestà dell’informazione a chi le regole non le ha mai rispettate, e ora impara a farlo perché ha dei lettori e capisce quanto è importante essere persone credibili e responsabili.

Sosta Forzata e Ristretti Orizzonti, assieme ad altri giornali da tante carceri italiane, da anni lavorano fianco a fianco, e da anni si battono per accorciare quella distanza tra la società dei “buoni” e quella dei “cattivi”, che nasce dall’illusione che il male riguardi solo loro, “i cattivi”. E lo fanno coinvolgendo le scuole e la società, e facendo sentire un po’ meno isolati non solo i detenuti, ma anche chi nelle carceri ci lavora, e ha bisogno di veder sostenuto e rispettato il suo lavoro.

All’Amministrazione penitenziaria chiediamo allora non di chiudere, ma di permettere di aprire altre redazioni; all’Amministrazione penitenziaria chiediamo di riconoscere finalmente il nostro ruolo e i nostri spazi, la nostra capacità di comunicare e la ricchezza dell’informazione che facciamo; all’Amministrazione penitenziaria chiediamo di venire anche a imparare qualcosa da noi, perché i nostri giornali sono spesso scuole di quella comunicazione responsabile, di cui anche l’Amministrazione penitenziaria ha un gran bisogno.

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Pietro Borsetto. Storia di una persecuzione (prima parte)

Persecut

In questa storia il carcere entra solo alla fine della seconda parte, quando Pietro Borsetto, il protagonista di essa, finirà dentro per 25 giorni.  In quei giorni troverò le uniche persone che lo abbiano davvero trattato umanamente nel corso del suo percorso da incubo durato 22 anni: i detenuti.

Ma questa storia è da conoscere per intero. Anche se in buona parte, nel corso di essa, non si parla di carcere.

E’ una storia che mette in gioco i pilastri fondamentali della dignità umana, ed ecco perché trovo giusto condividerla anche su “Le Urla dal Silenzio”.

Non ci credi a storie come questa.
La prima reazione che avrai, una volta che l’avrai letta, è che si tratta di una storia inventata o, perlomeno, una storia che sia stata raccontata calcando molto molto molto la mano.
Non ci credi che una persona possa essere perseguitata fino a questo punto.
Sì, alle persecuzioni ci credi. Ma sono le persecuzioni continue che ti risultano difficili da immaginare. Le persecuzioni totale, implacabili, che durano decenni.
Io stesso quando sentivo parlare Pietro mi chiedevo se non stesse esagerando. Mi chiedevo come fosse stato possibile che avesse subito tutto quello che racconta. Come aveva potuto accanirsi verso di lui un numero sempre maggiore di soggetti, senza che nessuno fosse mai davvero intervenuto a far rispettare la legge, anche solo un briciolo di legge, in questa sporca storia.
Pietro Borsetto era ed è un medico della zona di Padova. Fuori dai giochi, un tipo a sé stante, interessato fn dal primo giorno di lavoro, solo ai suoi pazienti e alle sue ricerche. Dopo pochi anni di lavoro entrò in rotta di collisione con l’aiuto primario dell’ospedale in cui lavorava. O piuttosto si dovrebbe dire che l’aiuto primario decise di rendergli la vita impossibile.
Questo fu l’inizio.
Piccole angherie, voci alle spalle, colpi e bassi qua e là. La fossa la si incomincia a scavare con dei colpetti di badiel.
Pietro, da sempre alieno ad ogni contrasto, cercò di non reagire all’inizio, contando che tutto quanto finisse. Non aveva, del resto, alcun interesse di carriera e notorieta. Voleva solo fare il suo lavoro. Ma gli atti di abuso continuavano. Cercò di chiedere l’aiuto del primario, ma oltre vuote parole non ottenne nulla.
Intanto gli atti di abuso aumentavano così si estendeva il numero di coloro che “collaboravano” in questo mobbing che da soft divenne, nel tempo estremo.
Anche perché, seppure di animo mite, Pietro è come quelle querce che resistono sempre. Che, pacatamente, non calano mai la testa. E più resisteva alle angherie, più elevava il livello delle sue contestazioni e delle sue denuncie, più continuava a contrattaccare invece semplicemente di togliersi dalla circolazione, maggiore diventava l’accanimento verso di lui, fino a trovarsi contro, nei fatti, molta parte del potere medico che conta del Triveneto, ed esponenti anche di altri “poteri” collusi.
E’ come se, nel corso degli anni, fosse diventata “intollerabile” la sua presenza. E’ come se il suo ripartire ad ogni bastonata, facesse addirittura rabbia. E’ come se la sua volontà di non arrendersi mai li istigasse ad azioni sepre peggiori.
Perché questa storia è durata 22 anni.
Perchè non c’è stata cosa che a Pietro è stata risparmiata.
Lo hanno fatto lavorare per turni e turni di seguito, senza dargli il riposo a cui aveva diritto.
Lo hanno messo nelle condizioni di non potere operare persone che dovevano essere urgentemente operate, impedendogli di accedere alle strumentazioni, negandogli la collaborazione delle infermiere.
Si sono inventati turni che non doveva fare, per contestargli ulteriori mancanze.
Lo hanno fatto chiamare di notte per finte situazioni di urgenza, per destabilizzargli anche le notti che avrebbe dovuto dedicare al riposo.
Gli hanno fatto perdere un occhio.
Hanno fatto passere per “assenteismo” i mesi di convalescenza dovuti a un grave incidente, nonostante lui avesse regolarmente avvisato chi doveva essere avvisato con certificati medici e quant’altro. E per questo fasullo “assenteismo” lo hanno fatto sputtanare sui giornali.
Lo hanno fatto licenziare per un fasullo “assenteismo” quind, e, subito dopo, lo hanno fatto sputtanare sui giornali.
Hanno fatto in modo di ostacolare in ogni modo la sua volontà di riprendere il lavoro presso altre Asl e altri ospedali. Per anni ha trovato solo porte chiuse negli ospedali del Triveneto.
Pietro descrive un potere colluso, ad ogni livello. Un potere dove ci si supporta a vicenda, trovando ognuno la propria “assicurazione sulla carriera” nella complicità degli altri, nel loro intervenire, con ogni mezzo, a sua tutela, nel loro supportarlo nell’ostacolare i suoi nemici. Un potere che spesso si “fraternizza” nelle logge massoniche che sono, da sempre, quasi ovunque, una “camera di compensazione” per la gestione del potere locale. Altri contesti che sembra siano molto apprezzati per “contare” di più nel proprio territorio sono i cosiddetti Rotary Club e Lions Clus. Pietro descrive come il gran parte del gruppo di potere locale si riuniva settimanale nel Rotary Club di Adria.
L’ultimo atto fu farlo finire in galera, nel dicembre 2013, per una accusa di palpeggiamento sessuale da parte di una paziente, che sembra un’accusa fattta emergere ad atti.
La sua condanna fu a due anni e sei mesi, ma il giudice lo mandò comunque in galera dimenticandosi che entro i 3 anni (che divennero 4 con il decreto svuota carcerei emanato poco tempo dopo) si poteva dare l’affidamento ai servizi sociali, in presenza dei requisiti. Requisiti che c’erano tutti.
Solo successivamente il giudice, sotto pressione dell’avvocato, si accorse del suo errore materiale, e Pietro venne liberato, dopo avere fatto 25 giorni di carcere. La cosa che più ricorderà del periodo passato in carcere, sarà la grande umanità riscontrata tra i detenuti, che, nei suoi giorni di detenzione lo trattarono sempre con rispetto, lo aiutarono in ogni occasione, cercarono di rendergli il più tollerabile possibile il suo soggiorno in carcere.
Uscito dal carcere, Pietro mi contattò. Il tramite fu un detenuto con cui tengo una corrispondenza, e che gli diede il mio contatto.
Su Pietro pende un pronunciamento della Cassazione che -sebbene razionalmente sarebbe quasi impossibile, ma lui ormai sa che la razionalità in questa storia è stata bandita da tempo- possa, in un modo o nell’altro riportarlo in carcere. Che lui teme non per se stesso, ma perché la moglie ha costante bisogno di essere accudita.
Recentemente, come vedrete alla fine dell’intervista, Pietro ha tentato il suicidio.
Troppe angherie, troppe umiliazioni, troppa “violenza”, troppa malvagità, troppa ingiustizia verso di lui.
Che poi, il mobbing estremo tende, tante volte, a spingerti proprio o spingerti a gesti estremi, uccidere qualcuno o suicidarsi.
Con Pietro in 22 anni non c’erano mai riusciti.
Dopo 22 anni di inferno, e fresco reduce dal carcere, Pietro ha avuto un momento di debolezza.
Pietro però è ancora vivo.
E non dobbiamo considerare la sua storia come solo una storia.
Punto e a capo.
Facciamola conoscere. Facciamo che si parli di lui. Non lasciamolo solo di fronte ad altre possibili ritorsioni.
Vi lascio alla lunga intervista (l’ho divisa in parti) che gli ho fatto. Leggetela fino in fondo.
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Prima di partire con l’intervista, voglio citare una amara analisi di Pietro sul mondo medico:

“Dopo trent’anni di professione debbo dolorosamente constatare che- pur a fronte di un Giuramento di Ippocrate-che vincola in maniera molto dettagliata ogni medico anzitutto ad esercitare nell’ assoluto rispetto del paziente ed anche dei colleghi -La stragrande maggioranza dei medici che ho conosciuto, di qualunque contesto – guardia medica, ospedali, cliniche, esterni, interni, convenzionati- tirano a campare, fanno meno del minimo indispensabile e vogliono fare soldi. Non c’è, nella maggior parte dei casi a me noti, la minima intenzione, il minimo sforzo di fare davvero il bene del paziente. Anche in cose basilari come aiutare il paziente a scegliere il farmaco che ha meno effetti collaterali. Ogni inefficienza, ogni assurdità la si giustifica, quasi, con la mancanza di soldi de servizio sanitario nazionale. E questo è anche un problema, ma non è il problema principale. Ciò che manca è la banale buona volontà. E anche attenzione. Tu puoi stare mezzora con un paziente, a sentire quello che ha da dire e non costruire niente. O puoi stare mezzora con un paziente a sentire quello che ha da dire e curarlo con le parole, con le intenzioni o con i farmaci. A te costa uguale. Ma è diversissima la qualità della tua azione nei due casi. Nel primo caso pensi a cosa farai dopo, a quanti soldi guadagnerai, a a quale indotto quel paziente ti potra’ portare nel tempo.. Nel secondo caso stai con la testa e sul posto e pensi, pensi, mentre lui parla, a tutto quello che puoi fare per aiutarlo. Questo che dico non è qualcosa che potrebbero fare solo dei geni o dei talenti nati. Queste cose non sono per pochi. Sono cose che sarebbero alla portata di chiunque. Ma sono cose che non si fanno. Questa attenzione verso l’altro manca ovunque, funzionari ,amministratatori, magistrati”.

-Quanti anni hai Pietro.

57.

-Dove sei nato e dove vivi?

A Padova e vivo in un paese della provincia di Padova.

-Tu sei medico oculista. Raccontami il tuo percorso.

Io non sono figlio di medici. Non ho avuto appoggi di nessun tipo nei miei studi. Mi sono laureato a 24 anni.

-Che anno era?

1981. Mi sono specializzato cinque anni dopo in oftalmologia, cioè in oculistica. Posso dirti che a 24 anni non si laureava in nessuno. In 800 del mio corso, a laurearsi a 24 anni furono solo in 10. Da quel momento in poi non ho più voluto nulla, neanche una mancetta dai miei genitori. Ho subito scritto lettere per il Triveneto, per lavorare; e queste lettere sono state accolte. Ho cominciato a fare sostituzioni di medici di base, in alta montagna, tra i paesini, tra le valli, ove nessuno voleva andare. Mi trovavo a fare la guardia medica a centinaia di chilometri da casa. Mentre tutti gli altri colleghi che si erano laureati o con me, se ne stavano comodi a fare i mantenuti da parte delle loro famiglie, io mi impegnavo in tutti i modi per lavorare. E mentre gli altri si vedevano il sabato e la domenica per andare a spendere i soldi non loro, io ero in alta montagna, sveglio tutta la notte,a fare su e giù. Già allora ero considerato con una certa commiserazione. Ero il povero, lo sfigato tra i ricchi. Fin dall’inizio c’era una certa derisione verso di me, e un vago fastidio. Alcuni mi vedevano come il “morto di fame” e “quello che vuole fare tutto lui”.
A un certo punto ebbi la “fortuna” –chiamiamola “fortuna”……..- di vincere un concorso pubblico per titoli ed esami, in un piccolo ospedale che adesso è diventato grande. L’ospedale di Adria, in provincia di Rovigo, nel Basso Polesine; in pratica in mezzo alle nebbie tutto l’anno. Un territorio che, dopo Roma è uno dei più grandi d’Italia, e allo stesso è una dei meno abitati d’Italia. Era un posto assolutamente disagiato, ma a me importava poco. Io ero innamorato della medicina. Nel reparto di oculistica eravamo tre. Oltre a me c’era Il primario, che praticamente non faceva assolutamente niente oltre alle visite . che per motivi suoi non faceva assolutamente niente; e l’aiuto primario che era un mio coetaneo di Padova che conoscevo già da prima, perché avevamo studiato insieme nella stessa Clinica. Aveva tre anni più di me ed era il mio esatto opposto. Figlio di maggiorenti di Padova, iscritto al Rotary, ricchissimo di famiglia, e soprattutto pieno di boria. Una di quelle persone che mentre camminano , impettiti e testa alta, sembrano dire “ci sono solo io, scansati che passo io, tu sei una merda”. Era tutto il contrario di quello che –per cultura, formazione famigliare, esperienza cristiana- ero io. Per mia grande sfortuna questa persona non solo era ed è un arrogante arrivista come pochi, ma era ed è una persona genialoide, cioè di una intelligenza e di una cultura sopraffina. Per cui capisci bene che se gli stupidi riesci in qualche modo ad evitarli o non metterli in condizione di nuocerti; le persone che sono molto più intelligenti di te, molto colte e che hanno moltissimi appigli sono praticamente invincibili. All’inizio non avevo particolari problemi con questo mio coetaneo. Anche perché lui vedeva –come tutti- in me lo sfigatissimo, il cretinetti, lo stupidino, il poveretto senza alcuna possibilità di dare fastidio in nessuna maniera. Ma le cose cominciarono ad andare diversamente. Io mi applicavo con una voglia, con una passione indescrivibili e pian piano ho iniziato ad essere apprezzato, riconosciuto per il modo di esercitare –con il cuore e con tutta la dedizione possibile- sia dai pazienti e dal loro passa parola, che dagli altri medici dell’ASL, che a loro volta mi inviavano così altri pazienti. Gran parte dei 400 medici che erano lì hanno cominciato ad amarmi e ad apprezzarmi. La mia carriera prese una impennata. Migliaia di pazienti chiedevano di me, e nonSOLO dell’aiuto. E non perché io fossi bravo, ma, credo, soltanto per la mia umanità e per i miei modi. Vedevano che ero un giovane che tentava in tutte le maniere di aiutare il prossimo. Questa è sempre stata la mia caratteristica. Mentre l’aiuto se ne fregava e guardava i pazienti con un tono del tipo “io sono il medico, tu sei il paziente, zitto e basta”.
Quanto stava accadendo creava progressivamente in lui un grande fastidio, che si è acuito negli anni. Cominciò ad accadere qualcosa che per lui era assolutamente intollerabile; gli stavo facendo ombra. Da lì iniziarono i miei problemi.

-Che tipo di problemi?

Furono piccole cose i primi tempi. Dispetti, dispettini puerili, parole dette dietro o mentre passavo, una sottile denigrazione. Col tempo il livello delle “aggressioni” aumentò esponenzialmente, fino ad arrivare ad ogni tipo di minaccia, fino ad arrivare all’intimidazione fisica, all’uso del potere per danneggiarmi.
L’aiuto aveva una intesa “simbiotica” con il primario. Il primario in pratica non operava nulla, nemmeno un brufolo- non solo perché non era capace, ma perché proprio non voleva; e questo aiuto gli faceva tutto. Loro due si sono sempre coperti e avvantaggiati a vicenda. Io ero completamente preso dal lavoro ospedaliero e da quello scientifico; facevo ricerca, pubblicavo, andavo ai congressi. Non mi importava di guadagnare di più con mezzucci, ovvero facendo comparaggio nei negozi degli ottici. Il loro interesse principale invece era il lucro, e avevano vati ambulatori privati. Tu sai che allora c’era la legge Bindi; in base alla quale chi operava in ospedale doveva fare il tempo pieno in ospedale e non poteva lavorare in ambulatori esterni. Questi due –come tanti altri del resto- con tutte le loro coperture avevano ambulatori esterni privati dappertutto e lucravano su questo. Com’era il gioco?: IL primario faceva operare i propri pazienti privati dall’aiuto. Dopodiché tornavano nel suo studio privato.. capisci bene che tutto questo moltiplicato per migliaia di pazienti all’anno.

-Spiega meglio questo meccanismo..

Queste non sono cose che sono accadute solo in quell’ospedale. Sono cose che accadono ovunque, in tutti gli ospedali e gli ambulatori d’Italia, da sempre. Tutti sanno che se vuoi una bella visita vai dal primario, o vai dal medico famoso, e che ci vai privatamente. E’ sempre stato così. Io conosco la realtà bene del Meridione. Sai che solo nel privato avrai davvero una visita veramente accurata, o potrai avere un possibile “salto” delle liste di attesa per eventuali interventi necessari o esami diagnostici.
E’ ovviamente una truffa, ma viene rinviato a giudizio un medico su migliaia e ad ogni morte di papa.
Pensiamo alle operazioni. Tu ti fai operare dal tal medico. Una volta operato –soprattutto se sei rimasto soddisfatto e se sei convinto che quel medico sappia tutto del tuo caso- tenderai a rivolgerti a lui anche successivamente. Se potessi “raggiungerlo” nel pubblico, andresti nel pubblico. Ma molto spesso ti senti dire “io non lavoro più lì”… “io in quegli orari devo fare questo”.. “devi aspettare sei mesi”.. a un certo punto, consciamente o inconsciamente capisci che per vedere quel medico devi andare a trovarlo a livello “privato”. E questo non vale solo per la chirurgia, vale per ogni branca medica. Tutto questo funziona in particolar modo quando vi è una collusione tra tutta una serie di soggetti; primario, aiuto, medico, infermiere; con la direzione sanitaria e il direttore generale che girano la testa dall’altra parte. Alla persona che cerca quel medico, gli indicano la stanza d’ospedale in cui “dovrebbe” essere; ma, guarda tu, quasi mai è presente. Alcune ore si mette di guardia; altre ore è via per un congresso; altre ore è ad un appuntamento. Insomma si rende sempre indisponibile. Allora quella persona chiede “Dove lo posso trovare? Dov’è che visita?”. E qui l’infermiere o qualche altro operatore sa cosa dire “Vada in questo ambulatorio qui, città tal dei tali, via tal dei tali, numero di telefono tal dei tali”.

-Il medico si rende quasi irraggiungibile nel pubblico, per costringerti a raggiungerlo nel privato..

Questa è una delle cose più diffuse e scontate. Potrei dirti “questo è il minimo di ciò che accade”. Se il paziente non vuole aspettare mesi e mesi, è costretto ad andare a visita privata. Questo è possibile solo se c’è la connivenza delle altre strutture superiori ed inferiori.
Quando la connivenza diventa totale, si possono attuare meccanismi di spaventosa illegalità. Ti dico una delle cose che mi hanno fatto. Loro, in un momento successivo, sono riusciti ad impedirmi di fare la libera professione intramuraria –ovvero dentro l’ospedale, che è la modalità più corretta per farla- che io per legge potevo fare. E come facevano? Non ti danno il permesso di farlo da quell’ora a quell’altra ora, ti dicono che non c’è lo spazio e tutta una serie di altre fesserie che tirano fuori al momento. Tu dovresti metterti a contestare queste cose al Tar, e magari dopo 6 o7 anni ti danno anche ragione, ma nel frattempo ti sei rovinato, come, del resto è successo a me.
L’illegalità estrema, i meccanismi più odiosi, sono possibili solo nella collusione totale, solo nella complicità che coinvolge tutti. Perché basta che il primario, l’aiuto, gli infermieri, la direzione sanitaria, il dirigente dell’Asl, uno chiunque di questi, metta il bastone tra le ruote e un giochetto come quello che hanno fatto a me e che ho descritto poco prima, non puoi farlo.
Quando invece i giochi più sporchi riescono ad essere attuati, vuol dire che tutti i livelli del potere sanitario sono coinvolti.
Torniamo agli ambulatori privati. Per potere lucrare appieno sugli ambulatori privati c’è bisogno del primario e della direzione sanitaria che ti danno il permesso di essere assente fisso per delle giornate. Immagina di avere, di nascosto, un ambulatorio privato, a Bologna, a Padova, a Firenze; e che a questi ambulatori ci vai, rispettivamente il martedì pomeriggio, il giovedì mattina, il sabato pomeriggio.
Allo stesso modo, con le loro collusioni possono renderti la vita impossibile. Ed è quello che hanno fatto con me in tutti quegli anni. Posso dirti che per più di tre anni –gli ultimi che ho trascorso in servizio presso la divisione oculistica nell’ospedale di Adria- non ho potuto godere non solo dei miei diritti contrattuali, ma neanche di quelli costituzionali. Diritti come la tutela della salute. Una delle mie problematiche di salute è stata dovuta da una frattura al femore, per la quale ho subito 3 interventi e 9 ricoveri ho portato per 2 anni stampelle e anche ora ho seri problemi.

-Tu dicevi che l’ostilità iniziale nasceva “semplicemente” dal fatto che semplicemente eri una persona senza appoggi, che aveva tanti clienti, che poteva mettere ombra a qualcuno, soprattutto questo aiuto primario.

Sì, e mentre lui veniva tutelato, a me cercavano di tenermi calmo. Nella mia ingenuità avevo più volte anche provato a rivolgermi al primario che mi diceva “stia tranquillo dottore, lo calmo io, ci penso io, lei continui, non ci badi.. non ci sono problemi..”. Ma lui continuava imperterrito, con sempre maggiore arroganza.
Io ero assistente di ruolo in un reparto di oculistica. E cosa fai in un reparto oculistico? Certo fai gli occhiali, come fanno tutti gli oculisti, però anche operi. E operare è la cosa principale, la cosa più gratificante dell’oculistica. Ma l’aiuto voleva operare solo lui. Praticamente io non potevo entrare in sala operatoria se non a guardare. L’intervento più comune al mondo per gli oculisti è l’intervento di cataratta; la cataratta è la prima operazione che ti fanno fare, il pane quotidiano, l’intervento di base per l’oculista. Bene, in 14 anni che io sono stato in quell’ospedale non ho mai potuto operare nemmeno una cataratta, e tuttavia sono stato costretto ad operare di notte, da solo, una cataratta traumatica.
Tu, non facendo operare una persona è come se la castrassi, come se gli tarpassi le ali. E allo stesso tempo permetti E OBBLIGHI che per 14 anni lui faccia anche 14, 15, 16 turni di reperibilità notturna MENSILI per le urgenze; quindi i casi chirurgi più complessi. Io mi trovavo ad essere responsabile, e da solo, di interventi chirurgici in urgenza, pur non avendo potuto avere io nessuna esperienza chirurgica. Questo non per 14 giorni, ma per 14 anni.

-Tu quindi ti trovavi ad operare d’urgenza?

Sì, ed era uno dei contesti che utilizzavano per rendermi la vita impossibile. Una notte che ero di guardia, è venuta una vecchietta una che aveva l’occhio bucato; si era trafitta l’occhio con un ago. Ovviamente dovevo intervenire subito, e sono andato con lei in sala operatoria. Io non avevo mai operato prima la cataratta. Quindi immaginati che trauma psicologico per me operare qualcosa che non avevo mai operato. Certo, la teoria la sapevo; ma dal dire al fare.. Comunque, una volta che operi la cataratta, se non togli la parte che si è sporcata, che si è infettata del cristallino, tu l’occhio rischi di perderlo. Comunque, io ho tolto il cristallino e dovevo inserire il cristallino artificiale. Il cristallino artificiale è la lente che si mette al posto del cristallino vecchio. Tutto questo deve essere fatto nello stesso intervento. Bene immaginati me che sto operando, che ho tolto il cristallino vecchio e dico alla ferrista che era con me
“mi dia il cristallino artificiale” .
“Io mica ce l’ho”.
“E che vuol dire ‘io mica ce l’ho?’, guardi dove sapete voi, negli armadietti della sala operatoria.. dove li tenete di solito? dov’è che li tiene di solito il dottor (l’aiuto) .. che ne mette fino a dieci a settimana?..siete voi che lo assistete …”,
“io non lo so..”.
“Come non lo sa?”. E lì ho cominciato a capire.
“Sentite, qui ho l’occhio aperto della paziente, devo mettere il cristallino, telefonate immediatamente all’aiuto, al primario, ecc. “. Loro chiamarono ma quelli non risposero, fecero in modo di non farsi trovare.

Morale della favola, alla fine, insistendo con l’una e con l’altra, uscì fuori che le lenti intraoculari –ognuna delle quali ha un prezzo esorbitante, migliaia e migliaia di euro con le varie gradazioni e di proprietà dell’ospedale- li custodiva, guarda caso, lo stesso aiuto, nel suo armadietto personale dentro la sua stanza. Io chiamai immediatamente i carabinieri, e quella sera dovetti chiudere l’occhio di quella vecchietta senza poter inserire il cristallino nuovo. Per cui quella paziente è stata danneggiata irreversibilmente. Venne operata dopo un mese da un altro, ma non è servito a niente, l’occhio è rimasto CON UNA VISTA RIDOTTISSIMA. Quella notte telefonai subito ai carabinieri e in procura. Il magistrato di turno ha messo sotto sequestro l’armadietto, che è stato dissequestrato dieci giorni dopo, in mia assenza, perché io ero ricoverato per una colica renale. Quando hanno aperto il suo armadietto, hanno trovato le lentine intraoculari per un valore di migliaia di euro. Cosa voleva dire tutto questo? Che solo l’aiuto poteva utilizzare queste lenti e nessun altro. E quindi che lui aveva la gestione di quante erano, di quante ne metteva, ecc. Tu sai che vuol dire comparaggio. Questa persona era sponsorizzata dalle case farmaceutiche, che gli hanno pagato anche viaggi in Usa e in molti altri posti. Arrivava al punto di vantarsene con meb. Le ditte che vendono prodotti come questi, traendone dei profitti enormi, danno naturalmente de bonus –diretti e indiretti- per fare in modo che la propria ditta venisse favorita rispetto a altre ditte. La gara tra le ditte la gestiva lui, in connivenza col primario, facendo vincere questa o quella ditta. Comunque, le denunce che io feci contro queste persone, anche la procedura che era stata attuata, col sequestro dell’armadietto, ecc., finì in un buco nell’acqua.

-Fa impressione sapere che le persone che erano con te, le ferriste, la caposala, non ti avevano detto niente neanche quando la paziente era sotto i ferri.

E’ come diventare passivi, succubi di un sistema.

-Perché nessuno ha preso un martello e lo sfondava?

Io sono stato lì lì per farlo io, sapendo che già senza niente, facevano di tutto per ostacolarmi in ogni maniera, se avessi fatto una cosa del genere mi avrebbero messo in carcere già allora.
Comunque, si poteva dire che l’aiuto e il primario erano implicati in ogni scorrettezza possibile. Come quella relativa ai falsi ciechi. E anche per questa vennero indagati. In quegli anni in Italia era scoppiata la questione dei “falsi ciechi”. Vi erano servizi giornalistici, con tanto di video, che mostravano questi ciechi che andavano al mare, giocavano a pallone, andavano i bici; e non poche inchieste furono fatte su questo “scandalo”, che colpiva molto l’immaginario delle persone. La guardia di Finanza di Adria mi interrogò varie volte in una inchiesta in merito ai “falsi ciechi”. Anche nella zona in cui operavo io, c’era una commissione di invalidità oculitisca, ma di essa, come medici, facevano parte solo il primario e l’aiuto. mi avevano escluso; e io non ci avevo mai fatto troppo caso. Quando la guardia di finanza cominciò ad interrogarmi, mi mostrò anche delle fotografie che mostravano persone, della zona, dichiarate “cieche”, che espletavano normalmente le più varie attività. Io confermai loro che quelle persone che avevano filmato non potevano certo essere cieche, e dissi anche loro però che nella commissione di invalidità oculistica io non c’ero, che me ne avevano sempre tenuto fuori. Comunque cercai di aiutarli, facendo capire il livello di complicità e il tipo di relazioni che devono sussistere per mettere in atto illegalità di quel tipo. La guardia di finanza continuò la sua inchiesta, vi furono anche vari processi, ma i soggetti coinvolti, riuscirono a tirare la cosa così per le lunghe che non ne seppi piu’ nulla dell’ esito. A peggiorare la situazione intervenne il mio diventare rappresentante sindacale.

-Racconta..

Il mio modo di comportarmi molto semplice e trasparente, fece sì che io venni costretto, praticamente all’unanimità, a diventare rappresentante sindacale, quando io di sindacato non ne sapevo niente. Ma hanno fatto di tutto per eleggermi. Se hai capito come sono fatto io, una volta eletto, non ho preso questa elezione come una gratificazione, come una carica che mi poneva in una posizione di prestigio per avere vantaggi dall’amministrazione; ma l’ho presa seriamente, come strumento per difendere i lavoratori dell’ospedale. Mi misi subito a comprarmi libri di contratti, di gestione sindacale e quant’altro; mi sono messo a studiare come un deficiente; ho fatto anche dei corsi di formazione. E così ho cominciato a fare anche il sindacalista; puntando i piedi con l’amministrazione, senza guardare in faccia nessuno, quando c’erano cose che non andavano. Divenni il punto di riferimento per tutti i colleghi; e quando era necessario, mi alzavo in piedi e parlavo duramente. Se già prima non ero visto bene, la mia azione sindacale portò a un vero e proprio odio da parte dell’amministrazione.

-Ma dalla tua parte rimasero tutti quei medici che tu avevi in tante occasioni difeso come sindacalista?

No. Quando le cose si sono messe male per me, sono rimasto solo. Tutti sapevano cosa succedeva nel mio reparto; però quando è stato il momento non dico di testimoniare a mio favore, ma anche solo di darmi un po’ di appoggio e sostegno, si sono allontanati tutti. Nel frattempo l’amministrazione ha cominciato a calcare le dosi, dando il via a quello che è stato un vero bombardamento di contestazioni di addebito, di di provvedimenti disciplinari.

-Fammi un esempio..

Di esempi te ne potrei fare migliaia. La prima contestazione di addebito la ricevetti alla fine degli anni ’80 perché non avevo allegato una polaroid ad una ecografia che avevo fatto ad una paziente. E perché non avevo allegato quella polaroid? Proprio per via del mobbing che subivo dal primario e dall’aiuto, con la concreta connivenza di alcune infermiere (per prima la caposala) e della direzione sanitaria. Mentre il primario e l’aiuto ricevevano i pazienti quando pareva loro, e avevano sempre l’ auto di una o due infermiere; io invece dovevo sempre fare tutto da solo. Io procedevo comunque, ma in condizioni certamente più difficoltose. Naturalmente denunciavo, dicendo che venivo privato dell’assistenza delle infermiere e naturalmente nessuno mi ha mai risposto. Veniamo alla questione ecografia-polaroid. Immagina, che tu devi fare l’ecografia ad una paziente, e devi tenere la sonda con una mano, l’occhio aperto con l’altra, e con la “una terza mano” dovrei scattare foto e regolare lo strumento. Il piccolo problema è che non avevo una terza mano. Aggiungi che non mi fornivano neanche il materiale; ad esempio il rullino della polaroid. E allora immagina la scena che sarebbe comica, se non fosse tragica. Stai visitando il paziente, in qualche modo riesci ad afferrare la polaroid, ma ti accorgi che ti è finito il caricatore, cerchi nel carrello sotto e non ce ne è neanche uno. Con le mani sul paziente, chiami qualcuno perché venga ad aiutarti, ma non viene nessuno. E allora distendi il paziente su un lettino, vai fuori e chiami una infermiera, ma naturalmente non serve a niente e nessuno arriva. E allora che fa? Finisci l’esame senza allegare la foto, scrivendo che non ti è stato allegato il materiale fotografico. E, come hai ben capito, qualche giorno dopo parte contro di te una contestazione di addebito perché non hai allegato la foto all’ecografia. Questo fu il primo caso. Ma ne sono seguiti NUMEROSI.
E che significa tutto questo? Significa rabbia, tensione, stress psicofisico. Significa prendersi un avvocato e pagarlo. Significa intentare procedimenti che quasi sempre finiscono con un buco nell’acqua, ovvero con l’archiviazione. Ma intanto i danni sono stati fatti, come il danno all’immagine, in quanto ovviamente le persone colluse si davano un gran da fare nel pubblicizzare la cosa tra le mura dell’ospedale e in città.

-Sono vicende pazzesche…

Te ne racconto un’altra. Mi avevano fatto fare –come altre volte del resto- la reperibilità (che di fatto è una guardia medica continuativa, 24 ore su 24, durante la quale devi comunque essere in reparto e visitare i degenti, fare le visite urgenti e pure gli interventi chirurgici d’urgenza) ininterrottamente di seguito per quattro giorni, venerdì, sabato, domenica, lunedì. In pratica quattro giorni di seguito di lavoro bestiale.
Il contratto ha sempre previsto il recupero compensativo OBBLIGATORIO nel giorno immediatamente seguente ed entro la settimana stessa. Martedì ero finalmente libero, il giorno di riposo. Sono andato a casa e ho spento il cellulare, perché, non pensare che i giorni in cui “riuscivo a tornare a casa”, potessi, almeno quei giorni, avere un momento di pace. Visto che dovevo avere il cellulare sempre acceso per essere reperibile, loro mi chiamavano giorno e notte, e tante volte mi arrivano telefonate dall’ospedale per urgenze, alle 3 e 4 di notte. Io correvo nel pieno della notte, e arrivato lì mi dicevano che nessuno aveva chiamato, che non c’era nessun caso di urgenza. Quel martedì, dopo quei quattro giorni di lavoro bestiale, sapendo che avrebbero tormentato con questo genere di telefonate anche quel giorno che sarebbe dovuto essere di “riposo”, spensi proprio il cellulare. Quando il giorno dopo sono tornato in ospedale, ho trovato tutta la gente che mi guardava di storto e le infermiere che mi dicevano “dottore, cosa ha combinato questa volta? Lei ieri doveva essere di turno e se ne è andato a caso, e ha spendo il cellulare. Alcuni pazienti non sono stati curati e sono venuti i carabinieri”.

-Ma come era possibile che eri di turno, se per quel giorno era previsto che tu non lavorassi?

Hanno fatto un falso ideologico e anche materiale… hanno prodotto un atto falso dove risultava che io quel martedì dovevo lavorare… e quel turno “falsificato” lo hanno appeso alla porta dell’ambulatorio, nel lato interno, dove non avevo accesso, in quanto da svariati mesi erano state sostituite tutte le serrature del reparto, con il solo intento di impedirmi l’accesso, in quanto non mi furono mai date le nuove chiavi. E questo solo a me; mentre tutte le infermiere, le donne delle pulizie, ecc., le avevano.

-Cioè arrivare fino a scrivere una indicazione di turni falsificati?

Sì, lo so che sembra incredibile. Tutta questa storia sembra incredibile. E io davvero, potrei non fermarmi mai a dirti tutto quello che mi hanno fatto. Nell’aprile del 1993 ebbi la frattura scomposta e complicata di un femore e lesioni legamentose e meniscali alle quali seguirono tre interventi e nove ricoveri. Beh mi hanno impedito praticamente di fare fisioterapia. Ma mi hanno impedito praticamente tutto. Mi hanno impedito di andare ai congressi, di fare il mio aggiornamento settimanale previsto dal contratto, di andare in ferie. Com’è che facevano? Io ovviamente dovevo fare domanda per ciascuna di queste cose (fisioterapia, ferie, andare ai congressi) e la facevo con mesi di anticipo. Bene, le mie domande non ricevevano risposta. Mai, a nessun livello. Non avendo risposta, io non potevo assentarmi, altrimenti sarebbe stato rifiuto in atti d’ufficio, mancanza dal posto di lavoro, denunce penali, ecc. E visto che una persona non è una macchina e alcune volte, giocoforza, ho dovuto assentarmi, sono riusciti anche a farmele queste denunce penali; me ne hanno fatte due. Non si può descrivere l’inferno che ho vissuto. Io facevoCOSE come tre, quattro turni continuativi. Per legge una persona dopo determinati turni di lavoro, deve riposare. Perché era impossibile che una persona potesse lavorare giorno e notte per diversi giorni di seguito. Ma, come ti avevo mostrato nell’esempio di prima, loro erano capaci di farmi fare. turno sabato, domenica e lunedì… e martedì, invece di farmi riposare.. ecco che mi piazzano nell’ambulatorio del paese più vicino.. e il giorno dopo di nuovo di guardia…

-Questa è pura persecuzione.

Si chiama mobbing estremo. Io l’ho imparato dopo studiando i libri, soprattutto presso degli avvocati di Torino che avevano scritto libri su questo.
Questi avvocati avevano iniziato il lungo iter presso il giudice del lavoro di Rovigo, che è stato poi bloccato, in quanto nel frattempo il parlamento aveva approvato una nuova norma che indicava non più il giudice del lavoro, bensì quello amministrativo, come referente per le cause di lavoro. Avrei dovuto iniziare tutto l’iter da capo; era impossibile. Anche perché non avevo più soldi per pagare, ed ero disoccupato. Forse nell’arco di decenni avrei avuto ragione. Me ne hanno fatte centinaia di episodi di questo genere.
Nel mobbing estremo che mi facevano era compreso anche il togliermi le chiavi di tutti gli ambulatori. Tutti gli altri operatori, comprese le donne delle pulizie, avevano tutte le chiavi degli ambulatori. A me, avevano, a un certo punto, cambiato le chiavi della serratura, senza dirmi niente. Semplicemente da un giorno all’altro mi ritrovai senza chiavi. Ora chiediti come fa un medico che è di guardia in un ospedale a non avere le chiavi delle stanze in cui ci sono gli strumenti, degli ambulatori, della sala operatoria. Le chiavi ce le aveva l’infermiera, e io dovevo ogni volta chiedere il permesso all’infermiera. Qualche volta era autorizzata a venire ad aprirmi; e alcune di volte, dopo avermi aperto veniva controllarmi. Altre volte mi diceva semplicemente “no”. E io.. che mi sembrava di diventare pazzo..”come no?”. “Ho l’ordine di non aprirle”, mi ribatteva. E io quella sera non potevo entrare negli ambulatori e nella sala operatoria. Questo comportava conseguenze drammatiche per gli stessi pazienti che avevano la sfortuna di presentarsi una di quelle notti. C’era un paziente che curavo da più di dieci anni. Questo paziente aveva spesso delle emorragie maculari, che lo facevano diventare cieco; ed era necessario fare immediatamente una florangiografia. Una giorno questo paziente mi telefona, dicendomi che aveva avuto un’altra di queste emorragie e che non ci vedeva più. Io naturalmente gli dico di farsi portare al più presto in ospedale, che gli avrei fatto l’angiografia. Quando arriva il paziente e vado a “chiedere” cortesemente all’infermiera di aprirmi l’ambulatorio perché avevo un paziente in condizioni urgenti, le mie risponde “No”.

-Descrivi il resto del dialogo.. con questa infermiera..

“Come no? Ho urgenza per un paziente..”.
“Mi è stato detto che lei non può accedere all’ambulatorio”.
“Come non posso accedere?” Le mostro il paziente, aggiungendo “Vede, questo paziente ha una patologia gravissima, devo visitarlo e fargli immediatamente una angiografia”.
“No”.
“Ma chiami il primario e la direzione sanitaria..”.
“Io non chiamo nessuno”.

-A volte è difficile capire se è più miserabile e squallido chi dà gli ordini o chi ubbidisce.

Nulla, nulla, nulla, mai, mai, mai. Senza giustificazione e in completo spregio a ogni norma, non solo a ogni norma comune in ogni ospedale, ma ad ogni norma di buon senso. –
Io, con il paziente accanto, ho cercato subito di contattare il primario e non si è fatto trovare. Sono andato in direzione sanitaria al piano di sopra e mi è stato detto che il direttore sanitario non c’era. In realtà poi seppi che c’era, ma si rifiutava di vedermi. A quel punto, di comune accordo col paziente, siamo andati dai carabinieri per sporgere denuncia. Ho scritto anche una lettera ai giornali, che nessuno ha pubblicato. Quel paziente è dovuto andare in un ospedale a 60 km di distanza per farsi visitare e farsi fare l’angiografia. Naturalmente dei dirigenti e delle infermiere che si erano comportati in quel modo non è successo niente.

-Nel leggere il dialogo che hai avuto con quell’infermiera, sembrava proprio ostile..

Non erano tutte uguali. Ce n’erano alcune che erano state terrorizzate. Infermiere che mi volevano bene perché sapevano chi ero, cosa facevo e cosa subivo. Alcune di esse mi dicevano le cose di nascosto, per cui venivo a conoscenza di altri elementi del modo bastardo con cui venivo trattato; anche se mi scongiuravano di mantenere il silenzio; “Dottore mi raccomando non mi rovini, non dire che le ho detto”. E io non l’ho mai fatto, non le ho mai coinvolte. Avrei potuto citarle come test in un’indagine, ma non l’ho fatto per tutelarle e poi di parola io che ne ho una sola.
Io ho vissuto per tanti anni proprio in una situazione del genere. In un crescendo infamia umana. Nel mobbing estremo di persone che, per danneggiare me, non hanno avuto remore a danneggiare migliaia di pazienti. Vuoi rovinare una persona? Rovinala. Ma non rovinare con lui dei malati che con lui non hanno nulla a che vedere.
E ricorda che mentre all’inizio vedevo la malvagità solo in persone come l’aiuto che mettevano in atto concretamente atti dolosi; col passare degli anni sono arrivato a considerare ancora più meschina e criminale l’omissione. Ovvero l’azione di tutte quelle persone che, a vari livelli, dovevano e potevano per legge intervenire e che hanno fatto finta di non vedere, di non sapere, di non capire. Che hanno fatto finta di on leggere quello che io avevo scritto, protocollato, inviato con raccomandata migliaia di volte. Migliaia di volte a migliaia di persone diverse.
E io non capivo, non capivo tanta complicità nel male. E quelli che all’apparenza sembrano buoni –l’ho compreso poi- sono ancora più canaglie di quelli che capisci subito che sono cattivi. Come il primario che era conosciuto da tutti come persona educatissima, gentilissima, pacatissima, squisitissima. Questa era la maschera che mostrava al mondo. Immaginati che io gli ero MOLTO affezionato e mi fidavo di lui e per anni, lo supplicai quasi “per favore, mi dia una mano, sono in queste condizioni, ecc, cerchi di fare ragionare l’aiuto. Io non voglio fare niente di più. Non voglio fare soldi, non voglio fare carriera. Voglio solo fare il mio lavoro onestamente, voglio fare l’oculista, fare il medico. Lasciatemelo fare”. “Sì, gli parlerò.. stia tranquillo.. ci penso io..”. Un’altra persona ci sarebbe arrivata subito che questo era anche peggio dell’altro. Io, per la mia ingenuità ci ho messo anni. Immagina, se vuoi un paragone, una persona tanto buona che se ti vede affogare in un fiume che cerchi aiuto, invece di aiutarti subito, ti dice “sì certo, aspetti un attimo, arrivo subito, aspetta, aspetta un attimo, ti aiuto sicuramente”.
E nonostante tutto ciò fosse paradossalmente ridicolo sotto ogni profilo, in quanto il primario era lui, e quindi sarebbe bastato un suo semplice ordine per ristabilire un minimo di legalità e il canonico andamento procedurale nel reparto.
E di fronte a tutte queste persone, a tutte le canaglie che in questi anni mi hanno danneggiato o hanno permesso che venissi danneggiato, sai quante volte mi sono chiesto “ma queste persone non hanno una famiglia? Non hanno dei figli? Cosa insegnano ai loro figli? A fregare il prossimo? A fare qualsiasi ignominia pur di raggiungere il proprio scopo, pur di fare carriera, pur di arricchirsi?”.
Questa gente mi ha fatto perdere un occhio e rovinato la vita senza rimedio.

-Racconta..

Questa è la persona. Questa è una delle persone, perché seguendo la doverosa scaletta gerarchica io sono partito con esposti, denunce, querele e via via più su, man mano che i vari responsabili interpellati epistolarmente non mi rispondevano, passati svariati mesi . In via gerarchica. Non è che sono partito in procura della Repubblica, a Padova, a Rovigo. Non sono partito scrivendo al CSM, al Presidente della Repubblica, al Papa, al vescovo, allegando documenti, prove, fotografie, registrazioni. Non ho fatto di prima battuta. Ho iniziato in via gerarchica, sempre con la speranza. Ma alla fine passavano i mesi e gli anni, mentre i miei aguzzini aggiungevano cose a cose, con uno stillicidio continuo.
Prima tentai con il primario, per anni. Poi con la direzione sanitaria. Poi col dirigente, col direttore dell’Asl, che per legge è il responsabile unico. Alla fine, dopo anni, l’ho denunciato, dopo che mi avevano licenziato per omissione di atti d’ufficio, rifiuto di atti d’ufficio, collusione, ecc. e i giudici hanno ritenuto che io l’abbia calunniato.
In quegli anni ho mandato una trentina di esposti, in cui c’era sempre lo stesso presidente dell’ Ordine dei medici di Padova, la stessa persona, che un mese fa mi ha radiato. In questi anni lui non ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti di nessuna delle centinaia di persone medici nei confronti dei quali lui aveva il dovere di indagare. Ha lasciato, ha omesso come gli altri, ha lasciato che facessero così. Gli ho chiesto aiuto, gli ho detto che temevo per la mia incolumità personale.
Nei primi di gennaio 1993, mi trovavo in ospedale nello stesso amblutario con l’aiuto. L’aiuto a un certo punto mi ha chiesto di scrivere in cartella clinica che pochi giorni prima lui aveva fatto un intervento, che era andato tutto bene. Tutte cose delle quali io non sapevo nulla, di cui non sapevo mimicamente se fossero davvero accadute; dato che io ero, come ho detto prima, totalmente escluso dalla sala operatoria. E quindi mi rifiutai di ottemperare alla richiesta dell’aiuto. Lui si è alzato, è venuto verso di me, mi ha dato un pugno in un occhio, sono svenuto e ho perso gran parte della vista da quell’occhio. Da allora io sono invalido. Lo denunciai, ma lui riuscì fare andare avanti la cosa finché non è andata in prescrizione. E, come puoi immaginare, non ha ricevuto alcun provvedimento disciplinare, né dall’ordine dei medici, né dall’Asl. Anzi, dopo anni è diventato primario.

-Praticamente tu , oculista, dal 93 sei senza un occhio?

Esattamente. Io sono stato a casa 3 mesi per via di questa situazione. Ovviamente mi sono fatto curare a Milano e in altre zone dove non c’era questa connivenza.

-E’ lo stesso sistema di potere in tutta Padova?

In un certo senso questi meccanismi sono presenti un po’ ovunque, con più o meno “affiatamento” ed efficacia, con più o meno accanimento e brutalità, con più o meno eccezioni; ma qualcosa del genere la puoi trovare in mezza Italia. E tutto questo rientra nel concetto di mafia bianca. Mafia bianca vuol dire potere ospedaliero diffuso, che parte dalle università e arriva agli ospedali. Potere fatto dai medici, e dai medici che hanno funzioni amministrative, vedi direttori sanitari, direttori delle Asl e quant’altro. Questa mafia bianca molto spesso è collusa con le vari lobby di potere E massonico riunite in organismi come il Rotary club e i Lyons. Tutti gruppi che hanno, si intende, “scopi benefici”. Per darti una indicazione concreta, ogni martedì all’albergo Stella d’ Italia , si riuniva il Rotary Club di Adria. A queste riunioni del Rotary di Adria partecipavano questo famoso aiuto, e anche il Direttore Sanitario, TALE Nunzio Caruso, quello che mandava le miriade di fantomatiche contestazioni d’addebito che mi sono giunte. Ci andava anche l’avvocato Migliorini, che Giancarlo Galan –presidente della regione Veneto per tre mandati- indicava come il suo tutore politico. Sempre a queste riunioni del Rotary di Adria c’era una dottoressa che era l’ex direttore sanitario, c’era un magistrato, c’ era il comandante della polizia locale, e tanta altra bella gente. Ti rendi conto che queste persone si trovavano nello stesso posto tutte le settimane? Trovi strano che nessuno tra i soggetti a cui mi ero rivolto, abbia mai fatto niente per tutelarmi?

-Una mano lava l’altra..

Molti sono massoni e se ne vantano pure pubblicamente. Quando ti sei scagliato contro un massone, un rotariano, ecc., non ti sei scagliato solo contro di lui. Ti sei scagliato contro tutti i massoni della sua loggia, contro tutti rotariani, e dovunque tu vada hai il massone e il rotariano contro. E’ la logica delle lobby. E’ per questo che, successivamente, nonostante avessi vinto concorsi in tutte le ASL del Veneto, sono sempre riusciti a farmi fuori, con una scusa o con l’altra. Quando arrivavo in un posto, ero già odiato. Basta una telefonata : le distanze , da una città ad una altra non contano, i personaggi che girano sono sempre gli stessi. Basta vedere l’ organigramma dei dirigenti nelle varie Asl del Veneto negli ultimi vent’anni. Direttori generali, direttori amministrativi, direttori sanitari e di distretto . hanno fatto carriera passando da un ruolo all’ altro , da una ASL all’ altra e ritorno, magari in coppia……. .Un solo esempio, il più recente e significativo da me conosciuto : coloro che dichiarando il falso e negandomi ogni possibilità di difesa per primi mi hanno rovinato definitivamente e ridotto al carcere, tali dott. Benazzi ed Artusi, allora rispettivamente direttore sanitario-e presidente della commissione disciplinare !! – e direttore amministrativo dell’ ASL di Vittorio veneto, pochi mesi dopo il mio allontanamento (fine 2005), sono stati promossi dal presidente del Veneto, Galan, a Direttore Generale e a Direttore Sanitario dell’Asl di Camposampiero. Verrebbe da pensare quale premio per essere finalmente riusciti nell’ intento perseguito da anni : far fuori definitivamente l’ odiato ribelle.

-Che successe dopo la violenza che nel 93 ti fece perdere l’occhio?

Ci ha messo lo zampino anche la sfortuna. come ti dicevo, mi ero fatto curare a Milano, al San Raffaele, il centro allora più famoso per la retina, e poi presso la clinica oculistica di Udine. Ma, come si è capito, hanno potuto fare ben poco. Dopo i due mesi prescritti dovevo rientrare in servizio. La prima di quando scadeva il mese di malattia, stavo tornando in macchina da Milano, dove ero andato ad effettuare gli ultimi esami di controllo prescrittimi. Nei giorni precedenti stavo cercando di riabituarmi a guidare la macchina con un occhio solo, senza benda. Infatti era assolutamente impossibile andare al lavoro con mezzi pubblici; dalla mia residenza di allora avrei dovuto prendere due tram, due corriere e fare lunghi tragitti a piedi.
Quel giorno era una splendida giornata di sole ed ero contento, perché riuscivo, pur con un occhio solo e andando piano, a guidare la macchina. Tu sai che da Milano a Padova si va in autostrada, passando dal lago di Garda. Io che sono, sin da bambino, un amante delle fotografie, dopo settimane di benda, volevo godermi finalmente un bello spettacolo, e fare qualche foto. Accostai la macchina nei presi del lago e salii su una barca, che era in ferma,” in secca“, su una spiaggetta e ho fatto delle fotografie. Ma per via di una manovra maldestra, caddi da un metro e mezzo di altezza e mi ruppi il femore. Da lì il ricovero di urgenza, l’intervento che andò male e tutte le complicazioni possibili. Questa storia mi comportò nove ricoveri , tre interventi e due anni di stampelle e fisioterapia.
Ovviamente, per mia tutela, per prima cosa mandai un certificato medico con raccomandata con ricevuta di ritorno. Ti puoi immaginare se me ne sarei lavato le mani, con quella gente pronta ad approfittare di ogni mio minimo passo falso. Il primo ricovero fu di un mese e mezzo e poi seguirono gli altri. E, naturalmente, a ogni successivo ricovero ho inviato la raccomandata con ricevuta di ritorno, che mi è sempre regolarmente ritornata. Dopo mesi e mesi, quando sono ritornato, al lavoro, mi fanno una bella contestazione di addebito “perché sono stato per mesi assente ingiustificato dal lavoro, dato che non avrei mai mandato certificati medici”; mentre io di certificati ne avevo mandati trenta, e di tutti potevo mostrare la ricevuta di ritorno. La malafede naturalmente era evidente. C’è stato un procedimento giudiziario andato avanti per mesi. Nel frattempo, loro avevano mandato i carabinieri nell’ospedale in cui ero ricoverato per acquisire le cartelle cliniche. E, roba da apparente delirio, hanno mandato almeno una ventina di volte la visita fiscale a Padova preso la mia abitazione. Lo sapevano perfettamente che io ero ricoverato nell’ospedale vicino a Verona, con tanto di diagnosi e prognosi e continuavano a chiedere all’asl di Padova di mandare la visita fiscale, il medico fiscale andava a casa mia, non trovava naturalmente nessuno e diceva “il paziente è irriperibile”, rimandava tutto all’ASL di Padova, la quale ASL aveva carta buona per dire che ero assente ingiustificato dal lavoro.
A quel punto-cioe’ nel 1998 e comunque troppo tardi- io ho fatto una querela nei confronti dell’unico dirigente responsabile totale dell’Asl, cioè il Direttore Generale una persona che viene pagata centinaia di migliaia di euro l’anno. Siamo andati in tribunale, e io ho avuto numerose testimonianze a mio favore. Queste persone hanno detto ai giudici esattamente quello che ti ho detto, che ero trattato in questa maniera, che per anni ho subito questo e non ho mai alzato la testa, non mi sono mai ribellato, non ho fatto mai nulla contro nessuno, che avevano l’ordine, perfino in ragioneria, di non pagarmi lo stipendio, di rimandarmelo di mesi, di non farmi fare la professione, di non farmi fare le ferie, né gli aggiornamenti professionali, né i congressi, né i riposi dopo i turni di reperibilità. Mentre lui ha portato due impiegate dell’ufficio protocollo che hanno detto di avere sì ricevuto le mie buste, ma che erano buste che non contenevano niente, “vuote”. Uno penserebbe che hanno dato ragione a me, e hanno condannato lui, non potendo, tra l’altro, nessuna persona sana di mente, credere a giustificazioni di quel tipo. E invece hanno dato per buone le sue scuse. E non si sono limitati a questo. Si sono a quel punto accaniti contro di me, accusandomi di averlo calunniato, perché “non poteva fare fisicamente ciò che io lo accusavo di avere fatto”.

-Ma anche a volere seguire questo ragionamento folle, loro comunque dovevano riconoscere che tu eri stato realmente ricoverato ed eri stato licenziato ingiustamente.

Questo doveva farlo il giudice del lavoro. Da quell’altro versante siamo andati avanti per anni e quando finalmente eravamo arrivati presso il giudice del lavoro di Rovigo, e io avrei avuto inequivocabilmente soddisfazione, qui non potevano esserci dubbi di sorta, è cambiata la legge. E’ successo dieci giorni prima dell’udienza. Io davvero non so quale male abbia fatto al mondo. A quel punto avrei dovuto ricominciare tutto l’iter giudiziario da capo, in sede civile. Ma non avevo più soldi e ho lasciato perdere la cosa.

(FINE PRIMA PARTE)

La scuola in carcere… di Nellino

scuola

Ecco che il nostro Nellino (Francesco Annunziata) detenuto a Catanzaro, ci invia un altro suo interessante pezzo.

Tutto incentrato sull’importanza decisiva che la scuola ha per chi è in carcere e su come, invece, essa sia, non solo non favorita, ma anzi spezzo ostacolata, nelle carceri, specie nelle carceri del Sud Italia.

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NUOVO GOVERNO E SCUOLA IN CARCERE

Se c’è una cosa che può considerarsi buona di questo nuovo governo presieduto dal “giovane” Renzi, è che pare voglia porre l’attenzione e mettere al centro delle attività parlamentari la riorganizzazione della scuola italiana.

È già un buon segno. È già una cosa che lo distingue da chi lo ha preceduto nell’ultimo ventennio. D’altra parte, tutti sappiamo che i peggiori regimi dittatoriali hanno sempre cercato di limitare l’istruzione per attuare le loro strategie.

È un dato di fatto lo stato in cui oggi è ridotta la scuola in Italia. Non è un caso che tutti i giorni sentiamo dire dai vari tg nazionali che i giovani stanno scappando da questo Paese.

A prescindere dalla disastrosa situazione economica, il motivo principale per il quale i giovani preferiscono trasferirsi all’estero è che l’Italia ha smesso da un pezzo di investire sulla ricerca, negando ai suoi cervelli la possibilità di far progredire questo Paese.

Purtroppo il nostro Paese, dopo centocinquant’anni non può considerarsi ancora unito, ancora troppe differenze ci dividono. Come direbbe il sig. De Feo (detenuto ininterrottamente da trent’anni, nel nostro Paese civile. Sic!) è tutta colpa del nord ladrone, dei Savoia che hanno depredato il sud dell’Italia e di chi più ne ha più ne metta.

Bisogna ammettere che non possiamo dargli tutti i torti.

Possiamo e dobbiamo obiettare che generalizzare non è mai un bene, ma un certo fondamento di verità dobbiamo riconoscerglielo.

L’Italia settentrionale sembra un altro Paese rispetto al Sud. Sarà anche colpa delle persone che ci vivono, che non sanno reagire alle tante mancanze che perpetrano da decenni, nei loro confronti, chi è chiamato a governare, ma non possiamo negare che i mezzi messi a disposizione in una parte dell’Italia, sono insufficienti per raggiungere la parità con il nord.

Realizzare i progetti atti al miglioramento è un’utopia, e restano tali solo per mancanza di fondi o di strutture idonee.

La scuola è una di quelle.

La scuola in carcere ancora peggio.

Laddove (raramente) si incontrano autorità dirigenti disponibili all’innovazione, al progresso e a cercare di annullare le differenze tra nord e sud, ci si ritrova di fronte ad ostacoli di carattere strutturale e di mentalità insormontabili!

Una sola persona, per quanto potere abbia, non può sconfiggere una mentalità oppressiva, radicata e volta alla concezione di un carcere solo ed esclusivamente punitivo.

Qualcuno nel passato pare abbia detto che la civiltà di un Paese di misura guardando le condizioni delle sue carceri. Vorrei aggiungere che si misura anche dalle condizioni delle scuole nelle sue carceri.

Il motivo è presto detto. Tutti sanno che la principale causa della commissione dei reati è la mancanza di istruzione. La mancanza di quella alternativa che solo la scuola è in grado di fornire. Quindi, se chi ha già sbagliato perché non ha ricevuto l’istruzione adeguata, quando si ritrova nel luogo dove in teoria dovrebbero recuperare alle deficienze della vita libera, incontra le stesse se non maggiori difficoltà, quel Paese non può dirsi “civile”.

Ebbene, anche in questo è palpabile la differenza che c’è tra Nord e Sud. La scuola all’interno delle carceri del Nord è il fiore all’occhiello di ogni istituto penitenziario, è il vanto di ogni direzione e i docenti chiamati a insegnare in un luogo, che per forza maggiore è angusto e pieno di sofferenza, sono accolti come angeli portatori di salvezza. Quella salvezza che troppe volte la sola amministrazione penitenziaria non è capace di portare. Troppo ferma sulla sola posizione del reprimere e della sicurezza.

Il carcere non cambia nessuno.

Il carcere, così com’è oggi, in questa parte del nostro Paese, non serve a nessuno, né al colpevole né all’offeso del reato.

Invece nelle carceri del Sud quegli stessi docenti sono accolti come un “impiccio”, un disturbo, un invasione di campo, e si fa di tutto per scoraggiarli.

Questo è un tipo di atteggiamento che trova molteplici giustificazioni, una è che, questi “civili” che entrano ed escono, vedono e sentono tutto ciò che accade, e siccome le carceri del sud sono il luogo più illegale che esista, e non solo per le condizioni in cui tengono i “propri ospiti”, ma anche per gli abusi e i maltrattamenti fisici sono all’ordine del giorno, è comprensibile perché questi angeli sono indesiderati!

Un altro motivo che “ci” distingue dalle carceri del nord Italia è che la maggior parte dei professionisti addetti al recupero del detenuto, quelli preposti a far capire al “colpevole” dove ha sbagliato, non credono loro stessi nel proprio lavoro. Non credono che ci possa essere un’altra possibilità per una persona che ha commesso un errore. Nelle carceri del Sud si resta colpevoli oer sempre. E allora anche la scuola viene vista non come la maggiore garanzia di recupero, ma solo come una perdita di tempo.

Tendenzialmente, queste persone vedono del marcio anche dove non c’è.

Hanno la “malattia” dell’indagine, la cultura del sospetto, tanto retrograda quanto malsana e inutile. Sono capaci di voler sindacare anche sui risultati conseguiti e sulla valutazione dell’alunno, campo esclusivamente riservato al docente. All’esterno!

In carcere, anche se non direttamente, quella valutazione è sottoposta al “controllo” di quelle persone che per lavoro dovrebbero fare tutt’altro, con domande del tipo: come mai ha messo 9 al primo quadrimestre? Ora, qualcuno potrebbe  dirmi quale competenza ha in merito un educatore? Chi gli fornisce il diritto di formulare questo tipo di domande che hanno tutti i crismi dell’intimidazione? E certo! Perché mettetevi nei panni di un docente che già entra in carcere e vi assicuro che non è mai una bella sensazione, per qualsiasi motivo ci entri; controlli, perquisizioni, come se si fosse anch’essi delinquenti e non persone per bene, oneste e senza macchia, non può sentirsi intimidito?

Solo in pochi casi trovate un professore che risponde a tono, mantenendo la propria autonomia. Sono stato testimone di un confronto simile e restai molto sorpreso quando il docente rispose: posso dimostrare di fronte a chiunque che l’allievo vale 9 nella mia disciplina, anche se non sarei obbligato, perché la valutazione si basa su molti parametri ed è riservata esclusivamente al docente. Personalmente sono stato detenuto nel carcere di Spoleto (PG) e ai professori che venivano a insegnare in carcere gli stendevano il tappeto rosso, dove camminavano.

Nelle carceri del sud Italia si fa di tutto per non farli venire.

Eppure, dagli stessi dati del Ministero della Giustizia, si evince chiaramente che laddove ci sono l’impegno e la volontà delle direzioni di promuovere le attività scolastiche, si registrano percentuali di eccellenze notevoli. Si guardi al sistema universitario penitenziario, che oggi può contare su 103 iscritti solo nelle università del Lazio. L’importanza della formazione dunque è legata a doppio filo alla necessità del reinserimento nel mondo del lavoro, in carcere prima e fuori successivamente. Oggi, nelle carceri del sud, entri ignorante e ne esci peggio. O meglio, se ti aspetti un aiuto resterai assai deluso, perché al contrario troverai ostacoli di ogni tipo, se intendi migliorare la tua vita.

Mi risuonano in mente le parole di un magistrato qualche anno fa, che commentava gli eccellenti risultati raggiunti da alcuni reclusi definiti molto pericolosi dalle cronache. Alla notizia che queste persone erano riuscite a conseguire la laurea con il massimo dei voti, questo magistrato rispose: non fatevi ingannare, prima erano criminali ignoranti, ora sono ancora più pericolosi perché sono criminali laureati.

Come vi dicevo, nelle carceri del sud si resta colpevoli per sempre, e questo è lo stesso concetto assunto da quelle persone di cui accennato prima.

Confidiamo che questo governo si adoperi non solo per favorire la scuola all’esterno ma dedichi qualche risorsa, più umana che economica, anche alla scuola di “dentro”.

Francesco Annunziata

detenuto a Catanzaro (Sud Italia)… 🙂 !

 

Badu e Carros… di Gino Rannesi

 Pubblico oggi questa breve riflessione, scritta da Gino Rannesi appena giunto al carcere di Badu e Carros.

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“Non sono malvagi, sono ignoranti, il che è assai peggio”

Eccomi, sono arrivato, a Badu e Carros, il carcere di Nuoro (Sardegna). Mi sono chiesto che cosa significasse il nome dato a questo carcere, Badu e Carros (Passo dei Carri) Ovviamente all’epoca della costruzione i carri erano trainati da buoi. Mi trovo in questo posto da pochi giorni ma ho già capito tutto. Allo stato non mi dilungo, è presto, posso dire solo che la mia assegnazione in questo posto, così come quella di tanti altri ergastolani, è illegale. Oggi parlare di legalità è assai difficile, pretenderla è da ingenui, sarebbe come andare a rubare a casa del ladro.

 Gino Rannesi

Nuoro Febbraio 2014

A Catanzaro i detenuti non vengono curati… di Emilio Quintieri

casa-circondariale-catanzaro-siano

Il nostro Emilio Quintieri, da sempre in prima fila nella tutela dei diritti umani nelle carceri, ha fatto un intervento molto duro e particolareggiato per sottolineare come nel Carcere di Catanzaro, in pratica, il diritto alla salute sarebbe sostanzialmente una sorta di miraggio.

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Sono costretto, ancora una volta, ad intervenire pubblicamente dopo quanto affermato, nel corso di una conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi, dai Dirigenti dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Catanzaro e, nello specifico, dal Dottor Antonio Montuoro, referente della Sanità Penitenziaria Provinciale, secondo il quale ai detenuti ristretti (anche) nella Casa Circondariale di Siano, vengono garantite tutte le cure necessarie sia all’interno che all’esterno della struttura detentiva ricorrendo persino a visite specialistiche di qualità nei diversi ospedali del territorio.

Aldilà dei dati diffusi dall’Azienda Sanitaria Provinciale sulle prestazioni effettuate infra ed extramoenia, la salute in carcere non viene tutelata in maniera adeguata e sufficiente. Ed oltre al caso del detenuto Alessio Ricco, il quale – lo ripeto – ha atteso 165 giorni (circa 5 mesi) prima di veder diagnosticata dallo Specialista Reumatologo la patologia di cui fosse affetto e, quindi, di vedersi somministrata una terapia farmacologia appropriata ed efficace, lo dimostrano le continue lamentele che pervengono al sottoscritto, da parte di tanti cittadini reclusi appartenenti ai Circuiti Penitenziari dell’Alta e della Media Sicurezza e loro familiari, sulle quali stiamo effettuando opportune verifiche prima di assumere le iniziative più appropriate per la tutela di quei diritti inviolabili, come quello alla salute, che lo Stato deve assolutamente garantire.

Tant’è vero che molti di questi detenuti sono costretti ad attuare, anche inutilmente, lo sciopero della fame anche solo per essere convocati dal personale del Servizio Sanitario Penitenziario. E non è il solo Alessio Ricco ad aver intrapreso tale estrema forma di protesta nonviolenta. Proprio in questa settimana mi sono giunte ulteriori segnalazioni di detenuti gravemente ammalati e sottoposti a tortura e cioè ad un trattamento carcerario illegale poiché le condizioni in cui sono costretti ad espiare la pena li obbligano a soffrire un disagio o a sopportare una prova d’intensità superiore all’inevitabile livello di sofferenza, sottinteso nella detenzione.

Mi riferisco, in particolare modo, ai detenuti Domenico Tortora e Roberto Giaquinta, entrambi appartenenti al regime differenziato dell’Alta Sicurezza (AS3), i quali attendono, ormai da diversi mesi, di essere sottoposti ad interventi diagnostici specialistici anche di tipo chirurgico per le loro problematiche di salute. Quanto al Tortora, detenuto da 12 anni ed il quale tra 10 mesi tornerà in libertà per fine pena, evidenzio che allo stesso, da ottobre 2013 sono stati somministrati solo degli antidolorifici poiché la sua problematica (dolori all’anca destra) era stata “sottovalutata”. Rivelatasi inefficace la cura, dopo le sue rimostranze, nel mese di gennaio 2014 è stato sottoposto ad una tac che ha rivelato l’assenza di cartilagine all’anca destra ed i Sanitari gli hanno prospettato l’urgenza di praticare un intervento chirurgico per applicargli una placca in metallo per risolvere la situazione. Mi risulta che, nello scorso mese, i suoi congiunti abbiano interpellato sia il Magistrato di Sorveglianza che il Direttore dell’Istituto senza ottenere alcuna risposta. In ogni caso, la “lettera” è servita per fargli dare, in un primo momento, le stampelle e, successivamente, la sedia a rotelle per impossibilità di deambulare. Inoltre, proprio nei giorni scorsi, il suddetto detenuto, per evitare ulteriori complicazioni e permettergli di spostarsi agevolmente con la carrozzella, è stato sistemato a piano terra poiché si trovava nei piani superiori. Quanto al Giaquinta, faccio presente, che dal 10 marzo u.s. ad oggi sta effettuando lo sciopero della fame per ottenere di essere sottoposto ad una risonanza magnetica ed eventualmente ad un intervento chirurgico. Infatti, il predetto, nel 2005, subì un intervento chirurgico alla base del collo e precisamente alla colonna cervicale e gli vennero applicate una placca e delle viti in titanio fra le vertebre C5 e C7. Da diversi mesi avverte dei dolori al collo e dopo aver effettuato una tac gli è stato detto che, con molta probabilità, le viti si sono rotte e che per tale motivo bisogna effettuare ulteriori accertamenti (risonanza magnetica) ed in caso affermativo praticare un intervento chirurgico perché c’è il rischio che potrebbe restare paralizzato.

Queste non sono “polemiche” bensì fatti precisi e circostanziati sui quali, nei prossimi giorni, dopo aver acquisito ulteriori informazioni, solleciterò la presentazione di una Interrogazione Parlamentare ai Ministri della Giustizia e della Salute e l’effettuazione di una ennesima visita ispettiva per accertare personalmente le condizioni di detenzione degli stessi.

La “malasanità carceraria” oltre al sovraffollamento, alle deprecabili condizioni igienico sanitarie ed alla insufficienza di sostegno psicologico, è uno dei principali problemi delle nostre Patrie Galere. Invero, sono particolarmente allarmanti, i numeri dei detenuti morti per suicidio (60%) o per malattia (25%) mentre si trovavano in custodia allo Stato (senza far riferimento a quelle migliaia di “casi da accertare”). Dal 2000 ad oggi sono decedute 2.274 persone detenute e ben 812 di queste si sono tolte la vita. In questi primi mesi del 2014 siamo già a 35 morti e 11 suicidi. Sono tanti i detenuti che ogni anno muoiono per “cause naturali” nelle carceri italiane, anche in quelle calabresi. E raramente i giornali ne danno notizia. Spesso la causa del decesso è l’infarto, evento difficilmente prevedibile. Altre volte sono le complicazioni di un malanno trascurato o curato male. Altre volte ancora la morte arriva al termine di un lungo deperimento, dovuto a malattie croniche o, addirittura, a scioperi della fame e della sete. E purtroppo, nota dolente, va detto che l’Autorità Giudiziaria competente applica in maniera molto disomogenea le norme sul differimento o la sospensione della pena o sulla concessione di misure alternative alla detenzione inframuraria per le persone gravemente ammalate. Sempre più frequentemente la “scarcerazione” viene negata con la scusante della “pericolosità sociale” nonostante quei detenuti siano del tutto innocui perché profondamente debilitati dalla malattia.

In buona sostanza, vi è un generale azzeramento della dignità e del rispetto dei diritti umani e civili che lede l’integrità psico-fisica delle persone detenute in Italia. E tutto questo ha trovato conferma nelle sentenze emesse contro l’Italia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo che qualifica il trattamento riservato ai detenuti e le loro condizioni di vita, nel complesso, come “inumane e degradanti”, contravvenenti l’Art. 3 della Convenzione Europea che li proibisce in maniera assoluta. Quindi, i detenuti, dopo aver perso la libertà, rischiano di perdere la salute e, purtroppo, sempre più spesso, anche la vita.

In definitiva, invito il Dottor Montuoro e l’Asp di Catanzaro a fare meno “spot propagandistici” ed a fare di più per assicurare ai cittadini detenuti (iniziando da quelli segnalati), al pari dei cittadini in stato di libertà, la erogazione di prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione in maniera tempestiva, efficace ed appropriata.

Cetraro lì 28 Marzo 2014

Emilio Enzo QUINTIERI

I miei astri luminosi e dolci… ricordando Nicola Ranieri

astri

Nel settembre 2011 il nostro amico Nicola Ranieri venne meno per un grave male. Ma tanti elementi hanno fatto pensare che il sistema carcerario sia stato in gran parte responsabile, essendo Nicola stato, a detta degli stessi medici di Bari, curato in modo barbaro. La vicenda non è mai stata chiarita fino in fondo, ma le responsabilità potrebbero essere state enormi, contribuendo in maniera decisiva, allo sviluppo e al decorso di quel male.

Alla fine, comunque, le condizioni di i Nicola erano tali che  il carcere lo scarcerò e lui passò i suoi ultimi giorni di vita a Bari con la famiglia.

Dopo la morte, la sorella Mina richiese indietro il computer al carcere, e quando il carcere glielo inviò, lei trovò dentro tanti scritti di Nicola, che fece stampare e ci inviò.  E da quel momento, di tanto in tanto, pubblico qualche testo per ricordare il nostro amico Nicola.

Oggi pubblico questa sua poesia.

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MIEI ASTRI LUMINOSI E DOLCI

Sono solo in questa celletta, SI’!!!

Mi sento solo e triste.

Ma in questo sgomento…

in questo lamento…

in questo freddo…

c’è un grido di Sole che…

riscalda le mie interminabili giornate.

Una piccola e sorridente Luna…

Che illumina le mie notti insonni.

Infine, dolcemente…

la Stella più luminosa

dell’infinito cielo…

mi da gioia…

porta via tutto ciò

che è triste, ombra e buio.

Tu, il mio unico grande oceanico Amore,

si, sei la stella più luminosa, tu,

mi dai forza, coraggio,

allegria e speranza.

Ti ringrazio mio DIO

DI AVERMI DATO QUESTI ASTRI MERAVIGLIOSI.

Petizione tra i detenuti per la riconferma del dott. Salvo Fleres come Garante- carcere di Catanzaro

Salvo

Da alcune settimane sta girando nelle carceri una petizione che chiede la riconferma del dott. Salvo Fleres come Garante per i diritti dei detenuti della Regione Sicilia.

L’11 gennaio abbiamo pubblicato l’elenco delle firme raccolte nel carcere di Caltanissetta (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/01/11/petizione-tra-i-detenuti-per-la-riconferma-del-dott-salvo-fleres-come-garante-carcere-di-caltanissetta/).

Il quindici gennaio abbiamo pubblicato l’elenco delle firme raccolte nel carcere di Agrigento (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/01/15/petizione-tra-i-detenuti-per-la-riconferma-del-dott-salvo-fleres-come-garante-carcere-di-agrigento/).

Il ventuno gennaio abbiamo pubblicato l’elenco delle firme raccolte nel carcere di Pisa (vai link. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/01/21/petizione-tra-i-detenuti-per-la-riconferma-del-dott-salvo-fleres-come-garante-carcere-di-pisa/).

Il ventisette febbraio abbiamo pubblicato l’elenco delle firme raccolte nel carcere Pagliarelli di Palermo (vai al link..  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/02/27/petizione-tra-i-detenuti-per-la-riconferma-del-dott-salvo-fleres-come-garante-carcere-pagliarelli-palermo/)

Oggi pubblichiamo l’elenco delle firme raccolte nel carcere di Catanzaro.

Anche stavolta cito una parte del post dell’11 gennaio per fare comprendere il “senso” di questa raccolta firme.

————

“Salvo Fleres è una di quelle (non troppo numerose) persone che non si sono riempite solo la bocca parlando di carcere, ma che hanno messo in gioco se stesse, con impegno costante, e senza guardare in faccia a nessuno. Per persone come Salvo Fleres non esistono carceri “amici”, non esistono sezioni “off limits”, non esistono detenuti “figli di nessuno” e detenuti “figli di papà”.

Nella sua azione non si è risparmiato.. e i detenuti della Sicilia e i loro famigliari se lo sono visti vicino.

Durante il suo mandato (come emerge anche nell’intervista), ha avuto una parte del suo ufficio contro nel tentativo di ostacolare la sua azione e di coloro che collaboravano autenticamente con lui. Quella stagione passò e ripresero le attività dell’ufficio. Ma il 3 agosto il mandato di Salvo Fleres è scaduto, e il regime di “prorogatio” che consente di continuare, per altri 40 giorni, l’attività di Garante, è scaduto il 16 settembre. Da quella data la Sicilia è priva di Garante con grave danno nei confronti dei detenuti, le cui lettere si accumulano sui tavoli dell’ufficio del Garante senza poter ricevere risposta (si è parlato di questo in un altro articolo che abbiamo dedicato all’argomento (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/11/03/la-sicilia-da-mesi-senza-garante-intervista-a-gloria-cammarata/).

Siamo arrivati alla fine di febbraio e la Sicilia continua a restare senza Garante.

Tra i detenuti dell’isola ha cominciato a girare una petizione per chiedere la riconferma di Salvo Fleres come Garante per i diritti dei detenuti.

Questo è il testo della petizione:

“In questi sette anni di attività abbiamo  visto l’impegno costante per i diritti dei detenuti del dottor Salvo Fleres. Da mesi il suo mandato è scaduto, e la Sicilia è senza Garante. Le nostre lettere si accumulano presso l’ufficio del Garante, ma nessuno può risponderci. Tutto questo rende più drammatica la nostra situazione.Noi chiediamo al Presidente della Regione Sicilia che vi sia al più presto la nomina di un Garante e chiediamo che possa essere riconfermato il dott. Salvo Fleres di cui abbiamo toccato con mano capacità e impegno.”

———

Ecco adesso l’elenco delle firme raccolte nel carcere di Catanzaro. Le prime venti firme sono di detenuti dell’AS1. Le altre firme sono di detenuti dell’AS3.

——–

-Firme dei detenuti in regime di AS1

De Feo Pasquale

Curatolo Salvatore

Massimiliano Bello

Rocco Moretti

Farro Giuseppe

Farina Giovanni

Conte Claudio

Annunziata Francesco

Furnari Vincenzo

Pizzuto Agostino

Greco Alessandro

De Antonis Antonio

Galli Luigi

Corvaia Marcello Salvatore

Savino Carmine

firma non leggibile

Marino Gennaro

Ganci Stefano

Mariano Salvatore

Valeotti Francesco

——–

-Firme di detenuti in regime di AS3

Romirte Marcello

Somma Antonio

Minutola Orazio

La Motta Salvatore

Rccio Carmine

Leotta Rosario

Ciuzzo Carmelo

Grasso Giuseppe

Angelo Vassallo

firma non leggibile

Giuseppe Carmelo

firma non leggibile

Lamanna Carlo

Fresta Roberto

firma non leggibile

Stranglo Antonio

Sangiovanni Cosimo

Tisil Angelo

Pagano Antonino

firma non leggibile

firma non leggibile

Musolino Domenico

Incognito Marcello

Amelia Carmine

Pironcello Lucia

Cantrena Vincenzo

Pavone Emanuele

Montauro Vincenzo

Crisafulli Pietro

Marchese Maurizio

Catania Alfio

Reals Mario

Marcolino Antonio

Vicinanza Marco

firma non leggibile

Isaija Salvatore

Merante Bruno

Crisafulli Carlo

Buono Antonio

Berlinigieri Guglielmo 

Loffredo Umberto

Calabrese Raffaele

Fiore Giuseppe

Ferraro Sergio

Faiella Michele

Roberto Berlingieri

Polverino Massimo 

Palleruzzo Santo

Passalacqua Antonio

Gentile Salvatore

Martino Alessandro

Melecht Emanuele

Cerbone Marco

Pellecchia Andrea

Lentini Paolo

Lentini Nicola

firma non leggibile

Burrasca Michelangelo

Procopio Fiorito

Romanelli Vittorio

Di Martino Vincenzo

Duraccio Domenico

Disomma Raffaele

Tortora Domenico

Eilosu Vincenzo

Tecchia Gennaro

Verde Antonio

Rucci Vincenzo

Di Palma Lorenzo

Annunziata Alfonso

Bartone Vincenzo

Ruguiero Franco

Gualtieri Antonio

Procopio Giuseppe Santo

Caglioti Antonio

Caglioti Damanio

Cossari Giuseppe

firma non leggibile

firma non leggibile

Sia Alberto

Nicosia Salvatore

Corda Paolo

Orlando Davide 

Morello Carmine

firma non leggibile

Testa Alberto

Pali Michael

Paci Giuseppe

Marchetta Giovanni 

La Rosa Antonio

Varard Vincenzo

Goti Giovanni

Manfredi Pasquale

Giampà Saverio

firma non leggibile

Pititto Rosalino

firma non leggibile

Idà Franco

Armentano Mimmo

Koval Vasyl

Taverniti Francesco

De Masi Pasquale

Gamberiati Salvatore

Acri Gennarino

Taverniti Vincenzo

Carioti Alfonso

Mucera Diego

Barbieri Domenico

Russo Antonio

Bellarosa Nunzio

Fogaraca Desiderio

Rullo Vincenzo

Russo Francesco

Vitale Giuseppe

Gentile Salvatore

Sapia Sergio

Agostino Massimiliano

Nrosi Drixan

Rioua Imad

Basile Antonio

Condello Nicolino

Cella Ciro

Buonavventura Guglielmo

Lonetti Francesco

Lonetti Nicola

Gargiula Nicola

Passalacqua Leonardo

Zangari Antonio

Cozzupoli Natale

Cavallo Fabio

Perri Giancarlo

Perna Giuseppe

Musacco Mario

Mazzacane Aniello

Papale Alfio

Romano Giuseppe

Perillo Ciro

Consoli Giuseppe

Pandolfo Luigi

Scali Natale

Garzo Giuseppe

Macrì Francesco

Cosco Giuseppe 

Lentini Vincenzo

Doniculi Maurizio

Filosa Salvatore

Esposito Renato

Di Miccio Mario

Gascone Carmine

Anania Luigi

 

 

 

 

 

Petizione tra i detenuti per la riconferma del dott. Salvo Fleres come Garante- carcere Pagliarelli (Palermo)

Salvo

Da alcune settimane sta girando nelle carceri una petizione che chiede la riconferma del dott. Salvo Fleres come Garante per i diritti dei detenuti della Regione Sicilia.

L’11 gennaio abbiamo pubblicato l’elenco delle firme raccolte nel carcere di Caltanissetta (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/01/11/petizione-tra-i-detenuti-per-la-riconferma-del-dott-salvo-fleres-come-garante-carcere-di-caltanissetta/).

Il quindici gennaio abbiamo pubblicato l’elenco delle firme raccolte nel carcere di Agrigento (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/01/15/petizione-tra-i-detenuti-per-la-riconferma-del-dott-salvo-fleres-come-garante-carcere-di-agrigento/).

Il ventuno gennaio abbiamo pubblicato l’elenco delle firme raccolte nel carcere di Pisa (vai link. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/01/21/petizione-tra-i-detenuti-per-la-riconferma-del-dott-salvo-fleres-come-garante-carcere-di-pisa/).

Oggi pubblichiamo l’elenco delle firme raccolte nel carcere Pagliarelli, di Palermo.

Anche stavolta cito una parte del post dell’11 gennaio per fare comprendere il “senso” di questa raccolta firme.

————

“Salvo Fleres è una di quelle (non troppo numerose) persone che non si sono riempite solo la bocca parlando di carcere, ma che hanno messo in gioco se stesse, con impegno costante, e senza guardare in faccia a nessuno. Per persone come Salvo Fleres non esistono carceri “amici”, non esistono sezioni “off limits”, non esistono detenuti “figli di nessuno” e detenuti “figli di papà”.

Nella sua azione non si è risparmiato.. e i detenuti della Sicilia e i loro famigliari se lo sono visti vicino.

Durante il suo mandato (come emerge anche nell’intervista), ha avuto una parte del suo ufficio contro nel tentativo di ostacolare la sua azione e di coloro che collaboravano autenticamente con lui. Quella stagione passò e ripresero le attività dell’ufficio. Ma il 3 agosto il mandato di Salvo Fleres è scaduto, e il regime di “prorogatio” che consente di continuare, per altri 40 giorni, l’attività di Garante, è scaduto il 16 settembre. Da quella data la Sicilia è priva di Garante con grave danno nei confronti dei detenuti, le cui lettere si accumulano sui tavoli dell’ufficio del Garante senza poter ricevere risposta (si è parlato di questo in un altro articolo che abbiamo dedicato all’argomento (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/11/03/la-sicilia-da-mesi-senza-garante-intervista-a-gloria-cammarata/).

Siamo arrivati alla fine di febbraio e la Sicilia continua a restare senza Garante.

Tra i detenuti dell’isola ha cominciato a girare una petizione per chiedere la riconferma di Salvo Fleres come Garante per i diritti dei detenuti.

Questo è il testo della petizione:

“In questi sette anni di attività abbiamo  visto l’impegno costante per i diritti dei detenuti del dottor Salvo Fleres. Da mesi il suo mandato è scaduto, e la Sicilia è senza Garante. Le nostre lettere si accumulano presso l’ufficio del Garante, ma nessuno può risponderci. Tutto questo rende più drammatica la nostra situazione.Noi chiediamo al Presidente della Regione Sicilia che vi sia al più presto la nomina di un Garante e chiediamo che possa essere riconfermato il dott. Salvo Fleres di cui abbiamo toccato con mano capacità e impegno.”

———

Ecco adesso l’elenco delle firme raccolte nel carcere Pagliarelli. Si tratta davvero di tante firme. Una notevolissima partecipazione.

Donaco Orazio

Luisi Giuseppe

Pedicone Riccardo

Caruso Antonio Giovanni

Pieterà Gabriele

Montalbano Francesco

Rossello Massimo

Battaglia Antonino

Diaccioli Alessandro

Di Vincenzo Tonino

Mazzola Giovanni

Renda Antonino

Tarantino Giuseppe

Cardaci Rosario

Ficarrotta Pasquale

Lo Verso Antonino

Bonura Diego

Fichera Michelangelo

Luigi Maria

 Francesco Donato

Fiorentino Salvatore

Bronte Salvatore

La Barbera Daniele

Marino Giuseppe

Schillaci Emanuele

Cappello Vincenzo

D’Alba Massimiliano

Alcuni Antonino

Romeo Francesco

firma non leggibile

Sanzo Gaetano

Nicosia Valerio

Vastola Mario

Sorrentino Marco

Ciaramella Raffaele

Pirro Orazio

Benfante Antonino

Sapia Carlo

Messaoudi Sami

Malh Mourad

Chanbon Abdlilah

Raslen Abdel Ouhd

Delgasen Zin Abdin

Denidi Hamza

Rizi Giovanni

Monti Eduardo

Allocca Stefano

Maisto Mario

firma non leggibile

Pellegrino Ignazio

Rizzo Filippo

Scordi Eugenio

firma non leggibile

firma non leggibile

Tola Vincenzo

Astone Antonino

Domenico De Vita

Giudo Piccilli

Gaarofalo Pietro Paolo

firma non leggibile

Caccamo Pietro

Rafibi Said

Rinaldo Giovanni

firma non leggibile

firma non leggibile

Celesia Maurizio

Simone Agleisi

Scelta Salvatore

Tarantino Giuseppe 

Costa Luigi

Dell’orzo Salvatore

 Lo Monaco Francesco

Mannino Antonino

Di Pasquale Antonino

Lucido Francesco Paolo

Stumpo Vincenzo

Scalavivo Giovanni

Zinna Vincenzo

Cardella Gioacchino

Karreshi Elion

firma non leggibile

Dyrmishi Eglantin

De Luca Giovanni

Tafili Arnin

Papa Ilia

Internicola Giuseppe

Maia Nicolò

Mezzapelle Biagio

Faraone Giovanni

Russo Fedele

Bruno Andrea

La Grotta Giuseppe

De Marco Andrea

 Bonfardino Saverio

Longo Antonio

Gresti Salvatore

Giuffrida Salvatore

Sldita Alessandro

De Rosa Vincenzo

Caponetto Guglielmo

Sansica Francesco

Ficarra Emanuele

 Cuccia Rosario

Colluria Antonino

Lo Presti Alessandro

Sorbello Sergio

Greco Concetto

Ortolani Michele

Fichera Antonio

Licata Francesco

Muscocea Iuliani

Popescu Claudiu

Bulla Federico

Bacino Lauro Calogero

Lazzano Gioacchino

Sammartino Roberto

Baudo Dario

firma non comprensibile

firma non comprensibile

Giorgi Domenico

Marco Silvestri

Longiusti Gregorio

Giusimo Vita

Coniglio Antonio

Germanò Filippo

firma non leggibile

Viola Leograziano

Ferrante Marco

Balsameci  Francesco

Angelo Diliberto

Sandro Marino

Bruno Maiolo

Antonino Leonardo

Lorenzo Coriano

firma non leggibile

Merlino Giuseppe

Colealo Ugo

firma non leggibile

Crocilla Claudio

Liguri Calogero

Grecchi Stellario

Santoro Salvatore

Campagna Roberto

Campagna Giovanni Fabio

Cattareggia Angelo

Bonaccorsi Salvatore

Costantino Antonino

Sottile Domenico

Ditta Lorenzo

Nolfo Raffaele

Cannone Carmelo

Maggio Orazio

Dario Cascio

Lotti Antonio

Angiolino Gennaro

Terminiello Massimo

Corrado Giuseppe

Magni Gaetano

Di Benedetto Antonino

Maaouni Younes

firma non leggibile

Ibrahim Mohamed

Vincenzo Cocuzza

Mirko Rasa

Giovambattista Cusumario

Remo Petrillo

Ignazio D’Anna

Lucania Antonino

Bemalia Pietro

Catanzaro Andrea

Licari Giovanni

Billetta Pietro

Rizzo Giuseppe

Catanzaro Antonio 

Matteo Francesco

Verde Domenico

Mele Carlo

Grimaldi Capitello Armando

Di Norcia Pasquale

Pecora Vincenzo

Giuliano Giuseppe

firma non leggibile

Luisi Nunzio

firma non leggibile

Ferrara Pasquale

firma non leggibile

firma non leggibile

firma non leggibile

Botari Rosario

Strano Salvatore

Cannò Natale

firma non leggibile

firlma non leggibile

Lombardo Salvatore

Managò Domenico

Giabsi Wissem

Moahmed Korbi

 

“Chi mi ha pestato ora mi guardi in faccia”- la vicenda di Rotundo Giusé (di Antonio Crispino)

Rot.

E’ da qualche anno che conosco Rotundo Giusè. Dopo la sua esperienza carceraria è diventato molto attivo nella lotta per il rispetto della dignità umana nelle carceri. 

Lui in carcere ha subito atti di terribile violenza. A questo pestaggio è seguita una causa giudiziaria, e anche delle interrogazioni parlamentari.

Recentemente della sua vicenda si è occupato il Corriere della Sera con il giornalista Antonio Crispino, sensibile su questi temi.

Voglio condividere l’articolo scritto da Antonio Crispino (vai al link http://www.corriere.it/inchieste/chi-mi-ha-pestato-carcere-ora-mi-guardi-faccia/7ff5d63c-a466-11e3-8a4e-10b18d687a95.shtml), esprimendo nel contempo piena stima e appoggio morale all’amico Rotundo Giusè.

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«Chi mi ha pestato in carcere ora mi guardi in faccia»

La storia di Giuseppe Rotundo e le lesioni «per calmarlo»

di Antonio Crispino

Eppure una spiegazione ci deve essere. Quei lividi su braccia, gambe e schiena, quei tagli sulla faccia, quel piede diventato color melanzana, l’occhio sanguinante, le cicatrici sulle guance. Sono tutte cose reali, fotografate, periziate. Non è il solito racconto generico di un pestaggio. Perché, si sa, i pestaggi in carcere non esistono, sono un’invenzione di detenuti scaltri che farebbero di tutto pur di uscire dal «gabbio». Anche per l’Amministrazione penitenziaria è tutto trasparente, sotto controllo, una cosa inimmaginabile negli istituti moderni. Poi ci sarebbero da spiegare fratture e microfratture che in foto non si vedono ma agli occhi dei medici sì. 

LA STORIA DI GIUSEPPE – Giuseppe Rotundo era in carcere, a Lucera, in provincia di Foggia. Tre agenti della polizia penitenziaria raccontano di essere stati aggrediti da lui, così, senza un motivo. Quei segni su tutto il corpo del detenuto sarebbero il frutto del tentativo di sedarlo. Per «calmarlo» arriveranno a cambiargli i connotati. Il giorno dopo due dottoresse con le quali aveva fissato da tempo una visita medica, non lo riconosceranno. «La faccia era trasformata, gonfia come un pallone, era un viso irriconoscibile» dirà una delle due dottoresse al Pubblico Ministero che ha indagato e ottenuto il rinvio a giudizio degli agenti (ora il processo è in fase dibattimentale). L’altra, una psicologa clinica, nel vederlo scoppia a piangere. Quel Rotundo lo aveva incontrato e ci aveva parlato a lungo il giorno prima. Il 13 gennaio 2011, seduta dietro la scrivania, gli portano un detenuto malconcio e sanguinante. Faceva fatica a camminare. Incuriosita, chiede: «Lei, allora, chi è?». «Come chi sono, dottoressa – risponde il detenuto -. Sono quello di ieri… Rotundo». Il viso era così tumefatto da avergli alterato i tratti somatici. La dottoressa resta sconvolta, smarrita. Per qualche attimo impietrita, poi scoppia a piangere. «Non ho mai visto così le condizioni di un detenuto», confiderà al magistrato. Una testimonianza più unica che rara. 

LE LESIONI IN CARCERE – «È difficile che le lesioni subite in carcere vengano certificate, tantomeno è probabile che un detenuto violentato venga portato in ospedale» dice Simona Filippi, avvocato dell’associazione Antigone che opera per la tutela dei diritti nel sistema penale. «Il caso Rotundo – ci spiega l’avvocato – rappresenta quasi un unicum perché rientra in quei rari casi in cui al magistrato arriva la notizia del pestaggio e invia subito un perito per farlo fotografare». «Subito» significa dieci giorni dopo. Com’era quel volto? Traviato dagli scarponi, da calci, pugni, gomitate in ogni dove. Non c’è un centimetro quadrato di quel corpo senza lividi o chiazze rossastre. Nel redigere il capo di imputazione, il sostituto procuratore impiegherà dieci righe solo per elencare tutte le lesioni presenti al momento della perizia. 
Sempre per rispondere all’aggressione del detenuto, in quei frangenti, deve essere successo qualcos’altro. Perché a un certo punto Rotundo perde i sensi e cade a terra. Si risveglierà con 40 giorni di prognosi. Giuseppe Rotundo lo racconta per filo e per segno quello che sarebbe avvenuto nelle celle di isolamento di Lucera: dal momento in cui ammette di aver insultato un agente a quando si risveglierà nudo, a terra, pieno di ematomi. Volutamente non riportiamo nemmeno una parola di quello che dice, perché tanto non verrebbe creduto. È un ex detenuto, un criminale. E poi mentre dice di aver preso «mazzate» da sette agenti (cosa improbabile vista la carenza del personale di polizia penitenziaria; cosa ci facevano sette agenti in una cella?) ha sferrato un pugno a un poliziotto. E quello è tutto documentato, refertato, testimoniato e certificato. Un pugno che è costato all’uomo in divisa un occhio nero, escoriazioni varie, trenta giorni di prognosi e conseguente inabilità al servizio. Il fatto sconvolgerà la psiche del poliziotto. Documenterà una sopravvenuta depressione, in seguito all’aggressione subita senza motivo, che gli ha consentito a malapena di festeggiare lo scudetto del Milan su facebook vestito da jolly rossonero. 

IL SUICIDIO – Nello stesso carcere dove era recluso Rotundo, proprio qualche mese fa è morto un detenuto. Si chiamava Alberico Di Noia. Era dentro per piccoli reati. Gli restavano da scontare pochi giorni di prigione. Lo troveranno impiccato in cella. La ricostruzione dell’Amministrazione penitenziaria non convince nemmeno il sindaco che per protesta proclama il lutto cittadino. Al funerale partecipa l’intera cittadina di Zapponeta, il comune d’origine di Di Noia. «Hanno voluto chiudere in fretta e furia il caso, non capisco perché – commenta con l’amaro in bocca il sindaco Giovanni Riontino -. Così come non capisco perché abbiano impedito alla famiglia di vedere il corpo per 24-48 ore. E ancora: non capisco perché una persona che deve uscire a giorni si impicca in cella? Conoscevo quel ragazzo, eravamo coetanei, non lo avrebbe mai fatto. Come sindaco ero stato informato del suo affidamento ai servizi sociali e so che era contento, voglioso di iniziare. Vuole sapere davvero cosa penso? Da uomo dello Stato credo che lo Stato in questo caso abbia sbagliato». 

LE DONNE VIOLENTATE – Colpevoli, criminali, assassini, rapinatori, ladri, spacciatori. Persone alle quali lo Stato aveva inflitto una pena da scontare in carcere. Moriranno prima. Eppure basterebbe non commettere reati per evitare quelli che il sindaco di Zapponeta chiama «sbagli dello Stato». E invece no. Ci sono voluti sette anni per scoprire cosa faceva il comandante dei carabinieri Massimo Gatto nelle celle di sicurezza di Parabiago, in provincia di Milano. Sette anni durante i quali mai nessuno ha visto niente. O magari sentito le grida d’aiuto di undici donne rinchiuse e violentate in cella o nei bagni della caserma. Alcune erano state fermate in strada per controlli o si erano recate dai carabinieri per sporgere una denuncia. La corte d’Appello ha confermato le violenze sessuali a partire dal 2004 ma altre denunce risalirebbero al 1998, ormai prescritte. Per loro non ci sarà mai giustizia. Ma forse, tutto è solo un grosso fraintendimento. Dai 20 anni di condanna in primo grado si è passati ai 16 anni del secondo. Ora si aspetta la Cassazione. Perché… «quelle donne hanno frainteso i miei gesti galanti», dirà in aula il carabiniere. 

I DUE RAGAZZI – A Napoli si cerca di capire quali siano le colpe di due ragazzi. Erano seduti su un motorino quando gli si affiancano i ‘falchi’ della Polizia. La Procura di Napoli verificherà violenze gratuite da parte dei poliziotti. Saranno sospesi dal servizio e uno di loro finirà agli arresti domiciliari. Ma quello che succede in strada e in Questura ha davvero dell’incredibile. «Sono stati costretti con la forza ad andare negli uffici della Polizia senza un motivo e sono stati trattenuti senza che gli sia stato contestato alcun reato» dice l’avvocato difensore Riccardo Polidoro. I ragazzi non hanno voglia di parlare. Sono silenti. Non per quello strano invito rivoltogli al momento del rilascio: «Ora che uscite, mi raccomando, fate gli uomini…» ma perché hanno delle attività commerciali in città e temono ripercussioni. Nonostante tutto si sono costituiti parte civile nel processo. Dovranno ripercorrere in un’aula di tribunale quello che è successo, quello che la Procura ha riassunto così: « …venivano colpiti ripetutamente con schiaffi, pugni alla testa… buttandoli a terra a pancia sotto, sferrandogli calci allo stomaco, colpendoli violentemente all’occhio destro con la paletta segnaletica… ed ancora, sferrando un pugno all’occhio destro… poi nelle costole, afferrandogli i capelli con entrambe le mani e dandogli ginocchiate allo stomaco, al torace e nei fianchi». Ovviamente nella relazione di servizio che scrivono i poliziotti non c’è niente di questo. Per loro tutto si è svolto secondo le regole. «Sarà un processo lungo e difficile – commenta l’avvocato Polidoro -. Eppure basterebbe che la parte sana delle forze dell’ordine, che sicuramente è maggioranza, li isolasse. O, quanto meno, non gli manifestassero solidarietà».

Cani in carcere.. lettera in merito al progetto di Domenico D’Andrea per il carcere di Voghea

Cani-carcere-dai-detenuti

La lettera che leggerete è stata inviata dal Responsabile della sezione di Padova della Lega nazionale per la difesa del cane.. al nostro Domenico D’Andrea, detenuto a Padova.

Essa è relativa al progetto di Domenico di creare uno spazio per cani, fatto gestire da detenuti del carcere di Padova. Uno spazio per cani, in un’area verde dello stesso carcere.

Una bellissima idea.. che da un parte coinvolge cani adulti che difficilmente troverebbero chi li adotterebbe.

E dall’altra è straordinariamente importante, dal punto di vista empatico, per la guarigione “emotiva” e la crescita morale dei detenuti.

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LEGA NAZIONALE PER LA DIFESA DEL CANE- SEZIONE DI PADOVA

Sezione di Padova

Segr. Via Copernico, 28 tel. e fax 049685265- 35124 Padova

email: legadelcanepadova@alice. it

RIFUGIO DEL CANE  DI ROBANO

Via Palù, 48 tel. 049630272- 35030 Rubano (PD)

PARCO ZOOFILO DI FRAPIERO

Via Malipiera, 23 Coma (VE)- tel. 3332875351

PARCO ZOOFILO SAN FRANCESCO

Via Borghetto I,11- tel 3331105921 Presina di Piazzola sul Brenba (PD)

C.C.P. 13913355 SEZIONE DI PADOVA

DELEGAZIONE CITTADELLA ALTA PADOVANA

segreteria via Beltramina Sud 25- tel. 0495073103    35013 Cittadella (PD)

145 sezioni in Italia. Presidenza, via Catalani- Milano

 

Carissimo signor Domenico,

sono Giovanni Tonelotto, responsabile del parco zoofilo- canile San Francesco, di Piazzola sul Brenta (via Borghetto I, 11) a cui vi siete rivolti con la lettera del 10 agosto. Rispondo solo adesso per un disguido tecnico. 

Prima di tutto complimenti per il curriculum di studi compiuto da Domenico e naturalmente per la sensibilità verso  gli animali!

In merito a tale richiesta c’è tutta la mia disponibilità ad un dialogo per verificare la fattibilità della stessa che ho molto apprezzato, soprattutto quando parlate di cani anziani non più adottabili. Da noi sono circa il 15-20% di quelli che arrivano (circa 350 all’anno) perché le adozioni per fortuna funzionano.

Chiedo come fare per prendere contatti con voi- nel frattempo ho telefonato anche al numero di Domenico indicato nel curriculum. Mi ha risposto la sorella che mi ha confermato tutte le cose belle di cui vi ho detto.

In merito alla richiesta specifica ho sentito pure il consigliere regionale Antonio Pipitono di Padova, medico del carcere due palazzi e persona molto sensibile verso tutti gli esseri viventi. E’ interessato alla proposta e ha detto che ci sentiremo ai primi di settembre quando torna dalle ferie. 

Un caro saluto, auspicando che la vostra idea possa essere, almeno in parte, realizzata.

A presto.

Cittadella, 29-08-2013

LEGA NAZIONALE PER LA DIFESA DEL CANE

Il responsabile del parco zoofilo San Francesco, Prof. Giovanni Tonelotto

Tonelotto Giovanni

Via Beltramina Sud 25

35013 Cittadella (PD)

Tel e fax 0495973103

Cell. 338-4981981

email giannitonelotto@alice.it

facciamo sì che il miglior amico dell’uomo abbia nell’uomo il suo migliore amico.

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