Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Ergastolo ostativo… di Salvatore Pulvirenti

Il nostro Salvatore Pulvirenti, detenuto nel carcere di Oristano, ci invia alcune sue riflessioni su un tema cardinale, fin dall’inizio, per questo blog.. l’ergastolo ostativo.

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Prima di iniziare a scrivere questo mio scritto, voglio descrivere a persone che vivono fuori da questo contesto, che cosa sia l’ergastolo ostativo.

L’ergastolo ostativo è quella pena che non ha un fine, cioè, non potrai uscire dal carcere e non puoi accedere ai benefici. Dovrai passare tutta la tua esistenza in un istituto di pena, invecchierai e morirai, non conoscerai niente di tutto quello che concorre fuori. Vivi una vita che secondo un mio giudizio non ha senso di viverla, perché tutto quello che farà l’ergastolano ostativo in un istituto di pena, giova solo a se stesso, ad altri non gliene può fregar di meno, perché non ti conoscono. Figli, nipoti e parenti più stretti non sanno chi sei, e se lo sanno, per loro sei diventato come un estraneo.

Trascorsi parecchi anni, dentro un istituto di pena, non puoi relazionarti con la realtà di fuori, e nello stesso tempo sei escluso totalmente dalla società, se sei fortunato e uscirai dal carcere che è molto difficile, impiegherai moltissimi anni ad inseriti nella nuova società. Ultimamente si è parlato tanto di questa ignobile pena che è stata equiparata alla pena di morte, nonostante i tantissimi appelli, anche dal Santo Padre, per abolire questo indegno mostro che ci divora, ogni giorno che passa, non si capisce quale sia la ragione e lo scopo per tener in vita questa pena anacronistica.

Ho sentito parlare tantissime persone delle istituzioni, e hanno confermato che la pena dell’ergastolo in Italia deve essere abolito, ma quando poi si arriva al dunque queste persone fanno un passo indietro, e non si capisce quale sia il motivo.

L’essere umano nell’arco di tutta la sua esistenza ha dei cambiamenti sia fisici e mentali, questo è stato approvato scientificamente dalla scienza. Se non si vuole abolire l’ergastolo, perché non si cerca un’altra alternativa? Nel senso, se una persona deve rimanere tutta la sua vita in carcere, perché non inserirlo nella società tramite benefici penitenziari, in modo che lo stesso si possa fare una vita, anche se poi resta legato a quell’orribile pena. Tenere un ergastolano tutta la vita in carcere a che cosa giova? Lo stato ci tiene in vita, spreca tantissimi soldi, sì perché un detenuto costa allo stato più di cento euro al giorno. Sarebbe giusto investire questi soldi per altri motivi o per scopi umanitari.

Quello che scrivo potrebbe essere sbagliato, ma se si facesse un po’ di riflessione sull’ergastolo ostativo, qualcuno potrebbe cambiare anche modo di pensare.

Oristano febbraio 2017. Salvatore Pulvirenti.

Riflessoni… di Salvatore Pulvirenti

Pubblico oggi alcune riflessioni di Salvatore Pulvirenti, detenuto ad Oristano.

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Buon giorno cari amici!

E’ da un po’ di tempo che non mi faccio sentire, ma non per colpa mia.

In questi ultimi tempi sono stato un po’ giù di morale.

Purtroppo quando la pena da espiare è molto lunga, anzi non ha un fine, dopo avere passato tutta la mia gioventù in carcere, e non vedi neanche uno spiraglio di luce che possa aiutarti ad uscire da questo buio, la mente comincia a distaccarsi da altri pensieri positivi. Prima ti aiutavano ad andare avanti e ti davano una speranza per fare qualche prospettiva sul tuo futuro, adesso non si vede neanche una piccola apertura.

In questi ultimi mesi si è parlato dei convegni che si sono svolti in varie carceri italiane. Questi congressi sono stati portati avanti da persone molto illuminate. Queste persone, essendo dotate di una grande cultura, hanno capito come funziona il sistema carcerario in Italia.

La cosa più importante da evidenziare, negli istituti di pena italiani, è la macanza di integrazione sociale. Questo si può ottenere mediante assistenti volontari che operino all’interno del carcere, o con persone esperte che ti aiutino a relazionarti con l’esterno.

Nella maggior parte degli istituti di pena italiani, questa determinata funzione non esiste e mancano anche le attività ricreative: come scuole, palestre, corsi di apprendimento, lavoro con l’esterno. L’affettività familiare sembra una cosa da niente, ma ti aiuta a superare qualsiasi ostacolo cerchi di turbare la tua vita in carcere.

Ho avuto modo di leggere qualcosa dei Tavoli Generali che si sono svolti in un carcere in Norvegia, precisamente nel carcere di Halden. In questo istituto di pena le cose sono assai differenti dai nostri penitenziari, nel senso che l’integrazione sociale nel carcere di Halden è molto superiore a quella presente nelle nostre carceri: spazi aperti, biblioteche, scuole, campi da calcio, lavorocon l’esterno, celle aperte dalle ore 7:30 alle ore 20:30. I colloqui telefonici sono diuna durata di venti minuti, poi vi sono dei colloqui straordinari che il detenuto può fare con la propria compagna. In Italia questo non esiste, anzi parlare di affettività nelle carceri italiane sembrerebbe come violare qualche forma di diritto.

In tutto questo mi sono chiesto: perché si parla sempre di Europa unita? Quale è il motivo che spinge i nostri rappresentanti a dire il falso sul sistema carcerario italiano? Quale è il motivo per via del quale non si vuole integrare il detenuto?

Dietro tutto questo ci sono forse delle entità che sono superiori ad altre?

Forse quello che scrivo o penso è frutto di un profilo psicologico sbagliato, perché è da più di 23 anni che sono in carcere. Aiutatemi a capire quello che ancora non ho compreso.

Un forte abbraccio a voi tutti.

Oristano. Febbraio 2017.

Salvatore Pulvirenti

Uno Stato che rifiuta i valori antropologici… di Salvatore Pulvirenti

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Salvatore Pulvirenti, detenuto ad Oristano, ci ha inviato un suo pezzo.

Un pezzo breve, ma lucido.. sulle conseguenze di certi tipi di carcerazione.

L’uomo deve essere ricondotto a se stesso. Non allontanato da se stesso.

Dalle descrizioni della sofferenza che genera un sistema malato, è ancora più forte in noi la spinta verso una vera “guarigione”. Guarigione di chi è dentro, guarigione di chi è furoi, guarigione di tutti.

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Uno Stato che rifiuta i valori antropologici, non ha un’etica morale. Per valori si intendono, in senso lato, tutte le attitudini, comportamenti positivi che dovrebbero caratterizzare l’essere umano e la sua società, distinguendolo dall’animale. Oggi si parla spesso della pena di morte in Italia ma anche in tanti paesi europei. È una battaglia che dura da decenni: diciamo che in alcuni paesi è stata abolita e sostituita con pene lunghe. Attualmente il nostro paese è il primo in Europa che si batte per l’abolizione della pena di morte.

Ora io vorrei fare riflettere le persone che vivono in uno stato democratico. Si è vero; il nostro paese combatte da sempre per fare prevalere i diritti dell’uomo. Però se noi riflettiamo per un momento, nel nostro paese esistono due pene capitali: il primo è l’ergastolo ostativo escluso da qualsiasi beneficio: non puoi mai uscire, non hai un fine pena, per cui devi per forza morire in carcere, salvo collaborare con la giustizia. Il secondo è il 41 bis un regime particolare dove il condannato ha una restrizione disumana, conduce l’essere umano al suicidio psicologico e a volte anche fisico o devastandolo psicologicamente portandolo alla pazzia. Entrambe queste pene, sono due pene di morte mascherate che tutt’oggi prevalgono in Italia.

La cosa che fa molto male è quella che queste due pene sono le conseguenze che emergono durante la carcerazione. Se facciamo riferimento all’ergastolo ostativo, le cause sono devastanti, in quanto produce una serie di conseguenze legate allo stato psicologico, dopo decenni di carcere, e la consapevolezza di non poter mai uscire, fa venire fuori lo stato interiore negativo, che danneggia se stessi e le persone che ti stanno accanto. La prima causa è la depressione che implica varie patologie allo stato mentale, come il suicidio, autolesionismo, deficit dell’attenzione e della concentrazione, insonnia, disturbi alimentari, la riduzione di percezioni. Il 41 bis ti causa l’allontanamento dai propri famigliari, la chiusura in te stesso, riduzione della memoria, riduzione delle cellule ricettori, asociale nel dialogo, e il rifiuto delle cose più care; è come essere in uno stato di abbandono. Per colmare questi malesseri, che durano parecchi anni, si ricorre a psicofarmaci, che per prima ti danno un senso di benessere, poi si entra in uno stato di assuefazione, e si addentra in un tunnel dal quale è difficile poterne uscire, se non lesionato gravemente.

Oristano. 25-4-2016

Salvuccio Pulvirenti

Senza via d’uscita… di Salvatore Pulvirenti

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Dal nostro amico Salvatore Pulvierenti -detenuto ad Oristano- un brano che nasce dalla prova di una quotidianità che sembra ostacolarti in ogni modo.. ma dove uno spirito inquieto sembra appoggiarsi ad ogni cosa, e oltrepassare ogni cosa.. in attesa di una nuova alba.

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Senza via d’uscita.

A volte ti viene in mente che pur avendo qualsiasi mezzo a tua disposizione non puoi assolutamente frantumare quella barriera che ostacola tutti i tuoi sogni. E nemmeno il morale ti aiuta poi tanto, anzi cerca di distruggerti. Da prigioniero non so cosa pensare, forse perché mi trovo da 23 anni recluso e non ho una percezione corretta della vita reale. È certamente sicuro che fuori da queste quattro mura la vita sia più difficile e complicata, ma la cosa più bella sarebbe affrontare questa problematica insieme e condividere tutte quelle situazioni che ci riserva la vita durante la quotidianità. Forse il mio ragionamento potrebbe essere anche errato ma è giusto che io dica quello che penso perché mi dà un senso di sollievo e nessuno potrà frenare i miei pensieri. Per questo, scrivere rende libera la persona ed io paradossalmente mi sento libero quando do vita ai miei pensieri. Lo scrivere e ogni testimonianza scritta ritengo che possano illuminare altre persone che verranno dopo di me. A volte, seppure noi siamo istruiti dal nostro spirito, esso ci trascina verso una via d’uscita che si rivela astratta ma, tutto sommato, ci dà un respiro di sollievo e ci aiuta a cambiare l’umore negativo che si propaga durante il giorno. Il mio sostegno morale in queste quattro mura è la mia follia. lo passo un sacco di tempo con lei, mi dà forza, sostegno e mi fa sentire svincolato dalla non realtà. Non cerco mai di contraddirla, anzi, le rimango fedele, guai se fosse il contrario, potrebbe causare delle complicazioni al mio carattere. La cosa più significativa della follia è la sua personalità, perché mi dà dei suggerimenti che si addicono al mio stato d’animo. La cosa che non tollero da lei è il parlarmi di notte, questo mi rende nervoso. Non è facile conviverci, anche se dipende da quale angolazione la si guarda. So solo una cosa, lei si trova ovunque e sa ogni cosa. È lei che guida la mia anima e la conduce in posti che nella vita terrena non esistono. Chiunque legga questo scritto, non deve pensare che la mia mente sia offuscata da spiriti sciamani o addirittura che sia un scriteriato, ma ciò che scrivo può essere senz’altro un assioma sulla non realtà.

Oristano 25-4-2016

Salvuccio Pulvirenti.   

Quello che non ti aspetti mai.. di Salvatore Pulvirenti

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Pubblico un’altra delle riflessioni del nostro Salvatore Pulvirenti, detenuto ad Oristano.

Questo testo si incentra sull’esigenza dell’affettività per il detenuto.

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Non pensavo mai e poi mai che dopo tutto quello che ho passato durante la mia carcerazione dovevo passare anche quella della “evirazione” senza il mio consenso. Ci sono momenti che non riesco a rassegnarmi, perché secondo un mio giudizio è qualcosa di inaccettabile che una persona, oltre ad essere condannata ad un fine pena mai, venga condannata anche a non fare più sesso con la propria compagna.

Non riesco a capire che cosa centra l’espiazione della pena con l’amorevolezza della propria partner. Ho pensato più volte che in tutto questo si trovasse qualche soluzione, ma mi sono sbagliato. Non ce l’ho con l’istituzione ma con quelle persone che parlano  come se avessero la consapevolezza di sapere tutto di tutti all’interno del carcere.

Tutto questo mi fa pensare che si ritorna al tempo dell’inquisizione (dove i carcerati venivano messi sottoterra e i loro familiari non sapevano neanche dove fossero finiti). Non mi sembra una cosa normale e neanche giusta perché sono passati più di cinquecento anni. Tanti Stati Europei sono stati capaci di affrontare quei pregiudizi che rallentano il processo di evoluzione e sperando sempre che il progresso sia migliore di quello attuale.

L’Italia non riesce a sviluppare quel processo di miglioramento che la porterebbe verso ad una risoluzione dei problemi che a tutt’oggi si trovano negli istituti di pena.

Se facciamo un passo indietro e leggiamo nella nostra Bibbia versi (Genesi 1: 28, 2:22, 23): “Disse Dio siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra e soggiogatela”.

Qualcuno che legga questo mio scritto probabile che penserà che potrei essere un folle, ma col passare del tempo potrà essere possibile che capirà questo mio detto.

Abbattiamo le barriere architettoniche.

Perché tu lo puoi fare ed io no?

Oristano

19-05-16

Salvuccio Pulvirenti

Senza via d’uscita…. di Salvatore Pulvirenti

arsmondi

Pubblico oggi questo pezzo di Salvatore Pulvirenti -detenuto ad Oristano- che ci è giunto tramite la nostra Grazia Paletta.

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Senza via d’uscita.

A volte ti viene in mente che pur avendo qualsiasi mezzo a tua disposizione non puoi assolutamente frantumare quella barriera che ostacola tutti i tuoi sogni.

E nemmeno il morale ti aiuta poi tanto, anzi cerca di distruggerti.

Da prigioniero non so cosa pensare, forse perché mi trovo da 23 anni recluso e non ho una percezione corretta della vita reale. È certamente sicuro che fuori da queste quattro mura la vita sia più difficile e complicata, ma la cosa più bella sarebbe affrontare questa problematica insieme e condividere tutte quelle situazioni che ci riserva la vita durante la quotidianità. Forse il mio ragionamento potrebbe essere anche errato ma è giusto che io dica quello che penso perché mi dà un senso di sollievo e nessuno potrà frenare i miei pensieri. Per questo, scrivere rende libera la persona ed io paradossalmente mi sento libero quando do vita ai miei pensieri.

Lo scrivere e ogni testimonianza scritta ritengo che possa illuminare altre persone che verranno dopo di me. A volte, seppure noi siamo istruiti dal nostro spirito, esso ci trascina verso una via d’uscita che si rivela astratta ma, tutto sommato, ci dà un respiro di sollievo e ci aiuta a cambiare l’umore negativo che si propaga durante il giorno. ll mio sostegno morale in queste quattro mura è la mia follia. lo passo un sacco di tempo con lei, mi dà forza, sostegno e mi fa sentire svincolato dalla non realtà. Non cerco mai di contraddirla, anzi, le rimango fedele, guai se fosse il contrario, potrebbe causare delle complicazioni al mio carattere. La cosa più significativa della follia è la sua personalità, perché mi dà dei suggerimenti che si addicono al mio stato d’animo. La cosa che non tollero da lei è il parlarmi di notte, questo mi rende nervoso. Non è facile conviverci, anche se dipende da quale angolazione la si guarda. So solo una cosa, lei si trova ovunque e sa ogni cosa. È lei che guida la mia anima e la conduce in posti che nella vita terrena non esistono.

Chiunque legga questo scritto, non deve pensare che la mia mente sia offuscata da spiriti sciamani o addirittura che sia un scriteriato, ma ciò che scrivo può essere senz’altro un assioma sulla non realtà.

Oristano 25-4-2016

Salvuccio Pulvirenti

La pena di morte mascherata… di Salvatore Pulvirenti

finepenamai

Pubblico oggi questo brano del nostro Salvatore Pulvirenti, detenuto nel carcere di Oristano.

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Uno Stato che rifiuta i valori antropologici, non ha un’etica morale.  Per valori si intendono, in senso lato, tutte le attitudini, comportamenti positivi che dovrebbero caratterizzare l’essere umano e la sua società, distinguendolo dall’animale. Oggi si parla spesso della pena di morte in Italia ma anche in tanti paesi europei. È una battaglia che dura da decenni: diciamo che in alcuni paesi è stata abolita e sostituita con pene lunghe. Attualmente il nostro paese è il primo in Europa che si batte per l’abolizione della pena di morte. Ora io vorrei fare riflettere le persone che vivono in uno stato democratico. Si è vero; il nostro paese combatte da sempre per fare prevalere i diritti dell’uomo. Pero se noi riflettiamo per un momento, nel nostro paese esistono due pene capitali: il primo è l’ergastolo ostativo escluso da qualsiasi beneficio: non puoi mai uscire, non hai un fine pena, per cui devi per forza morire in carcere, salvo collaborare con la giustizia. ll secondo e il 41 bis un regime particolare dove il condannato ha una restrizione disumana, conduce l’essere umano ai suicidio psicologico e a volte anche fisico o devastandolo psicologicamente portandolo alla pazzia. Entrambe queste pene, sono due pene di morte mascherate che tutt’oggi prevalgono in Italia. La cosa che fa molto male è quella che queste due pene sono le conseguenze che emergono durante la carcerazione. Se facciamo riferimento all’ergastolo ostativo, le cause sono devastanti, in quanto produce una serie di conseguenze legate allo stato psicologico, dopo decenni di carcere, e la consapevolezza di non poter mai uscire, fa venire fuori lo stato interiore negativo, che danneggia se stessi e le persone che ti stanno accanto. «La prima causa è la depressione che implica varie patologie allo stato mentale, come il suicidio, autolesionismo, deficit dell’attenzione e della concentrazione, insonnia, disturbi alimentari, la riduzione di percezioni. ll 41 bis ti causa l’allontanamento dai propri famigliari, la chiusura in te stesso, riduzione della memoria, riduzione delle cellule ricettori, asociale nel dialogo, e il rifiuto delle cose più care; è come essere in uno stato di abbandono. Per colmare questi malesseri, che durano parecchi anni, si ricorre a psicofarmaci, che per prima ti danno un senso di benessere, poi si entra in uno stato di assuefazione, e si addentra in un tunnel dal quale e difficile poterne uscire, se non lesionato gravemente.

Oristano 25-4-2016

L’anno che verrà…. di Salvatore Pulvirenti

annos

Salvatore Pulvirenti -detenuto da poco tempo ad Oristano (prima si trovava a Nuoro), è uno degli amici del nostro Blog.

In occasione dell’anno nuovo (ricordiamo che la cronologia dei post risulta momentaneamene sfasata e che quindi anche se questo post appare pubblicato ad ottobre 2015, in realtà è stato inserito il 3 gennaio 2016), Salvatore ci ha inviato una sua poesia, venata di malinconia. Insieme ad essa ci sono gli auguri per tutti i lettori del Blog.

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L’ANNO CHE VERRA’

Non so cosa pensare, questi sono giorni di Natale

ma se qualcosa devo pensare, e meglio che smaniare,

la vita non mi sorprende, perché mi lascia turbolente

anche se sono un morto vivente

cammino sorridente

se qualcosa di meraviglioso devo pensare

la mia mente mi vuole incannare

in questi giorni di rallegramento

chiudono la porta ogni momento

ma il mio pensiero è libero di andare

così la mente comincia a girovagare

in questo  luogo di oscurità

mi aiuta sempre la semplicità

il Natale è già passato

il mio pensiero si è rassegnato

Ecco che ricomincia un altro anno frastagliato.

Salvuccio Pulvirenti

Oristano

PS: un sincero augurio di Buon Natale e di un felice Anno Nuovo a voi tutto, in particolare a Suor Gianna.

Poesia di Salvatore Pulvirenti

BerlinWall_1989_01Il nostro Pulvirenti che ci ha scritto molte volte dal carcere di Badu e Carrus a Nuoro; quella che lui chiama “la prigione senza luce”.

Oggi ci invia questa bella poesia, che pubblico.

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Io so di essere me stesso.

Romperò queste catene

abbatterò queste mura

distruggerò il male

spazzerò la polvere infetta

combatterò l’oscurità.

Aprirò le porte del mio cuore

illuminerò la lampada del mio cammino

guarderò all’infinito.

Abbraccerò l’esistenza.

Salvuccio Pulvirenti  da Nuoro

Socializzazione e rieducazione… di Salvatore Pulvirenti

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Ecco un testo del nostro Salvatore Pulvirenti -detenuto a Nuoro- sul tema della risocializzazione  e della rieducazione.

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Per socializzazione si intende quel processo di apprendimento e di adattamento alle regole sociali. Questo processo si sviluppa in base all’educazione che noi riceviamo dai nostri genitori sin dall’età adolescenziale, e fino alla maturazione della persona stessa. 

Questo sistema viene determinato anche dal contesto sociale dove una persona ha trascorso parte della sua vita. La socializzazione è anche rieducazione negli istituti di pena.

Non è tanto facile da descrivere. Nel senso che se devi affrontare questo processo con persone esterne, esse fanno fatica a comprendere la situazione che si viene a creare negli istituti di pena. Non è colpa di psicologi, criminologi o educatori che non sanno fare il proprio mestiere. Anzi a volte fanno uno sforzo multiplo per cercare di entrare nella mente del soggetto. Tutto questo richiede molto tempo. L’operatore che segue il detenuto deve essere sensibile e versatile. Anche se questo mi porta a dire che deve cementarsi nel ruolo del carcerato e, nello stesso tempo, essere poliedrico. Se si riesce ad entrare in questo meccanismo, probabile che qualcosa si riesca a concludere. Non c’è bisogno che gli operatori facciano ulteriori sacrifici per gestire la situazione. Ma la cosa più importante che riguarda il detenuto è la famiglia, che fa parte della rieducazione. Quando il detenuto viene allontanato dai propri famigliari, fa molta fatica ad entrare nell’attuale condizione perché comincia ad annullarsi e a chiudersi in se stesso e a volte emana e sprigiona quel nervoso che danneggia lui stesso e chi gli sta accanto.

Il metodo da adoperare secondo un mio giudizio sarebbe  quello di creare due rette parallele  di rieducazione; la prima riguardante il percorso di rieducazione all’interno del carcere; la seconda, quella di far sì che il detenuto sia in contatto con i propri famigliari, ma fuori dall’istituto e a rapportarsi anche con le regole sociali. 

Certo, posso dire la mia, perché mi trovo in carcere da ventidue anni e non ha senso vivere in un istituto di pena per tutto questo tempo, senza potere concludere niente e senza sapere nulla della vita che corre e concorre fuori delle mura del penitenziario. Per questo a volte si fa fatica a capire cosa sia e a cosa serve la rieducazione all’interno dell’ìstituto.

Salvatore Pulirenti

6 aprile 2015

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