Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Non fare che una famiglia si perdi… lettera di Giovanni Zito

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Pubblico oggi una lettera del nostro Giovanni Zito, che è giunta alla cara Francesca De Carolis.

Una lettera che tocca il nodo della problematicità del mantenere i rapporti famigliari quando si va in carcere e della necessità di strutture e normative che permettano, il più possibile, il mantenimento dell’affettività.

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“Quando ero un ragazzo non pensavo alle conseguenze degli errori commessi, oggi ho 46 anni e sono detenuto ininterrottamente dal 1996.
La vita in carcere è una tortura fisica e psicologica, specialmente quando si ha una famiglia. Io avevo una compagna al mio fianco, ma la mia condanna e il mio allontanamento forzato hanno fatto sì che io perdessi l’affettività familiare. Mantenere l’affettività, il contatto con i figli, è fondamentale, è la base di ogni famiglia, ed è dura rimanere in piedi quando si perdono le speranze.
Io ho perso le gioie di mia figlia, non potendo effettuare colloqui con lei, e ancora oggi ho enormi difficoltà per i colloqui familiari. E la mia condanna si è riversata sulla mia situazione familiare già precaria. Mantenere in vita un rapporto è la cosa più bella che un uomo possa desiderare. Io posso subire una punizione, è giusto che sia così, ma mia figlia non si rende conto del perché ci sia una pena così devastante per tutti. (…)
Oggi Adele, è il suo nome, ha trent’anni ed è madre di tre femminucce, di cui io sono il nonno. Se sono felice… sì, lo sono emotivamente e mi sento commosso da questo pensiero che mi tiene in vita. Ma quello che desidero di più è poter trascorrere del tempo con loro, e che venga creato negli istituti di pena un luogo dove una famiglia possa ritrovarsi insieme, là dove si possa offrire affettività concreta.
Certo, in carcere la visita dei parenti è prevista. Può essere settimanale o mensile. Ma un conto è un colloquio intimo con la tua famiglia, un conto un incontro fra decine di persone tutti nello stesso posto, uno affianco all’altro.
Siamo nel 2015. I paesi europei sono un decennio davanti a noi per quanto riguarda questo aspetto della vita in carcere ( per non parlare del fatto che in molti paesi neanche l’ergastolo c’è più). Se io non posso donare alla mia famiglia un po’ di affetto in più, se non posso giocare con i miei nipotini perché il carcere non è fornito di strutture adeguate, allora bisogna pensare di costruire dei moduli abitativi dentro le strutture carcerarie. E fornire luoghi dove un papà possa sorridere ai suoi figli o nipotini, a una donna. Che si possa avere uno spazio familiare, dove ci si possa rilassare sia pure per poco tempo, riunendosi nel calore umano. Un posto che “sa di casa”. Avvertire un senso di serenità equivale ad avere un comportamento equilibrato nella struttura familiare, sia per il detenuto stesso che per tutta l’area familiare. Questo significa avere protetto e curato l’interesse del detenuto e della sua famiglia, significa alleviarne le sofferenze. Significa trovare l’umanità dove si crede non ci sia più vita. Forse non io, ma la mia famiglia deve avere speranza e non sofferenza eterna.

Giovanni Zito
Padova

Ottobre 2015

Amore tra le sbarre: audizione in videoconferenza in Parlamento

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 E’ bellissimo questo testo del nostro Carmelo. E lo pubblico con piacere.

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Tempo fa mia figlia ha scritto queste parole: Nessun uomo al mondo potrà mai essere paragonabile al mio dolcissimo papà… nessuna persona sa amare come lui! Ed io ti aspetto. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

 Da tempo è stata presentata una proposta di legge per cercare di mantenere e migliorare le relazioni affettive con i propri familiari che vivono dietro le sbarre. L’altro giorno, nel carcere di Padova dalla Redazione di “Ristretti Orizzonti”, in collegamento via skype, alcuni detenuti e i loro familiari hanno dato la loro testimonianza alla Commissione Giustizia della Camera sul tema degli affetti in carcere.   Contemporaneamente alcune dichiarazioni di certi politici “Bordelli in carcere”; “I nostri penitenziari non devono diventare postriboli ed i nostri agenti penitenziari non devono diventare guardoni di Stato” mi hanno fatto cadere le braccia e il cuore per terra. E ho pensato come a volte sanno essere “cattivi” i “buoni” che non commettono reati, che hanno la fedina penale pulita e che forse fanno  la comunione tutte le domeniche durante la messa. Si parla spesso di responsabilizzazione dei detenuti, ma  difficile che un detenuto si senta responsabile quando su certi giornali legge titoli come “Celle a luci rosse”. È difficile pentirsi del male fatto quando una volta in carcere, in nome del popolo italiano, ti proibiscono di dare, o ricevere, un bacio o una carezza in intimità con i propri genitori o con la propria compagna o con i propri figli. In questo modo col passare degli anni in carcere smarrisci la forza e la voglia di amare. E la cosa più tremenda è che non ti accorgi neppure di perderla perché con il passare del tempo “l’Assassino dei Sogni” (come chiamo io il carcere) ti mangia tutto l’amore che avevi prima di entrare in galera.

Alla lunga il carcere divora l’amore di chi sta fuori e uccide l’amore di chi sta dentro. E l’amore in carcere quando finisce non fa rumore, ti spezza solo il cuore.

Credo che nessuna pena, nessuna legge, neppure Dio, dovrebbe impedirti di amare, di dare un bacio, una carezza alle persone che ami, neppure in nome della sicurezza sociale. Eppure nelle nostre Patrie Galere accade anche questo. Sembra che l’Assassino dei Sogni odi l’amore e usi le sbarre, i blindati e i cancelli, per non farlo entrare. E quando l’amore riesce a entrare sa di ghiaccio perché non puoi sfiorarlo e toccarlo.

Credo che in fondo i detenuti italiani non chiedano molto, neppure la luna, chiedono solo, come accade in molti paesi del mondo, di continuare a rimanere umani per potere amare ed essere amati.

 

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova novembre 2015

www.carmelomusumeci.com

 Per chi volesse ascoltare la registrazione dell’audizione:  http://www.radioradicale.it/scheda/457653/commissione-giustizia-della-camera?i=3478023     (03.11.2015)

Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (seconda parte)

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Oggi pubblico la seconda parte (per la prima via al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/11/09/gli-affetti-violati-di-pierdonato-zito-prima-parte/) del testo dedicato al tema dell’affettività, e gravido del proprio percorso personale, che ci ha inviato il nostro Pierdonato Zito detenuto a Voghera. Questo testo è stato inviato alla redazione di Ristretti Orizzonti, per il concorso da loro indetto sui temi dell’affettività in carcere. 

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In realtà quando rifletto su come noi veniamo ancora oggi considerati dopo un così lungo arco di tempo di detenzione, mi rendo conto che non sono io ma forse loro ad essere SCHIAVI del mio passato, non riescono a liberarsi. Non si rendono conto che in natura tutto muta, tutto cambia.

Le società continuano a trasformarsi, mutano gli atteggiamenti psicologici, le motivazioni all’origine dei comportamenti, la sessualità e le relazioni d’amore. Il carcere sembra un mondo a sé, obsoleto, anacronistico. Una società può essere considerata “violenta” quando esclude dei cittadini da quei diritti fondamentali.

Uno dei miei figli, per dieci anni, oltre a venire dietro alle varie carceri in cui, di volta in volta, veniva trasferito si recava anche in ospedale per un serio problema di salute.

Ripercorrere mentalmente questo passato, anche se per iscritto mi procura ancora oggi  dolore, se penso quanti giorni, mesi, anni, decenni di disagi, sofferenza, abbiamo vissuto. Quando un figlio è piccolo come si a spiegare il mondo compresso e incomprensibile degli adulti? Così usavo la parola per dare loro un senso a tutto ciò che vivevano.

Poi i miei figli sono cresciuti e a volte mi sono giunte delle lettere un’intestazione che mi ripagava di tutto quell’amore versato nei miei scritti, come ad esempio: ALLA FONTE DELLE MIE CERTEZZE… beh, essere una certezza per mio figlio è la più bella, la più importante delle gioie che un genitore può ricevere.

Senza punti di riferimento la stessa potenzialità umana si disgrega.

Adesso qualche bambina di 7 anni che amava tanto l’arte e che non poté terminare il liceo artistico che frequentava a prendersi  cura dei fratelli minori. Oggi è mamma. E pochi giorni fa ci siamo ritrovati tutti a colloquio; io, la mia compagna, i nostri 3 figli e la nuova arrivata da quasi due anni. Dopo 20 anni siamo riusciti per la prima volta ad effettuare delle fotografie tutti insieme. L’ultima foto che avevamo risaliva a due decenni fa.

La mia piccola nipotina sente sempre parlare del “nonno” che però fisicamente e quotidianamente non vede e poi, in media una, due volte l’anno, affronta un lunghissimo viaggio per recarsi al colloquio. Si ripete l’eterno ritorno dell’identico. Ed io per entrare delicatamente a fare parte della sua vita cerco di non essere invasivo… e mi limito a sorriderle, ed osservarla mentre nella saletta colloquio giocava on altri bambini mentre correva, mentre cerava di parlare… io con il mio sguardo portavo queste immagini dentro di me. “Filmo” con i miei occhi i suoi movimenti e le sue espressioni.

L’uomo non è un risultato casuale, ma il derivato di una strategia di relazioni sensasoriali, parentali e sociali la presenza fisica e importantissimo e dunque un padre non è sostituibile con una telefonata, di pochi minuti, oppure con uno sporadico e frettoloso incontro; ma è necessario toccarlo, percepirlo nella sua fisicità e nei suoi movimenti.

L’assenza del genitore in tenera età genera una sorta di “morte” della figura genitoriale. Poi, quando lo si incontra nei colloqui, una sorta di “resurrezione”. Quindi, il rapporto del detenuto con i figli è fatto di ripetute scomparse e comparse. Questo può generare non poche problematiche sul piano interiore, emotivo.

Il carcere deve essere vissuto come parte integrante della società e non come luogo di vita separato. Basterebbe un po’ di buona volontà e copiare le nazioni più avanzate di noi.

Voghera 8 dicembre 2014

Pierdonato Zito

Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (prima parte)

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Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è uno degli amici storici del Blog.

Lui non scrive di frequente. Ma quando scrive è portatore sempre di un ricco percorso riflessivo che è espresso in uno stile “classico” e che risuona di una integrità umana e di un durissimo e costante lavoro su di sé che dura da tanti anni.

Pierdonato ci ha inviato il testo sull’affettività che ha inviato alla redazione di Ristretti Orizzonti per il concorso che hanno organizzato su questo tema. Il testo di Pierdonato intreccia la riflessione generale, col il suo vissuto. 

Oggi pubblico la prima parte.

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GLI AFFETTI VIOLATI

La mia storia è un po’ lunga e complessa. Mi rendo conto però che devo essere breve, conciso, e offrire un contributo per sensibilizzare chi legge sul tema dei rapporti affettivi, tra persone detenute, prive di libertà e le loro famiglie.

Sono stato incarcerato 20 anni fa. All’epoca i mie tre figli avevano rispettivamente 7 anni, 5 anni, 3 anni. I genitori rappresentano i due pilastri che reggono il mondo interiore affettivo del bambino. In assenza di uno dei genitori solitamente si aggrappano, per così dire, all’altro pilastro.

Dopo alcuni anni la mia compagna viene anch’essa in carcerata. A quel punto il mondo interiore del bambino può andare in frantumi. Il nucleo familiare comunque è totalmente paralizzato e annullato.

A sostituirli ci sono anziani nonni. Dopo qualche anno ancora mi viene applicato il regime del 41 bis. I rapporti affettivi vengono drasticamente ridotti ad 1 ora al mese e dietro un vetro divisorio a tutta altezza, privo di ogni contatto fisico.

In quel periodo, durato otto anni, vedevo i visi dei miei figli esausti sia per il lungo viaggio effettuato e sia per la lunga attesa per potere entrare al colloquio.

Dopo qualche anno di detenzione, la mia compagna necessitava di una operazione chirurgica. In questi casi l’ordinamento penitenziario prevede un’attenuazione delle pena. Invece, immediatamente gli viene applicato addirittura il regime del 41 bis. Quindi un tipo di detenzione più dura con più limitazioni. Per cui più limitazione uguale più sofferenza. Perciò si va ad incrudelire la pena, senza che ci fossero reali necessità che la giustificassero. Evidentemente si voleva approfittare di quel drammatico momento per fare leva sul dolore per raggiungere altri.. obiettivi. Si opera in regime di 41 bis.

Il tempo passa vengono a mancare i nonni paterni, poi materni. Alla mia compagna in regime di 41bis per sei anni e mezzo gli viene rigettato perfino il permesso  per ragioni umanitarie con scorta che viene dato solitamente a tutti i detenuti così come previsto dal nostro ordinamento penitenziario, per recarsi ad abbracciare il proprio genitore, padre, negli ultimi istanti di vita. Se ne è andato col dolore nel cuore di non poter vedere sua figlia. Poi, passano anni, ed è la volta di mio fratello maggiore. Si ammala di un mila incurabile, perché anch’esso la vita e anche a me rigettano il permesso di recarmi per un ultimo abbraccio.

Uno stato ottuso che non applica e disattende quei principi previsti della nostra Costituzione, del nostro ordinamento penitenziario e che invece poi pretende, al contrario, dai suoi cittadini il rispetto di quelle regole sociali che per primo lui non rispetta. In primis non è coerente, non è credibile verso il cittadino e in secondi non ha titolo per dare lezioni di etica e di moralità a nessuno.

Sarebbe invece molto più civile, giusto e perfino bello che in Italia ci fosse la libertà d’affetto come in altri paesi europei. Che i famigliari, i figli di quei cittadini che per qualsiasi motivo finiscono in carcere, non venissero criminalizzati, quindi non venissero ridotti i contatti, ostacolate le relazioni affettive, poiché il nucleo familiare continua a seguire il proprio congiunto ed è giusto che debba passare più tempo insieme a questi così come lo stesso Ordinamento Penitenziario prevede.

E’ previsto infatti che particolare cura deve essere dedicata a mantenere e migliorare le relazioni dei detenuti, proprio nel momento che il nucleo familiare vive una separazione drastica, forzata, drammatica come è il carcere.

Prevede quindi che la famiglia sia un valore affettivo da tutelare in qualunque contesto, così come lo impone anche l’art. 29 della nostra Costituzione, quindi anche nel contesto penitenziario. Anzi in quest’ultimo è di più di un valore affettivo, è un elemento del trattamento penitenziario.

Ma come sappiamo bene sono due cose distinte e separate, il diritto scritto e il diritto applicato. A parole l’Italia vuole apparire una nazione civile e democratica. Nei fatti siamo il Paese più condannato dalla Corte Europea non solo in tema di giustizia ma anche in altri ambiti.

Spesso così facendo si inducono i figli dei carcerati a odiare le istituzioni, perché incoerenti, ingiuste e non rispettose delle stesse leggi e principi che reggono il nostro vivere civile. Rispetto ai Paesi europei più emancipati, noi italiani siamo su questo aspetto dei primitivi, non riusciamo proprio ad elevarci ed evolverci.

Di fronte alla tristezza di questi affetti violati, dove si criminalizza il rapporto tra famiglia e congiunti del detenuto. Il mio unico sistema per tenere uniti i cocci in frantumi della mia famiglia è stata la LETTERA. Ho scritto così migliaia e migliaia di lettere. Un fiume di inchiostro. Mi sono sforzato di dare loro una educazione continua e costante. Mentre una educazione discontinua impedisce invece di fissare delle relazioni capaci di dare sicurezza, poiché il figlio sperimenta l’alternarsi di presenza/assenza della madre o del padre, perdendo così ogni riferimento rassicurante.

Su questi pezzi di carta hanno viaggiato i nostri sentimenti, ansie, gioie, dolori, speranze, attenzioni. L’AMORE. La lettera è diventato il filo rosso che ci ha tenuti uniti.

Rispetto ad un genitore libero è stato come nuotare con il mare agitato, avendo le mani legate. A volte per i disagi e le varie problematiche che emergevano, siamo stati anche uno due anni senza vedere i figli.

Con la mia compagna, ci siamo abbracciati fisicamente dopo nove lunghissimi anni. L’articolo 1 del nostro Ordinamento Penitenziario dice: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona”. Tutto quello che ho scritto finora dà l’impressione di uno stato democratico civile eppure è anche spesso e volentieri tirannico? Che non rispetta assolutamente questo articolo?

La cosiddetta “sicurezza” deve essere servente della legalità e non essere (come spesso avviene) utilizzate per vessare o inutilmente incrudelire una pena chi è già da decenni detenuto.

La legalità fa bene all’amore… di Carmelo Musumeci

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Un che giunge dal nostro Carmelo e che tocca il tema decisivo della affettività che non viene garantita nelle carceri e delle iniziative per fare in modo che venga garantita.

C’è un momento molto delicato dove Carmelo Riporta due lettere scritte ai suoi figli anni fa.

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“I colloqui si svolgono in appositi locali sotto il controllo a vista e non auditivo del personale di custodia” (articolo 18 della legge 26 luglio 1975, n.354) “I detenuti usufruiscono di sei colloqui al mese. Quando si tratta di detenuti per uno dei delitti previsti dal primo periodo del prima comma dell’articolo 4 bis della legge e per i quali si applicano il divieto di benefici ivi previsto, il numero di colloqui non può essere superiore a quattro al mese. (…) Il colloquio ha la durata massima di un’ora”(D.P.R. 30 giugno 2000, n.230)


Ristretti Orizzonti ha lanciato una campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi. Lunedì 1 Dicembre la redazione della rivista, in collaborazione con la Casa di reclusione di Padova, organizza il Seminario di Studi “Per qualche metro e un po’ di amore in più”.
Nei siti http://www.ristretti.org e http://www.carmelomusumeci.com tutto il materiale prodotto su questo tema e per questa occasione. La mobilitazione dei detenuti giornalisti volontari della redazione di “Ristretti Orizzonti”, insieme a moltissimi prigionieri di tutti i carceri d’Italia, che si stanno attivando per raccogliere le firme dei propri compagni, ha avuto adesioni importanti, tra cui quelle di alcuni senatori della Repubblica. È appena stato depositato al Senato un disegno di legge, a firma del parlamentare Pd Sergio Lo Giudice e altri colleghi, a favore dell’umanizzazione delle visite ai detenuti e per la legalizzazione dell’affettività in carcere.

Ho una compagna e due figli (e adesso due nipotini) che mi aspettano da oltre ventitré anni e purtroppo, dato la mia condanna all’infinita pena dell’ergastolo, se non cambiano le leggi in Italia avranno di me solo il mio cadavere.
Ho visto crescere i miei figli prima dietro un vetro divisorio, dopo dietro un bancone e ora su delle panche, tramite sporadici colloqui.
Da ben ventitré anni non posso scambiare una carezza o un bacio affettuoso con la mia compagna, ma la cosa che ci manca di più non è tanto far l’amore, ma poter piangere insieme abbracciati senza che nessuno ci guardi. In ventitré anni non l’abbiamo mai potuto fare, perché siamo sempre stati osservati e circondati da guardie o da familiari degli altri detenuti.
Credo che le leggi di uno Stato non dovrebbero impedire ai suoi prigionieri il diritto di amare ed essere amati.
Gli svedesi trattano meglio i loro prigionieri perché si dicono: “Il detenuto di oggi sarà il mio vicino di casa domani” invece in Italia, nella maggioranza dei casi, la detenzione è molto più illegale e stupida del crimine che hai commesso. E spesso non serve a nulla. In molti casi serve solo a farti incazzare o a farti diventare più delinquente.
In carcere in Italia il tuo reato sembra che ti faccia perdere tutta la tua umanità. In fondo non chiediamo molto, solo una vita più umana e un po’ d’amore. È già difficile essere dei buoni padri (e nonni) fuori, immaginatevi dentro con solo tre giorni all’anno di colloqui, che se sei sbattuto in carcere lontani non riesci mai a fare. E allora ti tocca fare il padre (e il nonno) per lettera.
Per dare il mio personale contributo a questa campagna di “AffettiTraLeSbarre” ho deciso di rendere pubbliche queste due lettere che ho scritto ai miei figli tanti anni fa. Buona lettura.
E che l’amore sociale sia sempre nei vostri cuori.


Cara Barbi,
mi ha scritto la mamma dicendomi che stai studiando molto perché vuoi passare con il massimo dei voti. Brava, sono contento e sono sicuro che con la scuola mi darai tante soddisfazioni, come pure nella vita perché sei tanto buona e sensibile. Muoio dalla voglia di vederti, mi manchi tanto, chissà come sarai cresciuta. Vorrei tanto essere a casa per proteggerti e farti sentire quanto ti amo, ma sono sicuro che tu lo senti ugualmente.
Tesoro, adesso vorrei farti un discorso da grande che rimanga fra noi due: sono preoccupato per la mamma, ultimamente nelle sue lettere mi sembra triste e nervosa. Poverina, si sente piena di responsabilità con te, Mirko, da sola, senza che io la possa aiutare. Mi ha detto che tu e Mirko continuate a litigare spesso. Mi raccomando, anche quando hai ragione cerca di non bisticciare. Fallo per non fare arrabbiare la mamma e quando la vedi malinconica e si sente sola falle un po’ di coccole, anche se fa la dura è più sensibile di noi due. Me lo prometti, amore, che fai come ti ho detto? Perché sono molto in ansia per lei, le voglio tanto bene e mi dispiace da morire quando la sento triste. Non le dire niente che ti ho detto questo e dalle tanti bacini da parte mia.
Sai, dicono che dovrebbero essere i genitori a capire i figli, ma io non sono d’accordo totalmente perché per me è più facile che i figli capiscano i genitori dato che i bambini di adesso hanno una marcia in più, sono più istruiti ed intelligenti dei genitori, quindi conto molto su di te.
Dopo che hai fatto gli esami fammi un telex per farmi sapere come è andata. Adesso Tesoro finisco di scriverti ma continuo a pensarti, ti riempio di bacini. Tuo papà che ti adora.
N.B. Ho sempre il tuo braccialetto di spago che mi hai mandato, non lo tolgo mai, ci faccio pure la doccia, meno male che è resistente e non si consuma. Quando lo guardo penso subito a te e a volte non resisto di dargli un bacino pensando di darlo a te. Papà.

Caro Mirko,
eccomi a te con questa letterina per stare un po’ con te, sono preoccupato per la scuola: spero che riesci a passare. Meno male che adesso iniziano le vacanze così ti puoi svagare e dedicarti di più al gioco del calcio. Mi raccomando, ormai siete grandi, non bisticciare con la Barbi perché la mamma me lo scrive e si arrabbia con me perché dice che avete preso il mio carattere.
Dà la colpa a me (sic!) anche se non ci sono, ma poverina ha ragione, ha tanti pensieri, deve badare a voi, alla casa e al lavoro. Mi dispiace, certo non sono un buon esempio, né un ottimo padre, sempre lontano, ed ho sempre paura che tu ti senti diverso dagli altri bambini e questo mi fa star male: che tu soffra perché non hai il papà vicino. E non so darmi pace e allora ti voglio ancora più bene, con la speranza che tu lo senta ugualmente anche se sono lontano, in questa maledetta isola sperduta dove persino i gabbiani sono infelici. Ricordati che ti sono, ti sento e ti sarò sempre vicino con tutto il mio amore. Basta che tu lo senti dentro e ti sentirai il figlio più amato del mondo. Proteggi la Barbi e la mamma al posto mio e soprattutto fa tante coccole alla mamma quando la vedi triste e preoccupata.
Ti vorrei scrivere tante cose carine ma preferisco mandartele con il pensiero perché mi scoccia che le leggano le guardie. Tanto io so che tu sai il bene che ti voglio. Ti mando tanti bacini. Tuo papà che ti adora, ciao amore.

Carmelo Musumeci, Carcere di Padova 2014

Affettività in carcere

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La nostra Nadia ci ha girato questa “comunicazione” di Ristretti Orizzonti in merito al seminario sul tema dell’affettività in carcere che è stato organizzato per l’1 dicembre.

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La redazione di Ristretti Orizzonti, in collaborazione con la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, in questi giorni sta facendo una grande campagna di informazione perché finalmente venga approvata una nuova legge che cambi radicalmente il modo di considerare i rapporti con le famiglie per le persone detenute. Stiamo raccogliendo le firme dei detenuti nelle carceri praticamente con un passaparola, è una cosa simbolica ma  si stanno attivando moltissime persone per mandarci firme e testimonianze (abbiamo indetto anche un concorso su questi temi). Speriamo che possiate aiutarci a dare forza a questa campagna che stiamo facendo in favore di una nuova legge (si può firmare dal nostro sito www.ristretti.org

 

Vi facciamo anche una richiesta: verreste l’1 dicembre a un seminario dove c’è la possibilità di confrontarsi con le persone detenute e i loro famigliari su questi temi?

A presto e grazie. 

La redazione di Ristretti Orizzonti

 

Per qualche metro e un po’ di amore in più


Seminario Nazionale di Studi

 

Lunedì 1 dicembre 2014, ore 9.30-16, Casa di Reclusione di Padova

 

La redazione della rivista dal carcere Ristretti Orizzonti, in collaborazione con la Casa di reclusione di Padova, organizza per l’1 dicembre 2014 il Seminario di Studi “Per qualche metro e un po’ di amore in più”, aperto a chi si occupa di “Carcere e affetti” (su prenotazione, per permettere l’accesso al carcere), a operatori, magistrati, avvocati, parlamentari, giornalisti.

Carceri più umane significa carceri che non annientino le famiglie

L’Europa non si può “accontentare” dei tre metri di spazio a detenuto per decretare che le nostre carceri non sono più disumane. Lo sono eccome, e lo sono in particolare per come trattano i famigliari dei detenuti: sei ore al mese di colloqui e dieci miserabili minuti a settimana di telefonata, spazi per gli incontri spesso tristi e affollati, attese lunghe, estenuanti, umilianti.

E allora chiediamo all’Europa di occuparsi anche delle famiglie dei detenuti, e di invitare l’Italia a introdurre misure nuove per tutelarle.

Siamo convinti che unirci in questa battaglia possa essere una forza in più per ottenere il risultato sperato. E noi speriamo che questa battaglia qualche risultato lo dia: una legge perliberalizzare le telefonate, come avviene in moltissimi Paesi al mondo, e per consentire i colloqui riservati. E una legge così, aiutando a salvare l’affetto delle famiglie delle persone detenute, produrrebbe quella “sicurezza sociale”, che è cosa molto più nobile e importante della semplice sicurezza.

 –Troviamoci per mettere a punto finalmente insieme una proposta di legge, coinvolgiamo le famiglie di chi è detenuto, ma anche quelle dei cittadini “liberi”, perché in ogni famiglia può capitare che qualcuno finisca in carcere, e nessuno più dovrebbe essere costretto alla vergogna e alla sofferenza dei colloqui, come avvengono ora nelle sale sovraffollate delle nostre galere.

-Chiediamo da subito, in attesa di una nuova legge, delle misure urgenti per rendere più umani i rapporti delle persone detenute con i loro cari, perché l’“umanizzazione” delle carceri deve partire da chi non ha nessuna responsabilità, e subisce sulla sua pelle la detenzione di un famigliare.

 

Al Seminario interverranno figli, fratelli, sorelle, genitori di persone detenute.

La redazione di Ristretti Orizzonti

 

Si può aderire alla campagna “Carcere: per qualche metro e un po’ di amore in più” anche on line, firmando la petizione nel sitowww.ristretti.org

Possono partecipare al Seminario operatori, esperti nell’ambito dell’esecuzione della pena, esponenti politici che abbiano intenzione di impegnarsi sul tema degli affetti delle persone private della libertà personale. Per l’ingresso in carcere è necessario mandare l’adesione alla mail direttore@ristretti.it

 


Hanno già dato la disponibilità a partecipare ai lavori:

 

Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, uomo politico e giurista ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio del 1978

Andrea Pugiotto, Professore ordinario di diritto costituzionale, Università di Ferrara

Lucia Castellano, ex direttrice del carcere di Bollate, autrice con Donatella Stasio del libro “Diritti e castighi. Storie di umanità cancellata in carcere”

Mauro Palma, pre­si­dente del Con­si­glio euro­peo per la coo­pe­ra­zione nell’esecuzione penale e con­si­gliere del mini­stero di Giu­sti­zia

Desi Bruno, garante dei detenuti Regione Emilia Romagna

Diego De Leo, Professore Ordinario di Psichiatria alla Griffith University, Australia (Diego De Leo, uno dei maggiori esperti internazionali di suicidio, direttore dell`AustralianInstitute for suicideresearch and prevention,affronterà il seguente tema: La possibilità di mantenere rapporti più umani con le famiglie per le persone detenute potrebbe costituire una forma di prevenzione dei suicidi?)

Margherita Forestan, Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Verona

Armando Michelizza,Garante del Comune di Ivrea per i diritti delle persone private della libertà personale

Bruno Mellano, Garante dei detenuti della Regione Piemonte

Enrico Sbriglia, Provveditore dell’Amministrazione penitenziaria per il Triveneto

Alessandro Zan, deputato di Libertà e diritti

Sandro Favi, responsabile carceri Partito Democratico

Rita Bernardini, segretaria di Radicali italiani

Gessica Rostellato, deputata Movimento 5 stelle

Gianpiero Dalla Zuanna, senatore Scelta Civica

Per qualche metro e un po’ di amore in più nelle carceri- concorso per riflettere su “carceri e affetti”

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La redazione di Ristretti Orizzonti ha promosso un concorso incentrato sulla questione dell’affettività nelle carceri.

Il concorso è aperto anche a persone non detenute.

Di seguito il regolamento.

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Per  qualche metro e un po’ di amore in più nelle carceri.

Un Concorso per riflettere su “carceri e affetti”

Regolamento

1. Il concorso è promosso e organizzato dalla redazione di Ristretti Orizzonti.

2. Al concorso possono partecipare le persone detenute, i loro famigliari, gli studenti che prendono parte a progetti di sensibilizzazione sui temi del carcere e della Giustizia, i cittadini interessati a una riflessione sulla questione degli affetti per le persone detenute. 

3. Si concorre inviando:

-Sezione scrittura: un testo scritto, che può essere un racconto, una lettera, un articolo sul tema degli affetti per le persone detenute e le loro famiglie.

-Sezione audiovisiva: video-testimonianze realizzate sugli stessi temi.

-Sezione artistica: un prodotto a scelta, tra illustrazioni, vignette, un’opera grafica, un disegno, realizzato anche da bambini, figli di persone detenute.

4. Le opere devono essere consegnate alla segreteria del concorso presso la sede dell’Associazione “Granello di Senape- Redazione di Ristretti Orizzonti” (via Citolo da Perugia, 35 Padova) entro il 10 dicembre 2014. Gli elaborati possono anche essere inviati via mail.

La Giuria sarà coordinata da uno scrittore, e sceglierà le opere più interessanti, per le quali è prevista la pubblicazione all’interno di un libro dedicato al tema del carcere e degli affetti. Nel libro sono previste tre sezioni, con le testimonianze delle persone detenute, quelle dei famigliari e i testi scritti dai ragazzi delle scuole e da cittadini interessati a questi temi. Le opere audiovisive saranno diffuse nei social network.

5. I risultati del concorso verranno presentati pubblicamente nel periodo di Natale, festa “storicamente” dedicata alle famiglie, nel corso di un incontro organizzato per portare al Parlamento le firme raccolte in sostegno di una legge per “salvare gli affetti delle persone detenute”.

6. La partecipazione al concorso comporta l’accettazione e l’osservanza di tutte le condizioni del presente bando. Una delle condizioni è che i singoli testi possano essere pubblicati anche prima della selezione finale nella newsletter quotidiana di Ristretti, per contribuire a sostenere la campagna di stampa “Per qualche metro e un po’ di amore in più”.

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Per ulteriori informazioni e per inviare i testi o le opere video e grafiche:

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Salvaguardare l’affettività con i colloqui riservati e liberalizzare le telefonate… Angelo Meneghetti

affettività

Quella per garantire momenti di affettività in carcere, tra un detenuto e i propri famigliari, è una battaglia di civiltà decisiva, una delle più importanti per quanto riguarda il mondo della detenzione.

Pubblico oggi un pezzo che, al riguardo, ha scritto Angelo Meneghetti, detenuto a Padova. Un pezzo che è già apparso su “Ristretti Orizzonti”.

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E’ da diverso tempo che si discute per migliorare la situazione delle carceri italiane. Come sappiamo tutti, questo Paese è nel mirino della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, “C.E.D.U.” e forse ci sarà un cambiamento epocale per quando riguarda le carceri e la giustizia italiana, se questo Paese avrà veramente la volontà di adeguarsi alle normative europee. Lo Stato Vaticano ha già fatto i primi passi per un miglioramento sul piano dell’umanità. Ha abolito la pena dell’ergastolo e ha introdotto il reato di tortura nel suo codice penale. Un esempio per l’Italia se davvero si vuole dimostrare all’Europa che il nostro Paese è civile e democratico.

Da diverso tempo -io e altri compagni detenuti che facciamo parte della redazione di Ristretti Orizzonti- parliamo di tutto questo agli incontri di discussione, e ne parliamo anche con diversi studenti che incontriamo nell’ambito del progetto “scuola carcere” che si svolge qui, nella casa di reclusione di Padova da diversi anni.

Tornando al nocciolo della situazione, va precisato che nel nostro Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, dove si è detenuti per sempre fino all’ultimo respiro- e quello ostativo, dove si è destinati a morire in un’ammuffita e umida cella, salvo che non si collabori con la giustizia, mettendo un altro al posto tuo. Così col mio amico Carmelo Musumeci, “ergastolano ostativo”, cerchiamo di coinvolgere, per primi, tutti i detenuti reclusi nelle carceri di questo Paese, e anche i loro famigliari; e cerchiamo anche di portare queste cose alla società esterna.

Nello specifico delle proposte contenute in questo testo, invitiamo la società esterna ad aderire alla raccolta firme al fine di liberalizzare le telefonate e al fine di consentire i colloqui riservati.

I colloqui affettivi esistono in diversi altri Paesi. Qui in Italia invece non esistono. In passato se ne era discusso, ma fu stravolto il senso di questa proposta, parlando di “celle a luci rosse”. Va detto che i colloqui affettivi non hanno nulla a che vedere con le celle a luci rosse o con il sesso. Servono per tenere unito il gruppo famigliare, coltivare l’affetto verso la propria compagna e verso i propri figli, in modo che, nella loro crescita, percepiscano il calore del padre. Tutto questo serve anche al detenuto, affinché, dopo una lunga condanna, non sia un estraneo nell’ambito famigliare. Perché è questo che succede con la maggior parte dei detenuti che hanno pene lunghe da scontare. Bisogna tenere presente che la maggior parte dei detenuti hanno figli che, raggiunta la maggiore età, hanno bisogno di visite psicologiche e psichiatriche, a causa dei colloqui fatti in carcere e della loro tenera età. A tutt’oggi, i colloqui fatti in carcere sono a vista e ripresi dalle telecamere. C’è sempre un agente che guarda, che ti proibisce di tenere abbracciati i tuoi cari, di scambiare delle coccole con la tua compagna e con i tuoi figli. Ma, se ci fosse la possibilità di fare i colloqui affettivi, ogni detenuto potrebbe salvaguardare  il rapporto con i propri famigliari. E’ un metodo giusto per non essere abbandonati dai propri cari. Se la pena per un condannato deve essere rieducativa e non punitiva, come stabilisce l’art. 27 della nostra Costituzione.

Non va dimenticata la situazione famigliare di ogni detenuto. Specialmente nel caso di chi sta scontando una lunga pena, oltretutto lontano dal luogo di residenza, e per difficoltà economiche non può fare colloqui. Per questo occorre che in carcere siano “liberalizzate” le telefonate, in modo da potere telefonare più volte alla settimana. Ora è concessa solamente una telefonata di 10 minuti alla settimana e, se stai telefonando e cade la linea, anche se non sono trascorsi i dieci minuti che ti spettano, non puoi riprendere quella misera telefonata. Rimane da solo di attendere un’altra settimana per risentire i propri famigliari. 

E’ proprio con il passare degli anni che la condanna da scontare si fa veramente sentire e diventa veramente “punitiva” a causa di certe regole sbagliate. E’ punitiva per chi è detenuto. Ma  a sua volta diventa vendicativa per i nostri famigliari, che nulla hanno a che vedere con la pena che sta scontando il loro caro “marito, compagno, figlio”. E’ vendicativa per i famigliari perché, quando si recano in carcere per fare colloqui con il proprio caro, a volte sono umiliati per via di certe regole senza umanità e vivono con la vergogna perché hanno un famigliare rinchiuso in carcere e tutti si dimenticano che non hanno nessuna colpa del reato commesso dal loro famigliare. 

Spesso ci si dimentica che i nostri famigliari hanno un cuore, un’anima e, soprattutto, hanno un volto e fanno parte di questa società considerata democratica e civile. E ci si dimentica che il confine tra il bene e il male è così sottile che potrebbe capitare a chiunque di oltrepassarlo.

Padova 26-08.2014

Angelo Meneghetti

Proposte di riforma carceraria (seconda parte).. di Domenico Papalia

rifos

Pubblico oggi la seconda e ultima parte del progetto di riforma carceraria stilato da Domenico Papalia, detenuto da alcuni mesi a Nuoro (per vedere la prima parte vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/02/03/proposte-di-riforma-carceraria-prima-parte-di-domenico-papalia/).

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Sarebbe opportuno un Regolamento che valesse per tutte le carceri italiane, mentre ogni carcere ha un proprio regolamento interno e poiché il detenuto è soggetto a continui trasferimenti, si trova spesso che ciò che gli viene consentito  in un carcere gli è precluso in un altro. Un esempio banale: sono 15 anni che non posso mangiare un fico, ecc, ecc., in quanto capito in carceri dove non sono consentiti. Senza nessun motivo, solo perché  la Direzione li considera un frutto privilegiato.

Con la legge n. 354/75 nelle carceri italiane è stata istituita le figure dell’educatore, assistente sociale, Psicologo. Il loro compito dovrebbe servire il detenuto per un periodo dai 3 ai 9 mesi di osservazione e formare una Equipe sotto la presidenza del Direttore e con la presenza del Dirigente Sanitario nonché del Cappellano, che a fine osservazione dovrebbe esprimere indicazioni sul percorso trattamentale e rieducativo del soggetto, previsto dall’art. 1 e 13 legge n. 354/75 e 28 e 29 dell’Ordinamento Penitenziario DPR n. 230/2000. Purtroppo,  la carenza di organico non soddisfa questo adempimento da parte degli operatori penitenziari e dell Magistratura di Sorveglianza, per cui anche il Magistrato di Sorveglianza dovrebbe vigilare su carcere e conoscere il detenuto attraverso periodici colloqui  che spesso lo stesso detenuto chiede.  Ma nessuno esaurisce le sue richieste e allora succede che un condannato chieda un beneficio, gli operatori non lo conoscono e chiedono informazioni al personale di polizia penitenziaria. Quindi, lo stesso Magistrato di Sorveglianza che concede il beneficio non ha mai parlato con il detenuto. Per cui, allo stesso è stato fatto un trattamento superficiale che on corrisponde alla realtà della sua personalità. In questo modo può succedere che il Magistrato rigetti il beneficio ad un detenuto che lo meritava, oppure lo concede ad uno che non lo meritava che poi questo, durante il beneficio, magari commette qualche reato amplificato dalla stampa, e la colpa viene data alla legge Gozzini, mentre la responsabilità sta nella mancanza di una seria osservazione sul soggetto.

Dal 1986 al 1992 vi sono stati gli anni di applicazione prima della legge Gozzini e quindi le carceri erano state portate ad una vivibilità di civiltà penitenziaria molto avanzata, venivano concessi i benefici ed applicato in pieno il principio previsto dall’art. 27 c.III della Costituzione che prevede la finalità rieducativa della pena. Il numero dei detenuti si era ridotto a circa 25000. Oggi le carceri sono sul punto di esplodere e siamo arrivati alla soglia dei 70000 detenuti.

In tutti gli anni del governo Berlusconi non si è fatto un provvedimento di politica carceraria, dimostrando soltanto disprezzo per la popolazione detenuta, facendo in questo modo aumentare la popolazione detenuta che è più che triplicata rispetto a quella del 1990. Nei 223 istituti penitenziari i posti sono 41000 circa. Per cui ci sono circa 30000 detenuti in più e vi lascio immaginare come può essere la nostra vivibilità.

Il carcere come luogo di punizione secondo me è fallito ed il nostro legislatore dovrebbe sforzarsi a lavorare più di fantasia per trovare una forma alternativa al carcere che sia più educativa e remunerativa per la società.

Tenere il detenuto “a vegetare”, chiuso in cella 22 ore su 24, fa male a lui, ma fa tanto male alla società, mentre si dovrebbe fare in modo che possa rendersi utile alla collettività, facendogli fare lavori socialmente utili o azioni risarcitorie nei confronti della vittima del reato, nonché opera di volontariato. La pena oggi non ha più una funzione rieducativa finalizzata all’inserimento del soggetto nella società, in quanto detta finalità è stata svuotata di significato con tutte le leggi di emergenza. Tutto il processo rieducativo del reo ha perso il suo senso. Dicevo prima che il Governo uscente ha dimostrato poca sensibilità per e carceri, tanto che il DPR n. 230/2000 prevedeva che entro il settembre 2005 tutti gli istituti avrebbero dovuto essere dotati di acqua calda e di doccia nelle celle, nonché abbattere i muri divisori nelle sale colloqui. Ciò è stato attuato in alcuni istituti.  A causa del sovraffollamento e delle disperate condizioni di vita, nel 2011 ci sono stati circa 60 suicidi nelle carceri italiane, senza che il Ministero della Giustizia si scomponesse.

Voglio sperare che il nuovo governo faccia una politica seria sulle carceri e senza “doppi binari”, in quanto per tutti i detenuti dovrebbe valere il principio stabilito dall’art. 27 della Costituzione, anche per chi è stato condannato  per reato associativo e rientra nell’art. 4 bis della legge n. 354/75 (articolo che esclude alcune tipologie di reati dai benefici). Anche chi rientra in queste categorie di detenuti ha diritto di essere recuperato, di fare autocritica, di rientrare nel consorzio civile, una volta che accetti di essere sottoposto all’osservazione scientifica sulla personalità, a meno che non si pensi che il carcere non debba avere una funzione educativa. Ormai gli stessi esperti -psicologi, filosofi e conoscitori del settore- sono convinti che il carcere ha fallito in quella che dovrebbe essere la sua funzione. Ma se si vuole mantenerlo, se si vuole fare in modo che la pena possa soddisfare le finalità previste in costituzione, allora andrebbero affrontati le modifiche alla legge penitenziaria che indico in questa proposta.

PROPOSTA

1) Abolizione dell’art. 4 bis della legge penitenziaria n. 354/75 e di tutti quelli ad esso collegati che seguitano a penalizzare anticostituzionalmente una categoria di detenuti.

2) Abolizione del regime di cui al famigerato art. 41 bis O.P. o, perlomeno, umanizzarlo in quanto il regime del 41 bis impedisce, in relazione alla norma costituzionale, la finalizzazione della pena stessa alla rieducazione e al reinserimento sociale del condannato.

3) Abolizione dell’ex legge Cirielli (L. 5.12.2005 n. 251) approvata dal governo Berlusconi.

4) Regionalizzazione dell’esecuzione della pena. Cioè, ogni detenuto sconti la pena nelle carceri della Regione di appartenenza della propria famiglia, affinché i familiari possano essere agevolati nei colloqui. Infatti, il colloquio con le persone care agevola il reinserimento sociale attraverso la valorizzazione dei legami personali e, nel contempo, attenuare la solitudine che accompagna i detenuti durante il periodo di espiazione della pena. “Interrompere il flusso dei rapporti umani significa separare l’individuo dalla sua stessa storia personale, significa amputarlo di quelle dimensioni sociali che lo hanno generato, nutrito e sostenuto” (dott. Claudio Ceraudo, Presidente Medici Penitenziari).

5) Aumentare l’organico della Magistratura di Sorveglianza e degli operatori penitenziari (educatori, psicologi, ecc.). Oggi, per 223 istituti e circa 70 mila detenuti, ci sono 551 educatori e 400 psicologi. Per cui non può essere fatta un’attenta osservazione scientifica del detenuto, per cui, un basso livello qualitativo dell’osservazione psicologica e del trattamento penitenziario per mancanza di organici mortifica il piano rieducativo individualizzato del soggetto detenuto.

6) Approvazione del nuovo codice penale, con meno reati  ed ancor meno carcere, insieme ad un umano abbassamento delle pene ed alla conseguente automatica abolizione dell’ergastolo.

7) Innalzamento a 120 giorni all’anno del beneficio della liberazione anticipata, senza alcuna limitazione  in merito ai reati commessi ed applicazione automatica della Direzione del carcere.

8) Prestare più attenzione all’edilizia penitenziaria.

9) Diritto di voto  per i detenuti, come già pronunciatasi con sentenza favorevole la Corte Europea, in un ricorso di un cittadino inglese contro la Gran Bretagna.

10) Istituzione del Difensore Civico per i detenuti a livello nazionale.

11) Ampliamento delle misure alternative per tutti i reati, rafforzando le sanzioni per chi non rispetta le regole durante i benefici, e la previsione di forma di lavoro socialmente utile che potrebbero essere una forma di risarcimento nei confronti della società.

12) Affettività in carcere (o sesso, o come lo si voglia chiamare) che, in mancanza di strutture, potrebbe essere attuata con la concessione regolare dei permessi premio. Questo eviterebbe la distruzione di tante famiglie e consentirebbe di esercitare la responsabilità della funzione genitoriale.

13) Rivedere la discrezionalità della Magistratura di Sorveglianza, in relazione alla concessione di benefici, stabilendo certi parametri e requisiti che, una volta acquisiti, facciano scattare automaticamente il beneficio. Altre proposte ci sarebbero; ma chiudo questo capitolo, con l’augurio che il nuovo governo se ne faccia carico.

Livorno 14/12/2011

Domenico Papalia

L’affettività in carcere.. dal carcere di Carinola

Dal carcere di Carinola ci è giunta questa lettera collettiva sul tema decisivo dell’affettività in carcere. Un essere umano non può essere privato delle emozioni e dei sentimenti. Il carcere condanna intere esistenze a una disperata disarticolazione affettiva e sensoriale.

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L’AFFETTIVITA’ IN CARCERE

UNA NECESSITA’ O UN PRIVILEGIO?

Dipende da quale finalità si assegna alla pena.

Solo dopo un’attenta riflessione in scienza e coscienza sulle finalità della pena in Italia si può esprimere un giudizio appropriato, altrimenti esso sarà viziato o da un sentimento giustizialista o da uno di pietas, due forme del sentire che non hanno nulla  a che vedere con la logica, la razionalità, la ragione e il pragmatismo.

Se la pena ha solo una funzione punitiva e retributiva, allora ci sta tutto: privazioni, sofferenze, tortura, castigo e supplizio. Se invece le finalità che la Costituzione assegna alla pena sono da un lato quella di prevenzione generale e di difesa sociale, con ci connessi caratteri di afflittività e retributività e, dall’altro quella di prevenzione speciale e di risocializzazione sociale del reo, allora L’AFFETTIVITA’ in carcere è solo uno degli elementi fondamentali del trattamento rieducativo per tre ragioni distinte, ma convergenti: una di FATTO, una di MEDICINA e una di DIRITTO!

Se poi durante l’esecuzione della pena mancano tutti gli altri  elementi del trattamento, a cominciare da n percorso di formazione e di lavoro, allora l’affettività in carcere diviene essenziale, in quanto, in questo vuoto strumentale, la famiglia rappresenta l’unico vero argine alla devianza una volta finito di scontare la pena, senza avere avuto modo di migliorarsi, rimanendo fermi alle condizioni di quando si è entrati, mentre la società invece è continuata ad andare avanti, nell’economia, nella tecnologia, nelle forme di linguaggio e comunicazione.

Insomma, se da un sistema carcerario così come quello che c’è in Italia si esce più cattivi e più ignoranti di prima e, se nel frattempo, si sono allentati i legami familiari per le difficili condizioni cui devono sottostare durante la dentizione del congiunto, allora diviene ancora più difficile trovare una propria collocazione nel tessuto sociale! Quando si è in ritardo rispetto alla società si è sempre precipitosi: essere in ritardo significa essere fuori dal tempo. In fallo! Se poi si è anche soli, allora non si ha bisogno di legami legittimanti.

La pena invece, in una società disciplinare come la nostra, ha bisogno di un’occasione di riscatto e di riqualificazione umana, non di prigionia che non è né formazione né educazione, ma un’esistenza vuota, priva di contenuti UMANI, che sospende temporaneamente e per certi versi aggrava  il corso della vita dei reclusi, segnati, non insegnati da uno stato di cattività, che priva non solo della libertà, ma anche e soprattutto dei bisogni più elementari dell’uomo, come lasciarsi andare ad un momento di felicità o anche di debolezza nell’intimità della famiglia: tutti comportamenti mortificati dalla crudeltà dei colloqui collettivi, dove una semplice carezza può trasformarsi in provocazione e una lacrima in debolezza.

L’AMORE E L’AMICIZIA invece, rendono l’individuo parte del mondo e gli danno la sua giusta collocazione nel sistema sociale; dove l’amore e i legami sentimentali e amicali mancano, il mondo diviene individuale. Chi è senza amore e legami, l’unico sentimento che conosce è l’egoismo, non mediato da alcuna forma di relazione con gli altri e con il mondo e allora tutto è possibile in quanto l’unica ragione legittimante è il proprio sentire: il bene non esiste a livello individuale, ma di relazione con gli altri. Se la relazione manca, anche il bene ne risente.

L’ANIMALE in cattività, una volta libero, non sa più stare con i suoi simili e l’unica forma di relazione che conosce è la violenza. Una volta che si sono perse quelle che legittimavano la propria appartenenza e le proprie azioni, significa essere sciolti da ogni regola.

L’ostacolo più grande ad ogni iniziativa di riforma è sempre la stessa motivazione: la sicurezza della collettività prima di tutto! Ma se una carcerazione esclusivamente punitiva non restituisce uomini migliori e se l’imperfezione del sistema sociale produce un deviato su dieci, mentre il carcere che il compito di disciplinare la vita di chi ci vive dentro non riesce a farlo per l’inesistenza di un trattamento preventivo, andando avanti con gli anni la società sarà sempre meno sicura, perché ai deviati di domani si sommerà la recidiva dei primi. La restituzione invece deve essere l’arte della  relazione educativa e della giustizia, del rimettere a posto la vita, non com’era prima ma come non lo è mai stata.

Al detenuto non è neanche data la possibilità di coltivare i suoi interessi affettivi, che rimangono drammaticamente fuori da ogni colloquio. La solitudine, la lontananza, e quindi, l’impossibilità di coltiva rapporti sentimentali fondanti sono spesso all’origine di un crollo psicofisico, di cui risente tutta la famiglia, con la conseguenza di una inevitabile frammentazione del rapporto emotivo-sentimentale.

E’ indubbio che un carcere così rappresenta per il soggetto detenuto una seria minaccia per gli scopi di vita dell’individuo e della sua famiglia; per il suo sistema di difesa e di regolazione; per il suo senso di autostima e di sicurezza. In queste condizioni egli è sottoposto ad una continua pressione nel tempo che si concretizza in una progressiva disorganizzazione della sua personalità.

Studi di sociologia, condotti da Donald Clemmer, nelle carceri USA, illustrano chiaramente che tra i fattori che maggiormente influenzano la condotta delinquenziale dei condannati c’è la carenza dei contatti intimi e di relazione sociali fondanti, senza i quali il recluso finisce per identificarsi con i costumi, la cultura e il codice d’onore del carcere: un detenuto  che si allontana o è allontanato dalla moglie, dalla compagna, o dalla famiglia di origine per l’impossibilità di coltivare  interessi affettivi, intimi e sentimentali, cerca una risposta alla sua solitudine in un riconoscimento nei compagni più prossimi, quindi nell’istituzione penale. Per questi motivi i colloqui e gli incontri  con la famiglia dovrebbero rivestire un ruolo di grandissima importanza. Essi costituiscono infatti gli unici momenti in cui i detenuti riescono a riportare in vita i propri legami sociali, il proprio passato e soprattutto le prospettive di un futuro in compagnia delle persone veramente importanti per lui.

Questo è quello che le norme e il buon senso prescrivono. Nella realtà però, molti detenuti e famigliari esprimono la difficoltà a ritrovarsi nello spazio angusto e nel tempo ristretto delle sale di colloquio, tanto da dover rimandare alla comunicazione epistolare, chi ne è capace, gli scambi più autentici. Le sale colloqui sono infatti ambienti di 20 mq. circa, mal areati, divisi da un bancone di cemento, che separa i detenuti dai familiari. Fonicamente la situazione  risulta essere assai sgradevole, considerato che per ogni sale si svolgono fino a 8/9 colloqui contemporaneamente, e che per ogni detenuto accedono fino a tre persone. Quindi nella loro massima capienza in 20 mq. vengono ammassate 36 persone. In una condizione ambientale siffatta è molto probabile che se si facessero i dovuti controlli, l’intensità sonora risulterebbe molto al di sopra della tolleranza umana. Di questo ne è prova il fatto che molti detenuti alla fine del colloquio accusano vertigini  e labirintite, senza riuscirne a capirne la causa.

Le visite costituiscono a livello tratta mentale un fondamentale strumento di resistenza contro uno degli aspetti più devastanti della prigionizzazione, ovvero il “disadattamento sessuale”. Il carcere infatti come ogni altra istituzione composta da membri di un unico sesso può facilmente portare a sviluppare anomalie sessuali. Probabilmente, dice Clemmer, nessun altro elemento della vita in carcere ha il potere di disorganizzare la personalità degli individui ristretti come l’immaginario sessuale che si sviluppa, che può avere uno sfondo più o meno normale, maniacale o omosessuale.

Lo stesso dice Victor Nelsone, altro sociologo americano, che afferma che fra tutte le possibili forme di privazioni, sicuramente nessuna è più demoralizzante della privazione sessuale (…) essere privato un mese dopo l’altro, un anno dopo l’ennesimo della soddisfazione sessuale che, nel caso del condannato a vita, può non giungere mai, rappresenta la quintessenza della degradazione umana.

… I prigionieri hanno un forte desiderio non solo del rapporto sessuale, ma anche della voce, il contatto, il riso e le lacrime di una donna; un desiderio inarrestabile per la donna in se stessa!

Gli effetti devastanti che la privazione dei rapporti sessuali comporta sulla personalità dei reclusi sono stati analizzati da un altro sociologo americano, Gresham Sykes, che ha affermato come i continui stimoli di natura sessuale, provenienti dai giornali, dalle riviste, dai libri, dalla radio, dalla televisione, dalle lettere amorose, provenienti dal genere femminile, mantengono vivo il desiderio sessuale anche nel buio del carcere. Di conseguenza, non potere avere un momento di intimità provoca nel detenuto turbamento e devianze dai canoni di normalità.

La privazione delle relazione eterosessuali, oltre a provocare frustrazioni sessuali, e talvolta ad indurre comportamenti deviati, possono comportare gravi conseguenze anche sul lato psico-fisico. La sessualità infatti è un elemento  costitutivo della struttura essenziale dell’uomo, che si esplica come parte integrante dell’espressione fisica e personale e come apertura alla comunicazione con gli altri. La questione in esame è talmente conosciuta che la riduzione o la perdita della sessualità costituiscono un danno biologico, classificato nelle tabelle medico legali convenzionali come lesioni micro permanenti e anche altre.

E’ chiaro che se il detenuto ha avuto esperienze omosessuali in carcere, anche solo come rari atti fantasie, dovute alla forte pressione esercitata dal desiderio sessuale, il proprio IO ne risulterà particolarmente aggredito rispetto a chi riuscirà a mantenere un comportamento quasi normale.

La minaccia più grave alla sua identità d’uomo, tuttavia, deriva dalla completa esclusione dal mondo femminile, che priva della polarità necessaria a percepire il significato ultimo dell’ESSERE se stesso: OVVERO, MASCHIO O FEMMINA!

Il detenuto è costretto a cercare la propria identità solo dentro se stesso e non anche nella propria rappresentazione che trova riflesso negli occhi degli altri; e dato che la metà del suo sentire gli è negata,l’immagine che il detenuto si fa di se stesso rischia di diventare completa solo a metà, dimezzando la sua identità.

I problemi psicologici derivanti dalla negazione della sessualità e dell’affettività sono stati affrontati anche in alcuni studi di medicina penitenziaria da alcuni medici, i quali hanno sostenuto che il processo di adattamento al carcere può provocare disfunzione nel complesso dei meccanismi biologici che regolano le emozioni, generando sindromi morbose di varie intensità, definite sindrome da prigionizzazione.

La proibizione della sessualità è anche l’effetto della detenzione che in modo lento ma inesorabile si riversa sui famigliari, mogli, fidanzati e compagne di vita, le quali si trovano senza alcuna colpa a subire un celibato forzato, prova inoltre una frammentazione tragica e dolorosa nella vita di relazione. Gli effetti causati da questo stato di cose sui partner sono spesso, se non allontanamento materiale, di sicuro sentimentale, generando conflitti e tensioni in famiglia che a poco a poco si disgrega.

In questo modo, andando avanti negli anni, al detenuto viene tolto tutto: libertà, sessualità, famiglia e sogni di una vita migliore, catapultandolo nella solitudine e nella rabbia.

La pena allora diventa inutile perché non rispetta il suo tempo. Invece, il compito della pena è quello di dare tempo, un tempo adeguato e appropriato a divenire quello che non si è mai stati. Dare tempo, non togliere tempo alla vita, questa è la soluzione più giusta per perseguire la difesa della sicurezza sociale. Ogni altra scelta è solo violenza gratuita e la violenza chiama violenza. Viceversa “l’amore” chiama “amore”.

Se l’Ordinamento giudiziario si basa esclusivamente sul criterio della proporzionalità dei delitti e delle pene, spesso accade che si resta ancorati ai termini dei tempi di detenzione, vuoti di trattamento preventivo per la difesa sociale, e colmi di sofferenza, per cui si mette in libertà chi alla fine della pena non ha ancora acquisito la propria libertà, la propria emancipazione, lasciando che vengano commessi delitti uguali e peggiori di quelli espiati.

In una politica di difesa sociale vera, il nocciolo importante non è nel castigo, ma la valorizzazione dei tempi di detenzione se dà ragione numerica si vuole farla diventare ragione educativa.

Una ragione penale che si ferma solo alla scadenza della pena e non si spinge oltre non si confronta con il processo di sviluppo delle persone.

E’ chiaro che in questo modo  la ragione penale appare svincolata dalla ragione della sicurezza sociale. Diventa insensibile nel momento in cui si chiude su se stessa per aprirsi a scadenze di tempi senza che ci si preoccupi di cosa o di chi uscirà fuori da quella scadenza.

Non si tratta di perdonare o di condannare. Ma è imperdonabile l’ordine sociale che non è capace di restituire il colpevole alla giustizia, come restituzione dell’individuo alla società e della società all’individuo. C’è un percorso della giustizia che va oltre il diritto, senza cancellarlo ed è quello di una giustizia restituiva per DIRITTO e per GIUSTIZIA!

A questo punto rimane da valutare solo la questione del DIRITTO, che è chiara ugualmente. La detenzione, comportando la privazione della libertà è una punizione in quanto tale. Le condizioni della detenzione e i regimi penitenziari non devono quindi aggravare le sofferenze inerenti ad essa. Inoltre , i diritti della persona,nessuno escluso, ricevono tutela dagli artt. 2 e 3 della Costituzione, com’è del resto riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità e di merito sia della Corte Costituzionale sia della migliore dottrina. L’art. 2 della Costituzione, in particolare, sancisce il valore assoluto della persona umana ed è norma a contenuto precettivo e non pragmatico. Cosicché ogni restrizione alla persona nella realtà sociale sarebbe suscettibile di assurgere al rango di diritto soggettivo perfetto con la conseguente tutela giurisdizionale.

Quanto al diritto alla sessualità occorre in proposito ricordare l’INCIPIT della Corte Costituzionale nella sent. 18-dicembre-1987, n. 561 che lo inquadra tra i diritti inviolabili della persona, come modus vivendi essenziale per l’espressione e lo sviluppo della persona. Essendo quindi la sessualità uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, il diritto di disporne è senza dubbio un diritto soggettivo assoluto, che va ricompreso tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione ed inquadrato tra i diritti inviolabili della persona umana, che l’art. 2 Cost. impone di tutelare.

Più di recente poi, a proposito del danno alla salute, la Corte Costituzionale nella sent. 184 del 1986 ha precisato  che le lesioni del bene giuridico della salute, in quanto valore personale garantito dalla Costituzione (art. 32) dà di per sé titolo, anche quando consegua non ad un reato, ma ad un mero illecito civile (art. 2043 c.c.) alla tutela giurisdizionale e al risarcimento  del danno patito, derivante dalla menomazione dell’integrità psicofisica, senza che occorra alcuna prova al riguardo.

Ipotesi che si realizza certamente nel caso in cui cagionando ad una persona coniugata l’impossibilità dei rapporti sessuali (sent. 6607/1986) è immediatamente lesiva dei diritti dell’altro coniuge ad eventuali  rapporti, quale diritto-dovere reciproco.

Nel caso specifico lo Stato, cagionando al detenuto l’impossibilità dei rapporti sessuali per motivi di prevenzione e pena, lede i diritti  dell’altro coniuge ad averli, senza che debba rispondere di alcuna colpa. Inoltre, attenta alla salute di entrambi. Trova infatti adeguata collocazione nella sent. n.8827 e 8823/2003 la tutela risarcitoria ai soggetti che abbiano visto lesi i diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.) concernenti la fattispecie del danno da perdita o compromissione del rapporto parentale.

Si afferma nella sent. 233/2003 della Corte Costituzionale, che nel caso in cui un fatto limita le attività realizzatrici della persona umana, obbligandola ad adottare nella vita di tutti i giorni comportamenti diversi da quelli naturali, si realizza un nuovo tipo di danno, definito  con l’espressione di “danno esistenziale”. In proposito Franco Geraudo, presidente dell’AMAPI, sostiene che l’attività sessuale nell’uomo rappresenta un ciclo organico che non può essere interrotto, senza determinare nel soggetto traumi fisici e psichici.

Quali conclusioni si possono trarre da questa analisi in FATTO, in MEDICINA e in DIRITTO?

Anzitutto, risulta chiaro che il carcere operante attualmente non restituisce persone migliori, inoltre la privazione della sessualità mina la salute delle persone nel fisico e nella psiche, aggravando non solo lo stato di salute, ma anche il carattere e la personalità di chi la subisce direttamente e indirettamente.

Quanto al Diritto è palese che questo stato di cose risulta in contrasto con i principi della Costituzione per quanto attiene la tutela della persona, della salute, della famiglia, di una pena rieducativa (artt. 2, 3, 27, 29, 30, 34 Cost.); altresì, mina la sicurezza della società nella parte in cui non riesce a restituire persone migliori di quando sono in carcere, al rischio che si commettano delitti uguali o peggiori di quelli per cui si è stati condannati.

La domanda allora è questa: perché nonostante tutto le cose restano così?

Dal Carcere di Carinola

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