Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Riflessioni sulla mafia e sul disegno di legge “processo lungo”

    

Pubblichiamo oggi le riflessioni amare e pungenti  di un ergastolano su alcuni avvenimenti  importanti e “pesanti” di queste ultime settimane, ma che rischiano di passare quasi inosservati in questo periodo vacanzario dove, se ci fosse mai spazio per qualche altro problema, non è sicuramente il carcere  e che vi sta dentro. Non è questo il periodo per pensare che, di questi tempi e con certe leggi, in galera ci potremmo finire tutti. Ma anche per chi si ritiene al riparo da certe possibilità, credo che leggere gli eventi con un minimo di senso critico  non ci possa che aiutare ad avere obiettività nel giudicare. Su questo ci aiuta oggi Carmelo Musumeci:

 

Arrestate il Ministro dell’Assassino dei Sogni

 

Piergiorgio Morosini, Gip a Palermo e segretario di Magistratura Democratica,  ha affrontato la delicata questione delle responsabilità oggettive del giudice che pronuncia una sentenza di condanna e costringe una persona a entrare in un penitenziario dove le condizioni di vita sono, di per sé, un reato. Parole pronunciate durante la conferenza stampa di presentazione di una lettera inviata a tutti i senatori e i deputati: “Noi magistrati, se non si pongono rimedi a questa situazione nelle carceri di oggi, dobbiamo iniziare a pensare anche a forme istituzionali di obiezione di coscienza”. E ancora: “ Senza interventi da parte della politica, alla coscienza del giudice penale non resta che una sola strada: quella di astenersi dal mandare in carcere le persone”.

 (Fonte: “La Repubblica” 14 luglio 2011)

 

E’ da anni che sostengo che la legalità prima di pretenderla bisogna darla e che il carcere nel nostro paese è uno dei luoghi più illegali, persino più  di “Scampia” a Napoli.

In carcere lo Stato non è assente, non esiste proprio.

E le poche volte che esiste, non rispetta le sue stessi leggi.

Uno Stato che permette di mettere 4 persone in una cella singola è uno Stato fuorilegge.

Qui in carcere niente è giusto.

Non puoi vivere, puoi solo pensare di vivere.

E se riesci a sopravvivere rischi di diventare più criminale di quando sei entrato.

Il carcere in Italia è la terra di nessuno, dove lo Stato delinque più di qualsiasi altro fuorilegge.

Bene hanno fatto gli avvocati Guariente Guarienti e Fabio Porta di Verona che hanno denunciato il Ministro della Giustizia per maltrattamenti e abuso di autorità contro arrestati o detenuti (art. 572 e 608 del codice penale) con questa motivazione:

-L’articolo 27 della Costituzione è sistematicamente violato in tutte le carceri italiane nel comma che testualmente dichiara “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Ci chiediamo come possa essere rispettato il senso di umanità quando le persone sono costrette a vivere in una gabbia, dormire in quattro letti a castello, alternarsi, due in piedi, due a letto, perché in quattro non possono stare in piedi contemporaneamente; ciascuno a ha disposizione tre metri quadrati. Pensiamo a come possano vivere in questi giorni d’estate quando la temperatura può arrivare a 35-40 gradi.

Ricordo che solo incentivando l’inserimento dei detenuti si può sconfiggere sia la piccola che la grande criminalità, ma la P2, la P4 e tutti i poteri forti non vogliono, perché poi a chi darebbero la colpa che tutto va male?

E i mass media parlerebbero anche di loro.

Signori giudici, mi raccomando, non arrestate per davvero il Ministro della Giustizia perché qui in carcere non abbiamo posto anche per lui.

Signor ministro fuorilegge, stavo dimenticando di dirle che nelle carceri nel primo semestre 2011 ci sono stati

34 suicidi, 532 tentati suicidi, 2583 autolesioni,  3392  proteste (Fonte: UILPA Penitenziari).

  

Sempre peggio

 

“Un falco a Via Arenula. E’ Francesco Nitto Palma, il nuovo Guardasigilli. Fedelissimi di Berlusconi, amico di Cesare Previti.”  (Fonte: “Liberazione” 28 luglio 2011)

 

Il processo lungo è stato approvato al Senato.

–          Tranne che nei processi di mafia e terrorismo, non si potranno più utilizzare le sentenze definitive nei nuovi dibattimenti. E il giudice non potrà più respingere le liste dei testimoni presentate dalla difesa.

In questo modo per gli imputati corrotti e corruttori, potenti, ricchi, incensurati e mafiosi avranno più possibilità di non essere condannati perché i loro processi andranno in prescrizione.

Sembra che i politici di maggioranza vogliano essere la più potente mafia italiana.

E ci stanno riuscendo.

Molti politici parlano di mafia, ma non dicono nulla del perché esiste la criminalità organizzata.

Non dicono che la fanno esistere loro.

Non dicono che senza la mafia politica non esisterebbe nessun tipo di mafia.

Non capisco perché i cittadini, veramente onesti, che si alzano al mattino per andare a lavorare, non si ribellino e lascino dire queste cose a me che sono un avanzo di galera.

C’è ancora peggio:

–          Il testo torna alla Camera, da dove era partito, con un altro oggetto: l’esclusione del rito abbreviato e dei benifici penitenziari per i reati puniti con l’ergastolo. (Fonte: Corriere della Sera 30 luglio 2011)

In questo modo non solo gli ergastolani ostativi ma anche tutti i condannati all’ergastolo diventeranno ostativi ai benefici e non potranno più uscire dal carcere.

Questa, sotto un certo punto di vista, è una buona notiza, perché ora tutti gli ergastolani smetteranno di aver paura di morire in carcere, perché ne avranno la certezza.

E la libertà comincia là, dove non si ha più paura.

D’altronde la paura di non uscire dal carcere ti può rovinare la vita, invece forse la certezza di morire in una cella ti può rendere più libero e combattivo.

 

Per essere liberi bisogna saper rischiare. La libertà è un rischio. (Rossana Rossanda)

 

  

Lettera aperta alle vittime dei reati

 

La prima vittima di un delitto è chi l’ha commesso  (Dostoevskij)

  

Dovrebbe essere più facile amare che odiare e dovrebbe essere meno doloroso perdonare che chiedere giustizia per pretendere vendetta.

 

L’uomo dovrebbe essere  più dei reati che ha commesso,  perché il male si sconfigge con il bene e non con altro male.

 

Nella vendetta, anche quando è prevista dalle legge, non ci potrà mai essere giustizia. Invece può nascere più bene dal perdono che dalla certezza della pena.

 

Chi cerca giustizia non dovrebbe desiderare il male degli autori dei reati.

Invece molte persone chiedono giustizia, ma in realtà vogliono vendetta perché chi cerca veramente giustizia dovrebbe chiedere solo la verità processuale del reato che ha subito.

 

Nella vendetta, anche quando è prevista dalle leggi e dal consenso popolare, non ci potrà mai essere giustizia.

 

Se vuoi veramente punire un criminale, perdonalo, se invece lo vuoi fare sentire innocente, tienilo dentro.

Il perdono ti punisce più di qualsiasi pena.

Per questo molti criminali hanno più paura del perdono che della vendetta sociale.

 

Una pena senza perdono, senza speranza, senza un fine pena, una pena disumana come il carcere a vita senza possibilità di liberazione,  non potrà mai rieducare nessuno.

 

L’ergastolo ostativo irrevocabile assume il significato della vendetta come la pena di morte.

Dopo molti anni non dovrebbe importare a nessuno chi eravamo, sarebbe più importante sapere chi siamo adesso.

 

Neppure Dio potrebbe condannare una persona per sempre.

Se lo facesse, smetterebbe di essere Dio e diventerebbe solo una persona  “perbene” con la fedina penale pulita e che va tutte le domeniche a messa.

 Carmelo Musumeci

Carcere Spoleto

Agosto 2011 

 

“L’Uomo Ombra” La Rubrica di Carmelo Musumeci- Svuota bugie

 

Svuota bugie

“Se vuoi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche voi.” (Matteo 6,14)

 

Il  provvidimento “svuotacarceri” che permette, solo a chi è stato condannato per alcuni reati, di scontare l’ultimo anno di pena agli arresti domiciliare non sta funzionando e i carceri continuano a riempirsi di “pattumiera sociale”.

Eppure verso questa legge i soliti politici, per consensi elettorali, avevano sparato le solite bugie: “ Indulto mascherato “.

E i soliti giornalisti, uno per tutti,  Travaglio, che hanno costruito carriere con “ Tutti dentro”  avevano abbaiato le solite menzogne:  “Indulto insulto”.

Pretendere che extracomunitari, barboni, tossicodipendenti, emarginati, che sono la maggioranza della popolazione detenuta in Italia, scontino fino all’ultimo giorno di galera è follia.

Ricordo a questi politici e giornalisti che probabilmente molte di queste persone, anche se colpevoli e con fedina penale sporca, hanno ancora l’anima pulita.

Il modo con il quale uno Stato di diritto si comporta con i delinquenti dimostra s’è migliore o peggiore di loro.

Ricordo a questi politici e  giornalisti che si può essere violenti anche con le buone maniere, soprattutto quando lo si fa per avere l’opinione pubblica dalla propria parte.

Il carcere così com’è, invece di recuperare, esclude ed emargina e fa uscire persone ancora peggiori di come sono entrate.

Ricordo ai forcaioli di destra, di sinistra e di centro che nel detenuto bisogna fare emergere la colpa e non la sofferenza, perché la colpa ti fa diventare colpevole,  invece la sofferenza ti fa diventare innocente.

Ricordo alle vittime dei reati che la giustizia come vendetta genera odio e male, invece la giustizia come verità genera amore e perdono per gli altri e per se stessi.

Ci sono persone “buone” che pensano di essere persone perbene, perché non uccidono e non rubano, ma non sanno, o fanno finta di non sapere, che si può rubare in tanti modi.

Si può uccidere la speranza, si può rubare il futuro e si può fingere di essere onesti per continuare a essere cattivi.

Ricordo agli uomini di buona volontà che il colpevole, il cattivo, il criminale per cambiare e guarire ha bisogno di aiuto, passione, amore sociale e non di sofferenza, isolamento, sbarre e cemento armato.

Ricordo a tutti che per svuotare le carceri bisogna svuotare soprattutto il proprio cuore dall’odio.

 

Carmelo Musumeci

Spoleto, gennaio 2011

Lettera al Presidente della Repubblica (organizziamo un invio collettivo)

Gli ergastolani di Carinola hanno preparato questa lettera da inviare al Presidente della Repubblica. E’ da ritenere che gliela abbiano già inviata. Fondamentalmente, il “motore” e il principale “stesore” di questa lettera collettiva credo proprio sia stato il nostro Sebastiano Milazzo, da pochi mesi trasferito a Carinola (da Spoleto), probabilmente come misura “punitiva” per avere protestato contro la pratica ILLEGALE, messa in atto in alcune carceri, di adibire le celle degli ergastolani, dall’uso singolo, alla  possibilità di ospitare un altro posto letto (pratica che viola l’art. 22 del Codice Penale che stabilisce l’obbligo dell’isolamento notturno per l’ergastolano):

Questa lettera va al di là della specifica storia di Sebastiano, per essere un grido di protesta, indignazione, ma anche di aiuto, e di speranza nei confronti delle Istituzioni. E’ rivolta formalmente alla più alta carica dello Stato, il Presidente delle Repubblica.

Ecco.. adesso ho qualcosa da proporvi.. qualcosa a cui si stava già pensando. Qualcosa di cui si era già cominciato a parlare, tramite corrispondenza, con lo stesso Sebastiano.  Ossia…

ORGANIZZARE UNO INVIO COLLETTIVO DI QUESTA LETTERA ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA.

Allora ci sono essenzialmente due modalità. Io direi di esperirle entrambe, perché continuo a credere che è sempre meglio fare arrivare il supporto cartaceo oltre tante email, in un certo senso le lettere tradizionali sono più “ingombranti” e si notano di più..

Io direi di fare entrambe le cose…

Comunque per quanto riguarda l’indirizzo email.. basta andare a questo link..

https://servizi.quirinale.it/webmail/

Compilare con tutti i dati.. e poi allo spazio dove si deve inserire ilt esto.. ricopiate la lettera degli ergastolani… premettendo prima due parole vostre del tipo..”io tal dei tali sostengo la battaglia degli ergastolani ostativi..di cui alla lettera che segue..”.. ma queste due righe potrete formularle come volete voi. E poi un bel copia e incolla di questa lettera.

Riguardo all’invio cartaceo invece.. Vediamo come fare… se si può semplicemente stampare.. e uno aggiunge una sua firma di sostegno morale.. o se voglia mo mettere un modulo prestampato di formale adesione.. ci penso un attimo, confrontandomi anche con gli altri.. Comunque, l’idea sarebbe questa. Oguno di voi scaricherebbe o copierebbe la lettera e a sua volta la invierebbe al Presidente della Repubblica, come atto di solidarietà e sostegno con la battaglia degli ergastolani ostativi. Per chi vuole già inviare la lettera cartacea… è sufficiente scrivere questo sulla busta da lettera, nella zona del destinatario..

Alla C.A. del Presidente della Repubblica
GIORGIO NAPOLITANO
c/o Palazzo del Quirinale
00100 ROMA

Non è richiesta alcuna affrancatura! In sostanza, vi risparmiate il francobollo!

Da un tale invio di lettere (cartaceo e telematico) può uscirne qualcosa di forte. Innanzitutto la Presidenza della Repubblica vedrà che questa causa è a cuore di molti. E poi si potranno informare giornali, trasmissioni televisive, la si potrà fare circolare su internet. Può essere un ennesimo “mezzo” che tenti di smuovere anche solo un poco questa realtà.. anche solo un poco è meglio di niente..

Ripeto.. intanto.. oguno di voi… può già subito.. fin da ora inviare una email alla Presidenza della Repubblica. Basta semplicemente cliccare su questo link..

https://servizi.quirinale.it/webmail/

Vi lascio alla lettera di Sebastiano Milazzo..

A presto Amigos..

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Al Presidente della Repubblica

Onorevole Giorgio Napolitano

Noi ergastolani della Casa di Reclusione di Carinola (CE) ci rivolgiamo a Lei per rappresentarLe la condizione in cui siamo costretti a scontare le nostre pene da quando siamo stati privai di ogni beneficio penitenziario e della stessa liberazione condizionale.

Nei fatti, nei nostri confronti, l’articolo 27 della Costituzione repubblicano è stato sostituito con l’articolo 22 del codice della dittatura fascista: “La pena dell’ergastolo è perpetua”. Una sostituzione che ha riprotato le carceri al loro linguaggio punitivo, la cui situazione è stata definita da Marco Pannella: “una riproposizione morale e istituzionale della Shoah”. E mai definizione fu più appropriata per descrivere la nostra attuale condizione, perché noi vediamo morire ogni giono una parte di noi stessi, senza che per noi possa nascere una nuova possibilità.

Questa condizione fa sentire ognuno di noi come quei cadaveri dimenticati all’interno degli appartamenti, che alla lunga ammorbano di miasmi irrespirabili l’intero condominio, perché la mancanza di sperenza di possibilità nuovo colpisce noi, ma ammorba anche la società del sentimento della pena vista come una vendetta.

Un sentimento che non è solo contrario al Diritto, ma è anche una negazione dello stesso. Una negazione che ci costringe a vivere privi di speranza, anche dopo che il nostro passato,  nelle nostre intimità, non potrebbe più fare parte del nostro futuro.

Questa condizione produce dentro di noi sofferenze destinate a durare un’intera vita, mentre quelle procurate dalla pena di morte durano solo il termpo dell’esecuzione. Ed è perché siamo coscienti di questo che, molti di noi, tra una fine spaventosa e uno spavento senza fine, come una pena che non finirà MAI, preferirebbero avere concesso il diritto ad una pena di morte, come facoltà cosciente, se non altro per liberare i propri affetti dal grave peso della propria condizione.

Signor Presidente, non serve dire a parole che la pena di morte nel nostro paese non esiste. Per noi c’è ed uccise. Lentamente, ma ci uccide. Anche se non applicata in sentenza, viene applicata ogni giorno sostituendo il patibolo con l’ergastolo ostativo. Viene applicata con certezza, una certezza contraria ai valori tanto sbandierati, ma poco praticati, della nostra Costituzione. Valori negati del tutto nei nostri confronti, da quella sorta di neorazzismo che ha fatto affermare l’idea che la Giustizia, il Diritto e la stessa Costituzione, quando riguardano noi, sono qualcosa di ben altro di ciò che appartiene alla nostra cultura. Dal momento che sul FINE PENA MAI, alle condizoni in cui lo scontiamo noi, si potrebbero usare tutti gli argomenti che si usano per l’eutanasia.

Un neorazzism che ha prodotto nei nostri confronti differenziazioni di pene effettive da scontare, che nemmeno nelle più tetre dittature sarebbero tollerate.

Basti dire, infatti, che oggi per lo stesso reato – omidicio – e la stessa condanna scritta in sentenza – ergastolo – noi siamo esclusi da ogni beneficio e dalla stessa liberazione condizonale, che era stata introdotta prima dei benefici. Mentre chi non sottostà alle esclusioni previste dall’art. 4bis dell’Ordinamento Penitenziario, dopo dieci anni di pena scontata, se lo merita, può cominciare a godere delle misure alternative al carcere, e dopo 26 finire di scontare l’ergastolo. Una differenziazione che non ha niente a che fare con la lotta al crimine, né con la sicurezza attuale dei cittadini; valori che non si garantiscono negando la speranza  a chi avrebbe sbagliato in epoche lontane, e avrebbe dato prova di avere riflettuto sul male fatto agli altri, ai propri affetti, e a se stess.

Quando ce lo meritiamo, non serve negarci ogni speranza. Servirebbe, invece una nuova via che possa portarrci a fraci carico del futuro che è  nelle nostre speranze, assumendocene precise responsabilità. Solo così ognuo di noi avremme modo di “PENSARE E PESARE” sul proprio futuro. “Un pensiero e un peso” che ci farebbe sentire “Patria” la legge, che ci darebbe la possibilità di avere donata ancora un pò di vita, anche in base ai nostri propositi futuri. Non sarebbe astratto e nemmeno folle pensare di farci partecipare al futuro che è nelle nostre speranze, attraverso anche la verifica di nostri propositi e non in base alle attuali burocrazie demnziali che non forniscono mai elementi reali su di noi. Una verifica che ci darebbe la possibilità di ridiventare amici della comunità cui apparteniamo e non continuare ad esserne un peso.

Ma per poter ridiventare amici e collaboratori della comunità servirebbe una prospettiva della pena che non sia vista solo come castigo, ma come un Diritto, il Diritto di potere mettere a frutto ciò che ognuno di noi sente di essere diventato dopo decenni di sofferenze e privazioni affettive. Dopo il rifiuto di quelle regole di vita che ci avevano impedito di stare in contatto con le nostre vere identià, speriamo di poter sottostare a un diritto equo e uguale per tutti, che ci consenta di sperare nel futuro.

Senza questa speranza perdiamo definitivamente ogni ragione per desiderare di continuare a vivere.

Tanto volevamo rappresentarLe, auspicando che ci giunga da Lei una parola di speranza.

 

Gli ergastolani della Casa di Reclusione di Carinola

15 dicembre 2010

Lettera di Sebastiano Milazzo all’Onorevole Casellati

Sebastiano Milazzo, di cui tutti voi ormai conoscete la vicenda, ci ha inviato questa lettera che ha spedito al Sottosegretario alla Giustizia, Onorevole Elisabetta Alberti Caseellati.. in merito sì al suo caso personale, ma col discorso che si espande ed abbraccia problematiche generali relative alla giustizia.

Il caso di Milazzo lo troverete in tanti post precedenti. Il 3 ottobre è stato trasferito da Spoleto  a Carinola.. ovvero in uno dei peggiori carceri di Itali, un carcere tra l’altro considerato “punitivo”. Il trasferimento sembra fortissimamente avere motivazioni di “rappresaglia”, in stile vendicativo e punitivo. Sebastiano si era opposto ALLA PRATICA ILLEGALE di introdurre altri compagni nella cella degli ergastolani. L’art. 22 del Codice Penale prevede l’isolamento notturno degli ergastolani.. tradotto.. prevede di essere gli unici “abitatori” della loro cella, dato che è un pò “strampalato” immaginare altri compagni “a mezza giornata”.. nei fatti quell’articolo porta al diritto dell’ergastolano di soggiornare da solo in cella.

LA PRATICA CHE ALCUNE CARCERI CERCANO DI ATTUARE, COL BENEPLACITO O L’ACQUISCIENZA DELL’AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA, DI METTERE ALTRI DETENUTI NELLE CELLE DEGLI ERGASTOLANI E’ UNA PRATICA ILLEGATE. UNA PRATICA COMMESSA IN VIOLAZIONE DELLA LEGGE.

E state certi che lo diremo costantemente. E che di volta in volta segnaleremo, anche a organi di stampa e altri soggetti, quelle carceri CHE VIOLANO LA LEGGE.

La lettera di Sebastiano è interessante, come tutti i suoi interventi del resto.. Da una parte il suo discorso è di ampio respiro, abbracciando ad esempio il tema dell’irrazionalità dell’attuale sistema dei trasferimenti di detenuti.. dall’altra si sente il suo furore e la sua indignazione… anche tra le righe.. e questo rende ancora più viva e autentica la sua lettera.

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On. Elisabetta Alberti Casellati

Sottosegretario alla Giustizia

Oggi 19/11/2010 l’ho sentita commentare in tv. Un video sul povero Stefano Cucchi.. e dalle sue parole traspare una sensibilità che le fa onore.

Con franchezza però, mi permetto di affermare che quando è passata a parlare del sistema carcere, le sue sono state parole che dimostravano la sua non conoscenza di ciò che è realmente il sistema carcere.

Questo principio da lei affermato: CHI SBAGLIA PAGA, non vige nel sistema. Ma vale invece il principio che chi più opera per scatenare gli istinti più bassi per portare il sistema verso il collasso, più fa carriera, e resiste ad ogni maggioranza. Un principio che porta il sistema a viaggiare  come slitte alla velocità del cane più lento, più incapace, del più malvagio, che riesce a mortificare le migliori potenzialità presenti nel sistema, e ce ne sono tante; ed esalta chi indirizza ogni sua azione verso pratiche stupidamente inutili e malvagiamente crudeli e prive di ogni controllo e destinate alla gestione delle carceri.

Costoro trovano comodo interpretare la pena come una vendetta per mascherare la loro incapacità e i loro fallimenti rispetto ai valori che la Costituzione assegna alla pena. Promotori eccelsi dell’industria delle traduzioni, trovano comodo addossare la colpa delle cose che non vanno ai mancati finanziamenti e alle mancate assunzioni, e mai agli sprechi di cui sono artefici. Le faccio un esempio concreto di spreco che racchiude in sé incapacità, irrazionalità e scientifica malvagità.

Il 03/10/2010 vengo trasferito da Spolet a Carinola, perché qualche giorno avanti, non avevo aderito all’invito di mettere un altro compagno nella piccola cella che occupavo da solo da dieci anni, invocando oralmente e per iscritto, con un documento allegato, il rispetto dell’art. 22 del Codice Penale.

Le assicuro che non c’entra niente la prevenzione dei reati. I miei comportamenti in 18 anni di carcere sono stati all’insegna del più totale rispetto delle norme e delle professionalità che operano in carcere,e ho operato all’insegna di una crescita personale, come testimoniato dalle stesse relazioni trattamentali. Non c’entra nemmeno il sovraffollamento, in quanto la stessa mattina è stato trasferit un altro detenuto e portato in un luogo dove chiedevo di andare da anni, per potere coltivare al meglio i rapporti affettivi. C’entra soltanto la malsana volontà di allontanarmi ulteriormente dai miei familiari. Una pratica assurda, becera e costosa che nessuna maggioranza riesce a correggere, messa in atto nei miei confronti per avere osato chiedere civilmente il rispetto della legge a chi è deputato a farla rispettare, in un luogo dove si dovrebbe rieducare alla legalità.

Non so dirle se il mio trasferimento sia stato deterrminato da volontà interne, o di qualche funzionario che rifiuta i confini e gli argini della legge e della logica. So soltanto che per privarmi definitivamente ei rapporti affettivi, sono state spese cifre enormi e sprecate risorse umane non indifferenti che potevano essere meglio utilizzate.

“Nel 2009 la polizia penitenziaria è stata impegnata in 330.000 trasferimenti di detenuti, con un aggravio veramente importante per la polizia penitenziaria (…) , sono stati spesi 8/9 milioni di euro solo per le compagnie aeree, senza contare spese pari a 2/3 agenti per detenuto”. (Franco Ionta Dir. DAP, Agenzia Asca 25/05/2010).

Uno spreco di risorse per trasferire detenuti anche quando esigenze reali e documentate non li giustificavano, e uno spreco di agente per traduzioni inutili, in un periodo di sovraffollamento, in cui carceri nuove restano chiuse per mancanza di agenti.

Risorse economiche e umane sprecate per una mancata territorializzazione della pena, e che soddisfa solo la malsana malignità dei singoli, che privi di ogni controlo sul proprio operato, hanno acquisito la convinzione che il detenuto è solo un oggetto “in senziente”, che non può permettersi, come nel mio caso, nemmeno di chiedere di coltivare i rapporti affettivi.

“Come osi tu, oggetto del mio diletto e delle mie perversioni, chiedere il rispetto della legge?”.

Mi scuso per il mio amaro sfogo, so di aspettarmi ulteriori ritorsioni per avere esternato la mia amarezza a tutte le istituzioni e che nessuno potrà né evitarle, né impedire queste malvagie pratiche assunte a sistema, sbandierando inuili, quanto ingiustificate e non documentate esigenze di sicurezza.

Spero soltanto che questo ulteriore mio amaro sfogo possa offrirle spunti di riflessione sui motivi che hanno portato a collasso il sistema.

Carinola, 30/11/2010

Distini saluti

Sebastiano Milazzo

L’Uomo Ombra- La Rubrica di Carmelo Musumeci- Le condizioni carcerarie in Italia

 

Un altro pezzo di Carmelo Musumeci per la sua rubrica.  Ancora una volta con una  pennellata cinica, ma purtroppo vera, ci fa un quadro dell’attuale situazione carceraria. Descrive situazioni dure, che dovrebbero far riflettere, soprattutto  coloro che si danno un gran daffare a reclamare meriti per aver riportato la “legalità”. Ma dove? Fuori? Dentro non di certo e a leggere quanto scrive Carmelo, che evidentemente di carcere se ne intende, viene da chiedersi, come sempre, se quando si parla di pena giusta, di certezza della pena, di giustizia, perfino di rieducazione,  la gente sa di cosa sta parlando, se ha mai visto anche lontanamente un carcere in vita sua… Viene da chiedersi quante vite stiamo sacrificando in nome di consensi elettorali e quanta facile disinformazione viene sfornata a poco prezzo, per imbonire e rassicurare cittadini all’oscuro della verità e imbevuti solo di luoghi comuni. Per chi ancora pensa  che farsi la galera in Italia sia una passeggiata, eccovi la realtà raccontata da  chi vive dall’altra parte: 

 

 

Le condizioni carcerarie in Italia

 

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha recentemente condannato l’Italia per trattamenti disumani e degradanti a cui sono sottoposti i detenuti nel nostro Paese.

Tutti quelli che pensano che il carcere sia un male necessario, specialmente questo tipo di prigione che c’è in Italia, sono come coloro che pensavano che era il sole che girava intorno alla terra.

Il carcere, in qualsiasi parte del mondo, non dà risposte, il carcere è una non risposta.

Non si dovrebbe andare in carcere, ma se ci si va, non si dovrebbe trovare un luogo disumano e  fuorilegge,  come nelle patrie galere italiane.

Un luogo dove le persone vengono rinchiuse come in un canile e spesso abbandonate a se stesse.

La pena, in qualsiasi parte del mondo, non dovrebbe produrre vendetta, ma perseguire il fine di riparare e riconciliare.

Solo un carcere aperto e rispettoso della legalità potrebbe restituire alla società cittadini migliori.

Invece le prigioni in Italia, settimo paese più industriale e avanzato nel mondo, produce solo sofferenza, ingiustizia e nuovi detenuti.

Ed è il posto dei poveri, dei tossicodipendenti, degli extracomunitari e degli avanzi della società.

Inoltre, per i detenuti sottoposti al regime di tortura del 41 bis,  è anche il luogo dove gli esseri umani trascorrono anni e anni della loro vita senza vivere.

I prigionieri sottoposti a questo regime rimangono chiusi in cella nell’inattività, nella noia, nella mancanza di qualsiasi contatto con il mondo esterno,  ventidue ore su ventiquattro.

I detenuti sottoposti al “carcere duro” non possono abbracciare e toccare i propri familiari, alcuni anche da diciotto anni.

Vivono in un sostanziale isolamento e con una barriera di plastica nelle loro finestre per impedire loro di vedere il cielo, le stelle e la luna.

Il carcere nel nostro paese produce morte ed è  altissimo il numero dei detenuti che per non soffrire più, o perché amano troppo la vita,  se la tolgono, più di 50 dall’inizio di quest’anno.

E poi solo in Italia, non  in Europa e non nel resto del  mondo, esiste una pena che non finisce mai: “La Pena di Morte Viva”,  l’ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio,  se al tuo posto non metti un altro in galera

Niente è più crudele di una pena che non finirà mai,  perché questo tipo di ergastolo uccide una persona in maniera disumana.

L’ergastolano italiano ostativo ha solo la possibilità di soffrire, invecchiare  e morire.

E non avere più futuro è molto peggio di non avere vita,  perché nessuno può vivere senza avere la speranza di libertà.

Non può una persona essere colpevole per sempre.

È inumano che una persona continui a essere punita per un reato che ha commesso venti/trenta  anni prima

I sogni nei carceri muoiono. E spesso muoiono prima i prigionieri che riescono ancora a sognare, perché è l’unico modo che hanno per realizzare i loro sogni.

 

Carmelo Musumeci

Carcere Spoleto, novembre 2010

Tempo congelato…. lettera di detenuti di Biella

Già un’altra volta avevamo pubblicato una lettera collettiva dei detenuti di Biella (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/18/lettera-dei-detenuti-di-biella/).

La lettera che pubblichiamo oggi viene sempre da Biella ed è partorita da tre autori, di due di questi è stato già pubblicato qualche testo in precedenza: Salvatore Rizzo (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/06/3351/) e Antonio Di Girgenti (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/09/22/vi-scrivo-da-dietro-le-sbarre-del-carcere-in-cui-muio-antonio-di-girgenti-da-biella/).

Questi autori (e questo vale anche per la lettera colletiva pubblicata a suo tempo) sembrano avere una particolare pacatezza, riflessività e “accoglienza” nello scrivere. Si sente che tentano il dialogo all’estremo, di porsi nel miglior modo possibile, di provare a usare argomentazioni più razionali e meno emotive possibili.

E, giusto per inciso, credo che il bello del Blog è anche questo.. una ricchezza di stili, dai più emotivi e passionali.. a quelli più razionali ed equilibrati, come la lettera che pubblico oggi.

Un passaggio è di particolare acutezza e capacità evocativa…quando viene scritto..

Con l’ergastolo, insomma, si definisce un’idea di tempo fermo paranoicamente a quello che si è consumato in un attimo: così la pena sarà definitiva per sempre sulla base di quello che avviene nel  breve tempo del delitto; questo episodio determinerà la vita di una persona: si sarà sempre quello che si è fatto in un attimo”.

E’ bella e forte questa immagine del tempo congelato in un determinato attimo, in quello che si è fatto in quell’attimo.. e poi divenuto un perpetuo presente..

Vi lascio alla lettera collettiva di Salvatore Rizzo, Antonio Di Girgenti, Ciro Bruno.. detenuti a Biella.

 

Siamo qui a chiedere un pò di spazio per le nostre opinioni, poiché pur non volendo sovrapporre la nostra voce a quella dei detenuti di altre Case di reclusione, crediamo sia necessario portare nuove riflessioni, proseguendo quel franco e leale rapporto costruito negli anni.

Non intervenire rappresenterebbe una sorta di diserzione morale da un progetto che desidera la promozione e lo sviluppo  di una rete sociale partendo da un pensarsi capaci di essere comunità anche quando oguno, con la sua specifica storia, vive in carcere.

Da sempre l’ergastolo ha rappresentato l’idea del paradoso con cui ogni sistema sociale tenta di provi rimedio, cambiano i governi, ma il problema riamane.

Pensato originariamente per sostituirlo alla pena di morte è diventato, nel corso degli anni, un investimento definitivo dove destinare i cittadini accusati di determinati reati (non entriamo nel merito delle sentenze) mediante una strana procedura di archiviazione ipocrita del problema, all’interno del quale un popolo di ghettizzati consuma attese inutili.

Esso è dunque tutt’altra cosa rispetto a ciò che recita l’art. 27 della Costituzione italiana (le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato), una rappresentazione diversa e indefinita che oscilla dalla vendetta sociale alla mancata risocializzazione, teatro pubblico della crudeltà, sistema dificile da comprendere che porta in sé un sistema politico, sociale e culturale che sembra voglia reiterare un crimine ogni volta che si condanna una persona al “fine pena mai”.

Noi cittadini ergastolani abbiamo storie silenziose che non bisognerebbe dimenticae; quello che queste parole condividono è il gioco della separazione tra il legittimo e l’illegittimo, l’utile e  l’inutile, il colpevole e l’innocente.

Il mondo che ci accoglie è diviso in due: separato da crinali che assegnano un posto alle cose e alle attività del giudicare e del sentenziare, ma non certo del comprendere. Questo processo spiega il lento sfumare dell’interesse della critica veso quell’evidente crimine che è il “fine pena mai”.

E siamo al cuore del nostro problema: il carcere è per se stesso luogo di separazione che ogni sistema sociale ha dovuto costruire tutte le volte che ha dovuto difendersi, osservarsi e regolarsi. Ma in questo sistema cosa c’entra la violenza perpetua dell’ergastolo?

Che a rispondere, poi, a nome della società, sia la cultura penalistica, giudici, avvocati, carcerati, personale penitenziario, poco cambia, si parlerà di vendetta, difesa sociale, retribuzione, emenda, ma mai di “risocializzazione”.

In Italia si sostiene la certezza della pena; si dice che le pene, per lasciare aperte chances di risocializzazione, devono essere brevi; ma per costruire progetti di risocializzazione ci vogliono tempi lunghi. Si dice che la pena deve essere utile e, per essere tale, deve lasciare vive le speranze; ma poi si mantiene l’ergastolo che è una pena perpetua.

Con l’ergastolo, insomma, si definisce un’idea di tempo fermo paranoicamente a quello che si è consumato in un attimo: così la pena sarà definitiva per sempre sulla base di quello che avviene nel  breve tempo del delitto; questo episodio determinerà la vita di una persona: si sarà sempre quello che si è fatto in un attimo e se in quell’attimo la pratica burocratica ti avrà identificato con un articolo del codice (416 bis e 4 bis O.P.), l’arbitrio della punizione e della violenza diventerà gratuita alla stessa stregua del delitto. Questo vuol dire perdita delle garanzi del Diritto che equivale a segretezza incontrollabile.

Non è un caso che per risolvere il problema in questione alcuni stati europei hanno tentato di porvi rimedio (riuscendoci in parte) aprendo le carceri al controllo della Magistratura di Sorveglianza; non certo dell’attuale funzione del Magistrato  di Sorveglianza italiano, ridotto a spettatore del degrado, ma un Giudice posto in grado di vincolare l’Amministrazione penitenziaria al rispetto dei diritti inviolabii della persona detenuta.

Oggi i fronti aperti di una discussione pubblica sul carcere e sul “fine pena mai”, su come punire, sulla modalità di come sostituire la pena dell’ergastolo, devono riguardare, senza ipocrisie, cosa implichi in una comunità il bisogno di punizione e cosa sia un sistema fondato sulla legalità e sul diritto.

In parole povere non deve meravigliarci che il carcere sia il luogo dei paradossi che chiedono di restituire alla società il problema: così si era fatto negli anni ’70 intorno al problema della malattia mentale, per poi scoprire che la società è peggiore dei suoi manicomi.

Ci sono altre ragioni che ci possono spingere ora a nasconderci, a dimenticare il senso di responsabilità che all’origine ci siamo imposti di ricercare? Dobbiamo forse avere paura dei nostri limiti così da negare la legittima rivendicazione di un “IO”, di un “NOI” che vuole vivere e deve saper vivere nella collettività? La nostra risposta, sono certo condivisa da altri, è: NO!

Vogliamo chiudere qui questa nostra riflessione per dire che non possiamo essere prigionieri delle ossessioni e che laddove c’è uno spiraglio di luce non si devono chiudere le persiane schiacciando  le dita a chi osserva l’orizzonte, quello è atto profondamente ingiusto.

E allora, senza retorica, concedeteci tutta l’etica del dubbio e riprendiamo il cammino, riusciremo a comprenderci.

Un saluto a tutti voi che date voce alle singole identità

Salvatore Rizzo

Ciro Bruno

Antonio Di Girgenti

Lettere dal di fuori.. da Sabina a Carmelo..

Oggi inserisco un’altra lettera per la rubrica “Lettere dal di fuori”, nata da un’idea di Carmelo Musumeci… rubrica che ospita le lettere non “dal di dentro”, ossia degli ergastolani verso l’esterno.. ma “dal di fuori”, ossia da famigliari, amici, conoscenti.. verso gli ergastolani..

Questa di oggi è una lettera inviata a Carmelo Musumeci da Sabina..

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Caro Carmelo,

non preoccuparti se mi scrivi cose tristi, è giusto che uno, quando scrive, si faccia dettare dal cuore, e mi rendo conto che il luogo in cui vivi fa essere spesso tristi.

Io spero di leggere cose felici, perché sono contenta di sapere che tu lo sei; ma se non è così, scrivi pure quello che senti…

Il video l’ho visto, e l’ho pubblicato sulla mia pagnia di facebook. E’ un pugno allo stomaco fortissimo, appena l’ho visto ho pensato a quello che avevi scritto subito dopo lo spettacolo… E sono d’accordo con te sulla necessità di far conoscere all’esterno l’esistenza dell’ergastolo ostativo. E per questo sono necessarie immagini, anche forti, perché sono quelle che fanno riflettee di più. La commozione finale è stata tanta, ancora di più perché eri tu a fare quella scena.

Il video è fatto molto bene, anche graficamente. E la canzone dei Rem, Everybody hurts, è proprio indicata. Questa canzone, il suo significato, con quelle immagini, fa venire i brividi.

Ho una curiosità: l’avete girato all’interno del carcere di Spoleto o avete preso le immagini dal computer?

Ne avrei anche un’altra di curiosità: cosa si intende per “le vasche”? L’ho letto in un commento al video, non ricordo se sulla pagina de “Le urla dal silenzio”, o sulla pagina di qualcuno che l’ha pubblicato.

Mi ha colpito molto una frasce che scorre a circa metà video:

IL PERDONO TI FA AMARE IL MONDO, LA VENDETTA TE LO FA ODIARE

E’ una bella frase, mi piace…

Una delle tante cose che colpisce del video, secondo me, è che mostra uomini che nell’immaginario collettivo sono pericolosi, che in qualche modo sono visti come “nemici”, e li si fa vedere nella loro umanità, normalità. Ci ricorda che siamo tutti uguali, per quanto uno possa avere sbagliato di più o di meno di un altro, tutti soffriamo, speriamo, sorridiamo nello stesso modo, e un essere umano non può e non deve essere contento o sentirsi soddisfatt da questa sofferenza.. perché se non non ha niente di umano!

Mi dispiace che per tanto tempo abbiamo ignorato il tuo problema al ginocchio. Da chi dipende? S sa chi aveva il potere di fare qualcosa, e l’ha fatto solo dopo la tua lettera? Io l’ho letto, ho letto quello che poi hai scritto sulla malasanità in carcere, e mi ha fatto tnta rabbia leggere di questo menefreghismo!

Può essere pure vero che i tempi di attesa siano lunghi, anche fuori, ma a parte che uno fuori può rivolgersi a più persone, girare più posti; è comunque sciocco fare paragoni, p erché per te quella corsa ha un significato più profondo di quello che può avere per un altro! Ti auguro con tutto il cuore di risolvere al più presto il tuo problema… E spero che la tua lettera serva, non solo a te, ma anche a tutti i detenuti che hanno problemi simili, ma non hanno modo di far sentire la propria voce all’esterno. La tua lotta è anche per loro! Di queste cose più se ne parla e meglio è, così più gente possibile legge, e magari si sveglia!

Complimentissimi per gli esami! Sai già su cosa fare la tesi?

A proposito di tesi, non ricordo se te l’ho detto in un’altra lettera.. ho letto la tua tesi “Vivere l’ergastolo”. E’ fatta benissimo. Ti ringrazio di avermi dato la possibilità di leggerla.

Un abbraccio, e ti mando anche tanti sorrisi.

Sabina

L’uomo ombra- La rubrica di Carmelo Musumeci

E’ abbastanza breve questa volta la lettera che ci scrive Carmelo Musumeci per la sua rubrica.  Breve, ma incisiva. Come sempre, del resto… Quasi lapidaria direi…ma chi, lasciando da parte per un momento pregiudizi e preconcetti, potrebbe non essere d’accordo?? Basterebbero solo il buonsenso, la sola logica, la ratio… Eppure mentre leggiamo queste frasi, questi slogan, a cui forse Carmelo ormai ci ha abituato un po’, pensiamo, ricordiamoci che davvero vivere senza speranza di uscire “anticipa l’inferno sulla terra”; che lo “Stato non vuole essere migliore di un criminale” se tiene un uomo (Mario Trudu, per fare un nome, ma non è l’unico e neanche il caso più eclatante) chiuso dentro una cella da 32 anni e non l’ha mai fatto uscire un giorno…; che “La giustizia potrebbe, anche se non sono d’accordo, ammazzare un criminale quando è ancora cattivo, ma non dovrebbe più tenerlo in carcere quando è diventato buono.”   Mediamo, gente, meditiamo…

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Un’amica mi scrive:

Mi è venuto da riflettere sul verbo “scontare”, infatti si dice “scontare la pena”.

Quindi è già insito nella parola stessa che “scontando una pena” questa diminuisca, infatti più sconti la pena e più la parte restante diminuisce.

Quindi è già insito nella ratio del concetto giuridico di “scontare la pena” che la pena prima o poi si esaurisca proprio in virtù del fatto che con il passare degli anni la pena si sconta.

Allora è assurdo e contraddittorio dire “sconta l’ergastolo ostativo” oppure “sta scontando l’ergastolo ostativo” perché nonostante il passare degli anni, la pena residua non diminuisce.

È vero!

L’ergastolo ostativo va persino contro la matematica e l’italiano.

La pena perpetua non ti toglie solo la libertà, ti strappa pure il futuro.

Ti  potrebbero togliere tutto ma non la tua intera vita.

Lo Stato si può prendere una parte di futuro,  ma non tutto, se vuole essere migliore di un criminale.

L’ergastolo ostativo è disumano perché l’uomo per vivere e morire ha bisogno della speranza che la sua vita un giorno forse sarà diversa o migliore.

La pena perpetua è un sacrilegio perché anticipa l’inferno sulla terra e la pena eterna senza possibilità di essere modificata è competenza solo di Dio (per chi crede).

L’uomo è l’unico animale che può cambiare,  per questo non potrebbe e non dovrebbe  essere considerato cattivo e colpevole per sempre.

La giustizia potrebbe, anche se non sono d’accordo, ammazzare un criminale quando è ancora cattivo, ma non dovrebbe più tenerlo in carcere quando è diventato buono.

O farlo uscire solo quando baratta la sua libertà con quella di qualcun altro collaborando e usando la giustizia.

Se la pena è solo vendetta, sofferenza e odio,  come può fare bene o guarire?

Voglio ricordare che per chi ha commesso un crimine, il perdono fa più male della vendetta, il perdono lo  costringe a non trovare dentro di sé nessuna giustificazione per quello che ha fatto.

Ecco perché converrebbe combattere il male con il bene, col perdono,  con una pena equa e rieducativa.

La pena dell’ergastolo ostativo ci lascia la vita, ma ci divora la mente, il cuore e l’anima.

 Carmelo Musumeci

Carcere Spoleto 2010

per loro noi siamo numeri

Salvatore Guzzetta, detenuto nel carcere di Opera, invia questa lettera a voi, a tutti voi. Anche a te che sei giunto in questa Città Oltre le Colline per la prima volta. Parla a te. E ti dice.. cosa mostra il tuo specchio? Cosa vedono i tuoi occhi? Cosa sentono le tue viscere al di là delle parole. Si può chiamare bene anche uno psicofarmaco. E i fraterni abbracci si confondono con le catene.  E di giustizia ragliano corrotti e prostitute. La stessa masnada che latra sul garantismo, che parla di diritti e di civiltà solo quando membri delle proprie congreghe, benestanti, massoniche e affariste, vengono coinvolti in qualche inchiesta. Ma per gli altri, per gli altri il garantismo non conta. Latrano perché hanno orrore anche solo dei processi, o anche solo di rischiare un anno di galera e blande punizioni. Ma per chi non può andare a salutare la madre morente, dopo anni di detenzione dura.. la madre morente intendo, non andare in vacanza, non fare un esame universitario (che già dovrebbe essere un sacrosanto diritto).. ma la madre morente.. uno di quegli eventi unici che segnano una esistenza. Bene, qua mostriamo tutti i nostri bei muscoli da culturisti. 

Le cornacchie che gorgheggiano di legittimi impedimenti e altre norme farsa per tutelare i potenti, dove sono quanto un essere umano viene colpito e ferito nelle fibre più intime del suo essere con questi atti di denegata umanità e rispetto?  Si è garantisti se lo si comincia ad essere a partire dai più piccoli, i più soli, i più indifesi. Anche i più “indifendibili” per la mentalità comune. Se parti invece dal vertice, dalla “crema” (spesso avariata..) della società dimenticando tutti i “dimenticati”, non sei un garantista ma un lacché, uno servo, un cane di lusso.

Quando le raccontano storie come queste in quelle infinite trasmissioni in cui ci si straccia le vesti sulle carceri-albergo e sui detenuti in vacanza? Quando gli esperti prezzolati mostrano le faccie di mastino e chiedono forche, pendagli e vendetta.. chi racconta queste storie? Quando furbi conduttori di trasmissioni, ciniche battone della facile paura, fanno di tutta un’erba un fascio mischiando il diavolo e l’acqua santa, chi sconta troppo poco e chi non esce mai, il pedofilo e lo sventurato in un unico  indistinto calderone.. chi sta là a fare chiarezza e a distinguere? Dove sono le voci di chi non può parlare? E non perché devono essere sempre voci vere. Ma ci deve sempre essere qualcuno che parla per chi non ha voce, anche per essere contraddetto. Ma deve poter parlare.

Callisto Tanzi ha mandato alla rovina migliai di risparmiatori. E non è cresciuto nelle strade. Non ha avuto fin dall’infanzia una vita dura e negletta. Non ha alle spalle un lungo e do loro percorso di esclusioni e riformatori. Ha avuto scuole, abbondanza, famigliari e amici. Ha molte meno scuse di tanti altri.. eppure ha rovinago migliaia di famiglie e la sua pena è stata quasi un buffetto. Qualche giorno in carcere, ma sicuramente con “ben altro trattamento”, con politici di ogni genere che andavano a trovarlo.. e poi “arresti domiciliari” nella sua lussuosa casa, piena di comfort, e con visite quotidiane di parenti, amici e sodali.

Salvatore Guzzetta ha compiuto i suoi atti criminali che nessuno giustiica. Ma è molto meno responsabile di un Tanzi non avendo avuto tutte le sue opportunità e occasioni. Ma per lui non c’è clemenza.  Per molto meno ci si è alzati indignati e sono state imposte retromarcie. Per lui no. Ci sono Territori dell’Ombra in cui può accadere che non ti fanno andare a trovare tua madre, malata e comunque psichicamente straziata da anni in cui non può vederti e ti sa incarcerato… con motivazione-fregnaccia tipo.. il rischio di ristabilire qualche contatto con la ciminalità locale (molto alto con una schiera di agenti penitenziari che avrai alle calcagna pure mentre andrai al cesso..).. o il fatto… che la madre.. sì.. ha tutte le malattie di questo mondo.. sì, cieca, cardiopatica, anca fratturata.. sì.. ma non che è proprio proprio in fin di vita.. sembra QUASI-morta, mentre il fin di vita forse vuol dire essere con la faccia paonazza, il respiro bloccato, gli occhi vitrei e altri segnali inconfutabili… certo ha un piede in una fossa, ma in fin di vita mi pare troppo..

Signor Giudice chiunque Lei sia è un punto d’onore per noi non essere come Lei.

Vi lascio alla lettera di Salvatore Guzzetta..

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Cari amici,

in una mia precedente, scrivevo che la mia sensazione era di non avere più un’identità e di essere diventato un numero in mezzo a tanti altri numeri di matricola.

L’amico Alfredo, con una sua in concreto ha cercato di dissuadermi da questo mio pensiero. Senza ombra di dubbio lo ha fatto a fin di bene?

Io ringrazio Alfredo, ma contemporaneamente gli chiedo se lui conosce la realltà carceraria dal di dentro.

L’esperieza dei tantissimi anni di detenzione questo mio pensiero lo hanno rafforzato ancora di più. Fuori di qui potevi anche essere il padreterno, qui dentro non sei nessuno, meno che niente. Ti devi attenere a tutto ciò che sono le regole dell’ O.P., né più né meno

Ti imbrogliano dicendoti: DIRITTI e DOVERI.

Ma poi, alla conclusione, sono più i doveri che i diritti.

Tanto per fare un esempio; il principio di poter incontrare i propri famigliari, dovrebbe essere uno dei fondamentali diritti del detenuto. Se la madre, la moglie, i parenti, sono in buona salute, tutto ok. Vicevrsa, se la madre, la moglie, e i parenti, per loro sfortuna, sono malati, impossibilitati a viaggiare, per le tante patologie che potrebbero avere non gli rimane che pregare Dio e rassegnarsi a non vederlii più o, se ti dovesse andare bene, hai un margine del 5% che l’istanza per andare a trovarli tu venga accettata. Questo accade solo se trovi il Magistrato di Sorveglianza con un pò di umanità e.. tua madre, tua moglie, devono essere malati termnali; in sostanza più morti che vivi.

Ma anche in questi casi, è accaduto qui a Opera, che la madre di un detenuto era in fin di vita, aspettava a esalare l’ultimo respiro per poter rivedere per l’ultima volta il figlio, ma un uomo dice NO, con una scusa patologica rigetta il permesso scrivendo:

SI RIGETTA IL G.M.F. (GRAVI MOTIVI FAMIGLIARI) PERCHE’ IL LUOGO DI RESIDENZA DELLA MADRE è A GRANE RISCHIO DI CRIMINALITA’.

La madre muore e il figlio, per la decisione di un altro uomo, non vedrà più chi lo ha messo al mondo. Io personalmente, a settembre del 2009, ho chiesto un permesso per potere anare a trovare mia madre, che non vedo da anni. Mia madre ha 77 anni. Non può venire a trovarmi, non può viaggiare, è cieca, cardiopatica, piena di ulcere a un piede. Per di più nei primi giorni di settembre era caduta e si era rotta il femore, subendo un intervento all’anca. Ho presentato il G.M.F. allegando tutta la documentazione medica peronale di mia madre, aspetto la risposta del Magistrato di Sorveglianza. Dopo dieci giorni di attesa mi arriva il rigetto. MOTIVAZIONE:

SI ACCERTA CHE LA SIGNORA, MADRE DEL DETENUTO SALVATORE GUZZETTA, RIPORTA TUTTE LE PATOLOGIE ELENCATE NEL DOCUMENTO MEDICO, OLTRE UN INTERVENTO ALL’ANCA SINISGTRA, PERO’ RISULTA DI NON ESSERE IN PERICOLO DI VITA.

Questa cosa è.. GIUSTIZIA? O VENDETTA?

Questa punizione quanto durerà?

Varcando quella porta carrellata cosa si diventa?
Che cosa è per lo stato un ERGASTOLANO^

UN NUMERO, UN NUMERO DI MATRICOLA, LA FECCIA DELLA SOCIETA’.

Tutto ciò verrà sempre nascosto all’opinione pubblica,a  discapito di chi non può urlare le proprie verità.

Allora cari amici concedetemi di urlare queste ingiustizie.

Un caro saluto a tutti.

Salvatore Guzzetta

P.S.: Per chi non lo sa: i G.M.F. non sono i permessi premio; ma un diritto umano. E quando un Magistrato accoglie l’istanza (caso raro!!!) dà dalle due alle quattro ore di colloquio nel domicilio della persona malata; e questo avviene ammanettato e accompagnato da una scorta di agenti penitenziari (Dove sta il pericolo???).

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