13
ago
09

Sei arrivato nel Territorio degli Uomini Ombra. In coloro che vedono ogni giorno  stagliarsi inesorabile nel “fine pena mai”.
Questo blog è stato creato per loro. Per i condannati all’ergastolo ostativo, quello senza nessun beneficio, senza mai un giorno di permesso: anni e anni, decenni,  senza mai un giorno fuori dal carcere, senza mai un Natale in famiglia, senza mai un abbraccio libero con  i propri cari. Tutto questo  per reati commessi anche 20-30- 40 anni prima.

L’italia è storico avversario della  pena di morte, ma l’ergastolo ostativo è come una condanna a morte. *Per alcuni detenuti è  “una condanna a morte al rallentatore”.
In tutti i paesi nel mondo,  il condannato alla pena dell’ergastolo ha la speranza,  o una possibilità di poter uscire, in Italia questo non avviene.  Chi è condannato alll’ergastolo ostativo per “reati associativi” (divieto di concessione di benefici: art. 4 bis . n. 354 del 1975) non potrà mai uscire se non collabora con la giustizia. Non sempre quando un ergastolano non diventa “collaboratore di giustizia” è per omertà, ma anche per ignoranza, per  paura, o perché non vuole mettere qualcun altro al suo posto.

Le persone condannate all’ergastolo ostativo, anche quando  scontato 20-30 anni di reclusione e hanno realizzato una radicale trasformazione interiore, NON POTRANNO USCIRE VERAMENTE MAI DAL CARCERE e, dunque, viene a morire il fine educativo della pena (Art. 27 della nostra Costituzione “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”)
Nessuno è colpevole per sempre.

Ci sono recinti circondati da filo spinati. Mondi in riserva, fuori dallo sguardo. Ci sono persone che non esistono, perché i più non “pronunciano” il loro nome. E ciò che non nomini lo consacri all’oblio. Paria nello stesso mondo del carcere. Paria tra i paria. Per la vulgata dominante l’ergastolo effettivo non esiste, tra permessi e benefici, nel tempo prima o poi si esce.
Ma questo non avviene con  l’ergastolo ostativo. Chi è condannato ad esso rischia davvero di  uscire solamente morto. Dietro quelle sbarre ci sono uomini che non vogliono essere schiacciati dal silenzio, che hanno qualcosa da tirare fuori. Questo blog vuole essere un ponte per la loro vita, per i loro drammi, per la loro anima.

21
mag
12

Un pasticcere a Catanzaro- ricette di Fabio Valenti

Ecco il nostro pasticcere ufficiale, Fabio Valenti, detenuto a Catanzaro.

Oggi pubblichiamo due sue ricette che ci ha inviato recentemente. Il secondo dolce è dedicato a due bambine, Clara e Siria.

Su, provateci, anche se non avete mai fatto neanche un piatto di pasta e olio. Provateci lo stesso.

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IL DOLCE SALAME “IN GABBIA”

Ingredienti:

200g. di biscotti secchi,

130 g. di zucchero,

130 g. di burro morbido a temperatura ambiente

60 g. di cacao amaro

1 uovo,

3 cucchiai di Rum

Procedimento:

-In una ciotola mettete il burro a pezzetti con lo zucchero e con un cucchiaio in legno, lavorate il composto fino ad ottenere un impasto soffice e cremoso. Incorporate l’uovo e il cacao setacciato e mescolate bene.

-Sbriciolate i biscotti con l’aiuto di un batticarne o con un bicchiere. Aggiungere al composto di burro e cacao i biscotti sbriciolati, mescolate e poi inserite 2-3 cucchiai di Rum.

-Mescolate e amalgamate per bene l’impasto, trasferitelo sopra un foglio di carta forno, modellate l’impasto dandogli una forma cilindrica (come il salame). Arrotoratelo nella carta forno, chiudete le due estremità e ponetelo in frigo per 3-4 ore.

-Eliminate la carta forno, spolverizzate con zucchero a velo e poi affettatelo (fettine di un centimetro circa).

P.S.: un dolce tipico di pasqua, ma è così buono e semplice da fare e che viene consumato tutto l’anno. Se volete arricchire questo dolce potete aggiungere all’impasto una manciata di frutta secca tritata, oppure intera.

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I SOFFICI BISCOTTI GIRELLA

di Clara e Siria  (senza uova e burro)

Impasto:

300 g. di farina – 100 g. di zucchero – 150 g. di ricotta – 7 cucchiai di latte – 7 cucchiai di olio – 1 bustina di lievito per dolci – 1 cucchiaio di scorza grattugiato di limone e 1 di arancia 1 pizzico di sale.

Ripieno:

100 g. di cioccolato fondente tritato grossolanamente – 100 g. di mandorle tritate grossolanamente – 1 albume d’uomo.

Procedimento:

1)Setacciate la ricotta dentro una terrina capiente, poi unite lo zucchero, il latte, l’olio e la buccia grattugiata del limone e dell’arancia. Mescolate e amalgamate bene il tutto. Unite la farina con il lievito e setacciati e mescolate  aiutandovi con il cucchiaio di legno e poi impastate con le mani (dovete ottenere una pasta morbida, non appiccicosa ma dura).

2)Avvolgete l’impasto nella pellicola e ponetela a riposare in frigorifero un’ora circa. Per facilitare il lavoro  che andrete a fare, è meglio dividere l’impasto in due parti. Stendete i due impasti (3-4 millimetri di spessore), spennellate le due superfici con l’albume d’uovo leggermente sbattuto e poi cospargete con mandorle e cioccolato.

3) Arrotolate i due impasti, affettateli (1cm circa di spessore), foderate con carta forno 1 o 2 placche da forno, sistemateci sopra le deliziose girelle e infornate a forno già caldo, 180° X 15-20 minuti. Sono pronti quando iniziano a prendere colore.

P.S.: Questi dolcetti li abbiamo dedicati alle due simpaticissime bambine, Clara e Siria. Ci ha colpito il loro affetto, la semplicità e spontaneità  delle loro belle parole. Speriamo, con l’aiuto della loro cara mamma, che attuino questa bella ricetta, magari personalizzando il ripieno perché questa semplice ricetta ci permette di cambiare a nostro gusto il ripieno. Possiamo sostituire le mandorle o le nocciole a granella. Possiamo mettere il cioccolato bianco, oppure la gianduia o il cioccolato a latte. Possiamo mettere la nutella (non troppa). Ancora: un ripieno di marmellata (non troppo) a pezzetti di frutta fresca.

Infine, possiamo anche fare dei biscotti di diverso colore: una metà chiari e una metà scuri. Fate così: quando dividete l’impasto, in una metà aggiungete un po’ di cacao (10 gr circa) sciolto in poco latte, impastate fino a quando il composto non diventa tutto scuro e poi procedete come da ricetta.

Buon divertimento.

20
mag
12

La crisi, di Gino Rannesi

E’ l’attuale crisi economica e sociale l’argomento che affronta questa settimana il nostro Gino Rannesi, prima di rispondere ai vostri commenti:

 

LA CRISI

Come vivono gli ergastolani la crisi che sta attanagliando il nostro paese e non solo? La vivono con una profonda angoscia. Non si parla d’altro. Imprenditori che si ammazzano, disoccupati che si danno fuoco, etc. Poi ognuno illustra i propri problemi, chi lamenta il fatto che da parecchi mesi non vede i propri cari, viaggiare costa troppo e soldi non ce ne sono. Chi il fatto di non avere abbastanza soldi per comprarsi il necessario. Per quanto mi riguarda, allo stato non posso lamentare problemi di soldi, giusto il necessario lo posso ancora comprare. La cosa che più mi spaventa è il futuro. Se si dovesse arrivare al collasso che cosa succederebbe? Se dunque il passato mi tormenta, il futuro invece mi spaventa. Se la gente non può dare da mangiare ai propri figli, sono cazzi amari. Ed infine, forse anche un po’ egoisticamente, tra le altre cose mi capita di pensare anche a quelli che come me vivono questa condizione. Ergastolani. Carcerati a vita. Che ne sarà di noi? Tutte le sere guardo otto e mezzo. Stasera il titolo della trasmissione è: “SUICIDATI DALLE TASSE?”

No, direi piuttosto uccisi dal malaffare che molti governi hanno posto in essere già da alcuni decenni. La crisi sta mettendo gli italiani in ginocchio. Brutta cosa questa. Io non sono nessuno per dire quello che sto per dire, ma lo dirò lo stesso. Quelli che come me si trovano in galera senza prospettiva alcuna, la crisi non possono che subirla, forza maggiore siamo in balia degli eventi. Le nostre condizioni non ci consentano neanche di provare a risolvere i nostri problemi. Ma voi persone libere avete il diritto dovere quanto meno di provare a cambiare questo stato di cose. Suicidarsi non serve, la pelle va venduta cara…

Gino Rannesi. Maggio 2012

 

ALESSANDRA LUCINI –Ciao nobile signora, davanti a me quanto hai scritto il 7 di maggio. Bene, bene, e brava la mia pupa fa l’ironica. Non eri abituata? E ci credo, è la prima volta che fai 61. Ma sai come si dice, “contano quelli che ti senti”. Detto questo, la cosa mi risulta essere assai banale, infatti non è affatto vero. Contano quelli che hai, oppure… Durante un confronto con degli studenti che di tanto in tanto ci fanno visita, una ragazza mi ha chiesto: Quanti anni hai?…-Quelli che di mostro… -Direi 35, 36? Mi inginocchiai ai suoi piedi e le baciai la mano… Ecco, dire quelli che dimostro, forse risulta meno banale. Comunque gli anni passano per  tutti. Scrivi: Prima ci hanno convinti che il superfluo fosse un obbligo ed ora ci tolgono anche il necessaio, drogati come siamo di tv spazzatura… Lo sai che c’è, c’è che sono d’accordo, infatti non si distingue più tra la libertà e la licenza, tutto è dovuto e tutto deve essere possibile… Ma parliamo di cose serie. Scrivi: Sono alta un metro e cintuant… e qualcosa, peso 45 chili… Perfetto, hai peso, misure e qualità. Sento già il tuo abbraccio stretto, stretto. Io sono poco più alto di te, ossia, scalzo, 1.75 peso 80 kg esatti. Ma tu e io sappiamo bene una cosa: non conta quanto sei, ma quanto vali. Tu vali tanto. Tranquilla, col cazz… che mollo. No, non userò nè la bici nè tanto meno la moto, userò il caterpillar. A presto, ciao piccola affascinante grande Donna. Baci Gino.

 ROSSANA –Scrivi: E’ sempre un piacere trovare le tue risposte anche se oggi le trovo un pochino offuscate… Va bene non mi arrabbio, tanto a che servirebbe, non mi arrabbio, ma mi incazzo. Il che non è affatto la stessa cosa. :-) Per quanto riguarda le donne non voglio apparire il buon samaritano, tuttavia non riesco a concepire come taluni soggetti possano scaricare le loro frustrazione su di queste. Mi sembra un atto da vigliacchi, vigliacchi a cui piace vincere facile. Devo dire che, una volta, una sola volta, nella mia vita ho assestato un mal rovescio ad una Donna. Mi sono sentito un verme. Ogni tanto mi capita di ripensare a quell’episodio e ancora oggi me vergogno. Chi scarica le proprie frustrazioni sulle donne o ancor peggio sui bambini ha tutto il mio disprezzo. Scrivi una cosa che mi ha fatto tanto piacere, scrivi una cosa di cui avevo bisogno di sentirmi dire: Non sentirti sospeso, ci sei e questo per chi ti vuole bene è importante. Grazie. Per quanto riguarda Pallottola Spuntata, tranquilla, non lo strapazzo più di tanto, ma solo quando basta. Scrivi: Non molliamo mai e diamoci il rispetto che meritiamo… Grande. Quando sono uscito dal regime speciale, il 41 bis, fui chiamato dalla psicologa. Questa mi ha detto qualcosa di simile, ed inoltre mi invitava ad uscire da quella che lei riteneva essere la mia prigione mentale. Con riferimento a quello che dovrebbe essere il tuo prossimo trasloco, spero avrai risolto. Bene, ti lascio alla  tua minestra. Stasera sono stato ospite nella cella dall’amico Carmelo, abbiamo mangiato bene. Mita, questa nel prendersi cura di noi poveri disgraziati, ogni tanto cucina per noi. Ti sei messa a dieta? Forse per la prova costume? Va bene non rotolare fino a Spoleto, sono sufficienti i tuoi scritti. Almeno per il momento. Virennu facennu.  :-) la faccina con la linguaccia non l’ho vista, non è venuta. A presto, un forte abbraccio Gino.

 PINA –Ciao cara Pina, pensi che io riesca a mascherare quello che è il mio stato d’animo? Beh, possiamo senz’altro dire che ci riesco spesso. Ma non sempre. Davanti a me quanto hai scritto il 7 di maggio. Mi compiaccio. Scrivi: Nessuno muore per cause naturali, “tutti si suicidano”…muovi le chiappe e pensa a come fare per uscire. Per la miseria, questa si è vicinanza. Dunque anche tu mi vorresti fuori? Ne sono felice. Scrivi: L’uomo non muore di malattia, nè di virus, nè per causa di cellule impazzite. Le persone muoiono di rancore, di accuse, di invidia, paure, ansie e di solitudine, queste cose consumano l’essere umano, lo erodano, rendendo così inefficienti le proprie difese immunitarie… Sono senza parole. Brava Pina, questo concetto ha catturato tutta la mia attenzione. La storia del cieco la sapevo già, tempo fa l’ho letta da qualche parte. La morale di questa l’ho capita benissimo. Ascolta, fai in modo di appianare le cose con tua figlia, quanto hai scritto oggi mi lascia senza parole. Quanto hai scritto oggi mettilo in pratica. Rancori, diatriba e quant’altro ti fanno morire dentro. Questa è una verità assoluta. Non spiacerti per il fatto che per adesso non possiamo vederci. Io le chiappe le sto muovendo, eccome. Se riesco nel mio intento, vorrò laddove sarà possibile incontrare tutte le persone che mi sono state vicine, anche e soprattutto quelle persone che attaccandosi alle parole mi hanno giudicato duramente senza conoscermi… A buon intenditore… Ciao mia amica vicina Pina. Un fortissimo abbraccio. Baci Gino. :-)

 SABINA –Ciao super pupetta, mercoledì scorso ho ricevuto la tua letterina. Ho subito risposto con una mia il giorno successivo.Tuttavia ho sentito il bisogno di usare questa spazio per inviarti un ulteriore saluto. Ciao, a presto. Stammi bene. Un forte abbraccio. Gino. :-)

19
mag
12

La diversità è una ricchezza… di Domenico D’Andrea

Un testo di Domenico D’andrea, detenuto a Padova, uno dei nuovi amici che quest’anno sono apparsi sul Blog. Domenico si è dedicato allo studio e alla conoscenza con una dedizione disumana, arrivando a “raccogliere” due lauree e due master, cosa credo sia un record europeo. Crede tantissimo nella riconciliazione e nel rapporto umano, e costruisce velieri, magnifici, fatti a mano in ogni loro elemento,e per chi volesse o regalare qualcosa di vera qualità e aiutare anche un detenuto che combatte da anni contro le ristrettezze economiche può ordinargliene uno (per saperne di più sui suoi velieri vai al link.. ).

Domenico scrive anche dannatamente bene, e ve ne accorgerete da un testo come quello che pubblico oggi, scritto in occasione dell’iniziativa “La diversità è una ricchezza”, organizzata dal Comune di Padova.

L’arte, la diversità, i cunicoli di uomini condannati ad un eterno presente, il buio della desolazione, la lotta per il riscatto, arte come  grande madre, i bagliori che dal cuore salgono.

Il testo va da momenti di lucida e tagliente descrizione della deprivazione di certi mondi, come quando Domenico scrive.

“Quindi l’ergastolano, il condannato a morte e l’internato vivono la loro esperienza in un modo non storico poiché il loro tutto si risolve con un “numero” nel loro presente, senza che ne resti una strana frazione del loro vissuto. “

E momenti di irruzione, quando la luce prende la parola, come in questo passaggio..

È un miracolo quando l’istante spezza le catene, eccolo presente, eccolo già sparito. Prima arriva un niente, dopo un altro niente e torna e ritorna come un fantasma turbando la quiete del prossimo istante che viene a negare l’essenza di un esistenza. L’essere umano che non ha la forza di dimenticare il passato, che vede ovunque diversi è un uomo che non crede nemmeno a se stesso.

“La diversità è un a ricchezza. I diversi, condannati al carcere a vita e quelli condannati alla pena di morte, esprimono il loro vissuto, il loro presente, il loro cambiamento attraverso e solo attraverso l’arte. Giuseppe, Pier Vito, Giacomo, Sergio, Mario, Marco, Paolo, Jacopo, Danilo, e tanti altri raccontano se stessi per mezzo dell’arte. Persone invisibili che devono morire in carcere, i diversi,  voglio diventare visibili attraverso le loro opere e attraverso queste si affacciano al mondo civile solo per dirvi che sono ancora vivi e ve lo dicono con l’arte.”

Un testo magnifico, assolutamente da leggere.

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Ci sono tanti modi per essere considerati un diverso e di intendere la diversità ma spesso, quando le diversità incontrano gli estremi dell’impossibile, il diverso diventa invisibile e lo si può trovare solo in un “non luogo”, cioè in un luogo dove nessuno osa mai entrare nemmeno con la fantasia. Ma questo “non luogo” abitato da “diversi” esiste. Qualcuno lo chiama braccio della morte, qualcuno lo chiama ergastolo bianco, altri lo chiamano O.P.G. ma sono luoghi non molto distanti dalle vostre case dove vi sono rinchiuse persone destinate a morire perché lo prevede una legge.

Il carcere a vita non è poi così diverso dalla pena capitale, ed uno stato civile non può e non deve manifestare l’aberrante bisogno di infliggere sofferenza legale per esigenze di controllo sociale.

Generalmente la reazione sociale verso chi ha commesso un determinato tipo di crimine è una reazione sociale violenta forse peggiore del crimine commesso che l’ha scatenata.

Questo breve tema vorrei dedicarlo a tutte le persone “diverse” che a causa di una pena aberrante, prevista da una legge di un paese civile, si vedono costrette a morire in carcere, agli ergastolani innocenti, ai condannati alla pena capitale che hanno ucciso senza mai aver voluto uccidere, agli ergastolani che non hanno saputo o voluto barattare con lo stato il proprio ergastolo con quello di altri. Cioè a tutte quelle persone che da “diversi” stanno morendo fisicamente e lentamente per dare soddisfazione e retribuzione alla società.

Gli oltre 1500 ergastolani, gli oltre 2.000 internati che vegetano negli ancora numerosi ospedali psichiatrici giudiziari italiani e le tantissime persone in attesa di una esecuzione capitale hanno il tuo stesso volto, la tua stessa voce, la tua stessa anima ma non avranno mai più la possibilità di vedere un cielo stellato, l’azzurro del mare e gli uccelli del cielo e ciò che li accomuna è che entrambe sanno di dover morire in carcere ed entrambe non sanno quando dovranno morire. L’amico giorno gli servirà per svuotare il corpo, l’amica notte gli servirà per svuotare l’anima e morirà solo quando sarà depauperato di tutto il suo spirito, di tutti i suoi sentimenti e di tutti i suoi averi, ecco perché gli ergastolani solitamente vengono mandati a morire sempre lontani dalla propria casa, dalla propria famiglia e dai propri affetti.

I diversi di cui vi parlo hanno una percezione del tempo distorta, sono condannati a vivere il tempo che passa in una maniera contorta e dolorosa finalizzata solo all’attesa della propria morte. Determinando una dimensione ansiogena di disorientamento e di continua inadeguatezza, insieme ad una percezione di perdita di controllo sulla quantificazione dei segmenti temporali e delle corrispondenti quantità ed intensità delle energie erogate dal corpo. Scarsità ed abbondanza di tempo risultano perciò in continua tensione tra loro. Per queste persone il tempo è talmente abbondante, data la rigidità deprimente e depauperante del contesto, da risultare annullato da una totale espropriazione, cosi che la tensione tra scarsità ed abbondanza si stempera e si dissolve in una dimensione tanto rigida quanto rarefatta. Il tempo è talmente riempito da una rigidità, routinaria immodificabile, da essere vissuto come tempo assolutamente invasivo e saturo da non lasciare spazio ad alcuna iniziativa del soggetto. Il tempo che vive questo diverso assorbe ogni dialettica e riduce tutte le configurazioni discorsive ad una sola, e il diverso parla sempre e solo di galera dalla mattina alla sera perché, lo svuotamento del tempo, ha svuotato anche tutte le parole e lo svuotamento del tempo corrisponde con lo svuotamento delle idee e dei discorsi possibili accentuando il disorientamento, l’ansia, la deprivazione, l’avvilimento del sé, il senso di impotenza e di perdita della propria vita.

Per l’ergastolano, per il condannato alla pena capitale e per l’internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario la lacerazione percettiva con il tempo esterno appare incommensurabile e irreversibile. La dimensione in cui veniamo proiettati appare collocarci in un “non luogo” assimilabile solo all’inferno dantesco, dove ogni misura appare dissolta e ogni senso del reale definitivamente perduto. Anche questo aspetto temporale rende l’afflittività di queste persone disumana ed abnorme da essere considerata una tortura perenne, centuplicando la perdita di ogni accettabile e ragionevole proporzione tra la pena e il reato commesso.

Una definizione più o meno approssimativa di “tortura” è rappresentata da un tormento psicologico e corporale di varia specie che si infliggeva un tempo ad un accusato o condannato per ottenere una confessione o qualcos’altro che oggi potremmo definire retribuzione.

Il carcere a vita non è  migliore della pena di morte, anzi sotto molti aspetti può considerarsi peggiore poiché una lunga agonia tormentata da una sottile forma di tortura psicofisica anticipa la morte. Tanto è vero che proprio per questo motivo, anche i padri dell’illuminismo, in Francia, aumentarono la pena introducendo la pena di morte nel codice penale del 1791 e fu escluso l’ergastolo poiché giudicato più intollerabile e si previde come sanzione più grave, dopo la morte, la pena di 24 anni.

Il superamento dell’ergastolo e della pena capitale e dell’ internazione negli O.P.G. è anche un atto di civiltà imposto da ragioni di carattere etico-politico. L’ergastolo infatti non è assimilabile ad una pena che potrebbe retribuire la società, ma è una pena qualitativamente diversa, assai più simile alla tortura e alla pena di morte. È una pena capitale anche nel senso della “capitas deminutio” del diritto romano, in quanto è una privazione anche della vita futura e non solo della libertà come dovrebbe essere intesa. È una pena eliminativa che esclude per sempre la persona da ogni forma di società organizzata e umana. È una morte civile che anticipa prima la morte dell’anima e poi la morte del corpo.

Quanto più giovane sarà la persona condannata tanto più lo strazio e il dolore inflitto produrrà i suoi effetti retributivi verso la società. L’ergastolo, la pena capitale e l’internamento in un O.P.G. hanno fame e sete di giovani. Il fatto che non si debba mai più uscire dal carcere, che non si possano fare più cose e gesta normali nel mondo libero, se costituisce evidentemente il punto di forza e insieme il tratto comune per il mantenimento di certe pene, non può costituire di per se sufficiente garanzia di retribuzione e di proporzione della pena rispetto al reato commesso, così come vorrebbe il principio fondante della funzione retributiva della pena. Infatti è evidente come la lunga agonia che precede la morte in carcere sia sostanzialmente tanto più elevata, quanto maggiore è la durata della vita della persona in stato di detenzione. Un giovanissimo che viene condannato alla pena dell’ergastolo retribuisce di più alla società rispetto ad un condannato adulto o anziano che potrebbe retribuire poco perché pochi sono i giorni che gli restano da vivere. È meglio una fine spaventosa inflitta con la pena capitale che uno spavento senza fine inflitto con un ergastolo.

Il carcere a vita e la pena capitale sono esperienze vitali altamente psicotraumatizzanti che possono dar luogo alla slatentizzazione di molteplici forme di patologie mentali e fisiche che spingono la mente del soggetto, spesso, ad ammalarsi di diverse forme di patologie neuropsicologiche e ad impazzire prima con l’eutanasia della mente e dopo con la morte fisica. L’ergastolo può  favorire  la messa in atto di meccanismi psicotici a causa di uno scompenso di un io, già prima fragile, che non riesce a mantenere più il suo precario equilibrio per l’isolamento, per le preoccupazioni legate al fatto che ha commesso, per la paura che l’ambiente può provocare, per la rottura degli abituali legami, per le frustrazioni, per il contatto continuo ed inevitabile con persone insolite e violente, o per altri analoghi fattori psicologici connessi col vivere un esperienza cosi peculiare, quale quella della certezza di dover morire in carcere.

L’abolizione della pena di morte sostituita con la pena dell’ergastolo ha voluto mettere solo a riparo le coscienze del legislatore che non ha più voluto rivestire i panni del boia. “non uccidiamoli più ma lasciamo che si uccidano da soli”. Questo in riferimento a tutta la questione gravissima dei suicidi in carcere.

Innanzi tutto l’essere posti in carcere e vivere nell’ambiente carcerario son già di per sé fattori dotati di alto significato psicotraumatizzante, e pongono chiunque in una condizione vitale particolarmente difficile, dotata di un elevata quantità di stress. Tutti i cinque sensi, di cui un essere umano per natura ne è dotato, non trovano la loro massima espressione. Scattano fattori particolarmente e comprensibilmente disturbanti dovuti dall’isolamento dalla società, dal regime di vita imposto, la lontananza dagli affetti, la paura di perdere tutto ciò che si possiede, l’incertezza della quantità di vita che rimane da vivere e la generale afflittività che questi tipi di pena comportano. Spinta automatica verso il suicidio.

Quindi l’ergastolano, il condannato a morte e l’internato vivono la loro esperienza in un modo non storico poiché il loro tutto si risolve con un “numero” nel loro presente, senza che ne resti una strana frazione del loro vissuto. Siamo persone non più in grado nemmeno di fingere, di non nascondere nulla per apparire in ogni momento “qui ed ora” in un tutto e per tutto come ciò che siamo diventati, quindi non possiamo essere nient’altro che sinceri davanti a ciò che ci aspetta. Mentre l’uomo, l’uomo invece ancora resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato alzando le mani per invocare i migliori diritti per l’umanità, non ascoltando e non guardando però un suo simile che dal patibolo chiede “perché”.

Siamo davvero alle soglie della modernità? La coerenza etica di uno stato di diritto cede spesso di fronte all’utilità materiale dei risultati, non importa a quale prezzo, cioè al prezzo ancora più atroce della vita stessa. L’ergastolo e la pena capitale rappresentano solo uno sfogo necessario ad un incomprimibile ed irrazionale bisogno di vendetta sociale. La pena dell’ergastolo e la pena capitale, in quanto pene che concretizzano una sorta di eliminazione della persona da parte dell’autorità statale, non può che risultare in contrasto con tutti i principi più nobili della nostra costituzione. L’articolo 2 della nostra carta costituzionale riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. L’articolo 27 sancisce il principio della funzione rieducativa della pena … e per rieducazione non si può non intendere risocializzazione e reinserimento con piena reintegrazione dell’individuo

L’eccesso di giustizia è la peggior forma di ingiustizia. L’esilio che confina l’esistenza nel solo ricordo. Ma anche dall’oblio del “non luogo” nascono dei fiori. La rabbia reagisce, emerge la razionalità e anche il volgo e il mondo scientifico cominciano a credere in buona fede che questi diversi, questi invisibili, non siano più un organismo muto e paralitico o privo di lingua o di mani, solo perché la legge gli ha imposto di tacere e di diventare invisibili cadaveri che camminano. Ma siccome che nessuna legge, per quanto sostenuta dalla sua forza, può contro la natura delle cose, così quest’organismo parla, si muove, partorisce arte e idee a dispetto di tutte le leggi. Questo risveglio si genera per le vie meno note, sempre sotterranee e nascoste. L’arte di noi diversi nasce sulle mura del carcere, sugli orci da bere, sui ferri battuti del letto, sui margini dei libri che ci danno con l’idea di moralizzarci, sui fogli di carta si sviluppano disegni. Sulle tele immacolate si dipingono i quadri. Stuzzicadenti, fiammiferi e vecchie forchette diventano arte, scultura, opera.

Ogni opera artistica compiuta da questi diversi è un crimine non commesso.

Storie raccontate, poesie pensate, graffiti sciorinati, ed ecco che l’arte ideata da un diverso, invisibile e condannato a morte, prende forma con le voci di una realtà senza tempo e senza spazio. Sempre pericolosamente affacciati sul baratro di una decadenza fatta di atrofizzazione di ogni elemento creativo e di rinuncia al futuro. Ossia, in ultima istanza, di un fecondo ritorno alla vita stessa identificata con l’agire nell’arte in uno stato di incosciente oblio.

I diversi di cui vi racconto non sanno più cosa sia l’ieri, cosa sia l’oggi e così dall’alba al tramonto, di giorno aspettando la notte e di notte aspettando il giorno che viene, di giorno in giorno, legato brevemente con il suo doloroso piacere di vivere un altro giorno di più, aggrappato allo spinoso istante che giunge e lo travolge. È in quell’istante che questo diverso invisibile esprime se stesso. Sguardo fisso, espressione assente, mille pensieri tormentano il cervello alla ricerca di una via d’uscita, uno sbocco che dia finalmente pace ai deliri di idee che affollano la mente. Quello che si avverte è la presenza di un energia dirompente, pronta ad esplodere, un senso di inquietudine, di angoscia, frustrazione, rabbia. Il bisogno di qualcosa che non si riesce a soddisfare. Un esigenza che diventa quasi incontrollabile e solo la scarica di questa energia può impedire di impazzire.

I sensi si acuiscono e ogni piccola emozione è amplificata al massimo. La percezione del  corpo è ovattata e i confini dello stesso si espandono. Ma ecco che la visione si fa sempre più nitida e il frastuono iniziale si trasforma in quella che potrei definire “un’illuminazione”. Il progetto è chiaro, basta un occhiata alla tela bianca che  si ha di fronte per riconoscere i propri desideri.

Come in uno stato di trance, si muove il pennello sferrando un colpo deciso su quel rettangolo immacolato, violandone la sua purezza, e un altro ancora e ancora e ancora alla ricerca di quella forma perfetta tanto desiderata. Una rapida successione di colpi, quasi volesse penetrare il quadro per scoprirne l’essenza, in modo tale da compiere il viaggio  all’interno di se stessi, alla ricerca della nostra  vera natura. Quando l’opera d’arte di un diverso è compiuta avviene la compensazione.

All’improvviso la carica si affievolisce lasciando spazio alla quiete, alla tranquillità, donando uno stato di piacere misto a soddisfazione e fierezza, quasi una condizione di estasi mentale. Anche solo guardando l’opera, ci sarà  possibile rievocare quello stato di piacere, e non importa se è passato diverso tempo.

La quiete però non dura a lungo. A poco a poco, il ricordo di quei momenti svanisce e il bisogno di sperimentare di nuovo quelle emozioni, e l’esigenza di ricerca interiore, riaffiora inesorabilmente.

Dal milio verde dei bracci della morte, dalle sezioni zeppe di ergastolani che dovranno morire in carcere, dai lettini di contenzione dei manicomi giudiziari arrivano le opere artistiche più belle. Il passaggio di messa in opera dell’artista non è poi cosi diverso dall’atto del crimine che avrebbe  commesso.

Il vedere ciò che fa male all’uomo spesso ci gratifica, ma rispetto all’animale colui che si gratifica si vanta della sua umanità giacché questo soltanto egli vuole e lo vuole però in vano. È un principio biologico che l’individuo sparisca quando le sue imperfezioni gli impediscono di sopportare l’azione naturale dell’ambiente (morte naturale). C’è però differenza tra l’ordine biologico è l’ordine morale. Il primo agisce spontaneamente secondo le regole della natura umana. Mentre nel secondo caso, l’individuo, pur essendo fisicamente idoneo alla vita sociale, viene soppresso per opera ed in forza di una legge dell’uomo, cioè artificialmente.

Cosi non va bene. La legge non può fare in modo che l’esistenza di un essere umano diventi solo un interrotto “essere stato”, contraddicendo e negando se stessa.

È un miracolo quando l’istante spezza le catene, eccolo presente, eccolo già sparito. Prima arriva un niente, dopo un altro niente e torna e ritorna come un fantasma turbando la quiete del prossimo istante che viene a negare l’essenza di un esistenza. L’essere umano che non ha la forza di dimenticare il passato, che vede ovunque diversi è un uomo che non crede nemmeno a se stesso.

La diversità è un a ricchezza. I diversi, condannati al carcere a vita e quelli condannati alla pena di morte, esprimono il loro vissuto, il loro presente, il loro cambiamento attraverso e solo attraverso l’arte. Giuseppe, Pier Vito, Giacomo, Sergio, Mario, Marco, Paolo, Jacopo, Danilo, e tanti altri raccontano se stessi per mezzo dell’arte. Persone invisibili che devono morire in carcere, i diversi,  voglio diventare visibili attraverso le loro opere e attraverso queste si affacciano al mondo civile solo per dirvi che sono ancora vivi e ve lo dicono con l’arte.

Questo piccolo mondo di diversi invisibili non chiede di essere cancellato dall’umanità con un colpo di spugna. Il diverso che ve lo dice con l’arte manipola le sue idee come se fosse uno scultore che deve modellare il materiale che ha scelto per creare l’opera e poi lo dispone in maniera simbolica per rivedere il suo passato. Non è un percorso facile perché riguarda un cambiamento interiore che l’invisibile manifesta con l’arte. Solitamente tutti questi diversi una volta richiusi in carcere, in attesa della morte, scoprono un improvvisa passione per la pittura, per il disegno o per la letteratura poetica.

Giuseppe, Pier Vito, Marco, non dipingono più esseri umani dotati di arti, in una maniera inconscia e convulsiva al posto delle mani dipingono pennelli quasi a volerci dire che quelle mani non serviranno mai più per fare del male ma sono utilizzate e dedicate all’arte.

Ogni opera d’arte compiuta è un crimine non commesso.

Diciamolo con l’arte. Anche i diversi invisibili condannati al carcere a vita chiedono di interrompere questi omicidi legalizzati, che non danno certo un esempio di legalità, spesso lo dicono con l’arte che l’atrocità  per retribuire altre atrocità con le leggi di uno stato democratico non dovrebbero alimentare il fiero esempio specie quando la morte civile inflitta ad un proprio simile viene data con studioso e coscienzioso volere burocratico.

18
mag
12

Elementi per un profilo della persona ex detenuta.. di Giuseppe Colazzo

Giuseppe Colazzo è un ex detenuto, adesso in semilibertà.

Osservate come le parole possono essere limitanti. Dire ex detenuto, sembra quasi voler dire che in qualche modo un po’ detenuti lo si resta sempre.

Certo anche il titolo del suo articolo parla di “persona ex detenuta”. Ma il contenuto in realtà reagisce a tutte quelle azioni e prevenzioni mentali e sociali, che tendono, per forza di inerzia a porre il detenuto nel ruolo di ex.. appunto.. detenuto, e non di uomo completo, integrale, pronto a conquistarsi pienamente la sua vita.

Giuseppe Colazzo è una persona che studia e cerca di crescere costantemente. Ha creato uno spazio sul carcere molto interessante, dal titolo “Art. 27″ (vai al link.. http://articolo27.webnode.it/).

Di tanto in tanto inseriremo qualche suo contributo. Come il pezzo di oggi, particolarmente delicato e interessante.

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ELEMENTI PER UN PROFILO DELLA PERSONA EX DETENUTA

Dal punto di vista psicologico la persona svantaggiata, anche a causa dell’emarginazione sociale determinata dalla detenzione, denota fragilità, insicurezza, mancanza di prospettiva reale, perdita o diminuzione consistente dell’autostima, equilibrio instabile, irritabilità accentuata, difficoltà a concentrarsi, incapacità di apprendere dalla storia personale o dalle vicende di altri[1].
Per quanto concerne l’ambito lavorativo il periodo della carcerazione ha necessariamente determinato alcuni inconvenienti riferibili al “tempo di vita sospesa” passato in detenzione: la sospensione dell’attività lavorativa, la desuetudine all’esercizio di abilità tecniche, intellettive e manuali, il mancato aggiornamento sulle innovazioni dei materiali, degli strumenti, dell’attrezzatura. La vita trascorsa in carcere, lo svilimento della propria capacità professionale, l’eventuale emarginazione di un “deviante tra i devianti”[2].
Tutti questi inconvenienti sono ancora più incisivi se si tratta di detenuto che non ha mai seriamente lavorato o ha svolto incarichi di lavoro molto saltuari o estremamente precari (aiuto barista, gommista, aiuto idraulico, fattorino…). Per costoro la proposta di formazione professionale e lavorativa non viene recepita né riferita ad un concetto teorico che si identifichi con il lavoro perché questi detenuti non sanno proprio cosa significhi il lavoro e meno ancora un lavoro.
Queste situazioni turbano e aumentano l’insicurezza e il disorientamento personale: la prospettiva lavoro, della quale tutti gli operatori istituzionali e sociali parlano con enfasi attribuendole un’importanza insostituibile, è percepita come condizione determinante, ma è anche affrontata con passiva acquiescenza: “sono qui e voglio vedere cosa voi siete in grado di farmi fare!”.
Il detenuto che aveva lavorato prima della carcerazione, in prossimità del (re)inserimento lavorativo manifesta qualche perplessità: “La detenzione non mi ha per caso arrugginito troppo? Sono in grado di far fronte per otto ore alla fatica? Come mi accoglierà l’ambiente di lavoro?”.
La capacità relazionale della persona viene messa a dura prova perché deve essere in grado di modificarsi, anche in modo rilevante, simultaneamente all’uscita dal carcere. È certo che il riadattamento della persona non è semplice, né lineare e neppure progressivo. Nella dialettica tra il detenuto e il contesto di riferimento (famiglia, ambito lavorativo, condominio, gruppi amicali…) si evidenziano alcune distorsioni e forzature reciproche, diffidenze, pregiudizi di andata e ritorno: “Gli altri capiscono subito che sono stato in carcere! I miei precedenti mi costringono a subire atteggiamenti prevenuti che non avrei mai tollerato! Come reagiranno e si relazioneranno con me i miei figli, mia moglie, i miei familiari!?”.
Effettivamente il ritorno in famiglia dopo la carcerazione pone nel gruppo qualche problema, anche complesso, perché, come riferisce De Salvia, “i familiari, che si sono abituati a gestire in sua assenza i loro rapporti in modo funzionale, devono forzatamente riposizionare gli indicatori di status e riformulare le relazioni di ruolo secondo una nuova dimensione e più articolate interazioni”[3].
La situazione dell’ex detenuto appena liberato fa venire in mente l’idea di trovarsi immerso in un liquido molto fluido nel quale non è possibile fissare alcun punto stabile: la famiglia può essere percepita formalmente come riferimento, tuttavia al suo interno le relazioni intersoggettive devono subire un processo di maturazione, di rinegoziazione, di riposizionamento; per quanti sforzi si facciano, i tempi e le modalità di sviluppo possono seguire itinerari personali senza riuscire a sincronizzarsi e a sintonizzarsi.
La capacità di riproporsi in modo costruttivo costituisce l’obiettivo preminente. Appena terminata la carcerazione (ma anche quando la persona esce dal carcere in misura alternativa, come la semilibertà o l’affidamento in prova), la persona vive una “ubriacatura di libertà” nella quale egli deve nel più breve tempo possibile riprendere possesso delle proprie facoltà, recuperare il tempo perduto, riappropriarsi delle proprie capacità e rimettersi alla prova come partner affettivo e sessuale, come genitore, come figlio, come lavoratore… Si può affermare quasi che l’ex detenuto vive una situazione paradossale: ha bisogno di conferme per migliorare l’autostima, ma si sente insicuro, fragile, impotente, avvilito, e quando si ripropone, ad es. per un colloquio di lavoro, deve mostrare capacità di autocontrollo, di relazione matura ed adulta, di gestione delle tensioni…
Per favorire questa attività di riequilibrio dinamico si ritiene sia indispensabile l’affiancamento e l’accompagnamento di un tutor durante le fasi iniziali del reinserimento lavorativo.
 
 
[1] Cfr. Gonin, op. cit., il quale ha evidenziato tra l’altro, le sofferenze psicologiche dovute alla detenzione.
 
[2] G.D. Colazzo, La devianza tra i devianti. I valori, le norme di una comunità carceraria e la loro trasgressione, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, 2005.
 
[3] Durante il mio tirocinio presso il CFPP ho avuto modo di parlare approfonditamente con diverse figure che collaborano, anche esternamente, con l’Agenzia per il reinserimento socio-lavorativo di persone detenute o ex detenute. Con molti di loro ho partecipato, in qualità di volontario, al progetto “Carcere: territorio della città”, patrocinato e finanziato dalla Provincia di Torino, che si pone come obiettivo, tra gli altri, quello di sensibilizzare i giovani delle scuole medie superiori sui temi della devianza e della criminalità.
 
 
17
mag
12

Recensioni- Claudio Conte su “Tu come tutto quello che tocchi”cchi”

Per la rubrica Recensioni - nata da un’idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro- una recensione, da parte dello stesso Claudio, di “Tu come tutto quello che tocchi” di Clara Nubile.

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Su “Tu come tutto quello che tocchi” di Clara Nubile – Ed. Bompiani

di Claudio Conte

Un libro vero, sì. E’ quello che s’intuisce dalla forza espressiva dei fatti narrati da Clara Nubile, una scrittrice esordiente, nata in Puglia e vissuta in India, ma ritornata a raccontare, con una travolgente vena poetica, gli echi di una realtà che hanno attraversato la sua terra, illuminata da uno splendido sole come quello che bacia la fertile campagna salentina.

E’ una storia di “mafia” raccontata con lessico  medio, come si conviene a una vicenda che si dipana nei sobborghi, periferie di una città come Brindisi, schiacciata tra  ”l’azzurrare” del mar e i “fumi chimici” prodotti nella zona industriale, che come “serpenti velenosi” strisciano il cielo.

Una vicenda nella quale le dinamiche criminali s’intrecciano con quelle sentimentali, familiari di esili esistenze nate monche, come farfalle incapaci di volare… che la natura ha già condannato.

Interessante la scelta di più narratori, tanti quanti sono i personaggi coinvolti nella vicenda. Una nota deve segnalarsi a questo proposito, la carenza di adeguati “registri” per ognuno dei personaggi fatti intervenire. Omogeneizzati nell’inevitabile “monostile” linguistico dell’autrice.

La struttura polinarratoriale ha inoltre permesso di evitare una presa di posizione morale del narratore, affidandola a quella variegata di ogni personaggio intervenuto. Riflettendo, in tal modo, un relativismo etico-culturale, un pensiero debole… in perfetta armonia con quello che impera nella società di oggi.

Un impegno che però non può essere eluso da un’autrice che ha delle idee e voglia farle conoscere. Non può, infatti, ignorarsi e giustificarsi l’opportunismo radicale… l’assenza totale di valori, finanche di quelli espressi da sub-culture abbondantemente stigmatizzate di cui sono intrise le pagine del libro.

Così come non può tacersi su alcuni passi del racconto, di forte impatto emotivo, che però (essendo reali) rievocano quelle forme di “sciacallaggio mediatico” che non tengono conto dei sentimenti, e del dolore che hanno provato e che continuano a provare coloro che hanno subito un torto, un lutto ed invece di ottenere giustizia, hanno ottenuto da parte dello Stato un’ ingiustizia ancora più grande, con leggi che premiano coloro che sbagliano.

Leggi che offendono non solo la Costituzione… ma soprattutto il “comune senso del pudore”.

Un argomento questo… sul quale, quegli operatori del diritto (giudici e magistrati) che hanno dovuto applicare tali leggi, “subendo” questo vulnus del diritto e del loro “credo”, potrebbero aprire un pubblico dibattito.

E’ tempo che il senso del giusto ritorni a prevalere sull’utilitarismo e l’opportunismo che anche nel campo della giustizia hanno caratterizzato questi ultimi vent’anni….

Catanzaro-carcere

27 aprile 2012

16
mag
12

Libero arbitrio.. di Vincenzo Furnari

Pubblico oggi un pezzo di Vincenzo Furnari -detenuto a Catanzaro- scritto nell’ambito del corso di scittura creativa, tenuto dal grane attore-scrittore-sceneggiatore-regista Eugenio Masciari, l’anno scorso e per i detenuti dell’ Alta Sicurezza 1, nel carcere di Catanzaro appunto.

Da quel corso è nato il libro “La mia vita è un romanzo”, edizioni La Rondine.

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Se il mio pensare è libero? Penso di sì. Certo i pensieri di ognuno di noi sono limitati dalle nostre conoscenze: quindi secondo me l’uomo più conosce e più lui e i suoi  pensieri sono liberi. Ricordo un episodio di un barbiere che nel suo salone aveva un ragazzo che faceva le saponate ai clienti. 

Un giorno successe che morì un vicino di casa  di questo ragazzo. Dispiaciuto disse al suo principale “lo sai, è morto tizio”. Il principale lo guarda e gli dice: “se lo mettesse di dietro”. A questo punto il ragazzo gli dice: “Principale, quando morirà lei, che cosa dirà visto visto che ognuno che muore dice che se lo deve mettere di dietro?”.  ”Che penso? Che se lo mettessero di dietro tutti quelli che resteranno”. Per me questo è un pensiero libero.

La parola felicità per me è una parola che non ha misura. Mi spiego meglio: si può essere felici per quello che si ha. Per me la vera felicità è quella della propria coscienza. Qualsiasi uomo che non ha grossi peccati sulla coscienza è un uomo felice, in qualsiasi posto esso si trovi, qualsiasi trattamento riceva, in quanto qualsiasi privazione fa soffrire il corpo ma non l’anima. Viceversa un uomo che ha gravi peccati sulla sua anima, non sentirà mai la gioia della felicità, perché puoi anche ingannare il mondo intero, puoi specchiarti e ingannare te stesso, ma non puoi ingannare la tua mente e la tua coscienza. Come dire, il vero peccato non lo fa colui che sbaglia… ma colui che non comprende di avere sbagliato. Chiunque tardi a pagare ma alla fine paga, non lo chiamare cattivo pagatore.

AFORISMI SU LIBERO ARBITRIO E FELICITA’

1 In teoria esiste una perfetta possibilità di felicità: credere nell’Indistruttibile in sé e non aspirare ad esso;

2 L’indistruttibile è uno. Ogni uomo lo è, e contemporaneamente esso è comune a tutti; di qui i legami fra gli uomini, indissolubili come nessun altro.

3 Ci sono nella stessa persona cognizioni che, pur nella diversità più totale, hanno lo stesso oggetto, così non si può che dedurre l’esistenza di soggetti diversi nella stessa persona.

4 Saggia te stesso e l’umanità; essa fa dubitare il dubbioso e fa credere il credente.

5 Non giudicare male un cieco se ti calpesta un piede perché anche tu un giorno potrai essere privo  della vista.

6 All’uomo non serve solo vedere bensì anche capire. L’uomo che vede sa dove mette i piedi. Quello che comprende sa dove si trova.

7 Anche una giornata fredda e piovosa può diventare gioiosa poiché la volontà di Dio è sempre infinita.

8 Qualsiasi uomo che dice di dire tutta la verità ne lascia sempre una parte e non perché è bugiardo ma perché non comprende esattamente tutto quello che gli succede.

9 Se questo mondo esiste ancora, è proprio dovuto al fatto che tutti i pensieri sono figli di una sola mente.

10 Vi parlo di un fatto di mia conoscenza. Se una pecora macellata da poco la si espone due ore ala vista della luna, la carne diventa verde. La stessa carne messa fuori con la stessa luna, ma girata in modo che i raggi  della luna non la colpiscono direttamente, non diventa verde. Quindi non è la luce  della luna che modifica il colore della carne, ma se la si fa illuminare da lei o meno.

11 Ricordo una frase che dicevano gli anziani, che faceva così: Il mondo è come la gamba di un cane, storta per natura, e qualsiasi essere umano che la voglia raddrizzar, la storce ancora di più.

12 Se è vero che l’acqua scorre verso il basso così è pure vero che l’uomo va sempre verso la speranza.

Vincenzo Furnari

15
mag
12

Pollai, canili e carceri – di Carmelo Musumeci

Nonostante ogni tanto anche i mass media  comincino a  parlare di quanto sia diventata drammatica la situazione delle nostre carceri, su tutto regna una diffusa indifferenza e molto spesso ci si preoccupa più della vivibilità e dei diritti degli animali, con tutto rispetto anche per loro:

Pollai, canili e carceri

Se avremo aiutato una sola persona a sperare, non saremo vissuti invano. (Martin Luther King)

Su un articolo di Alessandro Sala, leggo:

-Quei canili come lager, l’Europa si mobilita. Una petizione dei cittadini ha già raccolto centinaia di migliaia di firme. (www.corriere.it)

E ancora sul libro dal titolo “Detenuti”, appena uscito, dall’autrice, deputata, Melania Rizzoli, (Editore Sperling Kupfer) leggo:

-Gli animalisti hanno definito le condizioni in cui si trovano i detenuti nelle celle italiane “intollerabili per i polli in batteria”, senza sapere, a proposito di animali, che il costo del cibo per un detenuto in questi anni di crisi economica è sceso a 3,8 euro al giorno per la colazione, il pranzo e la cena insieme, mentre il comune di Roma ne spende 4,5 per ciascun ospite dei suoi canili.

 I carceri italiani scoppiano, si vive uno sopra l’altro, peggio delle bestie e da quello che leggo nei giornali e sento alla televisione si è più umani con gli animali che con le persone.

Si è più sensibili con i cani nei canili, con le galline nei pollai e con tutti gli altri animali, che non con i detenuti, eppure penso che  una cosa non dovrebbe escludere l’altra.

Lo so, gli animali non commettono reati ed è molto difficile difendere i diritti dei “cattivi”, ma  ricordo che il carcere è un’autostrada dove ci possono passare tutti.

Per questo converebbe a tutte le persone difendere sia i diritti umani, sia quelli degli animali.

Invece il destino dei diritti umani è di essere più popolari se si difendono nell’abitazione degli altri più che a casa propria.

Non mi resta altro che rammentare ai nostri politici che nelle carceri italiane non c’è nessun Stato di diritto, ma esiste piuttosto un arbitrio di burocrati che gestiscono le persone che ci lavorano e i detenuti, che scontano una pena in modo violento, tragico e illegale.

L’unica buona notizia per i detenuti che non hanno avuto la fortuna di nascere animali viene dalla Comunità Papa Giovanni XXIII:

Le persone accolte che svolgono il programma per intero non delinquono più: la recidiva (persone che tornano a delinquere dopo aver scontato la pena) di chi sconta la pena in carcere è del 70% mentre tra chi espia la pena presso la Comunità si riduce al 10% . In questo momento sono oltre 80 le persone che espiano la pena nel solo territorio di Rimini. Oltre 300 in tutto il territorio nazionale.

 Questa è la maniera per svuotare le carceri, applicare una pena intelligente e socialmente  risarcitoria fuori e non dentro chiuso in una cella, uno sopra l’altro, uno accanto all’altro, senza fare nulla.

Carmelo Musumeci.

Carcere Spoleto, maggio 2012

www.carmelomusumeci.com

14
mag
12

Adesso svegliati Sogno.. di Giovanni Zito

 

Un altro dei visionari viaggi di Giovanni Zito – detenuto a Carinola- dentro i meandri della sua anima, delle sue vene, dei suoi sogni.

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L’ultimo giorno lasciava il mio cuore.

Le mani nelle tasche guardavo sfuggire

lentamente i bordi della mia vita.

Una folla di ricordi mi attanagliavano implacabilmente,

avrei voluto allontanarli ma risultava molto difficile

dominare il mondo interiore.

Il silenzio regnava, nel mio animo  accesi una sigaretta. Mentre il battello dei ricordi mi portava verso il largo.

Tutto appariva ormai lontano, l’Etna spiccava all’orizzonte come creata da una forza soprannaturale.

L’ultimo abbraccio il sapore amaro, l’inizio della mia lunga e sofferta carcerazione. L’inganno della luna che si nasconde con le stelle. Alla fine  e mille volte più difficile farcela. Mille volte più atroce la distanza.

Non tutti possono farsi trascinare dalla corrente della vita, dal sogno. Alcuni devono fermarsi per raccogliere e conservare ciò che rimane incastrato sulle sponde dell’anima come le parole rubate ai grandi poeti.

Io prendo me stesso in volo dal mio pensiero, dove le primavere sono più avanti di me. Sì, è vero, lo penso, quel p asso della giovinezza, ma non la voglia di vivere. C’è sempre la speranza  dietro la porta socchiusa, progetti lontani. La stessa determinazione di un sogno migliore, senza minuti né ore. L’amore si porta i suoi ricordi, come il tempo le sue pene. Corro, sto correndo a pier di fiato, salto l’ostacolo con penna, quanta fatica.

Mi concentro, sono pronto, riparto da zero, perché sono cose che succedono. Bisogna maneggiare tutto con cura. Si deve avere attenzione quando respiro petali di ghiaccio. La tua voce dentro di me e quei passi insicuri, ma non ci sei giovinezza mia, e non dico una parola, rimango come il vento, passando lieve nei momenti peggiori, dormendo un’altra notte, alla fine mi ritrovo nei limiti dei miei occhi e questo foglio frutto del mio cammino, non c’è più aria pulita in questo Paese di sogni, anche quando tutto mi sembra  così vicino. Per me sono distanti le cose, ancora una scusa banale ed evanescente.

Non capisco cosa si nasconde dietro quella maschera bianca. Ed un vestito  nero, elegante dei poveri.. ma si pagano sempre i conti, quelli più urgenti, inevitabili, anche se tutto questo non durerà in eterno.

Adesso svegliati Sogno.

 

14
mag
12

Una giornata terribile, di Gino Rannesi

Ecco da Gino Rannesi la descrizione di una giornata non proprio felice e le risposte ai vostri commenti lasciati sul blog:  

UNA GIORNATA TERRIBILE

Qualche giorno fa: Rannesi, dal fisioterapista. Alcune sedute per una botta al ginocchio che tarda a guarire. Mi sdraiai sull’apposito lettino ed ecco che la dottoressa si mise all’opera. Poco prima di entrare in quella stanza avevo ricevuto un po’ di posta che mi ero portato dietro. La seduta sarebbe durata all’incirca una mezzoretta. Ragion per cui pensai di passare quel tempo leggendo qualche scritto. Il primo che mi “capitò” sottomano era stato redatto da una donna. Premesso che durante la notte avevo sognato di mangiare dei dolci, che tutte le volte in cui in passato ho sognato di mangiare dei dolci sono poi sempre arrivate notizie amare. Presi a leggere quella maledetta lettera, non l’avessi mai fatto. Sono stato assalito dallo sgomento. Ma il peggio era ancora da venire. Quella per me doveva essere una giornata di tribolazione. Poco dopo l’inizio di quella seduta che non dimenticherò mai, nella sala fece il suo ingresso l’agente responsabile della spesa. Con un gesto della mano mi fece capire che aveva qualcosa di importante da dirmi. Pensai ad un qualche problema di spesa… Invece no. Mi alzai dal lettino, seguì l’agente in una stanza attigua, e l’agente: Rannesi ha telefonato un suo familiare, ha chiesto che lei possa telefonare subito a casa, Nicholas si è fatto male. Ho già chiamato il centralino, se vuole può espletare la telefonata da qui  a pochi minuti. Non trovo parole per spiegare come mi sono sentito. L’agente: Stia tranquillo, se fosse stato qualcosa di grave non l’avrebbero avvertita. Ma io sapevo bene che non è affatto così che funziona: infatti, se fosse stata una fesseria non mi avrebbero mai avvertito. Ragion per cui temetti il peggio. Ammutolito e attonito uscii di corsa, mi avviai alla volta della mia sezione e nel farlo provai un immensa angoscia, era come se fossi sprofondato nel nulla. Mi sentii svuotato di ogni forza, ripetevo a me stesso: sono finito, mi ammazzo, la mia vita non ha più senso. Arrivato in sezione entrai subito nella stanzetta addebita per le telefonate, alzai la cornetta del telefono e dall’altra parte l’agente: Rannesi, le faccio subito il numero, rimanga in attesa. Nell’attesa che il telefono squillasse, in un baleno ho ripercorso quella che è stata la mia vita, un fallimento. Ecco che il telefono squillò. Subito la mamma di Nicholas: Stai calmo, stai calmo, non è niente di grave. Nicholas ha battuto la testa, l’ho portato al ospedale, gli hanno dato tre punti. Per stanotte rimarrà sotto osservazione. Ho chiamato perché Nicholas è stato colto da una crisi, chiamava te, mi diceva: Chiama il mio papà, chiamalo subito, ci voglio parlare, voglio il mio papà… Te lo passo:-Ciao papà, ti voglio bene… Papà,ma stai piangendo?- No, è solo che sono felice di sentirti, ti amo e sei tutta la mia vita… Poco dopo, finita la telefonata nell’uscire da quella stanzetta incontrai un altro “morto”: Che hai, mi sembri sconvolto. – Niente, solo dieci minuti fa stavo pensando di ammazzarmi, ora invece mi sento rinato… All’inizio di questo mio scritto ho fatto riferimento ad una lettera che aveva segnato l’inizio di quella giornata terribile. Bene, a te che quella lettera l’hai scritta, voglio dedicare quest’ultimo rigo.

Nicholas è l’unica cosa buona che sono riuscito a fare nella mia non vita da morto che cammina…

Gino Rannesi. Maggio 2012.

 LUCIANO –Ciao Luciano con molto ritardo ho ricevuto il tuo scritto che fa: “Un giorno qualcuno mi disse” avercelo noi, in Sicilia, uno come Umberto bossi! Certo, è probabile che forse qualcuno di questi ha trovato da solo la risposta. Ma fai bene a dire forse. Non è forse vero che chi è causa del suo male pianga se stesso? Molti dei nostro politici meridionali uno come bossi lo mangerebbero a colazione. I nostri politici però hanno l’alibi. In Sicilia c’è la mafia. Da noi va tutto male perché c’è la mafia. Ma ultimamente  non è che al nord se la passino tanto meglio. Hai sentito la battuta di grillo? “Lo stato strangola più della mafia”… apriti cielo. In questo paese di merda si continua volutamente a  fare delle distinzioni di sorta. Scusami Luciano, ultimamente sono particolarmente incazzato. “Io sto dall’altra parte” ma andate a fare in culo. Scusa Luciano, non ce l’ho con te. Ogni organizzazione  dedita a delinquere merita lo stesse aggettivo. Perché nel meridione si chiama pizzo mentre altrove si chiama tangente? E poi ancora vorrei chiedere ai perbenisti che dichiarano di stare dall’altra parte, lo sapete voi che la merda del nord viene scaricata al sud. In quello stesso sud che voi moralisti del cazzo continuate a prendere le distante? Luciano, bene ha detto tuo nonno.  “Pa bissari, prima sa spasciari”. Hai seguito le elezioni? Immagino di sì. Noi Siciliani siamo unici, hai visto il nuovo che avanza? Ciao Luciano. Ti voglio bene. A presto Gino.

 MARIO ROSSI –Ciao Mario, spero stai bene. Negli ultimi scritti non ti ho trovato, ma ti scrivo lo stesso per farti sapere che le tue battute sulle donne a qualcuno non sono piaciute. Ragion per cui te lo chiedo per favore, lasciamo stare le donne. Queste hanno sempre ragione, soprattutto quando hanno torto. Per quanto riguarda il riferimento che hai fatto sui figliocci e sui compari, sappi che qualcuno ti ha scambiato per un vero vecchio padrino. Se ti capita di essere in vena di fare battute sulle donne e su quant’altro, inviami pure i tuoi scritti a questo indirizzo. Via Maiano 10, Spoleto, 06049 PG. A presto. Un forte abbraccio Gino.

 SILVANA –Ciao Silvana, anch’io sono molto impegnato. Tra le altre cose il 21 c.m. iniziano gli esami. Ragion per cui avrò meno tempo per dedicarmi alle cose che mi piacciono fare. Un forte abbraccio che va esteso anche a Speranza. A presto fuori. Baci,  Gino.

 ALESSANDRA LUCINI –Ciao bella Donna, innanzi a me quanto hai scritto il 29 aprile. Certo, avrei trovato le parole giuste per il magistrato, avrei anche provato a stupirlo, ma devo dire di esserci già riuscito in qualche altra occasione. Non è venuta. Ha fatto sapere che un impegno improvviso non le avrebbe permesso di essere presente, ma che comunque ci sarà in qualche altro incontro. Pazienza. Io comunque vado dritto per la mia strada. Il prossimo mese ho una udienza in cassazione, se Dio lo vorrà… No, no, quella pomata la mutua non la passa… Nicholas mi stupisce sempre di più, so che mi vuole del bene, sapevo che gli mancavo, ma non pensavo fino a questo punto. Ho sempre pensato e saputo e anche capito che un bambino quando si trova in difficoltà, chiama la mamma. Nicholas invece chiama il suo papà. Quanto accaduto mi ha molto scosso. L’altra volta a colloquio mi ha chiesto: Papà, ma tu da quanto tempo ti trovi in questo posto?… Probabilmente orecchiando qua e la avrà sentito che il suo papà si trova lontano da oltre 20 anni, ragion per cui i conti non gli contano. JLui di anni ne ha solo.  Vedremo il da farsi, vorrei potergli spiegare tutto, ma vorrei farlo in un ambiente che non sia  il carcere. Si, la cresima di Ivano è stata emozionante. A proposito di Ivano, stamattina c’è stata la messa, lui non è venuto. Questo fatto ai catecumeni che l’ho hanno preparato per la cresima non è sfuggito. Mi hanno chiesto del perché Ivano non fosse venuto, gli ho detto che era rimasto a letto perché stava poco bene. Nel bel mezzo della messa ad un certo punto dal campo di bocce che si trova quasi attaccato alla chiesa, d’un tratto si è alzata una voce disturbatrice, e vai, e vai, grida e  urla, indovina un po’. Era la voce esaltatrice di Ivano, aveva azzeccato la bocciata. Urla che tutti hanno identificato nella voce di quella cosa fitusa, anche i catecumeni. Ho fatto una figura di merda… sono stato più lungo del solito? Scusa, ho bisogno di affetto. Bacionissimi. T. v.t.b. Gino.  

 LAURA RUBINI –Ciao Laura, felice di ritrovarti. Dal tuo scritto, ossia, quello del 26 aprile apprendo che sei diventata mamma. Congratulazioni, sono sicuro che Michele ha degli ottimi genitori, ho visto una foto che ti raffigura insieme a tuo marito, siete una bella coppia, ragion per cui Michele non potrà che esserne felice. Un bacino al piccolino. Si, l’avevi detto che sei di Perugia.  Scrivi: mi colpisce quello che hai scritto del delitto di Perugia. Ho scritto quello che penso. Certo, alcuni fatti accaduti nel perugino e dintorni destano allarme, ma io mi auguro e vi auguro che le cose possano cambiare. Non voglio che Perugia debba diventare un Bronks. Perugia mi piace, è una bella cittadina. Bene, ti mando un affettuosissimo abbraccio. A presto. Gino.

 ENZO –Ciao Enzo, dunque avevo visto giusto! Hai sposato Antonella, bellissima Donna. Certo che ho una bella memoria, e mi fa piacere che anche  tua moglie ce l’abbia. Ricordo benissimo come eravamo vicini di casa. Faccio un lungo respiro, mi hai ricordato l’odore del pane di casa. Per la miseria, hai due figli così grandi? Mio Dio, manco da una vita. Scrivi: adesso vorrei dirti un mio desiderio che spero che un giorno possa avverarsi, mi piacerebbe andare a pensare nella bella spiaggia di porto palo… io, tu e ci portiamo a Salvatore e se ci fa piacere ci portiamo anche tuo figlioccio Ivano… Per la miseria, mi scappa da ridere. Scusami Enzo, ma metti che qualcuno ti chiedesse: ma tu perché vorresti andare a pescare con un criminale quale è Gino?… Ci sono tanti bravi ragazzi disoccupati in giro, ma porta loro a pescare… Detto questo, caro Enzo, voglio dirti che sì, anche per una sola volta, a pescare insieme ci andremo. Ciao a presto. Un forte abbraccio Gino. Ciao Antonella.

 MICHELE – Ciao Michele, il fatto che tu abbia molto lavoro non può che farmi piacere, con i tempi che corrono è una vera fortuna. Sei padre di 5 figli? Ti sei dato parecchio da fare, complimenti.  A presto. Un affettuoso abbraccio. Gino.

 PINA –Pina, sei mitica, quanto hai scritto il 29 aprile mi ha fatto tanto ridere. Immagino i soliti comizi, accompagnati da salsicciate e poi il giorno dopo come dici tu ti prendono a pietrate. Però i nostri politici sono super bravi. Mica come quelli del nord che ce l’hanno “duro”. I nostri invece di duro hanno solo la faccia. Avevo capito male, quindi per Pasqua sei stata a Catania per vendere e non comprare. Spero avrai venduto tanto. Tutto sommato i nobili catanesi se la tirano un po’, ma non sono poi così tanti avari. Per quanto riguarda quel nobile che mi ha negato la mano di sua figlia, beh, ha fatto bene, l’ha salvata. Certo avrei fatto un bel salto, il famoso salto di qualità. Ma meglio così. Pina mi sorprendi sempre di più, sai parlare l’inglese? Grande! Io so un po’ di tedesco e un po’ di francese. Va bene, per il momento ti saluto con un caloroso abbraccio.  A presto Gino.

 ROSSANA –Buona sera Rossana, io sto bene, e tu? Noto subito come questo tuo scritto, ossia quello del 29 aprile sia particolarmente allegro. Vedo tante faccette sorridenti. Si, certo, nel leggerti mi strappi sempre qualche sorriso. ultimamente non è che abbia sorriso così tanto. Scrivi: mia madre dice che sono la figlia che la fa sentire importante però poi lo dice anche agli altri 4. Sono d’accordo, sono bugie d’amore. La mia mamma diceva… Je lo dice ancora oggi e gli altri fratelli si “ingelosiscono”. E ci credo che le tue amiche ti vogliono bene, sei brava a fare i dolci. Anch’io mi sopporto quel rompi palle di lupo Alberto, lui sa fare i dolci. No, non credo che esagerano, vero è, sei solare, altruista e generosa. Lo si evince da quello che scrivi, lo si evince dal fatto che trovi il tempo di scrivere a persone che come me si trovano in galera. Scrivi: spero in una risposta visto che l’assenza di questi giorni si è sentita… Ecco, Questa è la conferma che quanto detto sopra è vero. Rossana, il 21 c.m. iniziano gli esami, perciò adesso mi devo preparare, le materie da approfondire sono tante. Durante l’anno ho fatto quello che ho potuto, come sai lavoro. Ma adesso devo prepararmi a dovere. Agli orali ci sarà la preside, e questa non farà la spettatrice. Quindi è probabile che nelle prossime settimane mi sentirai con meno frequenza. Ma tu, sarai sempre nei miei pensieri e soprattutto unitamente ai tuoi cari nelle mie preghiere. Minghia! Sembro un prete, vero?.. Sono credente, lo sono davvero. Lo sono dal 1994. Lo fossi stato prima, forse. Ma pazienza. Ciao pupa, ti voglio bene.  A presto. Baci Gino.

 NESSUNO –Salve signor Nessuno, tempo fa qualcuno ha detto: Per antonomasia, nessuno non è, non esiste… ma forse dici di essere nessuno per farla franca davanti a Polifemo?… Questa frase mi è rimasta impressa. Che cosa avrà voluto dire?… Ho capito, forse ho capito. Forse voleva darmi del furbo? Magari lo fossi stato, invece no, sono stato un ingenuo.

13
mag
12

L’anello mancante e il possibile ritorno degli dei.. di Giovanni Arcuri

Giovanni Arcuri è una di quelle menti che va in profondità che potrebbero sembrare abissali, sfidando anche il muro del pensiero comunemente accettato e accettabile. Giovanni è detenuto a Rebibbia, ha 54 anni e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati. 

Nella sua vita ha visto tanto, trovandosi anche ad operare in “mondi economici” a cui pochi possono avere accesso. La sua esistenza sembra avere seguito la via dell’eccesso.. per poi trovare -paradossalmente- nel carcere un momento di prova estrema e di riequilibrio, che è stato, in un certo senso, anche una rinascita.

Il testo che leggerete si ispira a visioni della storia umana che ad alcuni sembrerebbero presi da qualche libro di fantascienza, ma che comunque seguono ispirazioni di alcuni studiosi e ricercatori. Sicuramente non sono cose provabili in modo inoppugnabile.

Credo che uno degli scopi di Giovanni è, in questo come in altri campi, spingere il lettore a chiedersi.. “scienza e religione ci hanno raccontato tutto?” e.. “e se anche una cosa di tal genere fosse possibile?”.

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L’ANELLO MANCANTE E IL POSSIBILE RITORNO DEGLI DEI

Da dove siamo venuti  e perché siamo qui?

Siamo il risultato di un atto creativo divino, ci siamo evoluti grazie alla selezione naturale, o esiste qualche altra risposta?

Nell’epoca moderna, il moto ascensionale della religione sembra essersi impantanato nei dogmi, mentre la scienza, al contrario, continua a salire rapida verso cime sempre più elevate. Non si concedono soste né si intravedono vantaggi nell’andare ad esplorare la base della montagna.

Cinquecento anni or sono Niccolò Copernico venne praticamente linciato perché osò suggerire che la terra ruota intorno al Sole. Se Religione e Scienza dovessero vedere qualcuno che, come Copernico, si sbraccia per richiamare l’attenzione da una più alta cima, da una più elevata forma di verità, difficilmente restituirebbero il saluto. Quella montagna della Verità  verrebbe bollata come Montagna del Mito o forse come Montagna delle Fantasticherie. Il che c’introduce al dilemma dei cosiddetti miti e delle cosiddette verità. Quali di questi rientrano nell’una o nell’altra categoria?

1)La narrazione biblica della Creazione Divina.

2)La teoria di Darwin dell’evoluzione mediante selezione naturale.

3)La narrazione andina della Creazione  del genere umano operata dalle divinità sul Lago Titicaca in Bolivia.

Gli scienziati sosterrebbero che soltanto la teoria darwinista può essere provata scientificamente, e che pertanto gli altri due concetti sono miti. I teologi, a loro volta, asserirebbero che la storia andina della Creazione è un mito, mentre la teoria di Darwin è probabilmente una falsità, un errore o, nella migliore delle ipotesi, una mera ipotesi, e che dunque l’unica verità è costituita dalla rivelazione divina, ripresa dal teologo William Pailey ai primi dell’ottocento nel suo Disegno intelligente.

Sia gli uni che gli altri si sbaglierebbero, in quanto tutti  e tre i concetti elencati sono miti. La definizione che ne dà il vocabolario è <<cosa o persona fittizia o non dimostrata>>. Ma nell’opinione di chi deve risultare fittizia e non dimostrata? La verità sta sempe nella mente di chi osserva, e dipende per intero dai suoi paradigmi.

Se siete stati educati secondo la religione, il vostro paradigma, o insieme di credenze, sarà parecchio determinante nel farvi respingere tutto ciò che può contraddire la ben radicata idea che esiste un solo Dio Onnipotente, il quale ci ha creato dalla polvere.

Se invece provenite da una formazione di tipo scientifico e siete spinti a ricercare una spiegazione razionale per ogni cosa, allora l’idea i una Creazione divina non rientra nei vostri preconcetti di un mondo logico e sondabile.

D’altro canto se siete un peruviano o un boliviano che non ha mai letto la Bibbia o la teoria evoluzionistica, è sulla legge andina che poggerà la vostra fede suprema.

La scienza non può ignorare il fatto che l’uomo sul pianeta Terra c’è. L’unico meccanismo che sia stato proposto per spiegare questa realtà  è la teoria di Darwin sull’evoluzione mediante selezione naturale. E siccome sembra essere l’unica  alternativa alla Creazione divina, gli scienziati hanno istintivamente costretto la teoria  ad adeguarsi ai fatti e viceversa. Un paradigma scientifico  piuttosto comodo. Senza alcun dubbio il darwinismo propone molte verità quando si riferisce al mono animale, ma è assediato da seri dubbi quando si riferisce all’uomo.

Questi due opposti e arroccati schieramenti ci pongono dritti  un vicolo cieco intellettuale.

Le tesi e contro tesi religiose e scientifiche  si rincorrono in un incessante girotondo e non approdano a nulla. E allora come spiegare il fatto che siamo qui? Esiste un’alternativa che possa farci uscire da quest’impasse? Ci potrebbe essere, ma questo comporterebbe inevitabilmente un modo nuovo di guardare il problema, nonché la rimozione i presupposti errati o di costrizioni. Alcuni dicono che forse è arrivato il tempo di tornare a considerare il mistero, l’esistenza degli dèi in carne ed ossa.

L’establishment scientifico si dimostra incredibilmente conservatore nell’affrontare nell’ affrontare idee nuove, idee capaci di sovvertire quelle vecchie e quindi lo status quo attuale. In fondo, non fecero lo stesso con Copernico cinquecento anni fa? La teoria di cui sto parlando è denominata teoria dell’Interventismo e ve la illustrerò lasciando ovviamente  a voi le conclusioni del caso senza posizione.

Questa teoria, basandosi su tutto ciò che i nostri antenati ci hanno lasciato sul pianeta, porta avanti il concetto che l’ominide (uomo scimmia) fu fatto progredire  a Homo sapiens attraverso un procedimento genetico. Questa teoria è stata ovviamente osteggiata e derisa per pregiudizio ma forse chi la osteggiava non ha tenuto conto di quanto la società di 8-9000 anni fa fossero progredite e come mai lo fossero. Le culture successive ne hanno parlato e hanno lasciato testimonianze ovunque di questo passaggio. Le linee di Nazka, i monumenti dell’area andina, quelli del Centro America dei Toltech e dei Maya, Baalbek in Libano, le stesse piramidi mostrano segni innegabili di  tecnologie del XX° secolo, per esempio  quelle lasciate  da trapani ultrasonici. Nel museo Topkaki di Istanbul ci sono  le mappe di Piri Reis datate 1513 e altre testimonianze a cui accennavo nel mio libro Libero dentro. L’aspetto straordinario di queste mappe è il loro livello di accuratezza e precisione e si è giunti alla conclusione che possono essere state prodotte soltanto mediante l’uso di tecnologie super avanzate. Queste mappe furono tracciate prima che i ghiacci antartici si formassero seimila anni fa, oppure si fece ricorso alle tecnologie di rilevamento sismico. In entrambi i casi il tutto lascia perplessità enormi. Il paradigma storico non può spiegare la straordinaria sapienza scientifica delle civiltà antichissime come quella dei costruttori di Machu Picchu di Tihuanaco, di Stonehenge ecc. ecc. A quante migliaia di domande non ci sono risposte, quante scoperte sono state prese in considerazione dalla comunità scientifica per motivi di opportunismo e pregiudizio?

Ciò nonostante l’opposizione all’ipotesi interventista non è motivata soltanto dall’ignoranza. Uno dei suoi aspetti più discutibili consiste nel fatto che può essere utilizzata per spiegare praticamente tutto. Questo sembrerebbe una buona cosa, ma purtroppo non è così semplice, i fautori di questa teoria ci ricordano che il muro da abbattere è stato costruito da quasi duemila anni. I teologi direbbero: <<il mio strumento di lavoro è la Bibbia, se lo riscrivo ho chiuso…>>. Lo scienziato dal conto suo direbbe: <<… spiacente ma su questo pianeta  ci siamo da 4,6 miliardi di anni, il che mi dà un solido apparato cronologico su cui basare le mie teorie scientifiche. Se dovessi accettare l’interventismo, la mia cronologia posso buttarla dalla finestra. E allora come farei ad elaborare le mie teorie, le mie prove scientifiche? Sarei costretto a chiudere bottega! La scienza mi permette di guadagnarmi bene da vivere, quindi preferisco rimanere qui dove sono senza peraltro sconvolgere nessuno!>>.

In ogni caso teniamo presente che ogni mito, sia esso scientifico, religioso o riferito alle tradizioni antiche, racchiude  elementi di verità storica, questo è il mio punto di vista.

La Bibbia e i Testi delle Piramidi contengono riferimenti a una molteplicità di essere in carne e ossa che utilizzavano una tecnologia simile e in alcuni casi più avanzata di quella del XXI° secolo. E’ inutile negare testimonianze presenti in varie parti del mondo lasciateci dai Sumeri in poi.

La selezione naturale funziona nella teoria, ma nella pratica il periodo entro il quale viene collocata la comparsa dell’Homo Sapiens provoca seri disagi e dubbi ai nostri massimi scienziati.

Egli è comparso improvvisamente circa 200.000 anni fa, presentando un incremento del 50% delle dimensioni del cervello, insieme alla capacità di adoperare il linguaggio e ad un’anatomia moderna. Stando alle teorie della selezione naturale questo è praticamente impossibile. L’Homo Sapiens intraprese un’incredibile trasformazione circa seimila anni fa. L’uomo cacciatore e agricoltore si trasformò all’improvviso in uomo cittadino, e nell’arco di poche centinaia di anni si ritrovò praticamente la matematica avanzata, l’astronomia e la metallurgia! Anche le migliori spiegazioni si mostrano inevitabilmente vaghe e stentate. Se il cervello umano è il tallone di Achille degli evoluzionisti, così la tecnologia dei Sumeri e delle altre antiche civiltà sparse per il mondo è quello degli storici. Tutti questi progressi scientifici sono stati riportati come di origine non terrestre, chiamati dagli uomini di quelle civiltà come gli Dèi. Il paradigma della moderna scienza esige che qualsiasi riferimento agli Dèi venga classificato come mitologia. Pertanto al cospetto di una simile scomoda spiegazione sulle origini della prima civiltà, non può certo sorprendere che i libri di testo non sappiano bene cosa dire. Sono state trovate delle tavolette di argilla di origine sumera in cui è illustrato l’intero sistema solare con un decimo pianeta; gli astronomi solo oggi lo hanno rivelato e chiamato Pianeta X. I sumeri chiamavano il Pianeta X Nibiru, il pianeta da cui gli dèi erano scesi sulla terra. Nibiru ha un’orbita ellittica estremamente lunga, della durata di 3600 anni e secondo la loro teoria con i suoi periodici ritorni nella parte interna del sistema solare i suoi abitanti (quelli che si continua a chiamare Dèi) hanno seminato la vita sulla Terra e ne hanno sveltito l’evoluzione grazie alle loro tecnologie super avanzate. La civilizzazione sarebbe quindi un loro dono. I documenti indicano che i Sumeri conoscevano i pianeti del sistema solare molto prima che li scoprisse l’astrologia moderna. Nessuno sa come abbiamo fatto a calcolare dati così complessi e sarebbe anche il caso di chiedersi che necessità avevano di elaborarli, ci sono calcoli che comprendevano il ciclo processionale terrestre di 25,920 anni. Forse servivano a qualcun altro, una razza progredita con immense conoscenze in campo genetico e nucleare. Gli assertori dell’Interventismo hanno scritto: <<che spiegazione vogliono dare i mandarini della scienza a tale proposito? I Sumeri se lo sono forse immaginato? Potremmo continuare con dozzine di riferimenti inspiegabili sparsi in varie zone del pianeta. Le analisi geologiche compiute sulla Sfinge e le dotazioni archeologiche dell’antica Gerico dimostrano che queste civiltà precedettero di diverse migliaia di anni le prime civiltà>>.

Il DNA umano mostra segni di avere attraversato un’evoluzione estremamente lunga e relativamente pacifica. Il che non è coerente con l’idea di una divisione evoluzionistica delle scimmie intercorsa non più di sei milioni di anni fa. Le anomalie evolutiva presenti nell’uomo sono del tutto coerenti con un intervento concentrato di tipo genetico da esseri superiori. Noi oggi siamo in grado di mappare il genoma umano ma non sappiamo spiegare l’origine delle diverse razze presenti sul nostro pianeta. Questi sono i fatti.

Nel difficile tempo che si prospetta davanti a noi, molti potrebbero essere tentati di attendere semplicemente il ritorno dei nostri antichi dèi, sarebbe un atteggiamento assai pericoloso giacché quel ritorno non è affatto certo come non è certa la teoria dell’Interventismo.

Non possiamo sperare solo negli dèi per salvare il nostro pianeta da tutti i suoi problemi. Inoltre molti di noi vedranno nel periodo che sta aprendosi  l’opportunità di stabilire la fede in un Dio spirituale, in un Creatore che può finanche avere creato Lui gli dèi in questione che hanno poi creato noi. Chissà… Qualunque siano le nostre interiori convinzioni religiose, vorrei suggerire a tutti di tenere gli occhi bene aperti su ciò che si svilupperà sia sulla Terra sia nello spazio. Potrebbe anche essere che il genere umano stia per incontrare i propri creatori: un appuntamento che rappresenterebbe il più grande segreto scientifico dell’epoca moderna. Lasciamo aperta anche questa porta, non si sa mai.

Eraclito disse: <<Se non speri l’insperato non lo troverai…>>.

Poi staremo a vedere.

Giovanni Arcuri

Aprile 2012




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