Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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La cultura educativa e l’assenza di relazioni umane tra il reo e il suo educatore… di Filippo Rigano

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Questo brano di Filippo Rigano -detenuto a Rebibbia e studioso di diritto- è incentrato sulla “problematicità” di un rapporto tanto delicato quale è quello che investe la relazione tra il detenuto e l’educatore.

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Sono entrato in carcere senza istruzione. A un certo punto ho sentito la necessità di studiare.

Gli studi di giurisprudenza mi hanno insegnato il valore del diritto e l’importanza del rispetto delle regole sociali che tengono unita la società. Studiando ho potuto apprezzare la necessità del rispetto verso gli altri, così ponendomi in un’ottica culturale del tutto nuova, riuscendo persino a cambiare il mio carattere e a credere ancora nel futuro le cui prospettive future di realizzazione della mia persona sono certamente più difficili da realizzarsi, ma è mia convinzione che esse mi daranno maggiore soddisfazione.

La Cultura è quell’insieme che include il sapere, la conoscenza, l’arte per trasmettere emozioni e dota l’individuo di una morale nuova. Quello che ho appreso tramite la cultura e che ho avuto modo di approfondire in carcere grazie ai professori universitari e alle persone che hanno creduto utile portare l’università in carcere, così permettendoci di studiare e di formarci culturalmente, ha permesso di sviluppare le capacità mentali di ognuno di noi aiutandoci a mettere giudizio nelle cose da dire e in quelle che si fanno per l’oggi e per il domani. E questo investe un aspetto importante, specialmente in questi luoghi dove molto spesso la cultura scolastica e quella etica sono poco conosciute e praticate.

Guardandomi attorno, mi sono reso conto che mancava qualcosa. E me ne sono accorto partendo dalla mia condizione attuale di studente del diritto e di condannato. E’ ovvio che lo studio da solo diverrebbe poca cosa senza l’aiuto degli altri. Per la persona condannata un aiuto fondamentale può venirgli dall’educatore. La nostra Costituzione, all’art. 27 terzo comma recita così: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, rieducazione, quindi, come sinonimo di socializzazione, facendo capire la funzione che l’educatore carcerario deve svolgere. Nello specifico di questa funzione e dal mio punto di vista ho notato un’evidente carenza della cultura educativa in carcere, dovuta all’assenza di relazioni umane tra l’area educativa e i detenuti. Con questa affermazione non sto dicendo che gli educatori non svolgono il loro dovere, ma che lo svolgono quantomeno in parte. Lavorare in ufficio tra le carte è utile quanto necessario, ma non basta. Serve l’incontro tra persone. O meglio, io dico che è obbligatorio l’incontro tra la cultura dell’educatore e la mia nuova cultura che va formandosi in me e negli altri studenti. Da questo ne discende che occorrono i colloqui conoscitivi tra il detenuto e il suo educatore e dopo essersi  conosciuti si fa il passo successivo che consiste nel tentare di individuare le capacità del soggetto  al fine di stimolarle e altro fine sarebbe poi quello di concretizzarle tramite il graduale reinserimento nella società libera.

Infatti, la figura dell’educatore è anche in grado di svolgere funzione di tramite con il Magistrato di Sorveglianza. L’educatore per ovvie ragioni è colui che conosce per primo il soggetto detenuto ed è su questa conoscenza che fonderà le sue convinzioni per redigere il documento di sintesi trattamentale. La sintesi di cui vi parlo non è un pezzo di carta, giacché ha un elevato valore culturale e identificativo di me medesimo, come di tutti coloro che si sottopongono al trattamento previsto dalla legge penitenziaria.

Il diritto è quella scienza che studia e riconosce le condotte lecite differenziandole dalle illecite. A furia di confrontarmi con questo mondo del sapere è nata in me questa domanda: se si è in grado di riconoscere il legale dall’illegale, la condotta deviata da quella socialmente accettata, come mai poi per molti di noi a un certo punto accade che si ignori ciò che facciamo anche quando questo fare è culturalmente acettabile socialmente ed è rispettoso sotto il profilo giuridico legale? Forse esiste un volere, al quale io fatico a credere, che ha interesse a lasciare sul reo il marchio che lo ha contrassegnato come elemento criminale, quindi pericoloso per sempre? Ecco allora il valore dell’incontro tra me e il mio educatore al quale io mi appello perché solo incontrandosi e colloquiando si potranno stabilire le differenze tra il passato e il presente come sono stato capace di fare con me grazie allo studio del diritto.

Un’ultima cosa. Tutti sappiamo che il diritto si serve del tempo per dare certezza ai suoi atti. Su di me di tempo ne è passato. E’ da 23 anni  che sconto la mia pena e se mi domandassi quali certezze ha aggiunto il mio educatore riguardo al mio percorso culturale ed umano, non troverei alcuna risposta pur essendo che di tempo ne è passato anche troppo. E questo perché su di me, come per molti di noi, l’educatore di atti certificati non ne ha prodotti.

Roma Rebibbia

Filippo Rigano

 

 

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Diritto islamico-lezione sei… di Fabio Falbo

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Continuo con la pubblicazione del saggio sul diritto islamico scritto da Fabio Falbo, detenuto a Rebibbia.

Questa è il sesto capitolo.

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Come su esposto, tra i 600 versetti che racchiudono il testo coranico solo cento sono normativi. Circa 500 riguardano la religione, i comportamenti, ecc. La seconda fonte è la Sunna e le principali scuole di diritto sono state quelle di Medina, Mecca, Gufa, Bassara.

La Sunnah: 1° comportamento del Profeta-   2°insieme di racconti del Profeta-   3°detto fatto silenzio, fonte di cognizione, per i Sunniti improntata sulla veridicità del contenuto, cioé sanare le imperfezioni esistenti nel Corano, trasmessa alla presenza di due testimoni. Le principali azioni sunnite in termine di Sunnah avvengono intorno al IX secolo a Bucaia e Bsnim. Queste sono le più importanti; principalmente concorrono alla retribuzione e distribuzione derivante da un profitto di attività commerciale non chiaramente riportata nel Corano. I giuristi musulmani concentrano tutto il loro studio sulla veridicità del racconto e non sulla autenticità come fanno i giuristi occidentali.

Terza fonte del dirito: la Igmà, ossia la comunità islamica, in termini la indefettibilità della stessa comunità (Umma comunità araba).

Mohamed o Maometto diceva: 1)La mia comunità non si troverà mai d’accordo su un errore.   2) Ciò che ai musulmani è apparso buono ed equo, è buono anche al cospetto di Dio.

Lettera di Luciano Rossa, dal carcere di Spoleto

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Pubblico oggi una lettera di Luciano Rossa, detenuto a Spoleto.

Quello che racconta Luciano è emblematico di come il carcere non dovrebbe funzionare.

Nei fatti, Luciano a Luciano viene reso impossibile vedere la propria famiglia e viene reso impossibile studiare.

Ma, è accettabile che un padre di famiglia abbia potuto vedere, in circa 11 anni di detenzione, il figlio per non più di 20 volte. O è un’autentica barbarie? La seconda.. indubbiamente la seconsa..

Vi lascio a questa lettera che ci ha inviato Luciano Rossa.

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Cari compagni, ciao sono Rossa Luciano e vi scrivo dal carcere di Spoleto, dove mi trovo da 11 anni, da quando ho l’ergastolo in odo definitivo. In questi 11 anni ho avuto sempre un buon comportamento. Ho sempre lavorato, anche in cucina. Ho fatto tutte le scuole fino ad arrivare a prendere il diploma. 

Da un paio d’anni cerco di essere trasferito in un istituto qualsiasi della Lombardia dove vivono i miei fratelli, così da poter agevolare la mia famiglia per venirmi a trovare, sia economicamente, ma soprattutto per le condizioni di salute di mia madre. Mi è sempre stato rigettato il trasferimento per motivi di sicurezza; quando da 15 anni, come dicevo prima, ho avuto sempre un buon comportamento, perciò la motivazione non regge. Come mai, se le direttive della Corte Europea R. 2006 n. leggi relative previste dalle regole penitenziarie  europee art. 42 art. 28  230/2000  art. 61 comma 2 prevede che dobbiamo stare al massimo 200 km dai nostri famigliari.  Non è che la mia condanna all’ergastolo lo prevede che io debba essere allontanato dalla famiglia. 

Perché non posso vedere mio figlio che quando mi hanno arrestato aveva 2 anni e oggi ne ha 17. In undici anni non ho potuto vederlo neanche 20 volte. Chi lo prevedere questo, il DAP? Come può il DAP violare tutte le leggi, le direttive della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ammassandoci uno sopra l’altro e e nessuno di loro ne paga le conseguenze. Non si possono contrastare. Gli avvocati dicono che con il DAP non si parla in nessuna maniera. Perciò noi da qua cosa possiamo fare? Non sapendo più cosa fare, quando mi hanno chiamato per raddoppiare le celle in questo istituto.. celle che prima erano celle singole.. mi sono rifiutato. Sono ergastolano e l’art. 22 prevede l’isolamento notturno, ma il DAP, quando gli conviene una certa situazione, la lascia così. 

E quindi mi ritrovo da 8 mesi in isolamento. Se le è dimenticato a prendere un provvedimento, magari la direzione e non gliela ha detto, non accettandomi l’istanza per andare dalla mia famiglia in Lombardia. Mi sono messo in contatto con il Garante di Roma e mi hanno proposto se volevo andare a Rebibbia per frequentare l’università visto che lì non è a pagamento, o meglio pagano loro; a differenza di qua dove non mi posso iscrivere perché non ho la possibilità economica. Così, con il parere della mia famiglia ho subito accettato, in quanto, venendo da Catania con l’aereo, qualche colloquio sarebbe stato possibile farlo e soprattutto, quando mi sarebbe ricapitata una occasione come questa. La possibilità di laurearmi senza avere spese. Era un riscatto per me, mi mettevo in gioco per un paio d’anni, era una bella sfida. Così abbiamo fatto l’istanza con il garante di Roma (a Spoleto non esiste). Ma l’hanno rigettata, sempre per questioni di sicurezza. Se voglio studiare, mi devo iscrivere qua, ma io soldi non ne ho. Come faccio? 

La mia famiglia non la posso vedere, non posso studiare. E’ questo il modo per rieducare il detenuto? Tenendomi 8 mesi in isolamento. Ma, soprattutto, se quelli che mi debbono rieducare non rispettano per niente le regole e se ne fregano delle leggi, che esempio mi danno? 

Non so se mi potete aiutare, ma sicuramente lo possiamo fare sapere a tutti quello che fanno questi “signori per bene” del DAP.

Il vostro indirizzo me lo ha dato il compagno Carmelo M. e compagno G. che è qua. Grazie tanto e a presto.

Uno stato che non rispetta la legalità- Francesca De Carolis intervista il Andrea Pugiotto

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Andrea Pugiotto è  professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara. Ed è in prima fila nelle battaglie di civiltà per i miglioramento della situazione dei detenuti e per il superamento dell’ergastolo.

Pubblico oggi una intervista -già uscita sulla rivista “Una Città” (http://www.unacitta.it/newsite/index.asp), fattagli da Francesca De Carolis, amica e bravissima giornalista, e autrice del libro “Urla a bassa voce”. 

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Nel numero di ottobre della rivista “Una città”, questa mia intervista ad Andrea Pugiotto, che è costituzionalista e molto si batte per il miglioramento delle condizioni del carcere e per l’abrogazione dell’ergastolo. Un bellissimo intervento, il suo… ascoltate:

Quando e perché ha scelto di fare della questione carceraria e in particolare dell’ergastolo non solo il suo filone principale di studio, ma anche una vera e propria battaglia civile?

Provo a rispondere muovendo da un dato giuridico. Nel nostro ordinamento penale esiste un principio secondo il quale, quando si ha il dovere giuridico di impedirlo, non evitare un reato equivale a cagionarlo. Analogamente, avere una competenza (cioè un sapere) e non fare nulla, è un grave peccato di omissione o, per noi laici, una grave responsabilità personale. Nasce da qui, da questa consapevolezza, l’urgenza non solo di studiare e di scrivere, ma anche di trovare strumenti inediti ed efficaci in grado di veicolare il proprio sapere in una battaglia di scopo.

Non accade spesso fra i membri dell’Accademia…

Non saprei dire. E comunque, in questo, ognuno risponde solo a se stesso: nel mio caso la circolarità tra l’impegno scientifico e l’impegno civile era un esito pressoché obbligato. (…)Da costituzionalista, infatti, ho sempre pensato il diritto come violenza domata, e la Costituzione come regola e limite al potere. Visti da tale angolazione, il carcere e le pene rappresentano indubbiamente un campo d’indagine privilegiata, un banco di prova tra i più impegnativi per misurare la distanza tra la dimensione ontica del diritto, la sua effettività, e la dimensione deontica del diritto, il suo dover essere. O, se preferisce, tra il diritto vivente e il diritto che insegno.

Iniziamo dall’ergastolo, al cui superamento lei ha dedicato un’attenzione tutta particolare. Un tema impopolare, senza parlare del luogo comune difficile da scalfire: “l’ergastolo in Italia non esiste più”.

Sul tema dell’ergastolo, ma vale in realtà per tutti i principali problemi che ruotano attorno alle pene e alla loro esecuzione, è davvero larga la forbice tra il senso comune e la realtà delle cose. Ecco perché è fondamentale la parola, lo scritto, il dibattito pubblico, la capacità di creare momenti di riflessione non reticente: tutte occasioni capaci di colmare la distanza abissale tra l’opinione omologata, la doxa dominante, e la consapevolezza delle cose, l’epistème. Quante persone sanno, ad esempio, che in Italia esistono non uno ma più tipi di ergastolo? Quante sono al corrente che, a settembre 2014, dietro le sbarre si contavano 1576 ergastolani dei quali 1162 ostativi? Parlo di ergastoli al plurale perché, accanto a quello comune contemplato nell’art. 22 del codice penale, presentano un proprio regime autonomo ed una propria ratio l’ergastolo con isolamento diurno (art. 72 c.p.) e l’ergastolo ostativo (per i reati previsti all’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario). Di ergastolo nascosto si deve poi parlare per l’internamento dei rei folli negli ospedali psichiatrici giudiziari che, di rinnovo in rinnovo, spesso si traduce in una detenzione senza fine. Degli attuali 1576 ergastolani, molti sono reclusi da oltre 26 anni, che pure è il termine raggiunto il quale è possibile accedere alla liberazione condizionale, anche se si sta scontando una pena a vita. Altri addirittura sono in carcere da più di 30 anni, che è la durata massima per le pene detentive. Quanto agli ergastolani ostativi (e sono almeno 681), sono condannati a morire murati vivi, perché per essi – salvo non mettano qualcuno al loro posto, collaborando proficuamente con la giustizia – le porte del carcere non si apriranno mai. Mi (e vi) domando: dobbiamo forse attenderne la morte in carcere, per affermare che queste persone stanno scontando una pena senza fine?

L’ergastolo, però, è già stato sottoposto a giudizio, sia costituzionale, mi riferisco alla sentenza n. 264 del 1974, che popolare con referendum radicale del 1981. Tutte e due le vote ne è uscito confermato.

Quanto a quel voto popolare contrario all’abrogazione dell’ergastolo, come per ogni altro referendum la vittoria del no non produce alcun vincolo giuridico, perché solo la vittoria del  – con conseguente cancellazione della legge – è in grado di innovare l’ordinamento. Semmai, il fatto che la Corte costituzionale abbia allora dichiarato ammissibile il quesito, ci dice che l’ergastolo non è una pena costituzionalmente necessaria: le leggi il cui contenuto è imposto dalla Costituzione, infatti, non possono essere sottoposte a referendum abrogativo. Da ultimo, vorrei ricordare che anche la sovranità popolare si esercita «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1, 2° comma) e se l’ergastolo è una pena illegittima, non basta a metterlo in sicurezza un voto referendario.

Ma la Corte costituzionale, ricordavamo, ha escluso che il “fine pena mai” violi la nostra Carta fondamentale.

Quella sentenza di rigetto, che risolveva un problema gigantesco con una motivazione di sole tremila battute, giuridicamente, non preclude la riproposizione della questione di legittimità dell’ergastolo. Da allora, infatti, il quadro costituzionale è mutato: pensi, ad esempio, all’introduzione in Costituzione nel 2007 del divieto incondizionato della pena di morte (art. 27, 4° comma), che molto ci dice sull’illegittimità di pene irrimediabili e che eleva a paradigma la finalità risocializzatrice cui tutte le pene «devono tendere», come enuncia l’art. 27, 3° comma. La stessa giurisprudenza costituzionale, nel tempo, ha valorizzato in massimo grado questo vincolo di scopo, che non può mai essere sacrificato integralmente ad altre diverse finalità, arrivando anche, con la sentenza n. 161/1997, a dichiarare illegittimo l’ergastolo per i minori. Infine, quella sentenza di quarant’anni fa diceva cose che, oggi, andrebbero rilette con maggiore attenzione di quanto finora è stato fatto.

Ci spiega?

La ratio decidendi di quella decisione è che l’ergastolo non viola la Costituzione perché non è più pena perpetua, potendo il condannato a vita beneficiare della liberazione condizionale, istituto che estingue la pena restituendo il reo alla libertà. Con tutto il rispetto, si tratta di un sofisma. Equivale a dire che l’ergastolo esiste in quanto tende a non esistere. Rovesciato, quell’argomento dimostra che una reclusione a vita è certamente incostituzionale: dunque, tutti i condannati che per le ragioni più varie hanno scontato l’ergastolo fino a morirne, sono stati sottoposti a una pena che la Costituzione respinge. E’ accaduto. Accade anche oggi. Continuerà ad accadere, finché sopravvivrà la previsione legislativa di una pena perpetua.

Perché, allora, in tutti questi anni, l’ergastolo non è mai stato cancellato dal codice penale?

Perché le pene, la loro tipologia, la loro durata, rappresentano un formidabile «medium comunicativo», come dice Giovanni Fiandaca, manipolabile ad arte e catalizzatore di ansie sociali, E’ un serbatoio cui la politica attinge a piene mani per rispondere simbolicamente alla paura percepita dal corpo sociale. Ma dal quale si tiene alla larga, quando si tratta di restituire al diritto penale cornici edittali più ragionevoli di quelle attuali, o se si tratta di mettere in discussione un sistema penale tolemaicamente costruito attorno al paradigma della pena detentiva. Difficile, in questo contesto, che l’ergastolo, cioè la massima tra le pene, possa essere cancellato da un voto, parlamentare o referendario, entrambi suggestionabili ad arte.

Infatti lei ha indicato come strada alternativa l’incidente di costituzionalità davanti alla Consulta. E a questo scopo ha elaborato un atto di promovimento (pubblicato nella rivista Diritto Penale Contemporaneo e che è anche in appendice al volume Volti e maschere della pena curato con Franco Corleone). Perché questa strada dovrebbe riuscire dove hanno fallito legge e referendum?

Pre-vedere come i giudici costituzionali risponderebbero a rinnovati dubbi di legittimità sull’ergastolo va oltre le mie capacità. Tuttavia, diversamente da un voto politico, so che il loro giudizio andrà argomentato secondo coerenza logica e giuridica, sarà guidato da un principio di legalità costituzionale che ha una sua logica stringente non inquinabile da ragioni di opportunità. Riducendo l’essenziale all’essenziale: i giudici delle leggi rispondono alla Costituzione, non al consenso popolare. Compito del giudice che impugna la legge è argomentare persuasivamente perché il carcere a vita, cioè a morte, si collochi fuori dall’orizzonte costituzionale delle pene. In ciò la dottrina giuridica può dare il suo contributo. Dopo di che, vale la massima «fai ciò che devi, accada quel che può».

Può sembrare un atto di sfiducia nella logica democratica, fatta di partiti, confronto parlamentare, leggi approvate a maggioranza…

Capisco l’obiezione ma la respingo. Nasce dall’ubriacatura di questi ultimi vent’anni a favore di una mera democrazia d’investitura, quasi che gli strumenti della sovranità popolare si risolvano esclusivamente nel voto periodico, inteso come delega a una forza politica, a sua volta riunita attorno al capo di turno che tutto prevede e a tutto provvede. La democrazia liberale, disegnata nella nostra Costituzione, è molto più ricca e articolata. Prevede la rappresentanza politica, ma anche la seconda scheda referendaria, il pluralismo associativo, l’esercizio delle libertà civili, la rivendicazione dei propri diritti per via giurisdizionale. La sovranità popolare, in altri termini, si esercita continuamente attraversotutti questi canali di partecipazione. Tra essi c’è anche la via della questione di costituzionalità, laddove ne ricorrano le condizioni di ammissibilità previste dalla legge.

La via giurisdizionale come forma complementare di partecipazione politica, dunque?

In un certo senso è così. Per la condizione carceraria, ad esempio, il processo di riforme introdotte nell’ultimo anno da Governo e Parlamento è stato messo in moto da importanti decisioni giurisdizionali sui diritti dei detenuti, pronunciate dalla Corte di Strasburgo e dalla Corte costituzionale, sollecitate opportunamente da singoli detenuti o da giudici chiamati, altrimenti, ad applicare norme illegittime. Diversamente, tutto sarebbe rimasto come prima. Spero accada, e presto, anche per l’ergastolo.

Più in generale, comunque il diritto esige sanzioni per condotte penalmente illecite, pene detentive, anche dure…

Premesso che la pena è un male necessario, senza il quale sarebbe a rischio l’esistenza stessa dell’ordinamento e, con esso, le condizioni minime necessarie a una convivenza pacifica, va fatta salva una precisazione, in verità decisiva. La nostra Costituzione ammette la forza di cui lo Stato ha il monopolio ma nega la violenza. E lo fa proprio con riferimento alle situazioni in cui il soggetto è nelle mani dell’apparato statale: se è costretto a una qualunque restrizione di libertà (art. 13, 4° comma), durante l’esecuzione della pena (art. 27, 3° comma), quando è sottoposta a un trattamento sanitario obbligatorio (art. 32, 2° comma). I tanti obblighi internazionali che pongono il divieto di trattamenti crudeli, inumani, degradanti, e ai quali l’Italia è egualmente vincolata ora anche per obbligo costituzionale (mi riferisco all’art. 117, 1° comma), chiudono questo cerchio normativo. Ecco il punto: quando la pena minacciata dal legislatore, irrogata dal giudice, eseguita dalla polizia penitenziaria sotto il controllo della magistratura di sorveglianza, travalica il confine che separa la forza dalla violenza, non è più una pena legale.

 E questo è proprio quello che accade nelle nostre carceri sovraffollate, come ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo, condannando l’Italia per il divieto di tortura sancito dall’art. 3 della CEDU.

Esattamente. Anche qui urge una precisazione, per me decisiva. Affrontare il problema «strutturale e sistemico», per dirla con i giudici di Strasburgo, di galere colme fino all’inverosimile, non significa fare fronte a un problema umanitario, né essere chiamati a un sussulto di civiltà o a un obbligo morale. Quello che abbiamo davanti, e di cui il sovraffollamento è solo il lato più visibile, è innanzitutto un problema di legalità. La sua soluzione, dunque, non è una scelta dettata da buonismo o affidata a valutazioni di opportunità politica. E’, semmai, un vero è proprio dovere costituzionale cui non possiamo sottrarci. Pena, altrimenti, un micidiale cortocircuito ordinamentale.

 Quale?

Quello per cui, mentre condanna un soggetto ad espiare una pena per aver violato la legge, è lo Stato che contestualmente viola la propria Costituzione, la CEDU, l’ordinamento penitenziario e finanche il suo regolamento di esecuzione. E’ un cortocircuito micidiale perché, a riconoscere che lo Stato non rispetta la propria legalità sono i suoi stessi organi apicali: sul problema del sovraffollamento carcerario, per esempio, i richiami più severi sono venuti dal Presidente della Repubblica, dalla Corte costituzionale, dal Primo Presidente della Corte di cassazione. La stessa Presidenza del Consiglio, con propri decreti, ha proclamato nel 2010 e reiterato negli anni successivi lo stato di emergenza in ragione dell’attuale condizione carceraria. Sono state addirittura emanate apposite circolari ministeriali che riconoscono il problema dei troppi suicidi dietro le sbarre, la violazione della capienza regolamentare nelle carceri, il problema di una carente assistenza sanitaria per i detenuti. Se questo è il quadro, corriamo il serio pericolo che il reo diventi vittima, perdendo così la consapevolezza della propria condotta antigiuridica, percepita come minuscola davanti a una illegalità statale tanto certa quanto vasta. 

Lei fa molti incontri in carcere e in carcere, è entrato più volte. Che percezioni ne ha ricavato?

Entrare in un carcere, anche se occasionalmente, è un’esperienza sconvolgente. Varchi uno, due, tre, più cancelli che, ad ogni passaggio, si richiudono rumorosamente alle tue spalle. Gli odori, i suoni, i colori, gli spazi, i visi che incroci – del detenuto, dell’agente penitenziario, dei familiari di detenuti, il più delle volte mogli, madri, sorelle fuori dal carcere in attesa di entrare per i colloqui – ti si imprimono nel ricordo. E’ come se tutti i tuoi sensi acuissero la loro capacità di percezione. Fondamentalmente, è un’esperienza che ti mette in contatto con il dolore più sordo, quello che sembra non avere né rimedio né speranza. Per quanto mi sia sforzato, non riesco minimamente a realizzare che cosa siano, quotidianamente, il tempo dietro le sbarre, l’assenza di spazio, la convivenza coatta tra detenuti, l’amputazione della sessualità come libera scelta.

Dove trovare le parole per far capire a chi non ha visto, per raccontare…

Nella letteratura spesso riesco a trovare le parole capaci di raccontare del carcere ciò che altrimenti non saprei personalmente narrare. Adriano Sofri, su tutti, ha questa straordinaria dote. Penso ai suoi libri più carcerari: Le prigioni degli altri (Sellerio), Altri Hotel (Mondadori, 2002), alcune pagine di Piccola posta (Sellerio, 1999) e quelle sull’ergastolo in Reagì Mauro Rostagno sorridendo (Sellerio, 2014). Tra le mie letture più recenti, ho trovato coinvolgenti alcuni romanzi che ruotano attorno all’esperienza del carcere, guardata con occhi diversi: lo sguardo del detenuto che è entrato e uscito di galera (Sandro Bonvissuto,Dentro, Einaudi, 2012), lo sguardo dei figli di madri detenute che hanno vissuto i loro primi tre anni di vita dietro le sbarre (Rosella Postorino, Il corpo docile, Einaudi, 2013), lo sguardo dei genitori di figli detenuti in regimi di massima sicurezza (Francesca Melandri,Più alto del mare, Bur, 2012). Per capire l’ergastolo, poi, i libri di Nicola Valentino, Carmelo Musumeci e – senza alcuna piaggeria – le testimonianze da lei raccolte Urla a bassa voce (Stampa Alternativa, 2012) sono stati per me letture fondamentali.

 La scrittura e la lettura, in effetti, possono essere chiavi d’accesso a una realtà, come quella del carcere, altrimenti sconosciuta.

E’ vero, ma c’è anche dell’altro. Le parole “libro” e “libertà” derivano dalla medesima radice:liber. Ci aveva mai fatto caso? Io la trovo una coincidenza fantastica. Non è una bizzarria, allora, se in altri paesi per ogni libro letto in detenzione è prevista una riduzione della pena da scontare. Del resto, non si è sempre detto che la lettura è una forma di evasione?

 

“Il diritto alla salute è sospeso”… lettera di Umberto Loffredo da Catanzaro

espress

Grazie a Nellino ci è giunta questa lettera di Umberto Loffredo, detenuto a Catanzaro.

Umberto Loffredo è da più di 70 giorni in isolamento.

E’ in isolamento perché ha commesso un qualche reato?

No. E’ in isolamento perché, così gli hanno esplicitamente detto, ” a causa del sovraffollamento il diritto alla salute è sospeso”. Che significa? Allora, chi è in possesso di una certificazione medica che segnala la necessità che, visti i particolari problemi di salute che può avere, il tal detenuto venga collocato in cella singola. Ma, così hanno detto a Loffredo, il sovraffollamento ha fatto, in sostanza, venire meno questo elementare principio di civiltà giuridica. Loffredo -affetto da turbe psichiche-  pur di non finire in cella con altre persone, ha preferito l’isolamento. E sono più di 70 giorni che si trova in isolamento.

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Cari amici del blog

mi chiamo Loffredo Umberto, detenuto nel carcere di Catanzaro. Ho scoperto l’esistenza del blog attraverso l’amico Nellino.

Scrivo per darvi la mia testimonianza sulle condizioni di questo carcere e per raccontarvi quello che mi è accaduto.

Vengo subito al dunque. In data 2 aprile, di mia “spontanea” volontà, venivo ubicato nella sezione isolamento; perdon… “reparto separato”, perché se lo chiamiamo isolamento qualcuno potrebbe obiettare che l’isolamento non esiste più, perché illegale. Le solite barzellette all’italiana, cambiano il numero di targa ma l’automobile resta sempre la stessa.

Come per l’EIV, dopo la batosta della CEDU non esiste più EIV ma ora si chiama AS1. È cambiato il nome, ma nei fatti le censure della CEDU sono rimaste disattese. Non vorrei dilungarmi su tale questione, diciamo brevemente che la CEDU diceva all’Italia che l’EIV, mancando una tutela giurisdizionale era illecito; l’AS1 continua a mancare di una tutela giurisdizionale.

Ritorniamo a noi. Il 2 aprile, “volontariamente” vengo portato all’isolamento perché un ufficiale di P.P. E un appartenente al gruppo dirigenziale, asseriscono che “a causa del sovraffollamento il diritto alla salute è sospeso”.

ABERRANTE!

“Il diritto alla salute sospeso”. Cosa significa? Significa che, per dette ragioni di sovraffollamento, coloro i quali erano in possesso di certificazione medica attestante l’ubicazione in cella singola, dovevano essere allocati in compagnia con altro detenuto. Credo sia superfluo aggiungere altro sul tema, ma… giova precisare che nel mio caso non si tratta di problemi di salute temporanei, fosse stato un braccio rotto, una febbre o altra patologia a tempo, sarebbe stato ugualmente sbagliato, però più comprensibile, meno assurdo. Invece, nel caso specifico, il sottoscritto è affetto da gravi turbe psichiche, le quali non sono come le luci natalizie a intermittenza tali che un giorno si accendono e un altro si spengono. No! A me hanno tagliato la corrente. Certificato da diversi specialisti, tutti attestanti la necessità di ubicazione in cella singola. Ordunque, in presenza di tale prepotenza, per difendere il mio diritto alla salvaguardia di quel poco di salute che resta, ho deciso di andarmene in isolamento, pur di restare in cella da solo.

Suppongo che comunque fosse o dovesse essere una soluzione temporanea, una soluzione di emergenza. Oggi iniziano a sorgere dei dubbi nella mia mente. Oggi è 4 giugno 2014, trascorsi 62 giorni, inizio a pensare che forse stanno iniziando a pensare posso stare in questo reparto? Io credo, voglio credere, che non sia così!

Anche perché, oltre alle motivazioni di cui sopra, l’illegalità del reparto, le condizioni igienico sanitarie precarie, ho dovuto anche sentirmi dire, da una figura che in teoria dovrebbe anche tutelarmi, che “ho visto celle peggiori”. Vi rendete conto? Una cella che se ci mettono un cane vengono denunciati dal WWF e mi dicono che… “celle peggiori”?

Perché è stata in carcere?

Dimentica che sono in queste condizioni perché vittima di un abuso?

Dimentica che le carenze strutturali non possono ricadere sul soggetto posto sotto la loro tutela?

Dimentica che 62 giorni in questo reparto ravvisano sicuramente una violazione dell’art. 3 CEDU in trattamenti inumani e degradanti?

Un reparto dove una persona come me, nelle mie condizioni di salute, può solo aggravarsi, visto che è in compagnia di ogni genere di persona (pazzi che gridano di notte, detenuti per reati per i quali in carcere devono essere protetti – sex offender). E vogliamo parlare della circolare DAP del 2009 sulla disposizione dei detenuti a seconda del circuito di appartenenza? Meglio di no! Meglio di no perché questa è la minore delle illecità commesse.

Questo è il carcere di Catanzaro. Questa è l’Italia, dove si può dire che il diritto alla salute è SOSPESO!

Ora vi saluto, cercherò di tenervi informati sull’evolversi di questa vicenda e grazie per l’attenzione che dedicate a tutti noi.

Umberto.

PS: quando chiedi spiegazioni, pare che nessuno sappia nulla, ma alla fine non si accorgono che qualsiasi cosa accada, la responsabilità ricadrò sempre e solo in capo alla massima autorità dirigente?

Viaggio nel 41 bis- il controllo della corrispondenza- di Maria Brucale

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Con Maria Brucale, avvocato appassionato e generoso, abbiamo iniziato un viaggio in un mondo su cui grava un infinito disfavore, ma che pochissimi conosco. Il mondo di chi è sepolto vivo al 41 bis.

Certe persone portano addosso il marchio del male assoluto. E pochi vanno oltre il mito negativo. Per vedere la concretezza di volti. Pochi cercano davvero di capire. E pochi difendono chi è considerato indifendibile.

Maria è tra questi pochi che non dimenticano che la conoscenza autentica va oltre la “galleria dei mostri” e il “dovere inevitabile dell’accetta”  e che si sforzano di dare una chance in più al volto del diritto che non può andare in pensione mai, se davvero di diritto si tratta.

Maria Brucale rappresenta per noi preziosi momenti di riflessione.

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La sicurezza è la bandiera che viene sventolata ai nostri occhi. E’ un’ambizione comune, collettiva. Uno spettro che tutti unisce e raccoglie. Le nostre vite al sicuro, i nostri figli al sicuro. E’un baluardo emotivo, sofisticato e viscido che tocca corde sensibili e rende gretti, meschini, ciechi.

Il 41 bis è consapevole, tracotante  sintomo ed espressione di tale rassegnata grettezza.

La sicurezza, origine e legittimazione di una carcerazione ferocemente afflittiva, assume contorni del tutto sfumati e sfocati e inalvea ogni genere di oppressione, privazione, repressione.

Il 41 bis contempla, tra le limitazioni tese ad evitare che i soggetti ad esso sottoposti possano veicolare messaggi di contenuto e di effetti criminosi, la sottoposizione a visto di censura della corrispondenza, in entrata ed in uscita.

E’ una norma che in astratto ha senso e trova completamento ed integrazione nella previsione di carattere generale di cui all’art. 18 ter, Ordinamento Penitenziario:

“1. Per esigenze attinenti le indagini o investigative o di prevenzione dei reati, ovvero per ragioni di sicurezza o di ordine dell’istituto, possono essere disposti, nei confronti dei singoli detenuti o internati, per un periodo non superiore a sei mesi, prorogabile per periodi non superiori a tre mesi:

a) limitazioni nella corrispondenza epistolare e telegrafica e

nella ricezione della stampa;

b) la sottoposizione della corrispondenza a visto di controllo;

c) il controllo del contenuto delle buste che racchiudono la

corrispondenza, senza lettura della medesima”.

Le esigenze attinenti alle indagini o investigative o di prevenzione dei reati, ovvero le ragioni di sicurezza o di ordine dell’istituto, dunque, sono le sole ragioni in virtù delle quali la corrispondenza può essere trattenuta e non consegnata al destinatario.

Il controllo è esercitato negli Istituti Penitenziari, dai c.d. “uffici censura”. La posta si ferma lì, in entrata e in uscita. Si ferma, è il caso di dirlo, perché i tempi di attesa a volte sono lunghi, a volte lunghissimi. Le lettere sono tante, tantissime un mare. Ma c’è la carenza di personale, le finanze ridotte all’osso del ministero. Il mare si ferma.

L’amore in 41 bis viaggia attraverso le lettere. La posta in 41 bis ha valore assoluto.

E’, deve essere: come stai? Cosa fai? Come sono le tue giornate? Hai mangiato? Hai pianto? E la scuola? E mamma come sta? Da anni non può più venire a trovarmi… troppo lungo il viaggio, faticose le attese, per un’ora, in un mese. E’: raccontami, avvicinati, toccami, ascoltami, e si ferma, all’ufficio censura.

Ogni pagina viene letta e timbrata, vistata. Un timbro per pagina.

 A volte il contenuto appare “criptico” perché non di immediata lettura o comprensione; perché in un’altra lingua, perché la scrittura tremante di una mano anziana e malferma non è perfettamente intellegibile; a volte lo scritto è accompagnato dalla foto di un bimbo, da un disegno, da un cuore di carta. L’ufficio censura allora “trattiene” la corrispondenza e ne dà comunicazione alla persona detenuta.

Il passaggio successivo è il vaglio del magistrato di sorveglianza del posto, ovvero del giudice competente se la persona ristretta è in attesa di primo giudizio. Dovrà, il magistrato, valutare se in effetti quello scritto negato contenga in germe il pericolo che la norma tende a prevenire.

Non c’è un termine perentorio entro il quale il magistrato deve esprimere il suo giudizio e restituire la corrispondenza ingiustamente bloccata.

L’amore si ferma. 

Cala il silenzio su: come stai? Cosa fai? Come sono le tue giornate? Hai mangiato? Hai pianto? E la scuola? E mamma come sta? Da anni non può più venire a trovarmi… troppo lungo il viaggio, faticose le attese, per un’ora, in un mese;  raccontami, avvicinati, toccami, ascoltami.

In 41 bis puoi incontrare solo tre persone, il tuo “gruppo di socialità”. Quelle che ti hanno assegnato, sempre le stesse, della tua sezione detentiva, per un’ora al giorno, per anni.

Quelle persone sono tutto il tuo mondo affettivo dentro al carcere. Diventano tua madre, tuo fratello, il tuo migliore amico, il volto a te più noto, più vicino.

All’improvviso, per “ragioni di sicurezza”, il Ministero della giustizia dispone che alcuni detenuti vengano trasferiti in altre sedi. Il “gruppo di socialità” si smembra.

Tua madre,  tuo fratello, il tuo migliore amico, il volto a te più noto, più vicino, sono ora lontani.

Ed ecco che quella sicurezza, squallido simulacro di intenti, si palesa, ancora.

In molte carceri 41 bis, le persone ristrette in tale regime, non appartenenti allo stesso gruppo di socialità, non possono intrattenere tra loro corrispondenza epistolare. E’ vietato. Vengono allontanati e perdono la possibilità di parlare, pur censurati, letti, controllati. L’ha disposto la direzione di alcune carceri, Rebibbia in testa, interpretando la legge che vuole che si prenda ogni misura per impedire contatti ambigui tra soggetti sempiternamente marchiati di “mafiosità”.

Il mare si ferma. L’amore si ferma.

“Liberazione anticipata speciale”-perché tale norma deve ritenersi anticostituzionale

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Marcello Dell’Anna, attualmente detenuto nel carcere di Badu e Carros a Nuoro, è davvero quello che si può definire un “un cultore del diritto”.

Bisogna però spogliarsi da tutti gli inevitabili pregiudizi che accostare certi termini a determinati soggetti crea.

Bisogna andare oltre ogni facile giudizio. E vedere Marcello in tutto il suo percorso.

Marcello in questi lunghi anni di carcere ha fatto su di sé un lavoro enorme. Ha innescato nella sua vita un mutamento di valori radicale. Non si è risparmiato nell’impegno e non ha accettato né di restare ancorato alla difesa totale di tutto ciò che lui un tempo era, né di spegnersi nella recita del perfetto detenuto “istituzionalizzato”.

Ha cercato il cambiamento profondo. Ha cercato le tracce di valori, che potessero appartenergli. Si è appassionato allo studio. Si è innamorato del diritto. Quando si laureò, il Magistrato di Sorveglianza gli diede 14 ore di permesso senza scorta. Ha scritto libri, ricevuto encomi. Ma la cifra più importante del suo percorso non è fare una sommatoria di cose o eventi, ma l’input spirituale. Ovvero la tensione morale che ti conduce al cambiamento e a smentire i pregiudizi che portiamo verso noi stessi e verso gli altri e che gli altri portano verso di noi, oltre che (pur spesso non sapendolo) verso se stessi.

Ho preferito dire questo piuttosto che soffermarmi sul merito del saggio di Marcello, che ci è giunto tramite Grazia Paletta. Questa è la prima parte.

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“LIBERAZIONE ANTICIPATA SPECIALE”

PERCHE’ TALE NORMA DVE RITENERSI ANTICOSTITUZIONALE

(Art.4 comma 1, legge n.10 del 21.012.2014 di conv. con modif. del D.L. n.146/2013)

a cura di Marcello Dell’Anna (*)

Le presenti osservazioni, che possono apparire come eccessivamente articolate, tendono a domandare all’Operatore del diritto (Magistratura di Sorveglianza, Suprema Corte di Cassazione, Corte Costituzionale) un’interpretazione “costituzionalmente orientata” della quaestio in esame per riportarla nell’alveo dei principi costituzionali in ossequio agli artt. 3, 27, co. 3, 117, quest’ultimo in riferimento all’art. 3 CEDU.

In questa trattazione, lo scrivente si riporta all’esplicazione di Alcuni Casi Concreti che interessano proprio la questione in esame, sino a muovere le conseguenti osservazioni di incostituzionalità sulla Legge di conversione n. 10/2014 perché ritenuta violativa delle norme penitenziarie, costituzionali e sovranazionali.

Ma veniamo in medias res.

La questione principale muove da due concrete Ordinanze, emesse dai Magistrati di sorveglianza di diverso distretto (Nuoro, Ancona, Roma), riguardanti il rigetto della liberazione anticipata speciale, ed attinenti ad istanze nelle quali è stato chiesto al Magistrato di Sorveglianza (d’ora in poi MdS) l’integrazione del beneficio della liberazione anticipata cd. speciale, sulle detrazioni di pena già connesse in ordine ai periodi di pena espiati a far data dal 01.01.2010, secondo quanto prevedeva il comma 4 dell.art. 4 del D.L. 23.12.2013, n. 146.

Le istanze in parola venivano inoltrate e giungevano ai competenti Uffici di sorveglianza nel mese di gennaio u.s., ossia durante la vigenza del D.L. n. 146/2013, ma decise tuttavia dopo la legge di conversione.

Secondo chi scrive, le ordinanze risultano essere meritevoli di garbata critica, laddove nel corpo motivazionale entrambi i Magistrati di sorveglianza giungono ad un iter argomentativo inidoneo (e manifestamente contradditorio) a giustificare la decisione assunta.

  1. Nella prima ordinanza, nella parte motiva del diniego è dato leggere che l’istanza non può essere meritevole di accoglimento, perché “essendo oramai convertito con modificazioni il decreto legge n. 146/2013, la legge di conversione n. 10/2014 con emendamento soppressivo avente efficacia ex tunc, esclude i condannati per taluno dei delitti previsti dall’art.4/bis O.P., dalla liberazione anticipata speciale di cui all’art. 4 della Legge suindicata, e che in tale materia vale la regola del principio del tempus regit actum”.
  2.  Nella seconda ordinanza, nella parte motiva del diniego è dato leggere che “l’istanza si dichiara inammissibile perché, essendo oramai convertito con modificazioni il decreto legge n. 146/2013, la Legge di conversione n. 10/2014 esclude i condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4/bis O.P., dalla liberazione anticipata speciale”

Da quanto sopra, dunque, e prescindendo dalle differenti motivazioni, le Ordinanze risultano viziate sotto un duplice profilo. 

-1. Il primo vizio, secondo chi scrive, si rinviene nel ritardo della disanima delle istanze che ha portato al conseguente rigetto, procurando in capo agli interessati un evidente pregiudizio nonché un trattamento in peius, per responsabilità a loro certamente non addebitabili, atteso che il beneficio della liberazione anticipata speciale era stato chiesto sotto il vigore di una precedente disciplina più favorevole.

A tal riguardo meritano attenzione due rilevanti particolari che interessano la posizione giuridica e la condizione detentiva degli stessi interessati che si sono rivisti rigettare il beneficio in parola.

                                                                    i.            Alcuni di loro si sono visti rigettare il beneficio in parola per il solo fatto di essere stati condannati per uno dei diritti rientranti nell’art. 4/bis o.p., potevano essere scarcerati – perché il loro fine pena era sotto ai due anni – se avessero fruito dell’integrazione dei 30 gg. Di liberazione anticipata speciale richiesta sui semestri già fruiti a far data dal 1.1.2010 (casi concreti di persone detenute nei reclusori di Nuoro e di Fossombrone).

In questi casi non v’è chi non veda che la norma avrebbe assolto non solo agli scopi per la quale era stata prefissata ma prodotto gli effetti voluti dal legislatore.

                                                                   ii.            Altre persone condannate si sono viste rigettare il beneficio in parola per il solo fatto di essere condannate per uno dei diritti rientranti nell’art. 4/bis o.p., pur non considerando che le stesse -si badi- fruiscono da diverso tempo di misure extramurarie di tipo premiali (permessi premio) o addirittura di misure alternative alla detenzione (affidamento in prova al servizio sociale) in ragione di un percorso di risocializzazione già compiuto, sin dal 2009, come da relazioni di sintesi (casi concreti di persona condannata e posta in regime di affidamento in prova al servizio sociale nel comune di Roma e di persona detenuta a Fossombrone ma fruente di misure extramurarie di tipo premiali).

Lo scrivente lascia agli Esimi Operatori del diritto le dovute conclusioni.

1.1.Ritornando al primo vizio di cui sopra, mi è doveroso osservare che i rilievi di criticità che si muoveranno da qui ad un momento, valgono implicitamente anche per l’inammissibilità dichiarata dal MdS nella seconda Ordinanza (supra B)

Orbene, la parte motiva di rigetto adotta dal MdS nella prima Ordinanza (supra A) secondo la quale “la normativa che regola la concessione di benefici penitenziari non ha natura sostanziale ma processuale e, pertanto, non soggiace alle regole dell’art.2 cod. pen. Ma al principio “tempus regit actum”, avrebbe anche potuto avere un fondamento giustificativo di natura logico-giuridica, ma solo quando la richiesta fosse stata inoltrata e, quindi, pervenuta al medesimo MdS, con notevole ritardo o nelle more di conversione del D.L.146/2013.

Ma così non è stato!

Ed è per questo che la suindicata parte motiva non si ritiene sufficientemente legittima ma addirittura carente e contraddittoria. Invero, le istanze inoltrate dagli interessati, in entrambi i casi, sono pervenute agli uffici di sorveglianza già prima del 15 gennaio 2014. Da ciò ne discende che i possibili ritardi o inerzie della magistratura di sorveglianza non si possono imputare a discapito del detenuto, perché ciò è sufficiente a mettere in crisi il principio della progressività trattamentale. Non può, infatti, gravare sull’espiando il ritardo nei tempi dell’attività del MdS legato ad una situazione di totale “disastro” sotto il profilo delle risorse umane organizzative e dei tempi procedurali.

1.2.Inoltre, la parte motiva di rigetto adottata dal MdS sempre nella prima Ordinanza (supra A) secondo la quale “la legge di conversione n. 10/2014 ha escluso i condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4/bis O.P. dalla liberazione anticipata speciale con un emendamento soppressivo (del comma 4) avente efficacia ex tunc“, è altrettanto non condivisibile per carenza e contraddittorietà della stessa motivazione, perché tale regola vale solo per le decisioni sulle quali ancora non si è formato un giudicato durante il periodo di conversione del D.L.. Tanto è ancor più vero che l’emendamento soppressivo succitato non ha alcun effetto ex tunc tale da inficiare l’ordinanza emessa e passata in giudicato durante la vigenza del comma 4 dell’art.4 del D.L. n. 146/2013.

In merito a questa parte motiva, sappiamo che, secondo giurisprudenza di legittimità, il D.L. convertito con emendamento non perde efficacia ex tunc in ogni caso in cui la legge di conversione non rappresenti una completa, totale, ricezione e riproduzione testuale delle norme emanate con la decretazione di urgenza. Ma, nel caso di specie, la legge di conversione non ha inciso totalmente sulle norme emesse dalla decretazione d’urgenza, né le medesime norme sono state totalmente annullate e/o ristrutturate ex novo. Questo scrivente, dunque, sostiene che l’emendamento apportato nella legge di conversione n.10/2014, sebbene sia stato ispirato da un intento chiaramente discriminatorio e non conforme al dettato costituzionale, non abbia valore soppressivo, bensì modificativo, atteso che non ha inciso in modo sostanziale sull’oggetto e sul senso della originaria disposizione, ma ha escluso dalla disciplina una “tipologia” di persone detenute sulla base del loro “titolo di reato”.

 

  1. Il secondo vizio relativo alle Ordinanze supra citate, è insito proprio nella Legge di conversione n.10/2014 la quale, escludendo i condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4/bis O.P. dalla liberazione anticipata speciale, perviene ad una presunzione iuris et de iure di non rieducabilità difficilmente conciliabile con il dettato costituzionale.

 E’ doveroso rispettosamente rammentare che la ratio per la quale l’organo esecutivo ha deciso di intervenire con la decretazione d’urgenza è stata proprio quella di restituire ai soggetti reclusi condizioni di vita umane e dignitose nonché di affrontare (appunto con urgenza) il fenomeno dell’ormai edemico sovraffollamento carcerario.

In effetti, il Presidente della Repubblica (con messaggio alle camere), la Corte Costituzionale (sent. N. 279/2013) e, principalmente, la corte EDU (sent. Torreggiani e al. c/Italia) hanno tutti richiamato l’attenzione parlamentare affinché adottasse, prima del termine ultimo fissato per il 28 maggio 2014 onde evitare la sanzione europea, decisivi interventi riformatori capaci di porre rimedio alla grave e drammatica situazione carceraria.

E’ risaputo che le intollerabili condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari sono, con crescente intensità, motivo di denuncia e condanna da parte degli organi di giustizia nazionale ed europea. La stessa Corte EDU ha individuato nel sovraffollamento e nel degrado delle carceri italiane un fattore di crisi strutturale del nostro sistema penitenziario ed una delle più significative e ricorrenti ipotesi di violazione da parte dell’Italia della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, segnatamente sotto il profilo della violazione dell’art.3.

Sempre la Corte europea, non dimentichiamolo, ha rilevato che l’articolo 3 CEDU pone a carico delle autorità statali “un obbligo positivo” che consiste nell’assicurare che le condizioni di detenzione siano compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non sottopongano l’interessato (nessuno escluso) ad uno stato di sconforto né ad una prova d’intensità che ecceda l’inevitabile livello di sofferenza insita nella detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati adeguatamente.

E’ patrimonio conoscitivo comune che la Corte Costituzionale, nell’intento di eliminare la chiara strumentalizzazione della fase esecutiva alle esigenze della politica criminale realizzata dalla decretazione d’urgenza sin dagli anni Novanta, è più volte intervenuta a “rappezzare” l’art. 4/bis ord. Penit. Con declaratorie d’illegittimità parziale, ricorrendo proprio al principio -di rango indubbiamente costituzionale- della c.d. “progressione trattamentale”.

Ai fini del caso in esame, ricordiamo che la Consulta, sin dalla sua prima decisione (n.306/1993), ha dichiarato parzialmente illegittima –per contrasto con i canoni di colpevolezza, individualizzazione della pena ed uguaglianza di cui agli artt. 27 commi 1 e 3 Cost. –la disciplina di cui all’art.4/bis comma 1 ord. penit.

Partendo da questa prima timida affermazione, sulla base dell’eadem ratio decidendi, il Giudice delle leggi ha ritenuto che fondare un diniego alle misure alternative sul mero “titolo di reato” finirebbe per tradire “l’aspettativa del condannato a vedere riconosciuto l’esito positivo del percorso di risocializzazione già compiuto”, aspettativa ormai trasformatasi “nel diritto ad espiare la pena con modalità idonee a favorire il completamento di tale processo”.

E ciò vale anche nell’ipotesi in cui una nuova legge venga a modificare in peius la soglia dell’ammissibilità delle misure alternative stricto sensu intese, qualora non si tenga conto della meritevolezza di risocializzazione del detnuto –meritevolezza che, appunto, deve valutarsi esclusivamente sulla base del comportamento in concreto tenuto da quest’ultimo- altrimenti si finirebbe per integrare “un meccanismo a connotazioni sostanzialmente ablative” degno, in quanto tale, della censura costituzionale.

Ciò posto, si evince come la Consulta, esaltando quale valore insopprimibile la funzione rieducativa della pena, ne abbia fatto discendere una sorta di status, immodificabile in peius, del condannato definitivo che tuttavia abbia raggiunto un determinato stadio dell’iter riabilitativo prima dell’introduzione della normativa più rigida. Ma no solo. La stessa concessione o l’eventuale diniego di misure alternative alla detenzione deve modularsi soltanto sul parametro della condotta del condannato.

Non può, dunque, ostacolarsi il conseguimento dell’ideale risocializzativo precludendo l’accesso a determinati benefici o a determinate misure alternative a chi, al momento in cui è entrata in vigore una legge limitativa, abbia già realizzato tutte le condizioni per usufruire di tutti quei benefici o di quelle misure.

Il Giudice delle Leggi ha così conferito il “crisma della sacralità costituzionale” al diritto alla salvaguardia della c.d. “progressione tratta mentale”.

Non si discute che nella fase dell’esecuzione il “gancio costituzionale “ cui appigliarsi per garantire la “legalità” del sistema punitivo e, nel caso di specie, per regolare la possibilità di introdurre una disciplina restrittiva delle misure lato sensu rieducative, sia rappresentato (anche) dall’art. 27 comma 3 Cost., letto non solo in prospettiva di tutela degli obiettivi risocializzanti raggiunti, ma anche come usbergo di quelli potenzialmente perseguibili.

E proprio dalla disanima delle pronunce sull’art. 4 /bis o.p., emerge la settorialità che connota il richiamo esclusivo al parametro desumibile dell’art. 27, co. 3 Cost.: la Consulta infatti, pur tenendo ferma la medesima tesi argomentativa, è costretta, come ha fatto in passato, a pronunciarsi caso per caso su tutte le identiche questioni che verranno ineludibilmente sollevate in merito a tutte le restanti opzioni trattamentali. Come nel caso di cui oggi trattiamo la cui legge n. 10/2014, esclude i condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4/bis o.p. dalla cosidetta liberazione anticipata speciale.

Di qui, forse, l’opportunità di prospettare una sorta di complementarietà tra il parametro della rieducazione ex art. 27 comma 3 Cost. ed il principio di non regressione imposto dall’art. 25 comma 2 Cost., come canone idoneo ad impedire eventuali e disparitari trattamenti lato sensu peggiorativi del condannato. Una garanzia, quest’ultima, dal carattere assolutamente rigido e niente affatto “bilanciabile” con esigenze retributive e finalità afflittive della sanzione penale reputate preminenti.

 

A Catanzaro i detenuti non vengono curati… di Emilio Quintieri

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Il nostro Emilio Quintieri, da sempre in prima fila nella tutela dei diritti umani nelle carceri, ha fatto un intervento molto duro e particolareggiato per sottolineare come nel Carcere di Catanzaro, in pratica, il diritto alla salute sarebbe sostanzialmente una sorta di miraggio.

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Sono costretto, ancora una volta, ad intervenire pubblicamente dopo quanto affermato, nel corso di una conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi, dai Dirigenti dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Catanzaro e, nello specifico, dal Dottor Antonio Montuoro, referente della Sanità Penitenziaria Provinciale, secondo il quale ai detenuti ristretti (anche) nella Casa Circondariale di Siano, vengono garantite tutte le cure necessarie sia all’interno che all’esterno della struttura detentiva ricorrendo persino a visite specialistiche di qualità nei diversi ospedali del territorio.

Aldilà dei dati diffusi dall’Azienda Sanitaria Provinciale sulle prestazioni effettuate infra ed extramoenia, la salute in carcere non viene tutelata in maniera adeguata e sufficiente. Ed oltre al caso del detenuto Alessio Ricco, il quale – lo ripeto – ha atteso 165 giorni (circa 5 mesi) prima di veder diagnosticata dallo Specialista Reumatologo la patologia di cui fosse affetto e, quindi, di vedersi somministrata una terapia farmacologia appropriata ed efficace, lo dimostrano le continue lamentele che pervengono al sottoscritto, da parte di tanti cittadini reclusi appartenenti ai Circuiti Penitenziari dell’Alta e della Media Sicurezza e loro familiari, sulle quali stiamo effettuando opportune verifiche prima di assumere le iniziative più appropriate per la tutela di quei diritti inviolabili, come quello alla salute, che lo Stato deve assolutamente garantire.

Tant’è vero che molti di questi detenuti sono costretti ad attuare, anche inutilmente, lo sciopero della fame anche solo per essere convocati dal personale del Servizio Sanitario Penitenziario. E non è il solo Alessio Ricco ad aver intrapreso tale estrema forma di protesta nonviolenta. Proprio in questa settimana mi sono giunte ulteriori segnalazioni di detenuti gravemente ammalati e sottoposti a tortura e cioè ad un trattamento carcerario illegale poiché le condizioni in cui sono costretti ad espiare la pena li obbligano a soffrire un disagio o a sopportare una prova d’intensità superiore all’inevitabile livello di sofferenza, sottinteso nella detenzione.

Mi riferisco, in particolare modo, ai detenuti Domenico Tortora e Roberto Giaquinta, entrambi appartenenti al regime differenziato dell’Alta Sicurezza (AS3), i quali attendono, ormai da diversi mesi, di essere sottoposti ad interventi diagnostici specialistici anche di tipo chirurgico per le loro problematiche di salute. Quanto al Tortora, detenuto da 12 anni ed il quale tra 10 mesi tornerà in libertà per fine pena, evidenzio che allo stesso, da ottobre 2013 sono stati somministrati solo degli antidolorifici poiché la sua problematica (dolori all’anca destra) era stata “sottovalutata”. Rivelatasi inefficace la cura, dopo le sue rimostranze, nel mese di gennaio 2014 è stato sottoposto ad una tac che ha rivelato l’assenza di cartilagine all’anca destra ed i Sanitari gli hanno prospettato l’urgenza di praticare un intervento chirurgico per applicargli una placca in metallo per risolvere la situazione. Mi risulta che, nello scorso mese, i suoi congiunti abbiano interpellato sia il Magistrato di Sorveglianza che il Direttore dell’Istituto senza ottenere alcuna risposta. In ogni caso, la “lettera” è servita per fargli dare, in un primo momento, le stampelle e, successivamente, la sedia a rotelle per impossibilità di deambulare. Inoltre, proprio nei giorni scorsi, il suddetto detenuto, per evitare ulteriori complicazioni e permettergli di spostarsi agevolmente con la carrozzella, è stato sistemato a piano terra poiché si trovava nei piani superiori. Quanto al Giaquinta, faccio presente, che dal 10 marzo u.s. ad oggi sta effettuando lo sciopero della fame per ottenere di essere sottoposto ad una risonanza magnetica ed eventualmente ad un intervento chirurgico. Infatti, il predetto, nel 2005, subì un intervento chirurgico alla base del collo e precisamente alla colonna cervicale e gli vennero applicate una placca e delle viti in titanio fra le vertebre C5 e C7. Da diversi mesi avverte dei dolori al collo e dopo aver effettuato una tac gli è stato detto che, con molta probabilità, le viti si sono rotte e che per tale motivo bisogna effettuare ulteriori accertamenti (risonanza magnetica) ed in caso affermativo praticare un intervento chirurgico perché c’è il rischio che potrebbe restare paralizzato.

Queste non sono “polemiche” bensì fatti precisi e circostanziati sui quali, nei prossimi giorni, dopo aver acquisito ulteriori informazioni, solleciterò la presentazione di una Interrogazione Parlamentare ai Ministri della Giustizia e della Salute e l’effettuazione di una ennesima visita ispettiva per accertare personalmente le condizioni di detenzione degli stessi.

La “malasanità carceraria” oltre al sovraffollamento, alle deprecabili condizioni igienico sanitarie ed alla insufficienza di sostegno psicologico, è uno dei principali problemi delle nostre Patrie Galere. Invero, sono particolarmente allarmanti, i numeri dei detenuti morti per suicidio (60%) o per malattia (25%) mentre si trovavano in custodia allo Stato (senza far riferimento a quelle migliaia di “casi da accertare”). Dal 2000 ad oggi sono decedute 2.274 persone detenute e ben 812 di queste si sono tolte la vita. In questi primi mesi del 2014 siamo già a 35 morti e 11 suicidi. Sono tanti i detenuti che ogni anno muoiono per “cause naturali” nelle carceri italiane, anche in quelle calabresi. E raramente i giornali ne danno notizia. Spesso la causa del decesso è l’infarto, evento difficilmente prevedibile. Altre volte sono le complicazioni di un malanno trascurato o curato male. Altre volte ancora la morte arriva al termine di un lungo deperimento, dovuto a malattie croniche o, addirittura, a scioperi della fame e della sete. E purtroppo, nota dolente, va detto che l’Autorità Giudiziaria competente applica in maniera molto disomogenea le norme sul differimento o la sospensione della pena o sulla concessione di misure alternative alla detenzione inframuraria per le persone gravemente ammalate. Sempre più frequentemente la “scarcerazione” viene negata con la scusante della “pericolosità sociale” nonostante quei detenuti siano del tutto innocui perché profondamente debilitati dalla malattia.

In buona sostanza, vi è un generale azzeramento della dignità e del rispetto dei diritti umani e civili che lede l’integrità psico-fisica delle persone detenute in Italia. E tutto questo ha trovato conferma nelle sentenze emesse contro l’Italia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo che qualifica il trattamento riservato ai detenuti e le loro condizioni di vita, nel complesso, come “inumane e degradanti”, contravvenenti l’Art. 3 della Convenzione Europea che li proibisce in maniera assoluta. Quindi, i detenuti, dopo aver perso la libertà, rischiano di perdere la salute e, purtroppo, sempre più spesso, anche la vita.

In definitiva, invito il Dottor Montuoro e l’Asp di Catanzaro a fare meno “spot propagandistici” ed a fare di più per assicurare ai cittadini detenuti (iniziando da quelli segnalati), al pari dei cittadini in stato di libertà, la erogazione di prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione in maniera tempestiva, efficace ed appropriata.

Cetraro lì 28 Marzo 2014

Emilio Enzo QUINTIERI

Emilio Quintieri sulla vicenda del ministro Cancellieri e della detenuta scarcerata

Cancellieri

L’amico Emilio Quintieri, ha scritto una riflessione sulla recente vicenda che ha generato una pioggia di polemiche sul Ministro della Giustizia Rosanna Cancellieri, per essersi attivata per fare passare dalla carcerazione preventiva agli arresti domiciliari Sonia Ligresti, ragazza, tra l’altro, che in passato aveva sofferto di anoressia, e che in carcere aveva smesso di mangiare.

Considero importanti le riflessioni che, al riguardo, il nostro Emilio fa.

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In Italia, tanti Illustri Avvocati, invece di indignarsi e di protestare perché ancora oggi, specie nelle Carceri e nei confronti dei detenuti che si trovano in custodia cautelare in attesa di giudizio, vengono praticati quei metodi di indagine inquisitoria che esistevano come procedimento legale fino alla metà del XVIII secolo nei giudizi penali, prima che fosse abolito per merito soprattutto di Cesare Beccaria, si indignano e protestano vibratamente perché il Ministro della Giustizia, dopo aver ricevuto una segnalazione di una persona detenuta in condizioni incompatibili con lo stato di restrizione carceraria, l’abbia “girata” al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per quanto di competenza.

E’ noto a tutti che, ancora oggi, nella procedura penale, la tortura è un mezzo probatorio nonostante sia illegale e proprio per questo motivo non si vuole introdurre il delitto che punisce tale comportamento nel Codice Penale perché i primi ad essere puniti sarebbero gli Agenti ed Ufficiali di Polizia Giudiziaria ed i Pubblici Ministeri.

E’ noto a tutti che lo strumento della custodia cautelare venga utilizzato in maniera spregiudicata per costringere la persona indagata/imputata a rendere dichiarazioni auto ed etero accusatorie approfittando delle condizioni psicofisiche e delle circostanze di tempo e di luogo.

Questi Illustri Avvocati che oggi fanno tanto rumore contro il Ministro Anna Maria Cancellieri mi domando cosa abbiano mai fatto e cosa faccino attualmente per far cessare questi metodi illegali da parte delle Forze di Polizia e della Magistratura Inquirente.

I comportamenti di questi Avvocati, invero, da tempo sono assai noti. Li denunciò persino in Parlamento nel 1948 Piero Calamandrei, un grande Giurista e Deputato Socialista. 

” … Gli Avvocati interpellati mi hanno risposto in via confidenziale, ma mi hanno fatto promettere di non dir pubblicamente i loro nomi, perché essi sanno che se, nel rivelare quei metodi, precisassero dati e circostanze, verrebbero a danneggiare i loro patrocinati : li esporrebbero a rappresaglie, a persecuzioni, forse a imputazioni di calunnia, perché di fronte alle loro affermazioni non si troverebbe il testimone disposto a confermare che quanto dice l’imputato è vero. Accade così che il difensore, anche quando sa che il suo patrocinato è stato oggetto di vera e propria tortura per farlo confessare, lo esorta a sopportare e a tacere, a non rivelare in Udienza quei tormenti ai quali, in mancanza di prove, i Giudici non credono. Ho parlato di questo anche con qualche Magistrato, anche con Giudici istruttori. Uno di essi mi ha detto : “Mi sono trovato talvolta di fronte a casi inesplicabili. Ho visto, per esempio, studiando i verbali raccolti dalla Polizia, un imputato che in dieci verbali si è mantenuto sempre negativo; all’undicesimo verbale, improvvisamente, ha fatto una confessione piena e particolareggiata; ma al dodicesimo verbale si è ritrattato e in seguito si è mantenuto ostinatamente negativo. Allora ho interrogato l’imputato per chiedergli il perché di questi mutamenti e quello mi ha risposto : “quando fui libero di rispondere secondo verità dissi di no : ma una volta, quella volta, non potei reggere al dolore : e dissi di si”.

Quindi, consiglierei a questi Illustri Avvocati, che oggi fanno tante chiacchiere sul Ministro Anna Maria Cancellieri di adempiere al meglio ai loro doveri e visto che sono presenti numerosi nei due rami del Parlamento di adoperarsi a legiferare per porre fine a questi insopportabili abusi da parte delle Forze di Polizia e della Magistratura Inquirente, introducendo il delitto di tortura nel nostro Ordinamento rivendendo anche l’uso e l’applicabilità delle misure cautelari custodiali e delle intercettazioni telefoniche e ambientali in applicazione di quei diritti fondamentali inviolabili sanciti dalla Costituzione e tanto sbandierati da tutti quanti.

Lettera di Nellino

KandinskyWassily

Il nostro Nellino (Francesco Annunziata) -detenuto a Catanzaro- dopo tanto tempo ci scrive, inviandoci questa lettera dove protesta contro la violazione di quello che ritiene un “interesse legittimo” nell’ambito dello studio.

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Cari  amici del Blog

è da tempo che non ci sentiamo. L’iscrizione all’università e il conseguente studio per preparare il primo esame (“Fisica 1”) occupa gran parte del mio tempo.  Ho scelto la facoltà di ingegneria informatica e biomedica.

Scelta ardua, ma le cose semplici non mi sono mai piaciute e conto di riuscirci molto bene. Ambisco sempre al massimo.

A tal proposito vi scrivo per raccontarvi quanto accaduto in questo istituto, precisando che questa volta la signora Direttrice non ha responsabilità se non quella di avere apposto la sua firma su un provvedimento ridicolo nato da una mente rimasta agli anni della dittatura fascista. E  volendo potrei  ben spiegare tale ultima affermazione. Mi limito a sottolineare che ogni dittatura, nella storia passata e recente, ha avuto come primo scopo quello di privare il popolo dell’istruzione.

Un popolo istruito si ribella, un popolo ignorante piega più facilmente la testa.

Il sottoscritto ha una istruzione  e la testa di fronte alle ingiustizie non l’ha mai piegata. Ha messo in gioco la propria vita per non piegare la testa, e mai la piegherà. Io li abusi non li digerisco e li combatterò semprea.

Vengo al dunque.  Come forse saprete dai precedenti scritti ho conseguito il diploma di geometra a luglio di quest’anno con il punteggio di 100/100, cosa mai riuscita a nessun detenuto di questo carcere.

Dal primo agosto sono iscritto all’Università Magna Graecia, alla facoltà d’ingegneria informatica e biomedica.

Considerato che le materie di queste facoltà sono attinenti con lo studio di scuola media superiore per geometra, avevo proposto istanza  per frequentare le lezioni in veste d’uditore, anche perché negli anni passati chi aveva proposto analoga istanza era stato sempre autorizzato.

Credevo di avere qualche motivo in più oltre alla normalità della prassi per ottenere l’autorizzazione, considerando e ponendo come motivi a sostegno della richiesta di potere frequentare le lezioni, che le materie che mi accingo a preparare per sostenere esame sono fisica 1 e 2 e alla scuola per geometra c’è il professore di fisica. Analisi matematica 1 e 2 e alla scuola di geometra c’è il professore di matematica. Informatica 1 e 2 e a scuola c’è il professore di informatica e così via per altre materie.

Capirete che la mia richiesta era fondata, i professori potevano essere di grande aiuto. Le motivazioni sgombravano ogni dubbio sulle regioni per le quali volessi frequentare la scuola.

Non studio l’unica filosofia che avrebbero potuto obiettare che non abbia attinenza col geometra?

Come se non bastasse, ponevo in evidenza anche che in questo istituto penitenziario non esistono altre possibilità per uscire dalla cella se non la scuola. Io a passeggio non vado perché oggettivamente devo studiare e le ore della mattina sono molto importanti, di conseguenza resto 24 ore chiuso in cella.

Volendo anche considerare che non andare all’aria è una mia libera scelta, resterei comunque 20 ore chiuso in cella. Già solo questo è vergognoso in uno Stato di diritto come usa definirsi l’Italia. Inoltre io sono detenuto dal 1997. Il periodo del “chiuso in cella” al giudiziario l’ho già affrontato. E la cosa più comica è che, colui il quale è preposto al reinserimento, vuole reinserirmi tenendomi 20 ore chiuso in cella..:-).

Di fronte alla mia richiesta è intervenuto diniego che, come vi ho anticipato, ufficialmente è stato firmato dalla Direttrice, ma il mio pensiero e la mia convinzione è che non è possibile che una persona tanto qualificata e per esperienza umana anche tanto sensibile soprattutto per quanto riguarda lo studio, abbia potuto partorire una simile aberrazione.

Mi è stato esposto che la figura dell’uditore è prevista solo per la scuola dell’obbligo.

Premesso che oggi la scuola dell’obbligo è fino a 16 anni e quindi fino al 3° anno superiore, di conseguenza anche nelle “loro” motivazioni al diniego si contraddicono, Ma è una scusa talmente assurda che è chiaro che non può essere la decisione di una persona intelligente, ma solo costretta a firmare una decisione già presa.

In considerazione di tutto quanto finora esposto, ho iniziato uno sciopero della fame come manifestazione pacifica di dissenso verso tale decisione.

E’ vergognoso per le istituzioni che rappresentano queste persone, che un detenuto debba fare lo sciopero della fame per andare a scuola, quando dovrebbero essere loro a fare lo sciopero della fame per “costringere” i detenuti ad andare  a scuola. Ho proposto reclamo al Magistrato di Sorveglianza e scritto a diverse autorità.

Ben sapendo che purtroppo la Direzione non può tornare sui suoi passi -ma non mi interessa- voglio solo che si sappia pubblicamente che nel carcere di Catanzaro  da poco tempo a questa parte si è giunti al punto che un detenuto per andare a scuola debba fare lo sciopero della fame. Così almeno qualche dubbio si insinua nelle persone della società esterna quando sentono che nel carcere di Catanzaro si fa questo e si fa quello. Se si vuole portare un istituto ad un alto grado di civiltà sono necessari più fattori, Non basta un Direttore capace e volenteroso. E se è vero che qualcosa si è fatto, è vero anche che ci sono di queste situazioni, dove per andare a scuola si deve fare una lotta.

Io non mi arrendo.

Precisiamo.. il mio non è un diritto, ma un interesse legittimo. sì!

Mi sveglio di notte per studiare. Se avessi avuto l’opportunità di confrontarmi con i professori avrei guadagnato ore di sonno, tempo e ottenuto dei risultati migliori.

Un abbraccio forte a tutti.

Francesco

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