Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Un altro compleanno in carcere… di Alfredo Sole

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Il nostro Alfredo Sole, detenuto ad Opera, il diciotto novembre dell’anno appena passato, giorno del suo compleanno, si rende conto che l’ultimo testo che aveva scritto in merito al suo compleanno risale al 2007; nove anni prima. Decide allora, in occasione di questo suo ultimo compleanno, di scrivere un pezzo.

E lo stile è quello di Alfredo Sole.. ironico, lucido, malinconico, poetico e sottilmente indignato.

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Un altro compleanno! Che bello! C’è solo un piccolo particolare, siamo nel novembre del 2016, e l’ultimo di cui ho lasciato traccia con uno scritto è datato 18/11/2007! Ne riporto un pezzettino:

“18/11/2007.. una data qualunque per chiunque, ma non per me. Oggi è il mio compleanno, il mio quarantesimo compleanno. Con questo sono diciassette che ne compio qui dentro. E’ triste tornare indietro col pensiero, tornare ai miei vent’anni, un’età in cui credi che il mondo ti appartenga, un’età in cui si è convinti di essere immortali, un’età in cui il futuro si presenta pieno di speranze, di amore, di possibilità. Tutta illusione! Tutta menzogna, tutto inganno. Il tempo? Vuoto. La vita? Illusione. L’amore? L’unico mezzo per sopportare il tempo e aggirare l’illusione”.

Da allora sono passati nove anni! Allora ne compivo  quaranta  e mi sembravano già troppi. Oggi ne compio di nuovo 40, con l’aggiunta di nove, e continuano a sembrarmi troppi… Ma è solo una mia sensazione o lo sono davvero? A pensare che mi lamentassi che di galera ne avevo già scontati quasi diciassette… oggi sono nove anni in più di questa galera. Cosa dovrei fare, continuare a lamentarmi? No! Ormai ho capito. Il mio destino è quello di terminare il mio ciclo vitale dentro queste maledette mura. Pessimista? Forse per qualcuno potrebbe sembrare così, ma io preferisco pensare che io sia un ottimista mancato, di conseguenza, un realista. Brutta parola “realista”, sembra non dare speranza che le cose possano essere diverse da come sono. Forse le cose stanno davvero così. In effetti chi nella storia è riuscito a cambiare le cose se non gli ottimisti? O forse è meglio chiamarli sognatori? Sì, sono i sognatori a cambiare il mondo. I realisti si accontentano di viverlo così come gli si presenta. Beh, se le cose stanno così, allora anche io voglio essere un sognatore! Un… ottimista! Ma… guardandomi attorno, non è che io veda una qualche strada da percorrere che sia diversa da quella che già sto percorrendo. Magari posso sognarla quella strada diversa, magari se ci credo con tutte le mie forze e la desidero veramente, me la vedrò comparire davanti, così, dal nulla. Ma, a pensarci bene, dal nulla nasce solo il nulla. Allora mi sa che quella strada diversa in realtà c’è già. Sì, deve essere così, solo che io continuo a non capire come fare per trovarla. Magari basta solo crederci, essere un ottimista. Sì, dai! Non mi costa poi nulla, no? Perché ostinarsi a credere che le cose non cambieranno mai e che io morirò tra le sporche mura di uno sporco carcere in una sporca cella quando posso credere che va tutto bene? Sì, tra non molto uscirò dal carcere, ne ho scontati già 25 di anni, il più è fatto. Un altro paio di anni e poi… vuoi che un Paese civile come il nostro lascia morire in carcere di vecchiaia un detenuto che è stato arrestato quando anni ne aveva solamente ventitré? No, la giustizia, lo Stato, il Governo, sembrano non avere un’anima e un cuore, ma in realtà l’hanno, sì, dai, certo che ce l’hanno, del resto siamo un paese civile… “civile”, beh l’ho detto più di una volta, ma mi sa che non ne comprenda pienamente il significato, lo dico così, tanto perché lo sento dire agli altri, ma a pensarci bene, cosa voglia dire non l’ho mica chiaro nella mente. Civile dovrebbe provenire, se non erro, da Civiltà. Vediamo Civiltà:

Lessico

Sf (sec. XIII, dal latino civilitas –atis)

1)Il complesso delle attestazioni riguardanti la vita di una popolazione (o di più gruppi etnici) e il suo modo di organizzarsi in età sia prestorica sia storica: civiltà neolitica, egizia, slava, greca, celtica, romana, precolombiana, sudamericana, ecc.

2)Vita materiale, sociale e spirituale di un popolo, o di vari popoli, in riferimento a un’epoca: civiltà rinascimentale, moderna, ecc. “La civiltà dell’atomo (se è civile un atomo, vuoi che non lo siano gli uomini?) è al suo vertice” (Quasimodo).

3)L’insieme delle conquiste raggiunte dall’uomo nel campo scientifico, politico-sociale, spirituale, ecc. Beh, è proprio quell’ “eccetera che mi confonde”: “Il pensiero/sol per cui risorgemmo/della barbarie in parte, e per cui solo/si cresce in civiltà” (Leopardi). Ma non poteva spiegarsi meglio?

4)Cortesia, urbanità, senso civico: “Siate lesti, e pronti a servire gli avventori, con civiltà, con proprietà” (Goldoni). Come no! Ho capito benessimo…

5)Ant., cittadinanza.

In filosofia:

Forma di vita umana associata che realizzi un complesso di valori. La nozione comportava originariamente l’implicito postulato che vi fosse un’unica civiltà, designando con questo termine il tipo di vita associata che si credeva fosse la migliore realizzazione di valori unici e contrapposti a tutti gli uomini, contrapposta alle “barbarie”, quali forme di realizzazione errate e inferiori. Tale concezione di origine greca è stata definitivamente criticata dallo storicismo contemporaneo che ha posto l’accenno sulla molteplicità delle civiltà, ognuna delle quali si pone come un complesso autonomo e relativamente autosufficiente, animato da una particolare vicenda storica che ne segna l’origine, lo sviluppo e il tramonto nei suoi rapporti reciproci con le altre civiltà. Questa teoria è stata particolarmente sviluppata da O. Spengler nel suo celebre libro Il tramonto dell’Occidente (1818-1922). Un’ampia trattazione del tema si deve anche allo storico inglese A. Toynbee che ha distinto le civiltà dalle società primitive. Queste nascono e muoiono senza lasciare traccia, mentre le civiltà propriamente dette sono mondi culturali autonomi capaci di garantire per lungo tempo la propria conservazione. I tre elementi riconoscibili nelle civiltà sarebbero il culturale, il politico e l’economico. Di questo il primo è l’elemento fondamentale, vera e propria “anima” della civiltà, mentre gli altri sarebbero solo “manifestazioni superficiali”.

In sociologia:

“Insieme degli elementi economici, giuridici, culturali, morali e religiosi quali sono realizzati in una data società. Spesso posto in relazione a cultura, il concetto di civiltà per molti antropologi implica tutti quei meccanismi generali e di organizzazione mediante i quali l’uomo controlla e stabilisce le condizioni della sua vita, includendo con ciò non solo i suoi sistemi di organizzazione sociale, ma anche le tecniche e gli strumenti materiali predisposti per questo fine.”

Certo, adesso ho le idee più chiare… ma facciamo almeno finta che io abbia capito cosa significhi “civiltà e civile” e lo ponga con consapevolezza nel mio vocabolario. Bene, prendendo in prestito il significato in sociologia e supponendo che si tratti dell’insieme degli elementi giuridici, culturali, morali e religiosi, dovrei continuare a dare ragione a quanto detto e cioè, che non credo che in un Paese civile come il nostro, lascino morire in carcere un detenuto che ha già scontato così tanta galera. Questo mi rincuora e mi fa pensare che tutto sommato essere ottimisti o sognatori non sia così male e che anzi sia proprio un bene! Ed è quello che voglio essere. Ma, tuttavia, un pensiero dominante frulla nella mia misera testa. Se dopo venticinque anni mi ritrovo ancora a scontare la mia pena in circuiti ad alta sorveglianza, se dopo tutto questo tempo, nei rigetti delle mie richieste di permesso viene motivata con: “Visto il parere negativo del Direttore”, e visto che anche la richiesta di una mia declassificazione, guarda caso chiesta dalla stessa Direzione al DAP, viene rigettata perché i professionisti dell’antimafia ritengono che sia ancora pericoloso, come faccio a essere ottimista? Mi sa che mi verrà difficile, magari potrò essere un sognatore, ma non certo di quelli che poi alla fine cambiano il mondo, ma un sognatore e basta, uno di quelli che la sera, prima di andare a dormire, pensano: “Un altro giorno è passato, un altro giorno di galera in meno”. Ma come estrapolare un giorno di galera in meno in una pena che non ha fine? Cazzo! Non potrò nemmeno essere un sognatore! Non mi resta altro allora che sperare di sognare, magari sogni felici, prati fioriti… Ma anche i sogni che mi hanno abbandonato da molto tempo e, quando sogno, sogno il carcere. Allora sai cosa faccio? Torno ad essere un realista, almeno quando sogno il carcere posso sempre dire che è normale visto che tutta la mia giovinezza e l’intera esistenza le ho trascorse dentro queste mura. Mi rassegno al destino che hanno scelto per me, mi giro dall’altra parte e, se posso, mi faccio una bella dormita sperando di non sognare affatto.

Al prossimo compleanno. Magari tra altri nove anni ancora…. Questo sì che è ottimismo!!

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Filosofo a chi?… di Alfredo Sole

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Pochi giorni fa ho pubblicato il brano di Alfredo Sole, contenente i suoi pensieri di dubbio.. quasi di smarrimento..una volta arrivato prossimo alla laurea e..subito dopo la seduta di laurea.

In questo testo, che inserisco oggi, scritto pochi giorni dopo, Alfredo ritorna su quelle riflessioni, con un’accentuazione del senso di amarezza.

Lo Stato dovrebbe premiare persone che come Alfredo Sole si sono impegnate con passione per tanti anni. Simili anime non devono avere momenti come questi, momenti in cui sentono come un senso di inutilià… devono sentire che ciò che hanno fatto e che fanno apre loro le porte della speranza e di un profondo senso personale. Una persona come Alfredo Sole è un patrimonio che deve essere nutrito..

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In questi giorni mi sono ritrovato a non far nulla. Sono passati solo pochi giorni dal conseguimento della mia laurea in filosofia e tutto l’entusiasmo (non molto in verità) di essere proclamato dottore è sfumato nella monotonia della galera. Di nuovo quei maledetti giorni che trascorrono senza un senso, senza più un impegno di studio che per quanto mi stressasse, occupava comunque tutta la mia giornata. Adesso non so cosa fare, sento di nuovo il peso dell’inutilità dei giorni sempre uguali.
Sì, laureato in filosofia, e allora? sono diventato un filosofo solo perché ho preso una laurea? La filosofia è il modo in cui ognuno di noi pensa alle cose, alla vita, all’amore, all’odio, al perdono, al male, al bene, all’Esserci. Se si riesce a pensare a tutte queste cose e tentare di darne una spiegazione anche verosimile forse allora, e solo allora, si potrà definire filosofo. Ma è ciò che facciamo, è ciò che faccio? Non lo so, non riesco a mettere a fuoco cosa realmente penso, a come penso le cose. Mi accontenterei magari di essere arrabbiato in questo momento perché quando lo si è, è più facile pensare al perché delle cose, dopo che ti sei calmato. Ma io ho perso anche la forza di arrabbiarmi, ma voglio lo stesso cercare di pensare il mondo da un punto di vista diverso, con una nuova consapevolezza oppure dovrò accontentarmi solo del significato etimologico della parola “filosofia”: filo (amore) sofia (conoscenza).
Sì, forse dovrò accontentarmi solamente di amare la conoscenza fine a se stessa e lasciare ai veri filosofi l’indagine sul modo di pensare le cose e il mondo; in fondo amare la conoscenza è già una grande vittoria per chi ignorante lo è stato per molto tempo. Forse questo è il vero premio che la vita mi ha riservato, cioè, starmene giornate intere senza far nulla se non leggere, studiare, insomma l’Ozio romano, ma di quella Roma del passato dove “ozio” aveva un significato diverso da come lo intentiamo e lo percepiamo oggi, ma un telegramma di una persona a me sconosciuta mi stravolge tutto, queste sono le sue parole: “Se tutti i fuori legge diventassero quello che tu sei oggi significherebbe il trionfo della giustizia, il sopravvento del bene sul male, la vittoria dell’amore sull’odio. Complimenti dottor Alfredo Sole da parte mia e da parte di tanta gente che pur non vedendoti ti conosce e ti plaude”. Queste parole mi hanno lasciato qualcosa, forse una traccia da seguire, cioè, capire perché gli altri vedono in me quello che io non riesco a percepire, a sentire.
Vorrei avere la capacità di inoltrarmi tra le vie tortuose della mia mente, quelle nascoste, quelle che so di aver messo da parte di averle sopraffatte, compresse, chiuse a chiave in sicurezza, ma che sono lì `e non sono riuscito a capirle. Detesto non riuscire a capire le cose, è come lasciare qualcosa in sospeso e magari te ne dimentichi, solo che ti rimane quella strana sensazione di dover fare qualcosa ma non sai cosa, sensazione che ti accompagna per tutta la giornata e poi, la sera, quando vai a letto, prima di dormire all’improvviso ricordi cosa dovevi fare, ma ormai è troppo tardi e puoi solo sentirti in colpa.

Clessidra senza sabbia… dagli ergastolani ostativi di Opera

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“Clessidra senza sabbia” è una riflessione sul fine pena mai nata da un gruppo di ergastolani ostativi del carcere di Opera. Una riflessione che è anche una proposta per uscire dall’annientamento del carcere a vita. Questa riflessione, pubblicata in formato digitale da Stampa Alternativa, è scaricabile al seguente indirizzo:

Sette anime… dedicato alle sette studentesse italiane morte a Barcellona

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Margherita Lazzati ci ha inviato questo bellissimo testo che i detenuti del laboratorio di scrittura creativa del carcere di Opera hanno scritto.. un testo dedicato alle sette studentesse italiane morte a Barcellona.

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Sette anime (Catalogna, 21 marzo 2016)

All’imbrunire di questo primo giorno di primavera osservo il cielo dalla griglia del mio spazio metallizzato.

Penso al tepore dei giardini di marzo, ai campi appena sbocciati e a un’altra stagione da vivere dietro le quinte.

Poi uno schiaffo ferisce il mio cuore.

Gli occhi fissano alla televisione sette fiori prematuramente strappati a una terra impoverita.

Mi chiedo: “Perché piango?”. Non vi conoscevo, non sapevo nulla delle vostre vite. Eppure sono qui a scrivere di voi.

Penso a chi non si rassegnerà mai a non sentirsi più chiamare “Papà”, “Mamma”; sentirsi sussurrare “Ti voglio bene”; incrociare il vostro sorriso; gradire il tatto delle vostre mani; inabissarsi nel colore dei vostri occhi; apprezzare il peso di un corpo che riempiva le case al ritorno da una breve vacanza.

Come affrontare adesso la quotidianità?

Stanze, armadi pieni d’indumenti, pareti imbastite di foto invocheranno le vostre presenze mentre il tempo si fermerà per la memoria.

Si cercherà dai vostri radiosi profili di coronare un inutile sogno: ascoltare due parole… “Sono qui”… per capire che era solo un incubo. Quando invece proprio l’incubo era all’inizio. E dopo questa Santa Pasqua non vi saranno resurrezioni.

Sette anime: eravate lì solo per iniziare a costruire il vostro credo, realizzare il cielo degli ideali. Ma da oggi troppo presto siete lassù ad accompagnare per l’eternità chi vi ha dato la vita, stimate, amate.

Appunto, l’eternità: un mare nel quale un detenuto, ma pur sempre un uomo, un padre, ha versato una lacrima d’inchiostro intriso di dispiacere per voi.

Elisa V., Lucrezia, Elena, Francesca, Serena, Elisa S. Valentina… Sette angeli, Sette anime che saranno lì a ricordarmi di voi quando alzando gli occhi al cielo ammirerò i sette colori dell’arcobaleno.

F.P. nome del Laboratorio di lettura e scrittura creativa della Casa di reclusione di Milano-Opera

Detenzione disumana nel carcere di Opera

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olycom – detenuti – AXXNJ0 hand on bars

Pubblico un altra drammatica testimonianza che giunge dal carcere di Opera. Sempre tramite l’amico Antonio.

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Faccio presente alla S.V. Ill.ma che sto facendo una detenzione degradante e disumana, in quanto sono ristretto da oltre 5 anni: non ho mai lavorato né frequentato scuola o corsi di formazione, nono stante le mie numerose richieste, Sono padre di due bambini di 10 e 4 anni, non ho nessuno che mi aiuta; le madri dei miei figli hanno fatto ricorso in tribunale per avere il mantenimento e per togliermi la patria potestà; mia madre è malata gravemente, mio padre non lavora, ma aiutano per il pagamento a sostegno dei miei figli, togliendosi loro da mangiare.

Ho provato più volte a cercare di spiegare la mia situazione a psicologi, assistenti sociali, ispettori, ma senza esito.

Sono chiuso in una cella di 4mq, calpestabili 24 ore su 24, a marcire mentre i miei problemi non fanno altro che aumentare giorno dopo giorno. Sono arrivato al punto del suicidio per colpa di questo sistema carcerario che non funziona, anzi peggiora, perché invece di aiutare le persone che hanno bisogno di aiuto, le lasciano a marcire. Poi dicono “il reinserimento sociale”, cosa che io non ho mai visto, almeno nei miei confronti. Questa non è vita, quindi perché continuarla?

Morire a 29 anni. In fede Kettaz Abdel

!8 febbraio 2016

Abdel Kettaz, via Camporgnago 40 – 20090 Opera (Milano)

Tentato suicidio… di Maurizio Alfieri

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Tramite l’amico Antonio ci è giunta questa lettera di Maurizio Alfieri detenuto ad Opera.

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Compagni/e un abbraccio fraterno a tutte/i voi

Eccomi con una lettera dove per l’ennesima volta sono riuscito a dissuadere un ragazzo a suicidarsi e vi allego la sua lettera per vedere se il 31 marzo lo porteranno al 2° padiglione e gli daranno il lavoro fisso e non di 80 euro, come hanno fatto a dicembre, dopo avergli tolto 52 euro per il “mantenimento”, lasciandogli 28 euro (di elemosina) per sopravvivere…

Ecco la schiavitù – il ricatto – le umiliazioni e le condizioni disumane, come vogliono occultarle. Sono andato incazzato dal capoposto e gli ho detto che mandavo la lettera sul web e che dovevano provvedere subito ad un lavoro per Nino, lo chiamiamo così.

Da oggi lavora come porta-vitto, ma non basta perché è ora di finirla con il “perbuonismo”, perché troppi suicidi sono annunciati e poi questi signori parlano di “carenza di personale”. Nino è stato in coma un mese per aver cercato di impiccarsi. La sua lettera dimostra che il menefreghismo a Opera è totale ed è molto più importante apparire con quel poco di buono che fanno e usare il 2° padiglione come un luogo di villeggiatura con regole scritte alle quali i detenuti devono attenersi e umiliarsi, mentre al 1° padiglione si suicidano, avvengono atti di autolesionismo. Questa è la disparità di trattamento che viola gli art. 1° e 3° della Costituzione.

Intanto si muore. Io lotterò sempre (sappiatelo). Un abbraccio a Valerio a Terni, con ogni bene, Maurizio. 18 marzo 2016

Maurizio Alfieri, via Camporgnago 40 – 20090 Opera (Milano)

Splendidi pensieri di Maurizio Campanotta

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Tramite la nostra preziosissima Grazia Paletta, ci sono giunte queste splendide riflessioni di Maurizio Campanotta, detenuto ad Opera.

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Quando la vita conduce l’uomo dentro un labirinto senza via d’uscita, l’individuo si imbatte in una realtà prima sconosciuta toccando i vari strati della miseria umana: dannato tra i dannati, privato di ogni bene, dell’amore, dell’affetto, del calore umano. Dopo aver depositato la propria identità nell’ufficio di un istituto di pena e dunque spogliato da tutte le proprie schermature, l’uomo, trovandosi solo con sé stesso ma al cospetto di una coscienza a cui render conto, subisce una fase catartica che lo porta a ritrovarsi, a mettere in ordine la propria vita, a scoprire qualità che prima non sognava di possedere, ma che probabilmente già esistevano in lui in una forma latente.

Da questo perdersi in un Limbo terreno scaturisce un altro tipo di adattamento, che secondo ii modo di percepire il mondo, porta l’uomo ad interagire con tutte le proprie forze, ma non sempre gli permette di riuscire a raggiungere determinati equilibri. Colui che conosce la sofferenza pian piano comincia a spogliarsi da quelle vesti che, a torto o ragione, il pregiudizio e la discriminazione gli hanno imposto. Così egli inizia a elaborare il proprio pensiero fino a farne emergere un’identità più vera, più fedele alla realtà. “Bisogna prima bruciare per poter risplendere”, così diceva un famoso scrittore… Ed è proprio da questo “bruciare” che l’uomo intraprende la via della verità dalla quale trae una visione diversa da tutto ciò che lo circonda. Cogliere come doni di Dio tutti i frutti della vita, contemplarli, gustarne l’attimo e fare di essi un compendio scritto che poi viene sugellato nel tempo, nella poesia.

All’apice di tali doni vi sono mia madre e le donne in genere. La donna, una presenza nella vita di ogni uomo che rappresenta il distillato della creazione divina che si cristallizza nel cuore e volge a perpetuarsi nel tempo. Noi proveniamo dalle loro viscere e il legame che ci unisce a loro, che esse siano le nostre mamme o le compagne della nostra vita, ci accompagna durante l’esistenza, donandoci il bene più supremo: l’amore, la continuità, la sicurezza di cui abbiamo bisogno… Dunque va a loro il messaggio più sentito, affinché molte di esse potranno riconoscersi nelle loro virtù e nei propri difetti, ma soprattutto affinché sia possibile restituire loro un’identità ancora oggi banalizzata dal sesso opposto.

Ahimè, nonostante il progresso, il benessere, si parla ancora di fatti incresciosi di violenza e maltrattamenti da parte di molti uomini. Spesso quella libertà che alle donne non sempre riconosciuta, la femminilità, il porsi belle, curate, bisognose di attenzioni diventano sinonimo di maldicenze pregiudicate dalla gelosia che purtroppo sfocia in atti di vera e propria tragedia dentro le mura domestiche. Sono molti coloro che ancora assumono atteggiamenti da “padroni” della propria compagna.

Eppure per un uomo disperato non esiste appiglio più solido dell’amore di una donna. Molte delle mie poesie sono dedicate a mia madre e alle donne che ho incontrato o semplicemente immaginato nel corso della mia vita. L’immaturità e la paura di non essere compreso, in passato non mi hanno dato la possibilità di manifestare pensieri che nascevano e morivano dentro me, perdendosi nell’oblio, ma oggi li scrivo esprimendo tutto me stesso, senza curarmi delle incertezze. L’amore di mia madre ha saputo infondere dentro me una sua filosofia “antica” a sua volta tramandatale dai suoi antenati, sotto forma di metafore, proverbi che tutt’ora sono così attuali da portarmi a trarre la conclusione che la vita non è altro che un ripetersi di eventi… Come lei diceva spesso, “mondo è stato e mondo sarà”. E’ grazie a lei se nello scoprire l’identità femminile nulla può stupirmi, posso solo accettarla nelle sue molteplici sfaccettature.

Oggi nei volti femminili vedo un meraviglioso essere che genera vita e dà senso alla vita. Tale visione, in parte sublimata, non mi porta a eludere una realtà più vasta e complessa, ma ad assaporare la bellezza senza alterarla o contaminarla in nome di un pregiudizio perverso… E’ un’esperienza dalla quale non voglio distogliermi. Dunque “le parti mancanti della mia anima” altro non sono che un vuoto che in questi anni perduti ho imparato a colmare. Mi sono ritrovato, riappropriandomi dell’identità un tempo perduta, oggi rinnovata, evoluta. Le mie riflessioni possono sembrare banali o stupide, ma vogliono oltrepassare le apparenze dando una lettura non verbale della donna; una profondità questa, che spesso non appartiene all’uomo e che genera un’incomprensibile rottura tra mondo maschile e femminile.

Circa il oongresso di “Nessuno tocchi Caino” passato in sordina sulla stampa

nessuno tocchi Caino

Sul sito dei Radicali si è fatto presente come un congresso di una certa importanza, come quello di “Nessuno tocchi Caino”, effettuatosi nel carcere di Opera, e con un certo successo anche visto il livello degli interventi… è stato come se non ci fosse stato a considerare il modo in cui la stampa (non) lo ha riportato.

E’ un articolo che credo meriti di essere condiviso e così ho fatto.

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Se un giornalista è un tipo che scribacchia qualcosa pur di non lavorare, come dice Luigi Barzini, va bene, non ne parliamo più. Se un giornalista è suole consumate, taccuini riempiti d’appunti, curiosità’ e voglia di conoscere storie per poterle raccontare, allora due parole van pur dette.

Accade questo. “Nessuno tocchi Caino”, benemerita associazione di ispirazione radicale, che si batte contro la pena di morte nel mondo e ha conseguito un indubbio successo (che l’Onu approvasse a larga maggioranza una moratoria delle esecuzioni, primo passo contro la totale abolizione), decide di tenere il suo congresso. Dove? Nel carcere milanese di Opera, dove c’è appunto la massima concentrazione di Caini. Opera è zeppa di ergastolani: ergastolo ostativo: quello fine pena mai, sempre, quello più duro. Nessuna possibilità di recupero, per chi ne ha fatte tante, troppe. Niente permessi, niente benefici, nulla. Si entra vivi, si esce morti. Finché non si è morti, si è sepolti. Sepolti vivi. Non si esce neppure se uno è talmente malato che lo fanno evadere a pezzi: prima gli amputano un dito, poi una mano, poi un piede, a rate…Questi Caini ti raccontano le loro storie, i loro “percorsi”, da dove sono partiti, come sono arrivati dove sono. Non hanno motivo di sperare, si esprimono in modo a approssimativo. Non ti chiedono di dimenticare quello che hanno fatto, lo sanno perché sono lì, ti dicono anche che non chiedono favori, clemenza, pietà; ti chiedono, questo sì, una briciola di dignità. Magari loro non si sono sognati neppure un istante di averla per le vittime di cui sono stati i carnefici, ma non e’ un buon motivo, questo perché sia loro negata. Noi non siamo come loro, noi siamo “altro”, siamo i civili. E però noi che siamo “altro”, che siamo i civili, ci si comporta, nei fatti, come loro… C’è di che pensare…

C’è di che pensare quando, in quel congresso che si svolge dentro il carcere, interviene un magistrato, Santi Consolo, che è anche il responsabile del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Il capo delle carceri, insomma; che dice, Consolo? Che l’ergastolo ostativo è una barbarie, che l’ergastolo va abolito…lui lo dice? Si, proprio lui. Lo dice anche un apprezzato giurista, è presidente emerito della Corte Costituzionale, è stato ministro della Giustizia con il governo di Romano Prodi. Si chiama Giovanni Maria Flick. Dice che un tempo era favorevole al fine pena mai. Ora si è convinto che è una pena barbara, inutile. Va abolita. Rivendica anche per i Caini il diritto alla dignità. Un messaggio arriva dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Anche lui, giurista; anche lui alle spalle un’esperienza alla Corte Costituzionale. Il fratello Piersanti gli è morto tra le braccia, ucciso dalla mafia. Chissà lì a Opera c’è anche qualcuno degli assassini del fratello, qualche loro complice… anche Mattarella come Flick, come Consolo…che sta succedendo lì a Opera? Non sono notizie? Non c’è di che scriverne, dibattere, confrontarsi, ragionare, ascoltare le ragioni del Si, del No, se ci sono alternative, di che tipo, se e come praticabili?

Non si chiede di parlare di Marco Pannella, di Rita Bernardini, di Sergio D’Elia, di Elisabetta Zamparutti, di tutti gli altri. Di tutti loro continuate a fregarvene come avete sempre fatto, come continuerete a fare.
Si sono fatti tre nomi: Sergio Mattarella, Giovanni Maria Flick, Santi Consolo; e di una realtà, quegli ergastolani. Proprio quelli lì, i mafiosi, i camorristi, i ‘ndranghetisti… Non sono “notizie”, “notizia”?

No. Avete detto No. Avete detto che la “notizia” sono i mille cani che mordono il sedere del postino, non il postino che morde il sedere di mille cani. Per questo avete taciuto, avete voltato la testa? La “notizia”, le “notizie” c’erano tutte, interessanti, sorprendenti…nessuno di voi se ne è accorto. Gente strana, i giornalisti. Ma sono, poi, giornalisti? E quelli che (sempre meno) leggiamo, sono davvero giornali? Cari colleghi, non venendo a Opera vi siete persi qualcosa; soprattutto di qualcosa di importante ci avete, non importa se per dolo o colpa, per calcolo, interesse, pigrizia, privato di qualcosa; e quel che è grave: non ne provate vergogna…

Riscatto d’agosto… di Maurizio Campanotta

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Oggi pubblico questo meraviglioso testo di Maurizio Campanotta, detenuto ad Opera, che ci è giunto grazie alla nostra Grazia.

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Se ne stava lì, sospeso nell’aria, immobile e silenzioso, incurante della mia presenza, come se quell’angolo tra le pareti e soffitto gli appartenesse da sempre. Io lo osservavo in attesa di una qualche sua evoluzione, e invidiavo la sua pazienza e la semplicità della vita dello straordinario acrobata.

Non me ne ero ancora reso conto, ma da quando l’aracnoide era apparso dal nulla, come uno spettro dalle gentili intenzioni, aveva catturato la mia curiosità. Mi ero distratto dai pensieri che accompagnavano quel giorno di abbandono.

Mi chiedevo come fanno certi uomini a provare così tanta repulsione -fino ad arrivare al panico, alla fobia- per un essere così elegante e intelligente; poiché, nelle sue forme filamentose, quasi invisibili all’occhio umano, vi erano segni evidenti di una logica Euclidea nella quale esso si muoveva sulle sue otto zampette sottili da ballerino, con un’abile precisione e, a tratti, con scatti repentini rocamboleschi. Me ne resi conto, quando una zanzara si era impigliata tra le sue geometrie concentriche di quel maestoso capolavoro di ingegneria e, con passi volitivi raggiunse la preda che si dimenava convulsamente per poi divorarla in pochi attimi.

Era il suo primo pasto dopo tanto lavoro. In seguito notai un grappolo di piccoli bozzoli, come se stesse cercando l’approvvigionamento per l’inverno; era ancora l’estate al culmine del suo splendore e dei lunghi ed interminabili pomeriggi afosi.

Non ci sarà pace su questa terra, affinché l’ultimo essere umano non si sarà estinto. Per millenni abbiamo creduto che questo essere fosse l’immagine di Dio nella terra, ma Dio, il quale è stato concepito come perfezione, avrebbe potuto creare un essere capace di compiere atti d’amore e opere sublimi e allo stesso tempo azioni nefaste e distruttrici della sua stessa opera? Cos’è l’entità di Dio dunque; un altro inganno degli uomini? O esiste un Dio buono e uno malevolo? Ammesso che ci fosse questo dualismo di entità che operano il bene e il male. A questo punto il Dio del male sarebbe un Dio dominante su quello che opera il bene, in questo modo viene da pensare: siamo creature ambivalenti oppure siamo stati generati dal caos e con il caos ce ne andremo!

Bisognerebbe comprendere lo spazio e il tempo, la materia e lo spirito per comprendere se tutto ciò sta accadendo in uno spazio di tempo breve o da sempre! Diciotto miliardi di anni -cifra ipotetica della nascita dell’universo- calcolati alla velocità della luce o del tempo reale, siamo solamente quel che noi possiamo paragonare allo scoppio di un fuoco d’artificio che illumina il cielo per brevi istanti, dopodiché, la materia si dissemina nel vuoto per espandersi in un viaggio inesauribile. Quindi c’è da domandarsi: come è possibile che in una sola particella il nostro pianeta terra, che naviga nel vuoto, in essa vi sia tanta storia o per meglio dire origine remota che, fino ad arrivare ai giorni nostri lascia ancora tanti interrogativi. Eppure tutto sembra perfezione e la nostra presenza sul pianeta sia frutto di una creazione divina altrimenti -se provassimo a guardarlo dalla distanza del nostro vicino satellite “la luna”- la nostra presenza, altro non potrebbe essere percepita come muffa che si espande su un bel frutto maturo.

Mi perdo nel pensare in cose grandi come l’universo, mi sento un niente rimuginando a cose di poco conto. Mi manca il non potermi dissetare dell’acqua di una sorgente di un fiume e respirare aria buona. Sudo litri di liquidi corporei e il traffico della tangenziale che mi soffoca a volte lo confondo per il moto dei nostri mari.

A volte, nel porsi troppe domande si rischia d’impazzire; e ammesso che la fisica abbia scoperto la più piccola particella che dà corpo alle cose, altro non ha scoperto di un Universo infinitamente piccolo. Siamo a conoscenza di uno infinitamente grande. Supposto che noi stiamo solo “precipitando”, perché dunque viviamo sprecando questo tempo prezioso e misterioso a creare e a distruggere, a uccidere ogni forma vivente per il potere di non possedere nulla! Ma chi siamo per fare tutto questo? Solo farfalle che voliamo qualche metro più in là, e niente più. Questo noi siamo!

Quando i nostri avi aravano la terra e la seminavano, altri uomini costruivano armi micidiali per distruggerla. Riusciremo mai a comprendere il significato del perché esistiamo!

Quante croci furono costruite nel passato e quanti uomini vi furono inchiodati nel nome della Giustizia. Ne è bastata una sola per abbatterle tutte e, ammesso che tutto questo fosse il pensiero filosofico dell’uomo, per salvare il mondo dalla malvagità, quante croci ci vogliono ancora, o basta quella là, quella che conosciamo tutti. Non volendo credere né a Cristo né a Dio, la croce mi fa venire in mente l’intelaiatura di un aquilone che solo il vento può far volare: avete mai sentito dire che c’è stato un solo uomo su questa terra che è stato capace di inventare il vento? Credo proprio di no! Allora limitiamoci a far volare l’ aquilone, perché sarebbe la più bella idea per poterci salvare da questo precipitare…

L’uomo, che ha sempre avuto l’ambizione di volare e ci è riuscito, ha sempre avuto troppi impegni per dedicarsi agli aquiloni e a saper volare con essi. Solo i bambini possono rimanere stupiti e sognare di poter volare con loro; forse perché i bambini sono puri di cuore. Io ringrazio il cielo di possedere il cuore bambino, solo così riesco ad inventarmi “il cielo in una stanza”.

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 Chissà se al di là dell’accaduto o della storia vera o inventata, qualcuno là fuori trova il tempo per pensare ad un uomo che vive di una speranza vaga e confusa dove il tempo e lo spazio hanno perso il loro senso: perché nessuno lo va a trovare e non gli chiede come stai. Né una lettera, né una cartolina. Forse anche il ricordo si declina. E ci si mette pure l’aria arsa, ferma, e il pullulare delle zanzare. E grattarsi fino a farsi uscire il sangue, per poi cadere esausto sul letto e la speranza di sognare. E poi si risveglia stanco e confuso, e la luce che gli fa un gran male agli occhi; quegli stessi occhi che adesso non abbozzano un sorriso e sono stanchi, da non sopportare nemmeno la luce.

Questi giorni, trascorsi così, danno un senso al tempo perduto, al presente? Il futuro è solo un’idea, ma non si è mai certi se accadrà. Non siamo macchine a tempo. Quando si perdono le persone più care non puoi fare a meno di immaginare altro che oltre queste mura c’è un popolo ostile; perché così è stato educato. Chi può prevedere cosa sarà generato dal proprio gene. E penso ai bambini down, a quelli deformati, ai para e tetraplegici, agli omosessuali, agli albini. Poi penso a quelli come me che hanno avuto la fortuna di crescere sani. Ma cosa sarà successo nella mia infanzia? Perché tutto questo dolore nel cuore di chi mi ha creato. Quale la loro colpa. E voi, voi che giudicate, che state comodi nelle vostre belle case, perché non vi fate un giro per il mondo, o magari dare solo un’occhiata alle periferie; o in centro, dentro i vostri cappotti o con i tacchi alti scansate il povero e l’ammalato, il barbone, il terremotato, già, il terremotato: è solo un appalto, un evento straordinario senza pensare alla catastrofe e alle lacrime. Questo popolo diviso in classi, da una parte continua a ripetere le stesse azioni di sempre, le stesse ipocrisie, infrangendo leggi non scritte ma pur sempre immorali. Penso ai vecchi abbandonati negli ospizi, agli orfanotrofi, agli ammalati, ai poveri e ai diseredati. Però ci sono io ”come uomo che toglie i peccati del mondo” o “una Maddalena da lapidare”. E’ un modo con cui ognuno scarica il proprio fardello; sulla croce o scagliando il sasso, e credere di stare dalla parte del giusto. Non è così che stanno le cose; quando sono nato non mi hanno gettato nel cassonetto della spazzatura, né dato droghe per farmi dormire. Io sono stato amato, educato e cresciuto fino a che non ho imparato a volare. Poi un cacciatore capriccioso sparò un colpo, poi un altro, un altro ancora, arrestando il mio volo. Caddi a terra e la terra reclamava il mio corpo, ma non ne volli sapere di ritornare alla terra di origine. Allora qualcuno pensò che fosse stato giusto così – l’uccellino- che io credevo di essere, per gli altri era solo un falco rapace e predatore – e, rimasto vivo, sarebbe stato il caso che venissi posto in una gabbia sicura. Io, per sopravvivere, assunsi le sembianze di un falco. Gli occhi persero il suo limpido sguardo e divennero malvagi. Mi spuntarono gli artigli: gli stessi con i quali mi graffio fino a farmi sanguinare la pelle, quando vengo assalito dalle zanzare. Il corso della mia vita cambiò. Mi nutrii di “carogne umane e di umane carogne”, ma nella solitudine mi rendo conto che in fondo ho solo bisogno d’amore. Il cuore mi batte come quello di un uccellino. L’estate si burla di me!

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 Il ragno invece è sempre lì, nel suo angolo, sicuro di sé. Non gli importa della stagione, non soffre né il caldo né il freddo, non indossa abiti, non è né povero né ricco, non pensa al giorno del suo compleanno; ho dei dubbi se si chiede se esiste un Dio o si trova in questo mondo solo per via di una combinazione di particelle. Possiede tutto ciò che gli serve e non lo vedo mai a leggere un libro per istruirsi. Sembra lui il padrone dell’Universo, non soffre mai il mal di testa e lo stress. E’ perfetto, autosufficiente, in equilibrio con sé stesso e la natura. Non guarda nemmeno la televisione, della quale anche io a volta ne faccio a meno poiché, ingannevole, è un’inutile fonte di calore: siamo in piena estate.

Questo esserino mi fa tanto riflettere; provo anche commozione per lui, a volte anche invidia. Vorrei diventare piccolo come lui ed arrampicarmi alla sua tela. Forse per gioco o per compagnia, non lo so! Ma sento che è più forte di me e mi dà sicurezza. Eppure c’è stato un tempo in cui vivevo di poesia. La mia vita era una poesia. Nacque per amore verso mia madre e terminò quando la salutai per l’ultima volta, suggellando in nostro addio con un muto e distinto dolore. Ma è inutile coinvolgere lei in questa storia, i morti non c’entrano niente coi vivi. Si sono dissolti lasciando il ricordo, l’impronta, la continuità che adesso risiede in me. Ma non posso cancellare la sua storia, né posso continuare a ripetermi se sono un errore del destino. Voglio solo essere l’ “uomo”, solamente l’”uomo”, né il super, né il mediocre, né santo né assassino! Ho visto i mondiali di calcio sei volte in solitudine…

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Invece il ragno non pensa ai suoi morti. Creerà altre creature della sua specie. E’ questo il suo scopo. Non pensa né alla crisi economica né ai dissidi che mietono vite tra i popoli mesopotamici. Non ha un mutuo da pagare, nemmeno bollette e non deve aspettare alle file degli sportelli erariali. E’ comoda la sua vita e immensamente utile; esisteva prima di Marco Polo e tesse la sua tela da millenni, ancor prima dei Cinesi. E’ un genio in matematica, conosce la chimica e la fisica. Gli ho visto fare delle cose straordinarie ed è uno di quelli che rispetta il motto “la parola migliore è quella che non si dice!”, è serio il mio ragno. I suoi impegni con la vita li porta a termine con determinazione. Non usa la demagogia.

Non l’ho visto mai andare dallo psicologo e non gli importa nulla della sintesi trattamentale; anzi è lui che di soppiatto osserva gli altri senza distinguere razza, sesso e religione.

E’ un uomo di mondo il mio ragno. Chissà se si offende se lo definisco così. Ma a lui pare non importargliene. Lui non conosce i pregiudizi e non emette giudizi. E’ totalmente concentrato nelle sue cose.

L’altro giorno ho catturato una zanzara per lui, ancora viva, volevo fargli capire che in fondo siamo amici. Lui l’ha fatta cadere dalla rete dove io l’avevo impigliata. Non accetta niente da nessuno; è un estremista anarchico, ma non protesta e non danneggia le cose degli altri…, lavora sodo il mio ragno e costruisce senza togliere lo spazio a nessuno. Lui, coi suoi fili invisibili, è l’essere più ordinato della terra. Non sporca, non disturba, anzi pulisce l’aria da moscerini, zanzare e pure dalla polvere. E’ utile all’ambiente. Invece io con solo pochi euro di spesa, creo un danno permanente all’ambiente. Plastica, detergenti, insetticidi e quanto altro creato per la vanità umana non sono di natura biodegradabile e dunque, nocivi. Niente a che vedere con la sua tela pregiata!

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Ho scoperto che non è solo il mio ragno. Di tanto in tanto se ne vede un altro. Sicuramente si tratta della sua compagna. Non so distinguere il sesso tra i ragni, ma sono certo che si accoppieranno per ricrearsi. Ma c’è una cosa che voglio aggiungere. Un esperto entomologo direbbe che la femmina del ragno è fisicamente più grande e dopo essere stata fecondata mangerà il compagno per assimilare proteine utili durante la gestazione della nuova prole. Sembra crudele tutto questo, ma fa parte di un sistema razionale che viene chiamato “ecosistema”.

Mi chiedo se provano sentimenti d’amore i ragni; quella cosa che io cerco e che non deve essere per forza un’unione di corpi, ma spirito affettuoso. Avranno un loro linguaggio e se lo fanno non sono esibizionisti. Sono anche fedeli e, come avrebbe detto un entomologo -diventano una cosa sola- per questo non divorziano, non si tradiscono, non si minacciano e non ricorrono al tribunale per l’affidamento dei loro piccoli, ma soprattutto non li gettano nei cassonetti della spazzatura! Sono esseri esemplari. Essi rappresentano le giuste regole e sono liberi. Sono la libertà.

Com’è bello essere ragni

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Mi chiedo perché parlo tanto dei ragni e non ho fatto quello che avrebbe fatto una comune persona; tirare via, in un solo colpo, tutto il loro apparato, senza farsi scrupoli, senza pensare un solo attimo alla loro esistenza e così dare un senso di pulizia del proprio habitat. E’ crudele il destino dei ragni! Ma non adesso, perché ci sono io a lasciare tutto com’è, nel suo incanto.

Io cercavo solo amore e, senza quasi accorgermene, sto compiendo un atto d’amore; e non solo… l’ho trovato. Per questo sto dalla loro parte dimenticando tutto il resto. La libertà che non avevo adesso è più reale che mai. Hanno stimolato la mia fantasia. La testa non mi fa più male e la luce ora è un bene ai miei occhi che seguono attenti le mie mani che scrivono. Peccato che loro non possono sapere tutto questo!

Ho fame. Ho voglia di fare tante cose, ma non posso… anche se, grazie a loro, sono ritornato uccellino tutto quello che mi circonda mi rinfaccia di essere un falco rapace e predatore. Ma non per loro, i quali mi vedono reale, mi fanno sentire tale.

Ritornato nei panni del falco ho divorato la mia cena. Mi sono nutrito, saziato, mi sento appagato. (Ma non come il falco rapace e predatore che credete voi). Ho iniziato la caccia alle zanzare tirandogli contro panni imbevuti di acqua e candeggina. Sto nei panni del predatore (ma non il predatore che credete voi), ho solo ritrovato la forza per combattere le mie battaglie quotidiane e difendermi dal fastidioso insetto che ha tormentato le mie notti, così dormirò bene.

Domani si alzerà l’uomo con le sue risorse a salutare un novo giorno, una nuova luce e la speranza nel cuore perché, in fondo, la vita è una cosa meravigliosa… se uno la sa vivere.

 

Il retrogusto amaro del Natale… di Alfredo Sole

socialitas

Pubblico oggi parte di una lettera che Alfredo Sole mi ha scritto dopo Natale.

Una lettera emblematica delle particolari sensazioni che si vivono in carcere, dove anche i momenti più “positivi”, come la “socialità” nel periodo natalizio, o le maggiori ore per potere stare in sezione o comunque, non chiusi in cella… se da una parte permettono momenti di leggerezza, dall’altro, possono ricordare ancora di più la “mancanza”.

Colpisce quando Alfredo scrive che i bei momenti di socialità natalizia, hanno sempre quel fondo amaro, che provi soprattutto quando ti ritrovi, la sera, da solo in cella, e pensi che quei momenti avresti dovuto, avresti voluto, passarli in famiglia.

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14-01-2014

Caro Alfredo,

sì questi giorni natalizi sono stati vissuti con uno spirito diverso dalle altre volte. Avere le celle aperte dalle 16:00 alle 19:00 cambia un po’ il modo di percepire queste feste, beh, un po’ tutta la carcerazione e non solo le feste.

Vedi, caro Alfredo, per quanto si tenti di vivere un momento di normalità, non puoi scrollarti di dosso nemmeno per un solo momento il fatto della carcerazione. Anzi, questi  momenti di apparente normalità, come avere la cella piena di compagni seduti a tavola (eravamo, il giorno di Natale, in 4, ma poi, visto che la cella era aperta sono venuti altri per il dolce…). Ti fanno pagare lo scotto quando poi la sera te ne stai da solo sul letto a pensare. Riprendi quelle poche ore di “normalità” e capisci ancora di più quello che hai perso nella vita. Pensi che così dovrebbero essere le feste, ma con la tua famiglia e non in un cella insieme a compagni che, come te, hanno perso tutto nella vita. 

No, caro Alfredo, odio di più queste feste appunto perché per un po’ mi sono sentito normale e questo fa male. 

Se “dimentichi” anche per poco dove ti trovi, rischi di istituzionalizzarti e diventare cosa tra le cose (direbbe Foucault) e, nonostante abbia trascorso l’esatta metà della mia vita (23 anni) in carcere, non ho nessuna intenzione di abituarmi a questa vita. Nemmeno per un solo istante ho intenzione di dimenticarmi dove mi trovo.

Adesso mi prenderò una lunga pausa da questo nuovo tipo di carcerazione (essere più “liberi” in sezione) che potrebbe rischiare di annichilirmi. Ho chiesto di scontare l’isolamento diurno, due anni di isolamento, causa cumulo di pene ma che ancora non avevano intenzione di farmelo scontare e che, se solo volessi, potrei tentare di farmeli condonare, ma non voglio. Voglio ritrovare la tranquillità per continuare gli studi e l’unico modo è quello di “isolarmi”. Rimarrò in sezione, ma mentre gli altri staranno con la cella aperta, io starò chiuso nella mia.

(…)

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