Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (prima parte)

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Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è uno degli amici storici del Blog.

Lui non scrive di frequente. Ma quando scrive è portatore sempre di un ricco percorso riflessivo che è espresso in uno stile “classico” e che risuona di una integrità umana e di un durissimo e costante lavoro su di sé che dura da tanti anni.

Pierdonato ci ha inviato il testo sull’affettività che ha inviato alla redazione di Ristretti Orizzonti per il concorso che hanno organizzato su questo tema. Il testo di Pierdonato intreccia la riflessione generale, col il suo vissuto. 

Oggi pubblico la prima parte.

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GLI AFFETTI VIOLATI

La mia storia è un po’ lunga e complessa. Mi rendo conto però che devo essere breve, conciso, e offrire un contributo per sensibilizzare chi legge sul tema dei rapporti affettivi, tra persone detenute, prive di libertà e le loro famiglie.

Sono stato incarcerato 20 anni fa. All’epoca i mie tre figli avevano rispettivamente 7 anni, 5 anni, 3 anni. I genitori rappresentano i due pilastri che reggono il mondo interiore affettivo del bambino. In assenza di uno dei genitori solitamente si aggrappano, per così dire, all’altro pilastro.

Dopo alcuni anni la mia compagna viene anch’essa in carcerata. A quel punto il mondo interiore del bambino può andare in frantumi. Il nucleo familiare comunque è totalmente paralizzato e annullato.

A sostituirli ci sono anziani nonni. Dopo qualche anno ancora mi viene applicato il regime del 41 bis. I rapporti affettivi vengono drasticamente ridotti ad 1 ora al mese e dietro un vetro divisorio a tutta altezza, privo di ogni contatto fisico.

In quel periodo, durato otto anni, vedevo i visi dei miei figli esausti sia per il lungo viaggio effettuato e sia per la lunga attesa per potere entrare al colloquio.

Dopo qualche anno di detenzione, la mia compagna necessitava di una operazione chirurgica. In questi casi l’ordinamento penitenziario prevede un’attenuazione delle pena. Invece, immediatamente gli viene applicato addirittura il regime del 41 bis. Quindi un tipo di detenzione più dura con più limitazioni. Per cui più limitazione uguale più sofferenza. Perciò si va ad incrudelire la pena, senza che ci fossero reali necessità che la giustificassero. Evidentemente si voleva approfittare di quel drammatico momento per fare leva sul dolore per raggiungere altri.. obiettivi. Si opera in regime di 41 bis.

Il tempo passa vengono a mancare i nonni paterni, poi materni. Alla mia compagna in regime di 41bis per sei anni e mezzo gli viene rigettato perfino il permesso  per ragioni umanitarie con scorta che viene dato solitamente a tutti i detenuti così come previsto dal nostro ordinamento penitenziario, per recarsi ad abbracciare il proprio genitore, padre, negli ultimi istanti di vita. Se ne è andato col dolore nel cuore di non poter vedere sua figlia. Poi, passano anni, ed è la volta di mio fratello maggiore. Si ammala di un mila incurabile, perché anch’esso la vita e anche a me rigettano il permesso di recarmi per un ultimo abbraccio.

Uno stato ottuso che non applica e disattende quei principi previsti della nostra Costituzione, del nostro ordinamento penitenziario e che invece poi pretende, al contrario, dai suoi cittadini il rispetto di quelle regole sociali che per primo lui non rispetta. In primis non è coerente, non è credibile verso il cittadino e in secondi non ha titolo per dare lezioni di etica e di moralità a nessuno.

Sarebbe invece molto più civile, giusto e perfino bello che in Italia ci fosse la libertà d’affetto come in altri paesi europei. Che i famigliari, i figli di quei cittadini che per qualsiasi motivo finiscono in carcere, non venissero criminalizzati, quindi non venissero ridotti i contatti, ostacolate le relazioni affettive, poiché il nucleo familiare continua a seguire il proprio congiunto ed è giusto che debba passare più tempo insieme a questi così come lo stesso Ordinamento Penitenziario prevede.

E’ previsto infatti che particolare cura deve essere dedicata a mantenere e migliorare le relazioni dei detenuti, proprio nel momento che il nucleo familiare vive una separazione drastica, forzata, drammatica come è il carcere.

Prevede quindi che la famiglia sia un valore affettivo da tutelare in qualunque contesto, così come lo impone anche l’art. 29 della nostra Costituzione, quindi anche nel contesto penitenziario. Anzi in quest’ultimo è di più di un valore affettivo, è un elemento del trattamento penitenziario.

Ma come sappiamo bene sono due cose distinte e separate, il diritto scritto e il diritto applicato. A parole l’Italia vuole apparire una nazione civile e democratica. Nei fatti siamo il Paese più condannato dalla Corte Europea non solo in tema di giustizia ma anche in altri ambiti.

Spesso così facendo si inducono i figli dei carcerati a odiare le istituzioni, perché incoerenti, ingiuste e non rispettose delle stesse leggi e principi che reggono il nostro vivere civile. Rispetto ai Paesi europei più emancipati, noi italiani siamo su questo aspetto dei primitivi, non riusciamo proprio ad elevarci ed evolverci.

Di fronte alla tristezza di questi affetti violati, dove si criminalizza il rapporto tra famiglia e congiunti del detenuto. Il mio unico sistema per tenere uniti i cocci in frantumi della mia famiglia è stata la LETTERA. Ho scritto così migliaia e migliaia di lettere. Un fiume di inchiostro. Mi sono sforzato di dare loro una educazione continua e costante. Mentre una educazione discontinua impedisce invece di fissare delle relazioni capaci di dare sicurezza, poiché il figlio sperimenta l’alternarsi di presenza/assenza della madre o del padre, perdendo così ogni riferimento rassicurante.

Su questi pezzi di carta hanno viaggiato i nostri sentimenti, ansie, gioie, dolori, speranze, attenzioni. L’AMORE. La lettera è diventato il filo rosso che ci ha tenuti uniti.

Rispetto ad un genitore libero è stato come nuotare con il mare agitato, avendo le mani legate. A volte per i disagi e le varie problematiche che emergevano, siamo stati anche uno due anni senza vedere i figli.

Con la mia compagna, ci siamo abbracciati fisicamente dopo nove lunghissimi anni. L’articolo 1 del nostro Ordinamento Penitenziario dice: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona”. Tutto quello che ho scritto finora dà l’impressione di uno stato democratico civile eppure è anche spesso e volentieri tirannico? Che non rispetta assolutamente questo articolo?

La cosiddetta “sicurezza” deve essere servente della legalità e non essere (come spesso avviene) utilizzate per vessare o inutilmente incrudelire una pena chi è già da decenni detenuto.

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Un pensiero su “Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (prima parte)

  1. Antonio in ha detto:

    Mio padre conosceva pierdonato e diceva che persona era, sono stati detenuti insieme a matera negli anni 90…Non so se leggerai questo ma voglio solo dirti si forte tieni duro

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