Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per la categoria “Sull'ergastolo ostativo”

Riparliamo del trasferimento degli ergastolani di Spoleto

 
Prima del post successivo a questo,  di Gino Rannesi, ergastolano trasferito insieme ad altri 17 suoi compagni da Spoleto, pubblichiamo questo articolo a cui Gino fa riferimento, preceduto a sua volta da un commento di un altro “smantellato” della sezione AS1 di Spoleto: Carmelo Musumeci. Per chi non conoscesse la vicenda, basti leggere qui sotto…
 
 
Nel carcere di Spoleto, nella sezione AS 1, si era formato un gruppo di uomini ombra (così ci chiamiamo fra di noi ergastolani ostativi) che  con dibattiti, articoli e inviti al mondo esterno,  lottavano pacificamente per l’abolizione della “Pena di Morte Viva” (così chiamiamo l’ergastolo ostativo, quello senza nessuna possibilità di liberazione).
Avevamo assiduamente incontri con la società esterna,  locale e nazionale.
Commovente il colloquio collettivo con la scrittrice Benedetta Tobagi, che ha avuto il padre ammazzato dalle brigate rosse.
Affettuosi gli incontri con la Comunità Papa Giovanni XXIII e con il Prof. di Filosofia Giuseppe Ferraro,  dell’Università Federico II di Napoli.
Costruttive le visite del Senatore Francesco Ferrante, dell’Onorevole Rita Bernardini, dell’ex Senatore Giovanni Russo Spena, degli operai di Pomigliano e di tanti altri.
Bellissime le visite d’intere scolaresche delle scuole superiori e degli studenti universitari con gli uomini ombra.
Molte le iniziative intraprese da parte degli uomini ombra per sensibilizzare l’opinione pubblica, la più importante è l’attuale petizione “FIRMA CONTRO L’ERGASTOLO” sul sito www.carmelomusumeci.com , che ad oggi ha superato le quindicimila firme e  che sta avendo adesioni come Stefano Rodotà, Umberto Veronesi, Luigi Ferraioli, Don Luigi Ciotti, Erri De Luca, Margherita Hack, Agnese Moro, Bianca Berlinguer, Giuliano Amato, e molti altri.
Con il nostro pacifico, costruttivo,  attivismo non pensavamo di dare fastidio a nessuno, ma un bel giorno inspiegabilmente, senza sapere il perché, come sacchi di patate ci prendono e ci sparpagliano in molti carceri d’Italia, molti addirittura in Sardegna: percorsi rieducativi interrotti, legami tagliati, colloqui coi familiari resi ancor più difficili, percorsi scolastici bruscamente interrotti.
Oggi  ho potuto finalmente scoprire la verità sulla diaspora degli uomini ombra  leggendo la  bellissima lettera, pubblicata su “Il Manifesto dell’19 ottobre 2012, del coraggioso direttore aggiunto del carcere di Spoleto,  Giacobbe Pantaleone: 
 
(…) È non è da escludere che il trasferimento di questi detenuti sia dipeso da una sorta di fraintendimento o malinteso, forse influenzato da un eccesso di interpretazione autarchica rispetto a quello che bolliva in pentola in questo stare al gioco. Per esempio, sollevare il tema dell’ergastolo ostativo può avere generato dei sospetti? Eppure esso è stato portato tante volte all’attenzione dell’opinione pubblica con intelligenza: mai che si ricordi sia stato portato dentro un progetto rivendicativo ottuso (…).
 
I funzionari  di Roma hanno paura dei prigionieri che pensano, lottano e scrivono. 
Lo sospettavo che eravamo partiti perché lottavamo pacificamente contro l’abolizione  dell’ergastolo, ora ne ho la certezza.
 
Carmelo Musumeci.
Padova,  ottobre 2012
www.carmelomusumeci.com 


 

 

Lettere: trasferimento degli ergastolani da Spoleto

Un “vuoto” nel carcere

   

 

di Giacobbe Pantaleone (direttore aggiunto Casa di reclusione Spoleto)

 

Il Manifesto, 19 ottobre 2012

 

I 18 detenuti AS1 (questa sigla si potrebbe definire simbolo paratattico, per stigmatizzare la pericolosità dei singoli detenuti) prima rinchiusi nella casa di reclusione di Spoleto sono stati trasferiti per un fatto di carenza di disponibilità di posti letto di cui, appunto, il carcere di Spoleto è in grande sofferenza. Anche se è obbligatorio ed ovvio dover pensare male e senza per questo commettere alcun peccato.
Tale partenza ha lasciato come un vuoto. Non nel senso fisico del temine in quanto, se fosse per questo, il vuoto è stato subito colmato con un numero di detenuti addirittura doppio rispetto a quelli di prima. 
Vuoto, al contrario, perché è venuta meno una tentazione culturale, con l’illusione di poter rincorrere un’utopia, non certamente per imitare esempi illustri di rottura culturale come la scuola di Barbiana di Don Milani o l’impegno sociale di Danilo Dolci di “Banditi a Partinico” o, addirittura, rifarsi all’anti-psichiatria di Franco Basaglia nel manicomio di Trieste… niente di tutto questo. Più modestamente, la curiosità di capire se un gruppo di strane persone, quasi tutte con ergastoli sulle spalle, e che avevano intrapreso nel carcere di Spoleto un certo discorso di discontinuità rispetto al loro passato, erano in grado di mantenere questa promessa anche per il futuro. Come si vede, veramente nulla di rivoluzionario, ma per mantenere il passo su un progetto del genere ad ogni modo bisognava essere sorretti da una buona dose di utopia. L’ho sempre detto che l’art. 27 della Costituzione bisognerebbe intitolarlo I care.
Esperienza, con un inizio fatto di entusiasmo da neofita, per l’improvvisa scoperta di avere a portata di mano la possibilità di raccontare il passato non come storia personale da rimuovere in gran parte, perché quella che conta è già scritta negli atti giudiziari. Ma come piano-sequenza, dove ogni momento della vita è lì, si presenta scandalosamente col suo vero peso specifico.
Sarebbe interessante leggere, per capirne la portata, cosa scrive Mariano Ciro nel libro “Volete sapere chi sono io? Racconti dal carcere”(Oscar Mondadori); o Carmelo Musumeci in “Undici ore d’amore” (Gabrielli editore).
Questa partenza improvvisa, per un verso ha fatto smarrire uno spirito positivo all’interno del carcere alimentato da iniziative culturali, da dibattiti informali, da contestazioni anche, ma che plasmavano le voci di dentro su quote di pensiero fuori dallo schematismo nevrotico e ossessivo a cui ti costringe quotidianamente l’istituzione totale. Ma ha creato anche una certa amarezza perché, comunque, è stato rescisso un legame costruito con fatica e tante volte allentato o tirato al massimo di grado, a seconda le circostanze del momento. Alcuni di questi detenuti sono arrivati a Spoleto dopo un lungo peregrinare da un carcere all’altro, “come ultima spiaggia”, gli è stato dato come messaggio. Evidentemente, c’è sempre un’ultima dell’ultima spiaggia.
Per aver coltivato questa idea (narcisistica?), non può essere agitato il sospetto di un cedimento al sentimentalismo d’antan, pur sempre in agguato specie in situazioni di convivenza forzata e costretta dentro spazi di manovra alquanto rigidi. Essa, sappiamo, predispone alla lunga a vedere l’interlocutore quasi solo dal lato positivo, non fosse altro che è quello che gli si offre più a buon mercato e con immediatezza. E in ogni caso il farsi accettare innesca nell’altro un giuoco psicologico gratificante.
Il tutto s’è tradotto semplicemente in uno stare al giuoco, dentro cui è stato possibile individuare elementi di sincerità forse poca, di strumentalismo forse molto, di curiosità e di noia a seconda le giornate, ma anche di ironia e autoinganno che ha dato, poi, luogo al crogiolo che possiamo condensare come l’inizio destabilizzante.
E non è da escludere anche che il trasferimento di questi detenuti sia dipeso da una sorta di fraintendimento o malinteso, forse influenzato da un eccesso di interpretazione autarchica rispetto a quello che bolliva in pentola in questo stare al giuoco. Per esempio, sollevare il tema dell’ergastolo ostativo può aver generato dei sospetti? Eppure, esso è stato portato tante volte all’attenzione dell’opinione pubblica con intelligenza: mai che si ricordi sia stato presentato dentro un progetto rivendicativo ottuso.
Ogni discorso su quel tema mirava ad un cambiamento di prospettiva, dove si chiedeva sia la necessità di una nuova elaborazione culturale come superamento di quella che generò la fattispecie di chiusura (sentenza n. 35 del 2003 della Corte Costituzionale); e parallelamente i singoli ergastolani coinvolti nel dibattito dicevano come ciò fosse paradossale nei confronti della loro vita, e non di altre, per la metamorfosi che essi stessi sentivano intima e come valore aggiunto.
In un certo qual modo, potremmo dire, che siamo nell’ambito di un quasi contenzioso ad personam, dove si getta sul piatto della rivendicazione non un bene materiale ma uno immateriale ovvero una nuova presa di coscienza a dimostrazione della rottura col passato criminale di queste persone. Ma stranamente essa non trova un alter ego per vagliarne la consistenza ideologica, in quanto la norma astratta preposta a ciò, esclude già di per sé che una presa di coscienza in materia sia possibile.
A ben vedere, non è peregrina l’idea che un approccio così asimmetrico possa aver generato delle comprensibili paure, specie in chi non ha gli strumenti di lettura adeguati.
Ora, la speranza è che nulla si disperda di tanto impegno e lavoro. In particolare i detenuti interessati non abbandonino la strada intrapresa e siano seminatori di buone prassi, pur consapevoli che non è più possibile né ripetere né riprendere l’esperienza di Spoleto. L’incantesimo s’è spezzato e soltanto un rewind è in grado di creare l’illusione filmica di un ritorno al futuro.

 

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I malvagi hanno avuto la meglio, di Gino Rannesi

Abbiamo parlato più volte e con la “voce” di diversi detenuti dello smantellimento della sezione AS1 di Spoleto, avvenuto negli ultimi giorni di luglio. Vedi anche:

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/02/sul-trasferimento-degli-alta-sicurezza-di-spoleto-comunicato-stampa-della-comunita-papa-giovanni-xiii/

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/07/carmelo-musumeci-prima-della-partenza/

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/17/da-giovanni-mafrica-trasferito-nel-carcere-di-parma/

Oggi pubblichiamo quello che ha scritto uno di loro, Gino Rannesi, uno degli ergastolani sradicati, quando ha accolto la notizia. Era il 26 luglio 2012: pochi giorni e Gino sarebbe stato trasferito ad Opera (Mi), ma ecco cosa scrive degli ultimi ultimi giorni di Spoleto:

 

 I MALVAGI HANNO AVUTO LA MEGLIO

 C’era una volta la casa di reclusione di Spoleto.

Ho sempre affermato che il carcere di Spoleto a mio avviso era il carcere migliore d’Italia.

Una direzione lungimirante che si contraddistingueva per l’umanità con cui permetteva a una  persona detenuta di scontare la propria condanna.

Condotta questa che era sempre stata contrastata da una minoranza che invece avrebbe voluto gestire questo carcere con un pugno di ferro. Minoranza quest’ultima che era stata relegata nell’angolo.

Oggi quella minoranza ha vinto. Adesso saranno loro a gestire come si conviene quello che una volta era il migliore carcere d’Italia. Il sovraffollamento, ecco, questo è quello che ci voleva, con il carcere affollato da detenuti di ogni tipologia, il caos è “assicurato”.

Spoleto (Pg): “Agente aggredito da un detenuto, 75 giorni di prognosi-www.umbria24.it , 18 luglio 2012”… Spoleto (Pg)

Sappe; “Aggressioni a poliziotti, il carcere non dispone di celle di isolamento” www.poliziapenitenziaria.it , 19 luglio 2012. A Spoleto non esistono stanze libere per far scontare le sanzioni disciplinari… ma di questo problema, evidentemente, la direzione ed il comandante del reparto non se ne curano eccessivamente in quanto dette sanzioni vengono camminate molto raramente e nella maggior parte dei casi sospese…

Bene, servono urgentemente delle celle di isolamento per punire severamente quei detenuti che picchiano i poliziotti.

Che fare? Mandiamo via quei pochi coglioni della AS1, una ventina circa.

Detto fatto, alcuni sono già stati trasferiti, altri partiranno da qui a pochi giorni. Un detenuto picchia un agente? Mandiamo via i pericolosi della AS1, ci servono le celle per i meno pericolosi che picchiano le guardie.

Quando leggerete questo documento io sarò già lontano da questo posto. Siamo stati sacrificati ancora una volta sull’altare della sicurezza. In  quello che era il super carcere di sicurezza di Spoleto, per gli ex 41 bis non c’è più posto.

Siamo stati spazzati via, i duri non hanno tenuto conto che molti di noi erano iscritti al 4°anno di storia dell’arte, non hanno tenuto conto del fatto che molti di noi erano trattati dal G.O.D., che molti hanno delle pendenze con il tribunale di sorveglianza di Perugia, che per molti vi era un trattamento extramurario in corso… Spazzati via, la AS1 a Spoleto non c’è più.

Adesso i duri potranno meglio gestire i detenuti meno pericolosi che però picchiano le guardie.

Stando così le cose, sono contento di andare via da questo posto. Meglio non assistere a quello che diventerà questo posto da qui a poco.

Io voglio uscire, io non voglio giocare a fare la guerra.

Io non conosco il motivo per il quale un ragazzo di 23 anni abbia potuto colpire un agente, non lo so. Non spetta a me capire. Nessuna persona può arrogarsi il diritto di colpire chicchessia, e questo deve prescindere dal fatto che nel caso di specie la persona colpita fosse un agente. Chi alza le  mani sbaglia. Chi picchia una persona ormai inerme sbaglia due volte.

Gino Rannesi.

Spoleto. 26.07.2012

Nel posto in cui andrò probabilmente non potrò avere il computer, probabilmente non potrò avere tante altre cose. Allo stato non so se e quando scriverò ancora sul sito, ma di una cosa potete stare certi, io uscirò presto. Non voglio più restare in questo posto un solo minuto in più.

Questo posto adesso mi sa di arroganza. Io non tollero l’arroganza. Questo posto per taluni diventerà terreno di rivalsa. Rivalsa a cui non voglio assistere. C’era una volta la CR di Spoleto, adesso non c’è più…

Colpevole e cattivo per sempre, di Carmelo Musumeci

Cos’è l’ergastolo  ostativo?

 E’ una pena senza fine che in base all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, mod con Legge 356/92, nega ogni misura alternertiva al carcere e ogni beneficio penitenziario ai chi è stato condannato per reati associativi

Questo anche per coloro che nel merito, riconosciuto da educatori e giudici, come nel caso di Carmelo Musumeci, dovrebbero lasciare il carcere perchè evidentemente “recuperati” (come  vorrebbe l’art.27 della nostra Costituzione)

Alla fine dell’articolo di Musumeci, vi è l’interrogazione al Ministro di Giustizia sull’ergastolo ostativo, presentata dal Sen. Francesco Ferrante, PD.

Colpevole e cattivo per sempre

 

“Serbare rancore equivale a prendere un veleno e sperare che l’altro muoia”(William Shakespeare)

Il Tribunale di Sorveglianza di Perugia scrive di me: (…) l’impegno del detenuto verso forme di partecipazione alla vita detentiva che denotano capacità espressive non comuni e la determinazione dallo stesso dimostrata per promuovere una campagna di informazione e di riflessione sul tema dell’ergastolo c.d. ostativo ( tendenzialmente perpetuo, salvo collaborazione con la giustizia), (…)

evidenziandosi a livello culturale, politico e giurisdizionale. (Ordinanza udienza del 6 ottobre 2011).

Il gruppo trattamentale del carcere di Spoleto scrive di me:

-Una prevalenza di  aspetti positivi. Concretamente coinvolto in tutte le iniziative ricreativo-culturali organizzate. Per il particolare impegno mostrato lungo tutto il percorso di studi, ha ricevuto un encomio in data 19.05.2011 e uno in data 24.05.2010 per l’impegno mostrato nel corso di una rappresentazione teatrale. La partecipazione a vari concorsi letterari in ambito nazionale ha prodotto note di apprezzamento, riconoscimenti e premi da parte di esponenti  della comunità esterna. Recentemente il Musumeci ha pubblicato un suo racconto all’interno di una antologia intitolata “Racconti da carcere”, pubblicata dalla Arnoldo Mondadori Editore. Sensibilmente interessato a tematiche di carattere sociale, egli si relaziona da tempo con diverse associazioni, vicine al “sistema Carcere”. Dimostra un grande interesse per i temi di rilevanza sociale e per le problematiche legate all’esperienza detentiva. Il detenuto ha da tempo avviato un percorso di revisione critica non manipolatorio né riduttivo: certamente favorito dallo studio delle materie giuridiche, da una diversa consapevolezza del concetto di legalità, dalla disponibilità ad azioni riparatorie all’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII, da un forte investimento positivo verso gli affetti familiari. (…)

Giudizio di affidabilità individuale

(Relazione di sintesi, ottobre 2011).

Eppure, nonostante tutte queste belle parole dei miei “giudici” e dei miei “educatori”, non potrò mai uscire se non collaboro con la giustizia e se non metto in cella un altro al posto mio. E domando: ha senso scrivere e sprecare risorse istituzionali per un uomo colpevole e cattivo per sempre che deve morire in carcere? Credo che la non collaborazione dovrebbe essere una scelta intima, un diritto personalissimo e inviolabile, e non dovrebbe assolutamente portare conseguenze penali (o di trattamento) così gravi e perenni. Penso che la non collaborazione dovrebbe essere una scelta da rispettare e non dovrebbe essere punita con una conseguenza penale così grande e smisurata per un ergastolano ostativo,  a tal punto che sembra che la non collaborazione sia ancora più grave del reato commesso. Credo che un uomo abbia il diritto di scegliere di non collaborare per le proprie convinzioni ideologiche, morali, religiose, o di protezione dei propri familiari.

Sto cercando di migliorarmi e di cambiare rimanendo me stesso, probabilmente  per i “buoni” questa è una colpa grave e mi costerà vivere in carcere fino all’ultimo dei miei giorni, colpevole e cattivo per sempre, ma  in carcere si soffre di più quando si viene perdonati, per questo, sotto un certo punto di vista, molti di noi non possono che essere felici che i “buoni” non ci perdonino.

Carmelo Musumeci

Carcere Spoleto,  Gennaio  2012

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06462

Atto n. 4-06462

Pubblicato il 21 dicembre 2011
Seduta n. 649

FERRANTE – Al Ministro della giustizia. –

Premesso che a quanto risulta all’interrogante:

nel Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, che lascia almeno uno spiraglio di speranza per ottenere una eventuale misura alternativa al carcere o beneficio penitenziario; quello ostativo che è una pena senza fine che, in base all’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario di cui alla legge n. 354 del 1975, nega ogni misura alternativa al carcere e ogni beneficio penitenziario a chi è stato condannato per reati quali, ad esempio, l’associazione a delinquere o per l’esecuzione o la partecipazione a vario titolo a un omicidio;

per meglio comprendere la questione bisogna tenere presente che con il decreto-legge n. 306 del 1992, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 356 del 1992 si è introdotto nel sistema di esecuzione delle pene detentive una sorta di doppio binario, nel senso che, per taluni delitti ritenuti di particolare allarme sociale, il legislatore ha previsto un regime speciale, che si risolve nell’escludere dal trattamento extramurario i condannati, a meno che questi collaborino con la giustizia: per questo motivo molti ergastolani non possono godere di alcun beneficio penitenziario – quali permessi premio, semilibertà, liberazione condizionale;

in Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno alle spalle più di 26 anni di detenzione, il limite previsto per accedere alla libertà condizionale; la metà di questi100 haaddirittura superato i trent’anni di detenzione; al 31 dicembre 2010 gli ergastolani in Italia erano 1.512, quadruplicati negli ultimi sedici anni, mentre la popolazione comune detenuta è solamente raddoppiata; al 31 dicembre 2010 i detenuti presenti nelle carcere italiani erano 67.961 e quelli in semilibertà poco più di 900 e di questi solo 29 sono ergastolani. 29 su1.512, afronte di quasi100 indetenzione da oltre 26 anni;

su questi dati Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di sorveglianza di Perugia, ha rilasciato (al Convegno Carceri 2010: il limite penale ed il senso di umanità tenutosi a Roma il 28 maggio 2010) questa dichiarazione: “(…) Per finire, e qui mi allaccio ai progetti di riforma del Codice penale, non so se i tempi sono maturi, ma anche una riflessione sull’ergastolo forse bisognerà pure farla, perché l’ergastolo, è vero che ha all’interno dell’Ordinamento dei correttivi possibili, con le misure come la liberazione condizionale e altro, ma ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che prendono l’ergastolo, tutti per reati ostativi, e sono praticamente persone condannate a morire in carcere. Anche su questo, forse, una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa, perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, lasciare questa pena perpetua, che per certe categorie di autori di reato è assolutamente certa, nel senso che non ci sono spazi possibili per diverse vie di uscita (…)”;

a titolo di esempio di una situazione molto difficile per numerosi detenuti, la vicenda di Carmelo Musumeci che si trova ora nel carcere di Spoleto sembra paradigmatica: entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41-bis della citata legge n. 354 del 1975, riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori; nel 2005 si laurea in Giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo”; nel maggio 2011 si è laureato all’Università di Perugia al corso di Laurea specialistica in Diritto penitenziario, con relatore il professor Carlo Fiorio, docente di Diritto processuale penale; nel 2007 conosce don Oreste Benzi e da allora anni condivide il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII; ha pubblicato nel 2010 il libro “Gli uomini ombra”, e nel 2011 “Undici Ore d’amore di un uomo ombra” editi da Gabrielli Editori; è autore di molti racconti e del romanzo “Zanna Blu” di prossima pubblicazione, con la prefazione di Margherita Hack; promotore della campagna “Mai dire mai” per l’abolizione della pena senza fine, collabora con diverse testate, blog e associazioni come “Antigone” o “La Meteora”;

il Tribunale di sorveglianza di Perugia, in una recente ordinanza, scrive di lui: “(…) l’impegno del detenuto verso forme di partecipazione alla vita detentiva che denotano capacità espressive non comuni e la determinazione dallo stesso dimostrata per promuovere una campagna di informazione e di riflessione sul tema dell’ergastolo ostativo (…)”; mentre l’Area Osservazione e trattamento della casa di reclusione, nel protocollo 34712/Tra del 14 ottobre 2011, scrive di lui: “(…) La permanenza presso questo istituto permette di rilevare una prevalenza di aspetti positivi nelle intenzioni che il soggetto in esame ripone nel voler dare un senso alla pena dell’ergastolo alla quale è stato condannato. Concretamente coinvolto in tutte le iniziative ricreativo- culturali organizzate (…)”. Sempre il Presidente del Tribunale di sorveglianza di Perugia dichiarava che: “(…) Il carcere di Spoleto, per esempio, ha circa un centinaio di ergastolani, molti dei quali condannati per delitti integralmente ostativi e che quindi non vedono assolutamente prospettiva di reinserimento, per i quali l’ergastolo (che pur viene ritenuto costituzionalmente legittimo nel nostro Paese proprio perché c’è la possibilità di un suo superamento) in realtà nei confronti di quelle persone un superamento non ci sarà mai, o sarà molto difficile perché deve passare o attraverso una scelta collaborativa (che chi è condannato per reati di criminalità organizzata ben difficilmente dopo tanti anni intende praticare) oppure deve passare attraverso pronunce di oggettiva impossibilità di una collaborazione che sono altrettanto difficili, anche tecnicamente, da sviluppare (…)”;

la collaborazione con la giustizia è una scelta processuale, mentre il pentimento è uno stato interiore; la collaborazione permette di uscire dal carcere, ma non prova affatto il pentimento interiore della persona;

va superato un sistema carcerario che abbandona i detenuti a se stessi e che non agevola affatto la rieducazione e, nel caso degli ergastolani ostativi, esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale,

si chiede di conoscere:

nel quadro dello sforzo per rendere più umane le condizioni delle carceri e dei detenuti, se il Ministro in indirizzo non ritenga giunto il tempo di promuovere il superamento del complesso di disposizioni che comporta l’ergastolo ostativo per numerosissimi condannati all’ergastolo;

in particolare, se al Ministro in indirizzo risultino i motivi di sicurezza per i quali Carmelo Musumeci si trova ancora collocato nella sezione alta sorveglianza e non in media sicurezza.

www.carmelomusumeci.com

SEN. F. FERRANTE AL CARCERE DI SPOLETO INCONTRA GLI ERGASTOLANI OSTATIVI

Il Senatore Francesco Ferrante ha visitato nei giorni scorsi il carcere di Spoleto, accompagnato dai volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, che da 4 anni seguono e appoggiamo gli ergastolani d’Italia per l’abolizione della pena dell’ergastolo, in particolare quella dell’ergastolo ostativo ai benefici penitenziari, che rende l’ergastolo “una pena di morte mascherata”, come l’ha definita l’attuale Responsabilie Generale della Comunità, Giovanni Paolo Ramonda.
Guidati dal Direttore, Dott. Ernesto Padovani, hanno incontrato gli ergastolani nella loro sezione. Qui di seguito la lettera che gli stessi ergastolani hanno consegnato al Sen. Ferrante e il comunicato dell’ufficio stampa del gruppo PD del Senato, con l’annuncio di un’interrogazione parlamentare che il Sen. Francesco Ferrante ha presentato sull’ergastolo ostativo.
 


 

Lettera aperta degli ergastolani ostativi al Senatore Francesco Ferrante

 

Senatore, mentre in alcuni paesi come la Norvegia, Portogallo, Spagna, l’ergastolo è stato eliminato (Islanda mai avuto ergastolani) dando un segno di grande civiltà e umanità e in altri Paesi l’ergastolano può uscire:
Irlanda dopo 7 anni, Olanda dopo 14 anni, Norvegia dopo 12 anni, Svezia dopo la commutazione della pena, Svizzera dopo 15 anni, Regno Unito varie possibilità, Austria dopo 15 anni, Belgio dopo 10/14 anni, Cipro dopo 10 anni, Danimarca dopo 10/12 anni, Francia dopo 15 anni, Grecia dopo 20 anni
e, invece, la patria del Diritto romano, l’Italia, dopo 25 anni e, mai, proprio mai, unico paese in Europa, per le condanne all’ergastolo con la motivazione di avere agevolato l’attività dell’associazione criminosa (Divieto di concessione di benefici: art. 4 bis L. 26 luglio 1975, n. 354).
 
Senatore, se lei è d’accordo che non si può chiedere la certezza della pena senza sapere quando finisce una pena;
che la pena dell’ergastolo supera i limiti della ragione, perche una pena senza speranza diventa solo un’esecuzione e una vendetta;
che con l’ergastolo non si vive, ma si sopravvive, perché la reclusione a vita, come pena, è peggiore della morte stessa;
che il carcere per l’ergastolano è un cimitero, con la differenza che invece di morto sei sepolto vivo;
che la pena deve rieducare, ma che rieducazione ci potrà mai essere per una persona che non potrà mai uscire dal carcere?
 
Senatore, se lei è d’accordo che in uno Stato di Diritto la speranza di tornare liberi non può dipendere dalla scelta del diretto interessato di mettere in cella un altro al posto suo:se parli esci o se no rimani dentro;
che la speranza non dovrebbe essere stroncata per sempre;
che una pena che non finisce mai è compatibile solo con l’inferno dei dannati,
 
Senatore, perché impedire la speranza di continuare ad esistere per condanne subite dieci, venti o trenta anni prima?
Che senso ha aver sostituito la pena di morte con l’ergastolo?
Non può una persona essere colpevole per sempre.
Una società che non uccide i suoi simili perché preferisce tenerli murati vivi dentro una cella tutta la vita, è una società malata e cattiva alle radici.
 
Senatore, se non è d’accordo che in Italia esista la “Pena di Morte Viva”, gli ergastolani in lotta per la vita di Spoleto chiedono a lei e al suo partito di presentare al Senato un disegno di legge per l’abolizione dell’ergastolo, in subordine l’abrogazione dell’articolo 4 bis Ordinamento Penitenziario che rende l’ergastolo ostativo.
Ricordano che nel 1998 al Senato era passata la legge per abolire l’ergastolo.
 
 
Gli ergastolani in lotta per la vita di Spoleto.
Dicembre 2011

 

 

CARCERI: FERRANTE (PD), “E’ PRIMO PASSO, SPERANZA PER TUTTI DETENUTI”.
“Ora abrogare ergastolo ostativo che non consente recupero del condannato”.

“Il decreto varato oggi sulle carceri è una misura giusta e necessaria, che ha il merito di spostare un po’ più in là il punto di non ritorno, oltre il quale c’è il collasso di un sistema detentivo che da tempo ormai non è più degno di un Paese civile. Riconosciamo al ministro Severino di aver compiuto un primo passo verso la sempre più urgente riforma organica della detenzione, per la quale occorre coraggio e senso di civiltà, da dimostrare  abrogando la misura dell’ergastolo ostativo, una pena di morte ‘viva’ prevista dall’ordinamento penitenziario italiano”. Lo dice il senatore del Pd Francesco Ferrante.
“In Italia esistono due tipi di ergastolo – spiega Ferrante, che sull’ergastolo ostativo ha presentato un’interrogazione –  A quello normale, che consente almeno di ottenere un’eventuale misura alternativa o un beneficio penitenziario, e quello ostativo, una pena senza fine che in base all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale. L’ergastolo ostativo, che attualmente viene  scontato  da 1200 persone detenute, si traduce in sostanza nell’attesa della morte in carcere, in quanto è precluso qualsiasi  reinserimento, nemmeno dopo 30, 40, 50 anni o in strutture di recupero e a prescindere dal percorso personale fatto dal condannato.
Si tratta di una palese violazione dell’articolo 27 della Costituzione – sottolinea Ferrante –   secondo il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: E’ una risposta vendicativa dell’ordinamento, che ha abdicato al suo compito di infliggere una pena giusta che consenta al condannato di pentirsi e di dimostrarlo. Ricondurre il sistema carcerario alla sostenibilità dal punto di vista dell’accoglienza e restituirgli la funzione di recupero sono due esigenze di riforma civile per il nostro Paese, e che devono andare di pari passo” – conclude Ferrante.

Roma 16 dicembre 2011

Ilaria Di Bella
Ufficio stampa gruppo Pd Senato
tel: 06.6706.5653 – 329/4345628
ilaria.dibella@senato.it

Lettera degli ergastolani in lotta per la vita.. di Carinola

“Gli ergastolani in lotta per la vita di Carinola”, ci hanno inviato, tramite Carmelo, questa lettera collettiva, scritta in forma individuale (nel senso di un testo che formalmente è in prima persona e ogni ergastolano sottoscrive.. ma che è unitario in quanto verrà sottoscritto da tutti gli ergastolani, e rappresenta la loro presa di posizione collettiva).

Questa lettera è inviata ufficialmente a una serie di autorità e soggetti ricoprenti un particolare ruolo.. Presidente della Repubblica.. Ministro della Giustiza.. Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.. Garante dei detenuti.

Ma essa è considerata rivolta anche all’opinione pubblica, perchè conosca la situazione che tanti ergastolani vivono.

Nel testo c’è una fortissima contestazione verso l’operato del Magistrato di Sorveglianza “responsabile” della Casa di Reclusione di Carinola, e la cui sede “d’ufficio” è a Santa Maria Capua a Vetere.

In sostanza, gli ergastolani di Carinola contestano al Magistrato di sorveglianza di agire in violazioni del diritto e della Costituzione.

Vi lascio alla lettera collettiva de.. gli ergastolani in lotta per la vita di Carinola.

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Ecc.mo Presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura

Ecc.mo Ministro della giustizia.

Ecc.mo Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.

Dott.ssa Adriana Tocco Garante dei detenuti della Regione Campania.

Il sottoscritto … nato a … il … detenuto .. nel carcere di Carinola (CE), con pena definitiva dell’ergastolo, intende denunciare la violazione della legge 26 lugliio 1975, n.354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”, più specificatamente quelle che sono “le funzioni e i provvedimenti del Magistrato di Sorveglianza” sancite dall’art. 69.

Il Magistrato di Sorveglianza, non rispondendo alle istanze avanzate da moltissimi detenuti, che da anni le hanno presentate, vanifica quei diritti e quella tutela giurisdizionale attribuitile dalla Costituzione (Titolo IV-Sezione I e II- articolo 101 e ss.), impedendo di fatto di poter ricorrere nelle sedi superiori, quali il Tribunale di Sorveglianza e la Corte di Cassazione.

Nel carcere di Carinola ci sono circa 180 ergastolani che sono detenuti ininterrottamente dai 15 ai 30 anni di pena. E da oltre 20 anni nessun ergastolano beneficia di permessi ex art.30, permessi premio ex art. 30 ter, semilibertà; pur se in Istituti di pena di altre regioni, gli ergastolani usufruiscono a pieno titolo di tutti i benefici previsti dalla legge penitenziaria.

Il Magistrato di Sorveglianza ignora le modifiche apportate dal legislatore a seguito dell’entrata in vigore della legge 23.4.2009, n.38.. che ha modificato l’art. 4 bis O.P., e della legge 15.07.2009, n.94 che ha modificato l’art. 30 ter co.4 lett. c O.P.  Tra le due norme è riscontrabile un’antinomia in quanto la prima prevede una impossibilità assoluta di fruire di permessi premio, mentre la seconda norma stabilisce che il condannato può fruire di premessi premio dopo avere espiato metà pena, o, comunque, dopo avere espiato dieci anni di pena.

Considerato:

1) Che i criteri di risoluzione delle antinomie elaborati, quasi unanimemente, dalla teoria generale del diritto sono il criterio gerarchico (lex superior derogat lex inferiori), quello di specialità (lex specialis derogat lex generalis) e quello temporale;

2) Che anche nell’ordinamento giuridico italiano, i criteri per la risoluzione delle antinomie sono quelli indicati ai sensi dei principi desumibili dal sistema normativo previsto dalla Costituzione (criterio gerarchico) e dall’art. 15 delle preleggi, che esplicitamente richiama il criterio temporale e, più implicitamente, richiama il criterio di specialità (“Le leggi non sono abrogate che da leggi posteriori per dichiarazione espressa del legislatore, o per incompatibilità tra le nuove disposizioni e le precedenti o perchè la nuova legge regola l’intera materia già regolata dalla legge anteriore”);

3) Che nel caso concreto è possibile fare riferimento esclusivamente al criterio di specialità ed a quello temporale, poichè entrambe le norme appartengono al medesimo corpo normavivo;

4) Che la norma di cui all’art. 30 ter co. 4 lett. c O.P., è estressamente rivolta a disciplinare i permessi premio e l’ammissibilità delle relative istanze, nei casi dei reati ostativi, deve essere considerata speciale rispetto a quella rivolta a disciplinare, in generale, le condizioni di ammissibilità di tutti i benefici penitenziari, per cui l’istanza di permesso premio deve essere considerata ammissibile se il detenuto, condannato per i reati previsti dall’art. 4 bis co. 1 O.P. ha espiato metà della pena, oppure dieci anni in caso di ergastolo.

Il Magistrato di Sorveglianza, invece, le istanze le dichiara inammissibii sottraendosi a quei doveri d’ufficio impostigli dalla Costituzione e dalla legge.

Questa ulteriore violazione, oltre ai principi stabiliti dalla legge penitenziaria in materia di benefici, nega la massima espressione dei Padri Costituenti che all’art. 27 comma 3 sancirono “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. ll Magistrato di Sorveglianza di questi principi se ne fa carta straccia.

Uno dei Padri del diritto italiano, Francesco Carnelutti, in uno scritto, “La voce di S. Marco”, così si esprimeva: <<Il processo non finisce con la condanna, ma si continua con la rieducazione che avviene all’interno dei vari istituti; la sua sede si trasferisce dal tribunale al penitenziario, ma deve essere chiaro, nell’interesse della civiltà, che chi ha sbagliato deve essere rieducato e restituito alla società>>. 

Qui a Carinola si è equiparato il penitenziario al camposanto, dal momento che noi ergastolani usciamo solo da morti. Invece, il penitenziario deve essere equiparato ad un ospedale, dove la condanna rappresenta la malattia e da qui ripartire con la diagnosi, che gli operatori penitenziari tutti, fino a giungere al Magistrato di sorveglianza che rappresenta il primario, si adoperino per dimettere il condannato-malato. E’ chiaro che il pensiero del grande giurista Carnelutti richiamava il principio de dell’art. 27 comma 3 della Costituzione, che qui, purtroppo, è ignorato.

Già in precedenza i detenuti di Carinola si sono rivolti alle Istituzioni competenti esponendo simili problematiche, ma il C.S.M. ha risposto che “in base all’art. 2 del D.L. gs, 23 febbraio 2006, n. 109 l’attività di interpretazione di norme del diritto e quella di valutazione del fatto e della prova non danno luogo a responsabilità disciplinare”. Il giudice è soggetto soltanto alla legge (art. 101 Cost.), ma il C.S.M. può disporre, su proposta della prima commissione, che è organo diverso e separato dalla sezione disciplinare, il trasferimento d’ufficio del magistrato “quando per qualsiasi causa indipendente da loro colpa, non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza ed imparzialità a sensi dell’art. 2 R.D. 31 maggio 1946, n.511”.

Il presente esposto tratta una problematica completamente diversa dalla precedente. Riguarda l’omissione dei doveri d’ufficio da parte del Magistrato di sorveglianza di S. Maria Capua Vetere, di rispondere alle istanze presentate a vario titolo e per ragioni diverse dalla maggior parte dei detenuti. Tale comportamento, oltre a violare la legge, mira a vessare inutilmente i detenuti affinchè desistano dal fare richieste che non solo non avranno risposta, ma, se l’avranno, sarà negativa. Ciò si palesa non solo contrario alle norme interne, ma anche alle norme di Diritto Sovranazionale in tema di Diritti Umani e di rispetto della dignità dell’uomo, considerato che un detenuto è sullo sesso piano di tutti gli altri uomini.

Quanto fin qui esposto, ovviamente, non lascia trasparire lo stato d’animo in cui vive un detenuto che ha scontato moltissimi anni e che si chiede se  sia giusto continuare a coltivare quella speranza per se e per i propri cari sulla base dei principi enunciati dalla Costituzione e dalle leggi, oppure se dopo avere pagato così ampiamente il debito per le proprie colpe deve lasciarsi morire essendo l’unico modo per potere riacquistare la libertà.

SI CHIEDE

di intervenire a porre fine al modus operandi del Magistrato di sorveglianza, affinché vengano applicati tutti quei principi che in uno Stato di Diritto qual’è il nostro Paese, non possono essere vanificati.

Carinola,

IL CONDANNATO ALL’ERGASTOLO………………………………………….

 

 

Ecco cos’è l’ergastolo ostativo: 80 anni, malato di tumore, ancora in carcere ed in isolamento

Finchè ci saranno storie come questa questo Blog avrà senso esistere e URLARE. Questa è la VERA storia di Salvatore Liga, un ergastolano ostativo, attualmente detenuto a Spoleto, a cui nei mesi scorsi hanno diagnosticato un tumore maligno. Quest’uomo ha 80 anni, sta su una sedia a rotelle  ed è in isolamento in carcere: Signori, questo è l’ERGASTOLO in Italia, questa è LA CERTEZZA DELLA PENA! Dedicato a tutti coloro che dicono di voler  giustizia e pretendono vendetta: ecco a voi un vecchio, malato terminale destinato a morire in carcere, perchè l’ergastolo ostativo perdona meno del tumore.  In fondo l’ex Ministro Alfano lo gridava nelle piazze lo scorso anno: “I giovani invecchieranno e i vecchi moriranno in carcere”. Questi sono i nostri politici, questa è la nostra giustizia. Non conosco cosa abbia portato Salvatore Liga  a “guadagnarsi” l’ergastolo, so però che questa giustizia che applichiamo in nome della nostra sicurezza (che paura potrà mai fare un vecchio malato di 80 anni, su una sedia a rotelle???)  non è migliore degli assassini che vuole rieducare.

Ecco la stora vera di Salvatore Liga raccontata con le parole del nostro Carmelo Musumeci.

Nessuna copertina, nessun Tg per lui, nessun grande giornale darà voce alla sua storia, ci pregiamo di farlo noi :

“Dal Dentro”

Una storia vera

 

La dove cresce il dolore è terra benedetta. Un giorno o l’altro, voi tutti riuscirete a capire cosa significa questo. (Oscar Wilde)

 

In carcere capita spesso che si possa osservare meglio gli altri che se stessi.

E scrivendo si può essere la voce di chi non ha neppure più la forza di avere voce.

Questa è una storia vera che nessuno scriverà mai in un giornale e mai nessuno racconterà in televisione.

Questa è una storia vera che rimarrà prigioniera nelle celle, nei cortili e nelle sezioni dell’Assassino dei Sogni (il carcere,  come lo chiamo io).

Io ci provo a fare evadere questa storia dalle sbarre della mia cella per farla conoscere aldilà del muro di cinta, al mondo dei “buoni”.

Questa è la storia di Salvatore Liga, detenuto nel carcere di Spoleto in Alta Sicurezza, 80 anni compiuti l’estate scorsa, vecchio malato e stanco.

E destinato con certezza a  morire in carcere perché è stato condannato alla pena dell’ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio,  se al suo posto non ci mette un altro.

L’ultima volta che l’ho visto era questa estate e si muoveva a malapena nel cortile del carcere con due stampelle sotto le ascelle.

Stava sotto il sole seduto in una panchina di cemento armato tutto l’orario del passeggio a prendersi l’ultimo sole della sua vita.

Poi un giorno non l’avevo più visto.

In seguito avevo saputo che gli avevano trovato un tumore maligno allo stomaco e l’avevano trasferito d’urgenza in un centro clinico carcerario.

Proprio l’altro giorno ho saputo che era ritornato, l’avevano operato,  ma che adesso non riusciva più a camminare e gli hanno dato una sedia a rotelle.

Oggi, da un suo paesano, ho saputo che per Salvatore Liga le disgrazie non sono finite perché gli hanno applicato un residuo d’isolamento diurno.

A che serve e a chi serve applicare ad un povero vecchio in fin di vita una misura così sadica e vessatoria?

Molti forse non sanno che l’isolamento diurno è una pena che si dà normalmente quando si è condannati alla pena dell’ergastolo e che ti costringe a non fare vita comune con i tuoi compagni.

Che altro aggiungere, se non che il carcere non dovrebbe essere uno strumento di tortura, mortificazione, un luogo di violenza istituzionale e una fabbrica di emarginazione.

E se siete dei credenti, aggiungo solamente che Gesù nelle sue predicazioni non chiedeva giustizia ma perdono.

Visto però i risultati, credo che Gesù abbia perso solo tempo a venire su questa terra.

 

Carmelo Musumeci.

Spoleto ottobre 2011

Contro l’ergastolo e la pena di morte- 25 °Anniversario della Legge Gozzini-…ma noi non ci saremo…

… Ma noi non ci saremo…
 
Quest’anno il 10 ottobre ricorre il 25° anniversario della Legge Gozzini, per la prevalenza della funzione rieducativa della pena. Per questa occasione l’Associazione Antigone ha organizzato un importante Convegno a Roma dove, tra tanti nomi illustri, aveva pensato di invitare anche Carmelo Musumeci,  detenuto ergastolano, recentemente laureato in Giurisprudenza, per raccontare la Legge vissuta da dentro.
Ecco il programma di Antigone: 
ANTIGONEONLUS
per i diritti e le garanzie nel sistema penale
                                                                                             
10 ottobre 1986 – 10 ottobre 2011
Ore 9.00-15.00
 
Museo Criminologico
Via del Gonfalone 29
Roma
 
PENA CERTA UGUALE PENA FLESSIBILE
 
A 25 ANNI DALLA LEGGE GOZZINI
 
Introduce
Patrizio Gonnella
 
In apertura un ricordo di Mario Gozzini di
Alessandro Margara
 
1986: quando la politica non temeva di essere  universalista
Ersilia Salvato e Mino Martinazzoli
 
2011: la politica e la pena
Luigi Manconi e Gaetano Pecorella
 
L’inganno della pena certa
Stefano Anastasia
 
La sfida delle misure e delle sanzioni alternative
Emilio Di Somma

 

Dai Centri di servizio sociale per adulti agli Uffici per l’esecuzione penale esterna
Vincenzo Eustachio Petralla

 

La gestione odierna delle misure alternative alla detenzione
Luigia La Culla

 

Venticinque anni di legge Gozzini visti dall’interni

Carmelo Musumeci

 

Essendo Carmelo Musumeci impossibilitato ad ogni forma di permesso premio, perché condannato all’ergastolo senza nessun beneficio penitenziario, in assenza di collaborazione con la giustizia, alla “Pena di morte viva”, come lui lo definisce, ha chiesto al Tribunale un permesso di necessità.
Il cosidetto “permesso di necessità”, è l’unico tipo di permesso che può ottenere anche chi è escluso dai benefici penitenziari, ma si concede per eventi gravi, unici e irripetibili.
Per spiegare perché ci teneva tanto ad andare a questo Convegno, ha scritto questa lettera:

Lettera aperta al mio Giudice

di Carmelo Musumeci

 

 

“Non  c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono.” (Giovanni Paolo II )

Signor Giudice, non ho studiato solo per avere un pezzo di carta e rimanere chiuso in una cella senza fare nulla per il resto dei miei giorni. Io ho studiato anche per lottare, pensare e sognare, perché non posso arrendermi al mio destino e non lo farò mai.

Signor Giudice, ho un’occasione unica: l’Associazione Antigone, in occasione del 25° anniversario della legge Gozzini, mi ha invitato ha tenere, insieme  a mia figlia Barbara, una relazione dal titolo: “Venticinque anni di legge Gozzini visti dall’interno e dalle famiglie”, presso il Museo Criminologico di Roma, in via del Gonfalone 29, dalle ore 9.00 alle ore 15.00 del 10 ottobre 2011.

Signor Giudice, io con tutte le mie forze desidero essere presente a questo evento perché per me è il traguardo di un cammino iniziato più di vent’anni fa. E spero di meritarlo, perché si può scontare la propria pena in diversi modi. Ed io ho deciso di farlo lottando per la legalità costituzionale in carcere, per un fine pena per tutti e per cercare di essere un po’ anche la voce dei miei compagni ergastolani, facendomi promotore di pacifiche iniziative per l’abolizione dell’ergastolo.

Signor Giudice, con la schiettezza di sempre, non le posso nascondere che se la Legge e questo Tribunale non mi concederanno questo permesso rimarrò molto deluso perché mi rifiuto di pensare che uomini liberi e giusti possano essere schiavi di leggi che non condividono, quando dovrebbe essere la legge schiava dei giudici.

Signor Giudice, un sistema penitenziario e giudiziario illuminato non dovrebbe impedirmi di essere presente al Convegno, per essere voce di chi non ha voce da tantissimi anni.

Signor Giudice, che cosa dirò se presenzierò a questo evento?

Dirò semplicemente che nonostante i miei educatori, preposti da una legge a esprimere valutazioni, affermino: “La recente restituzione in ambiente libero sembra sostenere un giudizio di affidabilità individuale”, e  in un altro documento ribadiscono: “Parere favorevole sull’affidabilità individuale anche esterna”, io sarò considerato cattivo e colpevole per sempre, a causa di un’altra legge che mi preclude il diritto, nonostante il merito.

Direi che il fiume in cui si entra con un piede non è più quello in cui si mette l’altro, perché l’acqua scorre. E che dopo cinque, dieci, vent’anni non si è più lo stesso uomo che ha commesso il reato, quindi, perché l’uomo nuovo deve pagare per l’uomo vecchio?

Signor Giudice, me le lasci dire queste cose. È un evento importante non solo per me, ma per tutta la popolazione detenuta, perché per la prima volta, o quasi, ci sarebbe occasione di far parlare l’ombra di un uomo.

Spoleto 15/09/2011

Lo scorso 6 ottobre il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato e negato a Carmelo Musumeci  il permesso di partecipare al Convegno.
Nel diario che tiene dal carcere oggi scrive:
Oggi sarei dovuto essere a Roma per partecipare al convegno di Antigone, ma mi è stato respinto il permesso per andarci.
Avevo promesso al mio cuore in caso di esito negativo di non rimanerci male, ma sono un vigliacco e un debole e ci sono rimasto male lo stesso.
Nell’istanza di rigetto mi hanno pure scritto:
(…) Pur riconoscendo l’impegno del detenuto verso forme di partecipazione alla vita detentiva che denotano capacità espressive non comuni e la determinazione dello stesso dimostra per promuovere una campagna di informazione e di riflessione sul tema dell’ergastolo c.d. ostativo (che si collega a delitti ricompresi nel comma 1 dell’art 4 bis ord. pen. e che, come tale, si presenta tendenzialmente  perpetuo, salvo collaborazione con la giustizia), rileva il Tribunale come la ipotizzata partecipazione alla giornata organizzata da Antigone, pur apprezzabile per l’obiettivo perseguito di chiamare a discutere di temi così rilevanti persone che vivono sulla loro pelle la drammaticità del carcere a vita, non rientri nella fattispecie della legge. (…)
Né possono superare le precedenti obiezioni le pur pregevoli osservazioni svolte nella memoria difensiva presentata nell’interesse di Musumeci Carmelo che sottolineano l’impegno del detenuto per il superamento dell’ergastolo ostativo, evidenziandosi a livello culturale, politico e giurisdizionale. (…)
Per ironia della sorte il 10 Ottobre  l’Europa festeggia anche  l’abolizione della pena di morte in tutti i suoi paesei, ma oggi gli ergastolani d’Italia indicono un giorno di sciopero della fame perché:
“Mentre il Parlamento Europeo festeggia l’abolizione della pena di morte in tutti i suoi paesi, noi pensiamo che ci sia poco da festeggiare se in Italia al suo posto ci hanno messo una morte ancora più terribile:
la Pena di Morte Viva, l’ergastolo ostativo ai benefici.
 
Buon anniversario a tutti, ma “Noi non ci saremo…”
Carmelo Musumeci e gli ergastolani in lotta per la vita
10 Ottobre 2011

L’URLO di MARIO TRUDU, in carcere dal 1979

La lettera che inseriamo oggi è di Mario Trudu, un pastore sardo condannato all’ergastolo e in carcere dal 1979. Quella di Mario Trudu è una delle storie più emblematiche, più drammatiche, una di quelle storie che un paio d’anni fa ci hanno dato la spinta per creare questo Blog e per dare voce a questi sepolti vivi. Se abbiamo chiamato “Urla dal Silenzio” questo blog, lo abbiamo fatto anche pensando alla storia di Mario che, esclusi i 10 mesi di latitanza tra ’86 e l’87, vive in carcere da 32 anni. Senza nessuna prospettiva di non morire lì dentro. Mario Trudu è un uomo rassegnato, ma non abbastanza, forse è la rabbia a tenerlo ancora vivo. Eppure anche lui ha chiesto la morte al posto dell’ergastolo  ostativo e ha chiesto di essere fucilato in piazza a Spoleto (città dove sta attualmente scontando l’ergastolo) per dare soddisfazione a tutti coloro che i delinquenti li vogliono vedere morti, anche dopo 32 anni di carcere… Invece il Tribunale gli ha risposto che la pena di morte non è prevista dall’Ordinamento Penitenziario, nè dalla Costituzione. Bel Paese il nostro,  ci battiamo per abolire la pena di morte negli altri Stati ma nelle nostre prigioni ci si suicida e si muore come mosche e se sei ergastolano e non scegli di usare la giustizia per tirarti fuori, morirai di sicuro  in carcere. Ma  lo Stato non vuole la parte del boia: o lo fai da solo o muori ogni giorno in attesa della fine dei tuoi giorni.

Vi lascio a questa drammatica testimonianza di Mario Trudu:     

 

A scrivere è Mario Trudu. Nato l’undici marzo del 1950 ad Arzana. Mi trovo in carcere dal maggio del 1979 con una condanna all’ergastolo. Scrivendo questo testo non lo faccio pensando di poter ottenere qualcosa, ma per informare, perché qualcuno in più venga a conoscenza della situazione in cui si trovano le persone che sono recluse, come me,  con una condanna all’ergastolo ostativo. Siamo coloro che ogni giorno affrontiamo la nostra tragedia, la nostra vita senza speranza, eppure, lottiamo e combattiamo per una vita migliore. Mi preme dire a coloro che si trovano nella mia medesima situazione, e verso coloro che eventualmente vi si troveranno in futuro, che bisogna fare qualcosa.
Troppo spesso si sente parlare di certezza della pena, ma occorrerebbe parlare di certezza della morte, perché in Italia chi è condannato alla pena dell’ergastolo ostativo può essere certo che la propria morte avverrà in carcere. Spesso si sente nei salotti televisivi qualche politico che batte i pugni sul tavolo inneggiando alla certezza della pena. A questi vorrei gridargli in faccia che la mia pena è talmente certa da giungere fino alla morte. Solo certe menti malate e distorte possono riuscire a superare l’insuperabile. Non si può introdurre come è stato fatto nel 1992 la norma dell’art. 4 bis O.P. (che nega i benefici penitenziari se non metti un altro in cella al posto tuo) e renderla retroattiva, applicarla cioè a reati commessi diversi lustri prima. Lo stesso vale per l’art. 58 ter O.P.(persone che collaborano con la giustizia),  uno scempio per uno stato che si definisce di diritto. Da quando nell’Ordinamento Penitenziario è stato introdotto questo articolo, se vuoi ottenere i benefici penitenziari, sei obbligato a “pentirti”, lasciando in questo modo che si dimentichi che rieducarsi (se errori ci sono stati in passato) non significa accusare altri, ma cambiare dentro di sé. Il pentimento che pretendono loro è l’umiliazione. Per loro collaborazione significa perdita di dignità, fuoriuscire dalla sfera umana. Come può collaborare chi ha è stato vittima di processi compiuti con la roncola nei cosiddetti periodi di “emergenza” in cui contava solo la parola dell’accusa e dove i testimoni della difesa venivano sistematicamente arrestati e processati anche loro? L’Italia, dagli anni ottanta ad oggi, pare essere un paese in emergenza perenne.
Si può negare ad un condannato all’ergastolo,  dopo che ha scontato già trent’anni di carcerazione, la possibilità di ottenere un permesso? Il due settembre del 2009 il Tribunale di Sorveglianza d Perugia, a una mia richiesta di tramutare la mia condanna all’ergastolo in pena di morte (da consumarsi con fucilazione in piazza Duomo a Spoleto) ha risposto così: “Poiché la pena di morte non è prevista dall’Ordinamento né ammessa dalla costituzione, si dichiara inammissibile l’istanza in oggetto”. All’ergastolano, viene dunque proibito anche di scegliere di morire perché si vuole che affronti la vendetta dello Stato fino all’ultimo dei suoi giorni.
Io ho sempre creduto che gli unici che avrebbero potuto pretendere vendetta nei miei confronti fossero la famiglia Gazzotti, l’uomo che ho sequestrato e che a causa di quella mia azione quel povero uomo morì. Solo loro credo che possano fare e dire tutto ciò che vogliono nei miei confronti, ne hanno tutti i diritti. Sicuramente trent’anni di carcere formano un altro uomo, perché oltre ai valori ed abitudini che già possiedi, ne assorbi altri e rielaborandoli ne ricavi una ricchezza. La pena dell’ergastolo per chi la vive come me, è crudele e più disumana della pena di morte, perchè quest’ultima dura un istante ed ha bisogno di un attimo di coraggio, mentre la pena dell’ergastolo ha bisogno di coraggio per tutta la durata dell’esistenza di un individuo, un’esistenza disumana che rende l’uomo “schiavo a vita”.
Occorre prendere coscienza che l’ergastolano ha una vita uguale al nulla e anche volendo spingere la fantasia verso previsioni future,  resta tutto più cupo del nulla. Si parla spesso del problema delle carceri, ma non cambia mai nulla (o forse qualcosa cambia in peggio e il problema del sovraffollamento delle carceri lo dimostra). I suicidi nelle carceri sono proporzionalmente in numero maggiore di diciassette volte rispetto a quelli che avvengono nel “mondo esterno”. I “signori” politici dovrebbero pensare veramente per un attimo al disgraziato detenuto che non può morire in carcere per vecchiaia. Parlo dei politici perché la responsabilità è loro, perché se la legge del 4 bis non viene cambiata siano consapevoli che noi ergastolani ostativi dal carcere non potremo uscire mai: che diano risposta a questa domanda questi “signori”!.
Sto sognando, lo so! Purtroppo un ergastolano può solo sognare.
Fino ad oggi la mia trentennale carcerazione è stata interrotta da soli dieci mesi di latitanza ( periodo che va da giugno del 1986 ad aprile del 1987). Venti anni fa entrai nei termini per poter usufruire dei benefici penitenziari e da allora ho iniziato a presentare diverse richieste per poterli ottenere, ma sono state respinte sistematicamente tutte fino a quando nel2004 mivenne concesso un permesso con l’art- 30 O.p. (otto ore libero, senza scorta) per partecipare alla presentazione di un CD-ROM sulle fontane di Spoleto,  realizzato in carcere da noi alunni del quarto anno dellIistituto d’arte. Trascorsi quelle ore di permesso a Spoleto insieme ai miei familiari venuti appositamente dalla Sardegna,  ed in compagnia di alcuni professori. Nel novembre del2005 mifu concesso un altro permesso, questa volta di sette ore, per la presentazione di una rivista sui vecchi palazzi di Spoleto,  che avevamo prodotto in carcere. Trascorsi quelle ore a Perugia sempre con i miei familiari. A questo punto mi ero convinto che il fattore di pericolosità sociale attribuitomi fosse oramai decaduto e di conseguenza mi illusi che, di tanto in tanto, mi sarebbe stato concesso qualche permesso utile a curare gli affetti familiari. Purtroppo non fu così, perché dopo quell’ultimo permesso tutte le mie richieste furono respinte. Inizia a questo punto a chiedere con insistenza un trasferimento in un carcere della mia regione di appartenenza, affinché i miei familiari potessero avere meno disagi ad ogni nostro incontro, ma nulla da fare: la prima richiesta fu rifiutata e le successive non ebbero mai risposta. Ho presentato a più riprese richieste di permesso necessità per poter andare a far visita a mia sorella Raffaella che non vedo dal 2004 e che non si trova in condizioni per poter affrontare lunghi viaggi, ma anche queste vengono negate motivando che lei non si trova in pericolo di vita. Sono contento che mia sorella non sia in pericolo di vita. Sono state tante le mie richieste per un avvicinamento a colloquio al carcere di Nuoro, dove mi sarebbe stato possibile incontrare mia sorella, l’ultima l’ho presentata il due maggio 2011. Ma non mi hanno ancora risposto.
 
Mario Trudu
 

Gino Rannesi, diario di un giorno in Tribunale. Poesia del Duca per Nazareno. Risposte a i vostri commenti

E’ drammatica la pagina di oggi di Gino Rannesi. E’  il racconto della sua notte prima di un’ udienza e il diario dei momenti in Tribunale per chiedere per l’ennesima volta un permesso di necessità, qualche ora dopo decenni di carcere…  Non so se è perchè conosco personalmente Gino e so quanto ci teneva a questo permesso, ma a volte quando devo spiegare l’ergastolo ostativo, la “pena di morte viva” ,  penso che dovrei  far leggere questi racconti. Vorrei che giudici, legislatori e forcaioli di turno potessero mettersi, per una volta sola nella vita, dall’altra parte della barricata. E sentire, una volta solo nella vita, tutto il dolore che esce…. Sono passati tanti giorni  da quel udienza, troppi per poter sperare ancora in un esito positivo.  Pensateci quando leggerete qui sotto: “Devo farcela, ho bisogno di questo permesso.   Oppure(…) ma mi rendevo conto del fatto che le cose che dicevo non facevano breccia alcuna.   E anche quando leggerete:    Presidente, ho bisogno di questo permesso, ora, mi serve ora.

In mezzo, prima che Gino, qualche giorno dopo aver scritto il diario dell’udienza del 23 giugno, risponda ad alcuni di voi che hanno lasciato commenti su alcuni scritti suoi precedenti, c’è anche una poesia de “Il Duca” dedicata  a Nazareno, l’ergastolano di Spoleto morto qualche settimana fa.

Ecco Gino:

 

 

Oggi,  23 giugno 2011.

La notte scorsa ho dormito poco e male.

Come di solito sono andato a letto intorno alle ore 22, ma non riuscendo a prendere sonno sono stato costretto ad alzarmi più volte. Camomilla e avanti e indietro per cella. Quattro passi in avanti, giravolta e ancora quattro passi in avanti, e rigiravolta e ancora quattro passi ….Solo intorno a mezzanotte stanco e avvilito sono riuscito a dormire per qualche ora. Anche la notte scorsa come di consueto ho sognato.

< A bordo di una macchina,  con alla guida la buonanima di mio padre, percorrevamo una strada dissestata. Ad ogni curva, ad ogni avvallamento temevo che la macchina potesse cappottare. Invece no. Alla fine di quel percorso sono sceso dalla macchina, ho controllato le ruote della stessa per constatare se durante il tragitto qualcuna di queste fosse rimasta danneggiata. Dopo una attenta verifica ho notato che una delle ruote  anteriori aveva il cerchione ammaccato.> Stamattina al risveglio ho cercato di “analizzare” il sogno fatto durante la notte. La conclusione a cui sono giunto è la seguente: un viaggio a bordo di una macchina con alla guida mio padre. Il tragitto percorso e  superato indenne nonostante lo stesso nascondesse numerose insidie, come buche, avvallamenti e pericolosissime curve, lascerebbe intendere alla riuscita di un progetto in corso. Tuttavia però, quell’ammaccatura al cerchione pare voglia mettermi in guardia su qualcosa che potrebbe vanificare il tutto. Immagino che chi sta leggendo quanto sin qui scritto, legittimamente si stia chiedendo: ma stu sciminitu di che cazzo sta parlando.

Bene, stu scimunito crede fermamente nei sogni cosidetti premonitori, su questo argomento se volete ne possiamo parlare la prossima volta. Sono un “esperto in materia.” Andiamo al sodo. Stamattina sono stato al Tribunale di Sorveglianza di Perugia. Oggetto della discussione è stata l’ennesima istanza inoltrata dal sottoscritto tendente ad ottenere la concessione di un permesso di necessità della durata di qualche giorno. Chi si trova nelle mie condizioni non può chiedere permessi premio, ma solo di necessità. Questi possono essere concessi anche agli ergastolani ostativi. Tuttavia, però, questo avviene rarissimamente. Art.30.Op. al comma uno.

Ad esempio nei casi di imminente pericolo di vita di un congiunto. O ancora al comma due:

La nozione di evento familiare di particolare gravità, in linea con quanto già affermato nelle precedenti ordinanze cui si è fatto richiamo, debba ritenersi estesa a situazioni non necessariamente caratterizzate in senso drammatico, in quanto conseguenti a privazioni di affetti determinate da eventi luttuosi, e possa, di conseguenza, avere riguardo ad ogni possibile situazione della vita familiare di un individuo che sia idonea, anche da un punto di vista soggettivo, ad incidere fortemente sulle condizioni di vita individuale e di relazione della persona detenuta, anche in rapporto alle pregresse dinamiche socio-ambientali di riferimento.

La mia istanza è stata improntata al comma due. Dunque avrete capito  il motivo per il quale stanotte ho dormito poco e male. Bene, si parte.

Ore 10 del mattino, a bordo di un furgone unitamente ad una nutrita scorta di agenti, ci siamo avviati alla volta del Tribunale. Durante tutto il tragitto ho pensato e ripensato a quello che avrei dovuto dire innanzi alla corte. Premesso che tale richiesta in passato è già stata avanzata diverse volte, e che la risposta è stata sempre la stessa: Pur dando atto di una situazione che … …. … Tuttavia la richiesta va rigettata in quanto non vi sono i presupposti per la concessione di un permesso ai sensi dell’art. 30 o.p.

Stavolta però tra i motivi a sostegno del tanto agognato permesso, ce n’è uno nuovo, credo che se questo avrà la giusta considerazione……… allora è fatta. Ma quel cerchione ammaccato mi rende nervoso. C’è qualcosa che potrebbe vanificare tutti i miei sforzi posti a fondamento della richiesta. Arrivati al Tribunale sono stato condotto in una piccola celletta sita proprio davanti all’aula, la stessa che da lì a poco avrebbe visto il mio ingresso con il coltello tra i denti. Ecco che una voce di donna dall’interno dell’aula rivolgendosi al capo scorta: Potete introdurre il detenuto Rannesi.

Gli agenti hanno aperto la celletta: E’ il suo turno. Questi mi hanno condotto all’interno di quella che è una grande sala. Eccomi di fronte a chi in terra ha il potere di  vita e di morte sulle persone.

Nell’occasione chi presiedeva l’udienza era il primo Presidente del Tribunale di Perugia. Questo mi conosce bene. L’ho salutato con un sentito “Buongiorno”!!! Questo  ha risposto con un sorriso. Un sorriso che ai più sarebbe apparso di buon auspicio. <Quando un uomo sta per prendere una decisione importante, non sorride> Il giudice relatore in due minuti ha illustrato quella che era la mia richiesta con le relative motivazioni a sostegno. Dopodiché la parola é passata al procuratore generale: Bisogna riconoscere come il Signor Rannesi sia una persona realista, infatti, sa bene che la sua richiesta per i motivi esposti non può essere accolta, e tuttavia ritiene sia suo dovere quello di provarci. Parere sfavorevole.

Sono rimasto attonito. Forse il procuratore non aveva ben capito quello che aveva appena detto il giudice relatore? Probabile, infatti quest’ultimo nell’illustrare i motivi a sostegno della richiesta, era stato molto, troppo, sintetico …….. in effetti nei motivi da me scritti vi è  un passaggio che recita:

< Preso atto che allo stato non posso usufruire  dei permessi premio …>

Quelle che erano le  mie certezze vacillarono …. visto l’andazzo mi sono reso conto che i giochi erano ormai fatti. Il Presidente: Rannesi ha qualcosa da dire?

E certo che sì. Con riferimento a quanto affermato dal procuratore, vero è che sono realista, nel senso che so di non poter usufruire dei permessi premio, lo so, perciò ho chiesto e chiedo un permesso di necessità.

Ho esposto le mie ragioni quasi con veemenza, ma mi rendevo conto del fatto che le cose che dicevo non facevano breccia alcuna. Era ora di tirare fuori quello che io consideravo essere il mio asso nella manica. Nell’esporre i fatti accadde l’imprevedibile, vista la delicatezza dell’argomento trattato, d’un tratto sentii un nodo in gola. Mi sono bloccato. Un sussulto mi ha scosso, realizzai che non c’era tempo per l’emozione, dovevo continuare, ed inoltre dovevo chiudere tutto in fretta il discorso iniziato. Con il cuore in gola ripresi a parlare, nel farlo continuai a ripetere a me stesso: Devo farcela, ho bisogno di questo permesso. Con immenso piacere notai che finalmente ero riuscito ad attirare l’attenzione del Presidente: Presidente, ho bisogno di questo permesso, ora, mi serve ora. Continuai a parlare, a quel punto il Presidente ordinò al cancelliere che alcune cose da me affermate fossero messe a verbale. Per un attimo pensai che forse le cose si stessero mettendo bene. Solo per un attimo però. Ancora una volta ripresi a parlare, e ancora una volta ebbi  qualche esitazione. Mi sono bloccato nuovamente. Ho portato la mano destra sulla bocca. Era evidente come fossi in sofferenza. Avevo paura di non essere credibile. Intervenne l’avvocato, questo con due colpetti sulla spalla mi invitò ad andare avanti. Come da accordo, il mio seppur bravissimo avvocato non avrebbe preso la parola. La questione non’era tecnica, ma basata solo ed esclusivamente sui lati umani della vicenda rappresentata …. … Buongiorno signor presidente, e buon lavoro. Allo stato non conosco l’esito dell’udienza. Si sono riservati. Di solito quando l’esito è positivo, la risposta arriva entro 4-5 giorni. Nell’uscire dall’aula volutamente mi sono girato per guardare indietro. Ho visto degli uomini che in terra hanno  il potere di vita e di morte su altri uomini. Quel cerchione ammaccato non mi lascia sereno. Durante il viaggio di ritorno, per un attimo ho pensato a Nazareno. Poi però ho cominciato a pensare ai prossimi motivi che metterò a sostegno di una nuova richiesta di permesso. Ciao a tutti. Gino.

  

Anche il Duca ha voluto dedicare un suo scritto a Nazareno.

Notte spessa, dedicata a Nazareno.

 

Notte spessa.

Sospeso in un remoto incantesimo lo spirito mio.

Levo gli occhi al firmamento:

come magiche lettere,

tremule stelle raccontano l’eterno poema di un sapiente scritto.

Cullate da uno spicchio di luna, cinque di esse,

più luccicante di altre,

esprimono un’unica, semplice, straordinaria parola: AMORE !!

Dieci, cento, mille volte la leggo:

l’anima di Nazareno accarezzata da un immortale infinito.

 

IL DUCA.

  

Risposte agli amici del blog urla dal silenzio. 29 giugno 2011

 

SALVATORE- Caspiterina! Ciao Salvatore, poco fa ho ricevuto parecchi scritti e commenti da parte degli amici del sito. Tra questi, anche due tuoi.

Mi associo al tuo appello. Sarò di parte, ma non fazioso, perciò mi associo.

Qui nessuno intende fare vittimismo. I processi li abbiamo subiti, e siamo stati condannati.

Rimodulerei il tuo appello semplificandolo ulteriormente.

Ecco il nostro punto di vista. Prima di andare avanti occorre precisare che, quando uso il plurale, questo va identificato solo negli ergastolani ostativi in lotta per la vita.

Dunque, il nostro punto di vista: Chi sbaglia deve pagare. Nessuno può sentirsi al di sopra della legge. Chi viene condannato con sentenza definitiva, a torto o a ragione, dovrebbe poter scontare la propria condanna in modo dignitoso. Dunque, sì alla tanta decantata certezza della pena. Siamo d’accordo,  anche noi la vogliamo. Una data certa al posto di quella scritta “Fine pena mai”.

Mai, mai, ma che significato ha? Un mai che nei casi di ergastolani ostativi è un mai reale. Anni or sono ho fatto una domanda al mio avvocato di fiducia, ossia: secondo lei, quei giudici che negli anni scorsi hanno elargito ergastoli come fossero caramelle anche a dei ragazzi arrestati poco più che diciottenni, sapevano quello che stavano facendo?

Ossia, erano consapevoli del fatto che quei ragazzi, uomini e anziani sarebbero morti in galera?

Ad oggi non ho ancora avuto risposta alcuna.

Ecco la risposta a una tua domanda. Buoni o cattivi, non vi è alcuna differenza.

Tra le altre cose  scrivi: Dovè l’umanità che deve essere riconosciuta a coloro che hanno dimostrato di essere redenti?

Bene, mi fermo qui. Credo che a molte cose di quello che hai scritto, ti abbia risposto in modo esaustivo il signor Catania: La conoscenza rende l’uomo potente. La non conoscenza lo rende libero a metà.

 Ciao Salvatore, un grande abbraccio da chi ti considera un fraterno e sincero amico  di chi “voce non ha”.

Da quello che hai scritto, capisco che ti piaccio ancora. Comunque sono contento di sapere che per voi sono sempre beddu, forse un po’ rincoglionito, ma sempre beddu, e soprattutto all’occorrenza anche spacchiusu. Baci Gino. Un abbraccio affettuosissimo a tutti i tuoi cari.

 

 MARIO- Ciao buon Mario, il tuo scritto anche se molto breve è toccante. Toccante per l’ingenuità con cui dici: Mi sembra giusto che dopo 20 lunghissimi anni tu possa usufruire almeno di un giorno al mese di libertà per poter riabbracciare la tua famiglia.

Mario, negli ultimi 20 anni mi sarei accontentato anche di un solo giorno all’anno.

Vedo che sei rimasto colpito dalla foto che mi ritrae con il vestito. Una volta sono stato in un casinò, ma non per giocare. Da libero ero uno con la testa sulle spalle. Niente casinò, niente alcool, niente droga, niente donn … scusa, stavo per dire una cazzata. Le donne, quelle sì. Dunque, di mestiere fai il parrucchiere. Bene, ma perché cosa hanno i miei capelli che non va?

Giustamente dici che non vedi alcun sorriso, beh, la colpa è del “fotografo”, neanche il tempo di mettermi in posizione che subito ha fatto lo scatto. D’altronde, era la vigilia della S. Pasqua, inoltre questo non è un fotografo di professione, chissà dove cazzo aveva la testa!!! (lui.)

Ciao ti abbraccio affettuosamente. Gino.

 

FRANCY- Ciao Francy, ho qui davanti a me quello che hai scritto il 15.2011 alle 7:01, e poi ancora alle ore 7:27. Inizio ad “analizzare” quanto hai scritto, e nel farlo voglio iniziare da quello che hai scritto in fondo: Sei molto elegante nella foto! Un professorino!   

Grazie, visto che mi leggi ormai da un po’ di tempo, avrai capito come io non sia affatto vanitoso.

Tuttavia devo dirti che, di presenza sono meglio … … scherzo, scherzo pero è vero!!!

Sì, in uno scritto precedente ho accennato ad un permesso che se Dio vuole potrei avere. Potrei…No, io non mi laureo. I motivi a sostegno della richiesta per quanto mi riguarda sono molto più importanti della laurea.  Al momento sono al 3° anno dell’istituto d’arte.

Comunque, ho discusso il 23 scorso, ad oggi non ho ancora alcuna risposta. Io ci spero, ci spero, ma non sono sicuro. Forse riuscirò tra qualche mese. La risposta dovrei averla se non domani, sicuramente dopodomani, e comunque entro la fine del mese. L’attesa è snervante.

Oooh! Ma mi vuoi un po’ di bene? Oppure vuoi farmi fuori?

Ma come, chiudi con un, BACI Gino! E poi riapri con una salsa verde?

Gli ingredienti che la compongono sono a dir poco discutibili, ma che è sta cosa? Ma dico io,  santa Donna, ma tu baceresti un uomo dopo che questo abbia mangiato tutta questa roba? Aglio, acciughe, uovo sodo. Lo so che il pepe è dannoso, preferisco usare il peperoncino, possibilmente fresco. Setesetesetesetesetesetesete. Ben ti sta. Un affettuosissimo abbraccio. baci Francy.

 

ANTONIA TRIPODI­- Antonia, colei che più di ogni altri mi ha fatto molto riflettere su alcune tematiche importantissime. Antonia cara, spero di non deluderti se ti dico che no, io non mi laureo, almeno per il momento. Però a scuola ci vado, sono al 3° anno dell’Istituto d’arte. Il permesso l’ho chiesto per altri motivi. Se Dio vorrà lo saprai quasi in tempo reale.

Antonia, la foto che hai visto ritrae me e Ivano. Quella cosa fitusa del duca la conoscerai  più avanti. Quindi quell’altro sarebbe più bello di me. Non credo che tu lo pensi davvero, lo dimostra il fatto che dopo questa affermazione hai scritto: ah ah ah !!!  Ragion per cui, inutile  nasconderlo, ti sono piaciuto più io. Sai giocare a dama, quindi avrai senz’altro capito il significato di questa affermazione che un tempo si faceva in certi contesti. Sono andato a dama diverse volte. Ma poi ho perso la partita della vita. La mia affermazione naturalmente è diversa dalla tua. Ossia, quando riesci in qualcosa di importante esclami con un bel min … ce lo fatta!?!

Ciao Antonia, a presto. Un abbraccio. Gino.

 S’è fatto tardi, domani consegnerò questo mio scritto, dopodiché  continuerò a rispondere a tutti coloro che hanno scritto, che sono tanti.

Voglio chiudere raccontandovi una cosa che mi è accaduta proprio stamattina.

Da qualche settimana è arrivato un ragazzo che viveva in un quartiere limitante al mio. Stamattina, come ogni mattina nel dividere la spesa, tra le altre mi sono accostato anche nella cella di questa persona. Questo mi chiama a se e dice: Gino, io sono stato arrestato da poco, come sai vivo vicino al tuo quartiere. Ho tanto sentito parlare di te. A distanza di 20 anni nel tuo quartiere sono in tanti quelli che non si sono dimenticati di te. Ti amano. Mai nessuno ha parlato male. Adesso avendoti conosciuto di presenza ho capito, ho capito perché tutti parlano bene di te. Ho capito perché a distanza di 20 anni sei ancora nel cuore di tanti ….. Quello che ha detto questa persona ha provocato in me una fortissima emozione. Le persone a cui l’amico faceva riferimento, sono tutte persone che nulla hanno mai avuto a che fare con la malavita ………..  Vi saluto.

Ciao Nadia, buona notte. A domani.                           

 

Undici ore d’amore di un uomo ombra di carmelo musumeci 5° e ultimo Capitolo

E’ con un po’ di emozione che pubblichiamo oggi il finale, con la descrizione del rientro in carcere, del racconto di Carmelo Musumeci sulle sue 11 Ore d’amore e libertà che ha goduto lo scorso 11 Maggio per un permesso di necessità concesso dal Tribunale di Sorveglianza per potersi recare in Facoltà a Perugia a laurearsi in giurisprudenza e in seguito in una casa della Comunità Papa Giovanni XXIII a festeggiare con la sua famiglia. Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato gli altri 4 capitoli, quello di oggi è sicuramente il più triste, perchè se è vero che non si può misurare, e forse neanche raccontare, l’emozione  e la gioia di un uomo che esce dal carcere dopo oltre 20 anni ininterrotti di carcere, è anche altrettanto vero che immenso è  il dolore per gli addii ai propri cari e per quel rientrare in quello che oggi, allo stato attuale delle leggi, è il suo destino a vita : il carcere.   

Gli altri capitoli potete trovarli:

 https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/24/undici-ore-d%e2%80%99amore-di-un-uomo-ombra-di-carmelo-musumeci-1%c2%b0-capitolo/

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/26/undici-ore-d%e2%80%99amore-di-un-uomo-ombra-di-carmelo-musumeci-2%c2%b0-capitolo/

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/28/undici-ore-d%e2%80%99amore-di-un-uomo-ombra-di-carmelo-musumeci-3%c2%b0-capitolo/

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/30/undici-ore-d%e2%80%99amore-di-un-uomo-ombra-di-carmelo-musumeci-4%c2%b0-capitolo/

Nella foto sopra, Carmelo con uno dei nipotini.

Ecco il 5 ed ultimo capitolo di oggi:

 

Quinto capitolo

 

Ad un tratto mio figlio mi confida che mi deve parlare.

Rimaniamo soli.

Ci guardiamo a lungo in silenzio.

Poi lui inizia a parlare.

Ed io l’ascolto.

– Figlio, ti ho sempre pensato ogni giorno e ogni notte.

Vedo la sua tristezza.

– Anch’io papà.

Sento la sua malinconia.

– In questi venti anni l’Assassino dei Sogni ha solo avuto la mia ombra, il mio cuore è sempre stato con te.

Poi inizio a parlare io.

E lui ascolta.

Alla fine ci abbracciamo.

E stiamo abbracciati a lungo.

Poi rimango un po’ solo con la mia compagna.

Le mie mani non la toccano e non l’ accarezzano da anni.

I suoi baci sono buonissimi, non me li ricordavo più così buoni.

Ne faccio una scorpacciata.

E ne nascondo qualcuno dentro il cuore.

Per i momenti difficili, perché non si sa mai che non mi faranno più uscire.

Poi scendo a giocare nel cortile con i miei due nipotini, mio figlio e mia figlia.

Federico ci fa delle foto.

Nel prato c’e uno scivolo.

Lorenzo e Michael ci giocano e si divertono.

Io con loro.

Nel frattempo sposto lo sguardo da tutte le parti.

Guardo il cielo e mi sembra più grande di quello che riesco a vedere dalle sbarre della mia cella.

E ancora più grande di quello che vedo dal cortile del carcere.

Sembra ancora più azzurro di quello che ricordavo.

Forse perché sono fuori.

Forse perché sono felice.

Forse perché è uno dei giorni più belli della mia vita.

Torniamo al piano di sopra.

Poi il mio angelo mi passa numerose telefonate.

Sento alcuni amici e parenti che mi seguono e che mi vogliono bene da tanti anni, ma purtroppo non riesco a parlare con tutti quelli che vorrei.

Guardo l’orologio.

Si sono fatte le otto di sera.

E dalla mia testa da lontano sento l’Assassino dei Sogni che mi sussurra:

– Ne hai ancora per poco.

E ad un tratto il mio angelo grida:

– Presto a tavola.

Per tutto il giorno non ha smesso un attimo di organizzare la giornata e mi ha seguito come un angelo.

Mi siedo a tavola con tutta la mia famiglia.

Dopo tanti anni finalmente ho davanti a me posate, bicchieri e piatti veri.

Il mio angelo m’invita a fare un discorso.

Provo a dire qualcosa, ma dalla gola non mi esce nulla.

Riesco a solo a ringraziare tutti e a dire che li voglio bene.

Tutti mi battono le mani.

I miei due nipotini mi guardano con uno sguardo bellissimo.

Davanti a quegli occhi mi emoziono.

Mi ricordano i miei di quando ero bambino.

Di quando ero buono e innocente.

Poi iniziamo a mangiare.

E penso che sono venti anni che non mangio più con la mia famiglia.

A un certo punto la mia compagna, vedendo che guardo continuamente l’orologio, per farmi coraggio, mi versa due bicchieri di vino.

Non sono più abituato a bere vino forte e buono.

E mi accorgo subito che mi gira la testa.

Per questo non mi ricordo bene cosa è accaduto dopo.

Non riesco più a mettere ordine nei miei ricordi e nelle mie emozioni.

Mi sembra che la mia famiglia, d’accordo con il mio angelo, mi abbia dato una botta in testa, tramortito e legato.

E che quei giuda del mio angelo, di mia figlia, di Federico e Giuseppe si siano presi il compito dì portarmi davanti all’Assassino dei Sogni.

Prima di vederlo sento nell’aria il suo odore.

Lo sento ridere sottovoce.

E mi da il benvenuto.

Il figlio di puttana mi stava aspettando.

Una volta lì davanti mi accorgo che non ho più tempo.

Penso che il mio tempo sia finito.

Faccio tutto in fretta per cercare di non pensare.

Primo saluto Federico come un figlio.

Quando l’abbraccio mi si stringe il cuore.

Gli rivolgo un sorriso stanco.

Poi bacio mia figlia.

Sento il mio cuore accelerare.

Non la guardo, perché il dolore si capisce osservando gli occhi.

Ed io non voglio vedere la sua sofferenza.

I miei occhi non piangono perché c’è l’Assassino dei Sogni che mi guarda.

Riesco solo a sussurrarle:

– Figlia, sei la roccia dove è appoggiato il mio cuore.

Poi saluto Giuseppe.

E gli vedo la tristezza negli occhi.

Per ultimo abbraccio il mio angelo.

Le accarezzo il cuore con gli occhi.

Non le parlo, è troppo doloroso.

Alla fine mi volto.

Da fuori l’Assassino dei Sogni fa ancora più paura.

Sembra ancora più brutto.

Ad un tratto il suo cancello enorme di ferro si apre.

Sembra la bocca di un mostro.

Il suo rumore metallico rimbomba nelle mie orecchie.

Quella è la sua voce.

Ancora un passo e poi sarà tutto finito.

Sarò di nuovo un uomo ombra.

Un’ombra fra tante.

Faccio quel passo.

Provo la sensazione di non esistere più.

E mi faccio divorare dall’Assassino dei Sogni, lasciando alle mie spalle la libertà, l’amore e la felicità.

Cammino lentamente senza voltarmi.

Il mio cuore non vuole camminare.

Mi tocca trascinarlo.

Ogni passo sembra un chilometro.

Sento il mio cuore scalciare.

Sento che sto facendo una cazzata.

Sento che dalla luce sto rientrando nell’ombra.

Ad un tratto metto male un piede per terra.

E prendo una leggera storta, ma mi sforzo di riprendere a camminare normalmente.

Rido.

Quando sono triste, rido.

Ho paura, ma entro di nuovo dentro l’Assassino dei Sogni.

Chi mi vuole bene è sicuro che uscirò.

Io invece non ne sono sicuro per nulla.

Varco il primo cancello.

E inizio a sentire la voce dell’Assassino dei Sogni.

– Guarda chi si rivede!

Non c’è più il sole di questa mattina.

– Non mi hai dato retta…

È buio.

– Sei ritornato.

Buio nero.

– Ben tornato.

Guardo il cielo.

– Hai perso una buona occasione.

La luna è quasi rotonda, ne manca solo uno spicchio.

– Non ne avrai altre.

Il mio cuore piange in silenzio per non disturbarla.

– Peggio per te…

L’Assassino dei Sogni è taciturno.

– Ti mangerò anche i tuoi ultimi sogni.

Mi guarda.

– Gli ultimi sono anche i più buoni.

Lo guardo.

– Sei solo un’ombra.

Ci guardiamo.

– Ricordatelo.

All’improvviso mi viene in mente che io riuscirò a distruggerlo.

– Solo questo.

E non solo per me, ma anche per tutti gli altri.

– Non riuscirai mai a scapparmi…

Non sono ancora troppo vecchio.

– Levatelo dalla testa…

Ce la posso fare.

Non c’è mai riuscito nessuno.

Il cortile davanti è deserto.

– Lo so…

C’è un po’ di vento.

– Tu ci speri

E penso che solo lui riesca a correre libero dentro l’Assassino dei Sogni.

Secondo cancello.

– Tu sei un sognatore…

Entro nel corridoio.

– Ma io mi nutro di sogni.

Terzo cancello.

Lo percorro.

– Ora per te sarà peggio.

Mi sento malinconico e triste.

Quarto cancello.

– Da adesso soffrirai di più.

Guardo avanti.

-Sarai sempre più debole.

Quinto cancello.

Mi sforzo di essere sicuro.

– Ti sbranerò il cuore.

Determinato.

Sesto cancello.

– Ti distruggerò l’anima.

Cammino lentamente.

-Ti divorerò tutto l’amore che hai dentro.

Settimo cancello.

Respiro piano con malinconia.

– E per ultimo ti mangerò tutti i tuoi sogni.

Non penso.

-Ottavo cancello.

– Ti farò diventare ancora più cattivo.

Avrei avuto troppe cose da pensare per farlo.

– Molto di più di quello che sei adesso.

Nono cancello.

Cammino come un morto o forse come uno vivo.

– Ti farò odiare la vita.

Non lo so.

Decimo cancello.

– Ti farò maledire Dio.

I miei passi per terra battono con lo stesso ritmo del mio cuore nel petto.

– E ti farò amare la morte.

Undicesimo cancello.

Ora sono di nuovo solo.

Io e l’Assassino dei Sogni.

Entro nella mia cella.

Non mi spoglio.

Non ce la faccio.

Mi butto vestito nella branda.

Metto in fila i secondi, i minuti delle undici ore passate da uomo libero.

È stato bello vivere undici ore come una persona normale, ma ora è tutto finito, sono di nuovo un uomo ombra.

Io non credo a Dio, ma spero che esista, non per me, ma per tutti quelli che credono in lui.

Sento le lacrime del mio cuore.

Finalmente posso piangere, dentro le lacrime non si vedono.

Sono fatte di ombra pure quelle.

Urlo all’Assassino dei Sogni:

– Io sono prigioniero, ma vivo, invece tu sei forte, ma morto.

E mi addormento.

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