Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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“Mi amerai quando non ci sarò più” (prima parte)… di Pierdonato Zito

Patres

Pierdonato Zito -detenuto a Voghera- è una di quelle persone che hanno talmente lavorato su di sé, nel corso degli anni, da avere fatto conquiste profondissime, in grado di dare loro una “libertà” che è raro trovare.

Chi ha letto altri suoi testi su questo Blog, è consapevole del valore di quello che scrive, dell’intensità, della delicatezza, della sobrietà, della forza morale che vibrano nelle sue parole.

E’ da anni che conosco Pierdonato -è uno degli amici della prima ora del Blog- e da anni ho potuto frammenti del suo spirito.

Frammenti che potreste intravedere anche nelle sue tante opere artistiche che abbiamo pubblicato.

Pierdonatoha uno stile “classico” , nel senso grecolatino, dove le frasi si succedono in un contesto armonico, e ogni parola sembra “necessaria”, dove non toglieresti né aggiungeresti nessuna parola.

Pierdonato è guidato da un’idea di “ricongiungimento” alla vita, di riscoperta delle radici, di riviviscenza delle profondità dell’essere. Una spinta la sua che è sempre anche un Ritorno.

In questo testo, di cui pubblico oggi la prima parte, Pierdonato parla di suo padre. Si tratta di un grandissimo abbraccio a un padre che per lui era un faro. Si tratta di un grandissimo testo sul rapporto padre-figlio.

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Qui nel carcere di Voghera, un altro anno è passato. Siamo in aprile. Mi trovo alla finestra ad osservare la pioggia che cade da giorni. In lontananza riesco a vedere un pezzo di strada e l’asfalto reso lucido dalla pioggia sottile e continua.
In questo luogo, più che i mezzi fisici, occorre avere mezzi intellettuali, per sorvegliare se stessi dalle cadute irreparabili e dalla perdita di un centro spiritual, e reggere così alle imperfezioni della vita.

Qui dove tutto è noia, tutto è grigiore, uniformità, dove tutto è piatta monotonia, l’odore di questa pioggia mi fa sorgere spontaneamente riflessioni che sono in realtà un concentrato di mille meditazioni e di ricerca depositate per anni nella memoria e infine affiorate qui su queste pagine.

Mi ritrovo a domandarmi se sono stato sfortunato o se semplicemente ho incontrato il mio destino. Sapevo che sarei stato da solo: io e la mia solitudine. Che mi sarei confrontato con il senso di vuoto, di smarrimento, che colpisce tutti coloro che vengono privati della loro libertà e imprigionati per sempre. Ho imparato a convivere con questa solitudine, senza mai smettere di desiderare di ritornare libero, non fare come tanti che simili a leoni cresciuti da molto tempo in uno zoo, non pensano più alla loro foresta, e sono diventati anche loro parte della “cattività” in cui vivono.

La mia è una condizione senza rimedio, senza confine, che devo accettare pur senza avere nessuna vocazione monastica, dove la speranza diventa l’unico mio conforto e compagnia, dove sperimento le parti buie e luminose di me stesso.

“MI AMERAI QUANDO NON CI SARO’ PIU’”, mi diceva un uomo straordinario che ho conosciuto. Un uomo che ha condotto la sua vita ai vertici dei valori umani. Quest’uomo non si accontentava di una vita mediocre.

E’ questa una storia che parla a bassa voce, ma che a me ha lasciato una grande lezione di vita, ed una grande eredità.

Sono cresciuto vicino a quest’uomo, lo vedevo lavorare, parlare, mangiare, dormire, relazionarsi con noi e con gli altri. Notavo il suo assortimento interiore, la sua aria introspettiva d’assenza dall’effimero e di presenza invece sugli aspetti concreti, reali, delle situazioni. Insomma un uomo di una serietà più unica che rara, impastato di sorriso e animato da fiducia.

Avevo la sensazione che la sua spina dorsale non fosse per niente umana, ma una vera e propria barra d’acciaio. Un uomo inflessibile, stabile, di totale affidabilità, che scelta una strada non defletteva di un capello. Misurava la fatica che lo attendeva con l’esperienza delle fatiche trascorse.

Era uno di quegli uomini che ispirano simpatia di primo acchitto, perché d’istinto, a pelle, si avvertiva di essere dinanzi ad un uomo forte e generoso. Nulla gli mancava nei tratti del volto e nel portamento. Intelligente, colto, poliglotta. Quando lo guardavi negli occhi, d’un colpo ti inducea a fidarti ciecamente di lui.
Io da piccolo, vedevo in quest’uomo una sorta di cavaliere senza macchia e senza paura, che si adoperava per una causa giusta.

Nel tempo in cui lui nacque gli fu insegnato che il sostantivo “PATRIA” si doveva scrivere con la “P” maiuscola, per sottolineare il rispetto che si doveva verso la terra di Padri. Sto parlando di un’altra epoca, di altri tempi. Un discorso che non ha niente a che fare con il marciume che oggigiorno le cronache ci mettono davanti. Il riferimento è, in primis, alla classe politica che pretende di dare lezioni di etica, di moralità, senza averne titolo.

Ovunque ho rivolto lo sguardo, lo spettacolo è stato quasi sempre poco edificante. Fin dalla fine degli anni ’70, inizio anni ’80, ho sempre sentito dire che il problema era… la famosa “QUESTIONE MORALE”.

Scrive B. Goldwater (“il vero conservatore” – Longanesi – Milano)… “Abbiamo dimenticato che la società progredisce soltanto in quanto produce “capi” capaci di guidare e di ispirare il progresso. E non possiamo sviluppare tali capi se i nostri criteri educativi sono diretti alla mediocrità, invece che all’eccellenza”. Mi viene in mente, uno fra tanti, Nelson Mandela.
Intendo dire: Il leader è colui che guida un gruppo di persone verso una meta, non certamente verso il precipizio e lo guida con saggezza e autorevolezza, che sia il “capo” di un partito politico, di un sindacato o più semplicemente della propria famiglia. Un esempio sono stati questi ultimi 20 anni di politica, fatta di litigi e di non cambiamenti.

Scrivendo la storia di quest’uomo, mi sono convinto ancora di più che non bastano poche persone di così altra statura etica, morale, ma serve un’intera società, una società che abbia la forza di cambiare rotta. Intanto lui fu un piccolo esempio e fece la sua parte nel suo piccolo con passione amore verso il prossimo.

Il suo nome era NUNZIO, NUNZIO ZITO. Era mio padre, nato nell’anno 1916 del giorno 3 di maggio, lo stesso giorno in cui sono nato io. E’ venuto poi a mancare l’8 giugno del 1985. Quel giorno furono strappati lembi di pelle dal mio cuore.

Nunzio etimologicamente parlando è… colui che fa un cenno, colui che annuncia la buona notizia. Quest’uomo lo amavo, lo adoravo, lo temevo.

Sono questi i tipi di uomini di cui in questa società si avverte il vuoto. Nasciamo tutti uguali. La differenza la fa il nostro comportamento. Cosicché quando un uomo del genere viene a mancare, si sente un vero e proprio svuotamento di uno stile di vita. Il suo miglior talento era l’umiltà e lo stare sempre con i piedi per terra. Il suo insegnamento mi ha tenuto a galla, nei momenti in cui il mare tempestoso della vita minacciava di portarmi a fondo.

Ai suoi occhi ero troppo giovane per capire l’importanza di quel rapporto, ero troppo trasgressivo a quell’età, tanto da fargli pronunciare più volte quella frase che mi resterà incisa per sempre nel mio cuore: “TU MI AMERAI QUANDO NON CI SARO’ PIU’”…

Offro la mia arte… dipinti di Sergio Sarti

Sergio Sarti -detenuto a Padova- è entrato nel nostro Blog il 5 giugno (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/06/05/datemi-una-mano-di-sergio-santi/).

E il 5 luglio ho pubblicato tre sue cartoline ad olio (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/07/05/tre-cartoline-ad-olio-di-sergio-sarti/).

Sergio è un pittore molto bravo.

Sergio avrebbe bisogno di qualche entrata, e offre il suo talento a prezzi ragionevoli.

Sia vende le sue opere per chi è interessato. Oggi pubblico cinque foto di esse.

Sia è disponibile -a richiesta- a fare qualsiasi tipo di quadro, sia a sua scelta, sia in base a indicazioni e “materiali” che gli verranno inviati per indicargli come procedere (foto di paesaggi e di paesi, ecc.)

Inoltre, sarebbe ben lieto di corrisponder con chiunque, dedito all’arte o meno, volesse scrivergli per corrispondere con lui.

Riguardo alla sua “offerta artistica” vi dico.. se vi trovate a volere fare un regalo.. pensate a questa opportunità. Sergio è bravo, e un regalare un quadro fatto da lui, è un doppio regalo.. alla persona destinataria del dono, si regala sia il quadro sia il valore aggiunto di avere contribuito all’esistenza concreta di un altro essere umano che vive in condizioni non facili. Questa consapevolezza sarà un motivo in più, per il destinatario del regalo, per apprezzarlo di più. 

Io odio quelle frasi del tipo “ora che si avvicina Natale..”.. ma.. se volete fare un regalo originale.. pensateci.

Per chi volesse contattare Sergio per comprare una delle sue opere già fatte, o commissionargliene qualcuna, o semplicemente parlare con lui… l’indirizzo è:

Sergio Sarti

Via Due Palazzi 35/a – 35136 Padova

Adesso vi lascio alla visione di cinque foto dei suoi dipinti.

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Grazie Nadia.. di Giuseppe Barreca

Giuseppe Barreca -detenuto a Spoleto- da sempre è un lottatore che ha scelto di fare di tutto per non diventare un vegetale, ma per creare valore nella propria esistenza, anche attraverso lo studio.

Nel testo di oggi, dopo una serie di riflessioni generali, Giuseppe scrive parole bellissime per la nostra Nadia. E so già che mi beccherò una tegola in testa da lei per avere pubblicato questo testo.. 🙂

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(…) E’ questa la magia della vita. E’ questa l’unica ragione per dare un senso alla nostra esistenza. A che serve esprimere dei giudizi senza conoscere la storia di una persona? A che serve additare una persona per il solo gusto di aggregarsi ai giustizieri di turno? A che serve cavalcare  un improbabile tigre? A che serve tutto questo?

“Guardati bene dal giudicare gli uomini da un solo momento della loro vita; anch’essi, come te e come tutti, vivono di slanci e soffrono le loro stanchezze” (Frate Indovino). Stiamo davvero andando tutti fuori tema. Di solito, ad essere fuori tema, sono gli alunni nei compiti in classe, adesso ciò che è fuori tema è sicuramente il sistema. La società. Negli ultimi tempi tutto è andato perduto, lasciato a se stesso. Il modo cade in ginocchio. I temi dei dibattiti: la casa di Montecarlo, il suo effettivo valore, se era giusto o meno; le Escort del Premier, se alla consumazione del rapporto fossero minorenni; la farfalla di una improbabile soubrette. Mentre non si ragiona sul fatto che moltissime famiglie non sono in grado di arrivare a fine mese, di mantenere i propri figli.

Quali dovrebbero essere i sentimenti delle persone, se non la paura per il futuro, la confusione, l’incertezza, lo smarrimento? Molte volte si pensa ai tanti che non hanno voglia di fare, che sono annoiati, che non sono disposti a sacrificarsi per lo studio o il lavoro. A cosa serve studiare per una vita, in cambio di un misero stipendio, per poi vedere, ad esempio, i concorrenti di assurde trasmissioni televisive prendere un mucchio di soldi divertendosi per delle banalità? 

Alcuni dicono che non si studia solo  per i soldi, ma per possedere una cultura personale ed essere preparati sul proprio campo“Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza” disse Dante nell’Inferno. Siamo sempre fermi al passato. Cosa se ne fa un uomo della propria cultura se non gli viene riconosciuta nel proprio Paese? Niente. Cosa ci rimane dunque? Aspettare… aspettare e ancora aspettare, rammentando che il tic-tac della vita batte inesorabilmente. Intanto  ti guardi allo specchio e noti che il viso comincia a scavarsi, le rughe si fanno strada concimate da una inguaribile ansia metropolitana, i capelli ingrigirsi, le macchia di vecchiaia sulle mani, i riflessi che cominciano ad essere lenti, la vista che comincia ad indicarti l’ottico più vicino.

Cosa ci tiene in vita? Perché?

Pensi a come si possa conciliare la felicità con la sofferenza e allora pensi  alle persone che stanno peggio di te. 

Pensi al bellissimo sorriso di una ragazza che incontro spesso qui in carcere. Si chiama.. NADIA.. ed è una volontaria che fa parte della Comunità Papa Giovanni XXIII°, un associazione attiva nel carcere di Spoleto.

Persone straordinarie che hanno scelto di donare il loro sorriso a chi il sorriso gli si è spento da tempo. Nadia sorride sempre malgrado è costretta su una sedia a rotelle. La incontro ed ogni volta ho una incredibile voglia di abbracciarla, di dirle grazie per i suoi terapeutici sorrisi…. meglio della libertà di tanti furfanti figli di pregiudizi e preconcetti.

GRANDE NADIA! Insieme a Nadia viene a trovarci anche Giuseppe. Egli ha uno sguardo che ti arriva dritto al cuore e ti fa sentire quello che normalmente un detenuto per la società non lo è più…. UNA PERSONA.

Giuseppe Barreca

Casa Reclusione Spoleto  02/03/2012    21:15:13

Piero Pavone risponde ai commenti

“La cosa che mi tocca di più è che credete in me. In tutti questi anni pochissimi hanno creduto. ”     

                                                                                                                                                                                                                        Piero Pavone

Piero Pavone, uno degli amici che si è aggiunto al Blog nel corso di questi mesi, risponde ai vari commenti che sono giunti alle sue opere (vai ai link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/11/07/7782/ e poi.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/11/18/7919/). Tutti commenti tranne l’ultimo (collettivo) finale sono stati inviati il 23 novembre; l’ultimo il 29, invece.

Voglio citare un frammento tratto da uno dei suoi messaggi collettivi, quello inviato, insieme a quelli “individuali”, il 23 novembre.

“Grazie per la forza che mi date. Ho percepito che apprezzate quello che so fare. Apprezzate il valore che do adesso alla vita. Apprezzate quello che voglio essere. Apprezzate che con i miei dipinti esprimo una sorta di liberazione interiore. Apprezzate che sono una persona nuova e piena di voglia di vivere. Apprezzate un uomo che ha creduto all’assurdo cui non crede più. Ho percepito tutto questo nei vostri messaggi e debbo un grazie a tutti voi”.

Questo è uno dei sensi più profondi nel Blog.. che anche una sola persona che creda di più in se stessa, che anche una sola persona senta di avere valore.. Che coloro che la incrociano sappiano vederla. Perchè la luce viene da dentro, il carbone grezzo lo porti dentro, gli altri semmai sono solo la miccia improvvisa, la pietra focaia.

Vi lascio alle risposte di Piero Pavone.. carcere di Spoleto..

P.S.: l’immagine che ho messo in apertura post riproduce una delle sue magnifiche opere.

AD OLGA: ho letto il tuo messaggio  molto lusinghiero. Essendo addetta ai lavori, ovvero un’artista a tutto tondo in quanto laureata all’Accademia delle belle arti, quindi blasonata pittrice, le lodi, per i miei dipinti, sono sublimi. Nondimeno, mi caricano di responsabilità, in quanto mi costringono a fare sempre meglio. Senz’altro ad ogni opera c’è il massimo delle mie potenzialità artistiche. Dipingere è un piacevolissimo hobby a cui mi dedico di buon grado, quando e per quanto tempo mi è possibile. E’  un qualcosa che mi riempie la vita, poichè lacune ne ho. Spero di non deludere nessuno nell’arte, ma soprattutto nella vita. Colgo l’occasione per rinnovarti l’immenso bene che ti voglio, ringraziandoti, pubblicamente, di essermi stata vicino nei momenti più tetri della mia vita. Sei una splendida ragazza, di sanissimi principi, cui mi pregio di esserti fraterno amico. Ti voglio un bene infinito, più di quanto riesco a manifestare. Sei splendida dolce Olga! Piero.

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AL MIO “BIG BROTHER”: commosso del messaggio mandatomi, compiaciuto della grande considerazione che hai di me, rispondo affermando che ciò che dici è vero tanto quanto è vero che se oggi sono così è anche merito tuo. Se oggi sono una persona migliore e redenta lo devo anche a te che per i sacrifici che hai sempre fatto per me, hanno mosso la mia coscienza promettendomi di non deluderti, a far sì che la tua vita non sia sempre sacrificata per me a livello affettivo, e non solo. Il non volerti vedere soffrire è stato uno degli incentivi che mi hanno portao ad essere quello che sono. Indi, onore e merito a te. So già la tua risposta: “… non ho fatto niente, non faccio mai abbastanza per te…”; risposta sbugiardata dai fatti. Hai fatto tempo e fai sempre tanto, e lo sai.  Nino, mio adorato e carissimo fratello, sei la mia vita e i miei sentimenti per te sono quelli che sai, quelli che immagini moltiplicati all’ennesima potenza. Non oso nemmeno immaginare la mia vita senza te. Non posso privarmi del tuo amore, degli amori che ti circondano, come ad esempio i tuoi figli e la nostra squisitissima e amatissima Francy. Sei singoloare, mio mitico Ninì. Vivo per te “FOREVER”. Piero.

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A MARIA: ciao Maria, tempo fa mi hai mandato un laconico messaggio che racchiudeva molto. So che sei di poche parole e in queste ho colto tutto ciò che volevi dirmi, tuttavia sono felice anche io di averti ritrovato. Il tempo è trascorso per entrambi ma ciò non ha logorato il nostro rapporto. Il bene che ci volevamo permane e ciò non può che farmi piacere. Ti abbraccio con il calore di sempre. Piero.

A MARIA CHIARA SICARI, LA GAZZA LADRA, ALESSANDRA LUCINI, PAMELA: le vostre lodi mi emozionano tantissimo, sapendo che sono sincere. Non avendo mai ricevuto elogi così lusinghieri, mi imbarazzano un pò pensando che non il merito. Il mio dire non vuole essere patetico, quello che dico lo penso davvero. A volte mi espongo dicendo cose impopolari, questo perchè non voglio essere diverso da quello che sono, voglio mostrare in toto il mio essere. L’ipocrisia non mi appartiene, chi mi conosce bene lo sa. Pertanto, se mi sono esposto dicendo che sono commosso per i vostri elogi, è la sacrosanta verità. Vi parlo con il cuore in mano, quindi vi ringrazio di cuore. La cosa che mi tocca di più è che credete in me. In tutti questi anni pochissimi hanno creduto. Potete immaginare che cosa grande sia sapere che persone che mi conoscono pochissimo hanno grande considerazione di me. La mia vittoria, la vittoria della mia vita è di fare ricredere le genti attraverso ogni mia azione. Voi con le vostre lodi mi fate  trionfare, facendomi capire che ho cominciato a vincere la mia battaglia contro chi non crede che si può essere altro, indipendentemente dal trascorso. Voi con le vostre testimonianza, implicitamente, mi avete dato riscontro che confidate in me e il mio entusiasmo è alle stesse, contando di non deludervi. Grazie per la forza che mi date. Ho percepito che apprezzate quello che so fare. Apprezzate il valore che do adesso alla vita. Apprezzate quello che voglio essere. Apprezzate che con i miei dipinti esprimo una sorta di liberazione interiore. Apprezzate che sono una persona nuova e piena di voglia di vivere. Apprezzate un uomo che ha creduto all’assurdo cui non crede più. Ho percepito tutto questo nei vostri messaggi e debbo un grazie a tutti voi. Mi sento rinascere. Sento che un’altra vita, un’altra stagione sta nascendo in me e mi auguro che altri si uniscano all’apprezzamento per quello che faccio e che sono. Grazie infinite. Forse non vi rendete conto, ma mi siete di grande aiuto a credere in me stesso e nel prossimo, da cui finora ho ricevuto, forse giustamente, solo umiliazioni. Siete grandi. Piero.

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29 novembre

A PINA, LA GAZZA LADRA, ANTONIA, ALESSANDRA LUCINI, GRAZIA, LAURA RUBINI: ringrazio di vero cuore tutti voi per i bellissimi messaggi che mi avete mandato. L’apprezzamento per i miei dipinti m’infondi grande emozione e tantissima gioia. Spero che anche i prossimi avranno la stessa critica. A te Pina vorrei chiarire che non sono  nonno. Non ho la veneranda età di esserlo. Mi piacerebbe, ma sarà difficile, dato che non sono nemmeno padre. Sono semplicemente  zio dei figli dei miei fratelli. Essere nonno è una cosa fantastica. Si dice che ai nipoti si voglia più bene che ai figli. Credo sia vero, l’ho constatato con i miei genitori. Ho gradito tantissimo i tuoi complimenti. I complimenti di una collega hanno un valore diverso giacché li guarda con occhio critico diverso. Grazie, grazie veramente. Piero.

Come è nato ‘Made in carcere’.. di Domiria Marsano

Domiria Marsano, è la nostra amica, detenuta nel carcere di Lecce, che da un pò di tempo ci scrive. La prima detenuta che ha cominciato a scrivere al Blog. Presto ce ne saranno anche altre.

Vi consiglio davvere di leggere gli altri due precendei suoi contributi pubblicati in questo Blog, che vuole essere allo stesso tempo testimonianza del dolore, indignazione verso l’avvilimento e l’ingiustizia, racconto ed esortazione alla speranza e alla scoperta del valore.

Abbiamo bisogno di storie. Di Belle Storie, che nutrino una mente soffocata dai messaggi di sconfitta e resa. Ogni Storia è un percorso di guarigione. Lo sapevano gli Indiani d’America, e tutti coloro che se ne sono accorti.

Domiria ci racconta una storia. Una storia iniziata nel 2006, quando lei, insieme ad altre 5 detenute del carcere di Lecce, guidate dall’imprenditrice “creativa” Luciana Delle Donne iniziarono un’avventura. Incominciata come un laboratorio di sartoria, divenne progressivamente una grande intuizione, nel momento in cui sentirono di avere il Coraggio necessario per buttarsi. E ne nacque una idea, un Visione. Che adesso è un vero e proprio marchio.. Made in carcere.. con anche un proprio sito (per vederlo cliccate su questo link…     http://www.madeincarcere.it/index.php?option=com_content&view=article&id=46&Itemid=54). 

Partendo da tessuti di scarto si dà vita a nuovi prodotti sartoriali, giocando sul duplice canale del riutilizzo “ecologico” delle risorse, e della “doppia vita” della materia.. che diventa emblema della “nuova” vita da conquistare (da parte delle detenute) e da riconoscere (da parte delle istituzioni carcerarie, ed esterne al carcere, e in senso ampio dal contesto sociale).

Cito alcune frasi prese dalla homepage del sito   Made in carcere….

“Il marchio Made in Carcere nasce nel 2007, grazie a Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina Creativa, una cooperativa sociale, non a scopo di lucro.
Si producono manufatti “diversa(mente) utili”: borse, accessori, originali e tutti colorati.
Sono prodotti “utili e futili”, confezionati da donne ai margini della società: 20 detenute, alle quali viene offerto un percorso formativo, con lo scopo di un definitivo reinserimento nella società lavorativa e civile.
ETICA: Lo scopo principale di Made in Carcere è diffondere la filosofia della “seconda opportunità” per le detenute e della “doppia vita” per i tessuti.
Un messaggio di speranza, di concretezza e solidarietà, ma anche di libertà e rispetto per l’ambiente.”

Basta una parola per esprimere tutto questo.. CREATIVITA’.

La creatività disegna percorsi che non puntano al mero assistenzialismo classico, che ti aiuta facendoti sopravvivere, e mantenendoti debole. Ma ti interpella in un percorso dove ti è chiesto di ritornare in piedi, e di non vivere solo aspettando elemosina e pietà, ma di potere dire la tua con umiltà, ma anche consapevolezza di avere un valore.. di essere VALORE.

Vi lascio alla lettera di Domiria Marsano.. dal carcere di Lecce.. che descrive come è nata questa stupenda iniziativa che ha dato vita al progetto Made in carcere.

P.S: l’immagine che accompagna il post è proprio una foto di uno stand dove sono vendute borse “Made in carcere”.

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Sono detenuta dal 29 luglio 2006 ed ho prestato attività lavorativa all’interno del carcere, alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria.  Nel 2006 è stato effettuato un corso sartoriale al quale non ho partecipato. In occasione della chiusura del corso mi è capitato di parlare con Luciana Delle Donne, che proponeva  un nuovo corso gestito da lei, ma non fine a se stesso, bensì con lo scopo di creare un qualche prodotto. L’ idea non era ben definita all’inizio. Eravamo appena sei; cinque “alta sicurezza”, ed io “comune”. Nessuna di noi sapeva cucire, tantomeno a macchina. Personalmente non sapevo neanche infilare il cotone nell’ago e mi attaccavo i bottoni con l’attak!!! Questo quando ero fuori, in carcere eliminavo i bottoni!!! Ho iniziato per non stare chiusa nel 3 X 2 venti ore su ventiquattro. Pian piano si è fatta strada l’idea che il laboratorio poteva essere uno strumento, un ponte di comunicazione verso l’esterno. Luciana si è rivelata una coraggiosa imprenditrice e noi abbiamo accettato la sfida. La sfida di confrontarci, di esporci, di  mostrare i nostri numerosi difetti e poche virtù. Il coraggio di dire “abbiamo sbagliato, abbiamo commesso il reato, ma non siamo il reato”.

Così questa realtà ha preso forma, pur tra le mille difficoltà, e mentre i tessuti di scarto (offerti da marchi molto noti del settore tessile) si trasformavano in borse, gadget, contenitori; noi, “reiette della società” diventevamo raffinate operatrici del settore tessile. E’ impressionante la similitudine tra noi ed i tessuti di scarto. Rifiuti da buttare che, con l’estro, la creatività, e la volontà tornano utili e belli. Così come ho scritto in una lettera al Direttore del carcere.. “perchè le brutture non cancellano bellezza e umanità”.

Insomma, una grande lezione di educazione  civica, in grado, ci auguriamo, di risvegliare la coscienza sociale di tutti.

Made in carcere è sinonimo del no allo spreco delle risorse materiali e soprattutto umane. Inoltre incarna quella che è la “funzione sociale” della pena, certamente nota e scarsamente applicata. Il termine pena deriva dal greco “poinè”, e significa “prezzo”. Quindi pena è intesa quale prezzo del riscatto… (parola incomprensibile) nell’ottica del risarcimento dovuto alla collettività. Ma come e con cosa noi attualmente paghiamo? Il ragionamento è semplice. Ogni giorno di carcere corrisponderebbe ad un valore calcolato sulla base dell’afflittività della detenzione. Il problema è che vista la condizione di illegalità delle carceri italiane, quel 100 (per dire) che devo mi costa 200, 400. Quanto vale l’integrità mentale e fisica? Il prezzo del riscatto è forse la nostra stessa vita? Allora ho fatto bene ad abbandonare gli studi, in quanto nella pratica vige ancora la legge del taglione.

Un pasticcere a Catanzaro- le ricette di Fabio Valenti

Ci sono appuntamenti che viviamo con allegria, con leggerezza, nonostante il mondo in cui nascono, hanno in sè il germe di  un sorriso, che è dolce per quello che sa esprimere, come i palloncini colorati ad una festa. E non importa se quella festa è in qualche luogo umile o se molti di quei bambini hanno il caos in famiglia, quei palloncini colorati porteranno, una volta staccati, una volta che prendono il volo, il sorriso di chi ha giocato con loro.

Fabio Valenti è da un pò di tempo il nostro pasticcere ufficiale. Rigorosamente.. non pagato..:-)..

Piacciono le sue ricette. E piace lui, in quanto  uomo che, nonostante le circostaze, crea valore e cerca di esprimere se stesso.  E la passione è come una vibrazione. Chi non la prova, chi non fa nulla a cui tiene, chi non mira a trasmettere nulla è poco distante da cadavere ambulante, fosse anche “a piede libero” e biologicamente vivo.

Fabio, nella lettera che mi ha inviato, ha avuto notevoli parole di apprezzamento per l’educatrice, che gli ha fatto i complimenti per le sue ricette apparse sul Blog.. e ha voluto dedicare una ricetta tra quelle che ogge pubbllichiamo, la prima che pubblichiamo, alla figlia, di nome Sofia.. infatti la ricetta si chiama “i biscotti della bella Sofia”.

E noi ci aggiungiamo nel fare questa dedica…

E non solo la prima ricetta. Consideriamo dedicato l’intero post odierno, con tutte le ricette in esso contenute, a questa educatrice (di cui non so il nome) e alla figlia Sofia.  Sperando che siano sempre di più le persone che non trattano i detenuti come pacchi postali, e che li incentivino a dare il meglio di sè.. ad essere il meglio di quello che possano essere.

E ora andate in cucina razza di pelandroni!… che per stasera voglio sul tavolo un bel pò di questi dolci, intesi?..:-)

Buon dolce a tutti Amigos

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I BISCOTTI DELLA  BELLA SOFIA

Ingredienti:

550 g. di farina,

100 g. di burro morbido,

100 g. di zucchero,

1 cucchiaino di bicarbonto di sodio,

250 g. di miele,

1 uovo,

1 cucchiaio di latte,

1 presa di sale,

per guarnire: caramello di zucchero lla frutta, titpo “sperlari”.

Procedimento:

In una terrina metete l’uovo, il miele, il cucchiaio di latte, il sale, lo zucchero e il burro. Amalgamate questi ingredienti con un cucchiaio in legno e poi aggiungete tutta la farina setacciata con il bicarbonato.

Impastate con le mani e amalgamate bene l’impasto fino a ottenere un composto liscio come una pasta frolla (se la pasta risulterà dura, aggiungete altro latte, se viceversa sarà molle  e appiccicosa, aggiungete altra farina).

Stendete la pasa spessa 1/2 centimentro circa. Con l’aiuto di uno stampino in metallo per biscotti, ritagliate tanti biscotti. Al centro di ogni biscotto, con la punta di un coltello, tagliate un pò di pasta e lasciate un buco largo 2 cm circa. 

Foderate con la carta forno due placche da forno e sopra sistemateci tutti i biscotti. Accendete il forno a 180°.

Prima di infornare, decorate i biscotti con mezza caramella posizionandola nel buco del biscotto. Infornate i biscotti per 7-10 minuti circa. Trascorso il tempo di cottura, sfornateli e, prima di staccarli dalla placca, assicuratevi che siano freddi.

P.S.: questo è un impoasto veloce da fare e da cuinare. La caramella, quando si scioglie e poi si raffredda, sembra una lastra di vetro colorato.

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BACI DI DAMA

Ingredienti:

1 uovo (ne userete metà),

100 g. di burro morbido,

100 g. di farina,

100 g. di fecola di patate,

75 g. di zucchero,

65 g. di mandorle pelate e macinate finemente,

essenza di mandorle (paneangeli),

1 pizzico di sale,

100 g. di cioccolato fondente.

Procedimento:

In una terrina impastate il burro insieme con la farina, la fecola, lo zucchero a velo, il sale, le mandorle macinate, alcune gocce di essenza di  mandorla e mezzo uovo (mettete l’uovo in un piatto, sbattetelo con una forchetta, e poi ne versate circa una metà nell’impasto).

Impastate e amalgamate il tutto rapidamente, come quando si realizza una pasta frolla.

Dividete l’impasto in 2-3 parti, e formate la pasta in rotoli (tipo salsicciotti) grossi come un dito. Tagliate i rotoli in 60 pezzetti, e poi formate delle palline che andrete a disporre su una o più placche da forno, leggermente imburrate o riveestite da carta forno. Lasciate riposare  per circa 20 minuti e poi, infornate le placche, a forno già caldo, a 170° C., per circa 18-20 minuti. A cottura ultimata le palline risulteranno leggermente appiattite.

Sciogliete il cioccolato a bagnomaria. Mettetene una punta nel biscotto dalla parte appiattita e unitelo con un altro biscotto (il bacio). Dopo che saranno tutti accoppiati, appoggiateli dentro i pirottini di carta.

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IL RIMORSO

Ingredienti:

350 g. di pasta sfoglia, fresca o surgelata, scongelata,

250 g. di mandorle spellate, macinate finemente,

80 g. di zucchero,

1 cucchiaino di cannella in polvere,

150 g. di burro fuso,

2 cucchiai di mandorle spezzettate grossolanamente per guarnire,

Per lo sciroppo:

3 cucchiai di acqua,

3 cucchiai di zucchero,

150 ml di mela,

1 cucchiaio e mezzo di acqua di rose.

Procedimento:

Imburrate una tortiera a cerniera di 24 cm di diametro. Stendete la pasta sottilissima (lo spessore di un foglio di carta). Ricavate dalla stessa 12 dischi della stessa grandezza della tortiera (24 cm di diametro). Ogni disco di pasta copritelo con la carta forno (Per evitare che si asciughi).

Il ripieno. Mescolate le mandorle macinate con lo zucchero e la cannella in polvere.

Componete il dolce. Disponete dentro la tortiera i primi due fogli. Mettete il primo, spalmate con un pò di burro fuso e coprite con l’altro foglio. Spalmate un pò di burro e coprire con 3-4 cucchiai di farcitura (di mandorle, zucchero e cannella), e poi ancora, un disco di pasta, un pò di burro e la farcitura. Continuate così fino al decimo disco. Gli ultimi due spalmate soprattutto il burro. Con un coltello affilato tagliate la pasta a rombo. In forno preriscaldato a 160° C. per 40-50 minuti, o fino a quando la superficie del dolce sarà ben dorata.

Nel frattempo, preparate lo sciroppo. Portate a ebollizione l’acqua con lo zucchero e il miele. Togliete dal fuoco e aggiungete l’acqua di rose. Non appena sfornate il dolce, gli versate lo sciroppo. Guarnite con mandorle spezzettate e presentate il dolce dentro i pirottini di carta.

P.S.: questo è il Bakleva, un dolce tradizionale greco, anche se la Turchia e il Marocco ne rivendicano la paternità. Ho un pò rivisistato la ricetta, cercando di allegerire un pò le calorie. Ciò nonostante, rimane un dolce ricco di calorie  e llo stesso tempo molto gustoso e irresistibile. Infatti l’ho chiamato “il rimorso”, visto che tutti o quasi cerchiamo di stare a dieta.

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MUFFIN AL CIOCCOLATO GLASSATI

Ingredienti:

120 g. di cioccolato fondente, spezzettato grosssolanamente,

1 cucchiaio di panna,

2 cucchiaini e mezzo di lievito in polvere,

300 g. di farina,

1 presa di sale,

180 g. di burro, ammorbidito,

300 g. di zucchero,

2 cucchiaini di vanillina,

3 uova,

150 ml di latte,

Per la glassa:

120 g. di cioccolato fondente,

150 g. di burro ammorbidito,

130 g. di zucchero a velo.

Procedimento:

Preriscaldate il forno a 180° C. Sistemate i pirottini di carta in due teglie per muffin. Fate sciogliere il cioccolato e la panna a bagnomaria. Lasciate raffreddare.

Dentro una ciotola, mettete la farina, il lievito e il sale. In un’altra ciotola montate a crema il burro con lo zucchero. Poi unite le uova una per volta. Aggiungete il cioccolato fuso, mescolate, e aggiungete il composto di farina, lievito e sale, alternandoli con il latte e la vanillina.

Mettete l’impasto nei pirottini di carta riempiendoli per circa due terzi e fate cuocere per 25-30 minuti. Poi, sfornateli e lasciate che si raffreddino completamente.

Per la glassa, fate sciogliere il cioccolato a bagnomaria, continuando a mescolare. Mettetelo da parte e lasciate che si raffreddi. Mettete a crema il burro con lo zucchero a velo, aggiungete il cioccolato sciolto e continuate a a mescolare circa 1-2 minuti.

Glassate tutti i muffin.

P.S: dose per circa 20 muffin.

Un nuovo amico ci scrive.. Piero Pavone

“Passo delle ore a dipingere, ciò mi fa evadere, e dimentico letteralmente di essere in carcere. I traguardi raggiunti e la scuola e la pittura mi rendono un uomo migliore. Solo il corpo è imprigionato dietro le sbarre, ma i miei pensieri, il mio spirito è libero” (Piero Pavone)

Sì Piero, perchè il valore lo portate dentro, e sa suonare bello forte quel valore, sa suonare, sa cercarsi e sa non farci stancare dal buttare le ore e i gioni e sputare sangue sudore per conquistare qualcosa.. qualcosa.. che finalmente ci appartenga.

Piero Pavone, nato a Reggio Calabria, detenuto a Spoleto. E’ la prima volta che ci scrive. Il Blog cresce.  Piero è amico di Giuseppe Barreca, e, come Giuseppe Barreca.. non si è arreso all’impotenza, ha fatto del proprio tempo una occasione di raccolto, e ha focalizzato le sue spinte interiori.. dedicandosi apassionatamente allo studio, alla lettura e alla pittura.

Piero diche che “il percorso detentivo non è stato del tutto negativo…”. E ha ragione. A volte accade, infatti, che la condizione disumanizzante e ostacolante del carcere, spinga alcuni, per resistere, a radunare tutte le proprie forze interiori, e a focalizzare le propri energie psichiche, che altrimenti galleggerebbero sospesi e si dissolverebbero in mille rivoli. E Piero ha focalizzato le proprie forze sullo studio e la lettura appunto. E da oltre quattro anni anche sull’arte, quella del dipingere.

Uno dei sogni di Piero era avere il diploma. Il sistema del carcere (oggettivamente.. soggettivamente.. adesso non è un problema..) ha ostacolato questo in ogni modo. Ma, adesso, finalmente, a Spoleto si è potuto iscrivere all’Istituto d’Arte, e, se non vi saranno altri ostacoli, potrà prendersi il diploma e anche iscriversi all’università.

Piero è passato attraverso il dolore, attraverso la solitudine e la disperazione.

Ma adesso è di coloro che si sono messi in piedi. E la cui vita diventa ispirazione anche per altri.

Vi lascio alla sua prima lettera..

P.S.: alla lettera erano accomagnate alcune foto di Piero Pavone, che pubblicherò con un altro post.

 

 

Mi chiamo Piero Pavone, sono di Reggio Calabria e mi trovo detenuto nel carcere di Spoleto, dove sconto l’ergastolo.

Sin da bambino ho sognato una vita dignitosa, che desse stabilità economica alla mia famiglia in modo che non ci fossero discussioni per il pagamento di qualunque cosa. Queste diatribe a casa mia erano una costante e son cresciuto con il pallino di poter, un giorno, risolvere i problemi facendo stare bene i miei e me stesso. Da adolescente ho iniziato ad ammirare persone che facevano la “bella vita”, girando con grosse auto, vestendo capi firmati. Entusiasmato da ciò, ho iniziato ad emularli, avvicinandomi a quell’assurdo mondo costruito da illusioni. Mio malgrado, ad un certo punto della vita, sono stato coinvolto in una situazione molto più grande di me.

Nel marzo del 1995 vengo arrestato a Milano,e da allora sono ospite delle patrie galere. Ho girato circa dieci penitenziari e la vita carceraria non è stata sempre facilissima, perchè un periodo della carcerazione l’ho trascorso sottoposto al 41 bis, il c.d. carcere duro. Ci sono stati momenti molto difficili, che ho dovuto superare da solo. In silenzio. Mi ha assistito la fede in Dio, che mi ha conentito di superare ostacoli apparentemente insormontabili. Dio non risolve i problemi, ma aiuta a superarli. Avendo tanta fede e voglia di farcela, ed essendo innamorato della vita, mi sono dato tantissima forza, e finora i problemi li ho superati. La cosa che mi ha segnato di più è stata la separazione con la mia ex. E’ stata durissima, in quanto ne ero innamorato. Ho sempre sostenuto: “nessun uomo può amare la propria donna più di quanto io ami la mia”. Avevo questa presunzione, ed era proprio vero, perchè le sofferenze sono state davvero fure, in quanto rapportate all’amore che provavo per lei. Ho avuto una grande voglia di morire, ma non avendo la forza di passare a miglior vita, mi attribuivo l’appellativo di vigliacco, perchè non avevo il coraggio né di vivere, né di morire. Le sofferenze sono state spropositate, in quanto ero consapevole, vista la condanna, che prima o poi sarebbe finita. Infatti alla mia compagna dicevo spesso che quando si sarebbe stancata di questa vita, non avrebbe dovuto fare altro che dirmelo, e sicuramente  avrei capito e compreso. Tuttavia l’aspetto positivo di questa storia è che siamo rimasti in buoni rapporti.

Il percorso detentivo non è stato del tutto negativo, anzi… Le sofferenze, le delusioni mi hanno fatto capire molte cose. Nel corso di questi anni mi sono posto diverse domande, alcune mi tormentavano. Mi chiedevo: “ne è valsa la pena? E’ stato giusto?”… La risposta… scontatissima! Un secco NO! Le delusioni dei pseudo amici hanno fatto il resto, cioè mi hanno fatto capire gli errori commessi e, facendo introspezione, sono arrivato alla redenzione. Il percorso interiore non è stato né semplice né facile, ma con determinazione sono arrivato allo scopo, all’essere un’altra persona, a ritrovarmi, ad essere me stesso, ad essere quello che avei sempre voluto essere.

Nel corso degli anni ho cercato di attuare ciò che  latini profferivano, ovver: MENSA SANA IN CORPORE SANO. Mi sono, da sempre, prodigato a istruirmi, dedicandomi alla lettura e a tutto ciò che potesse arricchire il mio bagaglio culturale. Sapevo che la cultura apre gli orizzonti e fa vedere le cose in un’altra ottica. Ho iniziato a leggere libri, ne ho letti molti. Prediligo romanzi d’amore, sono un eterno e inguaribile romantico, sono attratto dai grandi romanzieri che dal niente inventano storie magniiche e avventurose. Ho letto pure qualche classico. Mi piacciono tanto gli aforismi che, per me, sono stati e sono lezioni di vita. Ho sempre avuto come obiettivo quello di conseguire un diploma, per poi proseguire gli studi accademici. Non ne ho mai avuto la possibilità per via dei circuiti detentivi e per il fatto che nelle carceri dove ero “ospite”, non vi erano corsi scolastici di scuola secondaria superiore. L’occasione si è presentata al mio arrivo a Spoleto (ottobre scorso). Frequento l’Istituto d’Arte, sono stato ammesso al secondo anno con voti soddisfacenti, ho ottenuto la media dell’ 8.08, dunque il mio sogno  sta concretizzandosi. Da oltre quattro anni, infine, mi sono dedicato alla pittura (… in allegato le foto di alcune mie opere.. olio su tela). Passo delle ore a dipingere, ciò mi fa evadere, e dimentico letteralmente di essere in carcere. I traguardi raggiunti e la scuola e la pittura mi rendono un uomo migliore. Solo il corpo è imprigionato dietro le sbarre, ma i miei pensieri, il mio spirito è libero, vivo la detenzione in assoluta e parsimoniosa serenità.

Vivo per le persoone che mi sono state accanto in questo lungo tempo, senza mai stancarsi; con straordinaria forza e caparbietà. E che oggi sono la colonna sonora delle mie giornate. Che Iddio dia loro salute e serenità. L’idea di un loro malore mi farebbe stare male… forse, se avessi seguito i loro consigli, non sarei qui a raccontarmi… ma questa è la vita!!!

Piero Pavone

Spoleto, 11 agosto 2011

Da dentro a dentro.. dal carcere di Busto Arsizio a Carmelo

Questa piccola lettera (nell’ambito della rubrica “Da dentro a dentro”) a Carmelo Musumeci.. di un ragazzo di 24 anni, detenuto a Busto Arsizio.. è bellissima.. per l’umanità che vi si legge dentro, e per ciò che l’ha fatta nascere.

Se questo Blog ha un senso.. è quello di credere che si possa ancora toccare il sole. Dare un piccolo nutrimento alla speranza, mostrare che si può ancora scegliere, si può ancora credere, si può ancora vivere. Spronare a tirare fuori un potenziale che non è mai morto.

Nessuno è perduto, qualunque siano le catacombe.

Dovunque voi siate, chiunque legga questo messaggio nella bottiglia.. chiunque tu sia.. detenuto o “non detenuto”… ricorda chi sei, alza la testa, tira fuori l’anima e il sangue, mostraci il tuo volto.. semplicemente.. credi in te stesso..

Vi lascio alla lettera del nostro giovane amico.. dal carcere di Busto Arsizio.

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Domenica 12 giugno 2011

Signor Carmelo Musumeci,

io sono un ragazzo di 24 anni. Le invio questo mio scritto affinchè le possano giungere l’ammirazione e il rispetto che provo verso la sua persona.

Io sono detenuto presso la casa circondariale di Busto Arsizio, e pur non esseno ancora definitivo prevedo una condanna non inferiore ai 10 anni.

Sono venuto a sua conoscenza dopo avere letto un articolo su “Famiglia cristiana” che dava notizia del conseguimento della sua laurea.

Ammiro moltissimo l’integrità che dimostra nella sua intervista.

Avendo una condanna come la sua, molti avrebbero ceduto facendosi schiacciare dal sistema, o, ancora peggio, sostenendolo.

La sua laurea in legge è  un esempio di come lei sia riuscito a rialzarsi, senza scendere a compromessi subdoli.

Seguendo il suo esempio, intendo riprendere gli studi e impegnarmi al fine di conseguire un titolo in ingegneria informatica.

Questa mia lettera non ha nessun fine se non quello di farle sapere che grazie a persone come lei, la speranza che i propri desideri si avverino non viene meno.

L’arte di Pierdonato Zito

Pierdonato, è uno di quelli della prima ora. I suoi interventi non sono frequenti, ma sempre di assoluto valore.

Ha qualcosa dei personaggi dei romanzi ottocenteschi e cavallereschi. Molto pacato, riflessivo, raffinato, qualcuno che sembra esprime in ogni scritto, parola e crezione.. l’arte di vivere. E so che qualcuno adesso sta ridendo.. “come? Esprime l’arte di vivere qualcuno che adesso è in carcere?”. Il guaio di un pensiero binario, ossia.. statisticamente prevedibile e scontato.. è che non sa aprirsi alla complessità e paradossalità del mondo.

Pierdonato ha vissuto in condizioni problematiche, il carcere l’ha messo a dura prova, ha le sue ostiche esperienze alle spalle. Eppure resta in piedi col suo stile. Riesce a tenere la vita per la coda e per i capelli. Ha trovato la sua via alla resistenza (come la via di Gerti Gjenerali, di cui abbiamo parlato ieri, è lo studio e la scrittura).

E lui costruisce la sua costellazione per aggrapparsi a ogni singola notte e non precipitarne nel vuoto, tenendo stretto il rapporto straordinario che ha con la moglie e i figli… e disciplinando da sempre se stesso, nell’approfondimento, nella riflessione, nella coltivazione mentale, nella creazione artistica.

Pierdonato scrive..

“Il niente della vita carceraria può uccidere per sempre l’anima e la fantasia del condannato. Un niente fatto di vuoto e disperazione, specie per chi è incatenato ad una pena che durerà tutta la sua vita.”

A questo niente Pierdonato ha sabuto opporre il Valore in atto.

Ed è una piccola e costante lotta, amici. Ogni giorno si deve lottare per strappare ancora quel giorno al sonno e all’oblio e per coricarsi ancora una volta vivi, ancora una volta veri, ancora una volta.. “in piedi” (e a chi dice che non ci si può coricare “in piedi”.. auguriamo una vita con più fantasia e.. immaginazione…).

E la pittura trascina Pierdonato fuori dai blocchi di cemento. Sei là.. pennello in mano.. dai vita e terreni, e figure a storie che ti camminano addosso ed escono da te.. accendi quel fuoco.. quel fuoco di cui lui parla quando scrive..

Così quel piacere che provavo nella sala pittura me lo sono portato con me in cella. Nel mio sarcofago.. che ho trasformato con tele colorate.. a spazio creativo, la boutique dei bei pensieri (come dice Padre Luciano). Mentre “vivo” senza conoscere il mio destino, mentre la finestra con grate e sbarre mi rende spettatore del mondo, mentre i cancelli mi impediscono la vita, mentre le pareti mi stanno strette, mentre il tetto mi impedisce di osservare il cielo e mentre queste mura  mi sono appiccicate addosso come fossere un pesante cappotto di cemento di ferro, io… ho acceso i fuoco all’interno del mio animo, per scaldarmi, per sopravvivere.”

Come leggerete nella lettera che precede le foto dei dipinti.. Pierdonato mi ha mandato una serie di foto di opere da lui fatte.. non più con la tecnica del disegno classico, come in precedenza, ma della pittura ad olio. E vi invito ad ammirare come, pur con una tecnica che padroneggia da pochissimo, Pierdonato sia stato capace di fare un grande lavoro.

Io non ho pubblicato tutte le foto che mi ha inviato. In questo post ne pubblico sei. Altre le pubblicherò successivamente.

Il prosieguo del post sarà quindi strutturato così:

-Una lettera di accompagnamento alle opere, di Pierdonato.. rivolta a tutti i lettori del Blog.

-E la riproduzione in foto di sei opere.

Prima di tre di essere c’è un piccolo commento introduttivo, che Pierdonato ha desiderato fare, e che io ho riportato.

Adesso vi lascio ai suoi quadri..

Buona visione viandanti di questo territorio chiamato Le Urla dal Silenzio.

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Voghera   21-7-2011

Alfredo carissimo….

desidero fare a te e a tutti gli amici del Blog un (mi auguro gradito) dono visivo..

Come allegato a questa mia missiva ti spedisco buona parte delle foto dei dipinti che ho elaborato in questo periodo che sono stato “assente” dal Blog (poi te ne spedirò altri).

Un dono per la tua “GALLERIA DELL’OMBRA”…

Tante volte è stato scritto e ripetuto riguardo all’importanza del dipingere per chi è segregato in un piccolo spazio, con poca luce, con poca aria. Perfino i colori stupendi di un arcobaleno diventano in bianco e nero, per chi “vive” la pena interminabile dell’ergastolo.

Così il mio dipingere è diventato desiderio di respirare aria nuova, desiderio di “vedere” orizzonti diversi.

Perciò prima vi ho inviato fogli di carta colorata… scarabocchi.. adesso ho cambiato tecnica… olio su tela, e a volte, quando non era possibile.. anche.. olio su cartoni recuperati qua e là.

Dipingere è comunicazione. Non ho dipinto ciò che vedo, ma ciò che ricordo, ciò che ho visto, ciò che è stato e che conservo dentro di me. A volte il dipinto è per me un tentativo di ritorno nei luoghi dove sono nato. Diventano così pigmenti colorati che esprimono frammenti di memorie.

Sono sempre più convinto che dipingere sia una forma di amore verso la vita. E’ un modo di amare la vita. E’ l’immenso Amore per la vita, che non si spegne, non si esaurisce nemmeno dopo 23 anni che il mio corpo è segregato in una prigione.

E’ così carissimo Alfredo, e miei cari amici del Blog. Questa pittura ad olio, fatta di stratificazione che si sovrappongono, fatta di tantissime pennellate che insieme, paino piano, costruiscono l’intero dipinto, alla fine mi fa ritrovare la mia anima, come unica “cosa” capace di strappare l’uomo al carcere del suo destino.

L’appiattimento psicologico che la vita coatta produce da sempre, è sempre in agguato. Chi “vive” chiuso in questi cubi di cemento, da molti anni, deve per forza possedere una energia illimitata verso la vita che può poi aiutarlo a vivere, o meglio.. a sopravvivere.

Ecco perchè… DIPINGERE.. è ritrovare se stessi, in tal senso diventa terapia…

L’urlo quasi patologico di chi desidera essere libero da molti anni. Queste grida mute, diventano anche sfogo personale quando si dipinge. Così la “tela” può bussare al cuore dell’osseratore, offrendo loro aneliti sopiti di un Amore insperato.

I segni riprodotti nella tela, i colori riportati con il pennello sulla superficie della tela, non sono altro che la voce di quel tumulto di sentimenti e dell’istintiva necessità di dare un senso al giorno.

Coloro che sono immuni da esperienze dolorose fanno fatica sicuramente a recepire la sommersa richesta di un bisogno d’amore, di un bisogno di libertà, di un bisogno di normalit, in un contesto di vita dove i regolamenti e le decisioni sono prese altrove. La vita ha sempre bisogno di essere vissuta con consapevolezza e la chiave di lettura, come sappiamo, non è altrove, ma all’interno di noi stessi.

Il niente della vita carceraria può uccidere per sempre l’anima e la fantasia del condannato. Un niente fatto di vuoto e disperazione, specie per chi è incatenato ad una pena che durerà tutta la sua vita.

Contro le porte ottuse e chiuse del mondo, il detenuto che dipinge riesce invece a strappare un bel sorriso al buio della sua esistenza. E’ un pò trasformare in estro creativo la propria inquietudine.

Dopo  essere “uscito” dal regime del 41 bis fui trasferito qui, nel carcere di Voghera, l’11 gennaio 2007. Poi nel 2007 mi sono iscritto al corso di arte-terapia con la professoressa Marta Vezzoli, persona squisita. Le lezioni si tenevano una volta a settimana, nel periodo scolastico… poi le vacanze..ecc.. per me tutto ciò era insufficiente… così ho faticato, e alla fine ho ottenuto l’autorizzazione a poter dipingere in cella.

Così quel piacere che provavo nella sala pittura me lo sono portato con me in cella. Nel mio sarcofago.. che ho trasformato con tele colorate.. a spazio creativo, la boutique dei bei pensieri (come dice Padre Luciano). Mentre “vivo” senza conoscere il mio destino, mentre la finestra con grate e sbarre mi rende spettatore del mondo, mentre i cancelli mi impediscono la vita, mentre le pareti mi stanno strette, mentre il tetto mi impedisce di osservare il cielo e mentre queste mura  mi sono appiccicate addosso come fossere un pesante cappotto di cemento di ferro, io… ho acceso i fuoco all’interno del mio animo, per scaldarmi, per sopravvivere.

Il carcere a vita, questo tumore maligno che devasta chi lo vive sulla sua pelle, nulla può contro i miei pennelli e i miei colori. Allora, con le mie mani afferro i pennelli e dipingo, dipingo su tutto, anche sui cartoni. Le proprie emozioni, i propri desideri, le proprie malinconie.. si trasformano in SEGNI, si trasformano in colori, e così percorro un viaggio visivo nei miei colori che mi coinvolgno l’animo e lo spirito.

E’ in questo modo che la pittura assume una valenza salvifica. Dipingendo, provo così un senso di ristoro, una sorta di poesia viviva, una rappresentazione dei miei pensieri più intimi. Insomma, un riparo quasi spirituale.

Miei cari amici, il dipingere come lo scrivere, vuole dire, in questi luoghi, quasi creare una vita parallela, una difesa che noi abbiam contro i problemi, la mediocrità, per alcuni è anche meccanismo che permette di “fuggire”, di spostarsi, verso un mondo più bello. Così, anche in un luogo angoscioso puoi creare qualcosa di bello, e così… in silenzio… sulla tela.. è possibile udire l’eco della libertà a cui Pierdonato non smette mai di tendere.

Un abbraccio a tutti, come di persona.

Pierdonato

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Probabilmente è un cavallo arabo, ma l’ho chiamato stallone andaluso, perchè un mio amico, ogni volta che passava da vicino alla mia cella, mi esternava i suoi elogi del dipinto e lo chiamava stallone andaluso.. così questo dipinto l’ho chiamato così, trattandosi di una immaginetta piccolina che io poi ingrandito mi ricorda “Briglia d’oro”, la giumente che avevamo come mezzo di trasporto con il calesse, nella mia infanzia.

 

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Questi limoni li ho tratti da una tovaglia di un mio amico ergastolano. Questa mia ricerca di qualcosa di bello, di vivo, di naturale, tra queste pareti di cemento nudo è quelo che ho scritto.. desiderio di amore verso la vita.

 

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Il gatto di Suor Gianna. Perchè Suor Gianna mi spedì una cartolina con questo gattino che mi colpì subito e l’ho dipinto 40 X 50. Dal vivo sono più belli i dipinti ad olio. Così l’ho chiamato così, un dono per Suor Gianna, che è attenta visitatrice del Blog, con la quale ho un dialogo epistolare, proprio per avere letto gli scritti nel Blog.

 

 

 

La vita… di Mario Arena

Un altro nuovo amico si manifesta a noi.. Mario Arena da Biella. Probabilmente, ne sono quasi sicuro anzi.. è giunto a noi tramite la nostra cara Monica Finardi. Mario Arena mi ha spedito un plico con alcuni suoi dipinti, che presto pubblicherò sul Blog, una lettera, e questo testo, che mi affretto a pubblicare.. dal titolo.. LA VITA..

In questi mesi di vita del Blog (più di un anno ormai) continuo ancora a stupirmi, per questi fiori improvvisi che emergono. Queste bottiglie lanciate nel cielo e nella notte.. questi frammenti di anima rimasti inchiodati tra queste lettere che tengo in mano. Queste parole che avanzano con un’antica delicatezza. Questi passi così delicati, che sembrano lavorati a mano. E questa infinita malinconia che non può non toccarti. Non può non toccarti dentro.

Il testo di Mario Arena è scritto molto bene.. ma non è solo questo.. non è solo questo.. è il dolore che non esce urlato, ma si fa ancora più sentire, come una massa energetica compatta e trattenuta che nell’incedere lento diventa ancora più elettrica. E’ la mano tesa oltre l’acqua fredda.. fa male tenderla.. senti le dita intirizzite.. mille stagioni che ti assalgono.. notti insonni ma la tendi….

A un certo momento, imbrevi parole irrompe anche la vergogna di una sanità in carcere degna dei mattatoi..di un danno alla salute arrecato a Mario Arena per una erronea terapia a base di statine somministratagli nel carcere di Parma (ricordiamolo.. considerato tra i carceri peggiori di Italia e sul modo in cui è amministrato giungono solo aspre valutazioni).

E comprendi, comprendi per l’ennesima volta.. che ogni uomo è un mondo.. ognuno di questi volti che irrompono pretende  il valore che già in esso vive… e il sogno di un giorno dove potremo riconoscerci senza maschere.

Vi lascio al testo di Mario Arena.. da Biella..

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LA VITA

Mi pongo a confronto con un tema che nel mio tormentato presente ha assunto una centralità che forse non avrei mai potuto immaginare solo qualche anno addietro: “Il tema della vita”! E’ singolare riflettere come questo sia accaduto in virtù dell’intrecciarsi di processi negativi, ecc. Tanto da plasmare la mia visualità mentale oggi lontana deal tempo e dall spazio della mia adolescenza, dal binario della rettitudine che mi ha portato alla presente perdita della vita. Anche se tutte le cose sono inevitabilmente destinate a perire in questo mondo dove tutto nasce, cresce e finisce e per arrivare a tanto non occorre un grande vecchio o un grande giovane.

I confini degli elementi, che questa fauna da qualche tempo riempie la mia mente, nel mio presente, volendo comparare con tante testimonianze di persone che escono da un coma profondo, mi scorre nella mente la mia vita vissuta a sorgere del nuovo astro. Muore la sera all’infinito come un marchingegno inventato da qualche fantomatico scienziato folle, frutto dei suoi funanbolismi, con pretese di protagonismo becero.  Ciò che ci dà la forza di persistere a vivere e morire è un filo sottile di speranza illusoria che ci viene offerta con i giorni della “libertà anticipata”, con promesse di riuscire a vivere, almeno a ciò che avanza dell’intera esistenza, tanto che il detenuto si auto-convince fino a tal punto che riesce a spingersi sempre più avanti fino all’auto menzogna. Anche io sono un “senza vita”, senza speranza, senza futuro, ma soprattutto consapevole di non potere uscire da questo coma irreversibile. Si è vero.. si muore di malattia, vecchiaia, incidenti e omicidi.. ma la maggiore morte è l’ergastolo.

Ho trascorso tutta la mia vita fra queste mura e sono stanco di morire ogni giorno, vorrei morire e basta! In fondo siamo figli di questo secolo, di questa Italia democratica (?) che protesta per l’abolizione della di morte nel mondo; faccio mio il testo tratto da un libro “i medici Piemontesi”: <<come può, quindi, avvenire che il cammino dell’arte sia retto se l’artefice sarà succube di qualcuno di questi difetti: l’arte, infatti, si rispecchia nell’artista, l’artefice vive e con esso vive la sua opera, onesto ed esperto l’artefice, ne derivano opere giuste e perfette, il contrario deriva dal contrario>>:

L’ergastolo toglie tutto, persino la vita, perché si muore ogni giorno, per cui è una tortura crudele. Mi piacerebbe vivere in un paese cosmopolita, modello per tutta l’Europa, ma la amara realtà è la presente, per cui sono favorevole alla pena di morte (!), che certamente è meno peggiore del suddetto “Ergastolo”.

Qualche anno addietro, nell’occasione di alcune richieste di eutanasia, si erano riuniti al Parlamento per una interpellanza parlamentare. Mi ero quasi  illuso di poter richiedere l’eutanasia, per i gravi problemi di salute in cui verso, a causa di una terapia di “statine” che mi era stata somministrata  al carcere di Parma, di cui, proprio nel corrente mese, mi è giunta notizia  che un giudice “corretto”, dott.sssa Maria Cristina Sarlì di Bologna, ha ritenuto doveroso riaprire il caso ed avviare una procedura di indagine nei confronti delle responsabilità dei medici del carcere di Parma e della casa produttrice dei farmaci.

Ma per tornare al dettaglio – la vita – ergastolo malattia irreversibile che produce solo mostri e mostruosità come è noto.. ormai da diversi studi condotti dal Dott. Di Stefano e Ferragutti, del Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica dell’Università La Sapienza di Roma.

Ciò che è certamente palese, ormai, è il poco interesse degli operatori dell’Area trattamentale che lavorano nell’ambito penitenziario nei confronti dei detenuti dell’A.S.1.; e capisco anche il motivo in un Paese ormai allo sbando, ove un Ministro della Giustizia, tutti i giorni, parla in Tv di inasprire l’ergastolo , di mattina; poi la sera è occupato a difendere il Presidente del Consiglio. Cio è pacifico, se ne evince la contraddittorietà.

Non sono orgoglioso del mio passato, anzi me ne vergogno tanto, tanto che non ho più la forza di essere osservato e giudicato all’infinito dalla gente.

Dovrei sottopormi ad una visita specialistica per l’eventuale operazione, ma mi sono rifiutato, motivando la mia decisione espressa e spiegata in precedenza.

C’è poco interesse che, a mio giudizio, si pone per il reinserimento dei detenuti dell’Alta Sicurezza 1. Questa direzione nasce dalla ormai consolidata opinione personale e regionale, anche se, certamente, si evince la contraddittorietà con la nostra “reduce” Costituzione, per cui si è scelto di percorrere una linea assai tragicomica e imbarazzante: “sperare nella vecchiaia o nella malattia di un detenuto per una liberazione naturale che si manifesta solo attraverso il decesso”, magari chi ha causato la morte non si addossa la responsabilità per il male adombrato.

Mario Arena

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