Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Salvaguardare l’affettività con i colloqui riservati e liberalizzare le telefonate… Angelo Meneghetti

affettività

Quella per garantire momenti di affettività in carcere, tra un detenuto e i propri famigliari, è una battaglia di civiltà decisiva, una delle più importanti per quanto riguarda il mondo della detenzione.

Pubblico oggi un pezzo che, al riguardo, ha scritto Angelo Meneghetti, detenuto a Padova. Un pezzo che è già apparso su “Ristretti Orizzonti”.

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E’ da diverso tempo che si discute per migliorare la situazione delle carceri italiane. Come sappiamo tutti, questo Paese è nel mirino della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, “C.E.D.U.” e forse ci sarà un cambiamento epocale per quando riguarda le carceri e la giustizia italiana, se questo Paese avrà veramente la volontà di adeguarsi alle normative europee. Lo Stato Vaticano ha già fatto i primi passi per un miglioramento sul piano dell’umanità. Ha abolito la pena dell’ergastolo e ha introdotto il reato di tortura nel suo codice penale. Un esempio per l’Italia se davvero si vuole dimostrare all’Europa che il nostro Paese è civile e democratico.

Da diverso tempo -io e altri compagni detenuti che facciamo parte della redazione di Ristretti Orizzonti- parliamo di tutto questo agli incontri di discussione, e ne parliamo anche con diversi studenti che incontriamo nell’ambito del progetto “scuola carcere” che si svolge qui, nella casa di reclusione di Padova da diversi anni.

Tornando al nocciolo della situazione, va precisato che nel nostro Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, dove si è detenuti per sempre fino all’ultimo respiro- e quello ostativo, dove si è destinati a morire in un’ammuffita e umida cella, salvo che non si collabori con la giustizia, mettendo un altro al posto tuo. Così col mio amico Carmelo Musumeci, “ergastolano ostativo”, cerchiamo di coinvolgere, per primi, tutti i detenuti reclusi nelle carceri di questo Paese, e anche i loro famigliari; e cerchiamo anche di portare queste cose alla società esterna.

Nello specifico delle proposte contenute in questo testo, invitiamo la società esterna ad aderire alla raccolta firme al fine di liberalizzare le telefonate e al fine di consentire i colloqui riservati.

I colloqui affettivi esistono in diversi altri Paesi. Qui in Italia invece non esistono. In passato se ne era discusso, ma fu stravolto il senso di questa proposta, parlando di “celle a luci rosse”. Va detto che i colloqui affettivi non hanno nulla a che vedere con le celle a luci rosse o con il sesso. Servono per tenere unito il gruppo famigliare, coltivare l’affetto verso la propria compagna e verso i propri figli, in modo che, nella loro crescita, percepiscano il calore del padre. Tutto questo serve anche al detenuto, affinché, dopo una lunga condanna, non sia un estraneo nell’ambito famigliare. Perché è questo che succede con la maggior parte dei detenuti che hanno pene lunghe da scontare. Bisogna tenere presente che la maggior parte dei detenuti hanno figli che, raggiunta la maggiore età, hanno bisogno di visite psicologiche e psichiatriche, a causa dei colloqui fatti in carcere e della loro tenera età. A tutt’oggi, i colloqui fatti in carcere sono a vista e ripresi dalle telecamere. C’è sempre un agente che guarda, che ti proibisce di tenere abbracciati i tuoi cari, di scambiare delle coccole con la tua compagna e con i tuoi figli. Ma, se ci fosse la possibilità di fare i colloqui affettivi, ogni detenuto potrebbe salvaguardare  il rapporto con i propri famigliari. E’ un metodo giusto per non essere abbandonati dai propri cari. Se la pena per un condannato deve essere rieducativa e non punitiva, come stabilisce l’art. 27 della nostra Costituzione.

Non va dimenticata la situazione famigliare di ogni detenuto. Specialmente nel caso di chi sta scontando una lunga pena, oltretutto lontano dal luogo di residenza, e per difficoltà economiche non può fare colloqui. Per questo occorre che in carcere siano “liberalizzate” le telefonate, in modo da potere telefonare più volte alla settimana. Ora è concessa solamente una telefonata di 10 minuti alla settimana e, se stai telefonando e cade la linea, anche se non sono trascorsi i dieci minuti che ti spettano, non puoi riprendere quella misera telefonata. Rimane da solo di attendere un’altra settimana per risentire i propri famigliari. 

E’ proprio con il passare degli anni che la condanna da scontare si fa veramente sentire e diventa veramente “punitiva” a causa di certe regole sbagliate. E’ punitiva per chi è detenuto. Ma  a sua volta diventa vendicativa per i nostri famigliari, che nulla hanno a che vedere con la pena che sta scontando il loro caro “marito, compagno, figlio”. E’ vendicativa per i famigliari perché, quando si recano in carcere per fare colloqui con il proprio caro, a volte sono umiliati per via di certe regole senza umanità e vivono con la vergogna perché hanno un famigliare rinchiuso in carcere e tutti si dimenticano che non hanno nessuna colpa del reato commesso dal loro famigliare. 

Spesso ci si dimentica che i nostri famigliari hanno un cuore, un’anima e, soprattutto, hanno un volto e fanno parte di questa società considerata democratica e civile. E ci si dimentica che il confine tra il bene e il male è così sottile che potrebbe capitare a chiunque di oltrepassarlo.

Padova 26-08.2014

Angelo Meneghetti

Lettera di una professoressa dal “fronte”..

Dopo un viaggio nell’orrore col precedente post su Poggioreale, un fiore di speranza, un fiore che cresce e spande il suo odore dal cemento e nel cemento. Come i fiori più belli del resto. I fiori migliori non sono quelli che compongono l’ultimo accordo musicale di una sinfonica bellezza di natura, come un panorama meraviglioso sullo sfondo. No, i più belli sono quelli che nascono dal cemento, che si arrampicano sui muri, che penetrano nei cingolati, che si incuneano e si attorcigliano alle inferriate.

E la professoressa Patrizia Pugliese, docente di lettere presso il carcere di Tolmezzo, è appunto uno di questi fiori.. come lo è la nostra Nadia a cui dobbiamo questa lettera.

Leggetela e sentite in voi il piacere che dà ogni persona aperta e viva.. leggete.. e alla fine troverete un pezzo da brividi… uno scritto di un detenuto.. che riecheggia con la mente il suo ultimo giorno di processo e la sentenza. Ti prende, ti prende alle viscere e all’anima. Sembra di leggere Dostoevskji, quando descrive il giorno in cui doveva essere condannato a morte (salvo essere graziato un attimo prima che la condanna venisse eseguita, mentre qui siamo ancora aspettando.. la “grazia”..).

Buona lettura e un ringraziamento, anche da parte di noi Bandidos del blog a Patrizia Pugliese, docente di lettere presso il carcere di Tolmezzo.

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Scrivo da Udine e sono una docente di lettere presso il carcere di massima sicurezza di Tolmezzo. Esperienza unica e bellissima. Ho conosciuto tante storie e tante non vite. Lavoro per quelli della sorveglianza speciale. Tre volte alla settimana il mio lavoro si traduce in missione. Sono laureata n lettere ma sto conseguendo seconda laurea in psicologia a Trieste. Lavorando in carcere ti rendi conto di diverse realtà che ti si presentano davanti. Io voglio bene ai miei ragazzi, mi rifiuto di usare due parole con loro: detenuti e celle, preferisco parlare di ragazzi e di stanze. I miei ragazzi sono stati ragazzi di strada (20 anni fa) ora sono diventati ragazzi di lettere (scrivono, compongono poesie, studiano, c’è chi si iscrive all’università, parlano di amore, fratellanza, di giustizia e di ingiustizia.)

 I miei ragazzi hanno capito il concetto di “colpa”, loro hanno elaborato il concetto di “male” come male che c’è stato per vari motivi (provenienza geografica, culturale, oserei aggiungere substrato, giovane età, incoscienza, sogni di gloria, materialismo…) Oggi, a 20 anni di distanza, posso affermare con coscienza morale che sono cambiati. Mi ritrovo a parlare con uomini da una forte valenza morale a cui bisogna dare una chance. CHe senso ha privare un uomo nuovo ad un destino nuovo? …Sbagliare è umano… ovviamen te, il loro, non è un piccolo sbaglio… Ma 20/25 anni non bastano per ripulire le loro e nostre coscienze? Considero l’ergastolo ostativo un crimine quanto quello commesso dai detenuti. Il carcere? Un gatto che si morde la coda e in cui la logica non sovviene.

 La libertà, purtroppo, è fortemente apprezzata da chi ne viene privato.Vivere sulla propria pelle certe esperienze ti segna per tutta la vita. Entri in una cella e senti chiudere alle tue spalle una porta di acciaio. Il rumore freddo e sordo ti penetra violento nel cervello e nelle ossa, ogni minuto di ogni ora di ogni giorno che trascorri in quella condizione disumana. Cerchi di fartene una ragione, di capire, ma non c’è nulla da capire. Alla fine ti rassegni ad una condizione di assoluta dipendenza dal tuo custode che ha il potere di toglierti o restituirti la facoltà di uscire dalla gabbia. Ti chiedi il motivo, se c’è, di tanta raffinata lucida crudeltà ma non trovi una risposta. Il sonno è l’unico rifugio che ti permette di lenire il dolore di tanta apprensione, ma, al mattino, apri gli occhi ed il tremendo incubo continua forte, potente, straziante. Ancora ferro, sbarre, quel rumore assordante che continua a penetrare devastandoti senza pietà. Vorresti urlare, ribellarti, uscire da quell’incubo, ma finisci per subirlo supinamente. Inizia un nuovo giorno, una nuova tortura, un lento inesorabile stillicidio. Oggi, però, è una giornata importante, il processo. Sono sveglio e fisso i fori della branda di ferro illuminati dalla luce gialla riflessa dei fari appesi ai muri di cinta. Chiudo gli occhi…Pensieri confusi mi accompagnano nel dormiveglia finchè non sento il tintinnio del mazzo di chiavi della guardia di sezione che si avvicina alla mia cella e mi avvisa di prepararmi. “La scorta è pronta tra mezz’ora, si sbrighi!”Mi vesto rapidamente, entro nel piccolo bagno e mi lavo il volto asservandomi in un minuscolo specchio appoggiato ad un pacchetto di sigarette incollato al muro con il “vinavil”. E’ tutto così surreale! A volte, mi sento aggrappato alla vita con quello stesso “vinavil” che, in carcere viene utilizzato per appendere al muro qualsiasi cosa. E’ un pensiero totalmente buffo che le mie labbra sorridono ed io mi osservo allo specchio, protagonista di questa situazione bizzarra, quasi fosse spettatore di me stesso. Il tempo scorre e non mi resta che attendere. Ora sono pronto, ho paura, sta arrivando l’appuntato. Ancora una volta il rumore sordo di quella serratura che scandisce il tempo immobile nella mia cella. “Andiamo c’è il processo!” E’ l’ultima udienza, il verdetto, il cruccio tra la fine di un incubo o l’inizio della fine. “Si, sono pronto, andiamo!” Intorno a me il vuoto, mi manca l’aria. Ecco il furgone blindato, mi mettono le manette. Ancora ferro su di me, lo detesto, mi sento strangolare l’anima. Salgo sul furgone e vengo rinchiuso in una piccola gabbia fatta di tre pareti e soffitto in lamiera ed una porta scorrevole in lama di ferro forata. Naturalmente mettono anche un lucchetto alla serratura di questa gabbia. Ammanettato e rinchiuso riesco a malapena a muovermi. Cerco di tranquilizzarmi, ma il cuore batte forte, lo sento. Un accenno di panico ha il sopravvento al pensiero di una fine atroce nel caso in cui il furgone facesse un incidente. E’ un pensiero terribile comune tra noi detenuti di alta sicurezza. Un respiro profondo e, per fortuna, siamo arrivati. Il tragitto era breve ed ora le porte si aprono. L’impatto con l’indifferenza della gente mi stordisce, mi sento quasi ebbro in presenza di spazi così ampi rispetto ai luoghi sistematicamente circoscritti del carcere. Nell’aula c’è il solito brusio, persone distratte, avvocati indaffarati, discutono tra loro dell’ultimo film uscito al cinema o di come si mangia in quel ristorante. Tutto sembra normale, naturale, poi silenzio… “Entra la Corte”. L’interrogatorio è secco, perentorio… “Bene! Basta così, conosciamo i fatti!”… “Ma signor giudice… vorrei aggiungere…” “No! Basta! Facciamo silenzio!”. Il Presidente è atento, severo, niente eccezioni. E’ una questione di principio, di economia processuale… Poi la Difesa, l’avvocato si esprime bene, declama austere citazioni in lingua latina, sostiene l’assenza di prove, la leggerezza nello svolgere le indagini ma di mezzo c’è un “morto ammazzato”.

Il Pm legge il giornale, sbadiglia annoiato, assorto, indifferente. La sua tracotanza malcelata trasuda dalla toga che indossa a metà schiena per non sgualcire l’abito nuovo. Tocca all’accusa. Il tono solenne iniziale si trasforma in un’arrogante, supponente, quasi insofferente sproloquio supportato dai soliti assiomi: “Non poteva non sapere! Non poteva non vedere! Non poteva non pensare!” Il solito gioco di prestigio, il solito virtuosismo dialettico e viene dissipato ogni ragionevole dubbio, ogni perplessità. Sono confuso, non capisco, la corte si ritira e le speranze si affievoliscono. Pasa un’ora, ne passano due, forse è buon segno… Sono attenti… Ricomincio a sperare… Continua il brusìo, la testa mi scoppia, sento le vene pulsare. Non ne posso più, mi sembra di esplodere! Ho fumato un intero pacchetto di sigarette, la mia bocca è impastata, la saliva vischiosa, dal sapore acre, è velenoso, ho sete. Oddio!!! Un po’ di aria vi prego! Ci siamo, la tensione è palpabile, suona il campanello. Mi arriva una violenta scossa alla nuca, mille pugnali la trafiggono. “Entra la corte, in piedi!” poche parole crude e gelide: ” In nome del popolo italiano, visto l’art. 533 condanno l’imputato alla pena dell’ergastolo!” Sento l’eco di questa frase nella mia testa, è la fine, sono annichilito. Non riesco a ragionare, resto senza parole, mi sembra di sognare. Un incubo da cui non c’è via di uscita. “Stai tranquillo, c’è l’appello”… Odo la voce del mio avvocato dal suono distante e ovattato, quasi provenisse da un’altra dimensione. Avanzo con gli occhi sbarrati, un agente mi dice… “Su, coraggio!” mentre, come un’automa, porgo i polsi per essere ammanettato. Si rientra in carcere. Finalmente mi posso rifugiare nella mia cella dove, paradossalmente, mi sento al sicuro, come un bimbo nel grembo della madre. Si… Sto impazzendo, sto delirando!La vita continua, la vita di un sepolto vivo. Sulle mie spalle un fardello crudele, nel mio fascicolo una frase che non lascia speranza: “Fine pena mai”.


Questo scritto appartiene ad Emanuele Pavone, detenuto presso la casa circondariale di Tolmezzo. Mi autorizza a diffondere questo splendido graffito umano. Vi chiedo di riflettere. Come lui, tantissimi altri nella stessa condizione. Auguro giustizia a tutti, alle vittime, ai parenti, ai detenuti. Giustizia come “Giusta punizione”. Ringrazio tutti i detenuti, sezione massima sicurezza di Tolmezzo, vi ho trovato pentimento (radicato, forte, sentito), dignità, sguardi fieri e in alcuni una sensibilità fuori dal comune. Grazie per avermi sostenuto durante l’anno scolastico, grazie di avermi protetta e a modo vostro “amata”. Mi sono sentita “amata” come non mi era mai capitato fuori. Nessuna volgarità o mancanza di rispetto nei confronti di una giovane donna di 35 anni. L’odio, l’invidia, i cattivi pensieri non fanno parte dei miei otto ragazzi. Grazie per il meraviglioso anno scolastico passato insieme

Patrizia Pugliese,  Docente di lettere presso Carcere di Tolmezzo

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