Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera di Giovanni Zito

arios

Il nostro Giovanni Zito, detenuto a Padova, mi ha inviato una sua lettera che venne pubblicata sulla rivista “Mai dire mai” nel novembre 2015. Aveva piacerea che fosse inserita ne Le Urla dal Silenzio.

E lo faccio con piacere.

Anche perchè è una lettera davvero importante. Una lettera dove Giovanni ricostruisce, per grandi linee, il suo percorso carcerario.

Una lettera con importanti passaggi come questo:

cosa c’entra tutto questo trattamento con il nostro Ordinamento Penitenziario? Cosa c’entra con l’art. 27 della nostra Costituzione? Cosa c’entra limitare i colloqui con le nostre famiglie con il vetro blindato che ci divide? Cosa c’entra il non poter cucinare un piatto di pasta con la sicurezza del carcere? Perché si deve limitare il vestiario e far morire di freddo i detenuti? Cosa c’entra questo con la sicurezza? E perché limitare le telefonate visto e consierato che in questo regime si è sempre e costantemente sotto controllo?”

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1 novembre 2015

Eccomi amici carissimi,

finalmente ritornate in pista. Sono contento perché una voce in più per i detenuti è sempre utile, quindi spero vivamente che il presente scritto vi trovi tutti in salute. Come sapete io mi trovo in questo istituto di Padova da circa tre anni. Dal mio punto di vista è uno dei migliori carceri d’Italia che svolge attività culturali e rieducative. Qui si svolgono: convegni e seminari. E poi c’è l’incontro con gli studenti universitari, momento importante in cui noi detenuti ci possiamo confrontare con la società e questo è un bene prezioso per chi crede in un futuro migliore.

Come sapete, io di carceri ne ho girate un po’ e vi faccio l’elenco dei posti dove sono stato “ospite”. Nel lontano 1996 venni tratto in arresto e condotto presso la casa di reclusione di Augusta. Nel 1997 mi trasferiscono nel nuovo carcere di Floridia, in Contrada Cavadonna (Siracura). Qui mi venne applicato  il così detto regime speciale del 41 bis. Da qui in poi inizia per me un calvario senza tempo. Finisco nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara, dove iniziano le angherie e sono privato del poco vestiario e di tutto il resto. Dopo un paio di mesi un avviso di comparizione richiede la mia presenza presso il Tribunale di Catania. Quindi, zaino sulla spalla e via per Catania. Udienza rinviata e quindi attesa per una nuova traduzione. Destinazione Viterbo. Il carcere non è male, ma il regime di cui facevo parte sì. Subivo ogni tipo di persecuzione, tutti i giorni. La censura della corrispondenza senza sosta, non era una tortura fisica ma più che altro psicologica. Lotte continue con i GOM (Gruppo Operativo Mobile), il corpo speciale che comanda nelle sezioni a 41 bis.

Iniziano scioperi della fame. Faccio presente al processo in videoconferenza le mie condizioni di trattamento e di non vita. Il Presidente della Corte ascolta con molta attenzione la mia dichiarazione spontanea, ma non può entrare nel merito. Chissà per quale motivo? Dopo circa quattro anni vengo di nuovo trasferito. E’ la volta di Novara. Stesse rigidità, ma con più vigore. Liti e nostre proteste per l’ingiusto trattamento. Chiedo udienza con il Magistrato di Sorveglianza e, finalmente, dopo mesi di attesa, vengo convocato; espongo i fatti e i continui trattamenti disumani di cui sono oggetto. Nessuna risposta e vengo di nuovo trasferito. Questa volta mi spetta L’Aquila: freddo da cani, credetemi. Chiedo di avere dei giubbini imbottiti perché il freddo mi stava uccidendo. Niente da fare. Pensate che la neve era alta più di un metro nei passeggi e, per cercare di sentire un po’ di calore addosso, cercavo di correre. Le mie continue lamentele per il freddo fanno sì che vengo ancora una voltra trasferito. La nuova tappa è Cuneo. Anche lì non si scherza per il freddo, anche d’estate è necessaria la coperta. Stesse privazioni, le stesse facce di sempre, perché alla fine quelli eravamo nei circuiti, più o meno.

Faccio un nuovo ricorso per impugnare il nuovo decreto che doveva riconfermarmi o togliermi il 41 bis e, finalmente, la mia richiesta viene valutata con più attenzione, anche perché l’ergastolo lo avevo alle spalle. Il Magistrato di Sorveglianza mi revoca il regime ex art. 41 bis. Era l’anno 2006. Ora io dico: cosa c’entra tutto questo trattamento con il nostro Ordinamento Penitenziario? Cosa c’entra con l’art. 27 della nostra Costituzione? Cosa c’entra limitare i colloqui con le nostre famiglie con il vetro blindato che ci divide? Cosa c’entra il non poter cucinare un piatto di pasta con la sicurezza del carcere? Perché si deve limitare il vestiario e far morire di freddo i detenuti? Cosa c’entra questo con la sicurezza? E perché limitare le telefonate visto e consierato che in questo regime si è sempre e costantemente sotto controllo? La nostra Costituzione parla chiaro, epure violano ciò che hanno scritto, con la scusa di una sicurezza e di leggi emergenziali che durano però da 23 anni e quindi sono diventate prassi ordinaria!

Nel novembre 2006 esco dal regime ex art. 41 bis e vengo inserito in un altro regime, quello dell’AS1 e sono mandato a Voghera. La mia vita carceraria cambia da subito. Riesco a telefonare a casa mia più spesso, posso finalmente cucinarmi e farmi il caffé quando ne ho voglia, posso avere i vestiti più pesanti per non morire di freddo. Frequento la scuola e mi prendo la terza media tra il 2007 e il 2008, promosso a pieni voti. Finalmente, dopo anni che non vedevo la mia famiglia, riesco a fare qualche colloquio. Posso andare anche a messa ogni settimana.

La vita sembra migliorare anno dopo anno. Ma le cose non vanno mai come dovrebbero, perché non vogliono che i detenuti siano reinseriti. Così, dopo quasi 4 anni di Voghera, sono tradotto ancora una volta: destinazione la casa di reclusione di Carinola (CE). Altri due anni in questo istituto e poi veniamo mandati via tutti dalla nostra sezione perché viene chiusa e il carcere declassato.

Ed eccomi arrivare a Padova, dopo tanto girovagare da Sud a Nord. Fin da subito vengo inserito presso la sede del giornale “Ristretti Orizzonti”. La nostra coordinatrice Ornella Favero è una donna eccezionale e di elevata personalità e porta il deteenuto a confronto con la società, ad un sano confronto con il mondo esterno, affrontando argomenti delicati come quelli dei regimi speciali. Ora sto frequentando la scuola superiore, il secondo anno di ragioneria e sto cercando di essere declassificato dal regime AS1, un’impresa ardua perchè al Ministero non vogliono che avvenga un miglioramento dei detenuti.

Spero  di non essere di nuovo trasferito in un istituto non idoneo alla mia persona e di poter continuare a svolgere il mio impegno scolastico e di membro effettivo della redazione di “Ristretti Orizzonti”. Oggi i carceri devono voltare pagina se vogliono un riscontro positivo dei detenuti. Le restrizioni non portano nessun miglioramento. Ci vuole la media sicurezza ed un carcere che faccia cambiare il punto di vista. Un malato va curato e non abbandonato al proprio destino. Si cambia solo se si hanno le possibilità per un riscatto giusto e una vita migliore. Spero in un futuro migliore, senza più ergastolani che devono patire le pene del fine pena mai. Ecco io vorrei vivere per dimostrare che il mio passato non sia la mia condanna definitiva.

Giovanni Zito

Solidarietà di un ergastolano alle vittime della strage di Nizza… di Carmelo Musumeci

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Il nostro Carmelo Musumeci, ha voluto scrivere una sua riflessione in merito alla strage avvenuta a Nizza.

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In tanti anni di carcere ho imparato che ti senti meglio se lotti per cambiare il tuo destino o se fai qualcosa per gli altri invece di stare in cella senza fare nulla a commiserarti e a odiare, a torto o a ragione, le istituzioni. Fino all’ultimo, però, sono rimasto indeciso se scrivere qualcosa su questa orrenda strage avvenuta a Nizza sia per rispetto delle vittime, sia perché penso che là fuori non interessi a nessuno il parere di un ergastolano.
Oggi però mi sono deciso e cerco di farlo con delicatezza e solidarietà verso tutti i familiari colpiti dal lutto provocato da questo folle spargimento di sangue.
Conosco molto bene quella città. Ci abita mio padre con la sua seconda moglie dopo che è emigrato dalla Sicilia, dopo la mia nascita. Ci portavo i miei figli in vacanza. Mi ricordo che una volta li ho portati proprio alla Promenade des Anglais, dove è avvenuto il massacro, per vedere i fuochi d’artificio del 14 luglio in occasione dell’anniversario della rivoluzione francese. Forse anche per questo ho provato tanto sdegno, rabbia e dolore per questa atroce strage di bambini e di persone innocenti che hanno avuto solo la colpa di essere in quel posto nel momento sbagliato.
Ormai sono chiuso da un quarto di secolo in una cella e, quando accendo la televisione, non capisco l’odio e la furia bestiale che c’è al di là del muro di cinta e mi viene subito voglia di spegnerla perché, in fondo, io non faccio più parte della famiglia umana che mi ha maledetto ad essere cattivo e colpevole per sempre. Eppure non ci riesco. E mi accorgo, con dolore, che ormai il mio mondo non esiste più. Al suo posto ce n’è uno che non riconosco e che mi fa paura.
Quello che non comprendo è perché ci sono persone in questa terra che ammazzano per motivi religiosi. In fondo, nel mondo c’è posto per tutti, sia per chi crede che per chi si professa ateo, sia per gli indecisi, che per chi crede solo nel momento del bisogno. Una volta si pensava che per risolvere il problema della società bastasse mettere in carcere le persone pericolose, condannarle a morte e infliggere loro la pena dell’ergastolo. Ma con questi “fuori di testa” cosa fare quando la pena di morte se la danno da soli e magari vanno a messa la domenica o in moschea il venerdì? Non lo so. Tuttavia, so che spargere odio politico e sociale equivale a mettere benzina sul fuoco.
Quello che mi da più fastidio sono le dichiarazioni di alcuni politici, anche a livello internazionale, i quali pensano di chiudere le frontiere e risolvere il problema solo ed esclusivamente sbandierando misure di sicurezza draconiane. Penso che i diritti non possano rincorrere la sicurezza, ma debbano precederla con la prevenzione, l’amore e la giustizia sociale. Lo so, in questo modo non si potranno evitare tutte le stragi, perché qualche folle criminale fuori di testa sarà sempre in azione e non sarà sempre possibile fermarlo (come nel caso del giovane di Monaco). Eppure credo che questo sia l’unico modo per limitare i danni.
Avere letto che la Norvegia ha scelto, dopo la strage di Breivik all’isola di Utova nel luglio 2011, di mettersi in discussione, in nome dei suoi principi di Stato di diritto, i cui valori sono validi anche per i nemici che lo vogliono distruggere, mi ha fatto pensare che una società avanzata non dovrebbe mai rinunciare alla sua umanità, anche in nome della sicurezza dei suoi cittadini, per dimostrare di essere migliore del male che combatte.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, luglio 2016

Caino: cattivo e colpevole per sempre… Carmelo Musumeci

colpevole

Ecco un pezzo del nostro Carmelo.

Un pezzo importante perché si tratta della riflessione in merito ad alcune affermazioni, molto dure, che gli sono giunte.

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Proprio in questi giorni una mia nuova amica di penna, Giuliana, mi ha scritto: «A tutti gli uomini deve essere data la possibilità di pentirsi (come ha fatto nostro Signore sulla croce) e di incamminarsi nel mondo in una nuova vita, e ciò deve essere fatto dagli uomini verso i propri simili con amore e… misericordia». (Diario di un ergastolano: http://www.carmelomusumeci.com )

Lo so! Non è facile confrontarsi con gli studenti che entrano in carcere per partecipare al progetto “Scuola Carcere”. Spesso è anche doloroso leggere alcune loro lettere come questa: «(…) Ha rafforzato la mia convinzione che non tutti abbiano il diritto di essere recuperati. Carmelo Musumeci, incontrato ai Due Palazzi, capo di una banda malavitosa in Versilia, condannato inizialmente al 41 bis per racket, attentato, esecuzione, omicidio e una serie di altri reati, ha sostenuto che il carcere sarebbe completamente da abolire e che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni. Potrei trovarmi d’accordo con queste affermazioni se cominciassimo a considerare il valore di una vita umana uguale a quello di un fastidioso insetto o di un oggetto di cui disporre a proprio piacimento.
In tal senso, considerando che il signor Musumeci, durante il suo racconto, si è soffermato su particolari ricchi di pathos come il non ricordarsi più il sapore dell’acqua del mare o il proprio aspetto al di fuori dal volto, o come la stranezza di tornare a casa e di vedere i suoi nipotini, non posso fare a meno di pensare che le persone vittime dei suoi reati difficilmente possono godersi ancora una vacanza con i propri cari, specialmente se sotto un metro di terra. Non avevano forse anche loro lo stesso diritto alla vita, alla libertà e agli affetti che tanto viene preteso da chi quella stessa vita, quella stessa libertà e quegli stessi affetti li hanno
tolti?»

Senza voler dare peso al fatto che le carte processuali che mi hanno condannato dicono che le vittime dei miei reati mi hanno sparato sei colpi (tutti a segno sul mio corpo), mi cade il cuore a terra al pensiero che adesso, oltre a continuare a pagare la mia condanna, devo iniziare a scontare un’altra pena, quella legata al fatto che “mi è andata bene” o “che me la sono cavata” se, dopo venticinque anni di carcere, sono uscito per qualche giorno in libertà.
Continuo a pensare che si possa diventare cattivi quando, fin da bambino, ti manca una via di scampo o alternative (o sei così debole da non vederne) e ti senti impotente. Nella mia testimonianza ho affermato “che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni” perché, nella maggioranza dei casi, la galera distrugge le persone e perché spesso la pena viene usata per bastonare il cuore e le menti dei prigionieri. Giustamente, la società condanna il male, ma sono poche le persone che si domandano l’origine di quel male: probabilmente perché non interessa la loro vita. Rispetto il parere espresso da questa studentessa, ma non sono d’accordo sul fatto di sostenere che certe persone siano irrecuperabili e che rimarranno cattive e colpevoli per l’eternità. Le relazioni e gli incontri sono quelli che ci fanno crescere e sono convinto che i cattivi possano migliorare se vengono aiutati ed educati (che, letteralmente, significa “lasciar venire alla luce”, “trarre fuori”) alla tenerezza, all’amore e alla speranza. Purtroppo, però, il carcere, così com’è gestito in Italia, ci insegna solo a diventare ancora più cattivi.
In ogni caso, qualora si ritenga che alcune persone siano dei mostri, allora meglio condannarli a morte piuttosto che murati vivi per l’eternità.

Sono fortemente convinto che non esista alcuna persona irrecuperabile e che nessuno debba essere identificato solo con il male che ha fatto. Con un po’ di aiuto, potrebbe emergere anche il bene che ha già in sé e che potrebbe esprimere. Inoltre, penso che non ci sia miglior “vendetta” per la società che educare le persone perché, solo se si cambia interiormente, il colpevole può rendersi conto del male che ha fatto e solo allora potrà lasciar emergere il senso di colpa e l’onesta consapevolezza del danno commesso. Il senso di colpa, infatti, è la più terribile delle pene, peggiore del carcere e dell’ergastolo. Per fortuna (o per sfortuna) molti lo ignorano e preferiscono solo tenerci in carcere e buttare via le chiavi.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Maggio 2016

L’ultimo sorriso tra le sbarre a Marco Pannella… di Carmelo Musumeci

pannella

La morte di Marco Pannella ha significato per i detenuti la morte di quella che era considerata una vera e propria Leggenda.

La vicenda politica di Marco Pannella è lunga e controversa. Ma anche chi lo criticava, riconosceva (spesso) in lui una profonda statura umana, non facilmente riscontrabile in gran parte degli altri politici.

I detenuti lo hanno sempre avuto caro perché Pannella si è sempre battuto generosamente e appassionatamente per i diritti e la dignità dei detenuti. La sua morte è stata come un asteroride per tutto il mondo del carcere. Gran parte dei detenuti, da tanti anni, lo considerava come un proprio Padre, un Padre morale.

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La notizia della scomparsa di Marco si è sparsa all’improvviso da una cella e da una finestra all’altra e in tutte le sezioni del carcere di Padova.
Molti detenuti hanno abbassato gli occhi e il tono della voce. Qualcuno ha scrollato la testa. Altri ancora si sono ammutoliti. Tutti si sono sentiti come abbandonati a se stessi.
Qualcuno ha urlato dalle sbarre della sua finestra: “E adesso quale sarà quel politico che ci darà voce e lotterà per i diritti dei carcerati o avrà il coraggio di proporre un’amnistia?”. Andrea gli ha risposto: “Nessuno”. Roberto ha aggiunto: “La stragrande maggioranza dei politici è d’accordo solo su una cosa: riempire le carceri come delle scatole di sardine e usare l’emergenza criminalità per continuare a prendere voti e continuare a rubare.” Antonio s’ intromette nella discussione: “Non bisogna generalizzare, ci sono anche i politici onesti”. Raffaele si incazza: “Sei proprio scemo, non lo sai che in Italia essere garantisti e abrogazionisti della pena dell’ergastolo fa perdere i voti e consenso elettorale?” Lorenzo lo appoggia: “Guarda che fine hanno fatto quei pochi politici che si sono sempre impegnati per la legalità in carcere, sono scomparsi dal Parlamento. Gli altri politici lo sanno che il carcere in Italia non è altro che lo specchio di fuori, dell’ingiustizia, della sofferenza, dell’emarginazione e la discarica degli avanzi della società perbene e disumana, eppure non alzano un dito, perché non hanno il coraggio e il cuore che aveva Marco Pannella”. Interviene Sandro: “Io penso che il carcere così com’è non dà risposte, il carcere è una non risposta, il carcere è il male assoluto. Non si può educare una persona tenendola all’inferno. La si può solo punire, farla soffrire, distruggerla, e dopo di questo anche il peggiore assassino si sentirà innocente. Solo un carcere aperto e rispettoso della legalità può restituire alla società dei cittadini migliori”.

Ascolto dalle sbarre della mia finestra i discorsi dei miei compagni, ma non intervengo perché penso che adesso sia il momento del silenzio e di trasmettere tutta la nostra solidarietà ai familiari, ai radicali, (in particolar modo a Sergio D’Elia e a Rita Bernardini) e a tutti quelli che volevano bene a Marco.
Ciao Marco, eri il mio eroe e mi sei stato da esempio, ora mi sento un po’ orfano. Spero che nel posto dove sei ora non ci siano prigionieri, né carceri, ma sono sicuro che dovunque tu sia adesso, continuerai a lottare contro il Dio di turno per migliorare i diritti degli angeli o dei diavoli.
Un ultimo affettuoso sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova 19 maggio 2016

Roverto Cobertera di nuovo in sciopero della fame… di Carmelo Musumeci

cobertera

Avevamo già parlato della paradossale situazione di Roverto Cobertera, attualmente detenuto a Spoleto.

Il suo principale accusatore ha ritrattato, ma non è ancora stata fissata l’udienza per la revisione del processo.

Roverto ha già fatto lo sciopero della fame. E ha deciso di riprenderlo.

Come scrive Carmelo, nel pezzo che leggerete, c’è la possibilità per ognuno di noi di provare a dare una mano perché sia fatta giustizia nei suoi confronti.

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Roverto Cobertera di nuovo in sciopero della fame

 La verità per Roverto Cobertera non può più aspettare

Sembra incredibile che la stragrande maggioranza dei detenuti si dichiari innocente e qualcuno storce il naso. Eppure, i dati e i numeri ci confermano che molte delle persone che vengono arrestate, in seguito sono ritenute innocenti.

Si può essere condannati e mandati in carcere per tanti motivi: per scelte di vita sbagliate, per difetti caratteriali, per cattiveria, per sopravvivenza, per amore, per ignoranza, per solidarietà, per ingiustizia sociale, per depressione, e per tante altre cose che abitano l’animo umano.

Roverto è stato condannato un po’ per tutti questi motivi, ma è anche vittima lui stesso di un errore giudiziario: egli si è sempre dichiarato innocente dell’omicidio per cui è stato condannato all’ergastolo.

E per dimostrarlo è disposto a lasciarsi morire di fame.

Dopo la ritrattazione del suo accusatore, reo confesso di quell’omicidio, ha iniziato diversi digiuni, che gli sono costati un paio di ricoveri in ospedale.

Da diversi mesi, i suoi legali hanno presentato la richiesta di revisione del processo, ma se i tempi della giustizia italiani sono lunghi quando ti condannano, lo sono ancora di più quando devono ammettere che si sono sbagliati.

L’altro giorno, durante l’ora d’aria, ho incontrato Roverto, molto segnato nel fisico da questo nuovo sciopero della fame.

Nei suoi occhi ho visto la tristezza, la sofferenza, la disperazione e la rabbia perché i giudici non gli hanno ancora fissato l’udienza per decidere la revisione del suo processo.

Mi ha confidato che non vuole più continuare a vivere da colpevole, ma vuole morire da innocente.

Ho tentato di convincerlo che è troppo presto per morire.

Lui ha sorriso.

E ha scrollato la testa.

Poi mi ha risposto che, probabilmente, è troppo tardi per non farlo.

A mia volta, mi sono chiesto: che posso fare per Roverto Cobertera?

Credo di poter fare ben poco.

Forse, però, potete fare qualcosa voi del mondo libero.

E lancio un appello alla società civile per indirizzare al Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Brescia un’email a questo indirizzo ca.brescia@giustizia.it    o una cartolina a questo indirizzo postale  Via Lattanzio Gambara, 40 -25121 Brescia,   con scritto:

 “Si sollecita pronuncia su richiesta di revisione per Roverto Cobertera”.

Grazie a tutti quelli che si attiveranno per fare sentire fuori e dentro la voce di Roverto, perché lui non ne ha più.

Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci

Padova, Maggio 2016

“L’isola dei famosi” vista da un ergastolano

Asinara
Pubblico oggi questo brano del nostro Carmelo.. dove.. dalla visione di un programma televisivo… emergono dalla memoria i richiami di quando lui fu detenuto nell’isola dell’Asinara.
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“Il mare e il cielo si confondevano. Non c’era orizzonte. La chiamavano l’isola del diavolo perché quel posto ricordava l’inferno e lì dentro c’erano i prigionieri più dannati di tutti. L’Assassino dei Sogni era appoggiato nel punto più alto dell’isola. Da secoli stava lì sotto la pioggia e sotto il sole e cercava di organizzare la vita delle sue vittime in modo da proibire di sognare. Da lassù mangiava l’anima, il cuore e l’amore dei prigionieri.” (da Gli uomini ombra, di Carmelo Musumeci; Gabrielli Editore).
 

Non vedo molti programmi televisivi perché penso che di solito allo spettatore rimane solo la possibilità di guardare qualcosa che c’è già. Piuttosto preferisco leggere per ricevere e creare qualcosa che non vedo ancora. Sinceramente, leggere mi coinvolge molto più che guardare la televisione perché, mentre lo spettatore trova le immagini della vita e del mondo già confezionate, il lettore le trova dentro di sé. In poche parole penso che lo spettatore televisivo abbia un ruolo passivo mentre il prigioniero che legge ha più possibilità di partecipare e creare la vita e il mondo di cui non fa più parte.

Da un paio di mesi, però, sto seguendo il programma televisivo “L’isola dei famosi”. E qualche mio compagno mi sta prendendo pure in giro per questa strana passione, ma è più forte di me. E con tutta sincerità vi confido che vedendo i “naufraghi” su quest’isola fra tante difficoltà e che fanno la fame non posso non ricordare quando, nel lontano1992, arrivai sull’Isola del Diavolo (così i prigionieri chiamavamo l’isola dell’Asinara in Sardegna). Le dichiarazioni dei partecipanti di questo programma che soffrono di solitudine, abbandono e nostalgia, mi stanno facendo tornare in mente quello che ho passato quando sono stato prigioniero in quella maledetta isola per ben cinque anni. Sì, è vero, i protagonisti di questo programma, a differenza di me, non hanno commesso nessun reato e sono andati lì di loro spontanea volontà. Ma le loro parole ed emozioni mi hanno  suscitato ugualmente questi ricordi.

Era il luglio del 1992. Faceva un caldo torrido. Ero arrivato sull’isola con gli elicotteri dei carabinieri. Appena sceso, mi presero in consegna le guardie che mi scaraventarono in una gabbia allestita provvisoriamente al centro del capo sportivo davanti alla famigerata sezione Fornelli. Notai subito che non c’era muro di cinta. Non serviva. Eravamo in un’isola. Il mare era il muro di cinta. Tre elicotteri, per trasportare i detenuti sull’isola, facevano avanti e indietro da Porto Torres all’Asinara. Solo a tarda sera finirono di scaricare carne umana. La gabbia ormai era piena. Eravamo schiacciati come sardine. Avevamo una sete tremenda. Le guardie ci diedero solo una bottiglia d’acqua a testa. E ci urlarono: “Se la finite subito, peggio per voi… ve ne aspetta solo una al giorno”. Ad un tratto le guardie si schierarono a destra e a sinistra. Lasciarono libero un corridoio che portava dritto dentro il carcere. Le guardie avevano scudi in plexiglass e manganelli nelle mani. Ad un tratto aprirono il cancello. Lanciai un’occhiata al percorso che dovevano fare. E subito pensai che sarebbe stato difficile non prendere qualche manganellata in testa. Corsi come un forsennato. Chi cadeva era perduto. Eravamo presi anche a calci e pugni. Io correvo piegato in due con le braccia alzate per cercare di ripararmi dai colpi di manganello. Cercavo di proteggermi la testa, ma le manganellate arrivarono proprio lì. Ad un tratto sentii un colpo secco in testa accompagnato da una fitta tremenda di dolore. Sbandai come un ubriaco. Proprio mentre stavo per cadere, mi sentì afferrare per il collo dalla maglietta. E un compagno riuscì a trascinarmi con sé. Arrivammo dritti nel corridoio della sezione. Le celle erano già aperte. Man mano che le celle si riempivano le guardie, chiudevano il cancello. E sbattevano il blindato. Alla prima che vidi vuota, m’infilai dentro al volo. Una volta che mi chiusero il blindato alle spalle cercai di riprendere fiato. Era talmente arrabbiato che tremavo. Mi sentivo sfinito come se tutte le energie avessero abbandonato il mio corpo. Pian piano sentii i battiti del mio cuore rallentare. Mi guardai intorno. L’aria sapeva di chiuso. E di muffa. Mi accorsi subito che più che in una cella mi trovavo in una vera e propria tomba. Le celle dell’Assassino dei Sogni dell’Asinara erano allocate nella parte meno illuminata della prigione. Mancava l’aria. E la luce. Dalla finestra della cella si poteva vedere solo una fetta di cielo. La parte più alta. Nella finestra c’erano doppie file di sbarre. E poi, per completare l’opera, c’era una rete metallica fitta. Ad un tratto scoprii che sanguinavo dalla testa. Avevo tutta la maglietta imbrattata di sangue. Mi faceva male la testa e mi sembrava di averci dentro una vespa impazzita. Strinsi i denti. Cercai con gli occhi il lavandino. Era vicino al gabinetto. Aprii il rubinetto. L’acqua veniva giù marrone. Sapevo che non era potabile ma non mi avevano detto che fosse così sporca. Mi lavai la ferita. Dallo specchio sopra il lavandino vidi che avevo una profonda ferita in testa. Avevo pure una ferita al sopracciglio. Pensai che forse avevo bisogno di qualche punto di sutura, ma decisi che non fosse il caso di chiamare nessuno. Ero inzuppato di sudore, sangue e rabbia. Non sapevo cosa fare. Poi decisi che era meglio sdraiarsi sulla branda. Mi misi a pensare ai miei figli. Prima di addormentarmi lo facevo sempre ma, quel primo giorno nell’isola del Diavolo, mi addormentai dopo pochi secondi.

Nel giro di poche settimane i detenuti si adattarono a qualsiasi angheria. Per le guardie diventammo come dei giocattoli. E le guardie iniziarono a trattarci come bestie. Ci umiliavano, ma noi non reagivamo. Alle guardie non erano mai capitati dei detenuti così docili. E ne approfittarono. Molti di noi piuttosto di reagire decisero di diventare pentiti. Alcuni mafiosi di spessore arrivavano nell’isola e dopo pochi giorni andavano via come collaboratori di giustizia. Molti di noi si sentivano morti. Io però mi sentivo ancora vivo.

La doccia era concessa solo una volta a settimana. Ogni detenuto aveva tre minuti per insaponarsi e sciacquarsi. A volte i tre minuti diventavano due.

Ricordo quella volta in cui mentre faceva la doccia un mio compagno, Tiziano, per provocazione i tre minuti erano diventati uno.  Lui era ancora insaponato, non gli diedero il tempo di sciacquarsi che batterono le chiavi sul cancello.. Era il segnale per uscire dalla doccia. Tiziano non uscì. Gli chiusero l’acqua e si prepararono per andarlo a prendere con la forza.

Sentii la voce di Tiziano: “Figli di puttana… non mi fate paura… bastardi… venite uno per volta se avete coraggio.” Non potevo lasciarlo solo in balia di quei bastardi. La cosa più furba era di stare zitto ma non avevo mai lasciato un amico solo. E non lo feci neppure quella volta. Incominciai a battere il cancello. E a gridare: “Cornuti… cornuti…se lo toccate, vi ammazzo come cani.” Un brigadiere urlò: “Andate a prendere anche a lui…li picchieremo insieme…con una fava prenderemo due piccioni. Aprirono anche la mia cella. Pensavano di tirarmi fuori di forza, invece mi scaraventai come una furia fuori dalla cella con lo sgabello in mano. E corsi verso la doccia. Le guardie non se lo aspettavano. E rimasero per alcuni istanti fermi. Solo una guardia tentò di bloccarmi nel mezzo del corridoio. Usai lo sgabello come una clava. E lo colpii in faccia. La guardia crollò per terra come un sacco di patate tenendosi le mani in faccia. Le guardie si ripresero subito dalla sorpresa. E mi circondarono. Mi scrutarono con la bava alla bocca. E gli occhi lucidi di odio. Stavano per saltarmi addosso, ma ad un tratto sentirono una voce sopra tutte le altre. Si fermarono. La voce veniva da dietro le loro spalle. Era quello del mio compagno “Fermi!” Si bloccarono. Era una voce autoritaria. Loro erano abituati a ubbidire inconsciamente. Si voltarono. E videro il mio compagno impassibile con un tubo di ferro nelle mani. Quell’energumene aveva tirato via il tubo dalla doccia facendone un’arma micidiale. Le guardie s’impaurirono. Da cacciatori all’improvviso diventarono prede. Fecero subito qualche passo indietro. Il mio compagno invece di fermarsi avanzò facendo girare il tubo nell’aria. E si mise a urlare. “Figli di puttane… che fate, scappate?” E rideva. Non l’avevo mai visto così incazzato. Si era trasformato in un uomo delle caverne. La sua espressione era diversa, sembrava un folle. Pensai: “Ora ci ammazzeranno di botte.” Eravamo spacciati. Dall’altra parte del corridoio erano arrivate una diecina di guardie con gli scudi di plexiglass e i manganelli nelle mani. Era la fine. Tiziano ormai era impazzito e andò incontro alle guardie con il tubo di ferro nelle mani. E lo vidi scaraventarsi in mezzo alle guardie. Vederlo era uno spettacolo, quel tubo di ferro se lo passava da una mano all’altra e poi piombava giù negli scudi in plexiglass che andavano a pezzi. Si scatenò l’inferno. Gli altri detenuti presero un po’ di coraggio e iniziarono a battere i blindati. Il mio compagno si esaltò e divenne una furia. Un paio di guardie più furbe delle altre preferirono circondare me perché sembravo meno pericoloso. Incrociai i loro sguardi. Feci un respiro profondo. Provai a colpire con un calcio la guardia di destra, ma mi colpì con una manganellata al collo. Barcollai, ma non caddi. Mi appoggiai con la schiena alla parete. Pensai che se cadevo a terra ero perduto. Non feci in tempo a finire di pensarlo che le due guardie mi piombarono addosso. E mi schiacciarono con gli scudi di plexiglass nel muro. Poi mi ritrovai subito per terra bersagliato da una pioggia di manganellate. Ad un tratto mi arrivò una manganellata secca nella tempia. Sentii una fitta tremenda. Vidi tutte le stelle dell’universo. Intuii che stavo perdendo i sensi. Poi non sentii più nulla. Mi svegliai al buio. Cercai di intuire dove mi trovavo. Non mi trovavo nella mia cella. Sentivo male in tutte le parti del corpo, soprattutto in testa. Mi passai la mano nei capelli e trovai buchi e grumoli di sangue dappertutto. Battevo i denti dal freddo. E il cuore mi batteva al contrario. Sentivo la fronte zuppa di sangue. Sprofondai nell’angoscia. E nella tristezza. Poi mi misi faticosamente in piedi. Sentivo il sapore del mio sangue in gola. Ad un tratto tossii e un grumolo di sangue mi andò in gola. Provai a sputarlo. Mi uscì un  rivolo di sangue. Poi cercai a tastoni l’interruttore della luce. Lo trovai e lo feci scattare. Si accese una lampadina al soffitto. Mi strizzai gli occhi, un paio di volte, per abituarli alla luce. Poi ebbi la forza di guardarmi intorno. Vide che c’era un grosso topo che strofinava il muso nel sangue che aveva sputato. Provai a dargli un calcio, ma il topo fu più veloce e scappò da un buco della rete della finestra. Poi sferrai diversi pugni nei muri da una parte all’altra della parete, fin quando non mi sanguinarono le mani. Nessuno mi rispose. Ero solo, disperato e isolato. Sentivo male nel corpo e nell’anima. Sentivo male dappertutto. Rimasi nell’isola del Diavolo per cinque lunghi anni.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova maggio 2016

www.carmelomusumeci.com

L’apertura di un nuovo carcere: una sconfitta per la società… di Carmelo Musumeci

rovigos

Il nostro Carmelo Musumeci scrive le sue riflessioni sulla scia dell’apertura del nuovo carcere di Rovigo.

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“Un Paese misura il grado di sviluppo della propria democrazia dalle scuole e dalle carceri, quando le carceri saranno più scuole e le scuole meno carceri. La pena deve essere un diritto; se sia condanna deve poter essere condanna a capire e capirsi” (Giuseppe Ferraro, docente di Filosofia all’Università Federico II, Napoli).

In questi giorni leggendo i giornali mi hanno colpito alcune dichiarazioni di politici e uomini di Istituzioni rilasciate per l’inaugurazione del nuovo carcere di Rovigo, vissuta un po’ come una festa: “(…) con soddisfazione, ha esordito con un eloquente “ce l’abbiamo fatta.”(…) Ieri a Rovigo è stato il giorno della festa. (…) È stato un grande segnale di civiltà. Ma servono inasprimento e certezza delle pene: questo ci chiedono i cittadini.” (Il Gazzettino, 1 Marzo 2016)

Io credo che ci sia poco da festeggiare per l’apertura di una nuova prigione, perché nel nostro Paese il carcere produce, nella stragrande maggioranza dei casi, nuova criminalità. Non lo dico solo io che sono un avanzo di galera, ma lo dice lo stesso Ministro della Giustizia: “Siamo un Paese che spende 3 miliardi di euro all’anno per l’esecuzione della pena, più di tutti gli altri in Europa e siamo il Paese con il più alto tasso di recidiva di tutta l’Europa.(…) Un carcere che accoglie delinquenti e restituisce delinquenti non garantisce sicurezza.”  (Il Gazzettino, 1 marzo 2016).

Sostanzialmente il Ministro della Giustizia conferma l’alta recidiva che esiste nelle carceri italiane: infatti, il 70% dei detenuti che finiscono la loro pena rientrano presto in carcere e le carceri minorili rappresentano, di fatto, l’anticamera di quelle per gli adulti.

Signor Ministro, credo che lei abbia ragione perché il carcere così com’è ti fa disimparare a vivere, ti fa odiare la vita e ti fa sentire innocente anche se non lo sei.
E credo anche che se qualcuno volesse cambiare il modo di ragionare è destinato a  soffrire di più, se tenta di togliere la maschera da “cattivo” e mostrare la propria vulnerabilità come tutti gli uomini, rischia di rimanere schiacciato da un sistema che in realtà non mira a rieducare l’uomo. Forse per questo molti detenuti preferiscono non cambiare e fingersi sempre dei duri, per difendersi dalla sofferenza della detenzione e sopravvivere. Mi creda, in Italia la prigione è l’anti-vita, perché nella stragrande maggioranza dei casi qui da noi il carcere ti vuole solo sottomettere e distruggere. Non penso certo che quelli che stanno in carcere siano migliori di quelli fuori, forse però in molti casi non sono neppure peggiori, ma con il passare del tempo lo diventeranno se vengono trattati come rifiuti della società.

Signor Ministro, fra queste mura si hanno poche possibilità di scelta, perché spesso è “l’Assassino dei Sogni” (il carcere come lo chiamo io) che condiziona come, quando e cosa pensare. Purtroppo, va a finire che spesso si dimentica chi e cosa siamo, col rischio di diventare cosa fra le cose.

Signor Ministro, mi permetto di citare un brano della tesi di laurea di una volontaria, Anna Maria Buono:

 “La mia esperienza di relazione di aiuto si svolge in questa struttura alternativa al carcere situata a Monte Colombo, della Comunità Papa Giovanni XXIII. È una casa colonica, in mezzo al verde, abbastanza grande da ospitare una ventina di persone. Ha un grande cortile da cui si accede all’entrata principale, sulla quale spicca un grande cartello in cui è scritto “L’uomo non è il suo errore”. (…) C’è un grande salone di soggiorno, una grande cucina, un laboratorio per il lavoro, e le camere con i letti a castello. Completa il tutto un orto, un pollaio, un cortile dove si passeggia, si gioca, si prepara il barbecue, una piccola palestra all’aperto. Qui non vi sono cancelli, sbarre, tutte le porte e finestre sono aperte, non vi sono guardie.”

Signor Ministro, dalle notizie di stampa il nuovo carcere di Rovigo è costato 30 milioni, ma non sarebbe stato meglio investire quel denaro in strutture alternative al carcere come questa appena citata?

Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci

Padova, marzo 2016

Recensione di un ergastolano ateo a “Il nome di Dio è misericordia”

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Pubblico la recensione fatta dal nostro Carmelo Musumeci del libro “Il nome di Dio è misericordia”, libro interista di Andrea Tornielli a Papa Francesco.

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Carmelo, non ti preoccupare se non credi in Dio perché Lui crede in te. (Suor Grazia)

Suor Marie Agnes mi ha mandato il libro-intervista di Andrea Tornielli a Papa Francesco dal titolo: “Il nome di Dio è misericordia” (Piemme) .
Leggo di tutto, ma di solito i libri religiosi li lascio sempre per ultimi. Questa volta, sia perché Papa Francesco mi è simpatico, sia perché ha abolito la pena dell’ergastolo (definendola “Pena di Morte Mascherata”) nella Città del Vaticano, ho letto subito questo bel libro.
Le risposte di Papa Francesco ad Andrea Tornielli riportate sul libro ti illuminano il cuore. Eccone alcune: “Tu puoi rinnegare Dio, tu puoi peccare contro lui, ma Dio non può rinnegare se stesso, Lui rimane fedele. (…) Chi non crede in Dio, non è vero che non crede in niente, perché comincia a credere a tutto. (…) L’amore di Dio c’è anche per chi non è nella disposizione di ricevere il Sacramento. (…) Senza la misericordia, senza il perdono di Dio, il mondo non esisterebbe. (…) Mi spiace di non essere pentito. Quel dispiacere è il piccolo spiraglio che permette al prete misericordioso di dare l’assoluzione. (…) Nel dubbio si decida sempre in favore della persona che è sottoposta a giudizio. (…) Anche san Pietro e san Paolo erano stati carcerati. Ogni volta che varco la porta di un carcere mi viene sempre questo pensiero: perché loro e non io? Io dovrei essere qui, meriterei di essere qui. Le loro cadute avrebbero potuto essere le mie, non mi sento migliore di chi ho di fronte. (…) Non c’è giustizia senza perdono.

Vi confido che fin da bambino in collegio non ho mai avuto simpatia per i preti e le suore. Mi ricordo che a quel tempo la cosa che odiavo di più era che tutte le sante mattine mi portavano di forza in chiesa per ascoltare la messa. Io non avevo mai avuto un’educazione religiosa e non capivo perché dovevo stare in ginocchio davanti a un Signore sconosciuto messo in croce, anche perché a quel tempo pensavo di non aver nulla da farmi perdonare, a parte forse la colpa di essere nato.
E così ho iniziato molto presto a litigare con Dio. Qualcuno in seguito mi ha detto che anch’io alla mia maniera sono credente, perché credo di non credere.
Da grande le cose sono cambiate soprattutto da quando nel 2007 ho incontrato nel carcere di Spoleto Don Oreste Benzi (Fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII) che incredibilmente appoggiò il primo sciopero della fame collettivo degli ergastolani, per l’abolizione della “Pena di Morte Viva”. Subito dopo conobbi Suor Grazia, monaca di clausura del Monastero di Pratovecchio, che è diventata un po’ la mia musa religiosa. E tempo fa la sua Priora, dopo le sue ripetute insistenze, le ha concesso di uscire dal monastero per venirmi a trovare. L’incontro con Suor Grazia è stato bellissimo. Lei è graziosa, delicata e fragile. Tutta cuore e anima. Mi è sembrata un uccellino che ha preso il mio cuore come suo nido per tutta la durata dell’incontro. Bella, solare e buona. Piena d’amore di Dio. Solo le persone come lei mi fanno venire il dubbio che forse Dio esiste. Mi ha raccontato che c’era un ladro che andava a rubare l’elemosina al loro convento. Loro invece di andare a chiamare i carabinieri gli hanno lasciato un bigliettino con scritto: “Se hai bisogno vieni da noi”. E i furti sono finiti.

Continuo però ancora a credere di non credere, ma cerco di comportarmi come se Dio mi guardasse. Penso che credere in Lui sia la soluzione più a portata di mano, ma credo pure che sia anche la più difficile. Poi penso che in tutti i casi di Dio non si può sapere nulla, anche perché lui è un anarchico e ti lascia libero di credere o di non credere. Sotto un certo punto di vista assomiglia un po’ a Papa Francesco, ma forse è meglio affermare che sia lui ad assomigliare a Dio. E la lettura di questo libro ti avvicina un po’ a tutti e due.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, febbraio 2016

L’ergastolo… di Giovanni Zito

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Giovanni Zito -il nostro caro amico detenuto a Padova- è stato forse l’autore più prolifico di questo blog.

Da un bel po’ di mesi, però, non scriveva.

Recentemente mi ha inviato, in allegato ad una lettera personale, una serie di suoi articoli che volentieri pubblicherò, a cominciare da questo, che ritorna sulla tematica dell’inaccettabilità dell’ergastolo.

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L’ergastolo è una pena superiore alla vita di una persona. Non si può scontare una pena così sproporzionata che va oltre la propria esistenza. Chi vive con una condanna del genere sa di morire in qualche angolo di un penitenziario. E’ una pena perpetua che scioglie ogni legame affettivo e familiare. Che uccide nel decorso del tempo ogni forma di speranza. E se non c’è speranza nella vita di una persona, che senso ha tenerla in vita per morire domani?

Gli Stati europei hanno superato da moltissimo tempo questo grado di disparità di vita con la massima pena di 30 anni, proprio perché una pena così devastante può nuocere sia al condannato che alla sua famiglia. In un Paese civile e democratico, come è l’Italia, affrontare un tema del genere sembra una utopia. Ma un giovane che abbia un commesso un errore all’età di 20-25 anni e a cui viene inflitta la condanna dell’ergastolo, non ha più un mondo da vivere, ma una eutanasia; cioè ha da aspettare la morte dentro un cubo di cemento. Mentre sarebbe più opportuno recuperare il soggetto stesso così come prevede la nostra costituzione italiana.

Il Vaticano, la sede del Papa, ha rimosso l’ergastolo proprio in virtù di clemenza e lungimiranza. Che poi nel nostro Paese ci sono due tipi di ergastolo. Quello ostativo, che non rientra in nessuna forma  di pena alternativa né di rieducazione. E’ rivolto a tutti coloro che hanno commesso determinati tipi di reati nell’ambito della criminalità organizzata e che solo una eventuale collaborazione porterebbe alla libertà. In poche parole per uscire vale il sistema “una vita per un’altra vita”. E poi c’è l’ergastolo ordinario, cioè il cosiddetto “comune”; in cui l’ergastolano esce, in presenza di determinate condizioni, dopo 26 anni di carcere, ma rimane vincolato al sistema della pericolosità sociale. 

Oggi gli ergastolani nel nostro Paese sono oltre 1500, e solo una piccolissima parte può beneficiare di poche ore di “libertà”. Nessun uomo dovrebbe vivere così perché non è vita, e non è neanche morte. Un ergastolano lo sente dentro di sé l’odore del dolore, della disperazione causata dalla propria giovinezza. 

Oggi l’ergastolo è la follia della democrazia, una deviazione della subcultura che affligge il nostro Paese. Mentre una pena certa porta sicuramente un notevole cambiamento culturale e sociale, in quanto si possono recuperare quelle vite spezzate dal dolore perpetuo. Scontando una pena certa si incide nel futuro del condannato recuperando il soggetto stesso. Non possiamo dimenticare le persone che attualmente hanno scontato più di 20-25 anni di carcere, e persino chi ne ha scontati più di 30. E a chi attualmente ha 50-55 anni, cosa resta da vivere? E quante ne sono morte nelle carceri con questa pena sulla pelle. Usiamo spesso e volentieri la parola sicurezza, ma forse dimentichiamo che dietro questa banale parola chiamata sicurezza è stata fatta una forma di violenza agli ergastolani che non chiedono altro di scontare una pena certa per un futuro migliore da vivere. Per ricordarsi che ancora ci può essere la speranza di un domani.

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