Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Riflessioni di Giovanni Leone

Leone

Giovanni Leone, detenuto a Voghera, è persona dalla straordinaria sensibilità.

Un’anima bambina immersa nel suo costante disegnare. E ne abbiamo pubblicati tantissimi di questi suoi disegni.

Giovanni Leone passa le giornate immerso in lunghe riflessioni, in viaggi all’interno della sua anima che, quando non rende coi disegni, rende con le parole. Parole tutte animate da una profonda idea del bene, una volontà di accendere scintille di speranza, di fare sentire bene le persone.

Oggi pubblico alcune sue riflessioni.

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Nella nostra vita, prima o poi, si comprende quale è la via da seguire. 

Prima di assaggiare una pietanza per la prima volta, vogliamo sapere quali sono gli ingredienti. Allo stesso modo, prima di provare un certo tipo di vita, dobbiamo scoprire quali sono le sue caratteristiche.

Se siete attratti da un certo sport per lo spirito di competizione e di aggressività che lo caratterizza, il rischio eccessivo che si corre, l’alta frequenza di incidenti, i festeggiamenti sfrenati, lo spirito nazionalistico e ingredienti simili.. dopo avere esaminato ciò che vi è implicato, probabilmente concluderete che quello sport non si accorda con il modo di pensare di Dio e il messaggio d’amore e di pace che predichiamo agli altri. 

IL SAGGIO

Ogni essere umano deve essere pronto a udire, lento a parlare, lento all’ira. 

Se una persona capisce che sta per arrabbiarsi mentre ha uno scambio di opinioni con un’altra persona, fa bene a seguire questo consiglio. Ovvero quello di prendersi il tempo di calmarsi, di pregare riguardo alla questione e di riflettere su come è meglio rispondere, il saggio permette allo spirito di Dio di guidarci. 

Quando ci rivestiamo di mitezza e longanimità contribuiamo davvero alla pace e all’unità di ogni società del mondo.

PERCHE’ VIVERE?

Lo sguardo fisso si posa sullo specchio, come la farfalla sul fiore ancora fresco.

E’ dura affrontare la realtà che svanisce con gli anni.

La testa e i pensieri sono ancora giovani, forti della loro voglia, incuranti delle mancate risposte di libertà.

Non c’è ne età né logica. Solo desiderio del monte di venere rialzato. Ne ammiro la perfezione e ne bramo la gioventù come un frutto proibito ingordo. Mi avvicino, la piccola striscia di rosa ben curata mi segnala la rotta del vivere.

A volte è difficile parlare al cuore. Quanto ci piace sorprendere la vita. Non si può essere sempre razionali ed equilibrati mentre le fiamme dell’inferno ci sciolgono dolcemente, trascinandoci verso meandri di lussuria; assaggiando il nettare direttamente dalle labbra. In quel momento è come un tornado che ti spazza via senza ragione. 

Viaggio nel 41 bis- la negazione del diritto allo studio

Leggers

Con Maria Brucale, avvocato appassionato e generoso, abbiamo iniziato un viaggio in un mondo su cui grava un infinito disfavore, ma che pochissimi conosco. Il mondo di chi è sepolto vivo al 41 bis. Maria ci ha già inviato diversi articoli che aiutano a capire la concretezza esistenziale di un tale regime, oltre il “Mito nero” che lo avvolge.

Tutto diventa possibile quando certe persone fanno parte della categoria dei “mostri”.

E’ possibile che si possa controllare fin nei minimi termini tutto quanto una persona potrà leggere e conoscere, e che tutto questo passi nel silenzio. E che, anche quando queste notizie giungono al mondo esterno, (quasi) tutti tacciano. Perché non è opportuno, non è conveniente, non è popolare, in certi casi, esprimersi. Quando si tratta di “mostri”, allora, ogni parola può danneggiare la tua immagine. Quelle persone semplicemente non esistono, non vanno considerate, i loro diritti non contano. Qualunque assurda regola può essere attuata su di loro, perché tanto (quasi) nessuno andrà a difenderle.

In questo pezzo, Maria, andrà proprio a soffermarsi sulle restrizioni incivile che il sacrosanto diritto alla lettura riceve, per chi è collocato nelle sezioni del 41 bis. Diritto alla lettura, la cui negazione diventa anche negazione del diritto allo studio. 

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In data 18 febbraio 2014, veniva affisso in tutte le Sezioni detentive ex art. 41 bis, un singolare “avviso alla popolazione detenuta” che, facendo riferimento ad una non precisata direttiva ministeriale, informava i detenuti del divieto di ricevere stampa di qualsiasi genere, libri, giornali, abbonamenti, dall’esterno e rappresentava l’obbligo di acquistare tali beni unicamente attraverso il carcere.

Già l’omissione di un riferimento normativo per un provvedimento che menoma un diritto soggettivo con una imposizione di contenuto fortemente repressivo, appare assai grave. Il veto, infatti, si traduce immediatamente in una violenta compressione del diritto allo studio ed all’informazione dei detenuti.

Naturalmente il carcere non si accolla gli adempimenti che originano dagli aneliti di conoscenza, di lettura, di sapere, perfino di “svago”, dei detenuti, per cui il direttore delle carceri interessate si limita, di volta in volta, a comunicare ai detenuti che abbiano richiesto una rivista, un quotidiano, un abbonamento, un libro, che dapprima ricevevano dall’esterno, acquistati dai propri familiari, che non potranno più averli.

Non solo. I detenuti 41 bis dovranno sottrarre al denaro che è loro consentito gestire mensilmente, le somme utili all’acquisto di ciò che desiderano leggere privandosi di altre utilità altrimenti fruibili.

Con i tempi dell’amministrazione penitenziaria, inoltrata la richiesta, anche chi è in 41 bis potrà, talvolta, leggere ciò che desidera (naturalmente previa soggezione alla censura da parte degli uffici preposti).

Sandro Pertini, durante la sua prigionia, affermava che il più dittatoriale dei regimi non arriverebbe mai a privare un detenuto della possibilità di leggere e di comunicare attraverso la posta con i propri affetti. Ed eccoci qua.

Il carcere romano di Rebibbia Nuovo Complesso, ha da circa un biennio aderito ad un importante progetto dell’Università di Tor Vergata: Teledidattica – Università in carcere, che facilita gli studi ai detenuti meritevoli e in determinate condizioni di reddito, attraverso tutor che accompagnano la formazione, libri di testo gratuiti, dispense di aggiornamento.

Anche i 41 bis hanno accesso al progetto. Non possono avere i tutor, certo. I Professori universitari potrebbero essere veicolo di informazioni criminali e di pizzini di ogni sorta, anche sotto l’occhio vigile delle telecamere, anche se le persone ristrette vengono perquisite a fondo prima e dopo essere state in contatto con qualcuno che viene dall’esterno (difensori, ministri di culto).

Alcuni detenuti in regime 41 bis, dunque, hanno aderito al progetto, hanno lasciato a volte le università a cui già erano iscritti per accedere a un percorso che, essendo interno al carcere, sarebbe stato meno irto e per sollevare i propri familiari, quando indigenti, delle spese universitarie.

Ma accade che con un provvedimento che ancora una volta sfugge a qualsiasi verifica, il veto di ricevere libri, riviste e materiale didattico viene esteso anche al progetto universitario. I detenuti 41 bis che si sono iscritti aspettano inutilmente i libri per sostenere gli esami.

Il diritto allo studio, dapprima fortemente limitato ed ostacolato da mille rivoli burocratici, è ora soppresso. Sandro Pertini, riposa in pace!ndere dai soldi che è loro consentito di tenere, quanto occorre loro per leggere, studiare, informarsi, rinunciando ad altre utilità che diversamente avrebbero potuto concedersi, ma anche che dovranno rinunciare all’accesso a grandissima parte di materiale di studio o di lettura perché di certo l’amministrazione penitenziaria non si fa carico di cercare di rispondere alle propensioni culturali dei singoli detenuti. Nel frattempo, il carcere di Rebibbia vanta l’adesione a un importante progetto dell’Università di Tor Vergata, L’Università in carcere, che fornisce alle persone che vi accedono, materiale di studio e tutor gratuiti. Peccato però che i tutor non siano ammessi al 41 bis e che i libri forniti dall’università siano stati anch’essi proibiti di fatto vanificando del tutto il percorso di studi intrapreso dalle persone che con grande sforzo di volontà, anche nel rigore di tale regime, avevano chiesto ed ottenuto l’ accesso a quel progetto, con buona pace del diritto allo studio, del trattamento penitenziario, dell’aspirazione alla rieducazione e di ogni barlume di civiltà.

Viaggio nel 41bis- il vetro divisore- di Maria Brucale

muri

Il 16 ottobre abbiamo iniziato un viaggio, grazie all’avvocato Maria Brucale.

Un viaggio nel 41 bis (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/10/16/11731/).

Un viaggio indispensabile verso quello che è un vero “non detto” del sistema giuridico e penitenziario italiano.

In ogni tempo si compiono cose che poi in un tempo successivo saranno sconfessate.

Chi segue la corrente non va mai “fuori tempo”. E molti criticheranno il 41 bis quando le nuove “correnti” lo considereranno superato.

Ma ci sono quelli che non aspettano che sia “conveniente” parlare, e vanno contro-corrente e dicono già ora quello che tra qualche tempo diranno tutti.

L’avvocato Maria Brucale, continua ad accompagnarci in questo percorso di comprensione nei meccanismi del 41 bis.

Nel testo di oggi ci parla del.. vetro divisore.. in occasione dei colloqui.

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41 bis dell’ordinamento penitenziario – L’amore attraverso un vetro divisore

Si legge in calce ai decreti ministeriali che applicano o reiterano sine die la soggezione al regime detentivo differenziato, già il nome fa tremare, al 41 bis insomma: “E’ sospesa l’applicazione delle seguenti regole di trattamento e dei seguenti istituti:

a) Colloqui con i familiari e conviventi con frequenza superiore a uno al mese e di durata superiore ad un’ora, a prescindere dal numero di persone ammesse al colloquio; detti colloqui dovranno comunque avvenire con le modalità stabilite dall’art. 41 bis, comma I quater dell’Ordinamento Penitenziario”.

Tali modalità, quelle idonee ad impedire il passaggio di oggetti tra la persona detenuta e chi si reca a farle visita, sono state da anni tradotte dall’amministrazione penitenziaria, in un vetro divisore, a tutta altezza, un vetro antiproiettile, spesso, con una finestra chiusa a più mandate.

Non più di un’ora al mese, dunque, per incontrare il padre, la madre, i figli, i nipoti, la compagna, la sorella, il fratello….  Non più di un’ora al mese per incontrare l’amore, in ogni sua forma.

Il colloquio si svolge in una piccola cella di ferro e vetro. Un rettangolo vestito di niente, diviso in due dal vetro. Una panca lunga dove possono sedersi le persone che vanno a fare visita al detenuto. Uno spazio stretto, è difficile anche passare. Telecamere puntate da più posizioni. Uno sportellino aperto da cui l’agente penitenziario può vigilare. Un microfono o la cornetta di un telefono.

Un’ ora, dunque, da dividere per quanti sono presenti al colloquio. Un po’ per uno al telefono.

Il vetro offusca la voce, la sbiadisce, la spezza. Così può capitare, se non dividi il tempo meticolosamente, che qualcuno dei familiari resti a contemplare il suo caro, ristretto, attraverso il vetro, privato della possibilità non solo di toccarlo ma anche di ascoltarlo, di parlargli. Un’ora.

Ragioni di prudenza collettiva vengono poste a sostegno della brutale disposizione che vuole i detenuti in 41 bis, in luoghi distanti dal contesto di origine.

Così i familiari sopportano le spese di viaggio, di albergo, le attese, l’ansia, la stanchezza e raggiungono quei luoghi lontani, il cuore spezzato, l’incapacità di aiuto, tante cose da dire, emozioni da trasmettere, bisogno di piangere, di ridere, di raccontarsi, di condividere, di viversi.

Un’ora al mese.

Si trovano davanti a quel maledetto vetro, osservati. I locali sono sporchi ma poco importa. Negli occhi del loro caro questa prima mortificazione. Quel telefono che i suoi familiari si passeranno di bocca in bocca ha raccolto le labbra, le voci, i sospiri, le lacrime di tanti, troppi che si sono avvicendati in quello spazio angusto.

Davanti al vetro si spengono i pensieri. Tutti i presenti sentono addosso pesante, struggente, feroce il bisogno assoluto di dare tutto in quell’ora, di dire tutto.

 Ma come fare? E le cose da dire saranno fraintese? Devono essere esplicitate e con chiarezza. C’è chi ascolta ed è pronto a fraintendere, cerca tra le parole un filo di ambiguità per sporcare quegli attimi.

I sentimenti di tutti sono strozzati dalla necessità di rasserenare l’altro.

Il detenuto è sorridente. Sta bene. I suoi familiari devono crederlo. Va tutto bene, tutto è sopportabile. E’ sbarbato, curato. Sta bene. Non c’è tempo di mostrare le ferite. Non ci sarebbe tempo per curarle. Servirebbe solo a immalinconire quelle gocce di contatto, a inquinarle.

Moglie, figli, sorelle, fratelli, nipoti stretti gli uni agli altri su quella panca, raccontano le loro vite, le loro giornate, ci provano, anche loro stanno bene. Non portano al loro caro la fatica del viaggio, i costi sostenuti, le rinunce, le attese.

Si apre la porta blindata, all’improvviso, segna la fine.

L’apertura della porta ha un fragore straziante. Le mandate delle chiavi, ognuna spacca, spezza, interrompe, dilania.

Il vetro è appannato. Troppo angusto lo spazio. Il saluto davanti all’agente penitenziario.

La forza cede, l’anima si abbandona, le lacrime appaiono, silenziose, e mani, e labbra si disegnano, sul vetro divisore.

 

Periferie della vita (prima parte) … di Pierdonato Zito

periferie

Pierdonato Zito è qualcuno diventato davvero Uomo.

Ardua è la strada per diventare Uomini… è un viaggio fin nelle profondità della notte, oltre tutti i vicoli oscuri, oltre i muri coperti di simboli di morte. E’ un viaggio in tutte le catene, quelle che ci hanno messo all’esterno di noi e quelle che abbiamo messo dentro di noi. E’ un andare dove ci sono solo deserti e ogni pozza d’acqua sembra un miraggio. E’ un vivere il tempo senza farsi prosciugare dal tempo. E’ un cogliere il cuore quando l’altro entra in noi e noi entriamo nell’altro e non dimenticare mai quei momenti. E’ sapere ricordare senza sfrondarsi nell’oblio, ma anche senza farci spezzare dalla nostalgia. E’ la capacità di non farsi distrarre dalle onde, eppure, nonostante tutto amarle quelle onde. E’ tenere viva la propria indignazione, ma arrivare ad amare anche la necessità. Amare la necessità.. invece di maledirla.

E’ tenere accesa una passione… che ti soffi alle spalle… come un fuoco sacro che viene da lontano e che non morirà anche sotto la pioggia che sferza giorni sempre uguali.

E’ la perenne Disciplina. Dedizione e Disciplina, come legno secco che si intaglia col tempo, che intagli col tempo.. in un forgiarti perenne, dove ogni conquista è sudore e Dono.

E’ tutto questo e tanto altro che ti porta a diventare Uomo.

Qualunque sia la storia di Pierdonato prima del carcere, in carcere, in tutti questi anni è diventato Uomo.

Passano lunghi intervalli tra un testo e l’altro che ci invia, ma ogni volta è un testo che non si dimentica.

Il modo in cui i suoi pensieri incedono sulla carta, lo stesso stile, è pregno di cultura classica, nello spirito dei classici greci – romani. Il ritmo è pacato e armonioso, la forma sobria, il pensiero profondo. Nessuna frase sembra fuori posto. Nessuna parola a caso. Tutto concentrato. Tutto essenziale.

Pierdonato ci ha inviato anche molte riproduzioni delle sue opere.

E altri suoi testi.. che hanno sempre il sapore… di lunghe lettere.. a futura memoria.. dove non c’è attualità o frenesia.. ma ritorno in se stessi, ritorno nel senso della vita, nel senso degli incontri, nel senso della memoria, nel senso dei volti, degli sguardi.

Sono lettere di quelle che ti aspetteresti di leggere in qualche grande romanzo russo, di quelli che vivono nel tempo.

E questo ultimo testo di Pierdonato è talmente bello che ho voluto non pubblicarlo tutto in una volta, ma dividerlo in due parti, di cui oggi pubblico la prima.

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Siamo a metà luglio. E’ sera. Fuori è ormai buio. A quest’ora siamo tutti chiusi nelle nostre celle. C’è un silenzio totale. Per via del caldo ho la finestra aperta. Questo mi permette di ascoltare in lontananza il… chiurlare di un assiolo. Questo piccolo uccello rapace notturno che da tempo si aggira nei dintorni qui del carcere di Voghera, con il suo “canto” mi tiene quasi compagnia a quest’ora della sera. Al di là della finestra, nascosto nell’ombra, forse su uno degli alberi che costeggiano le mura del carcere.

E’ noto che il passato sopravvive nelle immagini, negli odori, nei sapori e, come in questo caso, anche nei “suoni”. Questo in particolare mi riporta d’improvviso al magico luogo dell’infanzia in un paesino del Sud dell’Italia, quando nelle stesse sere d’estate ascoltavo questo misterioso canto notturno, accompagnato dalle rassicuranti spiegazioni di mia madre. I ricordi si materializzano lentamente, come bolle che risalgono in superficie da un fondale buio.

La notte quando tutto tace e le luci sono spente, capita allora di passare in rassegna mentalmente oggetti, gesti, atmosfere, stati d’animo che ci appartengono, che abbiamo attraversato e vissuto, e che viviamo o che comunque non ci sono più nel reale.

Tutte queste cose se ne stanno in un cantuccio della nostra memoria. Ciascuno di noi ha il suo “inventario” dover frugare e contemplare. Ritrovarli questi ricordi, queste sensazioni, sia pure nella memoria, serve forse al gioco della vita.

Scomparire è destino di tutto quello che esiste. La nostra società, la nostra cultura, quindi la nostra vita sono fondate sul nuovo: su notizie e mode che sorgono e scompaiono senza lasciare traccia.

Come vecchie fotografie sbiadite dal tempo, mi appaiono i tanti paesi e borghi della mia regione, sonnacchiosi sulle gialle colline d’argilla, verdi di grano in primavera e bionde d’estate. In autunno e nell’inverno, invece, i colori mutano e così i paesi, quasi sempre incoronati da una rocca su borghi medievali, assomigliano sempre più a presepi. Ed è proprio in quel lembo d’Italia che io nacqui.

Mentre sto scrivendo è passato l’agente per il suo abituale giro di controllo. Ha dato una rapida occhiata a me e alla cella dallo spioncino; mi ha puntato il raggio di una piccola torcia negli occhi, mi ha salutato ed è andato oltre. Aveva una barba poco curata e baffi cespugliosi, ma occhi gentili che, da sotto le sopracciglia incolte, irradiavano una calma riflessiva. Sento i suoi passi progressivamente che si allontanano.

Torna così di nuovo il silenzio assoluto.  E con esso le mie riflessioni. Mi colpisce un pensiero improvviso e spaventoso:.. io non ho un fine pena, se non abrogano l’ergastolo… io sono destinato a morire in carcere. Questo pensiero costringe la mia mente dolorante a riavvolgere le immagini degli ultimi istanti che ho vissuto da uomo libero.

Era un caldo pomeriggio di giugno del 1995, quando vidi passare velocemente, di fronte al cancello dell’abitazione dove ero alloggiato, un uomo armato di pistola, unitamente sentii un fragore di auto avvicinarsi e voci concitate.

Impiegai poco a realizzare cosa stava succedendo: mi avevano localizzato e stavano effettuando l’accerchiamento. Il mio destino stava per compiersi. Infatti da lì a poco più di qualche minuto, la mia vita imboccò una strada ed un viaggio senza mai più ritorno.

Sono trascorsi lunghissimi anni da allora. Il mondo esterno si è nel frattempo trasformato a grande velocità sotto i miei occhi, mentre io sono rimasto chiuso in questo cubo di cemento e di ferro, a guardare dalla finestra la vita che passa.

Dal paradiso all’ìnferno il passo è breve mi disse un detenuto calabrese che incontrai nel carcere di Secondigliano, a Napoli, dove fui subito trasferito. Lì, chiuso in isolamento, passai drasticamente da uno stato di libertà ad uno di totale costrizione. Ero chiuso tra quattro pareti spoglie, solo, con i miei pensieri. Il futuro si prospettava davanti a me come una incognita non calcolabile, avevo cioè di fronte a me un percorso che non conoscevo.

Avevo la sensazione di avere di fronte un grande spazio che dovevo riempire. Cominciarono allora lunghissimi soliloqui con me stesso. In primis dovevo reggere l’urto e restare in piedi. Non era per niente facile. Gli psichiatri chiamano il timore di restare da soli <<autofobia>>, mentre Pascal dice che forse tutta l’infelicità umana consiste proprio nel non saper stare da soli in una stanza. Chiaramente la mia era uno stato di costrizione il che era diverso.

Quando si vive isolati e senza relazioni con gli altri, si è pervasi da un’ansia tale che si fa fatica a sviluppare un sentimento della propria identità. In questi lunghi anni di permanenza in questi luoghi ho drammaticamente visto e sentito molti detenuti suicidarsi. La detenzione è anche volta alla riflessione critica del proprio vissuto, senza autocommiserazione e senza scadere in quello che gli psicologi chiamano “l’egocentrismo della vittima”. Ma se non aiutata può diventare sterile e portare anche al suicidio. Va perciò aiutato nel percorso di crescita.

Ero solo in cella, con poca aria, poca luce, poco spazio e pensavo che ogni uomo ha assoluta necessità di provare un sentimento di sé, un senso di identità. Impazziremmo se non avessimo questo senso di noi stessi. Tutto quanto possiedo, comprese le mie cognizioni, il mio corpo, i miei ricordi costituisce il mio io.

Scrivere sulla perdita della libertà e sulla privazione della “vita normale” che ho sperimentato su me stesso, è un argomento piuttosto complesso. I primi tempi, provavo una nostalgia molto forte di tutto, soprattutto delle persone che mi erano vicine. E poi nostalgia di atmosfere e di luoghi a me cari.

(FINE PRIMA PARTE)

Un altro brano sul perdono… dal libro di Domenico D’Andrea

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Pubblico oggi un altro estratto dal libro sul Perdono scritto dal nostro Domenico D’Andrea, detenuto a Padova (per il prmo estratto vai ai link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/07/04/il-perdono-una-introduzione-di-domenico-dandrea/).

In questo suo nuovo libro -ancora in attesa di pubblicazione- Domenico fa un viaggio nel mondo del perdono, che cerca di esaminare in tutte le sue sfaccettature.

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IL PROGETTO

Quando parliamo di perdono dobbiamo tenere presenti alcuni punti importanti.

Non perdoniamo tutti allo stesso modo. Alcuni potrebbero avere bisogno di una lunga riflessione, altri di una riflessione più breve. Ognuno di noi ha una velocità diversa nel metabolizzare le ingiustizie e le esigenze del perdono. Alcuni dimenticano il torto in poche settimane mentre altri lo rimuginano per anni ed anni, secondo le tipologie caratteriali. Il processo del perdono non è rigidamente fisso. Se in un periodo di questo processo ci si concentra su qualche aspetto in particolare piuttosto che un altro, non c’è da stupirsi  se ad un certo punto dobbiamo tornare indietro e ricominciare o riesaminarlo con un atteggiamento diverso, più critico e più profondo. Sulla base della mia esperienza, raramente un risentimento così iroso nasce da un solo episodio, a meno che questo unico episodio non sia davvero tanto grave da escluderne altri. Ma generalmente non è un singolo episodio a crearci così tanta sofferenza.

Il perdono è una capacità che si sviluppa come una competenza professionale, un allenamento, perché più perdoniamo e più impariamo a perdonare meglio. La pratica del perdono ci aiuta davvero a perfezionarci e a diventare quindi persone migliori. Ovviamente il perdono è più di una competenza. E’ un atteggiamento di buona volontà e una virtù morale che si acquisisce lentamente e con la pratica. Diventa persino lievito per la nostra identità e ne diventa parte integrante. Il perdono trasforma il nostro carattere e le relazioni nel modo in cui lo si comprende e lo si pratica. La nostra identità da solida può diventare liquida per poi ritornare solida ed acquisirne una nuova forma, una forma forse migliore della prima.

Non è un lavoro facile.

Alcuni stratagemmi sono generalmente utilizzati nei processi di mediazione per riconciliare le parti che si trovano in conflitto e controversia tra loro. Il perdono diventa un elemento fondamentale per il procedimento di mediazione, ma il perdono non è uno stratagemma. E’ un lavoro che bisogna fare con tanta pazienza. E’ un lavoro che va fatto con amore. Non possiamo curare un cancro con un’aspirina, così come non possiamo curare un semplice raffreddore con un bombardamento chemioterapico. Ogni ferita richiede la sua cura e la sua medicina. Se avete questo libro tra le mani è perché siete stati attratti dalla parola perdono scritta a caratteri cubitali sulla copertina o perché qualcuno ve l’ha consigliato o magari lo avete trovato per caso. D’ogni modo dovete cominciare a soppesare tutti i vostri risentimenti e il dolore che provate. Valutare è già un buon inizio.

Siete motivati a perdonare?

Abbiamo già detto che il perdono è un dono che noi offriamo a chi ci ha fatto del male, ma è importante ricordare che il processo del perdono non inizia con la convinzione che siamo  per fargli un regalo. Non poche persone vogliono addirittura assaporare la vendetta. Altri, specie in tempi passati, chiedono  che il perdono venga implorato pubblicamente affinché subiscano anche un certo grado di vergogna e di umiliazione, altri vogliono semplicemente dimenticare la persona che ha causato il dolore subito da quella persona. Oppure una persona può definirsi già buona d’animo e predisposta al perdono tacitamente. Quindi, qual’è la motivazione che serve per iniziare un processo di perdono?

In alcuni aspetti paradossali del perdono non preoccupatevi se c’è da vergognarsi concedendo questo dono. Può essere gradevole concedere il perdono anche in casi veramente paradossali come quello di Janiyr (nome di fantasia), un ragazzo indiano la cui moglie, per liberarsi di lui, gran lavoratore, e godersi il gruzzoletto con l’amante, riuscì a mandarlo in prigione per un bel po’ di tempo. Finiti i risparmi l’amante sparì e lei, ritrovandosi sola, chiese perdono al marito e confessò tutte le sue bugie ai giudici, quando era ormai troppo tardi. Janjyr aveva scontato già tutta la pena, ma per amore riuscì a perdonare la moglie e a tornare con lei nonostante la vergogna che provava.

Non vergognatevi e non scoraggiatevi nelle situazioni difficili e disperate, cercate sempre la motivazione e lo stimolo a perdonare, anche nelle situazioni impossibili.

Le motivazioni possono essere tante e possono essere sia di interesse economico che di interesse emotivo, interiore e psicologico: sono stanco di provare dolore e voglio porvi fine, non voglio che questa persona faccia ancora del male a me o ad altre persone; se perdono, starò meglio psicologicamente; se perdono, avrò il denaro del risarcimento che mi serve per a andare avanti.

Le persone, quando perdonano, cercano invariabilmente di adeguare il perdono che concedono ad una loro visione del mondo. Ognuno di noi ha una propria visione del mondo in cui conserviamo le nostre idee di giustizia, di fede, di pietà, di amore e di moralità. La visione del mondo, che per chi scrive è da considerare solo un aspetto etnocentrico, tenta di rispondere alle grandi domande che nella vita ci poniamo. Domande che sono ormai diventate il tormentone di persone religiose, non religiose, e di comici da cabaret: “chi siamo”, “da dove veniamo” e “dove andiamo”. O, se vogliamo essere un po’ più profondi, cominceremo a chiederci chi o cosa ci ha creati, qual’è lo scopo della nostra esistenza, dove si va dopo la morte. Noteremo che ogni volta che solo tentiamo di dare delle risposte a queste domande mettiamo in atto dei meccanismi di ragionamento circa la nostra visione del mondo. Alcuni si rifugeranno nella fede che farà da cornice a questi ragionamenti. Vale la pena ricordare la definizione di fede citata nella Bibbia, in Ebrei 11:1: La fede è sicura aspettazione di cose sperate, l’evidente dimostrazione di realtà benché non vedute. Altri si affidano alla ragione, che permette loro di risolvere problemi in modo logico e razionale.

La ragione, intesa come facoltà propria dell’uomo di stabilire connessioni logiche tra idee, che costituisce  la base della conoscenza e del discernimento. Diciamo: agire secondo ragione, non avere l’uso della ragione, la vittoria della razione sull’istinto, lasciarsi guidare dalla ragione, ascoltare la voce della ragione. San Tommaso definiva la ragione come l’attività discorsiva e argomentativa dell’uomo contrapposta e subordinata al carattere intuitivo dell’intelletto. Nell’ambito dell’illuminismo la ragione era intesa come strumento di conoscenza che è guida di ogni processo umano e sociale. Nella filosofia di Leibniz, la ragione diventa la fonte della conoscenza della realtà nella sua essenza. Kant si occupa della ragione in campo teoretico definendola come organo della legge morale che prescinde assolutamente dalla sensibilità. Proprio di quella sensibilità di cui ha bisogno il perdono. In Hegel la ragione è artefice del sapere assoluto, che, superate le astrazioni dell’intelletto, attinge all’universale assoluto. La ragione è quindi un’argomentazione, un ragionamento di cui ci si avvale per sostenere con rigore logico una determinata tesi. La ragione è una motivazione soggettiva che spinge ad un determinato comportamento: “le ragioni del cuore”. La ragione è ciò che è conforme al diritto, al giusto, al vero, tutti elementi che servono al perdono.

Altri si basano più semplicemente sull’esperienza, focalizzando la loro attenzione sui loro fallimenti e i loro successi della vita e traendone delle lezioni. Altri ancora si basano solo sulle evidenze e su riscontri scientifici. Se volete potete fare ricorso  a tutti questi mezzi, perché li avete tutti a disposizione, ma farete affidamento al massimo su due di questi e senza mai raggiungere gli stessi risultati che raggiungereste con il perdono. La nostra visione del mondo si è formata in parte nelle aule scolastiche, si è plasmata nelle nostre famiglie, nella cultura della comunità locale e nella religione di cui condividiamo i riti. Alcuni hanno una visione del mondo molto coerente e non cambiano idea; hanno scelto una fede calcistica, una religione, una filosofia precisa e continuano a credere in questa anche quando le cose vanno male. Infatti secondo alcune ricerche per gli esseri umani è più facile cambiare diverse religioni nel corso della propria vita che  cambiare fede calcistica, quasi a volerci dimostrare che alle volte la fede calcistica o la fede nei confronti di un’altra persona o cosa può essere più forte e più vera di una fede religiosa che vanta l’onere di gestire il sentimento del perdono.

Ci sono poi persone che possiedono una visione del mondo priva di coerenza, per esempio quasi tutte le religioni  incoraggiano i propri fedeli al perdono, ma con la stessa intensità in cui credono, smentiscono ed esitano a concedere il perdono in caso di bisogno poiché ritenuto un segno di debolezza. Ho ritenuto opportuno avere dei colloqui con persone molto diverse tra loro, di diverse religioni e persone che abbracciano diverse filosofie, in modo da delineare un profilo del perdono che possa riguardare tutti, a prescindere dalla loro fede religiosa o dalla loro filosofia o dal loro stile di vita, altrimenti saremmo caduti subito in contraddizioni banali e a senso unico. I cristiani non si perdonano nemmeno tra cristiani stessi. Cristiani e musulmani sono perennemente in guerra. I filosofi dell’Oriente predicano bene ma spesso razzolano male: mi è stato fatto notare che non posso giudicare dopo avere spesso tante belle parole sul senso del perdono e sulla morale. Ma questi commenti li ritenevo indispensabili per rendere puro e alla portata di tutti il sentimento del perdono sottraendolo all’esclusiva devozione delle sole religioni. No, il perdono vuole prendere le distanze dalle religioni, a prescindere dalle visioni del mondo che ognuno di noi ha. Non è necessario, ma vi può aiutare avere una visione del mondo coerente per iniziare il processo del perdono. La visione del mondo coerente certamente ci aiuterà a realizzare qualsiasi cosa abbia valore.

(…)

Un altro giorno da ergastolano ostativo… di Giovanni Zito

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E’ ovvio che non mi hanno insegnato a scrivere nè mi hanno lasciato scrivere”. (Giovanni Zito)

Questo testo di Giovanni Zito ci giunge tramite Maria Tavino.

Giovanni è un nostro amico della prima ora. 

I suoi testi  in archivio sono tantissimi.

Con ironia e malinconia la sua anima ha spesso preso forma in parole, che hanno l’abito del viaggio, di un viaggio che trascina.. ma allo stesso tempo ti insegna a trascinarlo.

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Un altro giorno da ergastolano ostativo

 

Mentre il giorno mi sveglia con i suoi raggi di sole aprendo un portale sulla vita, mi accorgo che il battito è pieno di nostalgia.

Quanti anni ergastolano, quanta strada fatta sotto la fatica dei pensieri.

Nato sotto la stella della diversità includendo un debito inestinguibile, di leggi violate, di quelle leggi fatte su misura dell’uomo, create dal pensiero che non tocca la vita nutrendola, ma attaccandola alla macchina della speranza.

Mentre tutto passa nel silenzio si esclude chi dovrebbe essere restituito alla società in un recupero comune.

Le cose non andranno mai così ergastolano,  perchè ci sarà qualcuno, seduto in quel bar, sorseggiando il suo bel caffè.

Io dovrò appendere un altro mese, un altro anno, sull’albero della consapevolezza delle leggi non

rispettate, loro, quelle forme di pensiero nascoste che si possono cucire sulla pelle di chi in silenzio scrive per spiegare che l’interpretazione si legge sulla misura di tutte le cose.

Bisognerebbe ricordarsi che l’uomo, nella sua umanità, può migliorare,  allora andrebbe, nel senso che bisogna misurare ogni cosa sulla misura dell’uomo, quindi ogni cosa deve essere umana nella sua misurazione: il senso, il dovere della legge, della nostra Costituzione, dell’art. 27, perchè così hanno scritto i nostri padri fondatori sulla nostra carta;  bisognerebbe riflettere nella democrazia italiana trovando l’interpretazione più adatta.

Il mio filo di voce che cerca in termini del non essere anche quando parlo dell’essere costretto a dire di un qualcosa là dove c’è  un niente.

Per ogni minuto, momento, istante io scrivo nella mia memoria ciò per cui sono stato oggetto di  misura con la luce della follia per soddisfare  la scrittura come i nostri sbagli.

E’ ovvio che non mi hanno insegnato a scrivere nè mi hanno lasciato scrivere.

Adesso scusatemi perchè come sapete devo scontare un altro giorno da ergastolano  ostativo.

Da poco mi trovo a Padova,  casa bella, mobilia vecchia, con tantissimi difetti e pochi pregi

Ho perso il conto degli istituti che mi hanno fatto girare.

L’uomo senza casa, nè cielo, nè terra.

Il mio tempo continua , chi vuole scrivermi lo può fare liberamente, sarò sempre lo specchio di un volto sconosciuto.

Buona vita a tutti

sono Giovanni Zito.

 

 

Da dentro a dentro… da Peppe a Carmelo

Per la rubrica “Da dentro a dentro” -che pubblica lettere a detenuti, inviate da altri detenuti- pubblico oggi una lettera di Peppe Minardi, detenuto a Sulmona, a Carmelo Musumeci.

E’ una lettera importante…

Peppe a un certo punto scrive..

“Un tempo mi sentivo mafioso, innalzavo i principi delle malavita… oggi, ma già da parecchi anni, mi faccio schifo per quello che ero e per come la pensavo. Mi sono sterilizzato da quei fattori ambientali cui sono stato contaminato e oggi sono fiero di quello che sono, del mio vero essere…”

E’ importante. Spesso i detenuti condannano, giustamente, le situazioni intollerabili in cui vengono fatti vivere. Ma non tutti riescono a riconoscere come il mondo criminale in cui vivevano (quando si è giunti da un mondo criminale) era un mondo distruttivo, che li aveva privati della parte migliore del loro essere.

Quando non si fanno affermazioni come quella di Peppe, non vuol dire che si tratti di persone legate ancora a certi contesti. Anzi, in tanti casi, si tratta di persone che hanno fatto un profondo viaggio di cambiamento interiore. Ma fare affermazioni così esplicite verso il proprio passato, viene ancora molto difficile.

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Sulmona 02.10.2012

Carissimo Carmelo,

ho ricevuto la tua del 28/10. Ho già scritto la mia “autobiografia” per la rubrica “Pronto, qui l’inferno, chi parla?”. Se la ritieni prolissa o altro, riassumila come meglio credi. 

Un tempo mi sentivo mafioso, innalzavo i principi delle malavita… oggi, ma già da parecchi anni, mi faccio schifo per quello che ero e per come la pensavo. Mi sono sterilizzato da quei fattori ambientali cui sono stato contaminato e oggi sono fiero di quello che sono, del mio vero essere… oggi posso dire di essermi riappropriato della mia vera identità e sono pronto a rispondere a qualunque domanda mi venga posta e me ne frego di tutta quella massa di ignoranti che magari mi additano perché non più quel “Peppe” che hanno conosciuto nel mio lontano passato.

Oggi, conosco e vivo al di sotto della povertà, fumo tabacco e mangio quel che passa l’amministrazione e non posso permettermi altro, ma sono orgoglioso di non avere più nulla  a che spartire con il mio passato.

Mi hai chiesto l’autobiografia di due, tre righe. Io mi sono preso più spazio perché chi legge possa sentirsi più stimolato a pormi le sue domande, ma, come anzidetto, se ritieni di striminzirla, fai pure.

Insieme a Ciro, ma, sappi, anche ai tanti che ci aiutano, abbiamo raccolto oltre 1000 e passa firme. Quindi finora a Nadia abbiamo spedito circa 4000 adesioni. Fortunatamente altre carceri ci rispondono che hanno già aderito alla raccolta delle firme, che hanno spedito a te. Siamo in attesa di riscontro da altre carceri.

Oggi si è tenuto il convegno al Senato. Se hai novità, mi fai sapere. Qui tutti non fanno che domandarmi come procede, se ho novità, articoli di giornali, ecc… Insomma, li vedo più interessati, pare comincino a crederci!

Anche da alte carceri ricevo lettere da detenuti con cui mai abbiamo avuto corrispondenza e che mi chiedono come possono contribuire con il loro aiuto e io non faccio altro che chiedere fotocopia e inviarla, hahaha.

Mai ho avuto le giornate così piene! Se non fosse per “quello” lì sotto, che mi trascina in bagno, manco il tempo per una sega troverei hahaha.

Forza Carmelo!

Diamoci sotto!

Incazziamoci!

Un affettuoso abbraccio da me e Ciro e tanti cari saluti, in particolare da parte di chi attivamente sta lottando insieme a noi, trai quali.. Aldo Ercolano, Enzo Cosenza, Giuseppe Guglielmino e altri che mi sostengono da altre carceri, in particolare Giovanni Cotugno, detenuto a San Gimignano. Era doveroso da parte mia nominarti alcuni ergastolani che si stanno adoperando attivaemnte per la raccolta delle firme.

A presto

Peppe Minardi

Visioni di Giovanni Leone

Una Nuvola corre nel cielo di Voghera, e dal cielo di Voghera raggiunge il mondo.

Nuvola.. nome di battaglia di.. Giovanni Leone..

Il nostro Blog raccoglie tanti dei suoi disegni da bambino, dai colori vivaci, e irradianti bontà, e una quasi surreale purezza.

Giovanni… è uno di quelle persone “inaspettate”.. che non ti immagineresti mai di trovare nel carcere. Che non ti immagineresti di trovare da nessuna parte. Le antiche ferite lo seguirono in anni di dolore. E nel tempo della detenzione viaggio sideralmente dentro di sé, diventando una sorta di eremita, e allo stesso tempo un Gatto Zen. 

Sovente si apparta e nel silenzio di ore gioca e colora con il suo foglio, riversandogli dentro quella sete di amore, che diventa amore verso le persone, che cerca -lui ristretto in cunicoli di  cemento- cerca di “beneficiare”.. dando consigli, mostrando laghi d’amore, invitando a mantenersi saldi e a sorridere nelle tempeste.

Prima dei primi due disegni ho inserito due righe di commento dello stesso Giovanni. 

Vi invito a guardare con attenzione l’ultima opera…. è una delle opere più dure sulla violenza distruttiva del carcere… che ho potuto vedere negli ultimi anni.

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La mia ombra… Tutti inciampiamo molte volte nell’amore. Nonostante le migliori intenzioni, i nostri famigliari possono a volte dire cose che ci feriscono. Invece di offenderci subito, cerchiamo con pazienza di capire perché ci hanno detto quella certa cosa. Sono forse sotto pressione. Sono spaventati, non si sentono bene o stanno affrontando qualche problema di cui non siamo al corrente? Tenerne conto può aiutarci a capire perché a volte le persone dicono o fanno cose che non dovrebbero e questo può spingerci a essere comprensivi. Tutti noi  abbiamo detto o fatto cose che hanno ferito altri e speriamo nel loro perdono. Gesù disse che per essere perdonati da Dio, dobbiamo perdonare gli altri. Dovremmo perciò essere pronti a scusarci e a perdonare, preservando così l’amore, il “perfetto vincolo d’unione”, sia in famiglia, che in amore.. in due diventeranno una sola luce… 27-07-2012

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Fonte di ristoro… sei saggio ragazzo, rallegra il cuore dei tuoi, affinché loro possano rispondere a chi lo biasima. Voi giovani potete dare prova di servire l’amore con tutto il cuore. Ragazzi che rimangono moralmente puri nei sentimenti.. anche se viviamo in un mondo pieno di persone egoiste, superbe, gonfie d’orgoglio e amanti dei piaceri, anziché amanti dei propri cari. Posso capire che per voi ragazzi può essere davvero difficile mantenere una condotta esemplare in un ambiente così corrotto. D’altra parte, ogni volta che fate ciò che è giusto e rifiutate di tenere una condotta sbagliata, dimostrate di essere dalla parte migliore.. nella questione della sovranità universale.. l’amore.. 25-07-2012

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Adesso svegliati Sogno.. di Giovanni Zito

 

Un altro dei visionari viaggi di Giovanni Zito – detenuto a Carinola- dentro i meandri della sua anima, delle sue vene, dei suoi sogni.

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L’ultimo giorno lasciava il mio cuore.

Le mani nelle tasche guardavo sfuggire

lentamente i bordi della mia vita.

Una folla di ricordi mi attanagliavano implacabilmente,

avrei voluto allontanarli ma risultava molto difficile

dominare il mondo interiore.

Il silenzio regnava, nel mio animo  accesi una sigaretta. Mentre il battello dei ricordi mi portava verso il largo.

Tutto appariva ormai lontano, l’Etna spiccava all’orizzonte come creata da una forza soprannaturale.

L’ultimo abbraccio il sapore amaro, l’inizio della mia lunga e sofferta carcerazione. L’inganno della luna che si nasconde con le stelle. Alla fine  e mille volte più difficile farcela. Mille volte più atroce la distanza.

Non tutti possono farsi trascinare dalla corrente della vita, dal sogno. Alcuni devono fermarsi per raccogliere e conservare ciò che rimane incastrato sulle sponde dell’anima come le parole rubate ai grandi poeti.

Io prendo me stesso in volo dal mio pensiero, dove le primavere sono più avanti di me. Sì, è vero, lo penso, quel p asso della giovinezza, ma non la voglia di vivere. C’è sempre la speranza  dietro la porta socchiusa, progetti lontani. La stessa determinazione di un sogno migliore, senza minuti né ore. L’amore si porta i suoi ricordi, come il tempo le sue pene. Corro, sto correndo a pier di fiato, salto l’ostacolo con penna, quanta fatica.

Mi concentro, sono pronto, riparto da zero, perché sono cose che succedono. Bisogna maneggiare tutto con cura. Si deve avere attenzione quando respiro petali di ghiaccio. La tua voce dentro di me e quei passi insicuri, ma non ci sei giovinezza mia, e non dico una parola, rimango come il vento, passando lieve nei momenti peggiori, dormendo un’altra notte, alla fine mi ritrovo nei limiti dei miei occhi e questo foglio frutto del mio cammino, non c’è più aria pulita in questo Paese di sogni, anche quando tutto mi sembra  così vicino. Per me sono distanti le cose, ancora una scusa banale ed evanescente.

Non capisco cosa si nasconde dietro quella maschera bianca. Ed un vestito  nero, elegante dei poveri.. ma si pagano sempre i conti, quelli più urgenti, inevitabili, anche se tutto questo non durerà in eterno.

Adesso svegliati Sogno.

 

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