Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Vi prego, aiutate mio figlio

ansia-e-solitudine

Quando Annamaria Rosati mi ha scritto alcuni frammenti della sua vicenda e della dolorosa vicenda di suo figlio, le ho telefonato e mi sono fatto raccontare questa storia.

Questa donna non va lasciata sola.

Chiunque può intervenire per aiutarla e aiutare suo figlio, va sollecitato a fare qualcosa.

Chi è questo ragazzo che ora sta per perdere una gamba?

Potevi essere tu, poteva essere tuo figlio. Questo ragazzo è stato lasciato solo, senza protezione, senza difesa. Con un disturbo bipolare, con un grave problema a una gamba, nessuno l’ha seguito, nessuno l’ha tutelato. Lo si è solo buttato in carcere, per sputarlo fuori ancora più destabilizzato. Poi ha commesso altri reati e ha pregiudicato un’altra gamba. Ma di chi è davvero la colpa di quei reati?

Fosse nato in un’altra famiglia, in un altro contesto, sarebbe stato curato fin dall’inizio, sarebbe stato seguito, sarebbe stato protetto. Non sarebbe stato tenuto a muoversi perennemente con le stampelle e con una gamba gonfia che adesso rischia di perdere. Non sarebbe stato tenuto con un disagio interiore sempre più forte senza nessun VERO intervento. E la madre? Non si sarebbe trovata costretta a lavorare in un call center erotico per poter lavorare.

L’unica persona che ha davvero aiutato Annamaria e che la sta aiutando è Giovanni Tripodi, un avvocato del gratuito patrocinio del foro di Roma, che, senza venire pagato naturalmente, si sta davvero impegnando per questa vicenda. Un esempio di quello che vuol dire fare l’avvocato con onore.

Adesso deve essere chiaro ciò che NON deve avvenire. E NON deve avvenire che questo ragazzo perda una gamba e che, per questo e per altro, la sua vita venga segnata fino in fondo.

E’ un ragazzo giovane che merita dignità e speranza. Come li merita la madre.

Chiunque può fare qualcosa, chiunque può intervenire, dovrà farlo.

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Raccontami la tua vicenda Annamaria.

Mi chiamo Annamaria, sono una donna di 48 anni e vivo a Roma. Ho sempre avuto una vita “normale”; fino a 4 anni fa quando la mia vita si è trasformata a causa della vicenda giudiziaria in cui  siamo stati coinvolti io e mia figlio. Io sono stata arrestata circa 4 anni fa per un reato da me non commesso. Sono stata accusata di essere la mandante di una estorsione di una aggressione con un tentato omicidio. Come esecutore materiale fu imputato mio figlio che all’epoca aveva 18 anni, e altre due persone, solo che queste due persone furono scagionate per mancanza di prove. Premetto che il mio fu un processo del tutto indiziario.

Comunque, il giorno dell’arresto erano le cinque di mattina, dovevo andare al lavoro, e alla porta ho avuto la sorpresa di trovare 12 carabinieri, sei pattuglie dei carabinieri sotto casa mia,  e non capivo. Loro mi dissero all’epoca che dovevo andare alla caserma di Civitavecchia per dei chiarimenti e che in giornata sarei comunque tornata a casa. Invece sono stata portata direttamente nel carcere di Civitavecchia, in attesa del processo di I° grado, perché avrei potuto falsare le prove. Sono stata sottoposta alla carcerazione preventiva. E’ durata un anno la mia permanenza nel carcere di Civitavecchia. Immaginatevi una donna che si era alzata per andare a lavorare, e si è ritrovata in carcere, con il figlio agli arresti domiciliari. Con il figlio semi-invalido all’epoca. All’epoca era già seminvalido, non del tutto come lo è adesso.

Per via di questa vicenda mia figlia dovette lasciare Perugia dove frequentava l’università e venne da noi. Noi eravamo l’unica famiglia che aveva. Di colpo si è ritrovata la madre e il fratello in galera. In pratica ha fatto un po’ da tramite tra noi e il mondo esterno. Una ragazza che all’epoca aveva 23 anni.  Anche lei si è ritrovata catapultata in una vita abbastanza strana.

Alla fine del processo di primo grado, io e mio figlio veniamo condannati, le altre persone vengono scagionate perché estranee al fatto. Un processo senza prove; solo  indizi. Io vengo condannata a 4 anni di reclusione, e mio figlio a due anni e sei mesi. Entrambi eravamo incensurati. Io non ho mai commesso un reato in vita mia. Ho sempre lavorato per vent’anni. Ero una cuoca. All’epoca lavoravo per la Pellegrini S.P.A. In carcere mi è arrivò la lettera di licenziamento. Durante le prime due sentenze, tra il primo e il secondo grado, ho avuto i domiciliari. Il magistrato mi rifiutò addirittura il permesso di uscire una volta a settimana per fare la spesa per il mio sostentamento.

Successivamente entrambi dai domiciliari siamo passati all’obbligo di firma. Io tutti i giorni, avevo l’obbligo di firma quotidiano, e mio figlio tre volte a settimana. Senonché il ragazzo aveva già cominciato la sua trasformazione. Da quando ero uscita dal carcere aveva già perso trenta chili, e ogni tanto ci dava giù con l’alcool. Premetto che mio figlio ha sempre avuto disturbi di bipolarismo. Un disturbo che non è gravissimo; e se viene curato e seguito da persone competenti, le persone affette da questa patologia possono fare una vita quasi “normale”e ci si può convivere. Però tutto questo non è successo, mio figlio è stato lasciato solo, e nel tempo è peggiorato sempre di più, anche per via dell’alcol. Un giorno venne arrestato perché fu trovato in giro in stato di ebbrezza che minacciava le persone con dei coltelli. Quindi, non avendo adempiuto agli ordini di firma dettati dal magistrato, fu portato in carcere. Dopo tre mesi di carcere mio figlio è uscito. Nel frattempo erano passati quasi due anni da quando ero stata arrestata, ed ero sempre senza lavoro. Il mutuo sono quasi tre anni che non lo pago più; non ho soldi. Ho perso il lavoro, ho perso tutto. Ho ripreso all’inizio un po’ a fare la cuoca, perché non sapevo proprio come sopravvivere. Però niente da fare, avendo l’obbligo di firma, non potevo coprire delle turnazioni troppo lunghe e non volevo raccontare la mia storia agli altri.  L’Italia è un posto pieno di pregiudizi. Mi hanno impedito di trovarmi un lavoro decente. Mi sono arrangiata a lavorare con queste società interinali. Trovai l’unico lavoro che mi è stato possibile trovare e che mi consente non di vivere, ma di sopravvivere, perché si guadagna pochissimo. Lavoro in un call center erotico. Praticamente sono un’operatrice del sesso, faccio psicoterapia sessuale al telefono, con i più grandi porci italiani. Però va bene così. E’ l’unico lavoro che ho trovato. A me mi sta bene, non mi vergogno a dirlo.

Nel frattempo mio figlio è uscito dal carcere e ha continuato con i suoi disagi. Era sempre più magro. Lui aveva un handicap a una gamba, all’epoca la gamba destra. Quando aveva 17, cadde da un terrazzo di otto piani. Si salvò la vita perché rimase appeso con un polpaccio a uno spuntone, i suoi amici per salvargli la vita, lo tirarono da questo spuntone e perse il muscolo della gamba. Comunque, cominciò a fare reati. In carcere lo avevano incattivito; perché la giustizia in Italia, invece di salvare un ragazzo, lo ha reso più aggressivo e pericoloso.  Comprava delle armi, e ha cominciato a minacciare le persone anche con spade. Arriviamo al suo primo tentato omicidio; perché lui  è stato complessivamente accusato di due evasioni e di due tentati omicidi. Lui aveva una ragazza di Ostia -che anche adesso non c’è più, ha la sua vita, non può stare appresso a mio figlio- e andò a trovare questa ragazza, “evadendo” dagli arresti domiciliari. Durante questa evasione diede un calcio alla vetrata della stazione di Ostia facendo cadere tutta la vetrata sull’altra gamba, lesionandosi tutti i tendini della gamba sinistra. E’ stato operato, però non ha più ripreso l’uso della gamba. Attualmente zoppica,  si muove con le stampelle e ha una gamba gonfia. Secondo me c’è anche il principio di qualche infezione. Dopo l’intervento alla seconda gamba, l’ortopedico mi disse di fare delle terapie costosissime. Anche se ho l’esenzione al ticket, ogni radioterapia costava 50 euro e lui ne doveva fare dieci; figuriamoci se me lo potevo permettere. Andavamo avanti con stampelle, con fasciature, ma la gamba si gonfiava sempre di più. E mio figlio non riusciva neanche più ad appoggiarla.

E poi c’è anche il problema del cibo. Lui ha smesso di mangiare quando è uscito dal carcere. Io non ho potuto cucinare per quasi due anni a casa mia, perché anche solo l’odore del cibo, lo innervosiva, mi buttava tutto dal balcone. Lui era arrivato addirittura a mangiare una mela, delle foglie di insalata. Lui prima di mangiare si pesava, si mangiava una mela, si allenava un’ora per smaltire i grassi secondo lui accumulati, e poi si ripesava, e poi era in pace con se stesso. Era diventato magrissimo. Qgni tanto cercavo di farlo mangiare, approfittando del fatto che c’erano degli amici suoi, e allora lui non poteva schierarsi contro di me, perché secondo lui ero io la causa del suo male, ero io che lo facevo diventare ciccione. Praticamente le persone, soprattutto i ragazzi che hanno questi disturbi, tendono ad odiare la madre. Quindi tutte le colpe sono della madre. Ma va bene, io ho accettato questo, perché ho capito che non era con tutto se stesso che mi odiava. C’era una parte di se che mi odiava. E una parte di sé che mi amava come non mai. E comunque ha continuato a peggiorare sempre di più, beveva, ecc. Fino al giorno in cui andò a trovare con le stampelle la sua ragazza ad Ostia. Il padre non ha mai accetto mio figlio; figuriamoci se qualcuno può accettare un ragazzo del genere. Pensa che prima che mio figlio cominciasse ad avere questi disturbi sia fisici che mentali mio figlio era un ragazzo allegro, anche molto carino, molto simpatico. Praticamente lo hanno rovinato. Era andato a trovare la ragazza.. con le gambe fasciate e le stampelle; perché ormai non cammina più. Non ha quasi più nessuna delle due gambe e se continua così rischia di perderla in maniera permanente la gamba danneggiata. Il padre della ragazza lo  ha minacciato, dandogli calci sulla gamba malata. Mio figlio per rispetto della sua ragazza è rimasto inerme. Finché il padre ha rotto una bottiglia, gli ha fatto una cicatrice sul collo e gli ha detto “se non te ne vai ti uccido”. Mio figlio ha tirato fuori il coltello e l’ha pugnalato. Per fortuna che quest’uomo si è salvato. Questo è il suo secondo tentato omicidio. Ritornò a casa ma i carabinieri vengono, lo prendono e lo portano in carcere. Io ho fatto il possibile per stargli vicino.

Nel frattempo io ho cambiato avvocato, perché non avevo più soldi. Ora ho un avvocato bravissimo, che meriterebbe una medaglia. E’ un avvocato calabrese del gratuito patrocinio. L’ho trovato per caso su internet. Un bravissimo avvocato del foro di Roma, patrocinante in Cassazione. La prima volta che sono stata nel suo studio, vidi un fila di vu cumprà, e allora mi sono sentita a mio agio. E mi sono detta “finalmente un avvocato come si deve”. Da allora sono sempre stata seguita da lui. Non mi ha mai chiesto soldi, anche perché non ne ho. E mi ha detto che comunque potevo essere salvata in tempo se fossi stata seguita da un avvocato decente, però ha preso in mano la situazione e mi ha fatto togliere le firme dopo due anni e a febbraio avrò finalmente la Cassazione. Ma ormai non ci spero più, la Cassazione mi darà la terza e ultima condanna e dovrò scontare gli ultimi due anni di pena che mi sono stati sospesi. Non tutti sanno che, firmando, la pena si ferma, rimane “sospesa”. Quindi fino alla nuova ordinanza del giudice io sono in una situazione di stallo.

L’avvocato ha fatto in modo che  mio figlio venisse trasferito in comunità. Dal carcere di Civitavecchia mio figlio doveva assolutamente essere trasferito in una comunità. Lui non aveva e  non ha bisogno di un carcere, ha bisogno di una comunità con persone che sanno che tipo di problematiche ha e come comportarsi. Io saprei come fare, però sono la madre e non sono all’altezza. Non sono la figura idonea per potere aiutare mio figlio. C’è un rapporto di odio e amore tra di noi. Nel frattempo mia figlia si è molto allontanata da me e non voglio più coinvolgerla in questa storia. Io ho perso due figli. Io avevo due figli e ora sono sola.

Nel frattempo, tramite questo avvocato, mio figlio riesce ad entrare in una comunità, la comunità di San Cesareo, in provincia di Fano, nelle Marche. E’ una comunità terapeutica per tossicodipendenti, alcolisti e ragazzi affetti da problemi psicologici, come mio figlio.  Io non sapevo niente. Un giorno stavo andando in carcere e mi arrivò la telefonata della comunità, dicendomi che mio figlio era là già da dieci giorni, ma non avevano saputo come contattarmi. Dopo dieci giorni quindi riuscii a parlare telefonicamente con mio figlio. Quando lo sentii quella prima volta, mio figlio era molto diverso, era “dopato”, era talmente imbottito di psicofarmaci che stentava a parlare. Praticamente mi chiedeva aiuto, diceva “sto così.. ho firmato..vado via…non voglio stare qui..”. Gli operatori mi hanno detto che potevo chiamare tutti i venerdì alla stessa ora, però non ci potevo andare. A parte che non potevo andare perché avevo le firme. Io per due anni non mi sono potuta allontanare da Roma. Comunque,a prescindere da ciò, io non sarei potuta andare finché non avessi ricevuto l’invito della stessa comunità, perché i pazienti della comunità non possono avere contatti con i famigliari finché non lo dicono loro.

Il venerdì successivo telefonai e gli operatori mi dissero“eh dobbiamo fare una riunione per suo figlio, suo figlio non è in grado di stare in comunità, ci sono state già due risse”. E io ho detto “voi siete una comunità, che cosa volevate? Il figlio di Padre Pio. Se sta in una comunità un motivo ci sarà. Mio figlio è così. Voi siete in grado di aiutarlo?”.

Quanto telefonai il secondo venerdì, mi dissero che era evaso dalla comunità, ma lo avevano recuperato dato che aveva fatto poca strada, lui non cammina, si muove con le stampelle.

-“Ma lo avete portato a fargli visitare la gamba?”

-“Signora ci vuole il permesso del magistrato?”

-“Ma che cazzo state dicendo? Mio figlio sta perdendo la gamba. Che cazzo di magistrato ci vuole?”

-“Noi senza il permesso del magistrato non possiamo portarlo da nessuna parte.”

Il terzo venerdì mi dissero che lo avevano trasportato nel carcere di Pescara, perché non poteva stare in comunità.

Mio figlio mi avevano detto che lo avevano mandato ad un carcere .. ma non riuscivo a capire quale carcere.. poi, un po’ per l’avvocato, un po’ perché mi sono messa a urlare al telefono, mi hanno dato l’indirizzo del carcere dove stava mio figlio, e dove tuttora ci sta, il cercare di Pesaro. E allora mi sbrigai a prendere la sua cartella clinica dall’ospedale di Ostia, dove aveva subito l’intervento alla gamba e l’avvocato, tramite fax,  l’ha mandata al magistrato che si occupa di mio figlio, per avere l’urgente trasferimento almeno nel centro clinico di Rebibbia o di Regina Coeli, per farsi curare e salvare questa gamba.

Nel frattempo non so se mio figlio ha preso peso, se continua a mangiare, se continua a riempirsi di tatuaggi. Perché durante la sua detenzione ai domiciliari, mio figlio si era costruito una macchinetta con le sue mani, si era comprato della china e si era riempito il corpo di scarabocchi, disegni di ogni tipo. Se li faceva da ubriaco, cose oscene, io ogni volta che lo vedevo restavo sconvolta.

Io, come ti dicevo prima, sono convinta che sarò condannata anche in Cassazione e sicuramente sarò mandata ai servizi sociali. Premetto che sono l’unico sostentamento di mio figlio. Se vengo meno io, mio figlio è abbandonato in carcere, col rischio di perdere una gamba e col rischio dei suicidi in carcere o di cose come l’anoressia. Mio figlio è anoressico, ha gravissimi problemi di alimentazione. Ma nessuno dice niente.

Io che faccio? A chi mi rivolgo? Sto perdendo la casa. Ho un cassetto pieno di raccomandate della banca, tutte rate insolute del mutuo. E chi ce l’ha i soldi per pagare? Io da un momento all’altro mi aspetto che mi cambiano la serratura e non potrò più entrare in casa mia. Che faccio?

Ormai non mi aspetto più niente da nessuno. Ma, visto anche il periodo, figuriamoci a chi gliene può fregare di una persona che è stata rinchiusa in carcere. Sono stata giorni senza mangiare, perché non avevo da mangiare. Mi sono rivolta anche a strutture di volontariato, col cavolo che danno.

Quando io e mio figlio eravamo ai domiciliari, la mia famiglia mi portava un po’ di spesa, ma mi è stata vicina fino a un certo punto, poi mi hanno detto “basta, in questo guaio ti ci sei cacciata tu e tu te ne esci”. Inoltre mio figlio non è ben visto neanche nella mia famiglia. Mio figlio non è ben visto da nessuno. Non è accettato da nessuno. Io sono la madre e quindi tendo a difenderlo e vengo vista di cattivo occhio anch’io.

La caritas inizialmente mi portava un pacco con pasta, riso e cose del genere. Quando sono uscita dai domiciliari e avevo l’obbligo di firma, per loro io ero libera e sostanzialmente autosufficiente. Ma comunque anche se lavoro, e prendo 500 euro, non sono tornata alla normalità. Ho un figlio sulle spalle, una figlia che non ho potuto aiutare. E questa è una cosa che mi ha distrutto, perché purtroppo io ne ho due di figli. Ho dovuto non dare a una figlia per dare all’altro. Perché per potere stare dietro a mio figlio, non potevo dare a mia figlia le attenzioni che avrebbe dovuto avere.

Comunque le buste della Caritas alla fine si erano ridotte a due pacchi di pasta e una scatola di pomodori. E io dicevo “Invece della pasta, datemi da qualcosa di fresco (frutta o verdura) o anche solo del latte, perché mio figlio il latte lo beve, ma la pasta e il pomodoro non li sopporta”. Ma a loro non importava. Non ci sono più andata perché per due pacchi di pasta, e sentirsi anche umiliata, non ne valeva lapena.

Tramite l’assistente sociale, finii in una lista del comune di Roma con un servizio di sostegno gestito da volontari di sinistra che una volta al mese mi portano un pacco. Almeno questo pacco è da cristiani.. portano caffè, olio, te.. cose più a livello umano. Non sono quei due schifosi pacchi di pasta. Anche se adesso il pacco è diventato più scarso perché dicono che hanno meno fondi.

Adesso sono sola, sono tre mesi che non vedo mio figlio, non so più le sue condizioni fisiche. Mio figlio mi scrive. Adesso ha bisogno di un pacco per il periodo di Natale, non so se riuscirò a mandarglielo, perché non ho  soldi. Mio figlio ha molto freddo. Dice che lì fa molto freddo, non esce all’aria perché dice che lì c’è il ghiaccio. Ha detto che il carcere è completamente  diverso dalle altre carceri.

Forse c’è la possibilità che venga trasferito a Pisa, dove c’è sempre un carcere ma dove c’è anche un grande centro clinico. E forse finalmente potrà curarsi questa gamba. Ma c’è il rischio che finché resta in carcere riprenda con risse interne e l’avvocato mi ha detto che a quel punto mio figlio rischia l’OPG. Voi sapete cos’è l’OPG per un ragazzo di 21 anni? Vuol dire che chi entra là, esce tra vent’anni.

Mia figlia ormai si è allontanata. Mio figlio è in carcere, soffre psichicamente, praticamente cammina con le stampelle, e rischia da un momento all’altro di perdere una gamba. Io cerco in qualche modo di aiutarlo con quel poco che guadagno in un call center erotico, l’unico lavoro che ho potuto trovare.

Mi sento sola, abbandonata da tutti. Che posso fare?

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Recensioni- Claudio Conte su “Eutopia”

Per la rubrica delle recensioni -nata da una idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro- pubblico oggi una recensione di Claudio su “Eutopia”, un libro che raccoglie testimonianze scritte da 15 detenuti del carcere di Lecce.

Claudio sente vibrare in sé il forte valore di un libro del genere, e questo lo ispira, portandogli a scrivere una delle sue recensioni migliori in assoluto.

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Su… “Eutopia – un altro luogo” di AA. VV. – Lupo Editore

(di Claudio Conte)

Frammenti di vita, di sofferenza, di amore, di voglia di riscatto… raccontati in prima persona da quindici uomini reclusi nella Casa Circondariale di Lecce. Testimonianze che ancora una volta ammutoliscono quelle “voci” sconsiderate, superficiali, distruttive di chi, incapace di comprendere, non sa fare altro che condannare uomini che hanno sì commesso un reato (o stanno subendo un’ingiustizia) ma stanno pagando… e hanno un cuore, affetti, sentimenti e soffrono come tutti gli esseri umani.

Storie brevi, che si leggono d’un fiato, che descrivono il carcere e rispondono compiutamente a quelle “voci” sempre pronte a condannare gli altri, ma che non potrebbero assolvere se stessi a un attento esame di coscienza… perché la corresponsabilità e tanto maggiore quanto più alto è il ruolo che si riveste all’interno della società. Una società votata a un individualismo-edonistico-antisolidale, che ha smarrito il senso di giustizia, di umanità e cerca solo di soddisfare i suoi istinti più brutali reclamando vendetta… Una vendetta che, per la pusillanimità di chi la chiede, vuole essere delegata alle istituzioni dello Stato, chiamate a servire ben più alti principi, ma sempre più influenzate dagli “umori della piazza” dalle sue “grida” che sommergono, silenziano, calpestano esistenze di uomini, donne, bambini. “Buttate la chiave” si sente urlare…

Si alza alto e forte però il sommesso “sussurro” di queste quindici persone… dalle quali traspare una genuina semplicità d’animo, di rimpianto, di speranza, e una grande capacità evocativa di emozioni, affetti, amori trovati e persi. Materializzando in tal modo lo “spettrale volto” del carcere e delle sue crudeltà, della sua inutilità… oltre una certa “soglia”.

Il carcere oggi rappresenta il fallimento di un’istituzione… che era stata ripensata, investendo sulla persona per restituire alla società un uomo “nuovo”. Capace di centrare quest’obbiettivo solo in pochissimi casi, laddove realmente si attuano i programmi di reinserimento previsti dalla legge o laddove la volontà dell’uomo è più forte delle avversità che si frappongono a un nuovo progetto di vita. Non è un caso che i tassi di recidiva fissati al 67% nella media nazionale, scendano al 13% in istituti di pena come Bollate laddove esistono offerta trattamentale e misure alternative alla detenzione.

I “volontari”… l’unica nota positiva che accomuna il pentagramma di queste quindici melodie, anzi melopee. Persone che si donano, lottano, s’ingegnano tra mille difficoltà, burocrazie, ottusità, gelosie, ignoranza… ma che portano speranza e sicurezza. Sì, perché sarà grazie a loro se domani quando una di queste quindici persone uscirà dal carcere non si vendicherà contro quella “società” che lo ha umiliato, offeso, torturato senza che alcuna sentenza o legge lo prevedesse. Il tutto sotto gli occhi di una società indifferente.

Il carcere lo sappiamo tutti è una “discarica sociale”, dove i problemi di integrazione socio-economica anziché essere risolti alla radice, garantendo “pari opportunità di partenza” a tutti, vengono risolti isolandoli tra “quattro alte fredde mura”. E poi per salvarci la coscienza, ci piace pensare che rinchiuse ci sono persone “pericolose”, ma “pericolosi” non sono quelli che sbagliano e pagano, quanto chi sbaglia e la fa franca. I “furbi”… quelli che poi “moraleggiano” su cosa sia giusto e sbagliato, che magari rivendicano la pena certa… per gli altri. Ignorando che in Italia la pena non è solo certa ma anche disumana, causa il sovraffollamento, le strumentali emergenze, carenze, indifferenze… come confermano le plurime condanne allo Stato italiano dalla Corte europea di Strasburgo. Quello stesso Stato che dovrebbe “rieducare” chi vive nell’ illegalità…

Sì, “Eutopia”, un altro luogo… sarebbe davvero necessario pensarlo, sarebbe davvero più utile del carcere…

Catanzaro-carcere, 8 luglio 2012

Lettera collettiva dei detenuti dell’ AS1 di Catanzaro

I detenuti dell’Alta Sicurezza 1 del carcere di Catanzaro ci hanno inviato una lettera collettiva, con la scuola contestano l’esclusione, nei loro confronti, del lavoro in cucina. Contestando, punto su punto, gli argomenti che starebbero alla base di questa esclusione.

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-Al Ministro della Giustizia Paola Severino

-Al Direttore Generale del D.A.P. Roberto Piscitello

-Al Direttore Ufficio Ispettivo del D.A.P. Antonio Coscini

-Al Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria

-Ufficio di Sorveglianza di Catanzaro

-Direttrice del carcere di Catanzaro Angela Paravati

 

 

I sottoscritti detenuti della sezione 4 DX, Padiglione A, chiediamo che venga messo fine alla discriminazione nei nostri confronti, perché veniamo esclusi dal lavoro in cucina, con sue scuse fine a se stesse.

La prima è che non ci possiamo incontrare con altri detenuti.

Lavorando nella cucine, fisicamente non si può vedere nessuno, perché chiusi dentro. Per andarci si usa il corridoio principale, lo stesso che usiamo per la scuola, infermeria, colloqui, chiesa, ecc., e ogni volta che ci passiamo, incontriamo tutti i detenuti del nostro padiglione, che sono otto sezioni: sei di regime AS-3, una di AS-2, e la nostra di AS-1.

La seconda è che siamo ritenuti pericolosi e, siccome in cucina ci sono i coltelli, per motivi di sicurezza non possiamo lavorarci.

E’ singolare usare la sicurezza così a sproposito, perché se lavoriamo facendo i volontari senza paga, possiamo avere accesso a ogni sorta di arnese, e la sicurezza non viene citata; attualmente si stanno dipingendo le celle della sezione, poi toccherà a tutta la sezione, due detenuti lo fanno gratis- Alessandro Greco e Salvatore Giuliano- gli arnesi a disposizione sono vari, addirittura qualcuno più pericoloso dei coltelli.

Pertanto i motivi di sicurezza sono mere scuse che non rispecchiano la realtà che vogliono rappresentare.

Attualmente ci lavorano i detenuti delle sezioni AS-3, che non sono ritenuti meno pericolosi di noi AS-1. Per i motivi soprascritti, chiediamo l’intervento delle personalità citate, affinché venga sanata questa discriminazione, che somiglia a un abuso nei confronti di una piccola parte dei detenuti.

A parità di diritto, chiediamo di lavorare in cucina come i detenuti dell’ AS-3 e della media sicurezza.

Fiduciosi nell’intervento, nell’attesa porgiamo distinti saluti.

Catanzaro 8 febbraio 2012

 

De Feo Pasquale

Bello Massimiliano

Afeltra Raffaele

Moretti Rocco

Riezzo Antonio

Greco Alessandro

Giuliano Salvatore

Emmanuello Davide

Annunziata Francesco

Valenti Francesco

Diario di Pasquale De Feo 22 ottobre – 21 dicembre

Eccoci con uno degli appuntamenti principali di questo Blog. Il diario di Pasquale De Feo -detenuto a Catanzaro- per il mese di dicembre. Da quando ha preso corpo questo appuntamento mensile con Pasquale, la sua rubrica è cresciuta nell’apprezzamento generale.

Pasquale crea ogni volta un “piccolo libro” dove ci porta nel suo mondo. Un mondo che ha i confini del carcere sullo sfondo. Ma  spesso la mente riesce ad andare anche oltre questi confini, ed emerge l’uomo integrale con le sue riflessioni sulla politica, l’economia, la società, la geopolitca. Ed emerge il caleidoscopio delle sue emozioni, delle sue  tensioni morali, delle sue indignazioni. E magari sarà anche “immaturo” come qualcuno sostiene, ma noi vediamo la persona che ci prova, ci prova a non vivere di silenzi, a mettere in moto la mente, ad agganciare il mondo, a sentirsi uomo tra gli uomini. E magari scriverà parole di fuoco per le ingiustizie che subisce un popolo lontano da noi un continente. Ma in quel momento Pasquale sente di appartenere a quel popolo, sente che quella ingiustizia grava anche su di lui.

Certe valutazioni di Pasquale possono essere contestabili, ma c’è sempre la generosità e l’onestà di chi ci mette la faccia, e non lascia perduta nessuna occasione di dire anche solo una parola in più. E quell’ultima parola detta ai tempi supplementari, e prima dei calci di rigore può fare la differenza.

Il diario di Pasquale De Feo va letto e tutto e tutti i momenti hanno un loro valore, ma, come al solito, già in fase di presentazione, citerò qualche brano.

Innanzitutto un chiarimento che Pasquale ci tiene a dare..

“Tempo fa scrissi nel diario riguardo alle condanne presso il Tribunale di Parma per il caso Bonsu, il ragazzo di colore pestato dalla polizia municipale di Parma e fatto oggetto di scherno razzista. Erano stati condannati tutti, tra cui anche il loro comandante. Siccome all’epoca, nel 2008, mi trovavo al carcere di Parma, nei quotidiani e nella TV locale si  parlò molto di questo episodio. Mi dissero che il comandante inquisito era la moglie del Direttore del carcere di Parma. Tra l’altro tutto il carcere commentava questo episodio. Oggi mi ha scritto un’amica di Parma, che legge il diario e mi ha fatto notare l’errore. La moglie del Direttore era il comandante, ma ad essere inquisita e condannata a 7 anni e 6 mesi fu la vicecomandante. Purtroppo scrivevano sempre comandante e questo mi indusse all’errore. Mi scuso con la signora. Credo che la precipitazione nello scrivere fu dovuta al ricordo non troppo felice del marito”  (24 novembre)

In un altro Passaggio Pasquale parla della problematica vicenda di un detenuto tunisino, dal nome di Khalil Jarraya..

Mi è arrivato l’opuscolo di Olga, mi ha colpito una lettera di un tunisino che risiedeva in Italia sposato con quattro figli. L’hanno accusato di terrorismo, art. 270 bis, un famigerato articolo simile all’art. 416 bis. Difficilissimo dimostrare la propria innocenza. L’hanno condannato a 7 anni e 2 mesi. Ha già scontato 3 anni e 3 mesi. Sua moglie, con i 4 figli, è stata cacciata di casa. Dopo varie peripezie, con la caduta del dittatore Ben Alì, la moglie è potuta ritornare in Tunisia con i figli dei vecchi suoceri. La sua colpa è di essere un musulmano praticante, e siccome in Italia certi comportamenti sono diventati reati, ne ha pagato le conseguenze. Ora si trova nel carcere di Rossano Scalo (CS) in una sezione AS2. (…) . Lui e i suoi compagni sono talmente poveri che non hanno niente, neanche prodotti per l’igiene personale e hanno problemi anche con la biancheria invernale. In più il carcere non gli passa la fornitura mensile con la scusa che non hanno soldi, approfittando del fatto che non conoscono i loro diritti più elementari. La tortura non è solo quelal fisica, ma c’è anche quella psicologica, che è ben peggiore di quella fisica. In questo caso approfittano del ruolo e dell’autorità che hanno per opprimere e limitare questi sventurati. Chiunque volesse aiutarli, questo è l’indirizzo: Khalil Jarraya – Contrada Ciminata Greco n.1 – Cap. 87067 – Rossano Scalo, prov. di Cosenza.” (30 novembre)

Quindi, chiunque voglia scrivere a questo detenuto tunisino, sulla cui vicenda processuale gravano forti dubbi, ha l’indirizzo per farlo.

Successivamente Pasquale riporta una vicenda emblematica..

“L’ex direttore del carcere di Massa, Salvatore Iodice, arrestato per le ruberie sui lavori che si stavano facendo nel carcere, ha dichiarato: “sono stato arrestato e portato a Prato. Ho vissuto in isolamento in un ambiente angusto e malsano. In piena estate, sotto il letto crescono i molluschi. Ero guardato a vista 24 ore su 24, senza alcuna possibilità di ricevere lettere. Ho chiamato a casa solo dopo 30 giorni. A farmi compagnia c’erano tantissimi scarafaggi e insetti di ogni tipo. Se nessuno mi darà una spiegazione, sarò portato a credere che la carcerazione sia stata usata come fosse uno strumento di torturà. Ho subito una carcerazione umiliante e degradante. Chi toglie la libertà ad una persona, ha l’obbligo morale di garantirgli i diritti minimi. Ogni PM con esperienza, sa che in quelle condizioni si dice il vero o il falso pur di uscire dalla disperazione. Alcuni carcerati hanno sottoscritto una petizione perché potessi essere trasferito nella loro sezione. Mi era rimasta la loro pietà e la professionalità e sensibilità della psichiatra e dello psicologo”.  (4 dicembre)

Quante volte la carcerazione preventiva viene usata come strumento di intollerabile pressione, volto anche a spezzare la volontà. Quanti casi del genere avvengono davvero? Quanti non verranno mai mesi noti, magari perchè il detenuto che li riguarda vale come il due di picche?

In un altro punto è un contesto emblematicamente inquietante quello che emerge..

Quando alcune volte scrivo che le carceri e il loro sistema somigliano alle segrete medievali, non mi sbaglio, perché vengo a sapere, in uno scritto che mi hanno mandato, che c’è la ditta Arturo Berselli & Co. S.P.A., con sede amministrativa a Milano, che hai il monopolio delle forniture alimentari e del sopravvitto delle carceri dal 1930. Con la scusa della sicurezza, il Ministero consegna l’appalto a questa ditta. Addirittura è intervenuta l’Unione Europea per infrazione ai principi di libertà sul tema della tutela della concorrenza. Ma per tenersi buoni l’Europa, hanno varato una norma, prima un decreto del Ministero della Giustizia e poi del governo, anche per superare una procedura di infrazione dell’Unione Europea, in modo da fare rimanere le cose così come stanno. Questa ditta è in regime di monopolio da 80 anni, e nessuno interviene. Il parlamento fa finta di niente, e i ministri che si succedono si prodigano affinchè questa ditta continui ad avere il monopolio e non abbia fastidi di nessun genere. I prezzi sono alti, i prodotti imposti, la qualità scarsa e il peso variabile, ma non si riesce a smuovere niente. Oggi capisco il perché, la ditta è talmente protetta che ha l’impunità assicurata. Un detenuto di Velletri Ismail-Ltaief faceva il cuoco nella cucina. Ha fatto una denuncia perché i pacchi delle forniture del vitto segnavano 300, ma ne venivano scaricati 60 dalla ditta. Hanno cercato di fermarlo, e per ritrattare gli hanno offerto 15.000 euro. Ciò dimostra il letamaio che ha creato questa ditta sulla fornitura del vitto e sui prodotti  della spesa del sopravvitto. Tutto ciò gli è possibile solo con la corruzione a tutti i livelli, dal Ministero alle singole carceri. Una volta ho letto che i posti più illegali del nostro Paese sono le carceri con tutto il sistema. Chi l’ha scritto non si sbagliava. ” (15 dicembre)

E’ vero che il monopolio delle forniture alimentari e del sopravvitto nelle carceri è nelle mani -da oltre 3o anni- della ditta Arturo Berselli & Co. S.P.A.? E questo incide sul livello dei prezzi che, in relazione al sopravvitto, viene contestato in molte carceri? E se questo monopolio è reale, perchè non si è mai pensato a scalfirlo? E quante sono coloro che, limpidamente o meno, nelle varie carceri, traggono vantaggio da questo sistema?

Adesso uno di quei momenti che sono portatori di speranza, una di quelle chicche che Pasquale pesca grazie alle sue infinite onnivere letture che attingono a più fonti possibili:

“Certe notizie per la nostra cultura ci colpiscono molto, anche se in alcuni paesi sono fatti normali. Nelle Samoa americane, paradiso polinesiano, avendo 25 gradi di temperatura tutto l’anno, e la squadra di calcio più scarsa del mondo, è ultima nel Ranking Fifa, al 204simo posto. Dopo 30 partite e altrettante sconfitte n gare ufficiali, con i 12 goal segnati e i 229 incassati, hannno vinto una partita, battendo il Tonga per 2 a 1, per la qualificazione ai mondiali del 2014. Ma la notizia non è la vittoria, ma che il difensore centrale della squadra è un transessuale. Mi sono immaginato un fatto del genere in Italia, strali da tutte le parti, le associazioni dei benpensanti, la federazion ecc.,  titoloni sui quotidiani sportivi e non, una cagnara alimentata dai conservatori. Per cultura, nel Paese in questione, è accettato come un fatto normale il terzo sesso. Nella lingua samoana sono chiamati “Fa’afafine”, tradotto è “come una donna”. Non sono discriminati, possono fare ciò che vogliono, qualunque lavoro e praticare ogni sport. Il primo ministro del Paese, in carica dal 1998, ha dichiarato che “i transessuali sono gloriosi e splendidi miracoli di Dio”. Nessuno del popolo samoano ha avuto da ridire. Ritornando alla nostra cultura, ricordo che da ragazzino al catechismo mi insegnavano che gli esseri umani “sono a immagine e somiglianza di Dio”, ma credo che nella realtà, prima di arrivare alla cultura samoana  ne dovrà passare di acqua sotto i ponti. ” (14 dicembre)

E adesso facciamo la nostra immersione nei “territori” del carcere di Catanzaro. Ad un certo punto Pasquale scrive..

“Stamane è venuto il vescovo per la messa di Natale, in rappresentanza della Direzione c’erano cinque educatrici, la mia non c’era. Dopo la mesa c’è stato il rinfresco con i dolci che ha fatto Fabio, un ergastolano come me, molto bravo a fare i dolci. Il vescovo ci ha detto che il discorso firmato da tutti noi della sezione e letto da Nellino durante la messa, l’avrebbe messo sotto il calice durante la messa a Natale, affinché la luce di Cristo ricadesse su di noi. Gli ho risposto indicandogli che la luce dovrebbe ricadere sull’area tratta mentale, sbagliando ho detto operativa, ma si è capito lo stesso, essendo che le educatrici presenti erano a due metri da  noi al tavolo del rinfresco, affinchè la luce gli faccia aprire nelle relazioni l’apertura extramuraria, per farci ritornare dai nostri cari. Dopo che ha mangiato un pasticcino, ho avuto cinque minuti di dialogo con il vescovo, e gli ho spiegao il motivo dela mia risposta, che non aveva capito. ” (16 dicembre)

Ci sarà questa divina illuminazione?… 😀

Sempre riguardo a Catanzaro, Pasquale conclude il diario di questo mese con questo momento… alla fine del quale ci sono anche i suoi auguri per tutti gli amici del Blog.

“C’è gran fermento in sezione, tutti a farsi la doccia, essendo che è arrivata l’acqua calda. Siamo stati alcuni giorni senza acqua calda e con i termosifoni spenti. Si era rotta la caldaia, e bisognava aspettare l’autorizzazione per fare entrare il tecnico  per farla aggiustare. In questi giorni faceva molto freddo, e continua a farlo. Ci sono state proteste con la battitura, perché il freddo era pungente ed entrava nelle ossa. Riscaldavo l’acqua in cella e andava in  doccia per lavarmi, ma faceva troppo freddo che subito dopo lavato mi congelava. I termosifoni accesi hanno riscaldato la cella, ed è tutta un’altra cosa. Patisco il freddo e lo soffro più degli altri. Faccio gli auguri di Buon Natale a tutti gli amici che mi seguono sul Blog, e che il nuovo anno vi porti tutto ciò che desiderate. Un affettuoso abbraccio a tutti”

Stare senza i riscaldamenti, specialmente in giorni di freddo intenso, è una condizione disumana. C’è davvero da sperare che fatti del genere non riaccadano.

Vi lascio al diario di Pasquale De Feo.. mese di dicembre.

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Oggi sempbra che si siano apere le cataratte del cielo, sta facendo tanta acqua che tutte le falde d’acqua strariperanno per la troppa acqua che riceveranno. Tutti quelli che lamentavano siccità e poca acqua perché porta neve suei monti, sono stati smentiti. I tg hanno riportato notizie con video in vai parti d’Italia, in in particolare nel Sud, strade cehe sono diventate fiumi, interi paesi allagati, alcuni isolati, in provincia di Messina sono successi dei morti per una frana. Ormai l’emergenza annuale è diventata ordinaria. Se non faranno  un piano nazionale, intervenendo ogni anno, ci saranno emergenze che causeranno disastri e lutti.  –  22/11/2011

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L’Arabia Saudita nei TG viene sempre indicata come un paese islamico moderato. Alcuni mesi fa ci furono commenti entusiastici, perché nel 2015 avrebbero concesso il voto alle donne. Ogi trovo un piccolo articolo in  cui la “Commissione saudita sulla virtù” ha stabilito che gli occhi sexy vanno coperti, e pertanto mascherati con il burqa integrale. Questa dittatura malsana coperta da una sorta di teocrazia Wahabita, una frangia islamica… invece di andare avanti, torna indietro nel Medioevo. I media occidentali coprono questi questi paesi che hanno ditatture crudeli, perché ritenuti amici; e alimentano risentimenti sproporzionati contro paesi che non lo  meritano, solo perchà non ritenuti amici o, detto meglio, servi dell’Occidente.  23/11/2011

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Tempo fa scrissi nel diario riguardo alle condanne presso il Tribunale di Parma per il caso Bonsu, il ragazzo di colore pestato dalla polizia municipale di Parma e fatto oggetto di scherno razzista. Erano stati condannati tutti, tra cui anche il loro comandante. Siccome all’epoca, nel 2008, mi trovavo al carcere di Parma, nei quotidiani e nella TV locale si  parlò molto di questo episodio. Mi dissero che il comandante inquisito era la moglie del Direttore del carcere di Parma. Tra l’altro tutto il carcere commentava questo episodio. Oggi mi ha scritto un’amica di Parma, che legge il diario e mi ha fatto notare l’errore. La moglie del Direttore era il comandante, ma ad essere inquisita e condannata a 7 anni e 6 mesi fu la vicecomandante. Purtroppo scrivevano sempre comandante e questo mi indusse all’errore. Mi scuso con la signora. Credo che la precipitazione nello scrivere fu dovuta al ricordo non troppo felice del marito. Nella sua lettera, l’amica Luciana mi ha mandato gli articoli di quotidiani per gli auguri a Padre Celso. Per i suoi 80 anni gli hanno peaparao un llibro con 200 lettere scritte da tutti quelli che gli vogliono bene. Ho partecipato anche io con una mia lettera. Padre Celso è il parroco del carcere di Parma. La Chiesa che intendo io è quella dei religiosi come Padre Celso, Suora Assunta, Don Guiro, ecc… persone che hanno comportamenti vicini agli insegnamenti di Gesù.. “ama il prossimo tuo”.. o almeno rispettalo. Non condivido il potere farisaico e machiavellico della Chiesa del Vaticano.  –  24/11/2011

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Ho già menzionato alcune volte i volontari di Parma, che occupano un posto speciale nel mio cuore, sono delle persone stupende. C’è Gianfranco, una persona meravigliosa a cui voglio molto bene. Ci tenevo a rammentarlo, perché ogni volta che mi scrive mi insegna con i suoi comportamenti il significato dell’amore per il prosimo. Non potrò mai ringraziarlo abbastanza per ciò che mi trasmette.  –  25/11/2011

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Il padre di Giuliano, il ragazzo ucciso dal G8 di Genova, ha dichiarato, dopo la sentenza della Cassazione che ha assolto De Gennaro, che in Italia c’è la casta degli intoccabili. L’ex capo della Polizia De Gennaro, era stato accusato dal Questore di Genova.. che aveva dichiarato di avere agito in base agli ordini del suo capo, appunto De Gennaro. Poi ritrattò. Ma c’erano anche le intercettazioni che confermavano la sua colpevolezza. Se anche non ci fossero le accuse e le intercettazione, è impensabile che un evento di portata mondiale come Il G8 non fosse coordinato dal capo della polizia, ma purtroppo queste cose succedon solo in Italia. Ormai è intoccabile da venti anni. Ora lo è ancora di più, essendo il capo dei servizi segreti.  –  26/11/2011

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Qualche settimana fa sia i TG che i quotidiani davano risalto a un’operazione di arresti e sequestri di beni dal valore di 350 milioni a Reggio Calabria. I titoloni “La ‘ndrangheta… affoga nel gasolio”, e i video girati dai TG che mostravano in pompa magna i funzionari che avevano fatto l’operazione. Due fratelli che avevano una ditta per la distribuzione del gasolio per la Calabria, e negli ultimi anni si stavano espandendo in tutta Italia.. li accusavano di avere evaso le tasse, avendo venduto il gasolio come agricolo con l’iva ridotta al 10%. Siccome tra gli intermediari c’erano un paio di persone ritenute vicine a due clan, questo ha ceato la motivazione per gli arresti  e il sequestro della ditta per la distribuzione del gasolio. Un imprenditore meridionale dovrebbe chiedere, a tutti quelli che acquistano i suoi prodotti, quali siano le le loro amicizie, il paese e il certificato penale.. una cosa assurda. Ieri sera, il TG regionale di Rai Tre dava la notizia che i due fratelli Camostra, della ditta di gasolio, erano stati scarcerati. Questi episodi succedono  solo nel Meridione. Nel Nord non si sento queste notizie. Trempo fa vidi su Report, la trasmissione di Rai Tre condotta dalla Gabanelli, che in provincia di Vicenza circa duecento aziende avevano evaso le tasse e portato all’estero circa due miliardi di euro. Né ci furono arresti, né sequestrarono le aziende. Il mio personale pensiero è che tutte le imprese che rimangono nell’ambito regionale non avranno nessun problema. Come iniziano a diventare nazionali, c’è subito pronto un PM per bloccare questi imprenditori coraggiosi. In particolar modo  certi settori soggetti a monopolio non possono essere toccati.  –  27/11/2011

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In Sardegna il consiglio regionale ha emanato un ordine del giorno per licenziare quei mascalzoni di Equitalia che stanno saccheggiando l’isola e mandando sul lastrico migliaia di famiglie e portando alla chiusura di una buona parte delle aziende dell’isola. Molti cambiamenti sono iniziati per la fame e le tasse onerose. Auguro ai sardi la stessa cosa, e che le loro lotte mettano fine al rastrellamento economico che li sta riducendo in miseria.  –  28/11/2011

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Ho letto che per il furto di 20 gamberoni in un supermercato una persona è stata condannata a 2 anni e 2 mesi. La proporzione è molto squilibrata se messa a confronto con le condanne di tute le ruberie varie degli scandali italiani degli ultimi trent’anni. Tra banchieri, imprenditori, politici, religiosi e i vecchi boiardi di stato, con somme sempre milionearie, le loro condanne rasentano il ridicolo, rispetto alle pene che vengano comminate tutti i giorni al popolino. I magistrati quando affermano che la loro indipendenza è sacra, che sono giusti ed equilibrai, e che non fanno distinzioni tra le persone che inquisiscono, se la suonano e se la cantano da soli, perché oramai non ci crede più nessuno.  –  29/11/2011

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Mi è arrivato l’opuscolo di Olga, mi ha colpito una lettera di un tunisino che risiedeva in Italia sposato con quattro figli. L’hanno accusato di terrorismo, art. 270 bis, un famigerato articolo simile all’art. 416 bis. Difficilissimo dimostrare la propria innocenza. L’hanno condannato a 7 anni e 2 mesi. Ha già scontato 3 anni e 3 mesi. Sua moglie, con i 4 figli, è stata cacciata di casa. Dopo varie peripezie, con la caduta del dittatore Ben Alì, la moglie è potuta ritornare in Tunisia con i figli dei vecchi suoceri. La sua colpa è di essere un musulmano praticante, e siccome in Italia certi comportamenti sono diventati reati, ne ha pagato le conseguenze. Ora si trova nel carcere di Rossano Scalo (CS) in una sezione AS2. L’ex ministro Alfano nel 2009, con una circolare, ha creato tre circuiti: AS1, AS2, AS3. L’AS2 è per i politici, ed è suddivisa in quattro tipi di sezione: anarchici, islamici, brigate rosse o di varie estrazioni i sinistra, e l’ultima è per i politici di destra. Ci sono sezioni con 2-3 persone, come il carcere di Terni. La sezione AS2 per i politici di destra comprende due persone. Infine l’AS3 sostituisce l’ex AS. Si viene allocati in questa sezione perché si rientra con ill reato co un’aggravante nel famigerato art. 4 bis, e di conseguenza si diventa “mafioso”. Il tunisino in questione si chiama Khalil Jarraya. Lui e i suoi compagni sono talmente poveri che non hanno niente, neanche prodotti per l’igiene personale e hanno problemi anche con la biancheria invernale. In più il carcere non gli passa la fornitura mensile con la scusa che non hanno soldi, approfittando del fatto che non conoscono i loro diritti più elementari. La tortura non è solo quelal fisica, ma c’è anche quella psicologica, che è ben peggiore di quella fisica. In questo caso approfittano del ruolo e dell’autorità che hanno per opprimere e limitare questi sventurati. Chiunque volesse aiutarli, questo è l’indirizzo: Khalil Jarraya – Contrada Ciminata Greco n.1 – Cap. 87067 – Rossano Scalo (Cosenza).  –  30/11/2011

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TV e quotidiani hanno dato la notizia che Lucio Magni, scrittore e giornalista, fondatore de “Il manifesto” è andato in Svizzera per mettere fine ai suoi giorni con l’eutanasia. Dopo la morte della moglie, la depressione lo aveva svuotato di ogni energia. Dicono di lui che abbia forgiato il suo destino. E lo ha fatto anche nell’andarsene, decidendo lui come e quando mettere fine alla sua esistenza. Ancehe non conoscendolo, provo una grande ammirazione per un uomo coerente con il suo vissuto fino alla fine. Per esercitare il diritto naturale all’eutanasia è dovuto andare in Svizzera. Perché non ha potuto farlo in Italia? Semplicemente perché abbiamo dei politici molto piccoli che si genuflettono a tutto quello che ordina il Vaticano. Una cappa sinistra e oscurantista che mantiene in  Paese indietro nel progresso. Monsignor Sgreccia, voce della Chiesa, ha dichiarato che “non siamo padroni della nostra vita”. Si sbaglia di grosso perché noi siamo l’unico proprietario della nostra vita, e non ci possono essere proprietari padroni della nostra vita. Si dovrebbe mettere un articolo nella Costituzione dove si stabilisca che ogni persona ha il diritto di disporre liberamente della propria vita, senza vicnoli di legge e di dogmi religiosi, così sparirebbero tutte l eleggi dettate dal Vaticano ai nostri politici su eutanasia, aborto, pillole anticoncezionali, ricerca sulle staminali, ecc. Arriverà mai quel giorno? Mi auguro di sì.  –  1/12/2011

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Il Papa ha dichiarato che appoggerà tutte le iniziative per l’abolizione della pena di morte. Se rammento bene, il Vaticano non solo non ha mai abolito formalmente la pena di morte, ma in una enciclica del Papa precedente, non solo non aveva condannato la pena di morte, ma in alcuni casi la riteneva necessaria. Vorrei dire al Papa che in Italia c’è la pena di morte e lui non ha mai detto niente in proposito, anche se noi ergastolani gli abbiamo fatto una petizione in merito. L’ergastolo è peggiore della pena di morte, che ha bisogno di un coraggio momentaneo, mentre l’ergastolo è una pena di morte che dura tutta l’esistenza. I rivoluzionari francesi nel redarre il nuovo codice penale, nel 1791, conservarono la pena di morte, ma abolirono l’ergastolo perché lo ritenevano disumano. Aldo Moro, contrario all’ergastolo, disse in una lezione all’università, “la pena perpetua è umanamente inaccettabile”. In Italia è stata istituzionalizzata la tortura nell’esecuzione della pena (art. 41 bis) da circa 20 anni. Neanche in questo caso il Papa ha mai detto niente. Certe tematiche non possono essere guardate con l’ipocrisia della politica. La religione dovrebbe avee un’etica supeiore ad ogni logica di potere.  2/12/2011

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Un lungo articolo su un quotidiano  rammentava la strage nel Vaticano del capo delle guardie svizzere che uccise la moglie e una guardia svizzera. Il tutto fu archiviato in 48 ore. Si disse che la vicenda era stata il frutto di un raptus della guardia svizzera. Un sardo, Nino Arconte, che ha fatto parte di Gladio e dei servizi segreti, racconta una storia del tutto diversa. Il capo delle guardie svizzere, colonnello Estermann, ex spia della Stasi all’interno del Vaticano, era a conoscenza di segreti inconfessabili del Vaticano. Aveva paura e voleva fuggire negli Stati Uniti con un’altra identità, e aveva contattato Arconte, nel suo sito, tramite il suo sito. Gli aveva dato appuntamento in Corsica, ad Ajaccio, dal 4 maggio per una settimana dove si sarebbero incontrati tutti quelli che avevano gli stessi prroblemi. Il 4 maggio 1998 successe la strage in Vaticano; gli impedirono di fuggire. La messinscena fu montata per chiudere suito le indagini sull’omicidio del colonnello Alais Estermann. La pistola in uso alle guardie svizzere era una calibro 9,41. Il proiettile del suicidio della guardia svizzera era un calibro 7. Questo dimostra che non fu omicidio-suicidio, ma una strage, e usarono il ragazzo per addossargli la colpa e completare l’opera teatrale. Ha ragione Assange, il “padre” di Wikileaks. Mettere le mani sull’archivio del Vaticano farebbe succedere un terremoto in tutto il mondo, e si dovrebbero riscrivere pezzi di storia.  –  3/12/2011

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L’ex direttore del carcere di Massa, Salvatore Iodice, arrestato per le ruberie sui lavori che si stavano facendo nel carcere, ha dichiarato: “sono stato arrestato e portato a Prato. Ho vissuto in isolamento in un ambiente angusto e malsano. In piena estate, sotto il letto crescono i molluschi. Ero guardato a vista 24 ore su 24, senza alcuna possibilità di ricevere lettere. Ho chiamato a casa solo dopo 30 giorni. A farmi compagnia c’erano tantissimi scarafaggi e insetti di ogni tipo. Se nessuno mi darà una spiegazione, sarò portato a credere che la carcerazione sia stata usata come fosse uno strumento di torturà. Ho subito una carcerazione umiliante e degradante. Chi toglie la libertà ad una persona, ha l’obbligo morale di garantirgli i diritti minimi. Ogni PM con esperienza, sa che in quelle condizioni si dice il vero o il falso pur di uscire dalla disperazione. Alcuni carcerati hanno sottoscritto una petizione perché potessi essere trasferito nella loro sezione. Mi era rimasta la loro pietà e la professionalità e sensibilità della psichiatra e dello psicologo”. Vorrei chiedere al direttore Iodice, se lui ha mai pensato a tutte le persone che hanno subito lo stesso trattamento quando comandava il carcere di Massa. Credo che non è diverso dal direttore del carcere di Prato, dove si trova detenuto. Inoltre, la pietà o, meglio detto, l’umanità dei carcerati nei suoi confronti, lui l’ha mai avuta per i carcerati di Massa? Non credo che lui abbia avuto questi sentimenti umani nei confronti dei detenuti. I Direttori, come altrettanto i Magistrati, dovrebbero trascorrere un mese in carcere da detenuti, in modo da capire cosa significa essere rinchiusi ed essere espropriati di tutto.  –  4/12/2011

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Nei giorni scorsi mi è rimasta molto impressa la indecente campagna mediatica contro Giovanni Scattone, che nel 1997 fu accusato dell’omicidio di Marta Russo, accaduto nell’Università de La Sapienza di Roma. Non voglio entrare nel merito della colpevolezza o dell’innocenza di Scattone. Avendo seguito il processo, e letto qualche anno dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti sulla stampa, che asserivano che l’omicidio di Marta Russo fu uno scambio di persona. La stessa assomigliava alla figlia di un pentito siciliano, e sbagliarono persona. Quello che non capisco è perché si accanirono contro Scattone e il suo coimputato. Sono i classici misteri italiani; si trovano dei colpevoli per coprire la verità. E’ palese che qualcuno ha fatto uscire la notizia ad arte, perché non si parla dell’università, il luogo dove è stata uccisa Marta Russo, ma del liceo che ha frequentato. Scattone ha scontato la pena di 5 anni e 4 mesi. Non avendo l’interdizione dai pubblici uffici, può esercitare qualunque lavoro. L’inserimento consiste nel fatto che dopo avere scontato la pena si possa avere piena libertà di fare qualunque lavoro, e aprire qualsiasi attività. Purtroppo non è così, perché la pena prosegue all’infinito.  –  5/12/2011

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Trovo un piccolo articolo su un quotidiano nazionale.. “Conte assolto dopo vent’anni”.. “Nessun rapporto con la camorra”. Carmelo Conte, socialista, è stato ministro delle aree urbane. Era uno dei componenti della direzione del P.S.I. di Craxi. Conte abita ad Eboli, in provincia di Salerno, a pochi km dal mio paese, nella zona di Salerno Sud chiamata la “Piana del Sole”. Fu accusato da vari pentiti, che in via diretta o indiretta hanno accusato anche me. Ogni volta che leggo notizie di assoluzioni sono felice, perché sono tanti gli innocenti che finiscono nelle grinfie della magistratura. La loro colpa è di non avere  mezzi a sufficienza per potere contrastare lo strapotere della magistratura, ma principalmente quello delle procure, o perché si è recidivi, drogati, stranieri, ecc. Allora si diventa il colpevole ideale. E’ naturale chiedermi perché per tanti poveri cristi gli stessi pentiti erano credibili, invece per i politici non lo sono più? In Campania ci sono stati una ventina di politici di alto livello accusati da questi pentiti: Gava, Scotti, Conte, Patriarca, Donati, ecc. Sono stati tutti assolti dopo che i processi sono stati rinviati alle calende greche. Credo che l’anomalia del nostro Paese sia la magistratura. Massimo rigore  per il popolino e massima impunità per il potere.  –  6/12/2011

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Ho finito di leggere il libro “Mala Italia”, un libro stampato 40 anni fa. Sono racconti della fine ‘800 e inizio ‘900. Nel gergo in cui sono scritti i racconti non mi piacciono. Sembrano articoli giornalistici per rendere sensazionali le notizie. Inoltre si rimarca come un fatto ovvio e naturale che si nasce cattivi e delinquenti. Cesare Lombroso ha inquinato molto le menti di chi ha scritto i racconti –vari autori- con le sue assurde teorie, che hanno alimentato razzismi e persecuzioni alla miseria. Con alchimie varie e acrobazie cervellotiche faceva combaciare ogni cosa alle sue terribili tesi, che tante sciagure hanno causato per tutto il ‘900. Alcuni racconti mi hanno colpito. La miseria di alcuni quartieri a Firenze, Milano e Roma; e per questa estrema povertà, coloro che nascevano in quei quartieri erano ritenuti nati criminali, magari perché dediti per necessità al furto per sopravvivere. I lombrosismo esasperato. Il fanatismo religioso in una famiglia di un paese in Sicilia; buona parte della famiglia impazzì e commisero un atroce delitto familiare. Il racconto che più mi ha colpito è stato quello sui vigilati speciali, un girone dantesco della perduta gente. Una volta entrato in quel circuito, la legge non li abbandonava mai, li seguiva fino al funerale. Erano perseguitati tutta la vita e trattati peggio degli schiavi perché i carabinieri potevano prenderli a qualsiasi orario, anche in malo modo, e portarli in guardiola. Erano costretti a rubare per non morire di fame, perché come trovavano lavoro i carabinieri informavano il padrone che (il tipo che aveva trovato lavoro) era un vigilato speciale, e questi lo licenziava. Una condanna perpetua simile all’ergastolo. Oggi non è tanto diverso, perché ci sono –anche dopo avere scontato la pena- le misure di sicurezza. Queste sono divise in quelle detentive e quelle da liberi. Quelle detentive sono “casa di lavoro e colonia agricola”. Quelle da liberi “libertà vigilata, sorveglianza speciale, sorveglianza con l’obbligo di soggiorno, e libertà controllata”. Le misure di sicurezza vengono date anche ad incensurati liberi. Queste misure ostacolano la possibilità di rifarti una nuova vita, perché ti inchiodano a rimanere nel brodo di cultura dove hai sbagliato. Non ti danno la possibilità di portare avanti un’attività perché l’apparato repressivo fa di tutto per farla chiudere, e alla fine ci riescono sempre, usando anche mezzi poco ortodossi, ti impediscono di cambiare città e di espatriare. Un circuito vizioso che non ha mai fine. Il metodo viene da lontano, anche se è passato oltre un secolo, nella sostanza non è cambiato niente. Lo Stato contribuisce a livello industriale affinché la recidiva sia alimentata in perpetuo.  –  7/12/2011

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Tempo fa furono dedicati amp servizi televisivi e pagine intere per glorificare un’operazione chiamata “Faraone”, per la dimora faraonica dell’imputato, con il sequestro del suo patrimonio calcolato in 110 milioni di euro. Lo ritenevano un prestanome di un clan locale. Oggi leggo che è stato tutto dissequestrato e l’imputato assolto. Questi imprenditore aveva la forza economica di potersi difendere, ma quante persone non hanno questa forza. La legge La Torre perché non viene usata anche per i politici e i direttori ministeriali alla “Poggiolini”, sindacalisti, magistrati, religiosi, imprese vicino ai partiti, funzionari di Stato in divisa e no? Credo che pochi saprebbero giustificare la provenienza dei loro patrimoni. L’Italia è un Paese dove la corruzione è molto diffusa. Veniamo dietro al Ghana. Grosso modo sono circa un centinaio di migliaia di euro che alimenta la corruzione ogni anno. Dove finiscono questi soldi? Nei patrimoni delle persone citate. Come mai nessuno fa niente per cercarli? Semplicemente perché la corruzione è così estesa che sono coinvolti tutti; anche le istituzioni coinvolte nella ricerca dei capitali illeciti. Per questi motivi c’è bisonno di “mostri” da sacrificare e da dare in pasto all’opinione pubblica.  –  8/12/2011

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Leggo un articolo sull’ex ministro Alfano. Il giornalista evidenzia nell’articolo che, quando è invitato e viene intervistato, l’unica cosa di cui si vanta è di rivendicare l’inasprimento con nuove norme del carcere duro, il famigerato 41 bis. Questa sua rivendicazione la fa in ogni intervista, come fosse il suo fiore all’occhiello. Si ricorderà che in un suo intervento disse “abbiamo reso il carcere duro durissimo, e dovranno morirci dentro”. Un ministro che fa queste affermazioni si giudica da sé. Il giornalista nel suo articolo cerca di far riflettere. Il carcere duro è in contrasto con la tradizione giuridica italiana che costituzionalmente assegna alle carceri la rieducazione e non la repressione e la tortura, pertanto enfatizzare questo provvedimento da parte dell’ex ministro è indegno del ruolo che occupa anche ora, segretario del partito di maggioranza relativa. Il quotidiano La Repubblica che ha pubblicato questo articolo scritto dal giornalista Nino Alongi, è uno dei giornali che ha sempre difeso il 41 bis, chiamato impropriamente carcere duro, perché il nome appropriato è carcere di tortura, essendo che con il 41 bis è stata istituzionalizzata la tortura. Ha ospitato articoli di Roberto Saviano in cui affermava con chiarezza che anche se il 41 bis violava la Costituzione, era necessario. E’ paradossale che in uno Stato di diritto si ritenga necessaria la tortura. Questo dimostra il livello di democrazia e di civiltà del “signor” Saviano. L’articolo del giornalista Alongi lo annovero nella campagna antiberlusconiana in cui La Repubblica si è sempe contraddistinta. Pertanto il 41 bis in sé e per sé non è di alcuno interesse per il giornalista e il quotidiano, ma è usato solo per attaccare il delfino di Berlusconi. Il 25 ottobre il quotidiano regionale Calabria Ora ha pubblicato un articolo con una mia intervista, e devo dare merito al giornalista Luigi Guido che ha scritto a chiare lettere  quello che avevo detto, e cioè che il 41 bis è una tortura. La Repubblica non lo farà mai per non dispiacere alle procure, che tra l’altro lo usano anche come tortura per estorcee le confessioni. Con questi mezzi hanno creato Scarantino (il pentito della strage del giudice Borsellino), ma quanti Scarantini ci sono in Italia? Tanti! E migliaia di innocenti nelle carceri.  –  9/12/2011

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Anche oggi c’è il sole e la temperatura è mite, per me che soffro un po’ il freddo è una manna, perché sto bene in un clima non rigido. Per questo motivo non risento del caldo in estato. Lo sopporto bene, e poi mi piace perché non c’è bisogno di tanta biancheria, bastano magliette e pantaloncini. Guardo affascinata i paesi cardi dell’America latina, ma adoro i paesi scandinavi per la loro civiltà, l’attenzione al bene comune e il loro stato sociale, ma ci fa troppo freddo. La soluzione sarebbe di trascorrere sei mesi in un paese scandinavo durante la primavera-estate, e sei mesi in un paese dell’America latina, così sarei sempre in un clima caldo.  –  10/12/2011

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Mentre leggevo Panorama del mese scorso, ho letto un articolo intitolato “Quel pasticciaccio orribile di via D’Amelio”, una intervista all’avvocatessa Rosalba Di Gregorio, che ha diferso quattro imputati su sette del primo processo sulla strage di via D’Amelio, quella del giudice Borsellino, scaturito dalle dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino, che portato all’isola di Pianosa, gulag o lager non fa differenza, dove i detenuti venivano torturati, e Scarantino non resistendo dichiarò tutto quello che volevano gli inquirenti. L’avvocatessa Di Gregorio nella sua intervista fa capire con i fatti, che già dal 1995 i PM di Palermo e di Caltanissetta sapevano che Scarantino non sapeva niente della strage, ma volevano dei colpevoli, non ha importanza se innocenti. In questo contribuì anche la Procura di Torino. Le procure in questione occultarono e fecero sparire le prove che scagionavano gli imputati. L’avvocatessa Di Grigorio non essendosi arresa alle prepotenze delle procure, è stata attaccata con notizie false, e in ultima analisi con l’accusa al marito di associazione mafiosa. I pentiti sono monopolio delle procure, e li usano come meglio credono, anche in modo non ortodosso. Qualche mese addietro, quando è scoppiato questo scandalo, perché il pentito Spatuzza si è autoaccusato della strage e ha dato tutte le prove della sua colpevolezza, gli imputati sono stati scarcerati. Le procure di Palermo e Caltanissetta hano gridato al complotto e hanno aperto una inchiesta, per trovare chi ha distorto le indagini, e hanno tirato in ballo funzionari delle istituzioni che nel frattempo erano morti, hanno alzato un polverone, e poi tutto è ritornato nel silenzio. E’ normale ciò perché non potevano indagarsi da soli, essendo che sono loro che hanno distorto e condiziona ogni cosa, per fare condannare degli innocenti che loro sapevano fossero tali. Una colpa gravissima per dei magistrati. Oggi sono delle icone intoccabili, con un potere al di sopra della legge, ma un giorno la storia li condannerà per tutti gli abusi e i soprusi che hanno fatto.  –  11/12/2011

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Julian Assange capo di Wikileaks ha dichiarato che siamo tutti spiati, perché vengono tenuti sotto controllo PC e cellulari. Ha messo in rete la documentazione per provare ciò che ha affermato. C’è da credergli, il personaggio l’ha dimostrato. Ci sono decine di aziende private che controllano il mercato delle intercettazioni. L’Italia è uno dei paesi che ha più aziende che sono impegnate in questo controllo capillare. Queste tecnologie vendute ai regimi dittatoriali diventano delle armi micidiali, perché controllano tutto e non c’è nessuna libertà, e vengono usare anche per la repressione politica. Nei paesi Occidentali queste tecnologie sono usate per eliminare qualunque privacy. Finché la rete non sarà censurata, avremo queste notizie che interessanto almondo intero.  –  12/12/2011

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Il fratello dell’ex mnistro della giustizia, Angelino Alfano, Alessandro Alfano, è stato inquisito perché avremme comprato gli esami di economia. La dipendente addetta ad inserire gli esami falsi nella memoria dell’Università ha confessato tutto ed è stata licenziata. Un ministro tecnico  l’anno scorso, per una cosa simile si dimise da tutte le cariche. Questo signore che è segretario generale della Camera di commercio di Trapan, non si dimetterà, anzi Alfano lo aiuterà in futuro a fare carriera e ad avere incarichi sempre più prestigiosi. Come siamo lontani dalla cultura del rispetto delle istituzioni che vige nei paesi del Nord Europa.  –  13/12/2011

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Certe notizie per la nostra cultura ci colpiscono molto, anche se in alcuni paesi sono fatti normali. Nelle Samoa americane, paradiso polinesiano, avendo 25 gradi di temperatura tutto l’anno, e la squadra di calcio più scarsa del mondo, è ultima nel Ranking Fifa, al 204simo posto. Dopo 30 partite e altrettante sconfitte n gare ufficiali, con i 12 goal segnati e i 229 incassati, hannno vinto una partita, battendo il Tonga per 2 a 1, per la qualificazione ai mondiali del 2014. Ma la notizia non è la vittoria, ma che il difensore centrale della squadra è un transessuale. Mi sono immaginato un fatto del genere in Italia, strali da tutte le parti, le associazioni dei benpensanti, la federazion ecc.,  titoloni sui quotidiani sportivi e non, una cagnara alimentata dai conservatori. Per cultura, nel Paese in questione, è accettato come un fatto normale il terzo sesso. Nella lingua samoana sono chiamati “Fa’afafine”, tradotto è “come una donna”. Non sono discriminati, possono fare ciò che vogliono, qualunque lavoro e praticare ogni sport. Il primo ministro del Paese, in carica dal 1998, ha dichiarato che “i transessuali sono gloriosi e splendidi miracoli di Dio”. Nessuno del popolo samoano ha avuto da ridire. Ritornando alla nostra cultura, ricordo che da ragazzino al catechismo mi insegnavano che gli esseri umani “sono a immagine e somiglianza di Dio”, ma credo che nella realtà, prima di arrivare alla cultura samoana  ne dovrà passare di acqua sotto i ponti.  –  14/12/2011.

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Quando alcune volte scrivo che le carceri e il loro sistema somigliano alle segrete medievali, non mi sbaglio, perché vengo a sapere, in uno scritto che mi hanno mandato, che c’è la ditta Arturo Berselli & Co. S.P.A., con sede amministrativa a Milano, che hai il monopolio delle forniture alimentari e del sopravvitto delle carceri dal 1930. Con la scusa della sicurezza, il Ministero consegna l’appalto a questa ditta. Addirittura è intervenuta l’Unione Europea per infrazione ai principi di libertà sul tema della tutela della concorrenza. Ma per tenersi buoni l’Europa, hanno varato una norma, prima un decreto del Ministero della Giustizia e poi del governo, anche per superare una procedura di infrazione dell’Unione Europea, in modo da fare rimanere le cose così come stanno. Questa ditta è in regime di monopolio da 80 anni, e nessuno interviene. Il parlamento fa finta di niente, e i ministri che si succedono si prodigano affinchè questa ditta continui ad avere il monopolio e non abbia fastidi di nessun genere. I prezzi sono alti, i prodotti imposti, la qualità scarsa e il peso variabile, ma non si riesce a smuovere niente. Oggi capisco il perché, la ditta è talmente protetta che ha l’impunità assicurata. Un detenuto di Velletri Ismail-Ltaief faceva il cuoco nella cucina. Ha fatto una denuncia perché i pacchi delle forniture del vitto segnavano 300, ma ne venivano scaricati 60 dalla ditta. Hanno cercato di fermarlo, e per ritrattare gli hanno offerto 15.000 euro. Ciò dimostra il letamaio che ha creato questa ditta sulla fornitura del vitto e sui prodotti  della spesa del sopravvitto. Tutto ciò gli è possibile solo con la corruzione a tutti i livelli, dal Ministero alle singole carceri. Una volta ho letto che i posti più illegali del nostro Paese sono le carceri con tutto il sistema. Chi l’ha scritto non si sbagliava.  –  15/12/2011

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Stamane è venuto il vescovo per la messa di Natale, in rappresentanza della Direzione c’erano cinque educatrici, la mia non c’era. Dopo la mesa c’è stato il rinfresco con i dolci che ha fatto Fabio, un ergastolano come me, molto bravo a fare i dolci. Il vescovo ci ha detto che il discorso firmato da tutti noi della sezione e letto da Nellino durante la messa, l’avrebbe messo sotto il calice durante la messa a Natale, affinché la luce di Cristo ricadesse su di noi. Gli ho risposto indicandogli che la luce dovrebbe ricadere sull’area tratta mentale, sbagliando ho detto operativa, ma si è capito lo stesso, essendo che le educatrici presenti erano a due metri da  noi al tavolo del rinfresco, affinchè la luce gli faccia aprire nelle relazioni l’apertura extramuraria, per farci ritornare dai nostri cari. Dopo che ha mangiato un pasticcino, ho avuto cinque minuti di dialogo con il vescovo, e gli ho spiegao il motivo dela mia risposta, che non aveva capito. Gli ho detto che il più fresco di galera tra i presenti sta da dieci anni. Invece sbagliavo, perché sta da quindici anni; gli altri venti e trent’anni. Gli ho spiegato che dall’ergastolo non si esce, e che è una pena di morte diluita nel tempo. Gli ho spiegato che le pene alternative sono automatiche solo per i pentiti o, meglio detto, collaboratori di giustizia e i confidenti. Ci vorrebbero tutti come Giuda, ad accusare gli altri e a metterli al nostro posto, moltiplicando le sofferenze. Gli ho parlato del 41 bis che è un regime di tortura, che la Chiesa dovrebbe intervenire dicendo qualceh parola contro questa inciviltà indegna. Un mio compagno gli ha detto ch enel 41 bis li fanno mangiare poco. Ho visto lo stupore nella sua espressione, ma non ha detto niente. La mia impressione è che sia rimasto un po’ imbarazzato, credo che non si aspettasse questi discorsi. Sono del parere che tutte le occasioni –quando vengono persone dall’esterno- bisogna prenderle al volo, e fare loro questi discorsi, perché non sanno niente, hanno concetti recepiti dai media, che falsificano la realtà.  –  16/12/2011

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Ho letto l’ultima circolare del Ministero. Ne avevano dato notizia i TG e avevo letto qualche articolo sui quotidiani. Si tratta di aprire e tenere le celle aperte tutta la giornata. Come al solito, la montagna ha partorito un topolino. Ha escluso i regimi AS-1,2 E 3; e anche il 41 bis ovviamente.

E’ un discorso solo per i detenuti comuni, ma anche tra loro ci sono di distinguo, essendo stati etichettati con colori, bianco-verde-rosso. I bianchi sono aperti senza eccezioni. I vedi devono avere delle valutazioni periodiche. I rossi devono avere l’autorizzazione dal commissario. Non sono hanno creato altra burocrazia, ma va a finire che creano altri regimi, come successe con l’ex E.I.V.C. che poi diventò E.I.V., ed ora A.S.1. Tanti detenuti diventano pericolosi con la burocratizzazione dei regimi. I detenuti dell’AS-2 e 3 si trovano in questi circuiti perché hanno un reato che rientra nell’art. 4 bis O.P., oppure basta un’aggravante, anche un furto, pertanto non è la mera supposizione di pericolosità del soggeggo, ma è il reato, un comma di un reato o un’aggravante. Noi dall’AS1 siamo in questo regime percè eravamo nel 41 bis; parcheggiati in assenza del nulla. Non cambieranno mai le cose, fino a quando il ministero sarà monopolio di Pm, ex-direttori delle carceri, della polizia penitenziaria e dei suoi sindacati. Insieme formano una burocrazia discrezionale tipica dei mandarini cinesi, e si oppongono ferocemene ad ogni riforma.  –  17/12/2011

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Nelle carceri tutto è impontato sulla “sicurezza interna”. Questa parola “magica” consente di alimentare oppressione e limitazioni indiscriminate, senza nessun controllo, anzi con la complicità degli organi preposti alla tutela dei detenuti. La sicurezza è usata per violare, negare, sospendere ed espropriare i diritti. Usata come unica risposta ad ogni richiesta; usata come chiave per eludere ogni richiesta; usata per rendere cieca ogni regola; la violenza della giustiza soffoca ogni cosa. In nome della sicurezza si sono commesse e si continuano a commettere mostruose ingiustizie. Viene usata per spersonalizzare l’identità dei detenuti, e per gestirl più agevolmente. In ogni contesto, le persecuzioni sono state sempre costruite con le parole e i concetti del diritto. In questo caso i baroni di turno interpretano e in alcuni casi si inventano le norme per creare sofferenza, per avere visibilità mediatica. Ormai lo fanno senza nessuna vergogna, come fosse un comportamento normale. Le norme penitenziarie, insieme alla disciplina imposta, sono state stravolte e rese antisociali; pertanto più che la rieducazione, il trattamento quotidiano insegna ad essere al di fuori della società. In nome della sicurezza, il carcere non solo pretende di isolare i detenuti dalla società, ma pretende anche di isolare i detenuti tra loro stessi. Credo che nessuno abbia mai visto un cane legato alla catena diventare buono. Il carcere dovrebbe essere  un luogo dove si organizza un servizio, invece il servizio è totale, perché i detenuti si alimentano di odio, rabbia e rancore, per i diritti negati, l’oppressione e le frustrazioni che ne scaturiscono. Il legislatoree o il ministo dovrebbero intervenire per porre una limitazione all’uso distorto del concetto della parola sicurezza.  –  18/12/2011

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In TV alcune trasmissioni, in pompa magna dicevano che Equitalia aveva recuperato nove miliardi di tasse inevase. Oggi leggo un articolo in cui lo Stato deve altri settanta miliardi alle imprese, principalmente alle piccole imprese che hanno anche il problema della stretta creditizia delle banche. Molte imprese chiudono perché da una parte lo Stato non le paga e dall’altra i “gabellieri” di Equitalia li aggrediscono in ogni modo, e moltiplicano le cifre peggio  degli strozzini, e tutto lo si fa passare come un fatto legale. I politici sbraitano  demagogicamente per non perdere consensi, ma in realtà non fanno niente, pensano solo a che i loro privilegi non vengano toccati. Basterebbe una semplice legge. Le imprese che sono creditrici nei confronti dello Stato, li possano decurtare dalle tasse che chiede Equitalia. Si eviterebbero tante ingiustizie, fallimenti e tanta disperazione.  –  19/12/2011

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Leggo su un quotidiano che il 98% degli alberi di Natale, il 92% dei regali eil 97% degli addobbi natalizi, vengono da Yiwu, una città cinese. Questa città in 10 anni è diventata la seconda città più ricca della cina. Credo che in nessun altro prodotto ci sia un monopolio così alto. Tutto ciò è possibile perché lì non hanno leggi da rispettare.. circa operai, ambiente, sicurezza, sindacati, ecc. Ogni tanto ci fanno vedere le scene di sequestro nei porti, ma è tutta scena, perché è una goccia nell’oceano. Arrivano milioni di tonnellate di merci, non solo natalizie, ma anche certificate e pericolose. Se venissero costruite qui in Italia, andrebbero tutti gli organi quotidianamente a controllare, e nelle condizioni della città cinese, non solo chiuderebbero le aziende, ma farebbero multe e forse anche arresti. Ricordo che una volta le città di Napoli e dintorni erano considerate la Cina d’Europa. Oggi tutti quei laboratori vengono fatti chiudere, perché ritenuti organici alla camorra. La camorra è usata come il prezzemolo, lo si può mettere su ogni pietanza. Chissà chi ha interesse affinché arrivino dalla Cina milioni di tonnellate di merci non certificate e prodotte da “schiavi”, e non si possno fabbricare in Italia, con milioni di disoccupati che ci sono nel nostro Paese.  –  20/12/2011

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C’è gran fermento in sezione, tutti a farsi la doccia, essendo che è arrivata l’acqua calda. Siamo stati alcuni giorni senza acqua calda e con i termosifoni spenti. Si era rotta la caldaia, e bisognava aspettare l’autorizzazione per fare entrare il tecnico  per farla aggiustare. In questi giorni faceva molto freddo, e continua a farlo. Ci sono state proteste con la battitura, perché il freddo era pungente ed entrava nelle ossa. Riscaldavo l’acqua in cella e andava in  doccia per lavarmi, ma faceva troppo freddo che subito dopo lavato mi congelava. I termosifoni accesi hanno riscaldato la cella, ed è tutta un’altra cosa. Patisco il freddo e lo soffro più degli altri. Faccio gli auguri di Buon Natale a tutti gli amici che mi seguono sul Blog, e che il nuovo anno vi porti tutto ciò che desiderate. Un affettuoso abbraccio a tutti.  –  21/12/2011

Esiste o no l’ergastolo In Italia???

Anche noi abbiamo letto inorriditi quanto ha scritto il Procuratore del Tribunale di Torino, Bruno Tinti, su “Il Fatto Quotidiano” del 27 febbraio 2011

Inorriditi perché certe frasi piene di falsità, di luoghi comuni, frutto di una politica che, incapace di governare e contrastare fenomeni sociali che portano alla criminalità,   ha fatto della giustizia un sentimento equivalente a vendetta o ritorsione, ce le saremmo aspettate dagli spettatori di stucchevoli talk show televisivi, da inoperosi chiaccheroni da bar, ma mai, MAI, da un procuratore di un Tribunale.

 Ospitiamo qui quanto ha risposto la Comunità Papa Giovanni XXIII, che da anni segue e appoggia la battaglia degli ergastolani, con questo comunicato.

Prima troverete il testo integrale dell’articolo apparso su “Il Fatto Quotidiano”, poi la risposta dei volontari della Com. Papa Giovanni XXIII

Abbiate ancora la voglia e il coraggio di indignarvi!

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Rimini, 1 aprile 2011

 

COMUNICATO STAMPA

 

LA COMUNITA’ PAPA GIOVANNI XXIII risponde a questo articolo del Procuratore di Torino SULL’ERGASTOLO:

 

Il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2011

B&C hanno fatto una legge che impedisce il rito abbreviato per i delitti puniti con l’ergastolo. Questa volta non si può dire che vogliano salvare il loro capo: non pare che B. abbia commesso delitti di questo tipo: corruzione, falsi in bilancio e frodi fiscali sì; forse concussione e prostituzione minorile pure; ma assassinii pare di no. Quindi la legge dovrebbe avere un suo perché. E, in effetti, ce l’ha. I cultori del luogo comune si riempiono la bocca con la “ferocia” delle pene detentive: Tizio è stato condannato a 10, 15, 20 anni di prigione: orrore! E, per l’ergastolo: “Fine pena mai!”, cosa indegna di uomini civili! Stupidaggini. Le pene detentive, in Italia, non sono mai quelle che sembrano. 30 anni di prigione, in concreto, sono circa 8 anni e 7 mesi. Capisco che pensate sia una balla, ma vi giuro che è proprio così. Nel nostro ordinamento vi sono 4 straordinari istituti: la legge Gozzini, i permessi premio, la semilibertà e l’affidamento in prova al servizio sociale.
Secondo la legge Gozzini, ogni anno di prigione vale 9 mesi perché, ogni anno, 3 mesi vengono abbuonati. Non è proprio automatico; bisogna che il detenuto non abbia fatto casino. Avete capito bene: non deve aver tenuto una buona condotta, aver fatto opere di bene, essersi adoperato nell’interesse della comunità carceraria o cose del genere. No, basta che non abbia piantato grane. Se non rompe, gli regalano 3 mesi ogni anno.
I permessi premio si possono dare nella misura massima di 1 mese e mezzo all’anno; e di fatto così avviene. Quindi ogni anno di prigione in realtà sono 7 mesi e mezzo.
Dopo 15 anni il condannato può avere la semilibertà: di giorno va a lavorare e la notte torna in carcere. Solo che questi 15 anni, in concreto, sono 11 anni e 7 mesi per via di Gozzini e permessi premio. Sicché, dopo 11 anni e 7 mesi, un condannato a 30 anni di galera in prigione ci torna per dormire!
Ma non basta: quando gli mancano 3 anni per finire la pena, anche la semilibertà viene eliminata e il nostro galeotto viene affidato in prova al servizio sociale. Insomma, e fidatevi dei calcoli, uno che è condannato a 30 anni di galera, in realtà fa 8 anni e 7 mesi circa.
Ora, succede che, se un imputato di omicidio o di qualche altro delitto che prevede l’ergastolo chiede il giudizio abbreviato, per una serie di motivi che non sto a spiegare, può essere condannato, al massimo, a 30 anni di galera. Che, come si è visto, sono in realtà 8 anni e 7 mesi. Mentre, se fosse processato con il giudizio ordinario e si beccasse l’ergastolo, farebbe almeno 15 anni e 4 mesi circa. Eh, proprio così: perché anche per l’ergastolo valgono tutti quei benefici che ho elencato più sopra; solo che i calcoli sono un po’ diversi. Insomma, con la legge voluta da B&C , i peggiori delinquenti almeno un po’ di galera (un po’, altro che “fine pena mai”) se la fanno. Il che mi pare cosa buona e giusta.
Chi ha votato con B&C? Idv. E ha fatto bene perché una proposta buona, ovviamente, non diventa cattiva perché la fa uno cattivo. E chi ha votato contro? Il Pd. E ha fatto male, perché non è così che si fa opposizione. Soprattutto quando, mentre era al governo, si è “dimenticato” di abrogare la legge sul falso in bilancio e di farne una sul conflitto di interessi.

Bruno Tinti (Procuratore del Tribunale di Torino)

 

 

Ci rivolgiamo a lei, Dott Tinti: noi siamo dei semplici volontari carcerari, ma il carcere lo conosciamo bene, perchè ce lo facciamo almeno un giorno tutte le settimane. Abbiamo un  Servizo Carcere e  da anni appoggiamo la lotta degli ergastolani per l’abolizione di questa pena disumana. Già nel 2007 il nostro fondatore, Don Oreste Benzi, dopo aver incontrato gli ergastolani di Spoleto, decine e decine di uomini in carcere ininterrottamente da 20-30 e senza prospettive di uscire, affermava che questa pena priva di qualsiasi speranza e prospettiva, risulta crudele e degradante.  

Lei dice testualmente: Ergastolo, “Fine pena mai”, cosa indegna di uomini civili!  Stupidaggini. Le pene detentive, in Italia, non sono mai quelle che sembrano. 30 anni di prigione, in concreto, sono circa 8 anni e 7 mesi. Capisco che pensate sia una balla, ma vi giuro che è proprio così. 

Dott. Tinti, noi incontriamo ogni settimana decine e decine di persone condannate all’ergastolo, senza speranza, ostative ai benefici penitenziari, persone che sono in carcere dal 1979, ragazzi di 40 anni che sono stati condannati all’ergastolo a 18 anni e che non sono mai usciti, neanche per il funerale del padre. Ragazzi che hanno vissuto più tempo della loro vita in carcere che fuori, persone che l’ ergastolo se lo vivono sulla propria pelle, giorno dopo giorno, anno dopo anno, da decenni. Noi li incontriamo: sono sempre lì, estate, inverno, Natale e Pasqua: non escono di giorno, come dice lei  e non hanno la cella del carcere come letto dove rientrare per dormire, ce l’hanno come tomba. Noi vediamo il tempo scorrere sui loro volti, settimana dopo settimana, e lasciare solchi profondi.   E non è, come lei sostiene, che non escono perchè hanno piantato grane, o rompono. No, molti di loro   nella riflessione e nella sofferenza, sono arrivati ad  una revisione  interiore sugli errori del passato, hanno studiato,  tutto questo nonostante  un sistema carcerario che per le condizioni in cui è ridotto costringe a beffa l’articolo 27 della Costituzione che sancisce che le pene devono tendere alla rieducazione.

Dott. Tinti, lei è una persona esperta e  quindi il cittadino comune che l’ha letta in quell’articolo è autorizzato a pensare che la sua sia una fonte attendibile, ma allora, se fosse vero quello che lei afferma,  e cioè che con la legge Gozzini tutti escono  al massimo  dopo 8 anni e pochi mesi, e perciò lei auspica l’approvazione di una legge che prevede che gli ergastolani facciano  almeno 15 anni,  perché allora in Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno alle spalle più di 26 anni di detenzione, il limite previsto per accedere alla libertà condizionale? La metà di questi 100 ha addirittura superato i trent’anni di detenzione.

Al 31 dicembre 2010 gli ergastolani in Italia erano oltre 1.500: quadruplicati negli ultimi sedici anni, mentre la popolazione “comune” detenuta è “solamente” raddoppiata.

Se tutti uscissero, come sostiene lei,  non potremmo  certo avere oggi  1.512 condannati a quella che di fatto invece  è una pena di morte mascherata.

 

Lei dice ancora:  “Dopo 15 anni il condannato può avere la semilibertà: di giorno va  a lavorare  e la notte torna in carcere”, ma lo sa che i dati ufficiali del Ministero della Giustizia dicono che al 31 dicembre 2010 i detenuti presenti nelle carcere italiani erano  67.961 e quelli in semilibertà poco più di 900? E di questi solo 29 sono ergastolani?  29 su 1.512, a fronte di quasi 100 in detenzione da oltre 26 anni: non sembra anche a lei questo un Paese dove esiste, eccome, la certezza della pena?

Dott. Tinti, con i suo dati imparziali e irreali fa sembrare l’ergastolo una pena necessaria, mentre la stessa è stata abolita da Paesi che noi consideriamo meno civili, Brasile compreso.  Secondo il Sipp sono stati 18 gli ergastolani suicidatesi nel 2010, ma non vogliano discutere solo a suon di dati: noi la invitiamo a venire con noi. Venga con noi un giorno ad incontrare gli ergastolani, noi le proproniamo volti, corpi ingabbiati e storie vere. Saranno loro a parlare, non i nostri numeri. Venga con noi una giornata, poi riparleremo di ergastolo. Oppure ci dica qual’è il suo Tribunale che fa scontare un ergastolo con  8 anni e pochi mesi: avremmo centinaia di detenuti pronti a trasferirsi.

Nella rivista “Ristretti Orizzonti” anno 12, numero 3 maggio-giugno 2010, pag. 34, e Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia rilascia questa dichiarazione:

(…) Per finire, e qui mi allaccio ai progetti di riforma del Codice penale, non so se i tempi sono maturi, ma anche una riflessione sull’ergastolo forse bisognerà pure farla, perché l’ergastolo, è vero che ha all’interno dell’Ordinamento dei correttivi possibili, con le misure come la liberazione condizionale e altro, ma ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che prendono l’ergastolo, tutti per reati ostativi, e sono praticamente persone condannate a morire in carcere.
Anche su questo, forse, una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa, perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, lasciare questa pena perpetua, che per certe categorie di autori di reato è assolutamente certa, nel senso che non ci sono spazi possibili per diverse vie di uscita.
 (Roma 28 maggio 2010, intervento al Convegno Carceri 2010: il limite penale ed il senso di umanità).

 

      Aldo Moro nelle sue lezione universitarie avvertiva gli studenti, ma forse anche il legislatore e i politici:

«Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale, che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità, rigorosamente alla necessità, di dare al reato una risposta quale si esprime in una pena giusta».

 

Per l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

Il Responsabile Generale

Giovanni Ramonda

 

 

Foto dal carcere di Bologna

 

Il nostro Giovanni Lentini, sempre attento e appassionato, persona anche molto generosa nel suo operare.. con un temperamento ancora capace di essere idealista.. ci ha inviato delle foto che hanno fatto dei volontari in occasione di una manifestazione che si è tenuta a Bologna, nel cui carcere Giovanni è detenuto. Il nome della manifestazione è  “una cella in piazza”. La nostra Mita ci dici che, con tutta probabilità non si tratta della vera cella di Giovanni, ma di una “realistica” ricostruzione di una cella.

Vogliamo ringraziarlo per queste foto, così come ringraziamo questi volontari.

Buona visione

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Matrimonio in carcere

Pubblico questo secondo post oggi, così diverso da quello precedente, praticamente opposto.. ma per dare un pò di luce, dopo tanto buio soffocante…

Sembra un film. Ma uno di quei film belli, di quelli che ti riempiono l’anima, dove, in mezzo a sofferenze e dure prove.. irrompono momenti di gioia e felicità..

E’ il racconto del matrimonio di Giovanni Lentini.. detenuto a Bologna, e uno dei protagonisti del nostro Blog… matrimonio religioso, dato che lui e la moglie erano già sposati civilmente e hanno un bambino di 11 anno.

Il matrimonio si è svolto il 03/12/2009… dentro al carcere di Bologna.. dato che, naturalmente non era stato dato il permesso di farlo fuori (così si fa! il popolo dorma tranquillo.. si è impedito a pericolosi facinorosi di sposarsi all’esterno.. chissà cosa sarebbe potuto succedere… magari una sparatoia di confetti… e poi dicono che non siamo un paese serio.. ma se più seri di così.. si muore..).

Ma, paradossalmente, il doverlo fare dentro al carcere il matrimonio l’ha reso ancora più unico e speciale.. un evento quasi straordinario in quel contesto, con una sorta di clima complice e da carbonari tra operatori e volontari. Un matrimonio dove tutti hanno contribuito, tutti hanno portato qualcosa.. La cerimonia si è svolta, in sostanza, nella sala dei giochi.. su un altare alla bell’è meglio.. e figure di personaggi per bambini campeggiare ovunque. E la bellezza di quattro sacerdoti… come per il Re di Spagna grossomodo..

Quella che leggerete, premessa da due parole dello stesso Giovanni, è la testimonianza di una volontaria..

Buona lettura..

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Amico Alfredo, insieme a questa lettera ti invio una lettera di una volontaria che ha partecipato al mio matrimonio, che si è celebrato qui in carcere il 03/12/2009. Ti sono grato se la pubblichi sul sito. E’ stata già pubblicata su un giornale di una associazione di volontariato qui a Bologna, ma voglio che la metti sul sito e che metti i ringraziamente di mia moglie e i miei.

Grazie..

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INVITO A NOZZE CON PASSA PAROLA

Una condanna all’ergastolo pare precludere ogni progettualità di vita futura.

Eppure sono qui a testimoniare il contrario, a raccontarvi il coraggio di una scelta di vita rinnovata, colma di speranza e di amore.

E’ la scelta di una giovane coppia, di un uomo e di una donna, già sposati civilmente, padre e madre di un bambino di 11 anni.  Un nucleo familiare molto unito, che non si lascia minare neanche dall’esperienza del carcere e dai lunghi anni di detenzione del capofamiglia.

Lei lo segue in città insieme al figlio, gli fa visita abitualmente, nei giorni e negli orari consentiti, cerca di non fargli mancare niente, fino al giorno della sentenza di condanna all’ergastolo.

Il presente non riesce a sbarrare il futuro. All’indomani prendono insieme la decisione di unirsi in matrimonio davanti a Dio e di benedire gli anelli, che già portano dal dito, dalla nascita del loro bambino.

Niente permesso, niente chiesa. Così questa donna coraggiosa raggiungerà il padre di suo figlio in un altare improvvisato, nell’aria pedagogica della casa circondariale della città di Bologna.

Alla vigilia delle nozze, con un rapido passaparola tra noi volontari del carcere, ci affrettiamo a partecipare all’evento. Oguno di noi ha un permesso da chiedere, chi porta il bouquet per la sposa, chi la macchina fotografica, chi procura i libretti per le letture e i canti, chi provvede a un mini rinfresco.

Giochiamo d’anticipo, nel breve tempo concesso, in attesa dell’arrivo della sposa, la saletta ludica viene allestita come una piccola cappella per un rito nuziale del tutto singolare. I personaggi delle favole, Bambi, Biancaneve e i sette nani, Peter Pan, fanno da sfondo, come pali d’altare. Sulle pareti, invece delle stazioni della Via Crucis, i disegni colorati di bambini e, al posto dei confessionali, contenitori traboccanti di libri e giocattoli.

Tutto quanto in miniatura: le panche, le sedie, i tavolini. E’ lo spazio del gioco per i bambini delle  mamme detenute, dove si tengono lezioni di spensieratezza.

E oggi il più contento è proprio un bambino di undici anni, che partecipa con lo stupore infantile del sorriso, al matrimonio del suo papà e della sua mamma.

Matrimonio solenne, con-celebrato da ben quattro sacerdoti: oltre al cappellano del carcere, il vicecapellano e il padre spirituale del gruppo-Vangelo.. è arrivato anche il parroco del paese degli sposi con il suo abito da cerimonia.

Dopo la benedizione, tutti insieme ci stringiamo attorno a questa famiglia consacrata su quell’altare improvvisato che, con semplicità, da banchetto eucaristico diventa banchetto nuziale. Biscotti e spumante per il brindisi. Dopo la foto di gruppo, è il momento dello scambio degli auguri e dei sorrisi. Un momento di intensa commozione per tutti i presenti. Non c’è torta di nozze, non ci sono confetti.

Eppure nell’insieme quel piccolo ambiente a misura di bambino fa pensare a una bomboniera. Un’esuberanza di gioia condivisa ci fa rivivere insieme a Gesù le parole di lode. “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto”. (Luca 10,21-24).

Beatrice

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