13
Ago
09

Sei arrivato nel Territorio degli Uomini Ombra. In coloro che vedono ogni giorno  stagliarsi inesorabile nel “fine pena mai”.
Questo blog è stato creato per loro. Per i condannati all’ergastolo ostativo, quello senza nessun beneficio, senza mai un giorno di permesso: anni e anni, decenni,  senza mai un giorno fuori dal carcere, senza mai un Natale in famiglia, senza mai un abbraccio libero con  i propri cari. Tutto questo  per reati commessi anche 20-30- 40 anni prima.

L’italia è storico avversario della  pena di morte, ma l’ergastolo ostativo è come una condanna a morte. *Per alcuni detenuti è  “una condanna a morte al rallentatore”.
In tutti i paesi nel mondo,  il condannato alla pena dell’ergastolo ha la speranza,  o una possibilità di poter uscire, in Italia questo non avviene.  Chi è condannato alll’ergastolo ostativo per “reati associativi” (divieto di concessione di benefici: art. 4 bis . n. 354 del 1975) non potrà mai uscire se non collabora con la giustizia. Non sempre quando un ergastolano non diventa “collaboratore di giustizia” è per omertà, ma anche per ignoranza, per  paura, o perché non vuole mettere qualcun altro al suo posto.

Le persone condannate all’ergastolo ostativo, anche quando  scontato 20-30 anni di reclusione e hanno realizzato una radicale trasformazione interiore, NON POTRANNO USCIRE VERAMENTE MAI DAL CARCERE e, dunque, viene a morire il fine educativo della pena (Art. 27 della nostra Costituzione “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”)
Nessuno è colpevole per sempre.

Ci sono recinti circondati da filo spinati. Mondi in riserva, fuori dallo sguardo. Ci sono persone che non esistono, perché i più non “pronunciano” il loro nome. E ciò che non nomini lo consacri all’oblio. Paria nello stesso mondo del carcere. Paria tra i paria. Per la vulgata dominante l’ergastolo effettivo non esiste, tra permessi e benefici, nel tempo prima o poi si esce.
Ma questo non avviene con  l’ergastolo ostativo. Chi è condannato ad esso rischia davvero di  uscire solamente morto. Dietro quelle sbarre ci sono uomini che non vogliono essere schiacciati dal silenzio, che hanno qualcosa da tirare fuori. Questo blog vuole essere un ponte per la loro vita, per i loro drammi, per la loro anima.

21
Nov
09

Lettera di un padre

Questa lettera è stata scritta a Beppe grilo da Giuseppe Bianzino, padre di Aldo Bianzino.. morto in carcere. Credo che meriti di essere condivisa..

—————————————————————————-

Gentilissimo Beppe Grillo, Il caso recente di Stefano Cucchi e, quello ancor più recente, di Giuseppe Saladino a Parma (Il Manifesto dell’11 novembre), hanno richiamato l’attenzione sui casi di Marcello Lanzi e di mio figlio Aldo Bianzino, anch’essi morti in carcere in circostanze tutte da chiarire (chissà quando e soprattutto se). Ora, volendo esaminare il caso di Aldo, bisogna precisare alcune cose. Il P.M. dott. Giuseppe Petrazzini, che aveva fatto arrestare Aldo e la sua compagna la sera del venerdì 12 ottobre 2007, è lo stesso magistrato che ha in carico le indagini sul suo successivo decesso avvenuto nella notte tra il 13 e il 14, Aldo era stato messo in cella di isolamento nel carcere “Capanne” di Perugia. Era stato visto da un medico, che l’aveva riscontrato sano e da un avvocato d’ufficio, col quale aveva parlato verso le 17 di sabato. Non sono disponibili registrazioni di telecamere su ciò che è avvenuto successivamente, né, dopo il decesso, la cella risulta sia stata isolata e sigillata, né che siano stati chiamati per un intervento i reparti speciali di indagine dei Carabinieri. A detta degli altri detenuti del reparto, durante la notte Aldo aveva suonato più volte il campanello d’allarme ed aveva invocato l’assistenza di un medico, sentendosi anche, pare, mandare al diavolo dall’assistente del corridoio, la guardia carceraria Gian Luca Cantore, attualmente indagato. Fatto sta che verso le 8 del mattino di domenica le due dottoresse di turno, arrivate a svolgere il loro turno di servizio, trovarono il corpo di Aldo, con indosso solo un indumento intimo (e siamo a metà ottobre, non ad agosto). I suoi vestiti si trovavano nella cella, accuratamente ripiegati (cosa che Aldo, in 44 anni, non aveva fatto mai). Le due dottoresse provarono di tutto per rianimarlo, ma alla fine dovettero desistere: Aldo era morto. L’autopsia, svoltasi il giorno dopo, diede risultati controversi: si parlò prima di due vertebre poi di due costole, rotte, poi tutto fu negato. Di certo ci fu un’emorragia celebrale e un’altra di 200 ml. al fegato. Segni esterni di percosse o violenze, nessuno (i professionisti sanno come si fa C.I.A. insegna). Ora, l’emorragia cerebrale è stata imputata ad un aneurisma, quella epatica ad un maldestro tentativo di respirazione artificiale, che le due dottoresse respingono nel modo più assoluto (e ci mancherebbe, si tratta di medici, mica di personale non qualificato), ma nessun altro ha affermato d’aver fatto tentativi in tal senso. Ora, può accadere quando si è nelle mani delle “forze dell’ordine”, lo abbiamo purtroppo visto in molti casi, basterebbe pensare al G8 di Genova, e magari al colloquio recentemente intercettato nel carcere di Teramo (i detenuti non si massacrano in reparto, ma sotto!). L’emorragia cerebrale potrebbe benissimo essere stata la conseguenza di uno stress per colpi ricevuti in altre parti del corpo, immaginatevi l’angoscia e il terrore di una persona in quelle condizioni. In ogni caso credo proprio di poter dire in tutta coscienza che Aldo è stato assassinato in un ambiente violento e omertoso, del quale non si riesce neppure a sapere i nomi del personale presente quella notte nel carcere. Quanto al dott. Petrazzini, mi sembra che dignità gli imporrebbe di passare ad altri il suo incarico, date le omissioni, invece di insistere come sta facendo, per ottenere l’archiviazione del caso. Ma i veri assassini sono coloro che hanno voluto ed ottenuto una legge sulle “droghe” come l’attuale, persone che nella loro profonda ignoranza, considerano in modo globale, senza distinzioni. Una legge fascista e clericale, da Stato etico e peggio, da Stato che manda in galera (con le conseguenze che si sono viste) il poveraccio che coltiva per uso personale qualche pianta di cannabis, mentre, se la droga (quella pesante, cocaina o altre sostanze) circola nei festini dei potenti, non succede nulla. Vorrei dire comunque che un Paese che considera delitto la detenzione e l’uso di droghe, magari solo marijuana, o l’essere “clandestino”, pur non avendo colpe e quasi sempre per sfuggire a condizioni di vita impossibili, uno Stato che avendo preso in custodia delle persone, è responsabile a tutti gli effetti delle loro vite e della loro salute, uno Stato che non riconosce come reato gravissimo la tortura, uno Stato che difende i forti e i potenti e non i deboli, è uno Stato che non può ritenersi civile e non può chiedere ai suoi cittadini (o sudditi?) di amare la propria patria.”

In fede Giuseppe Bianzino, Vercelli, 16 novembre 2009

19
Nov
09

Verrò a te…

Ci sono storie che non si fermano all’imbrunire..Nelle tue mezzanotti, rosari di sangue e Cuore..
Ci sono tracce che bruceranno sui muri, anche quando quei muri saranno un ricordo..
Ci sono Angeli che non ti lasciano alla deriva..
La vedi la mano nel buio?
Lo vedi quel fiore, oltre le graticole?
Sapevano trattenere l’Amore tra le mani strette, e i sorrisi strappati, come ali sul tempo..
non ci sono serrature stanotte..
nessun luogo che non abiti la Luce…

18
Nov
09

Dialogo tra un ergastolano e la psicologa del carcere

Questo dialogo tra Carmelo Musumeci e la psicologa del carcere.. è molto interessante. E’ fresco, vivo, vero, onesto. Non c’è né truculenza né un volemose bene politicamente corretto. Ma un uomo e una donna che si incontrano, da due lati della barricata in quel terreno infido e inesorabile come le mura di un carcere, lungo quel costante perimetro in cui la vita cerca la vita, e comunica se stessa pur sentendosi negata e tradita. In dialoghi come quessto piace la sincerità che non fa ammiccamenti e non cerca paludamenti, che non si lascia trottare in un tran tran compito e inamidato, tipico di chi sa “come comportarsi in certe occasioni”, tirando fuori il vestito buono della festa e il sorriso ammiccante e stampato dei convenevoli. Meglio un pugno allo stomaco, diceva un vecchio contadino da queste parti.. ma che sia il “tuo” pugno. Che ci sia la tua anima in quel pugno. Anche al di là del merito di ciò che si dice, è il senso della “nudità” che dialoghi come questi arrivano a toccare. Non a disvelare.. ma a “toccare”. La psicologa, sotto il martellamento di Carmelo.. a un certo punto, non è più semplicemente la “psicologa”.. ruolo, ritualità, etichetta.. professionalità, standard di comportamento. E Carmelo non è più.. ma non lo è mai stato.. un semplice detenuto, “potenzialmente paziente”, a colloquio. E’ la storia di piccole brecce nel muro.. piccoli varchi in cui anime si sfiorano tendendo le dita.. rubando un’ora di onestà ed empatia all’Assassino dei Sogni…

————————————————————————————————————–

COLLOQUIO TRA UN DETENUTO E LA PSICOLOGA DEL CARCERE
Psicologa: Buongiorno!
Carmelo: Buongiorno!
Psicologa: Si accomodi!
Carmelo: Grazie.
Psicologa: Sono la dottoressa.
Carmelo: Io sono Carmelo.
Psicologa: L’ho chiamata per fare due chiacchiere. Per caso l’ho disturbata?
Carmelo: No! Si figuri! Stavo leggendo un libro.
Psicologa: Che libro?
Carmelo: “Il delitto paga”.
Psicologa: Chi è l’autore?
Carmelo: Il delitto!
Psicologa: Scusi! Mi sta prendendo in giro?
Carmelo: Sì!
Psicologa: E perché?
Carmelo: Non mi piacciono gli psichiatri e non penso di avere qualche disturbo mentale che meriti l’attenzione di una strizzacervelli.
Psicologa: Ma io non sono una psichiatra, sono una psicologa.
Carmelo: Peggio!… Scherzo! La guardia di sezione mi ha detto che mi voleva la psichiatra.
Psicologa: Senta, possiamo ricominciare da capo?
Carmelo: Se ci diamo del tu.
Psicologa: Va bene!
Si ripete la scena d’inizio: il detenuto Carmelo Musumeci entra nella stanza della psicolog.
Psicologa. Ciao!
Carmelo: Ciao!
Psicologa: Sono la psicologa.
Carmelo: E io Carmelo.
Psicologa: Siediti!
Carmelo: Grazie!
Psicologa: Perché ridi?
Carmelo: Non rido, sorriso.
Psicologa: Dove sta la differenza?
Carmelo: Non lo so! Dovresti saperlo tu che studi il comportamento umano.
Psicologa: Posso ridere anch’io?
Carmelo: Fai pure!
Psicologa: Va bene così? (la psicologa sorride)
Carmelo: Sei carina quando sorridi.
Psicologa: Grazie!
Carmelo: Di niente! Lo direi anche se non fosse vero, così scrivi che non sono bravo.
Psicologa: Fai sempre così?
Carmelo: No! Oggi mi sono svegliato bene e sono più gentile.
Psicologa: Io faccio solo il mio lavoro.
Carmelo: Appunto! Stai facendo solo il tuo lavoro del cazzo e mi fai sentire una cavia.
Psicologa: Vuoi che ricominciamo di nuovo da capo? (la psicologa fa finta e si alza dalla sedia).
Carmelo: Non c’è bisogno. La guardia fuori dalla porta ci prenderebbe per matti tutti e due!
Psicologa: Posso farti una domanda?
Carmelo: Dipende.
Psicologa: Da cosa?
Carmelo: Se posso prima io fare a te qualche domanda.
Psicologa: Perché?
Carmelo: Per vedere se sei normale.
Psicologa: Ma il paziente sei tu!
Carmelo: Dì pure la cavia!
Psicologa: Scusa! No! Non volevo… Va bene! Fammi pure qualche domanda.
Carmelo: Niente di personale, è solo per vedere se mi posso fidare di te!
Psicologa: Va bene, ma le cose non dovrebbero funzionare così, le domande le dovrei fare io!
Carmelo: Per questo le cose vanno male!
(La psicologa lo guarda male)
Carmelo: Hai ragione! Scusa! Sono un provocatore! Lo ammetto!
Psicologa: Menomale che lo sai! Forza con le domande!
Carmelo: Sei felice?
Psicologa: A volte!
Carmelo: Non simuli e non faccia la furba come i detenuti: dica sì o no!
Psicologa: Sì! Ma potrei esserlo di più.
Carmelo: Si accontenti! E’ innamorata?
Psicologa: Mi avvalgo della facoltà di non rispondere!
Carmelo: Non puoi farlo!
Psicologa: Perché?
Carmelo: Perché sì!
Psicologa: Sei un prepotente!
Carmelo: Sì! E’ vero, sono sporco, brutto e cattivo… Ripeto, è innamorata?
Psicologa: Sì!… Della vita.
Carmelo: Ami il tuo lavoro?
Psicologa: Sì!
Carmelo: Credi nel tuo lavoro?
Psicologa: Sì, m vorrei fare di più.
Carmelo: Porteresti un detenuto a pranzo con la tua famiglia?
Psicologa: Sì!
Carmelo: Cosa pensi dell’istituzione carceraria?
Psicologa: Il carcere così com’è, è una specie di cancrena che fa appassire la mente, il cuore e l’anima. Il carcere così com’è, non è un luogo ma un buco nero che mangia l’anima, il cuore e spesso pure l’amore dei detenuti.
Carmelo: Brava!… la pensi come me! Ora puoi fare le domande.
Psicologa: Come sono andata?
Carmelo: Bene! Hai superato l’esame! Mi sembra che sei abbastanza pazza per potermi fare tutte le domande che vuoi.
Psicologa: Grazie del complimento!
Carmelo: Guarda che i pazzi hanno un indice di intelligenza superiore alla media!
Psicologa: Tu dove ti metti, fra i pazzi e i normali?
Carmelo: Credo di essere un pazzo che si sfora di apparire normale.
Psicologa: Oggi mi sembra che non ci stai riuscendo.
Carmelo: A fare il pazzo?
Psicologa: No! A fare il normale!
Carmelo: Sono quello che ho potuto essere… non quello che mi sarebbe piaciuto diventare…
Psicologa: Cos si prova quando si entra in carcere?
Carmelo: Quando entri in carcere ti accorgi che la vita non ti appartiene più…
Psicologa: Ti fa paura il carcere?
Carmelo: Sì! Ma in carcere devi abbandonare sia la paura che la speranza, perché ormai è troppo tardi per avere sia l’una che l’altra. E quando non si ha più paura del carcere non si ha neppure più speranza di uscire.
Psicologa: Fatalista!
Carmelo: Devi sapere che il carcere attacca le menti più sensibili e più forti, gli scemi sono quelli che si adattano di più.
Psicologa: Hai l’ergastolo?
Carmelo: Sì! La vita senza una promessa di libertà non è una vita.
Psicologa: Pensi un giorno di uscire?
Carmelo: No! Ma ci spero… Ad ogni modo non avrò il tempo per imparare un’altra vita.
Psicologa: Cosa pensi di quei detenuti che si suicidano?
Carmelo: li ammiro. Vorrei trovarmi al loro posto… Ma non ho il coraggio.. però spero un giorno di averlo. L’uomo ha così paura di morire che si è inventato l’idea di Dio per sfuggire al suo destino della morte…
Psicologa: Alcuni dicono che chi si toglie la vita è un vigliacco perché ci vuole più coraggio a vivere che a suicidarsi.
Carmelo: Balle! Lo dicono i vigliacchi per nascondere la loro paura di morire. Meglio morire adesso che dopo anni e anni di prigione e di sofferenza.
Psicologa: Come passi le giornate?
Carmelo: Per stare in carcere bisogna avere tanto coraggio o forse tanta incoscienza, o semplicemente ci stai perché non puoi scappare. Di giorno studio e leggo e di notte… combatto tutte le notti la tristezza e così facendo mi addormento.
Psicologa: Ti capita di sognare la libertà?
Carmelo: La vita è un sogno, ma agli ergastolani è vietato sognare. I primi tempi sognavo la libertà: dopo la condanna all’ergastolo e dopo la risposta del magistrato di sorveglianza che il mio ergastolo è ostativo ai benefici non la sogno più, probabilmente perché non la potrò più avere. Alla lunga il carcere non ti lascia in pace neppure quando dormi e perdi la memoria di quando eri libero.
Psicologa: Un detenuto mi ha detto che tutte le notti combatte contro la corda e se stesso. Mi ha raccontato che in certe ore della notte sente che la morte è ferocemente viva… Allora lotta per non abbracciarla! Ascolta i pensieri dei suoi figli, torna a letto e dorme un sonno senza sogni.
Carmelo: E’ vero! Capita anche a me! Ma stia tranquilla, quelli che pensano al suicidio campano più di quelli che non ci pensano.
Psicologa: E’ vero, si suicidano di più i detenuti che non hanno mai dato segni di autolesionismo.
Carmelo: Tu pensi al suicidio?
Psicologa: No!
Carmelo: Allora sei a rischio.
Psicologa: Ma io non sto in carcere! O meglio, ci lavoro solamente.
Carmelo: Guarda che le persone, in numero inferiore, ma si suicidano pure fuori!
Psicologa: Come è composta la tua famiglia?
Carmelo: Moglie, due figli e due nipotini.
Psicologa: Come vivono questa situazione?
Carmelo: Mi seguono… L’amore, a volte, fa soffrire più di qualsiasi altro dolore, a parte il dolore di non avere amore. Senza i miei figli non sarei in grado di pensare e neppure di sognare.
Psicologa: Non fai mai autocritica?
Carmelo: La faccio spesso e più penso e più mi convinco di essere innocente e non di essere colpevole. Vedi… a volte ci si trova in carcere non solo per necessità, ma per amore, ignoranza, per cultura, per sbaglio, per amicizia, per caso. Solo dopo tutti questi fattori aggiungerei che è anche per colpa nostra! Abbiamo sbagliato, ma ci hanno fatto sbagliare!
Psicologa: Ho controllato la tua cartella personale: hai molti rapporti disciplinari.
Carmelo: Se in carcere cerchi di essere libero, non accetti di piegarti, provi ad essere felice, hai poi quello che ti meriti: punizioni.
Psicologa: Un’ultima domanda? Sei felice?
Carmelo: Domanda tendenziosa… è difficile essere felice in carcere eppure a volte, grazie all’amore della mia famiglia, ci riesco. Diciamo che, nonostante tutto, sono felice nell’infelicità.
Psicologa: Posso richiamarti?
Carmelo: Sì! Ma non scrivere bene di me. Non ti crederebbero e non servirebbe a nulla! Se vuoi essere presa sul serio, scrivi che sono cattivo e irrecuperabile! Il sistema ti crederebbe. Se parli bene di me mi accuseranno di essere “furbo” e te di essere scema! Ciao!

17
Nov
09

L’ elettrocardiogramma di un ergastolano

A volte quando apriamo la posta dei nostri Uomini Ombra, quella che ci arriva direttamente da “dentro”,  proviamo il desiderio di condividere la stessa emozione anche con altri:  è per questo che a volte inserisco direttamente i fogli che loro stessi ci mandano…

Come questo, a cui aggiungo alcuni versi scritti da Carmelo in queste settimane.    Andate a rileggere anche “Anime perse”, dedicata al Prof.Ferraro, il filo conduttore è sempre lo stesso:   l’anima è viva, l’anima geme in un corpo che è ormai  proprietà dell’istituzione carceraria…

—————————————————————————————————————————————————————–

Ricordi perduti

 Tempo che passa

e non passa mai

né di qua

né di là

vita vuota

assolutamente vuota.

 Tempo che passa

senza passare

solo ricordi

da ricordare

ricordi perduti.

 

 Carmelo Musumeci Carcere di Spoleto Ottobre 2009

 

16
Nov
09

L’UOMO OMBRA: la rubrica di Carmelo Musumeci

ombra

Noi abbiamo già pubblicato testi di Carmelo Musumeci. Alcuni sono risalenti nel tempo, in epoca pre-blog, avendo lui scritto in questi anni pagine che non dovranno mai esssere dimenticate. Altri sono testi arrivati direttamente a noi, in genere tramite posta, ad uno o ad altri degli amministratori. Quindi ci sono già testi frutto di uno scambio presente e consapevole.

Eppure volevo che ci fosse anche un’ altra cosa. Non a sostituire gli altri apporti, ma ad integrarli. Una vera e propria rubrica sua. Una rubrica periodica, dove Carmelo si rivolgesse DIRETTAMENTE al blog. Qualcosa di fare con una cadenza (a prescindere dagli altri suoi contributi che comunque arriveranno), mensile o quindicinale, o come si riterrà più opportuno fare. Mi piaceva quell’idea molto stile Radio-notturna, del tipo: SALVE A TUTTI AMICI DEL BLOG, QUI E’ CARMELO CHE VI PARLA. Un po’ Radio-Alkatraz se volete, e un po’ film americano anni settanta. Con la aggiunta però che è assolutamente unico e drammatico il “Luogo” da cui proviene la voce.
In realtà l’idea della rubrica periodica ha un valore più simbolico che contenutistico. E’ il simbolo di un legame, di un rapporto. Di un ponte tra dentre e fuori. Di una fiducia. Di una voce che dice: IO CI SONO. IO SONO QUA.
Ne ho parlato con Carmelo. E Carmelo, vulcanico come sempre, ha accolto immediatamente l’idea e l’ha fatta propria. Ecco il primo pezzo, di quella che sarà la rubrica di Carmelo. Rubrica che verrà chiamata:

L’UOMO OMBRA: la rubrica di Carmelo Musumeci
(l’impostazione del blog non fa ancora vedere le differenze di caratteri nei titoli esterni dei post, infatti là vi apparirà tutto in minuscolo. Si tratta di fare un “intervento” informatico che presto faremo…Il titolo all’esterno dovrà apparire come lo leggete qui dento. Con ‘L’UOMO OMBRA’ in caratteri cubitali e ‘la rubrica di Carmelo Musumeci’ in minuscolo tranne le iniziali dei nomi)

Ecco allora il primo pezzo di questa  nuova rubrica:

———————————————————————————————————————————————————-

Voglio iniziare questa rubrica parlando di me e dell’importanza dell’amore per gli uomini ombra.

 

Sono nato nel mondo dei vivi 54 anni fa.
La prima volta che sono stato in carcere avevo 16 anni.
Ne avevo diciassette la prima volta che le guardie mi hanno massacrato di botte e mi hanno legato alla “balilla” per una settimana (il letto di contenzione).
Ora mi trovo ininterrottamente nel mondo dei morti da circa 20 anni (altri dieci li ho scontati in altre carcerazioni) sospeso nello spazio e nel tempo perché con l’ergastolo addosso si vive come in un tunnel senza via d’uscita.
In un mondo vuoto, all’incontrario, dove da tanti anni vedo il sole sorgere alla sera e lo vedo calare al mattino.
Sono condannato a una pena che solo Dio potrebbe dare perché l’ergastolo ostativo è una pena eterna.
Mentre la pena di morte è umana, la pena dell’ergastolo è qualcosa che va oltre l’immaginazione, perché tutto dovrebbe avere un inizio e una fine.
Ho una compagna che mi segue da una vita, due figli e due nipotini che vivono dentro il mio cuore.
Nei primi anni di carcere si continua a desiderare di avere un’altra opportunità, un’altra occasione, un’altra vita.
Poi gli anni passano e si smette di avere desideri e si finisce di vivere solo di sogni.
Poi finiscono anche i sogni e all’Uomo Ombra rimane solo l’amore.
Quello vero, che ti fa gioire e soffrire. Quello che ti fa sentire vivo.
Quello che ti vuole rubare il carcere (l’Assassino dei Sogni come lo chiamo io).
Molti pensano che l’amore può vivere solo in libertà.
No! Non è così. L’amore è già di per sè libero e non si può tenere in catene.
Per questo gli uomini ombra continuano ad amare per essere liberi.
Il nostro corpo ormai appartiene solo all’Assassino dei Sogni, ma la nostra anima e il nostro cuore no.
La nostra anima e il nostro cuore appartengono solo all’amore.
Solo chi conosce il male sa amare più dei buoni.
Buona parte della società ama l’odio e la vendetta e odia l’amore e il perdono.
Invece gli uomini ombra vivono d’amore, solo d’amore e sofferenza.
  
Carcere di Spoleto  15 novembre 2009
14
Nov
09

Abolire ergastolo e 41 bis

luna

Mai dire Mai
campagna per l’abolizione dell’ergastolo

Il 1° dicembre 2009 e il 10 dicembre 2009, due giorni di protesta pacifica e di sciopero della fame nelle carceri italiane e all’esterno decisi dai detenuti. Due date particolari: la prima ricorda l’inizio delle mobilitazioni avvenute il 1° dicembre 2007 e successivamente il 1° dicembre 2008; mentre il 10 dicembre è la giornata internazionale dei diritti umani: quindi la giornata delle detenute e dei detenuti che ogni giorno vedono i propri diritti calpestati.

———————————————————————————————————————————–

Nel giro di pochi giorni i giornali ci hanno scodellato due tragedie: la morte di Stefano Cucchi ed il suicidio in carcere di Diana Blefari Milazzi, condannata all’ergastolo perchè coinvolta nell’omicidio del Prof. Marco Biagi. Le due notizie sono giunte alla prima pagina dei massmedia con difficoltà e solo per l’insistente denunzia dei familiari esu internet. Ora è in corso una campagna di denigrazione dei due giovani che non possono risorgere dalla tomba e smentire, correggere, zittire i manipolatori. Una sofferenza psichica da sempre ignorata nel caso di Diana viene oggi amplificata fino alla schizzofrenia ed alla tara ereditaria che però non è valsa a farla dichiarare incompatibile con il carcere duro. Nel suo caso i consulenti sono stati durissimi e forcaioli, mentre per altri detenuti sono assai comprensivi come abbiamo visto nel caso di Licio Gelli ancora vivente e ultranovantenne a suo tempo escluso dal carcere con una perizia che lo definiva quasi moribondo e che si gode la sua favolosa villa o nel caso di Tanzi e di tanti finanzieri che hanno rovinato decine di migliaia di famiglie nessuno dei quali ha fatto più di qualche giorno di carcere. Oggi tutta l’Italia ha potuto leggere che anche la madre di Diana è deceduta per suicidio. Quasi a giustificare con la tara la fine della figlia. In quanto al povero Stefano tutto l’estambliscement difende o l’arma dei carabinieri o gli agenti penitenziari Si trovano patologi e clinici che si spingono financo a dire che le lesioni del corpo di Stefano risalirebbero a prima del suo arresto!! La pressione per ridurre ad evento naturale la morte per gravissime lesioni è palpabile. Fare emergere la verità sulla morte di Stefano sarà un parto faticosissimo: ci vorranno diversi forcipi e una dura lotta.
L’Italia ha un triste primato di “suicidi” in carcere. Solo quest’anno sono 62 e tutti riguardanti giovani detenuti. Le condizioni esistenziali nel carcere sono diventate allucinanti per il sopraffollamento ma anche per l’isolamento, l’emarginazione a cui sono soggetti i detenuti. In generale si tratta di persone appartenenti alla popolazione povera in gran parte immigrata spesso non in grado di permettersi avvocati e consulenti per l’elevato costo dei loro servizi dopo la riforma del processo penale che ha aumentato enormemente le parcelle da pagare. Nel carcere esistono vari gironi di inferno ultimo dei quali il 41 bis riservato ai mafiosi ed ai sovversivi. Il 41 bis è un trattamento che può spingere al suicidio. E’ una feroce vendetta dello Stato verso persone che certamente sono pericolose ma che non dovrebbero essere private del diritto ad un trattamento umano e teso alla rieducazione civile. L’ergastolo al quale era condannata la povera Diana Blefari è una pena crudelissima, indecente, indegna di un paese civile. Nel caso della nostra disgraziata suicida come nel caso dei giovani detenuti per terrorismo si tratta di pena eccessiva, sproporzionata, frutto di un accanimento ideologico e di carattere “esemplare” cioè didattico. Non si capisce poi perchè i quattro poliziotti siano condannati soltanto a tre anni e sei mesi di reclusione nel caso dell’omicidio di Federico Altrovandi mentre viene comminato l’ergastolo a Diana Blefari Milazzi che, seppur partecipando ad una inaccettabile esecuzione, è stata messa nelle condizioni di impazzire nell’inferno del 41 bis inflittole per ben tre volte senza ricevere attenzione ed aiuto da parte di tutti coloro che hanno gestito la sua vita di detenuta. Ma centro-destra e centro-sinistra convergono in una linea securitaria che, sfruttando le paure indotte nella opinione pubblica, ha allentato il controllo e l’educazione alla civiltà ed alla democrazia dei corpi dello Stato. Ogni volta che qualcuno resta stritolato negli ingranaggi della “giustizia” la reazione pavloviana della Oligarchia è di difesa a priori del sistema accompagnata di considerazioni e campagne di criminalizzazione verso le vittime. La situazione delle carceri è diventata esplosiva e viene contenuta da una repressione continua e forse da comportamenti delle gestioni penitenziarie di cui non sappiamo nulla ma delle quali abbiamo avuto un saggio per il G8 di Genova.
Bisognerebbe abolire il 41 bis e l’ergastolo e avere un programma per i carcerati che non sia soltanto quello della promessa di nuovi stabilimenti penali. Restituire alla pena la sua funzione di recupero nel rispetto dei diritti del detenuto a cominciare dall’abolizione del tu con il quale questi viene interpellato. Ma gli oligarchi del centro-destra e del centro-sinistra sono distanti mille miglia dal cambiare registro. Vanno avanti nella linea della repressione senza alcuna pietà verso chi sbaglia.

Pietro Ancona (da Palermo)

14
Nov
09

Morti in carcere e costruzioni di nuovi cimiteri

conoscenza_con_limite

Questo è un articolo scritto da Carmelo Musumeci per  www.linkontro.info e da loro pubblicato qualche giorno fa, il 2 novembre. Per me risulta sempre difficile commentare i testi di Carmelo, perchè mi sembra che parlino già tanto da soli… Questa volta però vorrei usare i versi di una poesia che ha scritto Mita:

ERGASTOLO

Tempo senza fine

uomini senza speranza

vite senza sogni

passi senza meta

presente senza futuro

viaggio senza arrivo

corsa eterna senza traguardo.

——————————————————————————————————————————–

Costruzioni di nuovi cimiteri

 “Il suicidio? Chi si uccide vuole vivere. Sono le situazioni in cui si trova che gli procurano una sofferenza tale che supera la sofferenza della morte” (Don Oreste Benzi)

 In carcere i vecchi giornali non si buttano mai, dopo che passano varie celle si conservano  per metterli nel secchio dalla spazzatura (I sacchetti della spazzatura da poco tempo non li distribuiscono più perché il Ministero dell’ingiustizia ha finito i soldi).Questa mattina mentre facevo questa operazione mi è caduto l’occhio su un vecchio articolo con il titolo: Due detenuti suicidi in 20 giorni … nel silenzio.E mi è venuto in mente che molte morti, compresi i suicidi, che avvengono in carcere non vengono riportati dai mass media.

Probabilmente per ragioni politiche li tengono nascosti.Mi scrivo con molti detenuti in vari carceri d’Italia e spesso ci scambiano notizie sui nostri compagni “morti di carcere” e mi sembra che i morti sono molti di più di quelli che leggo sui giornali.

I detenuti vivi, politicamente,  valgono oro quanto pesano,  invece morti fanno perdere voti.I detenuti vivi valgono quanto i diamanti,  ma non è bene che muoiono.E se proprio devono morire l’importante è che non si sappia.La televisione non ne deve parlare e i giornali non devono scrivere che nelle carceri italiane si muore più che in qualsiasi altro carcere al mondo.

La gente non deve sapere che il carcere non rieduca nessuno e se ti rieduca lo fa per l’aldilà. La gente non deve sapere cosa accade in carcere e che il carcere è un contenitore umano d’immondizia. La gente non deve sapere che in carcere non si muore solo di suicidio, si muore anche per incuria, malasanità, per carenza di attenzione, di speranza e di amore. La gente non deve sapere che in carcere si muore soprattutto per vendetta di Stato.

In questi giorni sui giornali ho letto: Il piano per le prigioni, in due anni altri 20  mila posti.

Si! Altre 20 mila tombe per i nostri cimiteri.

Più carceri e più carcere non creano sicurezza, ma creano solo consenso politico. 

Carmelo Musumeci 

Carcere di Spoleto  Ottobre 2009

13
Nov
09

Dialogo tra un ergastolano e un professore di filosofia- sesto scambio

fuoco_scanno_01

Oggi pubblico il sesto scambio di questo splendido carteggio tra Carmelo Musumeci e il professore di filosofia Giuseppe Ferraro. Andate a rileggervi tutti gli altri precedenti cinque scambi. Questo lungo dialogo, che ogni volta abita i singoli scambi, ma è allo stesso tempo il flusso che tutti li comprende e li trascende, c riporta sempre alla ricchezza di quello che può essere lo scambio umano. Nell’incondizionata apertura rivelazioni di vulnerabile forza. E forse esagero nelle parole.. ma vi è inondazione di violenza verbale intorno a noi. Ho visto programmi televisivi inferno con cani rabbiosi prostituirsi in deliri di demagogia. La parola violentata e a violentare.  Ma anche la chiusura spiatata dentro falsi sorrisi e parole sonnifero. Persone come il professare Ferraro sono come il Pifferaio Magico della favola.. in un certo senso mandano via i topi dall città.. e llo stesso tempo ci spingono a “uscire da noi” per “rientrare in noi”. E va oltre lo stesso merito. Già la filigrana e l’ordito. Già l’approccio e l’accostrarsi, il preparare il terreno. Quando sentiamo parlare non vediamo quasi più le ali. Parole di piccolo cabotaggio, schermate polemiche. Le parole ammorbano come  acque limacciose che ci impantanano nella mediocrità diffusa che sembra essere il mantra del nostro tempo.

Ma le parole devono essere uno scarto, ancora più dentro e ancora più lontano dalla gestione del vivere. Appartenerti tanto da trascenderti. Stupirti tanto da essere un Ritorno. Parlarti così intensamente da essere inaspettate. Rivelarti proprio nel momento in cui ti destabilizzano. Picconare pareti, aprire varchi, accendere.
Aspettati l’Inaspettato… dicevano i saggi taoisti.  Il professor Ferraro direbbe forse.. “ricostruisci il legame che ti riporta alla conoscenza di te stesso”. Dove tu e gli altri siete inscindibili.
Tornando al concreto, ci sono riflessioni sui figli (e i rapporti con i genitori) e sulla pena nelle parole di Ferraro che leggerete, che valgono mille fregnacce televisive con psicoesperti e mille tomi polverosi di diritto.

—————————————————————————————————————————————————————

Carmelo       Martedì 25 agosto 2009

Caro Giuseppe,
questa sera sarò breve, l’aria è più fresca forse riuscirò a dormire. Oggi a parte la tua e-mail ho ricevuto due lettere impegnative sulla mia “Posta Diretta” (del sito www.informacarcere.it ) in particolar modo mi ha colpito quella di mio figlio che non mi aspettavo. Lui è molto più chiuso che mia figlia e per comunicare con me usa più i suoi silenzi che le parole. Credo che i miei due figli mi facciano spesso da genitore, forse per dimostrarmi quanto gli sono mancato. Chissà perchè ti sto parlando di loro, forse perchè voglio andare a letto e pensarli. E’ un mio trucco, un ergastolano s’inventa mille cose per non impazzire, quando mi addormento e penso a una persona cara ho più probabilità di sognarla. Sai! Funziona! L’energia dell’amore è come Dio: non si vede, non ci si crede, ma fa bene. Le tue lettere sono veramente molto belle, sono delle vere lezioni di filosofia e di vita. I tuoi concetti sono semplici, divulgativi, comprensibili, diretti, sinceri e veri. Alcune copie delle tue lettere le ho mandate a qualche compagno in qualche altro carcere e uno mi ha fatto sorridere perchè mi ha detto: “Ma perchè invece di fare il professore di filosofia non fa il presidente del Consiglio, il presidente della Corte Costituzionale, il Presidente della Repubblica?” E ha aggiunto che solo con uomini così le cose possono cambiare. Gli ho risposto che le cose possono cambiare solo da noi, prima bisogna cambiare noi stessi e poi il mondo che ci circonda. Adesso ti lascio perchè sono felice e quando sono felice, non ho bisogno di scrivere.
Chissà se un giorno t’incontrerò? Un caro abbraccio.

————————————————————-

Un caro abbraccio, Carmelo. Comincio con le tue parole di saluto, un caro abbraccio. Continuo dicendoti grazie. Il pensiero dei tuoi figli. Dolcissimo. I maschi, poi, i figli maschi, parlano con il silenzio al padre. Parlano dentro. Fanno della sua voce la loro voce interiore, raddoppiandola nella propria. Abbiamo fatto tutti così, anche tu. Con il padre si parla dentro se stessi. Lo si ascolta. Con sofferenza. Con disapprovazione. Con ripensamento. Il padre dice al figlio le cose che il figlio già sa di dover fare o di aver sbagliato a fare. Il figlio parla al padre imitandolo senza darglielo a vedere. Gli parla quando non c’è. Gli parla quando gli manca. Ne ascolta i gesti, non soltanto le parole. Gli ritornano. Le parole del padre sono ritornanti. Anche quando sbattevi quel giorno la porta le sentivi rintronarti le orecchie dell’animo. Il padre è la Legge. Infranta o rispettata. La madre è l’innocenza davanti alla Legge. Il padre è la colpa.
Un figlio che scrive al padre è così importante. Tu dici che quasi ti senti accudire in un’inversione di ruoli. E’ così. C’è da dire che anche i nostri padri erano figli anche prima che si pensasse di accudirli come figli. Il fatto è che proprio perché uomini siamo figli. E la parola “figlio” mi piace pensarla come dal greco “filia”, intendendone il significato come ciò che si ha caro e a cui si è legati. I figli sono ciò che si ha di più caro ed essere figlio è anche salvaguardare la vita. Lo sappiamo. La vita la sentiamo attraverso il figlio. La sentiamo così com’è. Fragile. Bisogna averne cura. Fiera, bisogna sostenerla. Trattenerla, frenarla, liberarla. Fare il padre è difficile. E tu lo fai dalla condizione più difficile. Ricorda solo che sei sempre, costantemente, presente nella vita quotidiana di tuo figlio anche stando distante. Non lontano. Distante. Si può essere lontani anche stando contigui, nello stesso luogo. SI è vicini anche se distanti.
I figli ci insegnano il bene che non abbiamo capito da figli, ma che sapevano. Lo riconosciamo. Un padre deve sempre trasmettere ad un figlio quello che sapeva e non faceva. Il rischio è sempre quello di pensare il figlio a propria immagine. Dobbiamo essere in grado di aver cura del sogno del figlio e non pensare che il figlio debba essere il sogno del padre. Diverso il modo di intendere il Bene da parte della madre e da parte del padre. Per la madre il Bene è che il figlio stia bene nelle cose che fa. Per il padre è che il figlio faccia bene le cose. Per la madre è la condizione presente, la premura. Per il padre è il futuro, la preoccupazione.
Perdonami questa intrusione in forma di inutile considerazione.
Ti ringrazio di avermi salutato con il pensiero dei tuoi figli. Ci incontreremo, così come ci siamo conosciuti. Avrai tanto affetto. Hai tanti amici. Mi fai pensare al testo di Calderon de la Barca, La vita è sogno. C’è un passaggio in cui il personaggio del dramma, tenuto per tutta la giovinezza in prigione, dice di voler fare bene. Era stato prima liberato e poi di nuovo imprigionato. Era il figlio del re. Il successore al trono. Il re temeva di morire di sua mano. Nell’immaginario il figlio spodesta il padre. Quando per circostanze di necessità libera il figlio dalla prigione, il giovane si comporta con violenza, con sopraffazione. Viene di nuovo imprigionato e poi un’altra volta ancora, in seguito, liberato. Il suo comportamento è però diverso. E’ buono con tutti. E’ sovrano quanto prima era schiavo. Tutta la vita è sogno. Si legge nel testo. Sigismondo è il nome del giovane. Dice a un certo punto, quando è mite e buono con tutti, dice che se è un sogno di non svegliarlo, perché almeno così agendo da sovrano in quel modo se non è un sogno sarà un bene e se invece sarà stato ancora un sogno avrà tanti amici che staranno intorno a me al suo risveglio.
Ho letto anche quanto hai scritti a Giuseppe della comunità di Giovanni XXII. Sono assolutamente d’accordo con te. Pentirsi è offrirsi alla pena. Per questo tu sei già pentito nel modo più autentico di chi sta scontando la pena con consapevolezza offrendosi allo Stato. Evidentemente c’è uno stravolgimento della parola “pentito”. Potrei dire che “pentito” non è chi si pente, offrendosi alla pena, ma chi infligge ad altri la pena sottraendosi alla propria. “Pentitismo” è piuttosto uno scambio giuridico. “Pentito” ha assunto così un doppio significato. Non voglio insistere su questo. Resta che è una vita di scambio. Né voglio dilungarmi su questo punto. Voglio solo rifermi all’urgenza della confessione. Non è il pentimento. Assolutamente. Se il pentimento si pone in un contesto di scambio, la confessione si pone in un contesto di assoluzione, di fiducia, di relazione. Di amicizia. Di giustizia. Ci si confessa all’amico. Ci si confessa a dio. Alla confessione segue l’assoluzione. Un processo di assoluzione per il quale ci si offre alla pena. E qui torno su un punto di sempre. La pena deve essere un diritto di chi confessa alla società e allo stato la sua azione per assolvere di restituzione ai legami della città, del paese. Una doppia restituzione. Da parte e dall’altra, che impegna la persona e lo stato. E’ difficile. Non si capisce facilmente questo ragionare. E’ però l’unica via. Stringo la sua intelligibilità in un esempio che può apparire paradossale: non occorrono le pene alternative. Occorre che la pena sia progressiva. Segua un percorso. Non è giusto tenere recluso chi ha diritto alla pena, ma è giusto dare le condizioni per un percorso di lavoro su se stesso. Di studio. Di ripensamento di sé, dei propri rapporti. Allora è chiaro che tu chiedi giustamente “quando finisce la pena”, chiedendo anche del fine della pena. Come la fine della pena si debba rapportare al suo fine, alla sua finalità di essere un diritto di percorso per arrivare a se stessi. E tu ci sei già da tanto tempo, riconosco.
Mi sono chiesto tante volte perché i filosofi insistessero sulla “conoscenza di sé” e sulla “cura di se stesso”, mi rispondo adesso che bisogna avere cura di sé per poter avere cura degli altri e vivere in una legalità fatta di legami, non di interessi, ma di legami di tutti. Si può essere felici per il proprio bene, ma quando il proprio bene coincide con il bene comune allora si comprende che solo questa è la felicità. Avere cura di sé è avere cura della vita che si è e che altri sono nelle forme più diverse in cui ognuno ha la propria vita. Allora il proprio mondo e il mondo comune coincidono. Sarà un sogno anche questo? No. Tutto questo è etica. E se un sogno, sarà da comportarsi come diceva il Sigismondo di Calderon de la Barca.
Ti abbraccio caramente
Giuseppe

12
Nov
09

Parlando con l’Angelo – Carmelo dopo l’udienza

angelo1ls

L’udienza non è andata bene per Carmelo. E queste parole sono una testimonianza straziante, dolcissima e unica di questi suoi momenti. Parole scritte al suo Angelo.. che non è una figura eterica, un archetipo della mente o uno spirito guida.. ma è una persona in carne ed ossa, con la quale ha un rapporto di una profondità intensissima. Ed è stato proprio questo Angelo.. a passarmi questa lettera.. perché si sappia cosa c’è nel cuore di un uomo.. che molti vorrebbero considerare colpevole per sempre e vedere condannato per sempre.. Leggete con attenzione. Questo testo fa male.. ma è anche un Dono…
——————————–

Carmelo Cinque novembre 2009,
ho iniziato la giornata con la speranza nel cuore. Ho sognato a lungo questo momento. Oggi i giudici mi discutono se posso uscire di giorno per lavorare e rientrare alla sera in carcere. Ho un po’ di paura perché la speranza mi inganna sempre, eppure non riesco a fare a meno di lei. Ormai è difficile che il destino mi possa fare delle sorprese, ma ci sono delle giornate come queste che penso che la mia vita possa cambiare. In una persona condannata all’ergastolo la speranza e la delusione convivono come la morte e la vita.

Carmelo
Seduto sul blindato, durante il viaggio, sento che mi è accanto il mio angelo. Arrivo al Tribunale di Sorveglianza di Perugia. Guardo i miei giudici e ascolto quello che dicono. Dopo vent’anni sento ancora parlare dei miei reati, del mio passato e non del mio presente e del mio futuro. Provo pena per i miei giudici e per il lavoro che fanno, sembra che mi vogliano rimproverare di essere sopravvissuto. La “banalità del male” dei cattivi assomiglia molto alla “banalità del bene” dei buoni. Non capiscono o non vogliono capire che quando si nasce colpevoli si può essere vittime e colpevoli nello stesso tempo. È un incontro fra sordi. Un incontro fra cattivi e buoni, io sono il cattivo e i giudici sono buoni. Ma perché vengo sempre messo nella parte dei cattivi? Probabilmente perché sono nato colpevole. Il problema è che questi giudici pensano di essere nel giusto. Pensano che 20 anni di carcere sono ancora pochi per una persona che, innocente o colpevole, sia riuscito a sopravvivere a una guerra fra bande.

 Carmelo
Sono di nuovo nella mia cella. Ho posato nel mio angelo della felicità il rosario del mio angelo. Che botta! Mi sembra che ho preso un pugno nel cuore e una pedata nell’anima. Scrivo al mio angelo: …saprai già tutto perché sentivo che eri accanto a me. Sentivo le tue ali che sbattevano tutte le volte che i giudici parlavano male di me. Avrai sentito che l’udienza non è andata bene. Mi dispiace che fra tante persone hai scelto di fare da angelo custode proprio a me, una persona che sarà sempre considerata colpevole e cattiva. Perdonami se non riesco a uscire, ma i buoni sono più cattivi di me. Ma sarò peggio per loro perché lotterò con più forza per l’abolizione dell’ergastolo. Per adesso non dire a nessuno che penso che le cose son andate male, neppure a mia figlia. Non voglio che nessuno soffra per me. E non voglio neppure essere confortato, prima ho bisogno di leccarmi le ferite da solo…

Carmelo
È sera ed insieme al buio cala la malinconia. Non potevo sapere come sarebbero andate le cose, ma avrei potuto immaginarlo. Angelo mio, mi dispiace di averti deluso. Questa mattina avevo paura di non farcela, ora sono sicuro che non ce la farò, né ora, né mai. Se non vuoi soffrire per il resto dei tuoi giorni ti conviene abbandonarmi finché sei in tempo. Sia la mia anima che il mio corpo sono ormai irrecuperabili. Lasciami bruciare all’inferno, salvati almeno tu dall’Assassino dei Sogni. L’unica mia via di uscita è rassegnarmi ad abbandonare l’idea di essere un giorno libero e felice. In fondo ho solo sognato di farcela e non si sogna mai quello che accadrà veramente. Si sogna solo quel che si vuole sognare o quello che si ha bisogno di sognare. Non mi guardare in quel modo … dammi tempo, saprò reagire. Ho ancora un po’ di forza per andare avanti. Sono così vigliacco e debole che non mi rassegnerò e continuerò a lottare e a sperare inutilmente. Non sbattere le ali in quel modo, va bene! Ho capito! Non mi arrenderò, a volte le sconfitte tirano dentro di noi il peggio e il meglio delle persone. Adesso lasciami dormire che sono le due di notte e mi sento il cuore a pezzi… Forse in questi giorni ho sognato troppo e ora la delusione è ancora più dolorosa.

Carmelo
Che disgraziato che sono stato nel pensare che dopo tanti anni di morte avrei potuto tornare nel mondo dei vivi. Non me lo perdonerò mai di essere di essere stato così ingenuo. Tutte le volte mi faccio del male da solo e la cosa peggiore è che lo faccio anche a chi mi vuole bene. Non lo permetterò più. Pensavo che vent’anni di carcere potevano bastare. No! Non bastano. L’Assassino dei Sogni vuole di più, vuole anche la mia vita, vuole rubarmi tutto il mio amore, mi vuole rubare anche il mio angelo. Angelo mio, per favore non sbattere le ali in quel modo, lo so che nessuno riuscirà a rubarmi il tuo affetto , ora lasciami dormire e fai in modo che non mi svegli più,