Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “umanità”

Giuseppe Marella e Ivano Ferrari, una storia da conoscere

Marella

Ivano Ferrari è l’amico di cui pubblichiamo periodicamente le vignette.

Lui ha avuto una esperienza di sei anni di carcere che l’ha molto toccato, accrescendo la sua umanità, e dandogli l’ìspirazione per un’opera di vicinanza a chi è dietro le sbarre, espressa anche attraverso le sue vignette che sono ormai un “classico”.

Giuseppe Marella, è un altro detenuto, da poco uscito dal carcere. Ivano si è molto attivato per farlo uscire. Una volta che Marella è uscito, la gioia della famiglia e di Ivano ha avuto come contraltare l’amarezza per  le condizioni patologiche di Giuseppe, che deve vedersela con un tumore.

Ma noi vogliamo credere che ce la farà.

La persona nella foto è Giuseppe Marella.

Il link sotto è un breve video dove, sotto le feste natalizie, Ivano Ferrari e Giuseppe Marella, festeggiano la libertà di Giuseppe, dando un saluto a tutti coloro che sono stati loro vicino

https://www.facebook.com/photo.php?v=564196783666763&set=o.155797882305&type=2&theater

Vi lascio adesso alla bellissima ricostruzione che della vicenda ha fatto Ivano Ferrari.

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Ho conosciuto Giuseppe Marella nel carcere di Biella dove ero stato inviato come un pacco postale senza avvisi ne spiegazioni , da Verbania . Li a Biella avrei dovuto scontare i restanti 18 mesi circa. Ebbi sue notizie quando dalla cella quasi di fronte dove era lui si parlò della sua condanna in primo grado a 15 anni.

Si dichiarava innocente e per quanto ebbi a vedere la sua fu una reazione composta , direi che non si vide nulla di una reazione ad una si dura condanna. Diversi mesi dopo la condanna in appello fu notevolmente ridimensionata a nove anni . Da qualche mese il mio concellino dava segni evidenti di disagio e di confusione mentale tale da costringermi al rapporto con il comandante segnalando i miei timori per qualche gesto inconsulto che avrebbe potuto commettere nei miei confronti. Il problema fu affrontato come si fa di solito in questi casi con un immediato cambio di cella affidando il tale a un’altro detenuto che se ne occupasse come “Piantone”. Cioè, mediante una piccola elargizione di denaro un detenuto accudisce l’altro detenuto in difficoltà. Così nella mia cella da un posto dove ci vivevamo in due , venne il Marella che si era offerto per il cambio , trovandosi anche lui in difficoltà con il rispettivo concellino. Fu subito feeling . Il carattere mite e taciturno del Marella ben si confaceva alle mie sia pur minime aspettative per la convivenza nei nove metri quadrati della cella.

Accanito fumatore devo dire , si, ma rispettoso del fatto che io non fumavo, si limitava a fumare nella porta a sbarre della cella ( Notevole che in tutto il carcere è vietato fumare ma sia agenti che detenuti fumano abitualmente in tutti gli ambienti del carcere in presenza dei numerosi cartelli ovunque : E’ Vietato fumare !).

Trascorsi con lui in quei nove metri quadrati circa 14-15 mesi . Mi accorsi ben presto delle sue condizioni di salute . Era claudicante per i postumi di una vecchia operazione per un incidente stradale . Poi lamentava spesso delle fitte all’addome che in infermeria gli diagnosticavano come ulcera , a volte gastrite e quindi gli prescrivevano pillole non meglio identificate . Poi quando il dolore all’anca si faceva insopportabile gli facevano iniezioni che per qualche giorno facevano passare gli acuti dolori. Naturalmente la convivenza forzata in quella cella proseguiva senza alcun litigio , anzi amabilmente , vuoi per il mite e rispettoso carattere del Marella vuoi per la mia predisposizione a sopportare ore ed ore di TV . E il muto e muto accordo resistette per tutti quei mesi, anzi migliorò con il tempo con un’amicizia che ci portava pur in assenza di accordi verbali si sopperire alle proprie esigenze .

Così fui io in breve tempo ad occuparmi della pulizia della cella e tutto ciò che c’era nella cella era di tutti e due . Lui fu presto abbandonato da quasi tutti i parenti e non riceveva nulla dall’esterno se non qualche rara visita della moglie che, al costo di inenarabili sacrifici, gli portava ogni tanto qualcosa di cucinato da lei e dei ricambi di biancheria. Ma spesso anche quello che portava era oggetto dell’estemporaneità della vigilanza sui pacchi che cambiava a secondo dell’agente preposto o del suo umore . Io da parte mia mettevo a disposizione un piccola cifra mensile che consentiva al Marella di fumare e a entrambi per permetterci ogni tanto qualcosa di cucinato dal Marella che si offriva come cuoco .

La cosa notevole della buona convivenza in quei mesi fu che andò per il meglio , anzi si approfondì fino a diventare vera amicizia. E’ che ciò avvenne nonostante il divario culturale che c’era tra noi due e le relative diversità su come utilizzare TV , spazi , tempo. Le difficoltà di sAlute del Marella comunque erano pressochè giornaliere. Gli fu prescritta una dieta ” In Bianco ” ma che il carcere non riusì mai a fornirgli in modo decente . Ricordo che almeno in più occasioni di notte doveva ricorrere all’infermeria . In un’occasione , di notte , con i suoi dolori addominali che erano laceranti, fui io a dovere richiamare un agente di passaggio per evidenziare i dolori dei quali soffriva. Nessuno si era ancora presentato, anche dopo che avevamo suonato il relativo campanello per richiamare un agente. In un tragico susseguirsi di richiami che coinvolsero agenti infermieri e dottori il Marella fu portato con un’ambulanza all’ospedale Ritornò in mattinata apparentemente risollevato da qualche farmaco. Ma dal momento del mio richiamo , al momento che uscì con l’ambulanza erano passate due ore e mezzo ! La situazione si ripetè per diverse notti ma i rimedi furono sempre quelli : Pillole e iniezioni.

Lasciai il Marella dibattuto tra la felicità del mio fine – pena e l’apprensione di lasciarlo in quelle condizioni di salute, in balia di cure quanto mai estemporanee e di nuovi concellini ignari o insofferenti dei suoi problemi. Non l’ho mai dimenticato nemmeno in questi quattro anni che sono passati, assistendolo come posso scrivendo, e siccome percepivo nelle sue ultime lettere il dramma di un acutizzarsi dei suoi problemi di malattia come disperati appelli a che qualcuno facesse qualcosa per lui , per non morire in carcere . Fu allora che chiesi aiuto alle belle persone della pagina Facebook de “Le urla dal silenzio”. Inizialmente per procurargli una dentiera perchè si pensava che i suoi dolori gastrici fossero dovuti a una cattiva digestione per cibi mal masticati e che continuavano a curargli con pillole.

Poi emerse dai certificati medici che mi inviò  un quadro clinico ben più allarmante al punto che urgeva un ricovero che avvenne dietro la pressione esercitata da alcuni membri del gruppo su avvocato , garante per detenuti , dottori . Fino a una telefonata che ricevetti da un assistente volontaria della Caritas del carcere di Biella che mi informò che il Marella aveva ottenuto la scarcerazione immediata … ma solo perchè la diagnosi era di circa due mesi di vita che gli rimanevano. Dopo alcuni giorni dunque sono corso al paese di Giuseppe Marella , a casa sua , appena dimesso dall’ospedale per quel memorabile incontro che ci ha visti entrambi liberi con i nostri famigliari. Incontro minato da qull’infausta diagnosi. Le foto eloquenti pubblicate sulla pagina Facebook di ” Le urla del silenzio ” evidenziano la scheletrica immagine del Marella e la sua situazione . Forse un’ultimo giorno di gioia visto che nella notte fu ricoverato d’urgena all’ospedale e dimesso in mattinata.

Il dovere di essere umani… una lettera di Alfredo Sole

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La nostra Maria Chiara ci ha trascritto un pezzo che le è giunto da Alfredo Sole, un amico storico del blog, detenuto ad Opera.

Una lettera dove si sente lo spirito “filosofico” di Alfredo e la sua indignazione morale.

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Brasile: “con progetto sperimentale quattro giorni di pena in meno per ogni libro letto”.

Norvegia: “altro che sovraffollamento, le prigioni sono di lusso”. Ma questo già lo sapevamo. Oltre la pena massima a 21 anni, questi norvegesi hanno la pessima abitudine di trattare i loro detenuti come se fossero degli esseri umani e, non soddisfatti di questa loro umanità, cosa vanno ad inventarsi? Un carcere sull’isola di Bastoy dove i detenuti vivono in piccole casette indipendenti e con tutti i confort. È lecito dedurre che in un posto del genere ci siano solo detenuti con poca pena da scontare e che i criminali veri e propri stiano in prigioni all’italiana. Mi dispiace deludervi, ma non è così (questo modo di trattare i detenuti, con pericolosità e grado, è solo italiano) in quel carcere sull’isola non c’è distinzione tra criminali, ci sono anche quelli che da noi sarebbero ergastolani ma, che lì, hanno una pena massima a 21 anni.

Questi “privilegiati” lavorano dalla mattina al primo pomeriggio a 10 auro al giorno e, nel tempo libero, lunghe passeggiate immerse nella natura, e perché no? Stare sulla scogliera e pescare, magari con la speranza di mettere un pesce in padella per la cena.

 

ITALIA: si, Italia! Allora.. in Italia.. ehm… ah si ecco! Italia: Sassari, detenuto muore di cancro al pancreas, aveva chiesto di poter andare a morire tra le braccia dei propri cari. Non gli è stato concesso, doveva scontare una pena a dodici anni, ne aveva scontate solo sette. Potevano concedere a questo cittadino belga (JACQUES DE DEKER) di morire circondato dall’affetto familiare? Certo che no! Dove andrebbe a finire la severità della giustizia italiana se si permettesse ai moribondi di non schiattare in una squallida cella?

ITALIA: Firenze (carcere di Sollicciano) detenuti costretti a saltare il pasto per mancanza di cibo. Il garante dei detenuti: necessita ispezione dell’ASL. In cucina presenze  di piattole, manca l’acqua calda, attrezzature per cucinare e per l’igiene ecc.

Queste non sono eccezioni, è la realtà delle carceri italiane. Ma passiamo al fiore all’occhiello di quello che è il vanto della civiltà carceraria del nostro Paese. Inutile citare la tabella per intero dal 2000 al 2013, do solo i numeri: suicidi 781, morti per malattie e cause ancora da accertare 2.180 (i 781 suicidi vanno inseriti nel 2.180).

Potrei elencare all’infinito i pregi del nostro Paese ma rischierei di elogiarlo troppo..

Qual è la sostanziale differenza tra la civiltà norvegese e quella italiana? Sto cercando di capirlo ma non è di facile soluzione. Sicuramente questa società così umana non proviene da un altro pianeta. Hanno una storia e la conosciamo, o abbiamo la possibilità di conoscerla. Differenze visibili, a quanto pare, non ne hanno: due braccia, due gambe, una testa, insomma, assomigliano in tutto e per tutto a noi. Almeno nell’aspetto. Differenza di cultura? Forse di intelletto? Può darsi, su questo ci sarebbe molto da celiare, ma si arriverebbe ad una conclusione soddisfacente?  Si arriverebbe alla comprensione del perché di questa loro  “grande umanità” nel punire i criminali, nel trattarli, nonostante tutto e tutti, da esseri umani? Un uomo o donna in gabbia continua a rimanere un essere umano. Chissà, da noi magari il problema sta proprio in questo: in un sillogismo. Vediamo se è corretto: se nelle gabbie si rinchiudono gli animali  e i detenuti sono chiusi in gabbie, allora i detenuti non sono degli esseri umani. Nutro dubbi che questo “sillogismo” sia costruito a perfezione, ma dovrebbe dare il senso di ciò che è il detenuto per la giustizia italiana, di conseguenza viene normale criticare chi, invece, tratta i propri detenuti con dignità e con umanità.

A volte dimentico della nostra italianeità,  discendenti di una cultura che non ha eguali; poeti, filosofi e una volta, santi e navigatori. Questo ci porta ad indagare sul senso della vita  così come sull’essenza dell’essere umano. Quando sentiamo che qualcuno viene trattato con UMANITA’ , noi non cogliamo il significato di questa UMANITA’.. così com’è in uso nel senso comune, no; noi ci stupiamo dell’ignoranza altrui perché, in fondo,  visto la nostra grande cultura riflessiva su tutto siamo consapevoli che il senso di umanità è solo qualcosa di non corporeo, di astratto, che non ha nulla a che vedere con l’uomo in senso stretto. È un’astrazione, è come se un pittore ritraendo un cavallo lo dipingesse di verde. Sappiamo che non esistono cavalli verdi, tuttavia diremmo che quel pittore ha ritratto l’essenza del cavallo, la sua cavallinità. In questo senso, uomo e umanità non hanno molto in comune. Così come non si può cavalcare la cavallinità ma bensì solo il cavallo, non si può fare affidamento sull’umanità dell’essere umano, ma sull’uomo. Certo, adesso dovremmo, con una lunga discussione, cercare di comprendere cos’è l’uomo, ma non è questo il luogo. E allora cosa significa questo? Significa che non è con la demagogia sull’avere o no umanità verso i detenuti, verso le fasce più deboli, verso coloro che vengono discriminati che si risolvono i problemi; ma con il diritto e il dovere. Il diritto di continuare ad essere umano da una parte e, dall’altra, il dovere di trattare l’altro da essere umano. È quello che fa l’italia con i suoi detenuti? Nessuno pretende che questo Paese dall’oggi al domani  entri in una coscienza sociale al pari dei norvegesi e si convinca che l’uomo non essendo immortale privandolo per più di 21 anni di libertà per il crimine commesso, sarebbe un crimine peggiore del crimine commesso. No, non si pretende questo. Ma che l’italia si convinca che l’ergastolo non ha natura di esistere in un paese civile; che privare della libertà un essere umano per trenta anni siano più che sufficienti, qualunque reato abbia commesso; chi è ormai reso inoffensivo a causa di questi lunghi decenni e a causa delle pessime condizioni dove è stato costretto a scontarli; che entri finalmente nella consapevolezza che il fine pena mai non redime, ma uccide prima lo spirito e poi il corpo, questo si che deve essere preteso!

Ma qualcuno direbbe: – tu, detenuto, come ti permetti di pretendere qualcosa? Se qualcosa dovrà esserti concesso, lo sarà per pietà o per la nostra “umanità”. Tu non hai diritti e solo chi ha diritti può avere pretese. –

Non avrebbe tutti i torti chi la penserebbe in questo modo finchè non ci scrolliamo di dosso la convinzione che il bene vada fatto per pietà o umanità, ma che vada fatto solo ed esclusivamente perché è giusto farlo, perché ricambiare il male con altro male aumenta solo l’odio e infierisce sull’anima, nega profondamente l’uomo immergendolo in un mare d’angoscia dove altro non può fare che annegare.

 

25/10/2013

Opera, Afredo Sole.

I mostri… di Pasquale De Feo

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Il nostro Pasquale De Feo -ergastolano ostativo, detenuto a Catanzaro- l’hanno scorso ebbe concesse tre ore di permesso per visitare il padre che non vedeva da molti anni. Padre anziano e con varie patologie.

A marzo e a maggio di quest’anno altre istanze di permesso.. rigettate, perché le condizioni non erano peggiorate.

A settembre, insorgono peggioramenti… ma anche stavolta permesso respinto.

Noti qualcosa o tu lettore dalla mente sveglia e lucida?

Sì esatto, bravo, vedo che percepisci.. una.. “discordanza”…

A Pasquale De Feo il permesso l’anno scorso fu concesso, in relazione alle condizioni del padre.

A settembre di quest’anno le condizioni del padre non solo non sono migliorate.. ma.. sono peggiorate.

L’anno scorso era stato considerato in imminente pericolo di vita.

Quest’anno… attestato che le condizioni sono peggiori dell’anno scorso.. non è considerato in imminente pericolo di vita.

Strano questo “imminente pericolo di vita”.. Dovrò riprendere mano ai libri. E’ una insolita forma di “imminente pericolo di vita”.. viene meno quando le condizioni peggiorano.

Ma andando anche oltre queste riflessioni su concetti quali.. la coerenza..

possiamo provare ad andare ancora più in là, ponendoci domande, quali…

-Cosa si intende per “imminente pericolo di vita”? E’ una concetto su cui ci sarebbe molto da dire. Ed esistono interpretazioni non univoche. Per alcuni, ad esempio, sei in “imminente pericolo di vita” solo quando sei morto.. ovvero solo la morte è talmente grave da fare scattare l’effettivo “Imminente pericolo di vita”..  a quel punto sono convinti che effettivamente il tal soggetto è proprio a mal partito.. il piccolo problema è che è già morto.

-Ma anche concordando che il tal soggetto pur avendo una caterva di patologie psicofisiche.. non possa essere definito in “Imminente pericolo di vita” dato che ancora ha almeno un piede fuori dalla fossa.. io ho fatto, nel tempo, una mia personale riflessione, che però credo condivisa da molti, e che concorda con quanto dice Pasquale.

Ovvero.. ESISTE UN DOVERE DI UMANITA’ ESSENZIALE. Ovvero.. valori talmente alti da potere fare correre il rischio di non essere perfetti esecutori della legge. Un valore di umanità essenziale che ha le sue radici nella stessa Costituzione.

Io credo, come sostiene Pasquale, che chi è in carcere da anni, anche se ha l’ergastolo ostativo, dovrebbe vedere i genitori (o il genitore che gli è rimasto) almeno una volta l’anno… soprattutto se anziano, e gravemente malato. O comunque.. che… l’ “imminente pericolo di vita” venga, in tali casi, interpretato nel senso più elastico e garantista possibile… ovvero non aspettare che una persona sia praticamente spacciata, col rischio che finché il detenuto lo viene a sapere, fa richiesta di permesso, gli viene accordato e va dal genitore, quello lo sta aspettando in una bara… ma, permettere di potere vedere il genitore che sia comunque messo in gravi condizioni di salute… correndo il rischio che forse non corrispondano esattamente a “imminente pericolo di vita”. Meglio correre questo rischio.. che correre il rischio, qualora le cose volgano al peggio,  di avere negato a un figlio e a una madre e/o a un padre il DIRITTO FONDAMENTALE di rivedersi ancora una volta.

Ma agire così metterebbe il giudice in una posizione scomoda? Nella posizione di essere accusato di non avere rispettato la legge in tutti i suoi meandri?

E anche se fosse.. un giudice che andasse oltre alcuni meandri disumani della legge, per rispettare un principio costituzionale di umanità e dignità.. sarebbe un cattivo giudice?

Vi lascio al testo di Pasquale De Feo.

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I MOSTRI

L’anno scorso mi furono concessi tre ore di permesso con la scorta per visitare mio padre che non vedevo da tanti anni e che, data l’età e le patologie mediche, non poteva venire a fare colloquio con me. Sono riconoscente al magistrato per avermi dato l’opportunità di vedere mio padre, cosa che altri giudici non fecero con mia madre, morta senza che potessi vederla, e mi rifiutarono anche di partecipare ai funerali o almeno di andare al cimitero.

A marzo e maggio avevo presentato analoga istanza di permesso. Mi sono state rigettate perché nel referto medico non c’erano stati significativi peggioramenti delle condizioni di salute di mio padre.

A settembre ricevo nuovo certificato medico dove le condizioni sono peggiorate, sono sopravvenute difficoltà di deambulazione con disturbi della memoria e dell’orientamento.

L’1 ottobre presento nuova istanza di permesso. Dopo una settimana lo stesso magistrato, Dott.ssa Magnavita rigetta l’istanza perché mio padre non è in imminente pericolo di vita. 

Ho fatto ricorso al Tribunale di Sorveglianza di Catanzaro, motivandolo se noi “mostri” abbiamo il diritto almeno una volta all’anno di vedere i nostri genitori.

Mi chiedo il perché del diniego senza motivazione, forse l’anno scorso ero più simpatico?

Forse è intervenuto qualcuno che l’ha consigliata di non darmi più permessi?

La crudeltà di questi tecnicismi, come diceva Leonardo Sciascia, è criminale. Perché si piegano le ragioni umane a lacci e lacciuoli di leggi disumane esclusivamente di natura repressiva. 

La politica del terrore degli ultimi vent’anni ha prodotto la “normalità” di norme territoriali che la Magistratura di Sorveglianza applica come fosse un fatto “naturale”.

La banalità del male deriva maggiormente quando è la burocrazia ad imperare sulle regole dei sentimenti degli affetti familiari.

Il “dovere” non giustifica mai ogni cosa.

Pasquale De Feo

Catanzaro ottobre 2013

Un testo di Paola Severino

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In genere non siamo molto soliti a pubblicare testi di ministri, politici o burocrati. 

Non amiamo la retorica, l’autocelebrazione e l’aria fritta.

Questo testo -pubblicato su Il Messaggero del 27 dicembre-  però ce l’ha segnalato il nostro Giovanni Arcuri, qualche settimana fa, dicendoci che era un testo.. particolare.. che meritava di essere letto e pubblicato.

L’ho letto e mi trovo a dargli ragione.

Qualunque giudizio si voglia dare sulla Severino e sul suo anno da Ministro della Giustizia, questo è un bel pezzo e credo che sia scritto con spirito sincero.

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Il Messaggero, 27 dicembre 2012

Il privilegio di essere ministro si è concretizzato per me quest’anno nella possibilità di avere due incontri, nei giorni di Natale, con gli agenti di Polizia penitenziaria e con le detenute e i detenuti di Regina Coeli e Rebibbia. Un privilegio, si chiederà qualcuno, pranzare in carcere in questi giorni di festa? Un privilegio, vi risponderà chiunque abbia esperienza di carcere e della grande umanità che vi si respira. Una umanità che si manifesta nel calore e nell’impegno con cui un detenuto condannato per avere ucciso la moglie gravemente ammalata, ponendo così fine alle sue sofferenze, si occupa di scrivere memorie e istanze in difesa di poveri disgraziati che non possono permettersi neppure un avvocato per chiedere provvedimenti cui in tanti casi avrebbero diritto.

L’umanità di un detenuto marocchino consumato dalla sofferenza, che chiede solo di essere trasferito nelle carceri del suo Paese per stare vicino alla sua famiglia, dando così ragione del perché si deve continuare a stringere accordi di cooperazione per il trasferimento di detenuti con le nazioni africane che si affacciano sul Mediterraneo.

L’umanità di donne rinchiuse in reparti di massima sicurezza per essere mogli di noti mafiosi e camorristi, che cuciono bellissime coperte patchwork e preparano gli struffoli più buoni che abbia mai assaggiato pensando ai loro familiari a casa e chiedendosi se sarà loro mai concesso un permesso premio o una detenzione domiciliare.

L’umanità straziante di una donna che stringe tra le braccia il suo piccolo di due mesi e mezzo e che ti racconta, piangendo all’improvviso, di aver ucciso con un colpo di pietra l’uomo che era entrato nella sua roulotte compiendo atti osceni innanzi ai suoi sei figli. È a quel punto che a tutte si inumidiscono gli occhi pensando al Natale dei loro figli a casa e ai tanti Natali che dovranno trascorrere senza la loro mamma, affidati a volte ad estranei.

Certo, si tratta di persone che hanno commesso delitti a volte gravi, ma che hanno bisogno del supporto di un avvocato, dell’attenzione di un giudice, delle parole di un direttore o di un agente del carcere per sentire che il proprio caso e la propria posizione giuridica sono seguiti con senso di vera giustizia. E quando, alla fine degli incontri, ti salutano con un applauso e dicendoti grazie, ti chiedi che cosa tu abbia fatto per loro, per meritare quella loro gratitudine.

Sempre troppo poco, è la risposta, visto che, nonostante le riforme fatte, e gli sviluppi del piano carceri, ancora molto rimane da fare sulle misure alternative alla detenzione e sul finanziamento del lavoro in carcere. Due interventi che finalmente vedrebbero il carcere come extrema ratio e che consentirebbero un vero reinserimento sociale con bassissima recidiva, ma che sono naufragati per irragionevoli contrapposizioni politiche e per logiche di spartizione di fondi che nulla hanno a che vedere con una equa distribuzione di pubbliche risorse.

La condivisione poi della mensa con gli agenti di polizia penitenziaria, vivendo con loro il tempo che altri dedicano alla preparazione del cenone di Natale o agli ultimi acquisti di regali natalizi, ti aiuta a comprendere la grande professionalità e la grande dedizione del loro impegno.

C’è chi tutti gli anni copre il turno della vigilia, per assistere con i detenuti alla messa di mezzanotte; chi si fa assegnare il turno del giorno di Natale per esser presente al rito dell’apertura dei doni sotto l’albero da parte dei bimbi delle madri detenute; chi, più semplicemente, svolge il proprio dovere con serietà e con competenza, anche nei giorni in cui il carcere è più duro sia per i detenuti sia per chi li custodisce; chi ti racconta di aver desiderato fin da bambino di entrare tra gli agenti di polizia penitenziaria, ricordandosi l’immagine di una nonna, vecchia vigilatrice in un istituto carcerario, che tornava tutte le sere a casa esibendo con orgoglio la propria divisa.

Un mondo di eroi silenziosi, ai quali affidiamo il difficile compito di custodire uomini sofferenti e di garantire la nostra sicurezza. Il loro dignitoso silenzio, come quello di chi non può far sentire la propria voce dal fondo di una cella, non devono però permetterci di dimenticare che i problemi del carcere e del sovraffollamento attengono alla dignità dell’uomo e potranno veramente essere affrontati e risolti solo attraverso una condivisa consapevolezza.

 

Recensioni- Claudio Conte su “Eutopia”

Per la rubrica delle recensioni -nata da una idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro- pubblico oggi una recensione di Claudio su “Eutopia”, un libro che raccoglie testimonianze scritte da 15 detenuti del carcere di Lecce.

Claudio sente vibrare in sé il forte valore di un libro del genere, e questo lo ispira, portandogli a scrivere una delle sue recensioni migliori in assoluto.

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Su… “Eutopia – un altro luogo” di AA. VV. – Lupo Editore

(di Claudio Conte)

Frammenti di vita, di sofferenza, di amore, di voglia di riscatto… raccontati in prima persona da quindici uomini reclusi nella Casa Circondariale di Lecce. Testimonianze che ancora una volta ammutoliscono quelle “voci” sconsiderate, superficiali, distruttive di chi, incapace di comprendere, non sa fare altro che condannare uomini che hanno sì commesso un reato (o stanno subendo un’ingiustizia) ma stanno pagando… e hanno un cuore, affetti, sentimenti e soffrono come tutti gli esseri umani.

Storie brevi, che si leggono d’un fiato, che descrivono il carcere e rispondono compiutamente a quelle “voci” sempre pronte a condannare gli altri, ma che non potrebbero assolvere se stessi a un attento esame di coscienza… perché la corresponsabilità e tanto maggiore quanto più alto è il ruolo che si riveste all’interno della società. Una società votata a un individualismo-edonistico-antisolidale, che ha smarrito il senso di giustizia, di umanità e cerca solo di soddisfare i suoi istinti più brutali reclamando vendetta… Una vendetta che, per la pusillanimità di chi la chiede, vuole essere delegata alle istituzioni dello Stato, chiamate a servire ben più alti principi, ma sempre più influenzate dagli “umori della piazza” dalle sue “grida” che sommergono, silenziano, calpestano esistenze di uomini, donne, bambini. “Buttate la chiave” si sente urlare…

Si alza alto e forte però il sommesso “sussurro” di queste quindici persone… dalle quali traspare una genuina semplicità d’animo, di rimpianto, di speranza, e una grande capacità evocativa di emozioni, affetti, amori trovati e persi. Materializzando in tal modo lo “spettrale volto” del carcere e delle sue crudeltà, della sua inutilità… oltre una certa “soglia”.

Il carcere oggi rappresenta il fallimento di un’istituzione… che era stata ripensata, investendo sulla persona per restituire alla società un uomo “nuovo”. Capace di centrare quest’obbiettivo solo in pochissimi casi, laddove realmente si attuano i programmi di reinserimento previsti dalla legge o laddove la volontà dell’uomo è più forte delle avversità che si frappongono a un nuovo progetto di vita. Non è un caso che i tassi di recidiva fissati al 67% nella media nazionale, scendano al 13% in istituti di pena come Bollate laddove esistono offerta trattamentale e misure alternative alla detenzione.

I “volontari”… l’unica nota positiva che accomuna il pentagramma di queste quindici melodie, anzi melopee. Persone che si donano, lottano, s’ingegnano tra mille difficoltà, burocrazie, ottusità, gelosie, ignoranza… ma che portano speranza e sicurezza. Sì, perché sarà grazie a loro se domani quando una di queste quindici persone uscirà dal carcere non si vendicherà contro quella “società” che lo ha umiliato, offeso, torturato senza che alcuna sentenza o legge lo prevedesse. Il tutto sotto gli occhi di una società indifferente.

Il carcere lo sappiamo tutti è una “discarica sociale”, dove i problemi di integrazione socio-economica anziché essere risolti alla radice, garantendo “pari opportunità di partenza” a tutti, vengono risolti isolandoli tra “quattro alte fredde mura”. E poi per salvarci la coscienza, ci piace pensare che rinchiuse ci sono persone “pericolose”, ma “pericolosi” non sono quelli che sbagliano e pagano, quanto chi sbaglia e la fa franca. I “furbi”… quelli che poi “moraleggiano” su cosa sia giusto e sbagliato, che magari rivendicano la pena certa… per gli altri. Ignorando che in Italia la pena non è solo certa ma anche disumana, causa il sovraffollamento, le strumentali emergenze, carenze, indifferenze… come confermano le plurime condanne allo Stato italiano dalla Corte europea di Strasburgo. Quello stesso Stato che dovrebbe “rieducare” chi vive nell’ illegalità…

Sì, “Eutopia”, un altro luogo… sarebbe davvero necessario pensarlo, sarebbe davvero più utile del carcere…

Catanzaro-carcere, 8 luglio 2012

Lettera disperata di Paola Valentino sul caso del marito Giuseppe Martena

Abbiamo già seguito  in varie occasioni il caso di Giuseppe Martena, detenuto attualmente nel carcere di Bologna. Perchè sappiate tutto ciò che è necessario sapere vi rinvio in particolare alla lettera che ci scrisse Giuseppe Martena (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/03/16/lurlo-di-giuseppe-martena/ ) e al riepilogo che facemmo della questione, nell’atto di preparare una lettera pubblica di sostegno e denuncia, anche alla luce delle cose che ci aveva scritto la moglie, Paola Valentino (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/11/lettera-appello-sul-caso-giuseppe-martena-alla-luce-degli-ultimi-eventi/).

Oggi pubblichiamo quest’ultima disperata lettera  di Paola Valentino….

Questa donna sta pagando un prezzo enorme. Non è molto gravoso da un punto di vista economico spostarsi ogni volta per i colloqui. Ma è soprattutto il costante trauma psichico, che ha comportato gravi ricadute sul piano fisico e psichico (attacchi d’ansia, di panico, ecc..) che non la menttono in condizione di lavorare e rendono ancora più problematico il suo stato familiare in relazione al fatto che deve occuparsi di cinque figli.

Questa donna rischia di pagare un prezzo bestiale, con una catastrofe che ricadrà sull’intera famiglia… Lecce e Taranto sarebbe l’ideale. Ma almeno a Roma.

Nessuno sta dicendo che il marito è innocente. Si sta semplicemente dicendo che queste persone vanno trattate come esseri umani, anche se non sono… detenuti d’alto bordo, o amici di qualche potente, o persone con i riflettori mediatici addosso.

Lei non sta chiedendo la libertà per suo marito, e neanche particolari agevolazioni.

Chiede quello che non si dovrebbe neanche chiedere in un paese civile e umano. Chiede solo che suo marito possa scontare la pena in un luogo più vicino alla famiglia.

La burocrazia carceraria oltre a partecipare a convegni e lamentarsi sui problemi, potrebbe, almeno di tanto in tanto, cogliere l’occasione di provare a risolverlo un problema, quando è nelle sue facoltà, come in questo caso.

Continuiamo a sostere Paola Valentino, nella sua battaglia.

Di seguito la sua lettera..

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25/11/2011

Mi chiamo Paola Valentino ed oggi scrivo questa lettera come mio ultimo appello a questa societa’…
Mi dichiaro disperata, stanca, affaticata, sconcertata e DELUSA..dal sistema, dallo STATO, dalla Non-Giustizia, dalle amministrazioni politiche e non e dall’Italia.
Mi rivolgo alle più alte cariche, dal Presidente dello Stato , Ministro della Giustizia, Capo Amministrativo del Dap , alla Procura, alla d.d.a … ai cari Amici Radicali e a te Rita Bernardini , ma anche a chi come me conosce la realtà nuda e cruda del sistema ( infernale ) penitenziario.
Tutti hanno appreso tale dramma, gli istituti penitenziari sono al collasso, il sovraffollamento c’è ed è un dato di fatto spaventoso , tutti ne parlano e nessuno vuole far nulla, ignorano fingendo interesse e questo a scapito di chi non ce la fa più. Ho capito in che modo hanno deciso di alleggerire il problema, portando i detenuti al cedimento psicologico e ci sono riusciti…le carceri si svuoteranno solo in un modo e cioè con un suicidio si massa!
Di carcere si muore, potrebbero quanto meno riconoscere che oggi questa e’ diventata una malattia invalidante , come il CANCRO ma un cancro che non dà scampo, niente chemioterapia per i detenuti, niente esami approfonditi, niente ricoveri in ospedale..solo cavie di un sistema che non dà via d’uscita. Alla fine che ci importa di questi delinquenti vero? Se la sono cercata, vero? Attenti cara opinione pubblica giustizialista e dittatrice, che molti dei vostri figli ( figli dell’Italia-Bene) fuma lo spinello a vostra insaputa e per la legge italiana questo è un reato punibile penalmente, se dovesse comprarne 5 invece di uno ve lo sbattono in galera e poi farà parte anche lui di quei delinquenti che se la sono cercata..
Sono stremata, io moglie di un delinquente che all’eta’ di 19 anni cadde nel tunnel della tossicodipendenza e per procurarsi ( una dose ) si trovò ingarbugliato in una storia più grande di lui ..furto di un auto, questo e’ stato l’unico reato da lui commesso , e’ stato condannato a 26 anni e mezzo, questo per informare tutti quelli che pretendono la certezza della pena, più certa di così non si può…
Avete voluto il fine pena mai, bene , è ora che sappiate che il fine pena mai viene meno al momento in cui anche un capo promotore di un associazione mafiosa decide di collaborare , per passarla liscia gli basta mettere altri al posto suo, altri , non importa se innocenti o meno, basta che lo fà, lascia dichiarazioni abbastanza pesanti da distruggere quei ragazzi che lui stesso AVEVA AVVICINATO , ragazzi che avevano
((( ruoli marginali ))) riconosciuti anche in sede di giudizio, ma che si ritrovano a scontare delle pene pesantissime per dare la possibilità al Capo di uscire in libertà il prima possibile, per cui io mi ritrovo con un Boss che ha ammazzato e fatto ammazzare centinaia di persone, che ha terrorizzato interi paesi, che ha distrutto centinaia di famiglie , nascosto chissà dove, con la sua nuova identità, protetto insieme alla sua famiglia, con un lavoro assicurato che si gode la sua vita, mentre noi dobbiamo pagare x 26 anni e mezzo un furto di un auto???? Per voi questa è giustizia???
No , non ci stò più, ho perso le speranze, non so più dove aggrapparmi, le ho provate tutte, ho fatto mille richieste e mi vedo trattata come l’ultima delle donne, mi sono ammalata anche io di questo Cancro, la troppa Non-giustizia mi ha avvelenato il sangue, sono una madre e sono una moglie esasperata. Ho mille malattie, malori continui, non posso più essere una madre efficiente per i miei figli, non riesco più a lavorare in quanto la mia malattia non me lo permette, e che cosa fate per aiutarmi? Mi mandate l’unico punto di riferimento ( MIO MARITO ) a 900 chilometri di distanza? Allora non vi basta distruggere la vita di questi poveri sventurati figli della fame e della povertà, vi ci accanite pure!!!
Chiedo per l’ultima volta un aiuto..non pretendo nè una grazia, nè una riduzione della pena, vi chiedo e vi imploro di salvare la Mia Vita…ho un estremo bisogno che mio marito venga trasferito nel più breve tempo possibile in un carcere più vicino, che sia LECCE, che sia TARANTO che sia ROMA ( REBIBBIA )…sono gli unici tre posti dove io troverei appoggio e sostegno per poterlo andare a trovare.
Da oggi 25/11/2011 sono ufficialmente in sciopero della fame..vado in oltranza fino alla morte se sarà necessario, ma questa lettera non si fermerà , tutti dovranno sapere ,perchè già mi avete ucciso per metà , ma l’altra metà sarete sempre voi ad ucciderla…mi dichiaro al momento una vostra vittima e tale dovrò essere riconosciuta se arriverà la mia fine. Ai miei figli dovrà essere detto che la loro mamma e’ stata uccisa dallo Stato e dalla Non-Giustizia.
Ho aspettato e sperato con tutta me stessa, ma invano..sono troppi anni che siamo in attesa di una Sacra Riforma Della Giustizia, speravo in una comunicazione immediata di una Legge Eccezionale che ci liberasse finalmente dal TERRORE GIUDIZIARIO…pura illusione perche’ mai lo STATO dovrebbe tenderci una mano? Noi siamo gli ultimi, esistono le leggi a tutela dei Maiali, ma non esistono quelle che Tutelano L’uomo.
Profondamente Delusa
Valentino Paola

Per chi vorrebbe comunicare con me o sa’ come puo’ aiutarmi può contattarmi
Su questo indirizzo evalp79@yahoo.it
Tel 3297489652
Aiutatemi vi prego!!!

L’Uomo dell’Est- la rubrica di Gerti Gjenerali

Dopo mesi di assenza, dovuti a tutta una serie di motivi, ritorna Gerti Gjenerali, con L’Uomo dell’Est, la sua rubrica.

E proprio al “Ritorno” è dedicato questo appuntamento.

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Eccomi di nuovo. Vi chiedo umilmente perdono. Mi sono perso nel “labirinto” della burocrazia italiana e putroppo ho perso tempo ed energie, per me non c’è nessuna Arianna che mi aiuti con un bel filo da seguire.

Oggi voglio rispondere ad una domanda che mi ha fatto un pò di tempo fa una persona che io stimo tanto, e che probabilmente non rivedrò mai più in vita mia.

Fa così: “in molti descrivono la vita con la metafora del viaggio. Quale è il senso di questo viaggio e il suo fine?”

Il senso di questo viaggio sinceramente non ho la presunzione di saperlo. Potrei dire la mia libertà, o magari l’amore per tutti gli esseri viventi… ma per mia sfortuna non sono induista. Potrei dire che il senso di questo viaggio è incontrare Dio, ma purtroppo non ho tanta fede. Potrei dire dire.. voglio aiutare le vecchiette ad attraversare la strada. Potrei dire che il senso della mia vita è aiutare i più poveri, o magari la barriera corallina in Nuova Zelanda, o quante cose potrei dire. Ma la verità è che io Gerti detenuto con una condanna all’ergastolo in un paese straniero, lonatno dalla mia cultura e dalla mia gente, il senso del mio viaggio è il “RITORNO”.

Quando venti anni fa sono arrivato con una nvae delle banane avevo certezze e volevo arrivare alla cima della montagna. Avevo bei sogni ed ero pronto a tutto per arrivare.

Ora, dopo quattordici anni di galere, sogno solo il mio ritorno da questo lungo viaggio, fatto di tragedie, illusioni, lcrime e dolore.

Una cosa so con certezza, ed è che in questo viaggio della vita devo andare sempre avanti e nel cammino non devo mai ritornare sul passato. Tutto quello che ci succede ha un senso, in tutto c’è un disegno dell’universo. Mi piace pensare che tutto il dolore, la solitudine, la sofferenza ha un senso per me e per il mio viaggio. E’ così!!! Se no sarei morto ammazzato come tanti amici miei. E invece sono qui vivo e vegeto, e soprattutto un uomo diverso. Non si è mai uguali alla partenza di un viaggio, la vita è l’esperienza che ci insegna che tutto è un’avventura.

Importante per me è vivere con coraggio e soprattutto non perdere mai la speranza e l’amore che provo nel cuore.

In questo labirinto folle e disumano chiamato carcere è molto facile perdere la tua dignità e la tua umanità. E’  viaggio duro, senza ritorno, e se mettei la tua vita e le tue speranze e la tua felicità in mani altrui sei un uomo morto. Il fine del viaggio  non sta negli altri, ma sta nel cammino e nei sentieri che solo il tuo cervello conosce. Le persone che conosciamo e frequentiamo sono solo dei “compagni di viaggio” che ci accompagnano, ma non sono il viaggio stesso. Ognuno di noi ha la sua strada da percorrere.

Il senso del viaggio è come la felicità che nulla ha  a che vedere con il mondo esterno.

Ognuno di noi balla da solo la sua danza della vita, e ognuno di noi cammina da solo nel suo viaggio con la speranza che il destino sia favorevole.

Andare avanti e smettere di attaccarmi alle disgrazie della mia vita, ma soprattutto liberarmi delle catene che mi impediscono di essere un uomo libero!

Ho sempre pensato che in fondo tutto ciò che siamo dipende dal nostro viaggio e che abbiamo fatto in passato e da macigni che uno di noi porta sulle sue spalle.

Chiudo dicendo che il senso del viaggio e il suo fine è come la verità, che significa sempre correre il rischio di scoprire ciò che ci disgusta e che ci fa più paura, e affrontare la vita e il vaiggio con cuore pulito, e soprattutto con amore, coraggio e onestà.

Di Dio e di luce parliamo un’altra volta.

Ora vado. Ognuno di noi nella sua microesistenza, convinti che siamo tutti esseri speciali e indispensabili.

Urlerò la mia “straniera”  indignazione sul carrcere e la repressione in un altro momento.

 

Del carcere parlerò un’altra volta, siamo molto tristi, c’è crisi.. e ci hanno tagliato i fondi.

Non abbiamo nemmeno la carta igienica… alla prossima gente meravigliosa.

Le deportazioni di detenuti.. di Sebastiano Milazzo

 
Sebastiano Milazzo ci invia questo testo, chiedendo che sia diffuso il più possibile.. e quindi inviato a giornali, televisioni, ecc. Chiunque voglia dare una mano in tal senso è bene accetto.
Le ultime vicende di Sebastiano ormai le conoscete da qualche mese, e tanti post ci sono stati sull’argomento. Sebastiano nonostante anni di attivo impegno nelle attività carcerarie, e un approccio positivo e animato da autentica voglia di crescere e dare il proprio contributo, non solo non è stato trasferito in un luogo (preferibilmente un carcere della Toscana) dove avrebbe potuto avere la possibilità di vedere la vecchia madre ammalata, e anche la moglie ammalata che non vede da 18 mesi (e con le neppure i figli).. ma è stato trasferito a Carinola (un carcere ritenuto “punitivo”), ancora più lontano di dove era in precedenza (Spoleto).. molto più lontano. E sembra che il motivo sia stato il fatto di essersi opposto  a una PRATICA ILLEGALE.. che molte carceri stanno cercando di porre in essere. Ossia, per ovviare al sovraffollamento, adibire la cella di detenuti ergastolani alla possibilità di accogliere un altro ergastolano.. quindi fancendone una cella a due. Le carceri che stanno attuando questo provvedimento STANNO VIOLANDO LA LEGGE (art. 22 Codice Penale).. e segnaleremo ogni carcere, di cui avremo notizia, che mette in atto questa pratica illegale, oltre che immorale. Perché una persona che rischia di non uscire più dal carcere, deve avere almeno la possibilità di un suo spazio solitario… almeno questo.
L’articolo di Sebastiano Milazzo è però di respiro globale, nel senso che non parla del suo caso in particolare, ma fa una disamina generale dell’enorme spreco di risorse associato ai trasferimenti di detenuti (” nel 2009 la polizia penitenziaria è stata impegnata in 330.000 trasferimenti con un aggravio veramente importante per il lavoro della polizia penitenziaria (…) Sono statio spesi 8/9 milioni di euro per le sole compagnie aeree, senza contare le spese di diaria per 2/3 agenti per detenuto. “.. per citare il dott. Franco Ionta.. quindi non qualche pericoloso attivista..:-).
Io credo che Sebastiano dica anche il vero quando sostiene che è troppo limitante dire, come fanno molti operatori del carcere, che tutti i problemi derivano dalla mancanza di risorse.. (“se avessimo più guardie.. più assunzioni.. più finanziamenti.. più..”).. sicuramente sono importantissime. Ma questo non fa venire meno la necessità di un “uso” diverso di quelle che già ci sono.. e di un differente approccio umano, morale, culturale.
Di questo pezzo di Milazzo non condivido giusto il richiamo al brano dell’onorevole Bernardini che fa un vago parallelismo con la Shoah. Io credo che appunto perchè si tratta di lotte delicate e di realtà dure e problematiche, non c’è bisogno di aggiungere ad esse più durezza di quanta esse stesse contengono.  La Shoah…e il mondo dei Lager e dei Gulag è tutta un’altra cosa. Comprendo anche Pannella e lo stile provocatorio. Ma non si fa un  buon servizio ai detenuti calcando troppo la mano con un paragone che ritengo ecessivo.
Vi lascio alla lettera di Sebastiano Milazzo.. da diffondere il più possibile..
 
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In un momento in cui le carceri italiane sono definite “una riproposizione MORALE e CIVILE della Shoah” (On. Rita Bernardini CAMERA dei deputtai 14/12/2010), molti di coloro che le gestiscono si esercitano in un penoso lamento sulle mancate assunzioni e sui tagli ai finanziamenti, con il chiaro scopo di ottenere una certa irresponsabile indulgenza e persino una sorta di giustificazionismo morale per le vessazioni inutili praticate sui detenuti.
Vessazioni contrarie al senso di umanità cui dovrebbe ispirarsi la pena, secondo la costituzione, imposte da chi domina il sistema, sotto forme diverse, ma sempre opprimenti, che avvelenano, nel senso più profondo del termine, per soddisfare e proporre malsane pulsioni e quella marmellata di interessi che ruotano intorno alla gestione della pena che non meriterebbero nè giustificazioni nè indulgenze, perchè alla resa dei conti sono la vera causa della metastasi che porta il sistema allo sfascio. Di esempi che contribuiscono ad allargare la metastasi se ne potrebbero fare tanti, ma la pratica dei trasferimenti non giustificati è sicuramente la più sciagurata, per le indicibili sofferenze che produce sui detenuti, e per il grande spreco di risorse umane ed economiche che comporta. Questa vergognosa pratica, adottata ormai a sistema, non ha niente a che fare con la lotta alla -criminalizzata- e non, nè con la sicurezza degli istituti di pena.
Questi sono i termini su cui gli eccelsi promotori dell’industria delle traduzioni speculano mescolando il vero al falso, la buona alla cattiva fede, per poter alzare una cortina fumogena sullo spreco di risorse attuato fuori da ogni controllo e talvolta al limite del lecito.
Usano la criminalizzazione dei detenuti per far trionfare il cinismo più radicale di un intreccio di affarismi e privilegi carrieristici, interpretando e applicando le regole che vogliono, avendo la capacità di sottomettere i magistrati di sorveglianza e la stessa direzione generale del D.A.P.
Nel caso dei trasferimenti, ad esempio, viene scelto con scientifica malvagità, per ogni singolo caso, il luogo più lontano da raggiungere, da parte dei famigliari che si ostinano a mantenere i rapporti affettivi con i congiunti detenuti.
Ne deriva la geniale conseguenza che ” nel 2009 la polizia penitenziaria è stata impegnata in 330.000 trasferimenti con un aggravio veramente importante per il lavoro della polizia penitenziaria (…) Sono statio spesi 8/9 milioni di euro per le sole compagnie aeree, senza contare le spese di diaria per 2/3 agenti per detenuto. ” (dott. Franco Ionta direttore del dipartimento amministrazione penitenziaria AG ASCA 25/5/2010)
Uno spreco di risorse umane ed economiche, denunciato da chi sta ai vertici del sistema che si potrebbe evitare con la territorializzazione della pena che nessuno riesce ad avere la forza di correggere, attuando i trasferimenti solo in quei limitati casi in cui comprovate esigenze sconsigliassero la presenza del detenuto in un dato luogo. Uno spreco di risorse che interrompe i percorsi rieducativi, per realizzare i quali lo stesso sistema spende cifre considerevoli, e che costringe decine di migliaia di nuclei famigliari a girare in lungo e in largo le strade del paese per fare i colloqui. Naturalemente, gli effetti più devastanti di questo vergognoso fenomeno si abbattono sulle famiglie più bisognose, costrette a sottrarre del tempo al lavoro e agli obblighi scolastici dei figli, che è poi il modo di salvare le condizioni perchè le carceri rimangano sempre piene attraverso il turn over tra i padri e i figli.
Tutto questo spreco mentre viene ridotto il rotolo di carta igienica per detenuto e in un periodo di sovraffollamento in cui carceri nuove rimangono chiuse per mancanza di agenti, impegnati in traduzioni inutili e controproducenti. Naturalmente quetso inutile spreco di risorse è possibile realizzarlo perchè il sistema carcerario è gestito da una sorta di STATO parallelo che ha la capacità di di far passare gli operatori capaci, onesti e rispettosi delle leggi dello stato ufficiale, nel migliore dei casi, come pavidi oppure inaffidabili. Uno stato parallelo che esalta coloro che riducono il sistema a maschera sporca dei proprio vizi e dei vizi di coloro da cui hanno avuto l’incarico di gestirlo.
Un detenuto reclama un diritto, trasferito. Per motivi di salute di un famigliare chiede un avvicinamento , trasferito ancora più lontano. Deve affrontare una vicenda giudiziaria che durerà un decennio, trasferito lontano, con la conseguenza di un andirivieni decennale tra la sede giudiziaria di provenienza e il luogo di assegnazione.
Queste sono le maggiori cause dei 330.000 trasferimenti denunciati dal dott.Ionta.
Tutto il resto è pura demagogia.
Milazzo Sebastiano  C. di R. Carinola 
 

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