Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Non fare che una famiglia si perdi… lettera di Giovanni Zito

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Pubblico oggi una lettera del nostro Giovanni Zito, che è giunta alla cara Francesca De Carolis.

Una lettera che tocca il nodo della problematicità del mantenere i rapporti famigliari quando si va in carcere e della necessità di strutture e normative che permettano, il più possibile, il mantenimento dell’affettività.

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“Quando ero un ragazzo non pensavo alle conseguenze degli errori commessi, oggi ho 46 anni e sono detenuto ininterrottamente dal 1996.
La vita in carcere è una tortura fisica e psicologica, specialmente quando si ha una famiglia. Io avevo una compagna al mio fianco, ma la mia condanna e il mio allontanamento forzato hanno fatto sì che io perdessi l’affettività familiare. Mantenere l’affettività, il contatto con i figli, è fondamentale, è la base di ogni famiglia, ed è dura rimanere in piedi quando si perdono le speranze.
Io ho perso le gioie di mia figlia, non potendo effettuare colloqui con lei, e ancora oggi ho enormi difficoltà per i colloqui familiari. E la mia condanna si è riversata sulla mia situazione familiare già precaria. Mantenere in vita un rapporto è la cosa più bella che un uomo possa desiderare. Io posso subire una punizione, è giusto che sia così, ma mia figlia non si rende conto del perché ci sia una pena così devastante per tutti. (…)
Oggi Adele, è il suo nome, ha trent’anni ed è madre di tre femminucce, di cui io sono il nonno. Se sono felice… sì, lo sono emotivamente e mi sento commosso da questo pensiero che mi tiene in vita. Ma quello che desidero di più è poter trascorrere del tempo con loro, e che venga creato negli istituti di pena un luogo dove una famiglia possa ritrovarsi insieme, là dove si possa offrire affettività concreta.
Certo, in carcere la visita dei parenti è prevista. Può essere settimanale o mensile. Ma un conto è un colloquio intimo con la tua famiglia, un conto un incontro fra decine di persone tutti nello stesso posto, uno affianco all’altro.
Siamo nel 2015. I paesi europei sono un decennio davanti a noi per quanto riguarda questo aspetto della vita in carcere ( per non parlare del fatto che in molti paesi neanche l’ergastolo c’è più). Se io non posso donare alla mia famiglia un po’ di affetto in più, se non posso giocare con i miei nipotini perché il carcere non è fornito di strutture adeguate, allora bisogna pensare di costruire dei moduli abitativi dentro le strutture carcerarie. E fornire luoghi dove un papà possa sorridere ai suoi figli o nipotini, a una donna. Che si possa avere uno spazio familiare, dove ci si possa rilassare sia pure per poco tempo, riunendosi nel calore umano. Un posto che “sa di casa”. Avvertire un senso di serenità equivale ad avere un comportamento equilibrato nella struttura familiare, sia per il detenuto stesso che per tutta l’area familiare. Questo significa avere protetto e curato l’interesse del detenuto e della sua famiglia, significa alleviarne le sofferenze. Significa trovare l’umanità dove si crede non ci sia più vita. Forse non io, ma la mia famiglia deve avere speranza e non sofferenza eterna.

Giovanni Zito
Padova

Ottobre 2015

Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (prima parte)

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Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è uno degli amici storici del Blog.

Lui non scrive di frequente. Ma quando scrive è portatore sempre di un ricco percorso riflessivo che è espresso in uno stile “classico” e che risuona di una integrità umana e di un durissimo e costante lavoro su di sé che dura da tanti anni.

Pierdonato ci ha inviato il testo sull’affettività che ha inviato alla redazione di Ristretti Orizzonti per il concorso che hanno organizzato su questo tema. Il testo di Pierdonato intreccia la riflessione generale, col il suo vissuto. 

Oggi pubblico la prima parte.

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GLI AFFETTI VIOLATI

La mia storia è un po’ lunga e complessa. Mi rendo conto però che devo essere breve, conciso, e offrire un contributo per sensibilizzare chi legge sul tema dei rapporti affettivi, tra persone detenute, prive di libertà e le loro famiglie.

Sono stato incarcerato 20 anni fa. All’epoca i mie tre figli avevano rispettivamente 7 anni, 5 anni, 3 anni. I genitori rappresentano i due pilastri che reggono il mondo interiore affettivo del bambino. In assenza di uno dei genitori solitamente si aggrappano, per così dire, all’altro pilastro.

Dopo alcuni anni la mia compagna viene anch’essa in carcerata. A quel punto il mondo interiore del bambino può andare in frantumi. Il nucleo familiare comunque è totalmente paralizzato e annullato.

A sostituirli ci sono anziani nonni. Dopo qualche anno ancora mi viene applicato il regime del 41 bis. I rapporti affettivi vengono drasticamente ridotti ad 1 ora al mese e dietro un vetro divisorio a tutta altezza, privo di ogni contatto fisico.

In quel periodo, durato otto anni, vedevo i visi dei miei figli esausti sia per il lungo viaggio effettuato e sia per la lunga attesa per potere entrare al colloquio.

Dopo qualche anno di detenzione, la mia compagna necessitava di una operazione chirurgica. In questi casi l’ordinamento penitenziario prevede un’attenuazione delle pena. Invece, immediatamente gli viene applicato addirittura il regime del 41 bis. Quindi un tipo di detenzione più dura con più limitazioni. Per cui più limitazione uguale più sofferenza. Perciò si va ad incrudelire la pena, senza che ci fossero reali necessità che la giustificassero. Evidentemente si voleva approfittare di quel drammatico momento per fare leva sul dolore per raggiungere altri.. obiettivi. Si opera in regime di 41 bis.

Il tempo passa vengono a mancare i nonni paterni, poi materni. Alla mia compagna in regime di 41bis per sei anni e mezzo gli viene rigettato perfino il permesso  per ragioni umanitarie con scorta che viene dato solitamente a tutti i detenuti così come previsto dal nostro ordinamento penitenziario, per recarsi ad abbracciare il proprio genitore, padre, negli ultimi istanti di vita. Se ne è andato col dolore nel cuore di non poter vedere sua figlia. Poi, passano anni, ed è la volta di mio fratello maggiore. Si ammala di un mila incurabile, perché anch’esso la vita e anche a me rigettano il permesso di recarmi per un ultimo abbraccio.

Uno stato ottuso che non applica e disattende quei principi previsti della nostra Costituzione, del nostro ordinamento penitenziario e che invece poi pretende, al contrario, dai suoi cittadini il rispetto di quelle regole sociali che per primo lui non rispetta. In primis non è coerente, non è credibile verso il cittadino e in secondi non ha titolo per dare lezioni di etica e di moralità a nessuno.

Sarebbe invece molto più civile, giusto e perfino bello che in Italia ci fosse la libertà d’affetto come in altri paesi europei. Che i famigliari, i figli di quei cittadini che per qualsiasi motivo finiscono in carcere, non venissero criminalizzati, quindi non venissero ridotti i contatti, ostacolate le relazioni affettive, poiché il nucleo familiare continua a seguire il proprio congiunto ed è giusto che debba passare più tempo insieme a questi così come lo stesso Ordinamento Penitenziario prevede.

E’ previsto infatti che particolare cura deve essere dedicata a mantenere e migliorare le relazioni dei detenuti, proprio nel momento che il nucleo familiare vive una separazione drastica, forzata, drammatica come è il carcere.

Prevede quindi che la famiglia sia un valore affettivo da tutelare in qualunque contesto, così come lo impone anche l’art. 29 della nostra Costituzione, quindi anche nel contesto penitenziario. Anzi in quest’ultimo è di più di un valore affettivo, è un elemento del trattamento penitenziario.

Ma come sappiamo bene sono due cose distinte e separate, il diritto scritto e il diritto applicato. A parole l’Italia vuole apparire una nazione civile e democratica. Nei fatti siamo il Paese più condannato dalla Corte Europea non solo in tema di giustizia ma anche in altri ambiti.

Spesso così facendo si inducono i figli dei carcerati a odiare le istituzioni, perché incoerenti, ingiuste e non rispettose delle stesse leggi e principi che reggono il nostro vivere civile. Rispetto ai Paesi europei più emancipati, noi italiani siamo su questo aspetto dei primitivi, non riusciamo proprio ad elevarci ed evolverci.

Di fronte alla tristezza di questi affetti violati, dove si criminalizza il rapporto tra famiglia e congiunti del detenuto. Il mio unico sistema per tenere uniti i cocci in frantumi della mia famiglia è stata la LETTERA. Ho scritto così migliaia e migliaia di lettere. Un fiume di inchiostro. Mi sono sforzato di dare loro una educazione continua e costante. Mentre una educazione discontinua impedisce invece di fissare delle relazioni capaci di dare sicurezza, poiché il figlio sperimenta l’alternarsi di presenza/assenza della madre o del padre, perdendo così ogni riferimento rassicurante.

Su questi pezzi di carta hanno viaggiato i nostri sentimenti, ansie, gioie, dolori, speranze, attenzioni. L’AMORE. La lettera è diventato il filo rosso che ci ha tenuti uniti.

Rispetto ad un genitore libero è stato come nuotare con il mare agitato, avendo le mani legate. A volte per i disagi e le varie problematiche che emergevano, siamo stati anche uno due anni senza vedere i figli.

Con la mia compagna, ci siamo abbracciati fisicamente dopo nove lunghissimi anni. L’articolo 1 del nostro Ordinamento Penitenziario dice: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona”. Tutto quello che ho scritto finora dà l’impressione di uno stato democratico civile eppure è anche spesso e volentieri tirannico? Che non rispetta assolutamente questo articolo?

La cosiddetta “sicurezza” deve essere servente della legalità e non essere (come spesso avviene) utilizzate per vessare o inutilmente incrudelire una pena chi è già da decenni detenuto.

La legalità fa bene all’amore… di Carmelo Musumeci

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Un che giunge dal nostro Carmelo e che tocca il tema decisivo della affettività che non viene garantita nelle carceri e delle iniziative per fare in modo che venga garantita.

C’è un momento molto delicato dove Carmelo Riporta due lettere scritte ai suoi figli anni fa.

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“I colloqui si svolgono in appositi locali sotto il controllo a vista e non auditivo del personale di custodia” (articolo 18 della legge 26 luglio 1975, n.354) “I detenuti usufruiscono di sei colloqui al mese. Quando si tratta di detenuti per uno dei delitti previsti dal primo periodo del prima comma dell’articolo 4 bis della legge e per i quali si applicano il divieto di benefici ivi previsto, il numero di colloqui non può essere superiore a quattro al mese. (…) Il colloquio ha la durata massima di un’ora”(D.P.R. 30 giugno 2000, n.230)


Ristretti Orizzonti ha lanciato una campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi. Lunedì 1 Dicembre la redazione della rivista, in collaborazione con la Casa di reclusione di Padova, organizza il Seminario di Studi “Per qualche metro e un po’ di amore in più”.
Nei siti http://www.ristretti.org e http://www.carmelomusumeci.com tutto il materiale prodotto su questo tema e per questa occasione. La mobilitazione dei detenuti giornalisti volontari della redazione di “Ristretti Orizzonti”, insieme a moltissimi prigionieri di tutti i carceri d’Italia, che si stanno attivando per raccogliere le firme dei propri compagni, ha avuto adesioni importanti, tra cui quelle di alcuni senatori della Repubblica. È appena stato depositato al Senato un disegno di legge, a firma del parlamentare Pd Sergio Lo Giudice e altri colleghi, a favore dell’umanizzazione delle visite ai detenuti e per la legalizzazione dell’affettività in carcere.

Ho una compagna e due figli (e adesso due nipotini) che mi aspettano da oltre ventitré anni e purtroppo, dato la mia condanna all’infinita pena dell’ergastolo, se non cambiano le leggi in Italia avranno di me solo il mio cadavere.
Ho visto crescere i miei figli prima dietro un vetro divisorio, dopo dietro un bancone e ora su delle panche, tramite sporadici colloqui.
Da ben ventitré anni non posso scambiare una carezza o un bacio affettuoso con la mia compagna, ma la cosa che ci manca di più non è tanto far l’amore, ma poter piangere insieme abbracciati senza che nessuno ci guardi. In ventitré anni non l’abbiamo mai potuto fare, perché siamo sempre stati osservati e circondati da guardie o da familiari degli altri detenuti.
Credo che le leggi di uno Stato non dovrebbero impedire ai suoi prigionieri il diritto di amare ed essere amati.
Gli svedesi trattano meglio i loro prigionieri perché si dicono: “Il detenuto di oggi sarà il mio vicino di casa domani” invece in Italia, nella maggioranza dei casi, la detenzione è molto più illegale e stupida del crimine che hai commesso. E spesso non serve a nulla. In molti casi serve solo a farti incazzare o a farti diventare più delinquente.
In carcere in Italia il tuo reato sembra che ti faccia perdere tutta la tua umanità. In fondo non chiediamo molto, solo una vita più umana e un po’ d’amore. È già difficile essere dei buoni padri (e nonni) fuori, immaginatevi dentro con solo tre giorni all’anno di colloqui, che se sei sbattuto in carcere lontani non riesci mai a fare. E allora ti tocca fare il padre (e il nonno) per lettera.
Per dare il mio personale contributo a questa campagna di “AffettiTraLeSbarre” ho deciso di rendere pubbliche queste due lettere che ho scritto ai miei figli tanti anni fa. Buona lettura.
E che l’amore sociale sia sempre nei vostri cuori.


Cara Barbi,
mi ha scritto la mamma dicendomi che stai studiando molto perché vuoi passare con il massimo dei voti. Brava, sono contento e sono sicuro che con la scuola mi darai tante soddisfazioni, come pure nella vita perché sei tanto buona e sensibile. Muoio dalla voglia di vederti, mi manchi tanto, chissà come sarai cresciuta. Vorrei tanto essere a casa per proteggerti e farti sentire quanto ti amo, ma sono sicuro che tu lo senti ugualmente.
Tesoro, adesso vorrei farti un discorso da grande che rimanga fra noi due: sono preoccupato per la mamma, ultimamente nelle sue lettere mi sembra triste e nervosa. Poverina, si sente piena di responsabilità con te, Mirko, da sola, senza che io la possa aiutare. Mi ha detto che tu e Mirko continuate a litigare spesso. Mi raccomando, anche quando hai ragione cerca di non bisticciare. Fallo per non fare arrabbiare la mamma e quando la vedi malinconica e si sente sola falle un po’ di coccole, anche se fa la dura è più sensibile di noi due. Me lo prometti, amore, che fai come ti ho detto? Perché sono molto in ansia per lei, le voglio tanto bene e mi dispiace da morire quando la sento triste. Non le dire niente che ti ho detto questo e dalle tanti bacini da parte mia.
Sai, dicono che dovrebbero essere i genitori a capire i figli, ma io non sono d’accordo totalmente perché per me è più facile che i figli capiscano i genitori dato che i bambini di adesso hanno una marcia in più, sono più istruiti ed intelligenti dei genitori, quindi conto molto su di te.
Dopo che hai fatto gli esami fammi un telex per farmi sapere come è andata. Adesso Tesoro finisco di scriverti ma continuo a pensarti, ti riempio di bacini. Tuo papà che ti adora.
N.B. Ho sempre il tuo braccialetto di spago che mi hai mandato, non lo tolgo mai, ci faccio pure la doccia, meno male che è resistente e non si consuma. Quando lo guardo penso subito a te e a volte non resisto di dargli un bacino pensando di darlo a te. Papà.

Caro Mirko,
eccomi a te con questa letterina per stare un po’ con te, sono preoccupato per la scuola: spero che riesci a passare. Meno male che adesso iniziano le vacanze così ti puoi svagare e dedicarti di più al gioco del calcio. Mi raccomando, ormai siete grandi, non bisticciare con la Barbi perché la mamma me lo scrive e si arrabbia con me perché dice che avete preso il mio carattere.
Dà la colpa a me (sic!) anche se non ci sono, ma poverina ha ragione, ha tanti pensieri, deve badare a voi, alla casa e al lavoro. Mi dispiace, certo non sono un buon esempio, né un ottimo padre, sempre lontano, ed ho sempre paura che tu ti senti diverso dagli altri bambini e questo mi fa star male: che tu soffra perché non hai il papà vicino. E non so darmi pace e allora ti voglio ancora più bene, con la speranza che tu lo senta ugualmente anche se sono lontano, in questa maledetta isola sperduta dove persino i gabbiani sono infelici. Ricordati che ti sono, ti sento e ti sarò sempre vicino con tutto il mio amore. Basta che tu lo senti dentro e ti sentirai il figlio più amato del mondo. Proteggi la Barbi e la mamma al posto mio e soprattutto fa tante coccole alla mamma quando la vedi triste e preoccupata.
Ti vorrei scrivere tante cose carine ma preferisco mandartele con il pensiero perché mi scoccia che le leggano le guardie. Tanto io so che tu sai il bene che ti voglio. Ti mando tanti bacini. Tuo papà che ti adora, ciao amore.

Carmelo Musumeci, Carcere di Padova 2014

Salvaguardare l’affettività con i colloqui riservati e liberalizzare le telefonate… Angelo Meneghetti

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Quella per garantire momenti di affettività in carcere, tra un detenuto e i propri famigliari, è una battaglia di civiltà decisiva, una delle più importanti per quanto riguarda il mondo della detenzione.

Pubblico oggi un pezzo che, al riguardo, ha scritto Angelo Meneghetti, detenuto a Padova. Un pezzo che è già apparso su “Ristretti Orizzonti”.

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E’ da diverso tempo che si discute per migliorare la situazione delle carceri italiane. Come sappiamo tutti, questo Paese è nel mirino della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, “C.E.D.U.” e forse ci sarà un cambiamento epocale per quando riguarda le carceri e la giustizia italiana, se questo Paese avrà veramente la volontà di adeguarsi alle normative europee. Lo Stato Vaticano ha già fatto i primi passi per un miglioramento sul piano dell’umanità. Ha abolito la pena dell’ergastolo e ha introdotto il reato di tortura nel suo codice penale. Un esempio per l’Italia se davvero si vuole dimostrare all’Europa che il nostro Paese è civile e democratico.

Da diverso tempo -io e altri compagni detenuti che facciamo parte della redazione di Ristretti Orizzonti- parliamo di tutto questo agli incontri di discussione, e ne parliamo anche con diversi studenti che incontriamo nell’ambito del progetto “scuola carcere” che si svolge qui, nella casa di reclusione di Padova da diversi anni.

Tornando al nocciolo della situazione, va precisato che nel nostro Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, dove si è detenuti per sempre fino all’ultimo respiro- e quello ostativo, dove si è destinati a morire in un’ammuffita e umida cella, salvo che non si collabori con la giustizia, mettendo un altro al posto tuo. Così col mio amico Carmelo Musumeci, “ergastolano ostativo”, cerchiamo di coinvolgere, per primi, tutti i detenuti reclusi nelle carceri di questo Paese, e anche i loro famigliari; e cerchiamo anche di portare queste cose alla società esterna.

Nello specifico delle proposte contenute in questo testo, invitiamo la società esterna ad aderire alla raccolta firme al fine di liberalizzare le telefonate e al fine di consentire i colloqui riservati.

I colloqui affettivi esistono in diversi altri Paesi. Qui in Italia invece non esistono. In passato se ne era discusso, ma fu stravolto il senso di questa proposta, parlando di “celle a luci rosse”. Va detto che i colloqui affettivi non hanno nulla a che vedere con le celle a luci rosse o con il sesso. Servono per tenere unito il gruppo famigliare, coltivare l’affetto verso la propria compagna e verso i propri figli, in modo che, nella loro crescita, percepiscano il calore del padre. Tutto questo serve anche al detenuto, affinché, dopo una lunga condanna, non sia un estraneo nell’ambito famigliare. Perché è questo che succede con la maggior parte dei detenuti che hanno pene lunghe da scontare. Bisogna tenere presente che la maggior parte dei detenuti hanno figli che, raggiunta la maggiore età, hanno bisogno di visite psicologiche e psichiatriche, a causa dei colloqui fatti in carcere e della loro tenera età. A tutt’oggi, i colloqui fatti in carcere sono a vista e ripresi dalle telecamere. C’è sempre un agente che guarda, che ti proibisce di tenere abbracciati i tuoi cari, di scambiare delle coccole con la tua compagna e con i tuoi figli. Ma, se ci fosse la possibilità di fare i colloqui affettivi, ogni detenuto potrebbe salvaguardare  il rapporto con i propri famigliari. E’ un metodo giusto per non essere abbandonati dai propri cari. Se la pena per un condannato deve essere rieducativa e non punitiva, come stabilisce l’art. 27 della nostra Costituzione.

Non va dimenticata la situazione famigliare di ogni detenuto. Specialmente nel caso di chi sta scontando una lunga pena, oltretutto lontano dal luogo di residenza, e per difficoltà economiche non può fare colloqui. Per questo occorre che in carcere siano “liberalizzate” le telefonate, in modo da potere telefonare più volte alla settimana. Ora è concessa solamente una telefonata di 10 minuti alla settimana e, se stai telefonando e cade la linea, anche se non sono trascorsi i dieci minuti che ti spettano, non puoi riprendere quella misera telefonata. Rimane da solo di attendere un’altra settimana per risentire i propri famigliari. 

E’ proprio con il passare degli anni che la condanna da scontare si fa veramente sentire e diventa veramente “punitiva” a causa di certe regole sbagliate. E’ punitiva per chi è detenuto. Ma  a sua volta diventa vendicativa per i nostri famigliari, che nulla hanno a che vedere con la pena che sta scontando il loro caro “marito, compagno, figlio”. E’ vendicativa per i famigliari perché, quando si recano in carcere per fare colloqui con il proprio caro, a volte sono umiliati per via di certe regole senza umanità e vivono con la vergogna perché hanno un famigliare rinchiuso in carcere e tutti si dimenticano che non hanno nessuna colpa del reato commesso dal loro famigliare. 

Spesso ci si dimentica che i nostri famigliari hanno un cuore, un’anima e, soprattutto, hanno un volto e fanno parte di questa società considerata democratica e civile. E ci si dimentica che il confine tra il bene e il male è così sottile che potrebbe capitare a chiunque di oltrepassarlo.

Padova 26-08.2014

Angelo Meneghetti

Tutte le persone che devo ringraziare, nel giorno della svolta… di Domenico D’Andrea

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L’ultima lettera che il nostro Domenico D’Andrea mi ha scritto, comincia così:

“Carissimo Alfredo, con grande gioia ti comunico che la camera di consiglio del 28 maggio è andata meglio di quanto mi aspettavo. In pratica, il tribunale di Sorveglianza ha accolto le mie richieste e le ha ribadite nell’ordinanza dicendo appunto che la vittima (di 17 anni) è deceduta per soffocamento e non per mano mia; che era un mio diritto tacere nel processo e che nella mia piena confessione, anche se non ho collaborato, sono stato in grado almeno di chiarire tutto; (..) e che pertanto il mio atteggiamento a considerato alla stregua della collaborazione per garantire, anche a chi non ha collaborato, il resinserimento e la rieducazione. Ti manderò presto copia dell’ordinanza (…)”

Domenico lo conobbi con la lettera che pubblicai il 5 giugno 2011 (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/05/sono-domenico-dandrea/). Una lettera che mi colpì tantissimo. 

Domenico non vedeva i genitori da anni. Non vedeva i figli da anni.

Domenico parlava dei magnifici velieri che costruiva. 

Domenico parlava delle sentenze della Cassazione che raccoglieva per essere utile a sé e agli altri.

Domenico parlava dell’atroce mal di denti che lo tormentava da anni.

Domenico.. allegava a quella lettera un curriculum. Era la prima (e ultima) volta che un detenuto mi inviava un curriculum! E leggevo che aveva due lauree, tra cui una in giurisprudenza. E due master, tra cui uno in criminologia. 

Dall’arrivo di quella lettera nacque una intensa corrispondenza. Domenico ci inviò anche tanti pezzi per il Blog, che abbiamo sempre regolarmente pubblicato.

Intanto il percorso di Domenico continuava, con volontà, passione, disciplina. Fece altri master, si impegnò in altre iniziative, continuò ad aiutare gli altri, e non cessò mai la sua battaglia legale.

Adesso è intervenuta una sentenza che sembra aprirgli, finalmente, le porte di un futuro.

Domenico ha preparato una lettera, nella quale desidera ringraziare tutti coloro che lo hanno aiutato in questi anni.

Ed è questa lettera che pubblico oggi.

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In cuor mio sapevo che la mia vita non poteva finire così. Che, prima o poi sarebbero arrivati dei “Simone da Cirene” che mi avrebbero aiutato a portare questo palo di tortura sino alla svolta tanto sperata.

Il mio cuore, però, rimaneva sempre appesantito dal ricordo di Riccardo Cefola e della sua famiglia.

Oggi la svolta, e oggi mi sento di ringraziare, a cuore aperto, tutte le persone che hanno contribuito, perché lo hanno voluto, preteso e desiderato, affinché io non morissi in carcere e riacquistassi, anche se, per ora, parzialmente, la libertà.

L’ordine non è per importanza.

-RINGRAZIO I MIEI GENITORI, che ormai sono passati, nel giro di pochi anni, l’uno dall’altro, a miglior vita. Li ringrazio per essermi stati vicini senza farmi mancare mai nulla e mi scuso con loro per il peso della vergogna che hanno dovuto portare addosso per causa mia.

-RINGRAZIO ANCHE MIA SORELLA, I MIEI NIPOTI E MIO COGNATO che mi hanno aperto la porta della loro casa facendomi sentire il calore di una famiglia quando ormai avevano compreso che una famiglia non l’avevo più.

-RINGRAZIO L’AVVOCATO LEONARDO PACE, di Potenza, per essersi prodigato, con grande competenza professionale, a dare una svolta alla mia vita. In lui percepivo di continuo quel gran senso di amorevole amicizia che mi faceva sentire orgoglioso di lui.

-RINGRAZIO IL DOTT. GIULIO VASATURO di Latina, criminologo presso l’università La Sapienza di Roma, per avere creduto in me sin dal primo giorno in cui ci siamo conosciuti e per avermi stimolato e sostenuto nel mio percorso accademico. Se sono diventato quel che sono diventato è anche merito suo.

-RINGRAZIO ALFREDO COSCO di Catanzaro, per avermi aperto più volte una finestra sul mondo, per le opportunità editoriali che ha saputo darmi e per avermi fatto venire la voglia di scrivere, per avere creduto in me, per avermi più volte chiamato “amico mio” e per avermi spinto a conservare tutte le sue note di stima nei miei confronti.

-RINGRAZIO LA PROFESSORESSA DANIELA LUCHESI per la varie iniziative che assieme abbiamo portato avanti con successo e determinazione e per aver più volte mostrato fiducia nei miei confronti, per  avere chiesto alla magistratura di sorveglianza la mia presenza in alcune sue iniziative editoriali esterne. Una fiducia difficile da tradire.

-RINGRAZIO IL DOTT. MARCELLO BORTOLATO, Magistrato di Sorveglianza, che, nel massimo rispetto della legge e della legalità, ha saputo porre l’accento anche su quel sentimento di umanità che lo ha spinto a vedere e rivedere la mia posizione giudiziaria con il lanternino affinché  potesse restituire la vita ed un futuro a chi una vita ed un futuro non l’aveva più. Mi sento di anticipare che persevererò nel dimostrargli un certo rispetto e nel ricambiare la fiducia concessami.

-RINGRAZIO I MIEI FIGLI: Gerardo per avermi riaperto le braccia e Donato per quello che ancora sta portando dentro a causa mia. Se non sono potuto essere un buon padre per loro, con questa svolta cercherò di essere almeno un buon amico.

-RINGRAZIO L’AVVOCATESSA ANNAMARIA MARIN di Padova che, al pari dell’avvocato Pace, con grande professionalità ha sposato la mia causa da diversi anni, standomi vicino nella buona e nella cattiva sorte fino al raggiungimento del risultato sperato. La ringrazio per la sua sensibilità, serietà,sincerità e professionalità mostrata nei miei confronti.

-RINGRAZIO L’AVVOCATO FRANCO CAPUZZO di Padova, perché, pur non essendo mai stato il mio difensore di fiducia, ha sempre saputo mostrare, a tutti, me compreso, il suo lato umano e la sua competenza professionale sia di persona, venendomi a trovare anche solo per chiedermi “come stai?” o per via epistolare, con un semplice  augurio natalizio trasmettendomi un tacito “io ci sono” che mi rasserenava molto.

-RINGRAZIO IL VOLONTARIO MASSIMO MARINI, ministro di culto dei testimoni di Geova, per avermi trattato, da sempre, come un fratello e per non avermi mai fatto mancare nulla, sempre nel rispetto delle norme carcerarie e riconfermando la grande fiducia che nutre nei miei confronti.

-RINGRAZIO IL PROFESSOR GIUSEPPE MOSCONI, dell’università di Padova, cosa dire di lui? Con il suo sostegno e la sua presenza sono arrivato a conseguire ben 4 master dandomi l’opportunità  di affinare le mie competenze professionali certamente spendibili per avere un buon futuro. Certamente gli devo molto e qualsiasi altra parola spesa per lui sarebbe superflua vista la sua spiccata semplicità, umiltà e sincerità.

-RINGRAZIO VINCENZO D’APICE, del carcere di Augusta. Grazie ad un suo suggerimento ben documentato sono riuscito ad avviare un procedimento per la commutazione del mio ergastolo a reclusione, per la sua serietà e generosa disponibilità resta uno dei pochi detenuti che merita la mia stima e la mia considerazione, soprattutto perché dai suoi scritti emerge una forma mentis molto distante da eventuali futuri propositi criminosi. A lui auguro un presto ritorno in libertà.

-RINGRAZIO IL PROFESSOR KALID RAZZALI,  IL PROFESSOR PACE E TUTTI I COLLEGHI DI STUDI per avermi dato l’opportunità di conseguire il master “studi sull’Islam d’Europa”. ma soprattutto per avere mostrato nei miei confronti tanto affetto e considerazione, organizzando una festa in mio onore, coinvolgendo anche i figlioletti delle colleghe mussulmane, che sono stati presenti con bellissimi bigliettini ricchi di disegni, poesie e pensieri per me. Ma soprattutto per avere tutti sottoscritto una petizione per vedermi concessa 

 

E NADIA DELLA GIUSTINA. La loro umiltà mi ha insegnato tante cose. Non hanno mai detto. Hanno sempre fatto tante belle cose per me senza mai vantarsene e senza farmele pesare. Insieme ad altre persone che avevano solo sentito parlare di me, ma hanno pregato incessantemente. Se solo nel do ci fossero più persone  come loro, sarebbe certamente un mondo migliore.

-RINGRAZIO IL PROFESSOR TURCHI GIAMPIERO, docente presso la cattedra di psicologia dell’ateneo padovano e direttore del master in mediazione penale. La reciproca fiducia e il reciproco rispetto sono cominciati prima ancora che ci incontrassimo. Man mano che le istituzioni elevavano barriere nei miei confronti, etichettandomi, lui non le abbatteva, le demoliva a calci  e pugni allo scopo di restituirmi la dignità che meritavo, portandomi spesso in carcere i colleghi dei relativi master affinché io interagissi con loro per affinare le mie competenze professionali. Anche a master terminato continua a portarmi studenti per confronti costruttivi. La prima volta che lo ascoltai in audio durante l’appello disse: “è con orgoglio che vi comunico che c’è un altro vostro collega che non può frequentare, si chiama Domenico ed è detenuto…”.

-Ed infine, ma non per ordine di importanza, ringrazio: NADIA DELLA GIUSTINA, ANTONELLA BUTTA, ELISA PESCAROLO, DORIS UGGIOLI, KETTY SPLENDORE, ANGELA SENIGAGLIESI e tutte le altre amiche che sono venute spesso a trovarmi in carcere. Alcune di loro facendo grossi sacrifici. Ringrazio alcune di queste mamme per avere consegnato i loro bambini tra le mie braccia sin dal primo giorno di colloquio. Ringrazio alcune di loro per avermi fatto vivere sogni ed emozioni bellissime, mai provate prima. Altre ancora le ringrazio semplicemente per avere scelto di essere amiche sempre presenti nel bene e nel male.

Grazie a tutti per avermi dato la speranza di un futuro migliore.

Figli tra le sbarre… di Carmelo Musumeci

Ecos

Questo testo del nostro Carmelo è semplicemente magnifico. Non aggiunto altro.

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Purtroppo una delle cose più brutte del carcere è che non ti danno abbastanza spazio da tentare di essere un buon padre. E in fondo la limitazione della libertà è la cosa per la quale si soffre di meno, perché in Italia è quasi impossibile conciliare la vita da detenuto con quella di padre e marito.
L’altro giorno nella Redazione di “Ristretti Orizzonti” mi è capitato di leggere il Protocollo d’intesa, da poco firmato, tra Ministero della Giustizia, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e Bambini senza sbarre ONLUS. E ho amaramente sorriso leggendo che i funzionari dell’Amministrazione Penitenziaria si sono impegnati a “Favorire il mantenimento dei rapporti tra genitori detenuti e i loro figli, salvaguardando sempre l’interesse superiore dei minorenni” e di “Tutelare il diritto dei figli al legame continuativo con proprio genitore detenuto, che ha il diritto/dovere di esercitare il proprio ruolo genitoriale” perché sono fortemente convinto che, come al solito, questi rimarranno principi dichiarati e mai applicati.

Poi mi sono ricordato di uno dei tanti colloqui che ho fatto in tutti questi anni di carcere.

Fissavo il pavimento, il soffitto, le sbarre e le pareti della mia cella. Come un’anima in pena camminavo avanti e indietro per la stanza. Cercavo di mettere in ordine nei miei pensieri. Avevo la mente piena d’amore. C’erano delle volte che mi pentivo di avermi fatto arrestare vivo perché soffrivo che i miei figli mi venivano a trovare in carcere. Per loro avevo sognato un padre migliore di quello che ero riuscito a essere. Avevo sempre paura di avere rovinato la vita anche ai miei figli.
Stavo aspettando il colloquio ed ero in pensiero per i chilometri che la mia famiglia doveva fare per raggiungere Sulmona. Ero sempre ansioso quando dovevo abbracciare i miei figli. Fuori c’erano la neve e il ghiaccio. Ero preoccupato per le condizioni della strada. Fuori il cielo era nuvoloso e la temperatura doveva essere sotto lo zero. Finalmente le guardie mi chiamarono. Si prepari per il colloquio. Risposi subito: Sono pronto! Evitai di dirgli che ero già pronto dalla sera prima. Dopo dieci minuti due guardie mi presero in consegna. Mi perquisirono e mi portarono nella sala colloquio. Nel locale c’era il solito bancone divisorio, dove da una parte c’erano i parenti e dell’altra i detenuti.
Da entrambi i lati c’era una serie di panche, dove sedersi. Nella stanza c’erano già alcuni detenuti che facevano colloquio con i parenti. Vidi che c’era un posto libero dove il locale finiva. Mi diressi subito lì. Era in fondo alla stanza, dalla parte opposta delle guardie che controllavano la sala dietro un vetro. Diedi un’occhiata intorno. La sala era pitturata dai colori del carcere. Le pareti di grigio e il soffitto di bianco. Il tavolaccio divisorio era consunto. Odorava di sofferenza. Chissà quante ne aveva viste. Dopo pochi minuti vidi aprirsi la porta. Entrarono, spingendosi, insieme sia mio figlio sia mia figlia. Sia lui, sia lei, ci tenevano a entrare per abbracciarmi per primi. Era la solita scena che si ripeteva da anni. Quando li vidi feci fatica a respirare. E non riuscii a evitare che il mio cuore ruzzolasse dal petto per correre ad abbracciarli. Il mio cuore arrivava sempre prima di me. Io invece rimasi fermo in piedi al bancone ad aspettarli. Stava arrivando prima mia figlia, ma mio figlio, all’ultimo momento, diede una spallata a sua sorella e mi abbracciò per primo. Mi baciò. Lo strinsi stretto con le braccia. Ero felice di vederlo. Me lo mangiai con gli occhi. Erano mesi che non lo vedevo. Notai che stava diventando sempre più alto. Poi venne il turno di mia figlia. Ci baciammo sulle labbra. Poi lei appoggiò la testa sulla mia spalla e le accarezzai i capelli. La mia compagna dietro aspettava il suo turno e vedendo che io e mia figlia non ci staccavamo sussurrò: Ehi! Ci sono anch’io! Sorrisi. Mi staccai da mia figlia. Ed io e la mia compagna restammo a guardarci per qualche istante. Poi la abbracciai a lungo. E il mio cuore si aggrappò a quello di lei. Non ci dicemmo nulla, intimiditi dagli sguardi dei nostri figli. Ci sedemmo sulle panche. Mia figlia mi afferrò subito la mano. Imitato da mio figlio che mi prese l’altra. Rimanemmo in silenzio per qualche momento per lasciare parlare i nostri cuori. Guardai con soddisfazione i miei figli. Erano tutta la mia vita. L’unica cosa che avevo per essere felice.
Poi parlò per prima mia figlia: Papà come stai qui? Le sorrisi: Bene! Sono stato fortunato che mi hanno portato proprio qui, non potevo capitare di meglio, la direttrice è brava e mi ha accolto bene.
Le nascosi che appena arrivato mi avevano sbattuto alle celle di punizione, nella cella liscia, perché mi ero rifiutato di fare nudo le flessioni sopra uno specchio.
Mio figlio scrollò la testa: Papà, ma dici così in tutti i carceri che ti trasferiscono. 
Mia figlia fece un sorriso storto a suo fratello: Uffa! Stavo parlando io a papà. 
Io e la mia compagna ci scambiammo un’occhiata. E capii subito cosa mi stavano dicendo i suoi occhi. Te l’avevo che sono ancora gelosi e quindi era meglio che te li portavo uno per volta! Alzai le spalle.
E le feci un largo sorriso. Era da qualche tempo che desideravo vederli tutti e due insieme. Mia figlia riprese a parlare: È vero però papà… in qualsiasi carcere che ti mandano, ci dici che stai bene, lo dicevi anche in quel brutto carcere dell’Asinara, dove non hai mai voluto che ti venissimo a trovare. 
Cambiai discorso: Spero che non stiate avendo dei problemi con i vostri amici perchè avete un papà in carcere. 
Rispose subito mio figlio: No! Papà che dici! Io sono fiero di te. Piuttosto e lei…
E si voltò verso sua sorella. Che si vergogna con i suoi amici figli di papà che vanno al liceo scientifico. 
Mia figlia gli diede un calcio da sotto il bancone. E stizzita negò: Non è vero papà… Voglio solo che i miei amici non lo sappiano che sei in carcere perché non sanno la persona meravigliosa che sei. E non voglio che pensino male di te perché sei qui.
Le feci una carezza sul viso. –E fai bene! Non c’è bisogno che lo sappiano tutti dove si trova vostro padre. 
Mio figlio intervenne contrariato Io invece lo dico a tutti i miei amici. 
Corrugai la fronte –E fai male perché non c’è nulla da essere orgogliosi ad avere un papà in carcere. Mio figlio mi fece un sorriso mesto. E triste. -Non arrenderti papà… non arrenderti mai, noi ti aspettiamo a casa. 
Poi parlò mia figlia. E mi guardò dritto negli occhi: Papà comportati bene… mi raccomando non fare casini… perché se fai il bravo sento che alla fine ti faranno uscire. Alzai lo sguardo al soffitto con aria innocente. Non avevo mai avuto paura di qualcuno o di qualcosa nella mia vita. Avevo paura solo di deludere mia figlia. Le feci gli occhi dolci. E le sorrisi- Da quando in qua sono i figli che dicono al padre di fare i bravi… non dovrebbe essere l’incontrario? 
Mia figlia rispose al mio sorriso. Nel frattempo la guardia aveva gridato il mio nome.
-Il colloquio è finito. Mi alzai di controvoglia. E rivolgendomi ai miei figli dissi loro:Uscite per primi… lasciatemi qualche secondo con vostra madre. Poi mi chinai per abbracciare mio figlio che mi sussurrò: Ti voglio bene papà. Lo abbracciai ancora più forte. -Anch’io te ne voglio. E gli diedi una pacca sulle spalle. Poi venne il turno di mia figlia. Rimanemmo un attimo in silenzio. Parlò per prima lei. Io avevo la gola secca.Papà la spesa te l’ho fatta io… e ti ho fatto il sugo con in piccioni… poi mi scrivi se ti è piaciuto… ti ho comprato anche un maglione pesante. Feci finta di non vederle gli occhi lucidi. Lei non piangeva quasi mai davanti a me. Ero venuto a sapere che piangeva sempre dopo. –Grazie amore… adesso vai. Lei mi abbracciò ancora una volta. –Papà, io ti vorrò sempre bene. Ti aspetterò sempre, non mi sposerò mai fin quando non uscirai. Poi lei si voltò subito per non farsi vedere nel viso. E andò via per lasciare il posto a sua madre.
La mia compagna mi abbracciò. Io la baciai. –Stai attenta ai bambini. Lei mi sorrise controvoglia: Quali bambini? Non lo vedi che i tuoi due figli ormai sono grandi. 
L’ accarezzai.- Vai piano con la macchina… ti amo. Lei annuì. -Anch’io. 
La guardia mi aveva già chiamato tre volte per avvisarmi che il colloquio era già finito. E la lasciai andare via. E pensai con amarezza che avevano fatto tutto quel viaggio per solo un’ora di colloquio dietro un bancone.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Luglio 2014 

I miei figli… di Jimmy Magnoli

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Sempre tramite la nostra Grazia Paletta, ci giunge questa poesia di Jimmi Magnoli, detenuto nella media sicurezza del carcere di Voghera. Una poesia che Jimmy dedica ai suoi figli.

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I MIEI FIGLI

Chiunque di noi abbia figli…

Capisce benissimo che sono i primi a soffrire per i nostri sbagli.

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Nonostante questo, in buona fede continuo ad errare

E non mi ricordo però che non è il giusto modo di amare.

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Sono testardo e duro, e sempre con la cattiva sorte che m’impaccia.

Ma continuo lo stesso, finché non ci sbatto la faccia!!

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Una volta toccato il fondo,

penso che mi sia crollato addosso il mondo!

Invece ho ferito solo loro…

E facendogli rivivere il mio passato

Troppo tardi mi accorgo di aver sbagliato…

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Poi festosi e sorridenti mi vengono a trovare

Ed io essendone contento non posso fare altro che sospirare.

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Li abbraccio, li stringo e li continuo a coccolare

Sono i miei figli! E questo nessuno lo potrà mutare.

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Resto in silenzio e li osservo meravigliato

Dicendo a me stesso:…almeno in questo ci ho azzeccato!

Diario di Pasquale De Feo- 22 settembre – 21 ottobre

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Eccoci oggi con l’appuntamento con uno dei momenti più importanti del nostro Blog.

Il diario scritto nel corso di ogni mese dal nostro Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro.

Ringraziamo la preziosa Marina per avere trascritto questo diario.

Non c’è un giorno in cui Pasquale non scrive le sue riflessioni su qualche argomento e, messe insieme tutte quelle che scrive nel corso di ogni mese, abbiamo ogni volta un piccolo libro.

E questo “piccolo libro” è sempre una “occasione di libertà”. Per chi scrive e per chi legge.

Prima di lasciarvi alla lettura integrale del diario del mese di ottobre, cito due passaggi.

“Mussolini permetteva 80 fa quattro libri al recluso Antonio Gramsci da detenere in cella ma aveva libero accesso a tutti i libri della biblioteca del carcere. Hitler i libri che non gli piacevano li bruciava, tutti ricordano i roghi dei libri del 1934. Stalin proibiva i libri che secondo l’ideologia bolscevica corrompevano la fede comunista. La Chiesa li metteva all’indice,arrestava le persone che leggevano i libri proibiti, non di rado metteva al rogo qualcuno al posto dei libri. Mi ha scritto Davide Emmanuello dal regime di tortura del 41 bis di Ascoli Piceno, l’area educativa gli ha proibito di leggere “Il nome della rosa” di Umberto Eco, da cui hanno tratto un bel film, libro della biblioteca del carcere, perché pericoloso per l’ordine e la sicurezza. Con la legge n 94 del 2009 del famigerato duo Alfano – Berlusconi . hanno reso la tortura del 41 bis peggiore dei centri psichiatrici sovietici, dove internavano i dissidenti per annullarne la personalità e annichilirne il pensiero. Quando i politici parlano di tortura facendo riferimento alla disumanità delle carceri, dimenticano volutamente il famigerato 41 bis, che è un regime di tortura internazionalmente riconosciuto.” (8 ottobre)

Quando ero bambino e andavo a trovare i nonni, era una gioia andare in questo fondo agricolo, perché c’erano tanti tipi di frutta, il nonno ne aveva fatto un piccolo giardino che curava con amore. C’erano ciliegie,melograni,prugne,fichi,uva,mele,pere ecc…, mi rimpizzavo di tutto quello che desideravo. La frutta nel cilento è meno voluminosa per la scarsità d’acqua, ma molto saporita. I fichi sono una vera bontà, hanno anche il marchio DOP. C’era un tipo di uva bianca, con acini molto piccoli e dolcissimi, il nonno ci faceva un vino che somigliava al Martini. Mio padre mi ha detto che i miei cugini l’hanno abbandonato a se stesso, e il fondo agricolo è andato perduto. Quando me lo ha detto ci sono rimasto male, nei miei pensieri era un luogo ideale di bontà, ma come tutte le cose della vita hanno una fine, rimangono eterni nei nostri ricordi.” (1 ottobre)

Questi momenti intimi, radicati nella memoria, sono sempre il seme di una nuova stagione di speranza.

Vi lascio al diario di Pasquale De Feo…  carcere di Catanzaro… mese di ottobre.

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Il Marcio istituzionale dei pentiti
Il pentito Vincenzo Scorantino, costruito a tavolino dal questore Barbera con la complicità della procura antimafia di Caltanissetta, erano consapevoli di tenere degli innocenti in carcere, quest’ultima notizia li inchioda alle loro responsabilità. Nel 1995 le telecamere di Studio Aperto avevano registrato l’intervista a Scorantino, in cui lo stesso smentisce le sue accuse sulla strage di Borsellino, spiegando che gli sono state estorte con la tortura nel carcere di Pianosa a regime di 41 bis.
La DDA di Caltanissetta con a capo Giovanni Tinebra, ordina la distruzione dell’intervista dagli archivi e dai server della tv sia di Palermo che di Milano.
Subito dopo l’intervista i Pm di Caltanissetta raggiungono il pentito Scorantino e lo convincono a ritrattare la ritrattazione. Così la procura mette il sigillo di autenticità sulle false accuse estorte a Scorantino, sulla strage di Borsellino.
Un tecnico ha conservato l’intervista, disubbidendo all’ordinanza di distruzione, ora cercano il tecnico, ma anche la copia dell’ordinanza della procura che ordinava la distruzione, non si trova, sparita dall’archivio.
Gli unici che hanno interesse a trovare il tecnico “infedele” per punirlo, e non far trovare l’ordinanza, è la procura di Caltanissetta.
All’epoca la procura aprì anche un’inchiesta sugli autori che avevano indotta Scorantino a ritrattare, in più i Pm della DDA fecero una nota ufficiale per definire “grave il comportamento della madre di Scorantino e di quanti hanno strumentalizzato un comprensibile desiderio d’affetto per fini processuali”.
Qualche tempo dopo nel 1998, ci furono le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza dinanzi al capo della DNA Vigna e il suo vice Grasso (attuale presidente del Senato), si autoaccusa della strage di Borsellino e di altre del periodo 1992 – 93 , tutto viene occultato perché deve rimanere la verità di Scurantino.
Spatuzza accusa Berlusconi come mandante, questo innesca un meccanismo di ricatti e di compromessi; Grasso diventa capo della DNA, e Tinebra capo del DAP al Ministero della Giustizia.
Mentre questo marcio istituzionale si consolida,languono in carcere degli innocenti, mentre gli eroi dell’antimafia Grasso,Vigna, Tinebra, La Barbera e tanti altri conoscevano la verità e facevano di tutto per occultarla, per i loro interessi di potere, di casta e di poltrone.
Gli innocenti sono stati sepolti vivi per 20 anni nel regime di tortura del 41 bis, torturati e mostrificati oltre ogni limite umano.
Solo nel 2010 verranno scarcerati perché Gaspare Spatuzza nel 2008 si pente e dichiara le stesse cose dette nel carcere dell’Aquila a Vigna e Grasso nel 1998. Il verbale è venuto alla lucea giugno del 2013 nell’aula bunker di Rebibbia a Roma nel processo Quoter sulla strage di Borsellino.
Questi signori non pagheranno per il male fatto, e continueranno ad essere acclamati come eroi. Chi ha avuto la vita rovinata, non ha ricevuto neanche le scuse, questo sistema criminale va cambiato. 22-09-2013
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Il calcio unisce gli afgani
La nazionale di calcio afgana ha vinto il torneo dell’Asia Meridionale. Questa vittoria è stata salutata con l’entusiasmo di un evento importante per il Paese.
Lo stadio di Kabul, dove prima la popolazione era costretta dai talebani ad assistere alle esecuzioni pubbliche, era pieno di gente festante per la vittoria dei propri atleti.
Dalle foto dei tifosi in giubilo sembra di vedere uno stadio in festa dopo la vittoria del mondiale della propria nazionale.
Per 24 ore sono durati i festeggiamenti, come d’incanto sono scomparse le rivalità dei gruppi etnici, diventando un solo popolo.
Il capo del comitato olimpico afgano ZAIR – AKHABAR ha detto “ per i politici afgani è arrivato il momento di prendere esempio dalla nazionale di calcio”.
Parole più belle e istruttive non poteva trovare. Il popolo afgano è l’unico al mondo che non è stato mai sconfitto e né dominato, non c’è riuscito Alessandro Magno, gli inglesi con il loro impero mondiale, la Russia zarista e quella sovietica, oggi gli americani, per questo motivi sono degni di ammirazione e gli auguro pace e tanta prosperità. 23-09-2013
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Il fanatismo religioso
In Siria c’è una piccola cittadina cristiana, MAALULA vicino Damasco l capitale, ritenuta la culla della lingua di Gesù l’aramaico.
Fino a qualche settimana fa, non si era trovata coinvolta nella guerra civile, ma i gruppi fanatici vicini ad AL – QAEDA l’hanno attaccata e costretto gli abitanti alla fuga e rifugiarsi in uno dei quartieri cristiani di Damasco.
Gli abitanti hanno dovuto armarsi e combattere per cacciare questi fanatici islamici.
Se fino al giorno dell’attacco erano neutrali, ora si sono schierati con Assad.
Sono convinti che l’attacco subito derivi da una sola ed unica colpa, essere cristiani pertanto infedeli, e anche perché parlando la lingua di Gesù sono un simbolo.
Sono contro gli americani, perché avendo subito l’11 settembre, aiutano i terroristi della stessa frangia. Ironizzano sul gas usato il 23 agosto contro la popolazione civile, perché è successo lo stesso giorno in cui arrivarono gli ispettori ONU, una coincidenza alquanto singolare. 24-09-2013
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I figli dimenticati
Molti americani che furono soldati nella guerra in Vietnam, lasciarono i figli avuti con le ragazze locali in balia degli eventi senza curarsene.
In Vietnam li chiamano “i figli della polvere”, erano discriminati in tutti i modi, neanche le madri li volevano e li abbandonavano.
Dopo la caduta di Saigan nel 1975, migliaia rimasero intrappolati sotto il regime comunista vietnamita del Nord, disprezzati e indicati come figli bastardi e cani randagi.
Con una legge il congresso americano, agevolò l’ingresso di questi figli della guerra chiamati AMERASIANS.
Con l’età avanzata gli ex soldati si sono messi alla ricerca dei loro figli, molti li hanno trovati, alcuni a qualche centinaio di km dalle loro abitazioni.
Con il DNA, non è più solo la madre sempre certa, lo è anche il padre.
La guerra a qualunque latitudine porta solo morte, distruzione e sofferenze prolungate nel tempo, in alcuni casi odi che durano decenni. 25-09-2013
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I miracoli della natura
La natura non finirà mai di meravigliarci. Nei giorni scorsi un caso veramente unico ha stupito anche i veterinari e i tecnici dell’istituto zoo profilattico di Palermo, che dovranno cercare una spiegazione a quest’evento.
Il proprietario di una fattoria nel Nisseno, ha scoperto che un suo agnello di 30 giorni aveva già il latte. Ha visto uno strano rigonfiamento, credeva che fosse il morso di un’animale, ma toccando il gonfiore è uscito il latte. Normalmente un agnello inizia a fare il latte dopo qualche anno.
I veterinari dell’ASP, da lui informati, non ci credevano e sono rimasti stupiti quando l’hanno visto con i loro occhi.
C’è da chiedersi se è un miracolo della natura, oppure l’inquinamento che fa impazzire gli ormoni e le cellule. 26-09-2013
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La politica infanga tutto
E’ sotto gli occhi di tutti, dove entra la politica tutto inaridisce sotto la corruzione che istaura. La politica ha il dovere istituzionale di controllo su ogni cosa, essendo eletti dal popolo per il benessere comune e l’interesse collettivo.
Negli ultimi 30 anni la politica come uno sciame di cavallette si è infilata da tutte le parti devastando tutto.
C’erano aziende che erano il fiore all’occhiello del Paese, con la complicità dei sindacati, banche, CONFINDUSTRIA e il silenzio della Chiesa, hanno distrutto ogni cosa svuotandole del loro valore. Nel deserto lasciato dietro di sé, si sono lanciati come iene gli affaristi da ogni parte del mondo per fare shopping di tutti i beni italiani.
Non è rimasto un buco sano dove è passata la politica; le banche dopo averle ridotte sull’orlo del fallimento, le hanno sanate salassando i cittadini, anche con l’aumento del debito pubblico. Le aziende di Stato sono state svendute o regalate dopo che le avevano con manutengoli che ci avevano piazzato dentro.
I sindacati e CONFINDUSTRIA, facce della stessa medaglia, hanno badato ai loro interessi mandando tutto il resto alla malora; il resto sono chiacchiere.
Infine si sono comprati il silenzio della Chiesa. La magistratura inquinata dalla politica, non solo è diventata una casta, ma addirittura detta l’agenda politica.
Questo sistema opprime il Paese è come un racket lo dissangua con i suoi privilegi e ruberie. Chi ne paga le conseguenze è la popolazione che deve tirare la cinghia con tasse che aumentano sempre, pensioni da fame, e milioni di persone ridotte a non arrivare a fine mese. Mentre una minoranza diventa sempre più ricca e sguazza nei lussi e nei privilegi.
Le frustrazioni della gente è incanalata dal sistema stesso, i sindacati, la Chiesa, e la politica che è la multinazionale più grande del mondo. Con circa 200.000 politici e due milioni di cortigiani.
Affinché tutto possa continuare, come ogni potere crea un nemico, su cui la popolazione possa riversare tutta la rabbia alimentata dalle problematiche e dalla disperazione. Hanno mostrificato una parte del Paese ritenendola responsabile di tutti i mali da loro causati.
Coprono con questa criminalizzazione, la colpa di aver reso il Paese il più corrotto del mondo, il più condannato dalla Corte Europea per le violazioni penali, e l’unico paese europeo con la pena di morte (ergastolo ostativo) e la tortura istituzionalizzata (regime 41 bis).
Bisognerebbe rivoltarsi contro questa ragnatela oppressiva per costruire un nuovo Paese. 27-09-2013
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La storia infinita: Strage Borsellino
Un piccolo articolo anonimo nella cronaca di 5 cm per 13 cm, messo tra gli altri per farlo passare inosservato, contiene una verità sconvolgente.
Arnoldo La Barbera questore di Palermo nel 1992, aveva messo un suo confidente veneziano Vincenzo Pipino, in cella con Vincenzo Scorantino nel carcere di Venezia, per controllarlo ed evitare che le microspie della procura registrassero gli sfoghi di Scorantino che si professava innocente.
Lo hanno sostenuto due tester dinanzi alla Corte nell’aula bunker di Rebibbia a Roma.
Il giornalista Maurizio Dionese ha riferito che aveva avuto la confidenza da Vincenzo Pipino chiamato il ladro gentiluomo.
Nel 2009 il giornalista aveva raccontato l’episodio al professor Enzo Guidotto.
Quello che sta emergendo negli ultimi mesi è una minima parte del marciume dell’industria della repressione e del pentitismo.
Stanno cercando di scaricare tutto su La Barbera, ormai morto, ma la realtà è che tutto l’apparato contribuì a creare il mostro Scorantino.
Quello che è veramente grave è che dall’inizio sapevano di incolpare degli innocenti.
Il quesito che vorrei porre, quanti Scorantino hanno creato negli ultimi trent’anni?Tanti. Principalmente dal 1992 ad oggi.
Personalmente ne ho subiti due, talmente falsi che anche un bambino avrebbe capito che erano inventati. Purtroppo le procure sono diventate come gli apparati delle dittature che servivano ad inventare accuse per eliminare i nemici nel regime o del dittatore.
La magistratura giudicante è diventata simile ai plotoni d’esecuzione, che fucilano senza chiedersi se è giusto; un mattatoio giudiziario in cui le vittime principali sono meridionali. Figli di un Dio minore, pertanto ottimi mostri da bruciare sul rogo. 28-09-2013
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Le fogne diventano risorse
La città di New York abitata da circa 20 milioni di abitanti, ha progettato di utilizzare gli scarichi fognari per trasformarli in energia.
Con i milioni di abitanti, la produzione di liquami e di migliaia di tonnellate al giorno. Si può ricavare il butanolo alternativa alla benzina, il metano utilizzabile sia per produrre energia e sia per il riscaldamento delle cose.
Inoltre l’acqua può essere depurata, i fanghi dopo un trattamento possono essere usati come concime, tutto verrebbe riutilizzato.
Questo metodo eliminerebbe l’inquinamento nei fiumi,nei laghi, nei mari, evitando le contaminazioni dei terreni e le falde acquifere.
Un progetto del genere dovrebbe diventare planetario, in modo che finiscono gli inquinamenti fognari in tutto il mondo. 29-09-2013
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La prostituzione religiosa
L’esercito siriano ha trovato sei ragazze tunisine che allietavano sessualmente i ribelli jihadisti .
Dopo una FATWA attribuita al saudita MOHAMED AL – ARIFI, che invitava le giovani tunisine a partire per la Siria, non per combattere ma per soddisfare sessualmente i “valorosi” jihadisti.
I predicatori si sono messi all’opera per convincere giovani tunisine povere, analfabete, e spesso minorenni, giustificando in nome della religione anche le gravidanze indesiderate.
Il governo tunisino ha chiesto alla Siria di rimandarle in Tunisia. Il ministro dell’interno di Tunisi LOFTI-BEN- JEDDON esponente islamista della maggioranza, ha detto davanti al Parlamento ammutolito “è una vergogna che va avanti da mesi. E noi restiamo in silenzio senza fare nulla”.
Le jihadiste del sesso stanno diventando una piaga in Tunisia, al loro ritorno sono emarginate e rimangono da sole con un bambino da crescere, perché una madre senza marito, è ritenuta una prostituta.
Ci sono dossier di ragazzine che raccontano la loro triste esperienza nella rete ci sono i video delle loro testimonianze.
Usare la religione per squallidi merciai sono atti irreversibili.
Riflettessero bene gli americani, francesi e inglesi prima di aiutare i jihadisti affiliati ad AL-QAEDA, dopo sarà troppo tardi. 30-09-2013
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Il giardino dei ricordi
Parlando al telefono con mio padre casualmente abbiamo menzionato una proprietà dei nonni, che nella divisione ereditaria è toccata alla famiglia di zio Antonio e zio Giovanni, fratelli di mio padre, entrambi defunti.
Quando ero bambino e andavo a trovare i nonni, era una gioia andare in questo fondo agricolo, perché c’erano tanti tipi di frutta, il nonno ne aveva fatto un piccolo giardino che curava con amore.
C’erano ciliegie,melograni,prugne,fichi,uva,mele,pere ecc…, mi rimpizzavo di tutto quello che desideravo.
La frutta nel cilento è meno voluminosa per la scarsità d’acqua, ma molto saporita.
I fichi sono una vera bontà, hanno anche il marchio DOP.
C’era un tipo di uva bianca, con acini molto piccoli e dolcissimi, il nonno ci faceva un vino che somigliava al Martini.
Mio padre mi ha detto che i miei cugini l’hanno abbandonato a se stesso, e il fondo agricolo è andato perduto.
Quando me lo ha detto ci sono rimasto male, nei miei pensieri era un luogo ideale di bontà, ma come tutte le cose della vita hanno una fine, rimangono eterni nei nostri ricordi. 1-10-2013
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La verità di un uomo
Affidare le consapevolezze acquisite dalla vita, lasciando libero sfogo ai propri pensieri, nella scrittura di un libro, è un atto meraviglioso per se stessi e per migliaia di reclusi che non hanno la capacità di farlo.
Ho finito di leggere il libro di Sebastiano Milazzo “AEREO – PARADOSSO”, edito YOUCANPRINT – SEL – PUBLISHING. E’ stata una lettura molto profonda, perché mi sono immedesimato nelle sue disavventure giudiziarie e dei tanti anni trascorsi nelle carceri con una condanna all’ergastolo.
Sono stato contento nell’apprendere che su molte cose la simpatia è totale.
Credevo che alcune cose le notavo solo io, mi sono ricreduto perché le ho trovate nel libro.
I reclusi che sono la stragrande maggioranza meridionali.
Le leggi razziste per i meridionali, per noi molto rigorose, e umane per i settentrionali.
Ha elencato con certosina precisione tutte le disfunzioni del sistema penitenziario.
Ha fatto un’analisi politica sulla feroce demagogia della sicurezza.
La sua lettera a Miriam Mafai, ha scaturito un sorriso di empatia, perché scrissi anche io dell’episodio nel diario quotidiano che viene pubblicato nel blog. La sua fu un’affermazione razzista e discriminatoria. A un suo amico avevano messo le manette in tribunale, urlò in un articolo “ Neanche fosse un mafioso”, come se a un meridionale potesse essere fatto qualunque cosa, essendo che non ha diritti. Dire mafioso equivale a meridionale, perché l’associazione mafiosa è applicata solo ai meridionali.
Si è colpevoli perché meridionali, l’etnia rende colpevole, come lo era nelle colonie africane.
A parte la vicenda personale e i sentimenti sviscerati, degni di ammirazione, ha confezionato un piccolo capolavoro; perché chiunque lo legge, a prescindere dalle sue capacità culturali, è alla portata di tutti per la sua semplicità e la chiarezza dei concetti espressi.
Mi auguro che abbia un’ampia diffusione, così trasmetterà la realtà dell’apparato della repressione, che ha incancrenito il sistema sociale del meridione. 2-10-2013
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La rivoluzione digitale scolastica
All’istituto tecnico commerciale Ferrigno di Castelvetrano in provincia di Trapani, il preside della scuola ha avviato la rivoluzione digitale, simile alla scuola di Brindisi.
I suoi alunni non hanno più l’obbligo di comprare i libri, usano un tablet dove sono inseriti i testi scolastici prodotti dagli insegnanti e dagli alunni stessi.
Nello zaino non hanno più una caterba di libri, pericolosi per la salute della schiena, ma un leggero tablet e un quaderno.
Anche le famiglie sono contente, perché non hanno più la spesa eccessiva dei libri, in questo tempo di crisi non è poco.
Essendoci il registro elettronico i genitori possono seguire da casa in tempo reale, i voti, i compiti assegnati, assenze e note disciplinari.
In Europa e nell’area Occidentale questa rivoluzione è reale da molti anni, in Italia a parte rari casi, il resto del Paese è arretrato in questo campo. Il nuovo ministro dell’istruzione Mari Chiara Carrozza ha firmato un decreto ministeriale che rallenta il passaggio dalla carta al digitale nelle scuole. Un regalo all’editoria.
Politica e burocrazia frenano sempre lo sviluppo e il progresso. 3-10-2013
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I gatti
La natura continua a stupirci e non credo si fermerà, continuerà nel tempo a meravigliarci. In Corea del Sud hanno scoperto che i gatti e le tigri hanno un codice generico simile.
In parole povere i gatti sono delle piccole tigri, sapevamo che fossero felini ma nessuno immaginava che avessero lo stesso antenato, e che l’evoluzione di milioni di anni li ha cambiati fisicamente.
Questa scoperta può essere utile per evitare l’estinzione di alcune specie, e rafforzare le razze con la variazione genetica.
Da oggi in poi guarderò i gatti con occhi diversi. 4-10-2013
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C’è un giudice a Roma?
Anche se avevano fatto calare una cartina di silenzio sull’infame deportazione della moglie e la figlia di sei anni, del dissidente KAZAKO ABLYZOV.
La figlia più grande residente in Svizzera, tramite i suoi legali ha denunciato tutti i funzionari dell’ambasciata KAZAKA a Roma.
Per tutti, l’esposto è per violazioni gravi, avendo commesso abusi e omissioni.
La procura di Roma con a capo Pignatore, ex capo della procura di Reggio Calabria, dovrà dimostrare se Roma è ancora un porto delle nebbie oppure applica la giustizia e farà luce su questa nefandezza che ha squalificato l’Italia davanti al mondo. 5-10-2013
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Il mondo irreale dei politici
Il presidente del Consiglio Letta ha dichiarato che in Italia la giustizia funziona e siamo in uno stato di diritto.
Facendo parte del PD, e siccome la magistratura detta la linea politica del partito, comprendo che deve difenderli e allo stesso tempo difendersi.
In questo Paese non c’è più giustizia né diritti, in particolare nel Meridione, dove di diritti e giustizia sono applicati alla stregua delle colonie africane. C’erano giustizia e c’erano diritti per gli indigeni delle colonie?
Ci sono leggi razziste e anticostituzionali tutte approvate per il Meridione, e per legittimarle lo chiamano doppio binario, anche se la Costituzione stabilisce che siamo tutti uguali di fronte alla legge senza distinzioni di razza.
Tutti carnefici della repressione vengono idolatrati e fatti passare per eroi, mentre le vittime meridionali sono mostrificati, per legittimare torture, arresti arbitrari, e il nuovo saccheggio del Meridione dopo la conquista piemontese.
Ritengono di avere la coscienza apposto, perché tutto viene fatto a norma di legge. Anche Stalin,Hitler,Mussolini ecc.. le loro nefandezze le facevano in base a leggi di stato.
Il sig. Letta non conosce la realtà, se la conoscesse è peggiore dei tanti carnefici dell’apparato della repressione. 6-10-2013
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L’uomo fatto diventare reato
A parte i reclusi, ma in particolare noi ergastolani, nessuno conosce l’art. 4 bis, persino alcuni magistrati ne hanno poca dimestichezza.
L’art. 4 bis è la barbarie fatta legge, non esiste al mondo che una norma penitenziaria sia al di sopra della Costituzione e delle leggi penali.
L’infamia che hanno tirato fuori, non è una forma di aggravante per il reato, perché se così fosse, dopo scontata quella parte, si può accedere alle normative delle pene alternative. Invece è fatta per l’uomo e non per il solo reato, in questo modo, una volta applicata la persona diventa mafioso ad eternum, e nel nostro caso non vedremo più la luce del sole.
L’art. 4 bis O.P. contiene un’elencazione di reati, dunque non ti viene applicato, è il reato contestato che viene dichiarato ostativo in quanto tra quelli indicati nel 4 bis.
Quindi il titolo di mafioso, lo è per condanna e in quanto tale per effetto dell’inclusione nel 4 bis.
Per concludere il titolo aristocratico di un mafioso è per sempre, non ci può essere cambiamento.
Con questa applicazione aristocratica, ci viene revocata per legge la speranza, senza speranza si cade nella disperazione anche l’anima appassisce e muore, questo è peggiore della morte del corpo.
Loro vogliono sopprimerci dando l’incarico di boia al tempo, noi dobbiamo angustiarli vivendo il più a lungo possibile, lottando con tutte le nostre forze e infastidendoli come fanno le zanzare. 7-10-2013
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La dittatura culturale fascista
Mussolini permetteva 80 fa quattro libri al recluso Antonio Gramsci da detenere in cella ma aveva libero accesso a tutti i libri della biblioteca del carcere.
Hitler i libri che non gli piacevano li bruciava, tutti ricordano i roghi dei libri del 1934.
Stalin proibiva i libri che secondo l’ideologia bolscevica corrompevano la fede comunista.
La Chiesa li metteva all’indice,arrestava le persone che leggevano i libri proibiti, non di rado metteva al rogo qualcuno al posto dei libri.
Mi ha scritto Davide Emmanuello dal regime di tortura del 41 bis di Ascoli Piceno, l’area educativa gli ha proibito di leggere “Il nome della rosa” di Umberto Eco, da cui hanno tratto un bel film, libro della biblioteca del carcere, perché pericoloso per l’ordine e la sicurezza.
Con la legge n 94 del 2009 del famigerato duo Alfano – Berlusconi . hanno reso la tortura del 41 bis peggiore dei centri psichiatrici sovietici, dove internavano i dissidenti per annullarne la personalità e annichilirne il pensiero.
Quando i politici parlano di tortura facendo riferimento alla disumanità delle carceri, dimenticano volutamente il famigerato 41 bis, che è un regime di tortura internazionalmente riconosciuto.
La censura è imposta dal nuovo MINCULPOP (DNA) non vuole che se ne parli.
Un giorno i politici non potranno dire di non sapere. 8-10-2013
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L’ipocrisia della paura
L’1 ottobre avevo presentato un permesso di necessità ex art. 30 O.P., per andare a visitare mio padre. In una settimana il magistrato di sorveglianza ha risposto rigettando la richiesta.
Pur costatando che le patologie sono gravi: “ non ricorrono allo stato, i presupposti per accordare il richiesto, eccezionale beneficio, ravvisabili o nell’imminente pericolo di vita”.
A novembre 2012; mi ha concesso tre ore di permesso con la scorta, non ha ritenuto usare il rigore tecnico repressivo, ma il lato umano della legge.
Comprendo che l’intervento di qualcuno della DDA di Salerno, ha tolto la serenità al magistrato di sorveglianza.
Se l’anno scorso riteneva di essere nel giusto, non può e neanche deve sottostare a queste minacce, dettate esclusivamente da un furore giustizialista.
Ho fatto ricorso al tribunale di sorveglianza di Catanzaro, motivandola in questi termini: “ Abbiamo diritto anche noi “mostri” di vedere almeno una volta l’anno i nostri genitori?”
La risposta del tribunale sarà sicuramente negativa perché fanno parte dello stesso ufficio, ma voglio che sappiano che la loro crudeltà legittimata dai tecnicismi non potrà tacitare le loro coscienze con il senso del dovere, perché il dovere non giustifica la disumanità, se lo fosse sarebbero legittimati anche le SS nei campi di sterminio nazista. 9-10-2013
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Concorso letterario
Avevo partecipato al concorso letterario istituito nel carcere di Ascoli Piceno.
L’educatrice mi ha portato una lettera dove la direttrice del carcere mi comunicava che il mio testo era stato menzionato dalla giuria del concorso, e dopo la premiazione dell’8 ottobre, mi avrebbe spedito la copia del libro dove sono inseriti tutti i testi menzionati.
La stessa direttrice comanda anche il regime di tortura del 41 bis, dove è seppellito vivo Davide, e la sua area educativa ritiene che leggere il libro “Il nome della Rosa” è pericoloso per l’ordine e la sicurezza.
Più che parlare di banalità del male, affermerei di abitudine al male, routine, una sorta di normalità, aggrappandosi alle leggi per anestetizzare l’animo. 10-10-2013
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I depositari della verità
Tante persone che hanno subito un lutto per l’uccisione di un familiare, hanno mercificato l’occasione per fare carriera.
Usano la loro sete di vendetta per opporsi a qualunque apertura alla civiltà e rendere umane le carceri. Carmelo Musumeci aveva scritto due righe sulla rivista Gente per stimolare la gente a firmare il referendum sull’ergastolo.
Maria Falcone,sorella del giudice ucciso a Capaci, una delle tante che ha fatto fortuna sulla pelle del fratello, ha risposto che l’ergastolo non va abolito, perché sarebbe ingiusto e inopportuno, avendo analizzato da professoressa di diritto. Ma semmai bisogna valutare un problema opposto “garantire la certezza della pena”. Pertanto sarebbe molto meglio indirizzare le energie della politica e le coscienze dei cittadini verso la soluzione di questa ben più grave questione. Dimostra che è ignorante in materia, meno male che è professoressa nel diritto. E’ una cantilena che ripetono gli adepti della setta antimafia, che non ha nessun fondamento con la realtà.
Una delle poche cose serie del sistema penitenziario è la certezza della pena, talmente precisa che potremmo insegnarlo ai tedeschi e gli svizzeri.
In Italia si sconta un giorno in più mai uno in meno.
Convinti di essere depositari della verità, si inventano qualsiasi castroneria per motivare le loro decisioni. 11-10-2013

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L’occupazione americana
La barzelletta dell’alleanza con gli americani, ormai solo gli sciocchi ci possono credere.
Da settant’anni siamo occupati dalle truppe americane, e non hanno nessuna intenzione di andarsene, continuando a fare i loro comodi.
La sceneggiata dei nostri politici di fingersi indignati, quando le notizie le apprendono dai media, come l’ultima lo spostamento di 200 marines dalla Spagna alla base di Sigonella in Sicilia, per le emergenze in Libia.
Ormai la Libia è diventata una sorta di terra di nessuno; un bel regalo dagli americani.
La settimana scorsa con il blitz all’insaputa del governo libico, hanno catturato a Tripoli ABU – ANAS – AL – LIBI, ideatore degli attentati alle ambasciate in Tanzania e Kenya nel 1998.
Gli americani temono la reazione di AL – QAEDA, divenuta molto forte in Libia, e si preparano alla risposta.
Muovendo le truppe a loro piacimento sul territorio italiano senza avvertire né il governo e né i vertici militari, significa una sola cosa, che sono i padroni e possono fare quello che vogliono. 12-10-2013
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Ipocrisia
Si è criminali non per quel che fai, ma per chi lo fai. Brenno lo disse chiaramente quando posò la spada sulla bilancia “guai ai vinti”.
Stalin prima e dopo la guerra ha fatto ammazzare milioni di persone, si parla addirittura di 50 milioni. Solo in Ucraina ne fece morire di fame e di morte violenta più di dieci milioni di persone.
Eppure fu ritenuto un eroe e osannato in tutti i paesi e partiti comunisti del mondo come Dio.
Togliatti fino a quando restò a Mosca, se non vado errato fino al 1943, avallò firmandoli tutti e crimini di Stalin, non solo non è stato accusato ma non ha pagato nemmeno i crimini degli italiani scappati a Mosca, da lui fatti condannare a morte e fucilati e migliaia rinchiusi nel gulag.
Alla fine della guerra non solo fu ritenuto un eroe, lo soprannominarono il “migliore”, sepolto e osannato nel cimitero di Roma ancora oggi.
Franco in Spagna fece uccidere migliaia di civili, fu ritenuto un eroe della democrazia da tutto l’occidente fino alla sua morte nel 1975.
Potrei citarne tanti di loschi figuri di destra e sinistra, che hanno massacrato e distrutto la vita a milioni di persone, ma trovandosi dalla parte dei vincitori, sono passati alla storia come eroi.
E’ morto ERICH – PRIEBKE, era un capitano delle SS naziste, condannato all’ergastolo per aver partecipato alla strage delle fosse Aretine a Roma durante la seconda guerra mondiale.
Non discuto i crimini commessi, perché niente e nessuno li può legittimare, ma ritengo indecoroso la sceneggiata tra il sindaco, prefetto, questore di Roma, e il Vaticano, per impedire la funzione religiosa, il funerale e la tumulazione.
Quando una persona muore, bisogna dargli l’estrema unzione e seppellirlo cristianamente; come hanno detto le persone che frequentavano la chiesa dove seguiva la messa e si confessava.
Ci hanno sempre insegnato che in cielo Dio deciderà se perdonare o meno.
Tutti gli italiani che parteciparono a compilare la lista da consegnare ai tedeschi, tra cui il prefetto CARUSO, non c’è mai stata questa ipocrita indignazione.
Mi chiedo perché questo balletto vergognoso, non era più serio far passare tutto sotto silenzio, evitando questa risonanza mediatica mondiale. 13-10-2013
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Immenso papa
Questo papa l’ammiro ogni giorno di più, e mi sto convincendo che rivoluzionerà la Chiesa, facendola entrare nella modernità del terzo millennio.
L’ultima frase che ha detto merita ogni considerazione: “ Soffro nel vedere in chiesa le donne come servitù”. Mi auguro che alle parole faccia seguire i fatti, e dia valore alle donne nelle gerarchie della Chiesa. Lo stesso potere che avevano all’origine, che persero con la morte di Gesù, prevalse il sistema patriarcale maschilista dell’epoca, mettendo ai margini le donne.
Sono convinto che le donne al potere risolverebbero tanti problemi ed eviterebbero tante sciagure. 14-10-2013
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L’eroe antimafia truffaldino
Questa notizia non è apparsa in nessun quotidiano della sinistra, e in nessuna TV, perché riguardava anche Mondadori “socia” di Mediaset, il padrone è unico,censura totale per questo scribacchino truffatore, Roberto Saviano è stato condannato al pagamento di 60.000 euro insieme alla Mondadori, per illecita riproduzione, aveva copiato tre articoli pubblicati su quotidiani locali della società Libra e inseriti nel suo libro Gomorra.
Questo mi porta a pensare che il libro che l’ha reso così famoso, non è tutta farina del suo sacco, ha fatto copia e incolla, ed è stato fortunato, anche perché ha venduto bene.
Il partito di Repubblica l’ha arruolato tra le sue fila e ne ha fatto un’icona, con la sua protezione si può permettere di dire tutte le fesserie che gli passano per la testa,e le enfatizzano come le avesse profetizzate un oracolo.
La settimana scorsa su un processo a Napoli, ha dichiarato che è stanco, perché con la scorta non ha una vita normale, e per questo motivo vuole andarsene all’estero sotto falso nome. E’ un bravo attore, fa sceneggiate per attirare l’attenzione, sa benissimo che senza scorta e le notizie che gli passano le procure, non avrebbe nessuna considerazione, e quelle quattro stupidaggini che scrive non le leggerebbe nessuno. 15-10-2013
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L’autobiografia di Carmine Crocco
L’amica Francesca è riuscita a trovare su internet l’autobiografia di Carmine Donatelli Crocco “Come divenni briganti”, l’ha stampata e me l’ha spedita. Questi libri sono difficili da trovare, bisogna conoscere librerie che si occupano dei fatti del Meridione, che vogliono riportare dalle tenebre la storia nascosta e vilipesa, che ancora oggi nelle scuole insegnano una storiografia risorgimentale piena di menzogne. Questa biografia di Crocco è molto bella, perché fa capire come la popolazione o meglio direi i contadini nella loro totalità si sollevarono contro l’invasore piemontese.
All’inizio il vecchio ceto aristocratico, i borghesi e il clero, appoggiarono finanziando e armando la ribellione, quando nel 1864 – 65 si resero conto che la guerra era perduta, e i Savoia gli concessero gli stessi privilegi che avevano prima e arricchendoli ancora di più, li abbandonarono al loro destino e aiutarono i piemontesi nella repressione con delazioni e tradimenti.
Con l’obbrobrio della legge Pica commisero nefandezze indescrivibili, andarono oltre le violenze tipiche di ogni esercito conquistatore.
Dalla fase ferocemente oppressiva, vinta la guerra, dovevano passare a quella della riconciliazione nazionale. Non lo fecero e non hanno mai cercato di farlo, e il metodo repressivo, adottato ai tempi, è arrivato fino ai giorni nostri.
Non hanno neanche cercato di rendere merito ai vinti invece hanno costruito una storiografia falsa e denigratoria, relegando la ribellione meridionale negli angusti confini di una lettura criminale; d’altronde avevano bisogno di demonizzare la figura la figura del combattente chiamandolo brigante per sradicarlo dalla simpatia popolare, per spingerlo nella più comoda collocazione di mostro.
Fu guerra e d’altronde usarono i tribunali militari di guerra legittimandoli con la legge Pica.
Il capitano Eugenio Massa curatore del libro, e che lo convinse a scrivere il manoscritto, mise mano al testo con ripulitura e orientando la trama secondo le sue tesi savoiarde; i piemontesi erano eroi e i briganti delinquenti della peggiore specie.
Crocco si prestò mettendoci un po’ del suo per cercare di avere un atto di clemenza dai Savoia.
Per uscire, poteva comportarsi come uno dei suoi luogotenenti il traditore Giuseppe Caruso, buttarsi nelle braccio ai piemontesi e aiutarli nello scovare e uccidere tutti i suoi ex compagni, invece non si macchiò d’infamia, combatte fin quando le forze glielo permisero. Alla fine degli altri 2000 uomini che comandava ne rimasero 116 tra cui 16 feriti, 86 fatti prigionieri, 16 prigionieri, 16 fucilati; 120 si erano consegnati, gli altri morirono tutti con le armi in pugno.
In proporzione al numero, era una cifra enorme, questo dimostra che erano combattenti veri animati da un’ideale e una fede robusta, pronti a morire.
Tradito dallo stato pontificio dove si era rifugiato, morì in carcere dopo 40 anni e il 18 giugno 1905, senza fare il nome di nessuno, fu uomo fino all’ultimo suo respiro.
Sono orgoglioso di avere la sua foto sul capo del mio letto. 16-10-2013
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Il pensiero unico della setta
Il pensiero unico dei campioni della legalità hanno preso di mira Balotelli a sua insaputa ne volevano fare un simbolo della setta antimafia, in questo caso anticamorra. Siccome lui pubblicamente si è esposto con un Tweet “Io simbolo anticamorra? Lo dite voi, sono qui solo per giocare”, è stato attaccato con furore da questi savonarola che non ammettono nella loro arroganza di sentirsi depositari della verità e della legalità, che qualcuno non si lasci manovrare da loro.
Addirittura Don Mongoniello uno dei tanti adepti della setta ha dichiarato che Balotelli ha delle grosse responsabilità. E si pone la domanda, ha ancora diritto alla nazionale?
Ormai hanno perso il senso della misura, ma loro sono consapevoli che fin quando non attaccano il vero potere, quello che contribuisce all’arretratezza del Meridione e di conseguenza fenomeni dell’illegalità, potranno continuare a fare e dire tutto ciò che vogliono.
Balotelli ha la forza e la protezione che non aveva Miccoli, l’hanno crocifisso a tal punto che ora gioca in serie C, con Mario non ci riusciranno, ne sono contento. 17-10-2013
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Non si finisce mai di sapere
Mentre facevo le pulizie della cella, ho preso un colpo alla schiena e mi sono dovuto mettere a letto.
Ho colto l’occasione per farmi una bella lettura, ho iniziato e finito di leggere il libro di Valentino Romano” Nacquero contadini, morirono briganti” editore CAPONE.
Sono un’insieme di racconti, documentati dai fascicoli processuali dei tribunali militari di guerra istituiti con la famigerata legge Pica.
Ogni racconto sviscera cosa ebbero a patire tanti sventurati nelle mani della canoa piemontese; a pagare il “glorioso” risorgimento sono stati solo ed esclusivamente i meridionali.
La legge Pica istituì il domicilio coatto per i semplici sospettati di collusione con i briganti; elevò il sospetto e la delazione a rango di prova; fucilazione immediata della gente in armi, e lavori forzati per i fiancheggiatori.
La discrezionalità normalizzò ogni arbitrio, e i “liberatori” savoiardi non ebbero nessuna pietà degli indigeni della loro “Africa”.
Lo scrittore in modo semplice ti porta per mano facendoti capire come i contadini si ribellarono e si batterono valorosamente, alla fine furono abbandonati da tutti e sacrificati sull’altare del patto scellerato di svendita di non essere più nazione ma una colonia da sfruttare e opprimere.
Aveva ragione Nicola Zitara: “ La storia del Sud è tutta da scrivere”. 18-10-2013
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La Costituzione
In questi giorni leggo e sento in TV di tanti difensori della Costituzione, che protestano perché non vogliono che venga riformata.
Il governo con l’appoggio del Presidente della Repubblica, vogliono modernizzarla.
Questi pseudo signori del diritto che hanno sguazzato in questo sistema, dove la Costituzione è piegata alla corruttela politica con la complicità della Corte Costituzionale che agisce in base agli imput delle segreterie dei partiti; dov’erano quando i diritti costituzionali sono stati calpestati e villipesi?
Alcuni di loro hanno rappresentato l’Italia a Strasburgo alla Corte dei Diritti dell’uomo , non solo non hanno fatto niente per sanare le violazioni palesi costituzionalizzate, ma si sono adoperati affinchè non venissero accolti i ricorsi di cittadini italiani.
Ce n’è uno in prima fila e lo cito perché ho letto la sua opposizione al ricorso del regime di tortura del 41 bis, difendendolo a spada tratta.
Il giurista in questione è Gustavo Zagrebelsky, passa per garantista ma non ha mai detto niente sulle leggi d’emergenza, ergastolo ostativo, 41 bis, arresti di massa e processi arbitrari.
Queste leggi razziste e repressive sono anticostituzionali, anche un bambino lo comprende.
I diritti sono di tutti, quando non lo sono, non credo a queste sceneggiate che nascondono sempre interesse di parte e privilegi da difendere. 19-10-2013
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Necessità fa virtù
Quando si arriva all’estremo si prendono provvedimenti drastici.
Bisognerebbe prevenire e non essere costretti dalle circostanze.
In Australia hanno una perenne emergenza idrica e ciò ha messo alle strette il Paese, il governo ha preso la decisione di sfruttare le acque reflue delle reti fognarie, questa decisione sconcerta la popolazione ma non hanno altre alternative. Non è la fine del mondo, è un sistema sicuro e usato in altre parti del mondo.
Nello stato della California, avendo lo stesso problema, riciclano l’acqua reflua utilizzando su scala industriale il metodo usato dalla NASA per gli astronauti.
Una sera ho visto un documentario sulla struttura che depurava l’acqua delle fogne in California, alla fine del procedimento ne usciva un’acqua pura e potabile al 100%.
La città di New York ha progettato di usare gli scarichi fognari per produrre energia e ricavarne butanolo e metano per usarlo per le auto e il riscaldamento delle case.
Credo che bisognerebbe integrare le due cose in modo che tutto il contenuto delle fogne fosse riciclato così non creerà più inquinamento. 20-10-2013
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E’ morto un grande condottiero
E’ morto a 102 anni il generale GIAP, eroe nell’indipendenza vietnamita, era una leggenda vivente.
Sconfisse i francesi e li costrinse nel 1954 a lasciare il Vietnam.
La stessa cosa fece con gli americani, costretti alla fuga nel 1975, all’epoca era la prima sconfitta della loro storia.
Fu l’artefice della caduta di Pal Pat in Cambogia nel 1979.
E’ stato uno dei principali personaggi del secolo, e rimarrà nella storia come uno dei più grandi strateghi militari.
Non ha mai frequentato le accademie militari, tutto il suo sapere militare l’ha studiato come autodidatta.
I suoi principi erano semplici, il primo era che bisognava sempre sorprendere il nemico.
Una delle sue convinzioni era che dove passa una capra può passare un uomo, e dove passa un uomo può passare un battaglione, questo gli ha permesso di vincere molte battaglie.
Dicono che aveva carisma, era semplice e inflessibile, ma giusto.
La sua vita privata è stata dura, ha perso la prima moglie in seguito alle torture subite dalla polizia francese.
Non credo che in futuro ci saranno persone con capacità strategiche come lui, perché non possono dimostrarlo sul campo, le nuove tecnologie hanno cambiato gli scenari di guerra. 21-10-2013

Angelo Massaro risponde a Jonathan

Carla Rigato

Angelo Massaro è uno degli amici entrati in contatto con noi nel corso di quest’anno ( il suo primo testo in questo Blog (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/02/02/gli-stessi-diritti-degli-animai-di-angelo-massaro/).

Attualmente è detenuto a Catanzaro ed è in galera dal 1996, per una condanna di anni 30.

La sua vera tragedia è stata non potere incontrare la moglie e i figli da più di quattro anni. I figli hanno riportato dei traumi emotivi da questa situazione.

Nel corso dei mesi abbiamo pubblicato diversi interventi di Angelo. E tra i commenti che ha ricevuto, si sono segnalati, per la loro criticità, quelli di una persona di nome Jonathan.

Già il 5 giugno Angelo aveva voluto rispondere brevemente a Jonathan (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/06/05/angelo-massaro-risponde-a-jonathan/).

Jonathan ha inviato altri commenti.

E anche questa volta Angelo vuole rispondere con una lettera più lunga e circostanziata.

Prima della lettera, faccio precedere qualche frase della lettera personale di accompagnamento che Angelo mi ha inviato.

La lettera la pubblico solo adesso, perché per una serie di problematiche postali è dovuto essere rispedita.

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Caro Alfredo, sono Angelo Massaro, dal carcere di Catanzaro.

Purtroppo, a causa di problemi e di ritardo della posta, solo nei giorni scorsi sono riuscito a leggere la risposta, durissima e falsa di Jonathan, sia a me sia alla mia famiglia. E ne sono rimasto basito.

Ti ringrazio di avere preso le mie difese, ma ritengo necessario che io smentisca le sue affermazioni per dovere di verità, perché qualcuno potrebbe credere alle sue farneticazioni, visto che il blog è letto da tantissime persone che credono alla mia innocenza, e anche da giudici.

Quindi ti prego di darmi nuovamente ospitalità sul Blog.

(…) questo Jonathan dice fatti distorti e falsi.

Dammi la possibilità di smentirlo, pubblicando una risposta del tutto legittima e civile.

Risposta a Jonathan:

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Egregio signore, desidero ringraziarla per “l’affetto” che ha nei miei confronti. Spero per lei di non essere diventato l’unica ragione della sua vita. Il mondo, come sicuramente saprà, offre un’infinità di colori che vale la pena osservare.

Signor Jonathan, sono stato combattuto se risponderle o meno, per non monopolizzare il Blog o approfittare della pazienza di Alfredo, ma lei scrive cose gravi e per dovere di verità sento ora l’obbligo di farlo.

Il suo non è semplice risentimento nei miei confronti, ha ragione, non è solo livore, ma odio vero e puro, e non credo nemmeno lei sia un giornalista, un giornalista vero. Lei è giornalista come io sono Presidente degli Stati Uniti. Perché lei riporta fatti distorti ed esclusi dal processo, oltre che mai accaduti.

Intanto i miei scritti non sono affatto “rielaborati da altrui penna” come lei afferma, ma sono frutto della mia cultura giuridica, e se lei fosse sul serio un giornalista, e avesse seguito i miei processi, i miei interventi e letto le mie istanze, avrebbe di certo notato una cultura, anche giuridica, e una intelligenza superiore alla media. Come hanno appurato e scritto i vari esperti e tutti gli operatori penitenziari.

Preparo istanze giuridiche ai detenuti da anni, riuscendo dove numerosi avvocati hanno fallito. Purtroppo, e mi dispiace per lei, devo dirle che non tutti i detenuti sono culturalmente arretrati. Questo suo pregiudizio non fa onore alla sua professione di “giornalista”.

Le prove della mia innocenza non devo dimostrarle a lei, ma solo a un tribunale. Esattamente quello che sto già facendo, per avere quella giustizia che un processo farsa mi ha privato, per errore anche dei miei avvocati da lei definiti “blasonati”. Quindi mi sto battendo nei luoghi preposti per avere giustizia.

Se fosse un giornalista vero, e avesse assistito al processo, avrebbe di certo appreso che non fui affatto sorpreso ad appiccicare alcun incendio all’automobile del mio amico, né tantomeno i familiari videro me sul posto al momento del ritrovamento dell’auto, avvenuta tre giorni dopo la scomparsa, ma dei motociclisti col casco.

Uno dei familiari, con problemi di vista, riferì in aula di avere visto a duecento metri di distanza due motociclisti, dicendo : “mi pareva era lui come si ‘componeva’ “; l’altro familiare smentì tale versione. La sentenza (qui dinanzi a me), escludendo tale episodio riporta, cito testualmente parte della sentenza: “non v’è dubbio che il significato indiziario delle suddette circostanze non sia né grave né univoco nei riguardi dell’imputato, perché la postura sulla moto non è elemento individuante e più persone possono avere la medesima postura”.

Lei, Jonathan, afferma il falso. Questi sono fatti, esattamente come anche io sono abituato a parlare! Inoltre, non sono mai stato in fuga dopo l’omicidio (ottobre 1995) ma in affidamento, per altra condanna di un anno, con frequenti colloqui con assistenti sociali e continui controlli delle forze dell’ordine, e arrestato per il presunto omicidio solo dopo ben sette mesi (maggio 1996).

Anche questi sono fatti!

Il colmo, però, lei lo raggiunge, quando afferma che sarei stato condannato per avere ucciso e fatto sparire due persone, ignorando volontariamente che per altro omicidio sono stato assolto dalla Corte di Assise di Appello di Taranto, per “non avere commesso il fatto”;           quindi l’assoluzione piena, perché il giorno e l’ora della scomparsa io ebbi un incidente stradale dinanzi a decine di testimoni. Il padre della vittima, inoltre, escluse ogni coinvolgimento nella scomparsa.

Anche questi sono fatti!

Lei, signor Jonathan, oggi viene a raccontare la favoletta di “cappuccetto rosso e il lupo cattivo”, ma in questa triste vicenda non esiste alcun cappuccetto rosso. Se lei si dice convinto della mia colpevolezza, e verità processuale, deve anche dire che dal processo emerse che il mio amico Fersurella, la sera della scomparsa, sarebbe partito dal suo paese armato di pistola e con il presunto intento di uccidere me e altre persone (come riferì il collaboratore di giustizia a cui io non credo affatto). Io all’orario descritto mi trovavo a circa quindici km di distanza, a colloquio proprio con una delle assistenti sociali (come oggi posso dimostrare senza alcun dubbio in base alle nuove prove), e non mi incontrai affatto.

Quindi, anche se fosse, ma senza assolutamente concederlo, sarei responsabile solo di avere difeso la mia vita per non sopperire, in base ai fatti processuali. Per questo motivo la Corte escluse la premeditazione.

Questo però lei non lo dice, come on dice che anche il mio amico era un pregiudicato per vari reati e tentato omicidio.

Lei non dice molte cose per essere un giornalista, quindi sopra le parti, distorcendo platealmente anche la verità processuale, che non è la verità dei fatti.

Se fossi colpevole, nulla oggi mi impedirebbe di dire la verità e far ritrovare un corpo, perché questo mi permetterebbe di uscire subito dal carcere. La mia colpa però è di essere innocente. Riguardo a quel collaboratore di giustizia da lei ritenuto credibile, in altro processo collegato al presunto omicidio, e dallo stesso giudice che mi condannò per questo presunto omicidio, in merito agli stessi identici fatti, fu ritenuto del tutto inattendibile.

Un giornalista serio saprebbe questi fatti!

Fatte queste doverose smentite, le dico che per fortuna in Italia ci sono i giornalisti seri, che non falsificano la realtà  e soprattutto non hanno dei pregiudizi. Come ho avuto modo di constatare ogni volta che le mie numerose lettere sono state pubblicate sul quotidiano locale. Sui quali lei non ha mai replicato.

Oggi in Italia non tutti sono giustizialisti, ma ci sono voci che urlano più della sua.

Addirittura lei, signor Jonathan, afferma che la sofferenza dei miei figli sia meritata perché io sarei colpevole. Questo non è solo un errore, ma un orrore, e dimostra il suo odio e la sua pochezza come uomo e come giornalista. Il tutto si commenta da solo.

Non entrerò più in merito ai miei processi, perché lo stesso ritengo di svolgere in Tribunale. Anche i miei familiari hanno sbagliato a farlo, pertanto si limiti ad evidenziare su di me il suo odio ma non si permetta di riferire fatti processuali  distorti da una mente accecata. Oggi, a mio parere, con questa pacata risposta le sto dando un’importanza che non merita affatto. La sua è pura disinformazione e stalking.

Si limiti al rispetto delle regole democratiche dell’altrui diritto di dichiararsi innocente, a rispetto della verità dei fatti documentali emersi. Si ricordi che la penna è uno strumento raffinato e non una clava per colpire me, la mia famiglia e dei fanciulli, i quali sono tutelati dalla Convenzione O.N.U. sui diritti dell’infanzia.

A proposito di verità, lei afferma di avere sempre seguito, come giornalista, i miei casi, ma nel contempo afferma di avere fatto ricerche in rete su di me per una sua “spiccata curiosità”.

Questo è contraddittorio!

Forse la verità oltre a non dirla, non la conosce nemmeno lei stesso.

Ringrazio Alfredo per il lungo spazio concesso, di avermi dato la possibilità di rispondere personalmente a chi nutre odio per me e la mia famiglia, che non deve pagare per colpe non sue. Termino dicendo, signor Jonathan, che non c’è bisogno si ingrazi gli operatori penitenziari, perché noi detenuti che siamo a contatto ogni giorno possiamo dire che sono delle persone più umane di lei, e svolgono il loro lavoro con umanità e professionalità. Tanto che, quando leggono la mia sentenza e i fatti processuali, mi chiedono come hanno fatto a condannarmi, perché è evidente la mia innocenza, così come concluse il Sostituto Procuratore Generale della Cassazione che chiese l’annullamento della condanna.

Catanzaro 5 agosto 2013

In fede

Angelo Massaro

Un abbraccio forte a tutti i detenuti… da Francesca

Abbraccios

Mentre stavo condividendo materiale di vario genere su facebook, mi imbatto in una pagina dal titolo

“Un abbraccio forte a tutti i detenuti” (la trovate a questo link.. https://www.facebook.com/pages/Un-Abbraccio-Forte-a-Tutti-I-Detenuti/160944687290864?fref=ts).

Il titolo mi spinge a fare qualche domanda all’amministratrice di essa, che scopro essere la moglie di un detenuto.

Questa donna -Francesca- tre anni fa decise di creare una pagina su facebook, in modo che ex detenuti e loro famigliari possano darsi sostegno a vicenda. Francesca ha conosciuto e conosce tutto il calvario che deve vivere chi ha un proprio caro in carcere. Il calvario che sopporta chi vuole davvero bene e ama quel caro, e quindi per vederlo deve affrontare mille sacrifici. Viaggi interminabili di ore di treno, per strappare un colloquio, dopo ulteriori ore di fila dal mattino presto davanti al carcere.. e il colloquio poi, tra caos di gente, muri divisori, guardie pignole.

E poi.. la sofferenza emotiva, il senso di solitudine, il cuore con tanti lividi.. che si risvegliano ogni giorno e ogni notte.

Francesca ha voluto che tutte le persone che vivono le cose che vive lei, potessero condividere, farsi forza a vicenda, darsi un sostegno e “strapparsi” gocce di speranza.

Tutto il suo tempo libero, Francesca lo dedica a questo. Cerca di fare sentire ogni giorno a famigliari di detenuti, ed ex detenuti, la sua vicinanza.. cerca di incoraggiarli.. di regalare loro, almeno un momento di serenità.

Le ho chiesto di presentare anche sul Blog se stessa e la sua pagina. 

E lei mi ha inviato la lettera che adesso leggerete.

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Cari fratelli e sorelle detenuti, scrivo in questo bellissimo Bloh, per dirvi che siete reclusi ma non esclusi.

Bene, mi presento, mi chiamo Francesca e sono la compagna fedele di un detenuto da quasi nove anni. Circa tre anni fa pensavo al mio amore lontano e mi è venuta un’idea fantastica. Quella di creare una pagina su facebook dal nome “un abbraccio forte a tutti i detenuti”. Questa pagina pian pianino è cresciuta ed oggi conta più di diecimila iscritti. Siamo tutti familiari di detenuti ed ex detenuti, ed io ne sono l’amministratrice e dedico il tempo libero a voi cari fratelli e alle vostre famiglie fuori, scrivendo ciò che accade nel carcere, descrivendo le pene che patite voi e i vostri cari famigliari e soprattutto i vostri figli che pagano senza nessuna colpa. Non passa giorno che non siete nei nostri pensieri, nelle nostre preghiere e nel nostro cuore. Voi non siete soli: siete lontani dal corpo, ma vicini nel nostro cuore in ogni singolo attimo di vita.

Nella pagina ci sono tante mogli come me, tante mamme, tanti figli di detenuti e insieme condividiamo il nostro dolore. Si dice che quando il dolore è condiviso si soffre meno ed io vi posso garantire che noi, anche se tramite un computer, ci sentiamo davvero confortati l’uno con l’altro. E’ questo spirito di fratellanza è bellissimo. Cerchiamo di farci compagnia attraverso delle parole che io scrivo. Cerchiamo di alleggerire un poco la nostra solitudine.

Sì cari fratelli, perché la vostra solitudine è anche la nostra. Sembriamo liberi, ma non lo siamo, perché il nostro cuore è con voi, dentro quelle celle fredde d’inverno e brucianti in estati. Siamo onorati di fare dei sacrifici per voi, almeno io lo sono. Non basta il sorriso di mio marito e quello di mia figlia per dimenticare tutta  questa sofferenza. Vedere mio marito seppure tra le mura di un carcere per me è gioia infinita. Mi dimentico tutto. Andrei in capo al mondo, pure a piedi, lo giuro!

La pena, però, dovrebbe essere perdono e non vendetta… vendetta su di voi che ogni giorno vedete calpestati i vostri diritti umani e vendetta su noi famiglie che veniamo trattate come maiali, ore ed ore di file fuori dal carcere, a volte senza nemmeno un riparo. Per non parlare del colloquio, quel cavolo di muro divisorio  che non ci permette di coltivare un minuto di rapporto umano e civile. I viaggi interminabili di ore e ore per vedere il nostro caro. Siamo condannati come voi. Siamo i famigliari dei detenuti. Siamo persone che affrontano disagi ogni giorno della nostra vita, e questo grazie allo Stato che invece di favorire il rapporto con le famiglie.. divide.. sì.. divide.. perché non tutti hanno la possibilità economica di affrontare viaggi. Non tutti possono permettersi il lusso di pagare un avvocato. Certe mogli campano  a stento e nessuno ci aiuta, se non la nostra dell’amore che ci spinge a fare anche i lavori più umili per stare vicino  e non fare mancare niente e a chi amiamo in carcere.

Detto questo, cari fratelli,  noi non abbassiamo la testa, ma camminiamo a testa alta. Sapete perché?? Perché nella vita tutti possiamo sbagliare, nessuno escluso e chi si crede di essere santo, scenda dal trono, perché i Santi stanno in cielo e non sulla terra. Tutti possono sbagliare, tutti. C’è solo chi ha la fortuna di essere furbo e fare le cose senza toccare un giorno di carcere. Ma a quello ci pensa Dio. Lui conosce ogni singola nostra azione e giudicherà tutti, i bravi e i cattivi e sicuramente ce ne stanno molti più fuori che dietro le carceri.

Vi mando un forte abbraccio da parte mia e di tutti gli iscritti della pagina. Ricordate, fratelli e sorelle, non siete soli fuori. Ci sono le vostre famiglie che vi aspettano. A braccia aperte e, comunque vadano le cosse, ci saranno sempre perché l’amore non conosce distante, sbarre e catene.

Con affetto, Francesca.

Ringrazio il Blog “Le Urla del Silenzio” che mi ha dato la possibilità di scrivere.  Grazie mille.

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