Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Sulla collaborazione (prima parte)… di Pierdonato Zito

IpocrisiaUna domanda eterna che viene fatta all’ergastolano ostativo è “se collaborando verrebbe meno l’ostatività, ma perché non collabori?”… 

Ci siamo già occupati in varie occasioni di tutta la problematicità che grava sul concetto di “collaborazione”, nel mondo dell’ostatività.

Il nostro Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è una delle anime più luminose che hanno collaborato da anni in questo Blog. Nel corsoll’ della sua detenzione ha portato avanti un profondissimo lavoro interiore, acquisendo un rigore personale, una “pazienza” esistenziale, una acutezza nel sentire che sono rari. La sua stessa scrittura da tanto tempo esprime cura, attenzione, sensibilità, rigore, onestà. E in lui è potente l’amore, quell’amore che lo ha spinto a lottare, durante i suoi anni di detenzione, per mantenere unita la famiglia.

Ecco.. uno come Pierdonato nonostante l’immenso lavoro su di sé non è praticamente mai uscito e rischia concretamente di morire in carcere. Ci sono invece stati collaboratori di giustizia che dopo pochi tempo di detenzione sono usciti dal carcere, senza nessun lavoro su di sé, senza nessun cambiamento personale, ma anzi -in taluni casi- pronti a ricommettere reati.

Dov’è l’onesta? Dov’è la morale? Dov’è il rigore morale? Dov’è il bene? Dov’è il male?

Pierdonato ha scritto, al riguardo, un testo magistrale. Un testo che per la sua importanza ho diviso in due parti, ed oggi pubblico la prima.

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Mi scusi, ma lei, proprio non può uscire più dal carcere? No. La pena che sto scontando è interamente ostativa alla concessione dei benefici, tranne, come dicono, “collaborando con la giustizia”. E lei perché non lo ha fatto o perché non fa il collaboratore di giustizia?

Da questo breve scambio di battute tra me e una professoressa di filosofia nasce questo mio scritto. La mia risposta è molto semplice: “perché ho ritenuto e ritengo tuttora giusto, consolo e conforme alla rettitudine questa mia scelta”.

Devo chiaramente argomentare, a questo punto, la mia risposta, per rendere comprensibile questa mia affermazione. Ho meditato molto sulla mia posizione giudiziaria. Mi sono chiesto: “Chi agisce più correttamente io o un collaboratore di giustizia? Qual è la condotta moralmente ed eticamente più corretta?”.

Le risposte a questi miei profondi interrogativi sono venuti da un profondo esame di coscienza avvenuto all’interno di me stesso.

Innanzitutto io devo parlare della mia storia e dei collaboratori di giustizia che hanno interessato i miei procedimenti penali, evitare quindi generalizzazioni e sovrapposizioni con storie molto diverse dalla mia.

Va stabilito che tutti coloro che compiono un’azione o comunque una scelta, non perché la ritengano GIUSTA IN SE’, ma solo perché in cambio ricevono benefici o per timore di punizioni, non può dirsi tale azione moralmente corretta. Come dire, non rubo non perché non è giusto appropriarmi di ciò che non è mio, ma non rubo per timore delle conseguenze. E i collaboratori di giustizia questo fanno.

Il collaboratore di giustizia viene comunemente ed erroneamente chiamato “pentito”, quindi confuso con quel REO che riconoscendo l’azione che ha compiuto decide di voltare pagina alla sua vita, nel senso che si ravvede, compie una revisione critica del suo passato. Quindi questa sua scelta è accompagnata da un consapevole ravvedimento. Quello che viene chiamato RESIPISCIENZA.

Ma la legge sui collaboratori di giustizia non richiede affatto questo. E’ una sorta di patto che si basa su questo ragionamento… “se tu mi dai qualcosa a me, io ti do qualcosa a te”… DO UT DES… DO’ PERCHé TU MI DAI. Quindi ciò che gli viene richiesto è di fare il DELATORE, non la revisione critica. E chi è il DELATORE? E’ colui che per ragioni di interesse personale, o anche per vendetta, denuncia qualcuno alle autorità. Quindi di moralmente corretto non c’è nulla nella sua scelta, dal momento che lo fa perché ci sono interessi in gioco che lo riguardano.

Diverso sarebbe se ci fosse stato un mutamento dell’animo umano, e fosse lui stesso il più acerrimo  accusatore di se stesso, causa penale di avere agito male e non vorrebbe nulla in cambio. Cioè il collaboratore di giustizi non compie questa scelta in seguito al dolore o al rimorso che prova per avere trasgredito una legge morale, sociale, penale ecc. ecc. ma semplicemente perché in cambio ottiene dei vantaggi, degli sconti di pena, dei benefici, e si salva dal carcere. Non è quindi svincolato da interessi i quali hanno influito sulla sua scelta.

Il problema quindi si basa su questa errata valutazione. Cosa va chiarito quindi subito dopo? Va chiarito anche la sua condizione al momento dell’arresto. Il collaboratore di giustizia si trova ad un drammatico bivio. Deve scegliere da un lato se farsi il carcere, oppure farla franca. Quindi da un lato c’è una strada più dolorosa, sofferta, piena di privazioni, di umiliazioni, disagi ecc. ecc. In alternativa dall’altro lato, un’altra strada più facile… ricevere benefici, riduzione di pena, magari subito libero, magari –come dimostrerò- ritornare a delinquere, ricevere un compenso economico dallo Stato, magari togliendosi sassolini dalle scarpe, accusando persone a lui scomode, usare la collaborazione come vendetta verso terzi. Per cui sceglie naturalmente la seconda, ovvero la più conveniente e favorevole a lui.

Non si tratta di una scelta assolutamente disinteressata. E’ una scelta che appare subito opportunistica, perché in cambio ci sono determinati benefici. Moltissimi collaboratori  (la maggior parte) collaborano subito, quindi non in seguito ad una lunga meditazione interiore, m a da un giorno all’alto, proprio perché spinto dall’allettante convenienza opportunistica. Quindi ci troviamo di fronte a persone opportuniste e prive di scrupoli di coscienza.

La mia lunghissima permanenza in carcere mi ha dato modo di conoscere tante persone e tante storie e di essere io stesso protagonista di tanti processi penali, ho acquisito quindi empiricamente molta conoscenza, che è il risultato di avere vissuto in prima persona le situazioni che sto raccontando.

Sia questo che i fatti di cronaca che tutt’ora ascoltiamo dai mass-media mi portano tranquillamente ad affermare che i cosiddetti collaboratori di giustizia non sono affatto “pentiti” di nulla e di niente, che la loro scelta è stata dettata da esclusivi interessi di convenienza, di tornaconto personale, per tirare acqua al loro mulino, non certo a quello della verità e della giustizia. Infatti se non avessero avuto in cambio la libertà e tutto il reso dubito che avrebbero fatto un passo del genere.

In questo modo è stato barattato e contraccambiato la loro libertà con quella di altre persone; uscendo loro fuori dal carcere e facendo entrare altre persone all’interno del carcere. A questo punto mi pongo ragionevolmente un dubbio e una domanda: “come facciamo ad essere sicuri  che una persona priva di scrupoli (come ho spiegato) che ha compiuto una scelta non etica  e non moralmente corretta dica la verità dei fatti? Oppure sia valido l’assioma che se una persona non compie una scelta morale corretta conseguenzialmente anche la sua verità può essere ritenuta dubbia e quindi messa in discussione? Perché parla in quanto mosso da interessi non da rimorsi.

Si deve comprendere che il collaboratore di giustizia è una persona che non ha scampo, sta per pagare le sue responsabilità, è spalle al muro, è una persona ormai finita, non ha più scampo, quindi a quel punto  pu prestarsi anche a sporchi giochi, ed essere argilla nelle mani del vasaio. Non è una persona libera, è “ricattata” quindi , come dice un detto proverbiale “attacca l’asino dove vuole il padrone” e lui a quel punto può dire anche cose che non sa ma chi lo manipola vuole che egli dica. Essere strumento di interessi altrui. Tutto ciò è confermato da centinaia di processi penali. Diventa così un’arma pericolosissima e a doppio tagli. Per questo dopo decenni che è in vigore la legge sui collaboratori di giustizia si è cercato di migliorarla, e anche se è stata man mano sempre più modificata, presenta sempre e tutt’ora queste gravi criticità.

Allora ritorno alla mia domanda iniziale.. “chi è che compie un’azione moralmente corretta, io o il collaboratore di giustizia? Io che ho accettato di affrontare un processo, io che mi sono sottoposto ad esame e controesame da ambe le parti ecc.ecc. io che ho avuto fiducia nelle istituzioni, io che ho portato su di me (e parallelamente anche il mio nucleo familiare) un peso devastante quale quello dal carcere da ben 22 anni, oppure il collaboratore di giustizia?

Io che ho scelto liberamente, coraggiosamente, disinteressatamente e consapevolmente di portarmi sulle spalle tutto il peso di una scelta di questo tipo?

(FINE PRIMA PARTE)

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Test your skills

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Voglio pubblicare oggi un estratto da una lettera del nostro Pierdonato Zito, detenuto a Voghera… un estratto che voglio condividere con voi.. Pierdonato ha avuto un percorso carcerario durissimo, con grandi, grandissime prove, che sono state relative soprattutto alle preoccupazioni per i figli all’esterno, alla impossibilità, per anni, di vedere la moglie, anch’essa, fino a non molto tempo fa, detenuto, e ad altro.

Pierdonato nel corso di tutto questo tempo ha effettuato un lavoro su di se profondissimo, che lo ha reso una persona di raro valore umano.

Recentemente si è anche iscritto al liceo con indirizzo pedagogico, e sta affrontando gli esami con entusiasmo. 

Nel brano che vi cito lui esprime la soddisfazione di sentirsi mentalmente vivo, di sapere ancora studiare, ancora memorizzare, ancora sostenere esami.

Io che l’ho conosciuto in questi anni non avevo dubbi sulle sue capacità.. ma, a prescindere, vedere un detenuto che riesce a sentirsi “ancora vivo” e con quella spinta interiore che si accende e lo porta avanti, è bellissimo.

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“Sui miei quadernoni ho scritto: TEST YOUR SKILLS… mettiti alla prova… lo uso come un autocomando, un auodisciplinarmi.

Di italiano mi hanno fatto fare un tema, erano due tracce più o meno simili. Sulla frase di uno scrittore sudamericano che parlava di felicità, vale ciò che siamo o ciò che abbiamo ecc. ecc. capira che mi hanno inviato a nozze.

Al di là dell’avere ottenuto l’ammissione e quindi la gratificazione personale interiore, c’è un altro aspetto importante che io valuto e cioè che, dopo 21 anni di carcere, ancora sono in grado di studiare, leggere, fare compiti, sostenere esami, memorizzare. Beh.. questo è un aspetto molto ma molto importante.”

Sulle arti marziali (seconda parte)… di Pierdonato Zito

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Oggi pubblico la seconda e ultima parte del testo che il nostro Pierdonato Zito ha dedicato alle arti marziali.

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Conseguentemente non occorrevano molti muscoli, ma si dovevano quindi utilizzare bene i muscoli che si avevano. Utilizzare bene i muscoli che si avevano. Utilizzare la stessa forza dell’avversario per trarre dei propri vantaggi. Ero un adolescente. E’ questo il periodo della vita in cui l’essere umano acquista gradualmente le capacità e le caratteristiche dell’adulto in transizione tra l’infanzia e l’età adulta. 

L’adolescente acquisisce le caratteristiche fisiche e le competenze cognitive e sociali che rendono in grado di inserirsi a pieno titolo nel mondo dei grandi. Scoprivo con i miei occhi un mondo magico fatto di un’antichissima arte marziale.

L’uomo per sua natura desidera conoscere. Perciò questa attività conoscitiva per me si manifestava inizialmente come uno stato di meraviglia, come stupore di fronte all’infinita varietà delle cose che vedevo, apprendevo e si dispiegava in un mio domandare continuo, un mio interrogarmi di continuo.

Quante incomparabili emozioni nel leggere che le arti marziali avevano la natura dell’acqua e che perciò non avevano forma propria, ma prendevano la forma del recipiente che lo conteneva. In un bicchiere l’acqua “diventa bicchiere” adattandosi. In un bicchiere l’acqua “diventa bottiglia” assumendone la forma. Solidificata in ghiacciaio aveva la solidità della roccia, evaporizzandosi diventava invisibile. Che rendeva innumerevoli servizi all’uomo, che l’acqua era vita. Queste similitudini, queste metafore rapivano il mio interesse di bambino.

———————- SUL COMBATTIMENTO————————————

Quando combattevo, in testa avevo solo Lui, il mio avversario. Mi concentravo attentamente su di lui. Attraverso lo sguardo capivo molte cose. Non lo sottovalutavo, né lo sopravvalutavo. Tenevo nelle giuste osservazioni chi avevo di fronte. Usavo la determinazione, consapevole di avere coscienza di avere lavoro bene su me stesso. Passavo dall’immobilità all’azione in poco tempo. La capacità di gestire un combattimento è anche capire che il momento giusto per agire. La prontezza di riflessi vale da sola il 70%, l’80% negli sport da combattimento. Scrive Yukio Mishima, in “lezioni spirituali per giovani samurai” che… l’azione è solitamente compiuta con una rapidità che non concede spazio al pensiero. L’attività mentale è possibile soltanto prima e dopo l’azione.

Il mio modo di combattere è stato sempre basato sulla conclusione rapida del combattimento. Attendo a non sprecare energie, avendo presente le mie capacità e i miei limiti, a non farsi prendere dall’ira. L’ira ti scopre, la tecnica invece ti protegge. Imparare a “non prenderle” è già molto importante, prima che a darle. E non vince alla fine chi ha più forza fisica, ma chi è più intelligente.

So che il mio amico Alfredo è un cultore delle arti marziali e della filosofia orientale. Desideravo condividere con gli amici del blog questa esperienza sportiva, relativa alla mia prima vita. Mi sono perciò ulteriormente convinto a scriverlo quando Alfredo mi ha sollecitato a farlo, ed è a lui che dedico questo scritto.

La trama è quella della vita, con i suoi tanti rivoli, con le sue passioni, le sue illusioni, speranze e smarrimenti. In questo cubo di cemento, continuo a inventarmi la vita, mentre la vita passa, condizionata dall’inclinazione allo scavo autobiografico, costantemente da me stesso sottoposto ad indagine. Si deve parlare dell’uomo, diceva M. E. Montaigne, ma in fondo chi è l’uomo che io conosco meglio, se non me stesso?… alla prossima puntata.

Voghera 29 aprile 2015

Pierdonato Zito

Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (seconda parte)

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Oggi pubblico la seconda parte (per la prima via al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/11/09/gli-affetti-violati-di-pierdonato-zito-prima-parte/) del testo dedicato al tema dell’affettività, e gravido del proprio percorso personale, che ci ha inviato il nostro Pierdonato Zito detenuto a Voghera. Questo testo è stato inviato alla redazione di Ristretti Orizzonti, per il concorso da loro indetto sui temi dell’affettività in carcere. 

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In realtà quando rifletto su come noi veniamo ancora oggi considerati dopo un così lungo arco di tempo di detenzione, mi rendo conto che non sono io ma forse loro ad essere SCHIAVI del mio passato, non riescono a liberarsi. Non si rendono conto che in natura tutto muta, tutto cambia.

Le società continuano a trasformarsi, mutano gli atteggiamenti psicologici, le motivazioni all’origine dei comportamenti, la sessualità e le relazioni d’amore. Il carcere sembra un mondo a sé, obsoleto, anacronistico. Una società può essere considerata “violenta” quando esclude dei cittadini da quei diritti fondamentali.

Uno dei miei figli, per dieci anni, oltre a venire dietro alle varie carceri in cui, di volta in volta, veniva trasferito si recava anche in ospedale per un serio problema di salute.

Ripercorrere mentalmente questo passato, anche se per iscritto mi procura ancora oggi  dolore, se penso quanti giorni, mesi, anni, decenni di disagi, sofferenza, abbiamo vissuto. Quando un figlio è piccolo come si a spiegare il mondo compresso e incomprensibile degli adulti? Così usavo la parola per dare loro un senso a tutto ciò che vivevano.

Poi i miei figli sono cresciuti e a volte mi sono giunte delle lettere un’intestazione che mi ripagava di tutto quell’amore versato nei miei scritti, come ad esempio: ALLA FONTE DELLE MIE CERTEZZE… beh, essere una certezza per mio figlio è la più bella, la più importante delle gioie che un genitore può ricevere.

Senza punti di riferimento la stessa potenzialità umana si disgrega.

Adesso qualche bambina di 7 anni che amava tanto l’arte e che non poté terminare il liceo artistico che frequentava a prendersi  cura dei fratelli minori. Oggi è mamma. E pochi giorni fa ci siamo ritrovati tutti a colloquio; io, la mia compagna, i nostri 3 figli e la nuova arrivata da quasi due anni. Dopo 20 anni siamo riusciti per la prima volta ad effettuare delle fotografie tutti insieme. L’ultima foto che avevamo risaliva a due decenni fa.

La mia piccola nipotina sente sempre parlare del “nonno” che però fisicamente e quotidianamente non vede e poi, in media una, due volte l’anno, affronta un lunghissimo viaggio per recarsi al colloquio. Si ripete l’eterno ritorno dell’identico. Ed io per entrare delicatamente a fare parte della sua vita cerco di non essere invasivo… e mi limito a sorriderle, ed osservarla mentre nella saletta colloquio giocava on altri bambini mentre correva, mentre cerava di parlare… io con il mio sguardo portavo queste immagini dentro di me. “Filmo” con i miei occhi i suoi movimenti e le sue espressioni.

L’uomo non è un risultato casuale, ma il derivato di una strategia di relazioni sensasoriali, parentali e sociali la presenza fisica e importantissimo e dunque un padre non è sostituibile con una telefonata, di pochi minuti, oppure con uno sporadico e frettoloso incontro; ma è necessario toccarlo, percepirlo nella sua fisicità e nei suoi movimenti.

L’assenza del genitore in tenera età genera una sorta di “morte” della figura genitoriale. Poi, quando lo si incontra nei colloqui, una sorta di “resurrezione”. Quindi, il rapporto del detenuto con i figli è fatto di ripetute scomparse e comparse. Questo può generare non poche problematiche sul piano interiore, emotivo.

Il carcere deve essere vissuto come parte integrante della società e non come luogo di vita separato. Basterebbe un po’ di buona volontà e copiare le nazioni più avanzate di noi.

Voghera 8 dicembre 2014

Pierdonato Zito

Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (prima parte)

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Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è uno degli amici storici del Blog.

Lui non scrive di frequente. Ma quando scrive è portatore sempre di un ricco percorso riflessivo che è espresso in uno stile “classico” e che risuona di una integrità umana e di un durissimo e costante lavoro su di sé che dura da tanti anni.

Pierdonato ci ha inviato il testo sull’affettività che ha inviato alla redazione di Ristretti Orizzonti per il concorso che hanno organizzato su questo tema. Il testo di Pierdonato intreccia la riflessione generale, col il suo vissuto. 

Oggi pubblico la prima parte.

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GLI AFFETTI VIOLATI

La mia storia è un po’ lunga e complessa. Mi rendo conto però che devo essere breve, conciso, e offrire un contributo per sensibilizzare chi legge sul tema dei rapporti affettivi, tra persone detenute, prive di libertà e le loro famiglie.

Sono stato incarcerato 20 anni fa. All’epoca i mie tre figli avevano rispettivamente 7 anni, 5 anni, 3 anni. I genitori rappresentano i due pilastri che reggono il mondo interiore affettivo del bambino. In assenza di uno dei genitori solitamente si aggrappano, per così dire, all’altro pilastro.

Dopo alcuni anni la mia compagna viene anch’essa in carcerata. A quel punto il mondo interiore del bambino può andare in frantumi. Il nucleo familiare comunque è totalmente paralizzato e annullato.

A sostituirli ci sono anziani nonni. Dopo qualche anno ancora mi viene applicato il regime del 41 bis. I rapporti affettivi vengono drasticamente ridotti ad 1 ora al mese e dietro un vetro divisorio a tutta altezza, privo di ogni contatto fisico.

In quel periodo, durato otto anni, vedevo i visi dei miei figli esausti sia per il lungo viaggio effettuato e sia per la lunga attesa per potere entrare al colloquio.

Dopo qualche anno di detenzione, la mia compagna necessitava di una operazione chirurgica. In questi casi l’ordinamento penitenziario prevede un’attenuazione delle pena. Invece, immediatamente gli viene applicato addirittura il regime del 41 bis. Quindi un tipo di detenzione più dura con più limitazioni. Per cui più limitazione uguale più sofferenza. Perciò si va ad incrudelire la pena, senza che ci fossero reali necessità che la giustificassero. Evidentemente si voleva approfittare di quel drammatico momento per fare leva sul dolore per raggiungere altri.. obiettivi. Si opera in regime di 41 bis.

Il tempo passa vengono a mancare i nonni paterni, poi materni. Alla mia compagna in regime di 41bis per sei anni e mezzo gli viene rigettato perfino il permesso  per ragioni umanitarie con scorta che viene dato solitamente a tutti i detenuti così come previsto dal nostro ordinamento penitenziario, per recarsi ad abbracciare il proprio genitore, padre, negli ultimi istanti di vita. Se ne è andato col dolore nel cuore di non poter vedere sua figlia. Poi, passano anni, ed è la volta di mio fratello maggiore. Si ammala di un mila incurabile, perché anch’esso la vita e anche a me rigettano il permesso di recarmi per un ultimo abbraccio.

Uno stato ottuso che non applica e disattende quei principi previsti della nostra Costituzione, del nostro ordinamento penitenziario e che invece poi pretende, al contrario, dai suoi cittadini il rispetto di quelle regole sociali che per primo lui non rispetta. In primis non è coerente, non è credibile verso il cittadino e in secondi non ha titolo per dare lezioni di etica e di moralità a nessuno.

Sarebbe invece molto più civile, giusto e perfino bello che in Italia ci fosse la libertà d’affetto come in altri paesi europei. Che i famigliari, i figli di quei cittadini che per qualsiasi motivo finiscono in carcere, non venissero criminalizzati, quindi non venissero ridotti i contatti, ostacolate le relazioni affettive, poiché il nucleo familiare continua a seguire il proprio congiunto ed è giusto che debba passare più tempo insieme a questi così come lo stesso Ordinamento Penitenziario prevede.

E’ previsto infatti che particolare cura deve essere dedicata a mantenere e migliorare le relazioni dei detenuti, proprio nel momento che il nucleo familiare vive una separazione drastica, forzata, drammatica come è il carcere.

Prevede quindi che la famiglia sia un valore affettivo da tutelare in qualunque contesto, così come lo impone anche l’art. 29 della nostra Costituzione, quindi anche nel contesto penitenziario. Anzi in quest’ultimo è di più di un valore affettivo, è un elemento del trattamento penitenziario.

Ma come sappiamo bene sono due cose distinte e separate, il diritto scritto e il diritto applicato. A parole l’Italia vuole apparire una nazione civile e democratica. Nei fatti siamo il Paese più condannato dalla Corte Europea non solo in tema di giustizia ma anche in altri ambiti.

Spesso così facendo si inducono i figli dei carcerati a odiare le istituzioni, perché incoerenti, ingiuste e non rispettose delle stesse leggi e principi che reggono il nostro vivere civile. Rispetto ai Paesi europei più emancipati, noi italiani siamo su questo aspetto dei primitivi, non riusciamo proprio ad elevarci ed evolverci.

Di fronte alla tristezza di questi affetti violati, dove si criminalizza il rapporto tra famiglia e congiunti del detenuto. Il mio unico sistema per tenere uniti i cocci in frantumi della mia famiglia è stata la LETTERA. Ho scritto così migliaia e migliaia di lettere. Un fiume di inchiostro. Mi sono sforzato di dare loro una educazione continua e costante. Mentre una educazione discontinua impedisce invece di fissare delle relazioni capaci di dare sicurezza, poiché il figlio sperimenta l’alternarsi di presenza/assenza della madre o del padre, perdendo così ogni riferimento rassicurante.

Su questi pezzi di carta hanno viaggiato i nostri sentimenti, ansie, gioie, dolori, speranze, attenzioni. L’AMORE. La lettera è diventato il filo rosso che ci ha tenuti uniti.

Rispetto ad un genitore libero è stato come nuotare con il mare agitato, avendo le mani legate. A volte per i disagi e le varie problematiche che emergevano, siamo stati anche uno due anni senza vedere i figli.

Con la mia compagna, ci siamo abbracciati fisicamente dopo nove lunghissimi anni. L’articolo 1 del nostro Ordinamento Penitenziario dice: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona”. Tutto quello che ho scritto finora dà l’impressione di uno stato democratico civile eppure è anche spesso e volentieri tirannico? Che non rispetta assolutamente questo articolo?

La cosiddetta “sicurezza” deve essere servente della legalità e non essere (come spesso avviene) utilizzate per vessare o inutilmente incrudelire una pena chi è già da decenni detenuto.

Prima presentazione del libro “Sono Giovanni e cammino sotto il sole”

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Alcune settimane fa ho parlato sul blog della recentissima uscita del bellissimo libro creato dalla nostra Grazia Paletta -dal titolo “Sono Giovanni e cammino sotto il sole”- che contiene favole di ergastolani (vai al link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/05/02/fiabe-scritte-da-ergastolani-il-libro-di-grazia-paletta/).

Oggi pubblico la sintesi, fattaci dalla stessa Grazia, della prima presentazione di questo libro, fatta presso la Casa Circondariale di Voghera.

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Prima presentazione del libro

“SONO GIOVANNI E CAMMINO SOTTO IL SOLE” Loquendo Editrice

presso la Casa Circondariale di Voghera

venerdì 1 agosto 2014

 

“Io qui non vengo a risolvere nulla.

Sono venuto solo per cantare e per farti cantare con me”

(Pablo Neruda)

 

I problemi relativi al mondo carcerario sono innumerevoli e al momento difficilmente risolvibili, considerato l’attuale atteggiamento culturale/politico al riguardo e per questo motivo ritengo possa essere tanto temerario, quanto aleatorio, proporre alle persone in regime detentivo di dedicarsi allo “scrivere”.

Scrivere per far sentire e conoscere i pensieri al di fuori delle mura, scrivere per comunicare con sé stessi, oltre che con gli altri e non restare soli.

Scrivere per sopravvivere e ritrovare luoghi di sé dimenticati, spazi deserti…

Questa è la mia piccola comparsa nel maestoso colossal che si sta girando sul set della giustizia italiana, ma io recito quella minima parte con tanta convinzione fino a che la sentita interpretazione permetterà alla commedia di mutarsi in realtà.

Quando è nata l’idea del libro la mia vivida immagine mentale era quella di costruire un maestoso ponte, luminoso e colorato come un arcobaleno, che oltrepassasse le mura, ad unire dentro e fuori, un ponte costituito di parole, storie, fantasie, emozioni e sentimenti.

Un ponte sul quale conoscersi, camminare, confrontarsi, parlare, progettare… e raccogliere fiori da gettare sulle mura che confinano i due mondi: esterno e interno.

Perché su quel ponte io credo stiano spuntando dei fiori.

Subito dopo la presentazione Pierdonato Zito mi ha detto: “Vedi che quel ponte lo stiamo costruendo, per realizzarlo bisogna porre i mattoni sia da un lato che dall’altro, dentro e fuori, poi si fanno i pilastri e l’arco, di cemento armato -aggiungo io- affinché diventi indistruttibile. E il ponte perfettamente arcuato unirà i due territori…”

Solo unendo si costruisce.

Unendo i pensieri, gli entusiasmi e gli sconforti, le capacità e le inettitudini, i dubbi e le certezze, e grazie ad una scelta precisa, che è quella di “esserci” con tutte le proprie forze, si ottengono i primi risultati e si condividono gli entusiasmi di qualche ora trascorsa insieme.

Venerdì 1 agosto 2014, presso la sala teatro del carcere di Voghera si è tenuta la prima presentazione del libro “Sono Giovanni e cammino sotto il sole” e per la sottoscritta è stato un momento di profonda emozione e di grande entusiasmo.

Ho scelto e sperato di poter effettuare la prima presentazione proprio in quell’istituto, perché è uno dei luoghi dove entro per “scrivere insieme” e desideravo unire l’esperienza del lavorare gomito a gomito con quella della realizzazione del libro, avvenuta tra timbri postali e francobolli.

Per cercare un linguaggio comune, per dimostrare che si può, anche se si è rinchiusi e se non si è mai scritto nulla e anche quando non ci si può incontrare, si può, se si vuole.

La mia idea iniziale è stata subito compresa e ben accolta dalla Direttrice Dott.ssa Lusi e dalle Educatrici, e pensavo che il tutto si sarebbe fermato a questo, ad ascoltare, lasciando esprimere me, gli autori del libro e lo scrittore del mio corso. Poi immaginavo qualche domanda e tanti saluti.

E invece la semplice presentazione del libro si è trasformata in scambio, confronto, costruzione.

I Signori che abitano nell’istituto sono stati partecipi e presenti dal primo minuto fino all’ultimo e tra l’altro temo che quel giorno abbiano pure saltato il pranzo, ma non si sono mossi, erano interessati e sovente sono intervenuti con i loro pensieri, il loro comprensibile sgomento, le loro riflessioni, la loro esperienza di vita.

E poi l’incontro si è trasformato in tavola rotonda alla quale la Direttrice ha preso parte manifestando la grande sensibilità con la quale svolge il proprio lavoro e il suo impegno per far sì che il carcere possa essere “altro” da quello che è, da rigido luogo di detenzione a dimensione di ritrovamento e ridefinizione degli individui, in una dialettica volta alla comprensione e alla risocializzazione, così come il suo operare in questo istituto ha ampiamente dimostrato.

La Criminologa è entrata nel dibattito apportando il suo prezioso contributo che ha suscitato discussioni e riflessioni interessanti sul rapporto tra tempo e cambiamento.

Sono intervenuti di seguito, tra un contributo e l’altro, l’Ispettore a sottolineare l’ineluttabilità della precedenza del cambiamento etico/culturale su quello politico/legale e la nostra Editrice, Dott.ssa Anna Bottoni, che ha dimostrato fattivamente, con la sua presenza e i suoi apporti all’interno del dialogo, quanto le persone dotate di umanità e sensibilità possano porsi nell’ottica altrui, lasciando che l’empatia e la comprensione gettino le basi per la conoscenza e l’interazione.

Sul momento non credo di essere riuscita a ringraziare tutti i presenti, quelli citati e non, perché all’improvviso l’ora si è fatta tarda e il tempo carcerario ha rincominciato a girare i suoi ingranaggi e si è portato tutti via, lasciando nell’aria ancora l’elettricità dell’incontro e il desiderio di ritrovarsi.

Rinnovo ora i ringraziamenti rivolti ad ogni singolo partecipante all’evento, rendendo parola scritta il mio entusiasmo per tutti i pensieri che sono stati espressi, perché ad accompagnarli c’era quella luce negli sguardi che sancisce la fiducia nascente e il desiderio di costruire insieme.

(Grazia Paletta)

“Mi amerai quando non ci sarò più” (seconda parte)… di Pierdonato Zito

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Ecco la seconda è ultima parte del magnifico testo di Pierdonato Zito -detenuto a Voghera- dedicato a suo padre, e all’intensità senza tempo del rapporto padre-figlio.

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Com’erano belle le sue disquisizione, un amabile interlocutore, con la pacatezza nell’esprimersi. Rispondeva con la calma che sempre prevaleva in lui quando coloro che lo circondavano, perdevano la loro. Il suo accento era raffinato, la parola scelta lentamente e con cura. Trasmetteva equilibrio e serenità. I suoi discorsi erano impreziositi da gustosi aneddoti che portavano con sé sempre una lezione di vita.

Oggi assisto invece a vere e proprie emorragie di cazzate, assisto al trionfo dell’effimero, logorroici che fanno fatica a contenersi, dimenticando che, prima di aprire bocca, dovrebbero chiedersi se ciò che stanno per dire sia meglio del silenzio. Tutti cercano di dire qualcosa, ma non dicono granché. Così come ci sono silenzi che non dicono niente, e silenzi che sono molto comunicativi.

Quest’uomo era anche un veterano di guerra. Ognuno è figlio del suo contesto storico e con quel contesto deve fare i conti. C’è un tempo in cui si vive al di là della propria vita, senza dolore e senza memoria. C’è nella vita di un uomo una sfera in cui il cuore non batte più. Una vita così drammatica, intensa che ti fa uscire dalla vita e dimenticarsi. La guerra è l’errore più assurdo dell’umanità.

Il suo percorso di vita fu lastricato di avvenimenti. L’essere umano non ha la padronanza degli eventi della propria vita, ma li subisce. Partecipò a più campagne di guerra. Era esploratore. In testa al plotone, tra i prescelti c’era lui. Avanzavano a ventaglio, con il compito di vedere e non essere visti, di avere un occhio attento al pericolo, di non cadere colpito dal nemico, e un occhio attento a dove metter i piedi. Un camminatore fisicamente instancabile. Coraggioso, determinato, pluridecorato.
Poi, come spesso capita ai prescelti, il destino ha cominciato a danzare su una lama di rasoio e, nel novembre 1941, ferito, grondante di sangue, cadde prigioniero e passò cinque anni della sua giovane vita in campi di concentramento, per questa “Patria” rivelatasi ingrata. Non è solo la storia di mio padre, ma anche la storia di una generazione e di un tempo lontano, lontanissimo del ‘900.

Nel tempo in cui noi viviamo questi fatti possono apparire lontani ed estranei, ma ciò non annulla il valore di queste persone. Non tenerne conto in una valutazione retrospettiva, sarebbe indice di arroganza e di incomprensione.

Con le mie vicende giudiziarie ho offerto il fianco a molti di esprimere giudizi affrettati, banali, superficiali, non solo su di me, ma anche sulla mia famiglia di origine, da persone che ritenevo anche intelligenti. Non ho avuto in quei casi neppure la voglia e il coraggio di arrabbiarmi come dovevo. Si dice che il miglior disprezzo è la non curanza. Non ne avevano colpa, immersi nella mala informazione, prigionieri dei loro stereotipi, sono finiti per essere loro stessi vittime dei loro pregiudizi. Non sanno nulla dei travagli umani di tante famiglie. Non conoscono NIENTE e quel NIENTE pretendono di inculcartelo, senza l’umiltà di documentarsi a dovere, non necessariamente in polverosi archivi, ma solo attraverso una corretta informazione e l’uso del buon senso.

Così dal profondo di una comoda poltrona pretendevano di esternare giudizi, come se loro potessero stabilire la moralità altrui. Questi giudizi, che in altri tempi per il mio carattere sarebbero stati motivo di un diluvio di schiaffi, mi hanno lasciato invece in totale indifferenza. Ma l’argomento mi ha portato molto molto fuori strada.

Ritornando a quest’uomo, che ho conosciuto da vicino, gli ho visto serrare la mascella nel supremo sforzo di volontà di resistere ai triboli della vita, senza protestare, consapevole che se non sai soffrire, non sei certamente un uomo. A lamentarsi non serve il talento. Tutti ci riescono, perfino i bambini. Trovare la migliore soluzione possibile ai problemi ovviamente richiede talento. Nella capacità di gestire la complessità, occorre talento.

Ho voluto scrivere questo testo per gli amici del Blog, per sottolineare l’importanza della figura paterna e del suo ruolo pedagogico, riportando la mia esperienza di figlio. Si scrive quando si hanno realmente cose vissute da dire, da trasmettere e io questo ho fatto.

Racconto questo aneddoto della lettura della famosa pagella alle scuole elementari per incitarci a dare tutto noi stessi nello studio, nel lavoro, in ogni cosa in cui ci applichiamo. Ci diceva, usando una locuzione latina, “dovete essere dei primus inter pares”, i primi tra i vostri pari. Imperava la sanzione dell’obbligo della bocciatura che colpiva il ragazzo che non si applicava e, nello stesso tempo, la famiglia. Ricevere un giudizio negativo era un confronto frustrante anche con i coetanei. Fortunatamente sono sempre stato promosso.

Era stato in Inghilterra –e per qualche anno iscritto all’università di Cambridge nella Facoltà di letteratura e storia inglese- quando la maggior parte delle persone del mio paese allora erano dedite alla coltivazione delle terre e alla pastorizia: “REMEMBER YOU ARE AN ZITO”. Ci educava a colpi di “Ricordati che sei uno Zito” e poi ci spiegava che “ZITO” è il promesso sposo che significa propriamente… PURO.

E’ stato il mio mentore, il mio Quintiliano, il mio magister. Carattere cristallino, non facile all’effervescenza. La sua maniera di contenersi faceva scuola. Era un maestro severo, ma ad un maestro del suo calibro si può perdonare un pizzico di severità.

Ora, amici miei del Blog, provate a fare un paragone con tanti nostri governanti e personaggi vari che a tutte le ore affollano i salotti TV, i media, ecc.ecc. Provate cioè anche voi, sotto questa mia stessa lente, a misurare di quanta poca gente oggi ci possiamo fidare?

Siamo governati da una classe politica malata. Se non ci sono teste migliori, leader migliori, non c’è qualità politica. Una politica che non è in grado di aiutare chi è più disagiato è una politica che non serve a nulla. Ci può stare che in un paniere ci sia una mela marcia, ma se le mele sono tante, anzi tantissime, ad essere marce, allora il problema è morale, etico.

Siamo il Paese più condannato dalla Corte Europea, da quando la stessa è stata fondata. Abbiamo una classe politica che non ha il coraggio delle proprie idee, specie in campo giudiziario.
In qualsiasi classe sociale si incide con il bisturi, esce il pus. Non è certo questo il Paese in cui uno desidera vivere. Da qui la necessità di lottare per una società più giusta. Si ha bisogno di una politica vera, autentica, non di slogan, di immagini, ma vera.
Viviamo in una società assuefatta alla crescita scandalosa della diseguaglianza. E’ ancora una volta lo Stato che esce a pezzi dalle inchieste giudiziarie (vedi la cronaca di questi giorni). Ecco perché non riesco ad allontanare dalla mente e farei un torto alla mia coscienza se non annoverassi fra i più giusti uomini che ho conosciuto nella mia vita, quest’uomo.

La sua onestà, la sua lealtà di attento osservatore delle più intime vicende umane. L’ho amato ancora di più dopo la sua dipartita. Esattamente e profeticamente come lui diceva.. “Quando non ci sarò più..”.. Cosa mi resta di quest’uomo? Mi resta un modello indiscusso di stile e di testimonianza d’animo incline al giusto.

Prima di lasciarmi per sempre, temendo che a causa del mio carattere mi sarei cacciato in qualche guaio (come puntualmente è accaduto), tormentato da tali pensieri, mi accolse un giorno con il volto preoccupato e l’inquietudine nel cuore… e mi disse: “figlio mio, perché mi dai tanto dolore?”.

Correva tra me e quest’uomo una tacita intesa, quella che lega un padre e un figlio, per cui a volte è superfluo parlare, bastavano gli occhi, i cenni, l’atteggiamento del volto. Il suo era uno sguardo fermo, dalla lunga abitudine al coraggio. Se paragono alle persone che vedo oggi, non nego che ho il dubbio che la mia visione sia legata ad un passato arcaico. Come se quei tipi di uomini fossero ormai fuori moda. Questi uomini furono gli stessi che contribuirono al boom economico dell’Italia negli anni ’60.

Le società continuano a trasformarsi, mutano gli atteggiamenti psicologici, i desideri, le motivazioni all’origine dei comportamenti, la sessualità e le relazioni d’amore, ma mio padre (da patrimonium= la ricchezza) nel mio caso ha avuto, e ha ancora, un ruolo profondamente centrale.

Dopo che se ne andò in silenzio e in punta di piedi, nessuno parlò di un uomo qualunque, di una intelligenza qualunque. Furono, anzi, concordi, nell’elogiare l’uomo generoso, altruista, portatore di nobili principi.

Le lacrime di tanti certificarono senza ombra di dubbio il percorso di vita netto, di questo grande uomo che io ho conosciuto e amato.

Pierdonato Zito

Voghera 25-04-2014

 

“Mi amerai quando non ci sarò più” (prima parte)… di Pierdonato Zito

Patres

Pierdonato Zito -detenuto a Voghera- è una di quelle persone che hanno talmente lavorato su di sé, nel corso degli anni, da avere fatto conquiste profondissime, in grado di dare loro una “libertà” che è raro trovare.

Chi ha letto altri suoi testi su questo Blog, è consapevole del valore di quello che scrive, dell’intensità, della delicatezza, della sobrietà, della forza morale che vibrano nelle sue parole.

E’ da anni che conosco Pierdonato -è uno degli amici della prima ora del Blog- e da anni ho potuto frammenti del suo spirito.

Frammenti che potreste intravedere anche nelle sue tante opere artistiche che abbiamo pubblicato.

Pierdonatoha uno stile “classico” , nel senso grecolatino, dove le frasi si succedono in un contesto armonico, e ogni parola sembra “necessaria”, dove non toglieresti né aggiungeresti nessuna parola.

Pierdonato è guidato da un’idea di “ricongiungimento” alla vita, di riscoperta delle radici, di riviviscenza delle profondità dell’essere. Una spinta la sua che è sempre anche un Ritorno.

In questo testo, di cui pubblico oggi la prima parte, Pierdonato parla di suo padre. Si tratta di un grandissimo abbraccio a un padre che per lui era un faro. Si tratta di un grandissimo testo sul rapporto padre-figlio.

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Qui nel carcere di Voghera, un altro anno è passato. Siamo in aprile. Mi trovo alla finestra ad osservare la pioggia che cade da giorni. In lontananza riesco a vedere un pezzo di strada e l’asfalto reso lucido dalla pioggia sottile e continua.
In questo luogo, più che i mezzi fisici, occorre avere mezzi intellettuali, per sorvegliare se stessi dalle cadute irreparabili e dalla perdita di un centro spiritual, e reggere così alle imperfezioni della vita.

Qui dove tutto è noia, tutto è grigiore, uniformità, dove tutto è piatta monotonia, l’odore di questa pioggia mi fa sorgere spontaneamente riflessioni che sono in realtà un concentrato di mille meditazioni e di ricerca depositate per anni nella memoria e infine affiorate qui su queste pagine.

Mi ritrovo a domandarmi se sono stato sfortunato o se semplicemente ho incontrato il mio destino. Sapevo che sarei stato da solo: io e la mia solitudine. Che mi sarei confrontato con il senso di vuoto, di smarrimento, che colpisce tutti coloro che vengono privati della loro libertà e imprigionati per sempre. Ho imparato a convivere con questa solitudine, senza mai smettere di desiderare di ritornare libero, non fare come tanti che simili a leoni cresciuti da molto tempo in uno zoo, non pensano più alla loro foresta, e sono diventati anche loro parte della “cattività” in cui vivono.

La mia è una condizione senza rimedio, senza confine, che devo accettare pur senza avere nessuna vocazione monastica, dove la speranza diventa l’unico mio conforto e compagnia, dove sperimento le parti buie e luminose di me stesso.

“MI AMERAI QUANDO NON CI SARO’ PIU’”, mi diceva un uomo straordinario che ho conosciuto. Un uomo che ha condotto la sua vita ai vertici dei valori umani. Quest’uomo non si accontentava di una vita mediocre.

E’ questa una storia che parla a bassa voce, ma che a me ha lasciato una grande lezione di vita, ed una grande eredità.

Sono cresciuto vicino a quest’uomo, lo vedevo lavorare, parlare, mangiare, dormire, relazionarsi con noi e con gli altri. Notavo il suo assortimento interiore, la sua aria introspettiva d’assenza dall’effimero e di presenza invece sugli aspetti concreti, reali, delle situazioni. Insomma un uomo di una serietà più unica che rara, impastato di sorriso e animato da fiducia.

Avevo la sensazione che la sua spina dorsale non fosse per niente umana, ma una vera e propria barra d’acciaio. Un uomo inflessibile, stabile, di totale affidabilità, che scelta una strada non defletteva di un capello. Misurava la fatica che lo attendeva con l’esperienza delle fatiche trascorse.

Era uno di quegli uomini che ispirano simpatia di primo acchitto, perché d’istinto, a pelle, si avvertiva di essere dinanzi ad un uomo forte e generoso. Nulla gli mancava nei tratti del volto e nel portamento. Intelligente, colto, poliglotta. Quando lo guardavi negli occhi, d’un colpo ti inducea a fidarti ciecamente di lui.
Io da piccolo, vedevo in quest’uomo una sorta di cavaliere senza macchia e senza paura, che si adoperava per una causa giusta.

Nel tempo in cui lui nacque gli fu insegnato che il sostantivo “PATRIA” si doveva scrivere con la “P” maiuscola, per sottolineare il rispetto che si doveva verso la terra di Padri. Sto parlando di un’altra epoca, di altri tempi. Un discorso che non ha niente a che fare con il marciume che oggigiorno le cronache ci mettono davanti. Il riferimento è, in primis, alla classe politica che pretende di dare lezioni di etica, di moralità, senza averne titolo.

Ovunque ho rivolto lo sguardo, lo spettacolo è stato quasi sempre poco edificante. Fin dalla fine degli anni ’70, inizio anni ’80, ho sempre sentito dire che il problema era… la famosa “QUESTIONE MORALE”.

Scrive B. Goldwater (“il vero conservatore” – Longanesi – Milano)… “Abbiamo dimenticato che la società progredisce soltanto in quanto produce “capi” capaci di guidare e di ispirare il progresso. E non possiamo sviluppare tali capi se i nostri criteri educativi sono diretti alla mediocrità, invece che all’eccellenza”. Mi viene in mente, uno fra tanti, Nelson Mandela.
Intendo dire: Il leader è colui che guida un gruppo di persone verso una meta, non certamente verso il precipizio e lo guida con saggezza e autorevolezza, che sia il “capo” di un partito politico, di un sindacato o più semplicemente della propria famiglia. Un esempio sono stati questi ultimi 20 anni di politica, fatta di litigi e di non cambiamenti.

Scrivendo la storia di quest’uomo, mi sono convinto ancora di più che non bastano poche persone di così altra statura etica, morale, ma serve un’intera società, una società che abbia la forza di cambiare rotta. Intanto lui fu un piccolo esempio e fece la sua parte nel suo piccolo con passione amore verso il prossimo.

Il suo nome era NUNZIO, NUNZIO ZITO. Era mio padre, nato nell’anno 1916 del giorno 3 di maggio, lo stesso giorno in cui sono nato io. E’ venuto poi a mancare l’8 giugno del 1985. Quel giorno furono strappati lembi di pelle dal mio cuore.

Nunzio etimologicamente parlando è… colui che fa un cenno, colui che annuncia la buona notizia. Quest’uomo lo amavo, lo adoravo, lo temevo.

Sono questi i tipi di uomini di cui in questa società si avverte il vuoto. Nasciamo tutti uguali. La differenza la fa il nostro comportamento. Cosicché quando un uomo del genere viene a mancare, si sente un vero e proprio svuotamento di uno stile di vita. Il suo miglior talento era l’umiltà e lo stare sempre con i piedi per terra. Il suo insegnamento mi ha tenuto a galla, nei momenti in cui il mare tempestoso della vita minacciava di portarmi a fondo.

Ai suoi occhi ero troppo giovane per capire l’importanza di quel rapporto, ero troppo trasgressivo a quell’età, tanto da fargli pronunciare più volte quella frase che mi resterà incisa per sempre nel mio cuore: “TU MI AMERAI QUANDO NON CI SARO’ PIU’”…

Nuove opere di Pierdonato Zito

Pierdonato Zito è uno di coloro che sono presenti su questo Blog fin dai primi tempi.

Da sempre ha portato le sue parole cariche di un lavoro sulla scrittura, e sul senso, e ancora di più, sul senso profondo di un camminare nel mondo, facendosi sempre più  essenziale fino a ritrovare le radici.

Ha spesso condiviso con noi anche le sue opere. Opere splendide come quelle che pubblico oggi. Di esse quella che preferisco è la quarta. Semplicemente.. un capolavoro..

 

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