Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Intervista sul 41 bis, all’ex parlamentare europeo Maurizio Turco (prima parte)

41bis

Il nostro Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, ci ha inviato il testo di una interessantissima intervista fatta dalla redazione di Ristretti Orizzoni (a questo link troverete la versione online del numero di Ristretti in cui è presente anche questa intervista http://www.ristretti.it/giornale/word/13/01.pdf) a Maurizio Turco, ex parlamentare europeo. L’intervista è incentrata sul cuore di tenebra del sistema penitenziario italiano, il regime del 41 bis.

L’intervista è fatta a più voci, nel senso, che sono più persone, quasi tutti detenuti nel carcere di Padova, a fare, di volta in volta, le domande.

Si tratta di una intervista di tale lucidità e chiarezza, anche per l’esperienza e l’impegno che Maurizio Turco ha da anni su questi temi, che voglio riprodurla a puntate. E oggi ne pubblico la prima parte.

Prima di lasciarvi alla lettura di questa prima parte, cito un passaggio emblematico:

“Io so solo che Giuseppe Ayala, già membro del pool con Falcone  e Borsellino, e già sottosegretario alla Giustizia, e che nel 2002 era membro della Commissione antimafia, nell’ambito della discussione in Commissione sulla stabilizzazione del 41 bis, disse… “… saranno stati centinaia i provvedimenti che ho firmato, le motivazioni delle proroghe appartengono a quella categoria di cose che si firmano previa bendatura degli occhi (tanto è un’azione automatica che sappiamo fare tutti e con l’occhio bendato viene meglio)”. Perché prorogava ad occhi bendati la permanenza in 41 bis? Perché ci sono persone che continuano a restare in 41 bis sulla base della dichiarazione dei e carabinieri di un paese del quale magari mancano da 30 anni. Carabinieri che affermano che questa persona continua ad avere rapporti con la gente del luogo pur essendo da 10 anni in 41 bis: questa è negazione del diritto, della giustizia, della logica e dell’intelligenza.”

Maurizio non è la prima persona a dire queste cose. In pratica ci sono detenuti da anni in un regime durissimo, quale è il 41 bis, peri i quali le motivazioni della proroga costituiscono, in sostanza, una sorta di continuo copia e incolla. Ci sono detenuti che non vanno nel loro paese di origine da più di venti anni, ma ancora nei loro confronti si riproducono i testi delle originarie valutazione di vicinanza a contesti criminali.

Il 41 bis ha il potere simbolico che qualunque strumento innalzato a livello di mito della lotta contro il crimine. E’ diventato ideologia. Non viene quasi mai veramente affrontato in tutti i suoi meandri. Farlo suscita sospetti e accuse di “morbidezza” verso il crimine. Ma essere moralmente onesti vuol dire sempre raccontare le cose come sono.

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Oddone Semolin: Noi abbiamo cercato di mettere a fuoco i meccanismi di come funziona il 41 bis, quello che volevamo sapere è come pensate si possa superare questo regime, perché siamo consapevoli che la resistenza rispetto alla possibile abolizione di queste forme di carcerazione è trasversale, politicamente parlando, per cui crediamo sia molto difficile. Quali strumenti pensate di adottare per fare questo passaggio, concretamente, perché si arrivi al superamento? C’è uno spiraglio, una possibilità?

Maurizio Turco: Penso che non ci sia nessuno spiraglio, né alcun cambiamento in vista, anzi, penso stiamo andando verso una sempre maggiore militarizzazione del sistema carcerario, in assenza di possibilità alcuna di un carcere che risponda a quelli che sono i dettami costituzionali. Il resto è resistenza. Noi stiamo cercando di resistere al fatto di un peggioramento del 41 bis, ma so se ci riusciremo, nel senso che già parlano di riaprire Pianosa, l’Asinara, e sappiamo che cosa significa. Io sono stato questa estate a Badu e Carros (Nuoro) e c’è solo un detenuto in 41 bis, ed è un fatto contrario alla legge, perché comunque  anche i detenuti in 41 bis hanno diritto alla socialità, per quanto simbolica. Le condizioni di detenzione  stanno sempre più peggiorando, nel senso che ormai c’è una parte di detenuti in 41 bis che scontano un 41 bis aggravato e sono tutti quelli che sono in aree riservate, che sono completamente isolate dal resto del mondo, e c’è ancora la difficoltà per noi di poterli andare a vedere nelle necessarie condizioni, per cui voi capite che è una situazione che va sempre più ingarbugliandosi, nel senso di violazioni sempre più dure, violente, della legge. La nostra prima proposta è quella del rispetto della legge così come è scritta. Il fatto che poi ci siano tutta una serie di regolamenti che il DAP ha emamato, che hanno reso il 41 bis quello che è oggi nella realtà, una realtà contraria alla legge. Noi siamo riusciti in una occasione a fare andare il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa non nei posti dove di solito si andava, ad esempio Spoleto, dove c’è una realtà molto più aperta, diciamo. Quando siamo però riusciti a fare andare il Comitato a Parma, lì sono venute fuori 50 pagine di critica al sistema penitenziario, al sistema italiano, all’applicazione della legge italiana. Ecco perché il problema che oggi dobbiamo porci come obiettivo è quello di fare rispettare la legge, il 41 bis, in tutti i luoghi di privazione della libertà, da parte dello Stato e nella società intera. Se noi riuscissimo a fare rispettare la legge, quella scritta, le condizioni di detenzione sarebbero completamente diverse da quelle che sono. Purtroppo ogni tentativo di riforma di mettere il carcere in condizione di essere rispondente alla legge, non ha sinora portato a nulla.

Elton Kalica: Prima c’erano delle garanzie, ora che invece è diventato un sistema, quali tutele ci sono?

Maurizio Turco: Intanto vanno ricordati positivamente i 16 senatori e 44 deputati che, tra ottobre e dicembre 20o2, votarono contro la legge istitutiva in senso permanente del 41 bis. Il regime straordinario è stato reso ordinario attraverso una “stabilizzazione”, perché era una legge che doveva essere rinnovata ogni due anni, proprio per le particolari -cioè, lo ripeto, violente- condizioni di detenzione. Poi, nel 2002, il Parlamento ha deciso di farlo diventare un sistema “ordinario”. Andrebbero studiati gli ultimi sei mesi del 2002. Quello che veniva detto in Parlamento e cosa veniva pubblicato sui giornali e nelle agenzie. Io so solo che Giuseppe Ayala, già membro del pool con Falcone  e Borsellino, e già sottosegretario alla Giustizia, e che nel 2002 era membro della Commissione antimafia, nell’ambito della discussione in Commissione sulla stabilizzazione del 41 bis, disse… “… saranno stati centinaia i provvedimenti che ho firmato, le motivazioni delle proroghe appartengono a quella categoria di cose che si firmano previa bendatura degli occhi (tanto è un’azione automatica che sappiamo fare tutti e con l’occhio bendato viene meglio)”. Perché prorogava ad occhi bendati la permanenza in 41 bis? Perché ci sono persone che continuano a restare in 41 bis sulla base della dichiarazione dei e carabinieri di un paese del quale magari mancano da 30 anni. Carabinieri che affermano che questa persona continua ad avere rapporti con la gente del luogo pur essendo da 10 anni in 41 bis: questa è negazione del diritto, della giustizia, della logica e dell’intelligenza. E di questo il sottosegretario Ayala che prorogava i 41 bis ad occhi bendati se ne è accorto? Certo che se ne era accorto, tant’è che aggiunge: “… Questo lo dico senza avanzare assolutamente critiche nei confronti degli organi che erano di volta in volta chiamati a fornire gli elementi, ma perché certe volte è quasi una probatio diabolica”.

Per quella che è la mia esperienza, ho visto poche persone uscire dal 41 bis e le ho ritrovate quasi tutte, ancora insieme, a… Badu e Carros, a Nuoro, in Sardegna. L’unico cambiamento è stato un peggioramento delle condizioni di detenzione. Intendo con questo soprattutto la difficoltà ad avere rapporti con i familiari, perché è chiaro che quanto ti sbattono in Sardegna, se hai parenti in qualsiasi parte d’Italia, diventa un costo serio, sei tagliato fuori da qualsiasi possibilità di un rapporto costante. Fra pochi mesi in Sardegna risiederanno la metà dei detenuti in 41 bis e quasi tutti coloro che ci sono passati e sono vittime (e sottolineo: vittime) di un reato ostativo, cioè sono condannati a non uscire mai. In altre parole questo significa avere introiettato il senso dell’impunità da parte di chi dovrebbe applicare la legge ed invece la viola. C’è un giovane detenuto che ho incontrato una volta in 41 bis e due volte a Badu e Carros ristretto in alta sorveglianza. L’ultima volta mi ha detto “noi qui rappresentiamo il fallimento dello Stato. Siamo da decenni in galera. Siamo condannati all’ergastolo ostativo. La Costituzione non permette la restrizione a vita, ma c’è una legge che la consente attraverso un meccanismo dal quale risulta che siamo noi che vogliamo restare in carcere. Ogni volta che viene e ci trova ancora qui deve pensare: abbiamo fallito”.

Sandro Calderoni: Ci racconti come si vive nel 41 bis?

Maurizio Turco: Vivere? Tanto per cominciare non si potrebbero tenere le telecamere in cella, soprattutto se sono puntate sui servizi igienici, ma questo continua ad accadere in tutte le aree riservate. Ho avuto modo di vedere una cosa allucinante a Badu e Carros, dove c’è un solo detenuto in 41 bis. C’è un corridoio con diverse celle, ma una sola è occupata, ha una telecamera puntata sui “servizi igienici”, che consistono in un bagno alla turca anomalo, non si trova ad altezza di pavimento, ma è rialzato di un metro per ovvie ragioni, perché c’è la volontà di manifestare un potere fisico, di umiliarlo di fronte alla telecamera, quando deve fare i suoi bisogni, e questo è qualcosa che è intimamente connaturato al 41 bis. La legge prevede espressamente che chi va in 41 bis può uscire unicamente se si pente. Noi siamo riusciti -triste consolazione!- a fare morire a casa almeno due persone, una c’è rimasta in agonia dieci giorni, l’altra non hanno fatto in tempo a farla uscire dall’ambulanza che è morta sull’uscio di casa. C’è proprio anche una logica dimostrativa per gli altri, nel senso che una di queste due persone era stata curata per tutt’altra patologia. La cartella clinica è stata inviata al professore Tirelli, del centro oncologico di Aviano, il quale disse: questa persona ha una prognosi infausta certa. Può avere un mese di vita. E dopo un mese è morto. Devo dire grazie al ministro Castelli che risposto positivamente al nostro appello a non farlo morire come un cane ed è morto a casa sua. Di solito un detenuto in 41 bis muore in ospedale dove viene trasportato dal carcere in prossimità del decesso. Morire nella propria casa è un fatto rarissimo. Certi accadimenti hanno solo un senso dimostrativo. E’ chiaro che non c’è nessun problema di sicurezza per quella persona ammalata di tumore che sta morendo, però il tenerla lì è di esempio per gli altri. Diciamo che lo Stato ha fatto propria, ha assimilato e riprodotto la logica mafiosa. Lo Stato, cioè, chi dovrebbe prevenire e contrastare il formarsi di una tale logica.

(FINE PRIMA PARTE)

Spirito attivo.. di Nuvola

Giovanni Leone – in arte e in battagli Nuvola (per sapere l’origine di questo nome andate al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/13/io-sono-nuvola-opere-e-riflessioni-di-giovanni-leone/) – figura insolita, improbabile in un luogo come il carcere, improbabile proprio in quanto tale. Spirito bambino, coi suo colori, e la sua matita, passando ore e ore in cella in profonde meditazioni, riflessioni e creazioni (c’è un bellissimo momento in un post di mesi fa, dove Pierdonato Zito parla di Giovanni Leone, il degno che lo accompagna è dello stesso Giovanni (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/13/pierdonato-zito-su-giovanni-leone-nuvola/).

Oggi pubblico altri due suoi disegni, ma si intende che tutto il suo materiale presente sul Blog andrebbe visto.

Il primo disegno mostra una donna alta e fiera, che alza il braccio e la mano, in prossimità di una bandiera. Questa donna simboleggia lo spirito libero, attivo, l’anima guerriera che può svegliarsi in ognuno di noi, e ci spinge ad osare e a superare ogni realtà ostacolante, per rinnovare noi stessi e il mondo. Il disegno è accompagnato da un testo (che ho inserito immediatamente precedente ad esso), dove Nuvola parla di come intende lo spirito attivo.

Il secondo disegno non è preceduto da uno scritto, ma il suo senso è di una evidenza diretta come una pietra in testa. Il carcere come ghetto di poveri cristi crocifissi.

Giovanni.. Nuvola… sente l’esigenza fortissima di rendere felici gli altri, di dare loro qualcosa che possa allontanarli dalla cieca sofferenza e dai tormenti impotenti, per accenderli lungo strade di speranza. E, come in questo testo, sembra dire loro “avanti, vivete questa vita con coraggio, con amore”.

E’ come una sorta di eremita Nuvola, essere perso tra il cemento e le sbarre di Voghera, innamorato dell’esistenza, che non conosce “dal di fuori” da molti anni. Eppure appassionato della vita.. come pochi.

Bellissimo il finale del suo testo che accompagna il primo disegno…

Perciò faccio bene a sprigionare le mie sensazioni, nel scarabocchiare, e non me ne può fregare niente del tuo giudizio di pantofolaio. E datti una mossa.. togli le chiappe dal letto se ti vuoi salvare… l’importante è esserci.”

Invito che rinnovo… alzate il culo dal divano perdigiorno. E tempo di lottare.. e di vivere.

Vi lascio ai due disegni e allo scritto di Giovanni Leone… libera Nuvola in libero cielo.

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Non è mai troppo tardi per lo spirito attivo. Perchè prima o poi salterà fuori quell’anima da guerriera per inseguire i propri pensieri verso la via dei sogni.

Ogni attimo è  buono per aprire la porta delle vie in cerca ancora di futuro, delle avventure a te sconosciute, come Cristoforo Colombo. Avventure dove  sapevi ritrovare la luce stessa riflessa nel tuo cuore. Anche quando il cammino era pieno di pericoli estremi, e l’animo ancora prigioniero del passato e consumato dalle ansie, e anche il corpo a volte cede.

Ma le lacrime e le speranze danno forza a quell’amore e a quella fede che ancora devono sbocciare, e non fanno morire mai la linfa che porta a farti rialzare.

Perchè sei custode della tua fonte di vita, come sullo schermo del cielo, dove è scritto tanto amore per la vita e per il prossimo. Perchè l’animo nobile non ti lascia mai, è come l’amore che si attacca addosso, e si riconosce sempre.

E’ l’unico modo che abbiamo per parlare della nostra vita, senza arenarci nelle tristezze della legge in questio ventennio. Perciò non farti il funerale, prima del tempo, come forse qualcuno vorrebbe. Perchè la nostra vita ha sempre bisogno di risorgere, di metterci di nuovo in gioco. In qualsiasi posto si sia, è importante esserci, con l’intenzione di ritrovare se stessi, di iniziare unanuova vita, riconfermando i propri valori fondamentali, ma dentro un mondo senza confini, che deve mettere al centro il rapporto tra libertà e natura, che deve pensare davvero al proprio futuro, partendo dalla scommessa di un mondo di energie sostenibili e di progetti possibili.

Non sono promesse di detenuto, sono piani di esperienze e di vita di uno che del proprio sogno ha fatto un destino, scrivendo e parlando di sogni e progetti.

Perciò dobiamo anche meditare, cioè riflettere profondamente, su ciò che impariamo, facendolo scendere nel cuore. Solo l’amore la fede viva possono spingerci ad agire con coraggio per ricevere  i frutti dell’amore del prossimo.

Perchè tutti noi manchiamo di sapienza. Per trarre beneficio da essa, continua a cercarla, studiando attentamente gli insegnamenti dei saggi e meditando su ciò che leggi, e su quello che ascolti. Devi prestare attenzione alla sapienza con il tuo orecchio, in modo da inclinare il tuo cuore al discernimento. Se inoltre chiami l’intendimento stesso, e levi la voce, e continui a cercare come cibo i tesori nascosti dell’amore, troverai anche la medesima conoscenza di Dio. Troveremo gemme di sapienza, per fare fronte ai problemi, e per prendere decisioni sagge.

Perciò faccio bene a sprigionare le mie sensazioni, nel scarabocchiare, e non me ne può fregare niente del tuo giudizio di pantofolaio. E datti una mossa.. togli le chiappe dal letto se ti vuoi salvare… l’importante è esserci.


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L’arte di Pierdonato Zito

Pierdonato, è uno di quelli della prima ora. I suoi interventi non sono frequenti, ma sempre di assoluto valore.

Ha qualcosa dei personaggi dei romanzi ottocenteschi e cavallereschi. Molto pacato, riflessivo, raffinato, qualcuno che sembra esprime in ogni scritto, parola e crezione.. l’arte di vivere. E so che qualcuno adesso sta ridendo.. “come? Esprime l’arte di vivere qualcuno che adesso è in carcere?”. Il guaio di un pensiero binario, ossia.. statisticamente prevedibile e scontato.. è che non sa aprirsi alla complessità e paradossalità del mondo.

Pierdonato ha vissuto in condizioni problematiche, il carcere l’ha messo a dura prova, ha le sue ostiche esperienze alle spalle. Eppure resta in piedi col suo stile. Riesce a tenere la vita per la coda e per i capelli. Ha trovato la sua via alla resistenza (come la via di Gerti Gjenerali, di cui abbiamo parlato ieri, è lo studio e la scrittura).

E lui costruisce la sua costellazione per aggrapparsi a ogni singola notte e non precipitarne nel vuoto, tenendo stretto il rapporto straordinario che ha con la moglie e i figli… e disciplinando da sempre se stesso, nell’approfondimento, nella riflessione, nella coltivazione mentale, nella creazione artistica.

Pierdonato scrive..

“Il niente della vita carceraria può uccidere per sempre l’anima e la fantasia del condannato. Un niente fatto di vuoto e disperazione, specie per chi è incatenato ad una pena che durerà tutta la sua vita.”

A questo niente Pierdonato ha sabuto opporre il Valore in atto.

Ed è una piccola e costante lotta, amici. Ogni giorno si deve lottare per strappare ancora quel giorno al sonno e all’oblio e per coricarsi ancora una volta vivi, ancora una volta veri, ancora una volta.. “in piedi” (e a chi dice che non ci si può coricare “in piedi”.. auguriamo una vita con più fantasia e.. immaginazione…).

E la pittura trascina Pierdonato fuori dai blocchi di cemento. Sei là.. pennello in mano.. dai vita e terreni, e figure a storie che ti camminano addosso ed escono da te.. accendi quel fuoco.. quel fuoco di cui lui parla quando scrive..

Così quel piacere che provavo nella sala pittura me lo sono portato con me in cella. Nel mio sarcofago.. che ho trasformato con tele colorate.. a spazio creativo, la boutique dei bei pensieri (come dice Padre Luciano). Mentre “vivo” senza conoscere il mio destino, mentre la finestra con grate e sbarre mi rende spettatore del mondo, mentre i cancelli mi impediscono la vita, mentre le pareti mi stanno strette, mentre il tetto mi impedisce di osservare il cielo e mentre queste mura  mi sono appiccicate addosso come fossere un pesante cappotto di cemento di ferro, io… ho acceso i fuoco all’interno del mio animo, per scaldarmi, per sopravvivere.”

Come leggerete nella lettera che precede le foto dei dipinti.. Pierdonato mi ha mandato una serie di foto di opere da lui fatte.. non più con la tecnica del disegno classico, come in precedenza, ma della pittura ad olio. E vi invito ad ammirare come, pur con una tecnica che padroneggia da pochissimo, Pierdonato sia stato capace di fare un grande lavoro.

Io non ho pubblicato tutte le foto che mi ha inviato. In questo post ne pubblico sei. Altre le pubblicherò successivamente.

Il prosieguo del post sarà quindi strutturato così:

-Una lettera di accompagnamento alle opere, di Pierdonato.. rivolta a tutti i lettori del Blog.

-E la riproduzione in foto di sei opere.

Prima di tre di essere c’è un piccolo commento introduttivo, che Pierdonato ha desiderato fare, e che io ho riportato.

Adesso vi lascio ai suoi quadri..

Buona visione viandanti di questo territorio chiamato Le Urla dal Silenzio.

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Voghera   21-7-2011

Alfredo carissimo….

desidero fare a te e a tutti gli amici del Blog un (mi auguro gradito) dono visivo..

Come allegato a questa mia missiva ti spedisco buona parte delle foto dei dipinti che ho elaborato in questo periodo che sono stato “assente” dal Blog (poi te ne spedirò altri).

Un dono per la tua “GALLERIA DELL’OMBRA”…

Tante volte è stato scritto e ripetuto riguardo all’importanza del dipingere per chi è segregato in un piccolo spazio, con poca luce, con poca aria. Perfino i colori stupendi di un arcobaleno diventano in bianco e nero, per chi “vive” la pena interminabile dell’ergastolo.

Così il mio dipingere è diventato desiderio di respirare aria nuova, desiderio di “vedere” orizzonti diversi.

Perciò prima vi ho inviato fogli di carta colorata… scarabocchi.. adesso ho cambiato tecnica… olio su tela, e a volte, quando non era possibile.. anche.. olio su cartoni recuperati qua e là.

Dipingere è comunicazione. Non ho dipinto ciò che vedo, ma ciò che ricordo, ciò che ho visto, ciò che è stato e che conservo dentro di me. A volte il dipinto è per me un tentativo di ritorno nei luoghi dove sono nato. Diventano così pigmenti colorati che esprimono frammenti di memorie.

Sono sempre più convinto che dipingere sia una forma di amore verso la vita. E’ un modo di amare la vita. E’ l’immenso Amore per la vita, che non si spegne, non si esaurisce nemmeno dopo 23 anni che il mio corpo è segregato in una prigione.

E’ così carissimo Alfredo, e miei cari amici del Blog. Questa pittura ad olio, fatta di stratificazione che si sovrappongono, fatta di tantissime pennellate che insieme, paino piano, costruiscono l’intero dipinto, alla fine mi fa ritrovare la mia anima, come unica “cosa” capace di strappare l’uomo al carcere del suo destino.

L’appiattimento psicologico che la vita coatta produce da sempre, è sempre in agguato. Chi “vive” chiuso in questi cubi di cemento, da molti anni, deve per forza possedere una energia illimitata verso la vita che può poi aiutarlo a vivere, o meglio.. a sopravvivere.

Ecco perchè… DIPINGERE.. è ritrovare se stessi, in tal senso diventa terapia…

L’urlo quasi patologico di chi desidera essere libero da molti anni. Queste grida mute, diventano anche sfogo personale quando si dipinge. Così la “tela” può bussare al cuore dell’osseratore, offrendo loro aneliti sopiti di un Amore insperato.

I segni riprodotti nella tela, i colori riportati con il pennello sulla superficie della tela, non sono altro che la voce di quel tumulto di sentimenti e dell’istintiva necessità di dare un senso al giorno.

Coloro che sono immuni da esperienze dolorose fanno fatica sicuramente a recepire la sommersa richesta di un bisogno d’amore, di un bisogno di libertà, di un bisogno di normalit, in un contesto di vita dove i regolamenti e le decisioni sono prese altrove. La vita ha sempre bisogno di essere vissuta con consapevolezza e la chiave di lettura, come sappiamo, non è altrove, ma all’interno di noi stessi.

Il niente della vita carceraria può uccidere per sempre l’anima e la fantasia del condannato. Un niente fatto di vuoto e disperazione, specie per chi è incatenato ad una pena che durerà tutta la sua vita.

Contro le porte ottuse e chiuse del mondo, il detenuto che dipinge riesce invece a strappare un bel sorriso al buio della sua esistenza. E’ un pò trasformare in estro creativo la propria inquietudine.

Dopo  essere “uscito” dal regime del 41 bis fui trasferito qui, nel carcere di Voghera, l’11 gennaio 2007. Poi nel 2007 mi sono iscritto al corso di arte-terapia con la professoressa Marta Vezzoli, persona squisita. Le lezioni si tenevano una volta a settimana, nel periodo scolastico… poi le vacanze..ecc.. per me tutto ciò era insufficiente… così ho faticato, e alla fine ho ottenuto l’autorizzazione a poter dipingere in cella.

Così quel piacere che provavo nella sala pittura me lo sono portato con me in cella. Nel mio sarcofago.. che ho trasformato con tele colorate.. a spazio creativo, la boutique dei bei pensieri (come dice Padre Luciano). Mentre “vivo” senza conoscere il mio destino, mentre la finestra con grate e sbarre mi rende spettatore del mondo, mentre i cancelli mi impediscono la vita, mentre le pareti mi stanno strette, mentre il tetto mi impedisce di osservare il cielo e mentre queste mura  mi sono appiccicate addosso come fossere un pesante cappotto di cemento di ferro, io… ho acceso i fuoco all’interno del mio animo, per scaldarmi, per sopravvivere.

Il carcere a vita, questo tumore maligno che devasta chi lo vive sulla sua pelle, nulla può contro i miei pennelli e i miei colori. Allora, con le mie mani afferro i pennelli e dipingo, dipingo su tutto, anche sui cartoni. Le proprie emozioni, i propri desideri, le proprie malinconie.. si trasformano in SEGNI, si trasformano in colori, e così percorro un viaggio visivo nei miei colori che mi coinvolgno l’animo e lo spirito.

E’ in questo modo che la pittura assume una valenza salvifica. Dipingendo, provo così un senso di ristoro, una sorta di poesia viviva, una rappresentazione dei miei pensieri più intimi. Insomma, un riparo quasi spirituale.

Miei cari amici, il dipingere come lo scrivere, vuole dire, in questi luoghi, quasi creare una vita parallela, una difesa che noi abbiam contro i problemi, la mediocrità, per alcuni è anche meccanismo che permette di “fuggire”, di spostarsi, verso un mondo più bello. Così, anche in un luogo angoscioso puoi creare qualcosa di bello, e così… in silenzio… sulla tela.. è possibile udire l’eco della libertà a cui Pierdonato non smette mai di tendere.

Un abbraccio a tutti, come di persona.

Pierdonato

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Probabilmente è un cavallo arabo, ma l’ho chiamato stallone andaluso, perchè un mio amico, ogni volta che passava da vicino alla mia cella, mi esternava i suoi elogi del dipinto e lo chiamava stallone andaluso.. così questo dipinto l’ho chiamato così, trattandosi di una immaginetta piccolina che io poi ingrandito mi ricorda “Briglia d’oro”, la giumente che avevamo come mezzo di trasporto con il calesse, nella mia infanzia.

 

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Questi limoni li ho tratti da una tovaglia di un mio amico ergastolano. Questa mia ricerca di qualcosa di bello, di vivo, di naturale, tra queste pareti di cemento nudo è quelo che ho scritto.. desiderio di amore verso la vita.

 

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Il gatto di Suor Gianna. Perchè Suor Gianna mi spedì una cartolina con questo gattino che mi colpì subito e l’ho dipinto 40 X 50. Dal vivo sono più belli i dipinti ad olio. Così l’ho chiamato così, un dono per Suor Gianna, che è attenta visitatrice del Blog, con la quale ho un dialogo epistolare, proprio per avere letto gli scritti nel Blog.

 

 

 

Da Carinola… Giovanni Zito

Come sapete, da pochissimo tempo, Giovanni Zito è stato trasferito dal carcere di Voghera (dove stava da anni) in quello di Carinola. Non si è ancora riusciti a capire la vera ragione di tale trasferimento. Ma non è l’unico che sta avvenendo a Voghera. Hanno traferito anche Gian Marco Averello (trasferito ad Opera), Andrea Gangitano (trasferito a Parma), Giuseppe Pullara (trasferito ad Opera). Erano iscritti tutti e tre all’università. Ma il D.A.P. ha ben altro a cui pensare che al percorso di studi del detenuto… e pazienza….. se il brusco cambio creerà caterbe di problemi per assestarsi in una nuova dimensione scolastica. Come diceva Guccini in Piccola storia ignobile… “i politici hanno ben altro a cui pensare”.. e non solo i politici.

Quella che leggerete è la prima lettera che mi giunge, da parte di Giovanni Zito, dopo il suo traferimento a Carinola.

E’ accompagnata da una poesia, scritta dallo stesso Giovanni. E l’ho fatta precedere anche da parte della lettera personale che (Insieme alla lettera pubblicata e alla poesia) Giovanni Zito mi ha inviato.

Avevo altri testi di GIovanni Zito, inviatimi quando ancora stava nel carcere di Opera. Ma oggi ho ritenuto di pubblicare questi,  per fare sentire la sua voce ad immediato ridosso del traferimeno.

Giovanni Zito è un’anima creativa e inquiesta. La sua scrittura molto lirica e poetica.. riflette (anche) i drammi e i voli della sua anima..

Solo due momenti voglio indicare già da ora..

Il primo, quando Giovanni scrive..

Vado al passeggio, sembra quello di Alcatraz. E’ ricoperto da una rete metallica, così anche il sole trova l’ostruzione per entrare nel passeggio”.

Fatemi capire.. se ho letto e interpretato bene… Durante le ore d’aria i detenuti (o solo gli ergastolani) di Carinola devono camminare in un ambiente che al si sopra è ricoperto da una rete metallica? Come dei pesci presi tra le reti? Insomma.. “tra sbarre” anche nell’ora d’aria?.. Ha ragione Giovanni.. sembra un film. Informeremo, comunque, chi potrà segnalare questa vicenda. Se fosse vero.. se… non credo sia degno di una paese non decente, ma anche “potabile”.. che nell’ora d’aria si abbia un reticolato a fare da soffito. Ma, ripeto, potrei non avere inteso bene.

E poi quando Giovanni Scrive..

Se un nuomo non ha scoperto un qualcosa per cui valga la pena morire, vuol dire che non  è adatto per vivere”.

Frase meravigliosa che richiama uno stupendo passo di Martin Luther King… una frase immensa, come immenso era Martin Luther King.

Vi lascio a Giovanni Zito..

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CARINOLA  22/04/2011

Ciao Alfredo,

come vedi ho cambiato città, via e indirizzo, ma sono sempre io. Amico mio, raccontarti il motivo di questo improvviso trasferimento è inutile. Ma sto bene di salute e questo è quello che conta ti più Alfredo.

Come tu stesso puoi notare ho scritto due pezzi per il Blog. Spero che vadano bene, anche perchè al momento il mio stato d’animo non è molto in vena e poi tu sai che io scrivo breve, ma intenso.

(..)

E mi scuso con tutti se pecco in qualcosa, ma io sono fatto così amico mio, quindi grazie.

In questo istituto ritrovo un vecchio amico mio d’infanzia. Siamo coetanei, da oltre dieci anni non vedevo il suo volto. Gli voglio bene  come a un fratello vero Alfrredo, perchè io ci credo nell’amicizia, sempre  e comunque.

E’ inutile dirti che questo mio compagno è un mio coimputato, quindi anche lui ergastolano.

(..)

Non avendo altro da dirti, ti abbraccio con la stima di sempre, unitamente alla tua famiglia e a tutti quelli che ti sono vicino. Con tutto il cuore sincero.

Salutami Antonia, Alina, Ciro, Monica, Alessandra, Mita e Pina Zito.. ok.

Con affetto,

Gianni Zito

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Si comincia sempre così…

Ci sono arrivi e partenze

gli zaini in spalla, manette ai polsi.

Nella mia mente inizia la salita di un viaggio

interminabile e pensi.. dove sarò domani?

Un altro letto che ti aspetta, un altro varco

verso l’oscurità.

Mentre il furgone blindato macina l’asfalto

io credo di sognare un volto, una carezza

mi lascio andare nel caos del cuore…

Non faccio soste nelle mia memoria perché

le fermate sono vietate dentro di me.

Si va avanti in questo mondo, perdendo

ogni filo logico, così faccio i conti di un

passato irrecuperabile, la speranza.

Sono le ore 17:30 alla mia nuova destinazione.

La solita prassi di routine. Perquisizione e domande,

risposte inutili, domande futili.

Nella sezione A Giuseppe mi prepara la cena,

un piatto di spaghetti al sugo.

Mentre cerco di capire il funzionamento del posto

in cui mi trovo, la cella piccolissima, mi guardo

intorno in questo spazio angusto.

Chiudo gli occhi dalla stanchezza… un mal di testa per lo stress del lungo viaggio.

Così preparo questo letto sperando che sia l’ultimo corridoio dentro di me. Non lo so di preciso il motivo. Forse per rabbia o forse perchè sono ancora io, unico e solo. Tanto lo so bene che domani sarà come ieri. Mentre penso a te che aspetti la mia tefonata mensile, tesoro mio. Pazienza, figlia mia, questa è la vita dell’ergastolano, e basta. Finisce così la mia traversata.

Riprenderò il mio scrivere quando il sole picchierà alla mia finestra. Dua alberi di pino centenario fanno da cornice.. il muro di cinta.. osservo il movimento degli agenti di custodia, il massimo che possa notare.

Vado al passeggio, sembra quello di Alcatraz. E’ ricoperto da una rete metallica, così anche il sole trova l’ostruzione per entrare nel passeggio. Si inizia la marcia avanti e indietro per due ore di fila. Giuseppe mi spiega come vanno compilate le richieste e tutto lo svolgimento di questo istituto. Parlando con Giuseppe del più e del meno, andiamo indietro nel tempo, quando ancora, appena ventenni, sognavamo l’amore, la nostra infazia da ragazzi, svegli e (parola incomprensibile): Ci accorgiamo che siamo uomini, che siamo adulti con la mente evoluta…

Parliamo del nostro futuro, come se fosse già alle nostre porte. Giuseppe è mio fratello, quello più bravo di me. Umile come non mai. Io mi perdo nella sua generosità e onestà, oltre al rispetto che proviamo l’uno per l’altro, un amore nato da giovani, e quella voglia di vivere che non ci manca mai. Scherziamo, le solite battute maliziose, le nostre risate di un tempo che fu.

Ci vogliamo bene come allora, e anche più di quel tempo passato nella nostra gioventù. Adesso ci troviamo  un pò di argento nei capelli, con gli occhiali, e tante strette di mano. Così, dopo 10 anni che non vedevo il mio stimatissimo amico Giuseppe, credo di avere concluso la mia giornata.

Si comincia sempre così.

Perchè la vita in un modo o nell’altro deve andare avanti.

Perchè ci credo, perché lo so, e io sono ancora forte, ancora Giovanni Zito.

Se un nuomo non ha scoperto un qualcosa per cui valga la pena morire, vuol dire che non  è adatto per vivere.

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Sono sempre io

l’umo che cambia paese  e città

innamorato mai, illusioni tante

sono come quelle strade deserte e vuote

il vecchio senza isola, un faro spento

cercare le parole nuove nel pensiero

che non batte.

Musica per la mia vita le tue lettere

e parole, mentre io sono ancora cieco e sordo.

Dai Giovanni, provaci ancora,

non chiudere i ltuo cuore nel cemento,

dai forza al tuo respio

e vivi questa vita da emigrante

mentre un brivido mi assale,

donna dove sei tu

conquistami ogni ora di più.

Sono un maere senza sabbia, un’anima sbandata

mentre di me ti ricordi solo la notte.

Spogliati orgoglio, perché un’altra sera

ti fa compagnia.

Gli angeli.. di Nicola Ranieri

Il nostro Nicola Ranieri, il detenuto che da qualche tempo sta combattendo contro un tumore (vai al link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/02/10/ho-un-tumore-maligno-statemi-vicino/) , ed è stato trasferito ad Opera, per sottoporsi alle cure mediche.. e di cui negli ultimi tempi stiamo pubblicando tutti i contributi (vedi anche.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/02/26/nicola-ranieri-ci-scrive-di-nuovo/ e poi.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/03/03/da-nicola-ranieri/), ci manda adesso questo intervento straziante, scritto col sangue caldo, dopo le ultime notizie sull’uccisione di Yara, me che è come un grido di dolore nei confronti di tutte le brutali uccissioni di esseri innocenti, specialmente bambini.

Vi ricordo che per Nicola è importante ricevere commenti.. e, se qualcuno se la sente, anche qualche lettera. Vi ricordo che è un tifosissimo dell’Inter, e se qualcuno volesse mandargli qualche oggetto relativo all’inter, gli fareste una cosa gradita.

Vi lascio a questo suo ultimo pezzo…

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Piangere è non potere sfogare.

Sarah, Yara, gli angeli della vita. L’orco non può vivere per sempre dietro una maschera.

Orco cattivo, senza cuore. Vigliacco, perchè fai tutto questo? Cosa cerchi, cosa vuoi? E una volta preso, dove andrai?

I bambini non si toccano, si amano.

Hai un cuore di ferro, ma se ti incontrassi te lo strapperei dal petto. Tutti abbiamo figli, e con la tua cattiverie l’Italia intera hai spaventato.

Ogni mattina mi fai piangere come un bambino.

Odio i reati contro le persone indifese.

Sto scontando  una pena di 30 anni. E non puoi immaginare come soffro. Per te orco non ci sarà pena, ma sarai maledetto, mentre la tua anima sbatterà in te, sino a farti impazzire.

Essere italiano, co i nostri valori, non avrei pensato di ascoltare queste notizie così odiose.

Gli angeli non saranno mai soli, vivranno nei nostri cuori.

Pregherò, piangerò, e vi amerò anche io da dietro le sbarre.

Mi hanno insegnato a non toccare le persone indifese.

Spero ti arrestino presto, così salveremo altre vite.

Siete voi gli angeli di Dio, aiutatemi a guarire.

Nicola Ranieri

Nutrirsi di ottimismo.. di Nuvola

Giovanni Leone.. Nuvola (per vedere l’origine del suo nome vai al post..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/13/io-sono-nuvola-opere-e-riflessioni-di-giovanni-leone/) che si incunea negli anfratti di un sogno di vita che sembra impossibile ma è.. come un folletto dal cuore bambino che racconta di sentimenti, emozioni, insegnamenti ed esorta lui, dove ci si aspetterebbe che si vogliano esortazioni e si sia spezzati e frantumati.. invece è lui che esorta sempre a seguire strade ricche di luce e dignità. Lo fa con un linguaggi bambino.. “bambino”.. non “infantile”.. con quella innocenza che contraddistingue la voglia di dare.

Come con lo scritto che pubblichiamo oggi e che risale a settembre. E’ lui.. da dentro un carcere da anni.. che vi esorta all’ottimismo. Si sta lui preoccupando per voi…:-).. che ha a cuore che abbiate fiducia e coraggio nella vita.

Sicuramente questa Nuvola chiamata Giovanni Leone ha sviluppato una generosità d’animo che tante persone “a piede libero” se la sognano.

Vi lascio a questo pezzo sull’ottimismo e al disegno che lo accompagna.

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NUTRIRSI DI OTTIMISMO

Nutrirsi di ottimismo. Perchè?

Trattamento per detenuti e non detenuti: bisogna adeguare la mente alla realtà e usare una strategia completa che ha come scopo principale, quello di restituire l’idratazione il nutrimento alla mente. E di ridurre i “danni” che produce lo stress ossidativo legato all’esposizione all’ambiente.

Perciò la dolcezza del ricordo delle persone care possa durare il più a lungo possibile. Prendersi cura della mente e del corpo diventa una buona occasione per dedicarsi a qualcosa di speciale e di piacevole.

Vedere le cose e le persone in una luce positiva. Anche nei momenti più difficili.. pensare positivo, trovare soluzioni impensate e vincenti.

Perchè molti persone sono prigioniere di un piccolo vizio, che avvelena le giornate in modo sottile. E’ la “rumination”, l’abitudine, di molte persone a tornare con il pensiero agli eventi più dolorosi. Un rimuginare vuoto, inutile, fatto di indecisioni, domande e pentimenti, che impedisce di andare avanti e rende insicuri, incerti.

Perciò è meglio cercare semre di vivere senza troppe incertezze dal pensiero all’azione dei sogni. In quanto è utile l’intuito e un esame concreto ma rapido della situazione. In questo modo non solo si ottengono più risultati, ma non si sprecano energie mentali per fronteggiare dubbi che finiscono per autoalimentarsi.

Dare ad ogni cosa il giusto peso non drammatizzare inutilmente quel ceh succede è un’altra luce della capacità di essere ottimisti.

L’ottimista sa considerare tutti gli aspetti di una situazione e soprattutto ne sa parlare. Per esempio, chiunque creda che intorno a sé vi sia il nulla, vuol dire che non ha stima di se stesso e delle persone care. Mentre chiunque crede che intorno a sé c’è la ricchezza interiore, vuol dire che è grande per dare ancora al prossimo amore.

Più ottimisti si diventa anche evitando i pessimisti “contagiosi”.

Perchè lo spirito può essere offuscato, ma mai ucciso…

A Mary, a cui augura di cuore di ritrovare l’ebrezza negli affetti.

Giovanni Leone      18/09/2010

Da Nicola Ranieri

Nicola Ranieri è recentemente “emerso”  in questi territori (riemerso.. perchè a suo tempo ci scrisse e ci inviò contributi) quando è stato trasferito da Fossombrone (in precedenza era stato già trasferito da Spoleto) per il carcere di Opera (Hinterland di Milano) dove viene sottoposto a cure per il tumore maligno che recentemente gli è stato riscontrato (Andate a leggere i due post.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/02/10/ho-un-tumore-maligno-statemi-vicino/ e poi.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/02/26/nicola-ranieri-ci-scrive-di-nuovo/).

Lo pubblichiamo anche oggi. A brevissima distanza dal suo ultimo testo. Perchè crediamo che in questo momento abbia bisogno della più alta visibilità e vicinanza possibile. E comunque ciò che scrive è sempre interessante. Chiuso nella sua cella, in un reparto per “affetti da patologie”, sostanzialmente abbandonati dalla struttura, viene ulteriormente disincentivata la spinta interiore che potrebbe avere ad aprirsi e a relazionarsi con il contesto. Si parte sempre da una situazione diffiile, estrema, lunghi anni di percorso ostico nelle carceri, e adesso anche la malattia. E’un momento durissimo.. dove il carcere più che dare supporto, contribuisce ad aggravare..

Comunque, in questa lettera Nicola torna a scriverci, e rievoca tratti della sua vicenda.. con domande intermittenti.. quasi atemporali.. e che danno al tutto una atmosfera dialogica. Il processo, le ingiustizie che afferma di avere subito, la nostalgia e il bisogno estremo della donna (amici, basterebbe questo, pochi riescono a capire cosa vuol dire per un uomo rinunciare ad ogni contatto con una donna per anni e anni.. pochi riescono a capire come può essere tormentoso e deprivante…), la rabbia, la speranza che non può fare a meno di riemergere.

Scopro poi per la prima volta che Nicola effettivaemnte ha un “fine pena”.. 2026.. ma ancora quanto è lontano.. E in pratica, a meno di “abbreviazioni”.. uscira dal carcere quando avrà…62 anni… e lui teme che non avrà più la possibiità di avere una donna e costruirsi un momento di vita sua, a quell’età.

Mi ha molto toccato un passaggio di questa lettera, che dovrebbe spingere a tutti a riflettere un pò…

“Desisero vivere, vorrei crescere, voglio essere capito. Ho da imparare ancora da tutti voi. Ho bisogno che mi guidiate e che mi insegniate a vivere e a capire! E ho paura di cadere nel pregiudizio, nel cliché di quello fa solo questo o solo quello.”

Che appello… quanta sete di amore, riscatto, affetto, vicinanza..

Un sistema giuridico, economico e sociale.. dovrebbe avere come punto di onore.. sapere suscitare e poi RECEPIRE questa domanda, questa richiesta e dare ad essa nutrimento e contenuto.

Invece Nicola è parcheggiato da anni nell’indifferenza generale..

Continuate a scrivergli.. In questo momento di difficile lotta contro il tumore maligno, e sottoposto a una massacrante chemioterapia (giunta al terzo ciclo)… ogni vostra lettera è un momento di respiro e resistenza. E ricordate che nella precedente lettera Nicola chiedeva se qualcuno potesse inviargli un qualche cosa che riguardi l’Inter.. di cui è accanito tifoso.

Orsù.. anche se non l’avete.. andate a comprarla.. pura una bandierina… una sciarpetta.. o un poster di quache calciatore.

Vi lascio alla lettera di Nicola Ranieri.

AMARE CHE PAURA

Mia nonna non faceva altro che risparmiare, e per avere qualcosa dovevo sudare mille camice, anche se poco dava. A quei tempi, meglio di niente era.

Un aneddoto che risale alla mia infanzia, che accadde a Bari (parte vecchia della città). Ricordo che da bambino andavo al “Molo” ad aspettare che scendessero i barconi pieni di pesce fresco. Così con la scusa di dargli una mano mi facevo una scorpacciata di alici, seppie e polipi di scogli. Roba squisita di cui ancora oggi sento fortemente la mancanza. Ho amato il mare, quei momenti spensierati che attravverso le sbarre non esistono, se non in un’inutile visione.

CHE FA, SI LAMENTA?

Forse non mi sono espresso bene. Intendo dire che bisogna capire, prima di giudicare.

Desisero vivere, vorrei crescere, voglio essere capito. Ho da imparare ancora da tutti voi. Ho bisogno che mi guidiate e che mi insegniate a vivere e a capire! E ho paura di cadere nel pregiudizio, nel cliché di quello fa solo questo o solo quello.

VERREBBE DA DIRE: SE LA GODA!

E’ dal 07.08.2001 che non vedo un corpo di donna nuda. Se lo vedessi, non so neanche quale stimolo avrei.

Ecco, il carcere, l’astinenza, essere uomini, ma non potere fare niente.

CHE PAURA…

SEI DELUSO

Prendi un uomo, prendine altri quattro o cinque… trova un “PUBBLICO MINISTERO”, che ha una sua visione ottica. Tutte queste persone senza pudore ti impastano un processo  e gli ingredienti li mettono loro. Tu puoi fare solo l’osservatore. I miei difensori pur avendo le armi per difendermi, preferiscono stare zitti. Tutto sembra assurdo, eppure è la pura verità, che sto pagando sulla mia pelle “attualmente”.

In quel personaggio ho messo la RABBIA che covavo dentro per le ingiustizie e i tradimenti subiti, d’amore e di amicizia.  Tutto ciò mii ha distrutto, mentre i giorni scorrevano sotto le mie dita. La rabbia va spurgata come una malattia. Ha i suoi tempi. Invece la mia malattia la sto combattendo ancora. Speriamo che Dio mi aiuti.

IL PROCESSO COME VA?

Il processo va sui loro binari, sempre drito, senza nessuna fermata. Un lampo che ti passa davanti e vedi solo la luce, che d’incanto ti sparisca. Un processo senza prove, senza riscontri di nessun genere. Un processo basato sul sentito dire. Tutti che dicono, ma niente prove e riscontri.  I giudici con la giuria dormivano, parlava solo il P.M.. Ogni tanto qualche collaboratore di giustizia diceva qualcosa, spinto dal ricordo del P.M.

In sostanza miei cari ITALIANI, il processo è andato a finire che io per “sentito dire” sono stato condannato a 30 anni. Invece i fratelli (non metto il nome perché non so se si tratta di persone coinvolte in procedimenti giudiziari tutt’ora in corso.. nota di Alfredo), collaboratori di giustizia, accusati di un bel pò di omicidi, hanno avuto concesso il “rito abbreviato”. E la loro condanna è stata di 14 anni.

Ma tutto ciò non basta. Tutti i loro beni, case, barche e soldi, gli sono stati dati tutti indietro e d oggi fanno la bella vita, si sono sistemati e non hanno nessun problema economico.

Che bella la nostra società, che vive di MASCHERE !!!???

EPPURE HAI UN BEL CARATTERE ALLEGRO

Sono solare, ma non sereno. Ho sempre pensato che le persone serene debbano essere estemamente intelligenti o estremamente imbecilli.

In questo periodo sono sempre pensieroso, sto sempre chiuso in cella, non esco mai, perchè ho tanti problemi nel cervello. Non riesco a dialogare con nessuno, così trovo la pace da solo, perchè da solo combatto queto male.

COME MAI NON HAI UNA COMPAGNA?

Ho 47 anni, il mio fine pena è il 21-01-2026. Per qualsiasi donna è difficile assumersi questo problema. E’ una grave responsabilità che farebbe male anche a me. Stare insieme è un grande compromesso e ci vuole buona volontà, fiducia e rispetto.

Ho avuto storie belle e dolorose; ci metto molto a separarmi dalle persone. Ho paura degli abbandoni, ma piano piano tutto passa.

So che anche la rabbia può tenere insieme le coppie.

L’amore smuove grandi energie, ma il carcere è un blocco che non puoi mai vincere. Sono sicuro che passerà, anzi sta già passando. Da qualche giorno sono riuscito a riaprire il rubinetto della vita.

LE DONNE, CROCE E DELIZIA.

Chi  le capisce! Sicuramente la DONNA è la bellezza della TERRA, con tutte ls ua sfumature. Non credo che la donna sia una croce. Anzi direi che sia una delizia, perchè mette al mondo i figli, genera AMORE, sa dare AMORE ed oggi è il punto forte di UN’UNIONE TRA PARTNER.

CE L’HA UN RIMPIANTO?

Avere gettato trenta anni della mia vita in mano a degli sciacalli, perchè sono spariti i miei progetti di vita, per colpe non mie.

SCELGO IO. Se dovessi scegliere io, me ne andrei via dall’Italia e andrei a vivere ad Amsterdam, perchè c’è più libertà e più vita. Troppe falsità ci sono nella nostra falsa ITALIA.

C’E’ RIMASTO MALE?

Male non è la parola giiusta. Vengo da 15 anni di dolore. Ormai sono vaccinato, e mi sono anche abituato. Per me è normale. Tutto si è ROBOTIZZATO in me.

Ci può rimanere male quella persona che difficilmente legge queste veritaà spinose. Che dentro sè si chiede se è possibile che vive in questa Italia, dove i ricchi non vanno mai in carcere, mentre l’emarginato viene dimenticato dietro le sbarre per sempre.

Con dedica,

Nicola Ranieri

Opera (Milano)   25/02/2011

Credito d’amore.. di Giovanni Zito

Giovanni Zito ha una ispirazione inesauribile. E’ probabilmente l’autore più prolifico di questo Blog. E tocca vari momenti.. la fantasia e il volo fiabesco, la voglia di lottare, l’ironia e la gigantesca malinconia. Come malinconia e dolore abitano il testo di oggi. E come in altri testi Giovanni segue un filo di discorso, ma allo stesso tempo lo trascende.. senza mollarlo, esso continua ad essere presente e poi allo stesso tempo trasceso. L’amore che riceviamo, l’amore che diamo, le ferite sulla pella, gli attimi di abissale solitudine, e di nuovo amore e ali e di nuovo..

Alla fine c’è anche una sua poesia, molto bella…

Vi lascio a Credito d’amore e alla poesia che lo accompagna, di Giovanni Zito..

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Signori e amici del Blog,

come va la vostra vita fuori?

Qui dal mio mondo non si batte chiodo. Solo le sbarre della mia finestra, due volte al giorno, tanto per essere sicuri che tutto sia al proprio posto.

Vi faccio leggere un altro pezzo. Spero che vada bene. C’è anche una poesia.

Non rimproveratemi se non sono bravo. Lo sapete, sono Giovanni. Ma sono costantemente presente.

Con l’affetto di sempre vi abbraccio. Tutti. Ricchi e poveri, belli e brutti.

Buona lettura.

Giovanni Zito

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UN CREDITO DI AMORE

Questa frase mi ha accompagnato per anni durante i miei spostamenti forzati da un carcere all’altro. Di trasloco in trasloco, dal Sud al Nord.

Il battito del batticuore, che dà grandiosamente e drammaticamente vita a un mondo a parte che è poi paradossalmente il mondo reale di un ergastolano ostativo.

Messaggio dirompente.

L’amore… figli veri, immaginari, cercati e voluti, perduti, ritrovati.

Cercare il battito giusto nei gesti quotidiani.

Un credito d’amore .. non ci si può permettere una distrazione, perchè poi arrivano conflitti che ti tolgono le farfalle dentro al cuore, scompaiono le nuvole sopra il mio angolo di cielo. Così nasce il vortice della nostalgia, dettaglio non di poco conto.

Solo il grumo delle sofferenze quando cessa il battito dell’amore.. si diventa friabili, avvizziti, rugosi.

I sospiri diventano fughe, e ci si fa male nel proprio inferno. I ricordi sono cattivi.

Emotivamente ogni disturbo racconta certamente la vicenda di un dolore individuale, e insieme la storia del dolore di qualcun altro.

Il filosofo Cartesio scrive come un maestro, come uno scopritore, un esploratore. Io invece scrivo come un ergastolano, perchè bisogna dividere ciascuna difficoltà per giungere alla migliore soluzione. Come si dice: quando c’è un lauto pasto, carne e pesce, tutti siamo più buoni, più sinceri. L’amore quante stelle ti fa vedere e toccare. Con il pensiero più dolce del miele, quel gran cuore nato tra i banchi di scuola.

Ma poi tutto cambia quando si decide di raccontarsi. E trovi gli amici, quelli veri che scrivono frasi indelebili. Sboccia il cuore con il battito più vero. Si apre quella vena di parole sincere d’affetto. Cadono dall’anima. Si scrive ogni forma di pensieri. Si comincia a seguire gli altri, quelli speciali, ultimo paradiso.

La mia vita è come uno show. Ci ho messo un pò per equilibrare il mio passo verso la società.. grazie anche a quelle persone che hanno messo le ali al mio vivere da prigioniero nato libero.

Anche se adesso la notte rivedo un mondo più disumano di me, per quelli che vivono come me.. adesso posso solo lavorare di fantasia. Nonostante ciò, con le mie storie mi metto in fondo al corridoio della vostra coscienza, perchè siete voi l’amore di oggi, di domani.. e poi.. chi lo sa amici miei….

Con la stima di sempre vi abbraccio tutti.

Giovanni Zito

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Nel mercato degli schiavi

maledetti rumori di catene

fanculo al mondo che mi vuole rubare

 anche l’anima

Ombre vacanti, cuori pesanti,

quando il paradiso diventa in un attimo inferno.

Anche se una carezza cambia le mie giornate

resto sempre schiavo di un pesante presente.

Il destino ha deciso così.

Anche se metto in vendita ogni mia speranza..

è una follia..

sognando il Grande Amore…

Il vento, sembra farlo apposta, si è fermato,

sul mio viso “cuore nero”,

vivo dove nessuno può capire, sentire, sapere,

così metto ancora un pò di poesia

nelle tue mani di fantasia,

una lettera a te, un bacio e poi

lontano mai, lontano mai.

Giovanni Zito

Bagliori di Nuvola

Giovanni Leone (di cui fra i vari testi presenti nel Blog vi consiglio in particolare il testo in cui spiega l’origine del suo nome.. .https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/13/io-sono-nuvola-opere-e-riflessioni-di-giovanni-leone/ e poi l’ultimo, la commuovente lettera alla madre, morta da poco.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/01/25/mia-amatissima-mamma-di-giovanni-leone-nuvola/).. è un Mistero.. un Mistero dal nome Nuvola..  un Mistero che le pagine ci regalano, negli angoli accartocciati del sangue, dove le vite, nonostante tutto.. resistono si INNALZANO..

E di questi  Misteri mi piace riscoprirne il volto, sotto la faccia illuminata della luna. Giovanni Leone.. detenuto a Voghera, è Nuvola.. spirito che ci cercava attraverso le inferriate in anni atroci di 41 bis e che lì imparò a resistere per giungere fino a noi, come una NUVOLA.. che è allo stesso tempo il suo nome d’arte e il cuo grido di battaglia. 

Nuvola.. che nonostante tutte le ossa rotte.. coltiva il cuore di un bambino.. e la capacità di stupirsi e di insegnare con semplicità… quasi sospeso nel tempo.. con parole che ricordano qualche saggio taoista e un pò di Seneca..:-)

Vi lascio a questi suoi due pezzi, accompagnati ognuno con un disegno.. ogni disegno è legato al pezzo scritto che lo precede..

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Gli anni passano inesorabilmente per tutti. Si diventa più maturi?

Ma è impossibile dimenticare chi si ama, perchè lo si porta sempre nel cuore.

Siete tutta la vostra vita, l’uno per l’altro.. anche se siete stati divisi ingiustamente. Divisi nella gioia…

Perciò i vostri pensieri vanno e vengono dentro di voi…

Ma come voi sapete bene, troppi ostacoli ormai vi dividono… mentre i vostri frutti crescono in mezzo al vostro amato silenzio.

Tra la mano e il petto tenete sempre strette le vostre care lettere.

Perciò mi fanno ridere quando mi dicono che il più tranquillo sei tu.. perchè non sei spostao e non hai figli.. perchè in questi luoghi è meglio così… meno pensieri… quando intorno a me non vedo crescere nulla…

LA PIOGGIA

Questa mattina continua a piovere sul bagnato, perchè ho trascorso due giorni senza potere uscire dalla cella mentre i pensieri misteriori si fanno sempre più cupi. Così ho deciso di andare nel passeggio per fare la mia solita corsa sotto la pioggia.

Acqua del cielo..

E in questo gelido luogo l’acqua è come le lacrime di Mria.. splende la belleza offesa di un uomo…

Ahh.. pioggia.. lavami da questa angosciosa realtà… ma non toccare la mia passione dell’amore che viene… lascia che lo conservi come un fuoco acceso per riscaldare il cuore che verrà…

Anche se la mia pelle è fredda come quella di un ferito.. e forse morto nell’anima… O forse in questo modo vivrò..

Purificami acqua celestiale…

Giovanni Leone… Nuvola

Lettera al Presidente della Repubblica (organizziamo un invio collettivo)

Gli ergastolani di Carinola hanno preparato questa lettera da inviare al Presidente della Repubblica. E’ da ritenere che gliela abbiano già inviata. Fondamentalmente, il “motore” e il principale “stesore” di questa lettera collettiva credo proprio sia stato il nostro Sebastiano Milazzo, da pochi mesi trasferito a Carinola (da Spoleto), probabilmente come misura “punitiva” per avere protestato contro la pratica ILLEGALE, messa in atto in alcune carceri, di adibire le celle degli ergastolani, dall’uso singolo, alla  possibilità di ospitare un altro posto letto (pratica che viola l’art. 22 del Codice Penale che stabilisce l’obbligo dell’isolamento notturno per l’ergastolano):

Questa lettera va al di là della specifica storia di Sebastiano, per essere un grido di protesta, indignazione, ma anche di aiuto, e di speranza nei confronti delle Istituzioni. E’ rivolta formalmente alla più alta carica dello Stato, il Presidente delle Repubblica.

Ecco.. adesso ho qualcosa da proporvi.. qualcosa a cui si stava già pensando. Qualcosa di cui si era già cominciato a parlare, tramite corrispondenza, con lo stesso Sebastiano.  Ossia…

ORGANIZZARE UNO INVIO COLLETTIVO DI QUESTA LETTERA ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA.

Allora ci sono essenzialmente due modalità. Io direi di esperirle entrambe, perché continuo a credere che è sempre meglio fare arrivare il supporto cartaceo oltre tante email, in un certo senso le lettere tradizionali sono più “ingombranti” e si notano di più..

Io direi di fare entrambe le cose…

Comunque per quanto riguarda l’indirizzo email.. basta andare a questo link..

https://servizi.quirinale.it/webmail/

Compilare con tutti i dati.. e poi allo spazio dove si deve inserire ilt esto.. ricopiate la lettera degli ergastolani… premettendo prima due parole vostre del tipo..”io tal dei tali sostengo la battaglia degli ergastolani ostativi..di cui alla lettera che segue..”.. ma queste due righe potrete formularle come volete voi. E poi un bel copia e incolla di questa lettera.

Riguardo all’invio cartaceo invece.. Vediamo come fare… se si può semplicemente stampare.. e uno aggiunge una sua firma di sostegno morale.. o se voglia mo mettere un modulo prestampato di formale adesione.. ci penso un attimo, confrontandomi anche con gli altri.. Comunque, l’idea sarebbe questa. Oguno di voi scaricherebbe o copierebbe la lettera e a sua volta la invierebbe al Presidente della Repubblica, come atto di solidarietà e sostegno con la battaglia degli ergastolani ostativi. Per chi vuole già inviare la lettera cartacea… è sufficiente scrivere questo sulla busta da lettera, nella zona del destinatario..

Alla C.A. del Presidente della Repubblica
GIORGIO NAPOLITANO
c/o Palazzo del Quirinale
00100 ROMA

Non è richiesta alcuna affrancatura! In sostanza, vi risparmiate il francobollo!

Da un tale invio di lettere (cartaceo e telematico) può uscirne qualcosa di forte. Innanzitutto la Presidenza della Repubblica vedrà che questa causa è a cuore di molti. E poi si potranno informare giornali, trasmissioni televisive, la si potrà fare circolare su internet. Può essere un ennesimo “mezzo” che tenti di smuovere anche solo un poco questa realtà.. anche solo un poco è meglio di niente..

Ripeto.. intanto.. oguno di voi… può già subito.. fin da ora inviare una email alla Presidenza della Repubblica. Basta semplicemente cliccare su questo link..

https://servizi.quirinale.it/webmail/

Vi lascio alla lettera di Sebastiano Milazzo..

A presto Amigos..

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Al Presidente della Repubblica

Onorevole Giorgio Napolitano

Noi ergastolani della Casa di Reclusione di Carinola (CE) ci rivolgiamo a Lei per rappresentarLe la condizione in cui siamo costretti a scontare le nostre pene da quando siamo stati privai di ogni beneficio penitenziario e della stessa liberazione condizionale.

Nei fatti, nei nostri confronti, l’articolo 27 della Costituzione repubblicano è stato sostituito con l’articolo 22 del codice della dittatura fascista: “La pena dell’ergastolo è perpetua”. Una sostituzione che ha riprotato le carceri al loro linguaggio punitivo, la cui situazione è stata definita da Marco Pannella: “una riproposizione morale e istituzionale della Shoah”. E mai definizione fu più appropriata per descrivere la nostra attuale condizione, perché noi vediamo morire ogni giono una parte di noi stessi, senza che per noi possa nascere una nuova possibilità.

Questa condizione fa sentire ognuno di noi come quei cadaveri dimenticati all’interno degli appartamenti, che alla lunga ammorbano di miasmi irrespirabili l’intero condominio, perché la mancanza di sperenza di possibilità nuovo colpisce noi, ma ammorba anche la società del sentimento della pena vista come una vendetta.

Un sentimento che non è solo contrario al Diritto, ma è anche una negazione dello stesso. Una negazione che ci costringe a vivere privi di speranza, anche dopo che il nostro passato,  nelle nostre intimità, non potrebbe più fare parte del nostro futuro.

Questa condizione produce dentro di noi sofferenze destinate a durare un’intera vita, mentre quelle procurate dalla pena di morte durano solo il termpo dell’esecuzione. Ed è perché siamo coscienti di questo che, molti di noi, tra una fine spaventosa e uno spavento senza fine, come una pena che non finirà MAI, preferirebbero avere concesso il diritto ad una pena di morte, come facoltà cosciente, se non altro per liberare i propri affetti dal grave peso della propria condizione.

Signor Presidente, non serve dire a parole che la pena di morte nel nostro paese non esiste. Per noi c’è ed uccise. Lentamente, ma ci uccide. Anche se non applicata in sentenza, viene applicata ogni giorno sostituendo il patibolo con l’ergastolo ostativo. Viene applicata con certezza, una certezza contraria ai valori tanto sbandierati, ma poco praticati, della nostra Costituzione. Valori negati del tutto nei nostri confronti, da quella sorta di neorazzismo che ha fatto affermare l’idea che la Giustizia, il Diritto e la stessa Costituzione, quando riguardano noi, sono qualcosa di ben altro di ciò che appartiene alla nostra cultura. Dal momento che sul FINE PENA MAI, alle condizoni in cui lo scontiamo noi, si potrebbero usare tutti gli argomenti che si usano per l’eutanasia.

Un neorazzism che ha prodotto nei nostri confronti differenziazioni di pene effettive da scontare, che nemmeno nelle più tetre dittature sarebbero tollerate.

Basti dire, infatti, che oggi per lo stesso reato – omidicio – e la stessa condanna scritta in sentenza – ergastolo – noi siamo esclusi da ogni beneficio e dalla stessa liberazione condizonale, che era stata introdotta prima dei benefici. Mentre chi non sottostà alle esclusioni previste dall’art. 4bis dell’Ordinamento Penitenziario, dopo dieci anni di pena scontata, se lo merita, può cominciare a godere delle misure alternative al carcere, e dopo 26 finire di scontare l’ergastolo. Una differenziazione che non ha niente a che fare con la lotta al crimine, né con la sicurezza attuale dei cittadini; valori che non si garantiscono negando la speranza  a chi avrebbe sbagliato in epoche lontane, e avrebbe dato prova di avere riflettuto sul male fatto agli altri, ai propri affetti, e a se stess.

Quando ce lo meritiamo, non serve negarci ogni speranza. Servirebbe, invece una nuova via che possa portarrci a fraci carico del futuro che è  nelle nostre speranze, assumendocene precise responsabilità. Solo così ognuo di noi avremme modo di “PENSARE E PESARE” sul proprio futuro. “Un pensiero e un peso” che ci farebbe sentire “Patria” la legge, che ci darebbe la possibilità di avere donata ancora un pò di vita, anche in base ai nostri propositi futuri. Non sarebbe astratto e nemmeno folle pensare di farci partecipare al futuro che è nelle nostre speranze, attraverso anche la verifica di nostri propositi e non in base alle attuali burocrazie demnziali che non forniscono mai elementi reali su di noi. Una verifica che ci darebbe la possibilità di ridiventare amici della comunità cui apparteniamo e non continuare ad esserne un peso.

Ma per poter ridiventare amici e collaboratori della comunità servirebbe una prospettiva della pena che non sia vista solo come castigo, ma come un Diritto, il Diritto di potere mettere a frutto ciò che ognuno di noi sente di essere diventato dopo decenni di sofferenze e privazioni affettive. Dopo il rifiuto di quelle regole di vita che ci avevano impedito di stare in contatto con le nostre vere identià, speriamo di poter sottostare a un diritto equo e uguale per tutti, che ci consenta di sperare nel futuro.

Senza questa speranza perdiamo definitivamente ogni ragione per desiderare di continuare a vivere.

Tanto volevamo rappresentarLe, auspicando che ci giunga da Lei una parola di speranza.

 

Gli ergastolani della Casa di Reclusione di Carinola

15 dicembre 2010

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