Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Le segrete medievali… di Federico Chessa

Federico Chessa, detenuto attualmente ad Oristano, racconta la sua esperienza nella sezione 41bis del carcere di Sassari.

Un testo che è praticamente un dovere leggere.

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Le segrete medievali

Scrivo per non dimenticare questo sfregio all’umanità, che ho subito nel regime di tortura del 4l bis nei sotterranei del carcere di Bancali a Sassari.

Mi chiamo Chessa Federico, nato in provincia di Salerno dove attualmente risiedo, mio padre è sardo della provincia di Sassari, mi trovo detenuto dal 2005, dopo pochi mesi dall’arresto fui trasferito a 41 bis, lo sono stato ininterrottamente fino a quattro mesi fa. Gli ultimi 11 mesi del regime di tortura del 41 bis sono stato trasferito nelle segrete “medievali” di Sassari. Il 23 giugno 2015 giorno della mia deportazione da Cuneo a Sassari. Erano giorni che aleggiava una voce nefasta, del possibile trasferimento di massa nella nuova sezione del carcere di Bancali a Sassari. Qualche settimana prima erano stati trasferiti in tre, ma non sapevamo se erano stati portati a Sassari. Nessuno di noi sapeva cosa ci aspettava a Bancali, eravamo fiduciosi che una nuova struttura fosse a norma europea, questo pensiero ci rincuorava, eravamo fiduciosi e allo stesso tempo un pensiero tetro albergava in me; forse dipendeva dai racconti che avevo sentito sull’Asinara, pertanto i trasferimenti in Sardegna li vedevo sotto una luce diversa.

Verso mezzogiorno viene l’agente a informarmi di prepararmi per partire. La cosa che mi lasciò perplesso, fu il modo di come avvenne la comunicazione. La gente aveva una luce sinistra e di compiacimento negli occhi, questo mi inquietò molto. La cosa che mi allarmò ancora di più, fu che aveva ordine che mentre preparavo i miei bagagli, lui facesse la guardia davanti alla cella affinché non parlassi con nessuno. Dopo essere arrivato a Sassari ho capito perché. Mi portarono giù al magazzino dove c’erano altri dieci reclusi. Anche loro dovevano essere deportati in Sardegna a Sassari. Facemmo operazione magazzino, dove presi una bottiglia d’acqua per il viaggio. Ci misero per due in cinque furgoni e ci portarono all’aeroporto militare di Cuneo, dove venimmo imbarcati tutti e dieci su un aereo della Guardia di Finanza. Sull’aereo i GOM della polizia penitenziaria, avevano abbassato i finestrini, un senso claustrofobico mi aveva assalito, avevo chiesto al brigadiere dei GOM di alzare la tendina del finestrino, mi rispose di no senza spiegazione, costatato che era inutile insistere conoscendo la mentalità. Mi rivolsi al capitano della finanza che era il più alto in grado, chiedendogli se potevo alzare la tendina perché stavo male, diede subito l’assenso, ma il brigadiere del GOM si voleva opporre, con autorità, il capitano disse che sull’aereo l’unico responsabile era lui. Alzai la tendina e ringraziai il capitano. Con uno sguardo al brigadiere gli comunicai di avere pena di lui, chi si abbassa a certi soprusi, mi fece venire in mente le SS tedesche, cattiveria gratuita, o forse è meglio citare Hannah Arendt sulla banalità del male. Dopo un paio d’ore siamo arrivati all’aeroporto di Alghero, scesi dall’aereo i dubbi e le ansie che mi avevano accompagnato durante il viaggio sono svaniti, perché respirai l’aria che conoscevo bene, essendo che mio padre è sardo, mi portava in ogni occasione nella sua amata Sardegna. Scendiamo dai furgoni, stanchi e affamati, ci aspetta un cordone che ci fa temere il peggio, comunque l’impressione che ci volevano intimorire. L’impatto fu tremendo perché a parte l’impatto climatico, dall’esterno si vedevano i palazzi all’interno del carcere, a noi toccò il piano zero, una sezione situata sottoterra, senza finestre, pertanto senza aria e né luce naturale, pensai che sarei uscito con la pelle verde, per mancanza di aria e luce all’aperto.

Mi portarono insieme ai miei due compagni di gruppo, nel reparto a noi assegnato, entrato in cella rimasi meravigliato perché la finestra affacciava nel passeggio, ed era anche con una rete attaccata alle sbarre, che non consentiva di vedere quasi niente, neanche il muro che rappresentava il mio orizzonte.

Chiedemmo qualcosa da mangiare, ci risposero che la cucina era chiusa, e ci lasciarono fino al giorno dopo senza mangiare, l’unica consolazione fu la bottiglia d’acqua portata da Cuneo, perché in caso contrario neanche l’acqua ci avrebbero portato.

La mattina successiva avevo chiesto la caffettiera al magazziniere, mi rispose che non era possibile perché non potevamo usufruirne del fornello, lì c’era una piastra a induzione, però non funzionava perché mancante di un pezzo. Siamo stati otto mesi senza poterci fare un caffè. Passo il porta vitto e ci rifilò un po’ d’ acqua sporca fatta passare per caffè. Per lenire i crampi allo stomaco ho dovuto aspettare fino alle undici che passarono il pane e la frutta.

Attendevo dalla fame il pranzo, ma con sommo stupore mi passarono sette penne, tre pezzettini di carne striminziti e tre fette di patate bollite. Credevo che fosse solo il primo giorno, invece anche gli altri giorni, settimane e mesi fu sempre così.

Da Cuneo mi avevano dato solo dieci euro più 52 euro di fondo vincolato. Feci un telex per infornare i miei familiari che mi trovavo a Sassari e non me lo fecero partire, perché avendo fatto un po’ di spesa -acqua, una confezione di biscotti e un Kg di mele- avevo finito i dieci euro, e loro non mi avevano sbloccato i 52 euro di fondo vincolato, pertanto per loro non avevo fondi per pagare il telex, burocrazia ottusa a sfondo cieco, esclusivamente per opprimere.

A Cuneo si erano trattenuti illegalmente i miei soldi, perché mi fecero pagare i pacchi postali con la mia biancheria, che sono a carico dell’amministrazione, pertanto un abuso. La mia famiglia mi aveva fatto un vaglia a Cuneo, invece di girarlo al carcere dove ero stato trasferito, l’avevano rimandato indietro. Siccome i miei familiari non sapevano che ero stato trasferito, erano tranquilli, anche perché il vaglia indietro gli ritornò dopo un mese e mezzo.

Dopo quindici giorni riuscì a telefonare all’avvocato e lo informai che mi trovavo a Sassari, lui informò i miei familiari, che subito mi fecero un vaglia a Sassari, che non veniva cambiato perché lì avevano la brutta abitudine di cambiare i vaglia due volte al mese.

Nel frattempo sono stato costretto a bermi l’acqua non potabile della fontana della cella. Acqua gialla che di potabile non poteva averne in nessun caso. La direzione aveva il dovere di passarealmeno una bottiglia di acqua al giorno, invece ne passavano tre a settimana, lo fecero per alcune settimane.

Non potendo fare la spesa, per mia fortuna nella mia roba c’era un sapone marsiglia portato da Cuneo, con quello dovevo fare tutto per l’igiene personale.

Quando sono arrivati i pacchi da Cuneo, non mi hanno dato quasi niente, come se il 41 bis di Cuneo fosse diverso da quello di Sassari.

La spesa era misera e striminzita, si compravano poche cose, dopo vari reclami al magistrato di sorveglianza, l’hanno aggiornato e aggiunto altri prodotti.

L’area sanitaria era da brividi, perché sotto le direttive dei GOM, i dottori non facevano niente per timore di questi signori.

Avevo bisogno di una pomata per problemi di pelle, la dottoressa mi rispose che doveva chiedere  al grande capo, pensavo che era il dirigente sanitario, invece era il comandante dei GOM, gli risposi che non ci troviamo nella Corea del Nord.

In undici mesi, sono riuscito ad avere solo una visita urologa, due giorni prima che mi revocassero il 41 bis.

L’impressione della struttura era micidiale, perché dava quel senso di oppressione. Di claustrofobia, di tortura psicologica, peggiore dei racconti sentiti su Pianosa e Asinara.

Sulle due isole la tortura era fisica e di alimentazione, viceversa a Sassari era tutto l’insieme, ti devastavano moralmente, al fine di violentare la tua dignità, calpestare i tuoi sentimenti. Per annichilire la personalità e ridurci a dei vegetali.

Tutti quelli che passeranno almeno un anno a Sassari, avranno problemi psichiatrici, la tortura maggiore è psicologica, insieme alle angherie quotidiane, ne racconto una per far comprendere a che punto arrivava la crudeltà di certi personaggi: finita la cassa d’acqua che ero riuscito a comprare, ero rimasto senza acqua, un mio compagno mi aveva portato una bottiglia al passeggio, l’agente se ne accorge e informa l’ispettore. Dopo un quarto d’ora venne l’ispettore davanti alla cella, voleva farmi la paternale, gli spiegai che dovevo bere, ed era loro dovere rifornirmi di acqua potabile, invece lui insisteva che non dovevano passarmi l’acqua e voleva farmi rapporto.

Costatando che non si poteva discutere con una visione mentale così chiusa, lasciai perdere. A onore della verità, dopo un paio di giorni mi mandò una cassa d’acqua. Un paio di settimane dopo venni a sapere che all’ispettore gli avevano fatto capire che era andato troppo oltre, aveva capito e mi aveva mandato l’acqua.

L’Italia che si vanta di essere la culla del diritto, non ha avuto nessuna remora a costruire un obbrobrio come Bancali, equiparalo alle segrete medievali non è una esagerazione.

Quando mi hanno revocato il 41 bis, mi hanno portato in una sezione a regime AS-2, dove sono stato due giorni. Quello che mi è rimasto impresso è stato il tempo trascorso alla finestra, ammirare il panorama che si vedeva dal secondo piano, sensazioni difficili da spiegare, ma profonde e molto sentite. In quei momenti mille pensieri affollavano la mia mente, quello più ricorrente era ilcolloquio con i familiari, poterli di nuovo abbracciare dopo undici anni. Immaginavo il momento, vivendolo come fosse reale.

Non potrò mai dimenticare questi undici anni trascorsi a regime di tortura di 41 bis, maprincipalmente gli undici mesi nei sotterranei di Sassari. Una vergogna per la civiltà italiana, ma anche per l’Unione europea.

Un Paese che vorrebbe progredire usando la crudeltà e la tortura contro i suoi cittadini, non ha un grande futuro.

Chessa Federico

Oristano settembre 2016

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Undici anni seppellito nel 41 bis… di Federico Chessa

francis

Questa lettera ci giunge da Federico Chessa, che è stato “seppellito” per 11 anni nel regime del 41 bis.

Il 41 bis.. un regime penitenziario che è intrinsecamente contrario alla dignità umana.

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In undici mesi sono riuscito ad avere solo una visita urologa, due giorni prima che mi revocassero il 41 bis.

L’impressione della struttura era micidiale, perché dava quel senso di oppressione, di claustrofobia, di tortura psicologica, più peggiore dei racconti sentiti su Pianosa e Asinara.

Sulle due isole la tortura era fisica e di alimentazione, viceversa a Sassari era tutto l’insieme, ti devastavano moralmente, alfine di violentare la tua dignità, calpestare i tuoi sentimenti, per annichilire la personalità e ridurci a dei vegetali.

Tutti quelli che passeranno almeno un anno a Sassari, avranno problemi psichiatrici, per la tortura maggiore che è psicologica, insieme alle angherie quotidiane. Ne racconto una per far comprendere a che punto arrivava la crudeltà di certi personaggi: finita la cassa d’acqua che ero riuscito a comprare, ero rimasto senz’acqua, un mio compagno mi aveva portato una bottiglia al passeggio, l’agente se ne accorge e informa l’ispettore. Dopo un quarto d’ora viene l’ispettore davanti alla cella, voleva farmi la paternale, gli spiegai che dovevo bere, ed era loro dovere rifornirmi di acqua potabile, invece lui insisteva che non dovevano passarmi l’acqua e voleva farmi rapporto.

Constatando che non si poteva discutere con una visione mentale così chiusa, lasciai perdere. A onore della verità, dopo un paio di giorni mi mandò una cassa d’acqua. Un paio di settimane dopo venni a sapere che all’ispettore gli avevano fatto capire che era andato troppo oltre, aveva capito e mi aveva mandato l’acqua.

L’Italia che si vanta di essere culla del diritto, non ha avuto nessuna remora a contribuire un obbrobrio come Bancali, equiparalo alle segrete medievali non è una esagerazione.

Quando mi hanno revocato il 41 bis, mi hanno portato in una sezione a regime AS-2, dove sono stato due giorni. Quello che mi è rimasto impresso è stato il tempo trascorso alla finestra, ammirare il panorama che si vedeva dal secondo piano, sensazioni difficili da spiegare, ma profonde e molto sentite. In quei momenti mille pensieri affioravano la mia mente, quello più ricorrente era il colloquio con i familiari, poterli di nuovo abbracciare dopo undici anni. Immaginavo il momento, vivendolo come fosse reale.

Non potrò mai dimenticare questi undici anni trascorsi a regime di tortura del 41 bis, ma principalmente gli undici mesi nei sotterranei di Sassari. Una vergogna per la civiltà italiana, ma anche per l’Unione Europea.

Un Paese che vorrebbe progredire usando la crudeltà e la tortura contro i suoi cittadini, non ha un grande futuro.

Chessa Federico

Oristano settembre 2016

La pena di morte mascherata… di Salvatore Pulvirenti

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Pubblico oggi questo brano del nostro Salvatore Pulvirenti, detenuto nel carcere di Oristano.

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Uno Stato che rifiuta i valori antropologici, non ha un’etica morale.  Per valori si intendono, in senso lato, tutte le attitudini, comportamenti positivi che dovrebbero caratterizzare l’essere umano e la sua società, distinguendolo dall’animale. Oggi si parla spesso della pena di morte in Italia ma anche in tanti paesi europei. È una battaglia che dura da decenni: diciamo che in alcuni paesi è stata abolita e sostituita con pene lunghe. Attualmente il nostro paese è il primo in Europa che si batte per l’abolizione della pena di morte. Ora io vorrei fare riflettere le persone che vivono in uno stato democratico. Si è vero; il nostro paese combatte da sempre per fare prevalere i diritti dell’uomo. Pero se noi riflettiamo per un momento, nel nostro paese esistono due pene capitali: il primo è l’ergastolo ostativo escluso da qualsiasi beneficio: non puoi mai uscire, non hai un fine pena, per cui devi per forza morire in carcere, salvo collaborare con la giustizia. ll secondo e il 41 bis un regime particolare dove il condannato ha una restrizione disumana, conduce l’essere umano ai suicidio psicologico e a volte anche fisico o devastandolo psicologicamente portandolo alla pazzia. Entrambe queste pene, sono due pene di morte mascherate che tutt’oggi prevalgono in Italia. La cosa che fa molto male è quella che queste due pene sono le conseguenze che emergono durante la carcerazione. Se facciamo riferimento all’ergastolo ostativo, le cause sono devastanti, in quanto produce una serie di conseguenze legate allo stato psicologico, dopo decenni di carcere, e la consapevolezza di non poter mai uscire, fa venire fuori lo stato interiore negativo, che danneggia se stessi e le persone che ti stanno accanto. «La prima causa è la depressione che implica varie patologie allo stato mentale, come il suicidio, autolesionismo, deficit dell’attenzione e della concentrazione, insonnia, disturbi alimentari, la riduzione di percezioni. ll 41 bis ti causa l’allontanamento dai propri famigliari, la chiusura in te stesso, riduzione della memoria, riduzione delle cellule ricettori, asociale nel dialogo, e il rifiuto delle cose più care; è come essere in uno stato di abbandono. Per colmare questi malesseri, che durano parecchi anni, si ricorre a psicofarmaci, che per prima ti danno un senso di benessere, poi si entra in uno stato di assuefazione, e si addentra in un tunnel dal quale e difficile poterne uscire, se non lesionato gravemente.

Oristano 25-4-2016

Lettera sul 41 bis… di Valerio Crivello

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Tramite il nostro amico Antonio ci è giunta questa lettera di Valerio Crivello, detenuto a Terni.
Lettera che delinea, in modo lucidissimo, le autentiche dinamiche, insensate e distruttive, del regime del 41 bis.
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Amici miei,
io non ho esperienza diretta del 41bis ma sono stato sottoposto ad un regime simile chiamato 14bis. Questo, similmente al 41bis inasprisce il trattamento carcerario limitando al minimo le libertà individuali che vengono oppresse con un controllo continuo ed asfissiante da parte del carcere. Entrambi sono figli di una psicologia repressiva militare ripresa e riammodernata a seconda delle esigenze storico politiche.
Sulla carta il 41bis è volto a impedire il perdurare di legami e collegamenti con l’ “associazione mafiosa” o “terroristica” di cui il detenuto è parte o leader; così nello specifico viene adottato nei confronti di elementi considerati “di spicco” all’interno di un “gruppo criminale”, individui capaci di mantenere una “leadership” e quindi di impartire ordini per il “perseguimento di obiettivi criminali”.
E come si esplica nella pratica questo trattamento speciale? Il detenuto è allocato in sezioni apposite con un limitato numero di detenuti, ognuno ospitato in una cella singola. L’arredamento interno è ridotto al minimo, gli armadietti, per lo più sono privi di ante, possono contenere solo “stretto necessario”, un indispensabile che può essere “contenuto” (non ampliato) a seconda del volere del carceriere e della direzione. Il fornelletto è consentito solo per scaldare le vivande; il detenuto non può cucinare per sé autonomamente come nelle sezioni AS, anche per questo gli alimenti acquistabili del sopravvitto sono limitati. E’ una tattica subdola per aumentare esponenzialmente la dipendenza del detenuto all’istituto: dipendenza significa schiavitù sottomissione e la sottomissione è uno dei risultati che l’amministrazione penitenziaria si pone.
Nel reparto 41bis le battiture di controllo sulle sbarre della cella sono effettuate con cadenza di 3 al giorno; in una normale sezione AS sono in genere 1 al giorno. E’ un elemento di stress di bassa intensità che ha funzione di rammento all’ “ospite” che il controllo è continuo, meticoloso, organizzato, che lui non è padrone di nulla. In casi particolari può essere predisposta la videosorveglianza anche nella cella. Niente di più asfissiante ci può essere di un continuo occhio monitore, spia: stupra le ore anguste dei giorni ripetuti all’interno di una cella.
Il detenuto può effettuare un solo colloquio al mese di un’ora presso locali appositamente adibiti. Un vetro divisorio impedisce qualsiasi contatto fisico tra famigliari, conviventi e detenuti, ogni conversazione viene registrata. Solo qualora il colloquio mensile non avvenga, il detenuto può essere autorizzato ad una telefonata mensile di 10 minuti. I famigliari possono ricevere la telefonata o presso il carcere più vicino o presso una caserma dei carabinieri. Queste misure, prese per prevenire qualsiasi contatto con l’organizzazione, recidono certo qualcosa, ma il più delle volte sono solo legami famigliari. Il “provvedimento” ha durata di 4 anni, prorogabile per periodi consecutivi di 2 anni. In realtà l’eventualità della proroga è la normalità, giacché il tempo non è considerato condizione sufficiente per garantire la rottura dei legami con l’organizzazione. Ciò sottintende che l’unica cosa che può provare che tale unione sia stata spezzata è una “manifesta dissociazione” un più diretto “pentimento”.
Credo sia ormai chiaro qual è lo scopo del 14bis e 41bis: sfibrare l’animo del detenuto e abbattere le sue difese per renderlo malleabile, un risultato che si ottiene de-individualizzandolo. Chi è sottoposto ad un tale regime non è padrone di guardare la propria immagine riflessa. Io personalmente ero obbligato a chiedere uno specchietto alla guardia (che lo teneva appositamente riposto) ogni qualvolta desideravo farmi la barba. Qualsiasi regime mira a disgregare l’identità del singolo polverizzandolo, per rimpastarlo a proprio piacimento; e lo fa con metodi decostruttivi anziché costruttivi.
L’ “ospite” deve imparare che lui è il più debole; deve imparare ad essere dipendente; deve imparare ad essere dipendente dalle mura carcerarie e dagli assistenti (guardie) così profondamente da giustificarne persino le azioni. Non è raro sentire detenuti pronunciare frasi tipo: “Lo deve fare, è il suo lavoro…” o “E’ stato bravo, mi ha concesso…”. L’impianto repressivo del 41bis cerca quindi di spezzare la volontà, esasperando l’uomo per spingerlo a collaborare pur di salvarsi da quella che è una tortura psicologica protratta nel tempo; o per instillargli una sorta di “sindrome di Stoccolma”.
Per esteso, la “sindrome di Stoccolma” è un complesso di risposte emotive riscontrabili nelle vittime di un sequestro di persona, tra cui l’instaurarsi di sentimenti positivi degli ostaggi verso i sequestratori e, a sua volta, sentimenti negativi degli ostaggi verso chi dovrebbe difenderli. …
Non esistono individui che una volta fuori dal 41bis, magari in libertà, non tornino “a delinquere” con maggiore e più accurata intenzionalità. In ambiente “criminale” chi ha sopportato il 41bis senza tentennare e pentirsi gode di un prestigio enorme. Alla rabbia motivata dalle angherie legalizzate dall’amministrazione penitenziaria, che fortifica le convinzioni “criminali”, finisce con l’aggiungersi l’orgoglio che scaturisce dalla resistenza alla tortura. SI’ TORTURA.
Le motivazioni accampate per la detenzione al 41bis sono sempre pretestuose. L’esigenza di evitare il perdurare dei legami con l’associazione è secondario rispetto al fine ultimo di estorcere informazioni che portino a nuove accuse a nuove incarcerazioni. Lo zelo delle procure di larga parte della magistratura e dei carcerieri – tutti organi di uno stato che infama sé stesso – è al di sopra della legge che vogliono preservare e difendere e gli abusi sono figli di quel delirio di onnipotenza tipico dei tiranni.
Questo modo di amministrare la legge, di usufruirne, di deprivarne l’altrui vita, fa anche del peggiore carnefice un vittima dello stato. Il 41bis è una tortura mascherata dal vessillo della legalità; tortura inutile che diffonde, espande, riverbera sofferenze anche agli innocenti (bambini traumatizzati dai colloqui) e ne posticipa un’altra parte per quando il detenuto ritornerà in libertà arrabbiato e con un’aurea carismatica riconosciuta dai facenti parte del suo ambiente.
La critica al 41bis non vuole giustificare le azioni a volte riprovevoli di quei detenuti costretti nelle strutture ultra-repressive (polizia, esercito, stato ne commettono altrettanti con la giustificazione che il monopolio della violenza è loro), tuttavia lo stato non può né vendicare le vittime perché diventa boia né tanto meno torturare perché diventa inquisitore. Il 41bis è un’offesa alla vita, all’umanità e all’alto valore morale della Costituzione. Due reati – quello del “criminale” e quello dello stato che lo tortura – non si elidono a vicenda, dando vita ad un’azione virtuosa, sono piuttosto solo l’inizio di una serie di conseguenze, un domino a cascata che scrive il necrologio della giustizia universale.
ABBRACCI
Terni 20 settembre 2015
Valerio Crivello, via delle Campore, 32 05100 Terni

Lettera al Papa sul 41 bis… di Nino Mandalà

papafrances

Pubblico questo testo di Nino Mandalà, da qualche tempo fuori dal carcere.

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Il Papa ha spopolato in America proponendo quel suo modo semplice di declinare temi forti che scuotono le coscienze. La finanza selvaggia che soffoca i più deboli, i profughi visti come vittime delle colpe dei grandi della terra che non hanno saputo disinnescare le cause dell’esodo, il traffico d’armi, la pena di morte, la povertà, sono tutti temi su cui il Papa si è pronunciato con toni accorati sollecitando soluzioni.

Purtroppo le esortazioni del Santo Padre, a parte quella sull’abolizione della pena di morte, sono destinate a restare lettera morta, ci sono mali antichi come l’uomo che neanche il sacrificio di Cristo è riuscito a sconfiggere. E tuttavia il Papa non può rinunciare alla sua missione profetica che gli deriva dall’essere l’erede di Cristo e non può arrestarsi dentro i confini imposti dalla limitatezza umana, gli è proprio “un grado superiore di saggezza” che si ostina a predicare misericordia anche dove la misericordia troverà difficilmente proseliti. E’ la logica della sua missione che ha bisogno di allargare continuamente i suoi orizzonti e che però non sempre riesce a stare al passo con sofferenze nuove che si affacciano alla soglia della sua misericordia e del suo spirito evangelico.

Su questo riflettevo mentre leggevo l’ultima lettera di mio figlio detenuto in regime di 41 bis in cui mi descrive la sua vita in carcere. Ho già scritto su come la penso a proposito della stupidità e gratuita cattiveria della carcerazione dura e su come l’amministrazione penitenziaria ne esasperi ancora di più le condizioni andando oltre le regole già di per sé dure, come fa quando perpetra abusi giungendo persino a non rispettare le sentenze della magistratura o rispettandole dopo che le conseguenze dell’abuso si sono consumate.

In proposito ho cercato di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica lanciando appelli che, ahimè, sono caduti nel vuoto. Ne ho ricavato soltanto improperi e sarcasmo.

Stavolta mi rivolgo al Papa e gli chiedo se conosce la realtà di questi suoi figli alla mercé di uno sceriffo con la stella della legge appuntata sul petto che ha sempre la meglio nel duello contro l’ avversario munito di un’arma scarica. Se conosce la realtà di un universo in cui si consuma la violazione dei diritti fondamentali senza che nulla trapeli all’esterno, in un clima di omertà che coinvolge le istituzioni e la cosiddetta società civile, pronta a indignarsi sull’abbandono dei cani ma non altrettanto pronta a indignarsi sulla vergogna di una enclave di inciviltà incuneata nel bel mezzo della nostra civilissima Italia.

Come è possibile che accada tutto questo senza che nessuno, e tanto meno il Papa, levi una qualsiasi protesta? Forse perché i detenuti in regime di 41 bis sono lontani dai cuori di chi si esercita alla pietà su soliti drammi scontati, forse perché creano imbarazzo con le loro storie truci e sono rimossi dall’ipocrisia di chi fiuta l’impopolarità di una battaglia lontana dal conformismo ideologico, forse perché sono mafiosi e, secondo l’anatema del Papa, scomunicati e dunque fuori dal perimetro della Chiesa, forse perché sono gli ultimi tra gli ultimi e non meritano neanche il perdono di Cristo?

Come diceva Flaubert, il buon Dio è nei dettagli e il Papa, impegnato in giro per il pianeta a condividere la sorte degli “scarti” disseminati nel mondo, dovrebbe trovare il tempo e la voglia di condividere anche la sorte degli “scarti” vessati nella Guantanamo di casa nostra.

Intervista a Pasquale De Feo sul 41 bis (terza parte)

quarantunobis

Il nostro Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, ha partecipato a un questionario rivolto a detenuti che sono attualmente in regime di 41 bis o che ci sono stati. Pasquale De Feo fu sottoposto al 41 bis nei primi anni novanta e ha tanto da dire su quella esperienza e sul sistema del 41 bis.

Per l’importanza di questa intervista l’ho suddivisa in tre parti. Oggi pubblico la terza e ultima parte.

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14- Che tipo di rapporto hai con l’Amministrazione Penitenziaria?

Sono un detenuto e mi comporto da tale. Non dimentico mai cosa sono da trent’anni, a parte che non me lo fanno dimenticare. Perché in ogni momento ti ricordano che sei un galeotto e un reietto della società, dove sei stato escluso per sempre, marchiandoti la fronte (metaforicamente) come facevano nei tempi antichi: “escluso dal consorzio umano”.

15- Sei seguito da psicologi, educatori, o altre persone del carcere? In quale maniera?

I numeri di psicologi, educatori e assistenti sociali sono talmente pochi che, se volessero seguire i reclusi in modo serio, non potrebbero fare più di un colloquio ogni sei mesi, forse anche di più. Siccome anche loro sanno che i benefici penitenziari non vengono dati quasi a nessuno a parte quale raro caso, chiamano solo quando il detenuto chiede un colloquio per qualche problema che non riguarda la rieducazione. In Italia non c’è l’applicazione dell’art. 27 della Costituzione. I funzionari che vanno in TV a fare tutti quei bei discorsi parlano di una realtà che esiste nei paesi del Nord Europa, qui da noi pensano solo alla repressione, contenere i reclusi e pigiarli come sardine nelle carceri. Per il resto non c’è niente. Ad essere sincero una cosa c’è, tutti vogliono andare al Ministero perché lo stipendio e ben sostanzioso, purtroppo sono tutti PM che conoscono il carcere dagli uffici dove interrogano i detenuti, e hanno reso le carceri disumane. Alimentando e proteggendo il regime di tortura del 41 bis e la pena di morte con l’ergastolo ostativo. L’altro giorno mi ha scritto una mia amica da Roma che aveva partecipato a un convegno in cui c’era  anche ospite un PM della DNA (Che ritengo il nuovo MINCULPOP di memoria fascista) a domanda sul 41 bis, ha risposto: “è un male necessario”. Lo sanno bene che è una tortura, ma come gli americani che hanno ritenuto le torture inflitte a tante persone era un male necessario. Le carceri sono i luoghi più illegali del paese. Devi sapere che dal 2000 a oggi ha ucciso più lo Stato che le varie mafie. Dicono che siamo la culla del diritto, invece siamo diventati la tomba del diritto.

16- Prendevi dei farmaci? Puoi dirmi quali?

Per mia fortuna non ho avuto bisogno di psicofarmaci, che in carcere passano a livello industriale, così risolvono qualsiasi problema di conflitto per i reclami dei detenuti sui loro diritti, così dormono tutto il giorno. Più di un terzo dei detenuti ha problemi psichiatrici. Nel regime di tortura del 41 bis sono oltre il 50% e hanno una incidenza di suicidi 19 volte di più di altri regimi, ma il ministero nasconde tutto come fosse un segreto di Stato, perché devono nascondere le nefandezze che si commettono in nome della legalità che loro stessi violano.

17- Con quante persone detenute avevi incontri o rapporti personali?

All’Asinara ogni blocco della sezione era di quattro celle. Ogni cella era di quattro persone. In estate che finivano i processi eravamo al completo. In inverno eravamo nell’ordine di 5-6 persone. Ci incontravano nel cortile all’ora d’aria, nelle due ore di aria che ci venivano concesse, per il resto stavano 22 ore chiusi  in cella e non potevano neanche parlare con le celle fianco. 

18-Come consideri la misura carceraria alla quale eri sottoposto? Pensi che possa avere qualche finalità rieducativa, risocializzante, o comunque “migliorativa” della tua personalità? Oppure quali fini possa perseguire?

Tortura istituzionalizzata. Forse credono che essendo in democrazia, la tortura diventa democratica e non sia crudele ferocia. Il regime di tortura del 41 bis e tutte le leggi emergenziali sono le più bestiali leggi che questo paese ha emanato da quando è diventata Repubblica, seconde solo alla bestiale legge Pica del 1863 che usarono per massacrare circa un milione di meridionali quando fecero l’unità della penisola, altro che la favoletta risorgimentale. Quella mentalità repressiva nei confronti del Meridione, inquinata dalle teorie razziali di quel criminali di Cesare Lombroso “che riteneva i meridionali geneticamente difettati, la conformazione fisica ed etnica portavano ad una naturale propensione a delinquere, dunque criminali per nascita, eredi di un’atavica popolazione difettosa, che niente e nessuno poteva sottrarre al loro destino. Non delinquenti per un atto cosciente e libero della volontà, ma per innate tendenze malvagie, continua tutt’ora la repressione anche se le terminologie sono cambiate. Un tempo eravamo un covo di briganti, oggi siamo un covo di mafiosi, domani saremo un covo di marziani. D’altronde l’unica industria che non conosce flessione nel Meridione è il comparto della repressione. Basta guardare anche i numeri delle carceri: il 100% dei detenuti nel 41 bis sono tutti meridionali; il 99% degli ergastolani ostativi sono meridionali; il 90% dei detenuti sono meridionali; l’infame 4 bis è applicato al 90% ai meridionali. Come ho già scritto non c’è nessun fine rieducativo, né tantomeno migliorativo della personalità. Credo che se un cane lo leghi ad una catena e lo bastoni tutti i giorni, vorrei vedere quale cane ne uscirebbe migliorato o rieducato. L’unica finalità del sistema è la repressione e l’annientamento dei detenuti. Non ci sono altri fini. Purtroppo oggi è ancora peggio. Le persone non fanno che accumulare odio, rancore, rabbia. Il 41 bis di oggi è peggiorato perché è più scientifico, come i centri di detenzione psichiatrici dell’era sovietica, dove l’unico scopo era di distruggere la personalità e annichilire il pensiero con l’isolamento totale. Sono quattro detenuti per blocco, non possono parlare tra loro, con la censura li isolano dal mondo. Anche per questo hanno le messo le videoconferenze per i processi, così non possono neanche difendersi. Secondo te la tortura può migliorare una persona?

19- Hai mai partecipato a scioperi e proteste? Se sì, come è stata la reazione da parte dell’Amministrazione Penitenziaria e degli ambienti esterni?

Ho sempre partecipato agli scioperi e proteste, la reazione dell’Amministrazione è sempre stata di repressione. Non conosciamo altri metodi. E’ un fatto di cultura che viene da lontano, da quando i piemontesi, dopo la conquista del Meridione, instaurarono i Bandi di Carlo Felice di Savoia del 22 febbraio 1826, anche se vennero sostituiti da un regolamento provvisorio nel 1863, nulla cambiò. In questo bando la tortura era un metodo legiferato. Da quella mentalità non ne sono mai usciti, ma se vuoi capire meglio tutto il discorso dovresti leggerti “I lager dei Savoia” di Fulvio Izzo, allora capirai anche il sistema odierno. Tutto viene dal 1860 quando il merdionale divenne una razza interiore.

Intervista a Pasquale De Feo sul 41bis (seconda parte)

quarantunobis

Il nostro Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, ha partecipato a un questionario rivolto a detenuti che sono attualmente in regime di 41 bis o che ci sono stati. Pasquale De Feo fu sottoposto al 41 bis nei primi anni novanta e ha tanto da dire su quella esperienza e sul sistema del 41 bis.

Per l’importanza di questa intervista l’ho suddivisa in tre parti. Oggi pubblico la seconda.

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8- Scrivevi lettere?

Potevamo scrivere solo ai famigliari e se questi erano detenuti non potevano, ma le lettere che venivano fermate e sequestrate erano l’80-80%. Arrivai ad un punto che non scrissi più e invitai i famigliari a non scrivermi.  Questa decisione la presi quando mi sequestrarono gli auguri di Natale di mia Madre.

9- Hai avuto problemi ad inviare o ricevere corrispondenza? Se sì, per quale ragione hai avuto problemi?

La censura e il sequestro della corrispondenza è parte integrante del sistema di repressione, per isolarti dal mondo esterno e annichilirti psicologicamente e distruggere la tua personalità, una moderna tortura.

10- Riuscivi ad avere colloqui con tuo difensore senza restrizioni?

Sì. Ma i colloqui avvenivano nelle sale dei colloqui come ho già scritto sopra, con il vetro e attraverso un citofono. Nessun colloquio telefonico.

11- Studi o hai studiato in carcere? Perché hai deciso di studiare oppure hai deciso di non farlo? Se studi, come avviene questa attività? Riesci ad avere a disposizione i libri e i materiali che ti servono?

Dal 1996, quando sono uscito dal 41 bis, ho iniziato a studiare, a Voghera sono riuscito a fare i primi due anni. Nel 2003, per fortuna, dopo vari carceri, mi hanno trasferito al carcere di Fossombrone (Pesaro) dove c’era la scuola e sono riuscito a fare gli altri tre anni e diplomarmi in ragioneria. Mi sono iscritto all’Università quando ero a Parma dove ero stato trasferito da Fossombrone, ma dopo il primo esame fui trasferito al carcere dove mi trovo attualmente. Feci il passaggio universitario qui a Catanzaro, ma dopo qualche mese sospesi per alcuni motivi, tra cui quello principale che non mi veniva dato il computer. Ho intenzione di riprendere al più presto. Lo studio universitario si svolge in cella. Ti procuri i libri che ti servono e ti devi arrangiare da solo. E’ difficile avere un aiuto da un volontario, perché si evoca sempre il problema della sicurezza. Per studiare ci vuole impegno e tanta pazienza. Ci sono alcune carceri dove lo studio è più agevolato perché ci sono le sezioni adibite a polo universitario, ma si contano sulle dita di una mano.

12- Come trascorrevi di solito la tua giornata?

Facevo colazione al mattino e iniziavo a fare attività ginnica, l’unica forma di impegno per passare anche il tempo. C’è stato un periodo in cui facevo ginnastica fino alle quattro del pomeriggio, mi lavavo e, nel frattempo, alle cinque arrivava la cena e mangiavo. Non avevamo niente a parte un libro ogni quindici giorni e idiotizzarsi davanti alla TV.

13- Per quale ragione hai deciso di non collaborare con la giustizia?

Il regime di tortura del 41 bis è usato proprio per incutere terrore affinché le persone diventassero delatori. Per prima cosa non mi è mai piaciuto fare la spia. I delatori sono le persone più abiette. La storia non ne ha mai glorificato qualcuno. Giuda, il più noto nel mondo cristiano, è maledetto 2000 anni. Non metterei mai altre persone al mio posto per riacquistare la libertà. Preferisco morire in carcere. Non creerei mai disagi alla mia famiglia, con lo scombussolamento che devono iniziare una nuova vita. In ultimo, dopo trent’anni di carcere, fuori c’è un mondo che non conosco e cosa potrei dire se non inventarmi storielle come fanno tanti pentiti, rovinando centinaia di persone. Perché è facile inventarsi una associazione mafiosa. Il famigerato art. 416 bis è un reato senza reato, che non ha bisogno di prove. Bastano le parole di un pentito e, siccome ne hanno a centinaia di pentiti a busta paga, basta tanti “sentito dire” o la confidenza di qualcuno che è morto, e il gioco è fatto. In ultimo preferisco morire in piedi qui dentro, ma non strisciare come un verme con la coscienza sporca e che mi perseguiterà tutta la vita. Vorrei chiedere a te e ai tanti catechizzati di vent’anni di bombardamento mediatico, con le fanfare di tanti Savonarola che non hanno fatto che spargere odio nella gente, uguale a quando c’erano i roghi in piazza contro gli eretici. Che razza di paese volete, se ragioniamo così diventiamo come la ex Germania dell’Est, dove la metà della popolazione spiava l’altra metà. Un Paese che se eri delatore eri un buon cittadino. In caso contrario eri un pericolo per la società. Questa è l’Italia che volete?

Intervista a Pasquale De Feo sul 41 bis (prima parte)

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Il nostro Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, ha partecipato a un questionario rivolto a detenuti che sono attualmente in regime di 41 bis o che ci sono stati. Pasquale De Feo fu sottoposto al 41 bis nei primi anni novanta, durante la violenta stagione dell’emergenza giudiziaria dove le sospensioni del diritto e della Costituzione furono enormi. Queste sospensioni furono simboleggiate dalle carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara, trasformate in una versione italiana di Guantanamo.

Per l’importanza di questa intervista, l’ho divisa in due parti. Oggi pubblico la prima.

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De Feo Pasquale è nato a Pontecagnano (SA) il 27-01-1961. E’ detenuto dal 20 agosto 1983. 

“Ho trascorso 4 anni nel regime di tortura del 41 bis nella Cayenna dell’isola dell’Asinara. Sto scontando l’ergastolo per omicidio e altre condanne per altri reati.

1- Da quanti anni sei sottoposto al regime carcerario del 41 bis o per quanti anni sei stato al 41 bis?

Sono stato sottoposto al regime di tortura del 41 bis dal 1992 al 1996, circa 4 anni, nella sezione Fornelli dell’Asinara. Una delle Cayenne italiane.

2- Quali restrizioni al trattamento carcerario sono previste o erano previste nel decreto col quale ti è stato applicato il 41 bis?

Le restrizioni neanche le conoscevamo, perché non erano menzionate nel decreto, ma, comunque, arrivati all’Asinara, non c’era bisogno di capire perché era tutto reale. Soffrivamo la fame, la sete, il freddo, perché non c’erano calorifici. Non avevamo acqua potabile. Avevamo una sola bottiglia d’acqua che dovevamo usare anche per lavarci i denti, perché l’acqua del rubinetto era sporca, puzzava, ed era piena di terreno, di vermi e altro. Per fare un esempio, quando lavavi un indumento, se rimaneva dieci secondi sotto il rubinetto si faceva una macchia. Una doccia settimanale di pochi minuti, biancheria limitata, senza un fornelletto per farsi un caffè o scaldarsi un po’ d’acqua, un libro ogni due settimane. Solo due ore d’aria al giorno; per il resto 22 ore al giorno chiusi in cella. Inerzia totale tutta la giornata. Una oppressione palpabile che ti teneva in ansia quotidianamente, condita ogni  tanto da botte. Ci dicevamo tra noi che quando l’avremmo raccontato non ci avrebbero creduto. Alcuni anni dopo alcuni detenuti non ci credevano.

3- Hai mai fatto reclamo contro il decreto di applicazione o proroga del 41 bis? E quanto hai dovuto aspettare per la decisione?

Il regime di tortura del 41 bis fu emanato con un decreto l’8 giugno 1992 (legge Scotti Martelli) e convertito in legge prima dell’8 agosto 1992. Nella legge era solo per tre anni, ma poi Berlusconi lo prorogò per altri cinque anni. La sinistra nel 1999 lo prorogò per altri tre anni. Berlusconi nel 2002 lo legiferò in modo permanente. Principalmente chi ha tanto fango addosso e chi vuole costruirsi una verginità politica diventa giustizialista, un novello Savonarola o, se è un PM, un Torquemada moderno. All’epoca la proroca era ogni sei mesi e io non ho mai mancato di fare ricorso al Tribunale di Sorveglianza di Sassari, ma era tutta una formalità, perché nei decreti di proroga eravamo accusati delle stragi del 1992 e omicidi eclatanti che erano successi a Palermo. Peranto io che ero di Salerno non potevo neanche difendermi, perché più che dire che non sapevo neanche di cosa parlavano, non potevo dire. Ogni sei mesi andavamo a fare la “gita” al tribunale che immancabilmente rigettava. Non ricorso bene la cosa, ma successe che fu emanata una sentenza che stabiliva che le proroghe dovevano essere personalizzate. Questa fu la mia fortuna. Alla prima proroga personalizzata, ormai abituati al timbro “notarile”, non mi difesi con accanimento. Alla seconda andai caricato al massimo, perché nella proroga personalizzata avevano scritto tutte cose che non riguardavano me. Insomma avevano fatto una insalata di fatti e persone che niente avevano a che vedere con me. Mi preparai prima e quando fui in aula mi feci sentire con forza. Ricordo che esordii così: “signor Presidente, ogni sei mesi cosa veniamo a fare qui, se la mia difesa non viene presa in nessuna considerazione? Tutto quello che è scritto nel decreto è falso, ma lei non chiede nessun accertamento”. Rispose il PM con arroganza “se sono infondate lo valuteremo noi”. Gli risposi “non infondate, ma false, non cambiamo le parole”. Dovette intervenire il Presidente per mettere ordine tra me e il PM. Credo che  mi dovette vedere molto fuori di me e mi calmò dicendomi di elencare tutto a un magistrato che gli stava vicino. La signorina prese  nota e il Presidente rinviò l’udienza. Dopo tre mesi andai a discutere; polizia e carabinieri diedero le risposte che confermavano ciò che avevo scritto nel ricorso e detto a voce. Cercarono di imbastire altre accuse ma il Presidente non li prese in considerazione e mi revocò il 41 bis.  Dopo 20 giorni il ministero mi notificò una nuova proroga del 41 bis. La mia fortuna fu che ancora non ero stato trasferito dall’Asinara. Feci ricorso e dopo tre mesi andai a discutere e mi fu tolto di nuovo e dopo una settimana mi trasferirono al carcere di Voghera (PV).

4- Quali motivazioni spiegano o hanno spiegato la tua sottoposizione al regime del 41 bis. Puoi scrivere le parole contenute nel decreto?

Come ho già risposto sopra, i decreti erano degli stampati per tutti, dove avevano messo le stragi del 1992 e gli omicidi eccellenti che erano successi. Mi chiedevo perché se la prendessero con migliaia di meridionali se avevano arrestato i colpevoli, e perché dovevo subire tanta ferocia repressiva io che ero di Salerno e tutti i reati erano successi a Palermo. Cosa c’era dietro l’ho capito anni dopo. La solita strategia della tensione. Solo che questa volta avevano usato interlocutori diversi. Ma come succede in questi casi il potere deve dare il mostro in pasto all’opinione pubblica. Chi meglio dei meridionali che sono da sempre considerati brutti, sporchi e cattivi? D’altronde nel Meridione la responsabilità è collettiva e non, come stabilisce la Costituzione, personale. Non si crearono nessun problema a sospendere la Costituzione e creare una sorta di terra di nessuno, come a Guantanamo oppure Abu Ghraib. Non solo le Cayenne italiane di Asinara e Pianosa; ma c’erano anche Poggioreale e Secondigliano a Napoli; San Vittore, Novara, Cuneo, Ascoli Piceno, Spoleto e altre. I politici terrorizzati dai Torquemada e Luciano Violante che li coordinava dal Parlamento non fiatavano, pur sapendo; c’erano molti avvocati alle Camere, oggi come in quel periodo. Erano talmente terrorizzati che lui fece loro approvare in Commissione Antimafia che la Democrazia Cristiana era una sola cosa con la mafia. Solo il radicale Marco Taradash non firm.ò A parte i radicali, l’eroina in quel periodo fu l’On. Tiziana Maiolo. Si batté come un leone e andò a Pianosa e Asinara. Riusci a mitigare le torture, che comunque continuarono.

5- Quanti colloqui con i familiari potevi potevi fare e quanti ne facevi?

I colloqui erano uno al mese con il vetro. I miei famigliari non li facevo venire all’Asinara perché era una odissea, essendo che dovevano venire il giorno prima, la mattina alle 7, dovevano stare sul molo per prendere il battello della polizia penitenziaria. Se capitava che il mare era grosso, tutto veniva rinviato al giorno dopo e, a volte, questi rinvii duravano alcuni giorni. Quando venivo tradotto a Secondigliano (NA) lì facevo in quel carcere; pertanto capitava 3-4 volte l’anno e anche meno.

6- Come era la sala in cui si facevano i colloqui?

All’Asinara le sale erano brutte e sporche. Tutte singole, con vetri vecchi e i citofoni che non funzionavano. Le conoscevo perché le usavano anche per i colloqui con gli avvocati. Avevo messo una avvocatessa che mi seguiva per i ricorsi del 41 bis.

7- Potevi fare telefonate?

No. Oggi al 41 bis ne fanno fare una al mese, però la famiglia deve andare al carcere più vicino e prendere la telefonata, e lì sottoporsi al rito della perquisizione come se dovessero fare un colloquio. Molti non la effettuano per questo motivo, essendo che è solo una delle repressioni che fanno per costringere i famigliari a recidere ogni contatto con il congiunto. 

Ercolano, il giudice dice basta alla tortura… di Maria Brucale

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La nostra Maria Brucale, il bravo e coraggioso avvocato col quale da qualche tempo stiamo percorrendo un viaggio nel (non) mondo del 41 bis, ci ha inviato questo testo che è stato anche pubblicato sul quotidiano “Il Garantista”del 26 settembre.

Aldo Ercolano è un detenuto che per due volte ha avuto attribuito il 41 bis e per due volte i Tribunali di Sorveglianza glielo avevano revocato.

Sotto il clamore mediatico di un giustizialismo montato ad arte succeduto alla seconda revoca, il Ministero aveva riattribuito per la terza volta la misura del 41 bis ad Ercolano. 

Per la terza volta, però, è intervenuta la magistratura (il Tribunale di Sorveglianza di Roma) per revocare una misura che ormai, nel caso di Ercolano, è considerata infondata da un pezzo.

Complimenti a quei giudici che ancora ricordano cos’è il diritto e a quegli avvocati come Maria Brucale che non hanno timore delle battaglie scomode.

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Una estenuante battaglia difensiva sembra essersi finalmente conclusa con la revoca del regime del 41 bis dell’ordinamento penitenziario ad Aldo Ercolano da parte del Tribunale di Sorveglianza di Roma.

Manifesta soddisfazione il difensore, avvocato Piera Farina: “E’ la terza volta che Ercolano approda alla revoca che, pur confermata dalla Corte di Cassazione, veniva sistematicamente vanificata da un provvedimento di rinnovata applicazione emesso dal ministero della giustizia a dispregio vistoso della normativa di riferimento perché del tutto mancante di elementi di novità atti a sovvertire la decisione dei magistrati”. In sostanza, la magistratura vagliava, nell’esercizio del suo potere – dovere di controllo dell’operato della pubblica amministrazione, il decreto che stabiliva il carcere duro per Ercolano, ne riteneva l’illegittimità e il ministero della giustizia, solo in astratto – a quanto pare – vincolato al controllo da parte dell’organo giudicante, ripristinava la detenzione restrittiva.

Ma ciò che appare inquietante è la genesi dell’ultima applicazione al detenuto della carcerazione speciale. Dopo ben due anni dalla precedente revoca, esplode agli onori delle cronache la notizia che Aldo Ercolano non è più in 41 bis. Contestualmente si palesa la preoccupazione di alcuni esponenti politici per il pericolo insito nella restituzione ad una carcerazione ordinaria di un boss come Aldo Ercolano, ergastolano, nipote di Nitto Santapaola.

Lo stato di allerta rimbalza su tutte le testate giornalistiche fino all’annuncio di Orlando del rinnovo del decreto che applica a Ercolano il carcere di rigore, il 41 bis.

Il sentire collettivo viene armato di sdegno dal clamore mediatico, il clima del terrore è fomentato, il pubblico è pago, il cattivo c’è e soffre. La legge sepolta ma a chi importa?

Eppure, successivamente alla revoca del 2011, Ercolano, trasferito presso la Casa Circondariale di Sulmona, aveva immediatamente iniziato un percorso rieducativo. Si era iscritto all’istituto agrario ove aveva conseguito la promozione al IV anno; aveva partecipato ai corsi di lettura e di apicoltura. Aveva, dunque – pur sempre ristretto in un regime protetto quale quello dell’alta sicurezza – mosso i primi passi, dopo molti anni di carcere – Ercolano è detenuto dal 1994 – verso il recupero di una vita palesando la volontà di compiere un percorso di cambiamento dapprima negatogli a causa della diuturna sottoposizione al regime di cui all’art. 41 bis.

Ma un condannato per mafia può essere rieducato e restituito alla società? La Costituzione lo impone, la legge ordinaria sembra darle ragione, la pratica si frappone in modo distonico e disinteressato all’una e all’altra.

Eppure la Corte Europea ricorda all’Italia di continuo che la soggezione al 41 bis è misura emergenziale che mantiene la propria legittimità ove si ponga come necessità a rispondere ad un pericolo attuale e concreto per la sicurezza pubblica, attualità che deve essere ancorata ad elementi specifici e non può asetticamente derivare dalla pregressa condanna subita da un soggetto per fatti di particolare gravità. La sospensione delle regole del trattamento penitenziario – quello volto al recupero del detenuto ed alla sua riammissione nella collettività – deve, infatti – pena la stridente violazione dei principi fondamentali stabiliti dalla Costituzione – essere circoscritta nel tempo e preludere alla restituzione del ristretto ad un circuito detentivo ordinario.

Nel caso di specie, il giudizio dei magistrati ormai cristallizzato perché irrevocabile, era stato sovvertito da un’ipotesi di pericolosità nella sostanza radicata alle vicende giudiziarie che avevano visto Ercolano imputato e condannato senza l’apporto di un solo elemento che ne comprovasse una rinnovata pericolosità. “Una persecuzione immotivata – afferma l’avv. Farina – nei confronti di un soggetto che sta pagando con la lunga detenzione i reati per i quali è stato condannato; persecuzione e soggezione a tortura immotivate se si pensa che in venti anni dal suo arresto non gli sono stati attribuiti reati commessi in costanza di detenzione”.

E di tortura si tratta, perché il regime di cui all’art. 41 bis impone al detenuto prescrizioni e restrizioni che rendono la carcerazione all’evidenza inumana e degradante tanto più se tale condizione, temporanea per sua essenza, viene prorogata sine die. In 41 bis il detenuto trascorre 22 ore nella propria cella. Ha un’ora d’aria in uno spazio rettangolare e angusto sotto uno spicchio di cielo senza riparo dal sole e dalla pioggia. Non può studiare perché gli è precluso l’acquisto di libri di testo dall’esterno del carcere. Non può, salvo rarissime eccezioni, lavorare perché ciò lo porrebbe in contatto con altri detenuti nel girone dei cattivissimi. Può incontrare i propri familiari per un’ora al mese in locali infimi di ferro e vetro; vederli attraverso un pannello divisore; parlare loro attraverso un microfono. Può tenere tra le braccia i suoi figli se minori di anni dodici per la durata del colloquio ma gli adulti presenti devono essere allontanati. Riceve e invia corrispondenza attraverso l’ufficio censura e soggiace a tempi di attesa infiniti e indefiniti. Dopo venti anni di carcere Aldo Ercolano è riammesso ad aspirare al recupero sociale. Così hanno voluto, per la terza volta, i giudici che hanno  ritenuto illegittimo il decreto che ne stabiliva la soggezione al carcere duro, sperando che i media e chi li agita siano d’accordo.

 

La Cayenna italiana… di Pasquale De Feo

41bis

Questo è un testo prezioso.

Il nostro Pasquale De Feo richiama i giorni in cui era nel carcere dell’Asinara, nei primi anni novanta.

E con questo richiamo, Pasquale parla della famigerata stagione delle carceri speciali e del furore giustizialista.

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Avevo fame. Ogni giorno lo stomaco occupava i miei pensieri perché il cibo era poco, scarso e immangiabile, come l’acqua. Ce ne davano una bottiglia al giorno, quella del rubinetto non era potabile, era gialla e puzzolente.

Tutto il contesto era opprimente, persino i colori della cella erano stati dipinti su ordine del Generale dei carabinieri, Dalla Chiesa, negli anni settanta, che dopo essersi consultato con uno specialista dei colori, aveva scelto i più deprimenti per fiaccare la resistenza delle Brigate Rosse che alla fine si ribellarono e distrussero la famigerata sezione Fornelli dell’Asinara, all’inizio degli anni 80.

Nel luglio del 1992 all’Asinara avevano instaurato, nella sezione Fornelli, il regime di tortura del 41 bis e il trattamento era disumano, soffrivamo la fame, la sete e il freddo non essendoci riscaldamenti, non avevamo niente, la sopravvivenza occupava tutta la mia quotidianità.

In certi momenti ci guardavamo e ci dicevamo: “Un giorno, quando lo racconteremo, non ci crederanno”. Ricordo di avere letto in un libro che gli ebrei nei campi di concentramento avevano gli stessi nostri timori, di non essere creduti. Anni dopo, gli stessi detenuti non ci credevano quando lo raccontavano.

In America su simili aberrazioni avrebbero fatto tanti film, come hanno fatto su Alcatraz, in Italia, nessun film, perché l’omertà istituzionale è più granitica di quella della criminalità.

L’unico film serio che è stato fatto sulle carceri è stato “Detenuto in attesa di giudizio” di Alberto Sordi nel 1970, il resto sono stati filmetti che non rispecchiavano assolutamente la realtà.

L’occasione per emanare questa mostruosità furono le stragi del 1992-1993, direi le solite stragi Stato, o meglio dire, il solito metodo, quello della strategia della tensione. Stavolta avevano scelto solo interlocutori diversi.

Non contento, il potere legislativo, nello sfornare leggi emergenziali diede libero sfogo a tre buontemponi della politica, molto noti per le loro “marachelle” e cattive frequentazioni. Andreotti-Scotti-Martelli. Questi giullari metafisici imbarbarirono la civiltà del diritto con la loro sospensione. Si inventarono l’art. 4 bis e l’art. 41 bis. Il primo è un mostro giuridico che non ha eguali nel mondo. Coniarono anche un nuovo ergastolo, chiamato “ostativo”. Questo articolo elimina ogni beneficio delle misure alternative. In poche parole, una pena di morte chiamata in modo diverso, più civile sic.

Il 41 bis è la legalizzazione della tortura nell’esecuzione della pena. Con le parole si è annacquata la barbaria, così non si urta la sensibilità di tante anime sensibili che urlano se un cagnolino viene maltrattato, ma se i meridionali vengono torturati il loro animo non ne risente. In 150 anni hanno metabolizzato come una seconda pelle il razzismo antimeridionale. Siamo sporchi, brutti e cattivi. Nell’immaginario comune è “normale” essere trattati così.

In questo obbrobrio siamo stati e sono tutti meridionali, d’altronde lo sono anche i carcerieri. Ormai il lavoro sporco lo hanno appaltato agli stessi meridionali.

Nei primi giorni era tanto il mal di pancia dopo avere mangiato che iniziai a nutrirmi solo di pane e frutta, ma dovetti soccombere e vincere le nausea. Tempo dopo abbiamo saputo che nel mangiare ci buttavano ogni tipo di schifezza; detersivi, cibi scaduti, urina e altro.

Guardavo nel piatto di pasta e fagioli e vedevo numerosi vermi bianchi. Non mi decidevo a mangiare. La voce del mio coimputato mi arrivò dritto al cervello: “Mangia che sono proteine, dobbiamo sopravvivere!”. Come una sferzata fece il suo effetto, mangiai tutto il piatto e così tutti i giorni in cui rimasi in quell’inferno, cibandomi di tutto ciò che portavano, senza buttare neanche le briciole di pane.

La strategia della tensione serve per destabilizzare, alzare una cortina fumogena con la repressione affinché il potere reale si stabilizzi e venga portato in trionfo dal popolo ignorante. Fra trent’anni si saprò che furono stragi di Stato, come lo sono state tante nel passato. Nel frattempo il mostro scelto da buttare in pasto all’opinione pubblica ne pagherà tutte le conseguenze. La stessa opinione pubblica, aizzata dai mass media, pagherà essa stessa il conto, con la sospensione dei diritti civili; tribunali speciali e torture nelle carceri e nelle caserme per appagare la sete di odio aizzato ad arte affinché  copra e dia l’ìmpunità ai burattinai del potere, tipico dei regimi di Stato di Polizia.

La repressione indiscriminata distrugge ogni cosa e sortisce l’effetto contrario, alimentando un odio contro le istruzioni che passerà alle prossime generazioni. Quando si istituzionalizza la tortura, il meccanismo è di mostrificare chi la subisce, per giustificare agli occhi della popolazione il crimine che si sta perpetrando. Ciò innesca una spirale perversa di rabbia, rancore e odio che coinvolge tutta la cerchia familiare, identificando lo Stato come nemico.

I politici, per paura di essere a loro volta inquisiti facevano a gara a chi era più aguzzino nel proporre norme restrittive. I magistrati giudicanti, ostaggi delle procure, erano diventati dei plotoni d’esecuzione, condannavano alla cieca, tipo liste di proscrizione. La Corte di Cassazione era diventata un ufficio notarile, metteva solo il sigillo alle condanne. Il Paese era in mano alle Procure e ai politici che le appoggiavano. Avevano instaurato un clima di paura e insicurezza, legittimando ogni tipo di repressione con la sospensione della democrazia e dei diritti civili nelle carceri, nelle caserme, nei tribunali.

Credo dovesse essere simile al periodo dell’unità d’Italia con la legge Pica. Tutto il Meridione era classificato un covo di briganti. Ora era ritenuto un covo di mafiosi. Il mostro e il lupo non hanno diritti, possono essere torturati e sterminati, senza suscitare riprovazione nella società civile manipolata con cura certosina. Antonio Gramsci nel 1920 seppe sintetizzare quello che era successo 50 anni prima: “Lo Stato italiano è stata una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri, che scrittori e giornalisti salariati marchiarono con il nome di briganti. Fra 50 anni ci sarà un altro Gramsci che dirà la verità su questo periodo vergognoso. Nulla è cambiato. L’impianto burocratico-poliziesco messo in piede dai piemontesi, non è stato mai smantellato.

Con il regime di tortura del 41 bis ti azzerano i contatti umani, ti torturano fino a quando o accusi altre persone o diventi uno zombi, un morto vivente. Per questo motivo in questi reparti ci sono cinque volte in più suicidi degli altri regimi carcerari. E’ una tortura “democratica” elevata a sistema. Forse credono che, essendo “democratica”, sia meno disumana.

Non avevo mai provato una sofferenza così profonda, tanto forte che spesso diventava dolore fisico. Solo di notte, nelle 3 o 4 ore che riuscivo a dormire, trovavo un po’ di sollievo. Spesso pensavo alla morte per non dovere più soffrire. Molte volte mi sono ripetuto di non augurare questo mio stato neanche al peggiore nemico. Sono stato molte volte sul punto di lasciarmi andare, di addormentarmi e non svegliarmi più per potere ritrovare la pace. Morire per non soffrire più.

Non avevo mai creduto, quando leggevo, che può bastare una piccola frase per darti una spinta motivazionale, che ti fa superare qualunque ostacolo. Un giorno un amico mi diede da leggere un libro di Friedrich Nietzsche “Così parlò Zaratustra”. Mentre lo leggevo svogliatamente, senza riuscire a concentrarmi per la disperazione dei miei pensieri, lessi la frase: “I morti hanno sempre torto” e più avanti “Il dolore che non ti uccide, ti rende forte”. Scattò in me qualcosa, che innescò una reazione profonda che scosse tutti i miei sensi.

Iniziai a fare ginnastica e a leggere. La mente sembrava una locomotiva che andava a tutto vapore e iniziai a vedere di nuovo il mondo a colori. Ci davano un libro ogni 15 giorni ed io facevo la richiesta  anche per altri tre compagni di cella, così avevo da leggere quattro libri ogni due settimane. Tutta questa nuova energia mi portò a lottare per i diritti che venivano calpestati e mi scontrai con la Direzione dell’Asinara. Riuscii a fare intervenire ministeriale ed avere alcune cose che la repressione ci limitava. Come due docce a settimana, comprare una busta di caramella e un KG di frutta e verdura a settimana, piccole cose ma che in quel momento erano molto.

Me la fecero pagare. Trascorsi un intero inverno con un paio di scarpe di tela. Non ho mai sofferto così tanto il freddo ai piedi. Ma quando sei determinato in quello che fai, tutte le repressioni le sopporti con stoica pazienza. Tutte queste prove mi hanno rafforzato il carattere e costruito una forza d’animo da potere sopportare qualsiasi dolore.

Come nel passato, il potere cerca di fare cadere le infamie che hanno commesso all’Asinara, Pianosa, Poggioreale, Secondigliano e in altre carceri. Non dobbiamo farlo succedere, perché, come la storia ci insegna, ciò che non si corregge si ripete. In Italia purtroppo si è ripetuto spesso nei periodi di repressione ciclica che si abbatte nel Meridione.

Nelle carceri hanno iniziato 150 anni fa a usare la tortura con i Bandi del 1826 di Carlo Felice di Savoia portati con la conquista del Sud nel 1860, anche se nel 1863 furono sostituiti con un regolamento provvisorio. Nella sostanza non è mai cambiato niente, si sono solo adeguati ai tempi. Oggi l’infamia della tortura del 41 bis continua anche se sono trascorsi 22 anni, dalle bastonate quotidiane sono diventati più scientifici. Per avere una idea basta rammentare i centri di detenzione psichiatrici sovietici. Ci rinchiudevano i dissidenti per annullarne la personalità e annichilirne il pensiero. Questi sono oggi i 41 bis.

Quando sento i Savonarola che urlano di riaprire Pianosa e l’Asinara, penso a quanto siano malvagi, anche se sono consapevole che non sanno di cosa parlano. I loro strali servono a mantenere la loro rendita di potere ed i privilegi acquisiti con il loro lavoro di dispensatori di odio, pertanto non pensano minimamente che il loro benessere derivi da tanta sofferenza. 

A volte penso che se fossi ricco finanzierei un film sul regime di tortura del 41 bis, ma principalmente sulle due Cayenne italiane, le isole di Asinara e Pianosa. Credo che solo così la gente saprebbe l’orrore che si è perpetrato in questi luoghi da parte dello Stato.

L’opinione pubblica è stata talmente catechizzata e anestetizzata che le barbarie del passato e quelle del presente nel 41 bis, nelle carceri, nelle caserme e con la fascistizzazione delle polizie non li inducono a ribellarsi, affinché la democrazia e la civiltà entri in questo campo con pieno diritto.

Mai più simili barbarie. C’è lo impone la nostra civiltà, la nostra appartenenza alla comunità europea e i trattati internazionali. E’ tempo che questo vuoto di umanità venga colmato.

De Feo Pasquale

Catanzaro settembre 2014

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