Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “colloquio”

In memoria di Pianosa… di Rosario Indelicato

41bis

Questo testo venne scritto alcuni anni fa. Da una delle persone che furono detenute nel supercarcere di Pianosa.

Una delle due supercarceri.. quella di Pianosa e quella dell’Asinara.. che fecero furore all’inizio degli anni 90 e che adesso qualcuno vorrebbe riaprire, dopo che, nel 1997, furono chiuse.

E che adesso qualcuno vorrebbe riaprire.

Quel qualcuno forse non sa, o non vuole sapere, cosa furono Pianosa e l’Asinara.

Ci eravamo già occupati di questa questione.

Questo di Rosario Indelicato è uno dei testi più emblematici in tal senso.

—————————————————————————————————————-

In memoria di Pianosa

(di Rosario Indelicato)

Grazie. Buonasera. Io sono stato arrestato nel 1992 a maggio. Mi trovavo nel carcere de l’Ucciardone, nella seconda sezione. Successero le stragi. Dopo l’ultima, ero ristretto nella seconda sezione con altri detenuti. Non avevo addirittura neanche l’associazione di stampo mafioso. La notte dopo la strage ci vengono a prendere alle tre di notte: “dobbiamo fare la perquisizione”, allora dico: “Mi devo preparare, devo prendere qualcosa?”. “No, no, vada nel cortile che dopo la perquisizione risalite tutti”. “Va bene”. Scendo addirittura con un paio di jeans e una camicia e mi buttano lì nel canile, perché così chiamano le celle di isolamento. Dopo tre ore cominciano ad arrivare carabinieri, polizia, finanza. “Ma cosa sta succedendo?”, penso. Ci caricano sopra ai blindati, ci portano all’aeroporto di Punta Raisi e da lì a Pisa. A Pisa con gli elicotteri militari. Ricordo un particolare, terrorizzato com’ero dalla visione del carcere che non avevo ancora fatto, un capitano dei carabinieri contava i detenuti ammanettati sull’elicottero con la pistola, così…: uno, due, tre, quattro, per comunicare agli altri quanti eravamo sull’elicottero.

Arrivati a Pianosa, c’era qualcuno di noi più vecchio che già immaginava cosa potesse succedere. Io, invece, ero ignaro. Sinceramente non avevo la cultura del carcere pesante. Comunque  ci portarono nelle celle, diciamo nella Grippa. Passò un giorno e l’indomani cominciò l’inferno. Di tutto: legnate, manganellate, acqua tirata, sputi, spinte, fatti cadere a terra. C’era di tutto e di più. Ricordo che si cercava di normalizzare la situazione facendo fare delle denunce ai propri famigliari. Ricordo che venne addirittura la Maiolo, venne Taradash, vennero altri politici ma durante il giorno della loro visita era tutto normale perché le guardie, dietro di loro, ci imponevano di stare zitti per cui nessuno, per timore, diceva cosa ci facevano. La cosa durò per mesi. Io lì ce ne feci cinque anni un mese e venti giorni proprio contati. Io ho brutti ricordi, brutti ricordi e dico solo che la violenza è generatrice di violenza e se ad una persona tu levi la libertà, le levi tutto e non c’è più bisogno di usare violenza su quella persona che magari si vuole riscattare, ma ancor di più quando la persona viene infangata nell’onorabilità come è nel caso di molti siciliani, di molte persone. Lasciamo stare queste cose che poi ne sono uscito a testa alta da tutti i processi. Il discorso invece è un altro. Lo Stato che si è prestato a queste direttive che trovo vergognose. Mi devono spiegare perché su di me si è fatto un crimine perché per questo crimine non sta pagando nessuno, anche se ho denunciato gli artefici di questi abusi. Volevo rispondere al Dottor Palma della commissione europea che in Italia pur avendoli condannati, non hanno espiato un giorno di pena e si ritrovano attualmente a lavorare all’interno del carcere, per cui, dico io, non cambia niente. In Spagna e in Italia le cose non cambiano, tanto è vero che poi non c’è stato più luogo a procedere. Per quattro denti mi hanno portato dal dentista e questo dentista, seduto là, fece. “togliete le manette al detenuto”. “No, no, operi così”. “Guardi che deve anche sciacquarsi”. “No, no, operi così e basta, stia zitto”.

E allora si misero in sette otto di loro, chi con le pinze chi con lo scalpello, con gli arnesi diciamo per tirare il dente perché questo medico ha avuto paura e questo è nella mia denuncia. Questo medico ebbe paura e allora diete luogo a sistemare il dente, ma comunque non capì quello che stava facendo, tanto è vero che ha  rovinato quello buono e lasciato quello cattivo. Alla fine mi ha detto: “Fra 15 giorni ci vediamo e completiamo il lavoro”, ma vidi che era più terrorizzato di me. Quindi venni messo sul blindato (andavamo fuori dalla sezione Agrippa, ci portavano in un carcere dove c’erano gli ergastolani che però andavano a lavorare fuori), messo sul blindato e venni massacrato. Questo il 22 dicembre 1992. Ero stato portato lì il 20 di luglio. Figuratevi quello che avevo passato.

Mi portarono in cella, massacrato. Passarono 3 giorni, arrivò Natale e mi portano patate bollite con la pasta condita con la margarina fredda, tutte cose appiccicate. Presi le paste e le buttai –tant’è vero che i primi mesi persi 16 chili- buttai la pasta, non volli mangiare andai a letto. Dopo, il 27 mi vennero a prendere. Ogni volta non volevamo uscire dalla cella per non prendere legnate. Sistematicamente tutte le volte c’era la perquisizione corporale, dovevamo fare piegamenti perché dovevano vedere se eventualmente si nascondesse qualcosa nelle parti intime. Dovevamo aprire la bocca, ci infilavano le dita nelle orecchie, tutto quello che potevano… Ma sicuramente dovevano esserci le istruzioni, le direttive di qualche psicologo o psichiatra, perché non erano persone intelligenti quelle che si adoperavano a fare queste cose, per cui le direttive dovevano esserci dall’alto.

Il 27 dicembre, come dicevo, mi portarono dal comandante e il comandante guardò i miei mandati di cattura, già ne avevo tre, e disse: “Guardi che lei ha una brutta posizione”. Io, sempre con la testa bassa, con le guardie dietro, davanti, risposi: “Guardi che la cosa non mi tocca se lei pensa così, perché lei sui di me non può dare nessun giudizio, questo lasciamolo decidere ad un tribunale e vedrà che la mia onorabilità verrà pulita nuovamente, non infangata come in questo momento”. Il Direttore: “Ma lei vuole andare a casa?”. “No, no, io a casa non ci voglio andare, io le chiedo solamente di finirla con questa vessazioni, queste legnate, queste torture, queste cose. Guardi che io a casa ci andrò a tempo debito2. Lui non fece nessun cenno e disse: “Può andare”. Quando mi girai e già stavo uscendo dalla porta seguito dagli… diciamo aguzzini, non li voglio neanche chiamare guardie per non infangare chi veramente fa questo lavoro con rispetto verso l’umanità, il Direttore mi disse: “Sa Indelicato se ha ricevuto minacce a casa…?”. Risposi: “Son 13 mesi che non faccio colloqui. Sa perché non faccio colloqui? Perché mia moglie, ogni volta che viene qua, viene vessata più di me, perché deve passare le perquisizioni corporali, deve fare i piegamenti, deve fare tutto. Mia moglie che non c’entra niente, i miei figli che non c’entrano niente con queste torture. E allora io, siccome sono stato scelto come agnello sacrificale, preferisco subirle io, per cui qua colloqui non ne faccio. Quindi lei sa meglio di me se io, visto che c’è la censura, posso ricevere informazioni in merito a quello che mi sta dicendo. Se così è e hanno fatto questo abuso…”.

Perché, che cosa fece questo direttore? Mi chiese se avevo ricevuto minacce a casa, tipo incendi, cose varie. Ma io ovviamente non lo potevo sapere. Me ne sono andato. Però questo pallino, questa idea mi rimase in testa. Quella era una mossa psicologica, perché loro ti smontavano, volevano creare il pentito. Questa è la realtà. E questo hanno fatto, perché ci sono state persone che si sono pentite e persone che si sono pure uccise. E persone che, forse la dico grossa, le hanno costrette o le hanno proprio uccise loro, perché uno non può tacere su quello che vedeva.

Per cui andai in cella e cominciò tutta ‘sta trafila. Era il 27 dicembre e non ricevevo neanche la posta, mi avevano bloccato tutto. Feci il telegramma perché volevo che venisse l’avvocato. E il telegramma non partiva. La risposta non arrivò, perché il telegramma non partiva. Comunque sto due mesi malissimo, proprio non ci stavo più con la testa. Poi ci fu un detenuto della mia sezione che andò al colloquio e lo pregai di chiedere che il suo avvocato si mettesse in contatto con il mio per vedere se poteva venire e darmi delucidazioni in merito a quello che mi avevano detto. E venne. Mi disse: “No guardi, tutto a posto, tranquillo”. Dissi: “Va beh, ho capito”. Si trattava di un altro tipo di tortura. Ma al pomeriggio mi portarono tutta la posta che era un bel po’ di lettere, di telegrammi, di auguri di amici, fratelli e così via.

Le altre torture erano: uscivo dalla cella, si doveva correre per circa… il primo braccio – io mi trovavo alla nona -, il primo braccio era 15 metri, c’erano altri 15 metri per arrivare al cancello dell’aria e lì, sistematicamente, si mettevano 20 di loro, o 15, o 30, dipende da chi voleva partecipare al gioco. Allora ci facevano levare le scarpe, ce le facevano buttare a terra, ci facevano la perquisizione, poi andavamo a prendere le scarpe e qualcuno dava una pedata. Andavamo a prendere le scarpe e chi ci metteva la manganellata, chi la pedata, chi la spinta, chi ci sputava, chi ci buttava l’acqua; si scivolava nella curva ed erano botte nuovamente. In una di queste tante  giornate passate così, ci fu una guardia che mi disse “Lei quando esce all’aria, quando esce dalla cella non deve correre. “Guardi, io non lo capisco se corro, se ho corso, perché non ho più cognizione di causa di capire quello che faccio”. “No, lei non deve correre. Prego si accomodi”. Apre il cancello, quello di dietro mi mette una pedata nella schiena, cado all’interno dell’aria, lui chiude il cancello e mi incastra il ginocchio destro che poi mi sono operato una volta finito lì, diciamo la pena, la situazione. Comunque, questa fu una delle tante.

Un’altra fu che nella perquisizione ci fu uno che fece un atto eroico e io non so come ringraziarlo. Prese lo scroto e lo tirò talmente forte che mi staccò una vena all’interno. Caddi a terra e lì ci fu un altro pestaggio. Mi alzai ma non poteva fare più niente: ero una noce dentro un sacco, non potevo parlare, perché il fatto che avessi il processo a Marsala mi comportava che loro mi trasferivano e dalla relazione volevano che arrivasse il chiaro di tutto, che io non parlavo con nessuno, che non facevo nessuna denuncia, sennò erano problemi seri.

Ritornai lì e comunque persisteva sempre questo stato di cose: trovai vetro nella pasta, trovai detersivo nella pasta, trovai un preservativo nella pasta, presi sputi in faccia nella notte quando mi venivano a svegliare. Andavo allo spioncino a chiedere che volessero e, nel momento in cui mi affacciavo, mi dicevano: “Come si saluta’”. Dicevo: “Buona notte…”. “Come si saluta’”. Dicevo: “Buona notte…” e seguiva lo sputo: “Buona notte signore”. Allora dicevo: “Buona notte signore”. Andavo a letto e non spegnevano più la luce per cui le zanzare facevano festa.

Poi un giorno ebbi delle coliche renali, mi presero, avevo bisogno del medico, mi ci portarono, e mi prescrisse che dovevo bere tre litri d’acqua al giorno. E loro cos’hanno fatto? Mi hanno preso, mi hanno portato nelle celle d’isolamento, mi hanno dato un litro d’acqua al giorno. Mi piegavo per il dolore perché non resistevo a stare in piedi e non appena mi abbassavo veniva qualcuno di loro e mi diceva: “Alzati, devi stare in piedi se no… non c’è neanche gioia a vederti abbassato che ti attutisti il dolore”. Nel mentre lui andava via, mi riabbassavo perché questo stiramento mi faceva stare un tantino meglio. Queste sono state alcune delle migliaia e migliaia e migliaia di situazioni che mi sono capitate nella detenzione a Pianosa.

Ricordo che una volta dovevo andare al colloquio, allora loro mi vennero a prendere all’aria e mi hanno detto: “Lei deve andare al colloquio”.”Io qua sono, pronto”. Non ci avevo niente. Non ci avevano fatto prendere niente a Palermo. Dicono: “Vada in cella, che poi la veniamo a prendere”. Va bene, vado in cella, esco dalla cella, mi metto le mani al muro che mi dovevano fare la perquisizione, perché questa perquisizione prima era fatta manualmente e poi ti dovevano passare al metal detector. Passo questa perquisizione e uno mi fa: “Ma lei, quando esce dalla cella – ci eravamo visti un minuto prima- come dice? Non saluta?”. “Ho detto buongiorno poco fa quando sono uscito, poi mi siete venuti a prendere, vi ho salutato, sono entrato in cella e vi ho risalutato, sono qua, vi ho detto buongiorno”. “No, no, no. Come si dice?”. A me il “buongiorno signore” non mi usciva, non ce la facevo. Quel “buongiorno signore” non mi usciva e io, sistematicamente prendevo le legnate. “Vi ho detto buongiorno” ripetei, sempre con le mani al muro e allora, da sotto le bracci che tenevo alzate, mi arrivò un pugno qui, nell’occhio. Io ho fatto il pugile da professionista e lo so quello che significa prendere le botte, ma quante ne ho prese lì… manco in vent’anni di pugilato ho preso tutti i pugni che ho preso lì. Va bene. Mi si gonfia l’occhio. Vengono a maniche nude con le unghie sporche, perché quelle erano sporche, perché molti erano anche sardi, napoletani . Mi prendono…

Non sono un razzista però queste persone mi ricordo essere più umane.

Mi prendono uno per un braccio e uno per l’altro, stringono forte e mi entrano le unghie nelle carni, comincia a sanguinare il braccio, mi portano nella saletta, mi fanno rispogliare, mi rivesto e mi ripresento al grande pubblico che erano mio fratello e mia moglie. La situazione è stata disastrosa, io non riuscivo manco a contenere la rabbia, avevo paura di qualche reazione scomposta di mio fratello, anche se solo uno sguardo potesse nuocere a loro, allora dissi: “State calmi, non è successo niente, state tranquilli che piano piano ci rimettiamo”.

In questo modo loro facevano capire ai famigliari… C’era qualche famigliare che diceva: “Ma se tu hai qualcosa da raccontare, la racconti e te ne esci”. Cioè cercavano di fare pressione sui famigliari affinché a loro volta la facessero a noi. Comunque ho fatto colloqui di due minuti: ti portavano là e poi: “Signora si deve preparare perché il mare si sta mettendo brutto, deve partire”. “Ma guardi che sono arrivata ora…”. “Signora non insista, prego si accomodi . Due volte me l’hanno fatta questa discussione. Un minuto… Ogni volta mi costava tre milioni fare venire per un colloquio, uno al mese.

Io, una cosa mi ricordo, ecco perché la voglio porre all’attenzione: non sono tutti così i sardi, però ce n’era uno in particolare che… Gianluca Valletta. Abbiamo fatto n processo e non l’hanno manco condannato, cioè l’hanno condannato ma non ha neanche scontato la pena. Questo ogni volta che arrivava con il carrello nella sezione diceva: “Forza porci, da che si mangia, dai che si mangia. Affacciatevi tutti, porci”. Andavo per prendere il pane e “Levati di mezzo”. “Ma il pane me lo devi dare”. “Togliti”. Mi toglievo e me lo buttava a terra, e dovevo raccogliere il pane… 

Un’altra cosa che mi ricordo e me la ricordo perché… crdetemi ne sono passati di anni  però sono cose che non riesco a cancellare. Il fatto era che lavavi la cella, il giorno, la mattina, tutto bello e sistemato perché  per un detenuto occupare il tempo, lavare qualcosa, lavare qualche indumento, lavare la cella, fare le pulizie significa non oziare, occupare il tempo e non pensare a come ti va a finire, a quanti anni hai da scontare… Lavai la cella la mattina, rientrai dall’ora d’aria che erano le 11.00, presero un prodotto, non so cosa, lo buttarono dentro, gli occhi mi bruciavano e mi fecero: “Era sporca, comincia a ripulire la cella”. Ma questo capitava…

Dentro le docce, dentro le docce era che s’entrava come mandrie, come i tori quando passano attraverso… (anche perché ci chiamavano così), attraverso il valico. Avevamo il tempo di bagnarci, insaponarci e loro chiudevano l’acqua: “Fuori, avanti un altro… avanti un altro”. Gente anziana che soffriva di queste cose. Chi scivolava. Insomma, sono tante le cose… Non riesco a delineare tutto e a raccontare, ma c’è da parlare pure molto di quanta cattiveria c’è all’interno. Si sono fatti dei crimini che non hanno una giustificazione.

Credetemi, io da incensurato non dovevo essere portato lì a Pianosa: che c’entro io a Pianosa e che c’entra quello che ha la pena definitiva? Se il carcere deve essere rieducativo non c’entra nulla la repressione. Ma con chi la fanno la repressione? Con quelli che sono dentro e che non si possono nemmeno difendere?

Io ho avuto come avvocato in Cassazione l’onorevole Alfredo Biondi che venne qui a Piombino per presentare l’appello in Cassazione e disse a mia moglie: “Signora guardi che suo marito lì non ci può stare, suo marito è un semplice indagato e lì non ci può stare, vedrà che le cose cambieranno”. Per undici volte ho avuto rinnovato il 41 bis, il dottor Margara, ogni volta che me lo rinnovavano e io mi appellavo, il tempo di arrivare le carte a lui e mi facevano la traduzione qui nel carcere di Sollicciano, e arrivava nuovamente la carta che me lo rinnovavano. Ma come? Io non ero mai stato in carcere, non avevo mai avuto sequestri di beni, non ero stato nemmeno sottoposto a vigilanza. Il guardasigilli… Io avevo passato tutte queste cose mentre ero un semplice incensurato, perché alla fine si evince che “il soggetto non collabora”. Ma che devo dire, che volete sapere di me che io non so? Vi rendete conto di come viene amministrata la giustizia? Alla fine la giustizia viene amministrata da gente che non ne è degna?

Vi ringrazio.

(…..)

Ricordo che feci un colloquio e volli vedere mia figlia dopo 16 mesi, una bambina di appena 6 anni. Allora mia moglie la preparò e la portò. Io avevo il processo a Termini Imerese. Ero arrivato a Termini Imerese da qualche giorno in traduzione da Pianosa, smagrito. Feci subito la domandina e feci un telegramma chiedendo a mia moglie di portare la bambina che la volevo vedere. Il giorno del colloquio andai nella saletta per due posti, e c’era anche Pippo Calò. Entrai e vidi che c’erano mia moglie e mia madre. Chiesi dove fosse mia figlia. Mia moglie disse: “E’ qui sotto, nascosta”. C’era il muretto  e poi tutto il vetro fino al soffitto; allora mia figlia salta su per farmi uno scherzo, mi vede e si aggrappa a mia moglie e comincia a piangere: “Portami via, questo non è papà, non è il mio papà”, a gridare, a piangere. Ho detto loro di andarsene per non rovinare il colloquio all’altra persona che era nella saletta e che aspettava come me questo momento. 

Perché si perdeva tantissimo tempo prima dei colloqui e nelle traduzioni. Nelle traduzioni pensi che arrivi là, poi ti rimandano su, poi ti dicono che lo faranno da un’altra parte, poi rimandano il processo. I soldi li bruciavano così nelle traduzioni, io non capisco il perché. Dovevo stare un giorno lì, una settimana, per poi ridiscendermi un’altra volta a Palermo. Cose assurde, nondimento era questa la situazione che si veniva a creare anche con i famigliari. (Questo secondo me è da togliere, perché qui non si tratta di un appendice su tutte le tematiche carcerarie, come il problema delle traduzioni, ecc.) Mia figlia la lasciai a 3 anni e la trovai più grande e non ho più intrattenuto un rapporto con lei perché la bambina nella sua crescita avrebbe avuto bisogno di un padre, di una sicurezza che le è venuta a mancare. Ormai è sposata e abbiamo un altro tipo di rapporto, ma quella mancanza le è pesata e grazie alle istituzioni che me l’hanno vietata, che mi hanno vietato di vederla, di toccarla, di abbracciarla, ho perso la sua infanzia, non ho potuto crescerla, volerle bene, esserle vicino quando era bambina. .

(…)

Il piatto veniva lavato con il Cif, quello con il quale si pulisce il bagno. Con il Cif in polvere noi ci lavavamo i piatti dove mettevamo la pasta.

 

 

Annunci

A Francesca, dopo il colloquio… di Ninì Pavone

Love

Nino Pavone è il fratello del nostro Piero Pavone, detenuto a Spoleto.

Nino è detenuto a Palmi e, dopo circa un’ora da un colloquio avuto con la moglie, ha scritto questo bellissimo testo.

Testi come questi sono… “Lezioni d’amore”.

————————————————————————————

Palmi   03/06/2014

Ciao Francesca!!! Amore mio!!!

Non più di un’ora fa abbiamo fatto il colloquio e già mi manchi. Sento forte ancora il tuo profumo tra le mie mani e il sapore dolce delle tue labbra di quel bacio che furtivamente ci siamo scambiati.

Sono rientrato in questa umida e cupa cella ed è così intenso il pensiero di te, che non mi trattengo un solo attimo per esprimerti ciò che provo. Sei un’emozione unica che si rinnova ogniqualvolta i miei occhi incontrano i tuoi.

Amore mio, grazie per la tua presenza nella mia vita, non vorrei mai vivere un solo istante in un mondo dove tu non ci sarai e non vorrei mai una vita in cui tu non ci farai parte.

Io che dovrei starti accanto nei momenti tuoi difficili, accanto alle tue esigenze, ai tuoi desideri, io che avrei dovuto stare accanto ad ogni tuo respiro, accanto ai tuoi problemi e invece non ho fatto altro che presentarti il conto dei miei problemi. Perdonami se puoi, tesoro mio!

Sono stato spogliato  di tutto, mi hanno sbattuto per terra, calpestato i miei sani principi, offeso la mia onestà, rubato la mia libertà e sequestrato il mio corpo, segregato in questo limbo. Ma non potranno mai togliermi il più nobile dei sentimenti: “l’amore”. Quel puro sentimento che nutro per te, mia adorata Francesca, che sei la forza giusta per potermi rialzare e ricominciare, ricominciare tutto da capo insieme a te, anima mia. E sulle ali dei miei pensieri volerò verso il mio destino, contando il tempo a capo chino e non mi importa più di niente, di questo mio presente, di questa vita mia dolente. Solo tu nella mia mente. Tutto passa come magia, sorride il cuore e l’anima mia. Uno sguardo, una carezza, un sorriso, un raggio di sole sul tuo viso e le tue mani tra le mie, un intreccio di poesie. Mi manchi, ti cerco, ti voglio, come un’onda cerca il suo scoglio, come noi due in un prato fiorito… ti amo di un amore infinito.

Dolce stella del mio cuore, ti ho dedicato questo piccolo saggio di puro amore, non avendo altro da poterti offrire. Vorrei tanto fare di più, andando oltre ogni confine.

Vorrei essere la tua lacrima, per accarezzare il tuo dolce viso; vorrei tanto essere un alito di vento, per accarezzare i tuoi biondi capelli; vorrei tanto essere il sole per accarezzare la tua candida pelle; vorrei tanto essere la notte per accarezzare i tuoi sogni; vorrei tanto essere il cielo, per farti smarrire nell’immensità del mio amore, ma sono soltanto me stesso e nel mio cuore ci sei soltanto tu… mia piccola favola blu, Francesca!

Delle mie pene non disperare. Tu non piangere per avere perso il sole, altrimenti le lacrime non ti lasceranno ammirare le stelle (i nostri adorati pargoletti).

Amore mio, questa notte volgi lo sguardo al cielo e fissa una stella, la più bella, la più luminosa e raggiante… io sarò lì ad attenderti, ti prenderò per mano, ti terrò forte tra le mie braccia, ti porterò in giro per l’universo, oltre i confini di ogni fantasia. Ti porterò dentro i miei sogni per farti ammirare il riflesso di te, gireremo fino all’alba e, per ogni stella che affronteremo, sappi che è un mio dolce pensiero per te.

Francesca, il nostro amore non morirà mai, il nostro amore va oltre la vita, perché è un amore dell’anima e l’anima non muore mai.

Ti prego amore mio, non stancarti mai di correre tra i miei pensieri ed il mio cuore.

Adesso non mi rimane che ingannare il tempo, quel tempo senza tempo, che manca al nostro prossimo incontro, ove io possa ancora una volta specchiarmi nei tuoi magnifici occhi verdi, ove possa accarezzare le tue mani, coccolarti e nutrirmi del tuo amore. Concludo questa missiva, ricordanoti che ogni singola parola è stata scritta con il cuore e ti lascio per ogni riga di queste pagine un frammento di questo mio cuore.

Custodiscilo bene e abbine cura, lo stesso farò io con il tuo: lo custodirò gelosamente nel più profondo della mia anima, nella cassaforte dei miei puri sentimenti.

Mio dolce amore, io ti amo… semplicemente, ma intensamente. Mentre ti stringo forte al cuore, tu goditi i miei più calorosi abbracci.

Ti bacio ad occhi chiusi e con l’amore che solo noi conosciamo. A presto mia adorata Principessa!!! 🙂

Tuo per sempre

Ninì

PS: Dai una dolce carezza e un forte bacio ai nostri amati cucciolotti, da parte di papà e come solo un cuore di mamma sa fare!!!

PSII: Nel mio cuore, nella mia mente, nella mia anima, solo tu!!!

Non sono felice ma tutto questo mi rende infelice…. di Gino Rannesi

GiulioGreco

Pubblico oggi questo intenso pezzo del nostro Gino Rannesi, detenuto a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros.

L’opera che accompagna il testo è una creazione di Giulio Greco.

————————————————————————————————————————–

Fa freddo oggi… che puzza di muffa: è proprio strana questa puzza di muffa!

Che strana luce gialla, non ricordo una luce così in casa mia.

Sto sognando!

Dopo quattro mesi ho potuto effettuare un primo colloquio con mio figlio.

Nicholas e la sua mamma.

Si apre una porta, faccio il mio ingresso all’interno di una stanzetta predisposta a sala “colloqui”.

Che strana puzza di muffa, non ricordo una puzza così.

Ma sì, sto sognando ancora…

Al centro della “sala” una donna tiene un bambino per la mano. Con fare nervoso e visibilmente stanca, Francesca esclama: “ma ove c… ti hanno portato…?”. Nicholas, anche se stanco per il lungo viaggio affrontato, corre in braccio al suo papà: un lungo abbraccio ha fatto sì che quella stanzetta apparisse meno grigia. Per sdrammatizzare un po’, salutai Francesca in dialetto sardo: ite novas (come stai?). La risposta che ebbe a dire Francesca non la dico… ma non ha tutti i torti.

Alla fine del colloquio, quando il clima era più disteso, risalutai Francesca in dialetto sardo: a mezzus biere (arrivederci). Francesca: “Vedi di farti mandare via da questo posto, e anche alla svelta, sei troppo lontano…”.

Povere Donne, è sempre la stessa musica: “la storia sono gli uomini mentre le Donne gli stanno dietro con il secchio in mano…”. Si parla tanto di violenza sulle Donne, ma la verità è che noi uomini di questa violenza siamo tutti azionisti…

Qualche giorno fa ho conosciuto un tale. Il tizio in questione è stato tradotto a Badu e Carros da qualche mese. Questo non riesce a darsi pace: “questa non ci voleva, pensavo di avercela fatta.. ho voluto e lottato con tutte le mie forze per una vita quasi normale e tranquilla..”.

Il tizio ha già scontato 23 anni di galera, e nel carcere dove si trovava, prima di essere trasferito in questo posto, aveva già usufruito di qualche beneficio.

Questo è un inconveniente molto serio, gli dissi. E’ bene prenderne atto e, intanto, riflettere se sia possibile risolvere il problema. Sono del parere che, se arrivi a Badu e Carros, c’è un motivo: ti si vuole seppellire definitivamente. Qui, in questo posto, si ha la certezza che un ergastolano muoia senza poter vivere neanche un solo giorno di libertà… “la sua richiesta di permesso è inammissibile…”. (te la devi cantare!).

Questa storia dell’ergastolo ostativo ha rotto il cazzo.

I professionisti dell’ergastolo ostativo cambino registro. Basta!

“Visto l’art. 4 bis la richiesta è inammissibile…”.

E allora, dico io, perché ci sono dei magistrati che, forti della propri autonomia, trovano il modo di concedere permessi (anche premiali) a soggetti che, come me, sono stati condannati alla pena dell’ergastolo e che che hanno scontato dai 20 ai 30 anni di galera?

Forse che questi magistrati non sono preparati?

Forse che questi magistrati sono dei criminali?

“Visto l’art. 4 bis…” pare un buon modo per lavarsene le mani, un buon modo per non leggere la gravosa documentazione a sostegno della richiesta di permesso, ecc. 

Chi sostiene l’ergastolo ostativo, sostiene l’assurda legge della non speranza, senza rendersi conto che così facendo toglie la speranza anche a se stesso…

Tuttavia le persone zelanti che continuano a ritenere che per ottenere  l’ammissione ai benefici “te la devi cantare”, altro non vogliono che gli oppressi passano dalla parte degli oppressori per non essere oppressi.

Uomini di buona volontà: sapere e non agire è non sapere.

Uomini zelanti, vi consiglio di cambiare mestiere: “non giudicate con durezza per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati voi, e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi…”. (Gesù)

Gino Rannesi, Giugno 2004

Figli tra le sbarre… di Carmelo Musumeci

Ecos

Questo testo del nostro Carmelo è semplicemente magnifico. Non aggiunto altro.

——————————————————————————

Purtroppo una delle cose più brutte del carcere è che non ti danno abbastanza spazio da tentare di essere un buon padre. E in fondo la limitazione della libertà è la cosa per la quale si soffre di meno, perché in Italia è quasi impossibile conciliare la vita da detenuto con quella di padre e marito.
L’altro giorno nella Redazione di “Ristretti Orizzonti” mi è capitato di leggere il Protocollo d’intesa, da poco firmato, tra Ministero della Giustizia, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e Bambini senza sbarre ONLUS. E ho amaramente sorriso leggendo che i funzionari dell’Amministrazione Penitenziaria si sono impegnati a “Favorire il mantenimento dei rapporti tra genitori detenuti e i loro figli, salvaguardando sempre l’interesse superiore dei minorenni” e di “Tutelare il diritto dei figli al legame continuativo con proprio genitore detenuto, che ha il diritto/dovere di esercitare il proprio ruolo genitoriale” perché sono fortemente convinto che, come al solito, questi rimarranno principi dichiarati e mai applicati.

Poi mi sono ricordato di uno dei tanti colloqui che ho fatto in tutti questi anni di carcere.

Fissavo il pavimento, il soffitto, le sbarre e le pareti della mia cella. Come un’anima in pena camminavo avanti e indietro per la stanza. Cercavo di mettere in ordine nei miei pensieri. Avevo la mente piena d’amore. C’erano delle volte che mi pentivo di avermi fatto arrestare vivo perché soffrivo che i miei figli mi venivano a trovare in carcere. Per loro avevo sognato un padre migliore di quello che ero riuscito a essere. Avevo sempre paura di avere rovinato la vita anche ai miei figli.
Stavo aspettando il colloquio ed ero in pensiero per i chilometri che la mia famiglia doveva fare per raggiungere Sulmona. Ero sempre ansioso quando dovevo abbracciare i miei figli. Fuori c’erano la neve e il ghiaccio. Ero preoccupato per le condizioni della strada. Fuori il cielo era nuvoloso e la temperatura doveva essere sotto lo zero. Finalmente le guardie mi chiamarono. Si prepari per il colloquio. Risposi subito: Sono pronto! Evitai di dirgli che ero già pronto dalla sera prima. Dopo dieci minuti due guardie mi presero in consegna. Mi perquisirono e mi portarono nella sala colloquio. Nel locale c’era il solito bancone divisorio, dove da una parte c’erano i parenti e dell’altra i detenuti.
Da entrambi i lati c’era una serie di panche, dove sedersi. Nella stanza c’erano già alcuni detenuti che facevano colloquio con i parenti. Vidi che c’era un posto libero dove il locale finiva. Mi diressi subito lì. Era in fondo alla stanza, dalla parte opposta delle guardie che controllavano la sala dietro un vetro. Diedi un’occhiata intorno. La sala era pitturata dai colori del carcere. Le pareti di grigio e il soffitto di bianco. Il tavolaccio divisorio era consunto. Odorava di sofferenza. Chissà quante ne aveva viste. Dopo pochi minuti vidi aprirsi la porta. Entrarono, spingendosi, insieme sia mio figlio sia mia figlia. Sia lui, sia lei, ci tenevano a entrare per abbracciarmi per primi. Era la solita scena che si ripeteva da anni. Quando li vidi feci fatica a respirare. E non riuscii a evitare che il mio cuore ruzzolasse dal petto per correre ad abbracciarli. Il mio cuore arrivava sempre prima di me. Io invece rimasi fermo in piedi al bancone ad aspettarli. Stava arrivando prima mia figlia, ma mio figlio, all’ultimo momento, diede una spallata a sua sorella e mi abbracciò per primo. Mi baciò. Lo strinsi stretto con le braccia. Ero felice di vederlo. Me lo mangiai con gli occhi. Erano mesi che non lo vedevo. Notai che stava diventando sempre più alto. Poi venne il turno di mia figlia. Ci baciammo sulle labbra. Poi lei appoggiò la testa sulla mia spalla e le accarezzai i capelli. La mia compagna dietro aspettava il suo turno e vedendo che io e mia figlia non ci staccavamo sussurrò: Ehi! Ci sono anch’io! Sorrisi. Mi staccai da mia figlia. Ed io e la mia compagna restammo a guardarci per qualche istante. Poi la abbracciai a lungo. E il mio cuore si aggrappò a quello di lei. Non ci dicemmo nulla, intimiditi dagli sguardi dei nostri figli. Ci sedemmo sulle panche. Mia figlia mi afferrò subito la mano. Imitato da mio figlio che mi prese l’altra. Rimanemmo in silenzio per qualche momento per lasciare parlare i nostri cuori. Guardai con soddisfazione i miei figli. Erano tutta la mia vita. L’unica cosa che avevo per essere felice.
Poi parlò per prima mia figlia: Papà come stai qui? Le sorrisi: Bene! Sono stato fortunato che mi hanno portato proprio qui, non potevo capitare di meglio, la direttrice è brava e mi ha accolto bene.
Le nascosi che appena arrivato mi avevano sbattuto alle celle di punizione, nella cella liscia, perché mi ero rifiutato di fare nudo le flessioni sopra uno specchio.
Mio figlio scrollò la testa: Papà, ma dici così in tutti i carceri che ti trasferiscono. 
Mia figlia fece un sorriso storto a suo fratello: Uffa! Stavo parlando io a papà. 
Io e la mia compagna ci scambiammo un’occhiata. E capii subito cosa mi stavano dicendo i suoi occhi. Te l’avevo che sono ancora gelosi e quindi era meglio che te li portavo uno per volta! Alzai le spalle.
E le feci un largo sorriso. Era da qualche tempo che desideravo vederli tutti e due insieme. Mia figlia riprese a parlare: È vero però papà… in qualsiasi carcere che ti mandano, ci dici che stai bene, lo dicevi anche in quel brutto carcere dell’Asinara, dove non hai mai voluto che ti venissimo a trovare. 
Cambiai discorso: Spero che non stiate avendo dei problemi con i vostri amici perchè avete un papà in carcere. 
Rispose subito mio figlio: No! Papà che dici! Io sono fiero di te. Piuttosto e lei…
E si voltò verso sua sorella. Che si vergogna con i suoi amici figli di papà che vanno al liceo scientifico. 
Mia figlia gli diede un calcio da sotto il bancone. E stizzita negò: Non è vero papà… Voglio solo che i miei amici non lo sappiano che sei in carcere perché non sanno la persona meravigliosa che sei. E non voglio che pensino male di te perché sei qui.
Le feci una carezza sul viso. –E fai bene! Non c’è bisogno che lo sappiano tutti dove si trova vostro padre. 
Mio figlio intervenne contrariato Io invece lo dico a tutti i miei amici. 
Corrugai la fronte –E fai male perché non c’è nulla da essere orgogliosi ad avere un papà in carcere. Mio figlio mi fece un sorriso mesto. E triste. -Non arrenderti papà… non arrenderti mai, noi ti aspettiamo a casa. 
Poi parlò mia figlia. E mi guardò dritto negli occhi: Papà comportati bene… mi raccomando non fare casini… perché se fai il bravo sento che alla fine ti faranno uscire. Alzai lo sguardo al soffitto con aria innocente. Non avevo mai avuto paura di qualcuno o di qualcosa nella mia vita. Avevo paura solo di deludere mia figlia. Le feci gli occhi dolci. E le sorrisi- Da quando in qua sono i figli che dicono al padre di fare i bravi… non dovrebbe essere l’incontrario? 
Mia figlia rispose al mio sorriso. Nel frattempo la guardia aveva gridato il mio nome.
-Il colloquio è finito. Mi alzai di controvoglia. E rivolgendomi ai miei figli dissi loro:Uscite per primi… lasciatemi qualche secondo con vostra madre. Poi mi chinai per abbracciare mio figlio che mi sussurrò: Ti voglio bene papà. Lo abbracciai ancora più forte. -Anch’io te ne voglio. E gli diedi una pacca sulle spalle. Poi venne il turno di mia figlia. Rimanemmo un attimo in silenzio. Parlò per prima lei. Io avevo la gola secca.Papà la spesa te l’ho fatta io… e ti ho fatto il sugo con in piccioni… poi mi scrivi se ti è piaciuto… ti ho comprato anche un maglione pesante. Feci finta di non vederle gli occhi lucidi. Lei non piangeva quasi mai davanti a me. Ero venuto a sapere che piangeva sempre dopo. –Grazie amore… adesso vai. Lei mi abbracciò ancora una volta. –Papà, io ti vorrò sempre bene. Ti aspetterò sempre, non mi sposerò mai fin quando non uscirai. Poi lei si voltò subito per non farsi vedere nel viso. E andò via per lasciare il posto a sua madre.
La mia compagna mi abbracciò. Io la baciai. –Stai attenta ai bambini. Lei mi sorrise controvoglia: Quali bambini? Non lo vedi che i tuoi due figli ormai sono grandi. 
L’ accarezzai.- Vai piano con la macchina… ti amo. Lei annuì. -Anch’io. 
La guardia mi aveva già chiamato tre volte per avvisarmi che il colloquio era già finito. E la lasciai andare via. E pensai con amarezza che avevano fatto tutto quel viaggio per solo un’ora di colloquio dietro un bancone.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Luglio 2014 

Appello di Massimo Ridente ai suoi figli

Ridente

Questa vicenda è una di quelle che più ho a cuore.

Fin da quando, nell’ottobre del 2011, mi giunse una lettera di Massimo Ridente, dal carcere di Voghera (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/24/7651/).

Massimo Ridente, anche non sapendo quasi nulla di lui, a volte “senti” da subito che puoi fidarti. E io ebbi questo “sentore” con lui.

Massimo Ridente ha 41 anni. Sta scontando una condanna di trentanni, di cui ne ha già scontati 11.

Ma la vera tragedia di Massimo non è mai stata la detenzione, ma l’allontanamento dai figli. Non nel senso che, essendo in carcere, può vederli solo durante i colloqui. Ma nel senso che.. da dieci anni… hanno cessato ogni rapporto con lui. 

Mai andati a un colloquio.

Mai avuta una telefonata con lui.

Mai inviata una lettera.

Questo per Massimo ha rappresentato un devastante e straziante calvario decennale. Avete presente prendere un cuore e metterlo nel tritacarne. Ecco, vi avvicinerete alla visione di quello che è stato il cuore di Massimo per dieci anni.

Il 3 novembre ho pubblicato una sua intensa e delicatissima lettera rivolta ai figli (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/11/03/ai-miei-figli-strappati-da-me-di-massimo-ridente/)

Voglio riportare alcuni passaggi di quella lettera:

“Mia piccola principessina, e mio grande campione, sono molti anni ormai che purtroppo ci hanno divisi. Io non conosco più neanche i vostri volti, e voi non conoscete il mio. Ormai anche quando vi sogno, vi ricordo bambini come il giorno in cui vi hanno strappati da me. (…) Da quando vi hanno strappati da me, ho dovuto sempre recitare come fossi un attore. Spesso la mia bocca ride, ma il mio cuore piange. (…) Il dolore più grande e lacerante che giorno dopo giorno sento nel profondo del mio cuore è quello di stare lontano da voi.”

Nei mesi successivi, comunque, non è intervenuto alcun fatto di particolare rilievo.

Recentemente però è accaduto un fatto nuovo. I figli di Massimo hanno telefonato a casa dei genitori.

Questa notizia ha emozionato enormemente Massimo. Perché gli fa intravedere finalmente una speranza.

Perché dopo dieci anni di infinito dolore -dieci anni di vita soffocata, dieci anni di giorni a fingere di vivere, ma con la morte dentro; dieci anni di  notti con questo buco che lo inghiottiva- finalmente ha almeno una speranza.

Caro Massimo… io ho potuto capire dalle tue lettere la nobiltà che porti dentro. Ho potuto comprendere che Uomo sei diventato.

E quanto amore ti scoppia nelle vene. 

Ti auguro di potere presto vivere il tuo grande sogno di “ritrovare” i tuoi figli.

———————————————————————————————–

APPELLO DI MASSIMO RIDENTE

Sono venuto  a conoscenza di una notizia bellissima. Mi ha aperto il cuore alla speranza, una notizia che può cambiare la mia vita.

Quale?

La notizia che i miei amati e desiderati figli finalmente si sono fatti sentire telefonicamente a casa dei miei genitori. 

E quindi?

Questo mi spinge a credere che possiamo costruire un futuro di affetto, un futuro fatto di un rapporto autentico di padre e di figlio. Il modo civile.

Per cui la troppa lontananza, i troppi anni di silenzio, le tante incomprensioni hanno alimentato timori, paure, diffidenze. Che, spero con tutto ciò che il mio cuore contiene, possano essere superate una volta per tutte.

Come?

Vorrei dire loro che:

Papà è un uomo che ha sofferto e soffre tutt’ora. E’ un uomo di 41 anni che vive la sua vita chiuso in un carcere.  Da molto tempo ormai ha girato pagina. Da molto tempo non mi interessano più certi percorsi, non interessano alimentare conflitti, non interessa alimentare inutili odi. Ciò che interessa è costruire un rapporto d’amore con i propri figli, ripeto, in modo civile.

Il sito “URLA DAL SILENZIO” in questo caso è stato di enorme aiuto. Non so quanto devo ringraziare Alfredo, per questo segnale di grande speranza che è arrivato dai miei adorati figli.

Ciò che espressamente voglio comunicare loro è molto semplice…

I miei amati figli hanno rispettivamente 22 anni lui.. 16 anni lei. Sono ormai maturi per capire e per comprendere da se stessi quanto sia importante ricostruire i nostri rapporti.

Il pregiudizio è frutto di una conoscenza distorta e inesatta che non devono trovare spazio.

Che a prescindere, le ragioni, gli errori, se commessi da uno o dall’altro genitore ciò che dobbiamo tenere conto è avere un rapporto civile tra tutti noi. Anche se un genitore ha una vita affettiva diversa dall’altro genitore. L’amore deve coprire ogni incomprensione. Il mio amore è smisurato, non quantificabile. Avrete modo, se volete, di conoscere bene il vostro papà.

E quindi.

Di non sciupare altro tempo a stare lontani, a non sentirsi, a non comunicare. Posso darvi solo e soltanto amore. E la mia più alta forma di amore è lasciare totalmente a voi decidere quando e come riprendere i nostri rapporti tra genitore e figli. 

Io vi ho generati e non vi posso mai dimenticare…

Il mio desiderio è, credo, fermamente, che sia anche il vostro e quello di rendere più normale i vostri rapporti.

Essere adulti, saggi, maturi, equilibrati, per me vuol dire non nutrire, non coltivare pregiudizi, ma ascoltare sempre le due campane. Per far sì di comprendere meglio e in modo più equilibrato.

Altra forma  suprema di amore è essere disponibile verso i propri figli. Qualunque domanda vogliate rivolgermi sono totalmente a vostra disposizione. Scrivetemi in privato o, magari, se volete guardarmi negli occhi vi darò tutte le risposte che desiderate.

Adesso vi abbraccio con tutto quello che il mio cuore contiene.

Vostro papà

P.S.: vi allego una poesia molto bella, che a me piace, di Kipling dedicata ad un figlio.

P.S.II: colgo l’occasione di salutare tutti coloro che, con tanto affetto, mi rivolgono dei messaggi molto belli, che riempiono il mio cuore di gioia. Vi sento tutti vicini a me nella mia battaglia. Grazie a tutti. Vi saluto tutti con affetto, augurandovi buon anno nuovo, che porti a tutti pace e serenità.

Massimo

——————————-

SE

Se riesci a non perdere la testa quando tutti intorno a te la perdono e ti mettono sotto accusa.

Se riesci ad avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te ma a tenere nel giusto conto
il loro dubitare.

Se riesci ad aspettare senza stancarti di aspettare o, essendo calunniato, a non rispondere alle
calunnie o, essendo odiato, a non abbandonarti all’odio pur non mostrandoti troppo buono
né parlando troppo da saggio.

Se riesci a sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni.

Se riesci a pensare senza fare dei  pensieri il tuo fine.

Se riesci incontrando il Trionfo e la Rovina a trattare questi due impostori allo stesso modo.

Se riesci a sopportare di sentire le verità che tu hai detto distorte da furfanti che ne fanno trappole per sciocchi o vedere cose per le quali hai dato vita, distrutte e umiliarti e ricostruirle con i tuoi attrezzi ormai logori.

Se riesci a fare un solo fagotto delle tue vittorie e rischiarle in un solo colpo di testa o croce
e perdere e ricominciare da dove iniziasti senza dire mai una parola su quello che hai perduto.

Se riesci a costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi, a sorreggerti anche dopo molto tempo
che non te li senti più e a resistere quando in te non c?? pi? niente tranne la tua Volontà,
che ripete: “Resisti!”.

Se riesci a parlare con la canaglia senza perdere la tua onestà o a passeggiare con
il Re senza perdere il senso comune

Se tanto nemici che amici non possono ferirti

Se tutti gli uomini contano, ma nessuno troppo.

Se riesci a riempire l’inesorabile minuto con un momento fatto di sessanta secondi..
tua è la Terra e tutto ciò che è in essa e, quel che più conta, sarai un Uomo, figlio mio! 

Il Sogno… di Franco Cesarini

Franco Cesarini è uno dei nuovi amici del Blog emersi questo anno.

E’ detenuto nel carcere di Rebibbia. Ha scontato 10 anni, e gliene mancano altri 15. Le sue condizioni di salute sono problematiche, avendo subito anche diversi infarti e portando sulle spalle il peso di molte sofferenze.

Abbiamo pubblicato diverse sue poesie in questi mesi.

Quella che pubblico oggi la considero un autentico gioiello.

Andrebbe tutta citata.. ma ne cito un brano giusto per dare un’idea..

Lascia che questa rosa sfiorisca da sola,
senza che nessuno possa rubarne i colori
in quest’ultimo giorno”

L’ intera poesia vibra di irrefrenabile amore, condannato ad essere uno spiraglio di bacio strappato a un colloquio, o lettere come piccolo frammento di quotidianità.

Sentirsi irrimediabilmente legati a buco nel muro, a un momento di tregua, a uno spiraglio di dolcissima e straziante emozione. Mentre si sa, che il treno scorre per l’altra persona, in una vita totale, che fa sentire come “emarginati”.. come ombre di vento nella vita dell’altra persona…

Pochi forse hanno veramente capito l’eterna tortura dei sentimenti, che opera tanto nell’assenza, quanto nella presenza dei rari colloqui.. in quanto talmente fugaci e brevi, da essere già saturi di nostalgia pur nel compimento della presenza.

Eppure il dolore non è l’unico esito.

C’è qualcosa nell’Amore, quando affronta a mani nude e a petto nudo tutte le corone di spine.. c’è qualcosa che Innalza, che conduce oltre, che accende luminose candele anche in pozzi senza fondo.. che può, alle volte, cambiare il Destino.

—————————————————————————

UN SOGNO

Per me che sono solo un sogno,
accettami questa notte
e concedimi l’illusione di esser tuo almeno una volta.
Non chiedermi il perchè di questo sentimento
cresciuto per caso.
Lascia che questa rosa sfiorisca da sola,
senza che nessuno possa rubarne i colori
in quest’ultimo giorno. 
Non spiegarmi le ragioni di un tuo rifiuto,
l’ importante è vederti in queste poche ore
come mai più potrei. –
Lascia che i miei occhi si possano perdere
nei tuoi occhi e che i pensieri sostituiscano
le parole a volte inutili.
Mi darò pace, ingannando il cuore, fingendo d’esser felice
accettando la partenza di chi non avra mai ritorno.
Io rimarrò in qualche lettera, tra le righe, sospeso
nel cielo come un pensiero in cerca di sensazioni, – mentre te sarai una farfalla libera di volare
sopra il tuo fiore. – Per me che sono solo il canto di una stagione,
cambieranno valori e cettezze
convinto fino all’ultimo di questi minuti,
di aver agito sotto I’impulso della propria coscienza. 
E non sarà la gente o chi crede di esser nel giusto
che abbatterà i miei ideali,
oggi ho il coraggio di sfidale chiunque,
fosse anche l’evidenza.
Accetto le scelte e i motivi di chi vive
in prossimità dei domani così non sarà per me.
Il  tempo sai ha sempre due vite parallele.
La prima è quella che asseconda
la mia fantasia. l’altra ha solo I’amara verità
di un indimenticabile ricordo. –
Un giorno capiremo il vero significato di un abbraccio
e di un tremore, sarà come viverlo
senza la fretta di esser scoperti.
Quel giorno sentirò Ie stesse emozioni
di chi non nasconde la propria vergogna.
E così ammetterò che l’amore non è come un sogno.
Ed è per questo che io mi dissolverò
nel primo mattino, senza che nessuno possa sentire la mia mancanza,.
Perché io sono stato solo un attimo,
in una notte senza domani.

Franco Cesarini

IN DIRITTO- la rubrica giuridica del Blog

Eccoci di nuovo con In diritto -la rubrica giuridica del Blog- nata da un’idea di Claudio Conte.

In questo appuntamento, lo stesso Claudio parla della questione decisiva dell’affettività in carcere. Questa battaglia è un caposaldo decisivo per l’umanizzazione del carcere, e per la salvaguardia di una dimensione emotiva autentica del detenuto.

Oggi pubblichiamo la prima parte, alla quale seguirà una parte successiva.

—————————————–

Famiglia, colloqui e affettività in carcere – prima parte

di Claudio Conte

L’argomento di oggi è quello inerente al diritto del recluso a mantenere o costituirsi una famiglia durante il periodo di detenzione.

Precisiamo che  qui intendiamo parlare del diritto di costituire e mantenere una vita familiare reale e non solo formale… certificata. Parliamo della necessità di garantire  lo svolgimento di una vita familiare nella quale siano esercitabili i diritti e i doveri coniugali ex art. 143-147 c.c.

Dunque del diritto ad una vita affettiva, a procreare ed educare la prole, che certo  non possono essere garantiti con le previste 4-6 ore di colloquio mensile attuali, effettuati in locali-contenitori, che non garantiscono né privacy, né di riunire un gruppo familiare (o costituirlo), almeno per una giornata intera, intorno ad un tavolo per consumare un pasto, scambiarsi gesti d’affetto coi figli, effusioni col partner o procreare.

Stante le norme penitenziarie che impongono una sorveglianza visiva, ma non auditiva. In verità in tal senso depone solo l’art. 37 del Regolamento d’esecuzione (una norma secondaria) che pare confliggere con quelle dell’Ordinamento penitenziario (norme di primo grado, dunque gerarchicamente superiori), che tendono a valorizzare al massimo i rapporti con la famiglia, previsti come elemento essenziale del trattamento rieducativo (v. artt. 15, 18, 28, 45 Ord. Pen. e 88, 94, 95 Reg Es.).

Prima di continuare premettiamo che, arresto preventivo e pena hanno la funzione di rendere “inoffensivo” il sospetto o l’autore di un reato.

La pena e il luogo di detenzione, sono legittimi fino a quando  svolgono questa funzione. Ulteriori limitazioni della libertà personale devono trovare puntuale giustificazione. In specie se sono diritti presidiati da norme costituzionali o sopranazionali, com’è quello di formarsi e mantenere una famiglia.

La Costituzione italiana riconosce e offre tutela privilegiata ai diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimoniio.

Con un potere allo Stato capace di regolare, di riconoscere, ma non creare l’istituto della famiglia. Nel senso che lo Stato non può impedire la formazione di una famiglia.

In ambito dell’Unione europea (Carta dei diritti fondamentali) sono positivizzati il diritto a: sposarsi e costituire una famiglia secondo leggi nazionali; del bambino a intrattenere rapporti con entrambi i genitori, salvo suo interesse; è garantita protezione della famiglia sul piano giuridico, economico e sociale.

In questo sistema di garanzie, centrale rimane la persona, la famiglia è funzionale allo sviluppo della personalità individuale.

In Italia si ha il diritto  di sposarsi in carcere, ma non il resto.. aspetto rilevante se si pensa alle lunghe pene alle quali si è condannati in Italia.

Orbene c’è qualche operatore del diritto che possa affermare che oggi tali diritti (del recluso, del coniuge, dei genitori, e del figlio-bambino) siano garantiti durante e all’interno dei luoghi di detenzione con le attuali modalità d’esecuzione della pena?

E dovessimo riflettere o accertare  ai motivi che impediscono l’esercizio di tali diritti, certamente dovremmo parlare delle carenze strutturali degli istituti di pena fino a giungere all’assenza di una mentalità del Legislatore, che inconsciamente è rimasto ad una concezione afflittiva della pena.

Ma sono motivi giustificabili?

Paragoniamoli all’esperienza di altri Paesi europei dove invece tali diritti sono garantiti, e non voglio citare la Svezia, la Norvegia, esempi di civiltà da sempre.. no cito… l’Albania, la Romania, la (cattolica) Spagna e mi fermo. Perché potrei citare molti Paesi africani, ma non vorrei offendere questi ultimi.. 🙂

Continua…

Catanzaro, 22 gennaio 2012

Cronaca breve di un colloquio e risposte ai vostri commenti, di Gino Rannesi

Ecco il settimanale appuntamento con Gino Rannesi, che oggi ci racconta dell’ultimo colloquio con i familiari e risponde ad alcuni di voi:

Oggi ho fatto 3 ore di colloquio con i miei cari. Di quanto ho discusso con le persone amate non starò a raccontarlo. Rischierei di ripetermi. La crisi, non si arriva a fine mese, ecc…

Nicholas: Mi porti a vedere dove dormi?

No, non si può. Facciamo che quanto prima sia io a  venire a casa tua… eh! Che dici?

Nicholas è un bambino di otto anni. Bellissimo, molto vivace e intelligentissimo. Con aria stizzita ha risposto… –Sì, ma quando?Lo dici sempre e non vieni mai, quando?? Quando??? Fammi venire con te, voglio vedere la tua stanzetta…(quale punizione più severa per un carcerato.) Due occhietti neri che mi fissano: -Tu devi venire a casa, per sempre, per sempre, mi accompagni a scuola, in piscina, alla scuola, a  calcio… Le affermazioni di Nicholas hanno fatto piangere i presenti. Che potevo fare io?… Piangere non di certo. Avrei deluso i presenti, questi a distanza di oltre 20 anni dopo la morte di mio padre ancora oggi mi ritengono il punto di riferimento della famiglia. Il figlio maggiore, il fratello maggiore, il cognato più grande… però un pianto liberatorio mi avrebbe fatto bene. Manco questo posso permettermi.

 

Ore 20. TG La 7, un politico afferma. < La vita in Italia è quella di un paese benestante e questo si dimostra in tutte le occasioni: i consumi non sono diminuiti, i ristoranti e gli aerei sono pieni, i posti di vacanza sono iperprenotati..> Minghia! I miei parenti mi prendono in giro.

Forse che questi quando raccontano di non riuscire ad arrivare a fine mese si prendono gioco di me? E quando affermano: Meno male che c’è la pensione della nonna!??……Fanculo!!!

Gino Rannesi. Novembre 2011

 

ALFRHAED- Salve Alfredo, oggi ti scrivo.

Come un vero amico difendi a spada tratta Alfredo Sole.

Questo ti fa onore, ad avercene amici come te. Bene, parliamone.

Scrivi: Vi confesso che non condivido la durezza usata verso Alfredo Sole. Hai ragione, è stata dura.

-Contesto il tono che fa passare Alfredo come un traditore, o per autore di una vigliaccata. Tu l’hai detto. Nessuno di noi si sognerebbe di dare del traditore a chicchessia pubblicamente. Per quanto mi riguarda mi limiterei a definirlo sleale. Diciamo che ha fatto una furbata  per apparire splendido.

Scrivi: io credo che Alfredo Sole abbia usato una arma retorica-dialettica che è un classico da secoli… Alfredo Sole: avrei dovuto provare rabbia per tutta questa ignoranza e violenza d’animo.

Invece critico un po’ i mie compagni, per essere stati violenti nel rispondere a persone stupide. E poi ancora: ciò che hanno scritto questi esseri non mi hanno stupito. Mi hanno stupito di più i miei compagni che si sono abbassati a rispondere a gente così stupida….. dov’é la retorica?

Dov’é l’ironia?

E ammesso che ci fosse, a scapito di chi… Alfredo, il tuo ragionamento in un altro contesto non farebbe una grinza. Alfredo Sole dopo aver risposto al Popolo viola ha detto e scritto a qualcuno testuali parole: Se gli ergastolani di Spoleto leggeranno quanto ho scritto a quelli del Popolo viola, si incazzeranno. Sole non è poi così sprovveduto, sapeva bene che quello che aveva scritto avrebbe potuto fare incazzare altre persone. Alfredo, ti voglio bene, lo giuro. Ti voglio bene per una infinità di motivi che non starò ad elencare. Sole se l’è cercata. Lui sa bene, regole non scritte che lui volutamente ha ignorato. Niente di personale. Per quanto mi riguarda la “polemica” è chiusa. Abbiamo cose molto più importanti a cui pensare…

Scrivi: L’efficacia dei vostri interventi sul Popolo viola è data dal fatto che si è aperto il confronto e dovrebbe sorgere questa nuova rubrica sulle loro pagine…beh, credo d’aver capito anche quello che non hai detto. Tuttavia, sì, ci hanno offerto la possibilità di avere uno spazio su Lettera viola.

Alcuni dei nostri scritti sono già stati pubblicati… Ciao Alfredo, grazie di tutto. Un abbraccio. Gino.

SPERANZA-Ciao Speranza, innanzi a me quanto hai scritto il 26 e poi ancora il 31 ottobre.

Ultimamente le mie risposte e commenti sono stati meno frequenti. Scrivi che: ho letto con piacere il secondo capitolo. Rimango sospesa, mi piacerebbe leggerlo tutto d’un fiato. Proprio oggi ho parlato con la mia super Amica Nadia. I nuovi episodi saranno pubblicati con più frequenza.

Almeno uno a settimana. Scrivi: Ho letto del tuo sogno e mi sono commossa. Questa tua affermazione mi rende più forte. Non può finire così, non voglio… stai tranquilla, non me la prendo affatto. Sole è l’ultimo dei miei pensieri. Figurati. Anch’io provo la stessa sensazione: è come se ti conoscessi, invece no. Sei bionda o mora?…  ciao. Un affettuosissimo abbraccio, abbraccio che va esteso anche alle persone a cui  vuoi bene. Gino.

 

CELESTE-Scrivi che: mi emoziono quando scrivi della mamma Concetta che faceva il pane. Aspetto il prossimo capitolo. Bene, come ho già detto, questi saranno pubblicati con più frequenza.

Scrivi: mi fa piacere che quando parli delle Donne lo fai con amore.

E come non potrei. Certo, le donne possono ingannare. Certo che sì, ma le mie non l’hanno fatto mai (spero). Forse perché non ne avrebbero avuto bisogno?… Non è la donna che inganna, è l’uomo che si fa ingannare. La mia Donna non avrebbe di che temere, ha tutta la mia fiducia, inoltre sarebbe la regina della mia casa… sono d’accordo, sicuramente vi sono uomini  con la U maiuscola: questi non si farebbero ingannare. Ciao Celeste. Un super fortissimo abbraccio. Gino.

 

SALVATORE-Rispondo a quanto hai scritto il 27 ottobre.

Scrivi: oggi sono molto rattristato e amareggiato, sono triste per la morte di Simoncelli che non si poteva prevedere. Come te anch’io sono molto dispiaciuto. Però,  Turi, non è affatto vero che non si poteva prevedere. È uno sport molto rischioso. Ci può stare, purtroppo ci può stare. Ho ammirato la compostezza dei genitori. Secondo me l’irreparabile è successo a causa del fatto che il Sic ha cercato in tutti i modi di non cadere, voleva rialzare la moto. Errore mortale, ho sempre saputo che se questa prende a scivolare come nel caso di specie, il manubrio va subito mollato.

Lui  non l’ha fatto. Se l’avesse fatto la moto sarebbe  finita nella via di fuga, e lui insieme alla moto.

Voleva vincere la gara… Qualche giorno ti racconterò come poco prima di essere arrestato mi recai a Taormina a bordo di una moto di grossa cilindrata, una 1100 Suzuchi pronto corsa. Dietro sedeva un mio compare. Va beh, insomma, siamo entrati all’interno di una galleria con il conta Kilomentri che segnava 300. Entrati, davanti a me un camion con rimorchio intento a sorpassare un altro Tir. In pochi millesimi di secondo siamo passati in quello che era un ristrettissimo spazio nel mezzo dei due mezzi. Mio compare non ha capito niente. All’uscita della galleria mi sono fermato nella corsia d’emergenza, mi sono tolto il casco e guardando verso il cielo: Grazie signore per…

Per quanto riguarda l’orrendo disastro accaduto in Liguria, nel vedere le riprese e le urla di disperazione della ragazza che immortalava quanto stesse accadendo, ho pianto… non ho parole.

Forse si poteva evitare, forse,  si dice sempre così, ma poi la storia si ripete…

Scrivi: Nella fitta nebbia vedo sempre la tua immagine nitida. Minghia! Turi mi imbarazzi. Fratello, sono contento che tu abbia ancora quel famoso accendino. Comunque non fumo più, ho smesso 18 anni fa. Salutami Lina e famiglia… Lo scriba fa lo spiritoso?… mi piacerebbe conoscerlo… Ciao Sscriba, a presto. Salvatore, con la stima di sempre ti abbraccio fortissimamente forte. Baci,  tuo Gino.

SALVUCCIO- Ciao Salvuccio, io sto bene e spero che la stessa cosa si possa dire di te.

Dici che stai passando un periodo di confusione. Spero passi quanto prima. Non devi scusarti per il fatto che ultimamente hai scritto poco. Fallo solo quando ti senti tranquillo, fallo quando ti fa piacere. Con molta umiltà  scrivi che: Io non sono bravo a scrivere e tanto bene a leggere…

Salvuccio, forse non saprai nè leggere nè scrivere, ma sei un ragazzo intelligente. Ci sono persone che invece scrivono benissimo perché istruite, ma non sono affatto intelligenti… chi ha orecchie per intendere intenda.

Ciao a presto. Un abbraccio. Gino.

 

LUCIANO- Ciao Luciano, innanzi a me quanto hai scritto il 25 ottobre.

Nel sottolineare quanto da me scritto nell’uscita “Vogliamo costruire e non distruggere”

Aggiungi che: quel giorno sarete  determinanti per la definitiva svolta del nostro paese.

Luciano, spero di non deluderti. Con molta franchezza devo dirti che noi saremo pronti, certo che sì, lo saremo per quanto riguarda la lotta per l’abolizione dell’ergastolo ostativo.

Oggi l’Italia si trova in una condizione di degrado civile, ambientale e amministrativo. Sono d’accordo, ma su questo noi possiamo fare ben poco. Voi persone “libere” da qui a breve sarete chiamati a dare una svolta a 360 gradi. –C’è bisogno di un risveglio e di una nuova coscienza sociale condivisa basata sui valori come legalità… musica per le mie orecchie. Che cosa farò da grande credo trapeli da alcune cose che ho già scritto… Hai letto il mio ultimo scritto?

La cronaca disputata all’interno del carcere tra ergastolani e politici?…

Tornerò sull’argomento quanto prima.

Bene, nell’attesa di ricevere la tua lettera, ti abbraccio affettuosamente. Luciano, stavo per chiudere quando la postina a gran voce: –Rannesi, c’è posta per lei.  Tra questa anche la tua raccomandata. All’interno della busta il libro che mi avevi promesso accompagnato da un tuo scritto. Grazie Luciano, il tuo pensiero è stato graditissimo.

Ho letto con molta attenzione quanto hai scritto, a questo risponderò quanto prima con una missiva. A presto. < in Sicilia tutto è provvisorio. Perfino i verbi non si coniugano mai al futuro, per non ostentare sicurezza. E il siciliano di certezze ne vuole poche, anzi niente… In passato mai avrei voluto leggere questo libro. È proprio vero, mi sono rincoglionito, o forse no. Un fortissimo abbraccio. Gino.

 

GAZZA LADRA- Ciao Gazza Ladra, con piacere rispondo a quanto hai scritto il 30 ottobre e poi ancora l’1 novembre.

Oggi non sono affatto seccato. Semmai un po’ angosciato. Angosciato perché quest’oggi prima della chiusura,  nel salutare alcuni compagni ho notato che uno di questi era particolarmente triste.

Questo nella sua dignità cercava di nascondere un disagio che ai più sarebbe passato inosservato, ma non al sottoscritto. L’ho chiamato in disparte e gli ho chiesto: Che hai? Non provarci sai, con me non riusciresti, sputa il rospo, che c’è?…

-Poco fa ho saputo che anche la cassazione ha bocciato la mia richiesta di un permesso. L’ha fatta inammissibile. Gino, non ho più speranze. Sono disperato. Che dirò a mia moglie?…

Bene, il tuo scritto mi ha fatto tornare di buon umore. Precisi quanto hai scritto in precedenza:

Fisicamente c’è sempre stato, solo che non è stato, e non è, un uomo che si impone… Ok… Sei stata chiara. Comunque, possiamo certamente affermare che le sue eventuali mancanze sono state colmate da quel tsunami che è la Gazza Ladra…-Mi raccomando non ti seccare più delle uscite letterarie di altri detenuti. Va bene.  -Le donne sono nemiche delle donne stesse.. ed è così in ogni settore della vita. Per quanto riguarda gli altri settori, concordo. Con riferimento alle donne, mi spiace. Comunque, nessuno mai potrà farmi cambiare idea su di un punto. Le Donne sono di gran lunga migliori degli uomini… salvo rare eccezioni,  s’intende. Ladra, mi chiedi se ho figli. Un caro saluto ai tuoi figli, mi congratulo per il fatto che questi siano sistemati. Che aspettano a farti nonna? Se ho figli?… cazzo mi scappa da ridere. Non saprei, credo proprio di sì, e anche tanti…Taccio.

Leggere quanto scrivi per ritornare nei luoghi che descrivi così simili ad altri. Aspetto il 3° capitolo. La curiosità è ormai allertata e aspetta il seguito. Quando leggerai questa mia, lo avrai già letto. Sono sicurissimo che il tuo esame e andato benissimo. Sono d’accordo con il tuo compagno e con i tuoi figli, figuriamoci se una come te farebbe scena muta. Saprai affascinare, certo che sì. Anche se l’esaminatore è una donna. A proposito, lunedì scorso i primi due interrogatori. Storia dell’arte.. Brunelleschi…8 Tecnologia… il…legno… 9… Domani però, matematica. Spero di strappare almeno un 7. Oooooh! Guardate che qui non si copia. Non si può, anche per una questione di principio, proprio non si può. Ciao Gazza. Un forte abbraccio. Gino.

 

PINA-Ciao carissima Pina, ogni tanto anche il mio pc fa i capricci, eh! Ma io gli spacco la faccia, guai a lui se mi crea problemi. I tuoi scritti riescono sempre a strapparmi un sorriso. Forse i miei lo fanno di meno? Mi assicuri che manderai un bacio da parte mia, laddove il mare si confonde con il cielo. Ci tengo. Scrivi: Qua è sera, sono sola davanti a questo schermo, mi fa tanta compagnia.

Capisco… mi capita spesso di scrivere sino a tarda notte, ma questo non va bene. Non va bene perché  la mattina ho da lavorare, e poi anche la scuola. Vorrei dirti che ti sono grato per quello che fai, so che scrivi a tante altre persone. Ma a questi dico sempre che tu sei paesana mia, ragion per cui, mi vuoi più bene (spero). Scrivi: Porto gli occhiali, ma vedo benissimo, specialmente i particolari. Sono di grande utilità. Concordo, quando leggo gli scritti di chicchessia a modo mio faccio un analisi del soggetto. E proprio i particolari sono quelli che ti fanno capire di più… e a volte non riesco ad ignorare qualche particolare che forse andrebbe ignorato. Ma chi ci puzzu fari? Catanisi sugnu. A risentirci presto. Un abbraccio. Gino.

 

SABINA- Ciao super Sabi,…:Mi piace sempre di più questo racconto, aspetto il seguito.

Naturalmente il racconto a cui Sabina fa riferimento non è quello denominato “Un bambino cresciuto troppo in fretta,” ma “Una donna per amica”. Quest’ultimo, a differenza del primo, non è affatto il frutto di un racconto di fantasia, ma di vita. Un fatto realmente accaduto proprio al sottoscritto.

Perciò super Sabi, caspita, con la tua curiosità sei riuscita a farmi raccontare una storia realmente accaduta. Prima di tornare indietro nel tempo, desidero dirti quanto segue: Ti voglio bene…

 

Qualcosa mi diceva che mi stavo facendo la cosa sbagliata. La cosa sbagliata per un motivo giusto.

La cosa sbagliata perché era chiaro come questa fosse l’amante di una persona detenuta. Infatti il Tizio scrisse: <Non è affatto la mia fidanzata, ma ci voglio bene.> La cosa giusta perché questa realmente aveva bisogno di lavorare. Quella sera partii alla volta di una città del nord…

Dopo qualche giorno ricevetti una telefonata sull’utenza telefonica della mia automobile, era lei: Pronto!…  -Sì, chi è? … -Salve, sono la sua nuova segretaria, il suo ufficio faceva pena, ho messo a posto ogni cosa… Nel sentire la sua voce sobbalzai: –Ha fatto il suo dovere, c’è dell’altro?

-No, per il momento no, la saluto… Pensai questa è matta. Minghia! Questa mi chiama per dirmi che il mio ufficio faceva pena. Poco dopo chiamai Ciccio: –Testa di cazzo, perché lei hai dato il numero riservato del mio telefono?… Ciccio: Ma che dici, di che parli?…

-Poco fa mi ha chiamato la segretaria, chi le ha dato il numero?…

Mistero, Ciccio rispose che lui non sapeva nulla. Nei giorni successivi la pensai tanto. Dopo qualche tempo feci rientro nella mia città. Il mio rientro avvenne a tarda notte. La mattina seguente mi recai nel mio ufficio, ero curioso di vedere se c’erano stati dei cambiamenti. Che so, mobili spostati, ecc. Entrai nello stabile quando ancora non c’era nessuno, entrato in quello che era il mio ufficio rimasi sbalordito. Per la miseria, era luccicante come non mai, inoltre sulla mia scrivania in un piccolo vaso una rosa rossa. Appostu semu, cominciamo bene.

Seduto sulla mia comoda poltrona aspettai l’arrivo della mia segretaria. Senza “un apparente motivo” mi sentivo nervoso. Dopo quella che mi sembrò una lunghissima attesa, ecco rumori di passi. Qualcuno stava per aprire la porta del mio ufficio, con fare meccanico aprii il cassetto privatissimo della mia scrivania e impugnai la mia pistola spara chiodi… Ecco che la porta si aprì.

Era lei. Appena la vidi  quasi mi venne un colpo. Tacchi a spillo, jeans attillati, una maglietta bianca aderente all’inverosimile: Buon giorno Gino, ha fatto buon viaggio?

Questa prese a parlare come una forsennata, disse un sacco di cose, ma io non capii nulla. Ero  come rincoglionito. Minghia! Non riuscivo a guardarla negli occhi. –Si segga, no, no vicino a me, si segga dall’altra parte della scrivania. Ascolti, ho visto quanto sia stata brava  a mettere in ordine l’ufficio, ma, mi dica, che c’entra questa rosa rossa sulla mia scrivania?… Non siamo mica un’agenzia matrimoniale?…Questa con le braccia conserte prese a fissarmi senza parlare. Appariva tranquilla e sicura di se. Beh, a guardarla era uno spettacolo. La strettissima maglietta bianca rivelava come questa non indossasse il reggiseno…-Che direbbe il suo uomo se la vedesse vestita in questo modo qui seduta davanti a me?… -Non ho nessun uomo, non sono la donna di nessuno… Decisi di rompere ogni indugio: -La persona che l’ha mandata dice che le vuole del bene, per favore, non neghi il fatto di essere legata a questa. Non lo faccia, non sarà questo a farle  perdere il lavoro, lo perderà invece se dirà bugie. L’espressione del suo viso cambiò di colpo. Un lungo silenzio mi fece capire che sì, questa era legata a quell’uomo. Avrei preferito che non lo fosse, ma… d’un tratto si portò le mani sul viso, iniziò a piangere, un pianto a dirotto che ebbe in me un effetto lancinante… Ciao Sabina. Mega baciotto. Gino.

Aria nuova a Catanzaro….

Tra poco leggerete un estratto di una lettera del nostro amico Pasquale De Feo.

Ormai conoscete il nostro stile. Che contempla, tra le altre cose, l’assoluta assenza di partito preso e di doppia morale. Detta in soldoni… le cose buone le apprezziamo.. le cose cattive le contestiamo. Infischiandoce totalmente del livello delle persone criticate o apprezzate.. nè considerando nemmeno alla lontana la loro suscettibilità o l’eventuale compiacimento del loro ego. E non avendo alcuna preoccupazione nemmeno di “confermare noi stessi”.. nel senso che se cinque volte critichi fortemente.. allora ti preoccupi di non elogiare.. per non sembrare che ti stai smentendo, ecc. Insomma di tutti i possibili film mentali non ce può importare di meno.. semplicemente.. ciò che merita di essere criticato e denunciato, verrà critica e denunciato.. ciò che merita di essere apprezzato verrà apprezzato. Senza sconti o simpatie personali.

E venendo a questo post.. come altre volte si sono contestate alcune cose del carcere di Catanzaro (vedi “caso dentista”) stavolta si apprezzano le aperture e gli spiragli che vengono dalla Direzione e di cui non sono Pasquale De Feo, ma anche Nellino dà attestazione.

Ogni opera che porta a un concreto miglioramento esistenziale della vita dei detenuti, verrà sempre apprezzata e riconosciuta, a prescindere da chi la pone in essere. Speriamo che questa aria nuova non sia una brezza passeggera, ma porti a un cambiamento duraturo nel carcere di Catanzaro.

Pasquale sottolinea anche come, rispetto alle ultime carceri in cui è stato, a Catanzaro non sente quel clima di oppressione e repressione che.. per esempio.. ha dovuto sopportare nel famigerato carcere di Parma.

Poi, Pasquale parla anche un pò di sè e del suo atteggiamento tanto contestato. In sostanza Pasquale sembra avere ormai l’etichetta di rompiscatole, rigido e criticone. Molti dimenticano però le condizioni carcerarie durissime con cui se l’è dovuta vedere nel corso degli anni; dimenticano che in qualche modo ci si deve pure imparare a difendersi; dimenticano che non è mai uscito da canoni di legalità e moralità; e dimenticano che essere netti ed espliciti a volte è l’unico modo per farsi ascoltare.

Pasquale cita anche la relazione che in pratica ha impedito (almeno per il momento) la concessione di possibili benefici. Vi riporto il passaggio perchè è singolare…

In via non  ufficiosa ho letto la sintesi fattami, o meglio dire.. discussa l’11 maggio. Non ne ho scritto un diario, per correttezza verso la persona che me l’ha fatta leggere.. “dopo 30 anni di carcere è ancora integro psicologicamente”.. “sopporta bene lo stress e la carcerazione”… “ha politicizzato le sue idee”.. “si è imposto di controllare la sua emotività”,,, “è logorroico nella richeista dei suoi diritti e nell’esposizione verbale”. Ci sono anche delle cose più stupide di queste.. questo per farti capire che se le inventano tutte per non farti uscire. Alla fine.. “siccome da ciò  evidenziato, il soggetto non è maturo per aperture extramurarie, si continua il trattamento intramurario”.”

Ragazzi, io non sono esperto di logica aristotelica, ma c’è qualche forte “problema” di rapporto tra premesse e conseguenze. Sto sorvolando sulla forma linguistica e la modalità di esposizione degli argomenti, su cui ci sarebbe da dire.. ma andando solo al merito… se questo è il tenore degli argomenti ci deve essere qualche “inteferenza” nel processo logico-deduttivo. Qualche grossa interferenza.. dato che dà premesse positive… o neutre.. o che contestano un certo “eccesso di autotutela” rispetto al diritto (che a rigore non consiste in un pregiudizio giuridicamente censurabile) o modalità abbondanti (“è logorroico”.. sigh.) si arriva a una conclusione totalmente negativa. Insomma.. forse un’altra opera si candida ad entrare nella collana. “i classici del diritto”..

Ma il cuore di questo post è il cambiamento che su diversi aspetti concreti è iniziato a Catanzaro.. e che si speri continui e si rafforzi fino ad incidere nella “struttura” stessa del funzionamento del carcere.

Vi lascio a questo estratto tratto dalla lettera di Pasquale De Feo.. carcere di Catanzaro.

——————————————————————

Catanzaro 11 agosto 2011

Carissimo Alfredo,

(…)

Nei giorni scorsi ci ha chiamato la Direttrice. Come rappresentanti della Sezione siamo andati io, Claudio e Nellino. Ci ha scelto la Direttricee. E’ stato un buon colloquio. Ha recepito tutte le nostre richieste, e la mia impressione e che lei sta lavorando per mettere in funzione tutto l’apparato e sanare tutte le disfunzioni che ci sono, ma è palese che c’è una forte contrapposizione, ma lei tira dritto. Per superare il problema del computer, ha chiesto un tecnico al Ministero, e a settembre verrà un esperto della polizia penitenziaria che lavora  in un carcere dove tutti  hanno i computer, credo che questo escamotage sia per superare la forte contrapposizione di coloro che non vogliono i computer. Dopo avere parlato con lei, in pochi giorni ci ha messo a disposizione la socialità, con sedie e tavoli nuovi, carte da gioco di vario tipo. Ci ha fatto mettere a posto la sedia per le attività ginniche. Erano anni che non succedeva. Sono fiducioso che metterà a posto tutte le disfunzioni del carcere.

Qui tira aria serena, non c’è conflittualità, credo che ciò sia dovuto sia ai detenuti e sia agli agenti, e, devo confessare che erano anni che non ero così tranquillo e sereno. Forse sarà anche i panorama alla finestra che mi fa stare bene.

(…)

La contrapposizione feroce che ho attuato in acune carceri dove era impossibile starci, e lo facevo per essere trasferito, non porta da nessuna parte, perchè il sistema ti etichetta come nemico e pertanto pericoloso. Siccome il sistema si ritiene il rappresentante della società, si è classificati pericolosi per la società.. con questa benedizione si sconta con certezza fino all’ultimo giorno di carcere. Se sei ergastolano fino alla morte biologica. Essendo detenuto da tanti anni, conosco come funziona il carcere. Per avere un pò di considerazione devono conoscerti. E lo puoi fare con la penna ed essere esplicito verbalmente. Questo permette che quando fai una richiesta ci sia la giusta attenzione.

Personalmente riconosco che sono rigoroso nella richiesta dei miei diritti, e ciò non è visto bene dalle varie Direzioni, ma quando sei consco  che non c’è possibilità di uscire, allora cerchi di avere almeno i tuoi diritti per avere una vivibilità dignitosa.

Qui a Catanzaro mi lasciano tranquillo. Ho tutto in cella, non c’è nessuno tipo di repressione in sezione, pertanto mi limito solo alle richieste necessarie, anche perchè la Direttrice  dimostra che vuole sanare i problemi che ci sono. Proprio cinque minuti fa ha sanato un’altra disfunzione. Nel colloquio con i familiari si poteva portare solo carne, pesce, formaggi, salumi e pane. In bacheca è stata affissa un’ordinanza che prevede che da oggi entra la verdura e la frutta di tutti i tipi, e anche il salmone affumicato, che era vietato, credo perchè in passato qualche “buontempone” lo aveva ritenuto un alimento troppo di lusso. Dissi alla Direttrice “il prosciutto costa di più del salmone, ed è un alimento di uso comune”.

Avere consapevolezza con i fatti che le distorsioni di qualche aguzzino del passato vengono risolte, ti impedisce anche psicologicamente di scontrarti, o creare situazioni difficili. Se non ci fossero tutte queste cose sarei diventato un carro armato. O aggiustavano le cose o mi trasferivano. Siccome è più conveniente per loro attuare un trasferimento, mi avrebbero contenuto per un anno o due, e poi mi avrebbero trasferito.

Sono conscio che posso essere come una zanzara contro un elefante. Posso avere qualche piccola vittoria, ma non il cambiamento del sistema instaurato in un carcere. Ma, come ho scritto, è per avere la giusta considerazione. 

In via non  ufficiosa ho letto la sintesi fattami, o meglio dire.. discussa l’11 maggio. Non ne ho scritto un diario, per correttezza verso la persona che me l’ha fatta leggere.. “dopo 30 anni di carcere è ancora integro psicologicamente”.. “sopporta bene lo stress e la carcerazione”… “ha politicizzato le sue idee”.. “si è imposto di controllare la sua emotività”,,, “è logorroico nella richeista dei suoi diritti e nell’esposizione verbale”. Ci sono anche delle cose più stupide di queste.. questo per farti capire che se le inventano tutte per non farti uscire. Alla fine.. “siccome da ciò  evidenziato, il soaggetto non è maturo per aperture extramurarie, si continua il trattamento intramurario”.

Ti ho scritto queste frasi estrapolate dalla sintesi, per farti capire che se ciò che dovrebbe essere a me favorevole viene strumentalizzato.. come posso pensare a delle buone intenzioni per farmi uscire? Non voglio illudermi, perchè il carcere diventerebbe pesante. Sto con i piedi per terra. Se verrà qualcosa di buono, sarò il primo ad esserne contento. La mia vita è qui dentro e devo cercare di viverci nel miglior modo possibile. Non mi sono lasciato calpestare neanche con la forza, non lo permetterò in futuro. Ma se devo lottare sono sempre pronto. Quando c’è un bisogno e per cause giuste, non certo per fare il Don Chisciotte.

(…)

L’UOMO DELL’EST- la rubrica di Gerti Gjenerali

Ritorniamo ad incontrare Gerti Gjenerali (di origini albanesi.. detenuto a Spoleto) e la sua rubrica, L’UOMO DELL’EST. Pubblico oggi la terza parte di un “materiale” che ho cominciato a pubblicare negli ultimi due appuntamenti della rubrica di Gerti  (vai ai link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/03/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali-7/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/13/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali-8/). Si tratta di rispsote, scritte da Gerti, nell’ambito del questionario che Giovanni Spada, anch’esso detenuto a Spoleto, ha sottoposto a vari detenuti, con almento 12 anni di “esperienza” di detenzione continuativa, al fine di raccogliere materiale per la preparazione della sua tesi di laurea dal   “La camera oscura come laboratorio di cambiamento. Un’indagine sulle opportunità e le risorse di un regime carcerario”.

Di Gerti ho già diverse volte parlato in questi appuntamenti. Gerti è “vivo”. Di quelli cioè che non si arrendono a vegetare, alzandosi la mattina con lo scopo di tirare avanti per un’altra giornata. Gerti è di quelli che voglio restare vivi, che vogliio restare in pieti. Gerti non è un santo. Non vuole essere. Ai solti strabici o daltonici.. ricordiamo che il gioco dei finti opposti con noi non funziona. Qui non si angelica nessuno. Sulle Urla dal Silenzio non è in voga alcun perdonismo, nessun garantismo peloso o a senso unico. Qui non si passa una lastra di calce bianca sulle storie passate, nè si costruiscono figure da presepe. Noi non siamo per l’impunito l’oblio, ma neppure per linciaggi, forche, vendette e pregiudizi. Quelle ve le lasciamo, ve le lasciamo volentieri. Qui crediamo in una parola molto semplice.. GIUSTIZIA.. GIUSTIZIA VERA.. che è inscindibile dal rispetto della dignità del detenuto, dalla presenza di percorsi riabilitativi veri, dalla scommessa sulla crescita e l’espansione mentale, emozionale… da piccole cosette come la speranza e il rinnovamento delle vecchie storie.. nella prospettiva di una RICONCILIAZIONE tra condannato e vittima.. detenuto e società.

Gerti è onesto. Ammette senza giri di parole ciò che è stato. A un certo puntos scrive..

“Alcuni di noi, me compreso, stanno dove devono stare!”

Già ammettere questo vuol dire tanto…

Gerti ha fatto onore al suo tempo. Non si è messo a vegetare e a grattarsi. Ma ha studiato e letto come un ossesso. Raramente “qui fuori” ho visto qualcuno che si è dedicato con tanta passione allo studio e alla lettura. Adesso un milione di storie abitano in lui. Potrebbe narrarle in giro. Andare in scuole, istitui, luoghi “traballanti”. Non come divo.. ma come qualcuno che può aiutare gli altri.

Gerti scrive in un altro passaggio..

“La speranza qui dentro è una cosa molto pericolosa. Lo puoi pensare da solo nella tua cella. Guai se la alimenti.. sei un uomo morto. E se muori dentro, tutto finisce. Diventi un’ombra. “

Il carcere diventa quasi sempre una sorta di campo di sterilizzazione mentale. Anni e anni che passano come un rullo compressore fino a trasformarti in un’Ombra.  Resistere diventa importante. Studia, scrivi, sogna, disegni, dipingi, recita, crea.. scrivi lettere interminabili.. medita, prega, viaggia con la mente.

Lo scopo è restare vivi. Ovunque voi siate.. bambini in istituti.. ospedali.. detenuti.. Chiunque voi siate.. restare VIVI.

Portatevi nel cuore la speranza. Un giorno uscirete e potrete dare qualcosa di buono a tutti gli altri. E riuscirete a farlo non grazie a quello che il carcere è stato.. Ma NONOSTANTE quello che il carcere è stato.

Vi lascio a queste altre risposte di Gerti. Come vedete.. le domande del questionario sono sempre le stesse… ma cambiano i contesti di riferimento. Quindi le risposte sono un costante arricchimento.

——————————–

SECONDA FASE- si tratta di rispondere alle stesse domane facendo riferimento alla seconda fase dell’esperienza di reclusione e ai cambiamenti.

1)- Sfera degli affetti e dei sentimenti (le persone che amavi di più e che ti amavano di più, ciò che provavi nei loro confronti, i motivi…)

Nella seconda fase della mia carcerazione il cammino divenne più arduo. All’improvviso, dopo una piccola battaglia in Cassazione, arriva come una bomba la notizia del mio definitivo. Non potevo più fare niente per me stesso. Per la legge io ero colpevole, dunque cattivo. Dopo il primo stordimento mi sono detto: <<va bene, ne prendo atto, che faccio ora?>>. Chiamo casa e dò loro la brutta notizia; i miei vecchi non capivano che cosa mi era successo. Dico ai miei famiglieri: <<non torno più a casa, mai più!>>.

Il mio vecchio mi risponde: <<Figlio mio non ti preoccupare che il Santo Padre (Giovanni Paolo II) vuole bene ai detenuti, e darà una piccola amnistia>>. Queste parole furono come una coltellata al cuore; loro non potevano capire in che mani ero finito. Fu un bruttissimo periodo, anche perchè mi avevano arrestato l’unico fratello che avevo. Era venuto in missione in Albania per aiutarmi. Fu condannato anche lui. Due figli, tutti e due in carcere in Italia. A casa mia erano in lutto, una vera tragedia.

Per non impazzire mi buttai sui miei adorabili libri. Cominciai a leggere i classici e la mitologia. Studiavo per me stesso, per ingannare il tempo morto. Questa volta non erano le persone che amavo, ma erano i miei libri: Erodoto e Tucidide. Provavo una certa passione per gli antichi greci, essendo anche io di origine Epirota (nord della Grecia). Mi allontanai da tutti gli affetti, dalla mia famiglia, alla ita di fuori e, soprattutto, le notizie non mi appartenevano più. Ero io ed i miei amici spartani, e le loro regole austere. Ritrovavo in loro la mia cultura e il mio vecchio stile di vita. E andai così avanti per un pò di anni. Finchè un bel giorno arrivano i poliziotti e mi dicono che devo cambiare “casa”. Mi stavano trasferendo. Il Ministero, dopo svariate richieste di mio fratello, accetta di mandare me nel carcere dove era detenuto lui. E’ stato umano a parte sua: ci ha sbattuti in carcere sì, ma almeno ci ha messi insieme. Così, una volta a settimana potevo fare colloquio con un mio famigliare, carcerato pure lui. Dopo anni rividi mio fratello che amo molto. E fu un’altra testata in pieno viso.

2- Sfera delle relazioni affettive (le persone per te più importanti, che ammiravi, che ti influenzavano di più e i sentimenti che provavi nei loro confronti, i motivi…)

Nuovo carcere, nuove regole. Ormai ci ero abituato, avevo girato un pò di carceri. Ma questa volta stavo in un carcere con il mio fratellone. Io e lui siamo sempre stati liberi, vederci qui fu triste. Metà della nostra famiglia stava in carcere. Neanche pochi giorni, e la Direzione mi notifica un’altra pena aggiuntiva: un anno e mezzo di isolamento diurno. E’ una pena che danno solo agli ergastolani affinchè non si scordino che lo Stato li educa. Applicai, per non impazzire, il mio stile di vita. Mi ero fissato che questi volevano ammazzare il mio bene più prezioso, la mente. Sport e lettura ogni giorno, e comincio ad aprirmi alla comunità carceraria, visto che qui mancavano i miei paesani.

Dopo mesi di preghiere dei miei familiari, acconsentii a fare venire il mio vecchio a colloquio, dopo tutto erano passati cinque anni. Ci autorizzano una visita unica. Io, mio fratello e mio padre. Fu un giorno molto triste. Vidi nei suoi occhi, oltre alle lacrime, tanta malinconia e delusione. Per la prima volta in vita mia vidi il mio vecchio piangere. Un omone di cento chili che piangeva senza ritegno. Conoscevo la sua disciplina e durezza. Gli dico: <<non piangere, non dare soddisfazione ai mangia spaghetti>>. Lui mi risponde: <<quando diventerai padre e vedrai i tuoi due figli in galera, allora capirai che cosa  vuol dire>>. Quel giorno mi resi conto di avere condannato pure la mia famiglia all’ergastolo. Mio fratello per quasi due ore guardava per terra per la vergogna: <<Cazzo! Avevamo davanti a noi l’eroe nazionale ello sport che piangeva come un ragazzino>>. Non ho parole per descrivere tutto questo, e penso che da lì cominciai a pensare di più alla mia sopravvivenza, ma non a quella fisica.. ma a quella più importante: quella mentale.

3)- Sfera degli interessi (ciò di cui ti interessavi con maggiore passione, le persone con cui condividevi questi interessi, i motivi)

Appresi con molta sorpresa che il carcere dove mi trovavo (Spoleto) era un pò diverso. C’era l’opportunità di frequentare la scuola e di avere più spazio per lo studio. Finì l’isolamento, e cominciai a frequentare i miei compagni di sventura. A dire il vero era la prima volta che frequentavo e parlavo con gli altri, perchè quando stavo fuori ero in compagnia solo di compaesani. Iniziai a migliorare la lingua, dopo di che mi ero messo in testa di frequentare l’Istituto d’Arte. Ma subito sorge un problema. Dovevo avere la terza media! Così faccio la scuola. Cominciai ad avere un confronto con persone che venivano da fuori. Finito l’anno scolastico conseguo la licenza media italiana. Fu importante per me, perchè grazie alla tenacia di una professoressa imparai a scrivere. E intanto andavo avanti facendo visita a mio fratello carcerato. Io e mio fratello eravamo sì nello stesso carcere, ma in regimi diversi, pertanto potevamo incontrarci sono per un’ora alla settimana. E coì, un piccolo ex comunista si stava pian piano abituando alla nuova realtà.

4) Sfera degli apprendimenti  (titolo di studio, ciò che avevi imparato o sapevi fare, le persone che ti avevano insegnato quello che sapevi fare e te lo avevano fatto amare, le occasioni, i luoghi, i compagni, gli amici..)

Andavo avanti senza una meta, frequentavo la biblioteca, mi dedicavo alla mia lettura preferita. Dopo la licenza media mi ero preso un anno di tranquillità e vivevo così abbandonato a me stesso. Qualcuno mi potrebbe chiedere: <<ma le autoritù cosa facevano?>>. Di sicuro avevano tanto da fare tranne che occuparsi dei detenuti in disagio. Ovviamente io parlo di me e della mia situazione.

Mio nonno era un vecchio partigiano al tempo della seconda guerra mondiale, mi diceva sempre: <<nipote, devi cambiare te, così anche gli altri cambieranno nei tuoi confronti>>. Un giorno andai a parlare con il nostro Direttore e cercari di esporre un mio problema. Essendo io un albanese, sono di ceppo europeo, cioè quasi biondo e soprattutto bianco. Mi siedo e mi chiede: <<lei è straniero?>>. Rispondo: <<Sì!>>. Mi chiede: <<è arabo?>>. Risposi: <<no, cinese!>>. Mio Dio!?! Era da tre anni che stavo in questo istituto con una condanna a vita e non mi conoscevano neanche. Capii quel giorno che tutto era una farsa. Mi hanno dato una lezione molto significativa. Cioè.. non gliene fregava niente di noi, di chi eravamo.

Prendo atto, e come al solito mi ri-butto nella mia vita da carcerato. La vita mi insegnava che in posti come questi non ci sono ideali e gente che fa il proprio lavoro, perchè camminavano come dei pappagalli sempre con la stessa frase: <<siete in troppi, non ce la faccio, sono solo, ecc.ecc.>>. Le occasioni erano quasi nulle, i luoghi freddi e senza anima, i compagni si adoperavano nel progettare un futuro che non c’era più. Dopo qualche tempo ebbi una bella notizia: la scarcerazione di mio fratello.

5)- Sfera dei valori, delle cose per te più importanti (le cose in cui credevi di più, da chi le avevi imparate, le situazioni, i motivi legati a queste cose in cui credevi)

A quell’epoca ero molto felice. Anche se sembrerebbe una brutta parola, visto il contesto in cui mi trovavo. Il motivo della mia felicità era l’uscita dal carcere del mio amato fratello. Io ho tanti valori che sono fondamentali, tra cui la famiglia, che è la base di tutto. Mio fratello una volta fuori voleva restare in Italia, e sacrificare la sua vita per sostenermi e aiutarmi nel carcere. Gli spiegai che qui per noi non c’era più un futuro, che doveva tornare in Albania e di corsa pure. Gli stranieri in Italia erano malvisti. Quindi gli feci giurare che non doveva venire più qui, mai più, per nessun motivo. Gli dissi che doveva tornarsene al nostro Paese… anche lì ora c’era la democrazia. Ci sono riuscito. Ora vive con moglie e figlio nel mio paese barbaro. Ecco un valore per cui io darei la mia vita senza esitazioni. Il bene dei miei familiari e la loro felicità prima di tutto.

Frequentano tanti compagni, appresi con molto stupore che, nel raccontare le loro questioni problematiche, veniva fuori la parola amicizia. Tante storie finivano nello stesso modo, ex amici che li accusavano di cose alle quali loro erano ovviamente estranei. Io ho sempre pensato che l’amicizia è una forma di amore. L’amore vero te lo scegli con cura, deve essere somigliante a te. I valori, gli ideali, il rispetto, non solo con gente a cui vuoi bene, ma anche con gli estranei.. devi avere tante cose in comune. Ed io, sinceramente, ho avuto pochi amici qui. Perchè gli amici li devi vedere nel giorno del bisogno. Troppo facile volersi bene in un bel ristorante davanti a un bel bicchiere di buon vino. Io ho sempre saputo di essere un ragazzo un poco sciocco. Cerco di capire quali sono i valori più giusti nel contesto in cui mi trovo. Non è facile capire, ci si confonde spesso. Qui si vive in un contesto artificiale. Nulla è originale, tutto quello che si dice o che si fa ha un certo significato.

Stanto la maggior parte della giornata in cella hai molto tempo per pensare ad un mondo che magari non esiste.. è amplificato in una maniera assurda, quindi valori che per me hanno una fondamentale importanza là fuori potrebbero essere ridicoli. Dunque, in quel periodo ero un poco più fiducioso nella vita, credevo che qualcosa di buono dovesse accadere. Le mie radici erano profonde; giustizia, libertà, e anche altri valori erano il mio ossigeno. Vivevo in una tomba e per la mia sopravvivenza dovevo aggrapparmi da qualche parte, se no era la fine. Ecco in cosa credevo… che pure per me c’era una possibilità. Dovevo solo aspettare e comportarmi bene.

6)- Sfera del futuro, delle cose che ti proponevi di fare, delle speranze, di chi, che cosa, saresti voluto diventare (indica a che cosa guardavai, le persone a cui avresti voluto somigliare, chi imitavi… Con chi condividevi questi sogni, chi pensavi ti avrebbe aiutato a realizzarli, le difficoltà, i  motivi che ti spingevano  sperare, le persone che ti sembravano utili per realizzare i tuoi progetti e perchè…)

Futuro? Potrei dire tante buone parole per impietosire il lettore,  ma non è giusto. Alcuni di noi, me compreso, stanno dove devono stare! Ma la questione è: per quanto tempo un uomo deve stare chiuso? Quanto tempo occorrre per cambiare? C’è un limite a tutto questo? E il limite del Fine Pena Mai  qual’è?

Alcuni di noi avevano appena venti anni il giorno dell’arresto. Mi domando: che senso ha tutto questo? Io penso che sarebbe più giusto he dicano che è una vendetta e basta; così tanti di noi possono regolarsi di conseguenza. La speranza qui dentro è una cosa molto pericolosa. Lo puoi pensare da solo nella tua cella. Guai se la alimenti.. sei un uomo morto. E se muori dentro, tutto finisce. Diventi un’ombra. Qui dentro certamente non ho nessuno a cui desidereri assomigliare. Non certo al nostro Direttore o magari a qualche oscuro educatore. No, di certo non sono così illuminati per suscitare un tale desiderio.

E’ vero, non devo generalizzare. Ma per mi sfortuna in galera ci sto da tredici anni. Quindi, lo dico, e se me lo chiedono glielo confermo in faccia, tanto conosco già la risposta: è emergenza, qui siamo nei casini per Dio!.. e parole di questo genere.

Progetto il solito arcaico discorso. Nutrire la mia mente e mantenere il mio fisico il meglio possibile. Qualcuno potrebbe pensare che noi siamo un pò vanitosi. Potrebbe anche essere vero, ma io credo di fare tutto questo anche per me stesso, e soprattutto voglio ripagare la gentilezza all’autorità.

Mi spiego meglio: in questa fase mi sentivo un pò debitore nei confronti delle autorità. Il motivo era molto semplice. Mi davano da mangiare grats, avevo un letto, una cella singola (qui in carcere è un privilegio), non mi mancava niente. Nel mio cuore mi sentivo debitore, e così ho pensato… “farò tanto sport, mangerò sano, curerò la mia salute”. Così avevo deciso.. almeno loro erano contenti, mi dovevano tenere qui per tutta la vita.. il minimo che potevo fare era vivere il più a lungo possibile.

Che progetto magnifico no? Stavo facendo passi da gigante.

Nel frattempo volevo imparare a scrivere bene  e studiare la lingua inglese. Mi occorreva un computer. Ciò era possibile. Come avevo accennato anche prima, qui è un carcere dove ci sono possibilità di crescit. Ritorna quindi prepotente la passione per lo studio. Per avere il computer dovevo frequentare l’Istituto d’Arte. Comincia tutto per gioco! Mi mettevo nelle mani di persone che erano veramente intelligenti. Per il tramite di qualche compagno, avevo saputo che la scuola era una cosa seria e che, se avessi avuto intenzioni giuste, mi dovevo mettere in discussione. Quindi accetto la sfia. Si apre così un nuovo capitolo della mia vita. Le due culture che abitavano il mio essere avrebbero fatto a cazzotti già a scuola. Scendevo con la mia passione che durava a venti anni: i miei libri dentro la testa. Mi sarei buttato nella mischia tra tante culture, dove ognuna si sarebbe messa  a disposizione dell’altra. Poi la cosa che mi incuriosiva era il confronto con persone che venivano dalla vita reale.

Così comincio la terza fase del cambiamento nel laboratorio dell’istituto carcerario.

(CONTINUA)

Navigazione articolo