Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Il tempo… di Tommaso Amato

tempo

Ecco una poesia -segnata da malinconia- di Tommaso Amato detenuto a Spoleto.

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IL TEMPO

Attendere un momento che non arriva mai,

è come coltivare un arbusto che non produce frutti.

Così come il contadino aspetta invano una raccolta che non arriva mai.

Allo stesso modo, l’ergastolano indugia inutilmente nell’attendere i raccolti.

Perché zappa un terreno che non germoglia mai.

Spoleto  07-08-2014

Il condannato a vita

Tommaso Amato

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Lettera di Antonio Piccoli (prima parte)

Franz

Alcuni giorni fa mi giunte una lettera di un detenuto che ci scrive per la prima volta, Antonio Piccoli, recluso a Catanzaro.

Dalle parole che scrive si capisce che ha tanto da raccontare.

A partire da una lunga lettera che arriva a toccare anche la sua vicenda e che, per permetterne una migliore leggibilità, ho distinto in due parti. Di cui questa è la prima.

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“Il vero male è l’indifferenza” diceva Madre Teresa

In risposta a quanti non osano ascoltare, ma solo giudicare:

contro ogni barriera e pregiudizio, un confronto è segno di civiltà e una prospettiva di apertura sociale per tutti.

I detenuti, definitivi o in attesa di giudizio,  colpevoli o innocenti che siano; non più malati da circoscrivere e isolare, ma persone cui va garantito rispetto, dignità, partecipazione sociale e pari opportunità in vista di una loro redenzione e reinserimento; valori legati alla tutela più ampia degli esseri umani: “recidere il reo che può essere utile” è medievale.

La conoscenza nasce dal e nel confronto. Voglio condividere e rispettare ogni opinione, critica e disappunto, ma non se dettati dall’ignoranza.

Qualche tempo fa ho avuto modo di leggere (tra i tanti moti di solidarietà e positivi) un commento sul “blog di Corigliano”,  in risposta ad un mio precedente articolo pubblicato sul quotidiano “L’ Ora della Calabria”, ove qualcuno ha scritto che “le carceri non devono essere hotel… ma luoghi di espiazione… che non bisogna lamentarsi… “.

Condivido, non devono essere un premio e una comodità. E se fossero solo umani?

“… sono luoghi malsani e morbosi, dove la gente impara a morire e sottomettersi… dove non possiamo dimenticare la nostra storia… anche di un profondo Sud.. e la nostra Cultura, che sono soltanto altre forme di violenza, dove è facile deridere cose e persone; dove la gente è capace di molto amore, affetto, calore umano e generosità. Ma, mio Dio, quanto sappiamo odiare! Ogni due, tre ore esaminiamo il passato, lo rispolveriamo e lo gettiamo in faccia a qualcuno”.

Ogni male non giustifica atrocità, altrimenti saremmo da biasimare alla pari dell’assassino, se così fosse. E chi di noi non ha mai peccato o sbagliato. Tutti meriteremmo atroci sofferenze, di vivere in un mondo simile al girone dei dannati “dantesco”, ove tutti dovremmo morire per colpe vecchie e nuove.

Rabbia d’egoismo, solitudine e tanto altro ancora. E’ ciò che ci porta a scatenarci, in mancanza di empatia, contro chiunque. Non è l’odio o la ragione che ci portano ad essere aggressivi, in tutte le sue forme (anche verbali), ma il pregiudizio, che altro non è se non degenerazione dell’ignoranza: abbiamo abbandonato la carità nel nostro triste mondo, di questo mondo allo sbando, ove dell’edonismo abbiamo fatto la nostra filosofia di vita, sempre alla ricerca della forma e non dell’essenza, dell’apparire e non dell’essere; ove i valori li cerchiamo nelle cose materiali e non  nello spirito.

Al di là della mia personale condizione e situazione (e se fossi veramente innocente così come mi professo? Chi sta fuori e mi conosce bene, sa. Se fosse vero quanto contestatomi, l’ingiustizia sarebbe ancora più grave, poiché con centinaia di loro ho vissuto e mi sono accompagnato, ho condiviso gioie, speranze e dolori. Tutti questi sarebbero complici o stupidi?).

E’ vero, la galera non deve diventare divertimento: espiazione di pena? Sofferenza? Auotodafé o cosa?

Così com’è pur vero che “nessun uomo è così cattivo da non poter essere salvato”, e non l’ho detto io, benché mi pregi di recitarne la citazione e di condividerne il pensiero; ma Gandhi (uno sciocchino qualsiasi che ha contribuito a fare la storia di una grande Nazione, il cui esempio, la sua lotta, resteranno immortalati nelle menti e nei libri di storia per i tempi avvenire).

D’altronde hanno ragione loro: qui non è peggio che stare fuori, tra i salotti dell’ipocrisia. Qui i muri sono sozzi, lì tutto è sudicio. Qui topi e scarafaggi crescono in terra, lì camminano eretti con forma antropomorfa. Qui siamo troppi in una cella, lì siamo ingombranti, pronti a toglierci lo spazio e soffocare il nostro vicino.

Ho vissuto un tempo di cui non andare troppo fiero, a tratti vergognoso. Una società torbida, ove l’empatia e la carità lasciano il posto all’egoismo e alla perdizione dell’animo, abbandonando ogni virtù e l’insegnamento dei nostri genitori, certamente più saggi di noi. Ma questo è il mondo che ho trovato e che, anche mia colpa, ho imparato ad accettare per comodo. Tutti noi siamo colpevoli del nostro tempo, dei suoi mali, ove la virtù riecheggia nelle nostre anime come il frangersi dei flutti sulla battigia.

Non lasciamo che i nostri poco rifulgenti incarnino gli altrui ideali. Rivendico al Governo, fatto di uomini e istituzioni, la funzione che fu dei nostri padri, didattica educativa. Ma esso è semina di vizi, focolaio di corruzione, ricettacolo di banditi. Un buon Governo fa buoni cittadini, e buoni cittadini fanno grande una Nazione, cui ognuno deve ispirarsi.

Sono figlio del mio tempo e al mio tempo mi sono adeguato con silenzio. Chi direttamente, chi col proprio silenzio, tutti siamo complici e colpevoli. Una parola detta è un silenzio rotto: basta tacere, sempre pronti, col nostro falso perbenismo, a scagliarci contro chiunque, pur ignorandone ogni colpa. Se ciò che fuori ho lasciato è gente  riottosa, pronta a giudicare e mossa da rabbia, allora ho lasciato il male per trovare il meglio: me stesso.

Dimentico della bellezza di una vita morigerata, ho vissuto lascivo e licenzioso, non esente da vizi, ma ciò non giustifica quanto mi sta accadendo. Ho lasciato un mondo che ho trovato e che col nostro silenzio abbiamo fomentato, pronti a giudicare e a sprizzare veleno sulle altrui disgrazie.

Prima di indagare sui mali degli altri, correggiamo i nostri; il giudizio temerario è figlio della superbia e dell’invidia, frutto di superficialità, che fa esagerare i difetti altrui.

Non vi è giustizia che valga il sacrificio di una sola vita innocente: qualsiasi innocente può essere diffamato, ma convinto di reità non può che essere colpevole.

Se chi tanto cinicamente ha puntato il dito, avesse solo ascoltato, ne converrebbe con me che “la pena non è sempre equa; dell’incapacità dei magistrati; dell’incapacità della pena a rieducare; della volontà della legge e dei giudici a punire, non a reinserire”.

Io, “… angaria da un infame e premeditato sopruso. La vergognosa ingiustizia diviene duplice, quando capisci che (viene dalla legge) mi viene negata la protezione della legge. Ma si vuol (si deve) combattere a ogni prezzo simili iniquità giudiziarie e vivere le proprie reazioni come un dovere di fronte al mondo (dovere che dovremmo sentire tutti, colpiti e non). Ciò che  ne consegue è “il senso della giustizia ciò che fa, della vittima, un brigante e un assassino”.

In effetti, “il senso dell’ingiustizia, sopportata ma non riconosciuta, prima ancora che non punita, sta fra le nostre leve interiori più imperiose”.

Io, colpevole di essere innocente, punto il dito e accuso:

Gent.mo lettore, allego due lettere che avevo intenzione quanto prima di fare pubblicare, con le quali voglio esternarle alcuni miei pensieri sul controverso tema della giustizia, e alcune denunce e sentimenti che la mia travagliata e tragica situazione mi impongono.

Da oltre tre anni e otto mesi soffro ingiustamente una misura cautelare carceraria, ma di ciò no vi voglio tediare.

Oggi la paura di vivere ci toglie un tratto di umanità; la paura della legge ci uccide più del male e della fame; il problema è volere capire dov’è e qual’è il male.

Se sapessimo ogni qual volta la cosa giusta da fare saremmo dei saggi.

Voler apostrofare a tutti i costi gli italiani, quei “demoni e santi”, è un ‘offesa alla nostra memoria e alla storia, un vilipendio alla verità: al Sud i demoni, sterminateli.

Così, ancora una volta, dopo oltre un secolo e mezzo, in questa “terra di confine” non si applicano principi costituzionali e democrazia; oggi come allora l’Italia civile è divisa in due. Il Mezzogiorno d’Italia, e la Calabria in particolare, lo si vuole sottomesso e oppresso, senza speranza né futuro. Così come nel Risorgimento e ai tempi del “brigantaggio”; la “Legge Pica” viene applicata da “Magistratura Sabauda”, Tribunali speciali  e processi sommari ci giudicano e condannano: come si può pensare di reinserire e rieducare una vittima di ingiustizia soggetta a soprusi?

Oggi sul fenomeno delle mafie, come allora sul fenomeno del brigantaggio, le verità profuse sono nebulose e vengono incartate da processi farsa ove appare solo un barlume di verità. Ai tempi dell’Unità, se brigante era un meridionale esso era un criminale da trattare alla pari della peste, se brigante era un emiliano, esso era considerato “cortese”, così come definito da Pascoli il brigante Passatore: “il Passatore cortese”; anche la letteratura ci è avversa. Ma la verità non è come la polenta: se la si mangia al Nord è buona, e se la si mangia al Sud è… la verità deve essere unica al di là da chi la si scorga o la si racconti ed accerti.

Non mi stancherò mai di recitare una celebre citazione di Aristotele: “preferire la verità è un dovere morale”, ed io aggiungo che a essa non si deve pervenire che servendosi di vie oneste. Ma la verità spesso viene travisata e propagandata a piacimento dello scrivente sul martoriato Sud Italia.

Ma al Sud sono davvero tutti mafiosi e collusi? Anche chi non lo è? I fatti sembrerebbero non affermarlo, almeno non più di quanto è nel resto del globo, ma ciò poco importa: ad affermarlo e accertarlo, con metodi autoritari, basta la sola volontà dei Giudici. Soppressa la Costituzione va di scena la repressione poliziesca, la caccia all’uomo è scatenata e il luogotenente Cialdini avrà di che deliziarsi.

(FINE PRIMA PARTE)

 

“…

“Io Vivo già Morto”- introduzione… di Marcello dell’Anna

fuogos

Il nostro Marcello Dell’Anna di cui abbiamo già pubblicato nel corso di questi mesi, in tre puntate, il testo “Regime penitenziario” (oltre a tanti altri pezzi, articoli, riflessioni), ci ha inviato un altro suo testo, dal titolo:

“Io Vivo-Già Morto”
La “pena di morte viva” in Italia
L’ergastolo ostativo

Questo testo comincia con delle “Riflessioni personali” a mo di introduzione. Riflessioni che fanno capire la portata morale e intellettuale del testo di Marcello.

Marcello, trasferito nel carcere di Badu e Carros a Nuoro, da fine luglio dell’anno scorso, è una persona che simboleggia il cammino di trasformazione in carcere. Incarna alla perfezione le infinite possibilità del cambiamento umano. Nel tempo si è appassionato alla cultura, e si è dedicato totalmente allo studio, fino alla laurea. La seduta di laurea la visse da “uomo libero”; ricevendo un permesso di 14 ore senza scorta.

Marcello ha scritto libri, ricevuto encomi ed apprezzamenti. 

In lui si percepisce quel rinnovamento esistenziale che è una fioritura di nuovi valori nell’essere. La sua è stata una “riscoperta della vita” da tutti i punti di vista. Prima di lasciarvi alla lettura di queste “Riflessioni”, cito un brano dal testo che leggerete:

“A cosa serve il tempo se non lo si impiega in prospettiva di qualcosa? E’ il tempo l’ancora che permette di ritrovare se stessi e in carcere con il tempo costruisci tutto. Anche in carcere la vita passa, ma nulla dipende da te, tutto dipende dagli altri. Solo il tempo dipende da te, solo il tempo è tuo. L’importante è non farselo togliere dal “primo venuto” perché è con il tempo che si costruisce tutto ciò che serve per poter dire che la civiltà deve essere uguaglianza, parità di diritti , rispetto delle regole e rispetto per gli altri. E’ solo così che il carcere con la sua solitudine diventa il punto di arrivo del proprio passato e il punto di partenza per il “verde” futuro. Sì, proprio in quelle “mura”, fatte soprattutto per togliere e non per dare. Oggi vedo con “nuovi” occhi che mi permettono di poter guardare oltre quel “muro”, altrimenti perpetuamente infinito, che per tanti anni ha rappresentato una barriera che mi impediva di “guardare” fuori, mi impediva di sognare, mi impediva di vivere…”.

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Riflessioni personali

Ergastolo….

…. E’ ovvio che per essermi meritato una simile condanna, i miei reati siano stati gravissimi. Però, per quanto siano gravi i reati che ho commesso – e per quanto mi abbiano segnato in maniera irrimediabile- essi sotto il profilo temporale rappresentano comunque solo una frazione  infinitesimale della mia vita: la mia condanna. Fine pena MAI riguarda infatti reati che ho commesso tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Il confronto con la realtà di oggi, invece, ha aperto nuovi scenari e infiniti interrogativi nella stessa misura in cui i titoli di studio conseguiti hanno spalancato in me canali di luce schiarendomi le ombre e illuminando la mia esistenza. Luce che anche oggi continua ad indicarmi la strada e che, per quanto faticosa sia, gli interessi culturali sono così abbaglianti tanto da arrecarmi un appagamento interiore.

Le circostanze passate mi hanno spinto a pormi molte domande alle quali credo di avere risposto nel modo migliore. E seppure il mio cammino sembra ricolmo di insidie, ciò contribuisce a maturare lo stato di cose attuale e, nell’immediatezza, l’evidente crescita culturale non lascia margini di dubbio. Mi auguro di vivere a lungo perché mi piace sottolineare che sarà il tempo a cristallizzare il responso sull’opera di domani.

L’errore “di un tempo” è stato annientato dalla riflessione, così come l’ignorante e l’arrogante “d’antan” ha lasciato il posto all’umile studente di oggi.

Del mio passato, tutto è diverso, perché tutto è cambiato e se nulla è più come prima, lo devo a me stesso; al mio senso critico; alla voglia di rispondere alle infinite domande che quotidianamente affollavano la mia mente; ala voglia di guardare in faccia i miei cari facendolo a testa alta.

Sono certo che questa mia “metamorfosi” contribuisca a riparare alle mie sciagurate azioni di un tempo. I sacrifici ripagano sempre e ritengo un vanto potere affermare che giorni, mesi e anni ingobbito sui libri di scuola hanno rivoluzionato e fatto crollare tutto ciò che di inutilmente nocivo albergava in me.

Oggi, guardandomi indietro, mi sembra incredibile che io possa essere stato diverso di come invece sono diventato. Ma tant’è!

Sia chiaro però che, ponendo l’accento su quel pugno d anni che hanno segnato per sempre la mia vita, non intendo affatto accampare scusanti o giustificazioni, o peggio ancora ridurre le mie responsabilità. Intendo solo rivendicare il mio umano diritto a non riconoscermi soltanto in quel giovane ragazzo che, oltre 20 anni fa e per tutta una serie di circostanze estreme e irripetibili, si è ritrovato a compiere atti che ora paga amaramente. E pagare non significa soltanto scontare, giorno dopo giorno, una condanna lunga come tutta la vita che hai davanti. Pagare vuol dire anche  convivere con un peso sulla coscienza che il trascorrere del tempo non riesce ad allentare, perché ti insegue giorno e notte, impedendoti di dormire serenamente anche quando sei stanco morto. Per quel che mi riguarda, è come se non fossi mai veramente solo: ho come la sensazione di vivere fianco a fianco con il rimorso per la gravità delle azioni che ho commesso. Come in una sequenza fotografica proiettata all’infinito, le immagini di quegli atti si ripetono nella mia mente. E poi il processo, lo sguardo delle persone “insopportabile” da reggere. Un brivido di dolore e un forte senso di colpa ogni volta che ci ripenso e ciò avviene troppo spesso… Non si può rimediare del tutto al reato commesso né pretendere il perdono delle persone coinvolte. Si può soltanto sperare di raggiungere un equilibrio interiore per cercare di diventare persone migliori, e, questo può essere realizzato solo tentando  un approccio per essere ascoltati… Se oggi scrivo cose così intime e delicate, non è per impietosire qualcuno (per nulla al mondo strumentalizzerei così meschinamente le sofferenze altrui) ma lo faccio per farvi capire quando sia pesante il conto che il carcere e la propria coscienza presenta a tutti. E sono anche certo che non esistano pene in nessun ordinamento giuridico che siano in grado di rafforzare l’autorevolezza della legge o tali da raggiungere l’obiettivo di cancellare il dolore dalle eventuali vittime dei reati.

Nelle mie considerazioni sul fatto che mi trovo in carcere, io e la mia vita spezzata veniamo per ultimi: ed è giusto così, perché in fondo… “io me la sono cercata”. I miei cari invece non fatto nulla, ma proprio nulla, per meritarsi il dolore, l’angoscia e i mille disagi materiali e morali che gli ho procurato. Vorrei che questo messaggio passasse senza volere sminuire in alcun modo la responsabilità delle mie azioni, senza cercare giustificazioni, senza avere un atteggiamento vittimistico. Non per usare captatio benevolenti o sterili frasi ad effetto, ma la mia vita, e soprattutto la mia personalità, sono divenute tutt’altra cosa di quanto sventuratamente decisi di adottare un sistema di vita del tutto miserevole. Vorrei francamente convincervi in tutta buona fede che tutto il grappolo dei miei comportamenti antigiuridici si è diramato come una fallace conseguenza e concatenazione di episodi antigiuridici  figli di una stessa madre ovvero quella associazione criminale volgarmente ma efficacemente denominata nelle sedi tribunalizie come Sacra Corona Unita. Associazione criminale che di Sacro non aveva assolutamente nulla e, in termini attuali, la ritengo francamente una oscenità giuridica e civile. Giungere oggi alla persona che sono e  non a quella che ero è stato per me la rescissione radicale di rapporti, relazioni, brame di facile arricchimento, abbandonando una certa forma mentis e certe logiche deviate e devianti che hanno prodotto come risultato la distruzione quasi totale della mia vita. Ho ritenuto di riappropriarmi di quanto è possibile riappropriarsi della propria esistenza, dei propri affetti famigliari e della propria dignità. Oggi ho preso piena e totale coscienza di quanto fatto, e, quindi, dello scotto che ho dovuto giustamente pagare.

In tutti questi anni ho avuto il tempo per cercare dentro me quelle “risposte” sul perché “oggi” sento il dovere di poter parlare di giustizia per la giustizia. La migliore forma di giustizia è quando la società contribuisce a guarire coloro che “ieri” si sono trovati ad infrangere le regole e che “domani” possono ritornare con una visione diversa sentendosi anche loro parte integrante della società sana e onesta. 

Il problema che più scoraggia la società e tutti gli addetti ai lavori, è bene dirlo, sono le realtà poco felici di coloro che approfittano per ritornare ad essere peggio di com’erano prima. In qualunque ambiente  ci sono le realtà  negative. Allora domando: perché bisogna sacrificare i vari tanti per i vari pochi? Se ognuno di noi volgesse lo sguardo verso i migliori si ridimensionerebbero da soli anche i peggiori…

A cosa può servire emarginare questi luoghi quando prima o poi l’emarginato d’oggi si ritrova in mezzo alla “folla” di domani? Come emarginato può costruire solo un piccolo e misero bagaglio negativo che, gioco forza, “domani” porterà e userà fuori in mezzo alla società.

Invece la società può e deve rappresentare un’alternativa al passato, mentre il detenuto sta scontando la sua pena. Serve che la società tenda  ad eliminare le condizioni che favoriscono quei comportamenti devianti agendo efficacemente sulle cause e non, come solitamente accade, enfatizzandole e lasciandosi “travolgere” dagli effetti.

La società è la madre dei propri “figli”.. ed è da dentro il carcere che si possono dare quelle risposte concrete a quella “domanda” sempre più crescente e legittima di sicurezza per tutti i cittadini. Diversamente, quando arriverà il fatidico giorno, colui che ritorna libero rischia di sapere fare meglio solo quello che “sapeva fare prima” perché nessuno ha “saputo” offrirgli quell’alternativa che probabilmente lo potrebbe levare da quell’ambiente che lo aveva visto protagonista in negativo.

Ma per “vivere” l’alternativa serve che lo stesso detenuto sia fortemente motivato, disponibile a rimettersi in gioco e a ripartire; e ciò può avvenire quando ognuno di noi è in grado di riconoscere e risolvere costruttivamente e positivamente i problemi del presente in prospettiva del futuro.

Sono fermamente convinto che il  più efficace deterrente per la sicurezza dei cittadini sia principalmente investire con coraggio nella fiducia di quanti come me hanno  conosciuto il male e si sono incamminati verso il bene. Di quanti come me intendono il carcere non uno “squallido parcheggio” ma un “filtro rigeneratore”: Ma tutto ciò può avvenire solo se la Società civile non assuma le sembianze di un “gigante” che divora i propri “figli”… ma accolga nel suo “seno” quanti sono usciti dal proprio “grembo”:

Si dice che a sbagliare non si è mai da soli, ma si rimane nel momento in cui si deve pagare. Purtroppo tutti ci siamo trovati di fronte a dei bivi e non sempre si è avanzato nella direzione giusta ma, anche attraverso una realtà negativa, si può e si deve trovare l’occasione per cercare la sua parte positiva e anche gli errori, se è così, servono per crescere ed emanciparsi.

Non va dimenticato, inoltre, che dentro il carcere ci sono persone che hanno commesso degli errori e persone che hanno subito degli errori e l’errore più grave sta nel convincersi che sia gli uni sia gli altri diventino, “d’ufficio”, la casta dei pari, per un verso, e gli irrecuperabili per l’altro.

La vita ci lancia continuamente guanti di sfida, temprando i più forti, fiaccando i più deboli, questa vita che non risparmia nessuno e nessuno può penetrare gli arcani. Ed è proprio il mistero della vita stessa che dovrebbe renderci più u mili, farci capire la nostra fragilità su tutto quello che ci accade e che ci circonda. Anche per questo non dobbiamo mai sentirci arbitri degli altri ma solo di noi stessi. 

Il detenuto, mano a mano che passano gli anni, avverte sempre di più il peso ed i “morsi” della solitudine. Oggi, dopo tanti anni, non mi sento solo. Forse tutto questo è servito a farmi riflettere, a farmi crescere e a farmi capire e vedere cosa c’è dentro di me, ma, soprattutto, cosa mi mancava e cosa stavo cercando.

In carcere ho vissuto un lungo periodo dove la condizione di solitudine era determinata dal regime stesso a cui si era sottoposti. Sentivo sempre la mancanza di qualcosa che mi permettesse di potere contrapporre me alla solitudine. Mi mancavano quelle motivazioni che danno altri sentimenti”!

A cosa serve il tempo se non lo si impiega in prospettiva di qualcosa? E’ il tempo l’ancora che permette di ritrovare se stessi e in carcere con il tempo costruisci tutto. Anche in carcere la vita passa, ma nulla dipende da te, tutto dipende dagli altri. Solo il tempo dipende da te, solo il tempo è tuo. L’importante è non farselo togliere dal “primo venuto” perché è con il tempo che si costruisce tutto ciò che serve per poter dire che la civiltà deve essere uguaglianza, parità di diritti , rispetto delle regole e rispetto per gli altri.

E’ solo così che il carcere con la sua solitudine diventa il punto di arrivo del proprio passato e il punto di partenza per il “verde” futuro. Sì, proprio in quelle “mura”, fatte soprattutto per togliere e non per dare. Oggi vedo con “nuovi” occhi che mi permettono di poter guardare oltre quel “muro”, altrimenti perpetuamente infinito, che per tanti anni ha rappresentato una barriera che mi impediva di “guardare” fuori, mi impediva di sognare, mi impediva di vivere…

Tra mille difficoltà e diffidenze credo che anche in carcere, dove tanto “ossigeno” che si “respira” è fatto di ferro e cemento, può nascere la speranza che permette di sentirsi vivi… vivi dentro. Anche chi è privo della libertà, come da tanti anni, può fare delle scelte: io sono riuscito a ritrovar me stesso, e con me stesso ho scelto di rinascere e crescere divenendo una persona diversa e migliore di quella che ero, attraverso lo studio, il lavoro, l’amore per la mia famiglia. L’AMORE: sentimento e vocazione per cui vale veramente la pena di combattere ogni anno della propria vita.

Da qui la necessità di un rinnovamento, una rinascita che coinvolge l’essenza più intime dell’essere in senso socialmente positivo e produttivo. Queste riflessioni vogliono essere un ulteriore, totalmente produttivo e altruistico gesto della mia vita. A voi amici lettori porgo il frutto di queste riflessioni maturate in questi anni di carcere.

Uomo… di Giovanni Zito

Giovanni Zito -detenuto a Carinola- è uno degli autori storici di questo Blog.

Di lui in archivio troverete una marea di materiale.

In lui l’ironia travolgente si alterna a malinconie sconfinate, e  momenti di surreale andamento, dove i simboli parlano come poesia, tracciando un segno al confine tra parole e dolore, tra lividi e spirali del tempo.

Un po’ come in questo suo pezzo.

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Rotolando verso il fondo, trovo ancora il silenzio nascosto. Lo sento palpitare dentro di me questo rumore assordante..”uomo”.

Sto cercando quel calore fiammante sgargiante che attiri la tua attenzione del giorno appena trascorso dietro un velo di gioia riposto “uomo”.

Poi volano parole senza senso nel tempo di chi cade per non essere più tu.

Basta, si può essere vivi anche così “uomo”.

Santi e chiese non fanno per me, preti e padroni figli della stessa forza. Miracoli scadenti in momenti di illusioni.

Cerco fino in fondi in piedi “uomo”, dietro le mura davanti alle sbarre grida con la penna. Solo così le parole andranno in cerca del sapore, busseranno alla pora del tuo vicino sospetto “uomo”.

Silenziosamente questo muto scritto sarà letto, osservato, spiato.. coraggio del reduce, passaggio del tempo piombato.

Croce presente perenne dal diluvio, costante matricola di zeri “uomo”, che allunga, che stende il minuto di luce del volto sconosciuto del mittente sbagliato.

In piedi accanto al tuo letto la foto di un flash della memoria, lontano pensiero nei miei occhi, nelle mie mani, tra le dita e poi domani.. “uomo”.

Il silenzio logico del mio cammino, un traguardo ostinato e lento, come il sogno irraggiungibile estraneo, come il battito del mio cuore “uomo”.

La diversità è una ricchezza… di Domenico D’Andrea

Un testo di Domenico D’andrea, detenuto a Padova, uno dei nuovi amici che quest’anno sono apparsi sul Blog. Domenico si è dedicato allo studio e alla conoscenza con una dedizione disumana, arrivando a “raccogliere” due lauree e due master, cosa credo sia un record europeo. Crede tantissimo nella riconciliazione e nel rapporto umano, e costruisce velieri, magnifici, fatti a mano in ogni loro elemento,e per chi volesse o regalare qualcosa di vera qualità e aiutare anche un detenuto che combatte da anni contro le ristrettezze economiche può ordinargliene uno (per saperne di più sui suoi velieri vai al link.. ).

Domenico scrive anche dannatamente bene, e ve ne accorgerete da un testo come quello che pubblico oggi, scritto in occasione dell’iniziativa “La diversità è una ricchezza”, organizzata dal Comune di Padova.

L’arte, la diversità, i cunicoli di uomini condannati ad un eterno presente, il buio della desolazione, la lotta per il riscatto, arte come  grande madre, i bagliori che dal cuore salgono.

Il testo va da momenti di lucida e tagliente descrizione della deprivazione di certi mondi, come quando Domenico scrive.

“Quindi l’ergastolano, il condannato a morte e l’internato vivono la loro esperienza in un modo non storico poiché il loro tutto si risolve con un “numero” nel loro presente, senza che ne resti una strana frazione del loro vissuto. “

E momenti di irruzione, quando la luce prende la parola, come in questo passaggio..

È un miracolo quando l’istante spezza le catene, eccolo presente, eccolo già sparito. Prima arriva un niente, dopo un altro niente e torna e ritorna come un fantasma turbando la quiete del prossimo istante che viene a negare l’essenza di un esistenza. L’essere umano che non ha la forza di dimenticare il passato, che vede ovunque diversi è un uomo che non crede nemmeno a se stesso.

“La diversità è un a ricchezza. I diversi, condannati al carcere a vita e quelli condannati alla pena di morte, esprimono il loro vissuto, il loro presente, il loro cambiamento attraverso e solo attraverso l’arte. Giuseppe, Pier Vito, Giacomo, Sergio, Mario, Marco, Paolo, Jacopo, Danilo, e tanti altri raccontano se stessi per mezzo dell’arte. Persone invisibili che devono morire in carcere, i diversi,  voglio diventare visibili attraverso le loro opere e attraverso queste si affacciano al mondo civile solo per dirvi che sono ancora vivi e ve lo dicono con l’arte.”

Un testo magnifico, assolutamente da leggere.

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Ci sono tanti modi per essere considerati un diverso e di intendere la diversità ma spesso, quando le diversità incontrano gli estremi dell’impossibile, il diverso diventa invisibile e lo si può trovare solo in un “non luogo”, cioè in un luogo dove nessuno osa mai entrare nemmeno con la fantasia. Ma questo “non luogo” abitato da “diversi” esiste. Qualcuno lo chiama braccio della morte, qualcuno lo chiama ergastolo bianco, altri lo chiamano O.P.G. ma sono luoghi non molto distanti dalle vostre case dove vi sono rinchiuse persone destinate a morire perché lo prevede una legge.

Il carcere a vita non è poi così diverso dalla pena capitale, ed uno stato civile non può e non deve manifestare l’aberrante bisogno di infliggere sofferenza legale per esigenze di controllo sociale.

Generalmente la reazione sociale verso chi ha commesso un determinato tipo di crimine è una reazione sociale violenta forse peggiore del crimine commesso che l’ha scatenata.

Questo breve tema vorrei dedicarlo a tutte le persone “diverse” che a causa di una pena aberrante, prevista da una legge di un paese civile, si vedono costrette a morire in carcere, agli ergastolani innocenti, ai condannati alla pena capitale che hanno ucciso senza mai aver voluto uccidere, agli ergastolani che non hanno saputo o voluto barattare con lo stato il proprio ergastolo con quello di altri. Cioè a tutte quelle persone che da “diversi” stanno morendo fisicamente e lentamente per dare soddisfazione e retribuzione alla società.

Gli oltre 1500 ergastolani, gli oltre 2.000 internati che vegetano negli ancora numerosi ospedali psichiatrici giudiziari italiani e le tantissime persone in attesa di una esecuzione capitale hanno il tuo stesso volto, la tua stessa voce, la tua stessa anima ma non avranno mai più la possibilità di vedere un cielo stellato, l’azzurro del mare e gli uccelli del cielo e ciò che li accomuna è che entrambe sanno di dover morire in carcere ed entrambe non sanno quando dovranno morire. L’amico giorno gli servirà per svuotare il corpo, l’amica notte gli servirà per svuotare l’anima e morirà solo quando sarà depauperato di tutto il suo spirito, di tutti i suoi sentimenti e di tutti i suoi averi, ecco perché gli ergastolani solitamente vengono mandati a morire sempre lontani dalla propria casa, dalla propria famiglia e dai propri affetti.

I diversi di cui vi parlo hanno una percezione del tempo distorta, sono condannati a vivere il tempo che passa in una maniera contorta e dolorosa finalizzata solo all’attesa della propria morte. Determinando una dimensione ansiogena di disorientamento e di continua inadeguatezza, insieme ad una percezione di perdita di controllo sulla quantificazione dei segmenti temporali e delle corrispondenti quantità ed intensità delle energie erogate dal corpo. Scarsità ed abbondanza di tempo risultano perciò in continua tensione tra loro. Per queste persone il tempo è talmente abbondante, data la rigidità deprimente e depauperante del contesto, da risultare annullato da una totale espropriazione, cosi che la tensione tra scarsità ed abbondanza si stempera e si dissolve in una dimensione tanto rigida quanto rarefatta. Il tempo è talmente riempito da una rigidità, routinaria immodificabile, da essere vissuto come tempo assolutamente invasivo e saturo da non lasciare spazio ad alcuna iniziativa del soggetto. Il tempo che vive questo diverso assorbe ogni dialettica e riduce tutte le configurazioni discorsive ad una sola, e il diverso parla sempre e solo di galera dalla mattina alla sera perché, lo svuotamento del tempo, ha svuotato anche tutte le parole e lo svuotamento del tempo corrisponde con lo svuotamento delle idee e dei discorsi possibili accentuando il disorientamento, l’ansia, la deprivazione, l’avvilimento del sé, il senso di impotenza e di perdita della propria vita.

Per l’ergastolano, per il condannato alla pena capitale e per l’internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario la lacerazione percettiva con il tempo esterno appare incommensurabile e irreversibile. La dimensione in cui veniamo proiettati appare collocarci in un “non luogo” assimilabile solo all’inferno dantesco, dove ogni misura appare dissolta e ogni senso del reale definitivamente perduto. Anche questo aspetto temporale rende l’afflittività di queste persone disumana ed abnorme da essere considerata una tortura perenne, centuplicando la perdita di ogni accettabile e ragionevole proporzione tra la pena e il reato commesso.

Una definizione più o meno approssimativa di “tortura” è rappresentata da un tormento psicologico e corporale di varia specie che si infliggeva un tempo ad un accusato o condannato per ottenere una confessione o qualcos’altro che oggi potremmo definire retribuzione.

Il carcere a vita non è  migliore della pena di morte, anzi sotto molti aspetti può considerarsi peggiore poiché una lunga agonia tormentata da una sottile forma di tortura psicofisica anticipa la morte. Tanto è vero che proprio per questo motivo, anche i padri dell’illuminismo, in Francia, aumentarono la pena introducendo la pena di morte nel codice penale del 1791 e fu escluso l’ergastolo poiché giudicato più intollerabile e si previde come sanzione più grave, dopo la morte, la pena di 24 anni.

Il superamento dell’ergastolo e della pena capitale e dell’ internazione negli O.P.G. è anche un atto di civiltà imposto da ragioni di carattere etico-politico. L’ergastolo infatti non è assimilabile ad una pena che potrebbe retribuire la società, ma è una pena qualitativamente diversa, assai più simile alla tortura e alla pena di morte. È una pena capitale anche nel senso della “capitas deminutio” del diritto romano, in quanto è una privazione anche della vita futura e non solo della libertà come dovrebbe essere intesa. È una pena eliminativa che esclude per sempre la persona da ogni forma di società organizzata e umana. È una morte civile che anticipa prima la morte dell’anima e poi la morte del corpo.

Quanto più giovane sarà la persona condannata tanto più lo strazio e il dolore inflitto produrrà i suoi effetti retributivi verso la società. L’ergastolo, la pena capitale e l’internamento in un O.P.G. hanno fame e sete di giovani. Il fatto che non si debba mai più uscire dal carcere, che non si possano fare più cose e gesta normali nel mondo libero, se costituisce evidentemente il punto di forza e insieme il tratto comune per il mantenimento di certe pene, non può costituire di per se sufficiente garanzia di retribuzione e di proporzione della pena rispetto al reato commesso, così come vorrebbe il principio fondante della funzione retributiva della pena. Infatti è evidente come la lunga agonia che precede la morte in carcere sia sostanzialmente tanto più elevata, quanto maggiore è la durata della vita della persona in stato di detenzione. Un giovanissimo che viene condannato alla pena dell’ergastolo retribuisce di più alla società rispetto ad un condannato adulto o anziano che potrebbe retribuire poco perché pochi sono i giorni che gli restano da vivere. È meglio una fine spaventosa inflitta con la pena capitale che uno spavento senza fine inflitto con un ergastolo.

Il carcere a vita e la pena capitale sono esperienze vitali altamente psicotraumatizzanti che possono dar luogo alla slatentizzazione di molteplici forme di patologie mentali e fisiche che spingono la mente del soggetto, spesso, ad ammalarsi di diverse forme di patologie neuropsicologiche e ad impazzire prima con l’eutanasia della mente e dopo con la morte fisica. L’ergastolo può  favorire  la messa in atto di meccanismi psicotici a causa di uno scompenso di un io, già prima fragile, che non riesce a mantenere più il suo precario equilibrio per l’isolamento, per le preoccupazioni legate al fatto che ha commesso, per la paura che l’ambiente può provocare, per la rottura degli abituali legami, per le frustrazioni, per il contatto continuo ed inevitabile con persone insolite e violente, o per altri analoghi fattori psicologici connessi col vivere un esperienza cosi peculiare, quale quella della certezza di dover morire in carcere.

L’abolizione della pena di morte sostituita con la pena dell’ergastolo ha voluto mettere solo a riparo le coscienze del legislatore che non ha più voluto rivestire i panni del boia. “non uccidiamoli più ma lasciamo che si uccidano da soli”. Questo in riferimento a tutta la questione gravissima dei suicidi in carcere.

Innanzi tutto l’essere posti in carcere e vivere nell’ambiente carcerario son già di per sé fattori dotati di alto significato psicotraumatizzante, e pongono chiunque in una condizione vitale particolarmente difficile, dotata di un elevata quantità di stress. Tutti i cinque sensi, di cui un essere umano per natura ne è dotato, non trovano la loro massima espressione. Scattano fattori particolarmente e comprensibilmente disturbanti dovuti dall’isolamento dalla società, dal regime di vita imposto, la lontananza dagli affetti, la paura di perdere tutto ciò che si possiede, l’incertezza della quantità di vita che rimane da vivere e la generale afflittività che questi tipi di pena comportano. Spinta automatica verso il suicidio.

Quindi l’ergastolano, il condannato a morte e l’internato vivono la loro esperienza in un modo non storico poiché il loro tutto si risolve con un “numero” nel loro presente, senza che ne resti una strana frazione del loro vissuto. Siamo persone non più in grado nemmeno di fingere, di non nascondere nulla per apparire in ogni momento “qui ed ora” in un tutto e per tutto come ciò che siamo diventati, quindi non possiamo essere nient’altro che sinceri davanti a ciò che ci aspetta. Mentre l’uomo, l’uomo invece ancora resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato alzando le mani per invocare i migliori diritti per l’umanità, non ascoltando e non guardando però un suo simile che dal patibolo chiede “perché”.

Siamo davvero alle soglie della modernità? La coerenza etica di uno stato di diritto cede spesso di fronte all’utilità materiale dei risultati, non importa a quale prezzo, cioè al prezzo ancora più atroce della vita stessa. L’ergastolo e la pena capitale rappresentano solo uno sfogo necessario ad un incomprimibile ed irrazionale bisogno di vendetta sociale. La pena dell’ergastolo e la pena capitale, in quanto pene che concretizzano una sorta di eliminazione della persona da parte dell’autorità statale, non può che risultare in contrasto con tutti i principi più nobili della nostra costituzione. L’articolo 2 della nostra carta costituzionale riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. L’articolo 27 sancisce il principio della funzione rieducativa della pena … e per rieducazione non si può non intendere risocializzazione e reinserimento con piena reintegrazione dell’individuo

L’eccesso di giustizia è la peggior forma di ingiustizia. L’esilio che confina l’esistenza nel solo ricordo. Ma anche dall’oblio del “non luogo” nascono dei fiori. La rabbia reagisce, emerge la razionalità e anche il volgo e il mondo scientifico cominciano a credere in buona fede che questi diversi, questi invisibili, non siano più un organismo muto e paralitico o privo di lingua o di mani, solo perché la legge gli ha imposto di tacere e di diventare invisibili cadaveri che camminano. Ma siccome che nessuna legge, per quanto sostenuta dalla sua forza, può contro la natura delle cose, così quest’organismo parla, si muove, partorisce arte e idee a dispetto di tutte le leggi. Questo risveglio si genera per le vie meno note, sempre sotterranee e nascoste. L’arte di noi diversi nasce sulle mura del carcere, sugli orci da bere, sui ferri battuti del letto, sui margini dei libri che ci danno con l’idea di moralizzarci, sui fogli di carta si sviluppano disegni. Sulle tele immacolate si dipingono i quadri. Stuzzicadenti, fiammiferi e vecchie forchette diventano arte, scultura, opera.

Ogni opera artistica compiuta da questi diversi è un crimine non commesso.

Storie raccontate, poesie pensate, graffiti sciorinati, ed ecco che l’arte ideata da un diverso, invisibile e condannato a morte, prende forma con le voci di una realtà senza tempo e senza spazio. Sempre pericolosamente affacciati sul baratro di una decadenza fatta di atrofizzazione di ogni elemento creativo e di rinuncia al futuro. Ossia, in ultima istanza, di un fecondo ritorno alla vita stessa identificata con l’agire nell’arte in uno stato di incosciente oblio.

I diversi di cui vi racconto non sanno più cosa sia l’ieri, cosa sia l’oggi e così dall’alba al tramonto, di giorno aspettando la notte e di notte aspettando il giorno che viene, di giorno in giorno, legato brevemente con il suo doloroso piacere di vivere un altro giorno di più, aggrappato allo spinoso istante che giunge e lo travolge. È in quell’istante che questo diverso invisibile esprime se stesso. Sguardo fisso, espressione assente, mille pensieri tormentano il cervello alla ricerca di una via d’uscita, uno sbocco che dia finalmente pace ai deliri di idee che affollano la mente. Quello che si avverte è la presenza di un energia dirompente, pronta ad esplodere, un senso di inquietudine, di angoscia, frustrazione, rabbia. Il bisogno di qualcosa che non si riesce a soddisfare. Un esigenza che diventa quasi incontrollabile e solo la scarica di questa energia può impedire di impazzire.

I sensi si acuiscono e ogni piccola emozione è amplificata al massimo. La percezione del  corpo è ovattata e i confini dello stesso si espandono. Ma ecco che la visione si fa sempre più nitida e il frastuono iniziale si trasforma in quella che potrei definire “un’illuminazione”. Il progetto è chiaro, basta un occhiata alla tela bianca che  si ha di fronte per riconoscere i propri desideri.

Come in uno stato di trance, si muove il pennello sferrando un colpo deciso su quel rettangolo immacolato, violandone la sua purezza, e un altro ancora e ancora e ancora alla ricerca di quella forma perfetta tanto desiderata. Una rapida successione di colpi, quasi volesse penetrare il quadro per scoprirne l’essenza, in modo tale da compiere il viaggio  all’interno di se stessi, alla ricerca della nostra  vera natura. Quando l’opera d’arte di un diverso è compiuta avviene la compensazione.

All’improvviso la carica si affievolisce lasciando spazio alla quiete, alla tranquillità, donando uno stato di piacere misto a soddisfazione e fierezza, quasi una condizione di estasi mentale. Anche solo guardando l’opera, ci sarà  possibile rievocare quello stato di piacere, e non importa se è passato diverso tempo.

La quiete però non dura a lungo. A poco a poco, il ricordo di quei momenti svanisce e il bisogno di sperimentare di nuovo quelle emozioni, e l’esigenza di ricerca interiore, riaffiora inesorabilmente.

Dal milio verde dei bracci della morte, dalle sezioni zeppe di ergastolani che dovranno morire in carcere, dai lettini di contenzione dei manicomi giudiziari arrivano le opere artistiche più belle. Il passaggio di messa in opera dell’artista non è poi cosi diverso dall’atto del crimine che avrebbe  commesso.

Il vedere ciò che fa male all’uomo spesso ci gratifica, ma rispetto all’animale colui che si gratifica si vanta della sua umanità giacché questo soltanto egli vuole e lo vuole però in vano. È un principio biologico che l’individuo sparisca quando le sue imperfezioni gli impediscono di sopportare l’azione naturale dell’ambiente (morte naturale). C’è però differenza tra l’ordine biologico è l’ordine morale. Il primo agisce spontaneamente secondo le regole della natura umana. Mentre nel secondo caso, l’individuo, pur essendo fisicamente idoneo alla vita sociale, viene soppresso per opera ed in forza di una legge dell’uomo, cioè artificialmente.

Cosi non va bene. La legge non può fare in modo che l’esistenza di un essere umano diventi solo un interrotto “essere stato”, contraddicendo e negando se stessa.

È un miracolo quando l’istante spezza le catene, eccolo presente, eccolo già sparito. Prima arriva un niente, dopo un altro niente e torna e ritorna come un fantasma turbando la quiete del prossimo istante che viene a negare l’essenza di un esistenza. L’essere umano che non ha la forza di dimenticare il passato, che vede ovunque diversi è un uomo che non crede nemmeno a se stesso.

La diversità è un a ricchezza. I diversi, condannati al carcere a vita e quelli condannati alla pena di morte, esprimono il loro vissuto, il loro presente, il loro cambiamento attraverso e solo attraverso l’arte. Giuseppe, Pier Vito, Giacomo, Sergio, Mario, Marco, Paolo, Jacopo, Danilo, e tanti altri raccontano se stessi per mezzo dell’arte. Persone invisibili che devono morire in carcere, i diversi,  voglio diventare visibili attraverso le loro opere e attraverso queste si affacciano al mondo civile solo per dirvi che sono ancora vivi e ve lo dicono con l’arte.

Questo piccolo mondo di diversi invisibili non chiede di essere cancellato dall’umanità con un colpo di spugna. Il diverso che ve lo dice con l’arte manipola le sue idee come se fosse uno scultore che deve modellare il materiale che ha scelto per creare l’opera e poi lo dispone in maniera simbolica per rivedere il suo passato. Non è un percorso facile perché riguarda un cambiamento interiore che l’invisibile manifesta con l’arte. Solitamente tutti questi diversi una volta richiusi in carcere, in attesa della morte, scoprono un improvvisa passione per la pittura, per il disegno o per la letteratura poetica.

Giuseppe, Pier Vito, Marco, non dipingono più esseri umani dotati di arti, in una maniera inconscia e convulsiva al posto delle mani dipingono pennelli quasi a volerci dire che quelle mani non serviranno mai più per fare del male ma sono utilizzate e dedicate all’arte.

Ogni opera d’arte compiuta è un crimine non commesso.

Diciamolo con l’arte. Anche i diversi invisibili condannati al carcere a vita chiedono di interrompere questi omicidi legalizzati, che non danno certo un esempio di legalità, spesso lo dicono con l’arte che l’atrocità  per retribuire altre atrocità con le leggi di uno stato democratico non dovrebbero alimentare il fiero esempio specie quando la morte civile inflitta ad un proprio simile viene data con studioso e coscienzioso volere burocratico.

Il “pasticcere” Fabio Valenti.. risponde alle domande

Queste risposte risalgono a un bel pò di settimane fa, in un periodo dove i post urgenti non hanno consentito di inserire testi di risposta ai commenti e alle domande (mi riferisco anche ad altri testi). Adesso l’ho ripescato. Perchè il nostro Valoroso Fabio Valenti… l’amico appassionato di cucina e di dolci, che tiene una rubrica regolare su questo Blog… rispondendo alle domande.. tira fuori qualcosa di sé, nel senso del percorso personale. Soprattutto in conclusione della risposta che dà a La gazza ladra-…. racconta di come è arrivato ad appassionarsi di cucina e di dolci, di come ha imparato, di cosa lo ha motivato. Questi sono momenti preziosi.

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PER L A GAZZA LADRA– cara Gazza ladra. Scusa per il ritardo nelle risposte. Ma, nel frattempo, spesso i “post” si smarriscono, e poi arrivano in ritardo. In più un pò di tempo l’ho perso anch’io. Scrivere non tanto mi piace, ma risponderò volentierie alle tue domande: 1) Riguardo alla differenza di tempo di cottura tra il forno tradizionale a gas e quello elettrico.. dovrebbe essere di 10° C. Quindi, tu dovresti aumentare di 1o° C. rispetto alle indicazioni della ricetta che dovrai preparare. Cosa molto importante: quando metti a cuocere il dolce, imposta il forno nella modalità “statica” (ti sconsiglio l’autoventilato, e mai effetto grill.. se proprio vuoi usare il grill, fallo a cottura ultimata, per dare un buon colore al dolce, ma solo per 1-2 minuti).

2) Sul pan di spagna troverai le ricette che il nostro “paziente” Alfredo trascriverà sul Blog (nel frattempo è stato inserito.. nota di Alfredo). Dividerlo.. voi che potete..:-).. usate il coltello del pane: lama larga e seghettata. Se poi il pan di spagna lo prepari un giorno prima, vedrai che si taglierà con più facilità. Se vuoi fare una torta soffice a strati, ti consiglio il pan di spagna “di pasta soffice a strati”. E’ molto comodo. Io con questo impasto faccio la torta per tutti.. 30-40 porzioni, lunga 60 X 4O cm. Senza fare spreco. In più  è ottima anche per realizzare il zuccotto. Per bagnarlo.. usa il pennello; oppure quelle bottiglie in plastica con i fori sul tappo. Per bagnare i disci senza romperli è sufficiente che tu, prima bagni il primo disco, lo farcisci; poi metti il secondo disco di sopra, livella facendo un pò di pressione con le mani, lo bagni e lo farcisci. Tuttavia se si  rompe, solitamente è perchè è troppo inzuppato di liquido.

3) Farina di mandorle (vorrei averla anc’hio 🙂 ). Puoi usarla in tutte quelle ricette che prevedono la mandorla macinata. Sostituisci la mandorla con la stessa quantità di farina di mandorla. Prova a fare il plumcake alle mandorle.. facile, veloce e buonissimo. Inoltre, visto che mi hai chiesto del pan di spagna e della crostata, puoi inserirla in questi due impasti, togliendo 50 g. di farina e sostituendola con quella di mandorla (Otterrai un pan di spagna più soffice e una crostata ancora più friabile, guadagnandoci anche in sapore).

In ultimo.. mi viene da sorridere. Perchè è la domanda che tutti mi fanno.  E io vi dico: No.. non sono un pasticcere, non ci ho mai lavorato, e in futuro spero vivamente di poter frequentare un corso. Quest’ultimo è realizzabile come desiderio…

Ho iniziato per gioco, il desiderio di  mangiare dolci diversi, fare sempre qualcosa di nuovo. I libri e qualche programma TV hanno fatto il resto. Pensa che per fare una buona pasta sfoglia, con i piccoli segreti che ho appreso nel tempo, ci ho messo più di un anno. Del resto il tempo non mi manca, non avevo fretta. Ho scoperto quesa passione che fa felice anche i miei amici. Questo mi gratifica e soprattutto, mi aiuta a tenermi occupato. Con questo ti saluto. Sappi che sei riuscita dove Claudio ha fallito. Farmi scrivere sul Blog. Un abbraccio.. Fabio.

PER ANTONIA– cara Antonia (dalla bella Sardegna) ti rispond0 con molto ritardo. Gli amici del Blog fanno direttamente salti mortali, specie in quest’ultimo periodo in cui il lavoro è triplicato.. e un pò di tempo l’ho perso anch’io. Scusa. Quanto alla possibilità di modificare le ricette a modo tuo, non solo è possibile, ma devi farlo. Alla base delle ricette c’è la creatività. Pensa che tante ricette, che ancora non ho messo sul Blog, tipo i cioccolatini ripieni, i cornetti, torte al cioccolato o alla frutta… sono nate per gioco… voglia di cambiare… creare.

Naturalmente le ho migliorate nel tempo, grazie anche alle mie “cavie”, e sono tante. Una fortuna che pochi hanno..:-). Sono buoni intenditori, mi sanno indirizzare e consigliare bene. Poi nel caso nostro, in assenza di molti ingredienti e di tutti gli alcolici, è proprio la creatività a soccorrerci. Riguardo i frutti della passione e il sostituirli con queli di bosco e le more.. la penso come te… Prova! Concludo con un saluto.. Fabio.

Contingenza annunciata.. di Giovanni Arcuri (seconda parte)

Pubblico oggi la seconda parte (per la prima vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/01/04/8364/) di questo testo assolutamente straordinario.. Contingenza annunciata.. scritto dall’ultimo, in ordine temporale, degli amici venuto ad aggiungersi alla squadra del Blog.. Giovanni Arcuri detenuto a Rebibbia.

Giovanni ha 54 anni, è detenuto da 10 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati.  La sua vita è stata turbolenta, appassionata, spinta all’eccesso e alla caduta da un’insopprimibile esigenza interiore che lo faceva ribollire dentro, fin da giovanissimo. Il carcere poi piombò nella sua esistenza, come dimensione di sofferenza estrema, ma anche di risveglio e di ripensamento.

Il testo di cui oggi pubblico la seconda parte, è particolarme emblematico riguardo a tutto ciò. Ancora più della prima parte, che già era intensa e splendida. Schizza, con impressioni rapide unite a riflessioni intimissime, il succedersi di spazi di anima e di viscere, che ti entrano dentro e risuonano di tutti i sogni, i pianti, i dolori, le visioni che un uomo vive dietro le sbarre.

Ed è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incaranto delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.

Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.

Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.

Vi lascio a Contingenza annunciata.. seconda parte.. Giovanni Arcuri.. Rebibbia.

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L’esperienza della detenzione è distruttiva, a qualunque ceto sociale si appartenga. Si abbatte come un ciclone su chi vi finisce dentro e su tutti quelli che sono a lui legati affettivamente.

Colpevole o innocente non ha importanza, si è tutti sottoposti agli stessi meccanismi ed alle stesse pressioni. Lo sono anche i nostri familiari, e quindi gli affetti in generale che pagano un prezzo molto alto.

A volte, se la pena da scontare è lunga, si riesce a salvare ben poco.

Il rapporto che il carcere impone con i familiari, e più in generale con i propri affetti, è difficile da descrivere. Nel senso che ci si espone emotivamente su argomenti che provocano sofferenze ed eccessivi coinvolgimenti personali.

L’affettività, quel bisogno irrinunciabile dell’uomo in tutte le sue espressioni, viene soppressa dal carcere con risvolti a volte drammatici.

Si incrinano convincente di anni, proprio perché la totale mancanza di manifestazione affettiva scava nel profondo, pone interrogativi esistenziali, e fa emergere con violenza quel diritto di vivere e quei bisogni che il carcere inesorabilmente impedisce.

La mia vita all’interno del carcere di Rebibbia, dove sono detenuto, è passata per numerose fasi. Dopo lo shock iniziale, ho cominciato a capire che, dovendo trascorrere molti anni in queste condizioni, dovevo trovare degli interessi per non morire interiormente, e mantenere un equilibrio mentale.

Mi sono dedicato alla scrittura fin dagli inizi della mia detenzione e sono riuscito a pubblicare due libri. L’ultimo, Libero dentro, è uscito pochi mesi fa. Per la mia autobiografia ho impiegato quasi tre anni ed ora è finalmente terminata. Ho deciso però di pubblicarla solamente quando  sarò un uomo libero. Scrivere è un lavoro solitario, un lavoro che richiede disciplina, immobilità (fino a provarne il dolore nei muscoli e sul collo…) e concentrazione. Tuttavia il lavoro dello scrittore comporta nello stesso tempo una maledizione e una benedizione. La prima è rappresentata dalla pagina bianca, la seconda dal fatto  che quel biancore accecante può essere riempito in qualsiasi parte del mondo. Basta un tavolo, una sedia, una presa di corrente e una connessione a internet e molta fantasia. Solo chi si trova ad affrontare la pagina bianca può capire quanto grande o quanto piccola possa essere, a seconda dei casi. Quanto pesi o quanto possa essere leggera. E c’è un momento, quando infine le parole sono fissate sulla carta, quando il foglio ha tutte le sue formichine sopra, che sollevo gli occhi e vorrei poter guardare il mare per cercare il suo riflesso.  Nell’attesa  di vederlo, mi limito a guardare fuori dalla finestra della mia cella e spesso immagino quel mare che vorrei avere come scenario del posto dove mi piacerebbe lavorare. Per uno scrittore o un musicista, sviluppare un lavoro di qualità non è sufficiente. L’importante è che la sua opera non finisca ad ammuffirsi in qualche scatolone o cassetto di qualche casa editrice. E in quel caso conta molto anche la fortuna.

Paradossalmente ho iniziato l’avventura di scrittore tra queste quattro mura. Non sapevo all’inizio quanto tempo mi avrebbe preso farlo, anche perché tempo a disposizione  ne avevo molto.

E’ quasi sempre nella notte che comincio a scrivere, poco a poco i rumori vanno scemando, il gracchio dei televisori svanisce quando si passa la mezzanotte e un’atmosfera quasi magica pervade le mura della mia cella. Metto su l macchinetta del caffè e comincio a scrivere. Tutto questo riesce a darmi una sensazione inimmaginabile di libertà. E’ nella notte che si entra nella dimensione interiore dell’ispirazione, della riflessione e purtroppo anche dei rimpianti e della sofferenza. Quando scrivo però non sono più qui, vivo con i miei personaggi, le loro storie e le loro emozioni e sofferenze. Spesso i luoghi sono paesi dove sono stato e conosco quindi nei dettagli gli usi, i costumi, e l’ambiente in cui la vicenda si svolge. Probabilmente in stato di libertà, preso da così tante cose non sarei mai riuscito a scrivere due libri e un’autobiografia. Da questo punto di vista il carcere è stato per me un luogo dove riuscire a mettermi in discussione ed ottenere delle soddisfazioni personali che all’inizio del mio percorso non avrei mai immaginato.

Come dicevo, di solito scrivo nella notte ma oggi ho fatto un’eccezione e sto elaborando il pezzo per il Premio Goliarda Sapienza in orario pomeridiano, un orario dove comunque di solito ci si riposta.  In questo momento sono solo le quattro del pomeriggio, la conta è passata alle 15:30, e non ho sentito nessuno chiamare, ma il rumore dei passi udito precedentemente ora è sempre più forte e vicino. Dedico più attenzione a quello scalpiccio invisibile per vedere che cosa succede. Regolo il volume della radio al minimo per percepire meglio il ritmo. Ascolto, cerco di comprendere, di anticipare gli eventuali sviluppi, in modo da non trovarmi impreparato ad affrontare la contingenza annunciata da quei passi.

Spesso, da fuori delle mura del mio carcere si sente il canto degli uccellini che, con le loro melodie, contribuiscono a formare l’insieme invisibile ma palpabile della vita, la vera vita che scorre lontano, ma che purtroppo non mi trascina con sé, che mi dà soltanto la gioia di affacciarmi alla finestra e guardarla scivolare.

Alcune mattine mi sveglio presto al canto di quei volatili, e mi immagino di trovarmi in campagna, nella grande casa dei nonni materni vicino Roma, dove trascorrevo le mie vacanze estive quando avevo otto anni. Passavo tutto il giorno in mezzo agli animali, mi arrampicavo sugli alberi e mangiavo i frutti appena maturi.

A volte rimango fino all’ora della conta in questo stato quasi ipnotico e dimentico di trovarmi dove sono. In carcere basta poco per essere felici, ci si accontenta dei sogni e si viaggia con la mente.

Tra i tanti sogni c’è quello che una mattina l’agente, mentre mi apre la porta alle otto e trenta, mi dica: <<Prepara la roba, sei liberante…>>. Non succede mai, ed io continuo a straziarmi nell’illusione del sogno.

Sono avvolto dallo stesso strazio, adesso che ho abbassato la musica per sentire nel corridoio vuoto i passi interminabili.

I passi non si sono ancora fermati, dove staranno dirigendosi?

Forse continueranno per l’eternità come il tic tac dell’orologio. Non è l’ora della conta, rifletto guardando l’orologio, è quasi l’ora della posta, a volte l’anticipano.

Quei passi potrebbero essere il messaggero che porta notizie, che, belle o brutte che siano, arrivano sempre attraverso lo stesso corridoio che fende silenzioso l’umanità della gente rinchiusa.

L’agente si ferma davanti il mio blindato. C’è posta per me, notizie da fuori, dalla vita vera.

Dovrei essere contento di essere ricordato da vivi, attraverso la lettera che l’impersonale agente si appresta ad aprire.

L’araldo conosce bene il suo mestiere, sa leggere le facce, l’attesa, il dolore.

Strappa al rallentatore l’angolo della busta, mentre io, con la mente cerco di premere il pulsante dell’accelleratore e con gli occhi sbircio il nome del mittente.

Mi vede aggrondare la fronte dall’impazienza perché non sono riuscito ad identificarlo, e così si sente ripagato. Il disturbo della sua camminata cerca la ricompensa nella mia faccia tesa, ed ora l’ha trovata. Guardo la sua faccia e tremo: ha assunto lineamenti spaventosi, ha gli occhi rossi e le orecchie appuntite, o è solo una mia impressione dovuta al gran caldo.

Riconosco la calligrafia ordinata e pulita di mia sorella e leggo velocemente  la solita introduzione che, terminata, lascia spazio al resto della lettera, fatta di parole consolanti, e di suoni terribili. Leggo, ma mi sembra di udire le parole scritte, il suo singhiozzo invade la mia cella.

Il mio migliore amico, leggo, è morto, e lei, che lo ha visto crescere insieme a me, piange. Mi appaiono immagini sbiadite, sequenze disconnesse, tempi e spazi alterni, di anni scivolati  in discordanti silenzi, lui, il mio migliore amico ormai morto, ed io che passo il tempo nell’attesa infinita di riprendere a vivere.

Chiudo gli occhi e rivedo la sua vita in pochi secondi, un’intera storia passata in rassegna con la velocità della luce. Noi alle elementari a scuola insieme, al liceo maturandi. Poi il nulla. Io lasciai l’Italia dopo il primo anno di università e vi tornai dopo molti anni, ma solamente per brevi periodi.

Lo rivedevo ogni qual volta tornavo a Roma e parlavamo sporadicamente per telefono.

Gli mandavo cartoline dai luoghi più sperduti del mondo, di cui mi disse ne aveva fatto addirittura una collezione.

Nonostante lo abbia rivisto in alcune occasioni dopo la nostra separazione avvenuta quando avevamo entrambi poco più di venti anni, ora mi accorgo che l’ultimo ricordo che ho di lui è un viso da ragazzo dove la barba era appena spuntata senza uniformità.

Tanti anni sono passati da allora, siamo abituati a misurare il tempo frazionandolo in anni, mesi, giorni, ma quando si pensa ad un amico, un’amante o un parente, si misura ricordando gli avvenimenti più importanti della sua vita, a quel punto divenuti sbiaditi, oppure i lineamenti del suo viso sempre più stanco.

Penso al tempo che è scivolato furtivamente dalla mia vita, e lo spezzo in due periodi; una prima parte in cui il mio amico mi era vicino, presente e vivo; ed un’altra in cui è lontano ma ugualmente vivo, sempre fermo nei suoi vent’anni, eternamente presenti nella memoria.

Questo secondo periodo si compone di molte altre vicende, che hanno come scena il carcere dove sono. Non so se è stato felice o triste, se era amato, oppure odiato. Non so nemmeno come era il suo volto nel momento del decesso.  Ignoro se era magro o grasso, ricciuto o stempiato, sorridente o triste.

Noi in carcere conserviamo sempre un ricordo immutabile di chi muore o di chi è lontano. Ho trascorso questi anni di detenzione ricordando in modo anacronistico i miei amici, i miei parenti, le mie donne. Ricordandoli nella loro gioventù, ormai conservata soltanto da me, e cambierò le loro immagini nella mia mente, soltanto se un giorno potrò sostituirle con quelle reali, soltanto se potrò rivederli.

Nel caos di occhi sinceri, bocche indulgenti e dolci, distinguo persone appartenenti al passato, che una volta riempivano il quadro della mia esistenza.

Tutto si muove incolore, senza un ordine di spazio o di tempo.

Ne riconosco tanti, ma non tutti. Mi salutano, mi sorridono, mi fissano intensamente come l’ultima volta che li ho visti.

Quelli che non ci sono più, come il mio amico, hanno lo stesso privilegio di essere rimasti nella mia mente più giovani e più belli di quello che erano nel momento della loro morte.

Forse è per questo che ora mi sorridono: in fondo desideriamo sempre che gli altri ci ricordino belli e giovani, dopo la nostra scomparsa.

La contingenza annunciata è avvenuta come anche quella della mia vita verso la quale, a differenza del segnale dell’araldo , non avevo colto gli avvertimenti che forse avrebbero impedito questo stato di cose. In ogni caso ora chiudo la lettera e finisco di scrivere per inviarvi il pezzo.

 Giovanni Arcuri

Roma, dicembre 2011

Dialogo fra due diavoli all’inferno (Gerti e Carmelo) 22° ed ultimo scambio

I dialoggi tra Gerti Gjenerali e Carmelo Musumeci, due pilastri di questo blog che molti di voi conoscono e hanno imparato a conoscere attraverso i loro scritti qui pubblicati, terminano con quello inserito oggi.  In realtà i nostri due “diavoli” non hanno voglia di smettere, vorrebbero solamente che  le domande non siano più fatte da loro stessi, bensì che siate voi, lettori di questo blog, a proporle. Poi noi provvederemo ad inviarle  e loro risponderanno entrambi alle vostre domande.  

Cambierà solo la modalità, ma i nostri “diavoli” sono più scatenati che mai… E per concludere questo ciclo non potevano che  farlo con un dialogo che è un vero e proprio scoppio di fuochi d’artificio… Leggete e commentate da voi… 

Dialogo fra due diavoli all’inferno

di gerti gjenerali e carmelo musumeci

 

Capitolo ventiduesimo.

 

Gerti: Chi è per te un uomo onesto?

Carmelo: Chi ha una coscienza sociale e universale.

Chi ama senza pretendere di essere amato.

Chi è buono senza interesse per l’aldilà.

E anche  (perché no?) chi accetta, giusta o sbagliata che sia, la sua pena senza usare la giustizia per uscire dal carcere, mettendoci un altro a posto suo.

Gerti: Diavolo, “coscienza sociale e universale”:  tu voli in alto amico mio.

Per me invece, un uomo onesto è quello che si prende le sue responsabilità sempre e comunque.

Un uomo onesto è quello che è coerente con se stesso e fa quello che ritiene necessario per non perdere la sua dignità e il rispetto di se stesso.

Un uomo onesto è quello che impara sempre dai suoi sbagli e va avanti con cuore felice.

L’onestà di un uomo è un cammino interiore fatto solo di un percorso di libertà, che solo la sua anima conosce.

Del resto l’onestà chi non c’è l’ha non la può dare..

 

Gerti:Fede e ragione vengono messe sempre ’una contro l’altra. Ma è davvero irragionevole credere?

Carmelo: Diavolo, non solo è irragionevole credere, ma penso che ci voglia tanto coraggio ad avere fede.

Diavolo, io sono un vigliacco e preferisco credere nell’umanità dell’uomo che credere in un Dio che gli piace giocare a nascondino.

Diavolo, se Dio esistesse lo combatterei anche nell’aldilà come ho combattuto gli dei su questa terra perché i padri eterni non mi sono mai piaciuti.

Diavolo, in questi giorni in un libro ho letto questa frase che mi ha fatto pensare: “la Scienza è una verità momentanea in attesa della prossima verità mentre la religione è solo verità vecchia”.

Diavolo, molti credono perché è più bello credere che non credere.

Gerti: Diavolo, io penso che credere nell’irragionevole ed avere fede in un Dio che, come dici tu, “gioca a nascondino” sia la cosa più importante per un essere umano…

La ragione, la scienza è piena di certezze e prove, ma, amico mio, noi ergastolani non possiamo permetterci di ignorare le parole Fede e Speranza.

Dio, l’universo, il cosmo, l’invisibile e l’inspiegabile, tutto nella sua interezza è dentro di me!

Io ho Fede che pure per me ci sarà un’altra occasione..  e credimi, pazzo di un Diavolo, che non c’è niente di irragionevole nel avere Sogni e Speranza.. e mi sa che hai tu più fede di tutti noi.

 

Gerti:Ho letto dell’uomo che è “il livello della natura dove la natura coscienza di sé”: cosa ne pensi?

Carmelo: Diavolo, dove sei andato a prendere una domanda così difficile?

Piuttosto di dirti una cazzata preferisco non risponderti.

E se ne hai una di riserva più facile, mandamela a dire la prossima volta.

 Gerti: Diavolo, devo essere sincero, questa domanda non è mia, me la fatta una persona molto intelligente e di quelli che hanno la testa sulle spalle.

Potrei dire che davanti alla natura siamo piccoli e indifesi.. potrei dire che la coscienza e la nostra spiritualità sono in un  momento di crisi per il semplice fatto che siamo vicini  alla fine di un ciclo, e l’inizio di una nuova era.

Potrei dire che il livello della coscienza in sé per l’uomo sia lontano per il fatto che siamo lontani dalla Via Lattea.

Sarà la grande natura a decidere quale coscienze sopravvivono e quali no..

La coscienza della grande natura è un tiranno di cui nessun essere vivente può sfuggire all’infinito.

Diavolo mi sa che hai ragione,  è una domanda difficile..

 

Gerti: Diavolo, mi sai spiegare perché il tempo è più potente dell’amore?

Carmelo: E chi ti ha detto questa cazzata?

L’amore è l’energia più forte dell’universo, molto più potente del tempo e persino della morte.

Per questo anche se non credo in Dio credo nell’amore.

E credo che andranno in “paradiso” solo quelli che in questa terra saranno riusciti ad amare.

Diavolo, l’amore è senza tempo e senza spazio, ma io ti nascondo che sto finendo il tempo e il mio spazio.

Gerti: Diavolo, stiamo parlando del tempo.

L’amore è l’energia più potente che esiste nel nostro mondo.. ma il tempo, amico mio, uccide ogni cosa.. tutti quelli che io ho amato nella mia vita muoiono insieme a me, e tutti quelli che hanno ricevuto il mio amore muoiono a loro volta.. e così in una catena infinita..

L’amore che io ho regalato nella mia vita è la fonte di ogni cosa della mia vita.. ma il tempo è così potente… che nulla nel nostro mondo lo può combattere.. e parlo del nostro spazio-tempo..

Non lo so, Diavolo, forse in questo momento della  mia vita ho più “paura” del tempo che dell’amore e, di conseguenza, mi sembra più potente..

E mi sa che hai ragione,  è una cazzata che  a volte penso.

 

Gerti: Che posto hanno nella tua vita le parole?

Carmelo: Hanno poco posto.

Io alle parole preferisco i sorrisi, gli sguardi, le lacrime e le arrabbiature.

Diavolo, alle parole preferisco i gesti del cuore.

Gerti: Le parole sono spesso una manifestazione nevrotica e hanno una potenza che possono uccidere una persona che dà valore ad esse.

Ma allora, mi dirai, diavolo, bisogna smettere di parlare?

Ebbene, ti devo confessare che non sarebbe una cattiva idea smettere di parlare e ti devo anche confidare che è bellissimo ed è tanto semplice.

Tuttavia è sufficiente usare le  parole in quelle poche occasioni in cui servono davvero ad esprimere i nostri sentimenti e l’emozioni.

Anche io come te preferisco gli sguardi.. l’occhio, mio amico, è una cosa incredibile..parlare con gli occhi, sognare con gli occhi, amare con gli occhi,  sono le cose che pochi fortunati hanno il privilegio di conoscere.

 

Gerti: qual è oggi la tua più grande speranza, nell’ambito della parola “libertà”?

Carmelo: Diavolo, in passato pensavo che si potesse morire in diversi modi, ma il più bello era morire vivendo.

Diavolo, non la penso più così.

Ora la mia più grande speranza, nell’ambito della parola libertà è di morire nel sonno questa notte o la prossima, senza soffrire.

E senza accorgermi di morire.

Gerti: Diavolo, che peccato che  te la vuoi svignare mentre dormi, senza che  accorgertene.

Speranza è una parola che amo molto.. è l’unica cosa che mi è rimasta.

Libertà interiore,  e speranza che pure a me l’universo darà un’altra possibilità.

Sempre,  diavolo, vivere con coraggio e libertà nel tuo cuore.

Non mollare mai, non arrendersi mai, rialzarsi dopo ogni caduta,  perché fa parte del disegno dell’universo.

Ogni cosa che ci succede nella vita è una prova da superare..

Nella vita ognuno di noi affronta delle  avversità e difficoltà immaginabili in tempo di pace o di guerra. Ma l’uomo è l’unico a essere nella natura che si “adatta” a qualsiasi situazione.. questa significa per me la parola “libertà”.

Dagli ergastolani di Spoleto

Dagli ergastolani di Spoleto, un testo collettivo, sull’inciviltà e la follia di una pena come l’ergastolo.

Non c’è bisogno di ulteriori premesse.

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Processo alla vita

Non è facile presentarsi con una riflessione sulla pena dell’ergastolo poiché troppi sono gli interventi che sollecitano continuamente, partendo dalla richiesta che le condanne emesse dai tribunali si esplicitano in “pena certa”, un’attenzione morbosa nei confronti della materia “sicurezza”.

Noi, tuttavia, crediamo legittimo e giusto, nonché opportuno per la stessa società civile, intervenire in merito ad un tema che, se ben osservato, può essere qualificato solamente come “morte sociale” perché niente e nessuno può negare il fatto che il “fine pena mai” lacera, umilia e aspira a distruggere i concetti stessi di umanità, di dignità, di speranza, di risocializzazione (tema che nessuna corrente di pensiero può comunque eludere), di riabilitazione, di ricomposizione delle lacerazioni sociali.

E’ evidente che in questi anni si è spesso ecceduto in maniera esagerata, e ciò può essere verificato da chiunque, nell’utilizzazione del “motivo emergenziale” (le emergenze iniziano ma non finiscono mai e questo presuppone già un fallimento delle emergenze stesse!), in tanti hanno cavalcato la tigre giustiziera ma ciò ha riportato l’amministrazione della giustizia ai metodi della santa inquisizione spagnola e la tigre ha preso le tristi sembianze di Torquemada.

Non riteniamo giusto entrare qua nel merito delle singole posizioni giuridiche, ciò che però noi domandiamo non è solo il rispetto del diritto alla dignità, peraltro sancito dalla Costituzione, noi auspichiamo che finalmente si apra una battaglia culturale che deve tener conto del valore naturale del “Tempo”, perché l’esclusione totale dell’individuo condannato, decretata dall’ergastolo, non innalza la “giustizia” a fondamento del vivere sociale né le riconosce quel ruolo indispensabile, viceversa ne impone il disfacimento poiché qualifica la società civile come incapace di accogliere nuovamente nel suo corpo sociale, economico, politico, l’uomo in precedenza condannato.

Nei mesi scorsi, mentre ascoltavamo i dibattiti sull’inciviltà o meno della pena di morte (e noi certamente siamo tra quelli che la considerano atto indegno di qualsiasi civiltà), apertasi dopo l’uccisione di Osama Bin Laden (a proposito, ma uno Stato, definitosi giuridicamente avanzato, può eliminare il proprio nemico fisicamente? No, s’è culturalmente avanzato. Sì, se ostenta equità, equilibrio, giustizia, in una parola, CIVILTA’), ci siamo chiesti, soprattutto quelli che tra noi sono in carcere da moltissimi anni, quale rapporto esiste tra l’ “omicidio legalizzato” e il “carcere a vita”? Domanda paradossale! No. Noi non la giudichiamo poiché basterebbe soffermarsi sui termini di tali definizioni per scoprire quando lo Stato, fondazione sociale che dovrebbe avere un ruolo “terzo”, è in debito nei confronti dell’etica e dell’equità: “carcere a vita” vuol dire negazione assoluta del diritto alle relazioni umane, è oppressione continua dei sentimenti delle persone che per amore incondizionato ci stanno vicine, è ininterrotto impedimento alla trasformazione, alla coscienza perché, fatto salvo il nostro desiderio di resistere, non è più vita, è un confronto continuo con l’anomalia del tempo monotono.

Siamo uomini (senza dimenticarci le molte donne che vivono anch’esse questa terribile condizione) che si confrontano con l’ambigua e crudele contraddizione che quotidianamente ci viene sbattuta in faccia: nulla di perpetuo c’è nella vita (senza togliere niente alla grandezza ed alla serietà dei nostri affetti), eppure noi siamo schiacciati dalla perennità di una condanna. Pare perciò così strana la considerazione che ci porta a dire “meglio sarebbe la pena di morte”?

La nostra riflessione non è solitaria (né in Italia né all’estero), noi lo sappiamo e ciò c’incoraggia perché non stiamo proponendo l’attuazione di un paradosso, bensì ne domandiamo la risoluzione.

Queste sono le ragioni per cui Vi chiediamo di ascoltare anche le nostre voci!

CONTRIBUTO DEGLI ERGASTOLANI IN LOTTA PER LA VITA di SPOLETO

AGOSTO 2011

Opere di Pierdonato Zito

In questi  mesi abbiamo pubblicato un’intera serie di foto rappresentante gli acquerelli recentemente creati dal nostro Pierdonato Zio, detenuto a Voghera (vai ai link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/10/7114/, e poi   https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/31/6991/ ,  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/29/larte-di-pierdonato-zito/ , ..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/04/larte-di-pierdonato-zito-altre-opere/).

La seconda immagine che vedrete è preceduta  da un commento. Si tratta di un’opera dall’altissimo valore simbolico.  Emblematica, come leggerete, delle peregrinazioni che l’ergastolano, e ogni uomo sottoposto a condizioni di vita estreme, deve fare. Che poi è lo stesso Pierdonato che si raffigura in quell’opera. Pierdonato dovette lottare anni e anni per riabbracciaree la moglie, detenuta nel carcere di Rebibbia. E dopo dovette lottare ancora contro la burocrazia che gli rendeva difficile il colloquio per “mancanza di fondi”. Bisogna riconoscere che era una obiezione con dei fondamenti. Infatti i fondi devono essere dirottati in consulenze milionarie, commissioni fasulle, bilanci gonfiati, portaborse, finti giornali, trastole di ogni genere sul bottino del finanziamento pubblico alle attività politiche e parapolitiche, superbonuns e intregazioni “deluxe” ai vitalizi “doc”, magnacci, ruffiani e troie di regime. Più una sequela infinita di opere inutili e di trippa per gatti e per polli. Quindi hanno ragione. E’ vero. Non ci sono fondi.. per altro.

Pierdonato è una di quelle persone che riflette a lungo, che so cogliere il silenzio, e che vive l’arte e la letteratura come percorso, anche di autonoscenza e di antidoto all’oblio della memoria.

E’ una persona che potrebbe dire qualcosa lì fuori, se venisse concessa anche a lui, dopo tanti anni, un nuova chance esistenziale. Ma intanto il suo è un tempo non perso. Un tempo combattuto fino all’ultimo, succhiato, tra libri, pittura, riflessioni, sentimenti.

Vi lascio a queste due sue bellissime opere.

Questo dipinto è stato premiato il 16 giugno 2011 alla mostra pittorica c/o l’Auser di Voghera. Il 20.07.2011 mi hanno portato l’attestato di merito, la rassegna stampa sulla mostra e una medaglietta per l’opera premiata. Questo dipinto l’ho fatto nel periodo che combattevo per effettuare il colloquio con mia moglie e che mi dicevano che non avevano fondi!! Ho rappresentato il percorso di vita di tutti noi. Poi, un paesaggio desolato. Non c’è un filo d’erba, un paesaggio surreale dove non c’è ombra di vita. Poi la figura dell’omino solo con la sua ombra. E’ l’ergastolano che è nei pressi di un abisso, di fronte le montagne che simboleggiano le difficoltà che deve superare per sopravvivere, e il suo essere solo in un ambiente immenso. Gli alberi sono alle sue spalle, un tempo rigogliosi e pieni di vita. Oggi resta una solo fogliolina verde, è la vita che non vuole morire, è la speranza che resta ancorata alla vita. Ho impiegato tre giorni per dipingere i giochi di luce nel tronco.

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