13
ago
09

Sei arrivato nel Territorio degli Uomini Ombra. In coloro che vedono ogni giorno  stagliarsi inesorabile nel “fine pena mai”.
Questo blog è stato creato per loro. Per i condannati all’ergastolo ostativo, quello senza nessun beneficio, senza mai un giorno di permesso: anni e anni, decenni,  senza mai un giorno fuori dal carcere, senza mai un Natale in famiglia, senza mai un abbraccio libero con  i propri cari. Tutto questo  per reati commessi anche 20-30- 40 anni prima.

L’italia è storico avversario della  pena di morte, ma l’ergastolo ostativo è come una condanna a morte. *Per alcuni detenuti è  “una condanna a morte al rallentatore”.
In tutti i paesi nel mondo,  il condannato alla pena dell’ergastolo ha la speranza,  o una possibilità di poter uscire, in Italia questo non avviene.  Chi è condannato alll’ergastolo ostativo per “reati associativi” (divieto di concessione di benefici: art. 4 bis . n. 354 del 1975) non potrà mai uscire se non collabora con la giustizia. Non sempre quando un ergastolano non diventa “collaboratore di giustizia” è per omertà, ma anche per ignoranza, per  paura, o perché non vuole mettere qualcun altro al suo posto.

Le persone condannate all’ergastolo ostativo, anche quando  scontato 20-30 anni di reclusione e hanno realizzato una radicale trasformazione interiore, NON POTRANNO USCIRE VERAMENTE MAI DAL CARCERE e, dunque, viene a morire il fine educativo della pena (Art. 27 della nostra Costituzione “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”)
Nessuno è colpevole per sempre.

Ci sono recinti circondati da filo spinati. Mondi in riserva, fuori dallo sguardo. Ci sono persone che non esistono, perché i più non “pronunciano” il loro nome. E ciò che non nomini lo consacri all’oblio. Paria nello stesso mondo del carcere. Paria tra i paria. Per la vulgata dominante l’ergastolo effettivo non esiste, tra permessi e benefici, nel tempo prima o poi si esce.
Ma questo non avviene con  l’ergastolo ostativo. Chi è condannato ad esso rischia davvero di  uscire solamente morto. Dietro quelle sbarre ci sono uomini che non vogliono essere schiacciati dal silenzio, che hanno qualcosa da tirare fuori. Questo blog vuole essere un ponte per la loro vita, per i loro drammi, per la loro anima.

29
mag
12

L’Odissea di Salvatore Ercolano

Di Salvatore Ercolano e delle sua enblematica storia abbiamo parlato già dai primi tempi del blog: http://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/09/30/i-bambini-quando-vengono-al-mondo-sono-tutti-uguali/ in un pezzo che tra l’altro apre il libro di questo blog, uscito in questi giorni. La foto che vedete qui sopra è di qualche anno fa: ora la soffernza e i segni del tempo hanno solcato il viso di Salvatore, che sta in carcere dal 1985.  Alla faccia di chi dice che l’ergastolo in Italia non se lo sconta nessuno. Ma le vicissitudine di Salvatore Ercolano non sono ancor finite,  la sua è una storia che sembra voler logorare la salute mentale e sfinire la sua  pazienza e sfido chiunque al suo posto a sopravvicere indenne a tutto questo: 

 

Ieri tramite un compagno c’è giunta in sezione la notizia e il documento  che nel prossimo novembre ci sarà la 4°Conferenza Mondiale di “Scienze for Peace” della Fondazione Prof. Umberto Veronesi. Si parlerà pure della pena di morte e dell’ergastolo. Questa sarà un’occasione molto importante per far conoscere che in Italia esiste una pena peggiore di quella della morte. Dovete sapere che in Italia i tipi di ergastolo sono due, il cosiddetto ergastolo comune, e l’ergastolo OSTATIVO che ti condanna a morire in carcere tranne se al posto tuo metti un’altra persona come si usava nel medioevo.

Questa è la mia storia:

Io mi chiamo Salvatore Ercolano, sono stato arrestato nel lontano 1985. Per problemi di salute e  precisamente per una aneurisma dell’arco della orta sono stato detenuto agli arresti ospedalieri dal 1989 al 1990. Dopo questo breve periodo di arresti ospedalieri sono stato riportato in carcere e da allora mai uscito.

Con la liberazione anticipata ho superato i 34 anni di reclusione.

A mio parere la pena dovrebbe essere applicata come cita la nostra Carta Costituzionale che all’ art. 27, secondo comma, stabilisce: “La pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e  devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Invece in carcere non solo non viene applicata la nostra Costituzione, ma da qualche decennio siamo trattati come  animali da macello.

Con la differenza che mentre molti animali sono protetti, il detenuto invece non lo protegge nessuno.

Dicono che la civiltà di un paese si misura dalle condizioni dalle proprie carceri.

Io posso comprendere i padri, le mogli, i figli, i fratelli delle vittime che per cercare giustizia cercano vendetta, ma uno Stato civile, come si definisce l’Italia, non dovrebbe applicare la pena di morte, camuffata in ergastolo ostativo.

Quando mi hanno arrestato avevo a una bella famiglia con tre bambini: Aldo, Daniele e Stefano. Dopo anni nel regime del 41 bis, con colloqui dietro il vetro senza poter accarezzare i miei figli, nel 2000 mi separo da mia moglie, per liberare almeno lei dall’ergastolo ostativo. Mi sono passate tante cose nella testa, ho pensato molte volte di farla finita, ma, con l’aiuto della mia ex moglie e al pensiero dei miei figli, ho lottato per vivere, sognando una vita nuova fatta di riscatto.

Nel 1999 mentre sono al processo di appello chiedo di essere ammesso al rito abbreviato, che mi viene concesso. In questo modo l’ergastolo avrebbe dovuto tramutarsi in 30 anni, ma nel frattempo cambia la legge e vengo invece condannato all’ergastolo.

Nel 2009 la Corte europea stabilisce: …chi a suo tempo è stato ammesso al rito abbreviato, la pena dell’ergastolo avrebbe dovuto ridursi a trenta anni di carcere.

Immediatamente mi sento rinascere, inoltro istanza al Giudice dell’esecuzione, che per motivi formali la respinge, ricorro in Cassazione e il Procuratore Generale afferma:

-Si chiede, conseguentemente, a codesta Corte di Cassazione di voler, previamente investendo se lo riterrà le Sezioni Unite, annullare, senza rinvio, l’ordinanza impugnata, disponendo la sostituzione della pena  dell’ergastolo inflitta ad Ercolano Salvatore con sentenza della Corte d’Assise d’appello di Catania in data 10.7.01, irrevocabile il 14.11.03, con quella della reclusione per anni trenta. Roma, 16.2.2012

(Procuratore Generale aggiunto Gianfranco Ciani e Giuseppe Volpe)

Il 19 aprile si riunisce la Cassazione a Sezioni Unite, il massimo organo della giustizia italiana: con mia sorpresa non decidono la mia scarcerazione, e rinviano tutto alla Corte Costituzionale.

 

Sono  due anni che sono nell’angoscia, di rinvio ad un altro rinvio, per la mia scarcerazione. Il colmo di questi due anni è che ho avuto tre udienze nei vari gradi di giudizio e tutti i pubblici accusatori che hanno discusso hanno sostenuto il mio ricorso, grazie al precedente creato  con una sentenza della Corte di Strasburgo. Hanno chiesto di riportarmi a 30 anni.

Il 19 aprile scorso hanno inviato la mia posizione alla Corte Costituzionale, mi sono informato quanto tempo può passare per la decisione: chi mi dice 8 mesi chi mi dice un anno…

Nel frattempo io sono entrato nel trantacinquesimo anno di carcere, dove lo sa solo Dio e io cosa ho passato!!! Il carcere non solo ti toglie la libertà, affetti, e soprattutto la dignità, ma con la scusa della sicurezza vieni spogliato di qualsiasi difesa. Hai sempre l’indice puntato addosso come colpevole per sempre.

Ringrazio  Giuseppe e Nadia della Comunità Papa Giovanni XXIII, che credono al cambiamento dell’uomo, che in tutti questi anni hanno portato al carcere di Spoleto luce e speranza. Con tanto affetto e stima vi mando un forte abbraccio, Salvatore.

28
mag
12

Lettera appello dei detenuti studenti di Bologna

Oggi siamo “tematici”, e pubblichiamo un altro testo che proviene dal Carcere “Dozza” di Bologna.

Questa è una lettera collettiva che ci invia il nostro Giovanni Lentini e Flavio Dell’Erba -entrambi detenuti a Bologna- ma che può considerarsi espressione di una riflessione, valutazione e denuncia comune a tutti gli studenti detenuti del carcere di Bologna, appartenente al circuito dell’Alta Sicurezza.

Questa lettera è stata già inviata a soggetti determinati che ricoprono particolari ruoli, ed è stata mandata anche a noi per essere pubblicata.

Il fatto che leggerete è il FALLIMENTO  dell’istruzione scolastica in carcere. E’ il fallimento della stessa idea di istruzione.

Nell’ultimo anno scolastico, a fronte di una richiesta di iscrizione al corso di ragioneria, pervenuta da 50 detenuti, solo 18 hanno potuto iscriversi.

E, preparatevi a sgranare gli occhi… nella stessa si è tenta di svolgere un programma che che va dal primo al quinto anno di corso e che richiederebbe cinque classi o (come propongono i detenuti) almeno tre classi.

Standard scolastici di questo tipo credevamo di leggerli solo in qualcuno di quei libri della letteratura italiana dell’ottocento, o in qualche film del neorealismo degli anni ’50.

Va detto, per onestà, che non si può gettare la croce solo ai singoli carceri, ma che esiste in Italia una questione enorme, che è quella della spesa pubblica, in un sistema feroce che, tramite divinità quali il Debito pubblico di fatto succhia la capacità della spesa agli stati.. costringendoli a tagliare all’infinito, nell’orbita di diktat economici imposti dal sistema bancario e finanziario.

Comunque sia, ciò non toglie che il carcere di Bologna deve tentare di tutto, per garantire a questi detenuti una istruzione decente, e che se c’è da tagliare alcune spese, ci si indirizzi verso spese non di preziosissima ricaduta sociale, come quelle relative all’istruzione.

Prima di lasciarvi alla lettera-denuncia-appello degli studenti detenuti di Bologna, un pensiero per il nostro Giovanni Lentini, che da sempre è una presenza di valore in questo Blog.

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Al Direttore della Casa Circondariale della Dozza

Al Dirigente dell’Istituto ISIS Keines di Castelmaggiore

Al Dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale

Al Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale

All’ufficio Garante del Comune di Bologna

All’ufficio Garante della Regione Emilia Romagna

All’ufficio dell’assessore della scuola e della cultura della Regione Emilia Romagna

Gli studenti detenuti della sezione Alta Sicurezza della “Casa Circondariale Dozza” di Bologna desiderano mettere a conoscenza gli enti citati in epigrafe della situazione attualmente presente nella struttura penitenziaria.

Secondo gli scriventi la rieducazione e il reinserimento sociale per i condannati, previsti dall’art. 27 della Cost., non possono non passare attraverso una formazione scolastica, un’istruzione che sensibilizzi in modo particolare coloro che si sono macchiati di un reato. Questa sensibilizzazione è mirata al rispetto delle istituzioni, del bene pubblico e della società nella sua completezza.

Crediamo fermamente, per questo motivo, che la scuola in carcere dovrebbe essere un obbligo per tutti i detenuti e non uno strumento per pochi privilegiati. Uno strumento per valutare il percorso di reinserimento sociale, che diversamente verrebbe vanificato.

Quello che si è verificato in questo ultimo anno scolastico (2011/2012), è che per motivi economico/organizzativi, sono ad un numero ridotto di 18 detenuti è stato permesso di frequentare il corso di ragioneria, a fronte di una richiesta che supera le cinquanta unità; senza contare che nelle sole sezioni di Alta Sicurezza siamo oltre cento detenuti che, se ne avessero l’opportunità, sarebbero sicuramente determinati a frequentare la scuola.

Questo non è il solo problema, in quanto ci troviamo ad avere una sola classe in cui contemporaneamente viene svolto o si tenta di svolgere, un programma che va dalla prima alla quinta classe, con evidente frammentazione e con il risultato che la maggior parte degli studenti ha difficoltà a seguire le lezioni. Gli stessi professori si trovano in grande disagio, cercando di far fronte alle frequenti richieste, rispetto alle difficoltà di comprensione che scaturiscono dalla frammentazione dei programmi svolti contemporaneamente per cinque classi.

Ora ci chiediamo: come è possibile con queste premesse aspirare ad un reinserimento sociale?

Se pensiamo che tutto questo avviene in una città come Bologna, una città tradizionalmente attenta al sociale, in cui la scuola per diversi secoli è sempre stata il fiore all’occhiello, una credenziale per la città stessa, in cui è nata la prima Università al mondo.

Non riusciamo a comprendere come si possa venir meno di fronte ad una esigenza così importante.

Ci chiediamo quale direzione si voglia prendere e, prima di tutto, quale decisione di fronte a questa prospettiva.

Per i motivi sopra citati, gli studenti detenuti a cui si aggiungono tutti coloro che hanno fatto espressamente richiesta tramite domanda scritta di poter essere inseriti nella scuola di ragioneria, chiedono che, per il prossimo anno scolastico, vengano garantite almeno tre classi, in modo da permettere la frequenza a tutti coloro che ne hanno fatto richiesta, così da potere avere una prima classe per il biennio, una seconda classe per III° e IV°, e una classe per la sola V° in previsione dell’esame di Stato.

Confidiamo in un accoglimento della presente richiesta, perché crediamo che le istituzioni vogliano favorire la rieducazione e il reinserimento sociale dei condannati, e concretizzare ciò che è sancito dalla normativa vigente.

Gli studenti/detenuti delle sezioni di Alta Sicurezza 3°A e 3°B della Casa Circondariale di Bologna.

Giovanni Lentini e Flavio Dell’Erba

28
mag
12

Racconto di un sopruso nel carcere di Bologna.. di Benito Macrì

Tramite la nostra Pamela, che a sua volta l’ha ricevuto da Giovanni Lentini -detenuto nel carcere “La Dozza” di Bologna e amico storico di questo Blog- ci è giunto questo esposto che Benito Macrì -un compagno di Giovanni- ha inviato al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna.

Benito vuole che questo documento venga pubblicato, perché si sappia come la violenza fisica e psicologica sia una costante in tante carceri.

Nella storia che leggerete non c’è stato nessun pestaggio, ma stava per esserci se Benito non si fosse adeguato agli ordini perentori dell’ispettore, che non ha preso (stando a quello che racconta Salvatore) in nessuna considerazione le sue contestazioni (quelle che lo avevano portato a chiedere di parlare con l’ispettore).

Anche se non c’è stato pestaggio..stava per esserci.

Anche la violenza non consumata, è violenza, è strumento di pressione, di ricatto, sottomissione. Vedere gli agenti che si mettono i guanti di gomma, pronti a mettere in scena il rito “fatti i bicipiti col detenuto”.. minacciarla come si fa coi cani randagi..  è già di per se stesso un trauma, è come “strizzare” dentro una persona, strizzarla l’anima come un asciugamano bagnato.

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Al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna Dott. Maisto

Il sottoscritto MACRì BENITO, nato a Crotone il 13/08/1970, attualmente detenuto presso la CC di Bologna, espone quanto segue affinché si vogliano fare accertamenti e, di conseguenza, prendere provvedimenti necessari per non far ripetere eventi umilianti, degradanti, poco edificanti e che non rientrano nel trattamento educativo previsto dall’ordinamento penitenziario.

Mercoledì 9 maggio 2012, alle ore 14:30 circa, sono entrato nel carcere della Dozza dopo aver fatto sosta, per 4 ore, in celle fatiscenti dell’accettazione, sono stato accompagnato al 3° piano sezione B del reparto di Alta Sicurezza. Erano le 18:30 quando mi è stato detto dall’agente di turno della sezione 3B di entrare nella cela 23. Io ho adagiato le borse contenenti i miei indumenti davanti la predetta cella, ho aspettato che l’agente mi aprisse il blindo per entrarvi;

quando l’agente ha aperto la cella, il detenuto che c’era dentro mi ha fatto notare che i posti erano entrambi occupati e che il suo compagno di cella era in ospedale e che sarebbe tornato il giorno dopo, e che, se fossi entrato io, lui sarebbe stato costretto ad andarsene in isolamento. Sentito tutto ciò e costatando che effettivamente i letti erano già sistemati con lenzuola personali, mi è sembrato brutto entrare in una cella dove entrambi i letti erano occupati: avrei dovuto disfare il letto del compagno detenuto per poterne avere uno mio (cosa che dopo sono stato costretto a fare).

Nello stesso tempo ho notato che il detenuto Schettino Alberto, ubicato nella cella 2 del 3° B, era stato declassificato e lo stavano accompagnando al 2° piano, quindi da lì a poco si sarebbe liberato un posto dove potermi sistemare senza creare disagi a nessuno.

Ho detto all’agente di poter essere ubicato nella cella 2. Lui mi ha detto che dovevo entrare per forza nella 23. Io gli ho detto che non potevo entrare in una cella dove non c’era nemmeno un letto dove potermi coricare ed ho chiesto di farmi parlare con un ispettore.

Dopo nemmeno 10-15 minuti, è arrivato un ispettore che con 7-8 agenti non mi ha dato nemmeno l’opportunità di esporre il problema che si era creato, mi ha invitato ad entrare in cella, io stavo cercando di spiegare cosa era successo, ma lui con toni perentori, ha ordinato agli agenti di mettersi i guanti e di chiudere i blindi delle altre celle (in modo che nessuno dei compagni detenuti vedesse cosa stava accadendo). Lui stesso ha messo i guanti e chiuso gli spioncini del blindo della cella 22. Quando ho visto tutto ciò ho capito che stavano per picchiarmi, mi sono impaurito e sono entrato in cella senza opporre alcuna resistenza.

Allora mi chiedo: cosa mi sarebbe successo se non fossi entrato in cella?

Per quanto sopra esposto, chiedo alla S.V. di voler prendere atto di quanto accaduto e prendere provvedimenti necessari per evitare che si ripetano violenze del genere.

A conferma di quanto esposto, si citano come testimoni i seguenti compagni detenuti del 3° B, che hanno assistito inermi all’infausta e umiliante vicenda.

*Si fa presente altresì che a causa di questo esposto, in data 18 maggio 2012 ho subito un consiglio disciplinare e mi sono stati inflitti 8 giorni di isolamento.

 Benito Macrì.

27
mag
12

Cordoglio, di Gino Rannesi

Tra un esame e l’altro, anche questa settimana Gino Rannesi scrive per il Blog:  

IL CORGOGLIO

Ore otto del mattino, stavo per uscire dalla cella per recarmi a lavoro quando d’un tratto urla di sgomento e di preoccupazione hanno investito la sezione degli AS1: Bastardi, figli di puttana, infami!… Chiesi al mio dirimpettaio il motivo per il quale stesse imprecando.

-Accendi la tv, senti quello che è successo a Brindisi…

“A Brindisi una studentessa morta e 6 ferite. Incertezza sui mandanti in una zona di racket”.

“La bomba, le ragazze: caccia agli stragisti”.

Oggi non si lavora. Un documento congiunto da parte degli ergastolani in lotta per la vita per condannare l’infame atto posto in essere a Brindisi.

All’attenzione degli Organi di Stato e di stampa

Gli ergastolani in lotta per la vita di Spoleto che da anni conducono una lotta pacifica, politica, di giustizia sociale e di impegno morale, apprendendo con dolore e sdegno quanto accaduto in Puglia, condannano con tutte le loro forze, senza se e senza ma,  il vile attentato. E trasmettono alla città, ai feriti e soprattutto ai parenti della giovane vittima, solidarietà e condoglianze.”

 

Gli ergastolani in lotta per la vita di Spoleto hanno ricordato Melissa  durante la messa di domenica 20 maggio. Lo faranno ancora in quella del 27 c.m. Ciao anima innocente…

Gino Rannesi. Maggio 2012.

 Notizia di poco fa: Padre disoccupato lancia i figli di 18 mesi e di 4 anni dalla finestra del proprio appartamento sito al sesto piano. Notizie che fanno accapponare la pelle. Imprenditori che si suicidano, disoccupati che si danno fuoco, etc. Come le vogliamo chiamare queste morti?…

 Oggi non ho nessuna voglia di rispondere ai commenti che ho ricevuto in questi giorni da parte degli amici del sito e non. Ragion per cui non lo farò.

Voglio invece raccontarvi degli esami già in corso da alcuni giorni che mi vedono protagonista. Ho già affrontato la prova di disegno dal vero. Poi ancora matematica, italiano, disegno geometrico e progettazione. Per il momento credo di essere andato meglio del previsto. Nei prossimi giorni: italiano, storia, storia dell’arte, tecnologia, scienze, fisica, progettazione di laboratorio, plastica, scenotecnica, Etc. Vivo questi giorni come quelli del riscatto, infatti da ragazzino, forza maggiore, ho dovuto lasciare la scuola dopo la terza media.

A presto. Vi voglio bene. Gino.

 -ALESSANDRA LUCINI-

Ciao pupa, in questo periodo sono impegnato con gli esami.

Per questo motivo ho scritto pochissimo; ho detto che in questa uscita non avrei risposto a nessuno. Tuttavia ho voluto fare un’eccezione. Poiché hai scritto: non vedo l’ora di sapere che cosa ne pensi… Quello che penso su quanto accaduto a Brindisi, lo puoi immaginare. Per il momento preferisco tacere… Torno sui libri. Finiti gli esami, mi scatenerò!!! Baci Gino. A presto

27
mag
12

Suicidi nella società.. di Salvatore Diaccioli

Ecco un altro testo che ci invia uno dei nuovi amici del Blog emersi in questo anno.. Salvatore Diaccioli, detenuto a Carinola. Salvatore Diaccioli.. ha una specie di nome d’arte che è.. “L’uomo dei sogni”.

E’ un testo che parte da una riflessione sui suicidi tra i giovani, per arrivare poi a considerare i recenti fatti di Brindisi, che hanno suscitato un forte senso di sdegno in gran parte della popolazione detenuta.

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Suicidi nella società

“Spes, ultima dea”, la speranza è l’ultima dea. Quando anch’essa fugge, l’uomo è veramente solo con i propri problemi, perduto all’interno di una società spietata ed indifferente; una società pronta ad incensare i vincenti e ad abbandonare  o colpire quanti sono sfiorati dall’insuccesso.

Io, in questa società mi sento una persona perdente. I perdenti sono scomodi e fastidiosi per questa società edonistica, perché essa ricorda e dà valore solo a chi si trova sulla cresta dell’onda la precarietà del proprio equilibrio e a chi aspira al successo, anch’esso problematico ed incerto.

In fondo la maggior parte degli esseri umani vive di speranze, ed è per questo che nel momento in cui la si perde, si può smarrire il senso dell’esistenza e decidere di abbandonare una vita piena di frustrazioni, non più sostenuta da una fede cieca ed acritica. L’uomo nella disgrazia misura la propria solitudine e la propria debolezza.

Scatta così un meccanismo perverso che fa vedere il suicidio come unica, definitiva soluzione.

Ma se coloro che assumono questa determinazione si facessero forza e riuscissero a superare la fase negativa, sicuramente in un secondo  momento vedrebbero da una prospettiva più serena gli eventi che li avevano condotti alla disperazione.

Ansie, stress, delusioni, demotivazioni, oltre alla solitudine più profonda, sono tra le cause principali che possono spingere un essere umano a togliersi la vita.

Ma fra i tanti  casi che oggi affollano le cronache, quelli che più di ogni altro colpiscono e turbano e che in questi periodi fanno notizia sui nostri quotidiani o TG di ogni rete televisiva sono: non solo i suicidi che si stanno verificando in questi ultimi periodi tra gli imprenditori, perché non riescono più a portare avanti le loro aziende dal momento che vengono tassati con alti interessi dallo Stato, ma ancora di più i suicidi dei nostri giovani, suicidi strani, immotivati, giovani che scappano da casa perché hanno paura di mostrare la pagella scolastica ai genitori -motivazione che lascia il tempo che trova- senza spiegazioni o cause apparenti. Se prendiamo l’ultimo caso di un ragazzo che si è buttato dal balcone perché la madre lo aveva scoperto che stava fumando una sigaretta. Giovani vite volontariamente stroncate che lasciano le famiglie straziate e la società attonita. 

Una società e delle famiglie che dovrebbero fare un severo esame di coscienza sulle colpevoli omissioni di cui si sono macchiati.

Non è accettabile infatti che un giovane tronchi la propria esistenza sul nascere; alla base di una scelta così insana non può che esserci un vuoto esistenziale nato dalla mancanza di valori, della fiducia in sé e nelle proprie capacità.

Un giovane che si suicida ha paura del confronto che questa società gli può offrire perché si sente, a priori, inadeguato.

E questo succede perché i modelli imposti dalla società si rivelano troppo pesanti  e opprimenti. I nostri giovani talvolta temono una società concorrenziale come quella odierna.

Una società che premia l’omologazione standard di vita considerata universalmente positiva ed emargina chiunque vada controcorrente o sembri diverso.

La società sembra dimenticare che la adolescenza non è sempre un’età felice e spensierata, è invece, almeno per i più ansiosi, l’età degli interrogativi esistenziali, delle scelte e delle insicurezze. La giovinezza è un’età in cui sarebbe necessaria una guida dalla mano leggera, forte e sicura, dei modelli di riferimento, famigliari e sociali, corretti e chiari, degli esempi autorevoli ma non autoritari e, soprattutto, nessuna ambiguità o discrasia tra quanto i teorizza e ciò che viene attuato.

Solo così un giovane può uscire indenne, fisicamente e mentalmente, dal difficile momento di transazione che è l’adolescenza per incamminarsi serenamente sul sentiero, spesso tortuoso ed accidentato, dell’età adulta accettando le inevitabili, quotidiane, pesantezze del vivere.

Ma ancora di più mi indigno, e mi dissocio del tutto, nel vedere e sentire nei vari TG, che è stata messa una bomba in un istituto scolastico. Questo veramente, nonostante io non sia stato uno stinco di santo, mi fa rimanere affranto, deluso, schifato. Come si fa a fare una cosa di questo genere, con quale coraggio? Con quale “eminenza grigia” si ha la forza di premeditare questo? L’autore/i di un simile gesto devono essere per forza delle persone abominevoli, e resto pienamente convinto che la malavita locale non si macchierebbe di una così atroce INFAME AZIONE. Di Brusca uno e avanza, che  poi lo Stato lo ha pure premiato concedendogli la libertà dopo avere spezzato la vita ad una TENERA CREATURA che aveva tutto il diritto di vivere, nonostante suo padre fosse un collaborante. Ma lo Stato, per certi aspetti, è pure complice di questi assassini senza scrupoli, tanto è vero che poi li premia pure.

Vorrei potere esprimere tutta la mia solidarietà ai genitori di questo Angelo che col cuore tenero era soprannominata Trizza. Melissa (alias Trizza), la tua morte segnerà per sempre il cuore di ognuno di noi. Io ho vissuto nella illegalità, ma non ho mai censurato il vostro operato giovanile. Perché voi giovani siete liberi e neutri di esporre le vostre opinioni, le vostre ideologie, che servono per rinnovare il futuro di questo Paese. Se tu sei morta perché qualcuno voleva dare un segnale alla vostra libertà giovanile, ha fatto la cosa più impura che un essere umano potesse fare. 

Per queste cose non ci sono giustificazioni, no, chi ha fatto questo è solo un vigliacco. Ti prometto fin da ora che se un giorno questo/i dovrebbero essere arrestati, rispettando la tua legalità, gli dirò solo che solo delle persone vili. Come si fa a fare del male a persone che trasmettono emozioni? La tua morte produce sdegno in tutti noi detenuti, personaggi definiti il male peggiore della società.

“L’uomo dei sogni” Diaccioli Salvatore

26
mag
12

Dialoghi tra due diavoli all’inferno- capitolo settimo (nuova versione)

Continua la pubblicazione dei dialoghi tra i due.. diavoli.. Gerti Gjenerali e Carmelo Musumeci.. detenuti entrambi a Spoleto.

In questa nuova versione, le questioni sono poste direttamente dai lettori o da altre persone.. “piede libero”.

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Capitolo quinto della nuova edizione.

Domande di Pamela e Francy

Pamela: Può un ergastolano ostativo chiedere alla propria compagna di aspettarlo fuori nella speranza che un giorno la vita regalerà loro nuovi momenti di felicità? E può (o deve) la donna di un ergastolano aspettarlo tutta una vita nella speranza di riaverlo indietro un giorno?

Gerti: la mia risposta è NO! Sarebbe troppo egoistico e crudele, che vita sarebbe una vita di promesse e parole. Ho sempre pensato che tenere qualcuno prigioniero con la speranza che un “domani” ti darò la felicità si ala cosa più miserabile che esista. Se ami la tua compagna, la dei lasciare libera di vivere la sua vita e soprattutto che sia lei in piena libertà a scegliere il suo cammino. Chi lo fa da parte mi aha la mia ammirazione, vuol dire che è una compagna con le palle, ma come di dice, ognuno di noi ha la compagna che si merita. Diavolo, scatenati tu, giacché hai una Penelope che ti aspetta da tanti anni. Pamela, io non ho una compagna che mi aspetta là fuori, quindi nessuna mai mi avrà indietro.

Carmelo: Pamela, io non ho mai chiesto alla mia compagna di aspettarmi, quando si ama, non si chiede mai nulla. Sarebbe assurdo chiedere una cosa del genere perché se due persone si amano, si aspettano in questa vita e anche nell’ aldilà  e senza nessuna pretesa o promessa. Pamela ti scrivo questa frase di Bertold Brecht che risponde un po’ alla tua domanda: “Io voglio andare con l’uomo che amo. Non voglio sapere quanto costa, non voglio sapere se faccio bene o faccio male”. Pamela, un’ultima cosa, è vero, l’amore di un Uomo Ombra con una donna non ha futuro, ma se ami sei già nel futuro.

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Pamela: Come spieghereste ad un bambino di sette anni che anche gli ergastolani hanno un cuore?

Gerti: Non lo so come si fa, ti potrei fare un discorso filosofico sul bene e sul male, ma sinceramente sarebbe un discorso retorico e senza valore. Non lo so perché non ho un bambino di sette anni, ma so che  molto difficile spiegare a un bambino che pure i grandi fanno degli errori. Non lo so Pamela, non mi va di dire una cazzata. Il mio cuore è un cuore sofferente e di conseguenza un cuore in evoluzione. So che cos’è oggi il mio cuore e cosa soffre chi sta intorno a me, ma il futuro mi darà ragione perché dopo ogni cosa regna l’armonia che è la legge dell’universo.

Carmelo: Ai bambini non c’è bisogno di spiegargli niente perché non sono scemi come i grandi. A quell’età i bambini sanno benissimo chi ha un cuore, chi è buono e chi è cattivo. I dubbi gli iniziano a venire quando crescono e prendono i vizi e la cultura dei grandi.

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Pamela: Qual’è la cosa che più vi manca del di fuori?

Gerti: Dovrei dire con forza la Libertà! La cosa più importante per un essere umano indipendentemente se sta fuori o è in prigione. Ci manca tutto cara Pamela, ci vorrebbe un mese per elencare tutto. Ma più di tutto mi manca la possibilità di avere un’altra occasione, un’altra sola occasione di vivere, di sbagliare, di piangere, di amare, di sognare. Che ne dici, abbiamo anche noi un cuore? O pensi che la nostra vita è guidata dal passato?

Carmelo: Il sorriso dei bambini. Pamela in carcere non ci sono bambini. Poi  mi mancano gli alberi, l’erba, i fiori, il mare.

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Francy: Cosa pensate del razzismo?

Gerti: La fonte del razzismo è l’ignoranza, si ha paura di solito di quello che è estraneo, quello che non ci appartiene, i cì detti “diversi”. Si pensa sempre che tutti i problemi che di solito abbiamo sono frutto di invasori che vengono a rubare quello che è nostro di diritto, quello che è nostro per razza o per il colore della pelle. Il mondo è così piccolo, la vita così breve, che purtroppo c’è gente che spreca il suo tempo che Dio gli ha concesso per odiare il suo prossimo. E’ molto triste e stupido. Sorrido quando vedo che perfino i più duri della Lega razzista sono ladri corrotti come qualsiasi criminale che si rispetti.

Carmelo: E’ banale, stupido e pericoloso.

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Francy: Avete letto la Bibbia e il Corano?

Gerti: Sì, ho letto tutti e due, il Corano per via di mia madre che è musulmana, la Bibbia per via di mio padre che è Greco Ortodosso. Sinceramente ho letto tanto di buddismo, induismo, così  per farmi un po’ di opio dei popoli. Sono delle belle favole da raccontare ai bambini piccoli. Sinceramente preferisco il Vecchio Testamento, almeno c’è un po’ di sangue e conflitti. Non mi faccio influenzare da nessuna religione, spero che questo non faccia di me un comunista bastardo. La mia religione è la natura e l’universo che esiste molto prima del Corano e della Bibbia.

Carmelo: Sì li ho letti, ma come libri storici. Per sapere da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo non ho bisogno di nessuna religione. Sono figlio di una stella e i miei atomi ritorneranno in una stella e più amo in questa vita più sarò immortale.

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Francy: Mangiate carne?

Gerti: Sì mangio tutto, carne, perfino il pesce e il formaggio. A volte bevo anche un bicchiere di vino.

Carmelo: Sono carnivoro.

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Gerti: Dipende dal mio stato d’animo. In questi ultimi anni ascolto molto Fabrizio De André, De Gregori, Tozzi, Conte. Quando sono pensieroso, sento musica del mio paese, musica Greca malinconica, ma cascasse il mondo, ogni mattina, quando mi alzo e faccio colazione, sento il mio preferito Chopin e Shumann, vera musica che ti entra nele vene e ti fa capire che tutto sommato il divino e l’energia d’amore sta dentro di noi.

Carmelo: Il mio cuore preferisce la musica sentimentale. Ed io accontento sempre quel figlio di puttana del mio cuore.

25
mag
12

In diritto- la rubrica giuridica del Blog

In diritto è la rubrica di diritto del Blog, nata da una idea di Claudio Conte -detenuto a Catanzaro- che finora ha scritto tutti gli interventi pubblicati.

Anche il testo di oggi è di Claudio. Il tema è quello della legittimità che nel carcere possa esservi l’imposizione del lavoro.

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Sul carcere-lavoro-ergastolo

di Claudio Conte

Con piacere ho letto nel Blog gli interessanti e ben articolati interventi di Pamela e di Maria Chiara sulle questioni “lavoro in carcere” e OPG che sottoscrivo…

La prima mi dà modo di affrontare l’argomento relativo al lavoro in relazione all’ergastolo. L’art 22 c.p. prevede l’obbligo del lavoro in “perpetuo”.

Il rifiuto, per i condannati, è sanzionabile con l’isolamento ex art. 77 DPR 230/2000 (Regolamento d’esecuzione delle norme penitenziarie).

A ciò si aggiunga, come già scritto da chi mi ha preceduto, che la retribuzione e durata della giornata lavorativa non riflettono quelle all’esterno. Sulle conseguenze si rinvia  alle considerazioni di diritto e umane immaginabili.

Poiché, anche se, di fatto, il lavoro in carcere è scarso e la Corte di Cassazione ha stabilito che in presenza di fondate ragioni (di salute o studio) il detenuto può essere esentato da tale obbligo, la questione rimane intatta.

Tale condizione-imposizione pone, infatti, il problema della compatibilit con il divieto alla schiavitù e servitù ex art. 4 CEDU (Convenzione europea per la salvaguardia delle libertà e diritti umani), nonostante la deroga al comma 2 che lo stesso articolo prevede per i condannati. In specie se riletto alla luce dell’art. 5 della Carta dei diritti fondamentali UE, che invece non prevede deroghe in tal senso.

E comunque, il lavoro “forzato”, non può continuare a sopravvivere, in forme “legalizzate” in Paesi che vogliono definirsi democratici. Non si può avvallare un principio, una pena che obblighi al lavoro una persona in perpetuo, finché morte non sopraggiunga. Gli attuali principi internazionali non lo consentono, il comune sentire lo rifiuta. Non può essere ammesso che un cittadino, sia pure limitato nei diritti, possa essere assoggettato all’obbligo del lavoro forzato fino al resto dei suoi giorni, come ai tempi della schiavitù generalizzata, durante la quale l’uomo diventa libero solo con la sua morte. E ciò aldilà della durezza della mansione o prestazione che sia chiamato a svolgere. Tra l’altro l’offerta lavorativa inframuraria non consente una realizzazione personale, né un’indipendenza economica e si rivela il più delle volte svilente, non risultando mai professionalizzante (per carenza di risorse economiche e divieti posti alle libere iniziative economiche e private del recluso).

In materia di “diritto del lavoro”, nelle relazioni di potere e subordinazione, il lavoro è prima di tutto un diritto, non un obbligo.

Non pare superfluo rammentare, come in una società di liberi ed eguali, che nega i vincoli di status, l’unico strumento di connessione sociale è il vincolo derivante da ciò che si è liberamente voluto in un contratto, che seppure derogato dalla condanna a una pena detentiva, questa non può ripristinare lo status di “schiavo”. Sono principi imprescindibili quelli di temporaneità e obbligo di un facere nella concezione ius-lavoristica moderna, del tutto svincolata dalla consegna di una cosa o persona (anche solo temporaneamente) in cambio di una mercede, com’era in quella concezione romanistica ripudiata, nella quale il lavoro mercenario, riduceva lo stato di uomo libero, degradandolo alla condizione di uno schiavo.

Nel caso di un condannato all’ergastolo si assiste a un rovesciamento dei più elementari principi di diritto del lavoro e umani. La questione lavoristica evidenzia come la condanna all’ergastolo trasformi la persona in una “cosa” e la obblighi (previe sanzioni) a “darsi”, in un lavoro perpetuo, sottopagato e non professionalizzante. Un’obbligazione di “dare”, strettamente legata alla disponibilità del corpo della persona-condannata da parte di uno Stato-proprietario: non in virtù di un fare, non della sua volontà, non tra soggetti uguali, non temporaneamente. Questa condizione è sussumibile in una sola fattispecie, quella della schiavitù.

Claudio Conte

Catanzaro-carcere 27 aprile 2012

25
mag
12

Sui fatti di Brindisi, dal carcere di Spoleto

Riceviamo  e pubblichiamo:

24
mag
12

Vivere l’ergastolo.. di Antonio Gallea

Certi testi hanno la forza di una intensità straordinaria.

Antonio Gallea, ergastolano, “residente” a Secondigliano. Detenuto da 23 anni.

Quello che leggerete è un estratto di una lettera che Antonio ha scritto alla nostra Monica. 

Dolcezza e amarezza inesorabile scorrono, come in film, dove ancora si cerca, sole vento, dietro i ferri e il cemento.

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Io ho compiuto i 55 anni il 26 aprile e sai cosa ho potuto dire a me stesso? Se sono qui a festeggiare i compleanni (con gli amici a cena abbiamo fatto una festicciola nella mia stanza) non è un male perché significa che sono ancora vivo, a differenza di tanti altri che non ci sono più, io sono ancora qui. Basta questo per trovare ancora la forza e il coraggio per affrontare la vita;in questi posti è la vita stessa che mi sprona a continuare a proseguire nel mio cammino come se fossi in cerca di una certa qualcosa che non so, ma non mi fermerò finché non l’avrò trovata dovessi rivoltare il mondo ai poli… tu vorresti sapere come si vive con l’ergastolo addosso, come posso parlarti di una non vita, devo farti diventare triste? La morte è già dentro di noi poveri disperati, quella che viviamo non è la nostra vita ma la vita di tutti coloro che pesantemente ci schiacciano l’anima e ci impediscono di innalzare i pensieri… Non si può raccontare il movimento dei sentimenti che avviene sotto una lapide di marmo perché ci trovi solo quelli che furono e mai quelli che saranno. Esseri viventi le cui ossa non fanno più ombra, questi siamo noi, pezzi di legno che fanno parte dell’arredamento del carcere. Fossilizzati in quel torno di tempo che non ci appartiene più il pensiero cozza le contraddizioni del presente rivolto soltanto al passato. Questo è la vita di chi è costretto a rimuginare su ciò che era… senza poter sperare in ciò che sarà… alla fine non sa più nemmeno che cos’è… si vive in purgatorio come anime sospese in attesa della chiamata definitiva. Il tempo si dice accomoda tutto, sono passati i tormenti che ho passati una decina di anni fa, adesso accetto con rassegnazione lo scorrere del tempo senza illusione mi godo quel poco che resta della mia vita. Soffro di una malattia che non so definire il nome ma la sento e cioè:

succede immergermi nel pensiero di una passeggiata in riva al mare e avere la sensazione piacevole di sentire l’acqua salire per le caviglie, oppure sentire nelle narici l’odore della brezza marina… come tante altre cose che vivo come se realmente li avessi presente, l’immaginazione è così sviluppata da far sembrare reale qualsiasi pensiero e a volte questo mi spaventa perché quando dovrò affrontare la realtà vera della vita non so chi dei due rimarrà indietro! Cioè la rappresentazione del presente sarà omologa ai desideri costruiti dalla mente? Sarà tutto un enigma che da solo non potrò mai risolvere. Lascio perdere, un giorno scriverò la mia storia. Ed è proprio la storia che va rivista con il senso critico del cambiamento capace di sviluppare un presente proiettato in avanti.

<< Bisogna guardare in faccia il passato e, attraverso la conoscenza innalzarsi sovr’esso idealmente promuovere una nuova azione e nuova vita. Invece di lamentarci e di vergognarci per gli errori che abbiamo commesso, esaminiamo l’accaduto, ne indaghiamo l’origine, ne percorriamo la storia e, con informata coscienza, seguendo l’intima ispirazione disegniamo quel che ci convenga o ci spetti di fare, e ci accingiamo, volentieri ed elacri a farlo. Il movimento fondamentale del mio pensiero è cambiato rispetto a 23 anni fa, come quando un pittore passa da una tendenza all’altra>>.

Monica mia, rigenerarsi questo bisogna fare, in ognuno di noi c’è una parte di bene e una parte di male che estremizzati possono “imbruttire o divinizzare” ma io ti dico che se non conosci il male non conosci neanche il bene, bisogna far coincidere il sorgere del più gran bene con la liberazione del più gran male. Questo è il mio pensiero. Ma a che serve? A niente, è soltanto una verità accettabile ovunque essa sia vissuta. “la cosa peggiore che si possa augurare a un uomo è il non essere in pace con se stesso.

24
mag
12

Lettere dal di fuori.. da Suor Lilia a Carmelo

Per la rubrica Lettere dal di fuori -nata da una idea di Carmelo Musumeci- una lettera di Suor Lilia a Carmelo.

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Carmelo sempre carissimo

Questa volta non sono proprio tanto in ritardo nello scriverti, perché so che tu attendi sempre con trepidazione la risposta.

Partecipo intensamente alla sua gioia per l’imminente pubblicazione di “Zanna Blu”. Ne ho parlato  con Patrizia il giorno del suo compleanno: condivide anche lei con tanta fiducia non rinunciando a pensare al riguardo a qualcosa di bello, nonostante, in questo periodo, stia navigando in un mare che si ostina ad essere infido. Ho letto anche con profonda  attenzione la lettera a Sr. Grazia; non mi resta che ringraziare Dio per quello che riesce a fare; vorrei poter avere più mezzi da spendere per una lotta che sento tanto “mia”.

Non ti nascondo, invece, caro Carmelo, che la tua lettera a Gesù, in certi punti mi ha fatto soffrire. Ti dico subito il motivo! Ti ho sentito troppo arrabbiato verso di Lui, pur comprendendo tutto il dolore amaro che occupa il tuo cuore.

Puoi prendertela con tutti, meno che con Lui, Gesù, il solo Innocente. Io, e non solo io, ho investito tutto su di Lui e non mi ha mai deluso; non mi ha costretto a seguirlo. Un bel giorno mi ha semplicemente sussurrato: “Se vuoi, vieni…”. Egli rispetta la libertà di ogni uomo, anche di coloro che non sanno fare giustizia, rispetta la mia e anche la tua. Questo è il suo stile, per noi piuttosto misterioso. Sono certa che verrà presto l’alba in cui Gesù ti illuminerà fino ad affascinarti.

Grazie della tua stupenda cartolina di Buona Pasqua: in questa solennità ci si sente più uomini, abbracciati da una tenerezza infinita, perché Lui, Gesù. il Risorto, è accanto a noi. Sorga nel tuo cuore l’arcobaleno della pace e vi rimanga a lungo.

Carmelo, mio amatissimo fratello, avrai capito che non voglio essere felice da sola. Ti mando il profumo di tutte le rose che rallegrano il nostro giardino e il vento che, veloce e sicuro, ti recherà l’eco del mio costante ricordo insieme alla mia quotidiana preghiera.

Con tutto l’affetto che conosci ti abbraccio e ti saluto caramente.

Tua Suor Lilia

Albenga, 13-03-2012




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